Anthony Valentino ci racconta “Walking on Tomorrow”, il suo album d’esordio

Ho conosciuto Anthony Valentino qualche anno fa, segnalato dall’amico Carlo Albè, poliedrico artista (scrittore, musicista, autore). All’epoca Anthony stava promuovendo il demo “Walking on Tomorrow”, lavoro in cui il giovane milanese aveva riversato tutto sè stesso.

Ora quel sasso lanciato per vedere l’effetto che fa è diventato un vero album, autopubblicato a fine gennaio 2020 e supportato stavolta da un ufficio stampa.

In questi due anni non è rimasto con le mani in mano, anzi, da tempo vive ormai a tutto tondo la felice condizione di musicista, anche se non è stato certo una passeggiata dover imboccarsi le maniche e dedicarsi anima e corpo alla sua più grande passione, lasciando il cosiddetto posto fisso. Una professione che, seppur soddisfacente per certi versi, non gli permetteva di crescere appieno sull’altro versante, quello comprendente le pulsioni, le emozioni più vere che si hanno dentro e che cercano solo un canale giusto per uscire fuori. Nel suo caso è stata la chitarra a fulminargli la vita di adolescente, e da allora nulla è stato più come prima.

Anthony ci ha raggiunto telefonicamente un paio di settimane fa per raccontarci quello che sta vivendo e soprattutto come è nato e si è sviluppato il progetto attorno a “Walking on Tomorrow” che, come scritto in apertura, ha in realtà radici lontane.

“Ciao Antonio, bentrovato! Ci eravamo lasciati qualche anno fa, nel 2017, mentre eri impegnato con la promozione di un demo. Ora a quasi 35 anni ti senti pronto per spiccare il volo ma volevo tu raccontassi ai miei lettori quando hai deciso che la musica sarebbe stata ben più di una passione per te e come hai vissuto quei primi passi da artista a tutto tondo, per lavoro“?

Ciao Gianni e un saluto ai tuoi lettori. Oramai sono quasi 8 anni che vivo solo di musica, quindi sì, posso dire di essermi consolidato e questo era quello che in qualche modo sognavo ma ti lascio immaginare che non sia stato per nulla facile, anzi, è stato come fare un salto col paracadute! Durante l’università svolgevo anche due lavori contemporaneamente, fino a quando non iniziai in tribunale. Svolgevo un lavoro bellissimo, e a dire il vero anche il contratto era fantastico, insomma ci stavo bene. Poi però mi accorsi che mi assorbiva davvero troppo, in termini di energia mentale soprattutto e trovare anche solo il tempo o la concentrazione per suonare in giro o per comporre – che poi è la cosa che più mi piace – diventava sempre più difficile. Io ero già stato in contatto col mondo degli studi di registrazione, come fonico ma avevo preso il tutto come un’opportunità di imparare tanti piccoli trucchi del mestiere. Inoltre è innegabile che bazzicare in quegli ambienti mi aveva fatto conoscere molta gente, ovviamente soprattutto musicisti. Fu così che nel 2013 presi la sofferta decisione (soprattutto per i miei genitori e le persone che mi stavano vicino!) di licenziarmi dal mio impiego fisso per aprirmi un piccolo locale che sarebbe poi diventato il mio studio.

“Un po’ il sogno di tantissimi aspiranti musicisti! Concretamente come hai avviato la tua nuova attività? Di cosa ti occupavi?”

All’inizio non ti nascondo che è stato tutto fuorchè facile, per la gente ero semplicemente un pazzo! Però sentivo che dovevo per lo meno provare, che se non lo facevo allora, forse poi non ci sarebbe stata più l’occasione o il momento giusto. Sempre se esiste un momento giusto! Io sentivo però che era quello il mio momento, per cui iniziai a lavorare a testa bassa su diversi progetti. Diciamo che è stata una scelta istintiva per certi versi ma ovviamente ponderata: da parte ero riuscito negli anni a mettermi via dei soldini, crearmi almeno le basi per partire era cosa necessaria e in quel senso da valutare con la massima attenzione. Detto ciò, il primo anno, anno e mezzo, è stato letteralmente da panico, con momenti anche di sconforto, per non dire di crisi totale! Sono riuscito comunque a tenere botta tra piccole produzioni di gruppi locali, insegnando principalmente chitarra, fino a che mi sono per così dire assestato.

“Avevi già un giro di nomi, artisti, band con cui lavorare?”

Certamente negli anni avevo conosciuto diversi artisti della scena milanese e non solo e questo sicuramente mi è tornato utile. D’altronde suono con gruppi da quando avevo 19 anni, quindi in questo lasso di tempo sono venuto a contatto con diversi addetti a lavori, musicisti e appassionati, anche molto noti. Ad esempio i componenti dei Camaleonti frequentano il mio stesso negozio di dischi a Cinisello Balsamo. Non posso dire di conoscere bene il loro chitarrista ma è capitato di prendere un caffè assieme e chiacchierare piacevolmente di musica.

“Quindi col tuo studio davi possibilità a molti artisti di registrare, produrre, dare vita ai loro progetti?”

Sì, perchè col tempo sono riuscito a creare uno spazio interessante! Chi viene qui sa di trovare un bello studio per provare. E’ uno spazio di una trentina di metri, dove mi sbizzarrisco proponendo lezioni private (seguo ben 32 allievi), occupandomi di piccole produzione, molte sul versante punk (ma non solo)… anche semplicemente appunto per dei demo, come feci io qualche anno fa, preparando quello che sarebbe diventato “Walking on Tomorrow”. Come già detto i primi tempi sono stati da panico, lo ripeto, mi sono reso conto che fare il musicista a tempo pieno in Italia non è per niente facile. Ho avuto la fortuna di avere una famiglia che mi ha supportato ma ho avuto le mie difficoltà agli inizi, poi pian piano ho trovato – sto trovando – la mia dimensione e, insomma, è andata bene. Lo rifarei sicuramente!

