Cala il sipario sul Festival di Sanremo con la meritata vittoria degli Stadio

Ammetto di non aver seguito molto il Festival di Sanremo rispetto alle passate recenti edizioni. Non per snobismo ma più che altro per i postumi di un’influenza che mi ha bloccato a letto, con picchi di febbre molto alti. La concentrazione non era massima insomma, e nemmeno la voglia in fondo, quando stai lì a farti impacchi con il ghiaccio e continui a tossire. Ora per fortuna sto meglio, e va da sè che in ogni caso internet, i filmati in rete e in tv, i programmi e le radio aiutano a recuperare un po’ tutti i momenti salienti.

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Posso dire con fermezza che sin dal primo ascolto il mio pronostico era andato agli Stadio, gruppo che da sempre apprezzo, e quindi la loro vittoria mi ha fatto piacere, specie vedendo con chi nel podio erano arrivati a contendersela.

Credo che Carlo Conti abbia condotto al meglio l’edizione, sempre sul pezzo, puntando sul ritmo e sull’essenzialità, in modo molto sobrio, stile che da sempre lo contraddistingue. Ieri l’ho visto particolarmente a suo agio con gli amici storici, “fratelli” come ama chiamarli lui, Pieraccioni e Panariello.

La vera mattatrice delle serate festivaliere è stata Virginia Raffaele, ieri nei panni di se’ stessa, dopo che aveva imperversato imitando alla perfezione Sabrina Ferilli, Carla Fracci, Donatella Versace e la consueta Belen, suo cavallo di battaglia.

Gabriel Garko ha compensato con la fisicità e l’autoironia alcune pecche e disagi evidenti, ma mi fermo qui, altrimenti poi le mie lettrici potrebbero pensare che sono invidioso 🙂 Mi è parsa comunque più sciolta e spontanea la statuaria, bellissima Madalina Ghenea.

La gara, quindi. Detto degli Stadio, autori come sempre di un brano aggraziato, melodico il giusto e romantico, stavolta sul delicato tema genitori/figli, occorre anche ammettere che forse la vittoria arriva a suggellare una carriera fatta di molti brani preziosi ma che, nella fattispecie, questa loro “Un giorno mi dirai” non vale ad esempio “Lo zaino” con cui fecero commuovere tutti nel 1998.

Non mi sarei aspettato il secondo posto della giovane Francesca Michielin, il suo exploit è dettato da una discreta canzone ma soprattutto dall’interpretazione, dal magnetismo e dalla naturalezza con cui canta. Propone un pop moderno e piuttosto rarefatto come poche altre in Italia, mi viene in mente Meg, per quanto la napoletana sia molto più sperimentale.

Sul podio finiscono anche Giovanni Caccamo e Debora Iurato, con una ballata di Sangiorgi, una canzone che aveva i crismi per puntare al bersaglio grosso ma a mio avviso i due sono ancora acerbi, la vittoria sarebbe stata troppo, anche se il podio ci può stare in questo contesto.

Poi molte sorprese, per quanto la classifica non avesse a questo punto molto senso. Io preferisco sempre ci sia una graduatoria ma forse era più stimolante aver avuto delle indicazioni anche nei giorni scorsi. In ogni caso, se pensiamo che Noemi la prima serata figurava tra gli ultimi 4 della decina proposta, certamente ha avuto una buona impennata arrivando ottava con la raffinata e intensa canzone scritta per lei fra gli altri da un ispirato Masini.

Giusto il quarto posto di Enrico Ruggeri, con un pezzo pop rock contemporaneo e una carica e passione ritrovata, o forse mai sepolta del tutto. Il cantautore ha ancora tante cose da dire. Pare esagerato il quinto posto di Lorenzo Fragola con una ballata piuttosto insipida ma si sa che l’ex vincitore di X Factor gode di un consenso enorme. Io personalmente preferivo la più ritmata “Domani”. Ho sentito molti pareri positivi su Patty Pravo e quindi non stupisce in fondo il suo sesto posto finale, però io francamente sospendo il giudizio perchè, per un motivo o per l’altro, non l’ho mai vista esibirsi. Clementino dal giorno della cover in poi (in cui secondo me doveva vincere con la sua riuscita interpretazione di “Don Raffaè” di Faber, invece anche lì hanno trionfato gli Stadio), ha alzato di molto le sue quotazioni. Il suo brano è molto leggero però se paragonato alla quasi totalità della sua produzione, e anche il messaggio, sì di valore sociale, ma molto all’acqua di rose.

Di Noemi ottava già detto, a colpirmi sono state le posizioni che vanno dalla 9 alla 11. Il giovane napoletano Rocco Hunt secondo alcuni rumors era dato per favorito, e in effetti il suo brano portava scompiglio, allegria e movimento. Sembrava il volto nuovo al momento giusto. Detto ciò, mai avrei premiato come miglior brano il suo rap funky intriso dei soliti messaggi scritti in modo un po’ troppo banale. Stride invece vedere i nomi di Arisa e Annalisa al decimo e all’undicesimo posto. Non avevano brani molto orecchiabili, dal ritornello facile, però hanno cantato benissimo, quello sì. Dei rimanenti, soltanto il penultimo posto di una convincente Dolcenera grida vendetta. Seguo da sempre la cantautrice pugliese e credo che, qualche errore di percorso a parte, sia una delle nostre più valide artiste contemporanee. Ha proposto una ballata dolente, dai toni blues, con inserto di coro gospel. Un brano ben  costruito, interpretato con vigore, personalità e sicurezza, ma non è stato capito, troppo difficile per vaste platee.

