I miei tre giorni a Sanremo per il Premio Tenco

Sul Premio Tenco 2019 si è scritto davvero di tutto e di più, erano anni che non si assisteva a discussioni – spesso anche “feroci” – sulla prestigiosa Rassegna, istituita in onore del grande cantautore, che c’ha lasciato nell’ormai lontano 1967.

Da appassionato di musica – anche “d’autore” – ho sempre seguito da vicino la manifestazione, guardando con particolare interesse alle Targhe Tenco, i premi cioè destinati ogni anno nelle categorie per l’album dell’anno in assoluto, per la miglior canzone (in questo caso il riconoscimento va all’autore che, ovviamente, non sempre coincide con l’interprete in questione), per l’album in dialetto, per il miglior album di interprete, per quello d’esordio e, da pochi anni, per un album cosiddetto “a progetto”.

Un tempo, quando ero più “giovane”, non mi perdevo alla tv la serata relativa, trasmessa quasi sempre in seconda serata sulle reti RAI e ammetto di essere grato per aver scoperto grazie a questa rassegna fior fiori di cantautori.

Da qualche anno faccio anch’io parte della Giuria, siamo un gruppo numeroso ed eterogeneo; non conosco tutti, la maggior parte solo di fama, ma credo con i miei 42 anni di rappresentare ancora la parte cosiddetta “giovane”… in questo momento sono ironico ma non troppo, dopo aver letto un sacco di discussioni sul fatto che al Tenco si voglia per forza legarsi alla contemporaneità e al pop, andando a snaturare la rassegna, quel tipo di polemiche che vanno a sostituire le altre, del tipo che al Tenco si è rimasti fermi al classicismo di una canzone d’autore con quegli stilemi da “cantautore impegnato di sinistra, con la barba e la chitarra a tracolla”.

Per carità, tutto legittimo e ognuno può pensare ciò che vuole… io dico che da quando sono in giuria, ho visto arrivare in finale album che non sempre avevo votato ma ciò non significa che le scelte non fossero in linea con quella che è la storia del Tenco, e di Tenco, per quanto sia obiettivamente impossibile anche solo poter immaginare chi sarebbe realmente oggi, dal punto di vista meramente artistico, ovvio, Luigi Tenco. Che strade avrebbe intrapreso, che tematiche avrebbe trattato nelle sue canzoni… Nessuno in fondo può sapere cosa (e chi) può rappresentare al giorno d’oggi Luigi Tenco e onestamente a me interessa che non vada persa la sua memoria, che venga rispettata la sua Arte.

A distanza di una settimana dall’ultimo giorno di rassegna, non mi va di scrivere bilanci o chissà quali report, tanto chi è appassionato di musica avrà già letto di tutto e spero non si sia fermato solo all’esibizione di Achille Lauro, il cui video su You Tube è diventato quasi virale.

Io mi sono portato a casa da questa 3 giorni sanremese tante belle vibrazioni positive, e soprattutto ho ascoltato tanta buona musica. Era la prima volta che soggiornavo in Riviera per tutta la rassegna, in un’altra occasione ero giunto per la Finale, giusto in tempo per godermi la premiazione con relativo set di Niccolò Fabi che in quell’anno, il 2016, si aggiudicò con pieno merito la Targa di miglior album dell’anno con lo stupendo “Una somma di piccole cose”.

In tre giorni ho potuto vivere la rassegna “da dentro”, partecipando alle conferenze stampe, alle presentazioni del pomeriggio, alle varie iniziative, tutte di gran pregio – e poi vai a capire perchè la gente si sia fissata sull’Aperitenco che, a dire il vero, ancora non ho capito se ci sia in effetti stato, e anche fosse da quel che ho sentito non ha riguardato direttamente la rassegna.

E’ stato da una parte il Festival delle polemiche, anche e soprattutto da parte della famiglia di Luigi, ma a dire il vero mi trovo d’accordo con la replica del Direttivo.

Io ho respirato una buona aria, ascoltato come detto buona musica, incontrato tanta bella gente, con cui è stato piacevole confrontarsi. C’era mia moglie Mary questa volta ad accompagnarmi e abbiamo avuto modo anche di conoscere meglio la splendida cittadina ligure.

Al riparo dalle polemiche, che qui mi rimbalzavano solo via social – perchè di fatto il clima era assolutamente piacevole e il tutto si è svolto in piena armonia… nessuno in parole povere si è scagliato contro Lauro in primis o contro Morgan, rei di non aver reso giustizia nell’omaggio a Tenco con “Lontano lontano”, sigla d’apertura che in effetti ha visto palesi carenze tecniche.

Poi però Achille Lauro, a mio avviso più emozionato che impreparato, come da più parti ho letto, ha portato a casa la pagnotta con il suo set dove era molto più a suo agio. Personalmente non ascolto la sua musica, ma ho trovato esagerato scagliarsi contro di lui.

Gli organizzatori trarranno le loro conclusioni sulla scelta fatta a monte, di affidargli un brano simile, ma a quanto pare le polemiche ci furono anche in tempi non sospetti, quando a detta di tutti la Rassegna era ancora all’apice.

Io, però, che solo negli ultimi anni ho avuto modo di avvicinarmi a questo prestigioso contesto, e conoscendo bene anche il Festival di Sanremo, non ho riscontrato somiglianze tra le due manifestazioni. Un’apertura (che c’è stata) a qualcosa di più “commerciale” secondo me non deve creare scandalo, se poi la compensi con interventi di gran pregio, quali sono stati quelli di Vinicio Capossela, Daniele Silvestri e Rancore, Enzo Gragnaniello, Petra Magoni, Gnu Quartet, Peppe Voltarelli, Mimmo Locasciulli, Sergio Cammariere

la canzone d’autore poi, i talenti, i nomi “di nicchia” in linea con la grande storia della rassegna si sono riscontrati in Alessio Lega, Simona Colonna, Claudia Crabuzza… tutta gente che sul palco (nel caso della Crabuzza in un evento esterno) ha dato vita a performance intense, ricche, coinvolgenti.

E il pop? Beh, se il pop è quello del giovane Fulminacci, di Levante, Nina Zilli e dei premiati Ron, Stadio e Gianna Nannini, ben venga anche su questo palco!

