I miei tre giorni a Sanremo per il Premio Tenco

Sul Premio Tenco 2019 si è scritto davvero di tutto e di più, erano anni che non si assisteva a discussioni – spesso anche “feroci” – sulla prestigiosa Rassegna, istituita in onore del grande cantautore, che c’ha lasciato nell’ormai lontano 1967.

Da appassionato di musica – anche “d’autore” – ho sempre seguito da vicino la manifestazione, guardando con particolare interesse alle Targhe Tenco, i premi cioè destinati ogni anno nelle categorie per l’album dell’anno in assoluto, per la miglior canzone (in questo caso il riconoscimento va all’autore che, ovviamente, non sempre coincide con l’interprete in questione), per l’album in dialetto, per il miglior album di interprete, per quello d’esordio e, da pochi anni, per un album cosiddetto “a progetto”.

Un tempo, quando ero più “giovane”, non mi perdevo alla tv la serata relativa, trasmessa quasi sempre in seconda serata sulle reti RAI e ammetto di essere grato per aver scoperto grazie a questa rassegna fior fiori di cantautori.

Da qualche anno faccio anch’io parte della Giuria, siamo un gruppo numeroso ed eterogeneo; non conosco tutti, la maggior parte solo di fama, ma credo con i miei 42 anni di rappresentare ancora la parte cosiddetta “giovane”… in questo momento sono ironico ma non troppo, dopo aver letto un sacco di discussioni sul fatto che al Tenco si voglia per forza legarsi alla contemporaneità e al pop, andando a snaturare la rassegna, quel tipo di polemiche che vanno a sostituire le altre, del tipo che al Tenco si è rimasti fermi al classicismo di una canzone d’autore con quegli stilemi da “cantautore impegnato di sinistra, con la barba e la chitarra a tracolla”.

Per carità, tutto legittimo e ognuno può pensare ciò che vuole… io dico che da quando sono in giuria, ho visto arrivare in finale album che non sempre avevo votato ma ciò non significa che le scelte non fossero in linea con quella che è la storia del Tenco, e di Tenco, per quanto sia obiettivamente impossibile anche solo poter immaginare chi sarebbe realmente oggi, dal punto di vista meramente artistico, ovvio, Luigi Tenco. Che strade avrebbe intrapreso, che tematiche avrebbe trattato nelle sue canzoni… Nessuno in fondo può sapere cosa (e chi) può rappresentare al giorno d’oggi Luigi Tenco e onestamente a me interessa che non vada persa la sua memoria, che venga rispettata la sua Arte.

A distanza di una settimana dall’ultimo giorno di rassegna, non mi va di scrivere bilanci o chissà quali report, tanto chi è appassionato di musica avrà già letto di tutto e spero non si sia fermato solo all’esibizione di Achille Lauro, il cui video su You Tube è diventato quasi virale.

Io mi sono portato a casa da questa 3 giorni sanremese tante belle vibrazioni positive, e soprattutto ho ascoltato tanta buona musica. Era la prima volta che soggiornavo in Riviera per tutta la rassegna, in un’altra occasione ero giunto per la Finale, giusto in tempo per godermi la premiazione con relativo set di Niccolò Fabi che in quell’anno, il 2016, si aggiudicò con pieno merito la Targa di miglior album dell’anno con lo stupendo “Una somma di piccole cose”.

In tre giorni ho potuto vivere la rassegna “da dentro”, partecipando alle conferenze stampe, alle presentazioni del pomeriggio, alle varie iniziative, tutte di gran pregio – e poi vai a capire perchè la gente si sia fissata sull’Aperitenco che, a dire il vero, ancora non ho capito se ci sia in effetti stato, e anche fosse da quel che ho sentito non ha riguardato direttamente la rassegna.

E’ stato da una parte il Festival delle polemiche, anche e soprattutto da parte della famiglia di Luigi, ma a dire il vero mi trovo d’accordo con la replica del Direttivo.

Io ho respirato una buona aria, ascoltato come detto buona musica, incontrato tanta bella gente, con cui è stato piacevole confrontarsi. C’era mia moglie Mary questa volta ad accompagnarmi e abbiamo avuto modo anche di conoscere meglio la splendida cittadina ligure.

Al riparo dalle polemiche, che qui mi rimbalzavano solo via social – perchè di fatto il clima era assolutamente piacevole e il tutto si è svolto in piena armonia… nessuno in parole povere si è scagliato contro Lauro in primis o contro Morgan, rei di non aver reso giustizia nell’omaggio a Tenco con “Lontano lontano”, sigla d’apertura che in effetti ha visto palesi carenze tecniche.

Poi però Achille Lauro, a mio avviso più emozionato che impreparato, come da più parti ho letto, ha portato a casa la pagnotta con il suo set dove era molto più a suo agio. Personalmente non ascolto la sua musica, ma ho trovato esagerato scagliarsi contro di lui.

Gli organizzatori trarranno le loro conclusioni sulla scelta fatta a monte, di affidargli un brano simile, ma a quanto pare le polemiche ci furono anche in tempi non sospetti, quando a detta di tutti la Rassegna era ancora all’apice.

Io, però, che solo negli ultimi anni ho avuto modo di avvicinarmi a questo prestigioso contesto, e conoscendo bene anche il Festival di Sanremo, non ho riscontrato somiglianze tra le due manifestazioni. Un’apertura (che c’è stata) a qualcosa di più “commerciale” secondo me non deve creare scandalo, se poi la compensi con interventi di gran pregio, quali sono stati quelli di Vinicio Capossela, Daniele Silvestri e Rancore, Enzo Gragnaniello, Petra Magoni, Gnu Quartet, Peppe Voltarelli, Mimmo Locasciulli, Sergio Cammariere

la canzone d’autore poi, i talenti, i nomi “di nicchia” in linea con la grande storia della rassegna si sono riscontrati in Alessio Lega, Simona Colonna, Claudia Crabuzza… tutta gente che sul palco (nel caso della Crabuzza in un evento esterno) ha dato vita a performance intense, ricche, coinvolgenti.

E il pop? Beh, se il pop è quello del giovane Fulminacci, di Levante, Nina Zilli e dei premiati Ron, Stadio e Gianna Nannini, ben venga anche su questo palco!

Non è mancato nemmeno lo spazio per qualcosa di simile al “teatro canzone”, basti pensare a David Riondino o a Roberto Brivio de I Gufi, entrambi molto brillanti. E poi i duetti tra Morgan e gli altri artisti al pianoforte, i tanti, sentiti, omaggi al grande Gianni Siviero, omaggiato anche con un bellissimo album di sue canzoni interpretate dagli artisti più svariati.

Insomma, ingredienti per definire ricca e riuscita questa edizione ce n’erano eccome sul piatto, e nessuno di questi ha lasciato l’amaro in bocca.

Ho visto anzi tanta partecipazione da parte del pubblico, non solo all’Ariston per le tre serate, ma anche per gli altri eventi in programma, con un Antonio Silva sempre sul pezzo, instancabile, vulcanico, con la sua ironica simpatia.

Certo, nulla è perfetto, ma credo che il lavoro del Club Tenco in tutti questi anni sia stato lodevole e che abbia contribuito molto, non solo a tenere in vita il ricordo del grande Luigi, ma anche ad alimentarlo nel modo giusto.

Ho conosciuto in questi giorni tanta gente appassionata, credo sia veramente azzardato (e ingiusto) screditare il lavoro di anni e scrivere che sia mancato una qualche forma di rispetto nei confronti di Tenco e una discontinuità con la storia passata, gloriosa della Rassegna.

Amarcord Italia Under 17 ai Mondiali di calcio: quando a giocare erano i giovani Del Piero, Totti e Buffon

Alla vigilia del Mondiale di calcio Under 17 che avrà il via stasera con le partite del Gruppo A, dove è inserito il Brasile padrone di casa, e che vedrà impegnata a distanza di 6 anni dall’ultima partecipazione anche i nostri giovani azzurri, mi sembrava doveroso ripercorrere con voi lettori un po’ di storia della nostra Nazionale in questa prestigiosa manifestazione.

Un’ Italia che a livello di Under 17, ai Mondiali, non ha mai particolarmente brillato in passato, anzi… rispetto alle corrispettive compagini azzurre impegnate nel Mondiale Under 20, capaci di giungere in semifinali nelle ultime due edizioni, il bottino è davvero gramo.

Eppure hanno calcato questi iridati prati verdi giocatori poi divenuti autentici campioni: il primo pensiero va ai futuri Campioni del Mondo Del Piero, Buffon e Totti.

Il primo era la stellina azzurra nell’edizione giocata in casa nel 1991, finita in modo assai deludente, con una precoce eliminazione nella fase a gironi. Proprio oggi ho visto dal sito di Sky Sport uno spot in cui si può vedere l’unico sigillo di Alex in quella competizione.

Nel filmato si può riconoscere in area vicino a lui il numero 9, un certo Eddy Baggio, fratellino del Divino Roby, che meno fortuna (e molto meno talento, giusto dirlo) certamente ebbe sia rispetto a lui, che allo stesso ex compagno di nazionale giovanile Del Piero.

In quella rosa militavano altri giocatori che comunque si tolsero delle soddisfazioni tra i professionisti, con molte presenze in serie A, come i difensori Sartor (all’epoca tra i più precoci e costosi talenti del calcio nostrano) e Mirko Conte, o il portiere Sereni e i difensori Birindelli e Moro, anche se questi ultimi tre, a onor del vero, non giocarono titolari in quel Mondiale, lasciando il posto rispettivamente a Mainardis, a Rinaldi e a Tortorelli, che ebbero meno successo in carriera.

In mezzo al campo promettevano moltissimo il romanista Caputi, il torinista Della Morte (che indossava la 10, laddove il non ancora Pinturicchio aveva la 7, poi riproposta al Mondiale vinto in Germania, e presa proprio in ricordo di quella primissima importante competizione della sua lunghissima carriera), il viola Chiummiello e il bolognese Lorusso.

