A cosa servono realmente i vivai italiani, se in campo giocano sempre più stranieri?

Ieri avevo scritto una breve nota su facebook ma che aveva suscitato reazioni e creato una sana discussione. Notavo che tra Roma e Fiorentina, secondo anticipo del campionato di serie A, in campo su 22 giocatori solo 4 erano italiani (e tutti nella squadra capitolina). Ne nasceva una riflessione a caldo, un interrogativo subito da me posto, cioè se sia normale e credibile, al di là dei discorsi di facciata, scrivere, parlare, auspicare ancora un rinnovamento del calcio italiano che parta dalla valorizzazione dei vivai, cosa in teoria scontata e naturale in qualsiasi campionato professionistico, fosse anche il più quotato e il più ricco. Perché quello è il senso di coltivare un settore giovanile: vedere poi raccolti i frutti, che significa nella fattispecie che in prima squadra vadano a finire di volta in volta i più meritevoli. Ma da noi, rare eccezioni a parte (almeno l’anno scorso sono emersi a buon livello sin da subito il polivalente difensore della Roma Romagnoli, classe ’95, già esordiente un anno prima, e il portiere dell’Udinese, migliore nel suo ruolo al Mondiale Under 17, Scuffett). Poco, davvero troppo poco, quasi nulla, questo è il quadro desolante, preludio a un’angosciante spedizione azzurra ai Mondiali. Qualcosa bolle in pentola? Direi proprio di no, a parte gli inutili proclami che da più parti negli ultimi anni, ci siamo quasi stancati di ascoltare. Parole al vento, eppure giustissime, quelle di tanti addetti ai lavori (memorabile l’invettiva di Fabio Caressa contro l’inutilizzo dei giovani e lo scarso coraggio dei nostri tecnici nel lanciarli). Da appassionato di calcio giovanile, e da giornalista che ne segue i campionati a vari livelli, oltre che le competizioni internazionali, mi rifiuto di credere si tratti di una questione di mera qualità tecnica media che scarseggia nei nostri calciatori. Eppure qualcosa deve esserci, qualche intoppo nella crescita, mancanza di personalità, timore nelle giocate, perché magari al primo errore l’allenatore ti castiga rispedendoti in Primavera. Faccio esempi concreti, non riferendomi a qualcuno in particolare….

Lorenzo Tassi, talento precoce dell'Inter che rischia di perdersi a Prato in Lega Pro

Lorenzo Tassi, talento precoce dell’Inter che rischia di perdersi a Prato in Lega Pro

Però quante volte negli anni, spesso proprio dalle pagine virtuali di questo blog, mi è piaciuto segnalare questo o quel giocatore. E non erano nomi buttati a caso, ma gente che spesso e volentieri facevano la differenza nei loro rispettivi campionati. Va beh, un nome lo butto: Lorenzo Tassi, classe ’95, quindi appena maggiorenne, eppure esordiente nel Brescia a poco più di 15 anni prima di passare, con soldi tonanti, all’Inter. Paragoni ingombranti a parte, paura di bruciarlo, eccessiva tutela, inserimento graduale come giusto che sia.. fatto sta che in prima squadra nei restanti 3 anni e mezzo successivi non si è mai visto, fino all’approdo quest’anno nella società satellite del Prato, lega Pro unica. Chiaro, deve dimostrare sul campo il suo valore, i crediti accumulati nelle giovanili sono terminati ma… una gavetta così lunga implica che difficilmente arriverà in tempi brevi in serie A, se ci arriverà, perché le mie statistiche al riguardo sono impietose. Diventi più facilmente un giocatore “di categoria”,  a meno che non sia palese che tu in campo faccia la differenza a quei livelli. Ma qui spesso ci si scontra pure con le logiche di classifica, di punteggi in campionato, e quindi l’allenatore di una squadra che voglia puntare alla promozione spesso si affida su nomi rodati per la categoria. Troppa carne al fuoco, mi direte, non se ne esce più fuori. Ma allora, e qui sono volutamente provocatorio… a questo punto a che servono i vivai? Se nemmeno in condizioni disagiatissime le nostre squadre decidono di affidarsi ai loro migliori prodotti, pescando piuttosto un nome sconosciuto all’estero, come farà il livello del nostro calcio, della nostra Nazionale, a tornare competitivo? I vivai diventano solo una spesa di fatto, servono a creare “posti di lavoro”, nel senso che un 1% di questi forse vivranno da professionisti del pallone.

Buon esordio del fantasista Coman ieri nella Juve: ma allora i giovani stranieri sono più pronti dei nostri?

Buon esordio del fantasista Coman ieri nella Juve: ma allora i giovani stranieri sono più pronti dei nostri?

