Recensione di “Dell’Amore animale, dell’Amore dell’uomo, dell’Amore di un Dio” di Lorenzo Del Pero, un cantautore che ha tanto da dire.

Uno dei dischi che più ho ascoltato e apprezzato negli ultimi mesi è quello del cantautore pistoiese Lorenzo Del Pero, invero pubblicato nel 2019 ma che, visto che la buona musica non ha ovviamente scadenza, si sta facendo notare in questo funestato anno bisestile.

Concept e Foto Album: Lorenzo Gori

Il titolo in sè è già parecchio d’impatto ed evocativo: “Dell’Amore animale, dell’Amore dell’uomo, dell’Amore di un Dio”, e va a riallacciare alcuni legami con quel mondo dei cantautori più “nobili”.

Proprio così, Del Pero non sembra temere paragoni azzardati, pur denotando una spiccata personalità artistica pienamente ormai a fuoco, dopo i primi vagiti in lingua inglese, memore anche di importanti trascorsi all’estero.

E’ un lavoro ambizioso questo suo nuovo disco, ma per nulla “arrogante”, mi si passi il termine, ove è possibile non solo limitarsi ad ascoltare quelle che sono in ogni caso piacevolissime canzoni, ottimamente scritte, suonate e interpretate, ma anche tuffarcisi dentro, venendo a conoscenza del mondo interiore dell’autore.

L’amore è il dichiarato trait d’union tra i vari pezzi, un sentimento che non viene celato ma che al contrario emerge prepotente in ogni sua sfaccettatura. Potrebbe sembrare il “classico” disco da cantautore disilluso, in grado di sintetizzare le amarezze personali, finanche universali, ma non è affatto così, in quanto la materia amorosa, di per sè vasta e onnicomprensiva, è declinata anche nei suoi aspetti meno carnali e “umani” appunto, con incursioni felici (perchè, anticipando ciò che poi più nel dettaglio commenterò, si tratta di alcuni fra gli episodi più sentiti e riusciti) in quell’area spirituale che alberga in ognuno di noi.

A conti fatti quindi ci si sente in qualche modo purificati, come alla fine de “Il sentiero”, canzone in quattro parti (compresa di Intro, Primo Intermezzo e Secondo Intermezzo) che delinea il mood dell’intera opera.

Che sia un album più maturo e “lavorato” (o meglio, ragionato) dell’omonimo debutto (risalente al 2013) lo si evince in fretta; ci basta, dopo il già citato frammento iniziale de “Il sentiero”, una canzone come “Romina”, che riesce nel miracolo di far incontrare due mostri sacri come Fabrizio De Andrè (nell’atmosfera e nel linguaggio) e Jeff Buckley (negli splendidi acuti). E’ già questa a mio avviso la vetta dell’ album, il suo apice narrativo e formale. Ma le sorprese non sono certo finite, e Del Pero con la successiva, catartica “Verrà la pioggia” rinnova un’attenzione particolare alle parole e alla pura bellezza musicale.

E’ questa la canzone forse più adatta a rappresentare le molteplici anime di un lavoro consistente, forte di un lirismo come non si sentiva da tempo in ambito cantautorale, così vicino come detto ai classici del genere. Tuttavia a spiccare, innegabilmente, sono le indubbie doti vocali del Nostro, che innalzano il livello di intensità, conferendo spesso e volentieri quel giusto quid di pathos e struggimento.

Continuando fra i solchi del disco, ci si imbatte nella melodica e apparentemente placida (perchè, di fatto, anche in questo caso, le parole sono più simili a lame affilate che a dolci carezze) “Misera cosa”, caratterizzata da uno stupendo arrangiamento acustico. Apro una parentesi per lodare anche i musicisti che intervengono nell’album, laddove il suo titolare si è occupato di cantare e di suonare chitarre, bouzouki greco e balalaika: si tratta di Francesco Pirolo (basso), Alessandro Pieri (batteria) e Matteo Gaggioli, che oltre a suonare tastiere, basso e fisarmonica, ha curato con lo stesso Del Pero la produzione artistica e gli arrangiamenti (ed ha pure registrato e mixato il lavoro); assai rilevante anche il contributo di Alice Chiari e Irene Betti che, rispettivamente con violoncello e arpa, hanno impreziosito e rifinito il tutto.

“A Silvia” fa da spartiacque ed è probabilmente il brano col più alto tasso di densità della raccolta, in cui il cantautore delinea un ritratto toccante della protagonista che, pur alle prese con una vita che non le ha risparmiato dolore e atrocità, non intende arrendersi. E’ un testo davvero importante e significativo quello che ne contorna la storia, in versi come “Silvia chiede una tregua con respiro affannoso/all’amore che il tempo oramai ha corroso/E poi giura che questa sarà l’ultima volta/che si dona ad un uomo fino ad esser travolta/Silvia grida l’amore/la sua bocca smarrita”. Anche l’interpretazione, in cui Lorenzo può ricordare nel grido finale un certo Chris Cornell, non può lasciare certo indifferenti.

Foto di Fiorenzo Giovannelli

Le tematiche rimangono cupe, con punte di disperazione, nella successiva “Dell’amore animale”, che vanta però un arioso ritornello che ricorda un po’ Don Backy, specie per la pulizia e l’efficacia interpretativa.

Sono canzoni in effetti d’altri tempi quelle contenute in questo convincente “Dell’Amore animale, dell’Amore dell’uomo, dell’Amore di un Dio”, e a maggior ragione lo sono quelle cui spetta l’onere di condurci alla fine del tortuoso viaggio. Dapprima a stupire è la splendida “Ave Maria”, un’invocazione profonda, una preghiera laica (oppure no?), in cui i toni spirituali emergono e ne connotano l’epica melodia. Il lirismo, presente a onor del vero in ogni singolo episodio, viene accentuato oltremodo nel brano “Sposa per denaro”, dove fa capolino una sospirosa fisarmonica.

Non sono da meno l’intensa “Sorella solitudine”, in cui Del Pero si cimenta in un azzardato cambio di tono, passando brillantemente da un ficcante spoken word iniziale a un ritornello aperto in cui far letteralmente volare le corde vocali, e la dimessa, ancorchè ragguardevole, “Preghiera blasfema”, il cui accostamento verbale induce all’inganno. L’ossimoro è infatti fuorviante, basta perdersi in versi come “A te lode e gloria di una lunga memoria/Proteggi mia madre, conduci mio padre/Nella sofferenza ch’io trovi l’essenza/di un Amore antico/Dio ti benedico”, per rilevarne il grande spessore. La musica oltretutto è calorosamente solenne, e ben si confà a simili parole.

Che altro ancora da aggiungere? Dopo aver ascoltato un disco di tale levatura, dove le (belle) intuizioni del disco d’esordio sembrano portate a compimento, e aggiungendovi la recente collaborazione con Marco Olivotto, sfociata nel suggestivo singolo “Vola il corvo”, abbiamo chiara l’immagine di un artista consapevole del suo talento e delle proprie qualità.

Un cantautore in movimento, che ha tanto da dire e che riesce, grazie a un songwriting ispirato e a una voce potente ed educatissima, a trasmettere nel migliore dei modi il suo mondo interiore, ciò che più sente nel profondo.

 

Le mie considerazioni sui finalisti delle Targhe Tenco 2020

Sono usciti ieri i nomi dei finalisti per l’edizione 2020 delle Targhe Tenco, prestigioso riconoscimento che ogni anno premia i migliori album italiani suddivisi per categorie.

E’ in pratica la rassegna più importante dedicata alla canzone d’autore, tralasciando il fatto che nel corso degli anni abbia subito delle variazioni, contornandosi di sfumature nuove e dando adito anche a polemiche sull’effettiva e corretta dicitura. Senza inoltrami in territori paludosi, fra l’altro già ampiamente battuti da appassionati e da senatori che seguono il Premio Tenco, io come giurato mi limito, ma lo faccio con la massima serietà possibile, a indicare ogni anno le mie preferenze.

Per quanto non sempre d’accordo con determinati esiti, devo dire che di buona musica ne ho sempre sentita, sia tra le opere in gara, sia tra quella proposta e promossa nelle tre serate della Rassegna che ogni anno si svolge nella splendida cornice del Teatro Ariston di Sanremo. E’ in quella occasione che vengono assegnate fisicamente le Targhe e, in definitiva, si tratta per me ogni anno di una full immersion musicale sempre molto attesa e gradita.

Detto ciò, il senso del mio post è quello di commentare i primi verdetti, ricordando che nella prima fase di votazione ogni giurato aveva a disposizione tre scelte da indicare. I cinque nomi più votati sono quelli giunti in finale, da cui poi per ogni categoria sarà possibile sceglierne solo un titolo: al termine dei ballottaggi verranno decretati i vincitori delle ambite targhe.

Come sempre, ovvio, vale per tutti i miei colleghi giurati, è impossibile vedere arrivare nella cinquina finale tutti gli album votati in precedenza, considerando quanti sono i nomi interessanti e quanti i giornalisti chiamati a votare. C’è molta eterogeneità quindi sia da una parte (tra gli artisti in primis) che dall’altra, nelle scelte degli addetti ai lavori.

Prima di passare in rassegna l’elenco dei finalisti, mi piace sottolineare che, proprio per l’elevato numero di dischi di indubbio valore, nonostante alcuni esclusi eccellenti, il roster da cui attingere per il voto decisivo sia assolutamente di qualità. Non ci si può certo lamentare nel vedere in finale determinati album.

Ci sono ovviamente anche delle piacevoli sorprese, degli outsider, ma in generale mi pare veramente una delle edizioni più equilibrate, con pochi vincitori annunciati. Di sicuro è la più equilibrata e incerta da quando io sto in giuria (dal 2016, questa è la mia quinta esperienza).


 

DISCO IN ASSOLUTO

Cominciamo dalla Targa più prestigiosa, quella da assegnare al Miglior Album in assoluto dell’anno.

Credo sarà un testa a testa fra Paolo Benvegnù, esponente di punta tra i cantautori indie – con un solido passato musicale alle spalle alla guida degli indimenticabili Scisma – e Dario Brunori, alias Brunori Sas. Entrambi non sono nuovi della Rassegna, ma se il primo ha solo sfiorato in passato una piena affermazione, il secondo può già vantare un bel risultato risalente all’edizione del 2017, quando si aggiudicò la Targa per la Miglior Canzone con l’intensa “La verità” (che votai anch’io!). Molto differenti per stile e linguaggio, hanno realizzato due album davvero importanti, anche se ammetto di aver preferito i precedenti due album di Benvegnù a “Dell’odio dell’innocenza”, in lizza quest’anno. Brunori invece con “Cip!” ha forse trovato il suo perfetto equilibrio formale, raggiungendo finalmente una vasta fetta di pubblico mainstream. Ma questo non dovrebbe distrarre la Giuria sul fatto che abbia confezionato un album bellissimo, con alcuni pezzi che legittimamente potevano ambire a replicare l’exploit de “La verità”, senza tener conto di un altro brano magnifico composto per una colonna sonora e nemmeno inserito nel disco: infatti avevo votato fra le mie tre canzoni dell’anno al primo turno proprio “Un errore di distrazione”, scritta per il film “L’ospite”.

Potrebbero però esserci delle sorprese, in quanto fra i finalisti c’è anche quel Diodato, che dopo aver vinto il Festival di Sanremo con “Fai rumore” e il David di Donatello per “Che vita meravigliosa” (tra l’altro seria candidata alla Targa per la Canzone Singola) potrebbe fare cappotto, sbaragliando tutta la concorrenza anche in questo contesto. Più defilati ma con degli album molto riusciti gli altri due finalisti, Luca Madonia e i Perturbazione, per entrambi una bella rivincita e un ritorno a pieno titolo fra i nobili ranghi della canzone italiana. Felicissimo per i ragazzi di Rivoli che seguo da sempre, indubbiamente rientrati bene in pista con l’album dall’accattivante titolo “(Dis)amore” ma anche per l’ex Denovo che si è dato una bella rinfrescata con il suo album infarcito di duetti illustri. Fra l’altro avevo recensito entrambi gli album per Indie For Bunnies, sito con cui collaboro, quindi non può che farmi piacere un’eventuale vincita da parte di uno o degli altri.

Gli esclusi

Dato onore ai finalisti, mi preme però constatare una sincera delusione nel non vedere Olden nella cinquina. Davide Sellari, questo il suo vero nome, solo un anno fa era in gara come miglior interprete, giunto in finale con i suoi interessanti rifacimenti di brani degli anni ’60. Quest’anno con il suo album di inediti “Prima che sia tardi” aveva clamorosamente alzato l’asticella – gli diedi 8,5 su Indie For Bunnies – presentando un concept-album molto emozionante. Ammetto candidamente che il suo per me è il miglior album dell’anno. Peccato non sia riuscito ad agganciare la Finale, presumo per pochi voti.

Anche Fabio Cinti e Paolo Capodacqua li avevo apprezzati tantissimo durante l’anno, e giudicati assai bene in fase di recensione, rispettivamente su Indie For Bunnies e sulla rivista Vinile. Poetico e struggente il primo (che due anni fa si impose nella categoria “Album di interprete” con la sua versione gentile dello storico “La voce del padrone” di Franco Battiato), raffinato e classico il secondo, memore dei migliori cantautori. Un possibile outsider sarebbe stato Lorenzo Del Pero, alle prese con un album intenso a dir poco ma probabilmente ancora poco noto. Mi sono piaciuti assolutamente anche gli album di Jet Set Roger, Fabrizio Tavernelli e dei Klippa Kloppa, tutti quest’anno da me recensiti e ascoltati in gran quantità: insomma nomi spendibili ve n’erano eccome.

