I miei tre giorni a Sanremo per il Premio Tenco

Sul Premio Tenco 2019 si è scritto davvero di tutto e di più, erano anni che non si assisteva a discussioni – spesso anche “feroci” – sulla prestigiosa Rassegna, istituita in onore del grande cantautore, che c’ha lasciato nell’ormai lontano 1967.

Da appassionato di musica – anche “d’autore” – ho sempre seguito da vicino la manifestazione, guardando con particolare interesse alle Targhe Tenco, i premi cioè destinati ogni anno nelle categorie per l’album dell’anno in assoluto, per la miglior canzone (in questo caso il riconoscimento va all’autore che, ovviamente, non sempre coincide con l’interprete in questione), per l’album in dialetto, per il miglior album di interprete, per quello d’esordio e, da pochi anni, per un album cosiddetto “a progetto”.

Un tempo, quando ero più “giovane”, non mi perdevo alla tv la serata relativa, trasmessa quasi sempre in seconda serata sulle reti RAI e ammetto di essere grato per aver scoperto grazie a questa rassegna fior fiori di cantautori.

Da qualche anno faccio anch’io parte della Giuria, siamo un gruppo numeroso ed eterogeneo; non conosco tutti, la maggior parte solo di fama, ma credo con i miei 42 anni di rappresentare ancora la parte cosiddetta “giovane”… in questo momento sono ironico ma non troppo, dopo aver letto un sacco di discussioni sul fatto che al Tenco si voglia per forza legarsi alla contemporaneità e al pop, andando a snaturare la rassegna, quel tipo di polemiche che vanno a sostituire le altre, del tipo che al Tenco si è rimasti fermi al classicismo di una canzone d’autore con quegli stilemi da “cantautore impegnato di sinistra, con la barba e la chitarra a tracolla”.

Per carità, tutto legittimo e ognuno può pensare ciò che vuole… io dico che da quando sono in giuria, ho visto arrivare in finale album che non sempre avevo votato ma ciò non significa che le scelte non fossero in linea con quella che è la storia del Tenco, e di Tenco, per quanto sia obiettivamente impossibile anche solo poter immaginare chi sarebbe realmente oggi, dal punto di vista meramente artistico, ovvio, Luigi Tenco. Che strade avrebbe intrapreso, che tematiche avrebbe trattato nelle sue canzoni… Nessuno in fondo può sapere cosa (e chi) può rappresentare al giorno d’oggi Luigi Tenco e onestamente a me interessa che non vada persa la sua memoria, che venga rispettata la sua Arte.

A distanza di una settimana dall’ultimo giorno di rassegna, non mi va di scrivere bilanci o chissà quali report, tanto chi è appassionato di musica avrà già letto di tutto e spero non si sia fermato solo all’esibizione di Achille Lauro, il cui video su You Tube è diventato quasi virale.

Io mi sono portato a casa da questa 3 giorni sanremese tante belle vibrazioni positive, e soprattutto ho ascoltato tanta buona musica. Era la prima volta che soggiornavo in Riviera per tutta la rassegna, in un’altra occasione ero giunto per la Finale, giusto in tempo per godermi la premiazione con relativo set di Niccolò Fabi che in quell’anno, il 2016, si aggiudicò con pieno merito la Targa di miglior album dell’anno con lo stupendo “Una somma di piccole cose”.

In tre giorni ho potuto vivere la rassegna “da dentro”, partecipando alle conferenze stampe, alle presentazioni del pomeriggio, alle varie iniziative, tutte di gran pregio – e poi vai a capire perchè la gente si sia fissata sull’Aperitenco che, a dire il vero, ancora non ho capito se ci sia in effetti stato, e anche fosse da quel che ho sentito non ha riguardato direttamente la rassegna.

E’ stato da una parte il Festival delle polemiche, anche e soprattutto da parte della famiglia di Luigi, ma a dire il vero mi trovo d’accordo con la replica del Direttivo.

Io ho respirato una buona aria, ascoltato come detto buona musica, incontrato tanta bella gente, con cui è stato piacevole confrontarsi. C’era mia moglie Mary questa volta ad accompagnarmi e abbiamo avuto modo anche di conoscere meglio la splendida cittadina ligure.

