Recensione di “Mustang”, toccante film sulle contraddizioni della Turchia contemporanea.

L’eco mediatico suscitato dal film “Mustang”, amplificato dalla recente nomination all’Oscar quale miglior film straniero, ma già presente dopo i consensi unanimi di Cannes, è sicuramente comprovato da una storia all’altezza.

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L’opera prima della giovane regista turca Deniz Gamze Erguven, frettolosamente paragonato a “Il Giardino delle Vergini Suicide” (anch’esso un’opera prima, di Sofia Coppola), non può lasciare indifferenti, tesa com’è a raccontare, mediante le vicende di cinque sorelle, tutte le contraddizioni, le fragilità, le debolezze di un Paese, la Turchia, da sempre crocevia di razze e culture, e allo stato attuale ancora incapace di volgere un sereno sguardo al futuro, tenendo di pari passo modernità e tradizioni. Ciò è amplificato soprattutto se si parla della Turchia più periferica, lontana mille chilometri da Istanbul, scenario in cui si trovano forzatamente a fare i conti con la loro adolescenza repressa cinque bellissime adolescenti, orfane di entrambi i genitori e cresciute dalla severa – ma talora comprensiva nonna – e dal dispotico zio. La voce narrante è quella di Lale, la più giovane delle sorelle, che ci guida attraverso il percorso di formazione delle donne del posto, che sembrano andare inevitabilmente incontro al loro segnato destino del tutto (o quasi) passivamente, come la tragica storia di una di loro (Ece) dimostrerà. Un banale episodio di spensierato gioco nello splendido mare turco che bagna il villaggio dove è ambientato il film, con loro a “combattere” cavalcioni su alcuni maschi coetanei, finirà per destare scandalo, “costringendo”  lo zio a un regime sempre più duro di reclusione nei loro confronti. Smetteranno di interagire col mondo esterno, se non tramite pericolose scorribande (vedi durante una capatina allo stadio), non andranno più a scuola, via via inizieranno a smettere i panni delle ragazzine “occidentali” per indossare quelli molto più modesti e castigati delle donne della loro tradizione. Arriveranno persino a mimare quegli stessi giochi che un tempo compivano in modo naturale come tutti i ragazzi.

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Lale però, attraverso le vicende delle sorelle maggiori, riesce a presagire la triste sorte che le spetterà (matrimonio combinato, verifica della verginità e sottomissione) e ben presto si ritroverà ad escogitare dei piani di salvezza, trovando un’alleata nell’ultima sorella rimasta a casa, ma già prossima alle nozze, Nur.

Col fiato sospeso si arriva alla fine del film, che rappresenta una vera possibilità per le due giovanissime protagoniste, grazie al ricongiungimento con l’amata professoressa salutata l’estate precedente, quando si trasferì in città, ad Istanbul. E lo faranno grazie al coinvolgimento di un amico di Lale, molto più grande, che in modo disinteressato troverà il modo di aiutarle. L’espediente finale sembra quasi voler sancire da parte della regista un’apertura del mondo maschile turco nei confronti della donna, e allo stesso tempo considerare quanto una figura chiave, anche se qui solo accennata, come un’altra donna (l’insegnante) possa essere importante come esempio da seguire, dimostrazione che una nuova vita, più libera dove realizzarsi in libertà, sia in fondo possibile.

Un bellissimo film, toccante e delicato, che rappresenterà solo la Francia ai prossimi Oscar, nonostante la produzione sia condivisa con la Turchia. 

