Sanremo 2019: vince a sorpresa Mahmood davanti a Ultimo e ai ragazzi de Il Volo – Un commento finale sulla classifica

E’ terminata anche la sessantanovesima edizione di Sanremo, con il giovane Mahmood vincitore proclamato tra lo stupore generale davanti al grande favorito della vigilia (Ultimo) e a Il Volo, il trio che non è riuscito così a bissare il successo di quattro anni fa.

Non è la prima volta che in gara assistiamo a exploit inattesi, ma vittorie così poco scontate nella storia, anche recente, del Festival, se ne contano poche: il primo nome che mi viene in mente è quello di Francesco Gabbani che si issò fino in cima alla classifica nell’edizione del 2017.

Daniele Silvestri (coadiuvato dal rapper Rancore) e Simone Cristicchi si sono spartiti quasi equamente i premi speciali: prestigiosa tripletta del primo che ha conseguito in particolare l’ambito Premio della Critica “Mia Martini” ma anche quello per il miglior testo; al riccioluto cantautore già vincitore in passato con l’intensa “Ti regalerò una rosa” sono andati due premi, tra cui quello assegnato dall’orchestra. Sono premi importanti che certificano, ce ne fosse ulteriore bisogno, come le due opere in questioni (“Argentovivo” di Silvestri e “Abbi cura di me” di Cristicchi) fossero entrambe qualitativamente parlando, di una spanna superiore alle altre.

Ultimo si consola – se così si può dire visto il suo evidente disappunto per il piazzamento finale, forse dettato dalla frustrazione accumulata nei giorni scorsi da “vincitore annunciato” – con un premio indetto da Tim per un brano che probabilmente in effetti funzionerà bene fuori dai circuiti sanremese.

Per il resto, le contestazioni più grandi, quasi una “rivolta popolare” ci sono state per il piazzamento fuori dal podio della canzone di una rediviva Loredana Bertè ma su questo torneremo qualche riga più giù in sede di commenti.

Guardando la classifica, ovviamente possono balzare agli occhi determinate posizioni, a colpire in senso positivo o negativo – a seconda dei propri gusti personali – ma d’altronde una graduatoria di 24 canzoni in gara comporta anche dei risultati sulla carta “pesanti” ma che poi tra un giorno o poco più, nessuno probabilmente ricorderà, visto che per fortuna le canzoni viaggiano per conto proprio al di là di gare e piazzamenti.

Ecco quindi i miei commenti alla classifica di Sanremo:

1- MAHMOOD sono onesto, pur avendo sin dalla prima serata assegnato un bel 7 al brano “Soldi” presentato da questo rapper di origine egiziana (ma nato e cresciuto in Italia) che ha alle spalle già una bella gavetta, mai avrei scommesso sulla sua affermazione come vincitore.  Il brano però è indubbiamente accattivante, rimane in testa e rappresenta bene una fetta consistente, oltre che di mercato, dei gusti dei giovanissimi. E’ apparso visibilmente stupito e attonito e anche in sala stampa la sua timidezza prevaleva sulla contentezza, quasi volesse reprimere o non riuscisse a esprimere appieno i suoi sentimenti ma, in fondo, di gente che ostenta ce n’è a bizzeffe e sinceramente ho apprezzato molto il genuino pudore e la sobrietà dimostrate. Saprà costruirsi una bel percorso artistico fuori da qui, dopo aver gettato ottimi semi. Sorvolo decisamente sui commenti razzisti pervenuti, perché alcune supposizioni onestamente mi fanno ridere, e poi non si può ridurre tutto a politica, tra l’altro della più bieca specie.

2- ULTIMO sì, aveva tutte le credenziali per puntare al bersaglio grosso, bissando la vittoria ottenuta meritatamente nelle Nuove Proposte un anno fa. Io stesso lo avevo pronosticato come vincitore ma avrò modo di rifarsi nelle charts, visto che il brano presentato sta comunque già ottenendo un buonissimo riscontro. Piuttosto non mi è piaciuta molto la sua esternazione in conferenza stampa contro i giornalisti “cattivi” e il suo palese disappunto nei confronti della vittoria di Mahmood. Per carità, reazione umana e forse dettata dalla frustrazione accumulata in settimana da “vincitore annunciato” ma nella vita, si sa, bisogna anche saper perdere.

3 – IL VOLO osteggiati da una larga fascia di ascoltatori, osannati da altri, loro sembrano vivere la cosa abbastanza serenamente, salvo ogni tanto togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Il repertorio è quello, a meno che non decidano di svoltare clamorosamente, o di sciogliersi prendendo ognuno la propria strada, seguendo l’inclinazione personale (ma sarebbe clamoroso), continueranno a proporre pop classico di questo tipo, piaccia o non piaccia.

4 – LOREDANA BERTE’ ho discusso con qualcuno riguardo la sua prestazione sanremese, perchè secondo me Loredana ha fatto il massimo. Sul podio ci poteva finire tranquillamente, sarebbe stato un riconoscimento alla carriera, se è vero come dicono che non parteciperà più in futuro, però io ho trovato francamente esagerato questo dispiego di forze, questa sorta di fan club in rivolta per un quarto posto che a detta di molti avrebbe dovuto essere una vittoria. E’ bello pensare a come la Bertè sia stata in grado di tornare in splendida forma, non solo fisica (tanto di cappello) e di tornare competitiva, bella agguerrita, sul pezzo, senza stravaganze se non per l’immancabile look. Ha ritrovato il grande pubblico, con pieno merito, la sua è una vera vittoria morale.

5 – SIMONE CRISTICCHI è tornato alla grande il cantautore romano, con un brano molto intenso, emozionante, con lui in grado al solito di trasmettere nel migliore dei modi (non a caso è stata premiata la sua interpretazione) dei messaggi di amore, di speranza, veicolando valori positivi.

6 – DANIELE SILVESTRI (con RANCORE) il brano più forte del Festival, interpretato magnificamente dal titolare Silvestri e dal sodale Rancore (hanno concorso però in maniera importante anche due pezzi grossi dei Calibro 35: Rondanini alla batteria e Gabrielli a dirigere l’orchestra, senza dimenticare l’apporto in fase di scrittura di Manuel Agnelli). Puntare al bersaglio grosso era difficile ma l’aver fatto incetta di premi è un riconoscimento meritatissimo.

7 – IRAMA io l’avevo dato sul podio, ritenendo che avesse anch’egli un pezzo intenso, visto il tema principe della canzone, affrontato senza retorica e con grande sicurezza. Non si tratta però certo di una delusione per questo giovane ragazzo che, volendo, avrebbe potuto portare in gara certamente una canzone più facile e adatta a quel pubblico di giovanissimi che maggiormente lo segue.

8 – ARISA peccato per l’esibizione della serata finale, pesantemente inficiata da sopraggiunti problemi di salute. A me il brano era piaciuto, coraggioso nella sua bizzarra costruzione, con stacchi e cambi di tono. Una canzone dei buoni sentimenti e delle buone intenzioni, non facile da eseguire. Risultato soddisfacente, anche se molto probabilmente il pubblico generalista da lei si aspetta un altro tipo di canzoni.

9 – ACHILLE LAURO non mi dilungo molto, su di lui si è detto – e letto – di tutto e di più. Questo ha finito più per svantaggiarlo, secondo me, perchè certe etichette sono dure a morire. Poi lui mi sembra sia in grado di andare avanti e rispondere a tono. Dico solo che non sarà il nuovo Vasco, cui è stato accostato da molti come impatto (alludo ovviamente a quello di “Vita spericolata”), ma non è nemmeno il “tipo pericoloso” che inneggia alla droga. Doverlo specificare mi pare quasi un insulto all’intelligenza di chi mi legge.

10 – ENRICO NIGIOTTI a me non è dispiaciuto, anche se non ha mai cantato benissimo, forse tradito dall’emozione (palpabile specie ieri sera). Secondo me in ambito cantautorale – se con questo la nostra mente non ci porta subito a mostri sacri che sarebbe fuori luogo scomodare – può dire la sua.

11 – BOOMDABASH non me ne vogliano gli amici pugliesi – ne ho molti, mia moglie tra l’altro proviene da lì – ma questa canzone, pur ballabile e spensierata, l’avrei fatta finire più giù. Non è la platea giusta secondo me per loro che stanno ottenendo successo comunque, sia collaborando con le persone giuste (e contribuendo a risollevare carriere, la Bertè ne sa qualcosa), sia in proprio. Qui c’entravano poco, anche quando cercavano di animare il pubblico in sala.