Al riparo dalle polemiche, che qui mi rimbalzavano solo via social – perchè di fatto il clima era assolutamente piacevole e il tutto si è svolto in piena armonia… nessuno in parole povere si è scagliato contro Lauro in primis o contro Morgan, rei di non aver reso giustizia nell’omaggio a Tenco con “Lontano lontano”, sigla d’apertura che in effetti ha visto palesi carenze tecniche.

Poi però Achille Lauro, a mio avviso più emozionato che impreparato, come da più parti ho letto, ha portato a casa la pagnotta con il suo set dove era molto più a suo agio. Personalmente non ascolto la sua musica, ma ho trovato esagerato scagliarsi contro di lui.

Gli organizzatori trarranno le loro conclusioni sulla scelta fatta a monte, di affidargli un brano simile, ma a quanto pare le polemiche ci furono anche in tempi non sospetti, quando a detta di tutti la Rassegna era ancora all’apice.

Io, però, che solo negli ultimi anni ho avuto modo di avvicinarmi a questo prestigioso contesto, e conoscendo bene anche il Festival di Sanremo, non ho riscontrato somiglianze tra le due manifestazioni. Un’apertura (che c’è stata) a qualcosa di più “commerciale” secondo me non deve creare scandalo, se poi la compensi con interventi di gran pregio, quali sono stati quelli di Vinicio Capossela, Daniele Silvestri e Rancore, Enzo Gragnaniello, Petra Magoni, Gnu Quartet, Peppe Voltarelli, Mimmo Locasciulli, Sergio Cammariere

la canzone d’autore poi, i talenti, i nomi “di nicchia” in linea con la grande storia della rassegna si sono riscontrati in Alessio Lega, Simona Colonna, Claudia Crabuzza… tutta gente che sul palco (nel caso della Crabuzza in un evento esterno) ha dato vita a performance intense, ricche, coinvolgenti.

E il pop? Beh, se il pop è quello del giovane Fulminacci, di Levante, Nina Zilli e dei premiati Ron, Stadio e Gianna Nannini, ben venga anche su questo palco!

Non è mancato nemmeno lo spazio per qualcosa di simile al “teatro canzone”, basti pensare a David Riondino o a Roberto Brivio de I Gufi, entrambi molto brillanti. E poi i duetti tra Morgan e gli altri artisti al pianoforte, i tanti, sentiti, omaggi al grande Gianni Siviero, omaggiato anche con un bellissimo album di sue canzoni interpretate dagli artisti più svariati.

Insomma, ingredienti per definire ricca e riuscita questa edizione ce n’erano eccome sul piatto, e nessuno di questi ha lasciato l’amaro in bocca.

Ho visto anzi tanta partecipazione da parte del pubblico, non solo all’Ariston per le tre serate, ma anche per gli altri eventi in programma, con un Antonio Silva sempre sul pezzo, instancabile, vulcanico, con la sua ironica simpatia.

Certo, nulla è perfetto, ma credo che il lavoro del Club Tenco in tutti questi anni sia stato lodevole e che abbia contribuito molto, non solo a tenere in vita il ricordo del grande Luigi, ma anche ad alimentarlo nel modo giusto.

Ho conosciuto in questi giorni tanta gente appassionata, credo sia veramente azzardato (e ingiusto) screditare il lavoro di anni e scrivere che sia mancato una qualche forma di rispetto nei confronti di Tenco e una discontinuità con la storia passata, gloriosa della Rassegna.

Un Antonello Venditti memorabile per il tour celebrativo del disco capolavoro”Sotto il segno dei pesci”

Antonello Venditti ieri ha fatto tappa a Marostica, tra i colli vicentini, in questo lungo e fortunato tour celebrativo per i 40 anni (ormai compiuti l’anno scorso) di uno dei suoi dischi clou: “Sotto il segno dei pesci”.

La cornice era splendida, come gran parte di quelle scelte per l’occasione di questo tour che, in origine, doveva solo fermarsi all’Arena di Verona (a proposito di memorabili location), il pubblico pure, ma soprattutto a brillare in un cielo che fortunatamente ha tenuto a bada il pericolo pioggia, sono state le canzoni del grande cantautore romano.

