Sanremo al rush finale: ecco le mie impressioni e i miei pronostici.

Per la prima volta dopo tanti anni, ho seguito il Festival di Sanremo a tratti, sovrastato da stanchezza e altri impegni.

Certo, qualcosa in diretta ho sentito ma il più delle volte mi sono avvalso di recuperi dal web, di video già dalle prim’ore dopo le esecuzioni disponibili su youtube, partecipando piuttosto passivamente (non avendo visto del tutto le serate live)  pure al giochino – ultimamente un po’ stucchevole – della ricerca della “battuta facile”, ironica, sarcastica, spesso velatamente condita da offese su questo o l’altro artista.

Chiaro, anch’io sin dagli eroici anni universitari, mi dilettavo con gli allora compagni d’appartamento a commentare, a volte entusiasta, altre sconcertato o irriverente, le performance o i look dei cantanti in gara, ma ora mi pare ci sia gente che della musica italiana gliene freghi ben poco e si atteggi e basta.

Io non ho di questi problemi, passando da ascolti compulsivi di musica indie, d’autore e ricercata a quella più smaccatamente pop. E in fondo tutti sanno, perché Sanremo non è cambiato di una virgola, che questo Festival non è “solo” musica, ma anche spettacolo, intrattenimento, lustrini e paillettes.

Venendo finalmente alle canzoni, ammetto che un po’ mi spaventava l’eccessiva infornata di artisti usciti dai talent.

Non sono integralista, ben vengano le commistioni e che si dia uno sguardo a ciò che “vende” di più, ma allora sarebbe giusto che ci fosse un giusto mix tra classici, emergenti “veri”, fuoriusciti dai talent e altri appartenenti al rango della musica su citata che prediligo. Invece la fetta destinata (?) alla musica indipendente è stata fagocitata e in tal senso l’ultima edizione che davvero mi ha convinto è stata quella del Fazio Bis, con a fianco di cantanti mainstream, altri di area alternativa come Riccardo Sinigallia, i Perturbazione, The Niro o Diodato, ma in fondo anche il buon Cristiano De Andrè.

Al di là che non avessero fatto domanda o che gliene importi una mazza di un evento del genere, mi sarebbe piaciuto vedere sul palco gente come Brunori, Mannarino o i Baustelle, freschi di convincenti (dal mio punto di vista) lavori discografici.

Accontentandoci di quello che passava, e bando ai pregiudizi, sapevo che lo spettacolo sarebbe stato comunque televisivamente appetibile, con due mostri sacri come Carlo Conti e la De Filippi.

Le canzoni – come sempre accade – con gli ascolti si insinuano, si fanno più interessanti.

Però anche da parte di chi partiva coi chiari favori del pronostico, alludo principalmente a Fiorella Mannoia e a Sergio Sylvestre, sono mancati a mio avviso gli acuti (in senso metaforico).

Probabilmente lo stesso arriveranno per loro dei premi, in fondo non ci sarebbe da gridare allo scandalo, ma in partenza pensavo a qualcosa di diverso.

Iniziamo dalle Nuove Proposte, sicuramente più valorizzati rispetto alla crudelissima formula dei due anni precedenti che prevedeva scontri diretti. Tutti si sono esibiti, hanno avuto il loro quarto d’ora di celebrità (orologio alla mano, un po’ meno) e pochi – rispetto agli anni d’oro, tipo i ’90 quando il vivaio sanremese sfornava talenti a ripetizione – rimarranno nel tempo.

Dubito anche che usciranno da qui dei nuovi Gabbani o Meta, che come vedremo ben si stanno disimpegnando fra i “grandi”.

Vince Lele con merito, e non solo perché viene da Amici, come subito sottolineato dai malpensanti che auspicavano la vittoria di Maldestro, giunto invece secondo.

Chiaro, il secondo – scusate il gioco di parole – era l’opposto del giovane virgulto “defilippiano”,  essendo già noto nei “miei” ambienti, con un suo seguito e una sua credibilità artistica, però secondo me non aveva sul palco quel “quid”, non l’ho visto a suo agio come successe ad esempio al grande Zibba quando giunse anch’egli secondo dietro allo scoppiettante Rocco Hunt ma facendosi comunque notare (era appunto l’edizione Faziana, quella a cui alludeva prima)

Gli altri due hanno cantato brani in linea con la tradizione, personalmente Guasti non mi ha trasmesso nulla, mentre se non altro Lamacchia qualche emozione sincera l’ha lasciata trasparire. Il suo brano in questo contesto mi piaceva, ma era forse sin troppo demodè.

Nemmeno gli eliminati tra i Big mi hanno sorpreso più di tanto, come ho già scritto in sede di commenti, pur con i distinguo del caso.

Le due coppie, fatte fuori alla prima tornata, c’entravano assai poco col contesto. Se almeno il pezzo di Nesli e Alice Paba aveva un buon ritornello (in cui di contro veniva meno il concetto di duetto, visto che la flebile voce dello pseudo rapper era sovrastata da quella della vincitrice di The Voice) e in radio potrebbe funzionare, quello di Raige e Georgia Luzi ha fatto acqua da tutte le parti.

Leggo commenti sbigottiti sulle eliminazioni dei tre grandi classici e della Ferreri. Musicalmente forse avrei dato una chance perlomeno a Ron (in una qualsiasi gara “qualitativa” avrebbe sbaragliato un Bernabei, per dire), mentre Al Bano e Gigi D’Alessio hanno presentato delle canzoni sin troppo in linea con la tradizione. Onore a Carrisi, il suo è un brano di buon livello ma l’ha cantato in tono dimesso, non sembrava certo in formissima (e comunque tornare sul palco dopo i noti problemi di salute che l’hanno colpito è stato ammirevole da parte sua). D’Alessio aveva un testo interessante e molto personale ma non corredato da ‘sta gran melodia, era troppo ingabbiato, senza scossoni.

Diverso il discorso su Giusy, il cui brano molto probabilmente si farà ampia strada tra i singoli e in radio ma che dal vivo non ha reso, complice delle interpretazioni precarie, direi sconcertanti.

I miei pronostici della vigilia andavano alla Mannoia (sai che novità!) e la rossa non si può dire che abbia sbagliato pezzo. Le stimmate del brano vincitore sono ben visibili, ma mi sarei aspettato qualcosa di meno “retorico” e buonista. Non una rivoluzione ma già la canzone recente che ha interpretato per la colonna sonora del film “Perfetti Sconosciuti” mi pareva più incline alle sue corde.

Credo sul podio ci finirà anche Ermal Meta e la cosa mi farebbe molto piacere. Sin dai tempi del suo gruppo “La Fame di Camilla”, con cui giocò un Sanremo Giovani all’altezza nel 2010, il cantautore albanese dimostra di saperci fare con le parole e le melodie. Qui ha puntato più in alto con un brano non facile ma di grande impatto, senza tener conto del figurone fatto nella serata delle cover, dove ha giustamente vinto.

Al terzo posto metterei uno tra Fabrizio Moro, in grado sempre di trasmettermi tutte le emozioni che riversa nei suoi pezzi e nel cantato sofferto, Francesco Gabbani, la cui canzone è assolutamente irresistibile e una rediviva Paola Turci, in autentico stato di grazia.

Ho apprezzato anche le canzoni di Masini e Zarrillo, pur riconoscendo che non abbiano portato i brani “della vita”… almeno il primo ha rischiato, interpretando un brano lontano dai suoi canoni.

Sergio creda abbia gettato al vento un’occasione importante. Poi magari vincerà, l’accoglienza del pubblico è stata ottima. Però, ragazzone, Madre Natura ti ha fatto dono di una voce stupenda e se non ti sai scrivere le canzoni, devi almeno sapertele scegliere. Uno che ha note soul così evidenti, capace di cantare indistintamente John Legend o Barry White, non può trovarsi a tentare note altissime, urlando stonato e forzando la voce in un falsetto innaturale.