“Quando è nata la voglia di scrivere canzoni tue? So che una prima folgorazione l’hai avuta col mitico Slash. Ti hanno influenzato anche le band italiane e milanesi nello specifico, visto il gran fermento che c’era in quegli anni a Milano, anche in ambito rock?”

Ero un adolescente in pratica e una volta scoperta la chitarra, non l’ho lasciata più- Mah, ispirazione poca in realtà. Certo, la prima volta che ho sentito Slash è stata una cosa bella potente e, per quanto nella mia città ci sia anche il giro delle rock band, ho da subito cercato una via mia. Ho sempre privilegiato l’aspetto della composizione, anche sapendo pochi accordi agli inizi perchè ho capito presto che la musica poteva rappresentare quello che avevo dentro, potevo esprimermi tramite la chitarra, i testi. Ho imparato col classico canzoniere da duemila lire, per dire, suonando su pezzi dei mostri sacri italiani più che i grandi del rock. Quindi, i nomi sono quelli di De Andrè e Battisti, l’ambito hard rock sarebbe arrivato dopo.

“Del tuo demo scrivevo che, seppur preminente la matrice hard rock, si possa in realtà distinguere una varietà di suoni e, di conseguenza, di atmosfere. Mi viene in mente un brano come  “American Dream”, dall’arrangiamento che mi ricorda gli anni ’50, proprio quelli del sogno americano. E’ uno degli episodi più singolari e riusciti secondo me, con quel piglio honky-tonk. In altre canzoni invece siamo dalle parti di un rock epico, insomma sei voluto andare oltre i generi.”

Grazie Gianni, mi fa piacere tu abbia colto alcuni riferimenti, l’elaborazione e lo studio che ci sono dietro. Ci sono tante atmosfere diverse, perchè diversi sono gli stati d’animo che ho voluto trasmettere. Questo disco è un lungo viaggio dentro di me. C’è stato uno sviluppo delle canzoni, non solo irruenza ma voglia di comunicare attraverso più linguaggi. E sì, un brano come “American Dream” è proprio anni ’50 come attitudine, parlo di Chuck Berry che per noi rockers è una sorta di nonno, il nonno di tutti i chitarristi, come Jimi Hendrix è nostro papà e gli eroi degli anni ’80 i nostri zii. Nell’album convivono una forte componente più istintiva, quasi heavy metal ma amo esplorare altre direzioni.

“Queste canzoni sono state concepite un bel po’ di anni fa e solo ora trovano un vero sbocco, una pubblicazione. Le senti ancora tue o qualcuna la vedi ormai datata? Immagino per te significhino tanto visto che hai tenuto in scaletta tutte le canzoni del demo. E’ stato per mania di perfezionismo, o più “banalmente” per registrarle meglio, che hai fatto trascorrere più di due anni fino a dargli una forma definitiva?”

Il demo fu realizzato per mettermi in gioco su un lavoro mio, dopo tanti anni spesi assieme ad altri gruppi dove per forza ti devi confrontare e scendere a compromessi. Lo considero un bel test per come è andato: in fondo negli anni ’70/’80 i demo andavano molto e io vengo da quella scuola di pensiero. Era un lavoro in un certo senso già definito, con un’idea che è rimasta inalterata, ma era un prodotto grezzo, mi interessava vedere cosa succedeva. L’album lo ipotizzavo già allora per il 2019/2020. E’ il mio primo lavoro solista, è veramente come un figlio per me, quindi ciò che avevo scritto tre anni fa è ancora validissimo. Avevo voglia finalmente di divulgarlo, fargli prendere vita, dare un respiro ufficiale, vicino agli standard di oggi come produzione. In questo album racconto tutto di me: esperienze, proiezioni future, è un cammino dall’oggi verso il domani, nei miei sogni e desideri. E nel realizzarlo ho dovuto selezionare fra una cinquantina di brani.

“Come già sottolineato nel fare questo hai spaziato fra tanti cambi di atmosfere, a volte sono cupe, tese, altre invece più distese e rappacificate… sei sulla strada giusta dopo le tormenta mi verrebbe da dire”

Non sono un fan delle etichette, non mi piace chi lavora su un genere, lo trovo limitante e fuorviante. Dicendo “hard rock” magari uno non avvezzo si potrebbe allontanare, e così vale per altri generi specifici. Ho lasciato le mie band, ero stufo di fare cover, mi sono detto: “ok Tony, è arrivato il momento di raccontarti, senza filtri, generi, senza pensare se una cosa è pop, rock, blues o hard rock. Per questo nel disco passo da atmosfere quasi horror come “Your Eyes” (io sono un grande fan dei film horror), quello sì un brano teso a una canzone d’amore puro come “My Light Found in the Rain”, fino alla già citata “American Dream”, che invece è scanzonata, leggera. Mi sono divertito molto a giocare sul paradosso, senza pregiudizi, se in un brano ci stava bene un assolo, lo inserivo volentieri”

“Tu sei il titolare unico del progetto. Come hanno accolto la tua proposta gli altri musicisti che si sono approcciati alla tua musica, sia i turnisti in studio che quelli che ti seguono live. Hanno rappresentato bene quello che avevi dentro, soprattutto chi si è occupato delle voci?”

