Intervista a Giuseppe Nicolao, grande talento uscito dalla Primavera del Napoli che quest’anno si sta rilanciando – “E’ giunto il momento di recuperare il tempo perduto”

Giuseppe Nicolao, classe 1994, attualmente è uno dei punti di forza dell’Olympia Agnonese, società molisana rivelazione del girone F della serie D. Di recente ha ottenuto due importanti riconoscimenti individuali, essendo stato votato come migliore giocatore del girone F e risultato il vincitore della “Scarpa d’Argento Molise”. Come tutto il mondo del calcio (e non solo) si è dovuto fermare sul più bello per cause di forza maggiore, legate all’espandersi tremendo del coronavirus, proprio quando stava recuperando finalmente il terreno perduto, lui che era considerato giustamente dagli addetti ai lavori uno dei calciatori più promettenti dell’annata 1994.

Ciao Giuseppe, come stai? E’ un piacere chiacchierare con te, da appassionato di calcio giovanile ho un ricordo vivido di te e delle tue qualità e ti ho sempre seguito negli anni. Dove ti trovi in questo momento così delicato per tutti noi?

Ciao Gianni, il piacere è mio. Sono a Nocera perché dopo l’ultima partita giocata ero tornato qui, poi dovevo rientrare il martedì successivo ad Agnone per allenarmi, solo che proprio lunedì era uscito il decreto per cui non ci si poteva spostare fuori Regione. Per di più erano stati annullati gli allenamenti, quindi nella sfortuna diciamo che mi ritengo fortunato perché almeno qui ho i miei famigliari vicini, sono a casa mia e c’è anche la mia fidanzata (la sorella del suo ex compagno nelle giovanili del Napoli, l’ungherese Novothny)

Da quest’anno tu sei in Molise, nell’Olympia Agnonese. Come sta andando questa nuova esperienza? I risultati mi sembrano sorprendentemente positivi!

Abito in Molise con la mia fidanzata da quando sono venuto a giocare qui. L’esperienza è molto positiva, qui sto benissimo sia dal punto di vista sportivo che da quello umano. Quando mi ha chiamato mister Rullo, ho accettato subito, anche perché lui è stato un grande calciatore, oltretutto nel mio ruolo. Quindi, chi meglio di lui mi può aiutare a crescere ancora? Qui ho trovato una grande società a livello umano, il Presidente e il Direttore sono persone per bene, squisite, non ci fanno mancare nulla. Anche le persone allo stadio fanno la loro parte: qui siamo tutti una famiglia. Agnone è un piccolo paese, trovi soddisfazione perché ti conoscono tutti, ti incitano e alla fine ti affezioni alle persone che ti sono vicine.

Rullo è un allenatore molto giovane, del 1984, e ha giocato fino all’anno scorso. Come lo hai trovato in questo nuovo incarico? Cosa ti sta dando a livello calcistico in questa stagione?

Sì, lui è alla prima esperienza da allenatore ma sta facendo bene, è un grande allenatore e ha uno staff molto preparato, insieme curano ogni minimo particolare. Poi sa entrare nella testa dei suoi giocatori, ti aiuta tanto caratterialmente ma soprattutto è un grande uomo fuori dal campo. Da giocatore poi ha giocato a lungo in serie A, ha una grandissima esperienza che ci trasmette nel migliore dei modi.

Allenato da Zeman fra l’altro in una stagione storica per il Lecce, una squadra che diede spettacolo conseguendo il secondo miglior attacco del campionato, dietro solo ai Campioni d’Italia della Juventus. Quindi direi che dietro ha una buona scuola.

E’ stato allenato da Zeman, Mazzarri e altri allenatori importanti, ha avuto una grande carriera”

Come accennato nell’introduzione, l’Olympia sta disputando un’ottima stagione. Tralasciando squadre come Matelica e Campobasso, in lotta per la promozione, voi siete lì a ridosso dei playoff a giocarsela con la Vastese. Era preventivata la cosa? Quali obiettivi avevate a inizio stagione?

Noi siamo partiti per la salvezza, non immaginavamo certo un campionato a ridosso dell’alta classifica. Diciamo che le squadre che hai citato hanno speso 10 volte tanto rispetto a noi, possiedono un budget diverso, hanno giocatori che guadagnano tantissimo. Noi siamo una squadra di giocatori umili, con alcuni che dovevano ripartire dopo annate magari un po’ sfortunate, chi per infortuni, chi si è trovato in situazioni dove si è retrocessi e siamo ripartiti tutti insieme: infatti la nostra forza è il gruppo. Stiamo facendo un campionato incredibile!

Una posizione in classifica che non è frutto del caso, visto che c’è tanta continuità di prestazione e di risultati, quindi direi che vi trovate lì con pieno merito. Qual è il vostro segreto?

I risultati sono il frutto della prestazione, il nostro mister ama proporre un calcio bello propositivo, offensivo, si entra in campo senza temere mai l’avversario. Sai, solo all’inizio eravamo partiti un po’ al rallentatore, le persone ad Agnone si stavano preoccupando, però quando c’è un allenatore nuovo è normale che ci voglia del tempo, anche per amalgamare il gruppo, per far passare dei concetti diversi, delle nuove tattiche di gioco. Per assemblare il tutto ci voleva un po’ di pazienza e il tempo sta dando ragione al mister, siamo contentissimi di quello che stiamo facendo.

Tu sei sempre stato, sin dalle giovanili, un terzino sinistro di quelli che spingono tanto sulla fascia. Per uno delle tue caratteristiche, con un calcio offensivo ci vai a nozze, vero?

Sì, a me piace molto attaccare, in ogni azione cerco di portare avanti l’uomo, di facilitare il compito del mio compagno con le sovrapposizioni sulla fascia. Cerco di dargli delle soluzioni diverse, poi sta a lui decidere se passarmi di nuovo la palla o tirare ma io cerco sempre di farmi trovare pronto.

Giuseppe Nicolao con la maglia dell’Olympia Agnonese

Tu sei nato terzino o da piccolo eri il classico attaccante che segnavi caterve di gol e poi sei stato arretrato successivamente?

No, io ero un attaccante di fascia fino a quando sono andato a Napoli a fare il provino a 13 anni. Un giorno l’allenatore Nicola Liguori durante gli allenamenti mi ha cambiato di ruolo, arretrando la mia posizione e da quel momento in poi ho sempre fatto il terzino. E’ grazie a lui quindi se sono diventato un terzino sinistro, mi ha insegnato tante cose così come successivamente Sormani e Saurini, che sono tecnici molto preparati.

E questo mi sembra proprio il tuo ruolo ideale, magari da giovane chi ha più qualità spicca da attaccante ma poi una volta arrivati in un vivaio importante, un allenatore ha la capacità di inquadrare le caratteristiche di ogni singolo giocatore per farlo esprimere al meglio. E direi che è stata la tua fortuna perché come terzino sei arrivato in Nazionale giovanile, hai fatto spesso  la differenza fra i tuoi coetanei e adesso addirittura arrivano questi riconoscimenti come miglior giocatore del girone f e la “Scarpa d’Argento del Molise”. Ti aspettavi questi riscontri tu che poi sei anche un “forestiero”? (Permettimi la battuta)

È stata indubbiamente una bellissima soddisfazione, ringrazio tutti quelli che mi hanno apprezzato e votato. Ho una bella esperienza alle spalle con la Primavera del Napoli, lì mi sono messo in luce e ho fatto tutte le Nazionali giovanili, ho giocato con gente come Murru, Rugani, Romagnoli, sono state belle emozioni, le mie soddisfazioni me le avevo prese anche allora.

Ricordo quelle annate e direi che ci stavi alla grande in mezzo a futuri calciatori di serie A. Ripercorrendo la tua carriera mi viene da pensare che avresti potuto legittimamente ambire a giocare ad alti livelli. Ti va di aprire l’album di ricordi?

Certo! Durante l’esperienza con il Napoli, nella finale di Coppa Italia Primavera nel 2013 perdemmo solo ai supplementari contro la Juventus ma disputai una buona gara. L’allenatore dei bianconeri era Barone che mi notò e mi portò l’anno successivo a Lanciano in serie B. Nella mia carriera a un certo punto sono stato perseguitato dalla sfortuna, mi sono rotto crociato, collaterale e quindi sono dovuto ripartire dalla serie D.

Una classica azione di Nicolao sulla fascia sinistra ai tempi della Primavera del Napoli

Vederti in D, categoria dignitosissima e con società che spesso non hanno nulla da invidiare a quelle professionistiche, mi dispiace molto, conoscendo le tue qualità. So che di storie come la tua ce ne sono purtroppo tante, penso anche al difensore Allegra, ex Napoli che hai ritrovato quest’anno ad Agnone, però davvero tu meriteresti di più e sinceramente visto che hai solo 26 anni, credo avrai modo di salire di categoria. Voglio dire, questi riconoscimenti non sono certo casuali, ci credi ancora?

Lo spero, io continuo a credere nelle mie qualità e questi premi sono per me una bellissima soddisfazione, per tutto quello che ho fatto, ma non solo in campo, perché quello è sotto gli occhi di tutti. Quello che magari non è sotto gli occhi di tutti sono i sacrifici che ho fatto. Io ci metto l’anima in quello che faccio, vado a dormire col pensiero della partita, sono un professionista e sto attento a tutti i particolari. Queste riconoscimenti mi gratificano e mi danno ulteriore spinta per continuare a migliorarmi. Il calcio è la mia passiona, la mia vita!

Beh, direi che non solo gli sforzi ti stanno finalmente premiando ma che pure l’altro aspetto, quello umano, ti viene riconosciuto. Infatti, anche durante l’esperienza sfortunata dello scorso anno, culminata con la retrocessione del Rotonda, tu eri stato benvoluto e ne sei divenuto il capitano. Quando hai subìto il tuo primo infortunio serio? Fu a Melfi dopo le prime esperienze fra i grandi?

Proprio così. Come detto, la mia prima esperienza è stata in serie B, poi sono andato a gennaio a Viareggio in serie C per accumulare esperienza e lì le ho giocate tutte, sotto la guida di mister Lucarelli. L’anno successivo sempre in C sono andato in una grande squadra, l’Alessandria, era in pratica come una serie B. Purtroppo ho avuto problemi al tendine d’Achille e sono stato fermo un bel po’, fino ad arrivare all’anno dopo ancora, quando mi trasferii a Melfi. Feci le prime dieci partite molto bene poi in casa del Messina mi sono rotto il ginocchio ed è iniziato purtroppo il mio calvario. C’ho messo un bel po’ di tempo a recuperare, ho interrotto la mia corsa nel calcio dei professionisti, non sono stati momenti facili.

Mi interessa capire come hai vissuto quei momenti a livello psicologico soprattutto: eri lanciato, stavi facendo la tua gavetta (come capita a quasi tutti), eri giovane e ti capita questo lungo stop per un brutto infortunio. Sei dunque dovuto ripartire dalla serie D ma, a parte ciò, hai mai avuto paura di non poter tornare a esprimerti ai tuoi livelli?

Dopo l’infortunio ho sofferto tantissimo, specie all’inizio della riabilitazione avevo paura, andavo a dormire col pensiero che non sarei più tornato quello di prima. Non fu solo l’infortunio quindi a preoccuparmi, fu difficile a livello fisico ma anche mentale, ho avuto bisogno di tempo per assorbire il trauma. Ricorderò per sempre il giorno in cui mi sono liberato dalla paura di non farcela più… ero ritornato quello di prima, me ne accorgevo giorno dopo giorno, da come sterzavo la gamba, da come appoggiavo il piede senza più sentire dolore. Fu una sensazione bellissima! Quindi posso ben dire che questi infortuni si superano, io ci sono riuscito soprattutto grazie all’amore della mia famiglia e della mia fidanzata che mi sono sempre state vicino. A loro devo tutto e spero di avere altre grandi soddisfazioni, perché le voglio condividere tutte con loro.

Io te lo auguro e penso sinceramente che otterrai ancora dei risultati, tutti stanno notando la tua ottima annata e il tempo è dalla tua parte. D’altronde ho visto tanti calciatori promettentissimi, che hanno disputato Mondiali Under 17 e Under 20 che purtroppo per svariati motivi non hanno fatto carriera. Le ragioni sono molteplici: infortuni, divergenze con gli allenatori, la poca pazienza che magari porta uno a scendere di categoria per giocare e poi finisce ingabbiato lì, altri che si ritrovano in società che poi sono fallite. Ogni esperienza è diversa e tu in fondo ad Agnone stai andando bene, chissà che non sia questa la stagione della nuova svolta. Hai mai pensato di arrenderti in questi anni?

