A cosa servono realmente i vivai italiani, se in campo giocano sempre più stranieri?

Ieri avevo scritto una breve nota su facebook ma che aveva suscitato reazioni e creato una sana discussione. Notavo che tra Roma e Fiorentina, secondo anticipo del campionato di serie A, in campo su 22 giocatori solo 4 erano italiani (e tutti nella squadra capitolina). Ne nasceva una riflessione a caldo, un interrogativo subito da me posto, cioè se sia normale e credibile, al di là dei discorsi di facciata, scrivere, parlare, auspicare ancora un rinnovamento del calcio italiano che parta dalla valorizzazione dei vivai, cosa in teoria scontata e naturale in qualsiasi campionato professionistico, fosse anche il più quotato e il più ricco. Perché quello è il senso di coltivare un settore giovanile: vedere poi raccolti i frutti, che significa nella fattispecie che in prima squadra vadano a finire di volta in volta i più meritevoli. Ma da noi, rare eccezioni a parte (almeno l’anno scorso sono emersi a buon livello sin da subito il polivalente difensore della Roma Romagnoli, classe ’95, già esordiente un anno prima, e il portiere dell’Udinese, migliore nel suo ruolo al Mondiale Under 17, Scuffett). Poco, davvero troppo poco, quasi nulla, questo è il quadro desolante, preludio a un’angosciante spedizione azzurra ai Mondiali. Qualcosa bolle in pentola? Direi proprio di no, a parte gli inutili proclami che da più parti negli ultimi anni, ci siamo quasi stancati di ascoltare. Parole al vento, eppure giustissime, quelle di tanti addetti ai lavori (memorabile l’invettiva di Fabio Caressa contro l’inutilizzo dei giovani e lo scarso coraggio dei nostri tecnici nel lanciarli). Da appassionato di calcio giovanile, e da giornalista che ne segue i campionati a vari livelli, oltre che le competizioni internazionali, mi rifiuto di credere si tratti di una questione di mera qualità tecnica media che scarseggia nei nostri calciatori. Eppure qualcosa deve esserci, qualche intoppo nella crescita, mancanza di personalità, timore nelle giocate, perché magari al primo errore l’allenatore ti castiga rispedendoti in Primavera. Faccio esempi concreti, non riferendomi a qualcuno in particolare….

Lorenzo Tassi, talento precoce dell'Inter che rischia di perdersi a Prato in Lega Pro

Lorenzo Tassi, talento precoce dell’Inter che rischia di perdersi a Prato in Lega Pro

Però quante volte negli anni, spesso proprio dalle pagine virtuali di questo blog, mi è piaciuto segnalare questo o quel giocatore. E non erano nomi buttati a caso, ma gente che spesso e volentieri facevano la differenza nei loro rispettivi campionati. Va beh, un nome lo butto: Lorenzo Tassi, classe ’95, quindi appena maggiorenne, eppure esordiente nel Brescia a poco più di 15 anni prima di passare, con soldi tonanti, all’Inter. Paragoni ingombranti a parte, paura di bruciarlo, eccessiva tutela, inserimento graduale come giusto che sia.. fatto sta che in prima squadra nei restanti 3 anni e mezzo successivi non si è mai visto, fino all’approdo quest’anno nella società satellite del Prato, lega Pro unica. Chiaro, deve dimostrare sul campo il suo valore, i crediti accumulati nelle giovanili sono terminati ma… una gavetta così lunga implica che difficilmente arriverà in tempi brevi in serie A, se ci arriverà, perché le mie statistiche al riguardo sono impietose. Diventi più facilmente un giocatore “di categoria”,  a meno che non sia palese che tu in campo faccia la differenza a quei livelli. Ma qui spesso ci si scontra pure con le logiche di classifica, di punteggi in campionato, e quindi l’allenatore di una squadra che voglia puntare alla promozione spesso si affida su nomi rodati per la categoria. Troppa carne al fuoco, mi direte, non se ne esce più fuori. Ma allora, e qui sono volutamente provocatorio… a questo punto a che servono i vivai? Se nemmeno in condizioni disagiatissime le nostre squadre decidono di affidarsi ai loro migliori prodotti, pescando piuttosto un nome sconosciuto all’estero, come farà il livello del nostro calcio, della nostra Nazionale, a tornare competitivo? I vivai diventano solo una spesa di fatto, servono a creare “posti di lavoro”, nel senso che un 1% di questi forse vivranno da professionisti del pallone.