12 – GHEMON ha fatto un’ottima figura, la sua è una canzone raffinata, di classe, una delle migliori da questo punto di vista. Grazie al Festival ha potuto farsi conoscere da un pubblico certamente più vasto, che ora lo potrà apprezzare nel suo percorso.

13 – EX OTAGO stessa cosa si può applicare al gruppo ligure che ha portato a casa il risultato, non snaturandosi, ma senza nemmeno osare troppo. Sanremo come vetrina con la possibilità di diventare mainstream sulla falsariga di anime affini come Thegiornalisti o Coez.

14 – MOTTA il suo bel brano è cresciuto di ascolto in ascolto, visto che ha dimostrato maggior padronanza man mano che il Festival procedeva, con il bel risultato della vittoria (seppur pleonastica) nella serata dei duetti con la grande Nada. Anche per lui carriera a un possibile bivio, con eventuale allargamento di fascia di pubblico annessa. Se lo meriterebbe vista l’originalità della sua proposta e il suo procedere passo per volta, dalle vittorie al Tenco in poi.

15 – FRANCESCO RENGA a livello di piazzamento ovviamente è una delusione, ma da subito il brano, scritto pure da autori che stimo come Bungaro e Cesare Chiodo (con l’apporto della giovane Rakele, vista qualche anno fa tra le Nuove Proposte), non mi aveva convinto. Quindi posizione che dal mio punto di vista, ci sta tutta.

16 – PAOLA TURCI lei è sempre magnetica e porta a casa la pagnotta senza problemi ma in realtà anche il suo brano mi è parso non al livello delle precedenti esperienze sanremesi. Anche l’interpretazione non è stata delle migliori, con la voce non al cento per cento.

17 – THE ZEN CIRCUS posizione nelle retrovie ma in fondo era difficile pronosticare un piazzamento più alto. Eppure Appino e soci hanno presentato una canzone davvero bella, molto dignitosa, con un testo che secondo me se la giocava con quello di Silvestri per intensità e forza espressiva. Anche le loro esibizioni sono cresciute ogni volta. Bravi! Anche perchè hanno portato una canzone decisamente difficile, pur considerando il loro repertorio che certo non è fatto da “canzonette”.

18 – FEDERICA CARTA e SHADE anche la loro posizione mi ha colpito, credevo avessero attecchito di più tra gli ascoltatori, forti di visualizzazioni sui social che, sin dalla prima esibizione, sono schizzate alle stelle. D’altronde la canzone assomiglia molto a quella “Irraggiungibile” che ha letteralmente spopolato l’estate scorsa. Al di là di ciò, credo che sentiremo molto spesso la loro canzone alla radio.

19 – NEK il vero flop dell’edizione 2019, spiace dirlo, è stato il suo. Non so, a me la canzone non aveva colpito al primo ascolto. Stessa formula della fortunata “Fatti avanti amore” che contese la vittoria a Il Volo quattro anni fa, ma con una melodia più brutta. Resto dell’idea che se si fosse presentato con Renga e Max Pezzali in gara avrebbe avuto molte chances di raggiungere l’agognato obiettivo della vittoria.

20 – NEGRITA a mio avviso il risultato più ingiusto, visto che la canzone ha un bel testo, è orecchiabile il giusto e loro l’hanno suonata e interpretata senza la minima sbavatura, con una padronanza perfetta del palco. E’ uscita al contempo una loro raccolta dei migliori successi per i 25 anni di carriera, e credo che tutto sommato questa “I ragazzi stanno bene” possa affiancare le loro hit.

21 – PATTY BRAVO e BRIGA posizione giusta, il duetto secondo me non stava in piedi. La canzone in sè non è nemmeno una brutta ballata, ma per un motivo o per l’altro non mi è mai arrivata fino in fondo.

22 – ANNA TATANGELO c’è una sorta di ostracismo non dichiarato nei suoi confronti. In passato l’ho criticata aspramente anch’io ma stavolta mi sembra che abbia presentato una canzone in linea con la sua (bella) vocalità, oltretutto con un testo che poteva in qualche modo riguardarla. Sobria, senza eccessi, ha fatto il suo, ma forse è proprio la natura stessa della canzone, “classica sanremese” a non funzionare più.

23 – EINAR per lo stesso motivo si spiega il pessimo piazzamento del ragazzo uscito da “Amici” e catapultato su un palco evidentemente ancora troppo grande per lui. Già aveva destato non poco clamore la sua vittoria (con Mahmood) alle selezioni di Sanremo giovani di dicembre, in luogo di una più preparata Federica Abbate; in più sul palco ha portato una canzone deboluccia, senza guizzi, troppo piatta. Avrà tutto il tempo di rifarsi ma dovrà costruirsi una carriera credibile al di fuori dei talent e dell’ala di Maria de Filippi.

24 – NINO D’ANGELO e LIVIO CORI un’altra delusione riguarda questo incontro di voci che sulla carta avrebbe potuto essere esplosivo. Alla fine il tam tam mediatico sulla presunta identità del misterioso Liberato con Livio Cori ha fatto perdere attenzione al pezzo, che in verità, non è mai stato eseguito perfettamente. La versione studio infatti è molto più emozionante. Peccato, occasione mancata, ma questo non va a inficiare sulla qualità della canzone e dei suoi interpreti: Cori poi esordirà a breve con un album a proprio nome, mentre speriamo che anche il vero Liberato torni presto sulle scene!.

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Un Festival di Sanremo di grande qualità. Da Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico a Max Gazzè, dai redivivi Decibel ai favoriti Meta e Moro. Chi vincerà?

Devo averlo scritto in qualche commento sui social: probabilmente avevo sottovalutato questo Festival di Sanremo!

Giorno dopo giorno mi sto ricredendo sui brani in gara, che trovo generalmente di livello superiore alle edizioni targate Carlo Conti, per quanto molte di quelle proposte nel triennio in questione siano poi diventati dei buoni successi, anche al di fuori del dorato e ovattato mondo sanremese.

Ammetto di aver avuto una sorta di pregiudizio sulla scelta di Baglioni come Direttore Artistico e come conduttore soprattutto. Col senno di poi confermo le mie perplessità sul suo modo di condurre, per quanto abbia lasciato un buono spazio ai vivaci e tutto sommato convincenti Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino, soprattutto riscontrandogli una sorta di fastidiosa autoreferenzialità… credo che nonostante il suo canzoniere sia sconfinato in decenni di onorata carriera, con un po’ di impegno in più ce la potrebbe fare a proporcelo tutto!

Sono ironico ma non molto in fondo. Davvero ho trovato esagerato questo mettere davanti i propri pezzi, quasi a dire che la sua è la “vera musica”. In realtà poi credo si sia capito dalla scelta degli artisti in gara come abbia privilegiato la qualità delle canzoni, e questo gli fa onore, ritornando alla mia premessa iniziale.

Avevo scritto un lungo post con le mie prime impressioni sul Festival, denotando come i brani presentati fossero sin troppo “classici”; non rinnego quella mia definizione ma di certo non la voglio connotare al negativo, proprio perchè non sempre immediatezza e orecchiabilità sono sinonimi di qualità.

Ne ho sentita tanta di qualità, e questo per me è un merito. Guardo Sanremo da sempre e ne scrivo, voi lettori di questo blog lo sapete, ma ero arrivato “stanco” soprattutto mentalmente all’appuntamento con questa edizione, avevo perso addirittura interesse (mi è capitato persino con il Fantacalcio in questo periodo, e chi mi conosce meglio sa che è quello il vero campanello d’allarme!) e la composizione del cast mi aveva lasciato un po’ l’amaro in bocca.

No, non ho un vero favorito, anche se le primissime impressioni sono confermate, con un podio di miei preferiti che avevo già indicato e che in linea di massima è rimasto invariato. Tuttavia ai tre nomi che avevo scelto ne ho aggiunti altri ed essere arrivati alla conclusione che considero 6 o 7 pezzi di buona qualità è indice che sono pienamente soddisfatto dell’andamento del Festival.

Era dai tempi del Fazio bis, edizione 2014, che non ne contavo così tanti in effetti.