“Sì, sono molto contento e soddisfatto del risultato finale, anche se la ricerca è stata estenuante, in alcuni casi c’ho messo più di un anno a trovare i turnisti. Non per motivi economici, nessuno ha posto condizioni, avevo un budget e non è mai stato quello il problema; piuttosto per me era (ed è) fondamentale trovare qualcuno che prendesse quello che ho scritto e lo interpretasse poi nel migliore dei modi, che lo facesse suo. E’ tutta gente molto preparata quella che ho coinvolto a suonare con me. Alla batteria c’è Pietro Pizzi, al basso e tastiere Salvo Correri, già attivo con gente come Ornella Vanoni, Francesco Baccini, Gatto Panceri. Per non dire dei due cantanti: Scream Chiummo e Antonella Poerio”

“Il compito mi pare assolto nel migliore dei modi: ascoltando Chiummo mi pare proprio ci sia tu al microfono. Ma mi ha colpito tantissimo anche la voce femminile, ci dici qualcosa di lei?”

Lo faccio con estremo piacere perchè la voce femminile è, come dicevo prima, quella di Antonella che per me è una figura molto importante, nonchè mia cugina! Ed è una figura oltretutto significativa, perchè è stata proprio lei, quando avevo 17 anni a mettermi letteralmente la chitarra in mano. Questo disco, lo ripeto ancora una volta, è importante perchè racconta chi sono e da dove vengo. Nella vita è fondamentale essere grati e dimostrare gratitudine alle persone, ed è ahimè, una cosa che si è un po’ persa. Quando ho scritto le mie canzoni sapevo già che alla voce ci sarebbe stata mia cugina. Ero a casa sua quando vidi la vhs di Slash del ’92, lei già suonava e cantava, mi insegnò i primi accordi, era una grande fan dei Guns N’ Roses.

Tornando alla domanda, il disco è stato ben accolto da tutti, perchè hanno percepito quanta passione ci sia da parte mia, idem per i musicisti che mi seguono nei live, tutti ragazzi che conosco da un po! Ho selezionato musicisti in base a principi umani, ad esempio Leo, il bassista suona con me da 6/7 anni, il chitarrista è un mio allievo, alla voce c’è un ragazzo di 21 anni che ha “fame”: la musica ha bisogno, al di là della tecnica, di gente che ci creda, che abbia fame.

“Tua cugina ha una voce bellissima, è molto riuscito il contrasto fra le due voci. Ci sarà anche dal vivo questa particolare miscela espressiva?”

Eh, mi piacerebbe molto anche nei live la presenza della voce femminile, in questo momento lei non ha un gruppo ma abita a Roma ed è impossibilitata ad affiancarmi nei concerti. Sai, io ragiono col cuore e vorrei tanto proprio lei! Mai dire mai però, in fondo lei ormai conosce tutti i pezzi a memoria, quindi se vuole raggiungere in qualche data sarei felicissimo… Nei primi live non ci saranno né tastiere né cori, ci presenteremo in classica formazione hard rock:  2 chitarre,  un basso,  voce e batteria ma nel tempo mi piacerebbe inserire le tastiere e sondare sempre più appunto la disponibilità di mia cugina”

“Cosa hai pensato per dare sfogo a questa tua voglia di far conoscere il disco, come vuoi farlo volare? Prossimi live, segnalazioni, recensioni, manifestazioni, concorsi… questo disco… Quali strategie pensavi di mettere in atto? Quali sono le mosse da fare, hai delle aspettative o procedi giorno per giorno?”

“La pianificazione in un buon progetto è fondamentale, altrochè. Ho un ufficio stampa che tiene i contatti con i media, le radio in particolare, proprio per cercare di pubblicizzare l’album sempre di più, poi fare più interviste possibili, farsi conoscere, il disco che finirà su tutti i portali da venerdì 24 gennaio, mentre le copie fisiche saranno disponibili per fine marzo. Già domenica 26 ci sarà una prima presentazione dell’album, e una seconda è prevista al Tnt di Milano il 15 febbraio. Spero di riuscire poi a fare tanti live ma con degli inediti di hard rock non è per niente facile”

“Oltretutto in un periodo storico che mi pare privilegiare molto la lingua italiana, soprattutto nell’ambito hard rock in cui ti muovi, mi verrebbe da dire”

“Ti stupirò fra un paio di anni quando uscirà un mio disco in italiano, di genere folk. Un artista come Vinicio Capossela mi piace tanto, specie dal vivo. A parte questo, non credo che il problema sia costituito dalla lingua in cui canto, il vero problema, grosso, sono le cover, il proliferare delle tribute band che finiscono inevitabilmente per prendere gli spazi nei locali, anche perchè indubbiamente fanno molto pubblico. Da quando hanno chiuso alcuni locali a Milano sono cambiate molte cose. Penso al Rolling Stone, con lui se n’è andato un pezzo di storia della musica a Milano, ma anche altri locali più piccoli molto belli non ci sono più, come Le Scimmie. E’ cambiata proprio la scena, quando ero ragazzino io era pieno di band di inediti che proponevano i loro pezzi; non ho niente contro le cover band, ci mancherebbe, io ho fatto una vita le cover, ma la tendenza è ormai univoca, si va quasi solo in quella direzione. Anche noi buttiamo nel mezzo anche 5 cover, devi dirlo al locale, ma a volte hai delle tempistiche talmente strette e d’altra parte se proponi delle cover devi segare almeno la metà dei tuoi pezzi… Per fortuna nella data del 26 si tratta di un evento solo mio di due ore in cui propongo tutto l’album, invece il 15 condividerò con un’altra band e in quel caso so che avrò un’ora e dieci di esibizione. Poco male, l’importante è soprattutto suonare le mie canzoni”.