Buon esordio del fantasista Coman ieri nella Juve: ma allora i giovani stranieri sono più pronti dei nostri?

Buon esordio del fantasista Coman ieri nella Juve: ma allora i giovani stranieri sono più pronti dei nostri?

Ieri abbiamo visto in campo dal primo minuto, lanciato da Allegri nella Juventus, la punta Coman, classe ’96, prelevato dal Paris St Germain, indubbiamente bravo. Perché ai nostri non vengono date queste opportunità? Quando vengono aggregati alle prime squadre, i nostri giovani vengono realmente considerati al pari degli altri o servono solo a far numero nelle partitelle? Si pongono male agli occhi dei loro allenatori? Si comportano ancora “da bambini”? Non credo sinceramente. Eppure manca sempre qualcosa, e nel frattempo da anni ci si dibatte su come far rifiorire il calcio italiano, fermo nelle sabbie mobili ma col serio, concreto rischio di sprofondare completamente

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4 risposte a “A cosa servono realmente i vivai italiani, se in campo giocano sempre più stranieri?

  1. Verissimo. Sempre peggio. L’Inter è l’esempio più lampantte di questa politica. Non seguo molto il calcio giovanile, ma i talenti dell’Under 21 di Mangia sono stati sparpagliati qui e lì senza che nessuno si curasse realmente della loro crescita calcistica. Questo va avanti da un bel po’. E i risultati si vedono già oggi.
    Nella nazionale di Conte (che vorrebbe iniziare un nuovo ciclo) ci potrebbero essere Buffon, Barzagli, Pirlo, Chiellini, De Rossi, Maggio, Pasqual… sette over 30, accompagnati da i vari Bonucci, Marchisio e Osvaldo per un’età media davvero elevata.
    In realtà sulla nazionale ci sarebbe molto da dire, perché non è plausibile un’Italia senza senatori, interamente rinnovata, ma i nostri giovani talenti si bruciano…

    • come non condividere Alessandro ogni tua singola parola. Eppure si continua imperterriti su questa deleteria linea, vedi il caso Cristante, un ’95 interessantissimo, centrocampista completo, in grado alla bisogna di agire in mezzo ai difensori così come di avanzare sulla trequarti. Venduto dai rossoneri al Benfica, dove andrà presumibilmente a sostituire l’altro giovane asso Markovic, volato quest’estate in Premier. E il tutto per avere in prestito Van Ginkel dal Chelsea, sapendo che finirai al massimo per valorizzarlo, col risultato probabile che l’anno prossimo tornerà più forte da Mourinho.

  2. Oltretutto, in questi ultimi anni, qualcuno ha cominciato a far girare l’affermazione secondo cui si investe sugli stranieri, giovani e meno giovani, perché, semplicemente, sono più forti e più preparati dei giovani di casa nostra. Come sa chi bazzica un po’ il mondo dell’informazione, una sciocchezza ripetuta all’infinito e avvalorata da più voci anche autorevoli finisce col diventare una verità, ma per chi ha un po’ di sale in zucca una sciocchezza rimane. Non è assolutamente vero che i ragazzi italiani siano “meno forti”: posso semmai accettare la considerazione che maturino in ritardo, ma sfido! Se stai a fare una inutile gavetta di quattro – cinque anni (se non di più) in campionati che non aggiungono nulla in fatto di esperienza, oppure se fai panchina e tribuna in A, è ovvio che non potrai mai crescere. Come scritto qualche tempo fa in un altro commento qui, siccome non ci arriva nessuno con la propria testa occorrerebbero dei paletti, delle norme ferree, ma dubito che Tavecchio possa fare qualcosa. Figuriamoci.

    • tanta troppa esterofilia, e ci mettiamo pure il caso Cristante – Galliani ha detto che è stato lo stesso giocatore a chiedere di essere ceduto. Sono rimasto molto perplesso dal fatto che anche l’Udinese abbia voluto affidarsi a un portiere straniero, con Scuffet in casa. Non ci siamo proprio, non ho più argomenti validi ormai

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