“Dio esiste e vive a Bruxelles” è un film poetico, struggente, schizofrenico, visionario, in grado di regalare sorrisi ed emozioni

Una ripresa del cineforum con i botti al Mignon di Cerea. Merito di “Dio esiste e vive a Bruxelles”, film di produzione belga/franco/lussemburghese diretto dal regista Jaco Van Dormael, ai più noti per  il delicato, intenso “L’Ottavo Giorno”, di ormai 20 anni fa.

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Con questa prova, lui così parco nelle uscite, torna a misurarsi col sogno, il destino, il buono e il cattivo che c’è in noi, adottando uno stile schizofrenico, frenetico ma soprattutto visionario e poetico.

Sì, c’è molta poesia, filosofia ma anche concretezza ed efficacia in questo film, in cui vengono messi in mostra, mischiando ironia e finezza, vizi e virtù di un miscuglio di umanità, generate da un Dio ben poco accondiscendente, che si compiace a creare ogni cosa come fosse un gioco, davanti a un pc. L’intervento della figlioletta ribelle sarà determinante per rimettere in carreggiata quanto di buono era già stato tracciato dal “famoso” fratello, anch’egli dimostratosi alla resa dei conti poco incline a condividere l’ideale del padre.

Un film dai toni sia delicati che grotteschi, in cui si ride, ci si stupisce di alcune trovate bizzarre, ma soprattutto si riflette e più spesso ci si meraviglia di fronte alla pura genialità del soggetto, scritto e pensato dallo stesso regista assieme  a Thomas Gunzig.

Una storia coraggiosa, in grado di regalare sorrisi ed emozioni.

“Kurt Cobain: The Montage of Heck” e “Amy”, due docu-film che ci raccontano la vita dei due artisti, prima che la loro arte. Persone sconfitte non dal proprio talento ma dalle proprie fragilità

Uscirà a breve per il sito di Troublezine questo mio articolo, che vi propongo in anteprima sul mio blog

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Si sa, i film biografici, i cosiddetti biopic, hanno sempre destato curiosità nel pubblico, e quasi tutti i più grandi della Storia, parlo proprio a livello politico, culturale o storico sono stati ampiamente celebrati, alcuni anche in più occasioni. Ma quando si tratta di rievocare la vita di una persona del mondo dello spettacolo, attore o cantante che dir si voglia, si punta in prim’ordine al bacino d’utenza ampio che si immagina essere rappresentato dalla schiera di fans. Spesso i risultati sono stati quantomeno discutibili, se parliamo in materia di rock, pensiamo al controverso “The Doors” di Oliver Stone o al recente film sulla vita di un altro eroe degli anni ’60, Jimi Hendrix, immortalato dal regista John Ridley che ha chiamato il leader degli Outkast Andrè 3000 come protagonista. Non basta in effetti la somiglianza all’originale, se poi la storia viene banalizzata o raccontata a metà, tenendo conto di determinate fonti anziché altre.

Non mancano felici intuizioni, si pensi al fortunato “Ray”, sulla vita del grande bluesman ma troppo spesso i fans vengono delusi da queste operazioni, alle quali si accorre comunque in massa nelle sale, quasi per empatia.

Altro fenomeno rilevante, specie negli ultimi anni, è quello della proiezione di interi concerti o esibizioni live, atti a testimoniare eventi particolari, per fissarne il ricordo. Di queste operazioni hanno beneficiato sia artisti di casa nostra, come Ligabue, sorta di precursore con l’uscita in sala di un’edizione del suo celebre Campovolo, sia esteri come i Metallica, i Rolling Stone o, puntando sull’effetto giovanissime, i teen idol One Direction.

Quando anche questa formula cominciava a essere stantia, o priva di particolare interesse per l’utente medio, che non sia ossessionato fan, ecco che hanno iniziato a produrre altri tipi di filmati dedicati ad artisti, dei veri documentari, o meglio docu-film, vista la narrazione spesso a volentieri a mò di storia e non di mero dossier-inchiesta.

