Il mio 2016 e i propositi per l’anno nuovo! Buon 2017 a tutti i miei lettori

Vado anch’io a scrivere per gli amici del blog e ovviamente per chiunque abbia piacere a leggermi, un sunto personale di questo 2016.

Dovrei dire che, allargando l’orizzonte e uscendo dal mio guscio, non si è trattato certo di una stagione facile o rassicurante. Una situazione sempre più instabile dal punto di vista sociale ed economico sta in qualche modo condizionando il nostro sentire quotidiano e soprattutto le aspettative per il futuro. Non si vede purtroppo una deriva al pericolo del terrorismo, e con esso la paura generalizzata si sta diffondendo, così come una certa ansia per il futuro.

Sono discorsi troppo grandi, io spero solo che la gente non smetta di perdere il sorriso e la fiducia, cercando sempre di andare avanti a testa alta, nonostante i tanti problemi.

Io nel mio piccolo voglio provare a farlo, come fatto per l’anno appena trascorso. Non posso definirlo a livello individuale un anno negativo, quello no, ma certamente intenso e complicato da gestire.

Mi sono successe molte cose, alcune le ho in qualche modo indirizzate, prendendomi dei seri rischi, però finora il mio bilancio è positivo. Ho cambiato lavoro dopo 8 anni e questo fatto è stato molto rilevante, perchè pur operando nel medesimo settore, questa mia scelta di cambiamento ha di fatto stravolto la mia esistenza, determinando la rinuncia ad abitudini consolidate, oltre che una sicurezza oramai acquisita per la lunga militanza.

Non è stato facile, ho lasciato il sorriso di tanti ragazzi ospitati nelle comunità, che ancora mi vogliono bene e mi chiamano, ho lasciato buoni colleghi e in alcuni casi veri amici.

Eppure sentivo che era il momento giusto per osare, per andarmene da un posto in cui, nel bene e nel male, ormai viaggiavo a occhi chiusi, e buttarmi in un’avventura stimolante ma che sapevo già in partenza avrebbe comportato un grande dispendio di energie, soprattutto mentali, con la presa in carico di un incarico (scusate il gioco di parole) di maggiore responsabilità.

Tutto si è tradotto in una ritrovata gratificazione e una giusta dose di soddisfazione dopo tanto aver seminato, ma è indubbio che sia andato a scapito di un periodo più stressante che mi ha assorbito molto, togliendo inevitabilmente spazio ad altri interessi o comunque limitandolo. In pratica ho scritto poco, e quella che era (ed è da sempre) una passione che si stava pure accompagnando a buoni riscontri, tra libri pubblicati e collaborazioni anche prestigiose con testate nazionali, è diventata ormai un’occupazione a latere, molto marginale purtroppo, sia per il poco tempo obbiettivamente a disposizione, sia per la stanchezza accumulata che mi ha impedito negli ultimi mesi di riprendere con regolarità le mie belle abitudini. So già che si tratta di un periodo di transizione. La voglia e la motivazione ancora mi guidano e non mi hanno abbandonato.

Era però necessario in questi primi 8 mesi dedicarmi in toto, anche più del dovuto, ma proprio perchè l’ho voluto io, nessuno me l’ha imposto, alla mia nuova realtà lavorativa. Io poi cerco sempre di operare secondo il mio stile… come dice qualcuno “educatori si nasce”, e anche se ora sono responsabile di unità operativa e referente di un’altra comunità, in un contesto molto più grande rispetto a dove avevo sempre lavorato, non ho smarrito le mie caratteristiche. Non riesco a percepire le mura in cui lavoro come “istituzionali”, mi piace sempre pensare che certe strutture che accolgono soggetti con le patologie più disparate, dall’autismo alla schizofrenia, dagli innesti psichiatrici alle turbe del comportamento, debbano rappresentare dei poli famigliari, degli approdi felici per persone in difficoltà.

E sono contento di averci sempre visto giusto, dacchè mi sono laureato ormai quasi 15 anni fa, scegliendo di lavorare con realtà attentissime da questo punto di vista, in cui non solo eticamente ci si comporta secondo coscienza, ma proprio si riversa qualcosa in più, direi quasi affetto, verso l’altro, se non fosse che potrei essere “accusato” di essere un inguaribile idealista romantico.

Non me ne vergogno, così fosse, e anzi, rivendico queste qualità; mi dispiace che anche nel 2016 siano saliti agli onori della cronaca tanti episodi incresciosi che riguardano il mondo socio-sanitario: per me è inaudito che soggetti simili a quelli che abbiamo conosciuto in tv possano anche solo rimettere piede nel luogo di lavoro. Ci vogliono misure drastiche, altrochè.

Va beh, poi non c’è stato solo il lavoro, ovvio… Proprio nel 2016 io e mia moglie ci siamo concessi due momenti di vacanza. Siamo tornati nella splendida Puglia (terra d’origine della mia dolce metà) e abbiamo soggiornato per la prima volta in una Polignano a Mare da sogno, per poi visitare tanti altri luoghi bellissimi. Eravamo a casa, così ci siamo sentiti, come sempre d’altronde quando scendiamo.

A novembre invece siamo stati a Roma e, per quanto se ne vogliano mettere in luce negli ultimi tempi solo brutture e disservizi, per noi resta sempre una città unica, la più bella del Mondo!

Tornando a questioni più personali, quest’anno nonostante appunto abbia “trascurato” la mia attività parallela di scrittore, ho avuto comunque buone soddisfazioni. Per la prima volta, dopo 4 libri pubblicati con una casa editrice “vera”, di quelle che vendono libri e ti corrispondono i diritti d’autore, ho deciso per un progetto particolare, di saggistica sportiva, di affidarmi ai servizi on demand, autopubblicandomi con la piattaforma Youcanprint. Devo dire che finora sono stato ripagato, visto che il libro sta vendendo regolarmente, che sono uscite recensioni anche su riviste nazionali e che in generale è stato apprezzato da chi lo ha letto o lo sta facendo. Il tutto senza avere avuto ancora la possibilità di presentarlo in maniera ufficiale.

Ho presentato poi in alcune circostanze i miei libri “vecchi”, addirittura in un’occasione sono stato invitato a parlare del mio primissimo libro, il romanzo Verrà il tempo per noi, edito da Nulla die ormai 5 anni fa! Mi ha fatto un enorme piacere, perchè è una storia che sento ancora molto vicino, seppure avessi iniziato a scriverla tanti anni fa, ben prima di proporla agli editori.

Anche Revolution 90 l’ho presentato di nuovo nel 2016, in una bellissima serata letteraria dalle mie parti, nel veronese. E’ stata una delle più riuscite degli ultimi anni, e sono felice di poterlo dire, grazie anche all’impegno dello storico e giornalista Francesco Occhi e delle sorelle Moira e Angelica Cappellari.

Poi su questo progetto sono stato intervistato in radio nazionali e, insomma, credo che con tutti i pregi e i difetti che possa aver avuto il mio saggio sulla musica italiana degli anni ’90, sia anche grazie ad esso che io sia arrivato ad aver la possibilità di figurare tra i giurati dell’ambito premio Tenco, dedicato ai migliori dischi ed esponenti della musica d’autore italiana.

Sono stato segnalato e accolto nel grande ma allo stesso tempo esclusivo Club e per me, che appunto non opero a tempo pieno in ambito musicale, è stato assolutamente un motivo di orgoglio. E’ stato bellissimo contribuire, con ascolti e giudizi, andare al Teatro Ariston a  Sanremo, assistere a uno spettacolo che meriterebbe maggiore esposizione mediatica, conoscere tante belle persone del settore, musicisti e non.

Anche per questo non voglio smettere di scrivere di musica, ma più in generale delle mie passioni. Ho una nuova storia che aspetta solo di essere tradotta in parole su carta (e come vedete, le parole… non mi mancano 🙂  ), e il momento è finalmente arrivato.