No, non mi sono mai arreso! Momenti di scoramento ne ho avuti, è umano ma sta a me non mollare mai, fare sempre quello che facevo prima, come quando stavo nella Primavera del Napoli e ci credevo, ora devo crederci ancora più di prima, nonostante nel calcio come dici giustamente tu, si vada incontro a tante incognite, come nella vita del resto. Secondo me prima viene sempre l’uomo, i calciatori passano e quello che resta quando smetti di giocare è la tua persona. Io in ogni posto in cui sono stato, ci sono persone che si ricordano di me con affetto, con cui ancora ci si sente. Ho amici ad Alessandria come a Melfi per dire, per amici intendo anche persone del paese, non soltanto calciatori, a me piace stringere amicizia anche con i vicini di casa.

Io sono del nord ma sono sposato con una pugliese, quindi conosco bene il calore che contraddistingue la gente meridionale. Tu hai giocato quasi esclusivamente al sud e volevo chiederti: come ti sei trovato ad esempio ad Alessandria?

Mi sono trovato molto bene, si tratta di una grande piazza, con tanti tifosi che ti fanno sentire importante, dove ci sono le pressioni giuste che ci devono essere in una società ambiziosa come l’Alessandria. Ricordo tutto con affetto: i tifosi, il calore dello stadio. Quell’anno fu combattuto, salì il Novara e poi dopo i play off il Como. Il Presidente è uno che investe tantissimo nel calcio e gli auguro di cuore che salgano in cadetteria, se lo meritano davvero.

In serie C ogni anno ci sono degli squadroni, quella volta fu il Novara, oggi c’è il Monza a imperversare…

Infatti ma anche il Presidente dell’Alessandria sta facendo tanti sacrifici, sono anni che ci provano e mi auguro come detto prima che saranno ripagati, anche lì ho lasciato degli amici.

Tornando alla tua esperienza sul campo, che differenze hai trovato saltando dalle giovanili al professionismo, il passare dall’essere uno dei giovani più promettenti a livello nazionale a giocarsi il posto in serie B a Lanciano. Ti sei scontrato con delle difficoltà?

Guarda Gianni, quando sei in Primavera pensi a tante cose, ti immagini il tuo futuro in una certa maniera e poi ti rendi conto che la realtà dei fatti non sempre è facile, soprattutto in B o in C. Se arrivi poi a giocare in Nazionale, fra i migliori giovani della tua generazione, credi di potertela giocare in serie A e sogni grandi traguardi, credo sia normale a quell’età. E’ logico che poi ti trovi in difficoltà perché mettiamo vai in concorrenza con un giocatore esperto di categoria di 29/30 anni e tu hai bisogno di tempo per integrarti. Ci sono allenatori che poi non guardano più se tu hai fatto l’Europeo Under 19 ecc, poi ci sono allenatori che credono nei giovani, altri invece proprio no. Secondo me ogni ragazzo si deve trovare nel posto giusto al momento giusto, quello che penso è che uno deve dimostrarsi forte, umile e lavorare. Ovviamente ci sono casi di quelli che esplodono subito in A ma si tratta di campioni o di circostanze particolari.

Tu prima hai citato Murru, un tuo pari ruolo: lui gioca in serie A con continuità e all’epoca non c’era tutta questa differenza tra te e lui a livello tecnico. Eravate entrambi appunto dei nazionali a livello giovanile. Hai qualche aneddoto al riguardo, qualche ricordo da condividere?

Conservo tanti ricordi. Io ho fatto l’Europeo con lui, a volte giocavo io, altre volte lui, ci alternavamo in campo proprio perché eravamo allo stesso livello. Ricordo benissimo tutto, quell’anno stavamo facendo le qualificazioni, i convocati all’Europeo nel mio ruolo erano Murru e Dell’Orco, io all’epoca giocavo ancora in Primavera. Finisce il campionato della Primavera, io ero a casa e guardavo in televisione la partita di serie A tra Fiorentina e Cagliari, da una parte Cuadrado dall’altra Murru. Voglio dire: lui giocava già in serie A mentre io non avevo ancora esordito da professionista.  A un certo punto Murru si fa male, la sera stessa arriva una chiamata a casa mia, risponde mio padre e gli dicono: “tenga pronto Giuseppe perché deve fare lo stage con la Nazionale”. La Nazionale infatti prima di partire per la Russia stava 15 giorni a Coverciano per un mini ritiro. Quando lo recuperano dall’infortunio, dovevano essere nelle previsioni lui e Dell’Orco (che attualmente milita anch’egli in A, nel Lecce) i convocati per l’Europeo. Io ero stato convocato solo per un’eventuale sostituzione, pensavo, ero andato lì per allenarmi bene, non avevo pressioni proprio perché sapevo che c’erano loro due nella lista prima di me. Poi invece è andata a finire che hanno convocato me e Murru. Nella prima giornata del girone di qualificazione del turno Elite, Murru era squalificato, giocammo contro l’Ucraina e fui schierato io titolare. Feci una buona partita, tanto che ricevetti i complimenti da Sacchi e da Evani, per me fu un’enorme soddisfazione. Da lì a pochi mesi Murru è stato lanciato titolare a Cagliari, io sono andato a Lanciano in B, ognuno insomma ha un proprio percorso.

Con la prestigiosa maglia dell’Italia Under 19

Sono considerazioni che mi faccio spesso quando vado a confrontare le varie carriere dei calciatori, non per farne una questione di merito, ma per provare a capire come mai ragazzi dello stesso livello tecnico si trovino poi a muoversi in traiettorie diverse. Dopo tanto tempo non mi so dare delle risposte sul perché c’è chi sfonda e chi deve invece farsi la gavetta. A te è capitato di porti questa domanda?

Mah Gianni, ho smesso di farmi questa domanda, penso a lavorare giorno per giorno per recuperare il tempo perduto. Come dicevo, ognuno fa la propria strada e deve dimostrare poi sul campo il suo valore. Si vede che doveva andare così, lo dico sinceramente: sono contentissimo per lui come per Dell’Orco, stanno dimostrando anno dopo anno di essere dei grandi calciatori, meritano di giocare in serie A.

Quest’anno all’Olympia hai ritrovato il tuo ex compagno delle giovanili del Napoli Emanuele Allegra, salernitano come te ma nativo di Scafati. Siete grandi amici, anche lui ha giocato in serie C, e adesso in D fate la differenza come ai vecchi tempi. Della vostra squadra nella Primavera azzurra mi ricordo bene anche Celiento che adesso gioca a Catanzaro, poi spiccavano Novothny e ovviamente Roberto Insigne, quest’anno protagonista nel super Benevento di Filippo Inzaghi. Eravate una bella squadra, chi dei tuoi compagni pensavi che avrebbe fatto una carriera importante da serie A, a parte le aspettative che avevi su te stesso?

Hai citato tutti giocatori molto forti ma ce n’erano anche altri, eravamo un gruppo di grande valore. Qualitativamente Roberto Insigne mi piaceva tanto, aveva grandi numeri…

Lui sentiva in qualche modo il peso di essere il fratello di un campione come Lorenzo, o magari lo faceva pesare all’interno del gruppo?

No, assolutamente no, era un tipo tranquillo, figurati. E non si sentiva nemmeno sulle spalle il peso del suo cognome, era già all’epoca un giocatore di forte personalità. Riguardo mio cognato Novothny, beh, lui sta facendo la sua onesta carriera, ha giocato in Corea, ora è tornato in Ungheria, fa qualcosa come 20 gol all’anno. Non lo dico perché per me è come per un fratello ma lui sì che aveva dei mezzi incredibili e avrebbe potuto giocare ad altissimi livelli. Aveva e ha tante qualità.

Tornando all’attualità, nella vostra squadra cosa ti senti di dire ai tuoi compagni più giovani, ragazzi magari del 2000? Come ti poni con loro, sei prodigo di consigli nei loro confronti?

Ci sono dei giovani che hanno qualità, soprattutto che hanno voglia di imparare e io mi metto a disposizione a livello umano, provo a dare loro dei consigli, li incito ma allo stesso tempo dico loro di tenere i piedi per terra. Ricordo loro delle regole semplici ma importanti da rispettare fuori dal campo, come mangiare bene, fare una vita sana, rispettarsi nel fisico insomma. Sul campo invece cerco di dare l’esempio col lavoro, allenandomi a mille, solo così posso aiutare i giovani. Se uno parla tanto e poi in campo non si impegna che esempio può dare? I giovani poi devono essere un po’ coccolati e un po’ bastonati, se si vuole crescere senza montarsi la testa.

Mi hai citato prima l’allenatore Baroni che ti volle con sé nella tua prima esperienza fra i professionisti. C’è qualche altro allenatore che vorresti ricordare, qualcuno che ti ha dato tanto in campo e fuori?

Tutti gli allenatori mi hanno lasciato qualcosa di positivo, ho avuto un rapporto più stretto con Cristiano Lucarelli, ora allenatore del Catania, quando giocavo a Viareggio e poi sento di nominare ancora una volta Erminio Rullo, se quest’anno mi sono rilanciato il merito è suo e quindi gliene sarò sempre grato.

Nella tua carriera hai fatto anche un paio di volte il ritiro con l’equipe di calciatori in attesa di contratto. Non ti sei fatto mancare proprio nulla insomma… mi pare che anche lì poi molti giocatori trovino squadra, la tua che esperienza è stata in tal senso?

Sono stato due volte in ritiro con l’Equipe Campania e devo dirti che è una realtà organizzatissima, dove c’è molta cura e attenzione per tutti, dove vieni messo nelle condizioni migliori di allenarti. Il responsabile organizzatore Antonio Trovato è una persona squisita che fa tutto nell’interesse di noi calciatori. E’ un po’ la nostra salvezza, una persona buona, mi è stato vicino nel momento per me più difficile, quando non trovavo squadra. E poi ovviamente mi ha aiutato dal punto di vista atletico e fisico: se io sono andato poi a giocare a ottobre in buone condizioni lo devo a lui e al suo ottimo staff. Tutti allenatori che sono stati in serie C, in pratica è come fosse un ritiro di una squadra di serie C, tutto come detto ben fatto, al punto che venivano organizzate amichevoli importanti, ne ricordo una bellissima contro l’Avellino, per noi quelle partite erano una manna dal cielo.

Un inarrestabile Nicolao supera in dribbling Rugani della Juventus

Tu al termine di quei ritiri con l’Equipe Campania hai trovato squadra prima ad Aversa e poi lo scorso anno a Rotonda in provincia di Potenza, quindi direi che sei ancora una volta l’esempio che non ci si deve dare mai per vinti. Giunti al termine di questa nostra lunga chiacchierata, mi dici Giuseppe quali sono le tue aspettative e i tuoi sogni?

Adesso mi godo le soddisfazioni per questi premi e per il campionato che sto facendo con la mia squadra. Le soddisfazioni sono anche per la stima che mi stanno dimostrando molte persone. Vivo giorno per giorno Gianni. Certo, il mio obiettivo è di ritornare fra i professionisti in serie C, un passo per volta, ma voglio impegnarmi per riprendere il tempo che ho perso anche per colpa di tanta sfortuna. Ce la sto mettendo tutta e i risultati arriveranno.

E’ bello sentirti così positivo e appassionato!

Lo sono perché il calcio è la mia vita, e anche quando temevo di non farcela nei giorni più bui dopo l’infortunio non ho mai pensato a una vita senza il calcio, anche quando ero abbattuto poi mi passava perché per fortuna avevo vicino la mia fidanzata e la mia famiglia. Ho sempre avuto voglia di ricominciare e di dimostrare di poter tornare a buoni livelli non tanto per le poche persone che non hanno creduto in me ma per dare delle soddisfazioni e delle gioie alle persone che mi vogliono bene e che ci sono sempre state.

Questa è una cosa che ti fa onore: il voler anteporre alla sete di rivincita, la voglia di dare il meglio per ringraziare le persone che ti sono state sempre vicine.

Sì, per me i rapporti umani sono la cosa più importante, come più volte ho detto in questa intervista. Prima hai citato Allegra. Io e lui abbiamo fatto tante battaglie assieme e quest’anno dopo tanto ci siamo ritrovati come compagni di squadra. Ha avuto anche lui un percorso un po’ accidentato, ha fatto la serie C e poi è dovuto ripartire come me dai dilettanti.

Voi due eravate dei fiori all’occhiello della Primavera del Napoli, delle autentiche frecce sulle fasce. Ricordo che vi aveva segnalato anche il giornalista Paolo Ghisoni, grande esperto conoscitore del calcio giovanile, nella sua imperdibile guida La Giovane Italia, avevate 16/17 anni, io vi ho sempre accomunati. Come è stato dividere nuovamente il rettangolo verde con lui che è un tuo vecchio amico?