Mentre Caputi e Della Morte non esplosero in serie A ma fecero una soddisfacente carriera tra seconda e terza serie, Chiummiello “misteriosamente” non calcò praticamente mai i campi professionistici, nonostante indubbie doti tecniche. Del pugliese Graziano Lorusso, talentuosissimo regista del Bologna, ebbi invece modo di scrivere anni fa in un articolo sul Guerin Sportivo dedicato a quei giocatori che avevano abbandonato anzitempo il rettangolo verde per dedicarsi a tutt’altro nella propria vita. E nel caso di Lorusso, la scelta fu tanto radicale quanto autentica, essendo diventato sacerdote dopo un lungo e sospirato percorso.

A centrocampo giostrava l’atalantino Poloni, un talento cristallino, che debutterà a 18 anni in serie A per abbandonarla però subito, mentre il capitano di quella compagine era il fiorentino Giraldi. Quest’ultimo sembrava davvero poter ripercorrere le orme dei grandi “liberi” e forse pagò in carriera proprio la snaturalizzazione del ruolo, cosicchè agendo da difensore prima e da centrocampista poi, il suo nome finirà per campeggiare soprattutto nelle serie minori, anche se alla fine riuscirà a mettere insieme molte presenze da professionista. Completano il quadro di quella spedizione azzurra altri giocatori di cui si persero presto le tracce al momento di approcciarsi al calcio che conta, penso all’eclettico Sala (solo omonimo del coetaneo difensore che vinse uno scudetto col Milan di Zaccheroni) e al forte attaccante Cerminara.

Anche il Mondiale di Buffon e Totti non andò benissimo, gli azzurrini pur in possesso di qualità tecniche, fecero poca strada. Accanto a loro figuravano futuri giocatori professionisti che in qualche modo brillarono, magari per poche stagioni, e promesse mancate: penso ad esempio al laterale Vigiani, i difensori Giubilato – che lo stesso Totti ricorda più volte nella sua autobiografia – e Francesco Coco, i due attaccanti milanisti Augliera e De Francesco e l’esterno mancino Dossi, stella del Brescia (che in Nazionale spesso e volentieri indossava la 10).

Per fortuna su You Tube si trovano diversi filmati, seppur brevi, delle prime apparizioni di Totti in quel Mondiale, e relativi bellissimi gol. Quando il talento è così debordante, viene fuori quasi con prepotenza. Eppure, scorrendo i nomi delle varie edizioni, compreso quelli già elencati delle edizioni del 1991 e del 1993, si può ben constatare come invece ben pochi riescano a esplodere ad alti livelli, esprimendo appieno le loro grandi potenzialità.

Non sempre i migliori diciassettenni di un periodo, di una determinata epoca, quelli chiamati a rappresentare le nazioni partecipanti alla competizione mondiale, diventeranno poi dei campioni. Chi a causa di infortuni, chi per scelte sbagliate, chi semplicemente perchè non in grado di mantenere le promesse, insomma, per i più svariati motivi, sono di gran lunga di più i giocatori che non arrivano a vestire da protagonisti la maglia Azzurra dei grandi (e la cosa ovviamente vale anche per le altre nazionali).

In fondo già che i citati Del Piero, Totti e Buffon siano giunti ad alzare al cielo la Coppa del Mondo del 2006 è motivo d’orgoglio: nelle rose dell’Italia partecipanti ad altre edizioni più recenti del Mondiale Under 17, ad esempio, non figura nessun futuro campione.

Tra gli ’88 che presero parte all’edizione del 2005 in pratica il solo De Silvestri, attualmente a Torino ha speso l’intera carriera in serie A dagli esordi con la Lazio, ma altre stelle conclamate di quella Nazionale non hanno mantenuto le attese. Se è vero che Scozzarella e Alfonso sono tutt’ora nella massima serie (rispettivamente al Parma e al Brescia), dopo una lunga carriera nelle serie minori, gente come Russotto e Foti avevano i mezzi per fare molto di più, per essere protagonisti ad altissimi livelli. Il primo ormai da anni milita in serie C, dove è valido “giocatore di categoria”, in possesso ancora di ottimi colpi; il secondo invece da anni ha appeso le scarpe al chiodo, dopo una serie interminabile di infortuni.

Sembravano avviati a una buona carriera, visti i mezzi tecnici a disposizione, anche l’ex romanista Palermo, regista di centrocampo attualmente alla Viterbese e che non ha praticamente mai visto la serie A e il terzino sinistro Brivio, per il quale ancora minorenne si spesero paragoni importanti, quanto inappropriati, ai tempi in cui passò dal vivaio dell’Atalanta a quello della Fiorentina. In rosa figurava da comprimario anche Mancosu, all’epoca talento del Cagliari, e che dopo un lungo peregrinare in serie C, ha trovato a Lecce l’ambiente ideale per mettere in mostra le sue qualità, arrivando a 30 anni suonati a disputare finalmente il campionato di serie A da autentico uomo simbolo dei salentini. Una serie A in cui sta dimostrando di poterci stare benissimo, oltretutto in un ruolo cruciale come quello di trequartista.

Fece decisamente meglio la Nazionale partecipante all’edizione del 2009, quella dei ’92 per intenderci, che dopo aver agevolmente passato la fase a gironi, passò gli ottavi, per perdere infine il confronto diretto ai quarti di finale contro i futuri campioni del Mondo della Svizzera.

Nella nostra squadra i talenti più fulgidi, sui quali veniva da scommettere ad occhi chiusi erano El Shaarawy e Federico Carraro. Del primo si sa tutto, è un gran talento indubbiamente, ma in parte inespresso, mentre il secondo (ex Fiorentina) si è perso purtroppo tra prestiti infruttuosi nelle serie minori (fino a scendere episodicamente fra i dilettanti), prima di riprendere la risalita, almeno da arrivare a giocare in serie C da protagonista come sta facendo negli ultimi due anni tra Imolese e Feralpi Salò.

In porta Perin fu uno dei migliori portieri di quel Mondiale e sta disputando, infortuni a parte, una bella carriera in serie A;  gli altri nomi su cui era lecito aspettarsi di più erano gli attaccanti Iemmello, gran fromboliere al momento solo in B e in C, i centrocampisti Crisetig (che, essendo un ’93 era il piccolino del gruppo) e Fossati (attualmente regista del Monza di Berlusconi) e i difensori Sini e Camilleri, quest’ultimo “scippato” giovanissimo dal Chelsea, prima di rientrare mestamente in Italia e iniziare un vorticoso giro di esperienze nella nostra serie C.

Titolari giocavano anche i figli d’arte Benedetti e De Vitis che, curiosamente, si sono ritrovati compagni di squadra molti anni dopo al Pisa, dove tutt’ora militano in serie B. Come terzino destro, ma utilizzabile talvolta anche davanti alla difesa, c’era Felice Natalino, su cui l’Inter puntava fortissimo dopo averlo prelevato un anno prima dal Crotone. La sua storia ormai è nota, con il giovane costretto a ritirarsi dal calcio giocato ad appena 21 anni per un problema cardiaco, lo stesso costato alla vita al povero Piermario Morosini.

E veniamo così all’ultima nostra partecipazione a questa prestigiosa competizione, datata 2013 e con protagonisti i giocatori del ciclo ’96/’97, e che quindi oggi, superati i 20 anni si trovano nella piena fase di crescita calcistica. In grado di passare più o meno agevolmente il loro girone, i Nostri vennero poi sconfitti senza appello agli ottavi per 2 a 0 contro i futuri finalisti del Messico (a loro volta poi sconfitti dalla Nigeria).

Dicevamo, si tratta di giocatori che adesso viaggiano tra i 22 e i 23 anni, quindi qualcuno dovrebbe già aver consolidato la sua posizione ad alti livelli, avendo finito anche il ciclo dell’Under 21. Invece, non si trattò di un biennio alquanto prolifico, con la maggior parte dei protagonisti ancora inespressi, alla ricerca della stagione di consacrazione o di salire di categoria. A ben vedere i soli Audero, portiere ex Juve in forza alla Sampdoria, e il terzino Calabria, da sempre al Milan, giocano titolari fissi in serie A con ambizioni legittime di far parte del giro Azzurro che conta, altri invece stanno pian piano emergendo o sono in massima serie in cerca di spazio. Tra questi l’arrembante interista Dimarco, l’attaccante del Cagliari Cerri, il fantasista granata Parigini, il gialloblu ex Napoli Tutino e il doriano ex Inter Bonazzoli ma, come detto, la maggior parte di loro sta annaspando (su tutti quello che è stato veramente un enfant prodige del nostro calcio: il portiere Scuffet, che alterna buone cose a disattenzioni incredibili anche allo Spezia in B, dove gioca tutt’ora. Chissà però se altri di quella rosa, come Vido, scuola Milan ora al Perugia, il regista Palmiero, vivaio Napoli ora al Pescara o l’ex romanista Capradossi, centrale difensivo che a Trigoria qualcuno paragonava addirittura ad Aldair, riusciranno a calcare i campi di serie A…

Insomma, a conti fatti, i precedenti dell’Italia al Mondiale Under 17 non sono certo incoraggianti ma nel calcio giovanile non esistono delle gerarchie stabilite e possono nascere dei cicli di giocatori validi a qualsiasi latitudini.

Noi, in ogni caso, abbiamo una storia, una scuola, solide basi e, da qualche anno a questa parte anche dei valori riconosciuti, come testimoniano le recenti finali conseguite agli Europei Under 17 e Under 19. La strada pare tracciata, ma occorre iniziare a fare risultati, sempre tenendo presente che l’obiettivo di ogni squadra giovanile è in primis quella di formare dei bravi professionisti.

 

Al via il Mondiale Under 17 in Brasile: l’Italia, priva del suo maggior talento Esposito, proverà a stupire!