Cineforum Cerea ed. 2014/’15: il mio resoconto di fine stagione

Si è concluso con “Bekas- In Viaggio per la Felicità”, invero riuscito a metà, l’appuntamento settimanale con la rassegna del Cineforum in quel di Cerea.
Per me si è trattato di un ritorno, visto che a inizio anni 2000 fui abbonato per 4 anni alla rassegna, poi lasciata per motivi più o meno contingenti.
Dieci anni dopo, essendomi nel frattempo trasferito a Cerea, dove abito da quando mi sono sposato, proprio parlandone con mia moglie Mary, abbiamo deciso di iscriverci, vista la passione comune per il cinema, che ci porta spesso e volentieri a frequentare sale e multisale, a noleggiare ancora di tanto in tanto qualche dvd, oltre che a guardare con piacere le offerte di Sky Cinema.
Il cineforum però è diverso da tutto ciò, perché contempla scelte artistiche alla base molto ragionate, andando giustamente a pescare pellicole note o meno note, ma quasi tutte in grado di distinguersi in vari Festival, manifestazioni d’essai, ecc.
Certo, non tutte le ciambelle riescono col buco, e a volte il rischio è quello di affidarsi sulla fiducia (scusate il gioco di parole) a registi già noti, i quali però possono comunque toppare ogni tanto (come è successo in questa occasione in alcuni casi), o di non saper mantenere una certa coerenza narrativa ma in fondo è bello anche per lo spettatore spaziare fra i generi e recuperare magari dei lavori che nelle sale tradizionali difficilmente passeranno.
Senza alcuna pretesa di obiettività, ecco quindi che volentieri vado a condividere le mie impressioni principali sui film visti in rassegna dall’autunno alla chiusura avvenuta la settimana scorsa. Non sono nemmeno recensioni, perché quelle le scrivevo in modo piuttosto regolare l’indomani, dopo aver visto il film (e quindi sono facilmente rintracciabili all’interno del mio blog). Raramente io e Mary ci siamo trovati in disaccordo, ma è stato bello anche confrontarci in un certo senso.

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IL MIGLIORE: La Teoria del Tutto
E’inutile, nonostante la presenza tra i titoli di film ben più acclamati dalla critica, alla fine è prevalso il cuore… Nel senso che La Teoria del Tutto, che ha messo in scena la storia vera, nemmeno troppo romanzata in fondo, dello scienziato Stephen Hawking, ci ha proprio coinvolti, emozionati, commosso, convogliando una nutrita schiera di emozioni. Il tutto, senza che ne andasse a discapito la qualità del film, non intessendo troppo la storia di sentimentalismo, dosando anzi a mio avviso egregiamente dramma, vita vera e ironia, dote da sempre riconosciuta al mitico astrofisico. Straordinario poi il giovane attore Eddie Redmayne, scelto dal regista James Marsh per interpretare Hawking, che giustamente si è guadagnato l’ambita statuetta degli Oscar come miglior attore.

SUL PODIO

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Lotta serratissima, visto che poi si tratta di due film molto diversi fra loro, ma comunque d’autore nel vero senso della parola.
Alla fine al secondo posto assoluto mettiamo lo stupendo, intenso “Father and Son” del regista Hirokazu Koreeda, sul tema delle adozioni, davanti al biopic “Jersey Boys” del grande Clint Eastwood, sulla vicenda artistica del gruppo r’n’b e soul The Four Seasons e in particolare del suo leader Frankie Valli.
Pur apprezzando Eastwood principalmente come regista drammatico (basta citare solo alcuni titoli, come “Changeling”, “Million Dollar Baby”, “Mystic River”, “Gran Torino”, “Invictus”, o il meno considerato ma a mio avviso bellissimo e toccante “Hereafter”), devo dire che ha centrato in pieno l’obiettivo di raccontare una storia leggendaria, quella appunto del magnifico quartetto vocale italo/americano, dando allo stesso tempo una fotografia in movimento degli Stati Uniti.