L’orecchiabilità, la melodia più cantabile, il ritornello più a presa facile e diretta, sono garantiti dalla canzone de Lo Stato Sociale, autentica rivelazione dell’edizione, con i quali ero stato piuttosto duro. Forse perchè provenendo il gruppo dal mondo indie, mondo che sento molto affine alle mie corde, mi aspetto sempre qualcosa in più. Loro però sono rimasti sè stessi, alzando anzi l’asticella, riuscendo a colpire anche l’ascoltatore medio in positivo, risultando ironici e simpatici, tanto che le stonature consuete sono passate in secondo piano. Pensare a un Gabbani bis, con i quali invero spartiscono poco, se non nulla, è quanto meno azzardato e, riconoscendo come detto che ci sono brani di ottima fattura in questa edizione, sarebbe troppo che a vincere fossero proprio i cinque ragazzi bolognesi.

Credo che, superate le polemiche, la Palma d’Oro di Sanremo andrà alla coppia Meta-Moro, già attesi alla vigilia e che hanno fatto il loro compito nel migliore dei modi, proponendo una canzone dal buon intento sociale, intensa al punto giusto e interpretata ottimamente. Hanno tutti gli ingredienti, li ho sempre generalmente apprezzati, ma ammetto che il mio cuore quest’anno propenda per altri.

La mia canzone preferita, e non l’avrei mai detto alla vigilia, è quella di Ornella Vanoni, magistralmente accompagnata da Bungaro e Pacifico: che classe ragazzi, per un brano che ha un testo riuscito, sull’amore e la consapevolezza del tempo che passa e che muta i rapporti umani. Non vinceranno ma spero si piazzeranno sul podio.

Anche la poetica composizione di Max Gazzè mi ha colpito da subito: sbagliatissimo aspettarsi dall’istrionico cantautore romano solo funambolismi e canzoni carine e frizzanti. Da sempre Max è in grado di emozionare con la profondità dei versi, scritti quasi sempre assieme al fratello Francesco e la solennità della musica, e questa fiaba tratta da una leggenda del Gargano, Terra d’origine di mia moglie (inconsapevolmente me la sono sentita vicina!), ne è una piena conferma!

Confermo anche una preferenza per Luca Barbarossa, anch’egli sorprendente in queste vesti, sebbene da tempo sia propenso per una proposta di stampo cantautorale. Immagino che se questa canzone l’avesse eseguita Il Muro del Canto, acclamato gruppo romano molto lodato dalla critica, avrebbe avuto più risalto.

Supera la prova del tempo anche la canzone di Diodato con Roy Paci e quella di Enzo Avitabile con Peppe Servillo. Tutti questi nomi in pratica li avevo già fatti, sono quelli “di qualità” a cui avevo fatto riferimento, ma in extremis dopo diversi ascolti, mi va di inserire nel lotto anche il brano dei Decibel. Ieri nel duetto sono stati tra i più convincenti secondo me, anche per loro grande classe indubbiamente!

A conti fatti, a sfigurare, ma non per colpa loro, quanto appunto perchè si trovano davanti ottime canzoni, sono le interpreti femminili, tutte alle prese comunque con brani dignitosi: Annalisa, Noemi e Nina Zilli. Mi fa specie che nelle retrovie si stia piazzando Noemi, il cui testo mi piace molto e con lei al solito in grado di trasmettere emozione e trasporto. La Zilli è molto composta in un brano, “classico” nella struttura, ma dagli spunti interessanti, a partire dal tema, trattato con delicatezza e orgoglio.

Dopo aver ascoltato il brano inedito di Lucio Dalla cantato dalla divina Alice, beh, cala il giudizio su Ron: l’avesse presentata al Festival lei avrei parlato di podio sicuro, il buon Rosalino purtroppo non la rende a dovere.

Al secondo appello mi è parso banalotto il brano di Red Canzian, che trovo degno di nota per il modo in cui l’autore l’ha interpretato, con grande umiltà ma anche con piena convinzione, gettando il cuore oltre l’ostacolo e gridando al vento a pieni polmoni tante cose che aveva dentro, quasi come se nei Pooh si sentisse schiacciato dalla presenza di Roby. Scherzo, ci mancherebbe, ma alla prova del canto, ha assai deluso Facchinetti mai visto così giù di corda, quasi caricaturale e al cui cospetto se non altro l’affascinante Riccardo Fogli ha risposto con garbo e un’interpretazione decisamente migliore, se non altro tra le righe.

Promossi con riserva i Kolors, non male in generale ma rimango convinto debbano cantare in inglese, anche se così facendo nel giro di poco scompariranno perchè in Italia per far successo nel pop devi cantare nella tua lingua. Non mi dicono nulla Le Vibrazioni, la loro reunion non mi ha fatto chissà quale effetto, non mi hanno mai fatto impazzire… buoni musicisti, canzoni pop rock discrete, valide per dare un’alternativa alla musica leggera ma scarse in confronto con quelle degli epigoni rock nostrani a loro contemporanei. il brano sanremese in gara è cantato con la consueta grinta da Francesco Sarcina ma non basta.

Non ho mai citato Mario Biondi e Giovanni Caccamo in un mio pezzo; per il primo vale quanto detto per i Kolors: per la sua proposta musicale rende decisamente meglio in inglese, con quella splendida voce soul che si ritrova. Caccamo invece ha di fatto cantato all’esordio il suo brano migliore, quando vinse tra i Giovani con l’ariosa “Ritornerò da te”: da allora non ha più avuto un guizzo degno di nota, non mi arriva, nonostante l’indubbia bella voce.

Renzo Rubino ha un grande talento, propone sempre brani molto particolari, intensi e mai banali. Lo trovo decisamente bravo ma non è il tipo di cantautore che ascolterei di mia spontanea volontà. Nel contesto sanremese può spiccare per sensibilità e spessore e di certo non lo metto tra i peggiori ma nemmeno credo abbia quel quid per aspirare al podio.

Elio e Le Storie Tese continuo a faticare a giudicarli in questa edizione. Il loro brano rimane nel limbo, nè ballata, nè veloce, nè seria, nè allegra… un saluto che avrebbe potuto essere migliore avessero puntato su un versante o sull’altro. Da loro non ci si aspetta mai canzoni normali, lo dimostra anche la loro storia al Festival.

I giovani invece mi avevano colpito sin dalle prime esibizioni. Il verdetto per me è giusto, ci può stare, nonostante io tifassi apertamente per il romano Mirkoeilcane (che però ha vinto meritatamente il Premio della Critica). Ultimo però ha un brano solido, che arriva dritto, il suo cantato è moderno, l’arrangiamento davvero bello, con i fiati a colorare il pezzo a dovere. La vittoria finale può essere un buon viatico per la sua piena affermazione.

Dividendo per fasce come stanno facendo i conduttori dal primo giorno per dare delle indicazioni al pubblico, faccio anch’io così per delineare i miei gusti.

FASCIA BLU: Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico; Max Gazzè; Diodato e Roy Paci; Enzo Avitabile e Peppe Servillo; Luca Barbarossa; Ermal Meta e Fabrizio Moro; Decibel

FASCIA GIALLA: Noemi; Lo Stato Sociale; Nina Zilli; Annalisa; The Kolors; Renzo Rubino; Ron

FASCIA ROSSA: Elio e le Storie Tese; Red Canzian; Mario Biondi; Le Vibrazioni; Giovanni Caccamo; Roby Facchinetti e Riccardo Fogli

 

 

Sanremo al rush finale: ecco le mie impressioni e i miei pronostici.

Per la prima volta dopo tanti anni, ho seguito il Festival di Sanremo a tratti, sovrastato da stanchezza e altri impegni.

Certo, qualcosa in diretta ho sentito ma il più delle volte mi sono avvalso di recuperi dal web, di video già dalle prim’ore dopo le esecuzioni disponibili su youtube, partecipando piuttosto passivamente (non avendo visto del tutto le serate live)  pure al giochino – ultimamente un po’ stucchevole – della ricerca della “battuta facile”, ironica, sarcastica, spesso velatamente condita da offese su questo o l’altro artista.

Chiaro, anch’io sin dagli eroici anni universitari, mi dilettavo con gli allora compagni d’appartamento a commentare, a volte entusiasta, altre sconcertato o irriverente, le performance o i look dei cantanti in gara, ma ora mi pare ci sia gente che della musica italiana gliene freghi ben poco e si atteggi e basta.