Di solito, come critico, mi occupo di altro tipo di musica, più tendente al rock, tra l’altro di matrice alternativa, ma chi mi conosce è al corrente della mia passione per la musica italiana, quella con la I maiuscola. E il buon Antonello rientra di diritto tra i più grandi della storia della nostra musica, nonostante lui anche ieri regalando sinceri tributi e affettuosi ricordi dei colleghi/amici scomparsi Pino Daniele e Lucio Dalla, ne parli come se appartenessero a un’altra categoria rispetto a lui. Invece il campionato in cui da ben 47 anni si cimenta il Nostro (da quando nel 1972 uscì il suo primo album “Theorius Campus” in coabitazione con l’amico Francesco De Gregori) è lo stesso dei sopra citati, grandissimi artisti italiani, e Venditti nell’arco di questa lunghissima carriera, si è posizionato spessissimo in zona Champions League, vincendo diversi scudetti: pensiamo ai successi clamorosi di pubblico degli anni ’80 o all’affermazione piena come cantautore proprio con l’album che sta riproponendo in toto in queste date: “Sotto il segno dei pesci”.

A 70 anni belli che compiuti Venditti mostra una vitalità straordinaria, una resa artistica integra ma soprattutto una passione senza eguali: lo si capisce da molti gesti, da come si muove, da come è coinvolto in ogni singola parte del concerto, da come ama raccontare aneddoti, fatti, episodi curiosi, particolari, molto personali, dalla piena sintonia che mostra con i suoi fidati storici collaboratori sul palco… lo si percepisce chiaramente soprattutto da come interpreta, vive e ci trasmette le sue canzoni.

Non si è proprio risparmiato ieri sera, suonando per quasi 3 ore e mezza (dalle 21,30 a poco meno dell’una di notte), dando giusto risalto al disco che viaggia per i 41 anni in quest’estate 2019, il già citato “Sotto il segno dei pesci” – di cui racconta genesi e significati più profondi – e per cui chiama a raccolta la folk band romana Stradaperta (che con lui incise lo storico disco all’epoca) ma spaziando, come era nel desiderio dei numerosissimi fans accorsi da gran parte del Nord Italia, in lungo e in largo nel suo repertorio, con l’esecuzione di tantissimi classici e il ripescaggio di alcune canzoni molto datate ma che evidentemente, come da lui spiegato, hanno una valenza molto importante per la sua vita e il suo percorso.

In tutto ciò, davvero, non si assiste a cadute di tono, a momenti di stanca; l’energia, la vitalità e lo spessore rimangono elevati per tutta la durata dello show, con intermezzo simpatico del cantautore, prima di “Dalla pelle al cuore”, quando chiama sul palco delle “coraggiose” donne per aver alzato la mano alla sua domanda su chi avesse perdonato un tradimento del proprio partner. Poi si è scoperto che una di loro aveva bluffato per salire sul palco e abbracciare il suo idolo ma ormai il simpatico giochino era riuscito!

Come detto, il cantautore è andato a pescare da diversi album, non tralasciando nessuna fase della carriera. Risulta quasi pleonastico commentare ogni singolo brano, perchè ognuno avrà avuto i suoi momenti più intensi durante i vari ascolti, ognuno con un proprio vissuto ed emozioni da poter liberare in un canto liberatorio o anche semplicemente facendosi trasportare dalle note e dalle parole dei brani passati in rassegna.

Personalmente sono stati tre i miei momenti clou, se escludiamo una “Giulio Cesare” che per prima mi ha fatto salire l’effetto karaoke: il primo l’ho vissuto durante una struggente “Lilly”, in grado di commuovermi sempre; poi l’emozione è salita alle stelle nelle tre canzoni da lui eseguite da solo al piano e che hanno anticipato il set de “Sotto il segno dei pesci”, vale a dire una toccante “Compagno di scuola” (prima però si era soffermato sul significato dato al termine “compagno”, specie in quei ruggenti anni ’70), una “Ci vorrebbe un amico” dedicata a Lucio Dalla, del quale ci condivide la sua gratitudine e l’affetto sincero in un momento delicato della sua esistenza e la storica “Notte prima degli esami”, ormai evergreen della musica italiana tutta; infine ecco affiorare la pelle d’oca durante una straordinaria “Che fantastica storia è la vita”, giustamente riconosciuta come una delle poche hit rimaste dagli anni 2000 in poi.

