Alla scoperta di “Altered Reality”, il nuovo album di un Artista con la A maiuscola: Flavio Ferri ci propone una realtà distorta ma assolutamente affascinante

Seguo e apprezzo Flavio Ferri da tantissimo tempo, anche se ho avuto modo di conoscerlo di persona soltanto lo scorso novembre, in quel di Sanremo, quando in occasione della Rassegna del Premio Tenco aveva accompagnato in qualità di produttore una delle sue ultime scoperte, il cantautore italo-spagnolo Davide Sellari, in arte Olden.

Per me fu naturale andare a salutarlo e scambiarci qualche chiacchiera, dopo che già sui social network avevamo di tanto in tanto dialogato. Flavio è un omone buono, artista acuto e sensibile, soprattutto sempre in movimento e alla ricerca di “bellezza”, come ci aveva detto lo stesso Olden in una recente intervista.

https://giannivillegas.wordpress.com/2020/05/18/una-piacevole-chiacchierata-con-olden-autore-con-prima-che-sia-tardi-di-uno-dei-dischi-italiani-piu-belli-dellanno/

In effetti di bellezza nel disco “Prima che sia tardi” a nome dell’artista perugino di stanza a Barcellona ve n’era in gran quantità, e non si può negare che Ferri da sempre abbia grandi intuizioni da talent scout, fin da quando negli anni ’90 guidava i Delta V assieme al sodale Carlo Bertotti.

Foto di Flavio Ferri

Ecco, credo che tutti i sedicenti appassionati di musica italiana, alternativa e non solo, dovrebbero riconoscere la giusta importanza di Flavio, che in quegli anni seppe proporre, miscelando in modo egregio, entusiasmante, suoni moderni in odor di Bristol (quel trip hop all’epoca tanto in voga) con una tradizione tutta italiana che aveva le sue radici (anche) nella musica leggera, quella d’autore, legata ai mitici anni sessanta. I risultati furono mirabili con diverse cover – in grado di garantire successo e risonanza al tutto – ma pure gli inediti non scherzavano in quanto a soluzioni pop gradevoli, finanche irresistibili.

Quello dei Delta V era davvero un pop elettronico di grande qualità.

Ne è passata di acqua sotto i ponti ma Ferri, anch’egli ormai da tanti anni residente in Catalogna, non ha mai smesso di seguire la propria indole, sempre all’insegna della curiosità e della voglia di esplorare nuovi territori, non solo nella ormai consueta veste di produttore e arrangiatore. Infatti la sua ormai ampia carriera si è arricchita nel tempo dei progetti più svariati, spesso celati sotto sigle magari improbabili (“Girls Bite Dogs”, assieme a Fabrizio Rossetti) ma sempre estremamente affascinanti.

Nel mentre ha avviato collaborazioni importanti, specie in ambito elettronico ma sovente pure intervenendo in album di musicisti in qualche modo a lui affini. E ha rispolverato pure il nome dei Delta V, perché i primi amori “fanno dei giri immensi e poi ritornano”

Negli ultimi mesi però, caratterizzati dalla chiusura forzata, dal lockdown conseguente la pandemia, l’animo inquieto di Ferri ha partorito diverse opere (la serie “Fast Forward Vol. 1-5”) in cui si è sbizzarrito proponendo musica d’avanguardia, sperimentale, in alcuni casi proprio “aliena”.

 

Alludo nello specifico al recente “Altered Reality” (Vrec Music Label/Believe Digital), realizzato in collaborazione con Simone Cicconi e Elle, col quale il Nostro ha oltretutto sperimentato la tecnica dell’8D, ricavando un suono assolutamente originale, particolare, disturbante ma soprattutto magnetico.

I dieci brani che compongono il disco sono stati concepiti e realizzati proprio per sfruttare le possibilità indotte dalla tecnologia dell’8D e perciò, a detta dello stesso autore, andrebbero ascoltati soprattutto mediante delle cuffie, alfine di essere avvolti pienamente dell’atmosfera, fino a rimanerne rapiti.

Mettersi all’ascolto di “Altered Reality” significa predisporsi mentalmente per un viaggio che saprà prevaricare i confini umani, mettendoci in contatto con una realtà che percepiamo sì come alterata, ma soprattutto proveniente da mondi lontani, sconfinati. Non ho usato a caso prima l’aggettivo alieno per tentare di descrivere queste tracce: l’impressione che ne ho ricavato è infatti quello di trovarmi di fronte a tutta una serie di rumori, suoni, percezioni e oscillazioni di matrice spaziale.

Lo si evince sin dall’opening track, una breve “Ouverture” che ha il merito di provare a orientarci su ciò che andremo ad ascoltare, introducendo con le sue dilatazioni robotiche la vivace “Tuning In”.

Tutta la raccolta ha una natura necessariamente ondivaga, sbilenca e psichedelica, con canzoni come l’obliqua e onirica “The Mesmerizer”, l’ipnotica “He Knows How to Get Back to You” o la più sinistra “It’s Raining Bombs”, che potrebbero essere state scritte dall’Aphex Twin più allucinato dopo essere stato a cena con gli Autechre.

D’altronde lo ha ammesso lo stesso Ferri in un’interessante intervista a Rolling Stone che, per funzionare, questa musica deve far venire all’ascoltatore la sensazione di nausea, insomma, deve in qualche modo risultare straniante, finanche disturbante.

https://www.rollingstone.it/musica/interviste-musica/volevate-un-intero-album-in-8d-e-arrivato-e-fa-venire-la-nausea/520844/

Questo insolito lavoro, nato per assecondare nel profondo l’istinto e la ragione del suo prolifico e ispirato autore, ha spostato ulteriormente i confini della musica elettronica per come siamo stati abituati a concepirla e ad ascoltarla.

E’ indubbio che Flavio Ferri con un progetto simile, certamente ostico nella sua urgenza creativa, è riuscito a fare centro, colpendo il nostro immaginario e alimentandolo con delle suggestioni tutte nuove.

 

Intervista a Sara Marini, finalista al Premio Tenco nella categoria Miglior Album in Dialetto con lo splendido “Torrendeadomo”

Sara Marini è indubbiamente una di quelle artiste in grado, con le sue canzoni, di trasmettere tanto della propria storia e del proprio io.

Ne ha dato una fragorosa conferma col suo recente lavoro,“Torrendeadomo”, in cui è riuscita a far emergere la sua anima, radicata tra l’Umbria e una Sardegna, quella amata dell’infanzia, pienamente ritrovata e qui a lungo omaggiata. Non solo, si tratta di un lavoro sì molto personale, intimo, in cui affiorano in superficie tematiche autobiografiche, ma al contempo contaminato e allestito in collaborazione con un gruppo di fidati musicisti e autori, tutti legati alla sua vicenda umana e artistica.

La Marini, senza sgomitare e armata del solo puro talento che emana placido dalla sua penna e dalle sue note, ma anche (soprattutto, verrebbe da aggiungere) dalla sua splendida voce, è riuscita a far issare il suo album fin quasi in cima in una rassegna prestigiosa come quella del Premio Tenco, che ogni anno assegna le Targhe ai migliori dischi dell’anno.

Lei, in gara tra le Opere in dialetto, è giunta tra i cinque finalisti, lasciando infine lo scettro a un gruppo che, senza timore di smentita, possiamo annoverare tra i mostri sacri della musica italiana, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, autori di un album onestamente notevole. Poco male, Sara si è fatta largo tra tantissimi lavori meritevoli provenienti dalle diverse aree geografiche italiane, evidenziando uno stile peculiare, pur tra tante differenti suggestioni e matrici. Canzoni indubbiamente popolari ma che, forse, più che appartenere alla vasta famiglia del folk, guardano ancora oltre, annoverandosi tra i solchi di un macro genere, che più che musicale, è associato a un’attitudine, a una visione, come quello della world music.

Foto di Gianfilippo Masserano

Avendo, da Giurato della Rassegna, segnalato il suo disco sin dalla prima turnazione, e poichè figura ormai tra i miei ascolti preferiti dell’ultimo periodo, avevo voglia di saperne di più dalle sue parole.

Contattata telefonicamente, Sara si è mostrata da subito disponibile e gentile, umile ma allo stesso tempo consapevole e sicura di ciò che vuole realizzare con la propria musica.

Ecco di seguito il resoconto nel dettaglio della nostra lunga chiacchierata.

“Ciao Sara, ci siamo già sentiti tramite i social, e mi fa molto piacere avere l’occasione di approfondire e sviscerare un po’ il tuo lavoro di artista, la tua esperienza. Intanto, inizio con l’arrogarmi il titolo di porta fortuna, visto che ti ho votata dall’inizio per le Targhe Tenco e sei arrivata tanto così dall’aggiudicartela, tra i cinque finalisti nella tua categoria!”

“Sì, è stato grandioso! Ti ringrazio davvero tanto”.

“Partirei proprio dal presente, e quindi riferendomi a quest’exploit del Tenco. Come l’hai vissuto, come lo stai vivendo e soprattutto cosa significa per te? Lo vedi come un riconoscimento del tuo lavoro?”

“Sì, diciamo che è stata una cosa inaspettata, in un momento abbastanza buio per noi artisti è stato un bel carburante, no? Anche perchè ero vicina veramente a dei mostri sacri della musica popolare italiana. Sono veramente soddisfatta di aver raggiunto questo obiettivo. Che posso dire? Non ci sono molte parole per spiegare, è una sensazione strana perchè veramente non me l’aspettavo. Per me questo disco è arrivato dall’anima, io alle cose grandi non ci penso mai, quindi quando arrivano è un po’ una doccia fredda, ma in questo caso, di quelle “rilassanti”, molto molto belle”.

“E’ un peccato che sia così difficile riuscire a suonare in giro: anche solo rimanendo alla dimensione del Premio Tenco, poteva essere un’ottima occasione magari quella di esibirsi lì, se non sul palco, su uno dei tanti spazi itineranti allestiti durante i giorni della Rassegna, non trovi?”

“Infatti, io praticamente non ho ancora avuto la possibilità di presentare come si deve il disco, perchè purtroppo una volta uscito, poi da lì a poco è esploso l’enorme problema legato al Covid. E’ stato molto strano, tanto che ci siamo fermati ancora prima di iniziare e solo adesso riprenderemo piano piano. Riparto da qui, dall’Umbria il 12 agosto con la prima presentazione che farò al Teatro Romano di Gubbio, in una location bellissima fra l’altro”.

“Quindi giochi in casa?”

“Proprio così e ne sono molto contenta, partire da qua è una cosa a cui tenevo… e poi sarò anche in Sardegna, perciò si può ben dire che parto dalle mie due origini. Meglio di così, per il momento che stiamo vivendo, non poteva andare. Il bisogno di lavorare c’è ma soprattutto la voglia di ripartire, di riconquistare un palco è proprio tanta, perchè per un musicista è come se ti mancasse l’aria”.

“E’ così per me anche da semplice spettatore, immagino che la sensazione sia ancora più forte per chi in prima persona è protagonista di uno spettacolo”

“Mi manca da spettatrice e anche da artista, in tutti i casi: io poi sono una che si alimenta molto con i concerti, mi piace molto la musica dal vivo, mi faccio attraversare da tante cose quando assisto a uno spettacolo, quindi mi manca quest’aspetto qua”.

“Tra l’altro un disco come il tuo dal vivo dovrebbe sprigionare davvero tanta emozione ed energia. Le canzoni già in studio sono notevoli, in ambito live come rendono?”

“C’è stato veramente un bellissimo lavoro in studio, perchè abbiamo cercato di dare un senso a tutto quello che abbiamo composto;  vale per tutte le persone che hanno composto i brani assieme a me, perchè io non sono autrice unica di tutti i pezzi, sono autrice della metà dei testi, mentre nell’altra metà mi sono avvalsa di collaborazioni importanti. Ho cercato di creare un sound corposo, multiforme”.

“Dal vivo avrai la band che ti ha accompagnato magnificamente in studio, il tuo pool di collaboratori?”

“Io cercherò di portare nel possibile tutta la band che ha partecipato alla realizzazione dell’album, però come tu sai non è così semplice suonare con la formazione al completo, specie in un periodo come questo. In questo caso, per la presentazione qui in Umbria saremo in sei, con special gust Monica Neri all’organetto, e saranno presenti pianoforti, chitarre… i musicisti con me sono per la maggior parte polistrumentisti, quindi in scena si sentiranno davvero tante sonorità vicine al disco”.

“Sarà un sound bello organico, mi stai dicendo?”

“Sì, assolutamente sì, perchè appunto siamo in sei e nel presentarlo la prima volta l’idea era quella di dare un’immagine fedele a quello che si ascolta sul disco, quel tipo di suono”.

“Un sound bellissimo, su cui torneremo più avanti. Adesso però andrei a monte, a quando ti eri messi alle prese con il seguito del tuo già interessante album d’esordio. Un album, quello nuovo da poco pubblicato, pieno di rimandi e di interventi sia in fase di scrittura (cito almeno tua zia Nicolina, che a mio avviso ha scritto, se mi posso sbilanciare, due tra le più belle canzoni del disco!). Ecco, tu avevi la percezione, mentre lo scrivevi, che stavi facendo un bel salto di qualità, un lavoro di un certo peso, al di là del piazzamento al Tenco? Ti rendevi conto di avere tra le mani un lavoro che ti identificava, partendo come fa da radici lontane (umbre, sarde)? Insomma, fai una sana autovalutazione! Che messaggio volevi mandare all’ascoltatore?”

“E’ una domanda difficile in realtà quella che mi stai facendo, perchè io sono una donna molto pratica, che non si crea molte aspettative nella vita, quindi questo disco è stato proprio un’esigenza mia e, ti dirò, sono stata nel cammino anche molto combattuta perchè mi capitava di pensare: “ma a chi interessa un lavoro autobiografico?”. La ricerca di queste mie radici è stata fortemente voluta per dare un senso alle problematiche che io ho vissuto tra questi due posti, perchè, in confidenza (visto che dicevi che vorresti sviscerare), i miei genitori si erano separati in un momento della mia vita molto particolare. Quindi mio padre era tornato in Sardegna, mia madre era rimasta in Umbria. Io con la Sardegna ho avuto un blackout di circa 10-15 anni in pratica”.

“Hai dovuto riscoprirla un po’?”