Gli altri in gara non mi hanno suscitato chissà cosa. Lodovica Comello è carina, fa tenerezza ma la sua canzone è leggerina, con pochissima sostanza. Michele Bravi canta benissimo, la voce può piacere o meno ma umanamente mi fa simpatia e la sua storia è quella di uno cui i talent hanno più nuociuto che altro. Chiara sa cantare ma ha poco peso specifico, specie in gare come questa. Stesso discorso vale per Elodie, la cui presenza scenica e sicurezza nel canto non basta, quando hai un pezzo monocorde, ripetitivo e noioso.

Per Clementino applico il discorso fatto per Michele Bravi, pur partendo da contesti diversi.  E’ uno vero, ha la faccia simpatica e pulita. Purtroppo non ha osato molto, aveva un tema che si prestava a un testo più profondo e meno all’acqua di rose. Se sei rapper, e lui è davvero partito dal basso, te lo potevi permettere.

Non riesco proprio a trovare qualcosa di interessante in Alessio Bernabei. Oltre ad avere spocchia –  ok, dovrei evitare di giudicare simili aspetti – e una certa padronanza del palco, non trovo in lui grandi qualità. Non ha una gran voce, di quelle che si fanno ricordare per l’originalità o il tratto, ma soprattutto non ha le canzoni, tutte annacquate da arrangiamenti “moderni”, a nascondere una povertà di idee lampante.

Chiudo con la più bersagliata dal mondo social: Bianca Atzei. Ovvio, anche a me da’ fastidio sapere che sotto c’è una macchina discografica massiccia che ce la sta imponendo a forza in tutte le salse, in tutti i programmi, in tutte le manifestazioni. Visto che mi sono affidato in precedenza a  soggettivissime valutazioni “ a pelle” nei confronti di altri, va beh, dico che lei non è che ti ispiri tutta questa empatia, però arrivare a pensare che ieri durante la sua esibizione abbia fatto finta di commuoversi fin quasi alle lacrime per far presa sulla giuria e sul televoto mi pare francamente eccessivo. La sua è una canzone ariosa, fuori tempo massimo e con un testo che forse Kekko avrà scritto per la fidanzatina quando stava alle Medie, ma lei canta bene e in queste vesti è credibile.

La mia prima esperienza al Premio Tenco. Dove si celebra da 40 anni la miglior canzone d’autore italiana, e non solo

Come accennato nel post precedente, dedicato alla ripresa del mio programma radiofonico Out of Time, in onda su yastaradio.com, nel weekend scorso sono stato ospite al Teatro Ariston in occasione del Premio Tenco, la più importante e prestigiosa rassegna sulla canzone d’autore italiana, giunta alla sua 40a edizione.

download-1

Era la mia prima volta da giurato, la mia prima volta a Sanremo, la mia prima volta in quello storico teatro, conosciuto ai più per la storica gara canora che si tiene a febbraio, ma per i più attenti cultori noto anche per l’altrettanto storica (ormai) rassegna in memoria di Luigi Tenco, che proprio nella cittadina ligure decise di porre fine alla sua vita, nel 1967.

Inutile dire che l’emozione mia è stata tanta, tangibile, per quanto io non sia tipo da esternare, e anche se per motivi di lavoro e altri impegni, non ho potuto assistere a tutte e tre le serate dedicate, devo dire che quella di venerdì 21 è riuscita appieno a soddisfare i miei palati musicali, non tradendo le mie aspettative. E spero vivamente di poter dare il mio contributo di appassionato ascoltatore e cultore di certa musica italiana, anche l’anno prossimo.

Il Club Tenco, il cui responsabile artistico è il noto giornalista musicale Enrico De Angelis, ha allestito una tre giorni ricca, non mancando di omaggiare Luigi nella serata conclusiva di sabato 22, con la presenza di tantissimi artisti ad alternarsi per cantare le sue più leggendarie canzoni.

Ottima musica, della più varia, sprigionata su quel palco che, se dalla tv appare grande, finanche maestoso, dal vivo ha assunto contorni diversi, dando anzi l’effetto di grande intimità e calore.

Niccolò Fabi, giustamente riconosciuto come erede legittimo dei grandi cantautori italiani

Niccolò Fabi, giustamente riconosciuto come erede legittimo dei grandi cantautori italiani

Purtroppo non c’era pieno, e se da una parte me l’aspettavo – non si trattava certo di musica commerciale o della più conosciuta alla massa – dall’altra penso che molti, soprattutto locali – io per dire sono partito dalla mia Verona – abbiano perso l’occasione di gustarsi un ottimo spettacolo, ben condotto in ogni sua parte dal brillante Antonio Silva. Una serata interessante dal punto di vista musicale, e non solo nel vedere passare in rassegna i vincitori delle varie categorie (nella serata di venerdì Claudia Crabuzza, vincitrice ex aequo con James Senese della Targa miglior album in dialetto – e lingue minoritarie, come si è voluto sottolineare, visto che l’algherese altro non era che una versione locale del catalano; Paolo Sentinelli in rappresentanza del miglior brano, essendone autore col compianto Francesco Di Giacomo, e Niccolò Fabi, che si è affermato nella categoria miglior album).

Al di là delle loro esibizioni, tutte convincenti, compresa quella di Andrea Setta in sostituzione di Elio e le Storie Tese, in origine interpreti del brano vincitore “La Bomba Intelligente” (e coinvolgente e toccante in particolare quella di Fabi e la sua giovanissima band), ci sono stati altri momenti da ricordare.

Gianluca Secco, cantautore sui generis, capace di coinvolgere tutti nel suo vortice emotivo di teatro, musica e parole

Gianluca Secco, cantautore sui generis, capace di coinvolgere tutti nel suo vortice emotivo di teatro, musica e parole

Su tutti l’intensità interpretativa e scenica del cantautore/poeta/performer Gianluca Secco, anch’egli vincitore di un Premio Speciale tra coloro che parteciparono a una sorta di concorso/audizione, e abilissimo nel tenere il pubblico inchiodato alla sua esibizione, come rapito da così tante suggestioni. Una resa live che ha premiato maggiormente la forza di un disco già di suo riuscito e pieno di spunti letterari come “Immobile”. Ho avuto anche il piacere di conoscerlo e complimentarmi con lui nel corso dell’esclusiva cena che si è tenuta al termine dello spettacolo al PalaFiori. Una persona riservata, quasi schiva, ma anche presumo pienamente consapevole della sua forza evocativa e delle sue potenzialità.

Come non citare poi l’esibizione del mitico Stan Ridgway, per l’occasione premiato dal critico e scrittore Federico Guglielmi (a proposito, un piacere è stato anche scambiare qualche chiacchiera con lui) e della raffinata portoghese Lula Pena, col suo ipnotico fado.

A colpirmi molto poi sono state anche le canzoni del nuovo album del grande Enzo Avitabile, accompagnato tra gli altri dalla palestinese Amal Markus. Una persona squisita Enzo, così come il fratello Carlo che lo accompagnava alle percussioni, e da tanta sensibilità, non solo artistica, è scaturito un nuovo grande disco, a pochi anni di distanza dal superlativo “Black Tarantella”, col quale aveva ottenuto una Targa Tenco. Che sia prossimo a una nuova affermazione fra 12 mesi, in quella che sarebbe un’edizione carica di significato, visto che cadrebbe a 50 anni dalla morte del grandissimo Luigi.

in grado di tenere magnificamente il Palco e di divertire suonando con passione

la Bandakadabra, in grado di tenere magnificamente il Palco e di divertire suonando con passione

A far divertire il pubblico c’hanno poi pensato il dissacrante Ivan Talarico, in cartellone sin dal giorno precedente, ma che ha fatto capolino di nuovo con le sue bizzarre e demenziali canzoni, e soprattutto la funambolica Bandakadabra, con le sue incursioni e l’allegria contagiosa dei suoi giovani componenti. Sono capitato nel loro tavolo a cena e sono troppo forti, oltre che talentuosissimi!

Insomma, io al Premio Tenco mi sono divertito molto, anche se l’ideale sarebbe tuffarsi in una tre giorni sanremese per poter celebrare al meglio quella che è tutto fuochè musica “vecchia” (o per vecchi) ed elitaria, visto che le belle canzoni sanno arrivare al cuore di tutti.