Anche lui come me è stato vittima di infortuni, è stato sfortunato in questo senso, ma adesso si è ripreso e sta andando molto bene. Gli auguro che possa togliersi tante soddisfazioni perché è un ragazzo d’oro. E’ stato molto bello e particolare ritrovarci compagni di squadra dopo tanti anni qui ad Agnone. Chiaro, magari sai pensavamo che l’avremmo fatto in altre circostanze, ma siamo in una società bellissima, in una piazza che da’ ai giovani la possibilità di emergere e ad altri di rilanciarsi come è successo a noi quest’anno.

Intanto state facendo gioire un’intera tifoseria, che sogna con voi i playoff. Vi auguro di proseguire così. Ti manca il calcio? Quando pensi che si potrà tornare a giocare spensierati?

Non lo so Gianni onestamente, è tutto così sospeso. Ovvio mi manca il calcio, la mia quotidianità al campo di gioco, i miei compagni, ma mai come in questo momento la salute viene prima di tutto. Non appena ci saranno le migliori condizioni ritorneremo a giocare e vogliamo riprendere il nostro bel cammino. Ma la cosa più importante è assolutamente la salute di tutti noi”

Parole sante Giuseppe! In bocca al lupo allora per i tuoi obiettivi, sperando con tutto il cuore che ci possiamo lasciare questo periodo difficile alle spalle e tornare a sorridere.

Grazie delle tue parole e del tuo sostegno. E’ stato un piacere Gianni, alle prossime!

(Le foto sono state gentilmente concesse dallo stesso Giuseppe Nicolao)

Amarcord Italia Under 17 ai Mondiali di calcio: quando a giocare erano i giovani Del Piero, Totti e Buffon

Alla vigilia del Mondiale di calcio Under 17 che avrà il via stasera con le partite del Gruppo A, dove è inserito il Brasile padrone di casa, e che vedrà impegnata a distanza di 6 anni dall’ultima partecipazione anche i nostri giovani azzurri, mi sembrava doveroso ripercorrere con voi lettori un po’ di storia della nostra Nazionale in questa prestigiosa manifestazione.

Un’ Italia che a livello di Under 17, ai Mondiali, non ha mai particolarmente brillato in passato, anzi… rispetto alle corrispettive compagini azzurre impegnate nel Mondiale Under 20, capaci di giungere in semifinali nelle ultime due edizioni, il bottino è davvero gramo.

Eppure hanno calcato questi iridati prati verdi giocatori poi divenuti autentici campioni: il primo pensiero va ai futuri Campioni del Mondo Del Piero, Buffon e Totti.

Il primo era la stellina azzurra nell’edizione giocata in casa nel 1991, finita in modo assai deludente, con una precoce eliminazione nella fase a gironi. Proprio oggi ho visto dal sito di Sky Sport uno spot in cui si può vedere l’unico sigillo di Alex in quella competizione.

Nel filmato si può riconoscere in area vicino a lui il numero 9, un certo Eddy Baggio, fratellino del Divino Roby, che meno fortuna (e molto meno talento, giusto dirlo) certamente ebbe sia rispetto a lui, che allo stesso ex compagno di nazionale giovanile Del Piero.

In quella rosa militavano altri giocatori che comunque si tolsero delle soddisfazioni tra i professionisti, con molte presenze in serie A, come i difensori Sartor (all’epoca tra i più precoci e costosi talenti del calcio nostrano) e Mirko Conte, o il portiere Sereni e i difensori Birindelli e Moro, anche se questi ultimi tre, a onor del vero, non giocarono titolari in quel Mondiale, lasciando il posto rispettivamente a Mainardis, a Rinaldi e a Tortorelli, che ebbero meno successo in carriera.

In mezzo al campo promettevano moltissimo il romanista Caputi, il torinista Della Morte (che indossava la 10, laddove il non ancora Pinturicchio aveva la 7, poi riproposta al Mondiale vinto in Germania, e presa proprio in ricordo di quella primissima importante competizione della sua lunghissima carriera), il viola Chiummiello e il bolognese Lorusso.

Mentre Caputi e Della Morte non esplosero in serie A ma fecero una soddisfacente carriera tra seconda e terza serie, Chiummiello “misteriosamente” non calcò praticamente mai i campi professionistici, nonostante indubbie doti tecniche. Del pugliese Graziano Lorusso, talentuosissimo regista del Bologna, ebbi invece modo di scrivere anni fa in un articolo sul Guerin Sportivo dedicato a quei giocatori che avevano abbandonato anzitempo il rettangolo verde per dedicarsi a tutt’altro nella propria vita. E nel caso di Lorusso, la scelta fu tanto radicale quanto autentica, essendo diventato sacerdote dopo un lungo e sospirato percorso.

A centrocampo giostrava l’atalantino Poloni, un talento cristallino, che debutterà a 18 anni in serie A per abbandonarla però subito, mentre il capitano di quella compagine era il fiorentino Giraldi. Quest’ultimo era vero elemento di spicco della selezione azzurra in quel Mondiale, dove fungeva da libero. Avrebbe potuto ripercorrere forse le orme dei grandi del ruolo ma il calcio stava cambiando a livello tattico e fu presto impostato diversamente in campo, valorizzando altre sue qualità. Già l’anno successivo (nel 1992) fu protagonista nella Fiorentina che vinse un fantastico Torneo di Viareggio, giocando davvero a tutto campo, svariando da una fascia all’altra e quasi sempre in proiezione offensiva. Il nome di Giraldi finirà per campeggiare soprattutto nelle serie minori, e pur non essendo riuscito a sfondare in serie A, alla fine l’ex viola riuscirà a mettere insieme molte presenze da professionista. Completano il quadro di quella spedizione azzurra altri giocatori di cui si persero presto le tracce al momento di approcciarsi al calcio che conta, penso all’eclettico Sala (solo omonimo del coetaneo difensore che vinse uno scudetto col Milan di Zaccheroni) e al forte attaccante Cerminara. Il primo, se non altro, dopo un fugace esordio in A con la Sampdoria, si è ritagliato un ruolo di assoluto protagonista nelle serie minori professionistiche, giocando a lungo e divenendo un autentico veterano della serie C.

Anche il Mondiale di Buffon e Totti non andò benissimo, gli azzurrini pur in possesso di qualità tecniche, fecero poca strada. Accanto a loro figuravano futuri giocatori professionisti che in qualche modo brillarono, magari per poche stagioni, e promesse mancate: penso ad esempio al laterale Vigiani, i difensori Giubilato – che lo stesso Totti ricorda più volte nella sua autobiografia – e Francesco Coco, i due attaccanti milanisti Augliera e De Francesco e l’esterno mancino Dossi, stella del Brescia (che in Nazionale spesso e volentieri indossava la 10).

Per fortuna su You Tube si trovano diversi filmati, seppur brevi, delle prime apparizioni di Totti in quel Mondiale, e relativi bellissimi gol. Quando il talento è così debordante, viene fuori quasi con prepotenza. Eppure, scorrendo i nomi delle varie edizioni, compreso quelli già elencati delle edizioni del 1991 e del 1993, si può ben constatare come invece ben pochi riescano a esplodere ad alti livelli, esprimendo appieno le loro grandi potenzialità.

Non sempre i migliori diciassettenni di un periodo, di una determinata epoca, quelli chiamati a rappresentare le nazioni partecipanti alla competizione mondiale, diventeranno poi dei campioni. Chi a causa di infortuni, chi per scelte sbagliate, chi semplicemente perchè non in grado di mantenere le promesse, insomma, per i più svariati motivi, sono di gran lunga di più i giocatori che non arrivano a vestire da protagonisti la maglia Azzurra dei grandi (e la cosa ovviamente vale anche per le altre nazionali).

In fondo già che i citati Del Piero, Totti e Buffon siano giunti ad alzare al cielo la Coppa del Mondo del 2006 è motivo d’orgoglio: nelle rose dell’Italia partecipanti ad altre edizioni più recenti del Mondiale Under 17, ad esempio, non figura nessun futuro campione.

Tra gli ’88 che presero parte all’edizione del 2005 in pratica il solo De Silvestri, attualmente a Torino ha speso l’intera carriera in serie A dagli esordi con la Lazio, ma altre stelle conclamate di quella Nazionale non hanno mantenuto le attese. Se è vero che Scozzarella e Alfonso sono tutt’ora nella massima serie (rispettivamente al Parma e al Brescia), dopo una lunga carriera nelle serie minori, gente come Russotto e Foti avevano i mezzi per fare molto di più, per essere protagonisti ad altissimi livelli. Il primo ormai da anni milita in serie C, dove è valido “giocatore di categoria”, in possesso ancora di ottimi colpi; il secondo invece da anni ha appeso le scarpe al chiodo, dopo una serie interminabile di infortuni.

Sembravano avviati a una buona carriera, visti i mezzi tecnici a disposizione, anche l’ex romanista Palermo, regista di centrocampo attualmente alla Viterbese e che non ha praticamente mai visto la serie A e il terzino sinistro Brivio, per il quale ancora minorenne si spesero paragoni importanti, quanto inappropriati, ai tempi in cui passò dal vivaio dell’Atalanta a quello della Fiorentina. In rosa figurava da comprimario anche Mancosu, all’epoca talento del Cagliari, e che dopo un lungo peregrinare in serie C, ha trovato a Lecce l’ambiente ideale per mettere in mostra le sue qualità, arrivando a 30 anni suonati a disputare finalmente il campionato di serie A da autentico uomo simbolo dei salentini. Una serie A in cui sta dimostrando di poterci stare benissimo, oltretutto in un ruolo cruciale come quello di trequartista.

Fece decisamente meglio la Nazionale partecipante all’edizione del 2009, quella dei ’92 per intenderci, che dopo aver agevolmente passato la fase a gironi, passò gli ottavi, per perdere infine il confronto diretto ai quarti di finale contro i futuri campioni del Mondo della Svizzera.

Nella nostra squadra i talenti più fulgidi, sui quali veniva da scommettere ad occhi chiusi erano El Shaarawy e Federico Carraro. Del primo si sa tutto, è un gran talento indubbiamente, ma in parte inespresso, mentre il secondo (ex Fiorentina) si è perso purtroppo tra prestiti infruttuosi nelle serie minori (fino a scendere episodicamente fra i dilettanti), prima di riprendere la risalita, almeno da arrivare a giocare in serie C da protagonista come sta facendo negli ultimi due anni tra Imolese e Feralpi Salò.

In porta Perin fu uno dei migliori portieri di quel Mondiale e sta disputando, infortuni a parte, una bella carriera in serie A;  gli altri nomi su cui era lecito aspettarsi di più erano gli attaccanti Iemmello, gran fromboliere al momento solo in B e in C, i centrocampisti Crisetig (che, essendo un ’93 era il piccolino del gruppo) e Fossati (attualmente regista del Monza di Berlusconi) e i difensori Sini e Camilleri, quest’ultimo “scippato” giovanissimo dal Chelsea, prima di rientrare mestamente in Italia e iniziare un vorticoso giro di esperienze nella nostra serie C.

Titolari giocavano anche i figli d’arte Benedetti e De Vitis che, curiosamente, si sono ritrovati compagni di squadra molti anni dopo al Pisa, dove tutt’ora militano in serie B. Come terzino destro, ma utilizzabile talvolta anche davanti alla difesa, c’era Felice Natalino, su cui l’Inter puntava fortissimo dopo averlo prelevato un anno prima dal Crotone. La sua storia ormai è nota, con il giovane costretto a ritirarsi dal calcio giocato ad appena 21 anni per un problema cardiaco, lo stesso costato alla vita al povero Piermario Morosini.

E veniamo così all’ultima nostra partecipazione a questa prestigiosa competizione, datata 2013 e con protagonisti i giocatori del ciclo ’96/’97, e che quindi oggi, superati i 20 anni si trovano nella piena fase di crescita calcistica. In grado di passare più o meno agevolmente il loro girone, i Nostri vennero poi sconfitti senza appello agli ottavi per 2 a 0 contro i futuri finalisti del Messico (a loro volta poi sconfitti dalla Nigeria).

