Quante polemiche sul Concertone del Primo Maggio! Solo a me piace ancora ascoltare certa musica?

Lo ammetto, da nostalgico quale sono, e da sentimentale in genere: credo che le migliori edizioni del Concertone del Primo Maggio – quello in onda da Roma, per capirci – siano state quelle degli anni ’90, quando sembrava ci fosse un’alzata di cori genuini in merito a tematiche sociali che in teoria sempre dovrebbero essere preminenti, in primis ovviamente quella del lavoro.

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Non sono ingenuo e ben presto ho capito come in realtà ci siano molti interessi legati a una promozione in alcuni casi “esagerata”, data da un’esibizione fatta davanti a milioni e milioni di telespettatori, con conseguente sdegno di chi – ancora oggi, è capitato ad esempio ai Marlene Kuntz, una delle nostre migliori espressioni rock da 20 anni e oltre a questa parte, o ieri, pensiamo agli Afterhours – si vede scippato parzialmente di questa ghiottissima opportunità, magari con una performance troncata dall’incombente incedere  delle pubblicità.

Solitamente però non mi faccio tutte ste pippe mentali: leggo assurdi contributi (post,  commenti) nati solo per criticare, bistrattare, umiliare questo o quell’artista che anche quest’anno, fuori tempo massimo vedendo il tristissimo scenario attuale in ambito culturale e sociale, ha voluto calcare quel palco.

Magari sono artisti che già ci sono passati con alterne fortune, magari sono altri che pagherebbero oro per andarci, magari sono semplicemente “leoni da tastiera” che, per lo stesso astruso meccanismo, si ostinano a guardare controvoglia (ma sarà davvero poi così?) l’evento per poi atteggiarsi a portatore di verità assolute, stroncando tutti. E vale anche se si parla di X Factor, The Voice, il Festival di Sanremo, come se davvero NULLA ma proprio nulla fosse di gradimento a un qualsiasi orecchio.

L’ho detto in apertura di post: io per primo sostengo la “causa” degli anni ’90, credo che quel tipo di fermento difficilmente si potrà più ricreare, però cazzo, proprio perchè ormai ci siamo disabituati a sentire la musica in tv, che non sia quella preconfezionata, “di plastica” propinataci dai mille mila talent show, io attendo sempre di ascoltare quegli artisti che mantengono ancora quell’aurea di “alternativa”.

Poi anch’io faccio zapping all’ennesima tarantella, al discorso prolisso e retorico, e agli slogan facili, forse perchè non li percepisco sinceri, però riesco ancora a tirare una boccata d’aria quando vedo appunto i già citati Marlene (comprendendone appieno lo sfogo, visto che anch’io, comodamente dal salotto di casa, attendevo di farmi per l’ennesima volta cullare dalla splendida “Nuotando nell’aria”), gli amici Perturbazione – splendidi e come sempre di un’umiltà e gentilezza senza eguali -, il must Vinicio Capossela, di cui trepidamente aspetto il nuovo disco per stupirmi come la prima volta che lo ascoltai, l’eterno giovane Max Gazzè, il tormentato Grignani, che deve accontentarsi delle briciole del pomeriggio solo con chitarra acustica, Fabrizio Moro, l’elegante Gary Dourdan, riuscendo persino a provare tenerezza e empatia per i TheGiornalisti, visibilmente emozionati e altrettanto consapevoli di cosa stavano vivendo, per una tappa importante della loro carriera.

Insomma, lunga vita al Concertone, con tutti i suoi pregi e difetti, le macchinazioni, le furberie e i magna magna… (ecco, così ho completato l’elenco nero), e anche se ogni anno mi beccherò il grande Enzo Avitabile o i Modena, gli stessi che un tempo facevano palpitare il mio animo barricadero a suon di “Bella Ciao” e “Cento Passi”, beh, mi limiterò a sorridere, ma dopo le prime note sarò di nuovo idealmente sotto al palco a ballare e scatenarmi!

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La mia intervista a Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione, gruppo che ha appena dato alle stampe il loro atteso nuovo album: “Le storie che ci raccontiamo”

Condivido con gli amici del blog la mia intervista a Tommaso Cerasuolo, cantante dei Perturbazione, gruppo a cui con grande piacere farò da moderatore col pubblico al loro prossimo incontro alla Feltrinelli di Verona in via Quattro Spade (Giovedì 28 alle ore 18). Oltre a parlare del disco nuovo “Le storie che ci raccontiamo”, uscito ieri, 22 gennaio, si esibiranno in un mini set acustico di 4 pezzi nuovi.

http://www.troublezine.it/interviews/20580/perturbazione

Abbiamo avuto modo di chiacchierare col frontman dei Perturbazione Tommaso Cerasuolo, raggiungendolo al telefono per quella che si è rivelata una discussione ricca e piacevole. Un nuovo album è alle porte (“Le Storie che ci raccontiamo”, esce il 22 gennaio per Mescal) e le cose da dire sono decisamente tante.
Tommaso è ancora leggermente convalescente da un’influenza, ma pieno di entusiasmo per l’uscita del singolo anticipatore “Dipende da te”, diffuso proprio il giorno fissato da noi per l’intervista.
Il ghiaccio è stato prontamente rotto, parlando simpaticamente della sua situazione forzatamente “casalinga”…

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Ciao Tommaso, nel farti un grosso in bocca al lupo per una pronta guarigione, ti chiedo se hai avuto modo di tastare “in diretta” il polso della situazione sul nuovo singolo: reazioni, pareri ecc, che idea ti sei fatto a proposito?
Ciao Gianni, beh, mi sembrano buone come prime impressioni…

Appena sentito il brano, ho immaginato potesse essere un singolo perfetto: un bel testo, una melodia ficcante e soprattutto questo suono, molto moderno, o meglio contemporaneo. Che non significa esservi snaturati, però avverto un’attitudine diversa. Ci vuoi dire qualcosa al riguardo?
Grazie delle tue parole. In realtà siamo sempre noi, anche se credo sia naturale cambiare, anzi, sia una cosa necessaria, fisiologica. Di pari passo va anche quella nuova forma di “leggerezza”, derivata anche qui molto semplicemente da un fatto biologico. Siamo invecchiati e si tende a lasciare un po’ da parte la pesantezza, o a dargli un significato diverso, magari accettandola come un fatto a volte connaturato, senza farsi più paranoie. Lo diciamo a chiare lettere nella canzone che anticipa il disco, una sorta di prologo.  Il concetto è proprio quello: ogni cosa dipende da noi. Crescendo non si hanno più alibi o costrizioni, possiamo determinare noi molte situazioni. E’ l’atteggiamento che fa la differenza, il desiderio di giocarsela sempre. Non deve influire il risultato ma come ti piace vivere la tua vita.  Non abbiamo perso la vena malinconica, credo emerga da alcuni testi, canzoni di quel tipo fanno sì che molte persone che ci ascoltino, ci si possano specchiare, immedesimandosi, ma specie nei concerti abbiamo bisogno di dare e ricevere benessere. Credo che anche questo conti col fattore “biologico” (ride, ndr): ci piace scrivere anche pezzi “da lunedì mattina”, che diano forza e carica!

E poi ci sono quei brani dove il mix è particolarmente riuscito, che fanno da sempre parte del vostro repertorio…
Sì, ci sono sempre piaciute quelle canzoni in cui a una melodia vivace, allegra, si sposa un testo che non lo è propriamente, in questo caso penso che il contrasto tra una storia di un certo tipo e un’attitudine musicale diversa sia riuscito in brani come Trentenni, al quale abbiamo omesso l’articolo femminile davanti, anche se è riferito in special modo alle ragazze, o Cinico.