E’ un carburante per la mia esistenza, un’urgenza, qualcosa che mi piace accostare alla parte più razionale di me, al lavoro principale e agli impegni quotidiani. Lo stesso vale per il teatro, in cui per di più posso condividere il percorso con una persona speciale, mia moglie Maria Teresa (anche se chi mi legge la conosce meglio come Mary).

Proprio lei, Mary, assieme alla mia famiglia e agli amici più cari, rappresenta ciò che ho di più importante.

Mi sembrano lontanissimi, per fortuna, i periodi più bui della mia vita, quelli in cui ho letteralmente lottato per “rimanere”, nel 2012 e 2013. Ho superato due brutte malattie grazie al tanto amore ricevuto. Le medicine, le cure e infine l’operazione erano necessarie e i medici che mi hanno seguito non hanno sbagliato nulla, nemmeno nei momenti più delicati, ma fondamentale è stata anche la mia predisposizione d’animo, la mia forza interiore, come mi hanno sempre detto. E questa mi deriva solo dall’amore che ricevo nelle sue varie forme.

Rimango sempre all’erta… tradotto: faccio controlli periodici e resto coi piedi per terra ma di fatto, visto che di bilancio si tratta, il 2016 dal punto di vista della salute è filato liscio, e mi ha lasciato inoltre in dote per il 2017 una grandissima speranza che a un certo punto mi sono imposto (e con me mia moglie) non fosse del tutto spenta.

E ora davvero abbiamo un motivo in più, molto valido, per augurarci che il 2017 alle porte sia un buon anno.

Ed è quello che, dal profondo del mio cuore, voglio allargare a tutti voi… che sia un 2017 in grado di regalarvi gioia e tranquillità.

a presto

G.G.

Quante polemiche sul Concertone del Primo Maggio! Solo a me piace ancora ascoltare certa musica?

Lo ammetto, da nostalgico quale sono, e da sentimentale in genere: credo che le migliori edizioni del Concertone del Primo Maggio – quello in onda da Roma, per capirci – siano state quelle degli anni ’90, quando sembrava ci fosse un’alzata di cori genuini in merito a tematiche sociali che in teoria sempre dovrebbero essere preminenti, in primis ovviamente quella del lavoro.

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Non sono ingenuo e ben presto ho capito come in realtà ci siano molti interessi legati a una promozione in alcuni casi “esagerata”, data da un’esibizione fatta davanti a milioni e milioni di telespettatori, con conseguente sdegno di chi – ancora oggi, è capitato ad esempio ai Marlene Kuntz, una delle nostre migliori espressioni rock da 20 anni e oltre a questa parte, o ieri, pensiamo agli Afterhours – si vede scippato parzialmente di questa ghiottissima opportunità, magari con una performance troncata dall’incombente incedere  delle pubblicità.

Solitamente però non mi faccio tutte ste pippe mentali: leggo assurdi contributi (post,  commenti) nati solo per criticare, bistrattare, umiliare questo o quell’artista che anche quest’anno, fuori tempo massimo vedendo il tristissimo scenario attuale in ambito culturale e sociale, ha voluto calcare quel palco.

Magari sono artisti che già ci sono passati con alterne fortune, magari sono altri che pagherebbero oro per andarci, magari sono semplicemente “leoni da tastiera” che, per lo stesso astruso meccanismo, si ostinano a guardare controvoglia (ma sarà davvero poi così?) l’evento per poi atteggiarsi a portatore di verità assolute, stroncando tutti. E vale anche se si parla di X Factor, The Voice, il Festival di Sanremo, come se davvero NULLA ma proprio nulla fosse di gradimento a un qualsiasi orecchio.

L’ho detto in apertura di post: io per primo sostengo la “causa” degli anni ’90, credo che quel tipo di fermento difficilmente si potrà più ricreare, però cazzo, proprio perchè ormai ci siamo disabituati a sentire la musica in tv, che non sia quella preconfezionata, “di plastica” propinataci dai mille mila talent show, io attendo sempre di ascoltare quegli artisti che mantengono ancora quell’aurea di “alternativa”.

Poi anch’io faccio zapping all’ennesima tarantella, al discorso prolisso e retorico, e agli slogan facili, forse perchè non li percepisco sinceri, però riesco ancora a tirare una boccata d’aria quando vedo appunto i già citati Marlene (comprendendone appieno lo sfogo, visto che anch’io, comodamente dal salotto di casa, attendevo di farmi per l’ennesima volta cullare dalla splendida “Nuotando nell’aria”), gli amici Perturbazione – splendidi e come sempre di un’umiltà e gentilezza senza eguali -, il must Vinicio Capossela, di cui trepidamente aspetto il nuovo disco per stupirmi come la prima volta che lo ascoltai, l’eterno giovane Max Gazzè, il tormentato Grignani, che deve accontentarsi delle briciole del pomeriggio solo con chitarra acustica, Fabrizio Moro, l’elegante Gary Dourdan, riuscendo persino a provare tenerezza e empatia per i TheGiornalisti, visibilmente emozionati e altrettanto consapevoli di cosa stavano vivendo, per una tappa importante della loro carriera.

Insomma, lunga vita al Concertone, con tutti i suoi pregi e difetti, le macchinazioni, le furberie e i magna magna… (ecco, così ho completato l’elenco nero), e anche se ogni anno mi beccherò il grande Enzo Avitabile o i Modena, gli stessi che un tempo facevano palpitare il mio animo barricadero a suon di “Bella Ciao” e “Cento Passi”, beh, mi limiterò a sorridere, ma dopo le prime note sarò di nuovo idealmente sotto al palco a ballare e scatenarmi!

La mia intervista a Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione, gruppo che ha appena dato alle stampe il loro atteso nuovo album: “Le storie che ci raccontiamo”

Condivido con gli amici del blog la mia intervista a Tommaso Cerasuolo, cantante dei Perturbazione, gruppo a cui con grande piacere farò da moderatore col pubblico al loro prossimo incontro alla Feltrinelli di Verona in via Quattro Spade (Giovedì 28 alle ore 18). Oltre a parlare del disco nuovo “Le storie che ci raccontiamo”, uscito ieri, 22 gennaio, si esibiranno in un mini set acustico di 4 pezzi nuovi.

http://www.troublezine.it/interviews/20580/perturbazione

Abbiamo avuto modo di chiacchierare col frontman dei Perturbazione Tommaso Cerasuolo, raggiungendolo al telefono per quella che si è rivelata una discussione ricca e piacevole. Un nuovo album è alle porte (“Le Storie che ci raccontiamo”, esce il 22 gennaio per Mescal) e le cose da dire sono decisamente tante.
Tommaso è ancora leggermente convalescente da un’influenza, ma pieno di entusiasmo per l’uscita del singolo anticipatore “Dipende da te”, diffuso proprio il giorno fissato da noi per l’intervista.
Il ghiaccio è stato prontamente rotto, parlando simpaticamente della sua situazione forzatamente “casalinga”…

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Ciao Tommaso, nel farti un grosso in bocca al lupo per una pronta guarigione, ti chiedo se hai avuto modo di tastare “in diretta” il polso della situazione sul nuovo singolo: reazioni, pareri ecc, che idea ti sei fatto a proposito?
Ciao Gianni, beh, mi sembrano buone come prime impressioni…

Appena sentito il brano, ho immaginato potesse essere un singolo perfetto: un bel testo, una melodia ficcante e soprattutto questo suono, molto moderno, o meglio contemporaneo. Che non significa esservi snaturati, però avverto un’attitudine diversa. Ci vuoi dire qualcosa al riguardo?
Grazie delle tue parole. In realtà siamo sempre noi, anche se credo sia naturale cambiare, anzi, sia una cosa necessaria, fisiologica. Di pari passo va anche quella nuova forma di “leggerezza”, derivata anche qui molto semplicemente da un fatto biologico. Siamo invecchiati e si tende a lasciare un po’ da parte la pesantezza, o a dargli un significato diverso, magari accettandola come un fatto a volte connaturato, senza farsi più paranoie. Lo diciamo a chiare lettere nella canzone che anticipa il disco, una sorta di prologo.  Il concetto è proprio quello: ogni cosa dipende da noi. Crescendo non si hanno più alibi o costrizioni, possiamo determinare noi molte situazioni. E’ l’atteggiamento che fa la differenza, il desiderio di giocarsela sempre. Non deve influire il risultato ma come ti piace vivere la tua vita.  Non abbiamo perso la vena malinconica, credo emerga da alcuni testi, canzoni di quel tipo fanno sì che molte persone che ci ascoltino, ci si possano specchiare, immedesimandosi, ma specie nei concerti abbiamo bisogno di dare e ricevere benessere. Credo che anche questo conti col fattore “biologico” (ride, ndr): ci piace scrivere anche pezzi “da lunedì mattina”, che diano forza e carica!