Non è mancato nemmeno lo spazio per qualcosa di simile al “teatro canzone”, basti pensare a David Riondino o a Roberto Brivio de I Gufi, entrambi molto brillanti. E poi i duetti tra Morgan e gli altri artisti al pianoforte, i tanti, sentiti, omaggi al grande Gianni Siviero, omaggiato anche con un bellissimo album di sue canzoni interpretate dagli artisti più svariati.

Insomma, ingredienti per definire ricca e riuscita questa edizione ce n’erano eccome sul piatto, e nessuno di questi ha lasciato l’amaro in bocca.

Ho visto anzi tanta partecipazione da parte del pubblico, non solo all’Ariston per le tre serate, ma anche per gli altri eventi in programma, con un Antonio Silva sempre sul pezzo, instancabile, vulcanico, con la sua ironica simpatia.

Certo, nulla è perfetto, ma credo che il lavoro del Club Tenco in tutti questi anni sia stato lodevole e che abbia contribuito molto, non solo a tenere in vita il ricordo del grande Luigi, ma anche ad alimentarlo nel modo giusto.

Ho conosciuto in questi giorni tanta gente appassionata, credo sia veramente azzardato (e ingiusto) screditare il lavoro di anni e scrivere che sia mancato una qualche forma di rispetto nei confronti di Tenco e una discontinuità con la storia passata, gloriosa della Rassegna.

Sanremo 2016 inizia con grandi ascolti ma senza botte emozionali dettate dalle canzoni. Bene gli Stadio e Noemi

Quest’anno sapevo già che avrei fatto fatica a tenere un report dettagliato sul Festival di Sanremo, complici diversi impegni, lavorativi e non, che mi rendevano difficile la cosa.

Chiaro, poi, in qualche modo la kermesse la si riesce a rintracciare, e poi esistono sempre gli speciali, i commenti sui social, ecc.

Fatto sta che, almeno per quanto riguarda la puntata inaugurale, sono riuscito a vederla praticamente per intero, nonostante la mia attesa fosse in realtà protesa specialmente al DopoFestival, che rientrava in pista quest’anno dopo ben 8 stagioni di digiuno. Con la Gialappa’s poi per me è il top! Insieme a Savino mi hanno strappato al solito più di un sorriso.

A dir la verità non sono nemmeno nel pieno della forma fisica, con i postumi di un’influenza mai del tutto sfociata in tutta la sua forza, gli stessi che con molta probabilità mi impediranno di partecipare a un’attesissima serata all’insegna della musica britpop, indie, new wave in quel di Milano, quella sì una musica che amo visceralmente.

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Però Sanremo è… Sanremo! L’ho sempre guardato con attenzione, rappresentava un evento a casa mia quando ero piccolo e lo seguivo con mia nonna e mia mamma.

E’ un fenomeno di grande portata per quanto riguarda il nostro costume e la nostra tradizione, con canzoni che nel bene o nel male si fanno poi ricordare. E’ una vetrina immensa, (quasi) tutti i musicisti in fondo ci ambiscono, e io in tempi non sospetti, mi ritrovavo a scriverne e a commentarlo. L’ho fatto dettagliatamente anche in questi anni su questo mio blog, raccogliendo invero tantissime visualizzazioni.

Poi, da quando sono sposato, è ancora più piacevole e divertente guardarlo con la mia splendida Mary!.

Chiaro, ieri si sono esibiti solo i primi Campioni, fare pronostici che non siano quelli legati alle pure sensazioni risulta complicato. E allora, rimandandovi all’appuntamento finale, quando avremo già un vincitore, ecco comunque le mie prime impressioni, un po’ flash!

  • Si conferma ottimo conduttore Carlo Conti, alla difficile seconda prova su questo palco, e dopo gli straordinari numeri della passata stagione. Piglio sicuro, personalità, ritmo, simpatico al punto giusto, e bravo soprattutto nel tenere le redini del gioco con grande equilibrio, dando il giusto spazio agli ospiti e ai cantanti in gara.
  • Bellissima la valletta Madalina Ghenea, già vista nel film di Sorrentino e piuttosto disinvolta con la nostra lingua, più a suo agio rispetto al lampadato (e fascinoso, che sennò mia moglie mi bastona) Gabriel Garko, che sempre abbisognava del “gobbo”. Imperiosa Virginia Raffaele che ha tenuto in scena per tutta la serata l’imitazione della Ferilli, che ha risposto divertita all’omaggio.
  • Mitico Rocco Tanica che, sulla falsa riga dello scorso anno, con ironia e sarcasmo, ci proietta ai primi risultati e al successivo Dopo Festival.
  • Grande spazio a Laura Pausini in qualità di super ospite, anche se è parsa molto in imbarazzo (oltre che imbarazzante) con quella sua bocca imbalsamata e la lingua, come ha poi detto, “da cammello”.
  • Elton John mi è piaciuto molto, e abile è stato ancora una volta Carlo Conti a scongiurare la polemica facile quanto scontata, nel modo migliore: parlando di musica con l’ospite e facendolo esibire.
  • Dopo Festival pimpante, leggero e brioso, seppur all’insegna del “volemose bene”… dov’erano finiti quei giornalisti che fino a 5 minuti prima avevano twittato selvaggiamente, smerdando questo o quello?

E ora i big, quasi tutti emozionati e con la voce francamente non al top. Lasciamo perdere la classifica parziale, sulla quale avrei da ridire in almeno due nomi, ma vabbè..

Non essendoci un vincitore annunciato, come poteva essere il gruppo de “Il Volo” dodici mesi fa, ascoltando i primi dieci pezzi in gara, viene facile darsi una risposta in merito.

Non c’è stata un vero brano a spiccare, nonostante fossero tutti di discreta fattura.

Personalmente mi sono piaciuti gli Stadio, anche se confido in un Curreri più su di voce (lui però al DopoFestival dichiarerà di aver avuto un problema con i volumi), Noemi con grande testo di Marco Masini e tutto sommato Arisa, nonostante “a pelle” non mi stia molto a genio (e ne avrò conferma poi al DopoFestival, quando si dimostrerà stizzita, scazzata e permalosissima, a differenza di una Debora Iurato, che quasi mi ha fatto tenerezza nel sentirla “giustificarsi” per la scelta – indotta- dell’orrendo vestito! PS dei look me ne frego, ma se proprio devo dare un premio “al peggiore”, beh, è stato quello di Arisa!)