Proprio quel brano, Trentenni, mi pare di aver capito che ti stia a cuore, racconta però una generazione che ormai non ci riguarda (mi ci metto anch’io dentro, visto che vado per i 39…), è già intrisa di nostalgia anche questa?
Riguarda la generazione precedente, però tutto sommato alcune dinamiche sono sempre valide e si ripetono nel tempo. E’ una di quelle canzoni che ha racchiuso il senso del disco. Ci piace molto, ma è un brano forse meno immediato all’ascolto, cucinato a fuoco lento.  Crediamo che la gente vi si possa riconoscere e capirla. Trasmette empatia, lasciando una piccola sorta di inquietudine perché ti accorgi che i conti non tornano. Io e Rossano specialmente abbiamo sempre avuto questa “mania” dell’osservazione, di guardare la realtà attorno e dentro di noi. Uno spunto, un dettaglio, molte canzoni prendono la loro origine da ambientazioni molto vicine, quasi dirette. Possono riguardare non solo noi stessi, quindi essere biografiche, ma anche in modo indiretto le persone che ci sono accanto, o semplicemente leggendo le notizie, annusando l’aria. Amori finiti, il tempo che scorre, tu che ti vuoi rimettere in gioco, riguadagnando il terreno, storie con cui ti ritrovi a fare i conti. E’ la vita stessa, e qui subentra di nuovo quella leggerezza, che non è negativa ma che diventa una misura per sopravvivere, quasi una forma di necessità.

E poi c’è il tema della identità, che mi pare emergere prepotente nella simpatica ma anche triste (a me è venuto da sentirmi solidale col protagonista maschile!) Cara rubrica del cuore. Sono queste le conseguenze di quelle “storie che ci raccontiamo”?
Vedi, sono punti di vista molto diversi a seconda di chi ascolta. Probabilmente le ragazze odieranno quella canzone, e il protagonista verrà additato come il classico stronzo! Alla fine dei brani ci siamo resi conto che era un album mai come stavolta fatto di storie. La canzone che dà il titolo al disco in fondo è venuta tardi ma ha rappresentato il filo conduttore, ha legato assieme tutto il resto. Alla fine ciò che conta è la misura nelle cose. Tema del disco è proprio quello: scoprire la misura tra chi siamo e chi ci raccontiamo di essere. Purtroppo molta gente non è in grado di farlo e finisce quasi inconsapevolmente per essere un immagine non reale di sé stessa. Già a scuola basta poco per essere classificati, se ci pensi. Ti mettono in una casella, ma non è così. Ci sono tantissime sfumature, ti dovrebbero insegnare che non esistono solo il bianco e il nero, ma anche molti tipi di grigio. Gli esseri umani tutti dovrebbero sistemarsi in quella fascia, perché l’animo umano è molto più complesso, ti ritrovi a scoprirlo spesso a tue spese.

Passando a questioni più tecniche, per la prima volta siete “usciti di casa” per registrare il disco, lavorando con Tommaso Colliva a Londra. In qualche modo questo fatto ha influito sull’umore del disco?
Colliva è un produttore che ci è sempre piaciuto. Al di là dei suoi importanti lavori, l’avevamo apprezzato per quanto fatto con Ghemon (che collabora, rappando nella traccia Everest, ndr) e grazie a lui lo avevamo contattato per il nostro disco. Lui ci conosceva e ha risposto subito positivamente, solo che in un primo momento non c’erano i tempi per poterci vedere e mettere al lavoro. Noi in realtà avevamo già da un po’ di tempo iniziato a lavorare sui pezzi, dando loro una direzione piuttosto precisa. Quando Tommaso ci ha ricontattati per dirci che si era liberato, ci ha chiesto espressamente di volare a Londra, visto che lui è di base lì, lavorano molto per i Muse da qualche anno e così, con spirito rinnovato, ci siamo ritrovati nella metropoli londinese. Lui non è uno di quei produttori che arrivano e stravolgono, è invece un che si mette al servizio delle canzoni. Abbiamo lavorato in piena sintonia, Londra c’ha influenzato soprattutto da un punto di vista “dell’energia”!

Nella carriera di un gruppo, specie quando comincia a diventare duratura come la vostra, si sente spesso il bisogno, arrivati a un certo punto, di tirare in ballo il discorso sul “nuovo inizio”. Nel vostro caso poteva essere accaduto con Sanremo, che ha rappresentato una svolta, dandovi ampi consensi di pubblico generalista e grande popolarità. La temuta (per i fans storici) svolta “mainstream” c’è stata in parte, nel senso che avete mantenuto comunque il vostro spirito, ma è indubbio che rivedervi in quattro, senza Gigi e Elena, dà l’idea, anche visivamente parlando, che siamo sì davanti al disco del “nuovo inizio”. Un nuovo percorso che sembra insolitamente sereno…

E’ indubbio che qualcosa sia cambiato, ma quando ci sono questi grandi scossoni non è sempre detto che poi non si possa ripartire ancora meglio. Accade nelle migliori famiglie, non è una frase fatta, lo so per esperienza personale. E noi non solo eravamo percepiti come famiglia, lo eravamo in effetti. Moglie e marito (appunto Gigi e Elena), due fratelli (Rossano e Cristiano), e poi io, Gigi e Rossano che per tantissimi anni eravamo di fatto un tutt’uno, sempre assieme, a condividere mille esperienze, non solo “professionali”, sul palco a suonare, ma proprio di vita, di crescita. E’ andata così, non possiamo rimproverare nessuno. Una frattura come quella familiare, prima che artistica non può non lasciare strascichi, e sono sicuro che Gigi e Elena ora sono più sereni. In realtà qualche sentore che qualcosa di grosso in seno al gruppo si stesse spezzando, era nell’aria da ben prima di Sanremo, però questo lo voglio dire con forza: tutti hanno dato il massimo, senza risparmiarsi. Abbiamo affrontato prima il Festival, poi quel lunghissimo tour e le altre esperienze correlate con grandissima intensità, l’abbiamo presa benissimo. Abbiamo avuto occasione, nello stesso anno, di suonare in contesti diversissimi fra loro, raggiungendo persone tra le più diverse. E questo era una cosa che tutti avevamo sempre sognato di raggiungere. Poi alla fine, qualcuno ha detto basta, ma ci sta, è la vita!
So che può sembrare strano, per chi ci ascolta da sempre, vederci in 4, ma noi abbiamo solo voglia di andare avanti e suonare il più possibile. Ci siamo ritrovati in piena armonia, per questo disco le cose sono filate molto lisce e mi fa piacere che l’ascoltatore possa avvertire una nuova aria. Stefano Milano, il bassista che è stato con noi fino al 2007 (poi sostituito da Alex) di recente ci ha visti e ci ha detto che sembravamo un gruppo “pacificato”. Credo che corrisponda al vero. In 6 sicuramente poteva esserci più varietà ma forse anche meno coesione. Ora siamo più compatti, c’è più unione.

Nel disco compaiono diversi ospiti, una delle quali, la bravissima Andrea Mirò, vi seguirà in tour come musicista aggiunto. Mi puoi dire qualcosa di questa fruttuosa collaborazione?
Andrea è un’artista eccezionale, non solo un’ottima cantante, ma anche una autrice e una polistrumentista preparatissima. Aveva già diretto per noi l’orchestra a Sanremo, ha collaborato al nostro disco, suonando e duettando con me.  Si era creata una grande e naturale intesa tra lei e tutto il nostro gruppo. L’anno scorso avevamo ripreso a suonare qualche data di rodaggio, noi 4, in una versione “garage” dei Perturbazione, giusto per toglierci un po’di ruggine. C’eravamo accorti però che dal vivo mancava qualcosa. Abbiamo chiesto a Andrea se avrebbe avuto piacere di condividere con noi i palcoscenici in vista del prossimo tour e lei c’ha dato piena disponibilità, rispondendo con entusiasmo. E siamo molto soddisfatti di queste prove, non vediamo l’ora di suonare dal vivo tutti insieme.

Un’ultima cosa, se ti va di rispondermi… Ma è vero che avevate proposto un pezzo per partecipare anche all’imminente edizione del Festival di Sanremo? Non vi era bastata la prima volta?
Ti posso rispondere tranquillamente, so che per molti musicisti l’argomento dell’esclusione è un argomento tabù ma noi non ci vergogniamo certo a dire che avevamo presentato un pezzo, proprio Dipende da te: era piaciuta anche molto, ma non è stata selezionata. Pazienza, passano solo poche canzoni, stavolta è toccato ad altri, l’abbiamo presa con molta filosofia. Non avevamo paura di tornare su quel palco… Cioè, la giusta apprensione è normale che ci sia, ma come tanti hanno sottolineato, l’altra volta c’eravamo proprio divertiti, soprattutto perché da lì in poi abbiamo avuto modo di suonare per platee diverse, in contesti molto differenti fra loro, dal Tenco a programmi tv, a Festival anche molto particolari. Noi non abbiamo mai avuto preclusioni, non abbiamo tradito nessuno, a partire da noi stessi e cerchiamo di fare la musica che ci piace. E ora abbiamo una grande carica per questo nuovo tour.