Ieri abbiamo visto in campo dal primo minuto, lanciato da Allegri nella Juventus, la punta Coman, classe ’96, prelevato dal Paris St Germain, indubbiamente bravo. Perché ai nostri non vengono date queste opportunità? Quando vengono aggregati alle prime squadre, i nostri giovani vengono realmente considerati al pari degli altri o servono solo a far numero nelle partitelle? Si pongono male agli occhi dei loro allenatori? Si comportano ancora “da bambini”? Non credo sinceramente. Eppure manca sempre qualcosa, e nel frattempo da anni ci si dibatte su come far rifiorire il calcio italiano, fermo nelle sabbie mobili ma col serio, concreto rischio di sprofondare completamente

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Balotelli al Liverpool… un affare solamente per lui

Ora che è praticamente ufficiale il passaggio di Mario Balotelli dal Milan al Liverpool, mi chiedo: chi ha fatto veramente l’affare, a parte lui stesso che guadagnerà, a quanto pare, più di 6 milioni di euro a stagione (sorvoliamo sulla clausola legata alla “buona condotta”, direi che riguardo ciò miglior erede di Suarez i Reds non potevano trovarne!)?

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E’ brutale da dire, a maggior ragione se si segue e conosce il ragazzo da quando questi era minorenne, ma credo che ormai non ci possa più aspettare il famoso salto di qualità da lui. Non è perduto del tutto, anzi, ha solo 24 anni, ma sembra che di vite calcistiche ne abbia già consumate sin troppe. E quando il meglio di te lo hai già lasciato alle spalle, allora non si può certo diventare fiduciosi in merito alla nuova, ennesima, esperienza, ancora lontano dall’Italia (ma come: prima non era scappato dall’Inghilterra per ricostruirsi da noi?). Ingiustamente additato come caprio espiatorio di un’intera scadente spedizione azzurra – ma d’altronde da sempre questo è il destino che attende i più bravi – sembra aver colto l’occasione per fuggire nuovamente, e in questo suo lasciare, mutandosi da re a reietto, è parso molto simile al suo “nemico” Prandelli. Che il Milan non sapesse più come gestire un talento del genere era ormai evidente ai più, specie col nuovo corso Inzaghi, uno che,a quanto pare, punta molto sull’attenzione e sulla disciplina, sulla correttezza e sull’attenersi a determinate regole, dentro e fuori il campo. Aspettando invano la maturità di Mario, il Milan a che sarebbe andato incontro? Era l’uomo nettamente più rappresentativo, questo è indubbio, ma alla prima difficoltà sarebbe stato lecito escluderlo dall’11 titolare o bisognava comunque tenerlo in campo, forte della sua migliore dimensione tecnica rispetto ai compagni? Anche Ibrahimovic era una testa matta, ma ben presto ha cominciato a rigare dritto, soprattutto ad essere leader in campo, trascinando i compagni e portandoli a vincere, ovunque fosse andato. Lui invece cambia maglia “per disperazione”, perché ancora non è riuscito a esplodere secondo le sue potenzialità in nessun club, compreso il Milan dove, per almeno 6 mesi, ha in effetti contribuito a risollevare i compagni, portandoli a un inatteso traguardo –seppur minore rispetto alla storia rossonera. In questo caso non sono poi tanto rammaricato della sua partenza dall’Italia, lo sono più per Ciro Immobile e lo sarei se andasse via Mattia Destro ma il fu Super Mario ormai non mi scalda più gli animi. Lo dico con un velo di tristezza perché avevo scommesso molto su di lui e sulla sua piena affermazione ad alti livelli ma è sempre mancato qualcosa, e dubito che questo vuoto lo potrà colmare in una piazza così calda ed esigente come quella di Liverpool.

Iturbe è un campione e quei soldi li vale tutti (chi non lo pensa non lo hai mai visto giocare)

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E così dopo il clamoroso sconquasso in casa Juventus col ribaltone di Conte, a sorpresa dimessosi, e l’annuncio quasi estemporaneo dell’ingaggio del neo tecnico ex Milan Massimiliano Allegri, sono cambiati anche gli scenari di mercato, e con essi i destini di alcuni giocatori altrimenti quasi certi di finire a indossare la gloriosa casacca bianconera. Tra questi uno dei nomi più caldi era senz’altro quello del talentino emerso nel Verona, Juan Manuel Iturbe, autentica rivelazione della stagione di serie A appena conclusa. Ho avuto modo di seguirlo da vicino e di ammirarne le qualità che già gli riconoscevo in parte, avendolo visto all’opera in competizioni giovanili, dove eccelleva clamorosamente sui compagni, andando a scomodare paragoni illustri. Poteva essere il classico giocatore pompato ad arte dalla stampa, poteva liquefarsi facilmente, perdendosi alle prime difficoltà, alle prese con un calcio tattico e che poco concede alla creatività e alla fantasia. Insomma, nonostante le ottime premesse, il suo nome l’anno scorso rappresentava più che altro una scommessa. Promessa in fin dei conti completamente ripagata, se è vero che sin dalle prime apparizioni di Iturbe si è cominciato a parlare, per quel che di strabiliante mostrava in campo, dacchè fuori dal rettangolo verde il suo nome non è mai stato associato a qualcosa di sconveniente. 20 anni eppure già stella riconosciuta di un Verona che, grazie anche al suo “turbo” ha letteralmente messo le ali già nel girone d’andata, quando tutto in casa gialloblu funzionava come una sinfonia perfetta di strumenti, finendo con l’esaltare anche le doti di oscuri mestieranti come Cacciatore, su cui in un momento di azzardata euforia si era persino tirato in ballo la Nazionale o come l’indomito capitano Maietta.