Casi eclatanti usciti in sala tra il 2014 e il 2015 quelli di Kurt Cobain e Amy Winehouse, due tra i più seguiti idoli di intere generazioni, entrati purtroppo nel famigerato Club 27, con cui si indica quel gruppo di artisti morti a quell’età, e quasi sempre accomunati da risvolti simili nella consumazione della loro tragedia. Kurt e Amy, quindi, icone morte tragicamente in epoca moderna, quando gli abissi esistenziali sembravano non dover più toccare così sovente l’animo di ragazzi che si ritrovano ad avere tutto dalla loro parte: fama, successo, ricchezza, bellezza, gloria. Ma anche tanta solitudine, angoscia, mestizia, inesorabile e inguaribile mal di vivere.

Pellicole nate per mostrare a tutti – non solo ai fans, anche se almeno nel caso del film su Kurt si potrebbe facilmente obiettare – alcuni lati ai più nascosti, intimi, controversi e molto estranei all’oggetto di clamore e amore, cioè la musica.

Prodotti avvallati da (o nati proprio per iniziativa di) persone molto vicine, strette agli artisti in questione. Nel caso del simbolo del grunge, fra i produttori esecutivi figura pure Frances Bean Cobain, la figlia ormai 23enne del leader dei Nirvana che, all’epoca della dipartita del padre da questo Mondo, non aveva ancora 2 anni e in pratica imparava letteralmente a muovere i primi passi, come si evince da filmati originali e assolutamente inediti. Per quanto riguarda la reginetta del soul r’n’b di inizio nuovo millennio, invece, è stato soprattutto il padre l’artefice di tanto materiale d’archivio, atto a rievocare la grandezza e la sfortunata parabola della figlia. Lo stesso che quasi parallelamente ha mandato alle stampe una biografia della stessa.

Insomma, nonostante qualche perplessità e facili accuse di voler speculare, dopo la visione mi viene difficile non sostenere che si tratti di due opere filologicamente oneste, sincere, e che intendono puntare i riflettori sulla vita… lontana da certi riflettori con i quali entrambi i nostri protagonisti hanno giocoforza dovuto convivere. Ciò che si vuole far emergere è piuttosto la “normale” complessità di due giovani baciati da immenso talento che si sono ritrovati a indossare panni troppo larghi, a gestire pressioni non adatte alle loro fragili personalità. Per voce di tante testimonianze esclusive “Kurt Cobain: Montage of Heck” diretto da Brett Morgen vuole riconsegnarci alla storia un Kurt umano, disagiato, che del tutto involontariamente si è ritrovato a dar voce e immagine a un’intera generazione che riuscivano a riconoscersi nei suoi testi angosciati, nelle sue parole urlate e sguaiate, a sfogare tramite la musica sentimenti di reclusione e rabbia, alienazione e paura del futuro, del rifiuto, di non essere all’altezza, di non essere amati e considerati. La storia è poi nota, con il leader dei poi strafamosi Nirvana, stretto tra mille tensioni e persosi vorticosamente nella droga e prima ancora nell’apatia, nell’indifferenza, non certo agevolato dalla presenza al suo fianco dell’altrettanto volubile moglie Courtney Love(ma che,al contrario suo, come ben era noto e risulta evidente da alcune riprese “casalinghe” era quantomeno narcisista, per usare un eufemismo). Interessante lo sviluppo cronologico e le tante parole da parte della madre, del padre, della sorella, dell’ex sodale Chris Novoselic, della ex compagna (chissà, forse rimasta con lei magari l’epilogo sarebbe stato diverso, ma molto probabilmente i Nirvana non sarebbero andati oltre Seattle) e ovviamente alla vedova Courtney Love, leader del gruppo Hole. A urtare la mia sensibilità, lo ammetto, sono state proprio quelle immagini per cui la maggior parte dei fans probabilmente aveva riposto grandi aspettative, vale a dire gli ultimi due anni della vita di Kurt, quelli che grossomodo ne hanno caratterizzato l’ascesa su scala planetaria e la rovinosa caduta. Ho trovato parecchio di cattivo gusto la scelta della produzione – e della famiglia in primis – di condividere aspetti così intimi della sua persona, specie nel periodo successivo alla nascita della figlia Frances. Assistere al declino inesorabile dell’uomo, sempre più preda delle sue dipendenze mi ha lasciato non solo l’amaro in bocca, ma proprio un senso di rabbia. Molto più illuminanti le parti relative alla fase infanzia-adolescenza e a quella dove il sogno della musica come riscatto ha cominciato a farsi largo tra le pieghe della sua anima tormentata. In ogni caso il regista  – a cui bisogna dare merito di aver creato un collage perfetto di immagini vere, ricostruzioni animate, interviste, tracce audio inedite e brani tratti da diari – c’ha consegnato un ritratto che più autentico non si può, evitando assolutamente di mitizzare l’artista, per concentrarsi soprattutto sul suo percorso umano.