Dicevamo, si tratta di giocatori che adesso viaggiano tra i 22 e i 23 anni, quindi qualcuno dovrebbe già aver consolidato la sua posizione ad alti livelli, avendo finito anche il ciclo dell’Under 21. Invece, non si trattò di un biennio alquanto prolifico, con la maggior parte dei protagonisti ancora inespressi, alla ricerca della stagione di consacrazione o di salire di categoria. A ben vedere i soli Audero, portiere ex Juve in forza alla Sampdoria, e il terzino Calabria, da sempre al Milan, giocano titolari fissi in serie A con ambizioni legittime di far parte del giro Azzurro che conta, altri invece stanno pian piano emergendo o sono in massima serie in cerca di spazio. Tra questi l’arrembante interista Dimarco, l’attaccante del Cagliari Cerri, il fantasista granata Parigini, il gialloblu ex Napoli Tutino e il doriano ex Inter Bonazzoli ma, come detto, la maggior parte di loro sta annaspando (su tutti quello che è stato veramente un enfant prodige del nostro calcio: il portiere Scuffet, che alterna buone cose a disattenzioni incredibili anche allo Spezia in B, dove gioca tutt’ora. Chissà però se altri di quella rosa, come Vido, scuola Milan ora al Perugia, il regista Palmiero, vivaio Napoli ora al Pescara o l’ex romanista Capradossi, centrale difensivo che a Trigoria qualcuno paragonava addirittura ad Aldair, riusciranno a calcare i campi di serie A…

Insomma, a conti fatti, i precedenti dell’Italia al Mondiale Under 17 non sono certo incoraggianti ma nel calcio giovanile non esistono delle gerarchie stabilite e possono nascere dei cicli di giocatori validi a qualsiasi latitudini.

Noi, in ogni caso, abbiamo una storia, una scuola, solide basi e, da qualche anno a questa parte anche dei valori riconosciuti, come testimoniano le recenti finali conseguite agli Europei Under 17 e Under 19. La strada pare tracciata, ma occorre iniziare a fare risultati, sempre tenendo presente che l’obiettivo di ogni squadra giovanile è in primis quella di formare dei bravi professionisti.

 

Al via il Mondiale Under 17 in Brasile: l’Italia, priva del suo maggior talento Esposito, proverà a stupire!

Cresce l’attesa per il Mondiale di calcio Under 17, che quest’anno si svolgerà in Brasile. Tra le concorrenti in lizza per il titolo iridato, c’è anche l’Italia, che dopo anni bui a livello giovanile, sta risalendo la china.

A onor del vero, le soddisfazioni negli ultimi anni sono giunti qualche gradino – ehm… anno – più su, soprattutto a livello Under 20, se pensiamo ai Mondiali, laddove nelle ultime due edizioni consecutive, gli Azzurrini si sono issati fino alle semifinali, non senza qualche rimpianto, specie quest’anno col gol annullato a Scamacca contro l’Ecuador che molti destini avrebbe potuto cambiare.

Se allarghiamo però il discorso a contesti europei, allora benissimo, non bene, hanno fatto i nostri giovani calciatori, sia a livello Under 19 che Under 17, proprio la categoria che si appresta a misurarsi fra pochi giorni al Mondiale.

Nelle ultime due edizioni degli Europei Under 17, infatti, i Nostri per ben due volte sono giunti in Finale, perdendo in entrambi i casi contro i pari età olandesi (non a caso gli oranje sono tra i favoriti d’obbligo alla vigilia di questo Mondiale).

Il c.t. azzurro Carmine Nunziata

 

Se i classe 2001, per ovvie ragioni anagrafiche, non potranno rappresentarci in Brasile, la schiera dei “terribili” 2002 invece sarà presente, al solito compatta, ai nastri di partenza ancora una volta agli ordini del valido condottiero Carmine Nunziata. La nostra gara inaugurale, lunedì 28 alle ore 21 contro le Isole Salomone, è da vincere senza se e senza ma (completano il nostro gruppo F le ben più attrezzate Messico e Paraguay) ci

E’ di pochi mesi fa la (bruciante) sconfitta agli Europei Under 17 dopo una bellissima cavalcata: ora quegli stessi giocatori ci riprovano ma il contesto sarà più impegnativo ovviamente, per la presenza anche dei padroni di casa brasiliani, dell’Argentina, ma anche degli U.S.A. (sempre più validi a questi livelli) e del Giappone. Da non sottovalutare tra l’altro proprio quel Messico che ci ritroviamo a fronteggiare appunto sin dalla prima fase a gironi.

Quali scenari realisticamente potremmo sognare per l’Italia? Dicevo prima che i ragazzi sono gli stessi ma sarebbe stato meglio aggiungere un “suppergiù”, perchè di fatto mancherà la nostra conclamata stella, quel Sebastiano Esposito che ormai l’allenatore Antonio Conte ha lanciato in orbita tra i professionisti con l’Inter, ottenendo fra l’altro da subito dei risultati lusinghieri. Non possiamo che esserne felici, in quanto si tratta di un predestinato e per una volta è bello, e in questo caso giusto (più che azzardato) fargli bruciare le tappe.

Certo, la Nazionale ne risentirà, perchè l’interista era di fatto l’uomo simbolo del gruppo, il più atteso, il leader per doti naturali ma sono moderatamente fiducioso che la “botta” per la rinuncia al suo più fulgido talento, verrà assorbita dalla forza di un gruppo coeso, che si conosce a memoria e che è cresciuto gradualmente ma inesorabilmente sotto la guida di un tecnico, poco reclamizzato, ma che con i giovani ci sa fare eccome.

Nunziata, infatti, come Pavanel, da anni sta lavorando nell’ombra, contribuendo eccome al rilancio del calcio azzurro, ponendo quelle giuste basi, forgiando al meglio il materiale umano, i migliori prospetti di cui poi Mancini speriamo saprà goderne i frutti.

Veniamo ai nomi da tenere d’occhio, anche se sarebbero da nominare tutti, proprio perchè sono giocatori di buone qualità – genericamente parlando – e che in egual modo hanno contribuito a portare dei buoni risultati.

In porta sembra partire in vantaggio l’udinese Gasparini ma occhio anche al bolognese Molla, che bene ha fatto in questo ciclo. Meno chances di giocare sembra averle il parmense Rinaldi.

Il forte centrale difensivo Lorenzo Pirola, pilastro azzurro

In difesa paiono più scontate le scelte, vista la presenza di alcuni fedelissimi del mister, quali i terzini Lamanna (Cremonese) e Moretti (Inter) e i centrali Dalle Mura (Fiorentina) e Pirola. Sono tutti molto interessanti ma specie su quest’ultimo, roccioso centrale mancino dell’Inter, sono puntati i riflettori, vista anche la grande attenzione che gli sta riservando sin da quest’estate il tecnico Conte. Il reparto è ben completato da altri elementi che potrebbero realmente mettere in difficoltà Nunziata in fase di scelte, visto che in grande ascesa c’è ad esempio l’elegante centrale difensivo Riccio della Juventus, mentre Ruggeri è uno dei pilastri dell’Atalanta. A sinistra un posto lo potrebbe prenotare l’esterno Udogie dell’Hellas Verona, gran protagonista dell’Europeo Under 17 e dell’inizio monstre della sua squadra in Primavera 2 (5 vittorie su 5, con lui titolare fisso sia da terzino che a centrocampo sulla fascia mancina). Sta trovando spazio in Serie C al Novara il terzino Barbieri: un’esperienza che potrebbe fare la differenza in un contesto giovanile importante come questo.

L’atalantino Simone Panada è il capitano e uno dei leader della nostra Nazionale

In mezzo al campo occhio al capitano Simone Panada, fiore all’occhiello del vivaio atalantino e prototipo del mediano moderno, in grado di costruire che di distruggere, molto abile tecnicamente. Con lui a Bergamo agisce in mediana Giovane (più… giovane di un anno, essendo un 2003), ma in lizza per una maglia ci sono anche l’interista Boscolo Chio e il milanista Capone, fratello minore di Christian, già protagonista con l’Under 19 e 20 di Nicolato e attualmente in prestito al Perugia, lui cresciuto nel florido vivaio atalantino. La mezzala sampdoriana Brentan, abile nelle due fasi e molto bravo tatticamente, offre delle varianti allo scacchiere azzurro, così come Tongya e Oristanio. Da loro due, juventino il primo, interista il secondo, Nunziata si aspetta il tasso di qualità necessario in mezzo al campo. Tongya è un centrocampista davvero completo, tecnicamente forte e bravo con entrambi i piedi, forse a volte tiene troppo la palla e si fida dei suoi impressionanti mezzi fisici e tecnici ma se al servizio della squadra, può fare la differenza. Oristanio ha un sinistro micidiale, con il quale disegna arabeschi e offre assist formidabili: esterno o trequartista, è indubbiamente uno dei più attesi, visto il forfait del già citato compagno di club Esposito.

Il fortissimo centrocampista Franco Tongya, uno dei punti di forza della nostra Under 17

Gli attaccanti di ruolo convocati sono solo tre: Colombo del Milan, forte fisicamente e uno di quelli che non molla mai in campo, il giramondo Cudrig (friulano e cresciuto nell’Udinese per poi accumulare esperienza all’estero, prima in Belgio e da un anno al Monaco) e il giovanissimo (e velocissimo) Gnonto, un 2003 chiamato proprio a sostituire in extremis Esposito, come spesso accade nell’Inter. Dicevamo di Cudrig, lui è il nostro centravanti designato, un altro che ha bruciato le tappe e che, come detto, attualmente gioca nel Principato, dove nelle giovanili fa coppia con Arlotti. Quest’ultimo, inizialmente non convocato, pur facendo parte da tempo di questo gruppo, è stato chiamato in extremis al posto di Colombo, costretto a rinunciare per una frattura da stress proprio alla vigilia della partenza per il Brasile. Peccato davvero per il rossonero, uno che anche partendo dalla panchina era in grado di svoltare le gare più difficili. Ma Arlotti, cresciuto in Francia, non solo calcisticamente, ha sempre optato per i colori azzurri, nonostante le avances francesi ed è un talento autentico.

Sky trasmetterà tutte le gare del Mondiale Under 17, come successo con quelle del Mondiale Under 20 e sarà una goduria per tutti gli appassionati del calcio giovanile, anche perchè di prospetti davvero interessanti ce ne sono a iosa, specie fra i transalpini (e non è certo una novità!) e tra i padroni di casa verdeoro. Ma per una volta lasciatemi sognare a occhi aperti, perchè personalmente credo molto nelle qualità di questo gruppo.

 

Fenomeno Puscas nelle giovanili dell’Inter! 13 reti in 5 gare per l’attaccante rumeno che si ispira a Ibrahimovic

Da quando seguo il calcio, che lo guardi con occhi da tifoso o con un’ottica più da “addetto ai lavori”, mi sono sempre interessato al calcio giovanile, non solo in ambito italiano.

Quando ero più giovane mi capitava sovente di seguire come cronista le squadre di club della mia provincia (il Chievo in particolare ha giocato per anni le sue partite in casa a Cerea, il mio paese, ma anche Hellas, Padova, Spal, Brescia), poi sono sempre stato vigile e attento sulle manifestazioni di categoria più importanti, grazie all’ausilio della tv che mi permetteva di stare aggiornato senza dovermi spostare di persona. Ma un appassionato di calcio giovanile non si dovrebbe limitare alla mera cronaca. Sovente ci si imbatte in “finti” esperti, in persone che auspicano chissà quali traguardi per il giovane fenomeno di turno, osannato spesso anche da firme autorevoli. Io stesso più volte mi sono avventurato in paragoni e raffronti: è un giochino che ci piace e in un certo senso ci stimola anche. Poi, visto che riesco a seguire le carriere di molti di quei giovani, grazie a tv, giornali, media e contatti con referenti d’eccezione, esperti anche delle categorie inferiori, posso limitarmi a formulare giudizi, constatando nella realtà che, nonostante grandi premesse, sono veramente pochissimi quei giovani atleti che riescono a imporsi a grandi livelli. E allora cosa ci spinge a seguire ancora con interesse questo fenomeno, pur consapevoli che, specie in Italia, i vivai ormai raramente fungono da veri serbatoi per le prime squadre?Succede perché, almeno fino ai 15/16 anni, a contare sono soprattutto fattori legati alla genuinità, alla spensieratezza, alla pura tecnica. Certo, non tutto è rose e fiori, girano da anni anche già dagli Allievi, talvolta addirittura dai Giovanissimi, agenti, procuratori, genitori talvolta più ambiziosi dei figli, che inficiano sul reale valore da dare a queste categorie formate da talenti in sboccio.