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Ma è indubbio che gli artefici principali della rivelazione Hellas fossero in primis gli elementi di maggior spessore: Jorginho, subito venduto al Napoli, Romulo, giunto a un passo dai Mondiali brasiliani, saltati solo per precaria condizione fisica, l’eterno Luca Toni, rigenerato dall’ambiente e soprattutto lui, il piccolo combattente paraguaiano d’origine ma argentino di nazionalità. Tecnica cristallina, velocità impressionante, ottimo controllo di palla, corsa inesauribile, impegno, grinta, personalità, duttilità tattica, grazie agli sproni di Mandorlini che l’ha indottrinato per bene, facendolo diventare uomo a tutta fascia. Manca un po’ di concretezza sotto porta, ma se già così fosse,staremmo davvero parlando di plausibile nuovo Messi (eccolo, il paragone scomodo, ma in fondo mai così fondato, se è vero che, specie palla al piede in velocità lo ricorda tremendamente). A mio avviso col tempo potrebbe mutare ruolo, un po’ come Robben, avvicinandosi di più alla porta, senza troppi compiti di copertura. Ma già così, sono pronto a pronunciarmi in suo favore e affermare che la Roma, soffiandolo alla Juve, ha messo a segno un vero e proprio colpaccio di mercato. E’ nato un campione!

Panoramica sul sorteggio dei Mondiali 2014 in Brasile

Metabolizzato l’effetto “scandalo pro-Francia”, e provando a guardare con un po’ più di cauto ottimismo il futuro azzurro, proviamo a definire meglio la griglia di partenza in vista dei Mondiali di calcio che si disputeranno nel 2014 in Brasile.

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Un azzardo, certo, mancando alla rassegna iridata più di 6 mesi, nei quali potrebbero succedere tante cose, ma a fronte di qualche grave infortunio che potrebbe compromettere la presenza di qualche big (ci auguriamo ovviamente di no, da appassionati sportivi), di qualche improvvisa esplosione di un giocatore o la rinascita di altri, le gerarchie tecniche non dovrebbero poi di molto essere soverchiate, fermo restando l’illogica materia calcistica che si presta a riservare spesso e volentieri sorprese (d’altronde, proprio l’Italia di Lippi campione in carica fu eliminata in Sudafrica al cospetto di un girone quantomeno abbordabile – per non dire ridicolo – sulla carta).

GIRONE A

Il gruppo degli ospitanti brasiliani, un girone più o meno equilibrato, nel senso che, tolta la squadra di “casa” affidata a quel Luiz Felipe Scolari già iridato nel 2002, per il secondo posto se la possono giocare tranquillamente, e ad armi pari, Croazia e Messico, mine vaganti del torneo. Meno accreditato pare il Camerun, che da anni fatica a far emergere una generazione degna di quella guidata da Eto’o (ancora il leader riconosciuto, nonostante le ultime stagioni lontane dai riflettori). Nella Croazia ci sono tanti giovani, alcuni dei quali impegnati pure in serie A (come Kovacic e Vrsaljko) in ascesa, nel Messico occhio ai giovani “ormai vecchi” Giovani Dos Santos e Vela, finalmente protagonisti in Liga dopo le meraviglie nelle nazionali giovanili.

GIRONE B

Un girone davvero tosto quello capitato in serbo ai campioni in carica spagnoli, che se la vedranno con quell’Olanda finalista 4 anni fa e ancora agguerrita e nel frattempo rinnovata con successo, con il Cile e l’Australia. Chiaro, le Furie Rosse rimangono le favorite e, a differenza proprio dell’Italia post- Berlino, non vedo al momento segni di cedimento nella rosa degli interpreti, anzi, la vittoria in Under 21 certifica la presenza nelle retrovie di talenti che potranno raccogliere alla grande l’eredità dei califfi Xavi, Alonso, Iniesta, Puyol (basti pensare a cosa stanno facendo Isco, Koke, Illaramendi, Montoya o cosa potrebbero dare Morata, Alcantara – fortemente voluto da Pep Guardiola al Bayern), ma le insidie sono in agguato. L’Olanda gioca bene e sforna talenti a getto continuo, è arrivata tanto così per l’ennesima volta a vincere una competizione importante e il marchio di fabbrica è ancora ben impresso a fuoco; nel Cile stanno spopolando da anni gli artefici di una generazione d’oro, quella degli ’87/’88, ancora in forte crescita. I nomi li conoscete bene: Vidal, Sanchez, Isla, ma ci sono pure Medel, Edu Vargas (la meteora napoletana) e i “vecchi” Fernandez, Valdivia dai piedi fatati, Carmona e Jara. Appare in difficoltà l’Australia, comunque squadra solida ed esperta, anche se poco spettacolare.