Un paio di dischi importanti non figurano sorprendentemente in finale, quello di Niccolò Fabi e quello dell’inedita coppia Mina Fossati. A dire il vero non lo trovo scandaloso, nel caso di Fabi, habituè del Premio Tenco, non si può certo dire abbia pubblicato con “Tradizione e tradimento” un brutto album, ci mancherebbe, ma se lo paragono al magnifico “Una somma di piccole cose” che vinse la Targa relativa nel 2016, il confronto non regge, nonostante la presenza di due brani che immaginavo avessero goduto di miglior fortuna in questa fase: l’avvolgente “Scotta” (che infatti ho votato) e “Io sono l’altro”, un manifesto programmatico con un testo incisivo che non può lasciare certo indifferente. Nulla di fatto, tra l’altro questo brano si è nei giorni scorsi aggiudicato già un premio prestigioso, quello di Amnesty International, proprio per il significato delle sue liriche. Anche Mina e Ivano Fossati avevano in canna almeno un brano memorabile, quella “Luna Diamante” che, al pari di “Che vita meravigliosa” di Diodato compare nella colonna sonora dell’ispirato e toccante “La Dea Fortuna” di Ferzan Ozpetek. Secondo me questa ballata commovente poteva tranquillamente aggiudicarsi la Targa come miglior canzone dell’anno.

ALBUM IN DIALETTO

Gli album in dialetto rappresentano ogni anno una gradita sorpresa. Per quanto io sia un riconosciuto amante di sonorità etniche e appunto di canzoni dialettali, comprendenti recupero di storie, radici, tradizioni e fantastiche sonorità, non credo sia umanamente possibile avere sott’occhio tutte le uscite che provengono da ogni parte d’Italia. Quindi è molto raro che mi sbilanci perentoriamente per un nome anzichè per un altro. Ho dato, come ovvio, le mie preferenze e almeno un paio di album tra quelli da me votati sono giunti in finale, alludo alla rediviva Nuova Compagnia di Canto Popolare e alla cantante umbro-sarda Sara Marini. Ho in pratica cannato solo il mio terzo nome, di certo meritevole (per onor di cronaca Valeria Cimò con “I Cantori di Arborea”) ma non posso certo dirmi dispiaciuto nel vedere concorrere per la Targa i lavori di Alfio Antico, di Daniele Sepe (di nuovo con il suo Capitan Capitone in sella) e l’interessantissima Eleonora Bordonaro.

Mi riservo di dare un attento ascolto a tutti e cinque gli album, il tempo per votare in questa finale è fino al 29 giugno.

OPERA PRIMA

Anche la Targa per la Migliore Opera Prima è molto importante e significativa. Da qui hanno preso il volo intere carriere, e per quanto non sempre affermarsi in questa sede sia poi conferma di una svolta, di certo una vittoria al Tenco ha il suo peso.

Credo che, se non fosse per la presenza di Paolo Jannacci, questa sarebbe veramente una categoria incerta ed equilibrata; per la prima volta in cinque anni non ho sicurezza nel dare il voto, tanto che dei miei tre nomi citati alla prima tornata di voto nessuno è poi giunto in finale. Si trattava del giovane Gionata, artefice di un album fresco, sincero, immediato e profondo, della cantautrice pop jazz Michela Franceschina e del raffinato Franz (questi ultimi ben assimilati, visto che sia per l’una che per l’altro mi ero già ben espresso in fase di recensione tra le pagine virtuali di PelleECalamaio e Indie For Bunnies). Un album che mi ha favorevolmente colpito e che mi sembrava addirittura “fuori categoria” è quello del noto critico musicale, collega fra l’altro sulle pagine di Vinile, Alberto Marchetti. In tutta onestà, musiche e testi di un altro livello.

Ovviamente avevo ascoltato tutti gli artisti giunti in finale e mi ero sbilanciato su Lelio Morra, autore di un album di gran pregio. Ho rischiato non dandogli la preferenza, perchè in realtà ero convinto sarebbe arrivato tra i finalisti. Di fatto è andata così, ora però se la dovrà vedere con gli agguerriti Buva (e le sue intense parole), Liana Marino (autrice di un ottimo album e in effetti molto quotata) e i romani Reclame, che propongono un riuscito mix di contemporaneità e tradizione.

Dicevo di Jannacci, artista che stimo e per cui provo simpatia. Al di là che secondo molti, avendo già una discografia piuttosto cospicua come autore jazz in trio, non dovrebbe figurare in questo elenco, non mi pare che il suo album abbia le qualità per affermarsi. Vedremo.

INTERPRETE DI CANZONI

Il bingo mi è capitato nella categoria “Miglior album di interprete“! Infatti tutti e tre i dischi da me votati sono giunti in finale: si tratta dell’opera di Beppe Dettori, di Peppe Fonte e di The Niro. Album diversissimi fra loro, d’altronde anche i titolari delle relative canzoni omaggiate (rispettivamente Maria Carta, Piero Ciampi & Pino Pavone e Jeff Buckley/Gary Lucas) provengono da mondi lontani e differenti. Dovrò sciogliere i miei dubbi ma sono già abbastanza orientato su chi premiare. Poi ovvio, sono ottime anche le altre due artiste giunti sin qui a contendersi la Targa: Maria Mazzotta e Tosca, quest’ultima già apprezzatissima dalla Critica quest’anno al Festival di Sanremo, dove per un soffio non ha vinto il Premio Mia Martini, battuta sul filo di lana dall’asso pigliatutto Diodato.

CANZONE SINGOLA

E a proposito del Festival di Sanremo, come lo scorso anno ad aggiudicarsi la Targa fu una canzone proveniente da quella competizione (la stupenda “Argento vivo” di Daniele Silvestri, con la collaborazione di Manuel Agnelli e di Rancore), anche questa volta il vincitore potrebbe venire da lì (ricordando che in questo caso viene premiato l’autore del brano). Sono in gara infatti la stessa Tosca e il rapper Rancore (che lo scorso anno anche al Tenco affiancò Daniele Silvestri), rispettivamente con “Ho amato tutto” e “Eden”. Ottime canzoni ma non so se al punto di vincere, vista la presenza di Diodato in primis e di due rivelazioni come Beppe Gambetta e Giacomo Lariccia. In particolare l’artista giramondo con “Limiti” può giocarsi in sicurezza le sue carte: certo, sarebbe un exploit clamoroso ma la qualità del pezzo e dell’interpretazione sono di prim’ordine.

 

ALBUM COLLETTIVO A PROGETTO

C’è infine la speciale categoria degli “Album a progetto” istituita qualche anno fa e che presenta sempre dei lavori assai vari e compositi: due tra i finalisti hanno riscontrato assolutamente il mio interesse, l’omaggio a Gianni Siviero (presentato proprio durante la Rassegna della scorsa edizione) e il nuovo capitolo dell’album di Voci Per la Libertà, intitolato semplicemente “20 x 22”. La mia terza preferenza lo diedi al progetto “Ho visto Nina Volare” che però non è passato in finale cedendo il posto ad Animantiga, Calendario Civile (una proposta davvero molto particolare e originale) e a Note di Viaggio.

Comunque vada, credo davvero ci saranno pochi argomenti per i detrattori della Rassegna, fermo restando che un verdetto porta con sè da sempre polemiche quando non addirittura insinuazioni.

Mi sento di non sbagliare però quando affermo che di dischi a ragione candidabili ce n’erano moltissimi, segno che la musica d’autore italiana è più vitale che mai.

In bocca al lupo a tutti i finalisti e state tranquilli che arriveranno anche i miei voti, mi basta solo qualche ascolto in più!

Intervista al cantautore Stefano Fucili, tornato in pista con un nuovo singolo. Artista poliedrico, su PelleECalamaio ripercorre tutta la sua storia

Il nome di Stefano Fucili a molti della mia generazione (quarantenni o…su di lì!) non dovrebbe suonare nuovo, in quanto fu protagonista di un periodo fulgido nell’ambito della canzone pop italiana a cavallo del nuovo millennio. Esordì a fine anni ’90, vincendo il Festival di San Marino, ed ebbe modo di entrare nel roster della Pressing, etichetta di Lucio Dalla attiva per qualche anno. Una sua canzone, “Anni luce”, è stata interpretata dal grande artista bolognese e inserita nell’album “Luna Matana”, del 2001.

Fotografia di Andros Pugolotti

Molta acqua è passata da allora sotto i ponti ma il cantautore pesarese (di Fano, per l’esattezza) non ha mai smesso di suonare, raccogliendo variegate esperienze musicali, fino ad avvertire nuovamente forte il desiderio di proporre le sue canzoni. Lo scorso anno si è legato all’international indie label RNC Music, col quale ha dapprima pubblicato il singolo “Ballare Ballare” nell’estate 2019, per poi replicare (questione di pochi giorni fa) con un altro episodio dal titolo vagamente assonante: “Bella Bella Bella”, che ne conferma la ritrovata vena melodica, con una spruzzatina latina a spalancarci le porte dell’estate dopo i faticosi mesi di lockdown cui siamo stati tutti necessariamente esposti.

Per chi, come il sottoscritto, aveva amato la semplicità e la buona fattura di un singolo come “Bonsai” – vero esempio di itpop dell’epoca – l’occasione di scambiare qualche chiacchiera con lui e saperne di più del suo progetto (è in previsione un intero album di inediti) era troppo ghiotta. Nel mezzo si è parlato del suo percorso e di altri aspetti legati al mondo delle sette note.

Stefano mi raggiunge telefonicamente mentre ha terminato il suo lavoro d’ufficio, confermando che in ambito extra musicale non ha mai in pratica smesso di lavorare, occupandosi tra l’altro di qualcosa di molto utile a maggior ragione in questo periodo, ma allo stesso tempo ha saputo cogliere l’opportunità per dedicarsi ancora di più alla musica, scrivendo, suonando e registrando. L’entusiasmo con cui mi accoglie e mi presenta il suo nuovo progetto è tangibile ed io decido di lasciare spazio alla sua presentazione.

“Ciao Stefano, è un piacere per me che ti seguivo tanti anni fa con interesse, ritrovarti alle prese con delle nuove canzoni così fresche e pimpanti. Come sono nate e come ti è tornata la voglia di rimetterti in gioco?”

“Ciao Gianni, piacere mio! In tutti questi anni sostanzialmente non ho mai smesso di fare musica, in diversi contesti, ma la molla per rimettermi a scrivere è scattata l’anno scorso. “Ballare Ballare” è un po’ contaminata con la dance, un po’ per mia curiosità di approcciarmi a quei suoni lì, un po’ è dovuto all’incontro, con la RNC Music, un’etichetta di Milano di Nico Spinosa (un discografico importante, ha curato per quasi dieci anni la parte estera della EMI e ha contribuito a lanciare all’estero nomi grossi come ad esempio Tiziano Ferro).

Nico nel lanciare la sua etichetta, ha mantenuto tanti contatti nell’ambiente, anche all’estero (ti parlo di etichette indipendenti ma anche major) e ha improntato un taglio dance, dedicandosi all’elettronica, la lounge ecc. Il contatto con lui è avvenuto tramite Giordano Donati, un producer dance di successo, un amico, e anche il mio manager che ha fatto da tramite facendo partire questa nuova avventura. Avevo iniziato a scrivere dei brani già l’anno scorso, e il fatto di essere dovuto rimanere a casa in questi mesi mi ha aiutato a scrivere altri nuovi pezzi e quindi, vedendo il bicchiere mezzo pieno, è stata un po’ un’opportunità questa per lavorare a un nuovo album”

“Sono molto curioso perché mi sembra tu stia tentando una strada diversa, anche se resta il marchio di fabbrica del pop italiano.  Tuttavia appunto lo stai contaminando con altri suoni e altri generi. Questo tuo avvicinarti a un sound più moderno è stata una mossa studiata, per entrare dentro un certo filone magari vicino a certa musica reggaeton piuttosto in voga, con i suoi tormentoni, oppure in realtà tu hai sempre apprezzato la dance e i tuoi ascolti vertevano da sempre su un pop più ampio rispetto a quello cantautorale con cui avevi iniziato?”

“Di certo io sono sempre stato molto curioso musicalmente, poi il mio background è sicuramente da ricercare nel pop rock degli anni ottanta: quella è la mia formazione da un lato, e dall’altro lato i cantautori, anche se poi mi piacciono tanti artisti dei più svariati, come ad esempio Bjork. E’ un po’ come in cucina dove mi piace assaggiare tutto, anche nella musica mi piace ascoltare più roba possibile per scoprirne la bellezza. Che può essere presente ovunque: tu puoi sentire un pezzo di liscio, con un assolo di clarinetto strepitoso ed è bellissimo, pur essendo una musica principalmente da ballo, per dire.

La musica secondo me è universale, le etichette non mi piacciono. Tipo il discorso del reggaeton cui accennavi prima… il reggaeton viene spesso, come dire, trattato male o considerato poco, paragonato alla musica da ballo e chiusa lì, quando in realtà è un genere musicale come un altro, anzi, tra i più popolari al mondo, segno che ha del valore se arriva a far muovere gente in tutto il mondo. Forse in questo momento è addirittura il linguaggio musicale più popolare in assoluto”

“Direi di sì, basta vedere anche le visualizzazioni di certi artisti di là dell’Oceano, si va sul miliardo, quindi il successo di massa è tangibile”

“Esatto, al di là del boom di “Despacito”, che ha certificato l’esplosione del genere, ci sono molti artisti che hanno avuto un impatto mondiale, arrivando primi in Russia, come in Thailandia e ovviamente in Sud America e negli Stati Uniti. Quindi, è un genere che merita dignità perché arriva ovunque. Partendo dal presupposto che io sono un curioso musicalmente, in questo caso, per i nuovi pezzi che ho scritto, il mio avvicinamento con l’elettronica avviene in realtà con degli ascolti fatti un po’ prima del 2018 e ispirati a un certo indie pop italiano che mi ha proprio stimolato in termini di suoni e scrittura.