Io non ho di questi problemi, passando da ascolti compulsivi di musica indie, d’autore e ricercata a quella più smaccatamente pop. E in fondo tutti sanno, perché Sanremo non è cambiato di una virgola, che questo Festival non è “solo” musica, ma anche spettacolo, intrattenimento, lustrini e paillettes.

Venendo finalmente alle canzoni, ammetto che un po’ mi spaventava l’eccessiva infornata di artisti usciti dai talent.

Non sono integralista, ben vengano le commistioni e che si dia uno sguardo a ciò che “vende” di più, ma allora sarebbe giusto che ci fosse un giusto mix tra classici, emergenti “veri”, fuoriusciti dai talent e altri appartenenti al rango della musica su citata che prediligo. Invece la fetta destinata (?) alla musica indipendente è stata fagocitata e in tal senso l’ultima edizione che davvero mi ha convinto è stata quella del Fazio Bis, con a fianco di cantanti mainstream, altri di area alternativa come Riccardo Sinigallia, i Perturbazione, The Niro o Diodato, ma in fondo anche il buon Cristiano De Andrè.

Al di là che non avessero fatto domanda o che gliene importi una mazza di un evento del genere, mi sarebbe piaciuto vedere sul palco gente come Brunori, Mannarino o i Baustelle, freschi di convincenti (dal mio punto di vista) lavori discografici.

Accontentandoci di quello che passava, e bando ai pregiudizi, sapevo che lo spettacolo sarebbe stato comunque televisivamente appetibile, con due mostri sacri come Carlo Conti e la De Filippi.

Le canzoni – come sempre accade – con gli ascolti si insinuano, si fanno più interessanti.

Però anche da parte di chi partiva coi chiari favori del pronostico, alludo principalmente a Fiorella Mannoia e a Sergio Sylvestre, sono mancati a mio avviso gli acuti (in senso metaforico).

Probabilmente lo stesso arriveranno per loro dei premi, in fondo non ci sarebbe da gridare allo scandalo, ma in partenza pensavo a qualcosa di diverso.

Iniziamo dalle Nuove Proposte, sicuramente più valorizzati rispetto alla crudelissima formula dei due anni precedenti che prevedeva scontri diretti. Tutti si sono esibiti, hanno avuto il loro quarto d’ora di celebrità (orologio alla mano, un po’ meno) e pochi – rispetto agli anni d’oro, tipo i ’90 quando il vivaio sanremese sfornava talenti a ripetizione – rimarranno nel tempo.

Dubito anche che usciranno da qui dei nuovi Gabbani o Meta, che come vedremo ben si stanno disimpegnando fra i “grandi”.

Vince Lele con merito, e non solo perché viene da Amici, come subito sottolineato dai malpensanti che auspicavano la vittoria di Maldestro, giunto invece secondo.

Chiaro, il secondo – scusate il gioco di parole – era l’opposto del giovane virgulto “defilippiano”,  essendo già noto nei “miei” ambienti, con un suo seguito e una sua credibilità artistica, però secondo me non aveva sul palco quel “quid”, non l’ho visto a suo agio come successe ad esempio al grande Zibba quando giunse anch’egli secondo dietro allo scoppiettante Rocco Hunt ma facendosi comunque notare (era appunto l’edizione Faziana, quella a cui alludeva prima)

Gli altri due hanno cantato brani in linea con la tradizione, personalmente Guasti non mi ha trasmesso nulla, mentre se non altro Lamacchia qualche emozione sincera l’ha lasciata trasparire. Il suo brano in questo contesto mi piaceva, ma era forse sin troppo demodè.

Nemmeno gli eliminati tra i Big mi hanno sorpreso più di tanto, come ho già scritto in sede di commenti, pur con i distinguo del caso.

Le due coppie, fatte fuori alla prima tornata, c’entravano assai poco col contesto. Se almeno il pezzo di Nesli e Alice Paba aveva un buon ritornello (in cui di contro veniva meno il concetto di duetto, visto che la flebile voce dello pseudo rapper era sovrastata da quella della vincitrice di The Voice) e in radio potrebbe funzionare, quello di Raige e Georgia Luzi ha fatto acqua da tutte le parti.

Leggo commenti sbigottiti sulle eliminazioni dei tre grandi classici e della Ferreri. Musicalmente forse avrei dato una chance perlomeno a Ron (in una qualsiasi gara “qualitativa” avrebbe sbaragliato un Bernabei, per dire), mentre Al Bano e Gigi D’Alessio hanno presentato delle canzoni sin troppo in linea con la tradizione. Onore a Carrisi, il suo è un brano di buon livello ma l’ha cantato in tono dimesso, non sembrava certo in formissima (e comunque tornare sul palco dopo i noti problemi di salute che l’hanno colpito è stato ammirevole da parte sua). D’Alessio aveva un testo interessante e molto personale ma non corredato da ‘sta gran melodia, era troppo ingabbiato, senza scossoni.

Diverso il discorso su Giusy, il cui brano molto probabilmente si farà ampia strada tra i singoli e in radio ma che dal vivo non ha reso, complice delle interpretazioni precarie, direi sconcertanti.

I miei pronostici della vigilia andavano alla Mannoia (sai che novità!) e la rossa non si può dire che abbia sbagliato pezzo. Le stimmate del brano vincitore sono ben visibili, ma mi sarei aspettato qualcosa di meno “retorico” e buonista. Non una rivoluzione ma già la canzone recente che ha interpretato per la colonna sonora del film “Perfetti Sconosciuti” mi pareva più incline alle sue corde.

Credo sul podio ci finirà anche Ermal Meta e la cosa mi farebbe molto piacere. Sin dai tempi del suo gruppo “La Fame di Camilla”, con cui giocò un Sanremo Giovani all’altezza nel 2010, il cantautore albanese dimostra di saperci fare con le parole e le melodie. Qui ha puntato più in alto con un brano non facile ma di grande impatto, senza tener conto del figurone fatto nella serata delle cover, dove ha giustamente vinto.

Al terzo posto metterei uno tra Fabrizio Moro, in grado sempre di trasmettermi tutte le emozioni che riversa nei suoi pezzi e nel cantato sofferto, Francesco Gabbani, la cui canzone è assolutamente irresistibile e una rediviva Paola Turci, in autentico stato di grazia.

Ho apprezzato anche le canzoni di Masini e Zarrillo, pur riconoscendo che non abbiano portato i brani “della vita”… almeno il primo ha rischiato, interpretando un brano lontano dai suoi canoni.

Sergio creda abbia gettato al vento un’occasione importante. Poi magari vincerà, l’accoglienza del pubblico è stata ottima. Però, ragazzone, Madre Natura ti ha fatto dono di una voce stupenda e se non ti sai scrivere le canzoni, devi almeno sapertele scegliere. Uno che ha note soul così evidenti, capace di cantare indistintamente John Legend o Barry White, non può trovarsi a tentare note altissime, urlando stonato e forzando la voce in un falsetto innaturale.

Gli altri in gara non mi hanno suscitato chissà cosa. Lodovica Comello è carina, fa tenerezza ma la sua canzone è leggerina, con pochissima sostanza. Michele Bravi canta benissimo, la voce può piacere o meno ma umanamente mi fa simpatia e la sua storia è quella di uno cui i talent hanno più nuociuto che altro. Chiara sa cantare ma ha poco peso specifico, specie in gare come questa. Stesso discorso vale per Elodie, la cui presenza scenica e sicurezza nel canto non basta, quando hai un pezzo monocorde, ripetitivo e noioso.

Per Clementino applico il discorso fatto per Michele Bravi, pur partendo da contesti diversi.  E’ uno vero, ha la faccia simpatica e pulita. Purtroppo non ha osato molto, aveva un tema che si prestava a un testo più profondo e meno all’acqua di rose. Se sei rapper, e lui è davvero partito dal basso, te lo potevi permettere.

Non riesco proprio a trovare qualcosa di interessante in Alessio Bernabei. Oltre ad avere spocchia –  ok, dovrei evitare di giudicare simili aspetti – e una certa padronanza del palco, non trovo in lui grandi qualità. Non ha una gran voce, di quelle che si fanno ricordare per l’originalità o il tratto, ma soprattutto non ha le canzoni, tutte annacquate da arrangiamenti “moderni”, a nascondere una povertà di idee lampante.

