Un Festival di Sanremo di grande qualità. Da Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico a Max Gazzè, dai redivivi Decibel ai favoriti Meta e Moro. Chi vincerà?

Devo averlo scritto in qualche commento sui social: probabilmente avevo sottovalutato questo Festival di Sanremo!

Giorno dopo giorno mi sto ricredendo sui brani in gara, che trovo generalmente di livello superiore alle edizioni targate Carlo Conti, per quanto molte di quelle proposte nel triennio in questione siano poi diventati dei buoni successi, anche al di fuori del dorato e ovattato mondo sanremese.

Ammetto di aver avuto una sorta di pregiudizio sulla scelta di Baglioni come Direttore Artistico e come conduttore soprattutto. Col senno di poi confermo le mie perplessità sul suo modo di condurre, per quanto abbia lasciato un buono spazio ai vivaci e tutto sommato convincenti Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino, soprattutto riscontrandogli una sorta di fastidiosa autoreferenzialità… credo che nonostante il suo canzoniere sia sconfinato in decenni di onorata carriera, con un po’ di impegno in più ce la potrebbe fare a proporcelo tutto!

Sono ironico ma non molto in fondo. Davvero ho trovato esagerato questo mettere davanti i propri pezzi, quasi a dire che la sua è la “vera musica”. In realtà poi credo si sia capito dalla scelta degli artisti in gara come abbia privilegiato la qualità delle canzoni, e questo gli fa onore, ritornando alla mia premessa iniziale.

Avevo scritto un lungo post con le mie prime impressioni sul Festival, denotando come i brani presentati fossero sin troppo “classici”; non rinnego quella mia definizione ma di certo non la voglio connotare al negativo, proprio perchè non sempre immediatezza e orecchiabilità sono sinonimi di qualità.

Ne ho sentita tanta di qualità, e questo per me è un merito. Guardo Sanremo da sempre e ne scrivo, voi lettori di questo blog lo sapete, ma ero arrivato “stanco” soprattutto mentalmente all’appuntamento con questa edizione, avevo perso addirittura interesse (mi è capitato persino con il Fantacalcio in questo periodo, e chi mi conosce meglio sa che è quello il vero campanello d’allarme!) e la composizione del cast mi aveva lasciato un po’ l’amaro in bocca.

No, non ho un vero favorito, anche se le primissime impressioni sono confermate, con un podio di miei preferiti che avevo già indicato e che in linea di massima è rimasto invariato. Tuttavia ai tre nomi che avevo scelto ne ho aggiunti altri ed essere arrivati alla conclusione che considero 6 o 7 pezzi di buona qualità è indice che sono pienamente soddisfatto dell’andamento del Festival.

Era dai tempi del Fazio bis, edizione 2014, che non ne contavo così tanti in effetti.

L’orecchiabilità, la melodia più cantabile, il ritornello più a presa facile e diretta, sono garantiti dalla canzone de Lo Stato Sociale, autentica rivelazione dell’edizione, con i quali ero stato piuttosto duro. Forse perchè provenendo il gruppo dal mondo indie, mondo che sento molto affine alle mie corde, mi aspetto sempre qualcosa in più. Loro però sono rimasti sè stessi, alzando anzi l’asticella, riuscendo a colpire anche l’ascoltatore medio in positivo, risultando ironici e simpatici, tanto che le stonature consuete sono passate in secondo piano. Pensare a un Gabbani bis, con i quali invero spartiscono poco, se non nulla, è quanto meno azzardato e, riconoscendo come detto che ci sono brani di ottima fattura in questa edizione, sarebbe troppo che a vincere fossero proprio i cinque ragazzi bolognesi.

Credo che, superate le polemiche, la Palma d’Oro di Sanremo andrà alla coppia Meta-Moro, già attesi alla vigilia e che hanno fatto il loro compito nel migliore dei modi, proponendo una canzone dal buon intento sociale, intensa al punto giusto e interpretata ottimamente. Hanno tutti gli ingredienti, li ho sempre generalmente apprezzati, ma ammetto che il mio cuore quest’anno propenda per altri.

La mia canzone preferita, e non l’avrei mai detto alla vigilia, è quella di Ornella Vanoni, magistralmente accompagnata da Bungaro e Pacifico: che classe ragazzi, per un brano che ha un testo riuscito, sull’amore e la consapevolezza del tempo che passa e che muta i rapporti umani. Non vinceranno ma spero si piazzeranno sul podio.

Anche la poetica composizione di Max Gazzè mi ha colpito da subito: sbagliatissimo aspettarsi dall’istrionico cantautore romano solo funambolismi e canzoni carine e frizzanti. Da sempre Max è in grado di emozionare con la profondità dei versi, scritti quasi sempre assieme al fratello Francesco e la solennità della musica, e questa fiaba tratta da una leggenda del Gargano, Terra d’origine di mia moglie (inconsapevolmente me la sono sentita vicina!), ne è una piena conferma!

Confermo anche una preferenza per Luca Barbarossa, anch’egli sorprendente in queste vesti, sebbene da tempo sia propenso per una proposta di stampo cantautorale. Immagino che se questa canzone l’avesse eseguita Il Muro del Canto, acclamato gruppo romano molto lodato dalla critica, avrebbe avuto più risalto.

Supera la prova del tempo anche la canzone di Diodato con Roy Paci e quella di Enzo Avitabile con Peppe Servillo. Tutti questi nomi in pratica li avevo già fatti, sono quelli “di qualità” a cui avevo fatto riferimento, ma in extremis dopo diversi ascolti, mi va di inserire nel lotto anche il brano dei Decibel. Ieri nel duetto sono stati tra i più convincenti secondo me, anche per loro grande classe indubbiamente!