E poi ci sono quei brani dove il mix è particolarmente riuscito, che fanno da sempre parte del vostro repertorio…
Sì, ci sono sempre piaciute quelle canzoni in cui a una melodia vivace, allegra, si sposa un testo che non lo è propriamente, in questo caso penso che il contrasto tra una storia di un certo tipo e un’attitudine musicale diversa sia riuscito in brani come Trentenni, al quale abbiamo omesso l’articolo femminile davanti, anche se è riferito in special modo alle ragazze, o Cinico.

Proprio quel brano, Trentenni, mi pare di aver capito che ti stia a cuore, racconta però una generazione che ormai non ci riguarda (mi ci metto anch’io dentro, visto che vado per i 39…), è già intrisa di nostalgia anche questa?
Riguarda la generazione precedente, però tutto sommato alcune dinamiche sono sempre valide e si ripetono nel tempo. E’ una di quelle canzoni che ha racchiuso il senso del disco. Ci piace molto, ma è un brano forse meno immediato all’ascolto, cucinato a fuoco lento.  Crediamo che la gente vi si possa riconoscere e capirla. Trasmette empatia, lasciando una piccola sorta di inquietudine perché ti accorgi che i conti non tornano. Io e Rossano specialmente abbiamo sempre avuto questa “mania” dell’osservazione, di guardare la realtà attorno e dentro di noi. Uno spunto, un dettaglio, molte canzoni prendono la loro origine da ambientazioni molto vicine, quasi dirette. Possono riguardare non solo noi stessi, quindi essere biografiche, ma anche in modo indiretto le persone che ci sono accanto, o semplicemente leggendo le notizie, annusando l’aria. Amori finiti, il tempo che scorre, tu che ti vuoi rimettere in gioco, riguadagnando il terreno, storie con cui ti ritrovi a fare i conti. E’ la vita stessa, e qui subentra di nuovo quella leggerezza, che non è negativa ma che diventa una misura per sopravvivere, quasi una forma di necessità.

E poi c’è il tema della identità, che mi pare emergere prepotente nella simpatica ma anche triste (a me è venuto da sentirmi solidale col protagonista maschile!) Cara rubrica del cuore. Sono queste le conseguenze di quelle “storie che ci raccontiamo”?
Vedi, sono punti di vista molto diversi a seconda di chi ascolta. Probabilmente le ragazze odieranno quella canzone, e il protagonista verrà additato come il classico stronzo! Alla fine dei brani ci siamo resi conto che era un album mai come stavolta fatto di storie. La canzone che dà il titolo al disco in fondo è venuta tardi ma ha rappresentato il filo conduttore, ha legato assieme tutto il resto. Alla fine ciò che conta è la misura nelle cose. Tema del disco è proprio quello: scoprire la misura tra chi siamo e chi ci raccontiamo di essere. Purtroppo molta gente non è in grado di farlo e finisce quasi inconsapevolmente per essere un immagine non reale di sé stessa. Già a scuola basta poco per essere classificati, se ci pensi. Ti mettono in una casella, ma non è così. Ci sono tantissime sfumature, ti dovrebbero insegnare che non esistono solo il bianco e il nero, ma anche molti tipi di grigio. Gli esseri umani tutti dovrebbero sistemarsi in quella fascia, perché l’animo umano è molto più complesso, ti ritrovi a scoprirlo spesso a tue spese.

Passando a questioni più tecniche, per la prima volta siete “usciti di casa” per registrare il disco, lavorando con Tommaso Colliva a Londra. In qualche modo questo fatto ha influito sull’umore del disco?
Colliva è un produttore che ci è sempre piaciuto. Al di là dei suoi importanti lavori, l’avevamo apprezzato per quanto fatto con Ghemon (che collabora, rappando nella traccia Everest, ndr) e grazie a lui lo avevamo contattato per il nostro disco. Lui ci conosceva e ha risposto subito positivamente, solo che in un primo momento non c’erano i tempi per poterci vedere e mettere al lavoro. Noi in realtà avevamo già da un po’ di tempo iniziato a lavorare sui pezzi, dando loro una direzione piuttosto precisa. Quando Tommaso ci ha ricontattati per dirci che si era liberato, ci ha chiesto espressamente di volare a Londra, visto che lui è di base lì, lavorano molto per i Muse da qualche anno e così, con spirito rinnovato, ci siamo ritrovati nella metropoli londinese. Lui non è uno di quei produttori che arrivano e stravolgono, è invece un che si mette al servizio delle canzoni. Abbiamo lavorato in piena sintonia, Londra c’ha influenzato soprattutto da un punto di vista “dell’energia”!

Nella carriera di un gruppo, specie quando comincia a diventare duratura come la vostra, si sente spesso il bisogno, arrivati a un certo punto, di tirare in ballo il discorso sul “nuovo inizio”. Nel vostro caso poteva essere accaduto con Sanremo, che ha rappresentato una svolta, dandovi ampi consensi di pubblico generalista e grande popolarità. La temuta (per i fans storici) svolta “mainstream” c’è stata in parte, nel senso che avete mantenuto comunque il vostro spirito, ma è indubbio che rivedervi in quattro, senza Gigi e Elena, dà l’idea, anche visivamente parlando, che siamo sì davanti al disco del “nuovo inizio”. Un nuovo percorso che sembra insolitamente sereno…

E’ indubbio che qualcosa sia cambiato, ma quando ci sono questi grandi scossoni non è sempre detto che poi non si possa ripartire ancora meglio. Accade nelle migliori famiglie, non è una frase fatta, lo so per esperienza personale. E noi non solo eravamo percepiti come famiglia, lo eravamo in effetti. Moglie e marito (appunto Gigi e Elena), due fratelli (Rossano e Cristiano), e poi io, Gigi e Rossano che per tantissimi anni eravamo di fatto un tutt’uno, sempre assieme, a condividere mille esperienze, non solo “professionali”, sul palco a suonare, ma proprio di vita, di crescita. E’ andata così, non possiamo rimproverare nessuno. Una frattura come quella familiare, prima che artistica non può non lasciare strascichi, e sono sicuro che Gigi e Elena ora sono più sereni. In realtà qualche sentore che qualcosa di grosso in seno al gruppo si stesse spezzando, era nell’aria da ben prima di Sanremo, però questo lo voglio dire con forza: tutti hanno dato il massimo, senza risparmiarsi. Abbiamo affrontato prima il Festival, poi quel lunghissimo tour e le altre esperienze correlate con grandissima intensità, l’abbiamo presa benissimo. Abbiamo avuto occasione, nello stesso anno, di suonare in contesti diversissimi fra loro, raggiungendo persone tra le più diverse. E questo era una cosa che tutti avevamo sempre sognato di raggiungere. Poi alla fine, qualcuno ha detto basta, ma ci sta, è la vita!
So che può sembrare strano, per chi ci ascolta da sempre, vederci in 4, ma noi abbiamo solo voglia di andare avanti e suonare il più possibile. Ci siamo ritrovati in piena armonia, per questo disco le cose sono filate molto lisce e mi fa piacere che l’ascoltatore possa avvertire una nuova aria. Stefano Milano, il bassista che è stato con noi fino al 2007 (poi sostituito da Alex) di recente ci ha visti e ci ha detto che sembravamo un gruppo “pacificato”. Credo che corrisponda al vero. In 6 sicuramente poteva esserci più varietà ma forse anche meno coesione. Ora siamo più compatti, c’è più unione.

