Alla scoperta di “Lost in the desert”, secondo album di RosGos

Dietro il nome RosGos si cela l’artista lombardo (di Crema, per l’esattezza) Maurizio Vaiani, che fu attivo alla guida dei Jenny’s Joke negli anni zero, pubblicando tre album di rock obliquo e notturno e suonando in concerto un po’ ovunque.

La voglia di scrivere e di mettersi in gioco non si è mai spenta però in lui e appropriatosi di questo curioso nickname (da un termine dialettale delle valli lombarde) ha dapprima realizzato un album in italiano (“Canzoni nella notte”) per poi tornare ad esprimersi in inglese con questo nuovo “Lost in the desert”, uscito a metà aprile, in piena emergenza Covid-19.

Vale la pena quindi soffermarsi su quest’ ultimo lavoro, anche perché nonostante i buoni propositi, come molti altri pubblicati nel medesimo periodo, giocoforza non ha potuto usufruire della giusta promozione, visto il lockdown cui siamo stati tutti necessariamente sottoposti.

La copertina di “Lost in the desert”, il nuovo album di Maurizio Vaiani, in arte RosGos

Messi da parte gli spunti cantautorali del lavoro precedente, alcuni in ogni caso molto interessanti, bisogna ammettere che RosGos pare sentirsi maggiormente a suo agio nei panni del folk rocker sedotto dall’epica e dalla tradizione musicale americana.

Basta mettersi all’ascolto dell’iniziale “Free to weep”, per immergerci nella giusta atmosfera: il brano, con i suoi tocchi acustici e sognanti ci fa inoltrare in un metaforico viaggio che si alimenta di canzone in canzone, andando a braccetto con il mondo di riferimento dell’autore.

Siamo già così predisposti dopo un solo assaggio ad assistere quindi al viaggio interiore dello stesso Vaiani, che ci viene tradotto in undici tappe che somigliano molto a un cammino disseminato nel deserto, dove si possono incontrare le luci abbaglianti del sole ma anche le fresche ombre notturne.

Nella prima specie vanno annoverate canzoni come la paradigmatica “Standing in the light”, accogliente e ammaliante con i suoi delicati arpeggi di chitarra, la countryeggiante “To daydream” e l’ode elettrica “Mary Ann”, mentre più ispide e urticanti appaiono la dilatata “Lost”, la dimessa “Misery” e l’evocativa “Sparkle”.

Una menzione a parte merita la dolce, sussurrata “Sara”, con la voce del Nostro che sembra provenire da scenari lontani. Ma sarebbe un po’ fuorviante incasellare questo lavoro unicamente alla voce folk, perché in realtà ci sono alcuni episodi dove emerge ancora prepotente l’anima rock, certo memore della lezione a stelle e strisce. Un esempio lampante è dato da “Telephone Song”, il cui solido e vivace arrangiamento mette in luce una vocazione da band, con sezione ritmica incalzante, la chitarra che apre squarci nella nebbia e la voce filtrata ma che emerge piena e forte in superficie.

Non è più un ragazzino Maurizio Vaiani ma questa improvvisa prolificità compositiva è giusto che sia alimentata, seguendo questa indole naturale, che magari non sarà quella che finisce nei piani delle classifiche, ma di certo è in grado di arrivare al cuore dell’ascoltatore, perché appassionata e viscerale.

 

Da Alessandria due nomi nuovi dell’indie pop: Tavo e Benedetta Raina

Il genere indie-pop è attualmente, assieme alla trap, il più sdoganato specie fra i giovanissimi. Ai pionieri che agli inizi del decennio stavano tracciando la strada, è succeduta infatti un’intera nuova generazione che, specie nell’ultimo lustro, ha fatto irruzione nelle classifiche generaliste, conquistando anche le radio e soprattutto un numero sempre crescente di pubblico.

Ovvio, risulta spesso fuorviante inserire tutti nel mucchio ma, come ogni codificazione, a volte diventa non dico necessario ma se non altro utile, approssimare e appiccicare di fatto un’etichetta.

Lo stesso discorso vale a ragione per due nuovi nomi che oggi vi vado a presentare e che possiedono in effetti tutte le caratteristiche per essere definiti indie-pop.

Si tratta di Tavo (vero nome Francesco Taverna) e Benedetta Raina, due artisti giovani, (nel caso della Raina, possiamo a ben dire giovanissima se consideriamo che è nata nel 2001!), che in questi mesi hanno dato alle stampe dei nuovi lavori, rispettivamente “Theia” e “Frammenti”, entrambi degli Ep ben rappresentativi della loro musica.

Tavo e la Raina sono accomunati soprattutto perché tutti e due vengono da Alessandria e per il fatto che i loro album sono usciti sotto l’egida della label “Noize Hills Records”. Le analogie tuttavia terminano qui, vediamo più nel dettaglio il frutto del loro lavoro.

Partiamo dal più vecchio (si fa per dire, essendo un classe ’93), Tavo, che dalla sua può vantare già una discreta esperienza, culminata – oltre che in partecipazioni presso prestigiosi palchi come Tendenze Festival o Arezzo Wave – nell’album d’esordio “Funambolo”, all’insegna di un pop orecchiabile.

Trascorsi due anni Tavo appare nelle intenzioni più ambizioso sin dall’idea che sta alla base di questo “Theia”, il cui titolo suggestivo si riferisce al Pianeta dal cui scontro con la Terra (un bel pò’ di anni fa, circa 4 miliardi e mezzo) ebbe origine la Luna.

Da sempre questo misterioso satellite è fonte d’ispirazione per scrittori e musicisti e anche il giovane alessandrino ne è rimasto attratto, con le canzoni (5 più l’iniziale “L’astronauta” che nella sua brevità delinea il mood dell’intero disco) che rappresentano gli umori dei suoi sentimenti.

I toni rimangono per lo più acustici con la seconda traccia “Il tempo di ballare”, dai forti riferimenti autobiografici, mentre più vivace, con i suoi inserti elettronici, appare “Annabelle”, una canzone d’amore la cui pecca risiede un po’ nel testo in cui compaiono immagini abbastanza stereotipate.

Con “Sott’odio”, Tavo azzarda un arrangiamento in cui sono i fiati a farla da padrone, mentre appare decisamente più compiuta e maggiormente a fuoco “Gange”, che la segue in scaletta. A mio avviso si tratta dell’episodio migliore, forte di una piacevole melodia e di un azzeccato ritornello che ti rimane in testa, prima della chiusura in tono minore con “La notte”.

Un lavoro, a conti fatti, ancora un po’ acerbo, seppur con al suo interno degli spunti interessanti. Da critico il consiglio che mi sento di dargli è quello di puntare più su risvolti biografici (che pure sono presenti a tratti), in modo da far emergere maggiormente la sua personalità, altrimenti il rischio di rimanere sommerso c’è, visto l’ingente numero di cantautori che si muovono su coordinate stilistiche simili.

 

 

Diverso giudizio invece pende sulla cantautrice Benedetta Raina, che con “Frammenti” ci regala appunto dei pezzettini di sè, delle polaroid di una giovanissima donna alle prese quindi con situazioni comuni a tante sue coetanee.

L’apertura è affidata a “Basta” che, pubblicato un anno fa, risulta essere il suo primo singolo in assoluto, mentre la traccia successiva è quella scelta a rappresentare l’intero Ep, essendo in rotazione radiofonica dal primo maggio. I due brani invero si assomigliano molto, almeno musicalmente, anche se “Stata mai” si fa preferire per il testo, piuttosto amaro, che parla della delusione per la fine di un’amicizia. Più interessante mi pare “Mi sveglio col caffè” che rallenta un po’ i toni e ci fa conoscere l’autrice nella sua fragilità.

“Davvero”, anch’esso un brano già edito, mostra un arrangiamento reggae, mentre “Non me ne frega se non ci vedo bene” chiude il mini album in modo riflessivo, affidandosi a una musica elettronica che da pulsante si fa via via più ritmata, finendo però per annacquare le belle intenzioni iniziali.

E’ indubbio, e non potrebbe essere altrimenti, che queste canzoni suonino leggere e senza grosse pretese, ma uno sforzo compositivo in più è da auspicare per il prosieguo della sua carriera, fermo restando che in un panorama attuale caratterizzato da tantissimi interpreti, il fatto che Benedetta si scriva testi e musiche è senz’altro un punto a suo favore e una nota di merito.