Cresce l’attesa per il Mondiale di calcio Under 17, che quest’anno si svolgerà in Brasile. Tra le concorrenti in lizza per il titolo iridato, c’è anche l’Italia, che dopo anni bui a livello giovanile, sta risalendo la china.

A onor del vero, le soddisfazioni negli ultimi anni sono giunti qualche gradino – ehm… anno – più su, soprattutto a livello Under 20, se pensiamo ai Mondiali, laddove nelle ultime due edizioni consecutive, gli Azzurrini si sono issati fino alle semifinali, non senza qualche rimpianto, specie quest’anno col gol annullato a Scamacca contro l’Ecuador che molti destini avrebbe potuto cambiare.

Se allarghiamo però il discorso a contesti europei, allora benissimo, non bene, hanno fatto i nostri giovani calciatori, sia a livello Under 19 che Under 17, proprio la categoria che si appresta a misurarsi fra pochi giorni al Mondiale.

Nelle ultime due edizioni degli Europei Under 17, infatti, i Nostri per ben due volte sono giunti in Finale, perdendo in entrambi i casi contro i pari età olandesi (non a caso gli oranje sono tra i favoriti d’obbligo alla vigilia di questo Mondiale).

Il c.t. azzurro Carmine Nunziata

 

Se i classe 2001, per ovvie ragioni anagrafiche, non potranno rappresentarci in Brasile, la schiera dei “terribili” 2002 invece sarà presente, al solito compatta, ai nastri di partenza ancora una volta agli ordini del valido condottiero Carmine Nunziata. La nostra gara inaugurale, lunedì 28 alle ore 21 contro le Isole Salomone, è da vincere senza se e senza ma (completano il nostro gruppo F le ben più attrezzate Messico e Paraguay) ci

E’ di pochi mesi fa la (bruciante) sconfitta agli Europei Under 17 dopo una bellissima cavalcata: ora quegli stessi giocatori ci riprovano ma il contesto sarà più impegnativo ovviamente, per la presenza anche dei padroni di casa brasiliani, dell’Argentina, ma anche degli U.S.A. (sempre più validi a questi livelli) e del Giappone. Da non sottovalutare tra l’altro proprio quel Messico che ci ritroviamo a fronteggiare appunto sin dalla prima fase a gironi.

Quali scenari realisticamente potremmo sognare per l’Italia? Dicevo prima che i ragazzi sono gli stessi ma sarebbe stato meglio aggiungere un “suppergiù”, perchè di fatto mancherà la nostra conclamata stella, quel Sebastiano Esposito che ormai l’allenatore Antonio Conte ha lanciato in orbita tra i professionisti con l’Inter, ottenendo fra l’altro da subito dei risultati lusinghieri. Non possiamo che esserne felici, in quanto si tratta di un predestinato e per una volta è bello, e in questo caso giusto (più che azzardato) fargli bruciare le tappe.

Certo, la Nazionale ne risentirà, perchè l’interista era di fatto l’uomo simbolo del gruppo, il più atteso, il leader per doti naturali ma sono moderatamente fiducioso che la “botta” per la rinuncia al suo più fulgido talento, verrà assorbita dalla forza di un gruppo coeso, che si conosce a memoria e che è cresciuto gradualmente ma inesorabilmente sotto la guida di un tecnico, poco reclamizzato, ma che con i giovani ci sa fare eccome.

Nunziata, infatti, come Pavanel, da anni sta lavorando nell’ombra, contribuendo eccome al rilancio del calcio azzurro, ponendo quelle giuste basi, forgiando al meglio il materiale umano, i migliori prospetti di cui poi Mancini speriamo saprà goderne i frutti.

Veniamo ai nomi da tenere d’occhio, anche se sarebbero da nominare tutti, proprio perchè sono giocatori di buone qualità – genericamente parlando – e che in egual modo hanno contribuito a portare dei buoni risultati.

In porta sembra partire in vantaggio l’udinese Gasparini ma occhio anche al bolognese Molla, che bene ha fatto in questo ciclo. Meno chances di giocare sembra averle il parmense Rinaldi.

Il forte centrale difensivo Lorenzo Pirola, pilastro azzurro

In difesa paiono più scontate le scelte, vista la presenza di alcuni fedelissimi del mister, quali i terzini Lamanna (Cremonese) e Moretti (Inter) e i centrali Dalle Mura (Fiorentina) e Pirola. Sono tutti molto interessanti ma specie su quest’ultimo, roccioso centrale mancino dell’Inter, sono puntati i riflettori, vista anche la grande attenzione che gli sta riservando sin da quest’estate il tecnico Conte. Il reparto è ben completato da altri elementi che potrebbero realmente mettere in difficoltà Nunziata in fase di scelte, visto che in grande ascesa c’è ad esempio l’elegante centrale difensivo Riccio della Juventus, mentre Ruggeri è uno dei pilastri dell’Atalanta. A sinistra un posto lo potrebbe prenotare l’esterno Udogie dell’Hellas Verona, gran protagonista dell’Europeo Under 17 e dell’inizio monstre della sua squadra in Primavera 2 (5 vittorie su 5, con lui titolare fisso sia da terzino che a centrocampo sulla fascia mancina). Sta trovando spazio in Serie C al Novara il terzino Barbieri: un’esperienza che potrebbe fare la differenza in un contesto giovanile importante come questo.

L’atalantino Simone Panada è il capitano e uno dei leader della nostra Nazionale

In mezzo al campo occhio al capitano Simone Panada, fiore all’occhiello del vivaio atalantino e prototipo del mediano moderno, in grado di costruire che di distruggere, molto abile tecnicamente. Con lui a Bergamo agisce in mediana Giovane (più… giovane di un anno, essendo un 2003), ma in lizza per una maglia ci sono anche l’interista Boscolo Chio e il milanista Capone, fratello minore di Christian, già protagonista con l’Under 19 e 20 di Nicolato e attualmente in prestito al Perugia, lui cresciuto nel florido vivaio atalantino. La mezzala sampdoriana Brentan, abile nelle due fasi e molto bravo tatticamente, offre delle varianti allo scacchiere azzurro, così come Tongya e Oristanio. Da loro due, juventino il primo, interista il secondo, Nunziata si aspetta il tasso di qualità necessario in mezzo al campo. Tongya è un centrocampista davvero completo, tecnicamente forte e bravo con entrambi i piedi, forse a volte tiene troppo la palla e si fida dei suoi impressionanti mezzi fisici e tecnici ma se al servizio della squadra, può fare la differenza. Oristanio ha un sinistro micidiale, con il quale disegna arabeschi e offre assist formidabili: esterno o trequartista, è indubbiamente uno dei più attesi, visto il forfait del già citato compagno di club Esposito.

Il fortissimo centrocampista Franco Tongya, uno dei punti di forza della nostra Under 17

Gli attaccanti di ruolo convocati sono solo tre: Colombo del Milan, forte fisicamente e uno di quelli che non molla mai in campo, il giramondo Cudrig (friulano e cresciuto nell’Udinese per poi accumulare esperienza all’estero, prima in Belgio e da un anno al Monaco) e il giovanissimo (e velocissimo) Gnonto, un 2003 chiamato proprio a sostituire in extremis Esposito, come spesso accade nell’Inter. Dicevamo di Cudrig, lui è il nostro centravanti designato, un altro che ha bruciato le tappe e che, come detto, attualmente gioca nel Principato, dove nelle giovanili fa coppia con Arlotti. Quest’ultimo, inizialmente non convocato, pur facendo parte da tempo di questo gruppo, è stato chiamato in extremis al posto di Colombo, costretto a rinunciare per una frattura da stress proprio alla vigilia della partenza per il Brasile. Peccato davvero per il rossonero, uno che anche partendo dalla panchina era in grado di svoltare le gare più difficili. Ma Arlotti, cresciuto in Francia, non solo calcisticamente, ha sempre optato per i colori azzurri, nonostante le avances francesi ed è un talento autentico.

Sky trasmetterà tutte le gare del Mondiale Under 17, come successo con quelle del Mondiale Under 20 e sarà una goduria per tutti gli appassionati del calcio giovanile, anche perchè di prospetti davvero interessanti ce ne sono a iosa, specie fra i transalpini (e non è certo una novità!) e tra i padroni di casa verdeoro. Ma per una volta lasciatemi sognare a occhi aperti, perchè personalmente credo molto nelle qualità di questo gruppo.

 

Un Antonello Venditti memorabile per il tour celebrativo del disco capolavoro”Sotto il segno dei pesci”

Antonello Venditti ieri ha fatto tappa a Marostica, tra i colli vicentini, in questo lungo e fortunato tour celebrativo per i 40 anni (ormai compiuti l’anno scorso) di uno dei suoi dischi clou: “Sotto il segno dei pesci”.

La cornice era splendida, come gran parte di quelle scelte per l’occasione di questo tour che, in origine, doveva solo fermarsi all’Arena di Verona (a proposito di memorabili location), il pubblico pure, ma soprattutto a brillare in un cielo che fortunatamente ha tenuto a bada il pericolo pioggia, sono state le canzoni del grande cantautore romano.

Di solito, come critico, mi occupo di altro tipo di musica, più tendente al rock, tra l’altro di matrice alternativa, ma chi mi conosce è al corrente della mia passione per la musica italiana, quella con la I maiuscola. E il buon Antonello rientra di diritto tra i più grandi della storia della nostra musica, nonostante lui anche ieri regalando sinceri tributi e affettuosi ricordi dei colleghi/amici scomparsi Pino Daniele e Lucio Dalla, ne parli come se appartenessero a un’altra categoria rispetto a lui. Invece il campionato in cui da ben 47 anni si cimenta il Nostro (da quando nel 1972 uscì il suo primo album “Theorius Campus” in coabitazione con l’amico Francesco De Gregori) è lo stesso dei sopra citati, grandissimi artisti italiani, e Venditti nell’arco di questa lunghissima carriera, si è posizionato spessissimo in zona Champions League, vincendo diversi scudetti: pensiamo ai successi clamorosi di pubblico degli anni ’80 o all’affermazione piena come cantautore proprio con l’album che sta riproponendo in toto in queste date: “Sotto il segno dei pesci”.