“Sì, perchè mi mancava proprio tanto. Fai conto che io per quindici anni stavo lì durante le estati per 3 o 4 mesi, poi andavo anche da sola, quindi la mia infanzia e in parte la mia adolescenza l’ho vissuta anche lì, nonostante io sia nata e abbia vissuto in Umbria. Sono state due Terre che allo stesso modo mi hanno accolto e che fanno parte di me. Io vivo queste due Regioni in modo molto viscerale per tanti aspetti. Per questo sono stata molto combattuta, perchè pensavo che non sarebbe interessato a nessuno una cosa del genere, così intima per certi versi, così mia. In realtà poi ho lasciato perdere questo pensiero e mi sono detta: “Senti, questa cosa, questo disco serve a me, per riscoprire certi luoghi e di conseguenza per riscoprirmi”. E’ un lavoro dove veramente ho raccontato attraverso la musica e le parole cosa significa per me appartenere a uno e a più luoghi, e diciamo che a un certo punto c’è stato un momento in cui mi sono fermata, pensando “cavoli, però, questi sono brani belli, i testi sono forti”. Mi sono infine autoconvinta che questi testi ce l’hanno una propria forza, ce l’hanno per me, per come li ho vissuti e per come li ho cercati. Ad esempio, hai nominato mia zia (lei non è una musicista, ma si diletta a scrivere anche in dialetto ed è davvero molto brava)… ecco, lei quando ha scritto il testo, io le avevo parlato di quelle sensazioni, delle emozioni che provavo ed è nata “Una rundine in sas aeras”.

“Un brano, come accennavo prima, a mio modo di vedere splendido, che apre il disco in maniera molto suggestiva e subito ti culla, sapendo creare quell’atmosfera così accogliente, nonostante il testo abbia poi anche altri significati. A seguire c’è poi “Terra rossa”, una sorta di tua rivendicazione, una canzone più “battuta” e che si avvicina a un certo tipo di folk, meno legato in apparenza alla Sardegna e all’Umbria”

“Lo hai ascoltato bene questo disco, mi fa piacere”.

“Certo, l’ho ascoltato benissimo e fa parte degli ascolti di queste ultime settimane, tanto che io analizzerei anche i singoli episodi, se non ci fosse il rischio di diventare un po’ pedante. Però se hai qualche considerazione da fare su una particolare canzone, sono qui pronto a raccogliere ogni cosa. Per esempio il tuo mi sembra un meticciato, molto vero, e sei riuscita a renderlo benissimo insieme a diversi collaboratori come ad esempio Claudia Fofi (con cui tu avevi già avuto ottime esperienze in tempi non sospetti). Tu come definiresti il tuo stile?”

“Tutti i musicisti che hanno collaborato con me a questo disco conoscono bene il mio percorso musicale, e mi hanno fatto riscoprire in alcuni casi delle emozioni nate da musiche adatte a me, a parte forse proprio “Terra rossa”, un brano di Claudia Fofi che avevo già cantato e che era stato inserito nel progetto “Le Core” ma che sentivo l’esigenza di inserire qui, perchè avevo la necessità di un pezzo che parlasse di una terra effettiva, rappresentando bene la Sardegna, la quale ha una parte di terra rossa e una parte di terra nera. Parla della voglia di non avere una sola radice insomma:“voglio essere senza radici”, canto a un certo punto”.

“Infatti, quella frase lì è molto forte, arriva diretta, e sembra quasi una contraddizione in termini anche se non lo è…”

“No, non lo è perchè è vero che sono radicata, ma di fatto sono radicata in due terre”.

“Ecco, il meticciato di cui ti chiedevo prima riflette musicalmente questa tua ambivalenza delle radici. Volendo lo si può catalogare nel macro genere del folk ma poi ascoltando “Torrendeadomo” (che significa appunto Ritorno a casa) ci si imbatte in brani che si collegano alla tradizione (la splendida “Pitzinna deo”), in dialetto sardo (l’intensa “Bentu Lentu”) altre in dialetto eugubino (“Solo ‘nna vita”); ci sono delle  filastrocche, delle canzoni in italiano e un irresistibile strumentale come “Già gioca”. E’ stata voluta questa cosa di “spiazzare” un po’ l’ascoltatore?”

“E’ stata voluta questa cosa, perchè la ricerca del sound non è stata casuale. Io credo comunque che il suono di questo disco sia omogeneo, a prescindere che poi ci siano canzoni magari in dialetto umbro e in dialetto sardo. C’è stato inoltre un lavoro di rilettura di queste filastrocche, con arrangiamenti molto particolari e utilizzando oltretutto degli strumenti che non siano tradizionali, anzi, io mi sono in un certo senso molto allontanata dall’utilizzo degli strumenti tradizionali, ricercando un sound che sia più attinente alla world music, che è quella che a me appartiene di più. Ho inserito così le percussioni mediterranee ad esempio in un brano come “Staccia minaccia”, oppure in “Solo ‘nna vita” ci ho messo i Krakeb marocchini e il Daf iraniano”.

“C’è a monte un grande studio e anche tutti questi strumenti particolari che vanno a impreziosire indubbiamente l’intero lavoro”

“Sì, è stato molto pensato e ricercato il suono, attraverso strumenti diversi ma che, anche grazie al contributo importante del percussionista Francesco Savoretti, alla fine è risultato omogeneo e riconoscibile. Lui, insieme a Goffredo Degli Esposti e a Paolo Ceccarelli hanno fatto un grande lavoro, ognuno col proprio strumento ha reso tutto molto caratteristico, anche se poi ti rendi conto che lo strumento principe è in ogni caso la chitarra. Una chitarra che può essere classica come acustica, e alla quale poi si aggiungono armonicamente il colore dell’organetto, il pianoforte di Lorenzo Cannelli, il basso di Franz Piombino, tutti insomma hanno contribuito alla riuscita del progetto”.

“Il pianoforte in effetti risalta molto nello strumentale (“Già gioca”), ti da’ quel giusto stacco laddove il brano potrebbe sembrare un classico strumentale come lo potresti trovare, chessò?, in un album di musica irlandese (che io adoro!). Invece il suono di quel pianoforte, che sorregge il tutto, lo definisce al meglio e finisce per caratterizzarlo, rendendolo molto originale”

“Sì, “Già gioca” è un brano di Goffredo che assomiglia a una tarantella, se lo vogliamo pensare alla maniera tradizionale; in realtà ha un sound molto moderno, per l’utilizzo appunto del pianoforte che si sposa bene anche con strumenti tradizionali come la zampogna e il tamburo a cornice, però lì c’è proprio un suono che porta a una visione moderna. E’ stato un lavoro di arrangiamento sensato, omogeneo, volevamo non riproporre brani tradizionali nella maniera tradizionale, anche perchè penso che sia stato già fatto egregiamente come tipo di lavoro, se pensiamo a una Elena Ledda in Sardegna e a una Lucilla Galeazzi in Umbria”.

“Infatti, questo ti ha portato a cercare una tua via?”

“Una nostra chiave, io preferisco riferirmi al plurale, perchè io ho pensato a tutto e negli anni ho elaborato questo lavoro come una sorta di viaggio fra queste due isole e ai miei musicisti ho voluto trasmettere il frutto della mia ricerca”.

“Già, perchè tu per isola intendi anche l’Umbria che, anche se non ha sbocchi sul mare, al contrario essendo avvolta dalle montagne, risulta comunque isolata e quindi possono esserci delle affinità tra le due terre?”

“Esatto, questo è proprio un concetto fondamentale del disco, le due isole Umbria e Sardegna, che volevo riuscire a trasmettere. Io ho raccontato ai musicisti proprio quello che volevo ottenere, e loro hanno trasformato in musica insieme a me, a mia zia, quelle parole. Volevo realizzare qualcosa e in pratica ho detto: “voglio che questo album racconti di me e che però che non sia noioso e abbia un sound moderno!” Allo stesso tempo i testi non sono scontati, e ciò non è per niente facile… devo dire che sono soddisfatta del risultato finale”.

“Direi che fai bene, visto quanto è bello e piacevole il disco e quanto stia piacendo anche tra gli addetti ai lavori. Tornando a te, guardandoti indietro, quand’è che è scattata la molla della musica world? Cos’è che ti ha portato ad approfondire i tuoi studi, le tue ricerche al punto da realizzare album che andassero in quella direzione lì?”

“Guarda, la scelta di rimanere su questa linea è perchè sono stata influenzata sempre da tante cose. Ho avuto un maestro, Bruno De Franceschi, gli sarà sempre grato, che mi ha indirizzata verso questa musica, studiavo tecnica vocale e lui mi disse: “tu devi assolutamente riscoprire la musica sarda, la musica umbra…”.

“E questo poteva aiutarti anche a valorizzare la tua vocalità e il tuo modo di cantare immagino”

“Sì! Assolutamente! E’ iniziato tutto un po’ da lì, nel 2009, questa cosa, e io ero già abbastanza grandicella voglio dire, venivo già da un’esperienza vocale di un certo tipo. Avevo un background intenso, perchè già cantavo, da autodidatta poi, e dall’incontro con questo maestro, ma anche con Claudia Fofi, sono entrata a far parte di un quartetto vocale dove cantavamo proprio di emigrazione, di radici. Da lì ho scoperto una vocalità che per me era abbastanza sconosciuta, ho deciso di approfondire e in pratica non mi sono più fermata. Non solo metaforicamente, perchè ho fatto anche tanti viaggi, sono un’appassionata di musica sudamericana, quindi sono andata in Brasile, ho scoperto la loro musica tradizionale. Attraverso questi viaggi, ho avuto modo di conoscere bene Paesi come appunto il Brasile, l’Uruguay, l’Argentina e mi sono resa conto che lì la musica folk viene molto alimentata anche dai Festival: c’è veramente tanta attenzione, tanto fermento e sono molto bravi pure a esportarla, perchè la musica brasiliana, spagnola, il tango, riscuotono tanto interesse, è una cosa molto rilevante. Ho capito che anch’io ero portata per questo e ho voluto in tutti i modi approfondire questo tipo di musica, poi io sono anche molto curiosa, ho studiato tanto e mi sono affiancata anche ai più grandi, la già citata Elena Ledda per la musica sarda, per quella napoletana Nando Citarella, poi Giovanna Marini, secondo me a livello italiano mi sono accostata ai più grandi”.

Foto di Isabella Sannipoli

“Hai visto che anche in Italia, nonostante la musica folk e world non abbiano la stessa risonanza e visibilità mediatica che hanno in Sudamerica, c’è un retaggio storico e culturale che vale la pena riscoprire e divulgare?”

“Certo, dici bene! Penso però che forse si dovrebbero aprire di più le Regioni. Se tutte le Regioni facessero ad esempio come la Puglia, impegnata in questi progetti ambiziosi di divulgazione, sarebbe l’ideale e avremmo anche tutti la possibilità di attingere a questo tipo di musica più facilmente. Probabilmente dico questo alla luce del grande successo che ha avuto la Notte della Taranta che, vuoi o non vuoi, è un evento che attira moltissima gente”.

“Che poi, adesso è vero che è diventato anche un business in un certo senso, ma ha mantenuto la sua funzione e la sua autenticità. Arrivare in prima serata Rai amplifica tantissimo il tutto e da’ un’esposizione enorme ai musicisti”

“E’ un mondo che mi piace, mi rappresenta, infatti da dieci anni ormai mi ci dedico e sin dal primo disco ci divertimmo a rielaborare e riarrangiare brani anche famosi, avevo già studiato con Francesca Breschi e ho sentito sempre più la voglia e la necessità di esprimermi in questo modo. Poi tante altre esperienze, in duo in cui cantavamo musica etnica, insomma, le ricerche in questo campo continuano, non si fermano. Un lavoro di questo tipo, con questo approccio, comporta molta ricerca. Ci vuole costanza, passione, ci vogliono anche i viaggi: non è sempre facile, ma se affrontati in un certo finiscono per arricchirti con le musiche di luoghi diversi, vieni attraversato da ritmi, suoni, culture, sensazioni e questo diventa un bagaglio molto importante che poi uno si porta dietro. E’ fondamentale infine riuscire a comunicare questo bagaglio di esperienze”.

Parole sante quelle di Sara Marini, che mi sento di condividere pienamente. Le chiedo, in dirittura d’arrivo della nostra chiacchierata, qualcosa sui suoi progetti, e lei torna a soffermarsi sull’importanza di portare in giro le sue nuove canzoni.

“Ho molta voglia di far ascoltare questo album che è ancora nuovissimo in pratica: come detto non ho avuto modo di presentarlo ufficialmente dal vivo e al momento quello è il primo obiettivo che, per fortuna a breve si realizzerà. C’è stato tanto lavoro dietro da parte di tutti e va assolutamente valorizzato. Voglio parlare delle mie radici, della ricerca che ho fatto. E’ vero, si nomina sempre la globalizzazione, è un aspetto importante ma lo è altrettanto per l’uomo riconoscersi in qualcosa che gli appartiene. E’ la mia missione in questo momento!”.

“E tu ti sei completamente riconciliata con la tua parte sarda?”

“Sì, nel modo più assoluto, altrimenti non sarebbe potuto uscire niente di tutto ciò”.

“Ti confermo che sei riuscita con “Torrendeadomo” a trasmettere tutto il tuo amore e la tua passione per le due Terre da cui provieni”

“Il mio legame è molto forte con entrambe, mi rappresentano allo stesso modo. Sono due Regioni anche ostiche se vogliamo, non sempre è stato facile, da una parte c’è tanta bellezza, dall’altra anche una certa chiusura, specie nei centri più piccoli, non solo per i musicisti. I legami sono profondissimi ma non sempre facili da gestire, ecco. Con la musica ho trovato però la mia via e il modo, la voglia di comunicare la mia autenticità”.

E questa autenticità, questi legami emergono egregiamente fra le pieghe di questo album che, cari miei lettori, vi consiglio caldamente di ascoltare, non solo se già predisposti a un certo tipo di musica: fidatevi, non ne resterete delusi!

Intervista a Brando Madonia, in attesa del suo primo album da solista

Il cantautore Brando Madonia, già attivo discograficamente con i Bidiel, sta muovendo ora i primi passi in veste solista. Lo scorso anno il suo nome era comparso anche a fianco a quello del padre Luca, col quale aveva duettato in un brano dell’interessante album “La Piramide”.

E’ venuto quindi il tempo di proporre al pubblico le proprie canzoni; dopo i buoni riscontri ottenuti da “I pesci non invecchiano mai”, ha replicato con “La festa”: entrambi i brani sono caratterizzati da fresche e raffinate sonorità pop.

Avendo trovato molto interessante il suo percorso, mi è venuta voglia di saperne di più direttamente dalle sue parole.

Raggiungo telefonicamente il giovane artista catanese (nato nel 1990) e decido di partire subito dal presente, dalle sue sensazioni in merito a questa nuova avventura.

Foto di Michele Maccarrone

“Ciao Brando, ascoltando le tue nuove canzoni, ho notato uno scarto stilistico rispetto al tuo passato con i Bidiel. Tu sei ancora giovane ma hai già maturato diverse esperienze significative (tra cui una partecipazione col suo gruppo al Festival di Sanremo nel 2012 tra le Nuove Proposte, in quell’edizione chiamata sez. Sanremosocial), eppure immagino che esordire da solista sia ben diverso. Che differenze hai rilevato tra il pubblicare con i Bidiel e uscire con un disco a nome tuo? Quali sensazioni stai provando al riguardo?”