Tornando alla Iurato, data per outsider col sodale Giovanni Caccamo, nel duetto ha certamente svettato per intensità interpretativa, però il brano, scritto per loro da Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, non mi sembra molto adatto ai due.

Senza infamia e senza lode Irene Fornaciari, nonostante il tema scottante della canzone (sul fenomeno dell’immigrazione), un ancora acerbo Lorenzo Fragola e degli emozionati Dear Jack, in cerca di rivalsa. A occhio e croce, a intuito, diciamo così, penso che preferirò la loro ballata un po’ banale al brano dell’ex leader Bernabei in gara stasera che suppongo sarà annacquato da ritmiche danzerecce.

Ascoltando il brano inciso in studio, guadagna posizioni la canzone dei Bluvertigo, dall’ottimo arrangiamento… peccato Morgan fosse proprio già di corda a livello vocale. Il brano però è raffinato e ben scritto. Come quello del buon vecchio Rouge, dal gran piglio. Una canzone, quella di Ruggeri, “rock”, almeno per gli standard sanremesi, e con un testo interessante (non che ci sia da stupirsi per questo: stiamo parlando di un cantautore che ha sempre mantenuto accesa la scintilla della passione e della creatività). Tuttavia, qui faccio “outing”, lo preferisco nel versante “chansonnier”…

Chiusura per lo strombazzatissimo Rocco Hunt, sul palco con un pezzo di denuncia, o comunque di stampo attuale/sociale, in salsa rap funky… Sono stato moderato… per me, al di là della simpatia e della sua genuina sfrontatezza, qualità che gli permisero di vincere a mani basse l’edizione delle “Nuove Proposte 2014”, ciò che mi trasmette non fa impazzire! E’ proprio l’arrangiamento che mi ha un po’ urtato, troppo da casinista giunto sul palco a sparigliare le carte. Per carità, si fa ascoltare (e le radio già lo stanno programmando alla grande!) ma non fa per me. Meglio gli Stadio, decisamente, col loro pop rock di classe inarrivabile.

Infine… ritorno all’inizio… Mi è piaciuta molto l’idea di scorrere in rassegna i filmati di tutte le canzoni vincitrici del Festival dagli albori ai giorni nostri: ammetto di essermi emozionato, perchè molti brani, specie quelli vissuti “in diretta” portano sempre con sè tanti ricordi legati al momento! 

Svelati i 20 Big di Sanremo 2016. Tanti nomi noti, zero voglia di rischiare. Più talent, meno indie.

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Ieri è stata una di quelle domeniche pre-Natalizie in cui mi è toccato lavorare, anche se per una nobile causa, e questo mi ha evitato di assistere, non solo alla partita della mia squadra del cuore, ma anche al consueto annuncio dei big in gara a Sanremo da parte del  conduttore e direttore artistico Carlo Conti, nel programma “L’Arena” di Massimo Giletti.

Poco male, c’hanno pensato i miei amici internettiani a colmare la mia lacuna, lanciandosi già in commenti, pronostici e spesso accurate considerazioni, come nel caso dell’esperto in materia Carlo Calabrò dalle pagine del suo interessate blog “Note d’Azzurro” http://notedazzurro.blogspot.it/2015/12/sanremo-2016-un-cast-di-big-su-misura.html

Io, gira e rigira, ci ricasco sempre… E’ l’appuntamento  consolidato in sè che più mi avvicina alla kermesse, la sua autorevolezza, la sua storia, seppur macchiata da edizioni in chiaroscuro, la sua affiliazione al costume del nostro spesso vituperato Paese, più che la qualità artistica che ritrovo nella maggioranza della canzoni.

Anzi, a dire il vero, pure per il Festival, è quasi sempre valso nel mio caso, il fattore “contro”: mi ritrovavo a “tifare”, sin da quando piccolissimo lo guardavo a casa con genitori e nonna, i cosiddetti ultimi, gli outsider. Crescendo, raramente, le proposte di Sanremo andavano a collimare con i miei gusti, tendenti a un rock di stampo alternativo o ad altre forme musicali come il folk, il punk, la musica d’autore, i cantautori… Tradotto: viva i vari Subsonica, Afterhours, Marlene Kuntz, Neffa, Pacifico, Timoria, Perturbazione, Elio e Le Storie Tese, Marta sui Tubi (ma anche gente al confine come Bersani, Consoli, Silvestri, Gazzè, Grignani) e via dicendo, che di volta in volta, pur con risultati alterni, hanno tenuto alta la bandiera della musica di qualità.

Poi, da nostalgico quale sono, e da curioso e appassionato della storia della musica (anche) leggera italiana – perchè quello è il nostro background – ho sempre riscontrato qualcosa di buono anche in rappresentati del bel canto all’italiana, fermo restando che, spesso anche nei decenni passati, molti big hanno “scansato” la gara, un po’ come stanno facendo in tempi odierni gente come Tiziano Ferro, Ligabue ecc, che si limitano a parteciparvi in veste di “super ospite”, in una versione che sinceramente non rende giustizia a chi davvero si mette in gioco in gara.

Detta questa ampia premessa, mi pare, scorrendo l’elenco, che Conti abbia voluto proseguire nel segno della continuità con l’edizione precedente, spingendo l’acceleratore ancora di più sul “presente”, con molte escursioni sul mondo dei talent, sempre più “dentro” alla discografia (anzichè fattore esterno e vivo a sè stante) finanche quasi a sostituirla, laddove di dischi se ne vendono sempre meno, se non slegati da contesti dell’attualità strettissima, con fenomeni sempre più da “usa e getta”, mischiati amabilmente ad artisti che invece alla distanza stanno dimostrando di valere qualcosa (vedi il caso di Marco Mengoni).

Detto ciò, e rendendomi conto che mancheranno del tutto gli esponenti del mondo indie, ecco un mio giudizio sulle scelte della commissione artistica.

ANNALISA – prima reazione è stata: “di nuovo a Sanremo???”. Già, a distanza di appena un anno, l’affascinante rossa dall’ugola d’oro, torna sul palco immagino con sempre più sicurezza, alla ricerca presumo stavolta del “colpo grosso”. Come interprete mi piace, e credo abbia da tempo le potenzialità per ambire a una forma canzone più raffinata e meglio costruita rispetto ai testi strappalacrime di Kekko.