Secondo me doveva arrivare ultimo Elio e Le Storie Tese perchè qui hanno toppato. Adoro il gruppo, possiedo i loro dischi e quasi sempre ne condivido le idee e le trovate. Qui mi hanno fatto sorridere e poco più, mancava la canzone, visto che sostanzialmente il loro è stato un pasticcio, nove/dieci stornelli in uno e alla fine non ti è rimasto niente. In modo scontato è arrivata ultima la bistrattata Irene Fornaciari, che però aveva una canzone con un testo di buon impatto, sul dramma dell’emigrazione. Valerio Scanu non ha demeritato secondo me con la canzone scritta per lui da Fabrizio Moro, ha pure cantato egregiamente, ma non gode di molte simpatie.Lui stesso c’è da dire che ha contribuito a fare terra bruciata attorno a sè, anche se qui è parso molto più sorridente e rilassato del solito. Alessio Bernabei non è stato infine premiato dal pubblico. Sin troppo furbetto il suo pezzo, di stampo pop dance, con la produzione ok, l’arrangiamento giusto, in linea con i tempi (tradotto, ha scopiazzato un brano della pop star Ariana Grande) e il ciuffo sbarazzino. Molta forma e poca sostanza nel suo esordio da solista, dopo aver lasciato i Dear Jack. Quelli invece erano stati eliminati prima, assieme al duo degli Zero Assoluto (che però ha portato in gara un brano orecchiabile e gradevolmente pop), ai redivivi Bluvertigo di un Morgan purtroppo non al top della voce e a un deludente Neffa, alla vigilia uno dei miei favoriti ma che poi ho trovato innocuo con la sua canzoncina retrò e stiracchiata, non da lui che è solito ad ogni uscita stupire l’ascoltatore con suoni sempre diversi.

Non so quante di queste canzoni avranno poi concreti risconti radiofonici, viene difficile ipotizzare che qualcuna, compresa quella vincitrice, possa diventare una evergreen. Però il livello generale, in ambito pop, musica leggera ovviamente, non era male, e ripeto sono felice per gli Stadio perchè sono riusciti ancora una volta a emozionare e trascinare, magari non ai livelli della struggente “Sorprendimi”, ma con una ballata dal bellissimo significato e dal testo in cui un padre, ma anche un figlio, può sicuramente immedesimarsi.

Svelati i 20 Big di Sanremo 2016. Tanti nomi noti, zero voglia di rischiare. Più talent, meno indie.

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Ieri è stata una di quelle domeniche pre-Natalizie in cui mi è toccato lavorare, anche se per una nobile causa, e questo mi ha evitato di assistere, non solo alla partita della mia squadra del cuore, ma anche al consueto annuncio dei big in gara a Sanremo da parte del  conduttore e direttore artistico Carlo Conti, nel programma “L’Arena” di Massimo Giletti.

Poco male, c’hanno pensato i miei amici internettiani a colmare la mia lacuna, lanciandosi già in commenti, pronostici e spesso accurate considerazioni, come nel caso dell’esperto in materia Carlo Calabrò dalle pagine del suo interessate blog “Note d’Azzurro” http://notedazzurro.blogspot.it/2015/12/sanremo-2016-un-cast-di-big-su-misura.html

Io, gira e rigira, ci ricasco sempre… E’ l’appuntamento  consolidato in sè che più mi avvicina alla kermesse, la sua autorevolezza, la sua storia, seppur macchiata da edizioni in chiaroscuro, la sua affiliazione al costume del nostro spesso vituperato Paese, più che la qualità artistica che ritrovo nella maggioranza della canzoni.

Anzi, a dire il vero, pure per il Festival, è quasi sempre valso nel mio caso, il fattore “contro”: mi ritrovavo a “tifare”, sin da quando piccolissimo lo guardavo a casa con genitori e nonna, i cosiddetti ultimi, gli outsider. Crescendo, raramente, le proposte di Sanremo andavano a collimare con i miei gusti, tendenti a un rock di stampo alternativo o ad altre forme musicali come il folk, il punk, la musica d’autore, i cantautori… Tradotto: viva i vari Subsonica, Afterhours, Marlene Kuntz, Neffa, Pacifico, Timoria, Perturbazione, Elio e Le Storie Tese, Marta sui Tubi (ma anche gente al confine come Bersani, Consoli, Silvestri, Gazzè, Grignani) e via dicendo, che di volta in volta, pur con risultati alterni, hanno tenuto alta la bandiera della musica di qualità.

Poi, da nostalgico quale sono, e da curioso e appassionato della storia della musica (anche) leggera italiana – perchè quello è il nostro background – ho sempre riscontrato qualcosa di buono anche in rappresentati del bel canto all’italiana, fermo restando che, spesso anche nei decenni passati, molti big hanno “scansato” la gara, un po’ come stanno facendo in tempi odierni gente come Tiziano Ferro, Ligabue ecc, che si limitano a parteciparvi in veste di “super ospite”, in una versione che sinceramente non rende giustizia a chi davvero si mette in gioco in gara.

Detta questa ampia premessa, mi pare, scorrendo l’elenco, che Conti abbia voluto proseguire nel segno della continuità con l’edizione precedente, spingendo l’acceleratore ancora di più sul “presente”, con molte escursioni sul mondo dei talent, sempre più “dentro” alla discografia (anzichè fattore esterno e vivo a sè stante) finanche quasi a sostituirla, laddove di dischi se ne vendono sempre meno, se non slegati da contesti dell’attualità strettissima, con fenomeni sempre più da “usa e getta”, mischiati amabilmente ad artisti che invece alla distanza stanno dimostrando di valere qualcosa (vedi il caso di Marco Mengoni).

Detto ciò, e rendendomi conto che mancheranno del tutto gli esponenti del mondo indie, ecco un mio giudizio sulle scelte della commissione artistica.