A conti fatti, a sfigurare, ma non per colpa loro, quanto appunto perchè si trovano davanti ottime canzoni, sono le interpreti femminili, tutte alle prese comunque con brani dignitosi: Annalisa, Noemi e Nina Zilli. Mi fa specie che nelle retrovie si stia piazzando Noemi, il cui testo mi piace molto e con lei al solito in grado di trasmettere emozione e trasporto. La Zilli è molto composta in un brano, “classico” nella struttura, ma dagli spunti interessanti, a partire dal tema, trattato con delicatezza e orgoglio.

Dopo aver ascoltato il brano inedito di Lucio Dalla cantato dalla divina Alice, beh, cala il giudizio su Ron: l’avesse presentata al Festival lei avrei parlato di podio sicuro, il buon Rosalino purtroppo non la rende a dovere.

Al secondo appello mi è parso banalotto il brano di Red Canzian, che trovo degno di nota per il modo in cui l’autore l’ha interpretato, con grande umiltà ma anche con piena convinzione, gettando il cuore oltre l’ostacolo e gridando al vento a pieni polmoni tante cose che aveva dentro, quasi come se nei Pooh si sentisse schiacciato dalla presenza di Roby. Scherzo, ci mancherebbe, ma alla prova del canto, ha assai deluso Facchinetti mai visto così giù di corda, quasi caricaturale e al cui cospetto se non altro l’affascinante Riccardo Fogli ha risposto con garbo e un’interpretazione decisamente migliore, se non altro tra le righe.

Promossi con riserva i Kolors, non male in generale ma rimango convinto debbano cantare in inglese, anche se così facendo nel giro di poco scompariranno perchè in Italia per far successo nel pop devi cantare nella tua lingua. Non mi dicono nulla Le Vibrazioni, la loro reunion non mi ha fatto chissà quale effetto, non mi hanno mai fatto impazzire… buoni musicisti, canzoni pop rock discrete, valide per dare un’alternativa alla musica leggera ma scarse in confronto con quelle degli epigoni rock nostrani a loro contemporanei. il brano sanremese in gara è cantato con la consueta grinta da Francesco Sarcina ma non basta.

Non ho mai citato Mario Biondi e Giovanni Caccamo in un mio pezzo; per il primo vale quanto detto per i Kolors: per la sua proposta musicale rende decisamente meglio in inglese, con quella splendida voce soul che si ritrova. Caccamo invece ha di fatto cantato all’esordio il suo brano migliore, quando vinse tra i Giovani con l’ariosa “Ritornerò da te”: da allora non ha più avuto un guizzo degno di nota, non mi arriva, nonostante l’indubbia bella voce.

Renzo Rubino ha un grande talento, propone sempre brani molto particolari, intensi e mai banali. Lo trovo decisamente bravo ma non è il tipo di cantautore che ascolterei di mia spontanea volontà. Nel contesto sanremese può spiccare per sensibilità e spessore e di certo non lo metto tra i peggiori ma nemmeno credo abbia quel quid per aspirare al podio.

Elio e Le Storie Tese continuo a faticare a giudicarli in questa edizione. Il loro brano rimane nel limbo, nè ballata, nè veloce, nè seria, nè allegra… un saluto che avrebbe potuto essere migliore avessero puntato su un versante o sull’altro. Da loro non ci si aspetta mai canzoni normali, lo dimostra anche la loro storia al Festival.

I giovani invece mi avevano colpito sin dalle prime esibizioni. Il verdetto per me è giusto, ci può stare, nonostante io tifassi apertamente per il romano Mirkoeilcane (che però ha vinto meritatamente il Premio della Critica). Ultimo però ha un brano solido, che arriva dritto, il suo cantato è moderno, l’arrangiamento davvero bello, con i fiati a colorare il pezzo a dovere. La vittoria finale può essere un buon viatico per la sua piena affermazione.

Dividendo per fasce come stanno facendo i conduttori dal primo giorno per dare delle indicazioni al pubblico, faccio anch’io così per delineare i miei gusti.

FASCIA BLU: Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico; Max Gazzè; Diodato e Roy Paci; Enzo Avitabile e Peppe Servillo; Luca Barbarossa; Ermal Meta e Fabrizio Moro; Decibel

FASCIA GIALLA: Noemi; Lo Stato Sociale; Nina Zilli; Annalisa; The Kolors; Renzo Rubino; Ron

FASCIA ROSSA: Elio e le Storie Tese; Red Canzian; Mario Biondi; Le Vibrazioni; Giovanni Caccamo; Roby Facchinetti e Riccardo Fogli

 

 

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Prime impressioni sul Festival di Sanremo 2018

E’ iniziato il Festival di Sanremo, molto si è già detto e scritto, dei conduttori, delle canzoni (ci mancherebbe, ché il succo di ogni manifestazione musicale dovrebbe essere poi quello), delle polemiche persino, se è vero come è vero che si è creato un vero e proprio precedente con la partecipazione in gara del brano (tra l’altro a mio avviso tra i migliori ascoltati durante la serata inaugurale) di Fabrizio Moro e Ermal Meta, che – non solo nel ritornello – riprende pari pari un altro brano scritto da Andrea Febo e già presentato nella sezione Giovani due anni fa.

Febo che è co-autore con gli stessi Moro e Meta dell’incriminata canzone “Non mi avete fatto niente”. Personalmente sono felice di poterla riascoltare in gara ma altresì mi rimangono dei dubbi su questo regolamento che, a quanto pare non risulta essere stato violato.