“Ciao Gianni, io sono partito con i Bidiel, con loro è stato un bel percorso lungo, col quale sono entrato in contatto con la realtà professionale della musica, fatta quindi di un primo album in studio, di un vero contratto discografico e soprattutto di tante esperienze. Sanremo certo, ma non solo, penso ai tanti concerti, alle migliaia di km in macchina su e giù per l’Italia, ai tour. La nostra è stata la classica gavetta, una cosa che reputo molto importante in tutti gli ambiti, non solo nella musica. Eravamo la rock band che è partita dal basso e, strada facendo, è arrivata a togliersi le sue soddisfazioni”

“Direi proprio di sì, e rimangono due album di interessante pop rock a testimoniarlo. Hai messo in piedi una tua discografia, maturato esperienza ma poi hai sentito altre esigenze?”

“Guarda, io sono molto contento dei miei lavori con i Bidiel. Sono passati tanti anni, otto per l’esattezza dal nostro primo album ufficiale, che, se mi guardo indietro, faccio fatico a rendermi conto. Era il 2012, poi dopo quattro anni siamo arrivati al secondo e in seguito, come purtroppo succede a tanti gruppi, ci siamo sciolti anche noi. Io però ben presto ho sentito che mi mancava qualcosa, la musica è la mia vita e ho ripreso a scrivere con mio fratello Mattia (talentuoso scrittore di romanzi, nda), col quale ho sempre collaborato sin dai tempi della band. Mi sono detto che io voglio continuare a fare musica, quella è l’unica cosa che conta, così ho iniziato a registrare qualcosa nel mio piccolo studio casalingo. Solito giro di provini, fino all’approdo felice alla Narciso Records (etichetta fondata da Carmen Consoli nel 2000, nda). Qui è stata la mia fortuna, perchè loro hanno ascoltato i miei pezzi, li hanno apprezzati e hanno creduto nel progetto, facendo un investimento. Sappiamo com’è ormai il mondo della musica, è molto difficile fare dischi, tutto è diverso anche solo rispetto a otto anni fa quando debuttammo come Bidiel. Per questo ringrazierò sempre la Narciso che ha creduto di me, dandomi questa opportunità.

Non mi sono dimenticato la tua domanda! Certamente, esordire da solista è un gran passo per me. Mi fa piacere tu abbia evidenziato uno stacco dalla mia precedente esperienza con il gruppo, perchè nel corso degli anni c’è stata anche una crescita umana”

“E di pari passo con questa crescita personale, mi pare ci sia stata anche quella dal punto di vista artistico, no?

“Sì, perchè poi la crescita umana si riflette inevitabilmente nella musica che fai. Il mio modo di scrivere è diverso, è un’evoluzione naturale in fondo, oltre che una questione anagrafica. Voglio dire, quando hai vent’anni vivi certe cose, e in un certo modo, e così le esprimi. Arrivati quasi a 30, difficilmente si pensano le stesse cose, di conseguenza anche quello che si crea artisticamente ne risente, lo spettro dei temi diventa più ampio e anche la maniera di raccontarsi cambia”

“Da solista si hanno anche delle responsabilità diverse immagino, è cambiato il tuo modo di porti, di vivere la professione?”

“Le responsabilità aumentano, c’è poco da fare. Ogni cosa nel bene o nel male ricade su di te. Con il gruppo in un certo senso hai sempre il tuo supporto psicologico, non sei solo, nelle difficoltà finisce che ci si sostiene a vicenda. Però sentivo che ero pronto per questo passo, sono felicissimo di mettermi veramente in gioco, con canzoni a nome mio. Ora sono più maturo per farlo, è il momento giusto e lo vivo con molta naturalezza”

“Vorrei soffermarmi su “I pesci non invecchiano mai”, singolo che mi ha colpito molto. Qual è l’idea che sta alla base della canzone?”

“Sono legatissimo a questo brano: “I pesci non invecchiano mai” è il mio primissimo pubblicato da solista, rimarrà per sempre l’inizio della nuova avventura. Il primo singolo non lo scordi… C’è un messaggio nella canzone, quello di non dimenticare il passato. Al giorno d’oggi siamo letteralmente bombardati da input di vario tipo, video, immagini, notizie. Un flusso continuo senza sosta. Ascolti una notizia e un minuto dopo è già vecchia, non riesci umanamente a star dietro a tutto, non puoi farcela. Si vive l’istante ma ci si è già dimenticati di quello che è successo ieri, e magari era una cosa importante sulla quale non ci siamo soffermati. Capita anche nel mondo della musica. La mia canzone vuole esaltare il passato: sfruttiamo le esperienze del passato per costruire il nostro futuro, facciamolo diventare il nostro solido mattone. Codifichiamo le nostre esperienze per trarre dei veri insegnamenti che ci verranno utili, se non dimentichiamo ciò che è stato e che fa parte, volente o nolente, di noi, della nostra storia”

“Concetto molto interessante, indubbiamente! Discograficamente ci troviamo in una fase di passaggio, gli anni dieci sono caratterizzati da una musica sempre più fluida. Tu stai lavorando con la Narciso, e il fatto che dietro ci sia Carmen è un po’ una cartina di tornasole sul fatto che ci sia qualità, già il suo nome da’ credibilità. Hai voluto quindi mantenere i contatti con la realtà discografica, ma hai mai pensato di buttarti a capofitto nella musica liquida, come fanno tantissimi cantanti emergenti?”

“Per come sono fatto io, per la mia visione della musica, mi sono trovato benissimo con Carmen, ed è una scelta che rifarei mille volte quella di appoggiarmi a un’etichetta, visto soprattutto la sintonia che si è creata in primis proprio con lei. Musicalmente l’ho sempre ammirata, è oltretutto una persona fantastica, con la quale confrontarsi su tanti aspetti. Abbiamo lavorato senza fretta, un po’ vecchio stile. Stavamo in studio tutto il tempo che serviva, quello necessario.. ore e ore alla ricerca di un suono particolare, per dire. Per me è molto importante questo approccio, è quello che cercavo onestamente. Spesso le cose si fanno in maniera velocissima, io invece non mi sono dato e non avevo scadenze, sono proprio felice di come si è svolto tutto il processo creativo, dalla scelta di determinati strumenti al lavoro in studio. Io vivrei in studio, mi piacciono le macchine, i microfoni, i cavi, gli strumenti, poi ovvio bisogna arrivare a un punto, sennò non c’è mai una fine”

“Quello è un bel rischio, in effetti, quando si rimaneggia, si aggiungono idee e quant’altro. Mi confermi quindi che la Consoli, con la quale mi pare abbiate delle affinità non solo geografiche ma anche elettive, non ha ancora smarrito la scintilla che la anima, che la muove in questo mondo musicale?”

“Carmen ha una passione e una grinta incredibili, invidiabili. In lei la fiamma è perennemente accesa! La chiave che fa andare avanti le persone è sempre la passione, senza quella credo sia molto difficile che escano cose interessanti”

“Questa passione, sento dalle tue parole, ce l’hai anche tu. Volevo venire al rapporto che hai con tuo padre. Ho recensito il suo recente disco su Indie For Bunnies ( http://www.indieforbunnies.com/2020/01/15/luca-madonia-la-piramide/ ), al quale anche tu hai collaborato. Notavo che i vostri timbri si somigliano molto, e si mescolavano egregiamente nel vostro duetto (uno dei più riusciti dell’intero disco). Mi era piaciuto il contatto, quella sintonia naturale. Come hai vissuto quell’esperienza? E’ nata casualmente o tuo papà da principio voleva coinvolgerti in questo suo progetto?”

“Come hai detto tu, quello era un progetto particolare e di fatto l’abbiamo preparato insieme, perchè c’era un continuo scambio fra noi, un chiedere consigli; l’idea stessa di un intero album di duetti si è sviluppata strada facendo, dopo aver coinvolto i primi artisti. Quella di coinvolgermi direttamente non è stata una scelta nata a tavolino ma molto naturale. Quando si stavano delineando i vari duetti, a un certo punto mio padre mi fa: “Ma perchè un brano non lo canti anche tu?”. E così, sono intervenuto anch’io con la mia voce nell’album “La piramide”: di fatto “A volte succede” è il primo featuring ufficiale con mio padre. Abbiamo suonato tante volte insieme ma a livello discografico questa è stata la nostra prima collaborazione, e ne sono molto orgoglioso”

Foto di Michele Maccarrone

“E il Brando bambino, adolescente, come vedeva Luca Madonia? Volevi anche tu fare il musicista, seguire le orme di tuo padre? Ti affascinava quel mondo?”

“Sono in pratica cresciuto con la sua musica, per me era normale ascoltare musica live, in casa, avere strumenti intorno ecc. Crescendo però ho iniziato anch’io a voler e scrivere e cantare le mie canzoni, e già a dieci anni mi piaceva registrare le mie prime canzoncine. Devo dire che mio padre non mi ha spinto in questa direzione, anzi, ogni tanto faceva considerazioni su quanto fosse difficile, complesso, questo mondo di cui lui da tanti anni fa parte, però a conti fatti è molto felice della mia scelta, perchè fare musica è la cosa più bella del mondo! Sa lui benissimo per primo che significa appassionarsi alle sette note. Continuare su quella strada per me fu una cosa ovvia, e così da adolescente ho formato i miei primi gruppi e iniziato tutta la trafila”

“Quando invece ti sei approcciato alla musica di tuo padre in modo critico, con orecchie da ascoltatore? Che pensavi dei suoi dischi, di quelli realizzati con i Denovo soprattutto, che negli anni ottanta furono tra i gruppi italiani più importanti e influenti?”

“I Denovo quando sono nato si erano in pratica già sciolti, quindi ho ascoltato in presa diretta soprattutto i dischi da solista di mio padre. Come detto prima, per me con lui tutto accadeva in modo naturale, le cose di mio padre le sentivo praticamente sempre a casa. Mi ricordo quando componeva le sue canzoni, la musica era onnipresente”

“Quindi si può dire che tu l’abbia assorbita facilmente?”

“Proprio così, da bambino senza rendermene conto quelle canzoni che sentivo sempre ti entravano sotto pelle in modo molto spontaneo, poi man mano che anch’io iniziavo a cimentarmi con la musica, è nato il confronto tra noi su questioni artistiche. Ho iniziato così ad aiutarlo a registrare, intervenivo anche negli aspetti tecnici. Dal punto di vista artistico, le sue idee le condividevo, si sono impresse in me. Sono sempre stato un ascoltatore della musica di mio padre!”

“Come avete vissuto la notizia che il disco “La Piramide” era entrato tra i finalisti delle Targhe Tenco per il miglior album dell’anno?”

“Era felicissimo, non ce l’aspettavamo proprio! Una bellissima notizia, tra l’altro era stato avvisato da un amico tramite un messaggio. Credo sia un bel riconoscimento del lavoro fatto, una testimonianza della bontà del disco”

“Prima abbiamo accennato alla tua esperienza sanremese con i Bidiel, dove portaste in gara il brano pop rock “Sono un errore”. Era il 2012, vinse nella vostra categoria Alessandro Casillo e in quella edizione gareggiavano artisti validi come Erica Mou, Marco Guazzone e un’altra band oltre ai Bidiel, gli Iohosemprevoglia. Voi avevate già fatto un po’ di gavetta ma quella rimane un’esperienza molto importante. L’avete vissuta con una certa incoscienza, concedimi il termine, o per voi quello era un vero obiettivo ed esservi arrivati rappresentava già un traguardo?”

“Eravamo davvero giovani, si può dire che come Bidiel siamo nati lì, ci siamo fatti conoscere al grande pubblico partecipando a Sanremo. Suonavamo già da anni, ma avevamo un altro nome, cantavamo in inglese, quindi ci siamo trovati quasi dal nulla a calcare quello splendido e prestigioso palco. Dai concerti, dai locali in città, dai vari festival e contest ai quali avevamo preso parte, ritrovarsi lì è stato assolutamente pazzesco! In quella settimana ti senti come in una bolla. E’ un’esperienza che ricorderò per sempre, lì sopra ti fai veramente le ossa, una settimana a Sanremo equivale a un anno di esperienze! Sei alle prese con un vero e proprio tourbillon che ti travolge”

“E da solista ci torneresti al Festival?”

“Perchè no? Francamente non c’ho pensato ma non mi dispiacerebbe affatto, sarebbe una vetrina molto importante. Inutile, nonostante la rete, i talent, spotify, Sanremo rimane unico nel suo genere e l’esposizione che ti dà, la possibilità di farti conoscere da un grande pubblico è una cosa a cui è difficile rinunciare, fermo restando che non è certo facile arrivarci, anzi. Poi credo che per affrontare un Festival simile, devi portare una determinata canzone e devi principalmente essere molto convinto, perchè sono dell’idea che le cose forzate possono forse funzionare ma solo fino a un certo punto. Insomma, ci fossero tutte le condizioni, un pensierino lo farei. Dipende da tanti fattori ma mai dire mai”

“Tornando all’attualità, dopo questo periodo segnato dal covid-19, che ha rimesso in discussione le priorità di ognuno e sconvolto piani e vite intere, come hai intenzioni di muoverti? Farai della promozione dei singoli, quali sono i tuoi progetti in attesa dell’uscita del tuo primo album?”

“Intanto ho avuto la fortuna di aprire i concerti di Max Gazzè nelle tre date del 2,3 e 4 luglio all’Auditorium di Roma. Una cosa inaspettata e anche per questo sono doppiamente felice. Suonare dopo tanto tempo forzatamente chiusi in casa, farlo con Gazzè poi, wow!”

“Il pubblico di Max come ha accolto le tue canzoni? Lui è uno di quelli che fa del pop di qualità, chi lo ascolta è solitamente molto esigente”

“Beh, aprire i concerti di nomi grossi non è mai facile, tutti vanno giustamente per ascoltare le canzoni del grande artista, poi arrivo io solo chitarra e voce… Però è andata molto bene, il pubblico è stato caloroso con me, ha ascoltato attentamente il mio repertorio, un’esperienza stupenda in tutti i sensi. Adesso sono nella mia città, Catania. Mi auguro che il peggio sia passato e che andando avanti sia meno dura per chi fa il mio mestiere. C’è stata una timida ma coraggiosa ripartenza, non è facile gestire l’aspetto live, nel frattempo mi dedicherò ad altri aspetti del mio progetto, e mi ritengo a maggior ragione fortunato ad aver avuto la possibilità di suonare davanti a un pubblico a Roma, in un evento simile, per me una vetrina bellissima”

“E con il tuo album a che punto sei? Hai pronte delle canzoni nuove?”