GIRONE C

Diciamo la verità: ai nostri allenatori il sorteggio ha portato fortuna. Il Giappone di Zaccheroni, portato a ottimi livelli proprio dal tecnico romagnolo, ha buone chances di passare il turno, in un gruppo formato da Costa d’Avorio, Grecia e Colombia. I cafeteros sono i veri favoriti, oltre che la squadra più interessante tra le sudamericane, tolte le due super big. Una Colombia che può annoverare una batteria di talenti non comuni, alcuni dei quali li vediamo all’opera ogni domenica e rispondono al nome di Cuadrado, Muriel, Guarin, Zuniga, Ibarbo, Armero.. ma in rosa figurano anche l’ex pescarese Quintero, uno dei migliori ’93 in circolazione, l’attaccante del Porto Jackson Martinez, a lungo inseguito dal Napoli di Benitez, Teofilo Gutierrez, paragonato con grande audacia a Messi e, soprattutto quel Radamel Falcao, ormai nell’empireo dei migliori centravanti del mondo. Il Giappone, dal canto suo, risponde col fosforo dei talenti offensivi Kagawa, Honda e Okazaki e con l’abnegazione, la corsa e la tenacia degli altri interpreti, caratteristiche tutte ben incarnate nell’interista Nagatomo.

GIRONE D

Il girone dell’Italia: non nascondiamoci, poteva andarci meglio, ma superata la paura, è giusto rammentare che, sporadici episodi a parte che ci stanno nel corso di una lunghissima e prestigiosa storia come quella azzurra, l’Italia difficilmente delude le attese. Quindi, lecito attendersi magari non un percorso semplicissimo, ma le prestazioni, quelle sì. E se Balotelli, Rossi, De Rossi, Buffon, Chiellini arriveranno al top della forma, coadiuvati magari da qualche giocatore rinvigorito dopo un inizio di stagione non facile (penso ad esempio a Marchisio o De Sciglio), o dalle conferme dei giovani Verratti, Florenzi e Insigne, allora potremmo davvero inserirci tra le possibili outsider di lusso. L’Uruguay pare avere un ciclo infinito: in pratica sono gli stessi da 6 anni a questa parte, un nucleo di giocatori capaci di stupire in Sudamerica, con la vittoria meritata in Copa America e al Mondiale Sudafricano. Gente come Cavani e Suarez li hanno in pochi d’altronde. L’Inghilterra appare al varco di una competizione che dovrebbe rappresentare l’ennesima svolta che da quasi due decenni è lungi dall’arrivare. Un torneo super competitivo, come la Premier League, sta andando a discapito del Prodotto Interno Lordo, nel senso che ci vanno a militare tutti i big d’Europa ma i talenti autoctoni faticano tremendamente ad emergere. Più abbordabile onestamente pare la Costa Rica che, al momento, non richiama nomi spendibili dal punto di vista internazionale.

GIRONE E

Eccolo il girone dello “scandalo”, quello toccato in sorte (?) alla Francia di Platini. Francia che, da un punto di vista meramente tecnico, è messa suppergiù nella stessa situazione dell’Italia, con una rosa che ha dovuto necessariamente svecchiarsi e che per anni si è avvalsa degli stessi giocatori vincenti, non favorendo un riciclo naturale degli interpreti. Tuttavia, l’inversione di tendenza pare in piena fase evolutiva e, accanto ai mostri sacri Ribery, Benzema, Evra, dietro stanno imperiosamente scalando posizioni lo juventino Pogba, il madridista Varane, il talento Thauvin, spesso a segno col Marsiglia alla prima stagione da protagonista in Ligue 1 e in generale il gruppo capace di vincere il Mondiale Under 20 pare pronto per grandi palcoscenici. La seconda qualificata potrebbe essere la multietnica Svizzera, che forse verrà allenata da Petkovic. Squadra sbarazzina ma concreta, con giocatori quasi tutti impegnati in top club europei. A Honduras e Ecuador dovrebbero rimanere le briciole, fermo restando l’incognita delle condizioni climatiche, alle quali le squadre americane saranno sicuramente meglio abituate.