Stessa ideologia di fondo dell’altro docu-film, uscito nel mese di settembre,in questo caso a pochi anni (4) dalla morte di Amy Winehouse. Eppure, anche se storicamente appunto il lasso di tempo era molto esiguo rispetto al ventennio dalla scomparsa di Kurt, mi rendo conto quanto anche la triste vicenda della nuova Billie Holiday abbia segnato profondamente la vita di tanti appassionati musicali. Io letteralmente piansi quando appresi la notizia dai tg ma a posteriori vien tristemente da pensare quanto la sua fine fosse inevitabilmente già scritta.

Altri demoni, altre dipendenze – nel suo caso a quanto pare, anche dal suo tormentato marito e mentore – ma stesso mal di vivere, stessa incapacità di far fronte con le proprie forze a tanto dolore. E stessa fine, in piena solitudine, nonostante il mondo fuori fatto di milioni e milioni di persone che si ritrovavano a sognare ascoltando le loro voci.

Al via l’edizione 2015/16 del Cineforum di Cerea con “Il Racconto dei Racconti” di Garrone

La rassegna della stagione 2015/’16 del cineforum di Cerea si è aperta ufficialmente ieri sera con la proiezione dell’ultimo film di Matteo Garrone: “Il Racconto dei Racconti”, pellicola sulla quale, lo ammetto, avevo riposto discrete aspettative, visto non solo l’eco di notizie susseguito ma soprattutto per il fatto che ad ogni suo film, il regista romano ha sempre saputo convincermi, pur nella complessità della sua filmografia.

Qui, però, ha davvero come si suol dire “puntato in alto”, dopo i successi di critica e botteghino con il precedente (un po’ controverso a mio avviso) “Reality” e soprattutto dell’interpretazione di “Gomorra”, libro di denuncia portato al successo da Roberto Saviano.

Lo ha fatto, affidandosi a una produzione internazionale, girando per la prima volta tutto in lingua inglese e scegliendo di conseguenza quasi esclusivamente attori e attrici stranieri, con qualche piacevole eccezione. La sua è stata una sfida, perchè non era semplice riproporre alcune fiabe di un libro misconosciuto – ma in realtà assai influente – come “Lo cunto de li cunti”, di Giambattista Basile, opera scritta secoli e secoli orsono e pubblicata postuma tra il 1634 e il 1636. Lo spirito del libro, scritto quasi interamente in dialetto napoletano stretto – con traduzione italiana a fianco – era tutto sommato non dissimile dal più noto “Decamerone”, una raccolta di fiabe (ben 50, da qui il nome anche di “Pentamerone”, perchè le storie venivano narrate da 10 novellatrici in cinque giorni) dai vari significati allegorici, ma nate principalmente per soddisfare e intrattenere i sovrani nelle coorti.

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Garrone, però, nel metterne insieme tre – incentrate sul tema dell’amore visto da diverse prospettive – ha dimostrato davvero di volersi mettere in gioco, rischiando notevolmente nel cimentarsi in un genere, il fantasy, molto in voga all’estero e che gode del gradimento di un pubblico giovane, ma praticamente inedito o per lo meno inusuale per un regista italiano.