“Il grosso del disco è stato fatto, le canzoni sono state registrate, il singolo “La festa” è uscito da pochissimo, più avanti ne usciranno altri fino ad avvicinarsi alla pubblicazione dell’album. Ovviamente il periodo è quello che è, vediamo cosa succede, pian piano, un passo per volta, l’importante è che, non solo riferendomi alla musica, le cose vadano bene”

Nel salutare Brando, mi riprometto di tenerlo d’occhio nelle sue prossime uscite, con la speranza di assistere a qualche suo spettacolo che mi confermi le buone sensazioni.

Quelle da lui pronunciate in questa intervista sono parole decise e appassionate. Mi sembra di aver colto lo spirito giusto per affrontare un percorso importante come quello da cantautore.
E io non posso che fargli un grande in bocca al lupo per la sua avviata carriera.

 

 

Recensione di “Dell’Amore animale, dell’Amore dell’uomo, dell’Amore di un Dio” di Lorenzo Del Pero, un cantautore che ha tanto da dire.

Uno dei dischi che più ho ascoltato e apprezzato negli ultimi mesi è quello del cantautore pistoiese Lorenzo Del Pero, invero pubblicato nel 2019 ma che, visto che la buona musica non ha ovviamente scadenza, si sta facendo notare in questo funestato anno bisestile.

Concept e Foto Album: Lorenzo Gori

Il titolo in sè è già parecchio d’impatto ed evocativo: “Dell’Amore animale, dell’Amore dell’uomo, dell’Amore di un Dio”, e va a riallacciare alcuni legami con quel mondo dei cantautori più “nobili”.

Proprio così, Del Pero non sembra temere paragoni azzardati, pur denotando una spiccata personalità artistica pienamente ormai a fuoco, dopo i primi vagiti in lingua inglese, memore anche di importanti trascorsi all’estero.

E’ un lavoro ambizioso questo suo nuovo disco, ma per nulla “arrogante”, mi si passi il termine, ove è possibile non solo limitarsi ad ascoltare quelle che sono in ogni caso piacevolissime canzoni, ottimamente scritte, suonate e interpretate, ma anche tuffarcisi dentro, venendo a conoscenza del mondo interiore dell’autore.

L’amore è il dichiarato trait d’union tra i vari pezzi, un sentimento che non viene celato ma che al contrario emerge prepotente in ogni sua sfaccettatura. Potrebbe sembrare il “classico” disco da cantautore disilluso, in grado di sintetizzare le amarezze personali, finanche universali, ma non è affatto così, in quanto la materia amorosa, di per sè vasta e onnicomprensiva, è declinata anche nei suoi aspetti meno carnali e “umani” appunto, con incursioni felici (perchè, anticipando ciò che poi più nel dettaglio commenterò, si tratta di alcuni fra gli episodi più sentiti e riusciti) in quell’area spirituale che alberga in ognuno di noi.

A conti fatti quindi ci si sente in qualche modo purificati, come alla fine de “Il sentiero”, canzone in quattro parti (compresa di Intro, Primo Intermezzo e Secondo Intermezzo) che delinea il mood dell’intera opera.

Che sia un album più maturo e “lavorato” (o meglio, ragionato) dell’omonimo debutto (risalente al 2013) lo si evince in fretta; ci basta, dopo il già citato frammento iniziale de “Il sentiero”, una canzone come “Romina”, che riesce nel miracolo di far incontrare due mostri sacri come Fabrizio De Andrè (nell’atmosfera e nel linguaggio) e Jeff Buckley (negli splendidi acuti). E’ già questa a mio avviso la vetta dell’ album, il suo apice narrativo e formale. Ma le sorprese non sono certo finite, e Del Pero con la successiva, catartica “Verrà la pioggia” rinnova un’attenzione particolare alle parole e alla pura bellezza musicale.

E’ questa la canzone forse più adatta a rappresentare le molteplici anime di un lavoro consistente, forte di un lirismo come non si sentiva da tempo in ambito cantautorale, così vicino come detto ai classici del genere. Tuttavia a spiccare, innegabilmente, sono le indubbie doti vocali del Nostro, che innalzano il livello di intensità, conferendo spesso e volentieri quel giusto quid di pathos e struggimento.

Continuando fra i solchi del disco, ci si imbatte nella melodica e apparentemente placida (perchè, di fatto, anche in questo caso, le parole sono più simili a lame affilate che a dolci carezze) “Misera cosa”, caratterizzata da uno stupendo arrangiamento acustico. Apro una parentesi per lodare anche i musicisti che intervengono nell’album, laddove il suo titolare si è occupato di cantare e di suonare chitarre, bouzouki greco e balalaika: si tratta di Francesco Pirolo (basso), Alessandro Pieri (batteria) e Matteo Gaggioli, che oltre a suonare tastiere, basso e fisarmonica, ha curato con lo stesso Del Pero la produzione artistica e gli arrangiamenti (ed ha pure registrato e mixato il lavoro); assai rilevante anche il contributo di Alice Chiari e Irene Betti che, rispettivamente con violoncello e arpa, hanno impreziosito e rifinito il tutto.

“A Silvia” fa da spartiacque ed è probabilmente il brano col più alto tasso di densità della raccolta, in cui il cantautore delinea un ritratto toccante della protagonista che, pur alle prese con una vita che non le ha risparmiato dolore e atrocità, non intende arrendersi. E’ un testo davvero importante e significativo quello che ne contorna la storia, in versi come “Silvia chiede una tregua con respiro affannoso/all’amore che il tempo oramai ha corroso/E poi giura che questa sarà l’ultima volta/che si dona ad un uomo fino ad esser travolta/Silvia grida l’amore/la sua bocca smarrita”. Anche l’interpretazione, in cui Lorenzo può ricordare nel grido finale un certo Chris Cornell, non può lasciare certo indifferenti.

Foto di Fiorenzo Giovannelli

Le tematiche rimangono cupe, con punte di disperazione, nella successiva “Dell’amore animale”, che vanta però un arioso ritornello che ricorda un po’ Don Backy, specie per la pulizia e l’efficacia interpretativa.

Sono canzoni in effetti d’altri tempi quelle contenute in questo convincente “Dell’Amore animale, dell’Amore dell’uomo, dell’Amore di un Dio”, e a maggior ragione lo sono quelle cui spetta l’onere di condurci alla fine del tortuoso viaggio. Dapprima a stupire è la splendida “Ave Maria”, un’invocazione profonda, una preghiera laica (oppure no?), in cui i toni spirituali emergono e ne connotano l’epica melodia. Il lirismo, presente a onor del vero in ogni singolo episodio, viene accentuato oltremodo nel brano “Sposa per denaro”, dove fa capolino una sospirosa fisarmonica.

Non sono da meno l’intensa “Sorella solitudine”, in cui Del Pero si cimenta in un azzardato cambio di tono, passando brillantemente da un ficcante spoken word iniziale a un ritornello aperto in cui far letteralmente volare le corde vocali, e la dimessa, ancorchè ragguardevole, “Preghiera blasfema”, il cui accostamento verbale induce all’inganno. L’ossimoro è infatti fuorviante, basta perdersi in versi come “A te lode e gloria di una lunga memoria/Proteggi mia madre, conduci mio padre/Nella sofferenza ch’io trovi l’essenza/di un Amore antico/Dio ti benedico”, per rilevarne il grande spessore. La musica oltretutto è calorosamente solenne, e ben si confà a simili parole.

Che altro ancora da aggiungere? Dopo aver ascoltato un disco di tale levatura, dove le (belle) intuizioni del disco d’esordio sembrano portate a compimento, e aggiungendovi la recente collaborazione con Marco Olivotto, sfociata nel suggestivo singolo “Vola il corvo”, abbiamo chiara l’immagine di un artista consapevole del suo talento e delle proprie qualità.

Un cantautore in movimento, che ha tanto da dire e che riesce, grazie a un songwriting ispirato e a una voce potente ed educatissima, a trasmettere nel migliore dei modi il suo mondo interiore, ciò che più sente nel profondo.

 

Le mie considerazioni sui finalisti delle Targhe Tenco 2020

Sono usciti ieri i nomi dei finalisti per l’edizione 2020 delle Targhe Tenco, prestigioso riconoscimento che ogni anno premia i migliori album italiani suddivisi per categorie.

E’ in pratica la rassegna più importante dedicata alla canzone d’autore, tralasciando il fatto che nel corso degli anni abbia subito delle variazioni, contornandosi di sfumature nuove e dando adito anche a polemiche sull’effettiva e corretta dicitura. Senza inoltrami in territori paludosi, fra l’altro già ampiamente battuti da appassionati e da senatori che seguono il Premio Tenco, io come giurato mi limito, ma lo faccio con la massima serietà possibile, a indicare ogni anno le mie preferenze.

Per quanto non sempre d’accordo con determinati esiti, devo dire che di buona musica ne ho sempre sentita, sia tra le opere in gara, sia tra quella proposta e promossa nelle tre serate della Rassegna che ogni anno si svolge nella splendida cornice del Teatro Ariston di Sanremo. E’ in quella occasione che vengono assegnate fisicamente le Targhe e, in definitiva, si tratta per me ogni anno di una full immersion musicale sempre molto attesa e gradita.

Detto ciò, il senso del mio post è quello di commentare i primi verdetti, ricordando che nella prima fase di votazione ogni giurato aveva a disposizione tre scelte da indicare. I cinque nomi più votati sono quelli giunti in finale, da cui poi per ogni categoria sarà possibile sceglierne solo un titolo: al termine dei ballottaggi verranno decretati i vincitori delle ambite targhe.

Come sempre, ovvio, vale per tutti i miei colleghi giurati, è impossibile vedere arrivare nella cinquina finale tutti gli album votati in precedenza, considerando quanti sono i nomi interessanti e quanti i giornalisti chiamati a votare. C’è molta eterogeneità quindi sia da una parte (tra gli artisti in primis) che dall’altra, nelle scelte degli addetti ai lavori.

Prima di passare in rassegna l’elenco dei finalisti, mi piace sottolineare che, proprio per l’elevato numero di dischi di indubbio valore, nonostante alcuni esclusi eccellenti, il roster da cui attingere per il voto decisivo sia assolutamente di qualità. Non ci si può certo lamentare nel vedere in finale determinati album.

Ci sono ovviamente anche delle piacevoli sorprese, degli outsider, ma in generale mi pare veramente una delle edizioni più equilibrate, con pochi vincitori annunciati. Di sicuro è la più equilibrata e incerta da quando io sto in giuria (dal 2016, questa è la mia quinta esperienza).


 

DISCO IN ASSOLUTO

Cominciamo dalla Targa più prestigiosa, quella da assegnare al Miglior Album in assoluto dell’anno.

Credo sarà un testa a testa fra Paolo Benvegnù, esponente di punta tra i cantautori indie – con un solido passato musicale alle spalle alla guida degli indimenticabili Scisma – e Dario Brunori, alias Brunori Sas. Entrambi non sono nuovi della Rassegna, ma se il primo ha solo sfiorato in passato una piena affermazione, il secondo può già vantare un bel risultato risalente all’edizione del 2017, quando si aggiudicò la Targa per la Miglior Canzone con l’intensa “La verità” (che votai anch’io!). Molto differenti per stile e linguaggio, hanno realizzato due album davvero importanti, anche se ammetto di aver preferito i precedenti due album di Benvegnù a “Dell’odio dell’innocenza”, in lizza quest’anno. Brunori invece con “Cip!” ha forse trovato il suo perfetto equilibrio formale, raggiungendo finalmente una vasta fetta di pubblico mainstream. Ma questo non dovrebbe distrarre la Giuria sul fatto che abbia confezionato un album bellissimo, con alcuni pezzi che legittimamente potevano ambire a replicare l’exploit de “La verità”, senza tener conto di un altro brano magnifico composto per una colonna sonora e nemmeno inserito nel disco: infatti avevo votato fra le mie tre canzoni dell’anno al primo turno proprio “Un errore di distrazione”, scritta per il film “L’ospite”.

Potrebbero però esserci delle sorprese, in quanto fra i finalisti c’è anche quel Diodato, che dopo aver vinto il Festival di Sanremo con “Fai rumore” e il David di Donatello per “Che vita meravigliosa” (tra l’altro seria candidata alla Targa per la Canzone Singola) potrebbe fare cappotto, sbaragliando tutta la concorrenza anche in questo contesto. Più defilati ma con degli album molto riusciti gli altri due finalisti, Luca Madonia e i Perturbazione, per entrambi una bella rivincita e un ritorno a pieno titolo fra i nobili ranghi della canzone italiana. Felicissimo per i ragazzi di Rivoli che seguo da sempre, indubbiamente rientrati bene in pista con l’album dall’accattivante titolo “(Dis)amore” ma anche per l’ex Denovo che si è dato una bella rinfrescata con il suo album infarcito di duetti illustri. Fra l’altro avevo recensito entrambi gli album per Indie For Bunnies, sito con cui collaboro, quindi non può che farmi piacere un’eventuale vincita da parte di uno o degli altri.

Gli esclusi

Dato onore ai finalisti, mi preme però constatare una sincera delusione nel non vedere Olden nella cinquina. Davide Sellari, questo il suo vero nome, solo un anno fa era in gara come miglior interprete, giunto in finale con i suoi interessanti rifacimenti di brani degli anni ’60. Quest’anno con il suo album di inediti “Prima che sia tardi” aveva clamorosamente alzato l’asticella – gli diedi 8,5 su Indie For Bunnies – presentando un concept-album molto emozionante. Ammetto candidamente che il suo per me è il miglior album dell’anno. Peccato non sia riuscito ad agganciare la Finale, presumo per pochi voti.

Anche Fabio Cinti e Paolo Capodacqua li avevo apprezzati tantissimo durante l’anno, e giudicati assai bene in fase di recensione, rispettivamente su Indie For Bunnies e sulla rivista Vinile. Poetico e struggente il primo (che due anni fa si impose nella categoria “Album di interprete” con la sua versione gentile dello storico “La voce del padrone” di Franco Battiato), raffinato e classico il secondo, memore dei migliori cantautori. Un possibile outsider sarebbe stato Lorenzo Del Pero, alle prese con un album intenso a dir poco ma probabilmente ancora poco noto. Mi sono piaciuti assolutamente anche gli album di Jet Set Roger, Fabrizio Tavernelli e dei Klippa Kloppa, tutti quest’anno da me recensiti e ascoltati in gran quantità: insomma nomi spendibili ve n’erano eccome.