GIRONE F

L’Argentina da anni non inanella una vittoria degna di tal nome, se a queste togliamo le frequenti affermazioni a livello giovanile. Tuttavia, mi sento di inserirla di diritto tra le prime 4 serie candidate al titolo mondiale (dietro, o accanto a Brasile, Spagna e Germania), in virtù del fatto che prima o poi Messi vorrà porre fine a ‘sta storia che Maradona ha fatto vincere il Mondiale da solo alla sua Nazionale e lui (ancora) no. Perché la faccenda sta diventando un po’ stucchevole in fondo, ormai Leo ha dimostrato che il paragone è legittimo e che deve “soltanto” potersi avvalere di una vera squadra accanto a lui, come accade da anni col Barcellona, dove in effetti non vince certo da solo, pur essendone la stella più fulgida. Bosnia, Nigeria e Iran paiono avversari modesti al cospetto dell’Argentina, ma specie la squadra ex Jugoslava, all’esordio con la nuova denominazione e infarcita di gente come Dzeko o Pjanic può far male, senza escludere la forza delle Aquile nere africane, desiderose di riprendersi lo scettro di regine del Continente Nero.

GIRONE G

E’ questo, secondo me, il girone più equilibrato, più spettacolare, più “difficile”: accanto a due squadroni europei come Germania – che può davvero raccogliere i frutti di un quinquennio d’oro per la rinascita del calcio tedesco a più livelli, con l’esplosione tra i tanti di Gotze, Reus, Hummels, Ozil, Gundogan, Muller…- e il Portogallo di Super CR7, figurano nazionali solide come Ghana e Usa, probabilmente la più forte tra quelle inserite in quella fascia.

GIRONE H

Questo ultimo invece è il girone più imprevedibile sulla carta, con l’emergente Belgio dei vari Hazard, Fellaini, Witsel, Kompany e Lukaku a sollecitare le fantasie degli appassionati, con la coriacea Russia di Fabio Capello, in grado di acciuffare il pass per il Mondiale diretto, dopo un inizio assai stentato  e con Algeria e Corea del Sud habituè della manifestazione, specie gli asiatici, di cui ormai conosciamo bene le caratteristiche.

Quindi, rischiando una brutta figura, ecco quelle che potrebbero essere le qualificate al secondo turno, dopodiché che inizi la vera danza.

GIRONE A  Brasile- Croazia

GIRONE B Spagna – Olanda

GIRONE C Colombia – Giappone

GIRONE D Uruguay – Italia

GIRONE E Svizzera – Francia

GIRONE F Argentina – Nigeria

GIRONE G Germania – Portogallo

GIRONE H Belgio – Russia

Tutti pronti a Verona per il grande derby tra Hellas e Chievo!

Cresce di giorno in giorno in città l’attesa per il derby veronese tra Hellas e Chievo, in programma sabato alla ripresa del campionato. Un confronto atteso anni, se è vero che gli unici due derby nella massima serie sono stati disputati 11 anni fa, terminati con una vittoria a testa. Pochi però avrebbero razionalmente immaginato che quella prima stagione in A del Chievo sarebbe stata l’inizio di un consolidamento reale nel calcio che conta, intervallato solo da una nefasta stagione (la stessa giunta dopo il culmine dell’anno precedente, quando con Pillon gli uomini della Diga si issarono fino a raggiungere la zona Champions League) e prontamente riscattata l’anno successivo col mister delle promozioni Iachini. Viceversa per la squadra più storica e titolata della città, da lì in poi sarebbe iniziato un vero calvario, costituito da retrocessioni (drammatica proprio quella conseguente il primo derbyssimo), campionati grigissimi in cadetteria, fino al fondo toccato con lo spauracchio C/2 (chiamiamo le cose come stavano, così si… capisce meglio!). Ora le gerarchie sono nuovamente pareggiate, il clima è quello appunto della grande attesa e di uno scontro più “razionale” se vogliamo, meno da “provincia”, sebbene come tutti sanno Chievo altro non è che uno (splendido) esempio di artigianato portato ai massimi livelli negli anni, emanazione di una frazione, più che di un quartiere, altrimenti anche Londra sarebbe piena zeppa di “quartieri” arrivati in Premier!

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Se da una parte l’Hellas si è riappropriato di una supremazia che, sugli spalti almeno, non è mai stata messa in minima discussione, dall’altra è anche vero che il Chievo,seppur in modo graduale, se n’è costruita una più credibile, non più fatta quasi esclusivamente di simpatizzanti, tifosi delle grandi squadre o da città limitrofe (come Mantova e Trento le cui compagini da anni faticano a emergere ad alti livelli, eccezion fatta per i famigerati anni targati Lori) che ne “approfittavano” per vedere all’opera i grandi campioni di Juve, Milan o Inter. Per non parlare di immagini che dilagano su You tube, con le “vecchiette” allo stadio, in “curva” armate di panini imbottiti al salame e torta alle mele, con i propri nipotini. Immagini che sarebbero invero tutt’altro che deleterie se pensiamo al degrado di certi stadi, senza entrare nello specifico di alcune situazioni estreme protagoniste nelle ultime settimane, ma che negli anni hanno suscitato più di qualche ironia.
Dicevo, però, come evidenziato anche da un amico giornalista veronese, Francesco Barana, che negli anni il tifoso medio del Chievo si è avvicinato, se non proprio allineato a quello delle altre squadre, pur mantenendo un alto senso di civiltà, che comporta immancabilmente (ed è un merito spesso sottovalutato) il premio Fair Play di fine anno.. insomma, magari sparuto, ma il pubblico fa anche qui, o lo può fare, la sua parte.