FILM MOLTO BUONI, DA VEDERE

Appena giù dal nostro personale podio, vanno comunque annoverati alcuni film comunque reputati molto buoni, e che ci hanno lasciato parecchie suggestioni.
A partire dall’inglese “Pride”, classica storia che riesce a colpirmi, con la sua commistione di commedia, risvolti sociali, un pizzico di musica, dramma e fatti realmente accaduti. Un film davvero meritevole, ambientato negli anni ’80, che narra la vera vicenda dell’appoggio che l’associazione “Gay e Lesbiche” diede concretamente ai minatori gallesi.
Altro film “importante” a livello proprio di tematiche generali è stato il francese “Due giorni, una notte”, sul tema del precariato e della crisi sul lavoro, con una favolosa Marion Cotillard, anch’essa entrata nel novero delle migliori attrici protagonisti ai recenti Academy Awards, dove però si è fermata alla nomination.
Ci ha diviso nel giudizio invece proprio il film che a Hollywood è stato all’unanimità votato come “Miglior film” dell’anno, quel “Birdman” di Alejandro Gonzalez Inarritu (che, secondo me, non sbaglia mai un colpo!) che ha visto rilanciarsi in qualità di protagonista Micheal Keaton, alle prese con una strepitosa prova attoriale, che lo ha fatto immedesimare nel ruolo fino quasi a entrare in simbiosi col suo personaggio. Mia moglie è però rimasta un po’ così, forse ritenendo troppo audace o urticante il messaggio del film. A me invece ha convinto su tutta la linea, proprio per la sua grande forza interpretativa e per il significato di riscatto che in qualche modo pervade tutta la storia.
Certamente di forte impatto ma forse eccessivamente duro è parso invece l’ultimo film di Saverio Costanzo: il suo “Hungry Hearts” è indubbiamente ben fatto, e richiama molti temi di discussione, come la maternità, il confine tra salute e malattia, lo stile di vita che può diventare gabbia ma rimane uno di quei film che probabilmente vanno visti una sola volta, almeno per me sarà così!
Seppur con qualche riserva, legata soprattutto a una regia e a una scenografia che ha come dato una patina al tutto, abbiamo apprezzato anche “The Water Diviner”, con protagonista Russell Crowe. Al di là dell’ottima prova dell’attore neozelandese, qui anche all’esordio come regista, e della presenza della bellissima Olga Kurylenk, a interessare è stata soprattutto la storia, una delle meno note della Guerra Mondiale, ai confini della Turchia.

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Due film che mi sono piaciuti particolarmente e sui quali nutrivo attese modeste sono stati “Jimmy’s Hall” del “vecchio” Ken Loach (uscito di sala ero molto soddisfatto, col senno di poi paragonandolo ad altri suoi film di stampo socio-politico, ammetto che sia stato inferiore) e soprattutto “Suite Francese”. Quest’ultimo non lo conoscevo, pur essendo un abbonato storico di “Ciak”; probabilmente lo avevo snobbato o forse più semplicemente avevo “perso” la recensione. Fatto sta che questo film sui conflitti (veri, della Guerra Mondiale, e amorosi, tra una cittadina francese e un ufficiale nemico) mi è entrato proprio nel cuore, grazie a un’interpretazione misurata, a un’ambientazione ottima e a un flusso narrativo che mai ha evidenziato cadute di tono, mantenendo altissima la concentrazione per tutto lo scorrere dei molti eventi.
Ho trovato positivo, oltre che molto interessante, il docu-film “Io sto con la sposa”, dove si segue il viaggio della speranza di un gruppo di extracomunitari dall’approdo disperato in Italia fino alla lontana Svezia, passando tra mille rischi e difficoltà per mezza Europa.

FILM ALTERNATIVI TRA ALTI E BASSI

Rimanendo in tema di film “etnici”, o quanto meno legati a produzioni indipendenti, alti e bassi si possono riscontrare in questo filone. Se da una parte ha convinto pienamente “Difret- Il coraggio di cambiare”, sulla condizione difficile della donna in alcuni paesi centrafricani (il fatto è ispirato a un episodio vero di cronaca, che ha segnato uno spartiacque nella legislatura di quel Paese, grazie al pesante intervento di una Avvocato dai forti valori), dall’altra ha lasciato piuttosto indifferente l’ultimo film trasmesso in sala quest’anno, il già citato “Bekas-In viaggio per la Felicità”.
Quest’ultimo è rimasto a metà del guado, sia come stile che come intento, visto che il film, se da una parte lascia un finale aperto a tante soluzioni, dall’altra si chiude troppo bruscamente, proprio quando aveva raggiunto forse il momento di maggior pathos, nel contesto di un argomento che aveva potenzialmente molti motivi di interesse, quello dell’esodo di due fratellini iracheni agli albori degli anni ’90, verso la sognata America.
Difficile da catalogare l’egiziano “Factory Girl”, visto con sottotitoli italiani, in lingua originale, nell’ambito della rassegna africana. Storia d’altri tempi, almeno per noi, una favola non a lieto fine, molto semplice nel messaggio e senza particolari richiami autoriali. Meglio sarebbe stato assistere alla biografia di Mandela, ma purtroppo quella sera avevamo un altro impegno!