Un paio di dischi importanti non figurano sorprendentemente in finale, quello di Niccolò Fabi e quello dell’inedita coppia Mina Fossati. A dire il vero non lo trovo scandaloso, nel caso di Fabi, habituè del Premio Tenco, non si può certo dire abbia pubblicato con “Tradizione e tradimento” un brutto album, ci mancherebbe, ma se lo paragono al magnifico “Una somma di piccole cose” che vinse la Targa relativa nel 2016, il confronto non regge, nonostante la presenza di due brani che immaginavo avessero goduto di miglior fortuna in questa fase: l’avvolgente “Scotta” (che infatti ho votato) e “Io sono l’altro”, un manifesto programmatico con un testo incisivo che non può lasciare certo indifferente. Nulla di fatto, tra l’altro questo brano si è nei giorni scorsi aggiudicato già un premio prestigioso, quello di Amnesty International, proprio per il significato delle sue liriche. Anche Mina e Ivano Fossati avevano in canna almeno un brano memorabile, quella “Luna Diamante” che, al pari di “Che vita meravigliosa” di Diodato compare nella colonna sonora dell’ispirato e toccante “La Dea Fortuna” di Ferzan Ozpetek. Secondo me questa ballata commovente poteva tranquillamente aggiudicarsi la Targa come miglior canzone dell’anno.

ALBUM IN DIALETTO

Gli album in dialetto rappresentano ogni anno una gradita sorpresa. Per quanto io sia un riconosciuto amante di sonorità etniche e appunto di canzoni dialettali, comprendenti recupero di storie, radici, tradizioni e fantastiche sonorità, non credo sia umanamente possibile avere sott’occhio tutte le uscite che provengono da ogni parte d’Italia. Quindi è molto raro che mi sbilanci perentoriamente per un nome anzichè per un altro. Ho dato, come ovvio, le mie preferenze e almeno un paio di album tra quelli da me votati sono giunti in finale, alludo alla rediviva Nuova Compagnia di Canto Popolare e alla cantante umbro-sarda Sara Marini. Ho in pratica cannato solo il mio terzo nome, di certo meritevole (per onor di cronaca Valeria Cimò con “I Cantori di Arborea”) ma non posso certo dirmi dispiaciuto nel vedere concorrere per la Targa i lavori di Alfio Antico, di Daniele Sepe (di nuovo con il suo Capitan Capitone in sella) e l’interessantissima Eleonora Bordonaro.

Mi riservo di dare un attento ascolto a tutti e cinque gli album, il tempo per votare in questa finale è fino al 29 giugno.

OPERA PRIMA

Anche la Targa per la Migliore Opera Prima è molto importante e significativa. Da qui hanno preso il volo intere carriere, e per quanto non sempre affermarsi in questa sede sia poi conferma di una svolta, di certo una vittoria al Tenco ha il suo peso.

Credo che, se non fosse per la presenza di Paolo Jannacci, questa sarebbe veramente una categoria incerta ed equilibrata; per la prima volta in cinque anni non ho sicurezza nel dare il voto, tanto che dei miei tre nomi citati alla prima tornata di voto nessuno è poi giunto in finale. Si trattava del giovane Gionata, artefice di un album fresco, sincero, immediato e profondo, della cantautrice pop jazz Michela Franceschina e del raffinato Franz (questi ultimi ben assimilati, visto che sia per l’una che per l’altro mi ero già ben espresso in fase di recensione tra le pagine virtuali di PelleECalamaio e Indie For Bunnies). Un album che mi ha favorevolmente colpito e che mi sembrava addirittura “fuori categoria” è quello del noto critico musicale, collega fra l’altro sulle pagine di Vinile, Alberto Marchetti. In tutta onestà, musiche e testi di un altro livello.

Ovviamente avevo ascoltato tutti gli artisti giunti in finale e mi ero sbilanciato su Lelio Morra, autore di un album di gran pregio. Ho rischiato non dandogli la preferenza, perchè in realtà ero convinto sarebbe arrivato tra i finalisti. Di fatto è andata così, ora però se la dovrà vedere con gli agguerriti Buva (e le sue intense parole), Liana Marino (autrice di un ottimo album e in effetti molto quotata) e i romani Reclame, che propongono un riuscito mix di contemporaneità e tradizione.

Dicevo di Jannacci, artista che stimo e per cui provo simpatia. Al di là che secondo molti, avendo già una discografia piuttosto cospicua come autore jazz in trio, non dovrebbe figurare in questo elenco, non mi pare che il suo album abbia le qualità per affermarsi. Vedremo.

INTERPRETE DI CANZONI

Il bingo mi è capitato nella categoria “Miglior album di interprete“! Infatti tutti e tre i dischi da me votati sono giunti in finale: si tratta dell’opera di Beppe Dettori, di Peppe Fonte e di The Niro. Album diversissimi fra loro, d’altronde anche i titolari delle relative canzoni omaggiate (rispettivamente Maria Carta, Piero Ciampi & Pino Pavone e Jeff Buckley/Gary Lucas) provengono da mondi lontani e differenti. Dovrò sciogliere i miei dubbi ma sono già abbastanza orientato su chi premiare. Poi ovvio, sono ottime anche le altre due artiste giunti sin qui a contendersi la Targa: Maria Mazzotta e Tosca, quest’ultima già apprezzatissima dalla Critica quest’anno al Festival di Sanremo, dove per un soffio non ha vinto il Premio Mia Martini, battuta sul filo di lana dall’asso pigliatutto Diodato.

CANZONE SINGOLA

E a proposito del Festival di Sanremo, come lo scorso anno ad aggiudicarsi la Targa fu una canzone proveniente da quella competizione (la stupenda “Argento vivo” di Daniele Silvestri, con la collaborazione di Manuel Agnelli e di Rancore), anche questa volta il vincitore potrebbe venire da lì (ricordando che in questo caso viene premiato l’autore del brano). Sono in gara infatti la stessa Tosca e il rapper Rancore (che lo scorso anno anche al Tenco affiancò Daniele Silvestri), rispettivamente con “Ho amato tutto” e “Eden”. Ottime canzoni ma non so se al punto di vincere, vista la presenza di Diodato in primis e di due rivelazioni come Beppe Gambetta e Giacomo Lariccia. In particolare l’artista giramondo con “Limiti” può giocarsi in sicurezza le sue carte: certo, sarebbe un exploit clamoroso ma la qualità del pezzo e dell’interpretazione sono di prim’ordine.

 

ALBUM COLLETTIVO A PROGETTO

C’è infine la speciale categoria degli “Album a progetto” istituita qualche anno fa e che presenta sempre dei lavori assai vari e compositi: due tra i finalisti hanno riscontrato assolutamente il mio interesse, l’omaggio a Gianni Siviero (presentato proprio durante la Rassegna della scorsa edizione) e il nuovo capitolo dell’album di Voci Per la Libertà, intitolato semplicemente “20 x 22”. La mia terza preferenza lo diedi al progetto “Ho visto Nina Volare” che però non è passato in finale cedendo il posto ad Animantiga, Calendario Civile (una proposta davvero molto particolare e originale) e a Note di Viaggio.

Comunque vada, credo davvero ci saranno pochi argomenti per i detrattori della Rassegna, fermo restando che un verdetto porta con sè da sempre polemiche quando non addirittura insinuazioni.

Mi sento di non sbagliare però quando affermo che di dischi a ragione candidabili ce n’erano moltissimi, segno che la musica d’autore italiana è più vitale che mai.

In bocca al lupo a tutti i finalisti e state tranquilli che arriveranno anche i miei voti, mi basta solo qualche ascolto in più!

Intervista al cantautore Stefano Fucili, tornato in pista con un nuovo singolo. Artista poliedrico, su PelleECalamaio ripercorre tutta la sua storia

Il nome di Stefano Fucili a molti della mia generazione (quarantenni o…su di lì!) non dovrebbe suonare nuovo, in quanto fu protagonista di un periodo fulgido nell’ambito della canzone pop italiana a cavallo del nuovo millennio. Esordì a fine anni ’90, vincendo il Festival di San Marino, ed ebbe modo di entrare nel roster della Pressing, etichetta di Lucio Dalla attiva per qualche anno. Una sua canzone, “Anni luce”, è stata interpretata dal grande artista bolognese e inserita nell’album “Luna Matana”, del 2001.

Fotografia di Andros Pugolotti

Molta acqua è passata da allora sotto i ponti ma il cantautore pesarese (di Fano, per l’esattezza) non ha mai smesso di suonare, raccogliendo variegate esperienze musicali, fino ad avvertire nuovamente forte il desiderio di proporre le sue canzoni. Lo scorso anno si è legato all’international indie label RNC Music, col quale ha dapprima pubblicato il singolo “Ballare Ballare” nell’estate 2019, per poi replicare (questione di pochi giorni fa) con un altro episodio dal titolo vagamente assonante: “Bella Bella Bella”, che ne conferma la ritrovata vena melodica, con una spruzzatina latina a spalancarci le porte dell’estate dopo i faticosi mesi di lockdown cui siamo stati tutti necessariamente esposti.

Per chi, come il sottoscritto, aveva amato la semplicità e la buona fattura di un singolo come “Bonsai” – vero esempio di itpop dell’epoca – l’occasione di scambiare qualche chiacchiera con lui e saperne di più del suo progetto (è in previsione un intero album di inediti) era troppo ghiotta. Nel mezzo si è parlato del suo percorso e di altri aspetti legati al mondo delle sette note.

Stefano mi raggiunge telefonicamente mentre ha terminato il suo lavoro d’ufficio, confermando che in ambito extra musicale non ha mai in pratica smesso di lavorare, occupandosi tra l’altro di qualcosa di molto utile a maggior ragione in questo periodo, ma allo stesso tempo ha saputo cogliere l’opportunità per dedicarsi ancora di più alla musica, scrivendo, suonando e registrando. L’entusiasmo con cui mi accoglie e mi presenta il suo nuovo progetto è tangibile ed io decido di lasciare spazio alla sua presentazione.

“Ciao Stefano, è un piacere per me che ti seguivo tanti anni fa con interesse, ritrovarti alle prese con delle nuove canzoni così fresche e pimpanti. Come sono nate e come ti è tornata la voglia di rimetterti in gioco?”

“Ciao Gianni, piacere mio! In tutti questi anni sostanzialmente non ho mai smesso di fare musica, in diversi contesti, ma la molla per rimettermi a scrivere è scattata l’anno scorso. “Ballare Ballare” è un po’ contaminata con la dance, un po’ per mia curiosità di approcciarmi a quei suoni lì, un po’ è dovuto all’incontro, con la RNC Music, un’etichetta di Milano di Nico Spinosa (un discografico importante, ha curato per quasi dieci anni la parte estera della EMI e ha contribuito a lanciare all’estero nomi grossi come ad esempio Tiziano Ferro).

Nico nel lanciare la sua etichetta, ha mantenuto tanti contatti nell’ambiente, anche all’estero (ti parlo di etichette indipendenti ma anche major) e ha improntato un taglio dance, dedicandosi all’elettronica, la lounge ecc. Il contatto con lui è avvenuto tramite Giordano Donati, un producer dance di successo, un amico, e anche il mio manager che ha fatto da tramite facendo partire questa nuova avventura. Avevo iniziato a scrivere dei brani già l’anno scorso, e il fatto di essere dovuto rimanere a casa in questi mesi mi ha aiutato a scrivere altri nuovi pezzi e quindi, vedendo il bicchiere mezzo pieno, è stata un po’ un’opportunità questa per lavorare a un nuovo album”

“Sono molto curioso perché mi sembra tu stia tentando una strada diversa, anche se resta il marchio di fabbrica del pop italiano.  Tuttavia appunto lo stai contaminando con altri suoni e altri generi. Questo tuo avvicinarti a un sound più moderno è stata una mossa studiata, per entrare dentro un certo filone magari vicino a certa musica reggaeton piuttosto in voga, con i suoi tormentoni, oppure in realtà tu hai sempre apprezzato la dance e i tuoi ascolti vertevano da sempre su un pop più ampio rispetto a quello cantautorale con cui avevi iniziato?”

“Di certo io sono sempre stato molto curioso musicalmente, poi il mio background è sicuramente da ricercare nel pop rock degli anni ottanta: quella è la mia formazione da un lato, e dall’altro lato i cantautori, anche se poi mi piacciono tanti artisti dei più svariati, come ad esempio Bjork. E’ un po’ come in cucina dove mi piace assaggiare tutto, anche nella musica mi piace ascoltare più roba possibile per scoprirne la bellezza. Che può essere presente ovunque: tu puoi sentire un pezzo di liscio, con un assolo di clarinetto strepitoso ed è bellissimo, pur essendo una musica principalmente da ballo, per dire.

La musica secondo me è universale, le etichette non mi piacciono. Tipo il discorso del reggaeton cui accennavi prima… il reggaeton viene spesso, come dire, trattato male o considerato poco, paragonato alla musica da ballo e chiusa lì, quando in realtà è un genere musicale come un altro, anzi, tra i più popolari al mondo, segno che ha del valore se arriva a far muovere gente in tutto il mondo. Forse in questo momento è addirittura il linguaggio musicale più popolare in assoluto”

“Direi di sì, basta vedere anche le visualizzazioni di certi artisti di là dell’Oceano, si va sul miliardo, quindi il successo di massa è tangibile”

“Esatto, al di là del boom di “Despacito”, che ha certificato l’esplosione del genere, ci sono molti artisti che hanno avuto un impatto mondiale, arrivando primi in Russia, come in Thailandia e ovviamente in Sud America e negli Stati Uniti. Quindi, è un genere che merita dignità perché arriva ovunque. Partendo dal presupposto che io sono un curioso musicalmente, in questo caso, per i nuovi pezzi che ho scritto, il mio avvicinamento con l’elettronica avviene in realtà con degli ascolti fatti un po’ prima del 2018 e ispirati a un certo indie pop italiano che mi ha proprio stimolato in termini di suoni e scrittura.

Sono stati cinque anni davvero ottimi per il movimento, dove l’indie italiano era un pozzo di ispirazione, penso a nomi come Thegiornalisti o Frah Quintale ma anche qualcosa del nuovo rap italiano, di cui mi piacevano per lo più i testi. Vi ho sentito una tale freschezza, che mi ha fatto venire voglia di scrivere cose nuove e come sonorità ho voluto un po’ avvicinarmi a questo mondo qua. Che poi, nel mio passato, penso al mio primo album autoprodotto nel 2006, subito dopo l’esperienza con la Pressing di Lucio Dalla (con cui produssi due singoli, ma non uscì l’album), ecco, quel mio lavoro lo misi all’epoca su MySpace, quindi ho iniziato già allora a usare il web, e a mischiare nelle mie canzoni il pop con l’elettronica e le chitarre acustiche. Era già stata quella una prima evoluzione per me, visto che il mio mondo originario di riferimento è magari più il folk, addirittura di matrice irlandese (ho fatto un album tutto celtico, “Tristano e Isotta”, ispirato alla nota storia composto con Francesco Gazzè fratello di Max), quindi sicuramente è più nelle mie corde, la chitarra acustica rappresenta le mie origini, però mi volevo cimentare di nuovo, a distanza di anni, con la musica elettronica, ed è stato proprio l’indie italiano a ispirarmi in tal senso.