Sono stati cinque anni davvero ottimi per il movimento, dove l’indie italiano era un pozzo di ispirazione, penso a nomi come Thegiornalisti o Frah Quintale ma anche qualcosa del nuovo rap italiano, di cui mi piacevano per lo più i testi. Vi ho sentito una tale freschezza, che mi ha fatto venire voglia di scrivere cose nuove e come sonorità ho voluto un po’ avvicinarmi a questo mondo qua. Che poi, nel mio passato, penso al mio primo album autoprodotto nel 2006, subito dopo l’esperienza con la Pressing di Lucio Dalla (con cui produssi due singoli, ma non uscì l’album), ecco, quel mio lavoro lo misi all’epoca su MySpace, quindi ho iniziato già allora a usare il web, e a mischiare nelle mie canzoni il pop con l’elettronica e le chitarre acustiche. Era già stata quella una prima evoluzione per me, visto che il mio mondo originario di riferimento è magari più il folk, addirittura di matrice irlandese (ho fatto un album tutto celtico, “Tristano e Isotta”, ispirato alla nota storia composto con Francesco Gazzè fratello di Max), quindi sicuramente è più nelle mie corde, la chitarra acustica rappresenta le mie origini, però mi volevo cimentare di nuovo, a distanza di anni, con la musica elettronica, ed è stato proprio l’indie italiano a ispirarmi in tal senso.

Dopo quegli ascolti, ho iniziato a scrivere dei pezzi nuovi nel settembre 2018 e nei mesi successivi ho iniziato a sfornarne uno dietro l’altro e da lì, tramite Giordano Donati, abbiamo preso contatti con la RNC Music e alla fine è venuto fuori il brano “Ballare Ballare”, che in realtà è stato prodotto da Raf Marchesini, un producer di successi a livello internazionale, ed è merito suo se i suoni hanno avuto un ruolo importante in quel pezzo lì, come anche nel nuovo “Bella Bella Bella”. I titoli suonano un po’ simili, lo so, qualcuno si confonde anche, ma è un po’ ironica la cosa, ho voluto giocare con le parole. Tornando alle canzoni nuove, io da sempre sono uno che fa i provini a casa, registro tutto nel mio studio, suono le chitarre, inserisco i loop, poi però come detto in quei due singoli soprattutto Raf ha avuto un ruolo importante, perché è un professionista di questo mondo, e poi mi ci trovo bene perché lui ascolta per dire molto anche i Queen, quindi è un producer dance ma con una mente molto pop rock, per cui ci siamo incastrati perfettamente. D’altronde se ci pensi, l suono di una cassa ti cambia il pezzo, e di conseguenza il ruolo del producer anche nel pop è ormai rilevante, i risultati sono sotto gli occhi tutti, basta vedere le hit in classifica, quello che più passa in radio, dove i suoni spesso ormai fanno la differenza. Lui in tal senso è stato fondamentale e sono molto felice perché siamo riusciti a creare una squadra eccezionale con me, Raf e Giordano, (che anche lui è molto importante, mi ha dato un sacco di consigli da produttore, lui ha prodotto dischi di successo internazionale) e Nico Spinosa, in particolare. Il nostro progetto vuole cercare di andare all’estero e una serie di risultati li abbiamo già ottenuti e siamo contenti. Tutto questo disco nuovo vuole avvalersi di un sound internazionale, voltato all’elettro pop”

“Da questi primi assaggi mi sembra che tu, nel cercare una strada diversa musicalmente, sei riuscito a essere lo stesso personale e a metterci il te stesso di adesso. Poi, come dici tu il producer è sempre più importante per la resa del disco, e proprio alcuni degli artisti contemporanei che hai citato prima si sono avvalsi del tocco sapiente di chi sapeva armeggiare i suoni. Tra l’altro non capita molto spesso di sentire un artista di una generazione precedente elogiare così apertamente i nuovi esponenti, laddove solitamente si tende o a essere paternalisti o al peggio a sparare zero, considerando sempre migliori i nostri anni. Direi che questa cosa denota anche una grande apertura da parte tua, proprio mentalmente. Ci sono altri nomi che ti hanno ispirato e influenzato?”

“Mah, non vedo in realtà perché non dovrebbe essere così, in fondo. Io sentivo in certi pezzi delle buone vibrazioni e a un certo punto ho voluto approfondire, mi sono proprio messo all’ascolto tramite Spotify di interi dischi di questi nuovi artisti e gruppi di area indie italiana che più mi ispiravano e che magari avevo sentito la prima volta da delle classiche playlist. Tornando ai nomi, dicevo i Thegiornalisti perché Tommaso Paradiso mi piaceva molto a livello di scrittura, specie nel suo momento d’oro. Lui ha molte radici negli anni ’80, nel cantautorato di un certo tipo, quindi è inevitabile che io mi ci ritrovi. Con la produzione fatta tra l’altro da un marchigiano, Dardust, che in questo momento va per la maggiore”

“Dario Faini, che vanta una lunga esperienza e che è esploso proprio nelle vesti di producer e adesso è un numero 1 nel suo campo”

“Dario è uno dei più bravi davvero, e la miscela con Tommaso Paradiso all’epoca ha prodotto qualcosa di molto interessante: come dicevo il suo tratto distintivo prende elementi anche dagli anni ’80 e ’90. Ultimamente non trovo più in Paradiso questa freschezza, ma in quegli anni lui, Frah Quintale, Carl Brave suonavano forti”

“Sì, dischi di qualche anno fa, adesso l’evoluzione in musica viaggia velocissima e anche tutti questi artisti sono alla prova del nove, perché dovranno dimostrare sul campo le loro qualità. Uno come Carl Brave, che citavi, adesso è sdoganatissimo, collabora con chiunque e c’è il rischio che diventi paradigma quello che fa”

“Ti dirò, forse è un discorso un po’ trito e ritrito e sarà anche banale dirlo, ma secondo me non è solo un calo di ispirazione a cui possono andare incontro; per carità i momenti capitano a tutti, ma credo dipenda anche dalle major che magari vanno a rovinare alcune caratteristiche. Finchè stai in una label indipendente, anche se magari distribuita dalla major, hai grande libertà di esprimerti, hai una fame enorme, una voglia di fare le cose e di emergere, fare concerti dappertutto. Nel momento in cui poi raggiungi la popolarità, entri in un meccanismo più grande e istituzionalizzato, a quel punto forse la freschezza viene meno e ti si spegne un po’ la fiamma. Però in quegli anni ho veramente consumato di ascolti certi dischi. Mi avevi chiesto altri nomi che possono avermi ispirato. Calcutta è uno di quelli con uno stile più definito, magari mi ha influenzato di meno, però mi piace, è indubbiamente bravo, ma anche certe cose di Coez e di Gazzelle le ho trovate molto interessanti.

“C’era indubbiamente grande fermento, la musica italiana grazie a questi esponenti indie, e grazie anche alla trap, giusto dirlo, è tornata clamorosamente in auge”

“Sì, anche nel rap ci sono cose che non mi dispiacciono tipo Salmo, anche se è uno molto lontano dalla mia cultura e dal mio genere. Io sono per un linguaggio rap diverso, a me piace Jovanotti, anche quello di “Oh, vita!”, è un tipo di artista che ha tante cose da dire”

“Jovanotti credo sia l’esempio di prodotto mainstream ma che a differenza di altri cantautori non si è fossilizzato nel suo successo e a 54 anni è ancora lì che vuole e riesce a spiazzare il suo pubblico e la critica. Riferendoci all’ultimo album, prodotto da Rick Rubin, era tornato ad esempio a sonorità acustiche, dopo che in precedenza aveva invece proposto un sound anche molto elettronico, eterogeneo, la sua forma canzone è assolutamente trasversale. Per quanto spesso sia attaccato o criticato per l’attaccamento a certi temi socio politici, se ci soffermiamo solo sulla musica, ecco, lui credo abbia ancora la fiamma accesa, e sia come te attento a quello che sente attorno, non trovi?”

Fotografia di Andros Pugolotti

“Sì, verissimo, poi lui mi incuriosisce anche per come gestisce la sua comunicazione, lui è da sempre un grandissimo comunicatore, si inventa delle nuove forme pur essendo come dici tu mainstream, nazionalpopolare… è un po’ il Gianni Morandi dei tempi nostri, chiaramente in modo diverso. Poi è bravo perché è super trasversale, quindi lui va dalla canzone d’autore al pezzo super danzereccio però come tipo di mood è uno di quelli che mi stimola, non dico che voglio cavalcare quell’onda, perché lui è un personaggio completamente diverso da me però mi da’ delle buone sensazioni, e anche certi suoi ascolti mi hanno stimolato, in particolare il suo album del 2015 (“Lorenzo 2015 CC.”) contiene delle cose che davvero mi hanno colpito molto”

“E per i testi come ti sei mosso? Anche in quel caso hai avuto, magari in maniera inconsapevole, qualcuno o qualcosa che ti ha ispirato nel rimetterti a scrivere?”

“Beh, per i testi devo dire che mi ha ispirato, mi ha aiutato tantissimo, cantare dal 2012 per diversi anni le canzoni di Lucio nei concerti. Fare questo lungo omaggio a Lucio Dalla, con i concerti del progetto “Piazza Grande” è stato qualcosa di molto importante, nonostante non sia mai stato un suo vero fan almeno fino al 1994. Io mi posso considerare un vero fan del Lucio di minor successo, quello degli anni ’90 di “Henna” per dire, un album che ho amato. Poi, è chiaro che ci sono brani memorabili tipo “4 Marzo 1943” o “Piazza Grande” ma ci arrivai con gli ascolti. Però in qualche modo è sempre stato presente.

Il primo album di Lucio che acquistai fu “1983”, in vinile, oppure mi colpì ad esempio la prima volta che ascoltai “Se io fossi un angelo”, avrò avuto 16 anni e mi ricordo perfettamente la prima volta che la sentii alla radio. La scintilla vera scattò come detto con “Henna” e da lì andai ad approfondire. Quando poi lui se n’è andato, è nata la voglia e il desiderio sincero di omaggiarlo con questo progetto che abbiamo portato avanti (“Piazza Grande”), che poi doveva essere un unico concerto e poi grazie alla grandezza delle sue canzoni è andato avanti e siamo arrivati a suonare davanti davvero a un sacco di persone.

Cantare le sue immense canzoni a un pubblico numerose nelle piazze e nei teatri, in qualche modo “costringendomi” ad entrarci dentro, è stato molto importante per la mia crescita. Quando tu ti cimenti a cantare simili brani, cercando di farli tuoi, come lui stesso mi ha insegnato, (ed io infatti cerco di cantarle vivendole), entri nella canzone in maniera diversa da come fai quando l’ascolti. Ecco, tornando alla tua domanda, senza voler assolutamente paragonarmi al suo genio, questa cosa mi ha aiutato e credo si sia riflettuta nell’approcciarmi ai nuovi testi, alle nuove canzoni. Qualcuno me lo dice anche, soprattutto riferendomi a brani che troverai nel disco”

“Immagino! Io non ho avuto modo per il momento di assistere agli spettacoli di “Piazza Grande”, ma so che in questi concerti tu spazi in lungo e in lago nel repertorio di Lucio Dalla. Qual è la canzone che più senti tua, come se l’avessi scritta tu in un certo senso?”

“Tu non mi basti mai”! Mi viene subito da risponderti questa, mi emoziona sempre molto cantarla, poi mi dicono sia una di quelle che riesco a interpretare meglio. C’è anche una versione che avevamo fatto, dal mio album del 2014, con Iskra Menarini ospite in un duetto con la band di “Piazza Grande”, rivisitata un po’ in maniera acustica”

“Oltretutto tu hai avuto modo di conoscere Lucio Dalla da vicino, collaborandovi a più riprese, vuoi ricordarci quei momenti?”

“Sono ricordi indelebili. Il primo disco ufficiale nel 1998 lo pubblicò proprio Lucio con la sua etichetta Pressing, distribuita dalla BMG, quindi l’attuale Sony: direi che sono partito con un talent scout mica male! Avere un mentore come Lucio Dalla non era poco, voglio dire. C’era una macchina dietro e i miei singoli venivano distribuiti, avevano avuto un buon riscontro nelle radio italiane, prima “Chiara” e poi “Bonsai” ma per una serie di motivi la cosa sul più bello si arenò. Un po’ perché in quel momento l’album di Lucio (“Ciao”) non stava andando benissimo nelle vendite, soprattutto se rapportato al clamoroso successo del precedente “Canzoni”, che nel 1996 vendette un milione e duecentomila copie. Era un bel disco anche “Ciao” ma purtroppo non ha avuto il successo che si prevedeva, e capirai che il confronto con il disco prima era impietoso, parlo a livello commerciale ovviamente. Questo portò la Pressing, l’etichetta con cui Lucio provava a dare una mano a dei giovani come me, a sospendere alcuni investimenti. La mia situazione quindi era partita benissimo ma poi si è fermata all’improvviso. Sono andato avanti, ho avuto le mie esperienze anche felici di autoproduzione, raccogliendo delle varie soddisfazioni e pubblicando vari album ecc, cercando di usare anche il web e poi, è storia recente, dallo scorso anno ho ripreso questo rapporto con una label, è una seconda grande possibilità che mi concedo”

“Bello ripercorrere la tua storia con Lucio, che credette comunque in te, d’altronde “Chiara” e “Bonsai” erano dei pezzi bellissimi in ambito pop italiano. Ti confesso che io e un mio caro amico, che adesso collabora fra gli altri con Rockerilla, andavamo pazzi per “Bonsai”, la sapevamo a memoria, era un po’ l’equivalente del britpop inglese”

“Grazie delle tue parole! “Bonsai” è collegato agli Oasis, era il mio tentativo di ricreare quelle atmosfere, un po’ come faceva Daniele Groff, no?”