LE COMMEDIE

Alcune commedie, da sempre nel “roster” del cineforum di Cerea, si sono fatte apprezzare, pur mancando nella serie di quest’anno dei pezzi grossi, come accaduto nelle mie precedenti esperienze. Godibile in particolare abbiamo trovato il francese “Barbecue”, sul senso dell’amicizia in un gruppo di cinquantenni, mentre è stato intrigante “Gemma Bovery”, anche se in questo caso, proprio sul finire gli scenari cambiano, così come il tono generale del film, al punto che viene difficile definirlo film di puro intrattenimento. Mi ha incuriosito però, e penso proprio che mi procurerò la Graphic Novel di successo da cui è tratta (ps, credo recupererò anche il romanzo da cui è tratto “Suite Francese”, visto che mi è stato caldamente consigliato da un amico fidato!).
“Meraviglioso Boccaccio” ha invece diviso i nostri gusti: a Mary è piaciuto, a me così così, perché in genere i film a episodi non mi garbano (e avendo questo a che fare con il “Decamerone” dovevo in qualche modo metterlo in conto!). Grande cast di attori ma una certa discontinuità nella resa dei singoli racconti personalmente l’ho riscontrata.

FILM SUFFICIENTI, SENZA INFAMIA E SENZA LODE

Tre film che meritano la sufficienza ma che, col senno di poi, non mi hanno lasciato granchè in termini di emozioni sono stati “Diplomacy”, film francese sulla Seconda Guerra Mondiale, “Le Meraviglie” (ammetto di non averlo capito molto, di non essere entrato nel mood del film, anche se dopo i commenti del grande Paolo Fazion, colui che presenta la rassegna e apre al dibattito, dandoci tanti spunti di riflessione e ogni volta delle chiavi di lettura nuove, la settimana successiva alla visione delle pellicole, qualcosa in più vi ho compreso, soprattutto riconoscendone una qualità intrinseca di fondo.
Altra pellicola che, per sua natura, essendo principalmente girata in piano sequenza, senza molta azione, non ha smosso molto a livello emotivo, è “Ritorno all’Avana”, forse perchè nel mio immaginario prevedevo una storia più ad ampio respiro, considerando che l’argomento è fra i miei maggiori interessi di studio. Intendiamoci, il regista Laurent Cantet, lo stesso che mi aveva travolto con il suo precedente “La Classe”, di cui mi ero prontamente procurato il dvd, ha confezionato un documento solido, intenso, mettendo in scena in pratica un dialogo lungo una notte di un gruppo di vecchi amici su una terrazza della Capitale cubana, dando così il “pretesto” per raccontare in realtà gli ultimi 40 anni della vita sociale e politica dell’intero Stato, dominato dal governo Castro. Forse proprio la struttura narrativa, tutta incentrata su dialoghi, è stata rischiosa come scelta, non era facile mantenere due ore lo spettatore attento e partecipe, fermo restando che alcuni riferimenti, ai meno appassionati di storia cubana, potevano anche sfuggire.