Chiudo con la più bersagliata dal mondo social: Bianca Atzei. Ovvio, anche a me da’ fastidio sapere che sotto c’è una macchina discografica massiccia che ce la sta imponendo a forza in tutte le salse, in tutti i programmi, in tutte le manifestazioni. Visto che mi sono affidato in precedenza a  soggettivissime valutazioni “ a pelle” nei confronti di altri, va beh, dico che lei non è che ti ispiri tutta questa empatia, però arrivare a pensare che ieri durante la sua esibizione abbia fatto finta di commuoversi fin quasi alle lacrime per far presa sulla giuria e sul televoto mi pare francamente eccessivo. La sua è una canzone ariosa, fuori tempo massimo e con un testo che forse Kekko avrà scritto per la fidanzatina quando stava alle Medie, ma lei canta bene e in queste vesti è credibile.

La mia prima esperienza al Premio Tenco. Dove si celebra da 40 anni la miglior canzone d’autore italiana, e non solo

Come accennato nel post precedente, dedicato alla ripresa del mio programma radiofonico Out of Time, in onda su yastaradio.com, nel weekend scorso sono stato ospite al Teatro Ariston in occasione del Premio Tenco, la più importante e prestigiosa rassegna sulla canzone d’autore italiana, giunta alla sua 40a edizione.

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Era la mia prima volta da giurato, la mia prima volta a Sanremo, la mia prima volta in quello storico teatro, conosciuto ai più per la storica gara canora che si tiene a febbraio, ma per i più attenti cultori noto anche per l’altrettanto storica (ormai) rassegna in memoria di Luigi Tenco, che proprio nella cittadina ligure decise di porre fine alla sua vita, nel 1967.

Inutile dire che l’emozione mia è stata tanta, tangibile, per quanto io non sia tipo da esternare, e anche se per motivi di lavoro e altri impegni, non ho potuto assistere a tutte e tre le serate dedicate, devo dire che quella di venerdì 21 è riuscita appieno a soddisfare i miei palati musicali, non tradendo le mie aspettative. E spero vivamente di poter dare il mio contributo di appassionato ascoltatore e cultore di certa musica italiana, anche l’anno prossimo.

Il Club Tenco, il cui responsabile artistico è il noto giornalista musicale Enrico De Angelis, ha allestito una tre giorni ricca, non mancando di omaggiare Luigi nella serata conclusiva di sabato 22, con la presenza di tantissimi artisti ad alternarsi per cantare le sue più leggendarie canzoni.

Ottima musica, della più varia, sprigionata su quel palco che, se dalla tv appare grande, finanche maestoso, dal vivo ha assunto contorni diversi, dando anzi l’effetto di grande intimità e calore.

Niccolò Fabi, giustamente riconosciuto come erede legittimo dei grandi cantautori italiani

Niccolò Fabi, giustamente riconosciuto come erede legittimo dei grandi cantautori italiani

Purtroppo non c’era pieno, e se da una parte me l’aspettavo – non si trattava certo di musica commerciale o della più conosciuta alla massa – dall’altra penso che molti, soprattutto locali – io per dire sono partito dalla mia Verona – abbiano perso l’occasione di gustarsi un ottimo spettacolo, ben condotto in ogni sua parte dal brillante Antonio Silva. Una serata interessante dal punto di vista musicale, e non solo nel vedere passare in rassegna i vincitori delle varie categorie (nella serata di venerdì Claudia Crabuzza, vincitrice ex aequo con James Senese della Targa miglior album in dialetto – e lingue minoritarie, come si è voluto sottolineare, visto che l’algherese altro non era che una versione locale del catalano; Paolo Sentinelli in rappresentanza del miglior brano, essendone autore col compianto Francesco Di Giacomo, e Niccolò Fabi, che si è affermato nella categoria miglior album).

Al di là delle loro esibizioni, tutte convincenti, compresa quella di Andrea Setta in sostituzione di Elio e le Storie Tese, in origine interpreti del brano vincitore “La Bomba Intelligente” (e coinvolgente e toccante in particolare quella di Fabi e la sua giovanissima band), ci sono stati altri momenti da ricordare.

Gianluca Secco, cantautore sui generis, capace di coinvolgere tutti nel suo vortice emotivo di teatro, musica e parole

Gianluca Secco, cantautore sui generis, capace di coinvolgere tutti nel suo vortice emotivo di teatro, musica e parole

Su tutti l’intensità interpretativa e scenica del cantautore/poeta/performer Gianluca Secco, anch’egli vincitore di un Premio Speciale tra coloro che parteciparono a una sorta di concorso/audizione, e abilissimo nel tenere il pubblico inchiodato alla sua esibizione, come rapito da così tante suggestioni. Una resa live che ha premiato maggiormente la forza di un disco già di suo riuscito e pieno di spunti letterari come “Immobile”. Ho avuto anche il piacere di conoscerlo e complimentarmi con lui nel corso dell’esclusiva cena che si è tenuta al termine dello spettacolo al PalaFiori. Una persona riservata, quasi schiva, ma anche presumo pienamente consapevole della sua forza evocativa e delle sue potenzialità.

Come non citare poi l’esibizione del mitico Stan Ridgway, per l’occasione premiato dal critico e scrittore Federico Guglielmi (a proposito, un piacere è stato anche scambiare qualche chiacchiera con lui) e della raffinata portoghese Lula Pena, col suo ipnotico fado.

A colpirmi molto poi sono state anche le canzoni del nuovo album del grande Enzo Avitabile, accompagnato tra gli altri dalla palestinese Amal Markus. Una persona squisita Enzo, così come il fratello Carlo che lo accompagnava alle percussioni, e da tanta sensibilità, non solo artistica, è scaturito un nuovo grande disco, a pochi anni di distanza dal superlativo “Black Tarantella”, col quale aveva ottenuto una Targa Tenco. Che sia prossimo a una nuova affermazione fra 12 mesi, in quella che sarebbe un’edizione carica di significato, visto che cadrebbe a 50 anni dalla morte del grandissimo Luigi.

in grado di tenere magnificamente il Palco e di divertire suonando con passione

la Bandakadabra, in grado di tenere magnificamente il Palco e di divertire suonando con passione

A far divertire il pubblico c’hanno poi pensato il dissacrante Ivan Talarico, in cartellone sin dal giorno precedente, ma che ha fatto capolino di nuovo con le sue bizzarre e demenziali canzoni, e soprattutto la funambolica Bandakadabra, con le sue incursioni e l’allegria contagiosa dei suoi giovani componenti. Sono capitato nel loro tavolo a cena e sono troppo forti, oltre che talentuosissimi!

Insomma, io al Premio Tenco mi sono divertito molto, anche se l’ideale sarebbe tuffarsi in una tre giorni sanremese per poter celebrare al meglio quella che è tutto fuochè musica “vecchia” (o per vecchi) ed elitaria, visto che le belle canzoni sanno arrivare al cuore di tutti.

Recensione del primo libro di Carlo Calabrò: “Sanremo all’inferno e ritorno”. Un interessante e ottimamente documentato viaggio nel tempo alla scoperta delle edizioni più contraddittorie della storia del Festival

Da molto tempo (purtroppo) non scrivevo su questo blog: d’altronde avevo previsto nei mesi scorsi un’impennata dei miei impegni, lavorativi e non, con il timore rivelato poi fondato che mi rimanessero briciole per tenere vivo questo mio spazio virtuale, che con soddisfazione riesce comunque a mantenere interesse nei lettori, almeno da quello che vedo in merito a statistiche su visualizzazioni e quant’altro.

L’occasione di oggi è ghiotta, perchè andrò a parlarvi di un libro che ho amato molto, trovandolo di grande interesse e utilità, essendo un saggio musicale; oltretutto l’ha scritto una persona che stimo e che negli anni ho avuto modo di conoscere meglio, tanto che nel suo caso, visto quanto anche ci confrontiamo pure su temi personali, non ho remore a definire “amico”: Carlo Calabrò, giornalista genovese.

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Carlo si è cimentato, anche dopo implicite o meno sollecitazioni da parte di persone che ben erano al corrente delle sue competenze in materia, in un excursus su quella che si può definire – come lui stesso ha ben sintetizzato – la fase più “oscura” del Festival di Sanremo, andando a ripercorrere nel dettaglio, non lesinando in informazioni e aneddoti riguardanti battaglie organizzative, comunali e liste di esclusi eccellenti, le edizioni che stavano quasi a sancire la fine di un lungo sogno: lo spettro della chiusura dell’intera manifestazione.