A 70 anni belli che compiuti Venditti mostra una vitalità straordinaria, una resa artistica integra ma soprattutto una passione senza eguali: lo si capisce da molti gesti, da come si muove, da come è coinvolto in ogni singola parte del concerto, da come ama raccontare aneddoti, fatti, episodi curiosi, particolari, molto personali, dalla piena sintonia che mostra con i suoi fidati storici collaboratori sul palco… lo si percepisce chiaramente soprattutto da come interpreta, vive e ci trasmette le sue canzoni.

Non si è proprio risparmiato ieri sera, suonando per quasi 3 ore e mezza (dalle 21,30 a poco meno dell’una di notte), dando giusto risalto al disco che viaggia per i 41 anni in quest’estate 2019, il già citato “Sotto il segno dei pesci” – di cui racconta genesi e significati più profondi – e per cui chiama a raccolta la folk band romana Stradaperta (che con lui incise lo storico disco all’epoca) ma spaziando, come era nel desiderio dei numerosissimi fans accorsi da gran parte del Nord Italia, in lungo e in largo nel suo repertorio, con l’esecuzione di tantissimi classici e il ripescaggio di alcune canzoni molto datate ma che evidentemente, come da lui spiegato, hanno una valenza molto importante per la sua vita e il suo percorso.

In tutto ciò, davvero, non si assiste a cadute di tono, a momenti di stanca; l’energia, la vitalità e lo spessore rimangono elevati per tutta la durata dello show, con intermezzo simpatico del cantautore, prima di “Dalla pelle al cuore”, quando chiama sul palco delle “coraggiose” donne per aver alzato la mano alla sua domanda su chi avesse perdonato un tradimento del proprio partner. Poi si è scoperto che una di loro aveva bluffato per salire sul palco e abbracciare il suo idolo ma ormai il simpatico giochino era riuscito!

Come detto, il cantautore è andato a pescare da diversi album, non tralasciando nessuna fase della carriera. Risulta quasi pleonastico commentare ogni singolo brano, perchè ognuno avrà avuto i suoi momenti più intensi durante i vari ascolti, ognuno con un proprio vissuto ed emozioni da poter liberare in un canto liberatorio o anche semplicemente facendosi trasportare dalle note e dalle parole dei brani passati in rassegna.

Personalmente sono stati tre i miei momenti clou, se escludiamo una “Giulio Cesare” che per prima mi ha fatto salire l’effetto karaoke: il primo l’ho vissuto durante una struggente “Lilly”, in grado di commuovermi sempre; poi l’emozione è salita alle stelle nelle tre canzoni da lui eseguite da solo al piano e che hanno anticipato il set de “Sotto il segno dei pesci”, vale a dire una toccante “Compagno di scuola” (prima però si era soffermato sul significato dato al termine “compagno”, specie in quei ruggenti anni ’70), una “Ci vorrebbe un amico” dedicata a Lucio Dalla, del quale ci condivide la sua gratitudine e l’affetto sincero in un momento delicato della sua esistenza e la storica “Notte prima degli esami”, ormai evergreen della musica italiana tutta; infine ecco affiorare la pelle d’oca durante una straordinaria “Che fantastica storia è la vita”, giustamente riconosciuta come una delle poche hit rimaste dagli anni 2000 in poi.

Nota di merito, dalle parti del tripudio, per la mezz’ora finale, in cui Venditti ha sciorinato brani entrati nell’immaginario di moltissima gente di varie età – com’era composto il copioso pubblico – e di fatto “generazionali”, sia che si trattasse di temi ad ampio raggio (“Benvenuti in paradiso”, “In questo mondo di ladri”), sia che fossero le sue più celebri canzoni d’amore (è mancata giusto “Ogni volta” ma in compenso ha eseguito le immortali “Amici mai”, “Alta marea” e quella “Ricordati di me” con cui ha trionfalmente chiuso il concerto) tra migliaia di smartphone alzati.

Un tempo esistevano gli accendini, forse era più romantico allora, ma in fondo cambia poco: rimane intatta la voglia di partecipazione, di prendere qualcosa per sè che possa essere ricordato, fissato nella mente e nel cuore. E ieri di momenti indimenticabili Antonello Venditti ne ha regalati davvero parecchi a me, a mia moglie e all’intero pubblico.

(di seguito la scaletta dello show)

  1. Raggio di luna
  2. I ragazzi del Tortuga
  3. Giulio Cesare
  4. Piero e Cinzia
  5. Peppino
  6. Stella
  7. Non so dirti quando
  8. Lilly
  9. Compagni di scuola
  10. Ci vorrebbe un amico
  11. Notte prima degli esami
  12. Sotto il segno dei pesci
  13. Francesco
  14. Bomba o non bomba
  15. Chen il cinese
  16. Sara
  17. Il telegiornale
  18. Giulia
  19. L’uomo falco
  20. Dimmelo tu cos’è
  21. Dalla pelle al cuore
  22. Unica
  23. Cosa avevi in mente
  24. Che fantastica storia è la vita
  25. Amici mai
  26. Alta marea
  27. Benvenuti in paradiso
  28. In questo mondo di ladri
  29. Ricordati di me

Ligabue – Le ragioni di un flop (?)

Da giorni in rete e, in misura minore, in tv, si discute del flop di Ligabue, impegnato nel suo “Start Tour. Le date di Bari e Pescara hanno evidenziato in effetti una penuria di spettatori (ovviamente rapportata alla folla oceanica cui il Nostro c’aveva negli anni abituati, vedi Campovolo e altro). Ma davvero basta un mezzo passo falso, una prima curva lungo un percorso costellato di successo e di vari record battuti (proprio sul versante live) per parlare di “artista finito”, “sul viale del tramonto” ecc ecc?

Per una volta quindi provo a indossare i panni dell’avvocato difensore dell’eclettico artista, proprio io che da svariati anni ho smesso di appassionarmi alle vicende artistiche del Luciano da Correggio. Ma lo faccio perchè sono rimasto colpito dall’ondata di commenti negativi sulla questione, e di giubilo dei detrattori nel vedere un insuccesso, una crepa nella sua carriera.

Da un punto di vista artistico, nessuno è immune da giudizi: tu pubblichi un disco, esponi un quadro, scrivi un libro, reciti a teatro e ti dai in qualche modo in pasto a un pubblico più o meno vasto, fatto di persone col proprio gusto ed è normale non piacere a tutti. Capita in tutti i settori in fondo, c’è gente persino che critica Messi e Cristiano Ronaldo, dei marziani nel proprio “campo d’azione”.

E in secondo ordine, nella vita di ognuno di noi ci sono alti e bassi, non solo dal punto di vista personale, ma anche professionale. E’ indubbio che Ligabue, giunto relativamente tardi al primo disco – nel ’90 quando aveva già spento la trentesima candelina – abbia attraversato quasi tre decadi a inanellare successi in serie, anche se chi ne conosce bene la storia sa che ebbe un primo stop di un’ascesa fulminante all’uscita del terzo album “Sopravvissuti e sopravviventi”. La conseguente crisi portò poi a una vera rinascita artistica, che coincise con la pubblicazione di quel “Buon compleanno Elvis” che infine lo consacrò pienamente nel mainstream.

Fu in quegli anni che il Liga dimostrò di avere forza e numeri tali da rivaleggiare, dati alla mano, con il vero rocker riconosciuto di casa nostra, il suo corregionale Vasco Rossi. E visto che i paragoni fra i due sono stati tirati in ballo più volte in questi giorni e, bene o male, succede da 25 anni a questa parte, provo anch’io a dire la mia.

In un Paese diviso come il nostro, in fondo non si aspettava altro. Dai Guelfi e Ghibellini, dalla Dc e il Pc, in Italia – come in gran parte del Mondo, giusto dirlo – ci piace dividerci, parteggiare e, in fondo, a ben vedere, i due nostri paladini musicali non potevano che essere più diversi.

Vasco, più avanti con gli anni e soprattutto con la carriera, all’inizio almeno credo non fosse “infastidito” o “spaventato” dall’avvento di un nuovo esponente del rock tricolore, ma suppongo che dalla seconda metà degli anni ’90 si sia reso conto che il tipo facesse sul serio. Tra il ’97 e il ’98 Ligabue infatti sembrava davvero baciato da grazia divina, tra un disco live mastodontico a certificarne la grandezza acquisita e il convincente debutto in serie da scrittore prima e regista poi.

Da ascoltatore un po’ distratto – cresciuto più con Vasco, pur non considerandomi un “Vaschiano” di ferro, ma estimatore anche delle genuine storie di provincia narrate dal Liga nella prima parte di carriera – sono quasi sicuro che fino agli anni ’90 in fondo le rispettive platee di ascoltatori fossero suppergiù le stesse e che chi, come me appunto, ascoltava da tempo Vasco, fosse quantomeno curioso e contento ci fosse un altro ruspante cantautore “con le chitarre”, in un periodo dominato all’epoca in classifica dalla musica leggera di un Ramazzotti o di una Pausini.

Poi però è indubbio che le “fazioni” siano cominciate a delinearsi, man mano che una rivalità, se non propria sottesa antipatia, tra i due è venuta a galla. Frecciatine a vicenda, una distanza di gusti e interessi, oltre che di vita, hanno contribuito a non farli incontrare praticamente mai.

Vasco in quel periodo era ai vertici, lo era da tempo, ma preventivamente non furono mai pubblicati nello stesso anno album inediti dell’uno e dell’altro, nè i due si sono inoltrati in importanti tour contemporaneamente. E così, eccoli negli ultimi vent’anni dividersi successi e meriti con tour sold out, concerti esauriti negli stadi, progetti estemporanei baciati da successo clamoroso (di danza nel caso di Vasco, concerti a teatro, nuovi film per Liga), e poi – se da una parte San Siro è diventata la casa ufficiale del rocker di Zocca –  ecco che Ligabue poteva rispondere riproponendo a distanza di anni l’esperimento Campovolo. Cui Vasco rispose allestendo l’imponente Modena Park.