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FILM DELUDENTI O COMUNQUE SOTTO LE ASPETTATIVE

Ci sono a conti fatti cinque film che mi hanno deluso, lasciandomi in alcuni casi l’amaro in bocca, in altri abbastanza indifferente.
I primi due sono italiani e mi spiace constatarlo, visto che consideravo uno dei punti di forza del cineforum di Cerea proprio quello di proporre film italiani di qualità. Ma né l’innocuo “Perez.”, né tanto meno “Il Ragazzo d’oro” di Pupi Avati, a mio avviso, avevano queste caratteristiche. Mi aspettavo molto da Avati, uno dei miei registi italiani preferiti, non ho problemi ad affermarlo, ma stavolta la storia, che presentava un tema forte, come quello del talento “schiacciato” dal disagio, che poi sfocia nella follia e alla malattia riconosciuta, non è stata sviluppata al meglio, lasciandomi perplesso e sostanzialmente amareggiato.
Del francese “Sils Maria” non si può dire sia brutto, però secondo me si gira e rigira su sé stesso, non decollando mai e arrivando a definirsi quasi come claustrofobico, un meta-film, visto che tutta la vicenda ruota sulla vita di un’attrice che deve re-interpretare un suo vecchio film di successo a teatro, impersonando però un altro ruolo, cosa che le causerà una forte crisi interiore.
Il biopic “Turner” invece ha entusiasmato una fetta cospicua di spettatori, ma non il sottoscritto. Al di là della forza del personaggio, il famoso pittore inglese, ho faticato enormemente a seguirlo, trovandolo molto pesante, lungo e noioso… e sì che solitamente Mike Leigh è il classico regista “da cineforum”, sul quale andare sul sicuro.
Peggior film dell’anno a nostro avviso, è stato “Storie Pazzesche”! Forse non ero nella serata giusta, forse mi aspettavo molto, visto che era finito nella cinquina dei candidati come miglior film straniero ai recenti Premi Oscar, forse perché come detto i film a episodi, racconti non fanno per me, insomma… ci siamo a un certo punto addirittura assentati prima, senza aspettarne la fine. Il carattere estremamente grottesco delle storie, lo stile spiazzante, il linguaggio e le azioni volutamente cruenti, atte a sconvolgere il pubblico, non ha attecchito con me… Chiaro, il titolo già alludeva chiaramente che di storie fuori dall’ordinario si trattava, però niente da fare, qui ho messo la pietra sopra, anche dovesse passare fra un po’ di tempo in tv.

In fin dei conti comunque devo dire che il quadro generale è positivo, e mi ritengo sostanzialmente soddisfatto delle proposte. Certo, mi sarebbero piaciuti altri titoli inseriti, come il nuovo di Moretti, oppure quello di Olmi, per non dire di “American Sniper”, “Boyhood”, “Whiplash”… però mi rendo conto sia anche difficile accedere a così tanti titoli e bisogna ammettere che lo sforzo dei responsabili per garantire una rassegna interessante è stato grande e in questo senso ammirevole. Perciò, ci salutiamo con la promessa di rivederci più che volentieri a settembre per la nuova edizione.

“Storie pazzesche”… ma per lo più assurde, ridicole e senza senso, quelle presentate da Pedro Almodovar!

L’avevo già scritto di getto su facebook, appena usciti dalla sala, che il film visto ieri al cineforum mi aveva ampiamente deluso. Sto parlando di “Storie pazzesche” che nei titoli iniziali è preceduto, inducendoti in tentazione, dalla dicitura “Pedro Almodovar presenta”, un po’ come – Paolo Fazion dixit – accadeva in passato anche con un ciclo di sceneggiati presentati dal grande Hitchcock. Il monito del nostro bravissimo relatore, sul fatto che spesso fossero proprio quelle premesse dell’indimenticato regista la parte migliore dei filmati, purtroppo si è avverato anche con questa accozzaglia non sense dai toni prettamente grotteschi.

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E sinceramente mi stupisco che un titolo del genere, che pure sta raccogliendo diversi consensi di pubblico anche in Italia, possa essere stato scelto nel contesto di un cartellone al solito molto selettivo e di buonissima caratura, quale una rassegna cineforum che si rispetti dovrebbe essere (e quella proiettata a Cerea, che negli ultimi 13 anni ho avuto modo, seppur saltuariamente, di frequentare e apprezzare molto, lo è eccome!). Per carità, ho pure pensato che forse, anzi, sicuramente, ieri non ero proprio dell’umore giusto e abbastanza concentrato per cercare di capire i significati nascosti dietro tanti racconti apparentemente slegati e senza un filo logico che potesse ricondurci a un comune “motivo”, se non quello di rappresentare, da titolo, delle storie invero pazzesche, ma direi meglio assurde, estreme. No, non sono bigotto, nè del tutto sprovveduto in fatto di film. Potrei ridurre il tutto a una mera questione di gusti personali, e non essendo io un critico cinematografico, ma solo un grande appassionato di film, specialmente quelli d’autore, sarebbe plausibile la cosa. Credo però che il problema sia proprio riconducibile alla troppa varietà di atmosfere, di storie, senza che nessuna potesse simboleggiare al meglio l’obiettivo del regista Damian Szifron. Gli Almodovar (oltre al noto regista ha co-prodotto la pellicola anche Agustin) sono rimasti stavolta dietro le quinte e forse, come tutti credo, mi aspettavo fosse almeno in parte rispettato il genio di Pedro. Ripeto, ok che io non amo le scene grottesche e paradossali, tuttavia ritengo che in questo film avrebbero dovuto per lo meno riuscire, oltre che a suscitarmi fastidio o farmi ridere, anche lasciarmi qualcosa, farmi riflettere. Per carità, le storie sono state sin troppo forti, impossibile che risultassero indifferenti agli sguardi degli spettatori, ma non ho colto dove volessero andare a parare, tanto che dopo il racconto  sul tentativo di risolvere, a suon di milioni di dollari, un omicidio, per la prima volta in vita mia sono uscito con mia moglie dalla sala prima che finisse il film. C’è sempre una prima volta per tutte le cose, ma il mio apice in fatto cinematografico pensavo di averlo raggiunto tanti anni fa, quando mi addormentai alla visione dei simpatici eroi d’infanzia Flinstones!