“Talent e concorsi quindi non li contempli? Attualmente non so quanta utilità ci sia, ma una volta c’era ad es. Rock Targato Italia, tanto per citare un nome, che potevano rappresentare veramente un valido trampolino di lancio”.

Siamo informati sui contest, prendo in considerazione però solo quelli dove posso arrivare primo come ultimo, non vincolante al numero di persone che porto! Credo molto al concetto di “giuria”, un musicista deve mettersi nelle condizioni di accettare qualunque tipo di parere, quando ha a che fare con una giuria qualificata; quando invece è tutto vincolato al pubblico del locale (per far soldi), allora non mi interessa. Non voglio fare strada perché porto 100 persone quando invece magari c’è uno più bravo ma che porta solo 5 persone: in quei casi quindi la mia partecipazione dipende dalle condizioni, prima cosa “quanta gente porti?”. Ecco, io concorsi del genere non li ritengo seri, poi per carità è solo un mio parere ma ho visto band meravigliose magari venire da Brescia che non passavano il concorso perché a Milano non avevano pubblico e invece band di scapestrati passare fasi eliminatorie perché erano della città con tanti amici al seguito”.

“Condivido appieno il tuo discorso. In chiusura, venendo ad aspetti tecnici ma non troppo… per questo album ti sei avvalso ancora dell’autoproduzione o avevi pensato in un primo momento a una label? Al di là di questo, la domanda fondamentale è: come e dove sarà possibile ascoltare il tuo disco?”

Io ho preferito affidarmi a un valido ufficio stampa di Milano, molto attivo, l’altoparlante. Non ho contatto con label, le stampe delle copie fisiche usciranno tutte in autoproduzione. La cosa importante è che l’album “Walking on Tomorrow” si trova su piattaforme come Spotify e che sono attivo sui principali social network. Su instagram mi trovi come anthonyvalentinowot85, su facebook sono AnthonyValentinoWOT, mentre il sito ufficiale è http://www.anthonyofficial.com.

“Beh, al termine della nostra lunga e piacevole chiacchierata telefonica, non mi resta che farti un grosso in bocca al lupo per il tuo lavoro e per questo album in particolare. Grazie del tuo contributo”

“Grazie mille a te Gianni. Crepi il lupo”.

I miei tre giorni a Sanremo per il Premio Tenco

Sul Premio Tenco 2019 si è scritto davvero di tutto e di più, erano anni che non si assisteva a discussioni – spesso anche “feroci” – sulla prestigiosa Rassegna, istituita in onore del grande cantautore, che c’ha lasciato nell’ormai lontano 1967.

Da appassionato di musica – anche “d’autore” – ho sempre seguito da vicino la manifestazione, guardando con particolare interesse alle Targhe Tenco, i premi cioè destinati ogni anno nelle categorie per l’album dell’anno in assoluto, per la miglior canzone (in questo caso il riconoscimento va all’autore che, ovviamente, non sempre coincide con l’interprete in questione), per l’album in dialetto, per il miglior album di interprete, per quello d’esordio e, da pochi anni, per un album cosiddetto “a progetto”.

Un tempo, quando ero più “giovane”, non mi perdevo alla tv la serata relativa, trasmessa quasi sempre in seconda serata sulle reti RAI e ammetto di essere grato per aver scoperto grazie a questa rassegna fior fiori di cantautori.

Da qualche anno faccio anch’io parte della Giuria, siamo un gruppo numeroso ed eterogeneo; non conosco tutti, la maggior parte solo di fama, ma credo con i miei 42 anni di rappresentare ancora la parte cosiddetta “giovane”… in questo momento sono ironico ma non troppo, dopo aver letto un sacco di discussioni sul fatto che al Tenco si voglia per forza legarsi alla contemporaneità e al pop, andando a snaturare la rassegna, quel tipo di polemiche che vanno a sostituire le altre, del tipo che al Tenco si è rimasti fermi al classicismo di una canzone d’autore con quegli stilemi da “cantautore impegnato di sinistra, con la barba e la chitarra a tracolla”.

Per carità, tutto legittimo e ognuno può pensare ciò che vuole… io dico che da quando sono in giuria, ho visto arrivare in finale album che non sempre avevo votato ma ciò non significa che le scelte non fossero in linea con quella che è la storia del Tenco, e di Tenco, per quanto sia obiettivamente impossibile anche solo poter immaginare chi sarebbe realmente oggi, dal punto di vista meramente artistico, ovvio, Luigi Tenco. Che strade avrebbe intrapreso, che tematiche avrebbe trattato nelle sue canzoni… Nessuno in fondo può sapere cosa (e chi) può rappresentare al giorno d’oggi Luigi Tenco e onestamente a me interessa che non vada persa la sua memoria, che venga rispettata la sua Arte.

A distanza di una settimana dall’ultimo giorno di rassegna, non mi va di scrivere bilanci o chissà quali report, tanto chi è appassionato di musica avrà già letto di tutto e spero non si sia fermato solo all’esibizione di Achille Lauro, il cui video su You Tube è diventato quasi virale.