Beh, nell’augurarti una prontissima ripresa, rinnovo l’appuntamento con i nostri lettori, non solo per il tour ma anche per i vari incontri nelle librerie del circuito Feltrinelli…
Certo Gianni, per me sarà un piacere rivederti presto nella tua città. Quella serie di date saranno un ottimo antipasto in vista del vero tour estivo. Avremo modo di parlare col pubblico del nuovo disco ma anche di suonare un piccolo live set acustico. Vi aspettiamo!

E noi saremo presenti a Verona. Un grazie a te Tommaso per la splendida disponibilità e un grosso in bocca al lupo per i vostri progetti futuri
Ecco le date degli incontri alla Feltrinelli:
ROMA
Via Appia Nuova, 427 – Venerdì 22 Gennaio ore 18
TORINO
Stazione Porta Nuova –  Lunedì 25 Gennaio ore 18,30
MILANO
Piazza Piemonte,2 –  Martedì 26 Gennaio ore 18,30
FIRENZE
Piazza della Repubblica – Mercoledì 27 Gennaio ore 18,30
VERONA
Via Quattro Spade, 2 – Giovedì 28 Gennaio ore 18
BOLOGNA
Piazza Ravegnana, 1 –  Venerdì 29 Gennaio ore 18
GENOVA
Via Ceccardi, 16 – Giovedì 4 Febbraio ore 18

Tempo di Sanremo… via ai pronostici!

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Si sta avvicinando l’edizione sanremese 2015 targata Carlo Conti, l’uomo Rai per eccellenza dell’ultimo decennio, colui che in molti sostenitori di Sanremo attendevano come il conduttore adatto a riportarlo in territori più legati a stilemi classici della musica leggera italiana. Detto fatto: quest’anno si torna a una proposta senz’altro più appetibile per gli ascoltatori medi di musica, piuttosto lontani dall’esperienza biennale del predecessore Fabio Fazio, che aveva invece – anche coraggiosamente – optato per un cast eterogeneo, facendo esibire sul prestigioso palco anche artisti di area alternativa, o comunque poco noti alla massa.

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Mi stupisce quindi, dico la verità, leggere di critiche, commenti inzuppati di sarcasmo, in merito alle scelte dei 20 big che gareggeranno quest’anno. Che vi aspettavate in fondo da lui? Io, lo ammetto, ero ancora più prevenuto nei suoi confronti, al punto da essere quasi certo che avrebbe portato sul palco molti dei concorrenti della sua ultima trasmissione “Tale e Quale Show”, di notevole successo, nella quale avevano sfilato tanti nomi dello spettacolo italiano, tra cui diversi cantanti in cerca di rilancio e popolarità. Invece nella lista definitiva dei campioni in gara non compaiono i nomi dei vari Valerio Scanu, Attilio Fontana, Matteo Becucci o la rediviva Silvia Salemi, che fecero un figurone durante il programma.

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Al loro posto però Conti, che ha portato il numero dei partecipanti a 20, ha puntato su nomi piuttosto noti e popolari, non cadendo nel pericolo nostalgia, vintage, tanto che i “vecchi” sono in fondo artisti ancora piuttosto sulla cresta dell’onda, discograficamente parlando.

Io lo seguirò come sempre, anche se mi immagino un certo livello “piatto” dei brani in gara, pochissima innovazione e tante canzoni dal sapore pop, melodico, quando invece nei due anni di Fazio mi ero ritrovato a supportare da vero fan alcuni interpreti sui generis della musica italiana, poco consoni a questi contesti, come Riccardo Sinigallia, i Perturbazione, The Niro, Frankie Hi Nrg o Zibba.

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Quest’anno troverò comunque i miei motivi di interesse, anche se fra i giovani conosco in pratica solo l’ex concorrente di Amici Enrico Nigiotti, che fu protagonista del programma in un’epoca precedente all’ingresso poderoso delle case discografiche dentro quegli studi (con conseguenti enormi successi dei vari Marco Carta, Alessandra Amoroso o Emma Marrone) e gli originali Kutso (chissà se pronunceranno in modo esatto il loro nome!) che sin da ora saranno i miei favoriti. Gli altri a mio avviso sono sin troppo “conservatori”, vedo come poco probabile il fatto che possano emergere.

Passando in rassegna invece i Big, o Campioni, vediamo più nel dettaglio i miei pronostici, non avendo conosciuto in anteprima i loro pezzi, e basandomi quindi su sensazioni e proiezioni.

Innanzitutto è notevole il numero delle interpreti femminili, quasi tutti di ultimissima generazione, eccezion fatta per  Lara Fabian, invero nettamente più famosa in Francia, e la grintosa Irene Grandi, sorta di “madrina” delle varie Emma o Noemi (a proposito, la popolare bionda cantante lanciata da Amici, tanto per cambiare, comporrà l’insolita coppia di vallette con l’altra cantante Arisa). Non che la Grandi sia vecchia, ha appena compiuto 45 anni ma di fatto può già vantare un’esperienza ventennale, anche se dal Festival manca dal 2010, quando portò un brano scritto per lei da Bianconi dei Baustelle, lo stesso che la rilanciò anni prima, cedendole la frizzante “Bruci la città”.

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Detto ciò, mi intrigano maggiormente i nomi nuovi, o comunque quelle cantanti che da un lustro circa, chi più, chi meno, stanno facendo parlare di sé con buoni risultati e che ora sono qui per la consacrazione definitiva (un po’ come successo ad Arisa che vinse qui proprio 12 mesi fa).

Personalmente potrei avventurarmi in un pronostico positivo, vedendole pronte a puntare al grande botto, nei confronti di Nina Zilli e Malika Ayane, entrambe con solide credenziali, sia in ambito mainstream che commerciale. Ma in gara figurano pure la rossa Annalisa Scarrone, ex Amici, che già un paio d’anni fa fece bella figura con un brano un po’ in stile anni ’50. Il salto per lei non è arrivato, nonostante possa contare ancora su un numero notevole di agguerrite fans, che la sostengono attivamente sui social network. Anche la discussa Anna Tatangelo, a dispetto della ancor giovane età (andrà per i 28) una veterana di Sanremo, conta di coinvolgere un cospicuo pubblico, portando un brano scrittole dal prezzemolino Kekko dei Modà, lo stesso che l’estate scorsa le confezionò l’agghiacciante “Muchacha”.  Si rivede pure, a distanza di un biennio, l’altra fuoriuscita da un talent di successo, in questo caso X Factor, Chiara Galiazzo che cerca di ritrovare una credibile dimensione discografica dopo molto tempo trascorso a prestare la sua voce a un noto spot pubblicitario. Meno entusiasmante, a mio avviso, la partecipazione della perennemente emergente Bianca Atzei che, dopo collaborazioni e duetti vari, mandati a memoria dai boss di Rtl e Radio Italia, si gioca una carta davvero impegnativa. Non le manca di certo una bella voce graffiante, seppur poco originale, ma non so se basterà.