Recensione del primo libro di Carlo Calabrò: “Sanremo all’inferno e ritorno”. Un interessante e ottimamente documentato viaggio nel tempo alla scoperta delle edizioni più contraddittorie della storia del Festival

Da molto tempo (purtroppo) non scrivevo su questo blog: d’altronde avevo previsto nei mesi scorsi un’impennata dei miei impegni, lavorativi e non, con il timore rivelato poi fondato che mi rimanessero briciole per tenere vivo questo mio spazio virtuale, che con soddisfazione riesce comunque a mantenere interesse nei lettori, almeno da quello che vedo in merito a statistiche su visualizzazioni e quant’altro.

L’occasione di oggi è ghiotta, perchè andrò a parlarvi di un libro che ho amato molto, trovandolo di grande interesse e utilità, essendo un saggio musicale; oltretutto l’ha scritto una persona che stimo e che negli anni ho avuto modo di conoscere meglio, tanto che nel suo caso, visto quanto anche ci confrontiamo pure su temi personali, non ho remore a definire “amico”: Carlo Calabrò, giornalista genovese.

download

Carlo si è cimentato, anche dopo implicite o meno sollecitazioni da parte di persone che ben erano al corrente delle sue competenze in materia, in un excursus su quella che si può definire – come lui stesso ha ben sintetizzato – la fase più “oscura” del Festival di Sanremo, andando a ripercorrere nel dettaglio, non lesinando in informazioni e aneddoti riguardanti battaglie organizzative, comunali e liste di esclusi eccellenti, le edizioni che stavano quasi a sancire la fine di un lungo sogno: lo spettro della chiusura dell’intera manifestazione.

Stiamo parlando, come gli affezionati della rassegna musicale più famosa avranno facilmente capito, di quelle edizioni sanremesi che vanno dal 1973 al 1986, inserendo in questo spazio, come ci dice un azzeccato sottotitolo: “Gli anni più bui della rassegna e il luccicante rilancio”. Sì, perchè negli anni ’80, grazie soprattutto all’impegno e alla dedizione alla causa del compianto Gianni Ravera, il Festival pian piano tornerà a occupare posizioni di prestigio nell’esposizione mediatica nazionale, ridotta nei ’70 a un lumicino, con intere edizioni trasmesse a singhiozzo. Già primo un altro indimenticato autore e conduttore, Vittorio Salvetti, seppe tenere in vita la gara, pur non contando su grossi aiuti dall’esterno.

Il libro, pubblicato per il momento nella sola versione ebook ha un titolo programmatico: “Sanremo all’inferno e ritorno” , capace di accompagnarci quindi in un lungo viaggio, facendoci addentrare nei meccanismi, nei giochi di potere di quell’epoca, ma soprattutto di riconsegnarci alla memoria tanti artisti che si sono avvicendati in quegli anni, con alterne fortune.  Alcuni di loro sono stati in grado di segnare un’epoca, altri di “tirare la carretta” (e a questi l’autore sembra voler tributare un omaggio sentito, rimarcando più volte la loro importanza ai fini della sopravvivenza di Sanremo in periodi in cui vi era una sorta di “fuggi fuggi” o di ritrosia da parte dei nomi più gettonati), altri infine finiti nel dimenticatoio.

Insomma, un libro prezioso per molti appassionati di musica italiana, ma non solo: interessante anche per coloro che vogliano approfondire un argomento, sì musicale, ma che si intreccia necessariamente con fatti dell’epoca, divenendo quindi “di costume”.

Una nota a margine, di carattere prettamente “tecnico”: per pubblicare questo saggio, Calabrò ha usufruito di una piattaforma di self publishing – nella fattispecie Youcanprint, dal mio punto di vista la migliore – , forse volendo mantenere un profilo basso (che però non è andato assolutamente, come scritto, a scapito della qualità dell’Opera).

Beh, è innegabile vi siano talvolta dei pregiudizi nei confronti di un libro autopubblicato (anche giustificati in alcuni casi, visto che tali servizi rendono possibile ogni sorta di produzione letteraria, senza che vi sia la mediazione di un “vero” editore), ma nel caso del saggio in questione, non ho riscontrato imperfezioni formali, di scrittura, nè (a memoria) quei refusi nei quali possono incappare anche i grossi marchi editoriali. Quindi, davvero… bravo Carlo, con la consapevolezza che un libro simile avrebbe potuto trovare tranquillamente, pur al cospetto di una conclamata crisi nel settore, uno sbocco editoriale tradizionale.

Cala il sipario sul Festival di Sanremo con la meritata vittoria degli Stadio

Ammetto di non aver seguito molto il Festival di Sanremo rispetto alle passate recenti edizioni. Non per snobismo ma più che altro per i postumi di un’influenza che mi ha bloccato a letto, con picchi di febbre molto alti. La concentrazione non era massima insomma, e nemmeno la voglia in fondo, quando stai lì a farti impacchi con il ghiaccio e continui a tossire. Ora per fortuna sto meglio, e va da sè che in ogni caso internet, i filmati in rete e in tv, i programmi e le radio aiutano a recuperare un po’ tutti i momenti salienti.

images

Posso dire con fermezza che sin dal primo ascolto il mio pronostico era andato agli Stadio, gruppo che da sempre apprezzo, e quindi la loro vittoria mi ha fatto piacere, specie vedendo con chi nel podio erano arrivati a contendersela.

Credo che Carlo Conti abbia condotto al meglio l’edizione, sempre sul pezzo, puntando sul ritmo e sull’essenzialità, in modo molto sobrio, stile che da sempre lo contraddistingue. Ieri l’ho visto particolarmente a suo agio con gli amici storici, “fratelli” come ama chiamarli lui, Pieraccioni e Panariello.

La vera mattatrice delle serate festivaliere è stata Virginia Raffaele, ieri nei panni di se’ stessa, dopo che aveva imperversato imitando alla perfezione Sabrina Ferilli, Carla Fracci, Donatella Versace e la consueta Belen, suo cavallo di battaglia.

Gabriel Garko ha compensato con la fisicità e l’autoironia alcune pecche e disagi evidenti, ma mi fermo qui, altrimenti poi le mie lettrici potrebbero pensare che sono invidioso 🙂 Mi è parsa comunque più sciolta e spontanea la statuaria, bellissima Madalina Ghenea.

La gara, quindi. Detto degli Stadio, autori come sempre di un brano aggraziato, melodico il giusto e romantico, stavolta sul delicato tema genitori/figli, occorre anche ammettere che forse la vittoria arriva a suggellare una carriera fatta di molti brani preziosi ma che, nella fattispecie, questa loro “Un giorno mi dirai” non vale ad esempio “Lo zaino” con cui fecero commuovere tutti nel 1998.

Non mi sarei aspettato il secondo posto della giovane Francesca Michielin, il suo exploit è dettato da una discreta canzone ma soprattutto dall’interpretazione, dal magnetismo e dalla naturalezza con cui canta. Propone un pop moderno e piuttosto rarefatto come poche altre in Italia, mi viene in mente Meg, per quanto la napoletana sia molto più sperimentale.

Sul podio finiscono anche Giovanni Caccamo e Debora Iurato, con una ballata di Sangiorgi, una canzone che aveva i crismi per puntare al bersaglio grosso ma a mio avviso i due sono ancora acerbi, la vittoria sarebbe stata troppo, anche se il podio ci può stare in questo contesto.

Poi molte sorprese, per quanto la classifica non avesse a questo punto molto senso. Io preferisco sempre ci sia una graduatoria ma forse era più stimolante aver avuto delle indicazioni anche nei giorni scorsi. In ogni caso, se pensiamo che Noemi la prima serata figurava tra gli ultimi 4 della decina proposta, certamente ha avuto una buona impennata arrivando ottava con la raffinata e intensa canzone scritta per lei fra gli altri da un ispirato Masini.

Giusto il quarto posto di Enrico Ruggeri, con un pezzo pop rock contemporaneo e una carica e passione ritrovata, o forse mai sepolta del tutto. Il cantautore ha ancora tante cose da dire. Pare esagerato il quinto posto di Lorenzo Fragola con una ballata piuttosto insipida ma si sa che l’ex vincitore di X Factor gode di un consenso enorme. Io personalmente preferivo la più ritmata “Domani”. Ho sentito molti pareri positivi su Patty Pravo e quindi non stupisce in fondo il suo sesto posto finale, però io francamente sospendo il giudizio perchè, per un motivo o per l’altro, non l’ho mai vista esibirsi. Clementino dal giorno della cover in poi (in cui secondo me doveva vincere con la sua riuscita interpretazione di “Don Raffaè” di Faber, invece anche lì hanno trionfato gli Stadio), ha alzato di molto le sue quotazioni. Il suo brano è molto leggero però se paragonato alla quasi totalità della sua produzione, e anche il messaggio, sì di valore sociale, ma molto all’acqua di rose.