Il brano, come detto, è molto valido, sia musicalmente che a livello di testo, e i due cantautori, che hanno di recente diviso in diverse vesti l’esperienza nel programma Amici, dando probabilmente il là a una loro collaborazione, sono tra i favoriti dell’intera kermesse, sperando per loro che non  vi siano delle ripercussioni negative, qualche strascico dopo l’amara vicenda terminata a lieto fine.

Le venti canzoni invero mi sono parse sin dal primo ascolto molto “classiche”, il ché non significa necessariamente affibbiarne un’accezione negativa ma… in alcuni casi forse si è esagerato.

Proposte come quelle del duo ex Pooh Roby Facchinetti/Riccardo Fogli sono sembrate francamente modeste, senza far trasparire emozione nel cantato. Meglio l’altro Pooh Red Canzian che almeno c’ha messo cuore e anima nell’esecuzione, pur nell’ambito di un arrangiamento sin troppo maestoso.

Bado al sodo e indico subito la mia triade di favoriti, indicando in una rediviva Ornella Vanoni, magistralmente accompagnata da due fuoriclasse del cantautorato come Bungaro e Pacifico, una delle sorprese più positive, per un brano assai raffinato.

Alla stessa pregiata”razza” appartengono anche la suggestiva canzone proposta da Max Gazzè e quella di Luca Barbarossa, molto convincente nella sua prima esibizione in dialetto romano.

La maggior parte delle canzoni, occorre rimarcarlo, sono dignitose e si staccano dal contesto “poppettaro” ben presente nelle tre precedenti edizioni marchiate Carlo Conti. Un po’ a sorpresa, tuttavia, l’Auditel ha saputo premiare questa “coraggiosa” scelta del direttore artistico Claudio Baglioni (un po’ impacciato secondo me nelle vesti anche di conduttore; molto più sul pezzo e sciolti Pierfrancesco Favino e Michelle Hunziker), come a dire che per il facile disimpegno ormai ci sono tanti altri canali reperibili. Non sono mancati in ogni caso episodi più vivaci, frizzanti, meno seriosi, come ad esempio per Lo Stato Sociale, eroi indie che solitamente fanno il pieno al Concerto del Primo Maggio e man bassa di consensi tra gli universitari fighetti ma capaci di poter arrivare al grande pubblico che in loro già vedono delle affinità con l’ultimo vincitore del Festival Francesco Gabbani… io non ci trovo assolutamente nulla di assimilabile al brillante cantante toscano ma tant’è: è probabile un exploit del gruppo, sulla falsariga, questo sì lo dico con convinzione, degli Elio e le storie Tese prima maniera, per quanto siamo distanti anni luce per tecnica e personalità.

Proprio Elio e soci mi hanno lasciato un po’ l’amaro in bocca, oltre a una velata malinconia che traspare anche dalla canzone, paradigmatica, presentata in gara: “Arrivedorci” è del tutta priva della proverbiale verve e genialità a cui il gruppo milanese ci aveva abituati negli anni ma rimarrà storica proprio per il suo essere commiato ufficiale della storica sigla sociale, attiva ininterrottamente dal 1980!

Anche i Decibel non mi hanno entusiasmato molto ma riconosco il buon gusto musicale del vecchio Enrico Ruggeri, pure troppo, visto che il brano in questione avrebbe potuto presentarlo benissimo da solo, anche se ovviamente non avrebbe beneficiato dell’effetto trainante del glorioso nome del gruppo.

Aggiungo alla lista delle canzoni che più mi sono piaciute quelle di Diodato (con Roy Paci a supporto), sempre molto intenso, del duo Avitabile/Servillo (gran classe ma quella la davo per scontata nel loro caso) e di Ron, anche se ammetto che l’effetto “Lucio Dalla” conta molto, visto che il compianto artista bolognese aveva scritto il pezzo, lasciandolo nel classico cassetto.

Solitamente vado di pagelle sin dai primi ascolti ma quest’anno andrò controcorrente e pubblicherò solo a Sanremo ultimato i miei giudizi, confrontandoli ovviamente con quelli della Giuria e dei votanti.

Intanto già ieri ho avuto la mia prima parziale “delusione” nell’appurare all’ultimo posto, seppur provvisorio, il nome fra le Nuove Proposte di Mirkoeilcane che ha invece proposto quello che a mio modesto avviso è il brano PIU’ BELLO E INTERESSANTE DI TUTTO IL FESTIVAL DI SANREMO: una “Stiamo tutti bene” che davvero non può lasciare indifferente, così come il talento assoluto e unico di questo giovane cantastorie che già avevo avuto modo di apprezzare in un’edizione della rassegna “Musicultura”.

Cala il sipario sul Festival di Sanremo con la meritata vittoria degli Stadio

Ammetto di non aver seguito molto il Festival di Sanremo rispetto alle passate recenti edizioni. Non per snobismo ma più che altro per i postumi di un’influenza che mi ha bloccato a letto, con picchi di febbre molto alti. La concentrazione non era massima insomma, e nemmeno la voglia in fondo, quando stai lì a farti impacchi con il ghiaccio e continui a tossire. Ora per fortuna sto meglio, e va da sè che in ogni caso internet, i filmati in rete e in tv, i programmi e le radio aiutano a recuperare un po’ tutti i momenti salienti.

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Posso dire con fermezza che sin dal primo ascolto il mio pronostico era andato agli Stadio, gruppo che da sempre apprezzo, e quindi la loro vittoria mi ha fatto piacere, specie vedendo con chi nel podio erano arrivati a contendersela.

Credo che Carlo Conti abbia condotto al meglio l’edizione, sempre sul pezzo, puntando sul ritmo e sull’essenzialità, in modo molto sobrio, stile che da sempre lo contraddistingue. Ieri l’ho visto particolarmente a suo agio con gli amici storici, “fratelli” come ama chiamarli lui, Pieraccioni e Panariello.