Nel disco compaiono diversi ospiti, una delle quali, la bravissima Andrea Mirò, vi seguirà in tour come musicista aggiunto. Mi puoi dire qualcosa di questa fruttuosa collaborazione?
Andrea è un’artista eccezionale, non solo un’ottima cantante, ma anche una autrice e una polistrumentista preparatissima. Aveva già diretto per noi l’orchestra a Sanremo, ha collaborato al nostro disco, suonando e duettando con me.  Si era creata una grande e naturale intesa tra lei e tutto il nostro gruppo. L’anno scorso avevamo ripreso a suonare qualche data di rodaggio, noi 4, in una versione “garage” dei Perturbazione, giusto per toglierci un po’di ruggine. C’eravamo accorti però che dal vivo mancava qualcosa. Abbiamo chiesto a Andrea se avrebbe avuto piacere di condividere con noi i palcoscenici in vista del prossimo tour e lei c’ha dato piena disponibilità, rispondendo con entusiasmo. E siamo molto soddisfatti di queste prove, non vediamo l’ora di suonare dal vivo tutti insieme.

Un’ultima cosa, se ti va di rispondermi… Ma è vero che avevate proposto un pezzo per partecipare anche all’imminente edizione del Festival di Sanremo? Non vi era bastata la prima volta?
Ti posso rispondere tranquillamente, so che per molti musicisti l’argomento dell’esclusione è un argomento tabù ma noi non ci vergogniamo certo a dire che avevamo presentato un pezzo, proprio Dipende da te: era piaciuta anche molto, ma non è stata selezionata. Pazienza, passano solo poche canzoni, stavolta è toccato ad altri, l’abbiamo presa con molta filosofia. Non avevamo paura di tornare su quel palco… Cioè, la giusta apprensione è normale che ci sia, ma come tanti hanno sottolineato, l’altra volta c’eravamo proprio divertiti, soprattutto perché da lì in poi abbiamo avuto modo di suonare per platee diverse, in contesti molto differenti fra loro, dal Tenco a programmi tv, a Festival anche molto particolari. Noi non abbiamo mai avuto preclusioni, non abbiamo tradito nessuno, a partire da noi stessi e cerchiamo di fare la musica che ci piace. E ora abbiamo una grande carica per questo nuovo tour.

Beh, nell’augurarti una prontissima ripresa, rinnovo l’appuntamento con i nostri lettori, non solo per il tour ma anche per i vari incontri nelle librerie del circuito Feltrinelli…
Certo Gianni, per me sarà un piacere rivederti presto nella tua città. Quella serie di date saranno un ottimo antipasto in vista del vero tour estivo. Avremo modo di parlare col pubblico del nuovo disco ma anche di suonare un piccolo live set acustico. Vi aspettiamo!

E noi saremo presenti a Verona. Un grazie a te Tommaso per la splendida disponibilità e un grosso in bocca al lupo per i vostri progetti futuri
Ecco le date degli incontri alla Feltrinelli:
ROMA
Via Appia Nuova, 427 – Venerdì 22 Gennaio ore 18
TORINO
Stazione Porta Nuova –  Lunedì 25 Gennaio ore 18,30
MILANO
Piazza Piemonte,2 –  Martedì 26 Gennaio ore 18,30
FIRENZE
Piazza della Repubblica – Mercoledì 27 Gennaio ore 18,30
VERONA
Via Quattro Spade, 2 – Giovedì 28 Gennaio ore 18
BOLOGNA
Piazza Ravegnana, 1 –  Venerdì 29 Gennaio ore 18
GENOVA
Via Ceccardi, 16 – Giovedì 4 Febbraio ore 18

Svelati i 20 Big di Sanremo 2016. Tanti nomi noti, zero voglia di rischiare. Più talent, meno indie.

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Ieri è stata una di quelle domeniche pre-Natalizie in cui mi è toccato lavorare, anche se per una nobile causa, e questo mi ha evitato di assistere, non solo alla partita della mia squadra del cuore, ma anche al consueto annuncio dei big in gara a Sanremo da parte del  conduttore e direttore artistico Carlo Conti, nel programma “L’Arena” di Massimo Giletti.

Poco male, c’hanno pensato i miei amici internettiani a colmare la mia lacuna, lanciandosi già in commenti, pronostici e spesso accurate considerazioni, come nel caso dell’esperto in materia Carlo Calabrò dalle pagine del suo interessate blog “Note d’Azzurro” http://notedazzurro.blogspot.it/2015/12/sanremo-2016-un-cast-di-big-su-misura.html

Io, gira e rigira, ci ricasco sempre… E’ l’appuntamento  consolidato in sè che più mi avvicina alla kermesse, la sua autorevolezza, la sua storia, seppur macchiata da edizioni in chiaroscuro, la sua affiliazione al costume del nostro spesso vituperato Paese, più che la qualità artistica che ritrovo nella maggioranza della canzoni.

Anzi, a dire il vero, pure per il Festival, è quasi sempre valso nel mio caso, il fattore “contro”: mi ritrovavo a “tifare”, sin da quando piccolissimo lo guardavo a casa con genitori e nonna, i cosiddetti ultimi, gli outsider. Crescendo, raramente, le proposte di Sanremo andavano a collimare con i miei gusti, tendenti a un rock di stampo alternativo o ad altre forme musicali come il folk, il punk, la musica d’autore, i cantautori… Tradotto: viva i vari Subsonica, Afterhours, Marlene Kuntz, Neffa, Pacifico, Timoria, Perturbazione, Elio e Le Storie Tese, Marta sui Tubi (ma anche gente al confine come Bersani, Consoli, Silvestri, Gazzè, Grignani) e via dicendo, che di volta in volta, pur con risultati alterni, hanno tenuto alta la bandiera della musica di qualità.

Poi, da nostalgico quale sono, e da curioso e appassionato della storia della musica (anche) leggera italiana – perchè quello è il nostro background – ho sempre riscontrato qualcosa di buono anche in rappresentati del bel canto all’italiana, fermo restando che, spesso anche nei decenni passati, molti big hanno “scansato” la gara, un po’ come stanno facendo in tempi odierni gente come Tiziano Ferro, Ligabue ecc, che si limitano a parteciparvi in veste di “super ospite”, in una versione che sinceramente non rende giustizia a chi davvero si mette in gioco in gara.

Detta questa ampia premessa, mi pare, scorrendo l’elenco, che Conti abbia voluto proseguire nel segno della continuità con l’edizione precedente, spingendo l’acceleratore ancora di più sul “presente”, con molte escursioni sul mondo dei talent, sempre più “dentro” alla discografia (anzichè fattore esterno e vivo a sè stante) finanche quasi a sostituirla, laddove di dischi se ne vendono sempre meno, se non slegati da contesti dell’attualità strettissima, con fenomeni sempre più da “usa e getta”, mischiati amabilmente ad artisti che invece alla distanza stanno dimostrando di valere qualcosa (vedi il caso di Marco Mengoni).

Detto ciò, e rendendomi conto che mancheranno del tutto gli esponenti del mondo indie, ecco un mio giudizio sulle scelte della commissione artistica.

ANNALISA – prima reazione è stata: “di nuovo a Sanremo???”. Già, a distanza di appena un anno, l’affascinante rossa dall’ugola d’oro, torna sul palco immagino con sempre più sicurezza, alla ricerca presumo stavolta del “colpo grosso”. Come interprete mi piace, e credo abbia da tempo le potenzialità per ambire a una forma canzone più raffinata e meglio costruita rispetto ai testi strappalacrime di Kekko.

ARISA – un’altra che rischia seriamente di passare per “quella che va a Sanremo”… e sarebbe un peccato perchè l’istrionica artista calabrese ha mostrato da tempo di avere una grande personalità e doti che le consentirebbero di costruirsi una valida alternativa anche al di fuori delle mura amiche rivierasche. Fermo restando questa obiezione, penso che legittimamente possa ambire a una nuova affermazione.