Dopo quegli ascolti, ho iniziato a scrivere dei pezzi nuovi nel settembre 2018 e nei mesi successivi ho iniziato a sfornarne uno dietro l’altro e da lì, tramite Giordano Donati, abbiamo preso contatti con la RNC Music e alla fine è venuto fuori il brano “Ballare Ballare”, che in realtà è stato prodotto da Raf Marchesini, un producer di successi a livello internazionale, ed è merito suo se i suoni hanno avuto un ruolo importante in quel pezzo lì, come anche nel nuovo “Bella Bella Bella”. I titoli suonano un po’ simili, lo so, qualcuno si confonde anche, ma è un po’ ironica la cosa, ho voluto giocare con le parole. Tornando alle canzoni nuove, io da sempre sono uno che fa i provini a casa, registro tutto nel mio studio, suono le chitarre, inserisco i loop, poi però come detto in quei due singoli soprattutto Raf ha avuto un ruolo importante, perché è un professionista di questo mondo, e poi mi ci trovo bene perché lui ascolta per dire molto anche i Queen, quindi è un producer dance ma con una mente molto pop rock, per cui ci siamo incastrati perfettamente. D’altronde se ci pensi, l suono di una cassa ti cambia il pezzo, e di conseguenza il ruolo del producer anche nel pop è ormai rilevante, i risultati sono sotto gli occhi tutti, basta vedere le hit in classifica, quello che più passa in radio, dove i suoni spesso ormai fanno la differenza. Lui in tal senso è stato fondamentale e sono molto felice perché siamo riusciti a creare una squadra eccezionale con me, Raf e Giordano, (che anche lui è molto importante, mi ha dato un sacco di consigli da produttore, lui ha prodotto dischi di successo internazionale) e Nico Spinosa, in particolare. Il nostro progetto vuole cercare di andare all’estero e una serie di risultati li abbiamo già ottenuti e siamo contenti. Tutto questo disco nuovo vuole avvalersi di un sound internazionale, voltato all’elettro pop”

“Da questi primi assaggi mi sembra che tu, nel cercare una strada diversa musicalmente, sei riuscito a essere lo stesso personale e a metterci il te stesso di adesso. Poi, come dici tu il producer è sempre più importante per la resa del disco, e proprio alcuni degli artisti contemporanei che hai citato prima si sono avvalsi del tocco sapiente di chi sapeva armeggiare i suoni. Tra l’altro non capita molto spesso di sentire un artista di una generazione precedente elogiare così apertamente i nuovi esponenti, laddove solitamente si tende o a essere paternalisti o al peggio a sparare zero, considerando sempre migliori i nostri anni. Direi che questa cosa denota anche una grande apertura da parte tua, proprio mentalmente. Ci sono altri nomi che ti hanno ispirato e influenzato?”

“Mah, non vedo in realtà perché non dovrebbe essere così, in fondo. Io sentivo in certi pezzi delle buone vibrazioni e a un certo punto ho voluto approfondire, mi sono proprio messo all’ascolto tramite Spotify di interi dischi di questi nuovi artisti e gruppi di area indie italiana che più mi ispiravano e che magari avevo sentito la prima volta da delle classiche playlist. Tornando ai nomi, dicevo i Thegiornalisti perché Tommaso Paradiso mi piaceva molto a livello di scrittura, specie nel suo momento d’oro. Lui ha molte radici negli anni ’80, nel cantautorato di un certo tipo, quindi è inevitabile che io mi ci ritrovi. Con la produzione fatta tra l’altro da un marchigiano, Dardust, che in questo momento va per la maggiore”

“Dario Faini, che vanta una lunga esperienza e che è esploso proprio nelle vesti di producer e adesso è un numero 1 nel suo campo”

“Dario è uno dei più bravi davvero, e la miscela con Tommaso Paradiso all’epoca ha prodotto qualcosa di molto interessante: come dicevo il suo tratto distintivo prende elementi anche dagli anni ’80 e ’90. Ultimamente non trovo più in Paradiso questa freschezza, ma in quegli anni lui, Frah Quintale, Carl Brave suonavano forti”

“Sì, dischi di qualche anno fa, adesso l’evoluzione in musica viaggia velocissima e anche tutti questi artisti sono alla prova del nove, perché dovranno dimostrare sul campo le loro qualità. Uno come Carl Brave, che citavi, adesso è sdoganatissimo, collabora con chiunque e c’è il rischio che diventi paradigma quello che fa”

“Ti dirò, forse è un discorso un po’ trito e ritrito e sarà anche banale dirlo, ma secondo me non è solo un calo di ispirazione a cui possono andare incontro; per carità i momenti capitano a tutti, ma credo dipenda anche dalle major che magari vanno a rovinare alcune caratteristiche. Finchè stai in una label indipendente, anche se magari distribuita dalla major, hai grande libertà di esprimerti, hai una fame enorme, una voglia di fare le cose e di emergere, fare concerti dappertutto. Nel momento in cui poi raggiungi la popolarità, entri in un meccanismo più grande e istituzionalizzato, a quel punto forse la freschezza viene meno e ti si spegne un po’ la fiamma. Però in quegli anni ho veramente consumato di ascolti certi dischi. Mi avevi chiesto altri nomi che possono avermi ispirato. Calcutta è uno di quelli con uno stile più definito, magari mi ha influenzato di meno, però mi piace, è indubbiamente bravo, ma anche certe cose di Coez e di Gazzelle le ho trovate molto interessanti.

“C’era indubbiamente grande fermento, la musica italiana grazie a questi esponenti indie, e grazie anche alla trap, giusto dirlo, è tornata clamorosamente in auge”

“Sì, anche nel rap ci sono cose che non mi dispiacciono tipo Salmo, anche se è uno molto lontano dalla mia cultura e dal mio genere. Io sono per un linguaggio rap diverso, a me piace Jovanotti, anche quello di “Oh, vita!”, è un tipo di artista che ha tante cose da dire”

“Jovanotti credo sia l’esempio di prodotto mainstream ma che a differenza di altri cantautori non si è fossilizzato nel suo successo e a 54 anni è ancora lì che vuole e riesce a spiazzare il suo pubblico e la critica. Riferendoci all’ultimo album, prodotto da Rick Rubin, era tornato ad esempio a sonorità acustiche, dopo che in precedenza aveva invece proposto un sound anche molto elettronico, eterogeneo, la sua forma canzone è assolutamente trasversale. Per quanto spesso sia attaccato o criticato per l’attaccamento a certi temi socio politici, se ci soffermiamo solo sulla musica, ecco, lui credo abbia ancora la fiamma accesa, e sia come te attento a quello che sente attorno, non trovi?”

Fotografia di Andros Pugolotti

“Sì, verissimo, poi lui mi incuriosisce anche per come gestisce la sua comunicazione, lui è da sempre un grandissimo comunicatore, si inventa delle nuove forme pur essendo come dici tu mainstream, nazionalpopolare… è un po’ il Gianni Morandi dei tempi nostri, chiaramente in modo diverso. Poi è bravo perché è super trasversale, quindi lui va dalla canzone d’autore al pezzo super danzereccio però come tipo di mood è uno di quelli che mi stimola, non dico che voglio cavalcare quell’onda, perché lui è un personaggio completamente diverso da me però mi da’ delle buone sensazioni, e anche certi suoi ascolti mi hanno stimolato, in particolare il suo album del 2015 (“Lorenzo 2015 CC.”) contiene delle cose che davvero mi hanno colpito molto”

“E per i testi come ti sei mosso? Anche in quel caso hai avuto, magari in maniera inconsapevole, qualcuno o qualcosa che ti ha ispirato nel rimetterti a scrivere?”

“Beh, per i testi devo dire che mi ha ispirato, mi ha aiutato tantissimo, cantare dal 2012 per diversi anni le canzoni di Lucio nei concerti. Fare questo lungo omaggio a Lucio Dalla, con i concerti del progetto “Piazza Grande” è stato qualcosa di molto importante, nonostante non sia mai stato un suo vero fan almeno fino al 1994. Io mi posso considerare un vero fan del Lucio di minor successo, quello degli anni ’90 di “Henna” per dire, un album che ho amato. Poi, è chiaro che ci sono brani memorabili tipo “4 Marzo 1943” o “Piazza Grande” ma ci arrivai con gli ascolti. Però in qualche modo è sempre stato presente.

Il primo album di Lucio che acquistai fu “1983”, in vinile, oppure mi colpì ad esempio la prima volta che ascoltai “Se io fossi un angelo”, avrò avuto 16 anni e mi ricordo perfettamente la prima volta che la sentii alla radio. La scintilla vera scattò come detto con “Henna” e da lì andai ad approfondire. Quando poi lui se n’è andato, è nata la voglia e il desiderio sincero di omaggiarlo con questo progetto che abbiamo portato avanti (“Piazza Grande”), che poi doveva essere un unico concerto e poi grazie alla grandezza delle sue canzoni è andato avanti e siamo arrivati a suonare davanti davvero a un sacco di persone.

Cantare le sue immense canzoni a un pubblico numerose nelle piazze e nei teatri, in qualche modo “costringendomi” ad entrarci dentro, è stato molto importante per la mia crescita. Quando tu ti cimenti a cantare simili brani, cercando di farli tuoi, come lui stesso mi ha insegnato, (ed io infatti cerco di cantarle vivendole), entri nella canzone in maniera diversa da come fai quando l’ascolti. Ecco, tornando alla tua domanda, senza voler assolutamente paragonarmi al suo genio, questa cosa mi ha aiutato e credo si sia riflettuta nell’approcciarmi ai nuovi testi, alle nuove canzoni. Qualcuno me lo dice anche, soprattutto riferendomi a brani che troverai nel disco”

“Immagino! Io non ho avuto modo per il momento di assistere agli spettacoli di “Piazza Grande”, ma so che in questi concerti tu spazi in lungo e in lago nel repertorio di Lucio Dalla. Qual è la canzone che più senti tua, come se l’avessi scritta tu in un certo senso?”

“Tu non mi basti mai”! Mi viene subito da risponderti questa, mi emoziona sempre molto cantarla, poi mi dicono sia una di quelle che riesco a interpretare meglio. C’è anche una versione che avevamo fatto, dal mio album del 2014, con Iskra Menarini ospite in un duetto con la band di “Piazza Grande”, rivisitata un po’ in maniera acustica”

“Oltretutto tu hai avuto modo di conoscere Lucio Dalla da vicino, collaborandovi a più riprese, vuoi ricordarci quei momenti?”

“Sono ricordi indelebili. Il primo disco ufficiale nel 1998 lo pubblicò proprio Lucio con la sua etichetta Pressing, distribuita dalla BMG, quindi l’attuale Sony: direi che sono partito con un talent scout mica male! Avere un mentore come Lucio Dalla non era poco, voglio dire. C’era una macchina dietro e i miei singoli venivano distribuiti, avevano avuto un buon riscontro nelle radio italiane, prima “Chiara” e poi “Bonsai” ma per una serie di motivi la cosa sul più bello si arenò. Un po’ perché in quel momento l’album di Lucio (“Ciao”) non stava andando benissimo nelle vendite, soprattutto se rapportato al clamoroso successo del precedente “Canzoni”, che nel 1996 vendette un milione e duecentomila copie. Era un bel disco anche “Ciao” ma purtroppo non ha avuto il successo che si prevedeva, e capirai che il confronto con il disco prima era impietoso, parlo a livello commerciale ovviamente. Questo portò la Pressing, l’etichetta con cui Lucio provava a dare una mano a dei giovani come me, a sospendere alcuni investimenti. La mia situazione quindi era partita benissimo ma poi si è fermata all’improvviso. Sono andato avanti, ho avuto le mie esperienze anche felici di autoproduzione, raccogliendo delle varie soddisfazioni e pubblicando vari album ecc, cercando di usare anche il web e poi, è storia recente, dallo scorso anno ho ripreso questo rapporto con una label, è una seconda grande possibilità che mi concedo”

“Bello ripercorrere la tua storia con Lucio, che credette comunque in te, d’altronde “Chiara” e “Bonsai” erano dei pezzi bellissimi in ambito pop italiano. Ti confesso che io e un mio caro amico, che adesso collabora fra gli altri con Rockerilla, andavamo pazzi per “Bonsai”, la sapevamo a memoria, era un po’ l’equivalente del britpop inglese”

“Grazie delle tue parole! “Bonsai” è collegato agli Oasis, era il mio tentativo di ricreare quelle atmosfere, un po’ come faceva Daniele Groff, no?”

“Certo, ci piaceva un sacco anche lui infatti. Ho avuto modo di intervistarlo in passato, avevate un background molto simile e in effetti stavate cercando una strada nuova del pop italiano sul finire degli anni ‘90”

“Io e lui ci riferivamo a quel mondo lì, perché rientrava nei nostri ascolti. Pensa che io ho fondato una band al liceo e facevamo cover degli Oasis, dei Police, dei R.E.M., quelle sono le mie origini, il mio humus musicale, poi la curiosità e la passione mi hanno spinto altrove, la musica non ha confini. Con la casa discografica, orientata come detto alla dance, siamo partiti con delle cose che avessero comunque una linea corrispondente alle loro richieste, loro lavorano molto all’estero. Una scelta certo non forzata, l’ho voluta anch’io, altrimenti non lo farei, però dentro l’album ci sarà spazio per ampliare lo sguardo anche su altre cose. In particolare nell’album ci sarà un pezzo a cui tengo tantissimo (e che forse sarà il singolo di uscita dell’album, a ottobre, oppure l’anno prossimo, adesso vediamo come si sviluppano le cose), che ha una sonorità più vicina a quella che stiamo dicendo adesso, sempre però contaminata con l’elettronica, ed è un pezzo secondo me molto importante”

“Vorrei passare a un’altra tua esperienza musicale, davvero singolare ma che ti sta dando una certa notorietà. Io non ho ancora figli purtroppo ma in compenso ho diversi nipotini, e quindi ti lascio immaginare che mi capita spesso di vedere video per bambini. Mi ha stupito positivamente vederti all’opera in questo contesto. Io poi sono un fan della storia dello Zecchino d’oro, e ho sempre apprezzato quegli autori che si sono cimentati in queste vesti. Come è nata la tua collaborazione con il canale tematico “Coccole Sonore”? Come ci è finito Stefano Fucili a comporre canzoni per bambini e a diventare di fatto un idolo per moltissimi di loro?”