Di Noemi ottava già detto, a colpirmi sono state le posizioni che vanno dalla 9 alla 11. Il giovane napoletano Rocco Hunt secondo alcuni rumors era dato per favorito, e in effetti il suo brano portava scompiglio, allegria e movimento. Sembrava il volto nuovo al momento giusto. Detto ciò, mai avrei premiato come miglior brano il suo rap funky intriso dei soliti messaggi scritti in modo un po’ troppo banale. Stride invece vedere i nomi di Arisa e Annalisa al decimo e all’undicesimo posto. Non avevano brani molto orecchiabili, dal ritornello facile, però hanno cantato benissimo, quello sì. Dei rimanenti, soltanto il penultimo posto di una convincente Dolcenera grida vendetta. Seguo da sempre la cantautrice pugliese e credo che, qualche errore di percorso a parte, sia una delle nostre più valide artiste contemporanee. Ha proposto una ballata dolente, dai toni blues, con inserto di coro gospel. Un brano ben  costruito, interpretato con vigore, personalità e sicurezza, ma non è stato capito, troppo difficile per vaste platee.

Secondo me doveva arrivare ultimo Elio e Le Storie Tese perchè qui hanno toppato. Adoro il gruppo, possiedo i loro dischi e quasi sempre ne condivido le idee e le trovate. Qui mi hanno fatto sorridere e poco più, mancava la canzone, visto che sostanzialmente il loro è stato un pasticcio, nove/dieci stornelli in uno e alla fine non ti è rimasto niente. In modo scontato è arrivata ultima la bistrattata Irene Fornaciari, che però aveva una canzone con un testo di buon impatto, sul dramma dell’emigrazione. Valerio Scanu non ha demeritato secondo me con la canzone scritta per lui da Fabrizio Moro, ha pure cantato egregiamente, ma non gode di molte simpatie.Lui stesso c’è da dire che ha contribuito a fare terra bruciata attorno a sè, anche se qui è parso molto più sorridente e rilassato del solito. Alessio Bernabei non è stato infine premiato dal pubblico. Sin troppo furbetto il suo pezzo, di stampo pop dance, con la produzione ok, l’arrangiamento giusto, in linea con i tempi (tradotto, ha scopiazzato un brano della pop star Ariana Grande) e il ciuffo sbarazzino. Molta forma e poca sostanza nel suo esordio da solista, dopo aver lasciato i Dear Jack. Quelli invece erano stati eliminati prima, assieme al duo degli Zero Assoluto (che però ha portato in gara un brano orecchiabile e gradevolmente pop), ai redivivi Bluvertigo di un Morgan purtroppo non al top della voce e a un deludente Neffa, alla vigilia uno dei miei favoriti ma che poi ho trovato innocuo con la sua canzoncina retrò e stiracchiata, non da lui che è solito ad ogni uscita stupire l’ascoltatore con suoni sempre diversi.

Non so quante di queste canzoni avranno poi concreti risconti radiofonici, viene difficile ipotizzare che qualcuna, compresa quella vincitrice, possa diventare una evergreen. Però il livello generale, in ambito pop, musica leggera ovviamente, non era male, e ripeto sono felice per gli Stadio perchè sono riusciti ancora una volta a emozionare e trascinare, magari non ai livelli della struggente “Sorprendimi”, ma con una ballata dal bellissimo significato e dal testo in cui un padre, ma anche un figlio, può sicuramente immedesimarsi.

La mia intervista a Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione, gruppo che ha appena dato alle stampe il loro atteso nuovo album: “Le storie che ci raccontiamo”

Condivido con gli amici del blog la mia intervista a Tommaso Cerasuolo, cantante dei Perturbazione, gruppo a cui con grande piacere farò da moderatore col pubblico al loro prossimo incontro alla Feltrinelli di Verona in via Quattro Spade (Giovedì 28 alle ore 18). Oltre a parlare del disco nuovo “Le storie che ci raccontiamo”, uscito ieri, 22 gennaio, si esibiranno in un mini set acustico di 4 pezzi nuovi.

http://www.troublezine.it/interviews/20580/perturbazione

Abbiamo avuto modo di chiacchierare col frontman dei Perturbazione Tommaso Cerasuolo, raggiungendolo al telefono per quella che si è rivelata una discussione ricca e piacevole. Un nuovo album è alle porte (“Le Storie che ci raccontiamo”, esce il 22 gennaio per Mescal) e le cose da dire sono decisamente tante.
Tommaso è ancora leggermente convalescente da un’influenza, ma pieno di entusiasmo per l’uscita del singolo anticipatore “Dipende da te”, diffuso proprio il giorno fissato da noi per l’intervista.
Il ghiaccio è stato prontamente rotto, parlando simpaticamente della sua situazione forzatamente “casalinga”…

download

Ciao Tommaso, nel farti un grosso in bocca al lupo per una pronta guarigione, ti chiedo se hai avuto modo di tastare “in diretta” il polso della situazione sul nuovo singolo: reazioni, pareri ecc, che idea ti sei fatto a proposito?
Ciao Gianni, beh, mi sembrano buone come prime impressioni…

Appena sentito il brano, ho immaginato potesse essere un singolo perfetto: un bel testo, una melodia ficcante e soprattutto questo suono, molto moderno, o meglio contemporaneo. Che non significa esservi snaturati, però avverto un’attitudine diversa. Ci vuoi dire qualcosa al riguardo?
Grazie delle tue parole. In realtà siamo sempre noi, anche se credo sia naturale cambiare, anzi, sia una cosa necessaria, fisiologica. Di pari passo va anche quella nuova forma di “leggerezza”, derivata anche qui molto semplicemente da un fatto biologico. Siamo invecchiati e si tende a lasciare un po’ da parte la pesantezza, o a dargli un significato diverso, magari accettandola come un fatto a volte connaturato, senza farsi più paranoie. Lo diciamo a chiare lettere nella canzone che anticipa il disco, una sorta di prologo.  Il concetto è proprio quello: ogni cosa dipende da noi. Crescendo non si hanno più alibi o costrizioni, possiamo determinare noi molte situazioni. E’ l’atteggiamento che fa la differenza, il desiderio di giocarsela sempre. Non deve influire il risultato ma come ti piace vivere la tua vita.  Non abbiamo perso la vena malinconica, credo emerga da alcuni testi, canzoni di quel tipo fanno sì che molte persone che ci ascoltino, ci si possano specchiare, immedesimandosi, ma specie nei concerti abbiamo bisogno di dare e ricevere benessere. Credo che anche questo conti col fattore “biologico” (ride, ndr): ci piace scrivere anche pezzi “da lunedì mattina”, che diano forza e carica!

E poi ci sono quei brani dove il mix è particolarmente riuscito, che fanno da sempre parte del vostro repertorio…
Sì, ci sono sempre piaciute quelle canzoni in cui a una melodia vivace, allegra, si sposa un testo che non lo è propriamente, in questo caso penso che il contrasto tra una storia di un certo tipo e un’attitudine musicale diversa sia riuscito in brani come Trentenni, al quale abbiamo omesso l’articolo femminile davanti, anche se è riferito in special modo alle ragazze, o Cinico.