ALESSIO BERNABEI no, Carlo Conti, qui hai toppato. Porta pazienza, ma se poteva passare, un paio d’anni fa, la partecipazione di diritto fra i big di Francesco Sarcina de Le Vibrazioni, uno che aveva già un percorso più consolidato, questa vetrina data al giovane ex leader dei Dear Jack, uno che da solista deve ancora pubblicare un singolo che sia uno, pare francamente esagerata. Sembra che a forza si voglia imporlo – come auspicato da più parti – alla stregua di un nuovo Cremonini, ma il cantautore bolognese, appena lasciato i Lunapop, fece capire di che pasta fosse fatto. Gli auguro comunque di fare una buona figura, magari andando al di là dei voti, presumibilmente in massa, delle ragazzine.

CLEMENTINO – non mi posso definire un amante del genere hip hop, ma ne conosco abbastanza i contorni e seguo con interesse il movimento, sin dagli anni ’90, e debbo dire che della nuova ondata dei rapper nostrani, proprio il nome del napoletano Clementino sia uno di quelli più validi. Già molto noto anche in ambito mainstream per le sue varie divagazioni nel genere a fianco di più artisti, mi immagino porterà un brano ficcante e impegnato. Lo ascolterò attentamente.

DEAR JACK – e loro che si ripresentano a distanza di un solo anno, senza il loro storico leader Alessio Bernabei, a cosa dovrebbero puntare? Credo che vogliano proprio dimostrare la loro identità e la loro ragion d’essere, indipendentemente dalla presa sul pubblico di chi li guidava. Discograficamente parlando però, per ora si sono mossi all’insegna di un pop facile facile, adatto per gusti non propriamente fini, e anche contestualizzandoli nel mondo talent, sono stati (giustamente) surclassati dai Kolors, nettamente più validi dal punto di vista tecnico e degli arrangiamenti.

DOLCENERA – guardo sempre con piacere alle prestazioni della grintosa cantautrice pugliese, quasi perfettamente mia coetanea, in possesso di abilità interpretative, compositive e di scrittura sopra la media delle corrispettive pretendenti al ruolo di “Gianna Nannini dei tempi moderni”. In realtà Dolcenera da tempo sta avviando un percorso di affrancamento da certi modelli, tracciando una via molto personale di nuovo pop rock italiano.

ELIO E LE STORIE TESE – mi giunge francamente inaspettata questa partecipazione, piuttosto ravvicinata, degli Elii al Festivalone. Se nella loro ultima performance avevano fatto valere l’attesa, a più di 15 anni dai tempi de “La terra dei cachi”, ora sembra quasi che dopo anni a parlare – specialmente Elio in qualità di giurato (tra l’altro vincente nell’ultima edizione di X Factor con Giò Sada) – vogliano tornare alla musica attiva. Difficilmente mi lasceranno indifferente!

IRENE FORNACIARI – nulla contro di lei, ma onestamente al di fuori di Sanremo, sembra non avere “peso”, né dal punto di vista artistico, né tanto meno da quello commerciale. 5 anni fa non sfigurò neppure, ma ricordo della sua canzone soprattutto l’apporto di Danilo Sacco, all’epoca ancora con i Nomadi, che pur intonando un semplice verso, riuscì a conferire solennità al brano. Lei da sola francamente mi dice poco.

LORENZO FRAGOLA – anche lui tenta il bis, ma lo fa con autorevolezza e con una consapevolezza nuova. Un anno fa accolto con diffidenza, visto che aveva terminato X Factor da vincitore… un quarto d’ora prima, ora può contare sul successo di una hit estiva e su un brano sanremese che alla lunga distanza, figurò tra i più convincenti nella passata edizione.

ROCCO HUNT – una piacevole sorpresa ritrovare, ora in veste di campione, il giovanissimo rapper vincitore un paio d’anni fa nella sezione “Nuove proposte”. Il napoletano già allora vantava un repertorio convincente di storie di strada, tematiche sociali e spunti più disimpegnati. Vedremo se riuscirà a fare meglio dei suoi epigoni rapper della passata edizione, laddove specie Moreno fece flop.

DEBORAH IURATO E GIOVANNI CACCAMO – il mio primo pensiero è stato: “finalmente se ne staranno buone le fans della Iurato!”. Scherzi a parte, le agguerrite sostenitrici della giovane interprete vincitrice ad Amici un paio d’anni orsono davanti ai Dear Jack (che poi la sorpassarono nelle vendite e nei consensi del pubblico), da tempo ne invocavano una presenza sanremese a rivendicarne le qualità e il prestigio. Lo farà accanto a un giovane cantautore (Giovanni Caccamo) che fece benissimo l’anno scorso, trionfando nelle Nuove Proposte con la vivace “Ritornerò da te”, ma che poi incontrò difficoltà ad affermarsi su larga scala. Vedremo come andrà, ma come accoppiata non mi fa impazzire.

FRANCESCA MICHIELIN – l’ancora giovanissima (appena maggiorenne) Francesca Michielin, pare invero una veterana, avendo trionfato a X Factor quando di anni ne aveva appena compiuti 15, e dopo che dai tempi in cui sembrava la “cocca” di Elisa, fatta a sua immagine e somiglianza, di strada ne sta facendo, in proprio o chiamata con successo a duettare con altri artisti. Ulteriore notorietà l’ha acquisita con gli splendidi inserti cantati in due successi di Fedez, ma le sue qualità artistiche sono sotto gli occhi di tutti. Ha scelto un profilo molto basso a livello mediatico, anziché sfruttare l’onda del talent, e ora si rimette in gioco a Sanremo, in un’altra gara che, a occhio e croce, potrebbe regalarle qualcosa di più del ruolo di outsider.

MORGAN E I BLUVERTIGO – c’era davvero bisogno di questa dicitura per annunciare il rientro in pista di un gruppo storico della musica indie rock italiana? Bisognava rimarcare la notorietà acquisita del leader come personaggio televisivo a tutto tondo? Mah, rimango perplesso, un po’ come quando Giò dei La Crus si presentò come “Mauro Ermanno Giovanardi feat. La Crus”. Ma là forse si voleva dare maggiore risalto a Giò, non ancora “forte” mediaticamente da solista, in un momento storico in cui aveva sciolto il suo gruppo, riesumato per l’occasione. Qui la mossa sa più di “furbizia”: Morgan è già famosissimo ai più, e forse riattingere al suo passato glorioso (almeno circoscritto ai territori alternativi) può ridargli quella credibilità musicale, in parte smarrita, ora che da anni è impegnato per lo più a discutere dietro le quinte nei panni dell’esperto e acculturato giudice. Detto questo, Morgan sa scrivere eccome, e mi aspetto un brano particolare e poco incline alla tradizione sanremese.

NEFFA – rompo gli indugi: a pelle sarà lui il mio preferito. Anche se da anni ormai è mischiato fino al collo con la musica più biecamente commerciale, bisogna ammettere che l’ex rapper, ad ogni uscita discografica, riesce a stupire, cambiando pelle sonora ai suoi brani. Che il “ragazzo” abbia dei numeri, è fuori di dubbio, speriamo voglia osare anche su questo prestigioso palco.

NOEMI – da molti accolta come la migliore interprete su piazza, destinata a rinverdire i fasti di una Fiorella Mannoia, per dire, non solo per l’accomunata capigliatura rossa, ma anche per il garbo del bel canto, a me è invece caduta un po’ da quando si atteggia a spocchiosa giudice di The Voice. A Sanremo finora non ha sbagliato un colpo, ma onestamente la preferisco quando canta in modo “sofferto”, acuito dal graffio della sua voce, che non leggero, come nell’ultimo episodio sanremese “Bagnata dal sole”.

PATTY PRAVO – rappresenta quella classicità sanremese che non può mancare in ogni edizione che si rispetti. Personalmente, meglio lei che un Al Bano, anche se da tempo non riesce a fare breccia negli ascoltatori. Restano immutate la sua raffinatezza e intensità interpretative, colte appieno anche nella sua ultima (e poco fortunata) partecipazione con “Il Vento e le rose”.