Cast internazionale di rilievo per una storia che riesce a colpire, mettendo in scena molti di quegli archetipi poi diventati necessari per lo sviluppo delle fiabe più moderne. Non era semplice, oltre a inoltrarsi in un genere che per forza di cose contempla effetti speciali, spettacolarizzazioni e componenti magiche, confrontarsi anche con un linguaggio completamente nuovo, rispetto ai precedenti film, dai quali differisce in toto. Da evidenziare gli splendidi costumi e la stupenda fotografia.  Il tentativo di affrancarsi da certi modelli di “blockbuster”, proponendo in ogni caso una pellicola di qualità, forse è riuscito solo a metà, e in questo è maggiormente da apprezzare la rivisitazione del Decamerone dei Fratelli Taviani nel recente “Meraviglioso Boccaccio” ma lo stesso mi sento di premiare con un buon giudizio questo film che, come saprete, era stato presentato con buone chances all’ultima edizione del Festival di Cannes, laddove fecero flop di riconoscimenti anche gli altri due titoli nostrani: “Youth-La Giovinezza” di Sorrentino, che vedremo su queste sale tra qualche settimane e “Madre” di Nanni Moretti. Dei tre certamente il più anomalo, “strano” e non convenzionale per la Giuria di un Festival del Cinema d’Autore, è stato proprio “Il Racconto dei Racconti” di Matteo Garrone.

“Difret – Il coraggio per cambiare” è un film che mostra come la cultura e l’evoluzione a volte devono prevaricare sulla tradizione

“Difret – il coraggio di cambiare”, visto ieri sera nell’appuntamento settimanale del cineforum, è un film che ha ottenuto diversi riconosciuti importanti nel corso della passata stagione, facendo breccia soprattutto fra la gente, come testimoniano le vittorie in serie ai Festival internazionali di Berlino e Montreal, a quello del cinema di Amsterdam e al Sundance, votato all’unanimità appunto con il Premio del Pubblico.

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Quindi, se a essere carente può sembrare la regia, forse modesta considerato però i mezzi tecnologici non ricchissimi, ciò non si può certo dire di una storia che non lascia indifferenti, così come in generale il tema trattato.

Tratto da una storia vera, e ambientato nel 1996, in Etiopia, racconta due storie di coraggio e determinazione: quella della giovanissima Hirut, vittima prima di rapimento a scopo matrimonio e poi di stupro da quello che – a forza – avrebbe dovuto sposare, e dell’avvocato Meaza Ashenafi, rappresentante un’associazione di sole donne avvocato che, gratuitamente, offrivano il loro aiuto alle famiglie più povere che si fossero trovate in situazioni difficili in fatto di violenza.

In Etiopia, come in altre parti dell’Africa più selvaggia, lontane dagli agglomerati urbanistici delle città, vigeva ancora la regola non scritta ma assai codificata dalle tradizioni della campagna, che un uomo potesse “scegliere” la propria fidanzata, finanche rapendola, quando questa non fosse stato d’accordo. Solitamente le donne, anche perchè poco istruite, accettavano con rassegnazione la cosa, e il caso di Hirut, disperata e rassegnata a una vita simile con la persona che non amava, fece scalpore perchè la ragazza, scappata dopo essere stata violentata, per sua legittima difesa sparò all’uomo, uccidendolo.

L’intervento della polizia la salvò dal branco degli amici dell’uomo, pronti a ripagare con la stessa moneta quel gesto, ma non la pose al riparo da quella che sarebbe stata la sua inevitabile condanna a morte.

La bravissima attrice Meron Getnet che nel film interpreta Meaza Ashenafi

La bravissima attrice Meron Getnet che nel film interpreta Meaza Ashenafi

Solo la determinazione, il coraggio, la bontà della giovane avvocato Meaza, unita a una sorta di sfida a un sistema di giustizia locale che ancora manifestava forti disuguaglianze sociali tra le condizioni dei maschi e delle femmine, riusciranno a ribaltare il giudizio sommario della causa, sancendo di fatto un vero precedente in campo giuridico per la storia moderna non solo dell’Etiopia, ma di tutta l’Africa, aprendo così la strada anche alla risoluzione di altri fatti simili.

Un caso che dimostrerà quanto sia importante l’evoluzione della società, di pari passo con una cultura che talvolta è necessario frapporre a un certo tipo di tradizione, specie quando questa prevarica sulla giustizia.

Il film, ottimamente interpretato, fa riflettere, incavolare, “tifare” per il buon esito e un plauso va alla produttrice Angelina Jolie, da tempo impegnata con progetti concreti nel sociale, di aver portato alla luce un fatto di tale importanza, esportandolo dal contesto africano.