ARISA – un’altra che rischia seriamente di passare per “quella che va a Sanremo”… e sarebbe un peccato perchè l’istrionica artista calabrese ha mostrato da tempo di avere una grande personalità e doti che le consentirebbero di costruirsi una valida alternativa anche al di fuori delle mura amiche rivierasche. Fermo restando questa obiezione, penso che legittimamente possa ambire a una nuova affermazione.

ALESSIO BERNABEI no, Carlo Conti, qui hai toppato. Porta pazienza, ma se poteva passare, un paio d’anni fa, la partecipazione di diritto fra i big di Francesco Sarcina de Le Vibrazioni, uno che aveva già un percorso più consolidato, questa vetrina data al giovane ex leader dei Dear Jack, uno che da solista deve ancora pubblicare un singolo che sia uno, pare francamente esagerata. Sembra che a forza si voglia imporlo – come auspicato da più parti – alla stregua di un nuovo Cremonini, ma il cantautore bolognese, appena lasciato i Lunapop, fece capire di che pasta fosse fatto. Gli auguro comunque di fare una buona figura, magari andando al di là dei voti, presumibilmente in massa, delle ragazzine.

CLEMENTINO – non mi posso definire un amante del genere hip hop, ma ne conosco abbastanza i contorni e seguo con interesse il movimento, sin dagli anni ’90, e debbo dire che della nuova ondata dei rapper nostrani, proprio il nome del napoletano Clementino sia uno di quelli più validi. Già molto noto anche in ambito mainstream per le sue varie divagazioni nel genere a fianco di più artisti, mi immagino porterà un brano ficcante e impegnato. Lo ascolterò attentamente.

DEAR JACK – e loro che si ripresentano a distanza di un solo anno, senza il loro storico leader Alessio Bernabei, a cosa dovrebbero puntare? Credo che vogliano proprio dimostrare la loro identità e la loro ragion d’essere, indipendentemente dalla presa sul pubblico di chi li guidava. Discograficamente parlando però, per ora si sono mossi all’insegna di un pop facile facile, adatto per gusti non propriamente fini, e anche contestualizzandoli nel mondo talent, sono stati (giustamente) surclassati dai Kolors, nettamente più validi dal punto di vista tecnico e degli arrangiamenti.

DOLCENERA – guardo sempre con piacere alle prestazioni della grintosa cantautrice pugliese, quasi perfettamente mia coetanea, in possesso di abilità interpretative, compositive e di scrittura sopra la media delle corrispettive pretendenti al ruolo di “Gianna Nannini dei tempi moderni”. In realtà Dolcenera da tempo sta avviando un percorso di affrancamento da certi modelli, tracciando una via molto personale di nuovo pop rock italiano.

ELIO E LE STORIE TESE – mi giunge francamente inaspettata questa partecipazione, piuttosto ravvicinata, degli Elii al Festivalone. Se nella loro ultima performance avevano fatto valere l’attesa, a più di 15 anni dai tempi de “La terra dei cachi”, ora sembra quasi che dopo anni a parlare – specialmente Elio in qualità di giurato (tra l’altro vincente nell’ultima edizione di X Factor con Giò Sada) – vogliano tornare alla musica attiva. Difficilmente mi lasceranno indifferente!

IRENE FORNACIARI – nulla contro di lei, ma onestamente al di fuori di Sanremo, sembra non avere “peso”, né dal punto di vista artistico, né tanto meno da quello commerciale. 5 anni fa non sfigurò neppure, ma ricordo della sua canzone soprattutto l’apporto di Danilo Sacco, all’epoca ancora con i Nomadi, che pur intonando un semplice verso, riuscì a conferire solennità al brano. Lei da sola francamente mi dice poco.

LORENZO FRAGOLA – anche lui tenta il bis, ma lo fa con autorevolezza e con una consapevolezza nuova. Un anno fa accolto con diffidenza, visto che aveva terminato X Factor da vincitore… un quarto d’ora prima, ora può contare sul successo di una hit estiva e su un brano sanremese che alla lunga distanza, figurò tra i più convincenti nella passata edizione.

ROCCO HUNT – una piacevole sorpresa ritrovare, ora in veste di campione, il giovanissimo rapper vincitore un paio d’anni fa nella sezione “Nuove proposte”. Il napoletano già allora vantava un repertorio convincente di storie di strada, tematiche sociali e spunti più disimpegnati. Vedremo se riuscirà a fare meglio dei suoi epigoni rapper della passata edizione, laddove specie Moreno fece flop.

DEBORAH IURATO E GIOVANNI CACCAMO – il mio primo pensiero è stato: “finalmente se ne staranno buone le fans della Iurato!”. Scherzi a parte, le agguerrite sostenitrici della giovane interprete vincitrice ad Amici un paio d’anni orsono davanti ai Dear Jack (che poi la sorpassarono nelle vendite e nei consensi del pubblico), da tempo ne invocavano una presenza sanremese a rivendicarne le qualità e il prestigio. Lo farà accanto a un giovane cantautore (Giovanni Caccamo) che fece benissimo l’anno scorso, trionfando nelle Nuove Proposte con la vivace “Ritornerò da te”, ma che poi incontrò difficoltà ad affermarsi su larga scala. Vedremo come andrà, ma come accoppiata non mi fa impazzire.

FRANCESCA MICHIELIN – l’ancora giovanissima (appena maggiorenne) Francesca Michielin, pare invero una veterana, avendo trionfato a X Factor quando di anni ne aveva appena compiuti 15, e dopo che dai tempi in cui sembrava la “cocca” di Elisa, fatta a sua immagine e somiglianza, di strada ne sta facendo, in proprio o chiamata con successo a duettare con altri artisti. Ulteriore notorietà l’ha acquisita con gli splendidi inserti cantati in due successi di Fedez, ma le sue qualità artistiche sono sotto gli occhi di tutti. Ha scelto un profilo molto basso a livello mediatico, anziché sfruttare l’onda del talent, e ora si rimette in gioco a Sanremo, in un’altra gara che, a occhio e croce, potrebbe regalarle qualcosa di più del ruolo di outsider.