Io mi sono portato a casa da questa 3 giorni sanremese tante belle vibrazioni positive, e soprattutto ho ascoltato tanta buona musica. Era la prima volta che soggiornavo in Riviera per tutta la rassegna, in un’altra occasione ero giunto per la Finale, giusto in tempo per godermi la premiazione con relativo set di Niccolò Fabi che in quell’anno, il 2016, si aggiudicò con pieno merito la Targa di miglior album dell’anno con lo stupendo “Una somma di piccole cose”.

In tre giorni ho potuto vivere la rassegna “da dentro”, partecipando alle conferenze stampe, alle presentazioni del pomeriggio, alle varie iniziative, tutte di gran pregio – e poi vai a capire perchè la gente si sia fissata sull’Aperitenco che, a dire il vero, ancora non ho capito se ci sia in effetti stato, e anche fosse da quel che ho sentito non ha riguardato direttamente la rassegna.

E’ stato da una parte il Festival delle polemiche, anche e soprattutto da parte della famiglia di Luigi, ma a dire il vero mi trovo d’accordo con la replica del Direttivo.

Io ho respirato una buona aria, ascoltato come detto buona musica, incontrato tanta bella gente, con cui è stato piacevole confrontarsi. C’era mia moglie Mary questa volta ad accompagnarmi e abbiamo avuto modo anche di conoscere meglio la splendida cittadina ligure.

Al riparo dalle polemiche, che qui mi rimbalzavano solo via social – perchè di fatto il clima era assolutamente piacevole e il tutto si è svolto in piena armonia… nessuno in parole povere si è scagliato contro Lauro in primis o contro Morgan, rei di non aver reso giustizia nell’omaggio a Tenco con “Lontano lontano”, sigla d’apertura che in effetti ha visto palesi carenze tecniche.

Poi però Achille Lauro, a mio avviso più emozionato che impreparato, come da più parti ho letto, ha portato a casa la pagnotta con il suo set dove era molto più a suo agio. Personalmente non ascolto la sua musica, ma ho trovato esagerato scagliarsi contro di lui.

Gli organizzatori trarranno le loro conclusioni sulla scelta fatta a monte, di affidargli un brano simile, ma a quanto pare le polemiche ci furono anche in tempi non sospetti, quando a detta di tutti la Rassegna era ancora all’apice.

Io, però, che solo negli ultimi anni ho avuto modo di avvicinarmi a questo prestigioso contesto, e conoscendo bene anche il Festival di Sanremo, non ho riscontrato somiglianze tra le due manifestazioni. Un’apertura (che c’è stata) a qualcosa di più “commerciale” secondo me non deve creare scandalo, se poi la compensi con interventi di gran pregio, quali sono stati quelli di Vinicio Capossela, Daniele Silvestri e Rancore, Enzo Gragnaniello, Petra Magoni, Gnu Quartet, Peppe Voltarelli, Mimmo Locasciulli, Sergio Cammariere

la canzone d’autore poi, i talenti, i nomi “di nicchia” in linea con la grande storia della rassegna si sono riscontrati in Alessio Lega, Simona Colonna, Claudia Crabuzza… tutta gente che sul palco (nel caso della Crabuzza in un evento esterno) ha dato vita a performance intense, ricche, coinvolgenti.

E il pop? Beh, se il pop è quello del giovane Fulminacci, di Levante, Nina Zilli e dei premiati Ron, Stadio e Gianna Nannini, ben venga anche su questo palco!

Non è mancato nemmeno lo spazio per qualcosa di simile al “teatro canzone”, basti pensare a David Riondino o a Roberto Brivio de I Gufi, entrambi molto brillanti. E poi i duetti tra Morgan e gli altri artisti al pianoforte, i tanti, sentiti, omaggi al grande Gianni Siviero, omaggiato anche con un bellissimo album di sue canzoni interpretate dagli artisti più svariati.

Insomma, ingredienti per definire ricca e riuscita questa edizione ce n’erano eccome sul piatto, e nessuno di questi ha lasciato l’amaro in bocca.

Ho visto anzi tanta partecipazione da parte del pubblico, non solo all’Ariston per le tre serate, ma anche per gli altri eventi in programma, con un Antonio Silva sempre sul pezzo, instancabile, vulcanico, con la sua ironica simpatia.

Certo, nulla è perfetto, ma credo che il lavoro del Club Tenco in tutti questi anni sia stato lodevole e che abbia contribuito molto, non solo a tenere in vita il ricordo del grande Luigi, ma anche ad alimentarlo nel modo giusto.

Ho conosciuto in questi giorni tanta gente appassionata, credo sia veramente azzardato (e ingiusto) screditare il lavoro di anni e scrivere che sia mancato una qualche forma di rispetto nei confronti di Tenco e una discontinuità con la storia passata, gloriosa della Rassegna.

Un Antonello Venditti memorabile per il tour celebrativo del disco capolavoro”Sotto il segno dei pesci”

Antonello Venditti ieri ha fatto tappa a Marostica, tra i colli vicentini, in questo lungo e fortunato tour celebrativo per i 40 anni (ormai compiuti l’anno scorso) di uno dei suoi dischi clou: “Sotto il segno dei pesci”.

La cornice era splendida, come gran parte di quelle scelte per l’occasione di questo tour che, in origine, doveva solo fermarsi all’Arena di Verona (a proposito di memorabili location), il pubblico pure, ma soprattutto a brillare in un cielo che fortunatamente ha tenuto a bada il pericolo pioggia, sono state le canzoni del grande cantautore romano.