Certo, deve affinare maggiormente la sua penna, ma come è ovvio, vita la giovanissima età, ha tutto il tempo davanti per farlo.

 

Una piacevole chiacchierata con Olden, autore con “Prima che sia tardi” di uno dei dischi italiani più belli dell’anno

Ho conosciuto personalmente il cantautore Olden (il cui vero nome è Davide Sellari) nell’ottobre scorso, in quel di Sanremo. Era giunto tra i finalisti nella categoria “miglior album di interprete” e, benché la sua (interessante) rivisitazione di brani anni sessanta (intitolata emblematicamente “A60”) non si fosse aggiudicata la prestigiosa Targa relativa, era riuscito comunque una volta di più a farsi notare e far arrivare la propria musica, anche mediante brevi ma intense esibizioni durante la giornata che andavano a intervallare momenti strutturati come le conferenze stampa della Rassegna del Premio Tenco.

Foto di Flavio Ferri

Io come giurato della manifestazione gli avevo dato fiducia, votandolo con convinzione, e in quel contesto ebbi modo di scambiare qualche chiacchiera con lui (e col suo fido produttore Flavio Ferri, che conoscevo molto meglio per via della sua militanza nei Delta V, band assurta al successo e alla popolarità tra la seconda metà degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio), con la promessa di continuare a seguirlo nel suo nuovo progetto previsto per l’anno a venire.

L’idea che ci facemmo io e mia moglie Mary fu quella di due artisti che credevano moltissimo nel proprio lavoro e che riuscivano a trasmetterti tutta la loro passione.

Quel disco tanto atteso, intitolato “Prima che sia tardi” si è rivelato alla fine davvero notevole, mantenendo di fatto le promesse.

Ne ho scritto per Indie For Bunnies, una delle testate musicali con cui collaboro, ma l’occasione è diventata propizia per scambiare qualche chiacchiera a proposito del disco e più generalmente sulla sua musica e sul significato che questa ricopre.

Lui perugino di nascita da tempo vive in Spagna, catalano ormai d’adozione, e alla fine ci si è accordati per sentirci via whatsapp: nonostante l’insolito espediente (almeno per me), quel che ne è uscita è un’intervista ricca di contenuti in cui in modo molto naturale e spontaneo ci si è aperti su molti argomenti, bevendoci su fra l’altro una birra (seppur a distanza).

“Ciao Davide, come prima cosa vorrei chiederti dove ti trovi in questo momento e com’è la situazione dalle tue parti. Come stai? Lo so, sembra la classica domanda rompighiaccio ma in periodi come questo assume il suo reale significato.

“Ciao Gianni, in questo momento sono a Barcellona che è casa mia ormai da undici anni; sono nel mio appartamento qui vicino al mare, siamo chiusi ormai da due mesi. Purtroppo a Barcellona ancora non si è avanzati dalla fase 1, che è quella dove si riapre qualche bar coi tavolini fuori, un momento di socialità che è ora che torni presto perché mi manca ed è una cosa a cui sono un po’ abituato. La frustrazione ormai è un po’ cronica, è diventata meno acuta ma spero che finisca presto perché non è molto produttiva. Non sono uno di quegli artisti che in questo periodo stanno scrivendo. Sto provando a scrivere ma con grande difficoltà, ho bisogno di prendere l’aria, di vedere un po’ la strada, di sporcarmi i piedi e le mani, altrimenti non so se riuscirò a creare cose nuove, insomma. La situazione è un po’ questa, poi la differenza va da città a città, da Regione a Regione, noi siamo quelli un po’ indietro insieme a Madrid”.

“So che abiti da tanti anni in Spagna, a Barcellona per l’esattezza. Nella mia recensione (lusinghiera, questo te lo posso anticipare, io non mi sbilancio mai con i 10 ma 8, 8/5 per me sono già voti altissimi), ho scritto magari in maniera azzardata che la tua formazione musicale, anche se era iniziata ovviamente in Italia, si è sviluppata principalmente in Spagna attraverso il contatto che hai avuto con alcune istanze del luogo, non soltanto dal punto di vista ambientale ma anche sociale (che non significa necessariamente per la tua vicinanza alla Catalogna e tutto quello che sappiamo riguardo il movimento per l’autonomia). E’in Spagna che sei venuto in contatto con certo tipo di musica che poi ha indirizzato i tuoi gusti e il tuo modo di comporre, giusto? Se non è così, puoi spiegarmi meglio?”

“Intanto grazie per il voto, io più di 8 non l’ho mai preso, quindi per me 8 è già 10! Sono contento perché quando il disco fa centro è sempre una soddisfazione, poi essendo un album anche abbastanza atipico mi fa molto piacere. Guarda, la mia carriera solista è cominciata in Spagna, il mio primo disco l’ho fatto nel 2011 con un’etichetta catalana che era Daruma Records; quindi sono entrato in contatto con questo produttore: Marc Molas (molto giovane che aveva e ha ancora un’etichetta), il quale dopo aver sentito i miei provini produsse il mio primo disco, in inglese. Dopodichè si è sviluppata la mia carriera, anche se io venivo già da parecchi anni di gavetta come cantante di varie band a Perugia: la prima band si chiamava “Roarrr”, la seconda “Zonaplayd” (con citazione di “Balle Spaziali” per chi è fan di questi film) e infine i “Figli di John”, più o meno mantenendo la stessa formazione con qualche cambio. Quindi ho scritto le mie prime canzoni in Italia quando avevo tipo 16/17 anni, diciamo forse anche 18, Olden in pratica è nato tra l’Italia e la Spagna, durante il mio viaggio in questa transizione mi sono trasformato e sono entrato in contatto qua non tanto con la musica locale, quanto con delle persone che mi hanno permesso di conoscere nuovi ambiti. Uno dei casi più importanti è stato incontrare Sergio Sacchi del Club Tenco, attraverso Steven Forti, che ora fa parte anch’egli del Tenco ma è prima di tutto uno storico e appassionato di musica. Forti faceva un programma radiofonico a Barcellona per italiani, dove mi ha invitato, così ci siamo conosciuti e gli ho fatto sentire le mie cose. Ricordo che a quei tempi Sergio Sacchi (che ancora non credo fosse direttore artistico del Tenco ma solo presente nel Direttivo) aveva ascoltato le mie cose, gli era piaciuto molto la mia voce e mi disse: “Ma perché non canti in italiano?”: era curioso di sentire come scrivevo.

Questa cosa un po’ mi ha stimolato, già avevo voglia di tornare a scrivere in italiano perché è quello che avevo fatto sempre in Italia – questo episodio in inglese era stato uno spartiacque, una pausa –  e da lì ho ricominciato a scrivere nella mia lingua, ho fatto il mio primo disco poi ne sono usciti altri tre (questo che è appena uscito è il quinto). Quindi sicuramente l’atmosfera e l’ambiente di Barcellona anche inconsciamente qualcosa mi hanno lasciato, ma musicalmente forse meno di quanto si possa immaginare perché comunque sono rimasto fedele ai miei mondi e ai miei gusti: il rock britannico soprattutto, la musica d’autore italiana, nonostante abbia potuto negli anni conoscere delle cose nuove, anche in catalano, che mi hanno sicuramente lasciato dei segni”.

(Grande la citazione di “Balle Spaziali”, l’avevo visto che ero poco più che un bambino!)

“Tornando alla domanda precedente, mi riferivo non esclusivamente al fatto che tu fossi stato influenzato dalla musica spagnola in sè; sapevo però che avevi avuto modo di partecipare al programma di Steven Forti e intendevo dire che in Spagna eri stato coinvolto per la prima volta in qualche progetto legato alla canzone d’autore: avevi interpretato Leo Ferré, anche De Andrè e quindi in qualche modo eri entrato in contatto diretto con quel tipo di musica.