“torneranno i prati”, l’ultimo intenso film di Ermanno Olmi sugli orrori della Grande Guerra

Attendevo con ansia l’ultimo film del grande regista Ermanno Olmi, sui tragici fatti della Grande Guerra. Nel centenario della commemorazione di quell’infausto evento che cambiò per primo le sorti della comunità del secolo scorso, una prospettiva intima, raccolta e senz’altro lucida come quella del Maestro mi sembrava un’occasione proprio da non perdere.

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Già in passato Olmi con grande rigore aveva trattato tematiche belliche, andando però a scandagliare il quotidiano, la vita dell’umile gente nel riuscito “Il Mestiere delle Armi” ma qui ha fatto, se possibile, un passo in avanti. Senza nulla concedere alla “spettacolarizzazione” della guerra (d’altronde proprio non gli si addice come stile) Olmi decide di fare entrare lo spettatore in trincea assieme all’esiguo gruppo di soldati asserragliati sulla linea di confine col campo austriaco. E’ una guerra che pare ferma, immobile, come il tempo che non passa mai, o scorre lento, nell’attesa di un qualcosa di non tangibile che sempre più prende le sembianze della morte. Dimenticati dai più. logorati, malati e affamati, i soldati sembrano aver perso le speranze di ritorno a casa, gli stessi che ancora si azzardano a pronunciare simili parole vengono poi quasi immediatamente smentiti dalla realtà dei fatti. Un film essenzialmente unico, perchè girato quasi in presa diretta e ricostruendo minuziosamente il clima rigido, quasi insostenibile e l’atmosfera opprimente in cui si trovava a versare il commilitone. Girato sull’Altopiano di Asiago, e ispirato non solo al racconto “La paura” di Federico De Roberto del 1921, ma anche ai ricordi in presa diretta dell’ottantatreenne regista sentiti dal padre (come lui stesso sottoscrive al termine del film, fra i titoli di coda), è un film quasi in presa diretta, senza azione, se non quella realistica dei fatti che si sono succeduti nell’arco di una notte intera, l’ultima per quei soldati, ormai stretti nella morsa dei mortai avversari e bombardati. Dura poco più di un’ora e quindi va a coprire anche cronologicamente l’evento, che poi altro non è che il susseguirsi della snervante attesa. Qualcuno, come l’attento amico Gianluca Merlin, ha tirato in ballo in un commento a un mio post su facebook (scritto a caldo, appena uscito dalla sala) il film “Uomini contro” di Francesco Rosi e forse il paragone può starci, anche se qui è più evidente e predominante la sensazione di perdita di tutto, dalla dignità alla speranza, dalla fiducia alla concezione di sè stessi come uomini e non come “carne da macello”. Un film straziante, indubbiamente, sin troppo realistico, buio, crudo come lo è in fondo ogni tipologia di conflitto.