La vera mattatrice delle serate festivaliere è stata Virginia Raffaele, ieri nei panni di se’ stessa, dopo che aveva imperversato imitando alla perfezione Sabrina Ferilli, Carla Fracci, Donatella Versace e la consueta Belen, suo cavallo di battaglia.

Gabriel Garko ha compensato con la fisicità e l’autoironia alcune pecche e disagi evidenti, ma mi fermo qui, altrimenti poi le mie lettrici potrebbero pensare che sono invidioso 🙂 Mi è parsa comunque più sciolta e spontanea la statuaria, bellissima Madalina Ghenea.

La gara, quindi. Detto degli Stadio, autori come sempre di un brano aggraziato, melodico il giusto e romantico, stavolta sul delicato tema genitori/figli, occorre anche ammettere che forse la vittoria arriva a suggellare una carriera fatta di molti brani preziosi ma che, nella fattispecie, questa loro “Un giorno mi dirai” non vale ad esempio “Lo zaino” con cui fecero commuovere tutti nel 1998.

Non mi sarei aspettato il secondo posto della giovane Francesca Michielin, il suo exploit è dettato da una discreta canzone ma soprattutto dall’interpretazione, dal magnetismo e dalla naturalezza con cui canta. Propone un pop moderno e piuttosto rarefatto come poche altre in Italia, mi viene in mente Meg, per quanto la napoletana sia molto più sperimentale.

Sul podio finiscono anche Giovanni Caccamo e Debora Iurato, con una ballata di Sangiorgi, una canzone che aveva i crismi per puntare al bersaglio grosso ma a mio avviso i due sono ancora acerbi, la vittoria sarebbe stata troppo, anche se il podio ci può stare in questo contesto.

Poi molte sorprese, per quanto la classifica non avesse a questo punto molto senso. Io preferisco sempre ci sia una graduatoria ma forse era più stimolante aver avuto delle indicazioni anche nei giorni scorsi. In ogni caso, se pensiamo che Noemi la prima serata figurava tra gli ultimi 4 della decina proposta, certamente ha avuto una buona impennata arrivando ottava con la raffinata e intensa canzone scritta per lei fra gli altri da un ispirato Masini.

Giusto il quarto posto di Enrico Ruggeri, con un pezzo pop rock contemporaneo e una carica e passione ritrovata, o forse mai sepolta del tutto. Il cantautore ha ancora tante cose da dire. Pare esagerato il quinto posto di Lorenzo Fragola con una ballata piuttosto insipida ma si sa che l’ex vincitore di X Factor gode di un consenso enorme. Io personalmente preferivo la più ritmata “Domani”. Ho sentito molti pareri positivi su Patty Pravo e quindi non stupisce in fondo il suo sesto posto finale, però io francamente sospendo il giudizio perchè, per un motivo o per l’altro, non l’ho mai vista esibirsi. Clementino dal giorno della cover in poi (in cui secondo me doveva vincere con la sua riuscita interpretazione di “Don Raffaè” di Faber, invece anche lì hanno trionfato gli Stadio), ha alzato di molto le sue quotazioni. Il suo brano è molto leggero però se paragonato alla quasi totalità della sua produzione, e anche il messaggio, sì di valore sociale, ma molto all’acqua di rose.

Di Noemi ottava già detto, a colpirmi sono state le posizioni che vanno dalla 9 alla 11. Il giovane napoletano Rocco Hunt secondo alcuni rumors era dato per favorito, e in effetti il suo brano portava scompiglio, allegria e movimento. Sembrava il volto nuovo al momento giusto. Detto ciò, mai avrei premiato come miglior brano il suo rap funky intriso dei soliti messaggi scritti in modo un po’ troppo banale. Stride invece vedere i nomi di Arisa e Annalisa al decimo e all’undicesimo posto. Non avevano brani molto orecchiabili, dal ritornello facile, però hanno cantato benissimo, quello sì. Dei rimanenti, soltanto il penultimo posto di una convincente Dolcenera grida vendetta. Seguo da sempre la cantautrice pugliese e credo che, qualche errore di percorso a parte, sia una delle nostre più valide artiste contemporanee. Ha proposto una ballata dolente, dai toni blues, con inserto di coro gospel. Un brano ben  costruito, interpretato con vigore, personalità e sicurezza, ma non è stato capito, troppo difficile per vaste platee.

Secondo me doveva arrivare ultimo Elio e Le Storie Tese perchè qui hanno toppato. Adoro il gruppo, possiedo i loro dischi e quasi sempre ne condivido le idee e le trovate. Qui mi hanno fatto sorridere e poco più, mancava la canzone, visto che sostanzialmente il loro è stato un pasticcio, nove/dieci stornelli in uno e alla fine non ti è rimasto niente. In modo scontato è arrivata ultima la bistrattata Irene Fornaciari, che però aveva una canzone con un testo di buon impatto, sul dramma dell’emigrazione. Valerio Scanu non ha demeritato secondo me con la canzone scritta per lui da Fabrizio Moro, ha pure cantato egregiamente, ma non gode di molte simpatie.Lui stesso c’è da dire che ha contribuito a fare terra bruciata attorno a sè, anche se qui è parso molto più sorridente e rilassato del solito. Alessio Bernabei non è stato infine premiato dal pubblico. Sin troppo furbetto il suo pezzo, di stampo pop dance, con la produzione ok, l’arrangiamento giusto, in linea con i tempi (tradotto, ha scopiazzato un brano della pop star Ariana Grande) e il ciuffo sbarazzino. Molta forma e poca sostanza nel suo esordio da solista, dopo aver lasciato i Dear Jack. Quelli invece erano stati eliminati prima, assieme al duo degli Zero Assoluto (che però ha portato in gara un brano orecchiabile e gradevolmente pop), ai redivivi Bluvertigo di un Morgan purtroppo non al top della voce e a un deludente Neffa, alla vigilia uno dei miei favoriti ma che poi ho trovato innocuo con la sua canzoncina retrò e stiracchiata, non da lui che è solito ad ogni uscita stupire l’ascoltatore con suoni sempre diversi.