“In quel senso hai ragione riferendoti al mio incontro con le realtà locali, perché io comunque – sempre tramite Steven che è stato veramente cruciale – ho partecipato a degli spettacoli di Barna Sants (una sorta di Tenco catalano), un Festival sulla musica d’autore. Avevamo fatto anche uno spettacolo scritto da Sergio Sacchi e da Joan Isaac sulla storia dell’Anarchia (e tra l’altro venimmo anche al Casinò di Sanremo; poi a Carrara al Primo Maggio facemmo un concerto della Cgil con gente come Staino e Guccini presenti). Si chiamava “Canzoni d’Amore e d’Anarchia” ed era molto bello, erano presenti canzoni anche in catalano, in spagnolo, in tutte le lingue; poi ho preso parte anche a un disco, sempre di Barna Santz (“Cuba Va”) stavolta dedicato a Cuba e alla Rivoluzione Cubana, insieme a cantanti sia cubani che spagnoli. Anche in quell’occasione cantai in catalano e in spagnolo, c’è anche la mia versione di “Cohiba” di Daniele Silvestri tra l’altro. Quindi sì, direi che in effetti ho preso parte a diversi spettacoli qui a Barcellona, con esperienze spesso legate al Tenco, a “Cose di Amilcare”(l’Associazione di Steven Forti e di Sergio Sacchi), la costola catalana del Tenco, il Barna Sants, dove sono entrato in contatto con artisti locali”.

Foto di Flavio Ferri

“Venendo alla tua musica, io ti avevo conosciuto con il tuo album precedente ad “A60”. Era già un bel disco secondo me, ma meno a fuoco rispetto a quello già citato candidato alla Targa Tenco e molto diverso da quello che ci hai presentato in questo 2020. Già “A60” aveva delle buone premesse, perché sembrava un album “tuo”, nonostante contenesse solo cover. Tante volte i dischi di interprete sono più o meno fedeli agli originali, oppure cambiano con risultati modesti o quantomeno azzardati. Nel tuo caso invece, sembrava come detto proprio un disco personale, un po’ perchè forse le canzoni scelte non erano poi così note, ma soprattutto perché sei riuscito a far trasparire la tua anima musicale.

Adesso tutto questo si è ampliato in un disco come “Prima che sia tardi”, volevo chiederti: da dove è partita l’idea che sta alla base del lavoro?

Non è da tutti realizzare un album che (come ho definito nella recensione), parla di una realtà distopica ma non troppo in fondo: è una realtà sinistra quella che descrivi ma che è un po’ lo specchio, la paura di quello che ci vediamo davanti quando sentiamo parlare alcuni esponenti politici. Tu hai fatto riferimento a una proiezione scurissima della realtà odierna, oppure volevi fare un disco che andasse in qualche modo a trasfigurare l’Olocausto, il Nazismo? Perchè io nelle canzoni ci rivedo molto quel periodo lì, nei “Quartieri di Lavoro”, nella figura del dittatore…”

“Parlando dei miei dischi, “Ci hanno fregato tutto”, quello a cui ti riferisci, è un lavoro che secondo me è venuto bene a metà, perché segna temporaneamente la fine di un collegamento ad un mondo più pop, o per lo meno pop rock; lì ci sono degli episodi del quale non sono neanche tanto contento (tipo “Gianni”, proprio quello che porta il tuo nome, non è uscito fuori come volevo) e da allora ho voluto appunto staccarmi dal contesto pop (anche se i testi cercavano già allora di essere poco pop, con dei contenuti non solo di evasione ma anche di riflessione) e l’incontro con Flavio Ferri (il mio produttore a partire dal successivo “A60”) è stato molto importante, direi fondamentale, perché anche con le sue critiche, l’idea che aveva di quel disco, mi ha fatto capire tante cose: che non bisognava giocare sul sicuro ma che dovevamo provare a rischiare. Disse che avrei dovuto provare a valorizzare diversi aspetti, come ad esempio la mia voce, senza riempire il disco di troppi suoni, e renderlo invece minimale. Voleva mettere in luce soprattutto la voce, la melodia e i testi.

Il progetto sul nuovo disco è venuto dopo una chiacchierata con lui in un bar e dopo un po’ di birre, quando lui mi ha suggerito: “trova un’idea, pensa a qualcosa, raccontiamo una storia!”. Sembra una banalità ma quella conversazione mi ha fatto scattare la voglia di mettermi a scrivere come veramente non avevo mai fatto prima; buttai giù così una sorta di romanzo (una sessantina di pagina), dove ho creato poi questa storia che ascoltate nel disco. Ed è stato facile trovare l’ispirazione, perché in quel periodo, in Italia (ma non solo) si stava assistendo sempre di più a un certo ritorno di politiche populiste e che in certi casi, diciamolo, ricordano dei regimi passati, neo fascisti (anche se ovviamente non siamo arrivati a quello in Italia). Sappiamo ad esempio quello che succede in Turchia, pensiamo inoltre a personaggi come Bolsonaro e Trump, che non saranno neo fascisti ma comunque calcano certe ideologie populiste che spesso sfociano nella xenofobia e nell’intolleranza, lo abbiamo visto purtroppo in tanti casi.

In quel periodo non ne potevo proprio più di assistere a questo spettacolo indegno dei “pollai social” nei quali si sfogava tutta la rabbia e la frustrazione di persone che giravano intorno soprattutto a Matteo Salvini. Mi è venuto una sorta di rigurgito di questa destra italiana populista che sull’immigrazione ci ha lucrato e ci campa da anni, tanto che in tempi non sospetti dicevo ai miei amici italiani: “ma vi rendete conto che in Italia si parla solo di immigrazione, solo di stranieri?”. Da molti anni stanno preparando questo tipo di politica. Leggere tanti commenti di odio, vedere – anche se da lontano – tanta superficialità in giro nelle persone, mi ha portato a creare una reazione interna che poi è scaturita nella scrittura di questa storia. E’ un disco dedicato alla libertà e all’uguaglianza, che va contro ogni tipo di intolleranza. Racconto nel disco una dittatura, tu dici che è distopica ma in realtà non è appunto così lontana dalla realtà, infatti spesso la definisco una realtà parallela o comunque purtroppo prossima, ed è anche un modo quindi per “avvisare”: “Prima che sia tardi” intende proprio quello, avvisare che il passato nero può tornare, ed è compito anche degli artisti trasmettere dei messaggi che non siano solo di intrattenimento. Conte dice che lo facciamo divertire, e forse ha anche ragione, perché molti artisti si sono dimenticati che la musica oltre che intrattenimento può essere molto di più, è anche contenuto”.

(In effetti è un’analisi molto lucida. E’un pericolo reale quello che Olden descrive o ipotizza nelle sue canzoni, seppur in modo allegorico, anche se avevo intuito ci fosse da parte sua piena consapevolezza e non fosse soltanto una profezia… come in quei film tipo “Contagion” che visto oggi mette i brividi).

“Il tuo non è un messaggio profetico, almeno mi auguro, è più un monito reale che ci stai dando con la tua musica: prima che sia tardi, cerchiamo tutti di drizzare le antenne.  L’uscita di Conte è stata molto infelice ma è un po’ lo specchio dei tempi, perché purtroppo per l’ascoltatore occasionale o distratto, sembra che ci siano spazi ridottissimi per la canzone con dei contenuti.

Tu con il tuo disco sei riuscito benissimo in questo, e un tempo album del genere riuscivano ad arrivare ai primi posti in classifica. Adesso non è più così e io non sono sicuro che un disco seppur dal valore intrinseco come il tuo, possa ottenere il successo che spettava ai grandi cantautori negli anni 70, però mi auguro che tu abbia un riconoscimento giusto in quelle sedi competenti, perché oltre ad avere un’idea tu ci hai sommato una grande qualità proprio dal punto di vista musicale.

Ci sono canzoni che, chiaramente, vanno seguite dalla prima all’ultima (mai come in questo disco, perchè c’è un continuum seguendo il viaggio della protagonista Zahira e del suo amico che l’aiuta a distanza), però diciamo che tu hai saputo nei momenti topici del racconto valorizzarli al massimo con degli spunti degni dello spessore delle liriche. “Aquilone” ad esempio, uno dei momenti importanti del racconto, è accompagnato da una canzone che spicca (non a caso primo singolo), però mi viene in mente anche “Mare tranquillo”, una canzone che mi ha colpito molto, oppure “Il clown” che sinceramente è il brano che più fa emozionare. Come sei riuscito ad adattare in questo caso le parole alla musica? E’ stato difficile, visto che è la prima volta che ti cimentavi in un concept album, oppure ti è venuto naturale creare quel climax giusto in base alle diverse fasi del racconto?”