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Io seguo ancora con attenzione perché tutto sommato ci credo ancora, perché apprezzo quel gesto tecnico che ancora riesce a farti sussultare, a dire “io l’ho visto per primo!”, fino a farti ipotizzare il pronostico sul suo futuro. Poco importa se poi quel calciatore diventerà un big, purtroppo poi subentrano tanti fattori determinanti e di storie negli anni ne ho raccolte davvero tantissime ormai, a più livelli. Lasciatemi però dire che un campioncino come il rumeno della Primavera dell’Inter, Puscas, quasi omonimo della leggenda ungherese,  non può passare inosservato! Ho posticipato di qualche settimana questo articolo, per avere ulteriori conferme sulla forza e il valore di questo moderno attaccante, che già l’anno scorso, seppur in scampoli di gare, aveva messo in mostra ottime doti atletiche e tecniche. Attaccante centrale o seconda punta, pure fantasista e suggeritore, soprattutto gran finalizzatore, se è vero che in sole 5 partite di campionato ha messo a segno ben 13 reti, le ultime 3 delle quali nel vittorioso derby dell’ultimo weekend contro i malcapitati cugini milanisti. Assieme all’italianissimo Bonazzoli, stellina della Nazionale Under 19, compone una coppia d’eccezione che il patron Thohir già sogna di vedere fra non molto in prima squadra. Come detto, lo scenario in tal senso è alquanto utopistico, ma provate a guardare, almeno su you tube se riuscite a recuperarli, i gol  e le azioni di Puscas per comprendere che, forse, Mazzarri, oltre alle presenze in panchina, potrebbe finalmente concedergli la gioia dell’esordio precoce tra i “grandi”. Solo così magari un giorno non proprio lontano, potrebbe diventarlo sul serio anche lui!

 

 

A cosa servono realmente i vivai italiani, se in campo giocano sempre più stranieri?

Ieri avevo scritto una breve nota su facebook ma che aveva suscitato reazioni e creato una sana discussione. Notavo che tra Roma e Fiorentina, secondo anticipo del campionato di serie A, in campo su 22 giocatori solo 4 erano italiani (e tutti nella squadra capitolina). Ne nasceva una riflessione a caldo, un interrogativo subito da me posto, cioè se sia normale e credibile, al di là dei discorsi di facciata, scrivere, parlare, auspicare ancora un rinnovamento del calcio italiano che parta dalla valorizzazione dei vivai, cosa in teoria scontata e naturale in qualsiasi campionato professionistico, fosse anche il più quotato e il più ricco. Perché quello è il senso di coltivare un settore giovanile: vedere poi raccolti i frutti, che significa nella fattispecie che in prima squadra vadano a finire di volta in volta i più meritevoli. Ma da noi, rare eccezioni a parte (almeno l’anno scorso sono emersi a buon livello sin da subito il polivalente difensore della Roma Romagnoli, classe ’95, già esordiente un anno prima, e il portiere dell’Udinese, migliore nel suo ruolo al Mondiale Under 17, Scuffett). Poco, davvero troppo poco, quasi nulla, questo è il quadro desolante, preludio a un’angosciante spedizione azzurra ai Mondiali. Qualcosa bolle in pentola? Direi proprio di no, a parte gli inutili proclami che da più parti negli ultimi anni, ci siamo quasi stancati di ascoltare. Parole al vento, eppure giustissime, quelle di tanti addetti ai lavori (memorabile l’invettiva di Fabio Caressa contro l’inutilizzo dei giovani e lo scarso coraggio dei nostri tecnici nel lanciarli). Da appassionato di calcio giovanile, e da giornalista che ne segue i campionati a vari livelli, oltre che le competizioni internazionali, mi rifiuto di credere si tratti di una questione di mera qualità tecnica media che scarseggia nei nostri calciatori. Eppure qualcosa deve esserci, qualche intoppo nella crescita, mancanza di personalità, timore nelle giocate, perché magari al primo errore l’allenatore ti castiga rispedendoti in Primavera. Faccio esempi concreti, non riferendomi a qualcuno in particolare….

Lorenzo Tassi, talento precoce dell'Inter che rischia di perdersi a Prato in Lega Pro

Lorenzo Tassi, talento precoce dell’Inter che rischia di perdersi a Prato in Lega Pro

Però quante volte negli anni, spesso proprio dalle pagine virtuali di questo blog, mi è piaciuto segnalare questo o quel giocatore. E non erano nomi buttati a caso, ma gente che spesso e volentieri facevano la differenza nei loro rispettivi campionati. Va beh, un nome lo butto: Lorenzo Tassi, classe ’95, quindi appena maggiorenne, eppure esordiente nel Brescia a poco più di 15 anni prima di passare, con soldi tonanti, all’Inter. Paragoni ingombranti a parte, paura di bruciarlo, eccessiva tutela, inserimento graduale come giusto che sia.. fatto sta che in prima squadra nei restanti 3 anni e mezzo successivi non si è mai visto, fino all’approdo quest’anno nella società satellite del Prato, lega Pro unica. Chiaro, deve dimostrare sul campo il suo valore, i crediti accumulati nelle giovanili sono terminati ma… una gavetta così lunga implica che difficilmente arriverà in tempi brevi in serie A, se ci arriverà, perché le mie statistiche al riguardo sono impietose. Diventi più facilmente un giocatore “di categoria”,  a meno che non sia palese che tu in campo faccia la differenza a quei livelli. Ma qui spesso ci si scontra pure con le logiche di classifica, di punteggi in campionato, e quindi l’allenatore di una squadra che voglia puntare alla promozione spesso si affida su nomi rodati per la categoria. Troppa carne al fuoco, mi direte, non se ne esce più fuori. Ma allora, e qui sono volutamente provocatorio… a questo punto a che servono i vivai? Se nemmeno in condizioni disagiatissime le nostre squadre decidono di affidarsi ai loro migliori prodotti, pescando piuttosto un nome sconosciuto all’estero, come farà il livello del nostro calcio, della nostra Nazionale, a tornare competitivo? I vivai diventano solo una spesa di fatto, servono a creare “posti di lavoro”, nel senso che un 1% di questi forse vivranno da professionisti del pallone.

Buon esordio del fantasista Coman ieri nella Juve: ma allora i giovani stranieri sono più pronti dei nostri?

Buon esordio del fantasista Coman ieri nella Juve: ma allora i giovani stranieri sono più pronti dei nostri?

Ieri abbiamo visto in campo dal primo minuto, lanciato da Allegri nella Juventus, la punta Coman, classe ’96, prelevato dal Paris St Germain, indubbiamente bravo. Perché ai nostri non vengono date queste opportunità? Quando vengono aggregati alle prime squadre, i nostri giovani vengono realmente considerati al pari degli altri o servono solo a far numero nelle partitelle? Si pongono male agli occhi dei loro allenatori? Si comportano ancora “da bambini”? Non credo sinceramente. Eppure manca sempre qualcosa, e nel frattempo da anni ci si dibatte su come far rifiorire il calcio italiano, fermo nelle sabbie mobili ma col serio, concreto rischio di sprofondare completamente

Calcio italiano: cosa significa realmente partire dai giovani? Dar loro la possibilità concreta di giocarsela e pure di sbagliare

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Si sono consumati fiumi di inchiostro sul trionfo tedesco ai Mondiali: giustissimo omaggiare i campioni e la loro organizzazione ma si è fatta anche tanta demagogia sulla vittoria della Germania e su come il suo modello calcistico sia quello a cui guardare per provare a riemergere dalle sabbie mobili in cui invece il nostro calcio, quello italiano, è ormai sprofondato. Io da sempre sostengo come ci sia bisogno di un reale cambiamento in seno ai nostri campionati, e l’esempio della Germania doveva in realtà illuminarci da ben prima di questa loro fulgida e meritatissima affermazione mondiale. Le radici infatti affondano ben più in là negli anni, da quando anche loro avevano subito un clamoroso tonfo – certo, non paragonabile alla nostra debacle brasiliana -, così forte da indurre la loro federazione (a differenza della nostra, realmente convinta del cambiamento, e poco restìa a condizionamenti di vario tipo) a una svolta radicale. Senza cercare di scovare ricette magiche, occorrerebbe dapprima una piena, credibile valorizzazione dei giovani. Ciò non significa gettare nella mischia chiunque, col rischio serissimo di bruciarli ma dare una chance ai più pronti, senza negare la possibilità di carriera a tanti altri. La gavetta può avere un senso ma non deve essere eterna e, soprattutto, non è consono che un “nuovo Totti”o “nuovo Del Piero” partano dalla Lega Pro, per dire, col rischio di impantanarsi se non si emerge subito. La vecchia C ci può stare, in fondo hanno calcato certi polverosi palcoscenici anche campioni autentici come Baggio e Zola, ma in genere il salto in alto avviene in modo repentino, spesso scalando categorie di anno in anno. Ma se non si fa il botto subito, o se semplicemente un giovane non trova l’allenatore che crede in lui, questo rischia davvero di perdere gli anni migliori, senza tra l’altro giocare troppo. Un circolo vizioso, perché, non accumulando minutaggio, di conseguenza viene meno anche l’esperienza acquisita sul campo e, di pari passo, anche la giovane promessa, da tutti ritenuta fin dai vivai possibile campione da professionista, si ritrova a peregrinare, fino a scelte talvolta dolorose: la discesa nei dilettanti, pur di giocare e di trovare un ingaggio a volte migliori di molte società di Lega Pro, oppure addirittura il precoce ritiro agonistico per dedicarsi ad altro.

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E allora qualche riforma per favorire l’inserimento dei migliori giovani la si deve approntare. Ben vengano le proposte ma personalmente mi sembrano poco realistiche o pratiche le cosiddette “seconde squadre” sull’esempio della Liga o la squadra riserve come accade da decenni in Inghilterra. E col mercato libero e i prezzi spesso spropositati per i giovani azzurri di prospettiva, ecco che molte squadre già dai vivai si affidano a ragazzi stranieri. L’involuzione della Juventus in tal senso è notevole: da squadra plurivittoriosa nel decennio del 2000 è divenuta un’incompiuta in questi primi anni del ’10, con tantissimi volti esotici in rosa che, alla resa dei conti, stanno rendendo molto meno di altri talenti autoctoni. Ma era il mio ovviamente solo un esempio, credo sarebbe importante, quello sì, che in ogni squadra di serie A e B ci fossero degli elementi provenienti dal vivaio ma… non per proforma, come accade con le comiche liste della Champions, ingolfate da nomi del vivaio che mai verranno realmente presi in considerazione. Io parlo di cose concrete: si infortunano due difensori di una grossa squadra, che succede all’estero? Semplice, fanno giocare uno del vivaio: caso recente successo al Chelsea, non a una squadretta, e in un match cruciale per l’assegnazione di una Premier il cui esito all’epoca era ancora incerto. Da noi invece parte la caccia al difensore straniero (spesso svincolato, sia mai, soldi da spendere ce ne sono sempre meno!). Perché la Juve, il Milan, la Roma o l’Inter non possono (nell’emergenza) dare una chance a prospetti di sicuro avvenire quali Romagna, Calabria, Capradossi o Dimarco. Perché non c’è coraggio, questa è l’amara constatazione. E ho citato tutti giocatori che gli esperti di calcio giovanile conoscono bene, trattandosi di nazionali Under 17 e 18, alcuni dei quali compagni di Scuffet ai recenti Mondiali Under 17. E altri in quella competizione iridata avevano messo in luce buone doti, penso anche all’attaccante milanista Vido, al dinamico mediano atalantino Pugliese, al trequartista dai piedi buoni Perugini, di proprietà del Toro e visto, assai poco, nella sfortunata stagione alla Juve Stabia (davvero non c’era modo di farlo giocare di più in quel contesto?) e al regista napoletano Antonio Romano. Guardando poi alle finali del campionato Primavera, impossibile non notare la tecnica, la bravura, il talento di gente come i clivensi Magri, Brunelli, Messetti, Steffè e soprattutto Costa o i granata Aramu, Barreca o Comentale. Gente così meriterebbe una chance in cadetteria, per non dire di provare a giocarsela nella rosa della prima squadra. Senza contare che in vista, per gli appassionati di calcio giovanile, tra i quali da sempre mi annovero anch’io, c’è una fortissima generazione della classe ’98. Insomma, scrivendo con cognizione di causa, sono certo, e i numeri fino a pochi anni fa lo stavano a testimoniare, vista l’incetta di premi a livello di Under 21, che i nostri giovani, almeno fino ai 18 anni, non abbiano davvero nulla da invidiare agli spagnoli o ai tedeschi, tanto per dire di due scuole attualmente all’avanguardia del panorama calcistico mondiale. Il problema per i nostri avviene dopo, se è vero che Darmian, forse unico azzurro salvabile della disastrosa avventura mondiale 2014, pur considerato e percepito alla stregua di un ragazzino, è in realtà un venticinquenne e viene da una lunghissima gavetta, dopo un’ottima esperienza giovanile nel vivaio del Milan, dei quali era la stella, mentre la maggior parte dei giocatori della rosa campione della Germania è composta da giocatori suoi coetanei, se non più giovani (vedi i decisivi Schurrle o Gotze).