Restando in tema talent, è impossibile non pronosticare come seri candidati alla vittoria finale i Dear Jack lanciati da Maria De Filippi, che, pur essendo giunti secondi dietro a Debora Iurato, hanno poi dominato a lungo le classifiche di vendite, non solo quelle di Itunes, diventando dei veri idoli, soprattutto per le ragazzine. Anche Moreno, che trionfò in trasmissione due anni fa e l’anno scorso fece il bis da “coach” guidando alla vittoria la squadra dei “Bianchi”, ha buone e concrete possibilità di sbaragliare la concorrenza, considerando pure che il suo genere di riferimento, il rap, sta andando per la maggiore nel desolante panorama musicale italiano. Meno chance credo le abbia il “nuovissimo” Lorenzo Fragola, appena passato dalla vittoria a X Factor a un palco così importante come quello rivierasco. Tra l’altro il suo primo inedito, un grazioso brano pop interamente scritto da lui, è per giunta in inglese, quindi pare un po’ un azzardo vederlo a Sanremo ma tant’è…

il giovanissimo trio Il Volo, il nome su cui puntare per la vittoria di Sanremo

il giovanissimo trio Il Volo, il nome su cui puntare per la vittoria di Sanremo

Sempre da un talent provengono pure gli ex bambini, appena appena cresciuti, lanciati nel programma di Antonella Clerici “Ti lascio una canzone” (di recente sospeso). I tre ragazzini de Il Volo hanno letteralmente spiccato il volo – perdonatemi il banale ma inevitabile gioco di parole –  non solo vendendo dischi in serie in Italia, ma pure divenendo dei fenomeni OltreOceano, andando a scaldare i cuori, con le loro possenti voci, del pubblico americano, rinverdendo e rinnovando i fasti di Andrea Bocelli. Considerando che la loro proposta sarà quanto meno “classica” e di ampio respiro, va a loro il mio pronostico principale come vincitori della kermesse, convinto che potranno davvero sorprendere raccogliendo consenso popolare e di critica (oltre che vagonate di televoti, visto il loro recente passato televisivo).

Scorrendo la lista dei rimanenti partecipanti, noto come Nesli finalmente, dopo averci provato più volte e avendo dichiarato in tv tutta la sua amarezza per le varie esclusioni, sia inserito in cartellone. Poi, per carità, mi mancano proprio gli elementi razionali per comprendere come possa piacere uno come lui, che reputo sostanzialmente né carne, né pesce, laddove da anni ormai (tolta una esigua presenza come corista e collaboratore del più trasgressivo fratello Fabri Fibra) propone canzoni di stampo melodico che vorrebbero correlarsi al mondo hip hop e dance ma spesso, dal mio punto di vista, con risultati alquanto imbarazzanti.

 

download (3)Infine i veterani, gente che ha conosciuto il loro apice soprattutto negli anni ’80 e ’90. Come Raf ad sempio, che manca da questo palco da tempo immemore, da quando propose la suggestiva “Oggi un Dio non ho”. Talento purissimo della musica leggera italiana, negli anni ha sempre navigato sul versante pop di qualità, passando con disinvoltura dalla lingua inglese (ai tempi della dance made in Italy, di cui la sua “Self Control” divenne sorta di manifesto) a quella italiana, con tantissime hit mandate a memoria. Inutile dire che mi aspetto da lui un buon brano, senz’altro raffinato e ben prodotto. Anche Alex Britti manca da queste parti da quasi un decennio ma il suo score sanremese è di tutto rispetto e, bene o male, ad ogni nuova uscita discografica riesce sempre a incontrare i gusti del pubblico, nonostante sia maturato nel tempo dal punto di vista della proposta musicale. Mi stuzzicano meno la fantasia altri due ritorni “eccellenti”, quelli di Marco Masini e di Nek. Il primo tuttavia, alla prova sanremese raramente stecca – anche se il suo nome, almeno presso il grande pubblico da anni sembra caduto nell’oblio – e il secondo ha comunque uno zoccolo duro di fans, consolidato nel tempo.

download (2)Tiferò invece per Gianluca Grignani, non ho problemi ad ammetterlo, il quale ben poche volte nel corso della sua ventennale carriera (solo artisticamente parlando, la vita privata è un’altra storia) ha steccato e che meriterebbe magari una bella affermazione a Sanremo, dopo tanti tentativi che, a livello di piazzamenti, non gli hanno regalato chissà quali soddisfazioni.

Termino la mia veloce disamina con due improbabili coppie che, sicuramente per motivi che mi sfuggono, si trovano ad aver “rubato” il posto a qualche altro cantante o musicista, diciamo “vero”. Già, perché considerare tali Biggio & Mandelli, alias “I Soliti Idioti” pare un’eresia e la vedo più come un recupero di certe performance, già presenti in edizioni lontane, che esulavano un po’ dal contesto (i casi di musica demenziale, o di Marisa Laurito, Gigi Sabani, Francesco Salvi) per variare un po’ la proposta, se non altro alleggerendone i toni. Potrebbe rivelarsi invece più plausibile il duetto tra Grazia Di Michele, al ritorno al Festival dopo più di 20 anni, quando giunse addirittura terza assieme alla raffinata Rossana Casale e da tanti anni ormai conosciuta soprattutto come rigidissima docente di canto ad Amici e Mauro Coruzzi, ai più noto/a come Platinette. Sì, proprio così, e pare evidente come i due si siano conosciuti proprio nella celebre trasmissione della De Filippi, quando Coruzzi si trovava spesso nelle parti dell’esperto in giuria, o tra gli opinionisti.

Insomma, l’edizione appare assortita, nella ricerca di incontrare favorevolmente il gusto del pubblico più generalista, ma diciamolo pure, senza troppe pretese dal punto di vista prettamente artistico. Speriamo per lo meno che le canzoni siano valide, chè poi è quello che in sostanza conta veramente (o almeno così dovrebbe essere!)

 

Circa un anno fa usciva l’album di Erica Mou: “Contro le onde”. Un disco davvero interessante, da riscoprire, per un’artista che avrebbe tutte le carte in regola per diventare una stella degli anni dieci

E’ passato più di un anno da quando è uscito “Contro le onde”, terzo album della ventiquattrenne cantautrice pugliese Erica Mou. Ho avuto modo di parlarne qua e là, lasciando commenti entusiastici e passando pure il brano eponimo in una delle puntate del mio programma radio “Out of Time”. Ma, visto che non è mai troppo tardi per parlare o scrivere di “cose belle” e meritevoli, eccomi per un giudizio più dettagliato sull’album e l’artista in questione, dopo che mi sono reso conto che sto ascoltando a getto continuo queste 10 interessanti ed eterogenee canzoni.

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Erica, di Bisceglie, è giovanissima quando si affaccia al mondo della musica: il suo talento, la sua vocalità così aperta e particolare, la sua intonazione impeccabile, e soprattutto le sue doti interpretative non passano inosservate e comincia a far presto incetta di riconoscimenti, in un primo momento, locali. Il primo album esce per una piccola etichetta, è ormai praticamente introvabile ma tracce di questo esordio (“Bacio ancora le ferite”, del 2009), targato Auland Edizioni, specializzato più nel jazz, sono state poi inserite nel secondo album ufficiale, intitolato “E’” a partire dal suggestivo brano che ne apriva la scaletta.

I primi tentativi della Musci (questo il suo vero nome) sono già apprezzabili, pur se impregnati da un certo alone jazz che poi abbandonerà per suoni più diretti e immediati. La classe e la raffinatezza delle esecuzioni rimarranno però inalterate nel tempo, divenendo suoi marchi di fabbrica, messe nuovamente a fuoco nel secondo disco, inciso per la prestigiosa Sugar di Caterina Caselli, dopo una felice esperienza nel programma di Red Ronnie. Già nel primo album compariva un rifacimento prestigioso, quello di “Pensiero stupendo” della diva Patty Pravo; qui invece la Mou si confronta con un classico dei Fleetwood Mac, superando egregiamente la prova. Appare anche in una colonna sonora, l’inizio di un’avventura che come vedremo le porterà molta fortuna, mentre un altro brano compare in un’interessante antologia curata dalla rivista Xl, dedicata alle migliori leve degli anni duemila.

I tempi sono maturi per una prova importante. Erica si presenta a Sanremo Giovani, edizione 2012 e, pur non vincendo, fa un figurone seduta con chitarra acustica a presentare la sua “Nella vasca da bagno del tempo”. La canzone, il cui testo un po’ anomalo sul tempo che passa (un po’ inadatto forse a una ragazza di poco più di vent’anni), si aggiudica il Premio della Critica “Mia Martini” e quello “Lunezia” per la sezione Giovani, ma a livello musicale si attira qualche critica negativa per l’omaggio (?) volontario o meno al famoso brano dei Cranberries “Zombie”, nella parte strumentale centrale. Un peccato veniale che non va a incidere sulla sua affermazione che continuerà, seppur in modo graduale l’anno successivo.