“Gli spazi per la musica con dei contenuti non sono molti però ci sono, ma soprattutto confido che forse, dopo quello che è successo, ci siamo finalmente resi conto delle cose importanti. Ci sono due futuri che io vedo, che ipotizzo: o dopo questa epidemia, dopo questo momento terribile, si ritorna a una sorta di anni 60 nel quale c’era bisogno di evasione e di divertimento ancora più frivolo (e non solo ovviamente, perchè poi gli anni 60 hanno creato cose meravigliose, c’era una grande gioia, un’esplosione di vitalità), oppure ci si renderà conto che il sistema capitalista e un certo tipo di consumismo e di edonismo forse è il momento che si fermino, perchè ci stiamo rendendo conto che le cose importanti sono ben altre. Io auspico un ritorno ai contenuti, spero ci sia la voglia di riassaporare cose più concrete, più vere, con più sostanza.

Riguardo la musica del disco, stavolta ho scritto prima di tutto le parole, quindi dopo il romanzo ho adattato i testi e di giorno in giorno li mandavo a Flavio che poi mi dava un parere. Mi diceva cose tipo: “questo sviluppalo, questo è bello, questo è brutto, qui lavoraci di più…”. Io gli ho dato retta quasi sempre perché di lui mi fido molto, perché mi ha capito profondamente e questa è una grande fortuna. Mi ha permesso di scegliere una decina di testi, sul quale poi ho iniziato a scrivere delle musiche. Le ho scritte in casa e poi in studio con Flavio ci abbiamo lavorato; lui le ha arrangiate soprattutto, io ho dato qualche idea ma ho lasciato spazio a Flavio perché ha delle idee molto belle, molto giuste: lui capisce come valorizzare le cose (non solo con me ma con tutti i quali lavora) e quindi in fondo è stato abbastanza facile devo dire arrivare al prodotto finito, perché le musiche e le melodie poi mi sono venute abbastanza velocemente e per l’arrangiamento,come detto, Flavio ha dato un contributo veramente importante. E poi ci tengo a ricordare anche l’apporto musicale di Ulrich Sandner, chitarrista che ha impreziosito con delle idee il lavoro”.

“Non sapevo che gran parte del merito dell’arrangiamento fosse di Flavio, pensavo avesse svolto più un ruolo da produttore. Io lo apprezzo da sempre nei suoi dischi con i Delta V e credo sinceramente sia una fortuna quando un artista trova un produttore che diventa qualcosa di più di un produttore, una persona davvero fidata. Mi sembra di capire che lui sia uno che vuole il bene dell’artista, una cosa che non è sempre così scontata quando si comincia a lavorare, invece voi avete creato un bel binomio e credo che ci sarà soltanto da guadagnarci, vista anche la sua grande esperienza”.

“Flavio è un pezzo importante di Olden, è ormai parte integrante, non riesco neanche a chiamarlo produttore perché è prima di tutto un amico, una persona che mi vuole bene e mi stima, e che a dispetto di quello che sembra è una persona che si commuove quando riceve bellezza, quando sente qualcosa che ritiene bello. A me è servito molto perché, come dici tu, lui vuole il bene dell’artista o quanto meno vuole che l’artista tiri fuori quello che è. Se questi non ha niente da dire, lui te lo ribadisce senza mezzi termini; se sente invece che tu hai qualcosa da dire cerca di farti capire come dirlo, e questo è veramente preziosissimo, senza mai secondi fini ma solo appunto per la bellezza”.

“Prima avevo fatto riferimento a “Il Clown” ma anche “Non tu, noi” è una canzone che mi piace tanto e la prima volta che l’ho sentita mi ha emozionato. Ne “Il Clown” lì si arriva in pratica al compimento, alla fine del Regime, però non è una canzone di rivalsa, di rabbia: questo mi ha colpito molto, perché sembra quasi il Popolo essere compassionevole nei confronti del dittatore, o meglio non va a infierire, tanto che il dittatore, l’Oca Nera, si è ormai ridicolizzato da solo. Insomma, il popolo anziché schiumare ancora rabbia, preferisce lasciarsi alle spalle il brutto periodo e guardare già avanti, pensando finalmente a un nuovo futuro. Mi è piaciuta tantissimo questa cosa ma non so se è una chiave di lettura giusta, dimmi tu”.

“Sì, dici bene, il clown è esattamente questo, è una canzone che vuole sostanzialmente svelare, togliere la maschera al dittatore che in realtà è un buffone, perché ne abbiamo avuto esempi nel passato, no? E’ banalissimo forse citare Hitler o Mussolini ma il discorso se vogliamo vale anche per Stalin: erano personaggi che sembravano delle caricature, tu li vedi adesso nei loro comizi ed erano sommamente ridicoli, nella loro foga, nella loro retorica assurda. Sono delle persone che fondamentalmente nascondono qualcosa di tragico e di ridicolo allo stesso tempo, sono personaggi grotteschi. Quindi non è necessario infierire, soprattutto se chi condanna quel tipo di persona si ritiene differente. Infierire è comunque sempre un atto violento: condannare la violenza con la violenza sarebbe poco coerente. Il senso è allora: “si lasci pure il clown al proprio destino”, che poi in realtà quello che fa è praticamente uccidersi, ciò che dice la canzone. Il problema è che questo succede sempre dopo aver lasciato morti e tragedie alle proprie spalle. “Non tu, noi” è invece una delle poche canzoni prettamente non politiche, è molto personale nel raccontare un sentimento, che ci voleva in quel preciso momento del disco, dove lui scrive a Zahira dicendole che le manca, le manca quello che sono, non tanto lei (ovviamente è una provocazione dialettica) ma quello che sono loro insieme”.

“La nostra lunga chiacchierata è giunta al termine, vorrei chiudere chiedendoti quali sono le tue prospettive. Un po’ mi hai risposto prima ma mi piacerebbe sapere quali sono le tue aspettative personali su questo lavoro. Cosa ti aspetti da questo disco, Covid 19 permettendo?” 

“Questo disco come dici tu purtroppo è stato bloccato quasi sul nascere, a causa di questo terribile virus. Noi siamo riusciti a fare la presentazione, la conferenza stampa a Milano e dei concerti tra gennaio e febbraio. Siamo arrivati a un po’ di persone, anche fra gli addetti ai lavori e ad aprile maggio saremmo dovuti tornare probabilmente con un numero ancora più importante di date, perché come dico sempre questo è un disco che va raccontato direttamente. Le persone andrebbero prese una per una e “costrette” in un certo senso ad ascoltarlo, perché solo se ti permetti di accostarti ad esso in una certa maniera, di essere immerso in una particolare atmosfera e di seguirlo attentamente, puoi coglierne l’essenza, sennò probabilmente rischia di sfuggire. Quindi il fatto che siano mancati i live è stata una grande pecca, perché avremmo potuto raccontarlo veramente bene alla gente.

In quei pochi live eseguiti, ho visto che la reazione del pubblico è stata molto emotiva, si notava che la gente presente ai concerti era molto colpita ed era rimasta intrigata dalla storia. Il messaggio del disco era arrivato! In questo mondo, in questa società di oggi, dove tutto è rapidissimo, tutto è veloce e quasi tutto virtuale, oggi che al momento mancano anche i contatti reali purtroppo è un problema. Ma sono fiducioso, perché convinto che con “Prima che sia tardi” abbiamo fatto una cosa bella e sincera, che verranno fuori sempre più persone che lo ascolteranno e lo apprezzeranno. Per il futuro speriamo di riprendere qualche live se possibile da qui a fine anno, sto provando a scrivere delle cose nuove che potrebbero essere anche collegate a questo disco, perché forse non ho ancora detto tutto”.

PS –  Comunque la canzone “Gianni” mi aveva colpito molto, non ci sono poi molte canzoni col mio nome… è famosa “Gianna” di Rino Gaetano ma non è proprio la stessa cosa! Non mi riconoscevo ovviamente nel tuo pezzo, per come lo descrivi, però era un brano con un ritmo particolare. E’chiaro che sembra lontanissimo da quello che stai facendo adesso, direi che sei molto maturato come autore e credo sinceramente che sia questa la tua strada”.

“Chiudiamo volentieri con “Gianni” allora e torniamo un po’ indietro nel tempo. Devo dire che mi piace il testo di questa canzone, perché credo abbia un’ironia bastarda. Testo che in realtà è serio, ironico, dove descrivo un personaggio squallido che condanno. Il problema è che poi è risultata una canzone allegra e spensierata, l’ascoltatore medio magari nemmeno ci fa caso a qual è il vero senso della canzone. Non la rinnego ma forse l’arrangiamento, come è venuta fuori nell’insieme, non mi convince più ed ora non farei mai una cosa del genere.”