Stiamo parlando, come gli affezionati della rassegna musicale più famosa avranno facilmente capito, di quelle edizioni sanremesi che vanno dal 1973 al 1986, inserendo in questo spazio, come ci dice un azzeccato sottotitolo: “Gli anni più bui della rassegna e il luccicante rilancio”. Sì, perchè negli anni ’80, grazie soprattutto all’impegno e alla dedizione alla causa del compianto Gianni Ravera, il Festival pian piano tornerà a occupare posizioni di prestigio nell’esposizione mediatica nazionale, ridotta nei ’70 a un lumicino, con intere edizioni trasmesse a singhiozzo. Già primo un altro indimenticato autore e conduttore, Vittorio Salvetti, seppe tenere in vita la gara, pur non contando su grossi aiuti dall’esterno.

Il libro, pubblicato per il momento nella sola versione ebook ha un titolo programmatico: “Sanremo all’inferno e ritorno” , capace di accompagnarci quindi in un lungo viaggio, facendoci addentrare nei meccanismi, nei giochi di potere di quell’epoca, ma soprattutto di riconsegnarci alla memoria tanti artisti che si sono avvicendati in quegli anni, con alterne fortune.  Alcuni di loro sono stati in grado di segnare un’epoca, altri di “tirare la carretta” (e a questi l’autore sembra voler tributare un omaggio sentito, rimarcando più volte la loro importanza ai fini della sopravvivenza di Sanremo in periodi in cui vi era una sorta di “fuggi fuggi” o di ritrosia da parte dei nomi più gettonati), altri infine finiti nel dimenticatoio.

Insomma, un libro prezioso per molti appassionati di musica italiana, ma non solo: interessante anche per coloro che vogliano approfondire un argomento, sì musicale, ma che si intreccia necessariamente con fatti dell’epoca, divenendo quindi “di costume”.

Una nota a margine, di carattere prettamente “tecnico”: per pubblicare questo saggio, Calabrò ha usufruito di una piattaforma di self publishing – nella fattispecie Youcanprint, dal mio punto di vista la migliore – , forse volendo mantenere un profilo basso (che però non è andato assolutamente, come scritto, a scapito della qualità dell’Opera).

Beh, è innegabile vi siano talvolta dei pregiudizi nei confronti di un libro autopubblicato (anche giustificati in alcuni casi, visto che tali servizi rendono possibile ogni sorta di produzione letteraria, senza che vi sia la mediazione di un “vero” editore), ma nel caso del saggio in questione, non ho riscontrato imperfezioni formali, di scrittura, nè (a memoria) quei refusi nei quali possono incappare anche i grossi marchi editoriali. Quindi, davvero… bravo Carlo, con la consapevolezza che un libro simile avrebbe potuto trovare tranquillamente, pur al cospetto di una conclamata crisi nel settore, uno sbocco editoriale tradizionale.

Cala il sipario sul Festival di Sanremo con la meritata vittoria degli Stadio

Ammetto di non aver seguito molto il Festival di Sanremo rispetto alle passate recenti edizioni. Non per snobismo ma più che altro per i postumi di un’influenza che mi ha bloccato a letto, con picchi di febbre molto alti. La concentrazione non era massima insomma, e nemmeno la voglia in fondo, quando stai lì a farti impacchi con il ghiaccio e continui a tossire. Ora per fortuna sto meglio, e va da sè che in ogni caso internet, i filmati in rete e in tv, i programmi e le radio aiutano a recuperare un po’ tutti i momenti salienti.

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Posso dire con fermezza che sin dal primo ascolto il mio pronostico era andato agli Stadio, gruppo che da sempre apprezzo, e quindi la loro vittoria mi ha fatto piacere, specie vedendo con chi nel podio erano arrivati a contendersela.

Credo che Carlo Conti abbia condotto al meglio l’edizione, sempre sul pezzo, puntando sul ritmo e sull’essenzialità, in modo molto sobrio, stile che da sempre lo contraddistingue. Ieri l’ho visto particolarmente a suo agio con gli amici storici, “fratelli” come ama chiamarli lui, Pieraccioni e Panariello.

La vera mattatrice delle serate festivaliere è stata Virginia Raffaele, ieri nei panni di se’ stessa, dopo che aveva imperversato imitando alla perfezione Sabrina Ferilli, Carla Fracci, Donatella Versace e la consueta Belen, suo cavallo di battaglia.

Gabriel Garko ha compensato con la fisicità e l’autoironia alcune pecche e disagi evidenti, ma mi fermo qui, altrimenti poi le mie lettrici potrebbero pensare che sono invidioso 🙂 Mi è parsa comunque più sciolta e spontanea la statuaria, bellissima Madalina Ghenea.

La gara, quindi. Detto degli Stadio, autori come sempre di un brano aggraziato, melodico il giusto e romantico, stavolta sul delicato tema genitori/figli, occorre anche ammettere che forse la vittoria arriva a suggellare una carriera fatta di molti brani preziosi ma che, nella fattispecie, questa loro “Un giorno mi dirai” non vale ad esempio “Lo zaino” con cui fecero commuovere tutti nel 1998.

Non mi sarei aspettato il secondo posto della giovane Francesca Michielin, il suo exploit è dettato da una discreta canzone ma soprattutto dall’interpretazione, dal magnetismo e dalla naturalezza con cui canta. Propone un pop moderno e piuttosto rarefatto come poche altre in Italia, mi viene in mente Meg, per quanto la napoletana sia molto più sperimentale.

Sul podio finiscono anche Giovanni Caccamo e Debora Iurato, con una ballata di Sangiorgi, una canzone che aveva i crismi per puntare al bersaglio grosso ma a mio avviso i due sono ancora acerbi, la vittoria sarebbe stata troppo, anche se il podio ci può stare in questo contesto.

Poi molte sorprese, per quanto la classifica non avesse a questo punto molto senso. Io preferisco sempre ci sia una graduatoria ma forse era più stimolante aver avuto delle indicazioni anche nei giorni scorsi. In ogni caso, se pensiamo che Noemi la prima serata figurava tra gli ultimi 4 della decina proposta, certamente ha avuto una buona impennata arrivando ottava con la raffinata e intensa canzone scritta per lei fra gli altri da un ispirato Masini.

Giusto il quarto posto di Enrico Ruggeri, con un pezzo pop rock contemporaneo e una carica e passione ritrovata, o forse mai sepolta del tutto. Il cantautore ha ancora tante cose da dire. Pare esagerato il quinto posto di Lorenzo Fragola con una ballata piuttosto insipida ma si sa che l’ex vincitore di X Factor gode di un consenso enorme. Io personalmente preferivo la più ritmata “Domani”. Ho sentito molti pareri positivi su Patty Pravo e quindi non stupisce in fondo il suo sesto posto finale, però io francamente sospendo il giudizio perchè, per un motivo o per l’altro, non l’ho mai vista esibirsi. Clementino dal giorno della cover in poi (in cui secondo me doveva vincere con la sua riuscita interpretazione di “Don Raffaè” di Faber, invece anche lì hanno trionfato gli Stadio), ha alzato di molto le sue quotazioni. Il suo brano è molto leggero però se paragonato alla quasi totalità della sua produzione, e anche il messaggio, sì di valore sociale, ma molto all’acqua di rose.

Di Noemi ottava già detto, a colpirmi sono state le posizioni che vanno dalla 9 alla 11. Il giovane napoletano Rocco Hunt secondo alcuni rumors era dato per favorito, e in effetti il suo brano portava scompiglio, allegria e movimento. Sembrava il volto nuovo al momento giusto. Detto ciò, mai avrei premiato come miglior brano il suo rap funky intriso dei soliti messaggi scritti in modo un po’ troppo banale. Stride invece vedere i nomi di Arisa e Annalisa al decimo e all’undicesimo posto. Non avevano brani molto orecchiabili, dal ritornello facile, però hanno cantato benissimo, quello sì. Dei rimanenti, soltanto il penultimo posto di una convincente Dolcenera grida vendetta. Seguo da sempre la cantautrice pugliese e credo che, qualche errore di percorso a parte, sia una delle nostre più valide artiste contemporanee. Ha proposto una ballata dolente, dai toni blues, con inserto di coro gospel. Un brano ben  costruito, interpretato con vigore, personalità e sicurezza, ma non è stato capito, troppo difficile per vaste platee.