Proprio quel brano, Trentenni, mi pare di aver capito che ti stia a cuore, racconta però una generazione che ormai non ci riguarda (mi ci metto anch’io dentro, visto che vado per i 39…), è già intrisa di nostalgia anche questa?
Riguarda la generazione precedente, però tutto sommato alcune dinamiche sono sempre valide e si ripetono nel tempo. E’ una di quelle canzoni che ha racchiuso il senso del disco. Ci piace molto, ma è un brano forse meno immediato all’ascolto, cucinato a fuoco lento.  Crediamo che la gente vi si possa riconoscere e capirla. Trasmette empatia, lasciando una piccola sorta di inquietudine perché ti accorgi che i conti non tornano. Io e Rossano specialmente abbiamo sempre avuto questa “mania” dell’osservazione, di guardare la realtà attorno e dentro di noi. Uno spunto, un dettaglio, molte canzoni prendono la loro origine da ambientazioni molto vicine, quasi dirette. Possono riguardare non solo noi stessi, quindi essere biografiche, ma anche in modo indiretto le persone che ci sono accanto, o semplicemente leggendo le notizie, annusando l’aria. Amori finiti, il tempo che scorre, tu che ti vuoi rimettere in gioco, riguadagnando il terreno, storie con cui ti ritrovi a fare i conti. E’ la vita stessa, e qui subentra di nuovo quella leggerezza, che non è negativa ma che diventa una misura per sopravvivere, quasi una forma di necessità.

E poi c’è il tema della identità, che mi pare emergere prepotente nella simpatica ma anche triste (a me è venuto da sentirmi solidale col protagonista maschile!) Cara rubrica del cuore. Sono queste le conseguenze di quelle “storie che ci raccontiamo”?
Vedi, sono punti di vista molto diversi a seconda di chi ascolta. Probabilmente le ragazze odieranno quella canzone, e il protagonista verrà additato come il classico stronzo! Alla fine dei brani ci siamo resi conto che era un album mai come stavolta fatto di storie. La canzone che dà il titolo al disco in fondo è venuta tardi ma ha rappresentato il filo conduttore, ha legato assieme tutto il resto. Alla fine ciò che conta è la misura nelle cose. Tema del disco è proprio quello: scoprire la misura tra chi siamo e chi ci raccontiamo di essere. Purtroppo molta gente non è in grado di farlo e finisce quasi inconsapevolmente per essere un immagine non reale di sé stessa. Già a scuola basta poco per essere classificati, se ci pensi. Ti mettono in una casella, ma non è così. Ci sono tantissime sfumature, ti dovrebbero insegnare che non esistono solo il bianco e il nero, ma anche molti tipi di grigio. Gli esseri umani tutti dovrebbero sistemarsi in quella fascia, perché l’animo umano è molto più complesso, ti ritrovi a scoprirlo spesso a tue spese.

Passando a questioni più tecniche, per la prima volta siete “usciti di casa” per registrare il disco, lavorando con Tommaso Colliva a Londra. In qualche modo questo fatto ha influito sull’umore del disco?
Colliva è un produttore che ci è sempre piaciuto. Al di là dei suoi importanti lavori, l’avevamo apprezzato per quanto fatto con Ghemon (che collabora, rappando nella traccia Everest, ndr) e grazie a lui lo avevamo contattato per il nostro disco. Lui ci conosceva e ha risposto subito positivamente, solo che in un primo momento non c’erano i tempi per poterci vedere e mettere al lavoro. Noi in realtà avevamo già da un po’ di tempo iniziato a lavorare sui pezzi, dando loro una direzione piuttosto precisa. Quando Tommaso ci ha ricontattati per dirci che si era liberato, ci ha chiesto espressamente di volare a Londra, visto che lui è di base lì, lavorano molto per i Muse da qualche anno e così, con spirito rinnovato, ci siamo ritrovati nella metropoli londinese. Lui non è uno di quei produttori che arrivano e stravolgono, è invece un che si mette al servizio delle canzoni. Abbiamo lavorato in piena sintonia, Londra c’ha influenzato soprattutto da un punto di vista “dell’energia”!

Nella carriera di un gruppo, specie quando comincia a diventare duratura come la vostra, si sente spesso il bisogno, arrivati a un certo punto, di tirare in ballo il discorso sul “nuovo inizio”. Nel vostro caso poteva essere accaduto con Sanremo, che ha rappresentato una svolta, dandovi ampi consensi di pubblico generalista e grande popolarità. La temuta (per i fans storici) svolta “mainstream” c’è stata in parte, nel senso che avete mantenuto comunque il vostro spirito, ma è indubbio che rivedervi in quattro, senza Gigi e Elena, dà l’idea, anche visivamente parlando, che siamo sì davanti al disco del “nuovo inizio”. Un nuovo percorso che sembra insolitamente sereno…

E’ indubbio che qualcosa sia cambiato, ma quando ci sono questi grandi scossoni non è sempre detto che poi non si possa ripartire ancora meglio. Accade nelle migliori famiglie, non è una frase fatta, lo so per esperienza personale. E noi non solo eravamo percepiti come famiglia, lo eravamo in effetti. Moglie e marito (appunto Gigi e Elena), due fratelli (Rossano e Cristiano), e poi io, Gigi e Rossano che per tantissimi anni eravamo di fatto un tutt’uno, sempre assieme, a condividere mille esperienze, non solo “professionali”, sul palco a suonare, ma proprio di vita, di crescita. E’ andata così, non possiamo rimproverare nessuno. Una frattura come quella familiare, prima che artistica non può non lasciare strascichi, e sono sicuro che Gigi e Elena ora sono più sereni. In realtà qualche sentore che qualcosa di grosso in seno al gruppo si stesse spezzando, era nell’aria da ben prima di Sanremo, però questo lo voglio dire con forza: tutti hanno dato il massimo, senza risparmiarsi. Abbiamo affrontato prima il Festival, poi quel lunghissimo tour e le altre esperienze correlate con grandissima intensità, l’abbiamo presa benissimo. Abbiamo avuto occasione, nello stesso anno, di suonare in contesti diversissimi fra loro, raggiungendo persone tra le più diverse. E questo era una cosa che tutti avevamo sempre sognato di raggiungere. Poi alla fine, qualcuno ha detto basta, ma ci sta, è la vita!
So che può sembrare strano, per chi ci ascolta da sempre, vederci in 4, ma noi abbiamo solo voglia di andare avanti e suonare il più possibile. Ci siamo ritrovati in piena armonia, per questo disco le cose sono filate molto lisce e mi fa piacere che l’ascoltatore possa avvertire una nuova aria. Stefano Milano, il bassista che è stato con noi fino al 2007 (poi sostituito da Alex) di recente ci ha visti e ci ha detto che sembravamo un gruppo “pacificato”. Credo che corrisponda al vero. In 6 sicuramente poteva esserci più varietà ma forse anche meno coesione. Ora siamo più compatti, c’è più unione.

Nel disco compaiono diversi ospiti, una delle quali, la bravissima Andrea Mirò, vi seguirà in tour come musicista aggiunto. Mi puoi dire qualcosa di questa fruttuosa collaborazione?
Andrea è un’artista eccezionale, non solo un’ottima cantante, ma anche una autrice e una polistrumentista preparatissima. Aveva già diretto per noi l’orchestra a Sanremo, ha collaborato al nostro disco, suonando e duettando con me.  Si era creata una grande e naturale intesa tra lei e tutto il nostro gruppo. L’anno scorso avevamo ripreso a suonare qualche data di rodaggio, noi 4, in una versione “garage” dei Perturbazione, giusto per toglierci un po’di ruggine. C’eravamo accorti però che dal vivo mancava qualcosa. Abbiamo chiesto a Andrea se avrebbe avuto piacere di condividere con noi i palcoscenici in vista del prossimo tour e lei c’ha dato piena disponibilità, rispondendo con entusiasmo. E siamo molto soddisfatti di queste prove, non vediamo l’ora di suonare dal vivo tutti insieme.

Un’ultima cosa, se ti va di rispondermi… Ma è vero che avevate proposto un pezzo per partecipare anche all’imminente edizione del Festival di Sanremo? Non vi era bastata la prima volta?
Ti posso rispondere tranquillamente, so che per molti musicisti l’argomento dell’esclusione è un argomento tabù ma noi non ci vergogniamo certo a dire che avevamo presentato un pezzo, proprio Dipende da te: era piaciuta anche molto, ma non è stata selezionata. Pazienza, passano solo poche canzoni, stavolta è toccato ad altri, l’abbiamo presa con molta filosofia. Non avevamo paura di tornare su quel palco… Cioè, la giusta apprensione è normale che ci sia, ma come tanti hanno sottolineato, l’altra volta c’eravamo proprio divertiti, soprattutto perché da lì in poi abbiamo avuto modo di suonare per platee diverse, in contesti molto differenti fra loro, dal Tenco a programmi tv, a Festival anche molto particolari. Noi non abbiamo mai avuto preclusioni, non abbiamo tradito nessuno, a partire da noi stessi e cerchiamo di fare la musica che ci piace. E ora abbiamo una grande carica per questo nuovo tour.