Nota di merito, dalle parti del tripudio, per la mezz’ora finale, in cui Venditti ha sciorinato brani entrati nell’immaginario di moltissima gente di varie età – com’era composto il copioso pubblico – e di fatto “generazionali”, sia che si trattasse di temi ad ampio raggio (“Benvenuti in paradiso”, “In questo mondo di ladri”), sia che fossero le sue più celebri canzoni d’amore (è mancata giusto “Ogni volta” ma in compenso ha eseguito le immortali “Amici mai”, “Alta marea” e quella “Ricordati di me” con cui ha trionfalmente chiuso il concerto) tra migliaia di smartphone alzati.

Un tempo esistevano gli accendini, forse era più romantico allora, ma in fondo cambia poco: rimane intatta la voglia di partecipazione, di prendere qualcosa per sè che possa essere ricordato, fissato nella mente e nel cuore. E ieri di momenti indimenticabili Antonello Venditti ne ha regalati davvero parecchi a me, a mia moglie e all’intero pubblico.

(di seguito la scaletta dello show)

  1. Raggio di luna
  2. I ragazzi del Tortuga
  3. Giulio Cesare
  4. Piero e Cinzia
  5. Peppino
  6. Stella
  7. Non so dirti quando
  8. Lilly
  9. Compagni di scuola
  10. Ci vorrebbe un amico
  11. Notte prima degli esami
  12. Sotto il segno dei pesci
  13. Francesco
  14. Bomba o non bomba
  15. Chen il cinese
  16. Sara
  17. Il telegiornale
  18. Giulia
  19. L’uomo falco
  20. Dimmelo tu cos’è
  21. Dalla pelle al cuore
  22. Unica
  23. Cosa avevi in mente
  24. Che fantastica storia è la vita
  25. Amici mai
  26. Alta marea
  27. Benvenuti in paradiso
  28. In questo mondo di ladri
  29. Ricordati di me

Ligabue – Le ragioni di un flop (?)

Da giorni in rete e, in misura minore, in tv, si discute del flop di Ligabue, impegnato nel suo “Start Tour. Le date di Bari e Pescara hanno evidenziato in effetti una penuria di spettatori (ovviamente rapportata alla folla oceanica cui il Nostro c’aveva negli anni abituati, vedi Campovolo e altro). Ma davvero basta un mezzo passo falso, una prima curva lungo un percorso costellato di successo e di vari record battuti (proprio sul versante live) per parlare di “artista finito”, “sul viale del tramonto” ecc ecc?

Per una volta quindi provo a indossare i panni dell’avvocato difensore dell’eclettico artista, proprio io che da svariati anni ho smesso di appassionarmi alle vicende artistiche del Luciano da Correggio. Ma lo faccio perchè sono rimasto colpito dall’ondata di commenti negativi sulla questione, e di giubilo dei detrattori nel vedere un insuccesso, una crepa nella sua carriera.

Da un punto di vista artistico, nessuno è immune da giudizi: tu pubblichi un disco, esponi un quadro, scrivi un libro, reciti a teatro e ti dai in qualche modo in pasto a un pubblico più o meno vasto, fatto di persone col proprio gusto ed è normale non piacere a tutti. Capita in tutti i settori in fondo, c’è gente persino che critica Messi e Cristiano Ronaldo, dei marziani nel proprio “campo d’azione”.

E in secondo ordine, nella vita di ognuno di noi ci sono alti e bassi, non solo dal punto di vista personale, ma anche professionale. E’ indubbio che Ligabue, giunto relativamente tardi al primo disco – nel ’90 quando aveva già spento la trentesima candelina – abbia attraversato quasi tre decadi a inanellare successi in serie, anche se chi ne conosce bene la storia sa che ebbe un primo stop di un’ascesa fulminante all’uscita del terzo album “Sopravvissuti e sopravviventi”. La conseguente crisi portò poi a una vera rinascita artistica, che coincise con la pubblicazione di quel “Buon compleanno Elvis” che infine lo consacrò pienamente nel mainstream.