“Certo, ci piaceva un sacco anche lui infatti. Ho avuto modo di intervistarlo in passato, avevate un background molto simile e in effetti stavate cercando una strada nuova del pop italiano sul finire degli anni ‘90”

“Io e lui ci riferivamo a quel mondo lì, perché rientrava nei nostri ascolti. Pensa che io ho fondato una band al liceo e facevamo cover degli Oasis, dei Police, dei R.E.M., quelle sono le mie origini, il mio humus musicale, poi la curiosità e la passione mi hanno spinto altrove, la musica non ha confini. Con la casa discografica, orientata come detto alla dance, siamo partiti con delle cose che avessero comunque una linea corrispondente alle loro richieste, loro lavorano molto all’estero. Una scelta certo non forzata, l’ho voluta anch’io, altrimenti non lo farei, però dentro l’album ci sarà spazio per ampliare lo sguardo anche su altre cose. In particolare nell’album ci sarà un pezzo a cui tengo tantissimo (e che forse sarà il singolo di uscita dell’album, a ottobre, oppure l’anno prossimo, adesso vediamo come si sviluppano le cose), che ha una sonorità più vicina a quella che stiamo dicendo adesso, sempre però contaminata con l’elettronica, ed è un pezzo secondo me molto importante”

“Vorrei passare a un’altra tua esperienza musicale, davvero singolare ma che ti sta dando una certa notorietà. Io non ho ancora figli purtroppo ma in compenso ho diversi nipotini, e quindi ti lascio immaginare che mi capita spesso di vedere video per bambini. Mi ha stupito positivamente vederti all’opera in questo contesto. Io poi sono un fan della storia dello Zecchino d’oro, e ho sempre apprezzato quegli autori che si sono cimentati in queste vesti. Come è nata la tua collaborazione con il canale tematico “Coccole Sonore”? Come ci è finito Stefano Fucili a comporre canzoni per bambini e a diventare di fatto un idolo per moltissimi di loro?”

“Scrivere canzoni per bambini mi ha dato la possibilità di mettermi ulteriormente alla prova. Anche in questo campo, come dicevi tu, ci sono stati degli esempi, dei maestri, pensiamo al grande Bruno Lauzi. E’ un piacere rapportarmi con questo mondo, sto ottenendo soddisfazioni e di fatto è per me una grande opportunità perché “Coccole sonore” è una realtà importante nel settore. Io ho sempre amato le colonne sonore dei film d’animazione, dei cartoni animati a partire dai film della Disney, ero un fan da bambino ma comunque in generale è un mondo che mi ha sempre affascinato. Tra l’altro anche certi miei progetti mostravano questa mia passione, tipo nell’album “Peter Pan” c’è il pezzo più importante da cui prende il nome l’intero disco, il secondo brano che ho scritto con Dalla nel 2006, che è un po’ fiabesco. Oppure prendi una canzone come “Lullaby”, la ninna nanna che ho scritto per “Coccole Sonore”, è diventato un classico dell’Antoniano che si chiama “Ninna Mamma”, ed è stato interpretato tante volte anche in occasione dello Zecchino d’oro, per le loro campagne. Il testo è stato riscritto per loro da Salvatore De Pasquale (noto col nome d’arte Depsa) autore della musica italiana degli anni 80 – ha fatto un sacco di hit pazzesche per la Oxa e un sacco di altra gente – ; lui ha ideato questo testo sulla musica mia originale di “Lullaby”. La collaborazione è nata abbastanza causalmente: in pratica ho la fortuna di essere amico del proprietario di “Coccole Sonore”, uno tra i canali per bambini più importanti che ci sono in Italia.

“Infatti vedo filmati con milioni di visualizzazioni, anche tu mi pari che viaggi benone in questo senso”

“Sì, certo, pensa che ho fatto quasi 50 milioni di visualizzazioni, un dato pazzesco, numeri non dico da big, ma assolutamente rilevanti”

“E che danno gratificazione. E’ cambiata un po’ la prospettiva e con essa ovviamente il tuo modo di scrivere ma i consensi sono in effetti enormi. Ti è capitato di sentire bambini che cantano le tue canzoni?”

“Sono cambiate molte cose, tanto che paradossalmente sono molto più popolare ora in queste vesti che non con il mio progetto pop, perché come ti dicevo loro sono i leader in questo settore, hanno superato il miliardo di views come canale, e io sono uno dei tre cantanti che stanno dentro i loro cartoni, un po’ come il Bert di Mary Poppins. E’ nato tutto in realtà per gioco, loro hanno la sede a Pesaro, io sono di Fano, e di fatto mi ha sempre conosciuto come cantante e mi stimava. Quando mi è giunta la proposta conosceva “Lullaby” che era stata tradotta per lo Zecchino d’oro, siamo partiti da lì e poi il riscontro da parte del pubblico di “Coccole Sonore” è stato da subito molto buono. Da allora abbiamo realizzato varie canzoni, con un buon ritmo, a volte sono delle cover dei classici per bambini, altre volte tiriamo fuori con lui delle idee, delle canzoni originali che poi proponiamo in puntata. In generale stanno andando davvero bene, poi c’è quella che arriva di più al pubblico e quella meno, come in tutte le cose ma non posso che ritenermi soddisfatto. Io mi ritrovo a vivere una condizione nuova, tipo che mi trovano per strada, ad esempio è successo a Napoli con gente che mi ferma e mi chiama per nome, è una sensazione bella e una grande emozione per me regalare un sorriso a dei bambini. Inoltre mi arrivano un sacco di lettere, oppure le mamme e i babbi che mi mandano i filmati dei loro bimbi che guardano il video dove ci sono io. Si crea un nuovo pubblico vero e proprio, perché dietro i bambini ci sono i genitori, un’intera fascia di età”

“E anche gli zii appunto, perché anch’io spesso e volentieri con i nipoti ci mettiamo a guardare quei video e a cantare e ballare”

“Sì, poi loro come canale hanno un trend bello, con dei messaggi sempre positivi, il taglio di “Coccole Sonore” mi piace, c’è anche una parte educational. Sono davvero molto felice di farne parte”

“Tornando alla tua esperienza passata, tu avevi tentato anche la carta Sanremo? Avevi preparato dei brani per le selezioni delle Nuove Proposte?”

“Diciamo che Lucio Dalla ogni anno presentava i suoi artisti alle selezioni per Sanremo, nel mio caso per due volte ci sono andato vicino all’essere preso. Un anno con “Anni luce”, che poi però se la prese lui per l’album “Luna Matana”. Lì eravamo arrivati a un passo, del tipo che eravamo rimasti in 24 e ne passavano 12. Poi con “Peter Pan” ero andato a fare le ultime selezioni, alla sede della Rai – era il 2001 mi pare – a Roma davanti a Pippo Baudo, nell’anno che c’era il figlio di Morandi e quello di Celentano… vabbeh, anche quella volta per un pelo non entrammo ma va bene così”

“Anche perché tu a differenza di Marco Morandi e Giacomo Celentano sei ancora qui a scrivere e proporre nuove canzoni”

“Marco Morandi in realtà fa un sacco di date… “

“Io lo ricordavo nei Percentonetto, ma non lo conosco molto artisticamente, in ogni caso in quel periodo il Festival di Sanremo sembrava una vera fucina di talenti, peccato tu sia arrivato solo a un passo…”

“Cosa vuoi Gianni, doveva andare così, faceva parte di un percorso, all’epoca come detto le cose si stavano mettendo bene. Smaltita le delusione, si era ripartiti come sempre”

“Io ti ho sempre percepito come una persona molto solare e positiva, e me lo stai confermando anche in questa lunga intervista, però alla luce del tuo curriculum, del percorso che hai fatto e di tutto quello che ci siamo detti, c’erano per te delle possibilità importanti di svoltare e arrivare al grande successo. Per questo volevo chiederti: c’è spazio anche per i rimpianti? Ci sono delle cose che se tu potessi tornare indietro faresti in modo diverso oppure manterresti tutto come è andato, musicalmente parlando?”

“Sai Gianni, io mi ritengo assolutamente fortunato, anche perché sono riuscito a realizzare un sacco di sogni che avevo da ragazzino. E’ chiaro che all’inizio, dopo tanti tentativi, concorsi, provini mandati in giro alle case discografiche, approdare alla casa discografica di Lucio Dalla, quando avevo 25/26 anni, fu un segnale importante di fiducia, lì sì c’è stato un momento in cui sembrava che le cose dovessero andare bene. I pezzi in radio funzionavano, anche tu te li ricordi, poi purtroppo ci sono stati dei motivi per cui la Pressing non proseguì, magari forse, ma lo dico con tutto il dubbio, fossi stato in un’altra casa discografica le cose sarebbero andate diversamente, o forse non sarebbe successo nulla comunque, chi può dirlo? Io mi tengo stretto quello che ho realizzato, mi sono tolto molte soddisfazioni e molti dei sogni che avevo sono riuscito a realizzarli.

Ringrazierò sempre Lucio, sia per l’opportunità concessa, e anche perché grazie alle sue canzoni sto realizzando il sogno di cantare in giro per l’Italia anche in collaborazione con la Fondazione Lucio Dalla. Il nostro è un omaggio, c’è un’interpretazione rispettosa ma non siamo una semplice tribute band: noi prendiamo soprattutto l’ultima parte di tour che fece con De Gregori, il “Work in Progress”. Questi risultati che ho ottenuto li porterò sempre con me, ma le soddisfazioni sono anche quelle di pubblicare le mie canzoni, che possono essere ascoltate in tutto il mondo, perché poi la Rete ti da’ questa possibilità, e difatti alcuni miei brani sono finiti in serie americane, delle CBS o della ABC; un altro brano mio è stato utilizzato  in uno spot televisivo in Olanda, dove ho fatto vari concerti, perché ho creato una rete di relazioni là e ogni tanto riesco a stare alcuni giorni a suonare.

Quindi io sono molto felice, vado avanti giorno per giorno, pian piano e questa nuova opportunità di portare avanti il mio progetto, le mie cose, mi stimola tantissimo. Uno dei miei desideri era provare a esportare le mie canzoni all’estero e sono finito nel posto giusto! Con l’etichetta con cui mi sto rilanciando siamo entrati in classifica in Danimarca, poi sono entrato in una compilation fra le più importanti in Polonia, distribuita dalla Universal, c’è insomma molta attenzione sul mio progetto da parte dell’etichetta. Spinosa della RNC Music crede nel mio progetto, pensa che sono l’unico artista che canta in italiano dell’etichetta e sento proprio la loro fiducia nei miei confronti. Tutto questo mi stimola ad andare sempre avanti. Stanno lavorando molto bene sul singolo, anche se sappiamo bene che ci sono certi meccanismi ormai e non è semplice fare breccia nelle radio italiane e altro. Alla fine dipende sempre dal tipo di pezzo che fai”

“Infatti, a proposito di strategie e meccanismi, se tu fossi più giovane, affronteresti un talent show o sei fra quelli che dici che quella uscita dai talent in tv non sia musica?”

“Sinceramente no, credo che farei come quegli artisti indie, proverei cioè sul campo a farmi notare. Se ci pensi, tutti i nomi che abbiamo fatto prima non vengono dai talent. Poi ovvio, anche dalla tv sono usciti dei bravi artisti, ma in genere non è un mondo che mi stimola, quindi non credo avrei tentato quella strada”

“Anche perché poi si entra appunto in quel meccanismo, per cui molti fenomeni dei talent durano esattamente una stagione per poi farsi sostituire da quelli della nuova edizione e per gli artisti che credono nella propria musica, bisogna ripartire in pratica da zero, quindi direi che non è tutto oro quello che luccica”

“Infatti, la penso esattamente come te, per questo ti rispondo che fossi in questi ragazzi, cercherei di suonare in giro, nei club, di fare sentire i miei pezzi. Gli artisti indie magari c’hanno messo anni, penso a Lo Stato Sociale, o allo stesso Calcutta, però poi hanno raccolto i frutti del loro lavoro e ora possono contare su un pubblico vero, che è quello che più conta. E’ come in pratica mi metto in gioco oggi, con l’apporto di Marco Stanzani di Red & Blue che sta ampliando i propri servizi, stiamo pianificando delle date di presentazione dell’album. Sento sia questa ancora oggi la strada migliore, ho proprio voglia di andare nei club per presentare questo disco, queste nuove canzoni perché credo abbiano il linguaggio simile a quello dell’indie pop di adesso. Al di là dei singoli usciti che sono più adatti a far ballare e rivolti più forse un pubblico anche estero, gli altri pezzi penso possano costituire un terreno fertile in tal senso, staremo a vedere, faremo delle presentazioni quando uscirà l’album”

Fotografia di Andros Pugolotti

“Una curiosità per finire, da appassionato invece qual è il concerto più bello a cui hai assistito e che ti ha coinvolto particolarmente?”

“Quello di Paolo Conte! Fu il suo primo grande successo italiano, con questa orchestra meravigliosa, avevo 14 anni, e poi Sting, devi sapere che io sono sempre stato un grande fan dei Police e di Sting, lo sono ancora adesso perché è un grande artista: quel live con l’orchestra per il “Symphonicity Tour”, al teatro dell’Arcimboldi a Milano, è stata una cosa pazzesca”

La nostra lunga chiacchierata termina qui e ciò che ne ho ricavato è che Stefano Fucili, pur avendo messo in fila una lunghissima serie di esperienze, è rimasto quel ragazzo armato di chitarra che muoveva i primi passi in musica, animato da tanta genuina passione. Soprattutto è motivatissimo per questa nuova avventura discografica iniziata l’anno scorso e immagino che, mentre mi parlava delle sue canzoni, i suoi occhi da dietro lo schermo del telefonino brillassero.

Salutandolo non posso che fargli sinceramente un grosso in bocca al lupo per i suoi nuovi progetti, in attesa di sentire il suo nuovo album.