Beh, nell’augurarti una prontissima ripresa, rinnovo l’appuntamento con i nostri lettori, non solo per il tour ma anche per i vari incontri nelle librerie del circuito Feltrinelli…
Certo Gianni, per me sarà un piacere rivederti presto nella tua città. Quella serie di date saranno un ottimo antipasto in vista del vero tour estivo. Avremo modo di parlare col pubblico del nuovo disco ma anche di suonare un piccolo live set acustico. Vi aspettiamo!

E noi saremo presenti a Verona. Un grazie a te Tommaso per la splendida disponibilità e un grosso in bocca al lupo per i vostri progetti futuri
Ecco le date degli incontri alla Feltrinelli:
ROMA
Via Appia Nuova, 427 – Venerdì 22 Gennaio ore 18
TORINO
Stazione Porta Nuova –  Lunedì 25 Gennaio ore 18,30
MILANO
Piazza Piemonte,2 –  Martedì 26 Gennaio ore 18,30
FIRENZE
Piazza della Repubblica – Mercoledì 27 Gennaio ore 18,30
VERONA
Via Quattro Spade, 2 – Giovedì 28 Gennaio ore 18
BOLOGNA
Piazza Ravegnana, 1 –  Venerdì 29 Gennaio ore 18
GENOVA
Via Ceccardi, 16 – Giovedì 4 Febbraio ore 18

Svelati i 20 Big di Sanremo 2016. Tanti nomi noti, zero voglia di rischiare. Più talent, meno indie.

download

Ieri è stata una di quelle domeniche pre-Natalizie in cui mi è toccato lavorare, anche se per una nobile causa, e questo mi ha evitato di assistere, non solo alla partita della mia squadra del cuore, ma anche al consueto annuncio dei big in gara a Sanremo da parte del  conduttore e direttore artistico Carlo Conti, nel programma “L’Arena” di Massimo Giletti.

Poco male, c’hanno pensato i miei amici internettiani a colmare la mia lacuna, lanciandosi già in commenti, pronostici e spesso accurate considerazioni, come nel caso dell’esperto in materia Carlo Calabrò dalle pagine del suo interessate blog “Note d’Azzurro” http://notedazzurro.blogspot.it/2015/12/sanremo-2016-un-cast-di-big-su-misura.html

Io, gira e rigira, ci ricasco sempre… E’ l’appuntamento  consolidato in sè che più mi avvicina alla kermesse, la sua autorevolezza, la sua storia, seppur macchiata da edizioni in chiaroscuro, la sua affiliazione al costume del nostro spesso vituperato Paese, più che la qualità artistica che ritrovo nella maggioranza della canzoni.

Anzi, a dire il vero, pure per il Festival, è quasi sempre valso nel mio caso, il fattore “contro”: mi ritrovavo a “tifare”, sin da quando piccolissimo lo guardavo a casa con genitori e nonna, i cosiddetti ultimi, gli outsider. Crescendo, raramente, le proposte di Sanremo andavano a collimare con i miei gusti, tendenti a un rock di stampo alternativo o ad altre forme musicali come il folk, il punk, la musica d’autore, i cantautori… Tradotto: viva i vari Subsonica, Afterhours, Marlene Kuntz, Neffa, Pacifico, Timoria, Perturbazione, Elio e Le Storie Tese, Marta sui Tubi (ma anche gente al confine come Bersani, Consoli, Silvestri, Gazzè, Grignani) e via dicendo, che di volta in volta, pur con risultati alterni, hanno tenuto alta la bandiera della musica di qualità.

Poi, da nostalgico quale sono, e da curioso e appassionato della storia della musica (anche) leggera italiana – perchè quello è il nostro background – ho sempre riscontrato qualcosa di buono anche in rappresentati del bel canto all’italiana, fermo restando che, spesso anche nei decenni passati, molti big hanno “scansato” la gara, un po’ come stanno facendo in tempi odierni gente come Tiziano Ferro, Ligabue ecc, che si limitano a parteciparvi in veste di “super ospite”, in una versione che sinceramente non rende giustizia a chi davvero si mette in gioco in gara.

Detta questa ampia premessa, mi pare, scorrendo l’elenco, che Conti abbia voluto proseguire nel segno della continuità con l’edizione precedente, spingendo l’acceleratore ancora di più sul “presente”, con molte escursioni sul mondo dei talent, sempre più “dentro” alla discografia (anzichè fattore esterno e vivo a sè stante) finanche quasi a sostituirla, laddove di dischi se ne vendono sempre meno, se non slegati da contesti dell’attualità strettissima, con fenomeni sempre più da “usa e getta”, mischiati amabilmente ad artisti che invece alla distanza stanno dimostrando di valere qualcosa (vedi il caso di Marco Mengoni).

Detto ciò, e rendendomi conto che mancheranno del tutto gli esponenti del mondo indie, ecco un mio giudizio sulle scelte della commissione artistica.

ANNALISA – prima reazione è stata: “di nuovo a Sanremo???”. Già, a distanza di appena un anno, l’affascinante rossa dall’ugola d’oro, torna sul palco immagino con sempre più sicurezza, alla ricerca presumo stavolta del “colpo grosso”. Come interprete mi piace, e credo abbia da tempo le potenzialità per ambire a una forma canzone più raffinata e meglio costruita rispetto ai testi strappalacrime di Kekko.

ARISA – un’altra che rischia seriamente di passare per “quella che va a Sanremo”… e sarebbe un peccato perchè l’istrionica artista calabrese ha mostrato da tempo di avere una grande personalità e doti che le consentirebbero di costruirsi una valida alternativa anche al di fuori delle mura amiche rivierasche. Fermo restando questa obiezione, penso che legittimamente possa ambire a una nuova affermazione.

ALESSIO BERNABEI no, Carlo Conti, qui hai toppato. Porta pazienza, ma se poteva passare, un paio d’anni fa, la partecipazione di diritto fra i big di Francesco Sarcina de Le Vibrazioni, uno che aveva già un percorso più consolidato, questa vetrina data al giovane ex leader dei Dear Jack, uno che da solista deve ancora pubblicare un singolo che sia uno, pare francamente esagerata. Sembra che a forza si voglia imporlo – come auspicato da più parti – alla stregua di un nuovo Cremonini, ma il cantautore bolognese, appena lasciato i Lunapop, fece capire di che pasta fosse fatto. Gli auguro comunque di fare una buona figura, magari andando al di là dei voti, presumibilmente in massa, delle ragazzine.

CLEMENTINO – non mi posso definire un amante del genere hip hop, ma ne conosco abbastanza i contorni e seguo con interesse il movimento, sin dagli anni ’90, e debbo dire che della nuova ondata dei rapper nostrani, proprio il nome del napoletano Clementino sia uno di quelli più validi. Già molto noto anche in ambito mainstream per le sue varie divagazioni nel genere a fianco di più artisti, mi immagino porterà un brano ficcante e impegnato. Lo ascolterò attentamente.

DEAR JACK – e loro che si ripresentano a distanza di un solo anno, senza il loro storico leader Alessio Bernabei, a cosa dovrebbero puntare? Credo che vogliano proprio dimostrare la loro identità e la loro ragion d’essere, indipendentemente dalla presa sul pubblico di chi li guidava. Discograficamente parlando però, per ora si sono mossi all’insegna di un pop facile facile, adatto per gusti non propriamente fini, e anche contestualizzandoli nel mondo talent, sono stati (giustamente) surclassati dai Kolors, nettamente più validi dal punto di vista tecnico e degli arrangiamenti.

DOLCENERA – guardo sempre con piacere alle prestazioni della grintosa cantautrice pugliese, quasi perfettamente mia coetanea, in possesso di abilità interpretative, compositive e di scrittura sopra la media delle corrispettive pretendenti al ruolo di “Gianna Nannini dei tempi moderni”. In realtà Dolcenera da tempo sta avviando un percorso di affrancamento da certi modelli, tracciando una via molto personale di nuovo pop rock italiano.