ENRICO RUGGERI – non credo che il vecchio Rouge mi deluderà, ma su di lui ho le stesse aspettative che potevo riporre in Raf lo scorso anno. Una vecchia gloria, che ho anche a periodi apprezzato e ascoltato tantissimo, ma che da tempo non mi suscita più grosse emozioni.

VALERIO SCANU – non mi stupisce per nulla il suo inserimento in cartellone, anzi, dico la verità, mi fece più scalpore non vederlo presente lo scorso anno, quando fu reduce dal rilancio a Tale e Quale show, proprio sotto l’egida di Carlo Conti. Secondo me Scanu dovrebbe capire cosa fare da grande. Continuare a riempire i giornali e i salotti generalisti di tutta Italia, raccontando le sue storie personali, oppure mettersi d’impegno e cercare una via personale e credibile nella musica leggera italiana? Altrimenti tra poco ce lo ritroveremo a commentare il Grande Fratello al posto di Cristiano Malgioglio.

STADIO – potrei dire di loro le stesse cose appena scritte su Enrico Ruggeri… invece, gli Stadio mi attirano ancora molto e li ascolto sempre con interesse, nella speranza che la voce calda e profonda di Gaetano Curreri tiri fuori qualche altra chicca del suo sconfinato repertorio.

ZERO ASSOLUTO – reduci dal buon successo estivo de “L’amore comune”, con una canzone tormentone che mi ha lasciato tuttavia del tutto indifferente, rieccoli pure a Sanremo dove in precedenza non sfigurarono di certo e dove riproporranno il loro genere, sicuramente personale, ma anche assolutamente immutato nel tempo, come se davvero si fossero fermati agli antichi fasti di un decennio fa.

 

Che bella sorpresa il disco del duo Ducoli.Gaffurini: voce e piano che sanno regalare emozioni autentiche, tra atmosfere notturne, jazzate e vivaci

Ci sono periodi dell’anno in cui ricevo, fisicamente o via mail, moltissimi dischi da ascoltare e, eventualmente, recensire. Altri periodi invece deliberatamente decido di staccare la spina, perchè se è vero che la mia giornata è praticamente sempre scandita dalla musica, questa per me vorrei rimanesse sempre un piacere, e non una sorta di “obbligo”, con il pericolo che poi finisca per prestare poca attenzione a dischi per cui gente si è comunque smazzata, messa in gioco, per arrivare al conseguimento di un obiettivo.

Quindi, per quanto io in fondo sia solo un ascoltatore appassionato, a volte vesto i panni anche del recensore, e da addetto ai lavori, metto sempre davanti l’onestà intellettuale e un certo rigore nell’ascolto. Quando decido di interrompere gli ascolti finalizzati a un giudizio che poi andrà su carta, è solo perchè so che non avrei il giusto tempo o la necessaria concentrazione per mettermi ad ascoltare un disco. Poi mi fa piacere quando ottengo, nel mio piccolo, delle gratificazioni, come l’essere stato coinvolto come giurato nell’assegnazione del premio PIMI per l’album indipendente dell’anno, o quando sono gli stessi artisti che condividono sui propri social network la mia recensione, magari anteponendola a quelle di firme più prestigiose.

Tuttavia, il mese di dicembre, particolarmente gravoso sul piano della mia principale occupazione – quella di educatore formatore – e caratterizzato dall’impegno messo nero su bianco per approntare il mio prossimo libro di saggistica, è stato proprio uno di quelli che mi hanno indotto a dire,seppur a malincuore, stop alla profusione di articoli, recensioni, concerti, oltre a dover posticipare giocoforza il rientro in pista con la mia trasmissione radiofonica “Out of Time”, dai microfoni di Yastaradio.

Sapendo di questa mia esigenza, i buoni amici Riccardo Cavrioli, redattore di Troublezine, per cui collaboro, e Roberto “Dalse” Dal Seno, boss di Yastaradio.com mi hanno assecondato, lasciandomi il tempo di recuperare preziose energie, suggerendomi di tanto in tanto qualche ascolto “disinteressato”.

Così facendo, però, sapevano di smuovermi la scintilla, e difatti prestissimo riprenderò le mie attività!

In una delle ultime visite in quel di Valeggio sul Mincio, dimora del mitico Dalse, tra tanti discorsi su musica e “massimi sistemi”, ecco che a un certo punto l’esperto amico, che ben conosce le mie corde musicali, mi consegna un disco “artigianale”, dicendo di dargli un ascolto, senza doverne necessariamente scriverne, solo se ne valesse per me la pena o se il disco in effetti meritasse.

Riesco a farlo proprio stamattina, in uno scorcio libero da impegni vari, perchè il disco in questione, magistralmente “clandestino” – nel senso che purtroppo è di quelli di cui si ignora l’esistenza – è davvero valido, ricco di spunti, di istanze, di atmosfere, di messaggi, e suonato con grande maestria, scritto ancora meglio e arrangiato in maniera tanto sobria, quanto impeccabile dal punto di vista formale, con tutti gli ingredienti al punto giusto.

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Autopubblicato a nome “ducoli.gaffurini” e dal bizzarro titolo “Gufi, allocchi, barbagianne e altre giovani streghe”, è composto di 8 tracce, nelle quali l’esperto duo omaggia la Barbagianna, il vino bianco prodotto dall’azienda agricola Bragagni di Brisighella e dedicato proprio alle primigenie canzoni del cantautore Alessandro Ducoli, contenute nel suo (ormai lontano) esordio “Rosso”, demotape uscito nel ’94.

Accompagnato dall’amico Valerio Gaffurini al piano, Ducoli trasmette veramente molta passione in brani romantici e sognanti come “Una scintilla”, caratterizzata da un lirismo che ce lo fa accostare ad alcuni episodi del maestro Paolo Conte. Il cantautore avvocato sembra essere una delle maggiori influenze del Nostro, anche in altri brani caratterizzati da aperture jazzate, come in “Questa città non è morta”. Emerge anche l’amore per lo swing e per il cabaret, un po’ come nel primo Vinicio Capossela, che ritroviamo nelle inclinazioni ondivaghe di brani come “Cane” o la trascinante “Mi hanno imbrogliato”. Il piano di Gaffurini prevale maestoso, rendendo densi e profondi gli episodi intitolati “Voglio toccarti”, “Binario morto” (la mia preferita del disco) e quella “Rosso”, così notturna e fumosa, risalente come detto a più di 20 anni fa.

Un disco che il duo intende valorizzare in concerto, andando a ritroso nella loro ventennale carriera, dando modo così al pubblico di scoprire alcune perle del loro vasto repertorio.

 

Musica indie italiana: le mie recensioni in pillole pubblicate sul sito di Troublezine (pt.1)

Ho deciso di raccogliere in questo post le mie varie breve recensioni pubblicate nella rubrica “In pillole” che potete leggere ogni mese sul sito di Troublezine.it dove da tempo collaboro.

Sono tutti dischi di recente uscita, quelli che trovate qui sono stati pubblicati da maggio ad oggi. Gli ultimi miei contributi riguardano i dischi di Emmanuelle Sigal, Paolo Zanardi e i Laurex Pallas.

Buona lettura

Vincenzo Fasano “Fantastico” (Eclectic Circus)
Non sono certo la passionalità e la grinta a mancare nel cantautore mantovano (ma di origini siciliane) Vincenzo Fasano, giunto al secondo lavoro a quattro anni di distanza da “Il Sangue” che lo aveva fatto emergere sino ad approdare tra i 15 finalisti del “Cornetto Summer Festival” due anni dopo. Però questo album dall’evocativo titolo “Fantastico”, seppur prodotto e arrangiato bene, sembra difettare in ispirazione, e questa è un’aggravante non da poco, se si considera un mercato dei dischi sempre più imbalsamato ma allo stesso tempo ingolfato di nuove produzione, piccole, grandi o self che siano. Fasano nel singolo di lancio La mia vita al contrario o nell’introduttiva Il presidente dell’Universo mostra buone intuizioni sia a livello testuale che interpretativo ma poi i suoni si perdono in cose che sanno di già sentito. La titletrack appare per lo meno abbastanza epica e ad ampio respiro ma altre canzoni risultano appesantite da un cantato sin troppo “tirato” (penso a Titoli di coda e soprattutto A Pugni chiusi) mentre convincono di più quei brani in cui i suoni si fanno più soffusi, da cameretta, come nella malinconica Barcellona, in cui il concetto di sogno si infrange nel duro confronto con la realtà, stesso tema portante di Armami.