Secondo me doveva arrivare ultimo Elio e Le Storie Tese perchè qui hanno toppato. Adoro il gruppo, possiedo i loro dischi e quasi sempre ne condivido le idee e le trovate. Qui mi hanno fatto sorridere e poco più, mancava la canzone, visto che sostanzialmente il loro è stato un pasticcio, nove/dieci stornelli in uno e alla fine non ti è rimasto niente. In modo scontato è arrivata ultima la bistrattata Irene Fornaciari, che però aveva una canzone con un testo di buon impatto, sul dramma dell’emigrazione. Valerio Scanu non ha demeritato secondo me con la canzone scritta per lui da Fabrizio Moro, ha pure cantato egregiamente, ma non gode di molte simpatie.Lui stesso c’è da dire che ha contribuito a fare terra bruciata attorno a sè, anche se qui è parso molto più sorridente e rilassato del solito. Alessio Bernabei non è stato infine premiato dal pubblico. Sin troppo furbetto il suo pezzo, di stampo pop dance, con la produzione ok, l’arrangiamento giusto, in linea con i tempi (tradotto, ha scopiazzato un brano della pop star Ariana Grande) e il ciuffo sbarazzino. Molta forma e poca sostanza nel suo esordio da solista, dopo aver lasciato i Dear Jack. Quelli invece erano stati eliminati prima, assieme al duo degli Zero Assoluto (che però ha portato in gara un brano orecchiabile e gradevolmente pop), ai redivivi Bluvertigo di un Morgan purtroppo non al top della voce e a un deludente Neffa, alla vigilia uno dei miei favoriti ma che poi ho trovato innocuo con la sua canzoncina retrò e stiracchiata, non da lui che è solito ad ogni uscita stupire l’ascoltatore con suoni sempre diversi.

Non so quante di queste canzoni avranno poi concreti risconti radiofonici, viene difficile ipotizzare che qualcuna, compresa quella vincitrice, possa diventare una evergreen. Però il livello generale, in ambito pop, musica leggera ovviamente, non era male, e ripeto sono felice per gli Stadio perchè sono riusciti ancora una volta a emozionare e trascinare, magari non ai livelli della struggente “Sorprendimi”, ma con una ballata dal bellissimo significato e dal testo in cui un padre, ma anche un figlio, può sicuramente immedesimarsi.

La mia intervista a Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione, gruppo che ha appena dato alle stampe il loro atteso nuovo album: “Le storie che ci raccontiamo”

Condivido con gli amici del blog la mia intervista a Tommaso Cerasuolo, cantante dei Perturbazione, gruppo a cui con grande piacere farò da moderatore col pubblico al loro prossimo incontro alla Feltrinelli di Verona in via Quattro Spade (Giovedì 28 alle ore 18). Oltre a parlare del disco nuovo “Le storie che ci raccontiamo”, uscito ieri, 22 gennaio, si esibiranno in un mini set acustico di 4 pezzi nuovi.

http://www.troublezine.it/interviews/20580/perturbazione

Abbiamo avuto modo di chiacchierare col frontman dei Perturbazione Tommaso Cerasuolo, raggiungendolo al telefono per quella che si è rivelata una discussione ricca e piacevole. Un nuovo album è alle porte (“Le Storie che ci raccontiamo”, esce il 22 gennaio per Mescal) e le cose da dire sono decisamente tante.
Tommaso è ancora leggermente convalescente da un’influenza, ma pieno di entusiasmo per l’uscita del singolo anticipatore “Dipende da te”, diffuso proprio il giorno fissato da noi per l’intervista.
Il ghiaccio è stato prontamente rotto, parlando simpaticamente della sua situazione forzatamente “casalinga”…

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Ciao Tommaso, nel farti un grosso in bocca al lupo per una pronta guarigione, ti chiedo se hai avuto modo di tastare “in diretta” il polso della situazione sul nuovo singolo: reazioni, pareri ecc, che idea ti sei fatto a proposito?
Ciao Gianni, beh, mi sembrano buone come prime impressioni…

Appena sentito il brano, ho immaginato potesse essere un singolo perfetto: un bel testo, una melodia ficcante e soprattutto questo suono, molto moderno, o meglio contemporaneo. Che non significa esservi snaturati, però avverto un’attitudine diversa. Ci vuoi dire qualcosa al riguardo?
Grazie delle tue parole. In realtà siamo sempre noi, anche se credo sia naturale cambiare, anzi, sia una cosa necessaria, fisiologica. Di pari passo va anche quella nuova forma di “leggerezza”, derivata anche qui molto semplicemente da un fatto biologico. Siamo invecchiati e si tende a lasciare un po’ da parte la pesantezza, o a dargli un significato diverso, magari accettandola come un fatto a volte connaturato, senza farsi più paranoie. Lo diciamo a chiare lettere nella canzone che anticipa il disco, una sorta di prologo.  Il concetto è proprio quello: ogni cosa dipende da noi. Crescendo non si hanno più alibi o costrizioni, possiamo determinare noi molte situazioni. E’ l’atteggiamento che fa la differenza, il desiderio di giocarsela sempre. Non deve influire il risultato ma come ti piace vivere la tua vita.  Non abbiamo perso la vena malinconica, credo emerga da alcuni testi, canzoni di quel tipo fanno sì che molte persone che ci ascoltino, ci si possano specchiare, immedesimandosi, ma specie nei concerti abbiamo bisogno di dare e ricevere benessere. Credo che anche questo conti col fattore “biologico” (ride, ndr): ci piace scrivere anche pezzi “da lunedì mattina”, che diano forza e carica!

E poi ci sono quei brani dove il mix è particolarmente riuscito, che fanno da sempre parte del vostro repertorio…
Sì, ci sono sempre piaciute quelle canzoni in cui a una melodia vivace, allegra, si sposa un testo che non lo è propriamente, in questo caso penso che il contrasto tra una storia di un certo tipo e un’attitudine musicale diversa sia riuscito in brani come Trentenni, al quale abbiamo omesso l’articolo femminile davanti, anche se è riferito in special modo alle ragazze, o Cinico.

Proprio quel brano, Trentenni, mi pare di aver capito che ti stia a cuore, racconta però una generazione che ormai non ci riguarda (mi ci metto anch’io dentro, visto che vado per i 39…), è già intrisa di nostalgia anche questa?
Riguarda la generazione precedente, però tutto sommato alcune dinamiche sono sempre valide e si ripetono nel tempo. E’ una di quelle canzoni che ha racchiuso il senso del disco. Ci piace molto, ma è un brano forse meno immediato all’ascolto, cucinato a fuoco lento.  Crediamo che la gente vi si possa riconoscere e capirla. Trasmette empatia, lasciando una piccola sorta di inquietudine perché ti accorgi che i conti non tornano. Io e Rossano specialmente abbiamo sempre avuto questa “mania” dell’osservazione, di guardare la realtà attorno e dentro di noi. Uno spunto, un dettaglio, molte canzoni prendono la loro origine da ambientazioni molto vicine, quasi dirette. Possono riguardare non solo noi stessi, quindi essere biografiche, ma anche in modo indiretto le persone che ci sono accanto, o semplicemente leggendo le notizie, annusando l’aria. Amori finiti, il tempo che scorre, tu che ti vuoi rimettere in gioco, riguadagnando il terreno, storie con cui ti ritrovi a fare i conti. E’ la vita stessa, e qui subentra di nuovo quella leggerezza, che non è negativa ma che diventa una misura per sopravvivere, quasi una forma di necessità.

E poi c’è il tema della identità, che mi pare emergere prepotente nella simpatica ma anche triste (a me è venuto da sentirmi solidale col protagonista maschile!) Cara rubrica del cuore. Sono queste le conseguenze di quelle “storie che ci raccontiamo”?
Vedi, sono punti di vista molto diversi a seconda di chi ascolta. Probabilmente le ragazze odieranno quella canzone, e il protagonista verrà additato come il classico stronzo! Alla fine dei brani ci siamo resi conto che era un album mai come stavolta fatto di storie. La canzone che dà il titolo al disco in fondo è venuta tardi ma ha rappresentato il filo conduttore, ha legato assieme tutto il resto. Alla fine ciò che conta è la misura nelle cose. Tema del disco è proprio quello: scoprire la misura tra chi siamo e chi ci raccontiamo di essere. Purtroppo molta gente non è in grado di farlo e finisce quasi inconsapevolmente per essere un immagine non reale di sé stessa. Già a scuola basta poco per essere classificati, se ci pensi. Ti mettono in una casella, ma non è così. Ci sono tantissime sfumature, ti dovrebbero insegnare che non esistono solo il bianco e il nero, ma anche molti tipi di grigio. Gli esseri umani tutti dovrebbero sistemarsi in quella fascia, perché l’animo umano è molto più complesso, ti ritrovi a scoprirlo spesso a tue spese.