Non so quante di queste canzoni avranno poi concreti risconti radiofonici, viene difficile ipotizzare che qualcuna, compresa quella vincitrice, possa diventare una evergreen. Però il livello generale, in ambito pop, musica leggera ovviamente, non era male, e ripeto sono felice per gli Stadio perchè sono riusciti ancora una volta a emozionare e trascinare, magari non ai livelli della struggente “Sorprendimi”, ma con una ballata dal bellissimo significato e dal testo in cui un padre, ma anche un figlio, può sicuramente immedesimarsi.

Svelati i 20 Big di Sanremo 2016. Tanti nomi noti, zero voglia di rischiare. Più talent, meno indie.

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Ieri è stata una di quelle domeniche pre-Natalizie in cui mi è toccato lavorare, anche se per una nobile causa, e questo mi ha evitato di assistere, non solo alla partita della mia squadra del cuore, ma anche al consueto annuncio dei big in gara a Sanremo da parte del  conduttore e direttore artistico Carlo Conti, nel programma “L’Arena” di Massimo Giletti.

Poco male, c’hanno pensato i miei amici internettiani a colmare la mia lacuna, lanciandosi già in commenti, pronostici e spesso accurate considerazioni, come nel caso dell’esperto in materia Carlo Calabrò dalle pagine del suo interessate blog “Note d’Azzurro” http://notedazzurro.blogspot.it/2015/12/sanremo-2016-un-cast-di-big-su-misura.html

Io, gira e rigira, ci ricasco sempre… E’ l’appuntamento  consolidato in sè che più mi avvicina alla kermesse, la sua autorevolezza, la sua storia, seppur macchiata da edizioni in chiaroscuro, la sua affiliazione al costume del nostro spesso vituperato Paese, più che la qualità artistica che ritrovo nella maggioranza della canzoni.

Anzi, a dire il vero, pure per il Festival, è quasi sempre valso nel mio caso, il fattore “contro”: mi ritrovavo a “tifare”, sin da quando piccolissimo lo guardavo a casa con genitori e nonna, i cosiddetti ultimi, gli outsider. Crescendo, raramente, le proposte di Sanremo andavano a collimare con i miei gusti, tendenti a un rock di stampo alternativo o ad altre forme musicali come il folk, il punk, la musica d’autore, i cantautori… Tradotto: viva i vari Subsonica, Afterhours, Marlene Kuntz, Neffa, Pacifico, Timoria, Perturbazione, Elio e Le Storie Tese, Marta sui Tubi (ma anche gente al confine come Bersani, Consoli, Silvestri, Gazzè, Grignani) e via dicendo, che di volta in volta, pur con risultati alterni, hanno tenuto alta la bandiera della musica di qualità.

Poi, da nostalgico quale sono, e da curioso e appassionato della storia della musica (anche) leggera italiana – perchè quello è il nostro background – ho sempre riscontrato qualcosa di buono anche in rappresentati del bel canto all’italiana, fermo restando che, spesso anche nei decenni passati, molti big hanno “scansato” la gara, un po’ come stanno facendo in tempi odierni gente come Tiziano Ferro, Ligabue ecc, che si limitano a parteciparvi in veste di “super ospite”, in una versione che sinceramente non rende giustizia a chi davvero si mette in gioco in gara.

Detta questa ampia premessa, mi pare, scorrendo l’elenco, che Conti abbia voluto proseguire nel segno della continuità con l’edizione precedente, spingendo l’acceleratore ancora di più sul “presente”, con molte escursioni sul mondo dei talent, sempre più “dentro” alla discografia (anzichè fattore esterno e vivo a sè stante) finanche quasi a sostituirla, laddove di dischi se ne vendono sempre meno, se non slegati da contesti dell’attualità strettissima, con fenomeni sempre più da “usa e getta”, mischiati amabilmente ad artisti che invece alla distanza stanno dimostrando di valere qualcosa (vedi il caso di Marco Mengoni).

Detto ciò, e rendendomi conto che mancheranno del tutto gli esponenti del mondo indie, ecco un mio giudizio sulle scelte della commissione artistica.

ANNALISA – prima reazione è stata: “di nuovo a Sanremo???”. Già, a distanza di appena un anno, l’affascinante rossa dall’ugola d’oro, torna sul palco immagino con sempre più sicurezza, alla ricerca presumo stavolta del “colpo grosso”. Come interprete mi piace, e credo abbia da tempo le potenzialità per ambire a una forma canzone più raffinata e meglio costruita rispetto ai testi strappalacrime di Kekko.

ARISA – un’altra che rischia seriamente di passare per “quella che va a Sanremo”… e sarebbe un peccato perchè l’istrionica artista calabrese ha mostrato da tempo di avere una grande personalità e doti che le consentirebbero di costruirsi una valida alternativa anche al di fuori delle mura amiche rivierasche. Fermo restando questa obiezione, penso che legittimamente possa ambire a una nuova affermazione.