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A ridosso del nuovo lavoro di studio, collabora con i Perturbazione per un brano che in un primo momento pare poco sulle sue corde, così sfrontato e movimentato, elettronico. Nulla di più sbagliato, alla luce del suo disco che sarebbe uscito solo qualche settimana più tardi. Prodotto da Boosta, abile manipolatore dei suoni dei Subsonica e quotato produttore capace spesso di marchiare a fuoco i suoi lavori conto terzi, il disco “Contro le onde” rafforza la convinzione di trovarci di fronte a un talento davvero unico nel panorama musicale italiano tout court. Gli arrangiamenti come detto risentono notevolmente dell’intervento del produttore in questione. Suoni modernissimi, sfaccettati, taglienti, ritmi ballabili più che languidi e malinconici. Un’evoluzione naturale ma che non sa di stravolgimento: basta soffermarsi sulle melodie e sul modo di cantare della Mou per rendersi conto che nulla è andato perduto, anzi, le intuizioni si sono fatte certezze, le insicurezze e le esitazioni sono scomparse, lasciando spazio a consapevolezza e audacia, in testi molto più buttati in faccia all’ascoltatore come in “Mentre mi baci” o in “Il Ritmo”. Nel singolo apripista “Mettiti la maschera”, introdotto da un pianoforte obliquo e sinuoso, già sono in prima linea le nuove coordinate stilistiche, che ritroviamo confermate nel prosieguo con “Non dormo mai”. Non mancano i momenti introspettivi, dove l’artista denota la dolcezza che l’aveva sempre contraddistinta. “Dove cadono i fulmini”, scelta da Rocco Papaleo per il suo bellissimo secondo film “Una piccola impresa meridionale”, canzone per cui è stata nominata al David di Donatello nella categoria “miglior brano originale” è una vera gemma poetica, così come le intense “Contro le onde” (la mia preferita, tra presente e futuro, tra suoni futuristici e un canto intenso e appassionato) e “Infiltrazioni”, una canzone d’amore vera e propria, romantica e profonda. In generale, lo dico ancora una volta… curiosamente, nell’album si rincorre il tema dello scorrere del tempo, della nostalgia degli anni migliori come nella già citata “Mettiti la maschera” o nella stessa “Infiltrazioni”.

Un album davvero ispirato, un’artista matura e molto poliedrica, che dovrebbe certamente godere di maggior spazio nei network specializzati; in un’epoca troppo appannaggio di fenomeni effimeri o quanto meno discutibili, una cantautrice così dotata come Erica Mou dovrebbe stare nell’elite della musica leggera italiana.

 

Alla scoperta di Nadia & The Rabbits, autori di un album senza tempo! Intervista a Nadia von Jacobi e Bernard Bauer

Nadia von Jacobi è la titolare del multiforme progetto artistico musicale “Nadia & The Rabbits” che ha esordito ufficialmente un anno fa con l’album “NoblesseOblique”, uscito sotto egida Mescal, la storica etichetta indipendente piemontese.

L’artista bavarese, ma ormai italiana d’adozione, è riuscita in questo disco a condensare nel migliore dei modi le sue varie anime e influenze, lasciando libero sfogo a tanta creatività, diffusa in modo massiccio ma estremamente curato tra le pieghe delle 11 tracce dell’album, la maggior parte delle quali in lingua inglese, senza tralasciare l’italiano e il tedesco che qua e là fanno capolino (“Tipico” e “Obliqua è la mia nobiltà” sono in italiano, lingua inserita anche in un breve estratto di “Spring will come”, uno dei più riusciti del lotto, mentre l’efficace “Moongirl” è in lingua tedesca).

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Nei giorni scorsi ho avuto modo di intervistare telefonicamente la stessa Nadia e Bernhard Bauer, uno dei pilastri del gruppo (nonché suo sodale compagno, non solo a livello professionale) dopo che li avevo conosciuti entrambi in occasione della “prima” del tour  post-Sanremese dei Perturbazione, avvenuta nella mia città, Verona. Un tour per il quale Nadia & The Rabbits fanno da apripista in moltissime date per i loro famosi compagni di etichetta. Già all’epoca rimasi molto colpito dalla qualità, dalla passione e dalla personalità dei due – che presentarono alcuni brani dell’album in versione più scarna e acustica rispetto ai suoni del disco ma con medesimo e innegabile appeal – ben miscelate ed egregiamente assortite nel modo di porsi al pubblico e presentare la loro proposta. La voglia di scoprire, di saperne di più su questo insolito progetto ha infine prevalso in me, specie dopo numerosi e ripetuti ascolti da parte mia del loro interessante disco.

“Ciao Nadia, è un piacere risentirti. Innanzitutto mi complimento per il disco che sto consumando di ascolti e che, come mi dicevate, è molto più vario rispetto all’esibizione live che vi vedeva impegnati in formazione ridotta a due elementi, anche se poi Bernhard sul palco riusciva a suonare più strumenti nello stesso brano. Ciò che mi ha colpito è la naturalezza del suono e il fatto che non ci sia uno scarto qualitativo tra un brano e l’altro, nonostante le diverse atmosfere evocate dalle canzoni. Dall’inizio alla fine riuscite ad accompagnare l’ascoltatore come in un viaggio… E’ una mia sensazione o è un aspetto al quale avevate pensato in fase di preparazione?”

N.“Ciao Gianni, ci fa piacere che tu abbia percepito questo perché l’idea alla base del disco era proprio quella di ricreare diverse atmosfere, come se il tutto fosse frutto non solo di un viaggio fisico ma anche metafisico, mentale, per creare suggestioni diverse”.

Prima di tornare sul disco chiedo a Nadia dell’esperienza che stanno portando sui palchi di tutta Italia con i Perturbazione, freschi reduci della fortunata ribalta sanremese. Per lei e i Rabbits si è trattata di un’occasione unica se non altro per la possibilità di suonare davanti a platee numerose.

“Proprio così, al di là del fatto che ci stiamo divertendo un sacco perché siamo in compagnia di buoni amici e di grandissimi musicisti che stimiamo, quello che differenzia maggiormente i nostri live è il contesto, il fatto di suonare in location di medie grandi dimensioni alle quali non eravamo abituati. Siamo soddisfatti del riscontro, dell’accoglienza ricevuta e della possibilità – perché no? – di allargare un po’ il nostro pubblico”.

Come Nadia e Bernhard mi avevano chiarito, vi è una notevole differenza tra la proposta live eseguita nella data da me seguita a Verona (e riproposta con successo anche in altre città) in duo e quella molto ricca e variegata che si sente su disco, la cui produzione è davvero ben confezionata. Chiedo da dove nasca questa particolarità nelle esecuzioni dal vivo, così diverse a seconda dei contesti e la risposta sincera e disarmante di Nadia conferma l’eccezionalità del progetto.

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“Il nostro è una sorta di “gruppo aperto”, quasi una “comune” o meglio un “collettivo”, nel senso che moltissimi amici musicisti hanno contribuito egregiamente e attivamente alla riuscita del disco, e lo stesso accade per i concerti, nei quali ci piace che possano intervenire, a seconda di dove facciamo tappa, molte persone con le quali poter condividere l’idea e l’esperienza del concerto. Non avendo noi per primi una base fissa, è facile raccogliere nelle varie città, anche internazionali, tanti elementi che vanno ad arricchire il nostro sound”.

Insomma, pare che nonostante dietro ci sia tanto studio – e la storia personale di Nadia e Bernhard sta lì a testimoniarlo –  tanta applicazione e professionalità, la voglia di far emergere la creatività e di scoprire orizzonti musicali nuovi spesso e volentieri ha la meglio, cosicché la sperimentazione in concerto può prevalere su ciò che invece è studiato e preventivato.