“Scrivere canzoni per bambini mi ha dato la possibilità di mettermi ulteriormente alla prova. Anche in questo campo, come dicevi tu, ci sono stati degli esempi, dei maestri, pensiamo al grande Bruno Lauzi. E’ un piacere rapportarmi con questo mondo, sto ottenendo soddisfazioni e di fatto è per me una grande opportunità perché “Coccole sonore” è una realtà importante nel settore. Io ho sempre amato le colonne sonore dei film d’animazione, dei cartoni animati a partire dai film della Disney, ero un fan da bambino ma comunque in generale è un mondo che mi ha sempre affascinato. Tra l’altro anche certi miei progetti mostravano questa mia passione, tipo nell’album “Peter Pan” c’è il pezzo più importante da cui prende il nome l’intero disco, il secondo brano che ho scritto con Dalla nel 2006, che è un po’ fiabesco. Oppure prendi una canzone come “Lullaby”, la ninna nanna che ho scritto per “Coccole Sonore”, è diventato un classico dell’Antoniano che si chiama “Ninna Mamma”, ed è stato interpretato tante volte anche in occasione dello Zecchino d’oro, per le loro campagne. Il testo è stato riscritto per loro da Salvatore De Pasquale (noto col nome d’arte Depsa) autore della musica italiana degli anni 80 – ha fatto un sacco di hit pazzesche per la Oxa e un sacco di altra gente – ; lui ha ideato questo testo sulla musica mia originale di “Lullaby”. La collaborazione è nata abbastanza causalmente: in pratica ho la fortuna di essere amico del proprietario di “Coccole Sonore”, uno tra i canali per bambini più importanti che ci sono in Italia.

“Infatti vedo filmati con milioni di visualizzazioni, anche tu mi pari che viaggi benone in questo senso”

“Sì, certo, pensa che ho fatto quasi 50 milioni di visualizzazioni, un dato pazzesco, numeri non dico da big, ma assolutamente rilevanti”

“E che danno gratificazione. E’ cambiata un po’ la prospettiva e con essa ovviamente il tuo modo di scrivere ma i consensi sono in effetti enormi. Ti è capitato di sentire bambini che cantano le tue canzoni?”

“Sono cambiate molte cose, tanto che paradossalmente sono molto più popolare ora in queste vesti che non con il mio progetto pop, perché come ti dicevo loro sono i leader in questo settore, hanno superato il miliardo di views come canale, e io sono uno dei tre cantanti che stanno dentro i loro cartoni, un po’ come il Bert di Mary Poppins. E’ nato tutto in realtà per gioco, loro hanno la sede a Pesaro, io sono di Fano, e di fatto mi ha sempre conosciuto come cantante e mi stimava. Quando mi è giunta la proposta conosceva “Lullaby” che era stata tradotta per lo Zecchino d’oro, siamo partiti da lì e poi il riscontro da parte del pubblico di “Coccole Sonore” è stato da subito molto buono. Da allora abbiamo realizzato varie canzoni, con un buon ritmo, a volte sono delle cover dei classici per bambini, altre volte tiriamo fuori con lui delle idee, delle canzoni originali che poi proponiamo in puntata. In generale stanno andando davvero bene, poi c’è quella che arriva di più al pubblico e quella meno, come in tutte le cose ma non posso che ritenermi soddisfatto. Io mi ritrovo a vivere una condizione nuova, tipo che mi trovano per strada, ad esempio è successo a Napoli con gente che mi ferma e mi chiama per nome, è una sensazione bella e una grande emozione per me regalare un sorriso a dei bambini. Inoltre mi arrivano un sacco di lettere, oppure le mamme e i babbi che mi mandano i filmati dei loro bimbi che guardano il video dove ci sono io. Si crea un nuovo pubblico vero e proprio, perché dietro i bambini ci sono i genitori, un’intera fascia di età”

“E anche gli zii appunto, perché anch’io spesso e volentieri con i nipoti ci mettiamo a guardare quei video e a cantare e ballare”

“Sì, poi loro come canale hanno un trend bello, con dei messaggi sempre positivi, il taglio di “Coccole Sonore” mi piace, c’è anche una parte educational. Sono davvero molto felice di farne parte”

“Tornando alla tua esperienza passata, tu avevi tentato anche la carta Sanremo? Avevi preparato dei brani per le selezioni delle Nuove Proposte?”

“Diciamo che Lucio Dalla ogni anno presentava i suoi artisti alle selezioni per Sanremo, nel mio caso per due volte ci sono andato vicino all’essere preso. Un anno con “Anni luce”, che poi però se la prese lui per l’album “Luna Matana”. Lì eravamo arrivati a un passo, del tipo che eravamo rimasti in 24 e ne passavano 12. Poi con “Peter Pan” ero andato a fare le ultime selezioni, alla sede della Rai – era il 2001 mi pare – a Roma davanti a Pippo Baudo, nell’anno che c’era il figlio di Morandi e quello di Celentano… vabbeh, anche quella volta per un pelo non entrammo ma va bene così”

“Anche perché tu a differenza di Marco Morandi e Giacomo Celentano sei ancora qui a scrivere e proporre nuove canzoni”

“Marco Morandi in realtà fa un sacco di date… “

“Io lo ricordavo nei Percentonetto, ma non lo conosco molto artisticamente, in ogni caso in quel periodo il Festival di Sanremo sembrava una vera fucina di talenti, peccato tu sia arrivato solo a un passo…”

“Cosa vuoi Gianni, doveva andare così, faceva parte di un percorso, all’epoca come detto le cose si stavano mettendo bene. Smaltita le delusione, si era ripartiti come sempre”

“Io ti ho sempre percepito come una persona molto solare e positiva, e me lo stai confermando anche in questa lunga intervista, però alla luce del tuo curriculum, del percorso che hai fatto e di tutto quello che ci siamo detti, c’erano per te delle possibilità importanti di svoltare e arrivare al grande successo. Per questo volevo chiederti: c’è spazio anche per i rimpianti? Ci sono delle cose che se tu potessi tornare indietro faresti in modo diverso oppure manterresti tutto come è andato, musicalmente parlando?”

“Sai Gianni, io mi ritengo assolutamente fortunato, anche perché sono riuscito a realizzare un sacco di sogni che avevo da ragazzino. E’ chiaro che all’inizio, dopo tanti tentativi, concorsi, provini mandati in giro alle case discografiche, approdare alla casa discografica di Lucio Dalla, quando avevo 25/26 anni, fu un segnale importante di fiducia, lì sì c’è stato un momento in cui sembrava che le cose dovessero andare bene. I pezzi in radio funzionavano, anche tu te li ricordi, poi purtroppo ci sono stati dei motivi per cui la Pressing non proseguì, magari forse, ma lo dico con tutto il dubbio, fossi stato in un’altra casa discografica le cose sarebbero andate diversamente, o forse non sarebbe successo nulla comunque, chi può dirlo? Io mi tengo stretto quello che ho realizzato, mi sono tolto molte soddisfazioni e molti dei sogni che avevo sono riuscito a realizzarli.

Ringrazierò sempre Lucio, sia per l’opportunità concessa, e anche perché grazie alle sue canzoni sto realizzando il sogno di cantare in giro per l’Italia anche in collaborazione con la Fondazione Lucio Dalla. Il nostro è un omaggio, c’è un’interpretazione rispettosa ma non siamo una semplice tribute band: noi prendiamo soprattutto l’ultima parte di tour che fece con De Gregori, il “Work in Progress”. Questi risultati che ho ottenuto li porterò sempre con me, ma le soddisfazioni sono anche quelle di pubblicare le mie canzoni, che possono essere ascoltate in tutto il mondo, perché poi la Rete ti da’ questa possibilità, e difatti alcuni miei brani sono finiti in serie americane, delle CBS o della ABC; un altro brano mio è stato utilizzato  in uno spot televisivo in Olanda, dove ho fatto vari concerti, perché ho creato una rete di relazioni là e ogni tanto riesco a stare alcuni giorni a suonare.

Quindi io sono molto felice, vado avanti giorno per giorno, pian piano e questa nuova opportunità di portare avanti il mio progetto, le mie cose, mi stimola tantissimo. Uno dei miei desideri era provare a esportare le mie canzoni all’estero e sono finito nel posto giusto! Con l’etichetta con cui mi sto rilanciando siamo entrati in classifica in Danimarca, poi sono entrato in una compilation fra le più importanti in Polonia, distribuita dalla Universal, c’è insomma molta attenzione sul mio progetto da parte dell’etichetta. Spinosa della RNC Music crede nel mio progetto, pensa che sono l’unico artista che canta in italiano dell’etichetta e sento proprio la loro fiducia nei miei confronti. Tutto questo mi stimola ad andare sempre avanti. Stanno lavorando molto bene sul singolo, anche se sappiamo bene che ci sono certi meccanismi ormai e non è semplice fare breccia nelle radio italiane e altro. Alla fine dipende sempre dal tipo di pezzo che fai”

“Infatti, a proposito di strategie e meccanismi, se tu fossi più giovane, affronteresti un talent show o sei fra quelli che dici che quella uscita dai talent in tv non sia musica?”

“Sinceramente no, credo che farei come quegli artisti indie, proverei cioè sul campo a farmi notare. Se ci pensi, tutti i nomi che abbiamo fatto prima non vengono dai talent. Poi ovvio, anche dalla tv sono usciti dei bravi artisti, ma in genere non è un mondo che mi stimola, quindi non credo avrei tentato quella strada”

“Anche perché poi si entra appunto in quel meccanismo, per cui molti fenomeni dei talent durano esattamente una stagione per poi farsi sostituire da quelli della nuova edizione e per gli artisti che credono nella propria musica, bisogna ripartire in pratica da zero, quindi direi che non è tutto oro quello che luccica”

“Infatti, la penso esattamente come te, per questo ti rispondo che fossi in questi ragazzi, cercherei di suonare in giro, nei club, di fare sentire i miei pezzi. Gli artisti indie magari c’hanno messo anni, penso a Lo Stato Sociale, o allo stesso Calcutta, però poi hanno raccolto i frutti del loro lavoro e ora possono contare su un pubblico vero, che è quello che più conta. E’ come in pratica mi metto in gioco oggi, con l’apporto di Marco Stanzani di Red & Blue che sta ampliando i propri servizi, stiamo pianificando delle date di presentazione dell’album. Sento sia questa ancora oggi la strada migliore, ho proprio voglia di andare nei club per presentare questo disco, queste nuove canzoni perché credo abbiano il linguaggio simile a quello dell’indie pop di adesso. Al di là dei singoli usciti che sono più adatti a far ballare e rivolti più forse un pubblico anche estero, gli altri pezzi penso possano costituire un terreno fertile in tal senso, staremo a vedere, faremo delle presentazioni quando uscirà l’album”

Fotografia di Andros Pugolotti

“Una curiosità per finire, da appassionato invece qual è il concerto più bello a cui hai assistito e che ti ha coinvolto particolarmente?”

“Quello di Paolo Conte! Fu il suo primo grande successo italiano, con questa orchestra meravigliosa, avevo 14 anni, e poi Sting, devi sapere che io sono sempre stato un grande fan dei Police e di Sting, lo sono ancora adesso perché è un grande artista: quel live con l’orchestra per il “Symphonicity Tour”, al teatro dell’Arcimboldi a Milano, è stata una cosa pazzesca”

La nostra lunga chiacchierata termina qui e ciò che ne ho ricavato è che Stefano Fucili, pur avendo messo in fila una lunghissima serie di esperienze, è rimasto quel ragazzo armato di chitarra che muoveva i primi passi in musica, animato da tanta genuina passione. Soprattutto è motivatissimo per questa nuova avventura discografica iniziata l’anno scorso e immagino che, mentre mi parlava delle sue canzoni, i suoi occhi da dietro lo schermo del telefonino brillassero.

Salutandolo non posso che fargli sinceramente un grosso in bocca al lupo per i suoi nuovi progetti, in attesa di sentire il suo nuovo album.

 

I fiorentini Stolen Apple, con il disco”Wagon Songs”, si confermano una rock band di grande qualità

Qualche mese fa è uscita l’opera numero due di un gruppo fiorentino che, già con il disco d’esordio “Trenches” (uscito nel 2016), aveva dato sfoggio di saper maneggiare con cura la materia rock.

Gli Stolen Apple in un ritratto presente nella loro pagina Facebook ufficiale

 

Gli Stolen Apple sono formati da Riccardo Dugini (voce, chitarra), Luca Petrarchi (voce, chitarra, organo, synth), Massimiliano Zatini (basso e voce) e Alessandro Pagani (batteria, piano, percussioni e voce), tutti con alle spalle svariate esperienze in gruppi indipendenti, tra i quali citiamo almeno Nest e Subterraneans. Mai come in questo progetto, però, i quattro sembrano voler fare sul serio, facendo confluire nei loro brani tante suggestioni differenti.

Se allora i nostri sembravano mirare al di là dell’Oceano, con rimandi a certo rock americano targato nineties, magari non più in voga ma evidentemente radicato nei loro cuori, con questo “Wagon Songs”, i confini si fanno più ampi, con trame musicali che vanno a intercettare tanti altri stilemi che si fondono in uno stile personale.

Non più ragazzini, gli Stolen Apple non vanno a ricercare mode, preferendo badare al sodo, nel proporci un rock solido, variegato e soprattutto ottimamente suonato. “Wagon Songs”, all’apparenza oscuro per rimandi e immaginario, rappresenta invero un caleidoscopio credibile del miglior rock espresso dal ’90 ad oggi.

Certo, il grunge è ancora presente a piccole dose, ma le sfumature sonore sono evidenti in un brano dai connotati remiani (non a caso la mia preferita del disco, perdonate la nota autoreferenziale) come “It’s up Your Mind”, che arriva a mitigare l’urgenza espressiva e il furore dei primi due pezzi: la tagliente “Suicide”, con la sua coda psichedelica, e soprattutto la cavalcata rock’n roll di “Renegade Sun (Brexit)”.

Altrove si scavalla su un sound ancora più ruvido, che emerge tra le pieghe della fulminante “Tattoo”, una scheggia impazzita di nemmeno due minuti, quella sì dall’imprinting punk, con i suoi echi di Sex Pistols. Ma all’interno dell’album possiamo imbatterci anche in deviazioni acide, come nella classicheggiante ed esplicita “Masturbation” o nella lunga e maestosa “Easier” che chiude l’album con sonorità spigolose e avvincenti, memore dei migliori episodi shoegazer.

E’ un disco molto teso emotivamente, eccezion fatta forse per la sola “A Looking Behind Kid”, che rallenta un po’ i toni, rendendo mite e più onirica l’atmosfera.

A far risultare il tutto però assolutamente piacevole e rilevante, dal mio punto di vista, sono gli ottimi arrangiamenti che mostrano una grande cura nei particolari.