Di solito, come critico, mi occupo di altro tipo di musica, più tendente al rock, tra l’altro di matrice alternativa, ma chi mi conosce è al corrente della mia passione per la musica italiana, quella con la I maiuscola. E il buon Antonello rientra di diritto tra i più grandi della storia della nostra musica, nonostante lui anche ieri regalando sinceri tributi e affettuosi ricordi dei colleghi/amici scomparsi Pino Daniele e Lucio Dalla, ne parli come se appartenessero a un’altra categoria rispetto a lui. Invece il campionato in cui da ben 47 anni si cimenta il Nostro (da quando nel 1972 uscì il suo primo album “Theorius Campus” in coabitazione con l’amico Francesco De Gregori) è lo stesso dei sopra citati, grandissimi artisti italiani, e Venditti nell’arco di questa lunghissima carriera, si è posizionato spessissimo in zona Champions League, vincendo diversi scudetti: pensiamo ai successi clamorosi di pubblico degli anni ’80 o all’affermazione piena come cantautore proprio con l’album che sta riproponendo in toto in queste date: “Sotto il segno dei pesci”.

A 70 anni belli che compiuti Venditti mostra una vitalità straordinaria, una resa artistica integra ma soprattutto una passione senza eguali: lo si capisce da molti gesti, da come si muove, da come è coinvolto in ogni singola parte del concerto, da come ama raccontare aneddoti, fatti, episodi curiosi, particolari, molto personali, dalla piena sintonia che mostra con i suoi fidati storici collaboratori sul palco… lo si percepisce chiaramente soprattutto da come interpreta, vive e ci trasmette le sue canzoni.

Non si è proprio risparmiato ieri sera, suonando per quasi 3 ore e mezza (dalle 21,30 a poco meno dell’una di notte), dando giusto risalto al disco che viaggia per i 41 anni in quest’estate 2019, il già citato “Sotto il segno dei pesci” – di cui racconta genesi e significati più profondi – e per cui chiama a raccolta la folk band romana Stradaperta (che con lui incise lo storico disco all’epoca) ma spaziando, come era nel desiderio dei numerosissimi fans accorsi da gran parte del Nord Italia, in lungo e in largo nel suo repertorio, con l’esecuzione di tantissimi classici e il ripescaggio di alcune canzoni molto datate ma che evidentemente, come da lui spiegato, hanno una valenza molto importante per la sua vita e il suo percorso.

In tutto ciò, davvero, non si assiste a cadute di tono, a momenti di stanca; l’energia, la vitalità e lo spessore rimangono elevati per tutta la durata dello show, con intermezzo simpatico del cantautore, prima di “Dalla pelle al cuore”, quando chiama sul palco delle “coraggiose” donne per aver alzato la mano alla sua domanda su chi avesse perdonato un tradimento del proprio partner. Poi si è scoperto che una di loro aveva bluffato per salire sul palco e abbracciare il suo idolo ma ormai il simpatico giochino era riuscito!

Come detto, il cantautore è andato a pescare da diversi album, non tralasciando nessuna fase della carriera. Risulta quasi pleonastico commentare ogni singolo brano, perchè ognuno avrà avuto i suoi momenti più intensi durante i vari ascolti, ognuno con un proprio vissuto ed emozioni da poter liberare in un canto liberatorio o anche semplicemente facendosi trasportare dalle note e dalle parole dei brani passati in rassegna.

Personalmente sono stati tre i miei momenti clou, se escludiamo una “Giulio Cesare” che per prima mi ha fatto salire l’effetto karaoke: il primo l’ho vissuto durante una struggente “Lilly”, in grado di commuovermi sempre; poi l’emozione è salita alle stelle nelle tre canzoni da lui eseguite da solo al piano e che hanno anticipato il set de “Sotto il segno dei pesci”, vale a dire una toccante “Compagno di scuola” (prima però si era soffermato sul significato dato al termine “compagno”, specie in quei ruggenti anni ’70), una “Ci vorrebbe un amico” dedicata a Lucio Dalla, del quale ci condivide la sua gratitudine e l’affetto sincero in un momento delicato della sua esistenza e la storica “Notte prima degli esami”, ormai evergreen della musica italiana tutta; infine ecco affiorare la pelle d’oca durante una straordinaria “Che fantastica storia è la vita”, giustamente riconosciuta come una delle poche hit rimaste dagli anni 2000 in poi.

Nota di merito, dalle parti del tripudio, per la mezz’ora finale, in cui Venditti ha sciorinato brani entrati nell’immaginario di moltissima gente di varie età – com’era composto il copioso pubblico – e di fatto “generazionali”, sia che si trattasse di temi ad ampio raggio (“Benvenuti in paradiso”, “In questo mondo di ladri”), sia che fossero le sue più celebri canzoni d’amore (è mancata giusto “Ogni volta” ma in compenso ha eseguito le immortali “Amici mai”, “Alta marea” e quella “Ricordati di me” con cui ha trionfalmente chiuso il concerto) tra migliaia di smartphone alzati.

Un tempo esistevano gli accendini, forse era più romantico allora, ma in fondo cambia poco: rimane intatta la voglia di partecipazione, di prendere qualcosa per sè che possa essere ricordato, fissato nella mente e nel cuore. E ieri di momenti indimenticabili Antonello Venditti ne ha regalati davvero parecchi a me, a mia moglie e all’intero pubblico.