Fu in quegli anni che il Liga dimostrò di avere forza e numeri tali da rivaleggiare, dati alla mano, con il vero rocker riconosciuto di casa nostra, il suo corregionale Vasco Rossi. E visto che i paragoni fra i due sono stati tirati in ballo più volte in questi giorni e, bene o male, succede da 25 anni a questa parte, provo anch’io a dire la mia.

In un Paese diviso come il nostro, in fondo non si aspettava altro. Dai Guelfi e Ghibellini, dalla Dc e il Pc, in Italia – come in gran parte del Mondo, giusto dirlo – ci piace dividerci, parteggiare e, in fondo, a ben vedere, i due nostri paladini musicali non potevano che essere più diversi.

Vasco, più avanti con gli anni e soprattutto con la carriera, all’inizio almeno credo non fosse “infastidito” o “spaventato” dall’avvento di un nuovo esponente del rock tricolore, ma suppongo che dalla seconda metà degli anni ’90 si sia reso conto che il tipo facesse sul serio. Tra il ’97 e il ’98 Ligabue infatti sembrava davvero baciato da grazia divina, tra un disco live mastodontico a certificarne la grandezza acquisita e il convincente debutto in serie da scrittore prima e regista poi.

Da ascoltatore un po’ distratto – cresciuto più con Vasco, pur non considerandomi un “Vaschiano” di ferro, ma estimatore anche delle genuine storie di provincia narrate dal Liga nella prima parte di carriera – sono quasi sicuro che fino agli anni ’90 in fondo le rispettive platee di ascoltatori fossero suppergiù le stesse e che chi, come me appunto, ascoltava da tempo Vasco, fosse quantomeno curioso e contento ci fosse un altro ruspante cantautore “con le chitarre”, in un periodo dominato all’epoca in classifica dalla musica leggera di un Ramazzotti o di una Pausini.

Poi però è indubbio che le “fazioni” siano cominciate a delinearsi, man mano che una rivalità, se non propria sottesa antipatia, tra i due è venuta a galla. Frecciatine a vicenda, una distanza di gusti e interessi, oltre che di vita, hanno contribuito a non farli incontrare praticamente mai.

Vasco in quel periodo era ai vertici, lo era da tempo, ma preventivamente non furono mai pubblicati nello stesso anno album inediti dell’uno e dell’altro, nè i due si sono inoltrati in importanti tour contemporaneamente. E così, eccoli negli ultimi vent’anni dividersi successi e meriti con tour sold out, concerti esauriti negli stadi, progetti estemporanei baciati da successo clamoroso (di danza nel caso di Vasco, concerti a teatro, nuovi film per Liga), e poi – se da una parte San Siro è diventata la casa ufficiale del rocker di Zocca –  ecco che Ligabue poteva rispondere riproponendo a distanza di anni l’esperimento Campovolo. Cui Vasco rispose allestendo l’imponente Modena Park.

Fin qui, tutto bene, nel proprio rassicurante (e vastissimo) orticello… fino alla recentissima differenza di successo avvenuta alle porte di quella che si preannuncia una caldissima estate.

Vasco che sta inanellando l’ennesimo clamoroso exploit, con il record di 6 date sold out allo stadio San Siro di Milano e due splendidi e sentitissimi concerti-evento in quel di Cagliari, e Ligabue che stenta a riempire stadi che fino a un paio d’anni fa erano (anche) “roba sua”.

Cosa sia successo è difficile saperlo, in teoria la fan base di Ligabue è copiosa e soprattutto fedele ma forse, a differenza di Vasco, è rimasta pressochè immutata negli anni, senza rinnovarsi (come la sua musica, verrebbe da dire in maniera sarcastica, ma in fondo è uno degli argomenti che più è venuto a galla nella shit storm di commenti sul web).

Può però bastare il fatto che Ligabue propone da tempo la stessa formula fino all’altro ieri vincente?