 

I fiorentini Stolen Apple, con il disco”Wagon Songs”, si confermano una rock band di grande qualità

Qualche mese fa è uscita l’opera numero due di un gruppo fiorentino che, già con il disco d’esordio “Trenches” (uscito nel 2016), aveva dato sfoggio di saper maneggiare con cura la materia rock.

Gli Stolen Apple in un ritratto presente nella loro pagina Facebook ufficiale

 

Gli Stolen Apple sono formati da Riccardo Dugini (voce, chitarra), Luca Petrarchi (voce, chitarra, organo, synth), Massimiliano Zatini (basso e voce) e Alessandro Pagani (batteria, piano, percussioni e voce), tutti con alle spalle svariate esperienze in gruppi indipendenti, tra i quali citiamo almeno Nest e Subterraneans. Mai come in questo progetto, però, i quattro sembrano voler fare sul serio, facendo confluire nei loro brani tante suggestioni differenti.

Se allora i nostri sembravano mirare al di là dell’Oceano, con rimandi a certo rock americano targato nineties, magari non più in voga ma evidentemente radicato nei loro cuori, con questo “Wagon Songs”, i confini si fanno più ampi, con trame musicali che vanno a intercettare tanti altri stilemi che si fondono in uno stile personale.

Non più ragazzini, gli Stolen Apple non vanno a ricercare mode, preferendo badare al sodo, nel proporci un rock solido, variegato e soprattutto ottimamente suonato. “Wagon Songs”, all’apparenza oscuro per rimandi e immaginario, rappresenta invero un caleidoscopio credibile del miglior rock espresso dal ’90 ad oggi.

Certo, il grunge è ancora presente a piccole dose, ma le sfumature sonore sono evidenti in un brano dai connotati remiani (non a caso la mia preferita del disco, perdonate la nota autoreferenziale) come “It’s up Your Mind”, che arriva a mitigare l’urgenza espressiva e il furore dei primi due pezzi: la tagliente “Suicide”, con la sua coda psichedelica, e soprattutto la cavalcata rock’n roll di “Renegade Sun (Brexit)”.

Altrove si scavalla su un sound ancora più ruvido, che emerge tra le pieghe della fulminante “Tattoo”, una scheggia impazzita di nemmeno due minuti, quella sì dall’imprinting punk, con i suoi echi di Sex Pistols. Ma all’interno dell’album possiamo imbatterci anche in deviazioni acide, come nella classicheggiante ed esplicita “Masturbation” o nella lunga e maestosa “Easier” che chiude l’album con sonorità spigolose e avvincenti, memore dei migliori episodi shoegazer.

E’ un disco molto teso emotivamente, eccezion fatta forse per la sola “A Looking Behind Kid”, che rallenta un po’ i toni, rendendo mite e più onirica l’atmosfera.

A far risultare il tutto però assolutamente piacevole e rilevante, dal mio punto di vista, sono gli ottimi arrangiamenti che mostrano una grande cura nei particolari.

Dal vivo gli Stolen Apple promettono scintille, e spiace che il lockdown sia giunto proprio in prossimità del lancio dell’album, cosicché non ci sia stata di fatto la possibilità per il momento di promuoverlo adeguatamente mediante la prova del palco.

Il tempo per recuperare però c’è tutto, o almeno per concedergli un ascolto attento: l’ho fatto anch’io che – mea culpa – arrivo tardino a divulgarlo qui per voi. Ma è un compito che assolvo molto volentieri,  perché “Wagon Songs” è assolutamente un disco che merita e che potrebbe accontentare tutti i puristi e gli appassionati dell’indie rock.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un disco da riscoprire assolutamente: “Lost spring songs” di Grand Drifter

Dietro il nome Grand Drifter si cela il piemontese Andrea Calvo, artefice con “Lost spring songs” di un album d’esordio che merita di essere scoperto e di emergere per poter splendere in tutta la sua bellezza.

Avevo il contatto dell’artista di Acqui Terme su Facebook e quando mi propose di ascoltare la sua musica lo fece in modo molto educato, lontano da tanti altri suoi colleghi che a volte nemmeno si presentano e ti piazzano subito il link al loro progetto in cambio di un like in più. Sembra scontato approcciarsi in maniera gentile ma non è affatto così e, al di là di questo, il suo background musicale e il suo mondo di riferimento si sposavano piuttosto bene col mio spettro di interessi, cosicché mi ripromisi di dargli un attento ascolto.

Amo la musica e mi piace molto occuparmene, anche se talvolta mi lamento di quanta ne venga proposta; tutti giustamente ambiscono e sgomitano per farsi notare, ascoltare, giudicare, ed io pur non essendo certo una prima firma di un quotidiano nazionale o un volto noto della tv, vengo lo stesso “sommerso” da richieste.  Occorre fare delle scelte e inevitabilmente selezionare gli artisti cui dedicare il giusto spazio.

Foto di Ivano A. Antonazzo

Fatta questa premessa, devo dire che le mie sensazioni in merito all’album di Andrea non erano certo sbagliate, anzi. Ammetto che, essendo io un grande estimatore degli Yo Yo Mundi, valente gruppo folk rock di casa nostra sin dai mitici anni ’90, e del leader Paolo Enrico Archetti Maestri in particolare, il fatto che dietro questa raccolta di canzoni ci fosse il marchio “Sciopero Records” (l’etichetta fondata dalla band) mi dava un certificato di garanzia sulla bontà del prodotto. Proprio Maestri fra l’altro è qui presente in veste di produttore e musicista. Toccava adesso alle canzoni dire la loro, trasmettermi emozioni e farsi largo tra i miei variegati ascolti. E quando ti accorgi che, appena salito in macchina, fai ripartire lo stesso disco più volte, beh, direi che la missione di Grand Drifter è andata a buon fine: le sue sono canzoni davvero ispirate e di gran pregio.

Grand Drifter è stato scelto come pseudonimo per il significato più o meno velato che si porta dietro, vale a dire quello del viaggiatore vagabondo che si trova a spostarsi di luogo in luogo senza mettere su radici e lasciare particolari tracce. Diviene lui l’osservatore della realtà che lo circonda, il primo giudice che poi saprà valutare cosa portare con sè e cosa invece lasciarsi alle spalle, che siano insegnamenti preziosi o semplici ricordi. E’ un’espressione tratta dall’immaginario americano, che delinea il mood di diversi cantori, semplici menestrelli o raffinati cantautori. Andrea sembra appartenere di diritto alla seconda specie, qualitativamente parlando, e fra le sue canzoni è facile sentire echi della lezione di Elliott Smith – per il tratto gentile della chitarra e le atmosfere crepuscolari – e dei Fleet Foxes, per le musiche calde e ariose, ma possiede un’attitudine lo-fi, genuina, che me lo fa accostare appunto agli antichi musicisti che armeggiavano i loro strumenti intrattenendo e incantando.

In realtà nonostante il disco si muova su coordinate stilistiche facilmente interpretabili come indie-folk, tra le pieghe dei brani è possibile riscontrare tutta una serie di influenze che finiscono per definirne un aspetto peculiare, un suono tutto suo, reso egregiamente (giusto sottolinearlo) da una produzione discreta ma sicura che valorizza nel migliore dei modi idee e spunti, di per sè già degni di nota.

E’ così che in un episodio come “Circus Days” – che subito arriva a mutare l’atmosfera delineata dall’apripista “The Ballon’s Boy”, acustica e sognante -, un pianoforte scintillante e vivace caratterizzi il tutto dandogli una spruzzatina di Big Star, mentre la seguente traccia finisca per tirare in ballo addirittura i Beach Boys. Altrove i padrini putativi sembrano essere i miei amati R.E.M. (specie in”Flesh and Bones”, una delle mie preferite con i suoi freschi intarsi pop rock) e Iron & Wine; insomma, ovunque si peschi appare chiaro che siamo davanti a un musicista che è riuscito a declinare le sue ascendenze artistiche in un disco che diventa molto personale.

Foto di Ivano A. Antonazzo

Grand Drifter ha finito per realizzare un album classico da cantautore ma rivestendolo di arrangiamenti assolutamente particolari e gustosi – valga come esempio la quasi eponima “A lost spring song”, con i suoi toni autunnali resi magnificamente dagli interventi alla fisarmonica.

Pur essendo un progetto solista, con il Nostro abile a disimpegnarsi come polistrumentista, è ricco il parterre di collaboratori coinvolti (alcuni strettamente collegati agli stessi Yo Yo Mundi), tra cui mi piace ricordare l’interessante duo Cri + Sara Fou, che dà un apporto prezioso alla delicata e melodica “The Way She Knows”.

Uscito un anno e mezzo fa, mi rammarico di non averlo ascoltato all’epoca – si torna al discorso iniziale: escono veramente tanti album ogni anno ed è complicato riuscire a dare un ascolto a tutto, con il rischio che rimangano sommersi dei dischi di valore – ma dopotutto non è mai troppo tardi per recuperare la bella musica.

In fondo non si tratta di un campionato di calcio, non ci sono graduatorie e piazzamenti da stabilire. L’unico criterio è riuscire, per chi fa critica, a orientare l’ascoltatore e, se vi fidate di me, lasciatevi dire che “Lost spring songs” merita di essere conosciuto, per la varietà e la qualità dei singoli brani e per quel sapervi amabilmente cullare e rasserenare.

Alla scoperta di “Lost in the desert”, secondo album di RosGos

Dietro il nome RosGos si cela l’artista lombardo (di Crema, per l’esattezza) Maurizio Vaiani, che fu attivo alla guida dei Jenny’s Joke negli anni zero, pubblicando tre album di rock obliquo e notturno e suonando in concerto un po’ ovunque.

La voglia di scrivere e di mettersi in gioco non si è mai spenta però in lui e appropriatosi di questo curioso nickname (da un termine dialettale delle valli lombarde) ha dapprima realizzato un album in italiano (“Canzoni nella notte”) per poi tornare ad esprimersi in inglese con questo nuovo “Lost in the desert”, uscito a metà aprile, in piena emergenza Covid-19.

Vale la pena quindi soffermarsi su quest’ ultimo lavoro, anche perché nonostante i buoni propositi, come molti altri pubblicati nel medesimo periodo, giocoforza non ha potuto usufruire della giusta promozione, visto il lockdown cui siamo stati tutti necessariamente sottoposti.

La copertina di “Lost in the desert”, il nuovo album di Maurizio Vaiani, in arte RosGos

Messi da parte gli spunti cantautorali del lavoro precedente, alcuni in ogni caso molto interessanti, bisogna ammettere che RosGos pare sentirsi maggiormente a suo agio nei panni del folk rocker sedotto dall’epica e dalla tradizione musicale americana.

Basta mettersi all’ascolto dell’iniziale “Free to weep”, per immergerci nella giusta atmosfera: il brano, con i suoi tocchi acustici e sognanti ci fa inoltrare in un metaforico viaggio che si alimenta di canzone in canzone, andando a braccetto con il mondo di riferimento dell’autore.

Siamo già così predisposti dopo un solo assaggio ad assistere quindi al viaggio interiore dello stesso Vaiani, che ci viene tradotto in undici tappe che somigliano molto a un cammino disseminato nel deserto, dove si possono incontrare le luci abbaglianti del sole ma anche le fresche ombre notturne.

Nella prima specie vanno annoverate canzoni come la paradigmatica “Standing in the light”, accogliente e ammaliante con i suoi delicati arpeggi di chitarra, la countryeggiante “To daydream” e l’ode elettrica “Mary Ann”, mentre più ispide e urticanti appaiono la dilatata “Lost”, la dimessa “Misery” e l’evocativa “Sparkle”.

Una menzione a parte merita la dolce, sussurrata “Sara”, con la voce del Nostro che sembra provenire da scenari lontani. Ma sarebbe un po’ fuorviante incasellare questo lavoro unicamente alla voce folk, perché in realtà ci sono alcuni episodi dove emerge ancora prepotente l’anima rock, certo memore della lezione a stelle e strisce. Un esempio lampante è dato da “Telephone Song”, il cui solido e vivace arrangiamento mette in luce una vocazione da band, con sezione ritmica incalzante, la chitarra che apre squarci nella nebbia e la voce filtrata ma che emerge piena e forte in superficie.

Non è più un ragazzino Maurizio Vaiani ma questa improvvisa prolificità compositiva è giusto che sia alimentata, seguendo questa indole naturale, che magari non sarà quella che finisce nei piani delle classifiche, ma di certo è in grado di arrivare al cuore dell’ascoltatore, perché appassionata e viscerale.

 

Da Alessandria due nomi nuovi dell’indie pop: Tavo e Benedetta Raina

Il genere indie-pop è attualmente, assieme alla trap, il più sdoganato specie fra i giovanissimi. Ai pionieri che agli inizi del decennio stavano tracciando la strada, è succeduta infatti un’intera nuova generazione che, specie nell’ultimo lustro, ha fatto irruzione nelle classifiche generaliste, conquistando anche le radio e soprattutto un numero sempre crescente di pubblico.

Ovvio, risulta spesso fuorviante inserire tutti nel mucchio ma, come ogni codificazione, a volte diventa non dico necessario ma se non altro utile, approssimare e appiccicare di fatto un’etichetta.

Lo stesso discorso vale a ragione per due nuovi nomi che oggi vi vado a presentare e che possiedono in effetti tutte le caratteristiche per essere definiti indie-pop.

Si tratta di Tavo (vero nome Francesco Taverna) e Benedetta Raina, due artisti giovani, (nel caso della Raina, possiamo a ben dire giovanissima se consideriamo che è nata nel 2001!), che in questi mesi hanno dato alle stampe dei nuovi lavori, rispettivamente “Theia” e “Frammenti”, entrambi degli Ep ben rappresentativi della loro musica.