ALESSIO BERNABEI no, Carlo Conti, qui hai toppato. Porta pazienza, ma se poteva passare, un paio d’anni fa, la partecipazione di diritto fra i big di Francesco Sarcina de Le Vibrazioni, uno che aveva già un percorso più consolidato, questa vetrina data al giovane ex leader dei Dear Jack, uno che da solista deve ancora pubblicare un singolo che sia uno, pare francamente esagerata. Sembra che a forza si voglia imporlo – come auspicato da più parti – alla stregua di un nuovo Cremonini, ma il cantautore bolognese, appena lasciato i Lunapop, fece capire di che pasta fosse fatto. Gli auguro comunque di fare una buona figura, magari andando al di là dei voti, presumibilmente in massa, delle ragazzine.

CLEMENTINO – non mi posso definire un amante del genere hip hop, ma ne conosco abbastanza i contorni e seguo con interesse il movimento, sin dagli anni ’90, e debbo dire che della nuova ondata dei rapper nostrani, proprio il nome del napoletano Clementino sia uno di quelli più validi. Già molto noto anche in ambito mainstream per le sue varie divagazioni nel genere a fianco di più artisti, mi immagino porterà un brano ficcante e impegnato. Lo ascolterò attentamente.

DEAR JACK – e loro che si ripresentano a distanza di un solo anno, senza il loro storico leader Alessio Bernabei, a cosa dovrebbero puntare? Credo che vogliano proprio dimostrare la loro identità e la loro ragion d’essere, indipendentemente dalla presa sul pubblico di chi li guidava. Discograficamente parlando però, per ora si sono mossi all’insegna di un pop facile facile, adatto per gusti non propriamente fini, e anche contestualizzandoli nel mondo talent, sono stati (giustamente) surclassati dai Kolors, nettamente più validi dal punto di vista tecnico e degli arrangiamenti.

DOLCENERA – guardo sempre con piacere alle prestazioni della grintosa cantautrice pugliese, quasi perfettamente mia coetanea, in possesso di abilità interpretative, compositive e di scrittura sopra la media delle corrispettive pretendenti al ruolo di “Gianna Nannini dei tempi moderni”. In realtà Dolcenera da tempo sta avviando un percorso di affrancamento da certi modelli, tracciando una via molto personale di nuovo pop rock italiano.

ELIO E LE STORIE TESE – mi giunge francamente inaspettata questa partecipazione, piuttosto ravvicinata, degli Elii al Festivalone. Se nella loro ultima performance avevano fatto valere l’attesa, a più di 15 anni dai tempi de “La terra dei cachi”, ora sembra quasi che dopo anni a parlare – specialmente Elio in qualità di giurato (tra l’altro vincente nell’ultima edizione di X Factor con Giò Sada) – vogliano tornare alla musica attiva. Difficilmente mi lasceranno indifferente!

IRENE FORNACIARI – nulla contro di lei, ma onestamente al di fuori di Sanremo, sembra non avere “peso”, né dal punto di vista artistico, né tanto meno da quello commerciale. 5 anni fa non sfigurò neppure, ma ricordo della sua canzone soprattutto l’apporto di Danilo Sacco, all’epoca ancora con i Nomadi, che pur intonando un semplice verso, riuscì a conferire solennità al brano. Lei da sola francamente mi dice poco.

LORENZO FRAGOLA – anche lui tenta il bis, ma lo fa con autorevolezza e con una consapevolezza nuova. Un anno fa accolto con diffidenza, visto che aveva terminato X Factor da vincitore… un quarto d’ora prima, ora può contare sul successo di una hit estiva e su un brano sanremese che alla lunga distanza, figurò tra i più convincenti nella passata edizione.

ROCCO HUNT – una piacevole sorpresa ritrovare, ora in veste di campione, il giovanissimo rapper vincitore un paio d’anni fa nella sezione “Nuove proposte”. Il napoletano già allora vantava un repertorio convincente di storie di strada, tematiche sociali e spunti più disimpegnati. Vedremo se riuscirà a fare meglio dei suoi epigoni rapper della passata edizione, laddove specie Moreno fece flop.

DEBORAH IURATO E GIOVANNI CACCAMO – il mio primo pensiero è stato: “finalmente se ne staranno buone le fans della Iurato!”. Scherzi a parte, le agguerrite sostenitrici della giovane interprete vincitrice ad Amici un paio d’anni orsono davanti ai Dear Jack (che poi la sorpassarono nelle vendite e nei consensi del pubblico), da tempo ne invocavano una presenza sanremese a rivendicarne le qualità e il prestigio. Lo farà accanto a un giovane cantautore (Giovanni Caccamo) che fece benissimo l’anno scorso, trionfando nelle Nuove Proposte con la vivace “Ritornerò da te”, ma che poi incontrò difficoltà ad affermarsi su larga scala. Vedremo come andrà, ma come accoppiata non mi fa impazzire.

FRANCESCA MICHIELIN – l’ancora giovanissima (appena maggiorenne) Francesca Michielin, pare invero una veterana, avendo trionfato a X Factor quando di anni ne aveva appena compiuti 15, e dopo che dai tempi in cui sembrava la “cocca” di Elisa, fatta a sua immagine e somiglianza, di strada ne sta facendo, in proprio o chiamata con successo a duettare con altri artisti. Ulteriore notorietà l’ha acquisita con gli splendidi inserti cantati in due successi di Fedez, ma le sue qualità artistiche sono sotto gli occhi di tutti. Ha scelto un profilo molto basso a livello mediatico, anziché sfruttare l’onda del talent, e ora si rimette in gioco a Sanremo, in un’altra gara che, a occhio e croce, potrebbe regalarle qualcosa di più del ruolo di outsider.