Credo sinceramente che possa dormire sonni tranquilli, dubito infatti che alla luce di questo lavoro ci sia qualcuno che ancora fraintenda le sue reali intenzioni: Olden adesso fa sul serio e ha tutte le carte in regole per durare a lungo.

 

12 maggio 1985: 35 anni fa il Verona di Bagnoli divenne Campione d’Italia

Il 12 maggio 1985 è una data impressa nella memoria per la gente di Verona: quel giorno l’Hellas Verona di Osvaldo Bagnoli vinceva lo scudetto con pieno merito dopo una lunga volata in testa alla classifica dalla prima all’ultima giornata.

Il primo scudetto di una storia ormai ultracentenaria, e che probabilmente rimarrà l’unico, considerando come ai giorni nostri la forza economica dei club sia oltremodo decisiva per affermarsi ai più alti livelli.

La rosa gialloblu vincitrice dello storico scudetto nel campionato 1984/85
(foto tratta dal sito Il Nobile Calcio.it)

Uno scudetto, quello gialloblu, la cui portata storica parve subito evidente anche in presa diretta, giacchè era dai tempi del Cagliari di Gigi Riva che una provinciale non osava innalzarsi così tanto, fino a invertire una rotta che aveva visto negli ultimi anni far approdare il campionato sempre dalle parti delle grandi metropoli.

Quel giorno lontano al Verona basto’ strappare un pareggio a Bergamo sul campo dell’Atalanta (1-1 il risultato finale) per poter fregiarsi del prestigioso titolo italiano con un turno d’anticipo. I festeggiamenti si protrassero giustamente a lungo, raggiungendo l’apice sette giorni più tardi, in occasione della gara conclusiva davanti al proprio pubblico, in un Bentegodi da pelle d’oca. Non era un sogno: la piccola realtà scaligera aveva veramente messo in fila le migliori squadre della serie A!

Eppure quel risultato straordinario fu tutto tranne che frutto del caso, visto che già da due anni la squadra veneta riusciva a insediare le big del nostro calcio, con dei piazzamenti assolutamente ragguardevoli, specie considerando che sino alla stagione 1981/82 i Nostri ancora militavano nella serie cadetta.

E fu proprio in quel campionato, culminato con una fantastica promozione, che si gettarono le basi per il clamoroso exploit dello scudetto targato 1985. Molti di quei giocatori saranno infatti poi altrettanto protagonisti tre anni dopo, trainati da un allenatore che il mondo del pallone aveva imparato a conoscere, e con lui i suoi comportamenti da antidivo.

Il Verona alla vigilia del campionato 1984/85 non partiva con i favori dei pronostici ma il quarto posto del campionato 1982/83 (condito da uno splendido girone d’andata giocato ad armi pari con le capolista, per di più appunto da matricola), il sesto dell’anno successivo, e soprattutto la Coppa Italia sfumata due volte in finale e il bel cammino in Coppa Uefa terminato ai sedicesimi, ne facevano un’ideale outsider.

Per di più la società del patron Ferdinando Chiampan, presieduta da Celestino Guidotti, in cui l’ex bandiera gialloblu Mascetti fungeva da braccio destro del mister, si era mossa nel migliore dei modi in fase di calciomercato, regalando a Bagnoli – già “Mago della Bovisa”, ribattezzato poi Schopenauer da Gianni Brera, un suo grande estimatore – alcuni giocatori di caratura internazionale che si rivelarono poi tasselli fondamentali del mosaico vincente gialloblu. Si trattava del terzino sinistro tedesco Hans Peter Briegel e dell’attaccante danese Preben Elkjaer-Larsen, entrambi uomini di punta delle rispettive nazionali e che andavano a colmare quelle lacune, soprattutto sul piano fisico, emerse l’anno precedente.

L’allenatore Osvaldo Bagnoli, autentico artefice del “Miracolo Verona”, portato in trionfo dai suoi ragazzi
(foto tratta da Calcio – Fanpage)

Il telaio della squadra era già solido, i calciatori si conoscevano bene e sembravano giocare ad occhi chiusi, tali erano collaudati i dettami tattici di Bagnoli, il quale ogni volta si sminuiva sostenendo quanto il calcio fosse in realtà un gioco semplice e si trattasse in pratica solo di mettere tutti nelle condizioni di poter esprimere il proprio potenziale tecnico nel migliore dei modi… già, come fosse facile!

Invece andò proprio così, ognuno sapeva cosa fare e come muoversi in campo, e in pochi passaggi il gioco, spesso iniziato da capitan Tricella, uno dei liberi dai piedi buoni più forti d’Italia, degno erede dei forti difensori azzurri, e smistato dal raffinato regista Antonio Di Gennaro veniva poi accelerato d’improvviso grazie alle frecce Piero Fanna e il già citato Elkjaer, abile quest’ultimo anche a finalizzare assieme al partner d’attacco, il suo complementare Nanu Galderisi, grande promessa dei tempi della Juventus con cui già aveva vinto due scudetti. Quante azioni condotte magistralmente in questa maniera sono poi culminate con il gol!

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Io bimbo emozionato con uno dei miei idoli: Piero Fanna, oltre che un campione, una grande persona

Uno dei segreti del Verona fu quello di essersi affidati in fase di costruzione della rosa a giocatori spesso provenienti dai grandi club ma che per varie ragioni non erano stati in grado di affermarvisi pienamente: valeva appunto per Galderisi, come per i già citati Tricella, Fanna e Di Gennaro (simboli assoluti del trionfo gialloblu) ma anche per il forte terzino Luciano Marangon, gli ex viola Sacchetti e Bruni o il portiere Garella.

Altri elementi invece magari non attiravano titoli dei giornali ma si erano dimostrati negli anni affidabili al 100% e perfettamente funzionali allo scacchiere gialloblu: alludo al “vecchio” Domenico Volpati, vero jolly capace di disimpegnarsi indistintamente in difesa come a centrocampo, al terzino Mauro Ferroni e allo stopper Silvano Fontolan.

Tutti insieme questi giocatori divennero il “capolavoro” di Bagnoli!

Il mister fu un maestro nel capire come far rendere al meglio la sua squadra, per sfruttarne appieno il talento: volle inoltre da subito dei giocatori polivalenti, abili a giostrare in più porzioni di campo. A tal proposito una delle sue prime e più felici intuizioni fu quella di cambiare ruolo ad esempio al campione Briegel, sia perchè a sinistra in difesa viaggiava già alla grande Marangon, sia perchè da interno di centrocampo poteva far valere tutta la sua strabordante potenza fisica e atletica. Pronti, via e il tedesco si incollò –  da consegna –  al suo esordio in campionato allo spauracchio Maradona, il miglior giocatore del pianeta, giunto proprio in quella stagione in Italia per giocare (e vincere, ma lo avrebbe fatto più tardi!) nel Napoli.  Poi però non abbandonò più quella posizione, prese possesso del campo divenendo spesso micidiale sotto porta (furono ben 9 i suoi gol a referto a fine stagione, alcuni di ottima fattura oltre che preziosissimi ai fini del risultato).

Un altro calciatore che beneficiò non poco della mano di Bagnoli fu senz’altro il tornante Piero Fanna, che più volte negli anni ha manifestato gratitudine nei suoi confronti per averlo “liberato” da tanti compiti tattici, in modo che potesse far sprigionare tutta la sua fantasia. A fine campionato proprio Fanna fu giudicato il miglior calciatore di tutto il campionato, un fantasista imprendibile che toccò il suo apogeo proprio a Verona, contesto nel quale seppe esprimersi in tutte le sue innegabili qualità tecniche, soffrendo invece non poco le pressioni nelle grandi piazze.

Preben Elkjaer-Larsen e Hans-Peter Briegel si rivelarono autentici campioni, fondamentali nello scacchiere gialloblu
(Foto Pinterest)

Ho già citato l’importanza anche dell’altro straniero, il danese Preben Elkjaer; all’epoca se ne potevano tesserare solo due e capirete anche voi come fosse fondamentale non sbagliare l’acquisto… beh, l’attaccante scandinavo, il vichingo gialloblu ci mise qualcosa come 10 secondi per entrare in sintonia con la squadra, con la piazza, con la città intera, fino a contendere il ruolo di beniamino del popolo veronese all’altra autentica icona da queste parti, il mitico Gianfranco Zigoni!