Ok, giunto quasi al termine della mia riflessione, è giusto specificare che non si sta parlando di uno che fatica ad arrivare alla fine del mese e che è in procinto di chiudere la carriera, ma se tanto si sta discutendo di questi concerti è proprio perchè è un fatto anomalo che un totem come lui possa vivere momenti di flessione…

Lo stesso Ligabue d’altronde ha voluto affrontare la questione, non facendone un dramma (pubblicamente) e rassicurando che i concerti, dal punto di vista della resa artistica e della qualità, sono quanto di meglio abbia mai fatto. Non ho prove per dubitarne ed è giusto che lui per primo creda nel proprio lavoro e lo sostenga ma io, da esterno, vorrei provare a dare una risposta al mio ultimo quesito (lo so, sono un po’ marzulliano in questo, mi faccio la domanda e rispondo pure!).

Credo che no, non sia una questione artistica. Chi ascolta e apprezza Ligabue, e penso la cosa valga per tutti i più accesi fan di un qualsivoglia artista, lo ascolta e sostiene comunque, anzi non si aspetta altro che non “quei soliti due accordi”, tanto criticati. Alzi la mano chi sostiene che il suo rivale Vasco abbia negli ultimi anni apportato chissà quali novità al suo consolidato stile?

Eppure Vasco ha saputo creare più empatia nell’ascoltatore, ha saputo coinvolgere di più anche l’ascoltatore distratto, finendo quasi per rivalutarsi dinnanzi ai suoi antichi detrattori. Ligabue invece, e non ne faccio una colpa ma semplicemente lo constato, ha un modo di porsi molto diverso, sia nei confronti del fan tipo, sia nei confronti dell’opinione pubblica, fino a risultare (o quanto meno sembrarlo, io di certo non lo conosco di persona) supponente, distaccato, un po’ arrogante. Dubito sia così, perchè conosco suoi ammiratori prontissimi ad affermarne l’esatto contrario.

Il mio “Ligabue preferito” era quello con la Banda, ma forse conta molto il fatto che avevo 18 anni o poco più, e che stessi crescendo con lui. Parlo per me, io ero molto coinvolto dal suo percorso, almeno fino a “Nome e cognome”, che coincise tra l’altro con un periodo molto particolare della mia vita, di grandi cambiamenti.

Da lì in poi però, se non episodicamente, non mi è più “arrivato” e difatti non ho più sentito l’esigenza di sentirlo dal vivo, come mi era capitato in passato (ricordo uno splendido concerto nella mia città, all’Arena di Verona, per il tour di “Fuori come va?”).

Avrebbe molte potenzialità ma sta pagando forse il fatto di andare sempre e solo “sul sicuro”. Magari poi il tour procederà benissimo, butterà fuori un singolo estivo (anche se ammetto di non aver sentito nessun pezzo con le stimmate del “successo” in questo deludente “Start”) e tornerà il numero 1, pronto a zittirci tutti, noi che gli stiamo facendo le pulci.

Più realisticamente però, se fossi in lui, mi prenderei una pausa e butterei il cuore oltre l’ostacolo, con un progetto davvero “personale”, in cui riversare tutto sè stesso, ispirato, vero. E’ questo che gli è un po’ mancato negli anni, la viscerale sincerità che invece appartiene al suo contraltare più volte citato nel mio pezzo.

Mi dà molto fastidio però, questo mi sento di dirlo, l’atteggiamento comune di coloro che non vedevano l’ora che avesse un intoppo per denigrarlo, insultarlo e sbeffeggiarlo. Sembra proprio ci dia fastidio se qualcuno gode di un qualche privilegio o di un riconosciuto successoc (nel suo caso meritato e corroborato da anni di carriera) e se la passa meglio di noi. Magari gente che non ne ha mai parlato, nè ha scritto nulla su di lui o a malapena ne conosce la storia, e ora scioglie le riserve e ci dice quanto a lui abbia sempre fatto schifo.

D’altronde fa sempre più notizia quando una cosa va male rispetto al contrario. Ma qui si sta parlando di un artista che ha segnato la musica italiana degli ultimi 20 anni, non certo di un fenomeno effimero pompato dai media e uscito da un talent.

Bisognerebbe, almeno per chi fa il giornalista e crede di farlo in modo serio, mettere sul piatto della bilancia tutto, non solo ciò che conviene per sostenere la propria tesi (in questo caso, il presunto flop di Ligabue): a quanto pare noto che non sempre è così.