ELIO E LE STORIE TESE – mi giunge francamente inaspettata questa partecipazione, piuttosto ravvicinata, degli Elii al Festivalone. Se nella loro ultima performance avevano fatto valere l’attesa, a più di 15 anni dai tempi de “La terra dei cachi”, ora sembra quasi che dopo anni a parlare – specialmente Elio in qualità di giurato (tra l’altro vincente nell’ultima edizione di X Factor con Giò Sada) – vogliano tornare alla musica attiva. Difficilmente mi lasceranno indifferente!

IRENE FORNACIARI – nulla contro di lei, ma onestamente al di fuori di Sanremo, sembra non avere “peso”, né dal punto di vista artistico, né tanto meno da quello commerciale. 5 anni fa non sfigurò neppure, ma ricordo della sua canzone soprattutto l’apporto di Danilo Sacco, all’epoca ancora con i Nomadi, che pur intonando un semplice verso, riuscì a conferire solennità al brano. Lei da sola francamente mi dice poco.

LORENZO FRAGOLA – anche lui tenta il bis, ma lo fa con autorevolezza e con una consapevolezza nuova. Un anno fa accolto con diffidenza, visto che aveva terminato X Factor da vincitore… un quarto d’ora prima, ora può contare sul successo di una hit estiva e su un brano sanremese che alla lunga distanza, figurò tra i più convincenti nella passata edizione.

ROCCO HUNT – una piacevole sorpresa ritrovare, ora in veste di campione, il giovanissimo rapper vincitore un paio d’anni fa nella sezione “Nuove proposte”. Il napoletano già allora vantava un repertorio convincente di storie di strada, tematiche sociali e spunti più disimpegnati. Vedremo se riuscirà a fare meglio dei suoi epigoni rapper della passata edizione, laddove specie Moreno fece flop.

DEBORAH IURATO E GIOVANNI CACCAMO – il mio primo pensiero è stato: “finalmente se ne staranno buone le fans della Iurato!”. Scherzi a parte, le agguerrite sostenitrici della giovane interprete vincitrice ad Amici un paio d’anni orsono davanti ai Dear Jack (che poi la sorpassarono nelle vendite e nei consensi del pubblico), da tempo ne invocavano una presenza sanremese a rivendicarne le qualità e il prestigio. Lo farà accanto a un giovane cantautore (Giovanni Caccamo) che fece benissimo l’anno scorso, trionfando nelle Nuove Proposte con la vivace “Ritornerò da te”, ma che poi incontrò difficoltà ad affermarsi su larga scala. Vedremo come andrà, ma come accoppiata non mi fa impazzire.

FRANCESCA MICHIELIN – l’ancora giovanissima (appena maggiorenne) Francesca Michielin, pare invero una veterana, avendo trionfato a X Factor quando di anni ne aveva appena compiuti 15, e dopo che dai tempi in cui sembrava la “cocca” di Elisa, fatta a sua immagine e somiglianza, di strada ne sta facendo, in proprio o chiamata con successo a duettare con altri artisti. Ulteriore notorietà l’ha acquisita con gli splendidi inserti cantati in due successi di Fedez, ma le sue qualità artistiche sono sotto gli occhi di tutti. Ha scelto un profilo molto basso a livello mediatico, anziché sfruttare l’onda del talent, e ora si rimette in gioco a Sanremo, in un’altra gara che, a occhio e croce, potrebbe regalarle qualcosa di più del ruolo di outsider.

MORGAN E I BLUVERTIGO – c’era davvero bisogno di questa dicitura per annunciare il rientro in pista di un gruppo storico della musica indie rock italiana? Bisognava rimarcare la notorietà acquisita del leader come personaggio televisivo a tutto tondo? Mah, rimango perplesso, un po’ come quando Giò dei La Crus si presentò come “Mauro Ermanno Giovanardi feat. La Crus”. Ma là forse si voleva dare maggiore risalto a Giò, non ancora “forte” mediaticamente da solista, in un momento storico in cui aveva sciolto il suo gruppo, riesumato per l’occasione. Qui la mossa sa più di “furbizia”: Morgan è già famosissimo ai più, e forse riattingere al suo passato glorioso (almeno circoscritto ai territori alternativi) può ridargli quella credibilità musicale, in parte smarrita, ora che da anni è impegnato per lo più a discutere dietro le quinte nei panni dell’esperto e acculturato giudice. Detto questo, Morgan sa scrivere eccome, e mi aspetto un brano particolare e poco incline alla tradizione sanremese.

NEFFA – rompo gli indugi: a pelle sarà lui il mio preferito. Anche se da anni ormai è mischiato fino al collo con la musica più biecamente commerciale, bisogna ammettere che l’ex rapper, ad ogni uscita discografica, riesce a stupire, cambiando pelle sonora ai suoi brani. Che il “ragazzo” abbia dei numeri, è fuori di dubbio, speriamo voglia osare anche su questo prestigioso palco.

NOEMI – da molti accolta come la migliore interprete su piazza, destinata a rinverdire i fasti di una Fiorella Mannoia, per dire, non solo per l’accomunata capigliatura rossa, ma anche per il garbo del bel canto, a me è invece caduta un po’ da quando si atteggia a spocchiosa giudice di The Voice. A Sanremo finora non ha sbagliato un colpo, ma onestamente la preferisco quando canta in modo “sofferto”, acuito dal graffio della sua voce, che non leggero, come nell’ultimo episodio sanremese “Bagnata dal sole”.

PATTY PRAVO – rappresenta quella classicità sanremese che non può mancare in ogni edizione che si rispetti. Personalmente, meglio lei che un Al Bano, anche se da tempo non riesce a fare breccia negli ascoltatori. Restano immutate la sua raffinatezza e intensità interpretative, colte appieno anche nella sua ultima (e poco fortunata) partecipazione con “Il Vento e le rose”.

ENRICO RUGGERI – non credo che il vecchio Rouge mi deluderà, ma su di lui ho le stesse aspettative che potevo riporre in Raf lo scorso anno. Una vecchia gloria, che ho anche a periodi apprezzato e ascoltato tantissimo, ma che da tempo non mi suscita più grosse emozioni.

VALERIO SCANU – non mi stupisce per nulla il suo inserimento in cartellone, anzi, dico la verità, mi fece più scalpore non vederlo presente lo scorso anno, quando fu reduce dal rilancio a Tale e Quale show, proprio sotto l’egida di Carlo Conti. Secondo me Scanu dovrebbe capire cosa fare da grande. Continuare a riempire i giornali e i salotti generalisti di tutta Italia, raccontando le sue storie personali, oppure mettersi d’impegno e cercare una via personale e credibile nella musica leggera italiana? Altrimenti tra poco ce lo ritroveremo a commentare il Grande Fratello al posto di Cristiano Malgioglio.

STADIO – potrei dire di loro le stesse cose appena scritte su Enrico Ruggeri… invece, gli Stadio mi attirano ancora molto e li ascolto sempre con interesse, nella speranza che la voce calda e profonda di Gaetano Curreri tiri fuori qualche altra chicca del suo sconfinato repertorio.

ZERO ASSOLUTO – reduci dal buon successo estivo de “L’amore comune”, con una canzone tormentone che mi ha lasciato tuttavia del tutto indifferente, rieccoli pure a Sanremo dove in precedenza non sfigurarono di certo e dove riproporranno il loro genere, sicuramente personale, ma anche assolutamente immutato nel tempo, come se davvero si fossero fermati agli antichi fasti di un decennio fa.

 

Primi verdetti sanremesi in attesa della finalissima di stasera. Giovanni Caccamo sbanca fra le Nuove Proposte, tra i big fuori un Raf non al meglio della condizione ma comunque sottotono

Oggi andrà in scena la finalissima dei big in gara alla 65esima edizione del Festival di Sanremo, ma già ieri (a tarda notte, superata l’una!) abbiamo assistito, seppur nel mio caso in dormiveglia, ai primi verdetti, con l’eliminazione di (soli) 4 pezzi tra i 20 presentati in gara e in precedenza con la proclamazione del vincitore della categoria delle Nuove Proposte.