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Nel caso dell’Hellas però questi discorsi sono palesi, evidenti e maggiormente enfatizzati a maggior ragione in serie A, dove forse in effetti mancava da troppo tempo anche agli avversari un paragone simile. Già, perché molti cronisti, giornalisti, specie i più giovani, sembrano quasi meravigliarsi dei cori continui, dei canti incessanti, dei brusii perenni, degli incitamenti in stile inglese (metro di confronto abusato ma che mai come accostato ai “Butei” ci calza a pennello). In realtà bastava si fossero sintonizzati in questi anni anche sulla Lega Pro per capire quanto i “ragazzacci” della Curva Sud non siano solo quelli sprezzantemente dipinti come leghisti, teppisti e violenti. C’è una frangia più estrema, inutile negarlo, come vi è insinuata in ogni latitudine nel calcio, ma la maggioranza di questi tifosi hanno un attaccamento davvero encomiabile ai colori, e seguono la squadra ovunque, in C così come in A, facendo sentire e valere tutto il proprio calore. Quindi, non sarà un derby tra big come Milan e Inter, nella loro storia quasi sempre scontri per il vertice; non sarà una “lotta di classe” come a Torino, dove l’indomito Toro spesso riesce con prestazioni epiche a sovvertire pronostici quasi sempre favorevoli in partenza ai “ricchi”; non saranno le roventi gare di Roma e Genova, quando un derby talvolta funge da volano per dare senso a un’intera stagione e la passione raggiunge livelli di guardia, ma anche il quinto derby dell’anno (mai stati così numerosi e ci auguriamo che possano rimanere così tanti anche negli anni a venire) ha più di un motivo di interesse, e avrebbe meritato alla grande il prime time, anziché venir disputato alle 18, oltretutto creando in città un certo disagio, vista la compresenza di altri eventi importanti nello stesso fine settimana. Ma tant’è, si va verso una sfida da tutto esaurito, e non poteva essere altrimenti, visto il già elevatissimo numero di abbonamenti siglato dall’Hellas Verona.
A livello tecnico, invece, come ogni derby sarà una partita a sé, e certamente la pausa avrà contribuito in entrambi i casi a mettere ordine alle idee, specie in casa Chievo, dove si è consumato il divorzio da Sannino, che aveva raccolto davvero poco in questa prima fase, facendo sprofondare la squadra all’ultimissimo posto in classifica. L’attenuante di una rosa parsa sin da subito più debole rispetto alle precedenti stagioni sta in piedi fino a un certo punto; il fatto è che il tecnico ha saputo con poca convinzione immettere le proprie idee nei calciatori e compito del figliol prodigo Corini, già artefice della squadra miracolo che arrivò in serie A sotto la guida di Delneri, di cui era orgoglioso capitano e della comoda salvezza ottenuta l’anno scorso da subentrato sarà quello di far invertire la rotta. Corini tra l’altro è un ex, avendo giocato – poco causa infortuni – pure con la maglia dell’Hellas.
Hellas che indubbiamente, stando ai numeri attuali, parte favorito. Scivolone col Genoa a parte, che ci si augura rimarginato, rimane la rivelazione del campionato, nel quale da neopromossa, sta mostrando un gioco scintillante, di qualità e ardore, forte di un allenatore che è simbolo stesso della squadra, condottiero nel vero senso della parola: un Mandorlini al top, che sta raccogliendo finalmente anche nella massima serie quanto di ben seminato lungo un’esperienza che l’ha portato anche a vincere oltre confine. Un tecnico che ha messo da parte certe intemperanze, spronato probabilmente anche da una società finalmente impeccabile, seria e competente nelle figure dei pragmatici presidente Setti e direttore sportivo Sogliano, uno dei più giovani e interessanti nel ruolo.
A livello di squadra, il Chievo a mio avviso dovrà recuperare in primis alcuni giocatori parsi l’ombra di sé stessi, specie il francese Thereau, determinante l’anno scorso con i suoi molti gol e assist e far perno su un ritrovato Dainelli (da quando l’ex viola è tornato nei ranghi la difesa è parsa molto solida), oltre che affiancare un uomo di qualità in mezzo al campo a capitan Rigoni, che non può sempre cantare e portare la croce.