(di seguito la scaletta dello show)

  1. Raggio di luna
  2. I ragazzi del Tortuga
  3. Giulio Cesare
  4. Piero e Cinzia
  5. Peppino
  6. Stella
  7. Non so dirti quando
  8. Lilly
  9. Compagni di scuola
  10. Ci vorrebbe un amico
  11. Notte prima degli esami
  12. Sotto il segno dei pesci
  13. Francesco
  14. Bomba o non bomba
  15. Chen il cinese
  16. Sara
  17. Il telegiornale
  18. Giulia
  19. L’uomo falco
  20. Dimmelo tu cos’è
  21. Dalla pelle al cuore
  22. Unica
  23. Cosa avevi in mente
  24. Che fantastica storia è la vita
  25. Amici mai
  26. Alta marea
  27. Benvenuti in paradiso
  28. In questo mondo di ladri
  29. Ricordati di me

Ligabue – Le ragioni di un flop (?)

Da giorni in rete e, in misura minore, in tv, si discute del flop di Ligabue, impegnato nel suo “Start Tour. Le date di Bari e Pescara hanno evidenziato in effetti una penuria di spettatori (ovviamente rapportata alla folla oceanica cui il Nostro c’aveva negli anni abituati, vedi Campovolo e altro). Ma davvero basta un mezzo passo falso, una prima curva lungo un percorso costellato di successo e di vari record battuti (proprio sul versante live) per parlare di “artista finito”, “sul viale del tramonto” ecc ecc?

Per una volta quindi provo a indossare i panni dell’avvocato difensore dell’eclettico artista, proprio io che da svariati anni ho smesso di appassionarmi alle vicende artistiche del Luciano da Correggio. Ma lo faccio perchè sono rimasto colpito dall’ondata di commenti negativi sulla questione, e di giubilo dei detrattori nel vedere un insuccesso, una crepa nella sua carriera.

Da un punto di vista artistico, nessuno è immune da giudizi: tu pubblichi un disco, esponi un quadro, scrivi un libro, reciti a teatro e ti dai in qualche modo in pasto a un pubblico più o meno vasto, fatto di persone col proprio gusto ed è normale non piacere a tutti. Capita in tutti i settori in fondo, c’è gente persino che critica Messi e Cristiano Ronaldo, dei marziani nel proprio “campo d’azione”.

E in secondo ordine, nella vita di ognuno di noi ci sono alti e bassi, non solo dal punto di vista personale, ma anche professionale. E’ indubbio che Ligabue, giunto relativamente tardi al primo disco – nel ’90 quando aveva già spento la trentesima candelina – abbia attraversato quasi tre decadi a inanellare successi in serie, anche se chi ne conosce bene la storia sa che ebbe un primo stop di un’ascesa fulminante all’uscita del terzo album “Sopravvissuti e sopravviventi”. La conseguente crisi portò poi a una vera rinascita artistica, che coincise con la pubblicazione di quel “Buon compleanno Elvis” che infine lo consacrò pienamente nel mainstream.

Fu in quegli anni che il Liga dimostrò di avere forza e numeri tali da rivaleggiare, dati alla mano, con il vero rocker riconosciuto di casa nostra, il suo corregionale Vasco Rossi. E visto che i paragoni fra i due sono stati tirati in ballo più volte in questi giorni e, bene o male, succede da 25 anni a questa parte, provo anch’io a dire la mia.

In un Paese diviso come il nostro, in fondo non si aspettava altro. Dai Guelfi e Ghibellini, dalla Dc e il Pc, in Italia – come in gran parte del Mondo, giusto dirlo – ci piace dividerci, parteggiare e, in fondo, a ben vedere, i due nostri paladini musicali non potevano che essere più diversi.

Vasco, più avanti con gli anni e soprattutto con la carriera, all’inizio almeno credo non fosse “infastidito” o “spaventato” dall’avvento di un nuovo esponente del rock tricolore, ma suppongo che dalla seconda metà degli anni ’90 si sia reso conto che il tipo facesse sul serio. Tra il ’97 e il ’98 Ligabue infatti sembrava davvero baciato da grazia divina, tra un disco live mastodontico a certificarne la grandezza acquisita e il convincente debutto in serie da scrittore prima e regista poi.

Da ascoltatore un po’ distratto – cresciuto più con Vasco, pur non considerandomi un “Vaschiano” di ferro, ma estimatore anche delle genuine storie di provincia narrate dal Liga nella prima parte di carriera – sono quasi sicuro che fino agli anni ’90 in fondo le rispettive platee di ascoltatori fossero suppergiù le stesse e che chi, come me appunto, ascoltava da tempo Vasco, fosse quantomeno curioso e contento ci fosse un altro ruspante cantautore “con le chitarre”, in un periodo dominato all’epoca in classifica dalla musica leggera di un Ramazzotti o di una Pausini.

Poi però è indubbio che le “fazioni” siano cominciate a delinearsi, man mano che una rivalità, se non propria sottesa antipatia, tra i due è venuta a galla. Frecciatine a vicenda, una distanza di gusti e interessi, oltre che di vita, hanno contribuito a non farli incontrare praticamente mai.

Vasco in quel periodo era ai vertici, lo era da tempo, ma preventivamente non furono mai pubblicati nello stesso anno album inediti dell’uno e dell’altro, nè i due si sono inoltrati in importanti tour contemporaneamente. E così, eccoli negli ultimi vent’anni dividersi successi e meriti con tour sold out, concerti esauriti negli stadi, progetti estemporanei baciati da successo clamoroso (di danza nel caso di Vasco, concerti a teatro, nuovi film per Liga), e poi – se da una parte San Siro è diventata la casa ufficiale del rocker di Zocca –  ecco che Ligabue poteva rispondere riproponendo a distanza di anni l’esperimento Campovolo. Cui Vasco rispose allestendo l’imponente Modena Park.