Il Chievo, vincendo il suo primo campionato Primavera, entra nella storia del calcio italiano

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L’attesissima sfida valevole per lo scettro di miglior squadra del campionato di calcio Primavera, riservato agli Under 20, è stata aggiudicata dal sorprendente Chievo ai danni di un comunque forte e mai domo Torino. Due squadre che si sono equivalse sul piano del gioco, spiccando per tutto il lunghissimo torneo per compattezza difensiva (del Toro il minor passivo in assoluto fra tutti i gironi eliminatori della Regular Season, del Chievo il portiere – Moschin, addirittura classe ’96 – il miglior giocatore delle Final Eight giudicato al termine della kermesse) e per spirito di gruppo. Uno spirito di gruppo capace di non far pesare le notevoli assenze che entrambe le compagini palesavano giunti alla meritata finale. Hanno fatto più clamore le assenze degli avversari del Torino di Moreno Longo (vero cuore granata, da giovane calciatore cresciuto a pane e Toro, aveva già perso una finale Primavera contro la Juventus di Del Piero, Cammarata, Binotto, Manfredini, Sartor e Dal Canto), vale da dire quelle della Lazio in semifinale (gli squalificati Lombardi e Minala) e appunto del Chievo in finale (la fortissima coppia d’attacco Da Silva, capocannoniere dell’intero campionato Primavera e esordiente quest’anno in serie A e Alimi) ma indubbiamente anche ai piemontesi mancavano abili pedine dello scacchiere. A onor di cronaca occorre ribadire che, per quanto non indifferenti, le assenze sono state ben suffragate, specie tra i veronesi, con l’attaccante Gatto (fratello dell’altrettanto talentuoso attaccante del Lanciano, nazionale Under 21 di serie B) assolutamente tra i migliori ieri sera tra i suoi.

Il Torino era partito forte, con una spinta costante ma alla prova dei fatti, inconsistente, riuscendo raramente a impensierire il forte portiere avversario. Solo sul finale l’arrembante terzino sinistro granata Barreca (cui ci sentiamo di scommettere per l’immediato futuro) ha fallito un’occasione d’oro, poco prima di approdare agli scontati – a quel punto, visto l’equilibrio mostrato in campo – tempi supplementari. Lì hanno prevalso soprattutto la paura e la stanchezza, nonostante quasi allo scadere del secondo tempo supplementare l’attaccante  franco-camerunense del Chievo Yamga si sia letteralmente divorato una nitida occasione da gol dentro l’area piccola. Il sostituto dell’implacabile brasiliano Da Silva si è però fatto ampiamente perdonare trasformando con grande freddezza il quarto rigore della serie, “inducendo” all’errore il povero torinista Morra, che a quel punto aveva la patata bollente tra i piedi, considerando che la serie dei penalty si era aperta con l’errore (traversa) del forte Gyasi.

Il Chievo a questo punto conquista, senza ricorrere all’ultimo tiro dal dischetto previsto per il centrocampista dai piedi buoni Messetti, la sua prima importante coppa nazionale, vincendo il Campionato Primavera 2014. Un suggello a un vivaio straordinario, che da quasi dieci anni rientra nelle magnifiche dei playoff, con l’apice raggiunto l’anno scorso, battuto solo in semifinale dai futuri campioni della Lazio. Già c’erano state belle e significative affermazioni con i tantissimi ragazzi – in età Giovanissimi e Allievi – prestati negli anni alle varie Nazionali, non ultimi il fenomenale terzino Costa, rientrato proprio per sprintare sulla fascia nel secondo tempo di ieri, dopo un gravissimo infortunio. Costa, nato a due passi da casa mia, a Noventa Vicentina, è una colonna dell’Under 19 e già ieri in pochi minuti ha sfoderato giocate d’alta classe, mostrando un buon piede sinistro e segnando uno dei rigori della lotteria finale. Nella squadra clivense, entrata ieri sera nella storia, meritano una citazione moltissimi interpreti, dall’insuperabile Moschin, capace di scalare gerarchie in campionato e di rivelarsi para tutto nelle decisive gare playoff contro le più quotate Juventus e Fiorentina. Coetaneo di Scuffet, non è un gigante d’altezza, ma è reattivo, scattante e freddo in porta, sempre sicuro, guarda gli avversari dritti negli occhi, senza timore. La difesa a 3, imperniata sul capitano Kevin Magri, ieri travolto dal tifo di tanti amici e parenti giunti a Rimini dalla natìa Campobasso, è una cerniera insuperabile, con Aldrovandi e il gigante Brunetti, anch’egli impeccabile al pari di Magri, ben sostenuta ai lati dall’inesauribile Troiani a destra e Costa a sinistra (ieri e a lungo nel torneo sostituito egregiamente dal giovanissimo classe ’96  Sanè). A centrocampo il fosforo è garantito dal mancino Messetti, con al centro la piovra Mbaye, un autentico colosso in mezzo e a sostegno il coriaceo Steffè, che ha partecipato da prezioso rincalzo alla spedizione della Nazionale Under 17 al recente Mondiale di categoria. Grande senso tattico per la mezz’ala a metà con l’Inter, così come Tibolla, rientrato in nerazzurro a gennaio. In attacco, detto dell’agile e tecnico Gatto, è spiaciuto non aver visto all’opera lo straordinario bomber Da Silva, appiedato dal giudice sportivo per un turno dopo la tirata semifinale contro i viola. Un grande plauso alla società e a mister Nicolato, che ha rappresentato la continuità per il Chievo in tutti questi anni.

Nel Toro, che rimane la squadra più titolata d’Italia a livello Primavera con 8 affermazioni (senza contare le 7 coppe Italia e i tornei di Viareggio), la vittoria è sfuggita, a 20 anni e più dall’ultima finale, quando si scontrarono due futuri campionissimi come il già citato Del Piero, simbolo della Juventus e Bobo Vieri che mosse proprio in granata i primi passi di una fulgida carriera. Le carte in regola per puntare in altissimo c’erano tutte, dopo aver letteralmente dominato il proprio girone (come il Chievo dall’altra parte, primo in classifica in un girone con Atalanta, Milan e Inter), e mostrato per tutto l’anno grandi doti tecniche e agonistiche in elementi di sicuro avvenire come il citato Barreca, dal sinistro fatato e dalla corsa infinita, già più volte finito in prima squadra con Ventura, senza però assaporare la gioia dell’esordio, o come nella fantasiosa punta Aramu, stella conclamata della squadra, 19enne ma già molto esperto, avendo sempre giocato con compagni più grandi di lui, anche di due anni. Benissimo anche l’altro terzino, l’ex juventino Bertinetti, spina nel fianco sull’out destro, il play basso Comentale, l’interno Coccolo, stantuffo inesauribile o il centrale difensivo Ientile. Insomma, gli ingredienti per ripartire ci sono tutti, e va dato grande merito alla gestione Cairo, in grado di ridare grande dignità a un vivaio storico, caduto tristemente nell’oblio a causa di scellerate presidenze precedenti al suo avvento in società. La cosa più importante sarebbe quella di compiere un ulteriore passo in avanti, portando alcuni di queste giovani stelle tra i “grandi” della prima squadra, a iniziare magari già dal ritiro estivo di quest’anno.

Semifinali campionato Primavera: la favorita rimane la Lazio per quello che sarebbe uno storico bis.

la Lazio Primavera vincitrice del campionato un anno fa ha tutte le carte in regola per centrare uno storico bis

la Lazio Primavera vincitrice del campionato un anno fa ha tutte le carte in regola per centrare uno storico bis

C’è una tendenza negli ultimi anni per quanto riguarda il campionato Primavera, solitamente non immune da novità ad alti livelli (ricordiamo i due scudetti in serie agli inizi del duemila del Lecce o gli exploit qualche anno dopo di Genoa, Sampdoria e Palermo, oltre alle quasi affermazioni di Udinese e Siena): anche qui, come nei tornei professionistici italiani si stanno mettendo in mostra più o meno sempre le stesse squadre che poi arrivano alla fine a contendersi i titoli.

Certo, non mancano sorprese, casi isolati, ma raramente da tre anni a questa parte si esce da certi “giri”, e la cosa vale anche per gli Allievi.

In parole povere, se andiamo a vedere il cartellone delle semifinali del più importante torneo giovanile italiano, completato ieri, notiamo che le pretendenti all’ambito titolo, sono sempre le stesse: la Lazio, la Fiorentina, il Chievo con il ritorno di una storica squadra come il Torino, autentica big del calcio giovanile ma assente da tanto tempo dal contendersi posizioni di prestigio.

E prima erano uscite comunque compagini come Atalanta – finalista 12 mesi fa contro la Lazio, la Juventus – che dal nuovo millennio ha fatto letteralmente incetta di premi – il già citato Palermo e la Roma, altra big del calcio giovanile.

Ciò significa che si stanno delineando determinate gerarchie, che la lungimiranza di certe società alla fine viene premiata, che la cosiddetta programmazione può ancora effettivamente avere un senso, specie se contribuisce al lancio di promesse del vivaio destinate a diventare papabili titolari tra i ranghi della prima squadra. Prendiamo la Lazio, che negli ultimi due anni, è arrivata due volte in finale, perdendo la prima contro una forte e più esperta Inter (in cui militavano le forti punte Longo e Livaja, il regista Crisetig, il mediano Duncan e il difensore Bianchetti fra gli altri) e trionfando l’anno successivo contro l’Atalanta. In due anni sono approdati con buoni esiti in prima squadra elementi come Onazi e Keita, hanno esordito altri come Rozzi – ora nella cantera del Real Madrid – l’esterno sinistro Crecco e l’interno Minala, autentici attuali protagonisti dell’11 capitolino, e fuori sede sta facendo faville l’ex capitano Cataldi, titolare inamovibile nel Crotone dei miracoli di quest’anno, a un passo dalla conquista della serie A. Il Chievo era già stato semifinalista l’anno scorso, sconfitto proprio dalla Lazio nello scontro decisivo ma in12 mesi ha alzato ulteriormente il tiro (e l’asticella delle ambizioni), giungendo primo nel proprio girone eliminatorio (un raggruppamento tutt’altro che abbordabile) e mettendo in mostra un Da Silva, anch’egli già esordiente in serie A quest’anno, da urlo, capocannoniere del girone e autentico mattatore anche in questa fase finale, vedi lo scontro decisivo contro i quotati pari età juventini.

La Fiorentina è un habituè a questi livelli per il calcio giovanile e il Torino, come detto, torna finalmente a contendersi un titolo importante, dopo troppi anni di oblio. Proprio il Toro che nella sua lunga e gloriosa storia ha rappresentato il top in quanto a vivaio, con giocatori cresciuti in casa che hanno fatto letteralmente le fortune del club, rappresenta la vera incognita di queste semifinali. Troverà la favorita Lazio, falcidiata dalle squalifiche – tra cui quella del leader Minala – causate dallo scontro fratricida ad alta tensione contro la Roma (ben due gli espulsi tra i biancocelesti), e potrebbe essere una mina vagante, vista la continuità mostrata per tutto il lungo torneo. I ragazzi di Moreno Longo (cresciuto anch’egli nel Torino e che avrebbe potuto avere una carriera migliore, non fosse stato per i frequenti e pesanti infortuni), tra i quali spiccano il terzino Barreca, dalla personalità straripante e il fantasioso attaccante Aramu, dalla grande tecnica abbinata alla velocità, stanno rinverdendo i fasti di un’antica tradizione granata e potrebbero davvero sovvertire i pronostici, candidandosi prepotentemente per la vittoria finale. Un grande merito va però condiviso con la società, in grado di allestire un vivaio credibile e di grande qualità in pochi anni. Cartellone alla mano in teoria una delle due più forti uscirà necessariamente, visto che si affronteranno appunto da una parte Lazio e Torino e dall’altra le due possibili outsider Chievo e Fiorentina ma si sa che ci sono tante variabili che entrano in gioco arrivati a questo punto del torneo. Segnaliamo fin da ora però altri nomi interessanti: l’esterno offensivo della Lazio Cristiano Lombardi, dal carattere però un po’ fumantino, il mediano tutto polmoni e senso tattico del Chievo, Steffè (già buon protagonista con l’Italia Under 17 ai recenti Mondiali di categoria) e il fantasista tutto guizzi e giocate geniali Messetti,  mentre nella Viola sono da segnalare quantomeno la punta colored Gondo (classe ’96, che unisce in modo incredibile doti fisiche e tecniche) e il regista Capezzi. Tra di loro potrebbero nascondersi i campioni del futuro, tenete gli occhi bene aperti!

 

Dossier sugli stranieri giunti in Serie A quest’estate… tra (pochi) promossi e molti rimandati

Riporto anche qui, ampliandolo, un mio articolo uscito nel recente numero del Guerin Sportivo, con copertina dedicata al Pallone d’Oro Cristiano Ronaldo, che trovate in tutte le edicole d’Italia.