Tavo e la Raina sono accomunati soprattutto perché tutti e due vengono da Alessandria e per il fatto che i loro album sono usciti sotto l’egida della label “Noize Hills Records”. Le analogie tuttavia terminano qui, vediamo più nel dettaglio il frutto del loro lavoro.

Partiamo dal più vecchio (si fa per dire, essendo un classe ’93), Tavo, che dalla sua può vantare già una discreta esperienza, culminata – oltre che in partecipazioni presso prestigiosi palchi come Tendenze Festival o Arezzo Wave – nell’album d’esordio “Funambolo”, all’insegna di un pop orecchiabile.

Trascorsi due anni Tavo appare nelle intenzioni più ambizioso sin dall’idea che sta alla base di questo “Theia”, il cui titolo suggestivo si riferisce al Pianeta dal cui scontro con la Terra (un bel pò’ di anni fa, circa 4 miliardi e mezzo) ebbe origine la Luna.

Da sempre questo misterioso satellite è fonte d’ispirazione per scrittori e musicisti e anche il giovane alessandrino ne è rimasto attratto, con le canzoni (5 più l’iniziale “L’astronauta” che nella sua brevità delinea il mood dell’intero disco) che rappresentano gli umori dei suoi sentimenti.

I toni rimangono per lo più acustici con la seconda traccia “Il tempo di ballare”, dai forti riferimenti autobiografici, mentre più vivace, con i suoi inserti elettronici, appare “Annabelle”, una canzone d’amore la cui pecca risiede un po’ nel testo in cui compaiono immagini abbastanza stereotipate.

Con “Sott’odio”, Tavo azzarda un arrangiamento in cui sono i fiati a farla da padrone, mentre appare decisamente più compiuta e maggiormente a fuoco “Gange”, che la segue in scaletta. A mio avviso si tratta dell’episodio migliore, forte di una piacevole melodia e di un azzeccato ritornello che ti rimane in testa, prima della chiusura in tono minore con “La notte”.

Un lavoro, a conti fatti, ancora un po’ acerbo, seppur con al suo interno degli spunti interessanti. Da critico il consiglio che mi sento di dargli è quello di puntare più su risvolti biografici (che pure sono presenti a tratti), in modo da far emergere maggiormente la sua personalità, altrimenti il rischio di rimanere sommerso c’è, visto l’ingente numero di cantautori che si muovono su coordinate stilistiche simili.

 

 

Diverso giudizio invece pende sulla cantautrice Benedetta Raina, che con “Frammenti” ci regala appunto dei pezzettini di sè, delle polaroid di una giovanissima donna alle prese quindi con situazioni comuni a tante sue coetanee.

L’apertura è affidata a “Basta” che, pubblicato un anno fa, risulta essere il suo primo singolo in assoluto, mentre la traccia successiva è quella scelta a rappresentare l’intero Ep, essendo in rotazione radiofonica dal primo maggio. I due brani invero si assomigliano molto, almeno musicalmente, anche se “Stata mai” si fa preferire per il testo, piuttosto amaro, che parla della delusione per la fine di un’amicizia. Più interessante mi pare “Mi sveglio col caffè” che rallenta un po’ i toni e ci fa conoscere l’autrice nella sua fragilità.

“Davvero”, anch’esso un brano già edito, mostra un arrangiamento reggae, mentre “Non me ne frega se non ci vedo bene” chiude il mini album in modo riflessivo, affidandosi a una musica elettronica che da pulsante si fa via via più ritmata, finendo però per annacquare le belle intenzioni iniziali.

E’ indubbio, e non potrebbe essere altrimenti, che queste canzoni suonino leggere e senza grosse pretese, ma uno sforzo compositivo in più è da auspicare per il prosieguo della sua carriera, fermo restando che in un panorama attuale caratterizzato da tantissimi interpreti, il fatto che Benedetta si scriva testi e musiche è senz’altro un punto a suo favore e una nota di merito.

Certo, deve affinare maggiormente la sua penna, ma come è ovvio, vita la giovanissima età, ha tutto il tempo davanti per farlo.

 

Una piacevole chiacchierata con Olden, autore con “Prima che sia tardi” di uno dei dischi italiani più belli dell’anno

Ho conosciuto personalmente il cantautore Olden (il cui vero nome è Davide Sellari) nell’ottobre scorso, in quel di Sanremo. Era giunto tra i finalisti nella categoria “miglior album di interprete” e, benché la sua (interessante) rivisitazione di brani anni sessanta (intitolata emblematicamente “A60”) non si fosse aggiudicata la prestigiosa Targa relativa, era riuscito comunque una volta di più a farsi notare e far arrivare la propria musica, anche mediante brevi ma intense esibizioni durante la giornata che andavano a intervallare momenti strutturati come le conferenze stampa della Rassegna del Premio Tenco.

Foto di Flavio Ferri

Io come giurato della manifestazione gli avevo dato fiducia, votandolo con convinzione, e in quel contesto ebbi modo di scambiare qualche chiacchiera con lui (e col suo fido produttore Flavio Ferri, che conoscevo molto meglio per via della sua militanza nei Delta V, band assurta al successo e alla popolarità tra la seconda metà degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio), con la promessa di continuare a seguirlo nel suo nuovo progetto previsto per l’anno a venire.

L’idea che ci facemmo io e mia moglie Mary fu quella di due artisti che credevano moltissimo nel proprio lavoro e che riuscivano a trasmetterti tutta la loro passione.

Quel disco tanto atteso, intitolato “Prima che sia tardi” si è rivelato alla fine davvero notevole, mantenendo di fatto le promesse.

Ne ho scritto per Indie For Bunnies, una delle testate musicali con cui collaboro, ma l’occasione è diventata propizia per scambiare qualche chiacchiera a proposito del disco e più generalmente sulla sua musica e sul significato che questa ricopre.

Lui perugino di nascita da tempo vive in Spagna, catalano ormai d’adozione, e alla fine ci si è accordati per sentirci via whatsapp: nonostante l’insolito espediente (almeno per me), quel che ne è uscita è un’intervista ricca di contenuti in cui in modo molto naturale e spontaneo ci si è aperti su molti argomenti, bevendoci su fra l’altro una birra (seppur a distanza).

“Ciao Davide, come prima cosa vorrei chiederti dove ti trovi in questo momento e com’è la situazione dalle tue parti. Come stai? Lo so, sembra la classica domanda rompighiaccio ma in periodi come questo assume il suo reale significato.

“Ciao Gianni, in questo momento sono a Barcellona che è casa mia ormai da undici anni; sono nel mio appartamento qui vicino al mare, siamo chiusi ormai da due mesi. Purtroppo a Barcellona ancora non si è avanzati dalla fase 1, che è quella dove si riapre qualche bar coi tavolini fuori, un momento di socialità che è ora che torni presto perché mi manca ed è una cosa a cui sono un po’ abituato. La frustrazione ormai è un po’ cronica, è diventata meno acuta ma spero che finisca presto perché non è molto produttiva. Non sono uno di quegli artisti che in questo periodo stanno scrivendo. Sto provando a scrivere ma con grande difficoltà, ho bisogno di prendere l’aria, di vedere un po’ la strada, di sporcarmi i piedi e le mani, altrimenti non so se riuscirò a creare cose nuove, insomma. La situazione è un po’ questa, poi la differenza va da città a città, da Regione a Regione, noi siamo quelli un po’ indietro insieme a Madrid”.

“So che abiti da tanti anni in Spagna, a Barcellona per l’esattezza. Nella mia recensione (lusinghiera, questo te lo posso anticipare, io non mi sbilancio mai con i 10 ma 8, 8/5 per me sono già voti altissimi), ho scritto magari in maniera azzardata che la tua formazione musicale, anche se era iniziata ovviamente in Italia, si è sviluppata principalmente in Spagna attraverso il contatto che hai avuto con alcune istanze del luogo, non soltanto dal punto di vista ambientale ma anche sociale (che non significa necessariamente per la tua vicinanza alla Catalogna e tutto quello che sappiamo riguardo il movimento per l’autonomia). E’in Spagna che sei venuto in contatto con certo tipo di musica che poi ha indirizzato i tuoi gusti e il tuo modo di comporre, giusto? Se non è così, puoi spiegarmi meglio?”

“Intanto grazie per il voto, io più di 8 non l’ho mai preso, quindi per me 8 è già 10! Sono contento perché quando il disco fa centro è sempre una soddisfazione, poi essendo un album anche abbastanza atipico mi fa molto piacere. Guarda, la mia carriera solista è cominciata in Spagna, il mio primo disco l’ho fatto nel 2011 con un’etichetta catalana che era Daruma Records; quindi sono entrato in contatto con questo produttore: Marc Molas (molto giovane che aveva e ha ancora un’etichetta), il quale dopo aver sentito i miei provini produsse il mio primo disco, in inglese. Dopodichè si è sviluppata la mia carriera, anche se io venivo già da parecchi anni di gavetta come cantante di varie band a Perugia: la prima band si chiamava “Roarrr”, la seconda “Zonaplayd” (con citazione di “Balle Spaziali” per chi è fan di questi film) e infine i “Figli di John”, più o meno mantenendo la stessa formazione con qualche cambio. Quindi ho scritto le mie prime canzoni in Italia quando avevo tipo 16/17 anni, diciamo forse anche 18, Olden in pratica è nato tra l’Italia e la Spagna, durante il mio viaggio in questa transizione mi sono trasformato e sono entrato in contatto qua non tanto con la musica locale, quanto con delle persone che mi hanno permesso di conoscere nuovi ambiti. Uno dei casi più importanti è stato incontrare Sergio Sacchi del Club Tenco, attraverso Steven Forti, che ora fa parte anch’egli del Tenco ma è prima di tutto uno storico e appassionato di musica. Forti faceva un programma radiofonico a Barcellona per italiani, dove mi ha invitato, così ci siamo conosciuti e gli ho fatto sentire le mie cose. Ricordo che a quei tempi Sergio Sacchi (che ancora non credo fosse direttore artistico del Tenco ma solo presente nel Direttivo) aveva ascoltato le mie cose, gli era piaciuto molto la mia voce e mi disse: “Ma perché non canti in italiano?”: era curioso di sentire come scrivevo.

Questa cosa un po’ mi ha stimolato, già avevo voglia di tornare a scrivere in italiano perché è quello che avevo fatto sempre in Italia – questo episodio in inglese era stato uno spartiacque, una pausa –  e da lì ho ricominciato a scrivere nella mia lingua, ho fatto il mio primo disco poi ne sono usciti altri tre (questo che è appena uscito è il quinto). Quindi sicuramente l’atmosfera e l’ambiente di Barcellona anche inconsciamente qualcosa mi hanno lasciato, ma musicalmente forse meno di quanto si possa immaginare perché comunque sono rimasto fedele ai miei mondi e ai miei gusti: il rock britannico soprattutto, la musica d’autore italiana, nonostante abbia potuto negli anni conoscere delle cose nuove, anche in catalano, che mi hanno sicuramente lasciato dei segni”.

(Grande la citazione di “Balle Spaziali”, l’avevo visto che ero poco più che un bambino!)

“Tornando alla domanda precedente, mi riferivo non esclusivamente al fatto che tu fossi stato influenzato dalla musica spagnola in sè; sapevo però che avevi avuto modo di partecipare al programma di Steven Forti e intendevo dire che in Spagna eri stato coinvolto per la prima volta in qualche progetto legato alla canzone d’autore: avevi interpretato Leo Ferré, anche De Andrè e quindi in qualche modo eri entrato in contatto diretto con quel tipo di musica.

“In quel senso hai ragione riferendoti al mio incontro con le realtà locali, perché io comunque – sempre tramite Steven che è stato veramente cruciale – ho partecipato a degli spettacoli di Barna Sants (una sorta di Tenco catalano), un Festival sulla musica d’autore. Avevamo fatto anche uno spettacolo scritto da Sergio Sacchi e da Joan Isaac sulla storia dell’Anarchia (e tra l’altro venimmo anche al Casinò di Sanremo; poi a Carrara al Primo Maggio facemmo un concerto della Cgil con gente come Staino e Guccini presenti). Si chiamava “Canzoni d’Amore e d’Anarchia” ed era molto bello, erano presenti canzoni anche in catalano, in spagnolo, in tutte le lingue; poi ho preso parte anche a un disco, sempre di Barna Santz (“Cuba Va”) stavolta dedicato a Cuba e alla Rivoluzione Cubana, insieme a cantanti sia cubani che spagnoli. Anche in quell’occasione cantai in catalano e in spagnolo, c’è anche la mia versione di “Cohiba” di Daniele Silvestri tra l’altro. Quindi sì, direi che in effetti ho preso parte a diversi spettacoli qui a Barcellona, con esperienze spesso legate al Tenco, a “Cose di Amilcare”(l’Associazione di Steven Forti e di Sergio Sacchi), la costola catalana del Tenco, il Barna Sants, dove sono entrato in contatto con artisti locali”.

Foto di Flavio Ferri

“Venendo alla tua musica, io ti avevo conosciuto con il tuo album precedente ad “A60”. Era già un bel disco secondo me, ma meno a fuoco rispetto a quello già citato candidato alla Targa Tenco e molto diverso da quello che ci hai presentato in questo 2020. Già “A60” aveva delle buone premesse, perché sembrava un album “tuo”, nonostante contenesse solo cover. Tante volte i dischi di interprete sono più o meno fedeli agli originali, oppure cambiano con risultati modesti o quantomeno azzardati. Nel tuo caso invece, sembrava come detto proprio un disco personale, un po’ perchè forse le canzoni scelte non erano poi così note, ma soprattutto perché sei riuscito a far trasparire la tua anima musicale.

Adesso tutto questo si è ampliato in un disco come “Prima che sia tardi”, volevo chiederti: da dove è partita l’idea che sta alla base del lavoro?