Meaza Ashenafi nel 2003, quindi già 7 anni dopo i fatti narrati, è stata insignita del Premio Nobel Africano per il suo impegno a difesa dei diritti delle donne in Etiopia, strada che – come ci dicono i titoli di coda del film – sta intraprendendo con successo anche Hirut.

In “The Water Diviner” Russell Crowe riscatta un’opaca prova registica con un’interpretazione ricca di pathos e amore

Ammetto di essermi apprestato alla visione dell’ultimo film di Russell Crowe (“The Water Diviner”), ieri sera proiettato al Cineforum che frequento, un po’ prevenuto. Il film era uscito nelle sale da un po’ e nel frattempo avevo collezionato tutta una serie di critiche non proprio benevole nei suoi confronti. Poi nei giorni scorsi, alle parole spesso taglienti dei recensori “di professione”, gente che scrive per Ciak, per intenderci, avevano fatto capolino anche giudizi nell’insieme poco lusinghieri anche da parte di diversi spettatori con cui condivido l’esperienza della rassegna cinematografica a Cerea.

Mettiamoci pure che non ero dell’umore giusto (condizione che, a posteriori, aveva inficiato sulla mia pessima opinione di “Storie pazzesche”, visto poche settimane prima) e direi che insomma vi erano più motivi per cui avrei rischiato di rimanere deluso.

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Invece devo dire che Crowe (detto per inciso, uno degli attori che dal Gladiatore a Beautiful Mind ha saputo meglio incarnare il top degli ultimi 20 anni di cinema) nel complesso mi ha convinto, almeno per quanto riguarda il suo mestiere principale, quello di recitare. Impegnato infatti nella doppia mansione, ad essere penalizzata è risultata soprattutto la regia, sin troppo elementare e priva di guizzi, così come alcune scelte stilistiche (che in una storia come questa sarebbero calzate a pennello se ben congegnate), tipo i numerosi flashback, resi purtroppo in maniera scolastica.

L’altro appunto che mi sento di sottolineare è la scelta di “patinare” forse troppo luoghi e volti, considerando che il film rievocava i fatti della Grande Guerra, a cui caduti e dimenticati, è dedicato interamente.

Detto ciò, via via che la narrazione procede, entra prepotentemente in primo piano la cosa che più conta, quando vado a valutare una qualsiasi opera, che sia un film, un libro o un disco, vale a dire la storia. E qui Russell Crowe è stato bravo a trasmetterne tutta la grande forza e carica emotiva, incentrando la trama sulla ricerca spasmodica (e forse idealistica) di un padre che, a mò di promessa postuma intende intraprendere un viaggio transoceanico dall’Australia alla Turchia per riportare a casa quel che resta dei tre figli andati a combattere per l’Inghilterra contro ciò che restava della cultura ottomana.

Il film diventa un vero viaggio, una scoperta, un elogio sincero e autentico alla grandezza infinita che è riposto nel cuore di un genitore nei confronti dei propri figli. Non sarà ai livelli di alcuni capolavori di Crowe, questo no di certo, ma anche stavolta l’attore neozelandese ha saputo incarnare valori profondi e universali.

“Storie pazzesche”… ma per lo più assurde, ridicole e senza senso, quelle presentate da Pedro Almodovar!

L’avevo già scritto di getto su facebook, appena usciti dalla sala, che il film visto ieri al cineforum mi aveva ampiamente deluso. Sto parlando di “Storie pazzesche” che nei titoli iniziali è preceduto, inducendoti in tentazione, dalla dicitura “Pedro Almodovar presenta”, un po’ come – Paolo Fazion dixit – accadeva in passato anche con un ciclo di sceneggiati presentati dal grande Hitchcock. Il monito del nostro bravissimo relatore, sul fatto che spesso fossero proprio quelle premesse dell’indimenticato regista la parte migliore dei filmati, purtroppo si è avverato anche con questa accozzaglia non sense dai toni prettamente grotteschi.