ANNALISA – prima reazione è stata: “di nuovo a Sanremo???”. Già, a distanza di appena un anno, l’affascinante rossa dall’ugola d’oro, torna sul palco immagino con sempre più sicurezza, alla ricerca presumo stavolta del “colpo grosso”. Come interprete mi piace, e credo abbia da tempo le potenzialità per ambire a una forma canzone più raffinata e meglio costruita rispetto ai testi strappalacrime di Kekko.

ARISA – un’altra che rischia seriamente di passare per “quella che va a Sanremo”… e sarebbe un peccato perchè l’istrionica artista calabrese ha mostrato da tempo di avere una grande personalità e doti che le consentirebbero di costruirsi una valida alternativa anche al di fuori delle mura amiche rivierasche. Fermo restando questa obiezione, penso che legittimamente possa ambire a una nuova affermazione.

ALESSIO BERNABEI no, Carlo Conti, qui hai toppato. Porta pazienza, ma se poteva passare, un paio d’anni fa, la partecipazione di diritto fra i big di Francesco Sarcina de Le Vibrazioni, uno che aveva già un percorso più consolidato, questa vetrina data al giovane ex leader dei Dear Jack, uno che da solista deve ancora pubblicare un singolo che sia uno, pare francamente esagerata. Sembra che a forza si voglia imporlo – come auspicato da più parti – alla stregua di un nuovo Cremonini, ma il cantautore bolognese, appena lasciato i Lunapop, fece capire di che pasta fosse fatto. Gli auguro comunque di fare una buona figura, magari andando al di là dei voti, presumibilmente in massa, delle ragazzine.

CLEMENTINO – non mi posso definire un amante del genere hip hop, ma ne conosco abbastanza i contorni e seguo con interesse il movimento, sin dagli anni ’90, e debbo dire che della nuova ondata dei rapper nostrani, proprio il nome del napoletano Clementino sia uno di quelli più validi. Già molto noto anche in ambito mainstream per le sue varie divagazioni nel genere a fianco di più artisti, mi immagino porterà un brano ficcante e impegnato. Lo ascolterò attentamente.

DEAR JACK – e loro che si ripresentano a distanza di un solo anno, senza il loro storico leader Alessio Bernabei, a cosa dovrebbero puntare? Credo che vogliano proprio dimostrare la loro identità e la loro ragion d’essere, indipendentemente dalla presa sul pubblico di chi li guidava. Discograficamente parlando però, per ora si sono mossi all’insegna di un pop facile facile, adatto per gusti non propriamente fini, e anche contestualizzandoli nel mondo talent, sono stati (giustamente) surclassati dai Kolors, nettamente più validi dal punto di vista tecnico e degli arrangiamenti.

DOLCENERA – guardo sempre con piacere alle prestazioni della grintosa cantautrice pugliese, quasi perfettamente mia coetanea, in possesso di abilità interpretative, compositive e di scrittura sopra la media delle corrispettive pretendenti al ruolo di “Gianna Nannini dei tempi moderni”. In realtà Dolcenera da tempo sta avviando un percorso di affrancamento da certi modelli, tracciando una via molto personale di nuovo pop rock italiano.

ELIO E LE STORIE TESE – mi giunge francamente inaspettata questa partecipazione, piuttosto ravvicinata, degli Elii al Festivalone. Se nella loro ultima performance avevano fatto valere l’attesa, a più di 15 anni dai tempi de “La terra dei cachi”, ora sembra quasi che dopo anni a parlare – specialmente Elio in qualità di giurato (tra l’altro vincente nell’ultima edizione di X Factor con Giò Sada) – vogliano tornare alla musica attiva. Difficilmente mi lasceranno indifferente!

IRENE FORNACIARI – nulla contro di lei, ma onestamente al di fuori di Sanremo, sembra non avere “peso”, né dal punto di vista artistico, né tanto meno da quello commerciale. 5 anni fa non sfigurò neppure, ma ricordo della sua canzone soprattutto l’apporto di Danilo Sacco, all’epoca ancora con i Nomadi, che pur intonando un semplice verso, riuscì a conferire solennità al brano. Lei da sola francamente mi dice poco.

LORENZO FRAGOLA – anche lui tenta il bis, ma lo fa con autorevolezza e con una consapevolezza nuova. Un anno fa accolto con diffidenza, visto che aveva terminato X Factor da vincitore… un quarto d’ora prima, ora può contare sul successo di una hit estiva e su un brano sanremese che alla lunga distanza, figurò tra i più convincenti nella passata edizione.

ROCCO HUNT – una piacevole sorpresa ritrovare, ora in veste di campione, il giovanissimo rapper vincitore un paio d’anni fa nella sezione “Nuove proposte”. Il napoletano già allora vantava un repertorio convincente di storie di strada, tematiche sociali e spunti più disimpegnati. Vedremo se riuscirà a fare meglio dei suoi epigoni rapper della passata edizione, laddove specie Moreno fece flop.

DEBORAH IURATO E GIOVANNI CACCAMO – il mio primo pensiero è stato: “finalmente se ne staranno buone le fans della Iurato!”. Scherzi a parte, le agguerrite sostenitrici della giovane interprete vincitrice ad Amici un paio d’anni orsono davanti ai Dear Jack (che poi la sorpassarono nelle vendite e nei consensi del pubblico), da tempo ne invocavano una presenza sanremese a rivendicarne le qualità e il prestigio. Lo farà accanto a un giovane cantautore (Giovanni Caccamo) che fece benissimo l’anno scorso, trionfando nelle Nuove Proposte con la vivace “Ritornerò da te”, ma che poi incontrò difficoltà ad affermarsi su larga scala. Vedremo come andrà, ma come accoppiata non mi fa impazzire.