Passando a questioni più tecniche, per la prima volta siete “usciti di casa” per registrare il disco, lavorando con Tommaso Colliva a Londra. In qualche modo questo fatto ha influito sull’umore del disco?
Colliva è un produttore che ci è sempre piaciuto. Al di là dei suoi importanti lavori, l’avevamo apprezzato per quanto fatto con Ghemon (che collabora, rappando nella traccia Everest, ndr) e grazie a lui lo avevamo contattato per il nostro disco. Lui ci conosceva e ha risposto subito positivamente, solo che in un primo momento non c’erano i tempi per poterci vedere e mettere al lavoro. Noi in realtà avevamo già da un po’ di tempo iniziato a lavorare sui pezzi, dando loro una direzione piuttosto precisa. Quando Tommaso ci ha ricontattati per dirci che si era liberato, ci ha chiesto espressamente di volare a Londra, visto che lui è di base lì, lavorano molto per i Muse da qualche anno e così, con spirito rinnovato, ci siamo ritrovati nella metropoli londinese. Lui non è uno di quei produttori che arrivano e stravolgono, è invece un che si mette al servizio delle canzoni. Abbiamo lavorato in piena sintonia, Londra c’ha influenzato soprattutto da un punto di vista “dell’energia”!

Nella carriera di un gruppo, specie quando comincia a diventare duratura come la vostra, si sente spesso il bisogno, arrivati a un certo punto, di tirare in ballo il discorso sul “nuovo inizio”. Nel vostro caso poteva essere accaduto con Sanremo, che ha rappresentato una svolta, dandovi ampi consensi di pubblico generalista e grande popolarità. La temuta (per i fans storici) svolta “mainstream” c’è stata in parte, nel senso che avete mantenuto comunque il vostro spirito, ma è indubbio che rivedervi in quattro, senza Gigi e Elena, dà l’idea, anche visivamente parlando, che siamo sì davanti al disco del “nuovo inizio”. Un nuovo percorso che sembra insolitamente sereno…

E’ indubbio che qualcosa sia cambiato, ma quando ci sono questi grandi scossoni non è sempre detto che poi non si possa ripartire ancora meglio. Accade nelle migliori famiglie, non è una frase fatta, lo so per esperienza personale. E noi non solo eravamo percepiti come famiglia, lo eravamo in effetti. Moglie e marito (appunto Gigi e Elena), due fratelli (Rossano e Cristiano), e poi io, Gigi e Rossano che per tantissimi anni eravamo di fatto un tutt’uno, sempre assieme, a condividere mille esperienze, non solo “professionali”, sul palco a suonare, ma proprio di vita, di crescita. E’ andata così, non possiamo rimproverare nessuno. Una frattura come quella familiare, prima che artistica non può non lasciare strascichi, e sono sicuro che Gigi e Elena ora sono più sereni. In realtà qualche sentore che qualcosa di grosso in seno al gruppo si stesse spezzando, era nell’aria da ben prima di Sanremo, però questo lo voglio dire con forza: tutti hanno dato il massimo, senza risparmiarsi. Abbiamo affrontato prima il Festival, poi quel lunghissimo tour e le altre esperienze correlate con grandissima intensità, l’abbiamo presa benissimo. Abbiamo avuto occasione, nello stesso anno, di suonare in contesti diversissimi fra loro, raggiungendo persone tra le più diverse. E questo era una cosa che tutti avevamo sempre sognato di raggiungere. Poi alla fine, qualcuno ha detto basta, ma ci sta, è la vita!
So che può sembrare strano, per chi ci ascolta da sempre, vederci in 4, ma noi abbiamo solo voglia di andare avanti e suonare il più possibile. Ci siamo ritrovati in piena armonia, per questo disco le cose sono filate molto lisce e mi fa piacere che l’ascoltatore possa avvertire una nuova aria. Stefano Milano, il bassista che è stato con noi fino al 2007 (poi sostituito da Alex) di recente ci ha visti e ci ha detto che sembravamo un gruppo “pacificato”. Credo che corrisponda al vero. In 6 sicuramente poteva esserci più varietà ma forse anche meno coesione. Ora siamo più compatti, c’è più unione.

Nel disco compaiono diversi ospiti, una delle quali, la bravissima Andrea Mirò, vi seguirà in tour come musicista aggiunto. Mi puoi dire qualcosa di questa fruttuosa collaborazione?
Andrea è un’artista eccezionale, non solo un’ottima cantante, ma anche una autrice e una polistrumentista preparatissima. Aveva già diretto per noi l’orchestra a Sanremo, ha collaborato al nostro disco, suonando e duettando con me.  Si era creata una grande e naturale intesa tra lei e tutto il nostro gruppo. L’anno scorso avevamo ripreso a suonare qualche data di rodaggio, noi 4, in una versione “garage” dei Perturbazione, giusto per toglierci un po’di ruggine. C’eravamo accorti però che dal vivo mancava qualcosa. Abbiamo chiesto a Andrea se avrebbe avuto piacere di condividere con noi i palcoscenici in vista del prossimo tour e lei c’ha dato piena disponibilità, rispondendo con entusiasmo. E siamo molto soddisfatti di queste prove, non vediamo l’ora di suonare dal vivo tutti insieme.

Un’ultima cosa, se ti va di rispondermi… Ma è vero che avevate proposto un pezzo per partecipare anche all’imminente edizione del Festival di Sanremo? Non vi era bastata la prima volta?
Ti posso rispondere tranquillamente, so che per molti musicisti l’argomento dell’esclusione è un argomento tabù ma noi non ci vergogniamo certo a dire che avevamo presentato un pezzo, proprio Dipende da te: era piaciuta anche molto, ma non è stata selezionata. Pazienza, passano solo poche canzoni, stavolta è toccato ad altri, l’abbiamo presa con molta filosofia. Non avevamo paura di tornare su quel palco… Cioè, la giusta apprensione è normale che ci sia, ma come tanti hanno sottolineato, l’altra volta c’eravamo proprio divertiti, soprattutto perché da lì in poi abbiamo avuto modo di suonare per platee diverse, in contesti molto differenti fra loro, dal Tenco a programmi tv, a Festival anche molto particolari. Noi non abbiamo mai avuto preclusioni, non abbiamo tradito nessuno, a partire da noi stessi e cerchiamo di fare la musica che ci piace. E ora abbiamo una grande carica per questo nuovo tour.

Beh, nell’augurarti una prontissima ripresa, rinnovo l’appuntamento con i nostri lettori, non solo per il tour ma anche per i vari incontri nelle librerie del circuito Feltrinelli…
Certo Gianni, per me sarà un piacere rivederti presto nella tua città. Quella serie di date saranno un ottimo antipasto in vista del vero tour estivo. Avremo modo di parlare col pubblico del nuovo disco ma anche di suonare un piccolo live set acustico. Vi aspettiamo!

E noi saremo presenti a Verona. Un grazie a te Tommaso per la splendida disponibilità e un grosso in bocca al lupo per i vostri progetti futuri
Ecco le date degli incontri alla Feltrinelli:
ROMA
Via Appia Nuova, 427 – Venerdì 22 Gennaio ore 18
TORINO
Stazione Porta Nuova –  Lunedì 25 Gennaio ore 18,30
MILANO
Piazza Piemonte,2 –  Martedì 26 Gennaio ore 18,30
FIRENZE
Piazza della Repubblica – Mercoledì 27 Gennaio ore 18,30
VERONA
Via Quattro Spade, 2 – Giovedì 28 Gennaio ore 18
BOLOGNA
Piazza Ravegnana, 1 –  Venerdì 29 Gennaio ore 18
GENOVA
Via Ceccardi, 16 – Giovedì 4 Febbraio ore 18