Fin qui, tutto bene, nel proprio rassicurante (e vastissimo) orticello… fino alla recentissima differenza di successo avvenuta alle porte di quella che si preannuncia una caldissima estate.

Vasco che sta inanellando l’ennesimo clamoroso exploit, con il record di 6 date sold out allo stadio San Siro di Milano e due splendidi e sentitissimi concerti-evento in quel di Cagliari, e Ligabue che stenta a riempire stadi che fino a un paio d’anni fa erano (anche) “roba sua”.

Cosa sia successo è difficile saperlo, in teoria la fan base di Ligabue è copiosa e soprattutto fedele ma forse, a differenza di Vasco, è rimasta pressochè immutata negli anni, senza rinnovarsi (come la sua musica, verrebbe da dire in maniera sarcastica, ma in fondo è uno degli argomenti che più è venuto a galla nella shit storm di commenti sul web).

Può però bastare il fatto che Ligabue propone da tempo la stessa formula fino all’altro ieri vincente?

Ok, giunto quasi al termine della mia riflessione, è giusto specificare che non si sta parlando di uno che fatica ad arrivare alla fine del mese e che è in procinto di chiudere la carriera, ma se tanto si sta discutendo di questi concerti è proprio perchè è un fatto anomalo che un totem come lui possa vivere momenti di flessione…

Lo stesso Ligabue d’altronde ha voluto affrontare la questione, non facendone un dramma (pubblicamente) e rassicurando che i concerti, dal punto di vista della resa artistica e della qualità, sono quanto di meglio abbia mai fatto. Non ho prove per dubitarne ed è giusto che lui per primo creda nel proprio lavoro e lo sostenga ma io, da esterno, vorrei provare a dare una risposta al mio ultimo quesito (lo so, sono un po’ marzulliano in questo, mi faccio la domanda e rispondo pure!).

Credo che no, non sia una questione artistica. Chi ascolta e apprezza Ligabue, e penso la cosa valga per tutti i più accesi fan di un qualsivoglia artista, lo ascolta e sostiene comunque, anzi non si aspetta altro che non “quei soliti due accordi”, tanto criticati. Alzi la mano chi sostiene che il suo rivale Vasco abbia negli ultimi anni apportato chissà quali novità al suo consolidato stile?

Eppure Vasco ha saputo creare più empatia nell’ascoltatore, ha saputo coinvolgere di più anche l’ascoltatore distratto, finendo quasi per rivalutarsi dinnanzi ai suoi antichi detrattori. Ligabue invece, e non ne faccio una colpa ma semplicemente lo constato, ha un modo di porsi molto diverso, sia nei confronti del fan tipo, sia nei confronti dell’opinione pubblica, fino a risultare (o quanto meno sembrarlo, io di certo non lo conosco di persona) supponente, distaccato, un po’ arrogante. Dubito sia così, perchè conosco suoi ammiratori prontissimi ad affermarne l’esatto contrario.

Il mio “Ligabue preferito” era quello con la Banda, ma forse conta molto il fatto che avevo 18 anni o poco più, e che stessi crescendo con lui. Parlo per me, io ero molto coinvolto dal suo percorso, almeno fino a “Nome e cognome”, che coincise tra l’altro con un periodo molto particolare della mia vita, di grandi cambiamenti.

Da lì in poi però, se non episodicamente, non mi è più “arrivato” e difatti non ho più sentito l’esigenza di sentirlo dal vivo, come mi era capitato in passato (ricordo uno splendido concerto nella mia città, all’Arena di Verona, per il tour di “Fuori come va?”).

Avrebbe molte potenzialità ma sta pagando forse il fatto di andare sempre e solo “sul sicuro”. Magari poi il tour procederà benissimo, butterà fuori un singolo estivo (anche se ammetto di non aver sentito nessun pezzo con le stimmate del “successo” in questo deludente “Start”) e tornerà il numero 1, pronto a zittirci tutti, noi che gli stiamo facendo le pulci.

Più realisticamente però, se fossi in lui, mi prenderei una pausa e butterei il cuore oltre l’ostacolo, con un progetto davvero “personale”, in cui riversare tutto sè stesso, ispirato, vero. E’ questo che gli è un po’ mancato negli anni, la viscerale sincerità che invece appartiene al suo contraltare più volte citato nel mio pezzo.

Mi dà molto fastidio però, questo mi sento di dirlo, l’atteggiamento comune di coloro che non vedevano l’ora che avesse un intoppo per denigrarlo, insultarlo e sbeffeggiarlo. Sembra proprio ci dia fastidio se qualcuno gode di un qualche privilegio o di un riconosciuto successoc (nel suo caso meritato e corroborato da anni di carriera) e se la passa meglio di noi. Magari gente che non ne ha mai parlato, nè ha scritto nulla su di lui o a malapena ne conosce la storia, e ora scioglie le riserve e ci dice quanto a lui abbia sempre fatto schifo.

D’altronde fa sempre più notizia quando una cosa va male rispetto al contrario. Ma qui si sta parlando di un artista che ha segnato la musica italiana degli ultimi 20 anni, non certo di un fenomeno effimero pompato dai media e uscito da un talent.

Bisognerebbe, almeno per chi fa il giornalista e crede di farlo in modo serio, mettere sul piatto della bilancia tutto, non solo ciò che conviene per sostenere la propria tesi (in questo caso, il presunto flop di Ligabue): a quanto pare noto che non sempre è così.

Italia quarta ai Mondiali Under 20: le pagelle di tutti i protagonisti azzurri

E’ terminata con un quarto posto l’avventura iridata dei nostri giovani azzurri Under 20. Forse il Mondiale non era propriamente alla portata ma, in fin dei conti, quelle che erano le più accreditate alla vigilia hanno tutte steccato, a partire dall’Argentina, per finire al quotatissimo Portogallo, che c’aveva battuto un anno fa all’Europeo Under 19 (il ciclo di giocatori delle due competizioni era pressochè lo stesso, anzi forse i lusitani erano ancora più forti grazie agli innesti rispetto a noi, che abbiamo “prestato” gente come Zaniolo, Tonali e Kean all’Under 21 e alla Nazionale dei “grandi”). Per non dire dell’Ecuador, fresco vincitore del Sub20, e che in effetti, per come si erano messe le cose, e per quanto fattoci già vedere nel girone – quando battemmo i giovani sudamericani con grande affanno – avrebbe potuto ambire a più di un terzo posto finale, che comunque rappresenta il più alto punto mai toccato dal piccolo Stato.

La gioia dei nostri ragazzi che hanno cullato il sogno di arrivare a giocarsi la finale del Mondiale Under 20

A mio avviso l’Italia ha fatto (e dato) il massimo, magari si poteva fare meglio in semifinale contro i futuri campioni dell’Ucraina (a proposito, uscimmo anche la volta precedente con quelli che poi vinsero il torneo, in quel caso gli inglesi) ma in fondo aver bissato a distanza di due anni le semifinali in una competizione che, tradizionalmente, non c’ha mai sorriso, beh, rappresenta un buonissimo risultato ed è testimonianza di come nei fatti il nostro movimento azzurro sia in crescita (prova ne sono anche le due finali consecutive – purtroppo sempre perse, ed entrambe le volte contro l’Olanda – agli Europei Under 17).

Forse, dico forse, con l’Ecuador un po’ di coraggio non avrebbe guastato ma i nodi sono venuti al pettine, e alludo in particolare alla condizione fisica, al fatto che, giocando più o meno con gli stessi 11 per tutto il Torneo (avevo scritto già in apertura di Mondiale che avevamo una panchina corta, specie a centrocampo), fisicamente abbiamo pagato il conto, proprio in alcuni dei nostri uomini più rappresentativi, quali il bomber e capitano Pinamonti, l’altra punta Scamacca e il motorino di centrocampo (dai piedi buoni) Frattesi. Alcuni sostituti, pur validi, non si sono dimostrati, a conti fatti, all’altezza dei titolari, o meglio, era evidente come non fossero ben inseriti nel meccanismo perfetto messo a punto da mister Nicolato.

Però il plauso generale va a tutti: chi più, chi meno, ha messo in luce buone qualità, lasciandoci più di una promessa per il futuro. Certo, stride un po’ che a vincere sia stata quell’Ucraina che nello scontro diretto ha mostrato di non esserci superiori, né per individualità, né per gioco di squadra. Anzi, non fosse stato annullato, in maniera alquanto dubbia, quel bellissimo gol di Scamacca allo scadere, magari staremmo qui  a raccontarci un’altra storia ma è inutile ormai aggrapparsi agli episodi. Gli ucraini sono stati coriacei, scaltri, pratici, compatti e bravissimi a livello difensivo, ma in fondo erano tutte componenti che nel corso della manifestazione avevamo messo ben in mostra anche noi. Onore anche ai sudcoreani, giunti secondi e mai così vicini nella loro storia a un exploit simile in una competizione iridata.

Sperando che questa sia stata solo una fase di passaggio, seppur prestigiosa, di un lungo cammino da professionisti, qui di seguito ecco le mie pagelle alla spedizione azzurra che ha ben figurato al Mondiale Under 20.