FRANCESCA MICHIELIN – l’ancora giovanissima (appena maggiorenne) Francesca Michielin, pare invero una veterana, avendo trionfato a X Factor quando di anni ne aveva appena compiuti 15, e dopo che dai tempi in cui sembrava la “cocca” di Elisa, fatta a sua immagine e somiglianza, di strada ne sta facendo, in proprio o chiamata con successo a duettare con altri artisti. Ulteriore notorietà l’ha acquisita con gli splendidi inserti cantati in due successi di Fedez, ma le sue qualità artistiche sono sotto gli occhi di tutti. Ha scelto un profilo molto basso a livello mediatico, anziché sfruttare l’onda del talent, e ora si rimette in gioco a Sanremo, in un’altra gara che, a occhio e croce, potrebbe regalarle qualcosa di più del ruolo di outsider.

MORGAN E I BLUVERTIGO – c’era davvero bisogno di questa dicitura per annunciare il rientro in pista di un gruppo storico della musica indie rock italiana? Bisognava rimarcare la notorietà acquisita del leader come personaggio televisivo a tutto tondo? Mah, rimango perplesso, un po’ come quando Giò dei La Crus si presentò come “Mauro Ermanno Giovanardi feat. La Crus”. Ma là forse si voleva dare maggiore risalto a Giò, non ancora “forte” mediaticamente da solista, in un momento storico in cui aveva sciolto il suo gruppo, riesumato per l’occasione. Qui la mossa sa più di “furbizia”: Morgan è già famosissimo ai più, e forse riattingere al suo passato glorioso (almeno circoscritto ai territori alternativi) può ridargli quella credibilità musicale, in parte smarrita, ora che da anni è impegnato per lo più a discutere dietro le quinte nei panni dell’esperto e acculturato giudice. Detto questo, Morgan sa scrivere eccome, e mi aspetto un brano particolare e poco incline alla tradizione sanremese.

NEFFA – rompo gli indugi: a pelle sarà lui il mio preferito. Anche se da anni ormai è mischiato fino al collo con la musica più biecamente commerciale, bisogna ammettere che l’ex rapper, ad ogni uscita discografica, riesce a stupire, cambiando pelle sonora ai suoi brani. Che il “ragazzo” abbia dei numeri, è fuori di dubbio, speriamo voglia osare anche su questo prestigioso palco.

NOEMI – da molti accolta come la migliore interprete su piazza, destinata a rinverdire i fasti di una Fiorella Mannoia, per dire, non solo per l’accomunata capigliatura rossa, ma anche per il garbo del bel canto, a me è invece caduta un po’ da quando si atteggia a spocchiosa giudice di The Voice. A Sanremo finora non ha sbagliato un colpo, ma onestamente la preferisco quando canta in modo “sofferto”, acuito dal graffio della sua voce, che non leggero, come nell’ultimo episodio sanremese “Bagnata dal sole”.

PATTY PRAVO – rappresenta quella classicità sanremese che non può mancare in ogni edizione che si rispetti. Personalmente, meglio lei che un Al Bano, anche se da tempo non riesce a fare breccia negli ascoltatori. Restano immutate la sua raffinatezza e intensità interpretative, colte appieno anche nella sua ultima (e poco fortunata) partecipazione con “Il Vento e le rose”.

ENRICO RUGGERI – non credo che il vecchio Rouge mi deluderà, ma su di lui ho le stesse aspettative che potevo riporre in Raf lo scorso anno. Una vecchia gloria, che ho anche a periodi apprezzato e ascoltato tantissimo, ma che da tempo non mi suscita più grosse emozioni.

VALERIO SCANU – non mi stupisce per nulla il suo inserimento in cartellone, anzi, dico la verità, mi fece più scalpore non vederlo presente lo scorso anno, quando fu reduce dal rilancio a Tale e Quale show, proprio sotto l’egida di Carlo Conti. Secondo me Scanu dovrebbe capire cosa fare da grande. Continuare a riempire i giornali e i salotti generalisti di tutta Italia, raccontando le sue storie personali, oppure mettersi d’impegno e cercare una via personale e credibile nella musica leggera italiana? Altrimenti tra poco ce lo ritroveremo a commentare il Grande Fratello al posto di Cristiano Malgioglio.

STADIO – potrei dire di loro le stesse cose appena scritte su Enrico Ruggeri… invece, gli Stadio mi attirano ancora molto e li ascolto sempre con interesse, nella speranza che la voce calda e profonda di Gaetano Curreri tiri fuori qualche altra chicca del suo sconfinato repertorio.

ZERO ASSOLUTO – reduci dal buon successo estivo de “L’amore comune”, con una canzone tormentone che mi ha lasciato tuttavia del tutto indifferente, rieccoli pure a Sanremo dove in precedenza non sfigurarono di certo e dove riproporranno il loro genere, sicuramente personale, ma anche assolutamente immutato nel tempo, come se davvero si fossero fermati agli antichi fasti di un decennio fa.

 

Musica italiana: è sempre più il momento della Puglia!

Un tempo era Al Bano a tenere alta la bandiera della Puglia nell’ambito della musica italiana. In coppia con l’ex moglie Romina, è diventato icona e alfiere di un canto all’italiana che non rinnegava mai le sue forti radici di uomo del sud, pugliese per l’appunto.

Poi vennero altri esponenti minori, fino alla fioritura di questi ultimi 10 anni, nei quali l’onore e la credibilità artistica della Regione è appannaggio ormai di molti e investe tutti gli ambiti della musica moderna, dal pop da alta classifica, al rap/hip hop, dal rock alternativo a quello mainstream, dall’invasione nei talent di giovani virgulti, a cantautori in erba in possesso di doti riconosciute.