MORGAN E I BLUVERTIGO – c’era davvero bisogno di questa dicitura per annunciare il rientro in pista di un gruppo storico della musica indie rock italiana? Bisognava rimarcare la notorietà acquisita del leader come personaggio televisivo a tutto tondo? Mah, rimango perplesso, un po’ come quando Giò dei La Crus si presentò come “Mauro Ermanno Giovanardi feat. La Crus”. Ma là forse si voleva dare maggiore risalto a Giò, non ancora “forte” mediaticamente da solista, in un momento storico in cui aveva sciolto il suo gruppo, riesumato per l’occasione. Qui la mossa sa più di “furbizia”: Morgan è già famosissimo ai più, e forse riattingere al suo passato glorioso (almeno circoscritto ai territori alternativi) può ridargli quella credibilità musicale, in parte smarrita, ora che da anni è impegnato per lo più a discutere dietro le quinte nei panni dell’esperto e acculturato giudice. Detto questo, Morgan sa scrivere eccome, e mi aspetto un brano particolare e poco incline alla tradizione sanremese.

NEFFA – rompo gli indugi: a pelle sarà lui il mio preferito. Anche se da anni ormai è mischiato fino al collo con la musica più biecamente commerciale, bisogna ammettere che l’ex rapper, ad ogni uscita discografica, riesce a stupire, cambiando pelle sonora ai suoi brani. Che il “ragazzo” abbia dei numeri, è fuori di dubbio, speriamo voglia osare anche su questo prestigioso palco.

NOEMI – da molti accolta come la migliore interprete su piazza, destinata a rinverdire i fasti di una Fiorella Mannoia, per dire, non solo per l’accomunata capigliatura rossa, ma anche per il garbo del bel canto, a me è invece caduta un po’ da quando si atteggia a spocchiosa giudice di The Voice. A Sanremo finora non ha sbagliato un colpo, ma onestamente la preferisco quando canta in modo “sofferto”, acuito dal graffio della sua voce, che non leggero, come nell’ultimo episodio sanremese “Bagnata dal sole”.

PATTY PRAVO – rappresenta quella classicità sanremese che non può mancare in ogni edizione che si rispetti. Personalmente, meglio lei che un Al Bano, anche se da tempo non riesce a fare breccia negli ascoltatori. Restano immutate la sua raffinatezza e intensità interpretative, colte appieno anche nella sua ultima (e poco fortunata) partecipazione con “Il Vento e le rose”.

ENRICO RUGGERI – non credo che il vecchio Rouge mi deluderà, ma su di lui ho le stesse aspettative che potevo riporre in Raf lo scorso anno. Una vecchia gloria, che ho anche a periodi apprezzato e ascoltato tantissimo, ma che da tempo non mi suscita più grosse emozioni.

VALERIO SCANU – non mi stupisce per nulla il suo inserimento in cartellone, anzi, dico la verità, mi fece più scalpore non vederlo presente lo scorso anno, quando fu reduce dal rilancio a Tale e Quale show, proprio sotto l’egida di Carlo Conti. Secondo me Scanu dovrebbe capire cosa fare da grande. Continuare a riempire i giornali e i salotti generalisti di tutta Italia, raccontando le sue storie personali, oppure mettersi d’impegno e cercare una via personale e credibile nella musica leggera italiana? Altrimenti tra poco ce lo ritroveremo a commentare il Grande Fratello al posto di Cristiano Malgioglio.

STADIO – potrei dire di loro le stesse cose appena scritte su Enrico Ruggeri… invece, gli Stadio mi attirano ancora molto e li ascolto sempre con interesse, nella speranza che la voce calda e profonda di Gaetano Curreri tiri fuori qualche altra chicca del suo sconfinato repertorio.

ZERO ASSOLUTO – reduci dal buon successo estivo de “L’amore comune”, con una canzone tormentone che mi ha lasciato tuttavia del tutto indifferente, rieccoli pure a Sanremo dove in precedenza non sfigurarono di certo e dove riproporranno il loro genere, sicuramente personale, ma anche assolutamente immutato nel tempo, come se davvero si fossero fermati agli antichi fasti di un decennio fa.

 

Dossier Sanremo: ha ancora senso per gli artisti “alternativi” partecipare al Festival? Ecco chi ha svoltato e chi no dopo la gara.

Nella lunga storia sanremese si sono succedute negli anni molte presenze di artisti cosiddetti “alternativi”, gente cioè che palesemente proponeva brani poco in linea con la classicità della kermesse in questione.

Spesso si tratta di veri e propri ingressi nel mondo dorato della musica propriamente detta “di consumo”, ma il più delle volte sembra che Sanremo possa costituire una sorta di “promozione”, o di consacrazione presso un pubblico certamente più vasto di quello che questi artisti poco conosciuti dalla massa solitamente raccolgono.

Ci sono però dei pro e dei contro e con questo articolo – che non ha pretese di completezza, nonostante i diversi artisti che prenderò in esame – miro a dimostrare che il Festival magari non ti cambierà la vita, ma costituisce invero sempre un viatico fondamentale per la carriera di un artista, nel bene e nel male. Dopo avervi partecipato nulla sarà più come prima.

rino

Il primo in cui mi imbatto è un folkloristico cantastorie che sul finire degli anni ’70 era davvero difficile da incasellare per la critica musicale. Rino Gaetano era lontanissimo dai cantautori classici, sia a livello di tematiche, sia come struttura dei suoi brani che come testi:  cinici, surreali e talvolta irriverenti ma sempre capaci di far pensare. Un “giullare” della musica italiana, che sul palco sanremese diventò un vero fenomeno di costume, grazie alla divertente e liberatoria “Gianna”. Arriverà a un passo dalla vittoria finale, ma il vero trionfatore di quell’edizione sarà proprio lui, che con il singolo sanremese conquisterà il grande pubblico, prima della precoce morte che lo verrà a cogliere, quando davvero stava per diventare un modello di riferimento per i giovani cantanti di inizio anni ’80. Pezzi come “Il cielo è sempre più blu” o “Mio fratello è figlio unico” rimangono pietre miliari di tutta la produzione italica, brani originali e in un certo senso ancora attuali.