“E’ vero, è successo che ci esibissimo in formazione più classica, in trio, con sax e fiati, oppure con basso, contrabbasso ed elettrica. Dipende da chi è in zona, in pratica, dal tipo di esperienza che ognuno può portare. Ci riteniamo un gruppo aperto, perché poi molti hanno progetti diversi e allora è giusto che si possano sentire liberi di sperimentare, di andarsene e tornare senza restrizioni. Ci piace – come si vede bene dal disco e come hai anche tu hai sottolineato –  variare negli arrangiamenti”.

Torneremo a parlare dell’importanza e della cura negli arrangiamenti più in là nell’intervista, ma a questo punto ho chiesto a Nadia e Bernhard di raccontarmi della loro esperienza in primis, di come loro per primi siano molto particolari nell’approccio alla musica

“Sono nata a Monaco di Baviera e per motivi di studio mi sono trasferita da giovanissima in Italia, precisamente a Duino, nel Triestino, dove ho frequentato una scuola particolare, quasi un ‘progetto pedagogico pacifista’, nello stesso istituto in cui ho scoperto più tardi che ha studiato anche Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione. Un ambiente molto bello e stimolante. In realtà ho sempre suonato, sin da bambina, iniziando a comporre “seriamente” all’incirca a 14 anni. Ma nei miei ricordi di bimba ho sempre scritto ecantato, avendo a modello soprattutto esponenti di quei miei anni di crescita e formazione (gli anni ’90) con il cantautorato che stava riemergendo forte, anche e soprattutto lanciando molti talenti femminili. Tra i classici la mia predilezione andava a gente come Joni Mitchell o Bob Dylan ma ben presto entrò prepotentemente nella mia vita tutta l’ondata new wave, dalla quale mi sentivo ben rappresentata, in particolare in gruppi come Cure, Depeche Mode e Echo& The Bunnymen”.

Dall’ascolto alla voglia di provarci il passo è stato poi breve immagino…

“Sì, formai una mia prima band a Firenze, proponendo cover di quelle band che tanto amavo: quindi il genere non si discostava molto dalla wave, rigorosamente suonata con musicisti della scena rock fiorentina di altissimo profilo, molti dei quali hanno contribuito anche a Noblesse Oblique, finchè nel 2007 le cose cominciarono a farsi più serie, quando venni avvicinata da coloro che poi sarebbero divenuti il primo nucleo sul quale iniziarono a ruotare i Rabbits. Erano Luca Rubio, Stefano Pavan e Camillo Achilli, che hanno dato la prima spinta fondamentale al progetto, aiutandomi a post-produrre il primo disco. A loro piacevano le mie canzoni, così si proposero di accompagnarmi come gruppo. Registrai quello che divenne il mio primo demo in una serie di concerti tra Londra e l’Italia. La post-produzione invece avvenne in una cascina dove giravano parecchi conigli (da qui il rimando ai “Rabbits” ). L’album “Song FairyFails”contiene già tante delle mie primissime canzoni e con i Rabbits iniziammo a farlo girare di palco in palco: era il 2009”.

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L’incontro con Bernhard avvenne in modo quasi fortuito, ma è indubbio che col suo ingresso, anche nella vita della stessa Nadia, le cose abbiano preso un’ulteriore spinta.

B. “Sono austriaco e la mia formazione musicale è prevalentemente quella classica, sulla scia della grande tradizione viennese, la mia città d’origine. Ho studiato per anni l’oboe – il mio strumento per eccellenza –poi con la mia ‘trasformazione’ in Rabbit mi sono evoluto polistrumentista, iniziando a suonare anche l’ukulele, il charango, la konzertina e il bass ukulele. L’incontro con Nadia è avvenuto per caso; ero in Italia,cercavo casa e lei affittava una stanza. Col tempo abbiamo scoperto tante affinità, a partire dal fatto che suonavamo.”

Anche l’attitudine di vita però è complementare, così come la voglia di ricercare, di creare, di trovare nuove suggestioni, anche a costo di spostarsi senza una meta precisa, con l’idea di viaggio non solo mentale, come detto all’inizio, tanto che il disco è stato registrato in più parti del mondo, come ad esempio a New Orleans, patria amata del jazz. Nel libretto, il cui packaging è curatissimo, vi sono anche belle foto al riguardo.

N. “Ci piace definirci “cosmopolitan gipsy”, amiamo viaggiare e sfruttare l’occasione per incontrare nuove persone e scambiare idee, energia. Eravamo a New Orleans, la Capitale del Jazz ed era impensabile per due come noi non provare a entrare in contatto con tante realtà locali. Lì il jazz lo respiri a pieni polmoni e ci tenevamo a ritornare in Italia con delle registrazioni.”

E la cosa che più mi ha colpito dell’intero lavoro sono proprio gli inserimenti in molte tracce dei fiati, il suono del sax, la tromba, il trombone che permea quasi tutto il lavoro, caricandolo di tanta raffinatezza e classe.

N. “Il nostro Rabbit Alberto Greguoldo ha suonato gli assoli di sax in tre brani, ma nel resto del disco abbiamo appunto avuto la possibilità di coinvolgere dei formidabili musicisti locali a New Orleans. Il disco è collettivo perché nonostante le canzoni nascano da me, poi vi confluiscono le idee di tutticoloro che partecipano. I musicisti con le loro esperienze vengono coinvolti e tutto viene poi sapientemente miscelato”.

Qui entra in gioco anche la sapiente ed esperta mano di LeLe Battista, abilissimo dietro le quinte nel dare omogeneità e un filo conduttore al tutto.

“Certamente l’apporto e il buon gusto di LeLe sono stati poi fondamentali. Sia nelle fasi delicate dell’editing che quando si trattava di comporre al meglio tutti i pezzi del puzzle. Quella sensazione di omogeneità, di coerenza di cui accennavi all’inizio è principalmente opera sua, che è stato in grado di contenere in un certo senso la mia esuberanza. Mentre lavoravamo, continuavo a proporre ulteriori arrangiamenti. Lui è riuscito, senza trascurare nulla o limitare il mio lavoro a dare un ordine preciso e coeso. Il suono si è fatto così molto dettagliato e profondo; in questo è stato fondamentale anche il missaggio in USA di Joe Marlett. Per le mani ormai avevamo davvero un prodotto ben curato, in cui credevamo molto. Noi suoniamo sempre ma non ci piace la concezione della musica “usa e getta”, al disco abbiamo lavorato per anni e per questo vogliamo valorizzarlo al meglio, portandolo in giro live il più possibile e sfruttando le occasioni che ci capitano per farci ascoltare.”

L’album in effetti ad ogni ascolto ti fa scoprire qualcosa: è registrato benissimo, curato in ogni fase della sua produzione. I suoni sono pulitissimi, così come la voce di Nadia capace di cambiare registro e di passare con estrema naturalezza a più soluzioni del suo cantato, come si evince dalla scelta, assolutamente spontanea di cantare in più lingue, nonostante la predilezione per l’inglese, lingua universale per eccellenza.

“Il fatto di essere poliedrici, di cantare in più lingue o di passare da arrangiamenti jazzati ad altri più classici (come ad esempio in “She’s like a wind” il cui arrangiamento in quartetto di fiati di legno è stato scritto da Bernhard e da me e registrato in Germania) nasce dal fatto che noi per primi siamo così, nella vita di tutti i giorni. E’ la nostra forza, la nostra caratteristica ed è questo che cerchiamo di trasmettere. Di conseguenza concepiamo anche la musica – parte fondamentale della nostra vita – in questo modo. “Spring will come” è in inglese, con inserto in italiano alla fine, mentre la prima traccia e la 9 (“Treasures Away” e “Obliqua è la mia nobiltà” )sono in pratica due facce della stessa medaglia: sono una la cover dell’altra”.

Con un disco così ben fatto tra le mani, e già autoprodotto nei minimi dettagli, è stato “facile” entrare in contatto con qualche etichetta discografica interessata al progetto. Quando è entrata in scena la Mescal?