Fin qui, tutto bene, nel proprio rassicurante (e vastissimo) orticello… fino alla recentissima differenza di successo avvenuta alle porte di quella che si preannuncia una caldissima estate.

Vasco che sta inanellando l’ennesimo clamoroso exploit, con il record di 6 date sold out allo stadio San Siro di Milano e due splendidi e sentitissimi concerti-evento in quel di Cagliari, e Ligabue che stenta a riempire stadi che fino a un paio d’anni fa erano (anche) “roba sua”.

Cosa sia successo è difficile saperlo, in teoria la fan base di Ligabue è copiosa e soprattutto fedele ma forse, a differenza di Vasco, è rimasta pressochè immutata negli anni, senza rinnovarsi (come la sua musica, verrebbe da dire in maniera sarcastica, ma in fondo è uno degli argomenti che più è venuto a galla nella shit storm di commenti sul web).

Può però bastare il fatto che Ligabue propone da tempo la stessa formula fino all’altro ieri vincente?

Ok, giunto quasi al termine della mia riflessione, è giusto specificare che non si sta parlando di uno che fatica ad arrivare alla fine del mese e che è in procinto di chiudere la carriera, ma se tanto si sta discutendo di questi concerti è proprio perchè è un fatto anomalo che un totem come lui possa vivere momenti di flessione…

Lo stesso Ligabue d’altronde ha voluto affrontare la questione, non facendone un dramma (pubblicamente) e rassicurando che i concerti, dal punto di vista della resa artistica e della qualità, sono quanto di meglio abbia mai fatto. Non ho prove per dubitarne ed è giusto che lui per primo creda nel proprio lavoro e lo sostenga ma io, da esterno, vorrei provare a dare una risposta al mio ultimo quesito (lo so, sono un po’ marzulliano in questo, mi faccio la domanda e rispondo pure!).

Credo che no, non sia una questione artistica. Chi ascolta e apprezza Ligabue, e penso la cosa valga per tutti i più accesi fan di un qualsivoglia artista, lo ascolta e sostiene comunque, anzi non si aspetta altro che non “quei soliti due accordi”, tanto criticati. Alzi la mano chi sostiene che il suo rivale Vasco abbia negli ultimi anni apportato chissà quali novità al suo consolidato stile?

Eppure Vasco ha saputo creare più empatia nell’ascoltatore, ha saputo coinvolgere di più anche l’ascoltatore distratto, finendo quasi per rivalutarsi dinnanzi ai suoi antichi detrattori. Ligabue invece, e non ne faccio una colpa ma semplicemente lo constato, ha un modo di porsi molto diverso, sia nei confronti del fan tipo, sia nei confronti dell’opinione pubblica, fino a risultare (o quanto meno sembrarlo, io di certo non lo conosco di persona) supponente, distaccato, un po’ arrogante. Dubito sia così, perchè conosco suoi ammiratori prontissimi ad affermarne l’esatto contrario.

Il mio “Ligabue preferito” era quello con la Banda, ma forse conta molto il fatto che avevo 18 anni o poco più, e che stessi crescendo con lui. Parlo per me, io ero molto coinvolto dal suo percorso, almeno fino a “Nome e cognome”, che coincise tra l’altro con un periodo molto particolare della mia vita, di grandi cambiamenti.

Da lì in poi però, se non episodicamente, non mi è più “arrivato” e difatti non ho più sentito l’esigenza di sentirlo dal vivo, come mi era capitato in passato (ricordo uno splendido concerto nella mia città, all’Arena di Verona, per il tour di “Fuori come va?”).

Avrebbe molte potenzialità ma sta pagando forse il fatto di andare sempre e solo “sul sicuro”. Magari poi il tour procederà benissimo, butterà fuori un singolo estivo (anche se ammetto di non aver sentito nessun pezzo con le stimmate del “successo” in questo deludente “Start”) e tornerà il numero 1, pronto a zittirci tutti, noi che gli stiamo facendo le pulci.

Più realisticamente però, se fossi in lui, mi prenderei una pausa e butterei il cuore oltre l’ostacolo, con un progetto davvero “personale”, in cui riversare tutto sè stesso, ispirato, vero. E’ questo che gli è un po’ mancato negli anni, la viscerale sincerità che invece appartiene al suo contraltare più volte citato nel mio pezzo.

Mi dà molto fastidio però, questo mi sento di dirlo, l’atteggiamento comune di coloro che non vedevano l’ora che avesse un intoppo per denigrarlo, insultarlo e sbeffeggiarlo. Sembra proprio ci dia fastidio se qualcuno gode di un qualche privilegio o di un riconosciuto successoc (nel suo caso meritato e corroborato da anni di carriera) e se la passa meglio di noi. Magari gente che non ne ha mai parlato, nè ha scritto nulla su di lui o a malapena ne conosce la storia, e ora scioglie le riserve e ci dice quanto a lui abbia sempre fatto schifo.

D’altronde fa sempre più notizia quando una cosa va male rispetto al contrario. Ma qui si sta parlando di un artista che ha segnato la musica italiana degli ultimi 20 anni, non certo di un fenomeno effimero pompato dai media e uscito da un talent.

Bisognerebbe, almeno per chi fa il giornalista e crede di farlo in modo serio, mettere sul piatto della bilancia tutto, non solo ciò che conviene per sostenere la propria tesi (in questo caso, il presunto flop di Ligabue): a quanto pare noto che non sempre è così.