Se veniva più facile un tempo parlare di “scena romana” o “torinese”, ora è invece difficile raccogliere in un “unicum” tante validissime proposte come quelle emerse in Puglia, tanto che ci si azzarda a localizzare ulteriormente, e allora ci sono i salentini, i baresi… insomma, vediamoci un po’ più chiaro.

I Negramaro sono i massimi esponenti di un mainstream rock partito dal basso, dalle scene alternative: d’altronde la loro proposta da subito è stata assai multiforme, tra decise virate rock e ballate da accendino. La popolarità va alle stelle dopo una (sfortunata) esibizione sanremese, con la loro canzone eliminata tra i fischi e lo sgomento dell’allora conduttore Paolo Bonolis, che aveva puntato molte fiches sull’affermazione del gruppo salentino.

L’istrionico, imprevedibile Michele Salvemini, da Molfetta, noto ai più come Caparezza (pseudonimo derivato dalla sua folta e caratteristica capigliatura) è ormai da quasi 10 anni esponente di un genere ibrido, che partito dal rap chilometrico è confluito in un mix di suggestioni e attitudini, che contemplano rock, funky, alternative, hip hop. Fanno da contraltare liriche come se ne sentono poche in Italia, non solo condite da rime ricercate e messe ad hoc, ma intessute di disagio sociale, denuncia, ira, il tutto utilizzando l’arma del sarcasmo.

Una cantautrice ormai affermata è Emanuela Trane, in arte Dolcenera, da subito notata per la potente ugola e per la vasta conoscenza musicale, soprattutto per la maestria nel suonare il pianoforte. Con lei, negli ultimi anni, sono emerse prepotentemente, grazie al talent di Canale 5, “Amici”, due star delle classifiche attuali, le amiche Alessandra Amoroso, dolce e passionale nel canto, e la più grintosa Emma Marrone, recentissima vincitrice del Festival. Che aggiungere su di loro? Il tempo ci dirà se diventeranno delle Big del panorama della musica leggera italiana, sulle orme delle dichiarate madrine, rispettivamente Laura Pausini e Gianna Nannini, di cui sembrano plausibili eredi.

Da un talent, precisamente da X Factor, è uscito anche un gruppo che ha avuto meno impatto sul pubblico, ma che in trasmissione colpì moltissimo per le grandi doti vocali dei suoi componenti, al punto che vinsero a mani basse l’edizione, sotto la guida del guru Morgan: gli Aram Quartet. Ormai sciolti, stanno tentando una (difficile) carriera solista.

Tra le gemme uscite dalla Puglia, non si può dimenticare la giovanissima Erica Mou, da Bisceglie,  vincitrice del Premio Critica tra le Nuove Proposte. Suadente, profonda e meritevole della vittoria, la sua “Nella vasca da bagno del tempo” è  prova tangibile di un nuovo cantautorato che non lascia indifferente. Da Bari invece proviene un’altra ex promessa del bel canto italiano, Valeria Vaglio che, chitarra a tracolla (come la Mou) colpì molto per la delicatezza con cui affrontò il tema dell’omosessualità sul Palco di Sanremo, nel 2008. La sua “Ore e ore” è davvero un gran pezzo, meritava più ascolti.

A Sanremo Giovani 2012 sul podio finiscono anche gli scanzonati, sin dal nome di battesimo, IoHoSempreVoglia, da Monopoli, un quintetto che con disinvoltura ha affrontato l’Ariston, senza perdere nulla della loro spontaneità e carica. Semplice ma non banale la loro proposta, una ballata che in radio funziona bene.

Non ha ancora raggiunto la piena popolarità ma può vantare già una folta schiera di estimatori la bravissima cantautrice jazz-pop Evy Arnesano, da Squinzano, una voce pulita e una determinazione senza eguali, nel proporre un genere poco convenzionale dalle nostre parti.

Ma sono pugliesi anche altri due (ex) amici, il foggiano Antonino Spadaccino, dotato di una voce dalle cadenze suol/rhythm and blues da brividi e il tarantino Pierdavide Carone, che con Dalla alle spalle potrebbe davvero fare il gran salto come cantautore brillante e originale.

Last, but not the least, cito un gruppo a me carissimo, i Sud Sound System, esponenti di punta di un rap sapientemente miscelato col reggae e col dub, scatenati e fortissimi, tra i migliori in assoluto nel loro genere, con le loro liriche cantate spessissimo in dialetto salentino mandate a memoria dai loro numerosi fan.

Doveroso però accennare anche a tutto quel retaggio folk, popolare presente in gran quantità nella Regione pugliese.

Tra i tanti, mi piace nominare Michele Merla, di San Giovanni Rotondo compaesano della mia fidanzata (Mary è originaria della splendida cittadina del Gargano), autore di brani popolari in cui la competenza musicale va a braccetto con il perpetuarsi di una cultura di quel paese, in brani come “Saluteme a soreta”, “A Luca”, “La ciuccia de Lurenze”.

Sanremo va agli archivi tra risultati scontati, polemiche, errori, farfalle ma soprattutto belle canzoni

Sanremo è andato, ho evitato accuratamente i commenti post-festivalieri, se ne è già parlato abbastanza. Detto questo, pur sottolineando che, a conti fatti, stavolta Celentano è stato più sobrio e misurato (dicendo cose che sostanzialmente approvo), che in ogni caso sarebbe meglio si limitasse a cantare, campo in cui è un numero 1, e che la valletta è stata solo di contorno (mille volte meglio la solarità e la simpatia di Geppi Cucciari!), ciò che mi sono piaciute di più sono state le canzoni, esito scontato a parte.

Emma partiva avvantaggiata dalla scelta del televoto, perchè, rimaste in 3, ha saputo raccogliere agevolmente anche i voti di altri cantanti di provenienza talent defilippiana, penso a Pierdavide Carone.