Meg “Imperfezioni” (autoprodotto)
Ci sono voluti ben 7 anni per risentire Meg, la storica seconda voce dei rinati 99Posse (rientrati in pista però senza i suoi soavi controcanti). Si è affidata come tanti illustri colleghi al crowdfunding e il risultato è “Imperfezioni”, che sembra quasi mettere le mani avanti sin da titolo. No, non appare perfetto questo disco della “eterna giovane” napoletana, intriso di quell’elettronica che in fondo l’aveva già contraddistinta nelle sue precedenti pubblicazioni da solista. Certo, i suoni sono più moderni, curati da lei stessa e dal fido Mario Conte. Decisivo il lavoro di drumsprogramming in alcune tracce dei deejay Digi G’Alessio e Godblesscomputers che hanno contribuito a dare un respiro quanto più internazionale al disco. Tuttavia, dopo aver ascoltato le tracce che lo compongono, non viene da gridare al miracolo. Anche se bisogna ammettere che Meg abbia cercato diverse vesti sonore per le proprie creazioni, alternando a suoni eterei (come nella canzone che intitola la raccolta) altri momenti più vivaci come in Skaters (in odor di drum ‘n bass) o in Parentesi (che suona più new age). Spicca ovviamente la sua voce, molto evocativa e seducente, adatta ad accompagnare melodie che in primis intendono rilassare e mettere a proprio agio l’ascoltatore. In tempi così frenetici e spesso brutali non è impresa da poco.

Modena City Ramblers “Tracce clandestine” (MCRecords)
L’ennesimo album dei Modena City Ramblers, il primo gruppo folk italiano, senza timor di smentita, è in realtà un tentativo (riuscito) di ridare la giusta dimensione e dignità a brani spesso già interpretati con successo in alcuni dei numerosi live che da sempre contraddistinguono la loro ventennale carriera.
Per i fans però sarà l’occasione di veder immortalati su disco alcuni dei loro momenti più entusiasmanti ma che per un motivo o per l’altro non ebbero modo di venire incisi (penso a Fischia il vento o Canzone per un amico fragile). Ci sono soprattutto azzeccate cover, omaggi a gruppi che fanno parte della loro storia e formazione, come If I shouldfall from grace of God dei Pogues, band irlandese che seppe mettere tutti d’accordo agli albori dei Mcr, fungendo da catalizzatore per unire tante anime diverse o la Clandestino di Manu Chao. Particolarmente emozionanti sono il duetto con Eugenio Finardi in Saluteremo il signor Padrone e la cover della splendida The Ghost of Tom Joad di Bruce Springsteen, qui suonata alla loro maniera, come una lenta e dolce ballata folk.
Un disco non imprescindibile per la carriera dei Nostri, ma che mette in mostra musicisti che a distanza di tanti anni ancora suonano col cuore, mettendoci impegno e amore per la musica.

Davide Solfrini  “Luna Park” (New Model Label)
E’ certamente un Davide Solfrini più maturo e forse meno scanzonato rispetto al suo interessante esordio “Muda”, uscito sempre per New Model Label, etichetta ferrarese, quello che emerge nelle canzoni di “Luna Park”. A differenza di allora, le atmosfere sembrano più varie e meno legate a certo pop rock di matrice americana, passionaccia del Nostro. Prova ne è proprio la titletrack, debitrice di una certa new wave dark alla Diaframma (peccato per la voce troppo flebile, che poco ha a che spartire con quella di Sassolini), piuttosto insolita a livello di songwriting. Altra traccia che si distingue per tematiche forti è senz’altro Bruno, che ci riporta agli anni ’80 con il triste epilogo di un tossicodipendente di provincia. Anche l’apripista Cenere, dai connotati autobiografici, ha un taglio nostalgico e ricorda un po’ il miglior Bennato. In Lavanderia si sentono echi dei R.E.M., e si candida a miglior brano della raccolta al pari della frizzante Ballata, un po’ alla Dente. Ma al di là di questi paragoni, che servono forse a inquadrarlo per chi non lo conoscesse, è indubbio invece che Solfrini abbia molte carte da giocare nell’ambito dell’indie pop italiano.

Domenico Imperato “Postura Libera” (New Model Label)
Decisamente singolare la proposta del pescarese giramondo Domenico Imperato, all’insegna di una curiosa e originale commistione di musica strettamente cantautorale, debitrice dei grandi classici (non a caso è il vincitore del Premio De Andrè 2014) e quella brasiliana, dove ha a lungo soggiornato, venendo a stretto contatto con la fiorente scena locale. Proprio a San Paolo ha registrato le 10 tracce del suo debutto ufficiale, per un viaggio che accompagna l’ascoltatore cullandolo dolcemente. Apre le danze in realtà quella che è forse la canzone meno ritmata di tutte, la delicata Gira, mentre già dalla seconda Frutta Tropicale si entra in mood giusto con l’America Latina, con il Brasile citato esplicitamente. Un po’ di bossanova in chiave moderna la si può riscontrare in Riposa, mentre con la titletrack si torna ad essere più intimisti ma allo stesso tempo più incisivi a livello di testo. L’autore si trova decisamente a suo agio anche con la lingua portoghese, come ben evidenziato da Lua Nova, il mio brano preferito della raccolta. A tratti, in alcune ballad, sembrano riecheggiare i toni del miglior Niccolò Fabi, e sinceramente non pare troppo audace pronosticare un futuro simile a Imperato.

Tamuna “Woodrock” (New Model Label)
Disco d’esordio con i fiocchi per i palermitani Tamuna, attivi da tre anni e da subito saliti alla ribalta in contesti etno-folk-rock, grazie al primo premio conquistato al Contest Edison Change the music. Ci sono voluti altri due anni e mezzo per far confluire le numerose influenze e istanze del quartetto in un album compiuto, quale è “Woodrock”, che pur essendo quasi prettamente acustico, è in grado comunque di smuovere, di far ballare e pensare, finanche a travolgere con il suo messaggio globale, positivo. Graffiante e diretta la voce del leader Marco Raccuglia, come si evince in Gerlando, in cui si omaggiano persino i Beatles di Hey Jude. Spettacolari in alcune tracce le percussioni, così come i fiati, a impreziosire un sound altrimenti troppo impersonale. Così facendo invece l’alchimia tra tradizioni della loro Terra (la Sicilia fa spesso capolino nei loro testi) e modernità è in qualche modo garantita. Pezzo più rappresentativo, a mio avviso, più che il singolo di lancio Ciuscia, interpretato in dialetto palermitano, e comunque interessante nel suo genere ibrido pop/reggae, è Penso, in odor di pizzica.

La Banda Di Piero “Rocambolesco” (autoprodotto in collaborazione con la Coop Controvento di Venezia)
La Banda di Piero (alias il cantante Andrea Filippi) è un ensemble di Portogruaro giunto finalmente dopo 6 anni di attività all’esordio sulla lunga distanza con “Rocambolesco”. Il sestetto, nato dall’alchimia creativa di Filippi e del talentuoso chitarrista Gabriele Bertolin, propone uno scatenato miscuglio di generi riconducibili però a una patchanka sonora ben costruita e modellata. Prevalgono i ritmi serrati, caratterizzati dal suono imperioso del trombone di Silvano MoniBidin, come in Pigro o in Bice, che potrebbero stare benissimo nel repertorio della Bandabardò, influenza piuttosto palese dei Nostri. Specie le chitarre di Bertolin e di Paolo Bornacin ricordano lo stile elettrico e frizzante di Finaz. Un lavoro lineare, incentrato su una forte passione e una chiara dichiarazione d’intenti: quello di un artigianato musicale che però dalla sua può mettere in campo nella giusta misura della discreta tecnica e buon gusto in materia folk.