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Del Verona ormai si sa quasi tutto, e anche questo fa specie: non si era quasi più abituati a tutta questa attenzione mediatica nei confronti dell’ultima vera provinciale in grado di vincere uno scudetto. Mai come in questo inizio di stagione però titoli ed elogi sono meritati e commensurati al reale valore mostrato in campo dalla truppa di Mandorlini. Un gruppo vero, affiatato, dove elementi di lotta vanno a braccetto con quelli di fioretto. Dove accanto a gente di spessore e qualità vera (il “vecchio” Toni, i giovani Jorginho e Iturbe che tutti ci invidiano, in attesa di vedere all’opera pure Cirigliano), c’è gente da serie A come Romulo, Jankovic e Donati, senza dimenticare l’apporto fondamentale, e in alcuni casi sorprendente, degli elementi protagonisti della grande cavalcata, alcuni addirittura già presenti in Lega Pro (gente come Rafael, Maietta, Albertazzi, Gomez, Cacciatore, Hallfredsson o lo stesso Jorginho). Insomma, un mix che finora, specie tra le mura amiche del Bentegodi, si sta dimostrando vincente, visto che la maggior parte dei 22 punti sono stati incamerati proprio in casa.
Che derby sia allora, e vinca il migliore!

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La Nigeria domina il Messico nella finale del Mondiale Under 17: 3 a 0 per le Aquile africane.

Al Messico non è riuscita l’impresa di bissare la vittoria al Mondiale Under 17, conquistata due anni fa e stavolta disputata negli Emirati Arabi Uniti. Troppo forte a conti fatti la Nigeria, che già nella fase a gironi aveva umiliato i campioni in carica centramericani con un sonoro 6 a 1.

In occasione della finalissima gli africani si sono invece limitati a sconfiggere gli avversari con “solo” tre gol di scarto, ma sul piano del gioco davvero non c’è mai stata partita.

Il Messico, a dire il vero, aveva faticato non poco ad arrivare sin lì, sconfiggendo l’Italia con un 2 a 0 meno netto di quel che si pensa, poi battendo ai rigori il super favorito Brasile degli astri nascenti Mosquito, Danilo e Boschilia, e infine l’Argentina in semifinale (a dirla tutta, una delle selezioni, quella argentina, tra le meno interessanti degli ultimi due decenni).

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La Nigeria invece ha viaggiato sul velluto, e non è certo la prima volta che a livello giovanile finisca per prevalere lo strapotere delle compagini africane: basti pensare che solo le Aquile verdi hanno sinora vinto ben 4 edizioni della manifestazione iridata in questione (1985, 1993, 2007, oltre a quella conclusa ieri). Ma stavolta a colpire sono state soprattutto altre qualità rispetto alla componente meramente fisica e atletica. Ben schierati in campo, con una difesa accorta, abilissima nei fuorigioco e attenta a ogni minimo dettaglio, forte ai lati dove i terzini (da tenere assolutamente d’occhio quello destro, il capitano Muhammed, capace di garantire spinta continua, ripartenze efficaci e prodezze assortite, vedi il terzo gol siglato da lui con una splendida punizione a giro finita sul sette) accompagnano sempre l’azione, veloci come frecce, e a centrocampo dove solidità e leggerezza vanno a braccetto.

Dalla trequarti in su poi spazio all’ariosità e alla pura tecnica delle bocche da fuoco, e per capire di cosa si stia parlando basta guardare l’azione che conduce alla rete del vantaggio africano, da manuale del calcio, direbbe qualcuno! Un contropiede orchestrato in maniera perfetta, completato in malo modo dal difensore messicano Aguirre (comunque uno dei migliori della spedizione biancorossoverde) che, nel maldestro tentativo di anticipare un lanciatissimo Yahaya, spedisce egli stesso la palla nella rete strenuamente difesa fino a quel punto dal bravo portiere Gudino – probabilmente il migliore di tutto il Mondiale.

Nella ripresa raddoppierà l’altro super talento nigeriano, Iheanacho, fantasista abilissimo sul piano tecnico, leggiadro quando parte palla al piede e dotato di una velocità impressionante, anche nello stretto, come si evince dai numerosi triangoli, lanci, passaggi filtranti messi in cantiere durante queste partite mondiali.

Nella semifinale per il terzo e quarto posto non c’è stata proprio storia, con una Svezia mai vista così forte a questi livelli, capace di schiantare con un secco 4 a 1 l’Argentina, grazie a uno strepitoso Berisha, autore di una magica tripletta e proclamato alla fine come capocannoniere del Mondiale.

Crisi Lazio: e se per uscirne si provasse a far giocare i giovani migliori? Cataldi, Tommaso Ceccarelli e Rozzi sono forse peggio di Perea e Vinicious?

Si fa un gran parlare delle esternazioni di  Barbara Berlusconi in merito alla presunta spesa mal gestita da parte della dirigenza negli ultimi anni in casa Milan. Soldi spesi, ma in malo modo, traducendo in modo schietto. Ogni allusione a Galliani è stata ben raccolta e spedita al mittente.

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Anche in casa Lazio le polemiche si sprecano, e la panchina di Petkovic, tecnico rivelazione della passata stagione, ora appare traballante. Ma davvero si possono così banalizzare le crisi di due grandi di casa nostra? A mio avviso le radici dei problemi sono riconducibili a fattori più lontani, da un ridimensionamento in atto da diversi anni, finora compensato dalla bravura dei tecnici, da un pizzico di fortuna (che, per carità, solitamente va in soccorso degli audaci) e dalla forza di un gruppo di giocatori in grado di trascinare e tirare la carretta. Rose ridotte all’osso per qualità, soprattutto se riferite al blasone e alla storia di queste due squadre.