NICOLATO 8

L’allenatore, che può vantare uno storico scudetto Primavera alla guida del Chievo nel 2014, ha mostrato ancora una volta grande feeling col calcio giovanile, dopo la splendida cavalcata dell’anno scorso alla guida dell’Under 19, giunta a un passo dal titolo europeo di categoria. Si è trovato una rosa un po’ depauperata a livello tecnico ma lui ha fatto di necessità virtù e ha impostato una squadra inedita, specie nel modulo, laddove in tanti anni c’aveva abituato a dirigere magistralmente un 4-3-1-2. Mancando i giocatori con determinati caratteristiche (in particolare un vero trequartista e i due centrali difensivi che aveva schierato spesso nell’ultimo biennio: Bettella e l’infortunato juventino Zanandrea) e potendo disporre di ben tre mancini niente male (di base, tutti e tre terzini sinistri) ha impostato la squadra con un anomalo 3-5-2, risultato di più intuizioni tattiche vincenti, su tutte Ranieri come terzo di difesa e Pellegrini come interno “alla Davids” o volando più bassi “alla Laxalt” prima maniera e soprattutto ha creato un gruppo, una squadra. Non è retorica, Nicolato ha saputo ottenere il 100% dai suoi ragazzi, anche grazie a particolari espedienti extracalcistici. Prima di tutto però ha fatto valere la sua sagacia tattica, facendo valere le sue doti “da maestro”, da “educatore”.

PLIZZARI 7,5

Si è mostrato un portiere estremamente valido e affidabile. Non si ricordano gravi errori da parte sua. Ha il merito di farsi valere, di ispirare fiducia e tranquillità nei compagni, che lo riconoscono come uno dei leader. D’altronde è un vero habituè del calcio azzurro e, dopo un anno trascorso in panchina nella “casa madre” Milan, è il momento che, dopo i buoni primi approcci con il calcio dei pro a Terni due anni fa non ancora maggiorenne, cammini con le proprie gambe, dimostrando a tutti di poterci stare a buoni livelli. E’ un 2000 ma ha sempre bruciato le tappe in ogni categoria.

GABBIA 6,5

Buon marcatore, ha giocato in modo pratico, con grande sicurezza e in un ruolo non propriamente suo, visto che nelle giovanili del Milan ha fatto per anni anche il mediano, prima di arretrare il raggio d’azione in difesa (dove ha giocato in una linea a 4), anche in prestito da titolare alla Lucchese in C quest’anno. Fisicamente è già formato, deve lavorare su alcuni aspetti, saper mantenere la concentrazione per 90 minuti, ma in fondo questo riguarda un po’ tutti i suoi coetanei che agiscono in un ruolo così delicato.

DEL PRATO 7

Il capitano dell’Atalanta Primavera (che, proprio perché impegnato da protagonista al Mondiale, non ha potuto giocare e vincere le finali del torneo con i bergamaschi) ha disputato un buon torneo, con poche sbavature. Utilizzato sia in campionato che al Mondiale anche a metà campo, ruolo che gli piace di più, potrebbe avere un buon futuro da regista difensivo “alla Bonucci”, pur con diverse caratteristiche. Approfittando del fatto che il forte compagno di Nazionale Bettella, capitano designato, sia arrivato a Mondiale in corso, causa impegno da titolare con il Pescara ai playoff di B, ha preso subito con sicurezza i galloni da titolare in mezzo alla difesa e si è mostrato leader anche qui come in Primavera. Gasperini sa che può contare eccome su di lui.

RANIERI 7,5

Tra i migliori, non solo dell’Italia, ma dell’intera competizione, sia per doti fisiche, che tecniche. Se Del Prato è stato il nostro piccolo Bonucci, a lui spetta il titolo di “Chiellini in miniatura”, non certo per l’altezza e la struttura fisica (già ragguardevoli) ma per uno sviluppo tecnico ovviamente ancora da completare. Le premesse però, ottime anche nella sfortunata stagione al Foggia culminata con un’inopinata retrocessione in serie C all’ultima giornata, sono state ampiamente confermate e, se fossimo nella Fiorentina, che ne detiene il cartellino, ci penseremmo due volte prima di privarcene, anche solo se in prestito per un’altra stagione.

BELLANOVA 6,5

Indubbiamente meno straripante rispetto a un anno fa, quando fu per distacco il miglior terzino dell’Europeo Under 19, forse ha risentito della nefasta stagione con la Primavera del Milan terminata con una clamorosa retrocessione, lui che già era stato ceduto al Bordeaux. Le doti tecniche e fisiche rimangono importanti e preminenti, così come la facilità di corsa e la capacità di inserirsi e di correre via all’avversario palla al piede. Mi auguro che in Francia possa maturare e migliorare ancora. Ha le qualità per sfondare e per raggiungere grandi livelli.

FRATTESI 7

Frattesi (al centro) sprigiona tutta la sua incontenibile gioia per il gol segnato nella gara inaugurale del girone contro il Messico, festeggiato dai compagni Tripaldelli, Pellegrini e Ranieri.

Il biondino, già protagonista di una buonissima stagione ad Ascoli, lui che è di proprietà del Sassuolo ma cresciuto calcisticamente nella Roma, si è confermato molto bene anche in questa occasione. Tra gli intoccabili di Nicolato, possiede in effetti delle caratteristiche e delle qualità che lo differenziano dagli altri della rosa. Ricorda Marchisio, magari con meno tecnica ma certamente con più dinamismo e ha già la “testa giusta” per fare il calciatore ad alti livelli. Non al meglio nella seconda parte della competizione per dei guai fisici, non ha mai mollato ma il suo rendimento è giocoforza calato, e di questo ne ha risentito tutto il reparto.

ESPOSITO 6,5

Ha alternato buonissime prestazione, nelle quali sembrava accarezzare il pallone più che colpirlo, con una tecnica sopraffina, ad altre in cui veniva quasi sovrastato a livello fisico da avversari più strutturati e più veloci. Nato trequartista, già nell’ultimo anno in Primavera con l’Inter aveva brillantemente arretrato la sua zona di competenza, diventando regista “alla Pirlo” o “alla Tonali”, per restare con il paragone al compagno che in pratica ha sostituito in questo Mondiale. Salvatore, autore di un buon campionato di rodaggio a Ravenna in serie C, è destinato a salire di categoria, lui che è di proprietà della Spal, ma deve crescere un po’ sul piano del carattere. Quando la gara si butta sulla lotta, è un po’ impreparato, usando lui più il fioretto che la spada. Ecco, in questo Tonali è sicuramente più pronto, riuscendo a combinare meglio qualità e quantità, ma forse è anche questione di personalità, che il buon Salvatore – anch’egli classe 2000 – deve ancora tirare fuori al meglio. Lui è il primo tifoso di suo fratello Sebastiano, autentico crack giovanile dell’Inter, classe 2002 e già tra i migliori in Primavera, oltre che esordiente a 16 anni in Europa League. Speriamo che non soffra psicologicamente l’inevitabile paragone, anche se il fatto che i fari siano puntati soprattutto su quest’ultimo, potrebbero infine avvantaggiarlo.

PELLEGRINI 6,5

Meriterebbe 7 pieno per l’abnegazione, l’impegno e la padronanza con cui si è impossessato di un ruolo non suo, per quanto da giovanissimo nella Roma giocasse molto più in fase offensiva sulla corsia di sinistra, prima di diventare ottimo terzino (come ha già fatto intravedere nello scorcio di stagione nella massima serie a Cagliari). Gli do’ mezzo voto in meno perché a volte c’ha messo davvero troppa foga, rischiando di compromettere le sue prestazioni. Ha un futuro davanti, e magari proprio da mezz’ala atipica, con grande propensione offensiva e notevole resistenza. Il carattere va però limato, certi atteggiamenti di sfida un po’ controllati. Di contro, ha il merito di non arrendersi mai e di fungere da esempio per i compagni. Spero che non incappi più in brutti infortuni, perché ha la strada spianata in serie A, Roma o non Roma.

TRIPALDELLI 6,5

Veterano delle giovanili azzurre, un altro dei fedelissimi di Nicolato, ha risposto “presente” anche in quest’importante occasione. Pronti, via, terzino a tutta fascia ma con evidenti doti in proiezione offensiva, laddove invece fatica ancora nella lettura di alcune scelte difensive. Corre per 90 minuti, non è mai stanco ma tuttavia non perde lucidità nelle giocate. Deve crescere dal punto di vista fisico e mi auguro che, dopo aver visto il campo davvero con il contagocce quest’anno tra prestiti in Olanda e al Crotone, possa trovare una squadra con cui esprimersi al meglio per le sue qualità, lui che è sotto contratto con il Sassuolo (dopo una vita spesa nelle giovanili della Juventus, sempre da protagonista). Non è uno da guizzi di fantasia ma assicura appunto una spinta costante sulla fascia, quello che si definisce uno stantuffo.

PINAMONTI 7,5

Partito col freno a mano tirato, è salito di livello partita dopo partita, segnando ben 4 gol e manifestando tutta la sua leadership (lui, con la fascia di capitano al braccio) e, diciamolo, la sua superiorità. Sempre pericoloso, predatore d’area ma non di quelli egoisti. Certo, appena ha uno spiraglio, l’istinto è quello di tirare, e non sempre lo ha fatto in modo preciso, ma ha ampi margini di miglioramento che potrebbero garantirgli un futuro a ottimi livelli in serie A. Dopo il buon anno, per lo meno a livello personale, con il Frosinone in serie A, è giusto che si cimenti in un contesto più competitivo.

SCAMACCA 7

E’ vero, non ha segnato, e per un attaccante questa può essere un’aggravante non da poco, ma il gigante di proprietà del Sassuolo, cresciuto nella Roma e con già alcune esperienze all’estero (come avrete notato, la società emiliana ha un occhio di riguardo per i giovani nostrani e spesso e volentieri li strappa alle concorrenti) ha messo in mostra doti da attaccante di razza. Abilissimo nelle sponde (alcune spettacolari, “alla Ibrahimovic”), è capace di grandi movimenti a disorientare gli avversari, di rifinire per i compagni, (grazie a piedi da trequartista in un fisico da centravanti all’inglese), e di concludere a rete, spesso ricorrendo a soluzioni non banali. Deve migliorare l’apporto di gol, quello è persino ovvio ribadirlo, e maturare sul piano caratteriale ma ha tutto per diventare un attaccante completo. A mio avviso può già misurarsi nella prossima serie A.