Scherzi a parte, e limitandoci ai risultati sul campo, che possiamo dire del danese? Fu devastante, un satanasso delle aree avversarie, un contropiedista nato ma che sarebbe ingeneroso incasellarlo solo a quella voce, perchè Elkjaer fu molto di più: era un attaccante completo, tra i migliori in ambito europeo della sua epoca (non vinse il Pallone d’Oro per un soffio, giungendo terzo nel 1984 dopo un ottimo Europeo e secondo dietro Platini l’anno successivo, quello appunto dello Scudetto). Nella memoria collettiva rimane il famoso gol senza scarpa alla Juventus in un Bentegodi gremito all’inverosimile (come sempre in quella splendida stagione), in quella dei tifosi invece rimangono miriadi di ricordi e aneddoti non solo legati al rettangolo verde.

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Lo Stadio Bentegodi di Verona gremito in ogni ordine di posto per la Festa dello scudetto

In tempi molto differenti da quelli attuali, dove ogni club è formato da organici extra large, fece comunque notizia che il Verona riuscì a imporsi su tutte le rivali schierando in tutto solo 17 giocatori. Il cerchio si restringe ulteriormente comprendendo fra questi anche il secondo portiere Spuri che in pratica giocò solo 10 minuti in tutto il campionato e il giovane Fabio Marangon, fratello minore di Luciano; più presenti invece fra i rincalzi furono il difensore Donà e l’attaccante esterno Turchetta, assai preziosi nei momenti in cui i titolari del ruolo erano alle prese con degli infortuni.

La storica prima pagina della Gazzetta dello Sport all’indomani della conquista dello scudetto da parte del Verona (Foto tratta da Hellas Live)

Chiunque abbia vissuto quel campionato, che fosse un tifoso o un semplice appassionato di calcio, non può certo aver dimenticato il Verona Campione d’Italia!

Il torneo 1984/85 fu quello dei grandi big stranieri (i vari Platini, Zico, Dirceu, Rummenigge, Socrates e chi più ne ha più ne metta), della miglior generazioni di talenti nostrani, che solo tre anni prima si erano aggiudicati uno straordinario Mondiale e viene ricordato (però erroneamente) come l’unico col sorteggio arbitrale integrale. In fondo meglio così, vuol dire che il Verona vinse anche in condizioni “normali” in cui solitamente esiste la cosiddetta sudditanza psicologica… Insomma, tagliamo la testa al toro, vinse perchè era la squadra più forte!

Un’impresa oltretutto irripetibile: nessun’altra provinciale, non volendo così considerare la super Sampdoria scudettata nel 1990/91, è mai più riuscita a fregiarsi del titolo di campione d’Italia e a dirla tutta, visto che Cagliari è (come Genova) capoluogo di Regione, per tornare all’ultima città solo capoluogo di provincia vincitrice del campionato bisogna risalire addirittura all’epopea della Pro Vercelli, che nel 1921/22 vinse l’ultimo dei suoi sette clamorosi scudetti (quell’anno si aggiudicò il titolo anche la Novese, in quanto c’erano due competizioni ufficiali; inoltre non ho tenuto conto dell’exploit dei Vigili del Fuoco di La Spezia vincitori di un torneo in tempi di guerra nel 1944, in quanto non fu quello un campionato riconosciuto)

35 anni sono passati dall’affermazione del Verona… io ero solo un bimbo di 8 anni in fondo ma, potete pure non credermi, se chiudo gli occhi mi tornano alla mente tutte le immagini di quel periodo: le partite (andavo sempre allo stadio con mio papà Vincenzo e mio zio Daniele, che all’epoca gestivano un grande calcio club), le trasferte, le tante innumerevoli emozioni, le cene con i giocatori quando venivano in visita alle serate del calcio club (ho diverse foto con i protagonisti: Tricella, Fanna, Galderisi, Garella…), io che ero un po’ la mascotte e in pulmann prendevo il microfono, aggiornavo in tempo reale le classifiche ed ogni volta era un vero tripudio!

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Io felicissimo in mezzo a capitan Tricella e Nanu Galderisi. Dietro di noi mio padre Vincenzo, all’epoca Presidente del Calcio Club di Menà Vallestrema

Ricordi incancellabili, non ho remore nel definirli tra i più belli e intensi della mia infanzia.

Credo sinceramente che vincere uno scudetto per una “piccola” sia ben diverso rispetto a quelle squadre “abituate” a farlo negli anni… e io mi ritengo davvero fortunato ad aver vissuto da vicino quella splendida stagione!

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Tre grandi campioni dello scudetto gialloblu, Tricella, Galderisi e Fanna, tagliano la torta a una cena del Calcio Club. C’era un clima di grande festa attorno a quella mitica squadra capace di far sognare l’intera città di Verona

Nel giorno del mio compleanno vi regalo un po’ della musica che amo

Oggi è il mio compleanno, compio 43 anni!

Possono essere tanti come pochi, io non mi lamento e mi sento tutto sommato ancora giovane, sia nella mente che nel corpo 🙂

Sono a casa, riprenderò al lavoro domani, e così mi godo questa giornata in compagnia dei miei cari. Certo, i festeggiamenti saranno quest’anno per forza di cose in tono minore, vista la situazione nota che non ci consente tanto di muoverci e trovarci tutti insieme ma per fortuna l’affetto non mi manca e sono stati già in molti a donarmi un pensiero e un augurio in questo giorno speciale.

Ovviamente mia moglie qualcosa avrà pensato e per una volta è riuscita a non anticiparmi nulla riguardo sorprese e quant’altro… scherzi a parte, in questo momento per me è importante essere vicino a lei, visto che negli ultimi tempi ci siamo anche dovuti allontanare perchè il coronavirus si è messo di mezzo… non per fortuna nel senso che uno di noi si fosse ammalato, ma perchè lei tuttora lavora in ospedale in un reparto covid e io per la mia patologia (sono affetto da les come scritto ieri in un lungo post) ero a rischio a causa delle mie scarse difese immunitarie.

Adesso la situazione sta migliorando e quindi siamo tornati a vivere nella nostra casa, questa è la cosa più importante!

Dicevo, approfitto di un momento libero per ascoltarmi (e condividere con voi lettori) alcune delle canzoni che hanno significato tanto per la mia vita e che continuano ad accompagnarmi. Non forse le mie preferite in assoluto – come sapete sono un grande appassionato di musica e ne ascolto davvero tanta sia per dovere (scrivo per siti e riviste) che (soprattutto) per piacere – ma di certo tutte molto importanti per me.

Ecco quindi una veloce carrellata di 10 canzoni straniere e 10 italiane.

Le canzoni sono piuttosto famose ma lo stesso vado a dirvi due paroline sul motivo delle mie scelte:

1- REM Fall On Me  Facile, si tratta della mia canzone preferita del mio gruppo preferito!

2- SMASHING PUMPKINS Tonight, Tonight  Avevo 18 anni quando uscì e fui letteralmente travolto dal nuovo album di Corgan e soci dove svetta inequivocabilmente questo capolavoro

3- THE SMITHS There Is A Light That Never Goes Out  Melodia struggente, al solito intrisa di malinconia

4- SIGUR ROS Andvari  Degli islandesi sono sicuramente altri i brani più noti ma fidatevi di me e concedetevi qualche minuto di pura magia

5- THE CURE Pictures of You  Evocativa, avvolgente, i miei Cure preferiti sono quelli di “Disintegration”

6- THE DOORS Riders on the Storm  Jim Morrison qui ai massimi livelli espressivi

7- PINK FLOYD The Great Gig in the Sky  Voce da brividi, pelle d’oca a ogni ascolto

8- BRUCE SPRINGSTEEN I’m on Fire  Una breve fiammata che lascia il segno, tutto memorabile, dal video all’intero mood del brano

9- THE BEATLES The Long and Winding Road  Una ballata commovente, i numeri 1 da qui all’eternità

10- JEFF BUCKLEY Grace  Un prodigio che ci ha lasciato davvero troppo presto

 

1- FRANCESCO DE GREGORI Sempre e per sempre E’ una ballata “recente” ma che regge il confronto con le sue più famose canzoni d’amore. Anzi, per me questa è la sua più bella di sempre

2- VINICIO CAPOSSELA Ovunque proteggi Artista straordinario, il migliore della sua generazione. E questo brano per me avrà sempre un significato importantissimo perchè giunto in un momento fondamentale della mia vita