MORGAN E I BLUVERTIGO – c’era davvero bisogno di questa dicitura per annunciare il rientro in pista di un gruppo storico della musica indie rock italiana? Bisognava rimarcare la notorietà acquisita del leader come personaggio televisivo a tutto tondo? Mah, rimango perplesso, un po’ come quando Giò dei La Crus si presentò come “Mauro Ermanno Giovanardi feat. La Crus”. Ma là forse si voleva dare maggiore risalto a Giò, non ancora “forte” mediaticamente da solista, in un momento storico in cui aveva sciolto il suo gruppo, riesumato per l’occasione. Qui la mossa sa più di “furbizia”: Morgan è già famosissimo ai più, e forse riattingere al suo passato glorioso (almeno circoscritto ai territori alternativi) può ridargli quella credibilità musicale, in parte smarrita, ora che da anni è impegnato per lo più a discutere dietro le quinte nei panni dell’esperto e acculturato giudice. Detto questo, Morgan sa scrivere eccome, e mi aspetto un brano particolare e poco incline alla tradizione sanremese.

NEFFA – rompo gli indugi: a pelle sarà lui il mio preferito. Anche se da anni ormai è mischiato fino al collo con la musica più biecamente commerciale, bisogna ammettere che l’ex rapper, ad ogni uscita discografica, riesce a stupire, cambiando pelle sonora ai suoi brani. Che il “ragazzo” abbia dei numeri, è fuori di dubbio, speriamo voglia osare anche su questo prestigioso palco.

NOEMI – da molti accolta come la migliore interprete su piazza, destinata a rinverdire i fasti di una Fiorella Mannoia, per dire, non solo per l’accomunata capigliatura rossa, ma anche per il garbo del bel canto, a me è invece caduta un po’ da quando si atteggia a spocchiosa giudice di The Voice. A Sanremo finora non ha sbagliato un colpo, ma onestamente la preferisco quando canta in modo “sofferto”, acuito dal graffio della sua voce, che non leggero, come nell’ultimo episodio sanremese “Bagnata dal sole”.

PATTY PRAVO – rappresenta quella classicità sanremese che non può mancare in ogni edizione che si rispetti. Personalmente, meglio lei che un Al Bano, anche se da tempo non riesce a fare breccia negli ascoltatori. Restano immutate la sua raffinatezza e intensità interpretative, colte appieno anche nella sua ultima (e poco fortunata) partecipazione con “Il Vento e le rose”.

ENRICO RUGGERI – non credo che il vecchio Rouge mi deluderà, ma su di lui ho le stesse aspettative che potevo riporre in Raf lo scorso anno. Una vecchia gloria, che ho anche a periodi apprezzato e ascoltato tantissimo, ma che da tempo non mi suscita più grosse emozioni.

VALERIO SCANU – non mi stupisce per nulla il suo inserimento in cartellone, anzi, dico la verità, mi fece più scalpore non vederlo presente lo scorso anno, quando fu reduce dal rilancio a Tale e Quale show, proprio sotto l’egida di Carlo Conti. Secondo me Scanu dovrebbe capire cosa fare da grande. Continuare a riempire i giornali e i salotti generalisti di tutta Italia, raccontando le sue storie personali, oppure mettersi d’impegno e cercare una via personale e credibile nella musica leggera italiana? Altrimenti tra poco ce lo ritroveremo a commentare il Grande Fratello al posto di Cristiano Malgioglio.

STADIO – potrei dire di loro le stesse cose appena scritte su Enrico Ruggeri… invece, gli Stadio mi attirano ancora molto e li ascolto sempre con interesse, nella speranza che la voce calda e profonda di Gaetano Curreri tiri fuori qualche altra chicca del suo sconfinato repertorio.

ZERO ASSOLUTO – reduci dal buon successo estivo de “L’amore comune”, con una canzone tormentone che mi ha lasciato tuttavia del tutto indifferente, rieccoli pure a Sanremo dove in precedenza non sfigurarono di certo e dove riproporranno il loro genere, sicuramente personale, ma anche assolutamente immutato nel tempo, come se davvero si fossero fermati agli antichi fasti di un decennio fa.

 

Considerazioni definitive sui talent show musicali

Ieri, intervenendo sulla bacheca di un amico di facebook (che è un musicista professionista) ho cercato di dare, sinteticamente – più o meno – il mio punto di vista sui talent e sulla loro valenza allo stato attuale. Se ne parla, discute e scrive da tempo, infatti, mi chiedo io per prima se in effetti una valenza artistica questi programmi l’abbiano in fondo mai avuta.
Non mi riferisco in particolare a uno soltanto di questi, anche se è indubbio che X Factor e Amici siano quelli più influenti, almeno se andiamo a guardare le classifiche di vendite. Non sto seguendo X Factor quest’anno (non solo perché Fedez mi stia sulle palle), diciamo che l’ho seguito a singhiozzo nelle prime stagioni, anche perché era quasi impossibile ignorarne l’esistenza. Discorso diverso dal programma della De Filippi che, da quasi “laboratorio”, scuola, si è trasformato in un business incredibile, laddove nei primi anni, le case discografiche non solo non degnavano di uno sguardo quei cantanti in erba, ma spesso e volentieri li sbertucciavano pure.
Il problema a mio avviso di questi programmi è che si punta oltremodo sulla spettacolarità, sugli effetti, e si costruiscono come mai successo in passato, almeno in Italia, solo fenomeni in vitreo, a tavolino. In tanti anni mai che sia uscito un talento fuori dal comune, e anche laddove ve ne fosse presenza, ecco che subito intervengono dai piani alti per omologare la proposta. Fatta rara eccezione per alcune voci che si sono elevate e distinte negli anni, ormai anche in quel campo, in quello della mera esecuzione – magari pregevole, non dico di no – si fatica realmente a comprendere e riconoscere chi stia cantando cosa. Tutte voci simili, tutti interpreti pronti a invadere, per periodi sempre più effimeri, le charts, facendo leva sulla notevole e scontata popolarità televisiva. Ricordo il primo Mengoni, giovanissimo e indubbiamente dotato vocalmente. Diceva fra gli altri di ispirarsi all’immenso Jeff Buckley. In effetti, la sua estensione è sopra la media, eppure, tolti i primi anni di carriera, dove si divertiva a voler emulare il padrino Morgan, suo primo scopritore, ben presto ha ceduto il passo alla musica leggera più banale e foriera di intensità, di emozioni vere. Ha vinto un Sanremo, certo, ma i meriti artistici mi sento di dividerli almeno con quel gran talento di Roberto Casalino, cantautore purtroppo misconosciuto ma soprattutto prolifico autore conto terzi. Solo Moreno (deo gratias! è un rapper…) e i Dear Jack, di recente, entrambi provenienti dalla scuola di Amici sembra che abbiano avuto carta bianca all’uscita del disco. Mi riferisco se non altro nell’essere loro riusciti a inserire nei loro debut album delle tracce scritte di sana pianta in prima persona.