Della Lazio poi, da due anni, vado a scrivere che la coperta è sin troppo corta, e ieri l’allenatore biancoceleste mi ha fatto quasi tenerezza quando gli hanno chiesto come mai continui a cambiare formazione …  lui ha candidamente risposto che non gli è stato possibile materialmente mantenere l’ossatura della sua squadra. Che poi il problema della Lazio, a mio avviso, è proprio questo: da due/tre anni giocano sempre gli stessi, le alternative latitano e i rincalzi non paiono all’altezza dei titolari. Se poi big riconosciuti come Klose e Hernanes giocano col broncio o risultano poco efficaci, ecco che la giostra per forza di cose comincia a girare a fatica.

Anche nell’ultimo mercato, Lotito e Tare, che hanno il merito di aver riportato la squadra a buoni livelli, dopo le sbornie dell’era Cragnotti, non sono riusciti a trovare giocatori in grado di non far sopperire alle assenze dei titolari. Prendiamo ad esempio il reparto avanzato, dove alla fine dei conti il più affidabile vice- Klose appare il “vecchio” riciclato Floccari, più che l’acerbo Perea, con un talentuoso Felipe Anderson ancora alle prese con i postumi di un grave infortunio e in ogni caso di difficile collocazione tattica nello scacchiere del mister. Altre “scommesse” come quelle legate a Vinicious appaiono parecchio azzardate nel contesto di una serie A più competitiva rispetto a 12 mesi fa.

Con una formazione Primavera capace di ottenere risultati straordinari negli ultimi due anni (una finale persa contro l’Inter due anni fa e una trionfale vittoria ottenuta quest’anno), era necessario acquistare a peso d’oro stranieri magari promettenti ma tutti da vedere nel contesto della serie A?

Per carità, non dico che si possa vincere solo con i giovani di casa, o costruire le vittorie sulle spalle ancora troppo strette di acerbi talenti, ma almeno si potrebbero rimpolpare le rose con gli elementi migliori, altrimenti che senso ha dominare a livello giovanile senza raccogliere i frutti alla prova del campo?

Nella Lazio ad esempio gente come Cataldi, mezz’ala trascinatore l’anno scorso in Primavera – e che ora è titolare a centrocampo nel sorprendente Crotone di Drago – non poteva fare comodo? Leggendo un commento della stellina Tommaso Ceccarelli, uno che nelle giovanili faceva davvero la differenza e che ora sta ben figurando in Lega Pro alla FeralpiSalò, mi sono ritrovato d’accordissimo con la sua affermazione riguardo proprio il giovane colombiano Perea?

il fantasista Tommaso Ceccarelli, fenomeno nelle giovanili laziali, ora sta deliziando i palati fini della Lega Pro, alla Feralpisalò... ma meritava una chance tra i "grandi"!

il fantasista Tommaso Ceccarelli, fenomeno nelle giovanili laziali, ora sta deliziando i palati fini della Lega Pro, alla Feralpisalò… ma meritava una chance tra i “grandi”!

Senza mettere in dubbio la forza dell’attaccante neo laziale, Ceccarelli si chiedeva se davvero questo fosse più forte di lui stesso o dell’altro astro nascente delle giovanili biancocelesti, quel Rozzi che ora sta facendo divertire i sostenitori della cantera del Real Madrid! Semplici constatazioni, ma sembra veramente che, a parità di talento (e Ceccarelli e Rozzi ne hanno tantissimo!), vengano sempre privilegiati i ragazzi stranieri, forse perché un nome esotico può fungere da volano per una tifoseria “disattenta” diciamo così. Nomi esteri da dare in pasto a tifosi che chiedono alle società di muoversi sul mercato. Tutto legittimo e valido, se  corroborato dai risultati, ma vanificato spesso dalla prova del campo. E, ripeto, il mio è un discorso generale, magari Perea a fine anno sarà stato uno degli uomini-rivelazione della serie A, però sono del parere che bisognerebbe dare più spazio e possibilità ai giovani, specie quando c’è da costruire qualcosa, da recuperare. Non affidare in toto, altrimenti il rischio di “bruciare” anche quelli più bravi diventerebbe concreto, ma confidare nell’apporto, nell’entusiasmo e nella motivazione e voglia di emergere dei migliori potrebbe essere una soluzione adatta e low coast per uscire da certe sabbie mobili. Anche perché, quando lo si è fatto, ad esempio l’anno scorso utilizzando sempre di più il promettente centrocampista Onazi (classe ’94), protagonista nelle giovanili laziali l’anno precedente sconfitto solo in finale, i risultati sono stati soddisfacenti, visto il buon rendimento offerto dal colored nigeriano (già Nazionale nel suo Paese), sempre tra i migliori anche in questo inizio di stagione.