Federico Poggipollini “Nero” (ArtevoxMusica / BelieveDigital)
Ingrato destino quello che spetta a molti “guitarhero” una volta che provano a cimentarsi in progetti solisti. Solo rimanendo in territori italiani, e andando a ripescare vecchie e nuove esperienze di gente come i bravissimi Maurizio Solieri e Luigi Schiavone, si nota chiaramente come spesso la critica sia poco generosa con loro, anche qualora ci fossero buone intuizioni. Figuriamoci quindi quando l’opera in questione è pure piuttosto scadente sotto il profilo della qualità pura, come nel caso del braccio destro del Liga, Federico Poggipollini, noto come Capitan Fede dai fans, giunto stoicamente al quarto album in solitaria. Ma se ai tempi dell’acerbo esordio, era lodevole da parte sua il tentativo di affrancarsi da un’ombra così ingombrante, dimostrando di poter stare in piedi da solo, anche grazie a carine ballate pop rock, con questo “Nero” francamente ci pare di intuire che la carta del rocker non gli si addica più di tanto, mancando di ispirazione musicale, laddove i suoni sono a tratti pacchiani e ridondanti. Per non parlare dei testi, davvero banali, anche quando l’intuizione di partenza sarebbe buona (vedi i casi di Religione o Fantasma di periferia, inficiato però da un testo alla Steve Roger’s Band, con buona pace dell’anima del grande Massimo Riva), quando non imbarazzanti, vedi l’esempio de La più bella del bordello o Un giorno come un altro. Meglio quando va a proporre delle melodie delicate, come succede in Solamente un’ora, anche se pecca clamorosamente in intensità interpretativa, così da far sembrare lontanissimi i tempi della sua fortunata hit Bologna e piove.

Radiodervish “Cafè Jerusalem” (Autoproduzione)
Si sono affidati al crowdfunding i Radiodervish per poter realizzare in piena autonomia il nuovo progetto “Cafè Jerusalem”. La raccolta fondi ha raggiunto molto agevolmente il proprio obiettivo, anche perché il gruppo pugliese/palestinese gode da ormai 20 anni di una nutrita cerchia di affezionati, e di un riscontro notevole in tutta Europa, tanto che non stona definirli uno degli orgogli maggiori che la nostra Penisola può vantare non solo in campo musicale, ma proprio in senso artistico più ampio. Infatti anche in questo intenso, suggestivo, profondo disco, che ruota tutto attorno alla storia della città Santa di Gerusalemme, spesso martoriata nel corso della sua millenaria storia, si possono trovare tutti gli aspetti basilari della loro poetica. Splendida come sempre la voce di Nabil Salameh, a intessere scenari mitici, permeando le atmosfere di calore e trasportando l’ascoltatore in un lungo viaggio in Oriente. Commuovono brani come Nura, toccante, da pelle d’oca, e Promenade. Emana un forte senso di pace e una dolcezza sconfinata Love in Jerusalem, mentre la più ritmata Hakawati e soprattutto l’ondeggiante Cardamonrappresentano forse il meglio che l’attuale panorama della world music potesse chiedere, così come lo strumentaleOut of Time che chiude egregiamente il disco. Lo ribadiamo, gruppi come i Radiodervish rappresentano un vanto per l’Italia all’estero.

La metamorfosi (completa) di Giovanni Lindo Ferretti

condivido anche qui buona parte di un mio articolo pubblicato di recente sul sito musicale di “Troublezine” per cui collaboro e lì intitolato “Giovanni Lindo Ferretti è ancora Fedele alla Linea?”

http://www.troublezine.it/columns/20092/giovanni-lindo-ferretti–ancora-fedele-alla-linea

Ha destato molto scalpore la foto – nemmeno troppo recente fra l’altro – che immortalava Giovanni Lindo Ferretti fianco fianco, praticamente abbracciati, con Giorgia Meloni, la “leonessa” del nuovo (?) partito di destra (chiamiamo le cose col loro nome, perché di centro Fratelli d’Italia non ha nulla, esattamente come il Pd di Renzi non ha nulla dell’antica Sinistra).

glf

Scandalo, obbrobrio, accuse di essersi venduto (a chi e per cosa poi?), di essere sulla via del rimbambimento, della senilità precoce, della perdita del senno, con dall’altra parte le opinioni di chi lo ha sempre conosciuto e lavorato spesso al fianco, atte a ribadire che a certe posizioni e determinate ideologie di pensiero il Nostro era già arrivato molto tempo prima, forse in concomitanza col suo periodo più estremamente “militante”.

Già, la stragrande maggioranza dei fans e degli appassionati di musica, ancora non ha digerito quella che agli occhi di persone che lo seguivano con ammirazione, è stata una vera svolta, meglio, una mutazione che pare quasi genetica.

Ma come? GLF, quello del filosovietismo emiliano, del punk islam, di Lotta Continua, l’eremita, l’Artista che non vuole scendere a patti con l’industria o con qualunque cosa sappia di “mediatico”, che si prodiga in ammiccamenti con la componente più becera della politica italiana, con la parte che meno di tutti sembrava potesse manifestare il suo pensiero di giovane compagno? Sì, se lo si guarda bene è proprio lui, quello che ora dice con espressione fiera e convinta: “I migranti? Prima gli italiani!”, quasi fosse discepolo di Salvini, più che di Maria Teresa di Calcutta.

Già, la connessione con la religione, un tempo quasi rinnegata ma in realtà sempre salda nel suo animo di bambino montanaro cresciuto in una famiglia di democristiani devoti, la stessa insegnatagli dal suo Maestro Papa Ratzinger, non dovrebbe farlo più attento a questioni come l’accoglienza, la vicinanza, la solidarietà col prossimo? La tanto millantata coerenza di idee, tesa a giustificare ogni sua esposizione pubblica al sapor di deriva decadente, viene a vacillare già in questa circostanza, figuriamoci se alla base vi sono decenni densi di dischi, progetti, eventi assimilabili a quell’altra un tempo grande bandiera?

E allora, il dubbio già sollevato da molti “sociologi” da tastiera, e che mi trova d’accordo è: ma tutta questa gente che ha perso stima nei suoi confronti, prima lo seguiva solo per la sua appartenenza politica o anche per la sua musica, i messaggi, l’Arte?

Il punto è sempre quello: a nessun artista viene in teoria chiesto di pontificare, di fare proclami o azzardarsi a schierarsi con l’una o con l’altra posizione. Fateci scatenare un’oretta ai concerti, fateci cantare sotto la doccia, fateci sognare con la vostra poesia, ma se tra i vostri obiettivi in musica vi è anche quello di spronarci a riflettere sul mondo, a indignarci persino, a ricordare la storia, a non disperdere la memoria, come ha fatto per tutta una fruttuosa carriera Giovanni Lindo Ferretti, beh, allora ci si aspetta che parole delle canzoni e pensieri intimi e personali viaggino in sincrono, altrimenti semplicemente non ti esponi, non ti ergi a modello per un’intera generazione per poi “abbandonare” tutti in uno stato di disagio!

Proprio così, il disagio, forte e profondo, è il principale stato d’animo che io personalmente ho vissuto assistendo alla metamorfosi di questo signore che, artisticamente parlando, mi ha dato e trasmesso più di ogni altro del suo tempo. Come persona non giudico il suo credo politico attuale, non sarei nessuno per farlo, ma di certo non trovo più nessun nesso tra ciò che era e ciò che è ora, anche se probabilmente in realtà lui di base è un estremo, un provocatore, un destabilizzatore, che può vantare dalla sua una capacità affabulatoria e un magnetismo fuori dal comune.

Credo che indietro non si possa tornare, vorrà dire che continuerò ad ascoltare i suoi dischi: dei CCCP-Fedeli Alla Linea, dei C.S.I, dei P.G.R… perché le canzoni, almeno quelle, non tradiscono mai!