“Sole a catinelle”: alla fine anch’io ho pagato il tributo! Ecco cosa penso del buon Checco e del suo film campione d’incassi

Spesso all’interno di questo blog mi sono prodigato in recensioni di spettacoli o di film: non sarà questo il caso, ma non perchè voglia fare lo snob o sbolognare il film in questione come il classico film campione di incassi e poco interessante ai fini di una disamina più accurata. No, perchè il film di Checco Zalone, visto nel weekend dopo che era già uscito da settimane e dopo che, con amarezza, si erano già viste e commentate alcune delle battute più fulminanti della pellicola (strategia non del tutto condivisa dallo stesso protagonista quella dell’eccessiva esposizione su Internet di alcune scene topiche), non è assolutamente un “cattivo” prodotto, specie se paragonato ai celeberrimi cinepanettoni che per decenni ci hanno accompagnati in questa stagione, a suon di parolacce, volgarità e doppi sensi. Armi che in parte costituiscono anche la “poetica” del buon Luca Medici, ancora in sodalizio vincente con l’amico Gennaro Nunziante, alla sceneggiatura e regia, in “Sole a catinelle” avviato a polverizzare – che non l’abbia già fatto dopo questo ulteriore weekend da tutto esaurito nelle sale – il precedente record di una produzione italiana, appannaggio del suo “Che bella giornata”.

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A mio avviso, “Sole a catinelle” racchiude il meglio delle sue due produzioni: chiaro, facessimo una disamina seria, da critici cinematografici, quali non siamo, non spenderemmo troppe parole… in fondo di una commedia atta a svagare, più che a indignare o riflettere, si tratta, anche se Zalone ha saputo ben miscelare, nel contesto di una storia che, se letta con occhi attenti, sa di malinconico, le sue anime, giocando sulla parodia, sul sarcasmo, ma anche sulla semplicità e sull’ignoranza, spacciata per tale, finanche a creare degli antipatici equivoci, visto che invece il ragazzo pare evidentemente conoscere i segreti del suo successo, ottenuto in maniera assolutamente meritata, ripensando alla sua lunga gavetta.

Zalone mette in scena una crisi famigliare, che è anche specchio di una crisi più allargata e invita all’ottimismo, in un senso però trasfigurato: l’ottimismo figlio di una decade, per non dire di un “ventennio” impregnato di “berlusconismo”. Ci sono ancora le parolacce, una sola scena davvero volgare, ma ciò che colpisce è proprio il fatto che da tempo ormai, abituati a una tv sempre più degradata nell’ospitare personaggi di bassissima lega, non ci si scandalizza certamente per un “coglione” o uno “stronzo” buttato lì, ma al di là di questo, il film, pur giocando su molti stereotipi riesce nell’intento di far ridere in maniera genuina, grazie alla simpatica faccia del protagonista, che anche quando scade nel “politicamente scorretto” (specie quando si trova a che fare con la malattia dell’amico del figlio) risulta comunque divertente, senza urtare troppo la sensibilità altrui.

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Peccato il contesto generale… come capita sovente in occasioni di eventi dove la partecipazione della gente è altissima, in sala si è trovato di tutto e di più. Gente che ha parlato dall’inizio del film, intere famiglie con bambini disinteressati (piccola postilla, già messa in evidenza da altri.. il film non è adatto e comprensibile per i bambini, diciamo sotto i 10 anni di età), un vociare incontrollato, come può succedere se si va ad assistere, chessò, a un concerto di Vasco, dove per alcuni conta soprattutto esserci.

“Una piccola impresa meridionale”: un piccolo grande film!

L’attesa seconda prova registica del poliedrico Rocco Papaleo, reduce dal buon successo di pubblico e critica del precedente “Basilicata coast to coast” è stata ampiamente ripagata.

Tornato in scena con “Una piccola impresa meridionale”, l’attore lucano mette in luce le peculiarità che avevano reso il suo esordio un piccolo gioiello.

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Senza addentrarci nella trama – il film è appena uscito e vorrei evitare degli “spoiler” qualora qualcuno dei miei lettori avesse intenzione di vederlo – mi basta scrivere che si tratta di un film dai toni esistenziali, fatto di sguardi, riflessioni, maestosi paesaggi. Un film che racchiude tante microstorie, di personaggi loro malgrado respinti, finanche “sbandati”, abbandonati o costretti alla fuga, una fuga interiore, per scappare dall’ipocrisia della gente maligna.