Dal vivo gli Stolen Apple promettono scintille, e spiace che il lockdown sia giunto proprio in prossimità del lancio dell’album, cosicché non ci sia stata di fatto la possibilità per il momento di promuoverlo adeguatamente mediante la prova del palco.

Il tempo per recuperare però c’è tutto, o almeno per concedergli un ascolto attento: l’ho fatto anch’io che – mea culpa – arrivo tardino a divulgarlo qui per voi. Ma è un compito che assolvo molto volentieri,  perché “Wagon Songs” è assolutamente un disco che merita e che potrebbe accontentare tutti i puristi e gli appassionati dell’indie rock.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un disco da riscoprire assolutamente: “Lost spring songs” di Grand Drifter

Dietro il nome Grand Drifter si cela il piemontese Andrea Calvo, artefice con “Lost spring songs” di un album d’esordio che merita di essere scoperto e di emergere per poter splendere in tutta la sua bellezza.

Avevo il contatto dell’artista di Acqui Terme su Facebook e quando mi propose di ascoltare la sua musica lo fece in modo molto educato, lontano da tanti altri suoi colleghi che a volte nemmeno si presentano e ti piazzano subito il link al loro progetto in cambio di un like in più. Sembra scontato approcciarsi in maniera gentile ma non è affatto così e, al di là di questo, il suo background musicale e il suo mondo di riferimento si sposavano piuttosto bene col mio spettro di interessi, cosicché mi ripromisi di dargli un attento ascolto.

Amo la musica e mi piace molto occuparmene, anche se talvolta mi lamento di quanta ne venga proposta; tutti giustamente ambiscono e sgomitano per farsi notare, ascoltare, giudicare, ed io pur non essendo certo una prima firma di un quotidiano nazionale o un volto noto della tv, vengo lo stesso “sommerso” da richieste.  Occorre fare delle scelte e inevitabilmente selezionare gli artisti cui dedicare il giusto spazio.

Foto di Ivano A. Antonazzo

Fatta questa premessa, devo dire che le mie sensazioni in merito all’album di Andrea non erano certo sbagliate, anzi. Ammetto che, essendo io un grande estimatore degli Yo Yo Mundi, valente gruppo folk rock di casa nostra sin dai mitici anni ’90, e del leader Paolo Enrico Archetti Maestri in particolare, il fatto che dietro questa raccolta di canzoni ci fosse il marchio “Sciopero Records” (l’etichetta fondata dalla band) mi dava un certificato di garanzia sulla bontà del prodotto. Proprio Maestri fra l’altro è qui presente in veste di produttore e musicista. Toccava adesso alle canzoni dire la loro, trasmettermi emozioni e farsi largo tra i miei variegati ascolti. E quando ti accorgi che, appena salito in macchina, fai ripartire lo stesso disco più volte, beh, direi che la missione di Grand Drifter è andata a buon fine: le sue sono canzoni davvero ispirate e di gran pregio.

Grand Drifter è stato scelto come pseudonimo per il significato più o meno velato che si porta dietro, vale a dire quello del viaggiatore vagabondo che si trova a spostarsi di luogo in luogo senza mettere su radici e lasciare particolari tracce. Diviene lui l’osservatore della realtà che lo circonda, il primo giudice che poi saprà valutare cosa portare con sè e cosa invece lasciarsi alle spalle, che siano insegnamenti preziosi o semplici ricordi. E’ un’espressione tratta dall’immaginario americano, che delinea il mood di diversi cantori, semplici menestrelli o raffinati cantautori. Andrea sembra appartenere di diritto alla seconda specie, qualitativamente parlando, e fra le sue canzoni è facile sentire echi della lezione di Elliott Smith – per il tratto gentile della chitarra e le atmosfere crepuscolari – e dei Fleet Foxes, per le musiche calde e ariose, ma possiede un’attitudine lo-fi, genuina, che me lo fa accostare appunto agli antichi musicisti che armeggiavano i loro strumenti intrattenendo e incantando.

In realtà nonostante il disco si muova su coordinate stilistiche facilmente interpretabili come indie-folk, tra le pieghe dei brani è possibile riscontrare tutta una serie di influenze che finiscono per definirne un aspetto peculiare, un suono tutto suo, reso egregiamente (giusto sottolinearlo) da una produzione discreta ma sicura che valorizza nel migliore dei modi idee e spunti, di per sè già degni di nota.

E’ così che in un episodio come “Circus Days” – che subito arriva a mutare l’atmosfera delineata dall’apripista “The Ballon’s Boy”, acustica e sognante -, un pianoforte scintillante e vivace caratterizzi il tutto dandogli una spruzzatina di Big Star, mentre la seguente traccia finisca per tirare in ballo addirittura i Beach Boys. Altrove i padrini putativi sembrano essere i miei amati R.E.M. (specie in”Flesh and Bones”, una delle mie preferite con i suoi freschi intarsi pop rock) e Iron & Wine; insomma, ovunque si peschi appare chiaro che siamo davanti a un musicista che è riuscito a declinare le sue ascendenze artistiche in un disco che diventa molto personale.

Foto di Ivano A. Antonazzo

Grand Drifter ha finito per realizzare un album classico da cantautore ma rivestendolo di arrangiamenti assolutamente particolari e gustosi – valga come esempio la quasi eponima “A lost spring song”, con i suoi toni autunnali resi magnificamente dagli interventi alla fisarmonica.

Pur essendo un progetto solista, con il Nostro abile a disimpegnarsi come polistrumentista, è ricco il parterre di collaboratori coinvolti (alcuni strettamente collegati agli stessi Yo Yo Mundi), tra cui mi piace ricordare l’interessante duo Cri + Sara Fou, che dà un apporto prezioso alla delicata e melodica “The Way She Knows”.

Uscito un anno e mezzo fa, mi rammarico di non averlo ascoltato all’epoca – si torna al discorso iniziale: escono veramente tanti album ogni anno ed è complicato riuscire a dare un ascolto a tutto, con il rischio che rimangano sommersi dei dischi di valore – ma dopotutto non è mai troppo tardi per recuperare la bella musica.

In fondo non si tratta di un campionato di calcio, non ci sono graduatorie e piazzamenti da stabilire. L’unico criterio è riuscire, per chi fa critica, a orientare l’ascoltatore e, se vi fidate di me, lasciatevi dire che “Lost spring songs” merita di essere conosciuto, per la varietà e la qualità dei singoli brani e per quel sapervi amabilmente cullare e rasserenare.

Alla scoperta di “Lost in the desert”, secondo album di RosGos

Dietro il nome RosGos si cela l’artista lombardo (di Crema, per l’esattezza) Maurizio Vaiani, che fu attivo alla guida dei Jenny’s Joke negli anni zero, pubblicando tre album di rock obliquo e notturno e suonando in concerto un po’ ovunque.

La voglia di scrivere e di mettersi in gioco non si è mai spenta però in lui e appropriatosi di questo curioso nickname (da un termine dialettale delle valli lombarde) ha dapprima realizzato un album in italiano (“Canzoni nella notte”) per poi tornare ad esprimersi in inglese con questo nuovo “Lost in the desert”, uscito a metà aprile, in piena emergenza Covid-19.

Vale la pena quindi soffermarsi su quest’ ultimo lavoro, anche perché nonostante i buoni propositi, come molti altri pubblicati nel medesimo periodo, giocoforza non ha potuto usufruire della giusta promozione, visto il lockdown cui siamo stati tutti necessariamente sottoposti.

La copertina di “Lost in the desert”, il nuovo album di Maurizio Vaiani, in arte RosGos

Messi da parte gli spunti cantautorali del lavoro precedente, alcuni in ogni caso molto interessanti, bisogna ammettere che RosGos pare sentirsi maggiormente a suo agio nei panni del folk rocker sedotto dall’epica e dalla tradizione musicale americana.

Basta mettersi all’ascolto dell’iniziale “Free to weep”, per immergerci nella giusta atmosfera: il brano, con i suoi tocchi acustici e sognanti ci fa inoltrare in un metaforico viaggio che si alimenta di canzone in canzone, andando a braccetto con il mondo di riferimento dell’autore.

Siamo già così predisposti dopo un solo assaggio ad assistere quindi al viaggio interiore dello stesso Vaiani, che ci viene tradotto in undici tappe che somigliano molto a un cammino disseminato nel deserto, dove si possono incontrare le luci abbaglianti del sole ma anche le fresche ombre notturne.

Nella prima specie vanno annoverate canzoni come la paradigmatica “Standing in the light”, accogliente e ammaliante con i suoi delicati arpeggi di chitarra, la countryeggiante “To daydream” e l’ode elettrica “Mary Ann”, mentre più ispide e urticanti appaiono la dilatata “Lost”, la dimessa “Misery” e l’evocativa “Sparkle”.

Una menzione a parte merita la dolce, sussurrata “Sara”, con la voce del Nostro che sembra provenire da scenari lontani. Ma sarebbe un po’ fuorviante incasellare questo lavoro unicamente alla voce folk, perché in realtà ci sono alcuni episodi dove emerge ancora prepotente l’anima rock, certo memore della lezione a stelle e strisce. Un esempio lampante è dato da “Telephone Song”, il cui solido e vivace arrangiamento mette in luce una vocazione da band, con sezione ritmica incalzante, la chitarra che apre squarci nella nebbia e la voce filtrata ma che emerge piena e forte in superficie.

Non è più un ragazzino Maurizio Vaiani ma questa improvvisa prolificità compositiva è giusto che sia alimentata, seguendo questa indole naturale, che magari non sarà quella che finisce nei piani delle classifiche, ma di certo è in grado di arrivare al cuore dell’ascoltatore, perché appassionata e viscerale.

 

Da Alessandria due nomi nuovi dell’indie pop: Tavo e Benedetta Raina

Il genere indie-pop è attualmente, assieme alla trap, il più sdoganato specie fra i giovanissimi. Ai pionieri che agli inizi del decennio stavano tracciando la strada, è succeduta infatti un’intera nuova generazione che, specie nell’ultimo lustro, ha fatto irruzione nelle classifiche generaliste, conquistando anche le radio e soprattutto un numero sempre crescente di pubblico.

Ovvio, risulta spesso fuorviante inserire tutti nel mucchio ma, come ogni codificazione, a volte diventa non dico necessario ma se non altro utile, approssimare e appiccicare di fatto un’etichetta.

Lo stesso discorso vale a ragione per due nuovi nomi che oggi vi vado a presentare e che possiedono in effetti tutte le caratteristiche per essere definiti indie-pop.

Si tratta di Tavo (vero nome Francesco Taverna) e Benedetta Raina, due artisti giovani, (nel caso della Raina, possiamo a ben dire giovanissima se consideriamo che è nata nel 2001!), che in questi mesi hanno dato alle stampe dei nuovi lavori, rispettivamente “Theia” e “Frammenti”, entrambi degli Ep ben rappresentativi della loro musica.

Tavo e la Raina sono accomunati soprattutto perché tutti e due vengono da Alessandria e per il fatto che i loro album sono usciti sotto l’egida della label “Noize Hills Records”. Le analogie tuttavia terminano qui, vediamo più nel dettaglio il frutto del loro lavoro.

Partiamo dal più vecchio (si fa per dire, essendo un classe ’93), Tavo, che dalla sua può vantare già una discreta esperienza, culminata – oltre che in partecipazioni presso prestigiosi palchi come Tendenze Festival o Arezzo Wave – nell’album d’esordio “Funambolo”, all’insegna di un pop orecchiabile.

Trascorsi due anni Tavo appare nelle intenzioni più ambizioso sin dall’idea che sta alla base di questo “Theia”, il cui titolo suggestivo si riferisce al Pianeta dal cui scontro con la Terra (un bel pò’ di anni fa, circa 4 miliardi e mezzo) ebbe origine la Luna.

Da sempre questo misterioso satellite è fonte d’ispirazione per scrittori e musicisti e anche il giovane alessandrino ne è rimasto attratto, con le canzoni (5 più l’iniziale “L’astronauta” che nella sua brevità delinea il mood dell’intero disco) che rappresentano gli umori dei suoi sentimenti.

I toni rimangono per lo più acustici con la seconda traccia “Il tempo di ballare”, dai forti riferimenti autobiografici, mentre più vivace, con i suoi inserti elettronici, appare “Annabelle”, una canzone d’amore la cui pecca risiede un po’ nel testo in cui compaiono immagini abbastanza stereotipate.

Con “Sott’odio”, Tavo azzarda un arrangiamento in cui sono i fiati a farla da padrone, mentre appare decisamente più compiuta e maggiormente a fuoco “Gange”, che la segue in scaletta. A mio avviso si tratta dell’episodio migliore, forte di una piacevole melodia e di un azzeccato ritornello che ti rimane in testa, prima della chiusura in tono minore con “La notte”.

Un lavoro, a conti fatti, ancora un po’ acerbo, seppur con al suo interno degli spunti interessanti. Da critico il consiglio che mi sento di dargli è quello di puntare più su risvolti biografici (che pure sono presenti a tratti), in modo da far emergere maggiormente la sua personalità, altrimenti il rischio di rimanere sommerso c’è, visto l’ingente numero di cantautori che si muovono su coordinate stilistiche simili.

 

 

Diverso giudizio invece pende sulla cantautrice Benedetta Raina, che con “Frammenti” ci regala appunto dei pezzettini di sè, delle polaroid di una giovanissima donna alle prese quindi con situazioni comuni a tante sue coetanee.

L’apertura è affidata a “Basta” che, pubblicato un anno fa, risulta essere il suo primo singolo in assoluto, mentre la traccia successiva è quella scelta a rappresentare l’intero Ep, essendo in rotazione radiofonica dal primo maggio. I due brani invero si assomigliano molto, almeno musicalmente, anche se “Stata mai” si fa preferire per il testo, piuttosto amaro, che parla della delusione per la fine di un’amicizia. Più interessante mi pare “Mi sveglio col caffè” che rallenta un po’ i toni e ci fa conoscere l’autrice nella sua fragilità.

“Davvero”, anch’esso un brano già edito, mostra un arrangiamento reggae, mentre “Non me ne frega se non ci vedo bene” chiude il mini album in modo riflessivo, affidandosi a una musica elettronica che da pulsante si fa via via più ritmata, finendo però per annacquare le belle intenzioni iniziali.

E’ indubbio, e non potrebbe essere altrimenti, che queste canzoni suonino leggere e senza grosse pretese, ma uno sforzo compositivo in più è da auspicare per il prosieguo della sua carriera, fermo restando che in un panorama attuale caratterizzato da tantissimi interpreti, il fatto che Benedetta si scriva testi e musiche è senz’altro un punto a suo favore e una nota di merito.

Certo, deve affinare maggiormente la sua penna, ma come è ovvio, vita la giovanissima età, ha tutto il tempo davanti per farlo.