Poi anche lì è subentrata la grande macchina promozionale, con il rischio che, meriti artistici discutibili o meno, ben presto possano finire anch’essi stritolati e lasciati in penombra una volta che subentreranno nuovi teen idols locali. Ormai non mi fanno pi né caldo né freddo tutte quelle esecuzione perfettine, mai sopra le righe, che miriadi di cantanti ci propinano da più parti, che sia l’insipido The Voice, l’abominevole Italia’s got talent, il suo alter ego (ma peggio ancora) Tu si que vales!. E pure i programmi per i baby cantanti, Io Canto e Ti lascio una canzone stanno segnando il passo. Insomma, avrei voglia di sentire pezzi nuovi, non le solite cover, sempre quelle, sempre tutte uguali. Che palle! Va beh, cantate bene, ma allora andate nei bar karaoke, la musica credo dovrebbe essere qualcosa che ti nasce dal profondo. Spesso, scrivendo anche di musica, mi ritrovo ad ascoltarne di vario genere. Direi, e non scopro certo l’acqua calda, che c’è un universo intero semi nascosto di piccole produzioni, di autopubblicazioni, di tante band giovani e meno giovani che stanno sgomitando e non poco per emergere, per uscire a galla. Non tutto è eccelso, per carità, anzi, esistono i cloni dei cloni dei cloni anche nella musica indie, ma almeno il sudore versato non è solo quello delle interminabili file nei casting.

Intervista a Fabio Cinti, interessante cantautore di “nuova generazione” e fresco candidato al premio di Amnesty International con la sua “Dicono di noi”

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Fabio Cinti è uno dei cantautori emergenti più interessanti della sua generazione. Lontano dall’hype che sembra caratterizzare i vari Brondi, Dente e Brunori  – tanto per citare i tre che ultimamente sono riusciti in qualche modo a issarsi in alto nelle classifiche di vendite, tra artisti mainstream e nomi storici – sembra muoversi più sul versante autoriale della “classe” pura, quella che fa a capo a nomi come Paolo Benvegnù, tanto per capirci. Benvegnù che tra l’altro compare in “E lei sparò”, uno dei brani più riusciti dell’ultimo lavoro del Nostro, “Madame Ugo”, il terzo da solista (primo sotto etichetta Mescal) dopo alcune positive esperienze a fianco di artisti di riconosciuta fama come Morgan e LeLe Battista, che ha attivamente contribuito, assieme a Giovanni Mancini, alla produzione artistica di questo splendido album, uscito nel 2013.

Già con i precedenti lavori editi, in pratica autoprodotti e distribuiti da Venus, il trentaseienne Cinti aveva messo in bella mostra doti evidenti di raffinato cantautore, specie in brani come “Questo strano abisso”, “Lascia ch’io pianga” o “Canto alla durata”, tratti da “Il minuto secondo”, uscito nel 2012,  che non pare azzardato accreditare come un concept album moderno.

Ma è con questo “Madame Ugo” che Fabio scioglie le briglie del suo talento, allargando lo spettro degli argomenti e uscendo dal personale, dall’intimismo per spostarsi in territori più liberi, meno “condizionati” da influenze interne, fino a sposare efficacemente tematiche anche sociali, come accade splendidamente in quella “Dicono di noi”, incredibilmente, a detta dello stesso autore, quasi incredulo dinnanzi a un simile exploit, inserita nel pool di possibili canzoni vincenti il titolo di miglior brano per il prestigioso concorso annuale di Amnesty International, che va a premiare i testi particolarmente rilevanti da un punto di vista socio-culturale.

Abbiamo colto l’occasione per scambiare qualche chiacchiera con Fabio, volendo saperne di più del suo percorso artistico e di vita.

“Ciao Fabio, è un piacere per me ospitarti nel mio blog. Abbiamo la stessa età e condividiamo una grande passione, quella per la musica, seppur da ottiche diverse, diciamo così. Sono curioso di sapere quali sono state le tue maggiori influenze, come ti sei formato musicalmente? Ho appena terminato un saggio sulla musica italiana degli anni ’90. Immagino quella scena emersa in un determinato decennio abbia fatto parte anche dei tuoi ascolti, visto che poi ti sei ritrovato a collaborare con diversi di quei protagonisti, da Morgan e Livio dei Bluvertigo, a Paolo Benvegnù ex Scisma, fino al tuo recente produttore, il poliedrico Lele Battista, già nei La Sintesi.”

Ciao, piacere mio. Negli anni Novanta io frequentavo il Liceo ma in realtà, tranne per alcune eccezioni, allora non ascoltavo la musica che stava uscendo in quel momento anzi, ero anche poco informato. Ero ancora legato ai grandi classici della musica inglese soprattutto e ai nostri cantautori, che andavo scoprendo proprio in quel periodo nonostante l’ascolto venisse anche da più lontano, dalle influenze familiari eccetera. Alla fine degli anni Novanta invece, ai tempi dell’inizio dell’Università, ho invece iniziato a osservare quale poteva essere la mia strada, andando a intuito, e dove potessero collocarsi le mie prime composizioni. Le collaborazioni con le persone che hai citato non sono avvenurte per caso, certamente, ma sono arrivate quasi di recente, parliamo del 2010, insomma di qualche anno fa! Non mi sento quindi legato a nessuna scena in particolare, così come, nonostante le frequentazioni di alcuni locali che erano la fucina di precise tendenze, durante il periodo romano non sono stato immerso nella scuola romana.  Ho dato sempre molta più rilevanza alle persone, alla qualità dell’amicizia e a un tipo di legame che non nasceva dalle scelte musicali. Anche l’incontro con Morgan è stato casuale. Forse il nome che ci accomuna tutti è quello di Battiato ma, per quanto mi riguarda, non credo di appartenere a nessuna scena precisa, forse è male? non so, ma io mi vedo così…

 “Come sono stati i tuoi primi approcci verso la musica? So che hai iniziato da autodidatta, e la cosa mi colpisce vista la tua abilità notevole in fase di composizione e di evoluzione dei pezzi.”