Questi erano in pratica gli 11 giocatori che hanno giocato da titolari, in quanto Nicolato ha preferito puntare su una squadra che potesse affiatarsi e conoscersi a memoria, visto che, per la natura di un torneo simile, il turn over non pare francamente indicato. Squadra che vince poi difficilmente si cambia e quindi, giusto così, anche se in panchina figuravano comunque giocatori da non perdere di vista, seppur non protagonisti in questa edizione.

A loro non do’ un voto vero e proprio, perché poche sono state le occasioni per mettersi in mostra, ma qualche considerazione la spendo più che volentieri.

I portieri Carnesecchi e Loria, tesserati rispettivamente per Atalanta e Juventus, sono entrambi buoni prospetti, in particolare è molto monitorato il primo che ha preso il posto del titolare Plizzari nelle gare “meno importanti”: quella nel girone contro il Giappone (con noi già qualificati agli ottavi) e nella finale per il 3°/4° posto. Oddio, giudicare quest’ultima come meno importante un po’ fa storcere il naso ma tant’è, questo è l’approccio (sbagliato o quanto meno discutibile) che hanno tenuto i Nostri, probabilmente arrivati stanchi, oltre che rimaneggiati, all’appuntamento con la medaglia di bronzo.

Tra i difensori si sono visti pochissimo il torinista Buongiorno (quest’anno in prestito al Carpi), che ha giocato da centrale – lui che agisce soprattutto da centrale sinistro in una difesa a 3 o terzino sinistro in una linea a 4 – nell’unica gara disputata con il 4-3-3 dai Nostri in questo Mondiale, vale a dire quella contro il Giappone. E’ parso una spanna indietro rispetto ai titolari e necessita di fare esperienza ancora in cadetteria, dopo la faticosa stagione in Emilia Romagna, terminata con la sua squadra retrocessa in C e le sue presenze molto limitate nella seconda parte di stagione.

Anche il genoano Candela, reduce da una stagione altalenante per sua squadra, retrocessa in Primavera 2 dopo lo spareggio con l’Empoli – che così ha “vendicato” il verdetto dei “grandi” impegnati in serie A – eppure in grado di giungere in finale al prestigioso Torneo di Viareggio, ha giocato poco qui al Mondiale in Polonia. In entrambi le competizioni nostrane però, lo scattante e tecnico terzino ha spiccato per qualità incredibili da “fluidificante” (come si diceva dei difensori di spinta negli anni ’80) e sono curioso di vederlo all’opera nel prossimo campionato, se non proprio al Genoa, almeno in altre squadre da professionista.

Di Bettella ho già accennato: si tratta di uno dei difensori più talentuosi della sua generazione (anche lui uno dei classe 2000 aggregati al Mondiale, aperto anche ai ’99), leader di questo ciclo di Under con Nicolato e che è stato in grado quest’anno di prendersi una maglia da titolare in una squadra competitiva come il Pescara, giunta a giocarsi a pieno titolo le proprie chances di tornare in serie A. Non ce l’ha fatta, eliminato in semifinale dall’Hellas Verona poi promosso nella massima serie, ma il giovane difensore cresciuto nell’Inter e ora di proprietà dell’Atalanta ha impressionato per la personalità e lo spessore con cui ha giocato gare sentite e decisive. Qui è giunto in ritardo (proprio per disputare i playoff con il Pescara appunto) e si è trovato così nelle retrovie; dopotutto il trio difensivo composto da Gabbia – Del Prato – Ranieri coadiuvato ai lati da Bellanova e Tripaldelli stava dando ampie garanzie, quindi Nicolato non se l’è sentita di alterare i nuovi equilibri raggiunti. Resta il fatto che, insieme a Ranieri, è proprio Bettella il difensore su cui scommetterei di più per un buon futuro in serie A nei prossimi anni.

A centrocampo hanno sgomitato per un posto, ottenendo poca fortuna, l’atalantino Colpani e Alberico, il jolly italo-tedesco pescato dagli emissari azzurri nelle giovanili dell’Hoffenheim, dove il Nostro si era messo in mostra sia nelle giovanili, sia nella seconda squadra del Club di Bundesliga. Qui ha mostrato buon dinamismo e grande intraprendenza ma anche uno “spirito libero” che poco si sposa in teoria con l’idea tattica del mister. Ha provato a vivacizzare le gare in corso ma con poca concretezza. Sufficiente il contributo del forte Colpani, tra i pilastri della fortissima Atalanta Primavera e che avevo previsto probabile titolare, qualora il tecnico avesse proseguito nel suo 4-3-1-2 marchio di fabbrica: in quel caso avrebbe preso il posto dell’ex compagno delle giovanili bergamasche Melegoni, gran protagonista un anno fa con l’Under 19 ma alle prese con il recupero da un grave infortunato occorsogli nella stagione che lo ha visto impegnato nei ranghi del Pescara. Nel nuovo 3-5-2 invece Colpani ha avuto poche possibilità di esprimersi al meglio.

In attacco hanno fatto da rincalzi Olivieri, che quest’anno ha accumulato esperienza nella Juve Under 23 in serie C e il centravanti Gori, di proprietà della Fiorentina e che si è diviso in B tra Foggia e Livorno nella stagione appena passata, mettendosi in mostra soprattutto nella sua Toscana. Mi ha stupito invece lo scarso utilizzo di Capone, quasi sempre titolare in questi ultimi due anni con Nicolato e che fece un grande Europeo Under 19 un anno fa, in supporto alle punte o come seconda punta. E’ stato penalizzato dal modulo, ma anche dal fatto che ha giocato davvero poco nel Pescara in serie B a causa anche di un infortunio. Il guizzante attaccante ha oltretutto il fardello di aver sbagliato una comoda occasione contro l’Ucraina, su assist di Pellegrini, pochi minuti prima che l’arbitro decidesse poi di annullare il gol a Scamacca. Ma sarei ingeneroso ad attribuirgli colpe particolari, piuttosto mi auguro che con il campionato venturo abbia modo di far valere le sue indubbie qualità che lo hanno sempre fatto emergere nei trascorsi giovanili all’Atalanta. Più volte Capone ha detto di ispirarsi al Papu Gomez: in effetti può ricordarlo nelle movenze. Di strada ne deve fare ancora molta ma in fondo anche il fenomeno argentino in forza a Gasperini ha dovuto masticare molta gavetta prima di diventare un big.

Mai mollare. Ed è un augurio che sento di fare a tutti questi ragazzi elencati, per quanto poi siano molteplici le incognite che generano o meno una carriera da professionisti a certi livelli. L’importante è che abbiano se non altro le possibilità di giocarsi le proprie carte. Anni fa avrei dibattuto molto su questo punto ma finalmente, da un po’ di tempo a questa parte, mi pare che si sia capito al meglio la strada giusta da intraprendere, dando fiducia ai nostri ragazzi. Poi è sempre il campo il giudice sovrano ma se non viene data una possibilità vera a questi giovani calciatori di giocare e crescere, di misurarsi con i più bravi, diventa difficile per tutti emergere.

Talenti comunque ce ne sono in buon numero, quindi non posso che professarmi fiducioso per il futuro del nostro calcio.

 

Al via il Mondiale Under 20 in Polonia: ecco i protagonisti Azzurri convocati da Nicolato. Quali prospettive dopo la semifinale di due anni fa?

Giovedì 23 maggio avranno inizio i Mondiali Under 20 di calcio in Polonia, ai quali parteciperà anche l’Italia, reduce da un brillante terzo posto nell’ultima edizione, svoltasi due anni fa in Corea del Sud.

Fu quello l’apice raggiunto dai Nostri, quando persero in semifinale contro i futuri campioni dell’Inghilterra. Per il resto, però, questa importante competizione iridata non c’ha mai visto protagonisti, un po’ per effettive mancanze a livello tecnico, ma soprattutto perché storicamente dalle nostre parti si è sempre preferito, a livello giovanile, puntare sugli Europei Under 21, dove in effetti di soddisfazione dagli anni ’90 in poi ce ne siamo prese.

Dopo l’ottimo piazzamento del 2017, coronato pure dal titolo di capocannoniere della nostra punta di diamante Orsolini (finalmente esploso quest’anno in serie A a Bologna, dove è stato fra gli artefici della grande rimonta che ha portato alla salvezza degli emiliani), dove andremo ora a posizionarci nella griglia di partenza? Può l’Italia ripetere quel fragoroso exploit, inserendosi fra le favorite per il titolo?

In ambito giovanile è oltremodo difficile fare pronostici: certo, alcune “scuole” calcistiche sono più prolifiche di talenti rispetto ad altre e hanno conseguito maggiori risultati, ma in fondo può capitare a chiunque il ciclo meno forte o quello in cui latitano gli interpreti. Ad esempio, quest’anno mancheranno dal torneo delle autentiche corazzate a livello giovanile, quali Brasile, Ghana, Germania, Spagna, per non dire dei campioni in carica dell’Inghilterra.

Paolo Nicolato, allenatore che guiderà l’Italia Under 20 al Mondiale di categoria in Polonia

I favori dei pronostici sembrano andare al Portogallo, fresco vincitore dell’ultima edizione degli Europei Under 19 ai danni guarda caso degli Azzurrini, e intessuta di fenomeni specie in avanti, ma non bisogna sottovalutare la forza delle sudamericane Argentina e Uruguay (che battemmo ai rigori nel 2017 nella finale per il terzo e quarto posto), della Francia – in grado come i lusitani di sfornare campioncini a getto continuo – , degli Usa entusiasmanti nelle proprie qualificazioni e di quel Messico con cui ci troveremo a battagliare sin dalla gara di giovedì che aprirà le contese nel Gruppo B alle 18 (curiosamente nella fase a gironi, l’Italia disputerà tutte le 3 gare a quell’ora).