Non è da tutti realizzare un album che (come ho definito nella recensione), parla di una realtà distopica ma non troppo in fondo: è una realtà sinistra quella che descrivi ma che è un po’ lo specchio, la paura di quello che ci vediamo davanti quando sentiamo parlare alcuni esponenti politici. Tu hai fatto riferimento a una proiezione scurissima della realtà odierna, oppure volevi fare un disco che andasse in qualche modo a trasfigurare l’Olocausto, il Nazismo? Perchè io nelle canzoni ci rivedo molto quel periodo lì, nei “Quartieri di Lavoro”, nella figura del dittatore…”

“Parlando dei miei dischi, “Ci hanno fregato tutto”, quello a cui ti riferisci, è un lavoro che secondo me è venuto bene a metà, perché segna temporaneamente la fine di un collegamento ad un mondo più pop, o per lo meno pop rock; lì ci sono degli episodi del quale non sono neanche tanto contento (tipo “Gianni”, proprio quello che porta il tuo nome, non è uscito fuori come volevo) e da allora ho voluto appunto staccarmi dal contesto pop (anche se i testi cercavano già allora di essere poco pop, con dei contenuti non solo di evasione ma anche di riflessione) e l’incontro con Flavio Ferri (il mio produttore a partire dal successivo “A60”) è stato molto importante, direi fondamentale, perché anche con le sue critiche, l’idea che aveva di quel disco, mi ha fatto capire tante cose: che non bisognava giocare sul sicuro ma che dovevamo provare a rischiare. Disse che avrei dovuto provare a valorizzare diversi aspetti, come ad esempio la mia voce, senza riempire il disco di troppi suoni, e renderlo invece minimale. Voleva mettere in luce soprattutto la voce, la melodia e i testi.

Il progetto sul nuovo disco è venuto dopo una chiacchierata con lui in un bar e dopo un po’ di birre, quando lui mi ha suggerito: “trova un’idea, pensa a qualcosa, raccontiamo una storia!”. Sembra una banalità ma quella conversazione mi ha fatto scattare la voglia di mettermi a scrivere come veramente non avevo mai fatto prima; buttai giù così una sorta di romanzo (una sessantina di pagina), dove ho creato poi questa storia che ascoltate nel disco. Ed è stato facile trovare l’ispirazione, perché in quel periodo, in Italia (ma non solo) si stava assistendo sempre di più a un certo ritorno di politiche populiste e che in certi casi, diciamolo, ricordano dei regimi passati, neo fascisti (anche se ovviamente non siamo arrivati a quello in Italia). Sappiamo ad esempio quello che succede in Turchia, pensiamo inoltre a personaggi come Bolsonaro e Trump, che non saranno neo fascisti ma comunque calcano certe ideologie populiste che spesso sfociano nella xenofobia e nell’intolleranza, lo abbiamo visto purtroppo in tanti casi.

In quel periodo non ne potevo proprio più di assistere a questo spettacolo indegno dei “pollai social” nei quali si sfogava tutta la rabbia e la frustrazione di persone che giravano intorno soprattutto a Matteo Salvini. Mi è venuto una sorta di rigurgito di questa destra italiana populista che sull’immigrazione ci ha lucrato e ci campa da anni, tanto che in tempi non sospetti dicevo ai miei amici italiani: “ma vi rendete conto che in Italia si parla solo di immigrazione, solo di stranieri?”. Da molti anni stanno preparando questo tipo di politica. Leggere tanti commenti di odio, vedere – anche se da lontano – tanta superficialità in giro nelle persone, mi ha portato a creare una reazione interna che poi è scaturita nella scrittura di questa storia. E’ un disco dedicato alla libertà e all’uguaglianza, che va contro ogni tipo di intolleranza. Racconto nel disco una dittatura, tu dici che è distopica ma in realtà non è appunto così lontana dalla realtà, infatti spesso la definisco una realtà parallela o comunque purtroppo prossima, ed è anche un modo quindi per “avvisare”: “Prima che sia tardi” intende proprio quello, avvisare che il passato nero può tornare, ed è compito anche degli artisti trasmettere dei messaggi che non siano solo di intrattenimento. Conte dice che lo facciamo divertire, e forse ha anche ragione, perché molti artisti si sono dimenticati che la musica oltre che intrattenimento può essere molto di più, è anche contenuto”.

(In effetti è un’analisi molto lucida. E’un pericolo reale quello che Olden descrive o ipotizza nelle sue canzoni, seppur in modo allegorico, anche se avevo intuito ci fosse da parte sua piena consapevolezza e non fosse soltanto una profezia… come in quei film tipo “Contagion” che visto oggi mette i brividi).

“Il tuo non è un messaggio profetico, almeno mi auguro, è più un monito reale che ci stai dando con la tua musica: prima che sia tardi, cerchiamo tutti di drizzare le antenne.  L’uscita di Conte è stata molto infelice ma è un po’ lo specchio dei tempi, perché purtroppo per l’ascoltatore occasionale o distratto, sembra che ci siano spazi ridottissimi per la canzone con dei contenuti.

Tu con il tuo disco sei riuscito benissimo in questo, e un tempo album del genere riuscivano ad arrivare ai primi posti in classifica. Adesso non è più così e io non sono sicuro che un disco seppur dal valore intrinseco come il tuo, possa ottenere il successo che spettava ai grandi cantautori negli anni 70, però mi auguro che tu abbia un riconoscimento giusto in quelle sedi competenti, perché oltre ad avere un’idea tu ci hai sommato una grande qualità proprio dal punto di vista musicale.

Ci sono canzoni che, chiaramente, vanno seguite dalla prima all’ultima (mai come in questo disco, perchè c’è un continuum seguendo il viaggio della protagonista Zahira e del suo amico che l’aiuta a distanza), però diciamo che tu hai saputo nei momenti topici del racconto valorizzarli al massimo con degli spunti degni dello spessore delle liriche. “Aquilone” ad esempio, uno dei momenti importanti del racconto, è accompagnato da una canzone che spicca (non a caso primo singolo), però mi viene in mente anche “Mare tranquillo”, una canzone che mi ha colpito molto, oppure “Il clown” che sinceramente è il brano che più fa emozionare. Come sei riuscito ad adattare in questo caso le parole alla musica? E’ stato difficile, visto che è la prima volta che ti cimentavi in un concept album, oppure ti è venuto naturale creare quel climax giusto in base alle diverse fasi del racconto?”

“Gli spazi per la musica con dei contenuti non sono molti però ci sono, ma soprattutto confido che forse, dopo quello che è successo, ci siamo finalmente resi conto delle cose importanti. Ci sono due futuri che io vedo, che ipotizzo: o dopo questa epidemia, dopo questo momento terribile, si ritorna a una sorta di anni 60 nel quale c’era bisogno di evasione e di divertimento ancora più frivolo (e non solo ovviamente, perchè poi gli anni 60 hanno creato cose meravigliose, c’era una grande gioia, un’esplosione di vitalità), oppure ci si renderà conto che il sistema capitalista e un certo tipo di consumismo e di edonismo forse è il momento che si fermino, perchè ci stiamo rendendo conto che le cose importanti sono ben altre. Io auspico un ritorno ai contenuti, spero ci sia la voglia di riassaporare cose più concrete, più vere, con più sostanza.

Riguardo la musica del disco, stavolta ho scritto prima di tutto le parole, quindi dopo il romanzo ho adattato i testi e di giorno in giorno li mandavo a Flavio che poi mi dava un parere. Mi diceva cose tipo: “questo sviluppalo, questo è bello, questo è brutto, qui lavoraci di più…”. Io gli ho dato retta quasi sempre perché di lui mi fido molto, perché mi ha capito profondamente e questa è una grande fortuna. Mi ha permesso di scegliere una decina di testi, sul quale poi ho iniziato a scrivere delle musiche. Le ho scritte in casa e poi in studio con Flavio ci abbiamo lavorato; lui le ha arrangiate soprattutto, io ho dato qualche idea ma ho lasciato spazio a Flavio perché ha delle idee molto belle, molto giuste: lui capisce come valorizzare le cose (non solo con me ma con tutti i quali lavora) e quindi in fondo è stato abbastanza facile devo dire arrivare al prodotto finito, perché le musiche e le melodie poi mi sono venute abbastanza velocemente e per l’arrangiamento,come detto, Flavio ha dato un contributo veramente importante. E poi ci tengo a ricordare anche l’apporto musicale di Ulrich Sandner, chitarrista che ha impreziosito con delle idee il lavoro”.

“Non sapevo che gran parte del merito dell’arrangiamento fosse di Flavio, pensavo avesse svolto più un ruolo da produttore. Io lo apprezzo da sempre nei suoi dischi con i Delta V e credo sinceramente sia una fortuna quando un artista trova un produttore che diventa qualcosa di più di un produttore, una persona davvero fidata. Mi sembra di capire che lui sia uno che vuole il bene dell’artista, una cosa che non è sempre così scontata quando si comincia a lavorare, invece voi avete creato un bel binomio e credo che ci sarà soltanto da guadagnarci, vista anche la sua grande esperienza”.

“Flavio è un pezzo importante di Olden, è ormai parte integrante, non riesco neanche a chiamarlo produttore perché è prima di tutto un amico, una persona che mi vuole bene e mi stima, e che a dispetto di quello che sembra è una persona che si commuove quando riceve bellezza, quando sente qualcosa che ritiene bello. A me è servito molto perché, come dici tu, lui vuole il bene dell’artista o quanto meno vuole che l’artista tiri fuori quello che è. Se questi non ha niente da dire, lui te lo ribadisce senza mezzi termini; se sente invece che tu hai qualcosa da dire cerca di farti capire come dirlo, e questo è veramente preziosissimo, senza mai secondi fini ma solo appunto per la bellezza”.

“Prima avevo fatto riferimento a “Il Clown” ma anche “Non tu, noi” è una canzone che mi piace tanto e la prima volta che l’ho sentita mi ha emozionato. Ne “Il Clown” lì si arriva in pratica al compimento, alla fine del Regime, però non è una canzone di rivalsa, di rabbia: questo mi ha colpito molto, perché sembra quasi il Popolo essere compassionevole nei confronti del dittatore, o meglio non va a infierire, tanto che il dittatore, l’Oca Nera, si è ormai ridicolizzato da solo. Insomma, il popolo anziché schiumare ancora rabbia, preferisce lasciarsi alle spalle il brutto periodo e guardare già avanti, pensando finalmente a un nuovo futuro. Mi è piaciuta tantissimo questa cosa ma non so se è una chiave di lettura giusta, dimmi tu”.

“Sì, dici bene, il clown è esattamente questo, è una canzone che vuole sostanzialmente svelare, togliere la maschera al dittatore che in realtà è un buffone, perché ne abbiamo avuto esempi nel passato, no? E’ banalissimo forse citare Hitler o Mussolini ma il discorso se vogliamo vale anche per Stalin: erano personaggi che sembravano delle caricature, tu li vedi adesso nei loro comizi ed erano sommamente ridicoli, nella loro foga, nella loro retorica assurda. Sono delle persone che fondamentalmente nascondono qualcosa di tragico e di ridicolo allo stesso tempo, sono personaggi grotteschi. Quindi non è necessario infierire, soprattutto se chi condanna quel tipo di persona si ritiene differente. Infierire è comunque sempre un atto violento: condannare la violenza con la violenza sarebbe poco coerente. Il senso è allora: “si lasci pure il clown al proprio destino”, che poi in realtà quello che fa è praticamente uccidersi, ciò che dice la canzone. Il problema è che questo succede sempre dopo aver lasciato morti e tragedie alle proprie spalle. “Non tu, noi” è invece una delle poche canzoni prettamente non politiche, è molto personale nel raccontare un sentimento, che ci voleva in quel preciso momento del disco, dove lui scrive a Zahira dicendole che le manca, le manca quello che sono, non tanto lei (ovviamente è una provocazione dialettica) ma quello che sono loro insieme”.

“La nostra lunga chiacchierata è giunta al termine, vorrei chiudere chiedendoti quali sono le tue prospettive. Un po’ mi hai risposto prima ma mi piacerebbe sapere quali sono le tue aspettative personali su questo lavoro. Cosa ti aspetti da questo disco, Covid 19 permettendo?” 

“Questo disco come dici tu purtroppo è stato bloccato quasi sul nascere, a causa di questo terribile virus. Noi siamo riusciti a fare la presentazione, la conferenza stampa a Milano e dei concerti tra gennaio e febbraio. Siamo arrivati a un po’ di persone, anche fra gli addetti ai lavori e ad aprile maggio saremmo dovuti tornare probabilmente con un numero ancora più importante di date, perché come dico sempre questo è un disco che va raccontato direttamente. Le persone andrebbero prese una per una e “costrette” in un certo senso ad ascoltarlo, perché solo se ti permetti di accostarti ad esso in una certa maniera, di essere immerso in una particolare atmosfera e di seguirlo attentamente, puoi coglierne l’essenza, sennò probabilmente rischia di sfuggire. Quindi il fatto che siano mancati i live è stata una grande pecca, perché avremmo potuto raccontarlo veramente bene alla gente.

In quei pochi live eseguiti, ho visto che la reazione del pubblico è stata molto emotiva, si notava che la gente presente ai concerti era molto colpita ed era rimasta intrigata dalla storia. Il messaggio del disco era arrivato! In questo mondo, in questa società di oggi, dove tutto è rapidissimo, tutto è veloce e quasi tutto virtuale, oggi che al momento mancano anche i contatti reali purtroppo è un problema. Ma sono fiducioso, perché convinto che con “Prima che sia tardi” abbiamo fatto una cosa bella e sincera, che verranno fuori sempre più persone che lo ascolteranno e lo apprezzeranno. Per il futuro speriamo di riprendere qualche live se possibile da qui a fine anno, sto provando a scrivere delle cose nuove che potrebbero essere anche collegate a questo disco, perché forse non ho ancora detto tutto”.