Un podio comunque di tutto rispetto, che a conti fatti, condivido. Tifavo in ultimo per Arisa, la favorita della mia ragazza, che con grazia e assoluta sincerità ha interpretato un pezzo assolutamente struggente. Bellissimo il chiasmo alla fine dei due ritornelli (“la vita può allontanarci, l’amore continuerà”, poi invertito alla fine “l’amore può allontanarci, la vita continuerà”). Temi importanti, profondi, assoluti.

Benissimo Noemi, voce graffiante, classe alla Mannoia, di cui è considerata erede plausibile. Nel rendiconto dei voti, complice la giuria, esce dal podio il popolare Gigi D’Alessio in coppia con la Bertè, si piazzano bene anche Carone/Dalla e Dolcenera, apprezzatissima dalla radio.

Fuori dal lotto dei possibili vincitori i meno “commerciali” degli artisti: Bersani (giustamente vincitore del Premio della Critica), Finardi (resta nella memoria la sua intensa interpretazione), una raffinata Nina Zilli e il bravissimo Francesco Renga, che aveva una canzone meno immediata del solito.

Buone canzoni, comprese le eliminate; il problema (grosso) è che, come da diversi anni a questa parte, vanno in secondo piano rispetto a scandaletti (le mutande, il vedo-non vedo), polemiche, errori e gaffe.

Malino Gianni Morandi, e mi duole ammetterlo: occorrono conduttori più consci della realtà musicale attuale, più moderni. Un Fiorello o un Bonolis sono assoluti big della tv, ma già Fazio fece cose egregie. Troppe defaillances da parte del conduttore, Papaleo ha salvato il salvabile, della bella modella ceca ho già detto. Agli atti questo Sanremo, la verità alle radio e alle classifiche di vendita di dischi!

La serata dei duetti, tra grandi show e imbarazzo

La serata dei duetti regala sempre emozioni e sorprese, e non alludo alla parata di stelle di giovedì sera (il mio cuore ha battuto per Patti Smith, la cui esecuzione con i miei paladini Marlene Kuntz, è stata giustamente votata come la migliore da una giuria di giornalisti).

Ma parliamo dei duetti di ieri sera, alcuni notevoli, altri ininfluenti, altri ancora imbarazzanti, o meglio, raccapriccianti, come mi ha suggerito un amico.

Il mio preferito continua ad essere Finardi, brano che mi emoziona, così come il duetto con Peppe Servillo, uno dei migliori interpreti della musica italiana. Interprete è pure riduttivo, per un camaleonte come lui, impegnato a teatro e al cinema, dove spopola il fratello Toni.

Non vincerà, quello è appannaggio della grintosa Emma, specie dopo il duetto con  l’amica Alessandra Amoroso; a mio avviso tuttavia a una venticinquenne non stanno gli ambiti impegnati, specie se devi “impersonare” un pensionato!

Noemi e Curreri hanno fatto centro: splendida esecuzione e canzone che nasconde un testo davvero romantico, d’amore, ma non nel senso bieco del termine.

Mi ha convinto anche Renga, in  una versione più delicata e meno urlata della sua “La Bellezza”. Il brano prende corpo ascolto dopo ascolto, meriterebbe quanto meno il podio, poiché bissare al Festival è impresa davvero da pochi.

Dolcenera ha un pezzo ottimo, Gazzè (che stimo e ho avuto modo di conoscere, persona schiva e umilissima) non ha aggiunto nulla, sovrastato dalla voce della collega.

Arisa, sempre più quotata, vedi le collaborazioni con Pagani e ieri, Giovanardi dei La Crus, in questa nuova veste, più matura, è più consapevole dei suoi notevoli mezzi. Mi piace il trasporto con cui canta la canzone, dai forti connotati autobiografici, Joe ci ha messo l’anima per la riuscita di un duetto che potrebbe presagire, a detta dei protagonisti, collaborazioni future.

Senza infamia e senza lode Bersani, serio candidato assieme a Carone a vincere il Premio della Critica. Il pezzo “Un pallone” è forte di suo, originale, dallo stile stralunato ma metaforicamente impegnato: l’attore Paolo Rossi, istrionico come sempre, ha fatto però da contorno.

Accennavo a Pierdavide,finalmente maturato. Giorno dopo giorno, sta raccogliendo meritati consensi, e poco c’entra la fugace presenza del suo nuovo mentore Lucio Dalla, peso massimo della musica leggera italiana. “Ninì” spiazza con la sua pura dolcezza, e ieri Grignani ha contribuito tantissimo, con la sua voce graffiante. Ho conosciuto Gianluca, non è un mistero che apprezzi le sue canzoni e le sue attitudini. Mi sento talvolta con la sorella Giada, grazie alla rete, e posso affermare che lui vive per la musica, si immerge in essa, come egregiamente ha fatto ieri sera. Peccato per quei pregiudizi dovuti a notizie pompate dai mass media. Ma ha un talento sconfinato, provare per credere “Natura Umana”, l’ultimo lavoro discografico.

Nina Zilli si è fatta accompagnare dall’amico di vecchia data Giuliano Palma che con la sua voce chiara ha fatto da controluce alla splendida interpretazione dell’altrettanto rilucente cantante piacentina.

Veniamo ai flop: partendo dagli eliminati, che un po’ se la sono cercata.

I Matia Bazar, forti di una canzone sufficientemente sanremese e ben cantata dall’impeccabile Silvia Mezzanotte, avrebbero potuto schierare chiunque, viste le conoscenze. Invece clamorosamente si sono affidati a… Platinette, seppur in abiti non “patinati” ma l’effetto straniante è stato il medesimo!