Iniziamo col commentare la vittoria plebiscitaria (oltre al premio principale, anche quello assegnatogli dalla critica “Mia Martini” e delle radio tv intitolato a Lucio Dalla) del ragusano Giovanni Caccamo, già in scuderia Sugar (co-autore tra l’altro del brano cantato in gara da Malika Ayane, compagna di etichetta) e che per questo ha scatenato alcuni messaggi al vetriolo nei vari social, in odor di complotto, visto la presunta potenza della Caselli. Mah, in passato mi pare che i Negramaro vennero eliminati al primo turno, la stessa Malika non vinse nella categoria giovani, mentre sfido chiunque a contestare la vittoria di Raphael Gualazzi in un’edizione scialbissima, nonostante poi io continui a seguire nei suoi progetti di nicchia anche Roberto Amadè, secondo classificato quell’anno ma a distanza siderale dal bravissimo pianista.

images

Onore quindi a Caccamo, per alcuni sosia di Rupert Everett, che, a fronte di alcuni acuti andati a perdere, ha dimostrato assoluta padronanza del suo pezzo, cantandolo con estrema passione e trasmettendo tutta la sua gioia ed emozione. Poche chances a quel punto le avevano i simpatici ed originali Kutso, i quali partiti con il simpatico proposito di “rovinare” Sanremo, hanno invece conquistato anche i più scettici, tra i quali onestamente c’ero anch’io. Li conoscevo di fama, nel circuito indie sono piuttosto noti ma non li sentivo nelle mie corde, col loro rock a tratti demenziale. Invece hanno portato davvero una ventata d’aria fresca, risultando i più strani del lotto, e stupendo con le trovate memorabili del geniale chitarrista. Nigiotti è stato un po’ sfortunato nell’abbinamento, dovendosi scontrare in semifinale con il futuro vincitore ma, a conti fatti, credo sia giusto così, forse non era il migliore in assoluto, pur avendo presentato una canzone dal buon piglio, debitrice – mi sento di precisare- di una certa somiglianza, almeno nella strofa, con una celebre dei Tiromancino.

Il meccanismo delle eliminazioni a coppie tutto sommato mi ha garbato (come direbbe il conduttore toscano); ha creato abbinamenti a volte crudeli ma questo ha aggiunto sale alla competizione. Credo sia un esperimento da ripetere in futuro.

Venendo ai campioni, direi che come ho scritto ieri a caldo su facebook, le eliminazioni possono starci e non si discostano molto dai miei giudizi sommari dati ai 20 big dopo aver ascoltato una prima volta le canzoni. Raf, parcheggiato da me alla voce “delusioni”, poco o nulla ha fatto per cambiarmi idea, con l’attenuante che ieri sera ha pure cantato in condizioni di salute proibitive, colpito da una bronchite. Il pezzo comunque, ascoltabile come quello di un’altra eliminata, Anna Tatangelo, era del tutto privo di mordente, e pure di una vera componente poetica, da sempre nelle corde del cantante pugliese specialmente in fatto di ballad. Detto ciò, lo avrei salvato in luogo di una Bianca Atzei apparsa in un contesto forse troppo largo per lei. Ma c’entra poco il fatto che non sia conosciuta alle grandi masse o che non abbia conseguito sin qui risultati di rilievo nel mondo della musica leggera italiana, è proprio che le sono mancate le basi, qualità interpretative (da più parti riconosciutele) e in primis un pezzo degno di particolare nota. Lara Fabian invece ha pagato lo scotto di essere apparsa, forse addirittura per un pubblico tendenzialmente tradizionalista come quello sanremese, sin troppo “classica”, volendo essere più cattivi, “demodè”. Però almeno ha cantato benissimo, da artista di esperienza quale in effetti è… aggiungiamo pure “internazionale”, così facciamo contenti il conduttore che, se non lo ripeteva almeno 5 volte a serata, non era sicuro che gli spettatori ci credessero!

Anche l’eliminazione di Biggio e Mandelli è del tutto plausibile. Simpatici, ma assolutamente innocui nel proporre un brano certamente debitore di alcune  coppie storiche del cabaret (nello specifico, l’omaggio a Cochi e Renato era lampante e dichiarato) ma senza nemmeno avvicinarvisi a livello di creatività.

download

A questo punto i pronostici sono sempre più delineati e confermano, anche se di fatto non abbiamo graduatorie parziali sotto mano a cui attingere, le sensazioni già espresse dopo i primi ascolti: i tre giovani tenori de Il Volo paiono lanciatissimi a issarsi in cima al podio sanremese. Difficile che un convincente Nek, in netta ripresa nei gusti del pubblico, e giustamente vincitore della tappa dedicata alle cover, possa ribaltare i pronostici, anche se la sua canzone è già in vetta in molte classifiche di gradimento extra sanremesi, quelle legate ai network radiofonici. Forse questo era prevedibile in virtù del fatto che la sua canzone, melodicissima, diretta e dalle sonorità contaminate da suoni cari alla dance più attuale (una cosa assolutamente inedita per lui) è in pratica la più cantabile tra tutte quelle proposte. Credo si mantenga in zona podio anche un redivivo, convincente Marco Masini, mentre è destinata a piazzarsi in alto anche la già citata Malika Ayane, dopo un primo ascolto che non mi aveva entusiasmato. Vedo in ripresa, e mi fa piacere, anche Gianluca Grignani, già nella serata cover apparso più sicuro alle prese con Tenco ma il suo brano necessita di diversi ascolti per essere assorbito appieno, essendo però di pregevole fattura, sia testuale che musicale.

Carlo Conti, cui avevo affibbiato un bel 7 dopo le prime due serate, ha iniziato a perdere qualche colpo, specie nel dover a volte assistere, e intervenire di conseguenza, a scivoloni palesi delle sue vallette. Bello però che abbia puntato in qualche modo su sentimenti puliti, belli ancorchè rassicuranti come ebbi già modo di scrivere. Ieri ad esempio mi ha fatto piacere vedere salire sul palco Sammy, la cui vicenda avevo appassionatamente seguito su Sky. Un ragazzo affetto da una malattia rarissima, che comporta tra gli aspetti più compromettenti, un forte invecchiamento precoce. Anche ieri in pochi minuti ha mostrato tutta la sua forza, la sua maturità ma soprattutto la sua simpatia, un grande esempio davvero il suo!

Nota di merito però va data finalmente anche all’aspetto leggero del Festival, con la presenza finalmente di un’artista, che definire solo comica è riduttivo, come Virginia Raffaele. Niente monologhi raffazzonati, triti e ritriti, banali o scontati. Si è limitata a “far ridere”, mettendo in scena alcune specialità del suo repertorio, una delle sue più riuscite imitazioni – la Vanoni – e un simpatico sketch. Mi sembra col passare delle serate si stiano sciogliendo anche i Boiler, sempre simpatici ma apparsi meno pungenti rispetto alle esibizioni di Zelig, mentre sin da martedì mi piace stare sveglio fino a tardi (anche se ieri più di un colpo di sonno mi era sopraggiunto!) per assistere alla surreale rassegna stampa di Rocco Tanica, ai più noto come tastierista e tra i compositori principali di Elio e le storie tese. Lui è proprio un grande!

Non mi resta che aggiungere BUON FESTIVAL in quella che sarà l’ultima serata sanremese. Vedremo se ci saranno sorprese, anche se mi sento di mantenere fede al mio pronostico… Il Volo favoritissimi! Ieri addirittura dopo la loro esibizione è seguito un applauso così lungo che un compiaciuto conduttore ha detto loro di lasciare il palco che non sono mica superospiti ma artisti in gara come tutti gli altri. Questo per dire dell’effetto dirompente che le tre giovani ugole d’oro stanno avendo presso il pubblico italiano, sicuramente tra le maggiori scommesse di Conti e della Rai, dove sono letteralmente cresciuti, esordendo bambini nel talent musicale “Ti lascio una canzone”. Dopo i successi e i riconoscimenti ottenuti all’estero, molto probabilmente saranno destinati a raccogliere  molti consensi anche nella loro Terra natia.