“Avevamo già spedito il nostro album Song Fairy Tales e loro furono da subito colpiti dal fatto che questo fosse un live. Hanno manifestato interesse, senza la promessa di nulla ma di fatto abbiamo continuato a “frequentarci”, a conoscerci e una volta pronto il disco Noblesse Oblique hanno deciso di darci una chance, facendoci esordire ufficialmente. Siamo molto soddisfatti e vogliamo proseguire il cammino iniziato assieme che ci sta regalando tante soddisfazioni, come nel tour che stiamo approntando adesso in giro per l’Italia nel quale l’accoglienza nei nostri confronti è sempre molto positiva. Contiamo di proseguire sempre meglio con la nostra musica: intanto saremo impegnati per tutta l’estate tra Festival, concerti in Piazza; bellissime occasioni per far ascoltare le nostre canzoni”.

L’augurio sincero che faccio ai ragazzi è che possano ottenere delle meritate soddisfazioni dal loro lavoro, perché, al di là delle indubbie qualità artistiche e del talento da compositori e polistrumentisti, ciò che mi ha colpito è la tanta, genuina, debordante passione che sgorga dalle loro parole, l’entusiasmo che riversano in quello che fanno e il modo molto particolare e poco convenzionale che hanno di intendere e concepire la loro arte. In un mondo musicale e culturale che pare sempre più asettico e plastificato, il loro nome e il loro progetto sembra proprio una goccia nell’Oceano. In bocca al lupo a Nadia & The Rabbits!

 

Concerto dei Perturbazione a Verona: un tripudio di canzoni e forti emozioni

Ieri sera è ufficialmente partito il nuovo tour dei torinesi Perturbazione, il primo dopo il fortunato tour de force seguito al ciclone Sanremo. I 6 eterni ragazzi dell’indie pop italiano hanno subito fuorviato i dubbi sul fatto che fossero in qualche modo cambiati, ma per chi come me li segue praticamente da sempre, questa cosa era veramente assai improbabile. Anzi, io auguro di cuore al gruppo di potersi finalmente affermare a livello di popolarità e pubblico, visto quanto seminato e prodotto in questi anni ma sono sicuro che non perderanno mai di vista la loro storia, la loro origine e l’intenso live di ieri ne è una fragorosa conferma, addirittura “certificata” da una confessione del cantante Tommaso Cerasuolo, proprio prima del lancio de “L’Unica”, il loro successo del momento, il fortunato brano portato con successo  a Sanremo. Tommaso, tirando in ballo “la sindrome dell’imbroglione”, ha ammesso in pratica di aver capito proprio quando si è trovato a un passo da un traguardo magari da sempre auspicato e sognato da anni, come in realtà preferisse quasi non centrarlo ma rimanere in una dimensione più sua, più realistica secondo il suo stile di vita.

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Insomma, dopo tante parole, dopo tanta esposizione mediatica, finalmente a parlare è stata nuovamente la musica. Anticipato da una breve ma efficace presentazione pomeridiana presso la sede della Feltrinelli in centro città a Verona (peccato per le poche persone accorse, ma si sa, con una giornata così primaverile e i negozi di Via Mazzini tutti aperti, è difficile chiamare a raccolta tante persone ad ascoltarti), Tommaso e Gigi Giancursi, oltre a raccontarsi amabilmente, con la solita ironia, disponibilità e semplicità, hanno pure suonato in chiave acustica tre pezzi: oltre alla canzone sanremese, anche altri due estratti dal disco “Musica X”, la canzone eponima e la stupenda “I baci vietati”, che su cd è eseguita in duetto con Luca Carboni.

In serata, nella splendida e insolita cornice del Crowne Plaza Hotel (in pratica in una serra naturale adibita ad ampia sala per eventi, tra l’altro inaugurata proprio ieri per l’occasione) i Perturbazione sono stati anticipati da altre valide proposte. Dapprima Nadia & The Rabbits – sempre della florida scuderia Mescal (presente tra l’altro ieri per la “prima” del tour anche il “boss” Valerio Soave) – ieri in versione ristretta a due e poi la cantautrice veronese Veronica Marchi, accompagnata da una valida violinista. I primi mi hanno davvero colpito, li vedevo per la prima volta dal vivo e seppure abbiano giocoforza presentato pochi brani, hanno saputo ben dosare le atmosfere della loro performance, mostrando grande versatilità e maestria negli scarni – per l’occasione, solitamente salgono sul palco in 7 –  ma stupendi arrangiamenti acustici. Su di loro tornerò prossimamente con una ricca recensione del disco e magari con un sostanziale contributo dei protagonisti, visto che alla fine del loro set c’è stato modo di conoscerci e concordare una futura intervista. Anche la Marchi ha confermato nel suo breve set il suo talento, già ampiamente riconosciuto negli ambienti veronesi. Ha portato in scena i brani del suo ultimo lavoro di studio, ormai risalente a quasi 3 anni fa.

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E’ arrivata poi finalmente la volta dell’attrazione principale della serata: i Perturbazione. Nel frattempo la sala si era fatta più gremita e il calore del pubblico si è fatto sentire sin dalla prima canzone presentata, quella “Musica X” che intitola l’ultimo album di studio uscito a maggio dello scorso anno e arricchito con i due brani sanremesi nella recente versione aggiornata. La gente è pronta a scatenarsi sin dal secondo brano, ripescato dallo stupendo “Canzoni allo specchio”: è vero tripudio sin dalle note iniziali del singolo “Se mi scrivi”, cantato all’unisono col pubblico, a occhio e croce composto quasi esclusivamente da fedelissimi del gruppo, più che dai nuovi arrivati, incuriositi da Sanremo e che magari hanno conosciuto i ragazzi in quella occasione.

Il concerto prosegue alternando egregiamente brani dell’ultimo album (risultano assai efficaci la già citata “I baci vietati” e una trascinante “Chiticapisce” ma convincono anche l’apertura melodica di “La vita davanti” e “Questa è Sparta”, col suo ritmo cadenzato e minaccioso: per questo brano in studio si sono avvalsi della collaborazione di Niccolò Contessa, alias “i Cani”). Molto successo raccolgono ovviamente le canzoni più datate, entrate di diritto nel cuore dei fans, a partire ovviamente da quella “Agosto” che ha fatto da spartiacque nella carriera della band, essendo stata di fatto la prima song cantata in italiano a far emergere il gruppo dopo i primi album in lingua inglese. Una canzone malinconica, dolce – amara, che non perde nulla del suo languido fascino a distanza di anni e di tante riproposizioni. L’emozione di Tommaso e del pubblico in sala è un tutt’uno, davvero palpabile. Tripudio pure per “Nel mio scrigno”, d’altronde ha un significato molto profondo e paradigmatico del pensiero del cantante. Molto feedback positivo raccolgono meritatamente anche i due brani portati al Festival, non solo “L’Unica” ormai di diritto la loro canzone più “famosa” e fischiettata (anche dal figlioletto di Fazio, ormai è risaputo!) ma anche la più “classica” “L’Italia vista dal bar”.

Il gruppo è parso davvero coeso come non mai, con Cristiano e Elena impeccabili nella loro eleganza, maestri di stile e dalla classe innata, Alex intenso e presissimo anche nei numerosi cori, Rossano come sempre concentrato, sul pezzo, motore centrale del gruppo, ma allo stesso tempo “perso” nella sua performance, come fosse a tratti in stato di trance; infine Gigi e Tommaso la cui intesa sul palco è ormai assodata e prevarica quei luoghi per rispecchiarsi nella vita di tutti i giorni. E’ davvero sorprendente rendersi conto di come questi sei ragazzi si trovino a meraviglia, nonostante i tanti anni passati a suonare assieme, gli scazzi inevitabili che ci possono essere stati e che ancora ci sono e ci saranno, le gioie finalmente riconosciute ma anche quelle più piccole e custodite gelosamente nel cuore e i dolori, le frustrazioni, la gavetta, la nuova consapevolezza, la maturità raggiunta, le responsabilità, la nostalgia che talvolta ancora va ad attanagliare le loro anime da artisti. Grande gruppo davvero i Perturbazione e la cosa che più mi fa piacere constatare è che a differenza di tanti altri gruppi coevi, non hanno ancora il bisogno di tributare sé stessi, di rifarsi a stilemi consolidati, ma anzi, appaiono all’apice della forma artistica e umana e pronti a migliorarsi sempre di più, forti di una freschezza e di una creatività ancora intatte e ben rappresentate.