Si tratta di un dossier sugli stranieri giunti quest’anno nel nostro massimo campionato di calcio. Tra sorprese, delusioni e conferme, ecco quindi un quadro completo dell’impatto che questi giocatori hanno avuto con la serie A.

Nello scorso numero del GS campeggiava in copertina Paul Pogba: un giusto riconoscimento per un giovane straniero del nostro calcio, assurto ormai a rango di fuoriclasse, dopo aver esordito un anno prima con la Juventus. E quest’anno, invertendo una tendenza rispetto alle recenti stagioni, la serie A si è arricchita ulteriormente, presentando ai nastri di partenza alcuni stranieri definiti come “top player”. Accanto ai vari Tevez, Higuain, Gomez (che come i neo romanisti Gervinho e Strootman si meritarono la prima pagina della nostra rivista) sono però giunti in Italia tanti altri interpreti dall’estero con esiti sinora contradditori.

Nell’ Atalanta, squadra dai forti connotati locali, molti alla vigilia indicavano nel romeno Nica un sicuro pretendente del ruolo di terzino destro: alla resa dei conti però non si è mai visto, e in quella posizione – con alterne fortune – si stanno alternando l’adattato Canini, il capitano Bellini, il ripescato Scaloni e il tornante Raimondi, efficace ma più a suo agio da metà campo in su

Nel  Bologna si stanno ben disimpegnando i due sudamericani Laxalt e Cristaldo. Nel contesto di un grigiore generale, almeno hanno garantito vivacità e impegno, specie l’uruguaiano di proprietà dell’Inter, più arrembante e meno fumoso dell’argentino ex Metalist. Superfluo invece l’apporto dell’esperto terzino sinistro Cech, mai sopra una sufficienza piena e presto scalzato dal più efficiente Morleo. Sono ancora in lista d’attesa il trequartista francese Yaisien, accostato in patria a Zidane,  e l’attaccante romeno Alibec, che già fece parte del vivaio dell’Inter con qualche fugace apparizione in prima squadra.

Il Cagliari fa suo di anno in anno il motto “rinnovamento nella continuità”: pochi innesti mirati, da inserire gradualmente. Difficile ad esempio per il trequartista Ibraimi, che pure ha mostrato buone doti tecniche, superare nelle gerarchie il talento di casa Cossu, in assenza del quale peraltro il mister Lopez preferisce alzare la mezzala svedese Ekdal. E’ scomparso letteralmente dai radar invece il centrale difensivo greco Oikonomou, sempre titolare nelle amichevoli estive ma bocciato alla prova del campionato in favore dell’inossidabile coppia Rossettini-Astori e preceduto pure da Ariaudo.

Il Catania sta pagando dazio in classifica anche a causa del tourbillon di acquisti stranieri avvenuto in estate, molti dei quali, per ora, dimostratosi non all’altezza dei predecessori. In difesa il giovane Gyomber ha avuto le sue possibilità, vista la prolungata assenza del titolare Spolli ma è parso molto acerbo e insicuro, così come Monzon non si è ancora impadronito della fascia sinistra lasciata vuota da Marchese. E’tornato disponibile sul finale del girone d’andata il terzino argentino Peruzzi, considerato l’erede di Javier Zanetti dallo stesso capitano dell’Inter. L’impatto è stato difficile  ma il tempo per dimostrare le sue doti è dalla sua parte. Anche l’attaccante Leto ha mostrato limiti evidenti, soprattutto da un punto di vista fisico e il paragone con il Papu Gomez davvero non regge. Si salva l’esperto mediano tutto polmoni Plasil, dal rendimento costante.

Il Chievo, dopo la partenza shock, con Corini ha ritrovato risultati e molti dei suoi interpreti migliori. Poco spazio quindi  per i nuovi, come l’esterno sinistro Pamic.

Nella Fiorentina tutti aspettavano al varco la coppia offensiva formata da Rossi e Gomez, la meglio assortita della serie A. I due, complici gli innumerevoli guai fisici del panzer tedesco, si sono visti poco assieme sinora, e così l’italiano si è trovato a duettare con le frecce Cuadrado e Joaquin. Lo spagnolo non è più il funambolo dei tempi del Valencia, ma garantisce equilibrio, oltre che fiammate offensive. Dei tanti giovani giunti in maglia viola abbiamo visto le gesta soprattutto nel fortunato cammino in Europa League. Era lecito aspettarsi qualcosa in più da Rebic, il nuovo Boksic, mentre ha fatto intravedere le sue qualità solo a sprazzi l’uruguaiano Vecino, trequartista d’origine impostato da interno. Non pervenuto Iakovenko, mentre buoni segnali ha dato il ventenne brasiliano Matos, esordiente di fatto, ma in realtà fiorentino d’adozione, essendo nei ranghi delle giovanili viola da quand’era poco più che un adolescente.

Il Genoa sfoggia con vanto il giovane nazionale croato Vrsaljko, a cui sono bastate poche convincenti apparizioni sull’out destro per destare le attenzioni dei maggiori club italiani ed europei. Subito positivo anche durante la breve e sfortunata parentesi di Liverani, al ragazzo non fanno difetto tecnica,corsa e personalità. Buono anche l’apporto della zanzara greca Fetfatzidis,  ormai titolare fisso in un tridente anomalo con Kucka di supporto all’unica punta Gilardino. Il Gasp è riuscito a incanalarne nel modo adeguato la fantasia di cui dispone. Promette bene Konatè: per il ventenne senegalese qualche buona apparizione in attacco  non supportata sinora dalla necessaria concretezza.

Nell’Inter,  in attesa degli investimenti di Thohir si è puntati dapprima a ritrovare un solido 11 base sul quale lavorare. L’unico neo acquisto da fuori è stato l’ex Chelsea Wallace si è visto davvero pochissimo, detronizzato subito nel ruolo di terzino destro dal suo connazionale Jonathan, con Ricky Alvarez forse il “vero” nuovo straniero in organico dei nerazzurri, visto che entrambi paiono lontani parenti dagli abulici giocatori visti in precedenza.

La Juventus, a detta di tutti, aveva fatto il colpaccio in estate, assicurandosi un giocatore di primo piano come l’argentino Tevez e un primo bilancio non può che essere assolutamente positivo. L’Apache in pochi mesi è diventato leader della squadra, con doti tecniche che tutti gli riconoscevano ma dimostrando anche un comportamento esemplare, fungendo da esempio e trascinatore della squadra, degno erede di quel famoso 10 che ha fatto la storia recente della Juve. Accanto a lui in attacco pian piano è lievitato anche lo spagnolo Llorrente, al quale sono servite più settimane per ambientarsi. Frettolosamente ha rischiato di essere etichettato come flop dopo i casi scioccanti di Elia o Anelka, invece l’ex Athletic Bilbao stava solo aspettando il proprio turno, lavorando in silenzio per ottenere la forma migliore. Non sarà mai un cecchino infallibile alla Trezeguet, cui è stato ingiustamente paragonato, ma i galloni da titolare sono ormai sulla sua maglia.

Nella Lazio i nuovi arrivi stranieri non stanno certo incidendo secondo le attese e, un po’ come a Catania, stride molto il paragone tra titolari e riserve. In difesa, ad esempio, sta demeritando Novaretti, cui spesso Petkovic  preferisce piuttosto adattare il centrocampista albanese Cana. Anche i brasiliani Vinicious e Felipe Anderson stanno deludendo. Il fantasista ex Santos ha una tecnica invidiabile e indubbio talento ma tra infortuni e una difficile collocazione tattica non ha praticamente mai inciso. Stessa cosa si può dire dell’acerbo centravanti colombiano Perea, assai poco prolifico nei panni sporadici di vice Klose, visto che si è fatto scavalcare nelle gerarchie dal talento di casa Keità (classe ’95).. Rimane da dire dell’argentino Biglia, il cui acquisto, a lungo inseguito, era stato messo in discussione già dal ritiro estivo, quando parve davvero poco probabile l’opzione doppio regista con il capitano Ledesma. Troppo simili i due alle spalle di Hernanes, così che il biondo ex Anderlecht è finito presto tra i rincalzi, nel frattempo scavalcato dal giovane nazionale nigeriano Onazi.

Il Livorno, nella difficile corsa alla salvezza, sta preferendo affidarsi a giocatori esperti o reduci dalla splendida cavalcata della promozione dell’anno scorso. Poco presenti finora i giovani Mosquera e Borja (entrambi colombiani), ancora fermo ai box l’argentino prestato dall’Inter Botta (di cui si dice un gran bene) e presto rimandato il centrale difensivo Valentini, cui vengono preferiti il talento di casa Ceccherini e il navigato Rinaudo.

Il Milan, alle prese con un’epocale svolta societaria, non aveva investito granchè all’estero quest’estate, riuscendo a ingaggiare in extremis il cavallo di ritorno Kakà. Da molti dato per bollito, e considerato dai più una sorta di acquisto dal sapore “romantico”, quello del brasiliano si può invece definire come probabilmente l’ultimo colpo messo a referto da Galliani prima di passare la mano alla rampante Barbara Berlusconi

Nel Napoli il vero acquisto straniero è in panca, quel Rafa Benitez, capace di conquistare tutti nel breve volgere di un ritiro estivo. Per farlo si è avvalso di una rosa composta in buona parte da stranieri inediti per il nostro campionato. Il compito più arduo spettava al Pipita Higuain, che doveva sostituire al centro dell’attacco il Matador Cavani. L’argentino sta facendo la sua parte, con gol e ottime prestazioni, sia in campionato che in Europa. Dietro di lui stanno furoreggiando i fantasisti Callejon e Mertens che si alternano con il talento nostrano Insigne, componendo con Hamsik uno splendido ed efficace tridente offensivo. Se lo spagnolo, mai del tutto compiuto in patria, è quello che ha garantito finora più puntualità in zona gol ed equilibrio tattico, il piccolo belga invece è l’uomo abile a scardinare le difese avversarie, spesso a partita in corso, sgominando i rivali con accelerazioni devastanti e tecnica di base sopra alla media. Poche chances ma discretamente sfruttate le ha colte in avanti anche il giovane Duvan Zapata, mentre in difesa è titolare fisso lo spagnolo Albiol, non immune però da errori anche banali in coppia con Britos o più spesso Fernandez. In porta è parso invece da subito una sicurezza il portiere ex Liverpool Reina, anche se essendo in prestito secco difficilmente potrà essere riconfermato, viste le lusinghe di casa Barcellona. Alle sue spalle, sul finale del girone d’andata,  ha fatto la sua comparsa tra alti e bassi il giovane Rafael, da molti considerato in Brasile il portiere del futuro.

Il Parma di Donadoni, un po’ come Atalanta e Cagliari, ha cambiato pochissimo rispetto alla passata stagione e gli stranieri giunti in Emilia sono per lo più giovanissimi che alla resa dei conti non hanno mai assaggiato la prima squadra: gente talentuosa come il serbo ex Stella Rossa Jankovic (classe ’95) e il difensore  ivoriano Mory Kone (classe ’94). Qualche apparizione (modesta) da parte del difensore portoghese Pedro Mendes, che pare più un  “tronista” che un ruvido difensore. Dura per lui conquistare posto in una linea difensiva titolare formata da giocatori fidati come Cassani, Lucarelli e Paletta. E anche quando l’italo argentino è stato fuori a lungo per infortunio, è toccato spesso e volentieri all’esperto brasiliano Felipe sostituirlo.

Per la rivelazione Roma di questa parte di stagione vale un po’ lo stesso discorso relativo al Napoli. L’acquisto boom tra i nuovi stranieri giunti in serie A sta in panca e risponde al pittoresco nome di Rudi Garcia. Il tecnico francese ex Lille è entrato presto in sintonia con società e squadra, scegliendo un apparente profilo basso, non nascondendo però tra le righe la propria ambizione. In una squadra largamente rinnovata stanno facendo meraviglie gente come Strootman e Gervinho, uomo di fiducia del neo allenatore, con cui vinse uno splendido scudetto in Francia.Se all’Arsenal non era riuscito a imporsi, sembrando più che altro un poco efficace giocoliere,a Roma è stato capace di segnare, fornire splendidi  assist al bacio e garantire una lucida spinta costante sulle fasce. L’interno olandese, pedina insostituibile a metà campo,a soli 23 anni si muove da veterano, con assoluta padronanza del ruolo, mostrando personalità, muscoli, senso tattico e ottima tecnica di base con entrambi i piedi: un investimento davvero azzeccato. Al promettente centrale croato Jedvaj (classe ’95), di cui si dicono meraviglie, non sono state per ora concesse opportunità importanti per mostrare il proprio valore.