Male anche la Civello, tanto apprezzata nei giorni precedenti: ha pesato il fatto che sia poco popolare a un vasto pubblico e, passato l’effetto novità, è andata in secondo piano nelle preferenze. A nulla è servita un’accoppiata “furba” con la recente vincitrice di X Factor, la sedicenne (!) Francesca Michielin, già in testa alle classifiche di vendita.

Stendo invece un velo pietoso su Gigi D’Alessio e la Bertè, era dai tempi del progetto goliardico del compianto Bigazzi negli anni ’80 che non assistevo a una cafonata del genere. Già il pezzo in sé è piatto e risibile, cucito addosso alla Bertè la cui voce stridula fa l’effetto di un’unghia sulla lavagna, al cospetto dell’impegno profuso dal napoletano.

Ieri addirittura una versione alla “David Guetta”, composta da Fargetta, icona dance anni ’90 e conosciuto ormai ai più come marito della Panicucci.

Vedere 100 ragazzi sul palco a ballare forzatamente un brano pessimo, manco fossero sulle spiagge di Ibiza mi ha messo addosso solo tanta tristezza… ma il televoto è sovrano e allora avanti il Gigi Nazionale.

Due parole sui giovani: non si può voler male ad Alessandro Casillo: è un bambino in fondo, dotato vocalmente (anche Luis Miguel approdò sul palco a 14 anni d’altronde), aveva dalla sua un popolo di 100.000 fan raccolti agevolmente su Facebook, come faceva a non vincere?

Ottima la Erica Mou, alla quale è stato assegnato un annunciato premio della Critica. Mi sono già esposto su di lei, prevedo una grande carriera, ha solo 21 anni e una piena maturità. Ieri ho avuto il piacere di scambiare un’opinione e farle una domanda nello spazio video chat del tg1, spero in futuro di poterla intervistare.

Ottimo anche Marco Guazzone, abile al pianoforte e forte di reminiscenze anglofone nell’attitudine, frenato tuttavia da un’estrema e limitante timidezza (giovanissimo pure lui, 23 anni).

Non male gli IoHoSempreVoglia che, nome a parte, hanno proposto una canzone dai toni soffusi e romantici, piazzandosi in un primo momento sul secondo gradino del podio, facendosi poi scavalcare da Erica Mou, premiata come migliore dalla stampa.

E stasera la finalissima!!! Votate bene, mi raccomando!!!

Primi verdetti (parziali) sulle canzoni sanremesi

Ci voleva un secondo ascolto, e così fu!

Ieri sono riuscito ad ascoltare meglio le canzoni, senza troppe distrazioni (oddio, quanto clamore sulle mutandine di Belen: chissà che novità, queste fanno di tutto per farsi notare, non ci sarebbe nulla di stupirsi, in fondo!)

Piuttosto mi è piaciuta l’umiltà della Mrazova, di una bellezza mozzafiato ma più semplice della Canalis, sempre con la sua puzza sotto il naso e magra all’inverosimile.

Le canzoni, dicevamo.

Confermo che la mia preferita è quella di Finardi, riesce a emozionarmi quando la ascolto, così come quella della Civello. Non vinceranno ma hanno portato classe e raffinatezza formale ed esecutiva nella kermesse sanremese.

Dopo averlo visto più volte su you tube, già ero in attesa di rivedere dal vivo uno dei miei cantautori preferiti, Samuele Bersani (a proposito, solo io e il mio amico Riccardo abbiamo notato le sue scarpe da calcio? Possibile che Enzo Miccio non dica niente sul suo look nel salotto di Mara Venier? J)

Bella la canzone di Samuele, indubbiamente. Sufficienza pienissima per due donne, Dolcenera, bel testo e miglior ritornello di questa edizione 2012, e la rossa Noemi, per quanto continui a pensare che il pezzo ne avrebbe giovato se cantato dal suo autore, Fabrizio Moro. Un’autentica love song, interpretata con passione dall’ex cantante di X Factor, una delle migliori uscite da quel talent show.

Renga e Emma, grandi favoriti, hanno certamente buone carte tra le mani, ma continuano a enfatizzare le loro canzoni. Certo, l’ovazione ieri sera per Emma alla notizia del passaggio di turno, lascia presagire una vittoria da molti annunciata.

Arisa si è guadagnata la pagnotta, merita la sufficienza soprattutto per il trasporto che ci mette mentre la canta. Sono stati così eliminati due brani che a mio avviso avevano poche chance, quello dei Marlene, miei pupilli ma “troppo” per i palati fini sanremesi, e la figlia d’arte Irene Fornaciari. Entrambi gli artisti ieri più a loro agio sul palco dell’Ariston ma a mio avviso fuori contesto, eliminati annunciati.

Per la legge del Televoto, molto probabilmente verranno ripescati le due coppie, D’Alessio/Bertè e Carone/Dalla. Sulla prima, sono d’accordissimo sull’eliminazione, pezzo di una piattezza desolante, sulla seconda invece riserbo dubbi, perché si tratta di una canzone di ottimo livello, forse poco orecchiabile e immediata. Al loro posto avrei eliminato i Matia Bazar, nonostante mi renda conta che la Mezzanotte (sempre brava, ma mai così affascinante) ha interpretato con il solito piglio da vincitrice una canzone dagli standard sanremesi elevati.

Come spesso mi accade mi sono appassionato più ai giovani. Sarà perché mi metto nei loro panni, perché anch’io sono reduce da un esordio (letterario) e so quanto si debba sudare per emergere.

Discutibile la scelta dei mini duelli, alla fine concordo con i passaggi di turno di IoHoSempreVoglia, scanzonati il giusto ma raffinati e rispettosi di un palco prestigioso, il formale ma egregio cantautore Marco Guazzone e soprattutto la dolce e bravissima Erica Mou.