3- NICCOLO’ FABI Una mano sugli occhi La sensibilità di questo cantautore non ha eguali, emozione allo stato pura

4- CCCP FEDELI ALLA LINEA Annarella  Il canto del cigno di un gruppo unico nella storia della musica italiana diventa anche una dedica alla loro mitica “soubrette”

5- LUCIO BATTISTI Io vorre…non vorrei…ma se vuoi  Semplicemente il più grande di tutti

6- LUCIO DALLA Futura Conosco l’album da cui è tratta praticamente a memoria, l’apogeo di un Artista con la A maiuscola

7- GIANLUCA GRIGNANI La fabbrica di plastica  Era davvero facile all’epoca identificarsi nel “ragazzaccio ribelle” che decise d’un tratto di abiurare la sua immagine pubblica per sparar fuori un genuino e passionale album rock

8- FRANCO BATTIATO La cura Non a caso viene chiamato il Maestro! Battiato nella sua lunghissima carriera ha sperimentato tanto raggiungendo vette qualitative altissime, come nel caso di questa stupenda canzone d’amore

9- MINA Insieme La più grande voce italiana di sempre, con pochi eguali al mondo

10- FABRIZIO DE ANDRE’ Amore che vieni, amore che vai Come nel caso di tutti gli altri artisti citati, anche qui non è facile indicare una sola canzone. De Andrè era il massimo in quanto a scrittura di testi, nelle sue canzoni viene declinata in ogni modo la bellezza

Mi dispiace tantissimo aver tralasciato cantanti e gruppi che letteralmente adoro ma ho voluto delimitare un po’ i confini sennò non finivo più 🙂  tra l’altro, rileggendo, noto che mancano clamorosamente da queste liste le rappresentanti femminili ma in realtà posso assicurare che ascolto molte straordinarie protagoniste delle sette note. Basta dare un’occhiata in rete le mie “classifiche dei dischi di fine anno” tanto per fare un esempio: spesso e volentieri sono letteralmente costellate dal gentil sesso! Ma a parte questo, cari lettori, ci tenevo ad aprirvi un po’ il mio cuore e farvi ascoltare delle bellissime canzoni… spero abbiate gradito il mio regalo!

 

 

 

 

 

 

 

Il 10 maggio è la Giornata Mondiale del LES (Lupus Eritematoso Sistemico): il mio racconto sulla malattia

Oggi si celebra la Giornata Mondiale del Les (Lupus Eritematoso Sistematico), una malattia autoimmune più nota col semplice nome di “Lupus”.

Ne sono affette soprattutto le donne ma una percentuale, seppur notevolmente più bassa, coinvolge anche le persone del sesso opposto.

Come i miei più fedeli lettori sanno, anch’io ho contratto questa malattia ormai sette anni fa, anzi, proprio poco prima di questo periodo – esattamente il 5 maggio 2013 – ho avuto un primo ricovero in cui parve subito evidente che il gonfiore alle caviglie dipendesse da qualcosa di più grave di una “semplice” ritenzione idrica.

Parto da un po’ più lontano e vado in breve a ricordare come molto probabilmente l’influsso della malattia – silente a quanto pare fino a quel momento ma congenita – fosse stato decisivo nel causarmi una sindrome ben più grave l’anno precedente, quella di Lyell (una forma ancora più aggressiva e potenzialmente letale della sua “parente stretta” Stevens-Johnson). In quel caso rischiai davvero la pelle e fui preso per i capelli da un reparto specializzato a Borgo Trento (VR), su indicazione salvifica di una dermatologa a cui sarà sempre grato, la dott.ssa Schena. dopo settimane in cui altri medici brancolavano nel buio.

E’ quella di Lyell una sindrome molto rara e che può, anche laddove una persona riuscisse a salvarsi, lasciare pesanti strascichi sul fisico e sulla mente. Io, miracolosamente e con l’aiuto dei medici, ho reagito bene, il mio corpo l’ha fatto, ma ho davvero toccato il fondo, rimanendo a lungo in pericolo di vita per la preoccupazione e lo sgomento della mia famiglia e di tutte le persone che mi vogliono bene. A fatica fu diagnosticato come l’avessi contratto a causa di un mix di farmaci antibiotici più la ben nota tachipirina, curando una banale influenza.

Tuttavia, pur guarito e ripresomi perfettamente nel giro di qualche mese, dei successivi esami del sangue rilevarono alcuni valori comunque alterati, cui – mea culpa – all’epoca non diedi molto peso, anche perchè ero da poco tornato alla mia normale vita e non mi andava di “perdere” altro tempo.

Un errore, non solo di gioventù ma anche dovuto all’incoscienza perchè la salute deve sempre venire prima di tutto. In ogni caso stavo bene, le visite di controllo le facevo e sembrava non esserci in effetti l’urgenza di approfondire e “fermarsi” nuovamente.

Quando invece a maggio 2013 sono stato trattenuto in ospedale, a San Bonifacio, per curare i reni dopo che mi era stata riscontrata un’insufficienza renale gravissima, i medici (nella fattispecie i bravissimi nefrologi di quella struttura ospedaliera) hanno voluto fare a tappeto varie altre indagini, fino ad approdare dopo biopsia a una diagnosi certa: avevo una malattia autoimmune di cui sapevo ben poco, il lupus. D’altronde alcuni segnali c’erano da diversi mesi e riguardavano in particolare dei fortissimi reumatismi alle mani.

Fui curato così dapprima con plasmaferesi (adesso in tempi di Covid-19 se ne sta parlando diffusamente…) ed ebbi un effetto realmente benefico (non è una passeggiata, le sedute venivano svolte nel reparto dialisi, con lo stesso procedimento); iniziai poi una prima terapia con cortisone e plaquenil (un altro farmaco spesso utilizzato nella cura dei pazienti affetti da coronavirus) ma ahimè questa malattia autoimmune dopo essere rimasta appunto “nascosta” per tutta la mia vita, ora sembrava volesse prendersi la sua rivincita su di me.

Si era infatti palesata nella sua forma più acuta, come una scheggia impazzita, e dai reni era andata a colpire altri organi vitali, causandomi in sequenza (tutto nel giro di pochi mesi, che però trascorsi su di un letto d’ospedale sembravano lunghissimi) una vasculite, un’ischemia cerebrale (e lì ammetto che la fifa raggiunse livelli assoluti, ho temuto di non farcela, come se stessi avendo un ictus o qualcosa del genere) e infine più su fino all’area cerebrale, per cui divenne indispensabile un delicatissimo intervento chirurgico. L’equipe medica di neurochirurghi (guidata dal dottor Longhi) dovette ricorrere a una biopsia stereotassica cerebrale per rimuovere un batterio, lo stafilococco aureo che mi aveva causato una pericolosa infezione al cervello. Una volta rimosso quello, ho iniziato una terapia bomba antibatterica ma davvero a quel punto si era giunti finalmente alla fine del calvario, col peggio lasciato alle spalle.

Sono stato ricoverato ininterrottamente per più di quattro mesi, passando da un ospedale all’altro (oltre a quello di San Bonifacio, anche i due poli di Verona, B.go Trento e infine B.go Roma) e da allora grazie al cielo non ho avuto nessuna ricaduta.

Mesi di incertezza, con momenti anche di scoramento, di rinunce e di decisioni inevitabili (la più importante è stata senz’altro quella di spostare le date di nozze già programmate per settembre 2013: io e Mary abbiamo recuperato poi, sposandoci il 5 luglio del 2014!) ma alla fine tutto è andato bene.

Tuttora sono seguito da specialisti davvero in gamba ma ci tengo a citare in particolare il reumatologo prof. Biasi e la nefrologa dott.ssa Gammaro che, assieme al mio mitico medico di base, il dr. Salvan (uno di quei dottori straordinari anche a livello umano), sono i miei punti di riferimento riguardo la gestione di questa malattia.

Sì, perchè il Les è una malattia cronica con cui devi farci i conti necessariamente per tutta la vita!

Tuttavia non ho paura – sono riuscito a tenerla a bada anche nei momenti peggiori -, al contrario ormai detengo delle pesanti armi con cui controbatterla: una terapia equilibrata che mi ha stabilizzato, le analisi e le visite di controllo e ovviamente le precauzioni che, specie all’inizio una volta uscito dall’ospedale, sono state fondamentali per consentire una mia piena ripresa e il ritorno alla mia normale quotidianità.