PS –  Comunque la canzone “Gianni” mi aveva colpito molto, non ci sono poi molte canzoni col mio nome… è famosa “Gianna” di Rino Gaetano ma non è proprio la stessa cosa! Non mi riconoscevo ovviamente nel tuo pezzo, per come lo descrivi, però era un brano con un ritmo particolare. E’chiaro che sembra lontanissimo da quello che stai facendo adesso, direi che sei molto maturato come autore e credo sinceramente che sia questa la tua strada”.

“Chiudiamo volentieri con “Gianni” allora e torniamo un po’ indietro nel tempo. Devo dire che mi piace il testo di questa canzone, perché credo abbia un’ironia bastarda. Testo che in realtà è serio, ironico, dove descrivo un personaggio squallido che condanno. Il problema è che poi è risultata una canzone allegra e spensierata, l’ascoltatore medio magari nemmeno ci fa caso a qual è il vero senso della canzone. Non la rinnego ma forse l’arrangiamento, come è venuta fuori nell’insieme, non mi convince più ed ora non farei mai una cosa del genere.”

Credo sinceramente che possa dormire sonni tranquilli, dubito infatti che alla luce di questo lavoro ci sia qualcuno che ancora fraintenda le sue reali intenzioni: Olden adesso fa sul serio e ha tutte le carte in regole per durare a lungo.

 

Nel giorno del mio compleanno vi regalo un po’ della musica che amo

Oggi è il mio compleanno, compio 43 anni!

Possono essere tanti come pochi, io non mi lamento e mi sento tutto sommato ancora giovane, sia nella mente che nel corpo 🙂

Sono a casa, riprenderò al lavoro domani, e così mi godo questa giornata in compagnia dei miei cari. Certo, i festeggiamenti saranno quest’anno per forza di cose in tono minore, vista la situazione nota che non ci consente tanto di muoverci e trovarci tutti insieme ma per fortuna l’affetto non mi manca e sono stati già in molti a donarmi un pensiero e un augurio in questo giorno speciale.

Ovviamente mia moglie qualcosa avrà pensato e per una volta è riuscita a non anticiparmi nulla riguardo sorprese e quant’altro… scherzi a parte, in questo momento per me è importante essere vicino a lei, visto che negli ultimi tempi ci siamo anche dovuti allontanare perchè il coronavirus si è messo di mezzo… non per fortuna nel senso che uno di noi si fosse ammalato, ma perchè lei tuttora lavora in ospedale in un reparto covid e io per la mia patologia (sono affetto da les come scritto ieri in un lungo post) ero a rischio a causa delle mie scarse difese immunitarie.

Adesso la situazione sta migliorando e quindi siamo tornati a vivere nella nostra casa, questa è la cosa più importante!

Dicevo, approfitto di un momento libero per ascoltarmi (e condividere con voi lettori) alcune delle canzoni che hanno significato tanto per la mia vita e che continuano ad accompagnarmi. Non forse le mie preferite in assoluto – come sapete sono un grande appassionato di musica e ne ascolto davvero tanta sia per dovere (scrivo per siti e riviste) che (soprattutto) per piacere – ma di certo tutte molto importanti per me.

Ecco quindi una veloce carrellata di 10 canzoni straniere e 10 italiane.

Le canzoni sono piuttosto famose ma lo stesso vado a dirvi due paroline sul motivo delle mie scelte:

1- REM Fall On Me  Facile, si tratta della mia canzone preferita del mio gruppo preferito!

2- SMASHING PUMPKINS Tonight, Tonight  Avevo 18 anni quando uscì e fui letteralmente travolto dal nuovo album di Corgan e soci dove svetta inequivocabilmente questo capolavoro

3- THE SMITHS There Is A Light That Never Goes Out  Melodia struggente, al solito intrisa di malinconia

4- SIGUR ROS Andvari  Degli islandesi sono sicuramente altri i brani più noti ma fidatevi di me e concedetevi qualche minuto di pura magia

5- THE CURE Pictures of You  Evocativa, avvolgente, i miei Cure preferiti sono quelli di “Disintegration”

6- THE DOORS Riders on the Storm  Jim Morrison qui ai massimi livelli espressivi

7- PINK FLOYD The Great Gig in the Sky  Voce da brividi, pelle d’oca a ogni ascolto

8- BRUCE SPRINGSTEEN I’m on Fire  Una breve fiammata che lascia il segno, tutto memorabile, dal video all’intero mood del brano

9- THE BEATLES The Long and Winding Road  Una ballata commovente, i numeri 1 da qui all’eternità

10- JEFF BUCKLEY Grace  Un prodigio che ci ha lasciato davvero troppo presto

 

1- FRANCESCO DE GREGORI Sempre e per sempre E’ una ballata “recente” ma che regge il confronto con le sue più famose canzoni d’amore. Anzi, per me questa è la sua più bella di sempre

2- VINICIO CAPOSSELA Ovunque proteggi Artista straordinario, il migliore della sua generazione. E questo brano per me avrà sempre un significato importantissimo perchè giunto in un momento fondamentale della mia vita

3- NICCOLO’ FABI Una mano sugli occhi La sensibilità di questo cantautore non ha eguali, emozione allo stato pura

4- CCCP FEDELI ALLA LINEA Annarella  Il canto del cigno di un gruppo unico nella storia della musica italiana diventa anche una dedica alla loro mitica “soubrette”

5- LUCIO BATTISTI Io vorre…non vorrei…ma se vuoi  Semplicemente il più grande di tutti

6- LUCIO DALLA Futura Conosco l’album da cui è tratta praticamente a memoria, l’apogeo di un Artista con la A maiuscola

7- GIANLUCA GRIGNANI La fabbrica di plastica  Era davvero facile all’epoca identificarsi nel “ragazzaccio ribelle” che decise d’un tratto di abiurare la sua immagine pubblica per sparar fuori un genuino e passionale album rock

8- FRANCO BATTIATO La cura Non a caso viene chiamato il Maestro! Battiato nella sua lunghissima carriera ha sperimentato tanto raggiungendo vette qualitative altissime, come nel caso di questa stupenda canzone d’amore

9- MINA Insieme La più grande voce italiana di sempre, con pochi eguali al mondo

10- FABRIZIO DE ANDRE’ Amore che vieni, amore che vai Come nel caso di tutti gli altri artisti citati, anche qui non è facile indicare una sola canzone. De Andrè era il massimo in quanto a scrittura di testi, nelle sue canzoni viene declinata in ogni modo la bellezza

Mi dispiace tantissimo aver tralasciato cantanti e gruppi che letteralmente adoro ma ho voluto delimitare un po’ i confini sennò non finivo più 🙂  tra l’altro, rileggendo, noto che mancano clamorosamente da queste liste le rappresentanti femminili ma in realtà posso assicurare che ascolto molte straordinarie protagoniste delle sette note. Basta dare un’occhiata in rete le mie “classifiche dei dischi di fine anno” tanto per fare un esempio: spesso e volentieri sono letteralmente costellate dal gentil sesso! Ma a parte questo, cari lettori, ci tenevo ad aprirvi un po’ il mio cuore e farvi ascoltare delle bellissime canzoni… spero abbiate gradito il mio regalo!

 

 

 

 

 

 

 

L’artista friulana Michela Franceschina debutta come cantautrice con l’interessante “Burattini erranti”, tra pop, jazz e raffinata canzone d’autore.

Attendeva da tempo il suo debutto discografico la giovane artista friulana Michela Franceschina, già attivissima in campo musicale su più versanti. Esperienze vissute sia sul palco, da sola o in gruppi come il trio vocale Kalliope e i Bossa Loca, che tra i banchi di scuola – metaforicamente parlando ma non troppo – , visto che è un’educatrice musicale alle prese con giovani e bambini.

Un album a proprio nome però è tutta un’altra cosa, proprio perchè in queste 12 canzoni Michela ha saputo far confluire le varie tappe del suo percorso musicale, assemblando anche brani costruiti nel tempo ma che necessitavano, meritavano, un più ampio respiro. Tra le pieghe di questo esordio intitolato “Burattini erranti” abbiamo quindi messa a fuoco tutta la poetica autentica che sgorga dal cuore e dalla penna dell’autrice.

Testi e musiche sono quasi esclusivamente opera sua, se si eccettuano degli interventi di collaboratori come Nicola Pravisano e Michela Niccoli; da segnalare inoltre l’importante contributo di Marco Bianchi che ha suonato la chitarra in tutti i brani e si è occupato della quasi totalità degli arrangiamenti, a parte “Il cûr ” e “L’anima” affidati a Geremy Seravalle, impegnato anche alle tastiere. A registrare in studio con lei, oltre a validi musicisti come Giacomo Iacuzzo alla batteria e percussioni e il bassista Alessandro Toneguzzo, anche Paolo Forte che ha suonato la fisarmonica in “Miniera” e ne “Il mercato dell’amore”.

Dopo le doverose segnalazioni, è giusto però arrivare a parlare più specificatamente del disco, che ci mostra un’artista vitale, talentuosa, alla ricerca ancora forse di una sua strada musicale ma che già è in grado di maneggiare bene la materia partendo da alcuni capisaldi. Il primo è l’utilizzo di uno strumento principe, in questo caso il pianoforte, che evidenzia tutto il suo amore (e il suo studio) per la musica classica, nonostante si denoti all’interno dell’album un eclettismo che lo fa rifuggire da facili definizioni, pur restando generalmente nell’ambito della canzone d’autore.

Le definizioni possono essere talvolta necessarie, giusto per inquadrare un lavoro, specie in un’epoca in cui si è “bombardati” da uscite discografiche più o meno valide che possono finire per disorientare l’ascoltatore. E anche un disco come questo, uscito qualche mese fa, rischiava e rischia (ma nel nostro piccolo siamo qui a dargli il giusto tributo!) di rimanere in qualche modo sommerso, fluttuante nel calderone della musica d’autore che per molti critici è ormai solo una bolla stantia, bloccata su stilemi sorpassati, se non proprio vetusti. Per questo poi è importante sviscerare al meglio le canzoni e far emergere il bello là dove ne valga la pena.

In ogni caso, e qui rompo gli indugi, visto che di musica d’autore, o “dei cantautori”, me ne occupo e ne ascolto tanta, voglio spezzare una lancia a favore di coloro che, pur non tradendo la lezione dei grandi del passato, stanno provando a innovare e metterci del proprio. E’ il caso anche di questo album, in cui la Franceschina partendo come detto da composizioni al pianoforte, ha voluto comunque puntare forte sulle melodie (quindi associabili a un mondo pop) e su arrangiamenti che prediligessero soluzioni diverse, vivaci, finanche spiazzanti (penso a un episodio come “Persa”).

Michela nei testi si smarca dall’autobiografismo spinto per svelare altri scenari e, se pare azzardato definire il lavoro come un concept album, è anche vero che l’idea che sta alla base di “Burattini erranti” si ritrova qua e là in vari punti, e ha a che fare con la libertà degli individui che, come burattini, è forse circoscritta a un potere deciso dall’alto ma ciò non impedisce mai la ricerca e la voglia di trovare il proprio spazio. In questo viene normale associare il tema a ciò che tristemente stiamo vivendo, con una libertà che in questo momento ci viene necessariamente privata nella sua forma più piena e, anche se era impossibile un anno fa prevedere tutto questo, ci viene in soccorso in questi casi proprio la musica, grazie alla quale possiamo spaziare almeno con la fantasia e immaginare scenari lontani.

L’inizio del viaggio è affidato alla raffinata “La principessa”, adattissima a fungere da cartina di tornasole dell’intero album, con uno dei testi migliori del lotto, mentre la successiva “Non è una favola” si muove su coordinate differenti, più briosa con i suoi accenni swing e un cantato sinuoso e arioso adagiato sulle parole di Michela Niccoli. Seguono due canzoni che si stagliano abbastanza nettamente dal resto della scaletta, anche per l’utilizzo assai riuscito del dialetto friulano. La prima, “Il cûr”, è solare e orecchiabile nei suoi efficaci cori, la seconda (“Piscologo”) è più ondivaga e venata di malinconica ironia. Entrambi i testi sono a firma di Nicola Pravisano, mentre le musiche sono della stessa Michela Franceschina.

Si arriva così a “Dimmi come fai”, quella sì di stampo più classico, lineare e diretta nelle parole amorevoli di Michela Niccoli, mentre il cuore del disco è affidato a due dei brani a mio avviso più convincenti della raccolta, entrambi a firma dell’autrice.

“Persa” ha un andamento obliquo, un cantato sicuro per un testo che non le manda a dire, pur non lesinando in immagini poetiche, mentre la successiva “Noia” è assolutamente irresistibile nel suo andazzo jazz. “Miniera” (una dolce dedica al nonno) e “Il mercante dell’amore” si muovono fluide, acustiche, e trasudano fascino latino, mentre in “Back in Old America” fanno capolino degli elementi reggae a colorare un brano assai evocativo. “L’anima” è particolarmente intensa e suggestiva, con i tocchi sapienti della chitarra elettrica di Marco Bianchi e le tastiere non invasive che incalzano in sottofondo. L’album infine si chiude con la guizzante “Eco di te”, una mid tempo dai connotati pop rock (anche qui ottime le chitarre), in un testo che è una sorta di invocazione a ritrovare la propria strada, con la speranza di avere sempre una casa che ci possa attendere e rassicurare.

“Burattini erranti” è indubbiamente un album fresco, accattivante, ottimamente suonato e interpretato, dove Michela Franceschina è riuscita a trasmettere tutta la sua passione per le sette note. Sono brani in cui la matrice classica è ancora presente e probabilmente ne rappresenterà il registro sonoro anche in futuro ma dove è già evidente il tentativo di rivestire il tutto con gli abiti di volta in volta più adatti.

(Le foto sono di Leonardo Fabris, progetto grafico di Rossella Zarabara)