Sorvolo sul pur bravo Casillo, vincitore annunciato, considerati i 100.000 fan che ha saputo raccogliere nel web grazie soprattutto alla sua permanenza video nel programma Io Canto. Se il televoto ha tutto questo potere, la vittoria non gliela toglie nessuno, nonostante Erica Mou sia di dieci spanne superiori.

21 anni, ha l’unico “peccato” di aver plag… ehm, di essersi ispirata al famoso brano “Zombie” degli irlandesi Cranberries (una delle canzoni simbolo degli anni ’90) nel momento dell’entrata della chitarra elettrica – gli accordi sono i medesimi – ma a parte questo, si è presentata con una grazia e una sicurezza da stella in ascesa, consapevole della sua arte. E la sua canzone sembra più una poesia, davvero di una categoria superiore. Mi aspetto una grande carriera, io il suo disco lo compro di sicuro. (Scaricare non si può dire, vero?).

Alle prossime!

Il punto sulla prima puntata di Sanremo

E così Sanremo ha emesso il primo vagito. Un suono flebile, ammaccato, tutt’altro che funzionante. Lo si capisce subito dai problemi di sincrono dell’audio, la vergogna del dispositivo per le votazioni (ma come? spendi milioni di euro, ci metti un anno a organizzare tutto e poi la giuria non riesce a votare? Ma daiii) e il sermone apocalittico, oltre che pallosissimo, dell’Adriano Nazionale.

Mi soffermo poco su di lui, non mi piacciono le polemiche , però ieri Celentano mi ha deluso: non si sapeva dove voleva andare a parare. Poi, io non sono di quei cattolici bigotti, anzi, ma scagliarsi contro “Avvenire” e “Famiglia Cristiana” mi è sembrato francamente eccessivo. E’ vero, parlano di politica e di attualità (d’altronde si tratta di un quotidiano nazionale e di una rivista) ma non trascurano l’ambito cattolico e religioso. Mah?!? Stendo un velo pietoso sul deprimente sketch con Pupo. Poi troppi effetti speciali, non mi è piaciuto, senza tenere conto dei 55 minuti di permanenza in video… troppi! Non si può monopolizzare una trasmissione!

Rocco Papaleo è stato brillante, ma certamente fuori contesto, lì non si può troppo improvvisare. Belen e la Canalis tutto sommato non sono andate male, forse perché meno investite di responsabilità, in fondo erano “ospiti”, seppur di lusso.

Veniamo alle canzoni, che dovrebbero essere il vero motore della trasmissione. Purtroppo la gara è un po’ falsata, perché le votazioni sono state annullate. In ogni caso, nessun pezzo a primo ascolto ha avuto un impatto del livello di brani storici come “Si può dare di più”, “Se stiamo insieme”, “Uomini soli” o la più recente “Come saprei”.

Niente brani memorabili, problemi di audio a parte.

Se dovessi valutare la classe pura, direi che i migliori mi sono sembrati la raffinata Chiara Civello, a suo agio pure con la lingua italiana, lei che solitamente si esprime in inglese, e il grande Finardi.

Senza infamia e senza lode Dolcenera, che anche stavolta ha avuto l’onore di aprire la gara, Irene Fornaciari e Renga. Pezzi pop rock, dalle buone aperture melodiche, anche se il pezzo di Irene stava meglio nelle corde del suo autore, il bravissimo Davide Van De Sfros. Stesso problema in cui è incappata Noemi. Il brano di Fabrizio Moro, autore di testo e musica, non pare adatto alla rossa romana.

Non male la nuova veste malinconica di Arisa, alla quale l’ormai ex fidanzato, autore di tutti i suoi brani di successo, ha regalato un brano dai forti connotati biografici.

Emma, favorita alla vigilia per il testo sociale di Kekko dei Modà, mi è parsa sinceramente un po’ troppo sopra le righe, a differenza del suo “Amico” Pierdavide Carone, sobrio e ironico nel presentare “Ninì”. Ma non ditemi che Dalla ha contribuito più di Battiato l’anno scorso con Madonia. Almeno Franco una strofa l’ha cantata, Dalla ha solo sibilato. Ciononostante il pezzo in questione è uno dei migliori, e sono proprio curioso di assistere al duetto  di Carone con Grignani.

D’Alessio si è impegnato molto, specie nell’incoraggiare una riesumata Bertè, ma il brano appare datatissimo, senza guizzi particolari.  I Matia Bazar cantano sul palco come un impiegato delle poste farebbe delle raccomandate, impeccabili ma senza fornire emozioni allo spettatore, d’altronde sono di casa a Sanremo.

Chiudo con i miei tre favoriti. Nina Zilli, davvero splendida, mi è parsa troppo compassata, devo riascoltare il pezzo, che sembrava uscito fuori dagli anni ’60. Bersani all’inizio sembrava De Andrè, il primissimo, col suo incedere quasi da “filastrocca”, poi il brano si sposta sul cabaret. Vedremo con Bregovic che uscirà fuori ma la sensazione è di una canzone di gran spessore, bella!

I Marlene infine sono candidati all’eliminazione. Se avessi sentito il loro brano all’interno di un disco, magari l’avrei apprezzato, in fondo non si discosta dallo stile del trio cuneese, ma all’Ariston mi sembravano fuori luogo. Godano visibilmente emozionato. Hanno avuto il merito di mettersi in gioco, dopo una carriera splendida, un po’ come d’altronde fecero gli Afterhours un paio d’anni fa (con un brano migliore, questo bisogna ammetterlo!)

Vedremo il prosieguo della kermesse!

Buon festival… ma basta Celentano (almeno io lo preferisco quando canta!)