Le precauzioni sono un po’ quelle che ormai da mesi vanno a ripeterci da più parti, per cercare di fronteggiare questo terribile nemico che abbiamo imparato a conoscere col suo nome: Covid-19.

E difatti a proposito leggevo che, per quanto noi affetti da Les rientrassimo nelle cosiddette “categorie di persone a rischio” (viste le nostre debolissime difese immunitarie), in realtà proprio perchè siamo abituati da sempre a fare attenzione a certe cose per la nostra sicurezza, siamo stati “pronti” a difenderci adeguatamente anche stavolta.

In questa maniera le persone autoimmuni non si sono ammalate di coronavirus in misura maggiore rispetto a chi non presenta patologie. E’ chiaro, eravamo soggetti più esposti e anch’io prontamente sono stato stoppato dal mio medico e “costretto”a una preventiva quarantena per evitare qualsiasi pericolo di contagio. Ho ripreso ad esempio il mio lavoro di educatore da poco, anche alla luce di più tamponi – per fortuna negativi – somministrati a me e al resto del personale e degli ospiti inseriti nelle varie unità operative della Fondazione in cui presto servizio (dove prontamente, occorre dirlo, ci si è adoperati al meglio per garantire la sicurezza delle persone).

Si parla davvero poco di questa patologia e perciò, visto che molti lettori negli anni mi hanno contattato per confrontare le nostre esperienze e cercare conforto, ho voluto in occasione di questa giornata speciale raccontare più nel dettaglio la mia storia.

Con il Les si può convivere, io lo sto facendo senza grosse privazioni nella mia sfera quotidiana delle attività, ma è molto importante coglierne i segnali e intervenire prontamente prima che possa scatenarsi in maniera aggressiva, andando a toccare tutti gli organi vitali.

Poi, ovviamente, dipende molto da caso a caso, da come il nostro corpo reagisce… e molto importante è riuscire a calibrare la terapia adeguata, perchè specie quando lo si deve curare in fase acuta, le cure possono anche comprendere farmaci pesanti, come ad esempio i chemioterapici – per quanto si tratti di una malattia autoimmune e non ovviamente di un tumore. Farmaci pesanti che possono dare a loro volta degli effetti collaterali col rischio di entrare in un circolo vizioso.

Insomma, avrete capito, l’importanza di bloccare preventivamente la malattia e individuare la terapia migliore con farmaci immunosoppressori è davvero primaria.

Da parte nostra occorre fare attenzione, avere conoscenza dei sintomi e dei segnali che ci lancia di tanto in tanto il nostro corpo, e ci vuole non ultima tanta pazienza soprattutto i primi giorni, quando per forza di cose ci si deve un po’ adattare a una nuova condizione.

A volte ancora mi “rimprovero” che forse avrei dovuto fermarmi prima, quando ero alle prese con i primi reumatismi, ma purtroppo quando si sta bene, si è giovani e sempre di corsa, sembra che la salute sia una cosa che ci spetti di diritto.

I medici però mi hanno riferito che il Les può esplodere anche all’improvviso, magari “approfittando” di quei momenti in cui siamo più fragili o stressati ma di fatto, come detto prima, è una malattia nel mio caso molto probabilmente di natura congenita.

Poco male, comunque sia stato, io affronto la mia vita senza timori o blocchi, ma con la consapevolezza ormai piena della mia condizione di soggetto immunodepresso.

Certo, ogni anno inevitabilmente in questo periodo mi viene da pensare a cosa mi successe in quel 2013 ma subito dopo ringrazio il cielo per come sono riuscito ad affrontare tutto e andare avanti senza aver patito gravi conseguenze.

Nodo Serie C con lo stop definitivo dei campionati: con Monza, Vicenza e Reggina promosse di diritto, in serie B anche il Carpi come migliore seconda?

La serie C ha rotto gli indugi prendendo le prime decisioni, fra tutte quella di chiudere qui la stagione 2019/2020.

Molte erano le incognite, troppo alto il rischio di un collasso per l’intero sistema, ai limiti ormai del professionismo, nonostante abbia letto di una possibilità di reintrodurre un’ulteriore serie prima di sconfinare nel mondo dei dilettanti.

Insomma, l’idea di una nuova C/2 sembrerebbe poi non così balzana, non fosse per alcune incongruenze di fondo, che fanno sì che ci siano società di serie C gestite come nei dilettanti, e al contrario si trovino in D delle società solide – anche economicamente – che nulla abbiano da invidiare a tanti club professionistici.

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Detto ciò, una volta deciso per lo stop dei campionati, si sono stabiliti – in modo alquanto arbitrario ma dal mio umile punto di vista, l’unico plausibile – i nomi delle squadre promosse al piano superiore, nella serie cadetta.

Il format attuale prevede la promozione di quattro squadre: oltre alle prime classificate dei tre gironi, l’allargato playoff doveva andare poi a premiare un altro solo club.

Accedono quindi alla prossima serie B il Monza, il Vicenza e la Reggina, rispettivamente le capolista dei gironi A, B e C.

Il nodo cruciale risiede invece nell’assegnazione della quarta promozione posta in palio, dando per assodato che non potranno essere svolti regolarmente i playoff.

Io mi ero già esposto in un forum sulla serie C nell’affermare che fosse giusto promuovere di diritto le tre prime classificate, in particolare c’è poco o nulla da eccepire sul Monza, corazzata del Girone A, che viaggia con un margine enorme sulle dirette concorrenti. Anche sul primo posto della Reggina mi sentirei di mettere la mano sul fuoco che sarebbe rimasto tale all’eventuale ripresa dei tornei, nonostante la rincorsa (seppur incostante) del blasonato Bari, il grande favorito alla vigilia.

E, al netto di un vantaggio certamente più risicato, sento di dire che anche il Vicenza di Mimmo Di Carlo abbia legittimato la sua posizione nel girone B per il valore dell’organico e in special modo per quanto mostrato in campo.

Andando a pareggiare le gare disputate e facendo la media punti – insomma, calcoli alla mano – figura in vantaggio il Carpi nella corsa al quarto posto utile per salire in B. La squadra del patron Bonacini è infatti quella meglio posizionata fra le seconde, fermo restando che prima della sospensione dei campionati si trovava al terzo posto ma con una gara da recuperare.

Rimarrebbero a bocca asciutta pertanto le altre seconde classificate, una Carrarese il cui distacco dal Monza è abissale e appunto il Bari nel girone C, capitanato dalla Reggina. Tra i club furiosi per quanto deciso figura anche la Reggiana, seconda dietro al Vicenza, nel girone più equilibrato di tutti, ma come abbiamo visto con una gara in più disputata rispetto al Carpi.

Ovviamente nella riunione-fiume di ieri, se è stato trovato un accordo all’unanimità per la sospensione definitiva dei campionati (sia per tutelare la salute dei propri atleti che per evitare sconquassi economici), la stessa cosa non è valsa invece nell’assegnare agli emiliani la promozione senza passare dai playoff.

Si è tirato in ballo non solo la ragione più ovvia, vale a dire che matematicamente niente era ancora stato assegnato, men che meno nel girone B, ma anche il fatto dei reali valori: chi può dire in assenza di scontri diretti in stagione che il Bari o la Carrarese fossero meno forti, banalmente parlando, del Carpi? In fondo la stessa Reggiana, rivale in quel girone, stava dimostrando di equivalere sul campo gli uomini allenati da Giancarlo Riolfo.

Non ultimo, ci si è appellati – come sempre accade quando non c’è possibilità di stabilire regolarmente una graduatoria – al fattore legato al blasone, alla storia calcistica, finanche al bacino d’utenza. E qui entra in gioco prepotentemente il Bari di De Laurentiis che racchiude in sè tutti questi parametri per poter ambire alla promozione.

Comunque vada, questo è solo il primo step e con ogni probabilità il nodo-serie C non si scioglierà con quanto deciso nell’Assemblea dei club.

In vista c’è un imminente Consiglio Federale che già la settimana prossima potrebbe rivedere tutto. E all’orizzonte si sentono inoltre bussare dal gradino sotto quei club come Palermo e Foggia che non hanno intenzione di rimanere un altro anno in serie D, il chè allo stato attuale, col blocco delle retrocessioni dalla serie C, appare una possibilità più che concreta.