Sì, sono completamente autodidatta, ma non mi ritengo uno strumentista, tantomeno polistrumentista. Suono quello che mi serve e per quel tanto che mi basta per poter creare le mie composizioni, anche se mi sono cimentato con pezzi a volte anche difficili da un punto di vista tecnico. Sono più affascinato dall’armonia, dalle possibilità degli incastri delle linee melodiche, dalle potenzialità degli strumenti musicali, dei timbri, sintetici o acustici. Mi sono sempre circondato di musicisti molto in gamba che continuano a essere indispensabili. Ognuno ha una visione diversa della musica, per molti – per i quali non ho interesse – è molto legata alla tecnica, per altri – neanche per questi ho troppo interesse – è fatta di sensazioni. Per altri – che non ammiro affatto – è un modo per sfogare cazzate (che purtroppo hanno anche consensi).

“Hai abbinato o comunque affiancato alla tua musica anche altre forme compiute di arte, dal teatro alla scrittura. Quanto di queste istanze, che immagino ben radicate in te, va a influenzare il tuo percorso artistico? O ritieni in qualche modo che queste siano delle espressioni a sé stanti, nell’ambito di un tuo percorso più eterogeneo?”

Se avessi le possibilità di immergermi ancora di più in quei mondi, se avessi più tempo, più occasioni, lo farei molto volentieri. Le forme d’arte sono un mezzo per comunicare qualcosa, di universale o di particolare. Con la formazione e con l’istinto si sceglie quella più congeniale, quella per la quale ci accorgiamo avere più talento (a volte ci si sbagli anche). Proprio in questo periodo con la mia squadra stiamo progettando uno spettacolo che mette insieme alcune discipline artistiche che interagiranno tra di loro. Trovo che sia anche fuori luogo e fuori tempo parlare di multimedialità, mi piace di più l’idea dell’interazione.

 “Riguardo la tua esperienza musicale, ho notato, pur nella continuità stilistica con i precedenti tuoi lavori, uno stacco soprattutto per quanto concerne i temi affrontati, più a fuoco e in parte ancorati alla nostra realtà rispetto al passato, anche se non hai rinunciato al tuo registro poetico. Sentivi delle esigenze nuove, si è trattato di un’urgenza creativa o senti semplicemente di essere in qualche modo “maturato” (fermo restando che ascoltando anche i primissimi tuoi brani, ho sempre avuto l’impressione che fossero di notevole spessore qualitativo)?”

Le canzoni – parlo del mio mondo, non in generale, non so com’è per gli altri – vivono due tempi e due percorsi non paralleli: quello della scrittura e quello della pubblicazione. A volte ho scritto brani che si sono rivelati pronti solo dopo anni. In altri casi la pubblicazione è stata immediata. È successo anche che mi sono ritrovato a scrivere con lo stesso registro di tempo addietro, così come in pasato ho scritto cose che sono più moderne di quelle di oggi. Sicuramente col tempo si matura ma non è detto che si migliori. Come dici tu, è necessario avere sempre delle esigenze e delle urgenze creative, altrimenti, se si scrive “tanto per”, risulta inutile. Mi capita, in questi tempi, di ascoltare alcuni album completamente vuoti e per giunta ripetitivi da un punto di vista di contenuti. Spesso alla gente basta ricordargli di quanto è bello bere il caffè in un mattino sereno…

“La tua anima sperimentale viaggia di pari passo con un tuo stile reso ormai piuttosto riconoscibile all’ascolto di canzoni dall’indubbio fascino evocativo quali “Genet”, “Finisce l’estate” o “Che ci posso fare” che a mio avviso hanno la capacità di cullare l’ascoltatore, accompagnandolo dolcemente attraverso le belle immagini descritte. Quale sarà il tuo prossimo step creativo, dove intendi premere l’acceleratore fra le tue diverse inclinazioni?”

Dalla fine delle lavorazioni di Madame Ugo ho iniziato un percorso mentale nuovo, legato anche alla dissoluzione di alcune abitudini. Viviamo in tempi di polemica facile, di menzogne, di inspiegabile voglia di apparire, di contare qualcosa, di avere potere. E soprattutto di confusione: non è facile prendere posizione su qualcosa proprio perché a volte in un determinato argomento coesistono verità contrastanti. In tutto questo magma che sembra dover esplodere è evidente una esponenziale caduta: è di questo che voglio parlare.

“Infine Fabio, non mi resta che complimentarmi nuovamente con te per il bel riconoscimento di “Amnesty International”, nella speranza – perché no? – che tu possa sbaragliare la concorrenza e aggiudicarti il prestigioso premio con la tua viscerale e intensa “Dicono di noi”. A questo punto sono curioso di chiederti che aspettative avevi quando hai partorito questo brano. Immaginavi di avere tra le mani un pezzo di tale levatura?”

Grazie. Il brano è nato da un sentimento semplice e puro di protezione, di “custodia”, la volontà di difendere (non senza una certa rabbia) ciò che si ama, così come una madre difende i suoi cuccioli. Non avevo nessuna “mira”, né sociale, né politica, né tantomeno polemica. Tanto che all’inizio, prima che venisse inserito nell’ultimo album, il brano era in free download sul mio sito. Avevo solo voglia di dire che quell’atteggiamento è sbagliato e infame. Non sono contro la Chiesa, è la Chiesa che è contro di me. Così è stato per il video, dove alla fine io raccolgo il libro da terra (sfuggito per separare gli amanti) per ridarlo al vescovo, con l’intenzione muta ma evidente di dirgli “se seguissi davvero i precetti cristiani, non saresti così ottuso”. Quindi nessuna aspettativa, e questo ha reso la nomination tra i dieci finalisti del Premio Amnesty International una totale sorpresa.

 

In bocca al lupo per tutti i tuoi progetti e spero di incontrarti presto a uno dei tuoi concerti!