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E sinceramente mi stupisco che un titolo del genere, che pure sta raccogliendo diversi consensi di pubblico anche in Italia, possa essere stato scelto nel contesto di un cartellone al solito molto selettivo e di buonissima caratura, quale una rassegna cineforum che si rispetti dovrebbe essere (e quella proiettata a Cerea, che negli ultimi 13 anni ho avuto modo, seppur saltuariamente, di frequentare e apprezzare molto, lo è eccome!). Per carità, ho pure pensato che forse, anzi, sicuramente, ieri non ero proprio dell’umore giusto e abbastanza concentrato per cercare di capire i significati nascosti dietro tanti racconti apparentemente slegati e senza un filo logico che potesse ricondurci a un comune “motivo”, se non quello di rappresentare, da titolo, delle storie invero pazzesche, ma direi meglio assurde, estreme. No, non sono bigotto, nè del tutto sprovveduto in fatto di film. Potrei ridurre il tutto a una mera questione di gusti personali, e non essendo io un critico cinematografico, ma solo un grande appassionato di film, specialmente quelli d’autore, sarebbe plausibile la cosa. Credo però che il problema sia proprio riconducibile alla troppa varietà di atmosfere, di storie, senza che nessuna potesse simboleggiare al meglio l’obiettivo del regista Damian Szifron. Gli Almodovar (oltre al noto regista ha co-prodotto la pellicola anche Agustin) sono rimasti stavolta dietro le quinte e forse, come tutti credo, mi aspettavo fosse almeno in parte rispettato il genio di Pedro. Ripeto, ok che io non amo le scene grottesche e paradossali, tuttavia ritengo che in questo film avrebbero dovuto per lo meno riuscire, oltre che a suscitarmi fastidio o farmi ridere, anche lasciarmi qualcosa, farmi riflettere. Per carità, le storie sono state sin troppo forti, impossibile che risultassero indifferenti agli sguardi degli spettatori, ma non ho colto dove volessero andare a parare, tanto che dopo il racconto  sul tentativo di risolvere, a suon di milioni di dollari, un omicidio, per la prima volta in vita mia sono uscito con mia moglie dalla sala prima che finisse il film. C’è sempre una prima volta per tutte le cose, ma il mio apice in fatto cinematografico pensavo di averlo raggiunto tanti anni fa, quando mi addormentai alla visione dei simpatici eroi d’infanzia Flinstones!

Recensione di “Diplomacy – Una notte per salvare Parigi”

Ho visto ieri, nella settimana commemorativa della Shoah, un film piuttosto anomalo nel genere di guerra: “Diplomay – Una notte per salvare Parigi”, tratto a sua volta da una piece teatrale. Un film interessante e che si sviluppa tutto nel giro di una notte, quella che stava per precedere una delle più grandi tragedie che si potevano compiere, cioè l’annientamento di una città che invero, nemmeno nei momenti peggiori, aveva dato adito a una simile ira da parte dei tiranni tedeschi. Il fatto è che nel 1944 le truppe di Hitler erano già ai ferri corti, stretti nella morsa degli Alleati, che si stavano sempre più avvicinando al territorio tedesco.

 

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Un po’ come il recente “Torneranno i prati” del maestro Olmi, anche questo film copre tutto l’arco di quei lunghissimi momenti, di “trattativa”, di gioco diplomatico, ma anche psicologico, condotto dall’ambasciatore svedese Raoul Nordling e il generale tedesco Dietrich von Choltitz, facente capo alla capitale francese occupata. Un gioco sottile, eppure teso, su cui verte in sostanza tutto il film. Fondato su una solida e convincente sceneggiatura, è un film di “non azione”, in senso anche letterale, laddove la tanto temuta tragica azione è rimasta infine incompiuta, proprio grazie ai modi diplomatici ma molto assidui e costanti del “partigiano” Nordling. Magari meno toccante di film a tema come “Il Pianista” o “Il Bambino con il pigiama a righe”, rivisto di recente in tv ma in egual modo illuminante di come al periodo fosse facile lasciarsi trascinare, spesso in modo irreversibile, dai tragici eventi, finanche a perdere il senno, la ragione e il senso della propria vita, stretti tra ragione, rispetto delle regole e degli ordini ricevuti dall’alto e il cuore.