Nella Sampdoria rivitalizzata sul finale di andata da Mihajlovic, in mezzo ai tanti stranieri che compongono per la maggior parte la rosa della squadra, in pratica quest’anno è arrivato solo il ventunenne laterale polacco Wszolek,  visto solo a sprazzi e raramente titolare.

Il Sassuolo, matricola assoluta della nostra serie A, sta disputando un campionato più che dignitoso,. E lo sta facendo in pratica con un gruppo di tutti italiani in campo, almeno per quanto concerne l’11 base ormai individuato dal tecnico Di Francesco. Alla vigilia del torneo pareva in rampa di lancio l’attaccante romeno Alexe, che nel breve minutaggio messo a disposizione si era pure mosso bene ma che è finito clamorosamente nelle retrovie una volta tornato dalla squalifica il super talento Berardi.

Il Torino di Ventura ai nastri di partenza presentava due nuovi stranieri: il giovane di belle speranze Maksimovic (ex Stella Rossa, classe ’91) e il più esperto, anche a livello internazionale, Farnerud. Il primo, soffiato a grandi club, si sta inserendo molto gradualmente, complice anche la solidità di un reparto già affiatato. Il centrocampista svedese, forgiato da campionati come quello francese, tedesco e svizzero, non c’ha messo molto ad adattarsi al clima della serie A, nonostante abbia patito una serie di guai fisici che ne hanno ridotto l’utilizzo sin qui in mezzo al campo.

L’Udinese sta vivendo una stagione di transizione, dalla cui solita infornata di stranieri  pochi hanno lasciato traccia evidente di sé. Certamente non lo hanno fatto il laterale svizzero Widmer, acerbo e in pratica “né carne, né pesce” sulla fascia destra, o il mediano croato Mlinar. Mai visti in pratica i giovanissimi brasiliani Douglas Santos (classe ’94) e Jadson (regista classe ’93 in possesso di indiscusse doti tecniche, per molti il nuovo Pizarro), mentre in difesa ha stentato nelle occasioni in cui è stato schierato il croato Bubnjic. In porta un esordiente assoluto del nostro campionato era il venticinquenne Kelava, subito titolare in porta per ovviare all’infortunio occorso presto al designato Brkic. Buona personalità ma anche qualche errore di troppo ne hanno compromesso l’ascesa in bianconero, e col ritorno in campo del portierone ex Siena, per lui le presenze si sono ridotte al lumicino.

Tra i diversi nomi nuovi del campionato del Verona, si è messo prepotentemente in luce sin dai primi banchi di prova il sudamericano Iturbe.  Una sorta di predestinato, conteso dalla nazionale paraguaiana, nazione d’origine dei genitori e da quella argentina. Dei tanti “nuovi Messi” è quello che in effetti più gli somiglia, nella velocità palla al piede, nel dribbling fulmineo, anche se deve  limare alcuni egoismi. Gli avversari stanno imparando a conoscerlo e a limitarlo ma rimane, dietro ai big Tevez e Higuain, il miglior straniero giunto quest’anno. Meno incisivi invece il play basso Cirigliano e i due centrali difensivi Marques e Gonzalez. Per il brasiliano poche apparizioni e mai convincenti;  per il grintoso uruguaiano, qualche svarione di troppo e in generale una tecnica di base approssimativa che lo hanno fatto incappare in grossolani errori costati cari. Non ha avuto spazio invece il figlio d’arte Mihajlov, portiere della nazionale bulgara, causa l’ottima conferma in serie A del titolare Rafael.

Insomma, un primo bilancio che sembra porre in chiaro scuro la faccenda dell’incidenza positiva degli stranieri sul nostro campionato. Se, come analizzato, i cosiddetti top player, giunti in soccorso di una serie A sempre più povera di interpreti di valore, stanno svolgendo bene il proprio compito, altri non stanno contribuendo in maniera pregnante alle sorti delle loro compagini. Il tutto in un quadro generale sempre più globalizzato, che mai come quest’anno ha consentito a tanti giocatori italiani di tentare a loro volta la carta dell’esperienza fuori dai propri confini.

(Gianni Gardon)

ps.. il tutto considerando che, a una così poco confortante ondata di nuovi giocatori provenienti dall’estero, non ha fatto da contraltare un’adeguata esplosione dei giovani di casa nostra, come da tempo auspicato da più parti.

Parole al vento, verrebbe da dire, se è vero che, nonostante le buone premesse, i risultati ottenuti di recente dall’Under 21 di Mangia agli Europei disputati la scorsa estate in Israele, e lo sporadico lancio di giovani visto un anno fa (pensiamo ai milanisti De Sciglio e  El Sharaawy o prima ancora il regista Verratti), quest’anno la tanto attesa inversione di tendenza definitiva, la consacrazione di un interessante movimento non c’è stata. Anzi, nel campionato in corso, quello importantissimo che dovrà dare delle indicazioni definitive a Prandelli in vista del Mondiale brasiliano, si stanno facendo valere prevalentemente i “grandi vecchi”, gente come Totti, Toni, il più giovane ma comunque ultratrentenne Gilardino, più che i nuovi nomi.

E se da noi giungono tanti stranieri, è anche vero che accade pure il contrario, e la fuga degli italiani all’estero non riguarda più ormai solo i famosi “cervelli”, ma si allarga anche a giovani comuni, così come a pensionati che vanno a spendere i loro (pochi) risparmi magari in Paesi dell’Est dove la vita costa meno e.. magari anche a quei giocatori “in esubero” nel nostro campionato, nè giovani, nè vecchi, ma forse con poche prospettive per mettersi in mostra da noi.

Mai come quest’anno quindi, non si contano i nostri atleti impegnati all’estero, non solo ex promesse come gli “inglesi” Macheda, Petrucci, Borini, Mannone o Santon, o campioni affermati come i “parigini” Verratti, Sirigu o il naturalizzato Motta o i giovani in rampa di lancio, strapagati all’estero ma finiti clamorosamente ai margini a casa nostra (gente come gli ex interisti Donati e Caldirola, immalinconiti nelle categorie  minori prima di passare a fare i titolari in club prestigiosi come Bayer Leverkusen e Werder Brema).

No, quest’anno ad aver fatto le valigie ci hanno pensato anche l’ex bolognese Pisanu, ormai finito in Lega Pro dopo un fulgido passato in serie A con il Parma e un passato remoto da predestinato, che è tornato alla ribalta nella Major Soccer League, nella stessa squadra di Ferrari e Di Vaio, con quest’ultimo sempre tra i migliori e più prolifici attaccanti di quella lega. E poi in Ungheria gioca l’ex juventino Alcibiade, ancora giovane ma mai esploso; in Francia è titolare indiscusso in Ligue 1 il difensore Tonucci, così come l’ex bolognese Raggi, addirittura nel top Club Monaco, allenato da Ranieri, quando lo raggiunse in tempi non sospetti con la squadra scesa mestamente in Ligue2, prima della “miracolosa” acquisizione da parte degli sceicchi; in Portogallo nell’Olhanenense gioca Dionisi, protagonista assoluto nel Livorno di Nicola fino alla bella promozione dello scorso anno mentre in Olanda è ormai un vip, un uomo di punta l’attaccante leccese Pellè, splendido cannoniere.

In Scozia gioca ormai da veterano il centrocampista Manuel Pascali, da noi visto all’opera solo in terza serie e lì diventato uomo simbolo, da molti stagioni (ben 6) trascinatore del Kilmarnock, così come in Grecia spopola da anni l’attaccante Napoleoni.

In Premier quest’anno sono arrivati come grandi acquisti due nazionali azzurri come l’attaccante Osvaldo (invero un oriundo) al Southampton e il piccolo jolly Giaccherini al Sunderland, dopo la bellissima e convincente Confederation Cup disputata l’estate scorsa. In Inghilterra è finito pure il portiere mai del tutto compiuto in tutto il suo talento Emiliano Viviano, anche se quest’anno all’Arsenal è davvero dura ritagliarsi il giusto spazio. Sempre oltre Manica, ma nella seconda serie, molti italiani sono stati “parcheggiati” al Watford dall’Udinese, visto che entrambe le squadre fanno capo al presidente Pozzo. Ecco quindi che alla corte di Zola prima, e di Sannino ora, giocano i vari Fabbrini, Faraoni, Battocchio, Forestieri, Angella, tutti col desiderio non nascosto di imporsi e di tornare da protagonisti a calcare i palcoscenici del nostro massimo campionato. Nella Liga Spagnola è impegnato invece un altro reduce da un buonissimo europeo Under 21, il centrocampista Fausto Rossi, cresciuto nella Juventus dove aveva esordito precocemente in prima squadra, prima di iniziare un lungo girovagare tra le categorie minori.

Caso più unico che raro è quello del Novi Gorica, società satellite del Parma, dove il presidente Ghirardi ha mandato a farsi le ossa o ad accumulare minutaggio importante tantissimi elementi sotto contratto con la squadra madre: gente anche di indubbio talento come l’ex nazionale giovanile azzurro Gaetano Misuraca, i difensori Abel Gigli e Alessandro Favalli, la punta Massimo Coda o di lunga esperienza nei campionati minori italiani come gli attaccanti  Lapadula e Bazzoffia, il centrale difensivo Checcucci, il portiere Cordaz o di recente il tornante Finocchio, ex nazionale under 17.

Insomma, un esercito intero presente nella vicina Slovenia, con tanti giocatori che hanno accettato di percorrere altri lidi pur di trovare spazio e giocare con continuità, rimettendosi in gioco, in un momento in cui anche il calcio italiano, inteso proprio come sistema, sembra sempre più in forte crisi, non solo economica.

La Nigeria domina il Messico nella finale del Mondiale Under 17: 3 a 0 per le Aquile africane.

Al Messico non è riuscita l’impresa di bissare la vittoria al Mondiale Under 17, conquistata due anni fa e stavolta disputata negli Emirati Arabi Uniti. Troppo forte a conti fatti la Nigeria, che già nella fase a gironi aveva umiliato i campioni in carica centramericani con un sonoro 6 a 1.

In occasione della finalissima gli africani si sono invece limitati a sconfiggere gli avversari con “solo” tre gol di scarto, ma sul piano del gioco davvero non c’è mai stata partita.

Il Messico, a dire il vero, aveva faticato non poco ad arrivare sin lì, sconfiggendo l’Italia con un 2 a 0 meno netto di quel che si pensa, poi battendo ai rigori il super favorito Brasile degli astri nascenti Mosquito, Danilo e Boschilia, e infine l’Argentina in semifinale (a dirla tutta, una delle selezioni, quella argentina, tra le meno interessanti degli ultimi due decenni).

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La Nigeria invece ha viaggiato sul velluto, e non è certo la prima volta che a livello giovanile finisca per prevalere lo strapotere delle compagini africane: basti pensare che solo le Aquile verdi hanno sinora vinto ben 4 edizioni della manifestazione iridata in questione (1985, 1993, 2007, oltre a quella conclusa ieri). Ma stavolta a colpire sono state soprattutto altre qualità rispetto alla componente meramente fisica e atletica. Ben schierati in campo, con una difesa accorta, abilissima nei fuorigioco e attenta a ogni minimo dettaglio, forte ai lati dove i terzini (da tenere assolutamente d’occhio quello destro, il capitano Muhammed, capace di garantire spinta continua, ripartenze efficaci e prodezze assortite, vedi il terzo gol siglato da lui con una splendida punizione a giro finita sul sette) accompagnano sempre l’azione, veloci come frecce, e a centrocampo dove solidità e leggerezza vanno a braccetto.

Dalla trequarti in su poi spazio all’ariosità e alla pura tecnica delle bocche da fuoco, e per capire di cosa si stia parlando basta guardare l’azione che conduce alla rete del vantaggio africano, da manuale del calcio, direbbe qualcuno! Un contropiede orchestrato in maniera perfetta, completato in malo modo dal difensore messicano Aguirre (comunque uno dei migliori della spedizione biancorossoverde) che, nel maldestro tentativo di anticipare un lanciatissimo Yahaya, spedisce egli stesso la palla nella rete strenuamente difesa fino a quel punto dal bravo portiere Gudino – probabilmente il migliore di tutto il Mondiale.

Nella ripresa raddoppierà l’altro super talento nigeriano, Iheanacho, fantasista abilissimo sul piano tecnico, leggiadro quando parte palla al piede e dotato di una velocità impressionante, anche nello stretto, come si evince dai numerosi triangoli, lanci, passaggi filtranti messi in cantiere durante queste partite mondiali.

Nella semifinale per il terzo e quarto posto non c’è stata proprio storia, con una Svezia mai vista così forte a questi livelli, capace di schiantare con un secco 4 a 1 l’Argentina, grazie a uno strepitoso Berisha, autore di una magica tripletta e proclamato alla fine come capocannoniere del Mondiale.