 

 

 

Recensione di “When you’re strange: a film about The Doors”

Il canale tematico presente su piattaforma Sky (Sky Arte) è sicuramente uno dei più interessanti dell’intero pacchetto della tv di Murdoch. Da quando è stato visibile propone non solo programmi di arte in senso stretto, ma sin da subito si è caratterizzato per delle felici incursioni nel mondo del cinema, della musica e della cultura più in generale, la stessa che – duole dirlo – è trasmessa sempre con minor frequenza dalle reti generaliste, pubbliche e private.
Nel corso degli anni in particolare ho recuperato documentari splendidi, e ultimamente mi sono concentrato su quelli musicali, considerando la mia autentica passione per le sette note.
Di recente hanno trasmesso “Marley”, lo straordinario affresco sulla vita del re del reggae, in un accurato (e accorato) progetto che ha mostrato dei lati davvero inediti dell’artista, con incursioni nella sua sfera privata, testimoniate dai tanti interventi in presa diretta di persone che hanno condiviso gran parte della sua esistenza. Un viaggio nei solchi dell’amata Giamaica, tra la cultura Rastafari, fino al trionfale ingresso della musica nel cuore e nell’anima del Nostro.

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Ieri sera ho replicato con un altro film a cui tenevo particolarmente: “When you’re strange: a film about The Doors” di Tom DiCillo, prodotto da Peter Jankowski. Realizzato e prodotto tra il 2008 e il 2009, è uscito nel 2010 con un’accoglienza tutto sommato positiva nei vari ambienti della critica statunitense (e la cosa non era affatto scontata, visto che in precedenza per altri film incentrati sulla vita di Jim Morrison, ci furono polemiche a iosa, basti pensare al controverso episodio del ’91 con la prestigiosa firma di Oliver Stone, dove la vicenda del Re Lucertola fu ampiamente estremizzata e romanzata).
Devo ammettere che, mentre nel caso del film su Marley, il mio approccio era stato di curiosità e conoscenza, visto che di Bob sono un moderato fan, per quanto concerne Morrison e più in generale i Doors (per non dire gran parte del florido periodo dei ’60, culminato con il Festival di Woodstock) sono un profondo appassionato e anch’io sono stato folgorato dalla storia del gruppo, e del suo portavoce in particolare.
Per questo ero documentato piuttosto bene, possedendo e avendo mandato a memoria dischi, libri e filmati, ma allo stesso tempo curioso di scoprire qualcosa “di altro”: poi mi stuzzicava il fatto che, a differenza del già citato film di Stone che, quando uscì nelle sale, avevo solo 14 anni e quindi ero facilmente suggestionabile, diciamo così, al punto da pensare che Val Kilmer fosse stato “perfetto” nella parte di Jim (beata ingenuità!), questo prodotto fosse uscito col benestare convinto di tutto lo staff dei Doors.
Poi molti filmati risultavano inediti, specie quelli messi a disposizioni da Paul Ferrara e Jack Lisciandro, amici di vecchissima data di Morrison, compagni di Università all’UCLA di Los Angeles, quando il Nostro fu infatuato, prima ancora che dalla poesia, dal mondo del cinema.
La voce narrante originale è di Johnny Depp, noi ci dobbiamo accontentare di quella dell’onnipresente Morgan, che pure si è occupato di revisionare tutti i testi, e bisogna ammettere che il cantautore nostrano ha interpretato bene il ruolo, mantenendo fede al testo originale.
In definitiva posso dire di non aver scoperto nulla di nuovo, ma se non altro quello che mi rimanda il film è un’immagine più vicina a quella che ho sempre creduto rispetto al mito con cui ci è stato tramandato ai posteri. Mito che Jim Morrison, occorre specificarlo ancora una volta, invero era già assurto ancora in vita, adorato dai fan e percepito quasi come un moderno Dioniso. Una vicenda che non smette di affascinarmi ma soprattutto di rattristarmi, nel vedere come tanta genialità, tanta creatività, tanta personalità possa venire offuscata, finanche annientata da fattori esterni, nel suo caso forse le eccessive pulsioni, la sua voglia di andare “oltre”, come già l’origine del nome della band suggeriva. Una curiosità, una voglia di sfida continua che a un certo punto è stata affrontata con uso sempre più massiccio di droghe e alcool, fino a far perdere a Jim – e, per inciso, a molti altri protagonisti dell’epoca – le vere motivazioni, le vere istanze che lo animavano nel profondo, in conclusione, il vero senso della sua esistenza.

Michele Cortese e la sua faticosa carriera solista. Dopo Antonio Maggio, un altro ex Aram Quartet, merita il successo

Antonio Maggio, fresco vincitore dell’ultima edizione di Sanremo giovani, sta mietendo un giusto successo con la sua frizzante “Mi servirebbe sapere”. Sta entrando in heavy rotation col suo fortunato brano e una volta conquistate le platee televisive, è importante per lui che passi anche in radio o nelle tv generaliste musicali come Mtv e affini. E’ vero, esiste il web come alternativa, ma se vogliamo essere cinici, la rete può rappresentare ancora più vacuità per quanto concerne elementi comunque discutibili, presi a sè stanti, come il “successo” o la popolarità. Nel web infatti tutto è ancora più veloce che in tv, dove già i ritmi e le tempistiche spesso sono impietose e finiscono per svilire l’arte.

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Dagli Aram Quartet sta cercando di emergere anche l’altro vero talento del quartetto vincitore con pieno merito della primissima edizione di X Factor, vale a dire Michele Cortese, che proprio con Maggio divideva maggiormente le parti solistiche nella band, forte di una voce matura, flessibile, pulita e di un carisma innegabile. Cortese sta provando a farsi notare con un album uscito invero quasi 3anni fa, in cui ha riversato tutto sè stesso, contornandosi tra l’altro di ospiti anche prestigiosi come ad esempio Lucio Fabbri, storico collaboratore della Pfm o Francesco Gazzè, fratello di Max e suo principale paroliere. L’album in questione è il brillante “Il teatro dei burattini”, sorta di riuscito mix tra equilibrio formale e varietà di umori.

Michele, pur essendo dotato vocalmente, sa che la sua strada è in salita. Durante X Factor sbaragliò col suo gruppo, forte di una coesione un po’ artefatta ma terribilmente efficace e di un coach vitale e curioso come Morgan, in grado di proporre arrangiamenti particolari e perfetti per far notare il talento dei 4, esempio lampante la versione di “Per Elisa”, davvero ben congegnata ed eseguita.

A mio avviso Michele avrebbe tutte le carte in regola per seguire l’ex sodale Antonio Maggio nella strada verso un successo che sarebbe davvero meritato. Ascoltare per credere.