In generale non siamo messi male neanche noi, anzi, abbondano i talenti puri sui quali poter contare a occhi chiusi – non solo in questo Torneo, ma si spera anche in futuro – la maggior parte di essi provenienti proprio da quel favoloso gruppo che entusiasmò un anno fa all’Europeo Under 19.  Tuttavia, come detto, anche in questa occasione si è preferito indubbiamente puntare su altri palcoscenici, vedi appunto l’imminente Europeo Under 21.

Se due anni fa i sacrificati eccellenti furono l’astro nascente Chiesa e l’ancora più giovane Donnarumma (che, per età, essendo un classe 1999, rientrerebbe anche in questa edizione, pensate un po’ la sua precocità), al via stavolta sono diversi coloro che, rispetto alla splendida spedizione dell’Europeo Under 19 non saranno presenti: Zaniolo, Kean, Tonali (che già hanno assaggiato, alcuni in modo eclatante, vedi l’attaccante juventino subito in gol, la Nazionale Maggiore) ai quali si aggiungono altri ottimi elementi di quella rosa come il centrocampista Melegoni e il difensore Zanandrea, entrambi fermi ai box. Per esigenze di Under 21 mancheranno anche il forte difensore Bastoni, tra i migliori del Parma quest’anno in serie A e costretto a sua volta a saltare per infortunio il più volte citato Europeo Under 19 che si è tenuto un anno fa in Finlandia, e l’estroso attaccante Sottil, di cui il Pescara non ha voluto privarsi in vista dei playoff di serie B.

Detto degli esclusi (ci pareva quantomeno doveroso, proprio per sottolineare finalmente la nostra abbondanza di giovani di qualità), adesso è tempo di soffermarci sul presente, andando a passare in rassegna i protagonisti che proveranno a regalare da giovedì nuove soddisfazioni ed emozioni ai tanti appassionati di calcio giovanile.

A contenderci il passaggio del turno nel nostro gruppo saranno (oltre al Messico), l’Ecuador, che vorrà mettere in mostra quella che è la miglior nidiata della sua storia, e il Giappone (contro il quale pareggiamo una gara assai combattuta anche al Mondiale Under 20 del 2017).

Il forte terzino sinistro azzurro Luca Pellegrini, una delle stelle più attese della rassegna iridata

Il nostro reparto difensivo appare davvero molto attrezzato. Eccezion fatta per Zanandrea, fermo da tempo per infortunio, potremo presentarci infatti con 4/5 della difesa titolare del gruppo dell’Europeo Under 19 (il portiere Plizzari, i terzini Bellanova e Tripaldelli e il centrale Bettella); inoltre, ciliegina sulla torta, il ct Nicolato potrà disporre pure del terzino sinistro Luca Pellegrini, una delle stelle più lucenti e attese di tutto il Mondiale. Gioiello delle giovanili della Roma, ha disputato un ottimo girone di ritorno, da titolare, in prestito al Cagliari, culminato in una tranquilla salvezza per i sardi. Pellegrini ha confermato anche tra i “grandi” le indubbie qualità che da sempre gli riconoscono: tecnica, grande velocità e personalità. In passato è stato spesso tormentato da infortuni, anche molto pesanti ma per fortuna il peggio per lui sembra finalmente alle spalle.

In genere in difesa siamo messi bene, specie sulle fasce, dove una chance la cercano legittimamente anche Candela del Genoa, vero stantuffo sulla destra, pericolosissimo quando accompagna l’azione in velocità (in pratica le identiche caratteristiche del fortissimo “rivale” nel ruolo Bellanova, milanista ceduto al Bordeaux) e Ranieri sulla fascia sinistra. Quest’ultimo, scuola Fiorentina, ha giocato spesso e volentieri titolare nella tribolata stagione del Foggia, terminata con l’inopinata retrocessione dei pugliesi in serie C. Il giovane difensore però se l’è cavata benissimo, mostrando grande personalità e qualità, sia in difesa che in fase di spinta. Notevoli anche le sue qualità fisiche, che potrebbero predirgli un utilizzo in mezzo al reparto, più o meno come capita al compagno Buongiorno (di proprietà del Torino, che quest’anno ha accumulato una buona esperienza al Carpi), in grado di agire infatti da terzino sinistro o da centrale.

Per un posto da titolare al centro della difesa, a fianco dell’imprescindibile Bettella, uno dei maggiori prospetti nel ruolo, si candidano anche il milanista Gabbia (quest’anno assoluto protagonista nella Lucchese, dove si è posizionato stabilmente in mezzo alla difesa, dopo i trascorsi giovanili da mediano) e il capitano dell’Atalanta Primavera Enrico Del Prato. In ogni caso, l’abbiamo capito, si tratta di giocatori di pieno affidamento.

In porta tra gli azzurri sembra scontata la presenza di Plizzari, già grande protagonista un anno fa con l’Europeo Under 19, quando perdemmo in finale contro il Portogallo

In porta, pare scontata la conferma di Plizzari, che quest’anno, dopo la buona esperienza dell’anno scorso in cadetteria a Terni, ha fatto anticamera al Milan, società dove è cresciuto. Gli sono buonissime alternative tra i pali anche gli altri due convocati, l’atalantino Carnesecchi e lo juventino Loria.

A occhio e croce sembra il centrocampo il nostro reparto più debole, anche solo numericamente parlando. Le certezze sono rappresentate da Frattesi, gran protagonista ad Ascoli in serie B, dove non ha patito per nulla il salto tra i grandi, dopo i trascorsi giovanili spesi tra Roma e Sassuolo e dall’ex interista Salvatore Esposito, che si è fatto apprezzare in C al Ravenna dopo gli scampoli di inizio stagione alla Spal. Esposito, ex trequartista, arretrato in regia, eccelle nel ruolo proprio in virtù di evidenti qualità tecniche e un’ ottima visione di gioco. Ha anche due fratelli calciatori, entrambi all’Inter, in particolare sulla bocca di tutti è finito Sebastiano, prodigio del 2002 che non solo sta trascinando la Primavera dell’Inter (da sotto età) in campionato ma è stato anche il migliore dei suoi agli Europei Under 17, dove l’Italia si è arresa solo in Finale ai fortissimi pari età olandesi il 19 maggio scorso (analogo triste epilogo dell’anno precedente, quando gli stessi Arancioni sconfissero la nostra Under 17 ai rigori nella Finalissima della competizione europea).

Frattesi è una delle certezze del centrocampo azzurro: leadership, personalità e dinamismo le sue principali caratteristiche

Ecco, tolti però Frattesi ed Esposito, come accennato, è proprio la mediana il reparto più funestato dalle assenze (per motivi vari). Difficile sopperire a gente come Zaniolo, Tonali e Melegoni. Una maglia da titolare sembra poter andare così a Colpani, che sta disputando una stagione da incorniciare (come tanti suoi compagni, giusto sottolinearlo) con la Primavera dell’Atalanta, primissima nella Regular Season e seria candidata allo Scudetto di categoria. Tutto da scoprire invece è l’italo tedesco Alberico, nato e cresciuto in terra germanica e affermatosi nelle giovanili dell’Hoffenheim (ma con all’attivo anche esperienze nella corrispettiva Squadra B). Si tratta di un mastino di centrocampo, capace di giocare anche laterale.

In cabina di regia ci si aspetta molto da Salvatore Esposito, che può vantare grande tecnica e visione di gioco

Veniamo così al reparto offensivo, dove indubbiamente la stella risponde al nome di Pinamonti. Il centravanti designato della nostra giovane spedizione, dopo gli assaggi in prima squadra con l’Inter (società dove ha scalato le gerarchie a suon di gol nelle giovanili) ha messo a segno 5 gol nella difficile stagione del Frosinone, terminata con la mesta retrocessione in serie B dei ciociari. Un buon bottino per lui ma soprattutto una acquisita esperienza e la dimostrazione di poter competere a certi livelli al cospetto di navigati difensori. Gli saranno vicini in avanti, assieme o alternandosi, il potente Scamacca e l’agile Capone, proprio come accaduto un anno fa con l’Under 19 (completava un reparto atomico Moise Kean). Entrambi questi giocatori (Scamacca e Capone), pur avendo visto il campo col contagocce quest’anno, sono pronti a prendersi il palcoscenico in maglia azzurra: sono in possesso di conclamate qualità tecniche, oltre a essere dei fedelissimi del mister. Dovranno stare ben attenti però alla forte concorrenza nelle retrovie di Gori e Olivieri, pronti a giocarsi le loro chances per assicurarsi un posto da titolare in attacco.

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Punta di diamante della nostra spedizione è il centravanti Pinamonti, in grado di abbinare al meglio qualità tecniche e fisiche. Dovrà farsi valere in zona gol, come sta già facendo in serie A

Il primo, proprio in extremis di campionato, ha trovato la via del gol con una bella doppietta decisiva per il suo Livorno, dopo che nella prima parte di stagione aveva giocato poco a Foggia, sempre in serie B; il secondo invece si è ritagliato tanto spazio nella Juventus Under 23, primo esperimento di “seconde squadre” tra i professionisti per i club italiani. Il talentino, con un passato nelle giovanili dell’Empoli, ha accumulato minutaggio importante, mostrando oltretutto buoni numeri, anche se non è propriamente efficace in zona gol.

Il tecnico Paolo Nicolato ha tutte le capacità di far rendere al meglio la rosa, avendo già dimostrato di essere un vero e proprio “mago” con i giovani. Io mi appresterò come al solito a fare un gran tifo per gli Azzurrini, convinto della forza e della qualità dei nostri giocatori ma soprattutto dal fatto che da un po’ di tempo abbiamo finalmente imboccato la strada giusta per far rifiorire il calcio italiano, dopo troppi anni bui e carenze di talenti.

In bocca al lupo alla nostra giovane spedizione, sperando di poter fare tanta strada in questo Mondiale Under 20.