A livello personale poi, è stato bellissimo ritrovare i ragazzi dopo diversi anni che non li vedevo dal vivo (dal tour di “Canzoni allo Specchio”) e di ritrovarli uguali, solo un po’ “invecchiati” – come il sottoscritto ovviamente! Ma sempre belli carichi, passionali come non mai, intensi e disponibili, sin dal pomeriggio in libreria. Ho conosciuto finalmente di persona anche il loro discografico, il giovane Paolo Pastorino, uno degli ultimi ingressi in casa Mescal, ma che ha saputo prendere in mano le redini al momento giusto, coadiuvato ovviamente dalle figure storiche di quella che si può considerare un’isola felice nell’abito delle etichette indipendenti, con una passione per la musica e il suo lavoro che gli si leggono negli occhi. Negli ultimi mesi lo staff Mescal è stato molto disponibile con me, fornendomi tanto materiale utile ai fini del mio saggio sulla musica italiana degli anni ’90 che tra non molto sarà finalmente disponibile nelle librerie. Un progetto a cui tengo molto e che tra l’altro riuscirò a presentare anche alla Feltrinelli della mia città, probabilmente a fine maggio.

Infine, chiudendo con gli autobiografismi, sono stato molto felice di aver condiviso tutta la bella giornata di ieri con la mia ragazza, Mary, a cui avevo fatto una testa così sui Perturbazione! Il concerto le è piaciuto molto, ma direi proprio tutto il contesto, è stata colpita molto dalla semplicità, dalla simpatia e dalla carica dei ragazzi. Le canzoni, poi, le sono già entrate nel cuore. Peccato solo non essere riuscita a farla parlare in foggiano con i suoi concittadini Cristiano e Rossano Lo Mele, ma sarà per un’altra volta! 🙂

Dopo i fasti di Sanremo, alla (ri)scoperta di “Musica X”, l’ottimo album dei Perturbazione

Mi sono ritrovato in questi giorni ad ascoltare più volte l’ultimo album dei Perturbazione: “Musica x”, un disco uscito mesi prima dell’affermazione sanremese del gruppo rivolese e già di gran pregio, ancor prima dell’aggiunta dei brani presentati in gara (la finalista “L’unica”, che ben si è piazzata nella famosa kermesse musicale italiana per antonomasia e “L’Italia vista dal bar”, più legata agli stilemi classici cari al sestetto piemontese).

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Seguo da sempre i “ragazzi” ed è innegabile che quest’anno avessi un motivo in più per guardare con attenzione al Festival. Non è il primo anno che mi ritrovo di questi tempi a patteggiare per questo o quell’altro gruppo durante la gara (solo 12 mesi prima era accaduto con i Marta Sui Tubi in fondo), ma mai come in questa occasione, più ancora che in passato con altre band che amo come Afterhours, La Crus, Marlene Kuntz o Almamegretta, ho provato tanta emozione, per non dire “empatia” nel vedere esibirsi uno dei “miei” gruppi!
Mi piacquero da subito, sin dai timidi ma già delineati tentativi in inglese, sulla falsariga di band che ammiravo e che avevano contraddistinto la mia adolescenza e la mia formazione musicale (i R.E.M. e gli Smiths), e poi, da quando adottarono l’uso della lingua madre, soprattutto con “In circolo” fecero breccia assoluta nel mio cuore (il precedente Ep 36 lo recuperai solo in seguito).

Insomma, si era davanti davvero a un grande gruppo (indie)pop, e sono ben felice di poter dire che quella parolina fra parentesi può appunto diventare superflua, visto che, dopo il passaggio televisivo, anche il pubblico più generalista e meno attento alle realtà che partono “dal basso” si è accorto della qualità e della validità della proposta dei Perturbazione. Canzoni le loro  all’insegna di un alto tasso melodico, adatte veramente a soddisfare diversi palati (da quelli più fini, non a caso i testi delle due canzoni sanremesi sono stati considerati i migliori da quelli dell’Accademia della Crusca, mica scherzi!, a quelli più avvezzi a ogni tipo di proposta radiofonica).

Li ho sempre considerati, insieme ai livornesi Virginiana Miller il miglior gruppo italiano pop rock e non mi hanno mai smentito, nonostante la delusione per il mancato salto di qualità che, a mio avviso, sarebbe stato già meritato ai tempi del passaggio alla EMI per il loro stupendo “Pianissimo fortissimo”. Già il precedente “Canzoni allo specchio”, prodotto dall’illuminata casa discografica piemontese Mescal era notevole, con irresistibili brani come “Se mi scrivi”, la più grande hit mancata della storia della musica italiana recente, la melodica “Chiedo alla polvere”, la malinconica “Un anno dopo” e la dolcissima “Se fosse adesso”. Dopo un altro album ben fatto, ma un po’ interlocutorio e forse poco a fuoco come “Del nostro tempo rubato”, uscito per la piccola ma agguerrita “Santeria”, e del quale è stato poi avviato un fortunato tour, i fari si sono nuovamente accesi sulla band con il ritorno alla casa madre “Mescal” che non ha mai smesso di credere nella loro forza e nel loro talento.

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Dapprima uscito in forma sperimentale, in allegato alla rivista “Xl”, l’album “Musica X” si discosta notevolmente dalle precedenti produzioni del gruppo, se non altro per la confezione sonora data in fase di produzione da Max Casacci, capace spesso di marchiare a fuoco i lavori altrui, spruzzando il tutto con buone dosi di strumentazioni elettroniche, davvero insolite a un primo ascolto di un disco dei Perturbazione. Invece, come successo in passato ad esempio con il disco dei Modena City Ramblers “Viva la vida!Muera la muerte!”, Max ha soltanto “attualizzato” il sound del gruppo, modernizzandolo ma senza nulla togliere all’originalità e alla riconoscibilità degli artisti con cui si ritrova a collaborare.
Il registro poetico di Tommaso Cerasuolo e soci è sostanzialmente lo stesso, fatto di splendidi siparietti quotidiani, scenari magari “piccoli”, perché facenti parte del microuniverso che c’è in ognuno di noi, più che del livello macro, ma descritti e colti con molta purezza, poesia, delicatezza, anche quando i temi si fanno più “scottanti”, come nel caso del duetto con la bravissima cantautrice pugliese Erica Mou in “Ossexione”, in cui si parla apertamente di sesso, come mai prima la penna di Tommaso ci aveva abituati. La stessa Mou alle prese con il difficile secondo album, prodotta da Boosta dei Subsonica, aveva subito un notevole cambiamento dal punto di vista musicale, col positivo risultato di aver ampliato notevolmente il suo spettro d’azione. Anche un brano come “I baci vietati” in cui si vede la collaborazione di Luca Carboni – che davvero ho sempre paragonato a loro proprio per la cifra stilistica dei suoi testi, spesso minimalisti – è molto d’impatto a livello di tematiche, visto che si parla delle diverse generazioni che cambiano ma che in fondo sono sempre uguali. Dolcissima invece è l’ode “Mia figlia infinita”, che a Sanremo ci poteva stare benissimo, al di là del figurone fatto con un brano frizzante, originale e orecchiabile come “L’Unica”.
Elettronica sì, quella dei Perturbazione, ma in fondo un po’ “vintage”, come in “Monogamia”, o nel brano d’apertura “Chiticapisce”, capace di catturare sin dalle prime note, così come l’efficacissimo quadretto quotidiano di una classica coppia d’oggi ai tempi dell’Ikea nel brano “Diversi dal resto”. In “Questa è Sparta” fa capolino invece Niccolò Contessa, alias “I Cani”, quasi a non voler recidere i forti legami con una scena indipendente di cui si possono considerare a ragione dei “padrini” per le nuove generazioni.

Un grande album insomma, impreziosito poi dai due brani sanremesi, e che ora avrà l’occasione di essere nuovamente valorizzato e riproposto in un lungo tour post-Festival che toccherà in pratica tutta la Penisola, a cominciare dalla “mia” Verona, nella data prevista il 14 marzo a Negrar. E io non potrò proprio mancare!