Un film che è un inno all’unione, un’unione di intenti nel momento di maggior difficoltà, che contribuisce ad abbattere le solida mura che i personaggi si erano “costruiti” a mo’ di autodifesa. La forza che scaturisce dall’ingegno, dalla condivisione.

Un bel film, che tuttavia, a differenza del primo, più a fuoco, carbura lentamente, man mano che si inseriscono nella trama alcuni risvolti, fra tutti l’arrivo, certamente non in pompa magna della “piccola impresa meridionale”. composta da un tuttofare (murature, manutentore, imbianchino), il suo socio ex circense e la piccola figlia del titolare della ditta.

Cast riuscitissimo, con un intenso Scamarcio, qui pure alle prese come cantante, una riconfermata Claudia Potenza, magnetica come al solito, una Sarah Felberbaum bravissima anche nella dizione – deve interpretare una rumena – e una Bobulova mai così procace.  Su tutti però, a mio avviso, spicca Giuliana Lojodice, nei panni della madre di Papaleo. L’attrice barese settantatreenne mancava da più di dieci anni dal grande schermo (è stata più attiva a teatro e in tv, pur avendo esordito addirittura nel 1960, diretta da Fellini ne “La Dolce Vita”) è assai efficace nel ruolo prestatole dal regista, e conquista con la sua metamorfosi avvenuta verso metà film.

Ultime annotazioni riguardano un’accurata colonna sonora, che conferma l’inclinazione jazz del regista e lo splendido scenario costituito dall’ambientazione: l’intero film è girato in Sardegna, precisamente in provincia di Oristano, nonostante non se ne faccia cenno nel corso della vicenda e gli sfondi, le scene, i paesaggi lasciano letteralmente senza fiato.

Benvenuto Presidente, il nuovo illuminante film con protagonista Claudio Bisio. Magari fosse vero un presidente simile… eppure basterebbe poco!

Mi capita non di rado di valutare positivamente alcuni film che non erano nei miei “programmi”. E’ successo anche sabato: ero in giro con Mary, una giornata molto positiva ma anche lunga e un po’ stancante, e quindi avevamo bisogno di una coda finale a base di McDonald’s e cinema, visto che la sala dove solitamente andiamo è lì dietro l’angolo.

Il film che avevamo in mente era già iniziato… maledetta coda al Mc!!!

Ma la mia ragazza con un colpo di genio mi ha chiesto se mi andava di passare dal cinema Mignon, quello del nostro paese, visto che spesso e volentieri capitiamo lì. Il fatto è che eravamo fuori zona, era già tardino e non sapevamo che film proiettavano. Poco male, per fortuna esiste Internet e l’acceleratore sulle macchine, così siamo riusciti a sederci davvero comodi per la visione dell’ultimo film di Claudio Bisio, “Benvenuto Presidente”.

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Un film che è un po’ una favola (lo capiremo alla fine), ma una di quelle amare, che magari fanno ridere, ma il secondo dopo ti prende l’angoscia perchè in storie simili, come anche in “Viva l’Italia” di Massimiliano Bruno, recensito mesi fa, di finto c’è ben poco e quello che vediamo trasfigurato, magari addolcito dal sarcasmo, è la pura realtà, la nostra verità.

Al di là del fatto che la questione del Quirinale è appena stata decisa, con una scelta che sa di passato remoto, questo film del giovane Milani mostra un Bisio in gran forma che dapprima è giustamente spaesato col cambio improvviso di vita ma che poi dimostra davvero quali sarebbero le soluzioni ideali, e tanto semplici, per vivere tutti bene e meglio! L’uomo comune al potere? No, tranquilli, non è uno spot pro M5S, qui di esaltati neo politici non ce ne sono, c’è solo un presidente che con la sua spontaneità e la sua umanità mostrerà ai detrattori che più che spendere milioni in campagna elettorale, sono i buoni sentimenti, il sentire comune con la povera gente, l’esempio concreto a fare la differenza e a raccogliere consensi.

Un film illuminante, divertente, umano, vicino al popolo, ma proprio per questo tristemente e altamente irreale, disarmante! Da vedere!