Negli 80 si esibisce sul prestigioso palco sanremese anche un giovane gruppo, lontanissimo dagli stilemi cari al Festival. I Decibel suonano post punk spruzzato di new wave, alla loro guida un giovanissimo Enrico Ruggeri appare bizzarro con i suoi occhialoni bianchi ma anche in possesso di ottime corde vocali e della giusta genialità per far parlare di sé a lungo negli anni a venire. Il buon Rouge, discostandosi dai suoni cari al suo gruppo e scandagliando la vasta gamma della musica leggera italiana, diverrà poi uno dei massimi cantautori italiani, tra i più raffinati e versatili.

vasco

Destano stupore e meraviglia, specie col senno di poi (visto le onorate e lunghissime carriere portate avanti) le esibizioni di due super big della musica italiana: Vasco Rossi e Zucchero. Ma a dire il vero, all’epoca il loro modo di cantare e di comunicare era davvero particolare per i palati sanremesi e nessuno, sul momento, si scandalizzò delle loro sfortunate performance. Se Zucchero ebbe bisogno di incidere anni dopo un album epocale come “Blue’s” per divenire un fenomeno di massa, Vasco già dopo la manifestazione televisiva, fece breccia nel cuore di centinaia di migliaia di giovani, che ben si immedesimavano in lui, nelle sue storie, spesso disperate e ribelli. “Vita spericolata” non avrebbe potuto, a essere attenti, passare inosservata, col suo carico di pathos e il suo trasporto, con la sua interpretazione biascicata, lontanissima dal bel canto. A fine anno l’album “Bollicine” consacrerà il Blasco e il suo popolo, vendendo un milione di copie e aggiudicandosi il prestigioso Festivalbar.

Ma negli anni 80, nonostante alcuni attribuiscano l’episodio a una puntata del Festivalbar, secondo alcune autorevoli fonti (“Dizionario Completo della canzone italiana” a cura di Enrico Deregibus, ed. Giunti e “Enciclopedia del Rock Italiano”, ed. Arcana) fece la sua apparizione sul palco dell’Ariston anche un artista davvero sui generis, chiamato Faust’O. Un personaggio quasi alieno, che riuscì a mettere in scena durante la sua esibizione in play back del brano “Hotel Plaza” (in quegli anni era consentito) il gesto più punk dell’intera storia sanremese, con lui che si mise a mangiare candidamente una mela. Solo gli Aeroplanitaliani del geniale Alessio Bertallot, molti anni dopo, nel 92, fecero un gesto altrettanto ribelle, rimanere zitti per più di 10 secondi durante la loro canzone, intitolata appunto “ Zitti, zitti (Il silenzio è d’oro)”.

Eppure per Fausto Rossi, questo il vero nome di Faust’O, Sanremo rappresentò il classico “quarto d’ora di celebrità” caro a Andy Warhol, per poi tornare tra le pieghe del mondo alternativo, quando non proprio nel pieno anonimato. Ha continuato a fare dischi col suo vero nome, è attivo su Facebook ed è una persona ricca di umanità, artista sensibile e attento, ma la celebrità vera per lui non è mai arrivata.

Un forte impulso alle partecipazioni di artisti alternativi ci fu negli anni 90, con band emergenti del movimento legato al rock italiano che hanno cercato, tramite la vetrina del Festival, di sdoganarsi presso il grande pubblico, non sempre però con grandi risultati. Quasi in sequenza, gruppi celebri nel circuito alternativo o comunque rock come i Bluvertigo, i Negrita e i Timoria calcarono l’Ariston, trovando però più delusioni che altro, e non spostando di una virgola il loro percorso, limitando l’esperienza di Sanremo a una semplice tappa verso una crescente carriera. In particolare i Negrita portarono un brano debole, tra i peggiori del loro repertorio, ma ciò non impedì, al di là di una posizione nelle retrovie, a Pau e compagni di proseguire alla grande il loro cammino, fino a divenire uno dei pilastri del rinascente rock nostrano.

elioo

Nel 96 però per pochissimo non accade qualcosa di inaudito, di inconsueto, quanto meno di anomalo. Uno dei gruppi demenziali per eccellenza, noto sotto la sigla “Elio e le storie tese” finì addirittura per insidiare i vincitori Ron e Tosca, piazzandosi secondo, tra l’altro con annesse polemiche. Elio letteralmente sbancò, passando da artista seguitissimo ma pur sempre di culto a dominatore delle classifiche e delle radio. La sua “Terra dei cachi”, specchio fedele in chiave ironica del nostro Paese, è divenuta negli anni un vero e proprio classico sanremese (e come ben sapete, quest’anno, a distanza di 17 anni, hanno replicato il secondo posto di allora con la scoppiettante e geniale “La canzone mononota”).

Un’altra band che beneficiò non poco della kermesse ligure per ampliare il proprio pubblico e fare il cosiddetto salto tra i grandi è certamente quella dei Subsonica, la cui “Tutti i miei sbagli”, pur non discostandosi dal sound elettronico caro al gruppo torinese, fece breccia sin da subito presso una platea generalista. Il successivo album entrò direttamente al primo posto delle classifiche di vendite, confermando la band di Samuel e Max Casacci come una delle migliori della loro epoca.

negramaro

Nel 2005 tra i giovani fece scandalo l’esclusione nella prima serata sanremese di un giovane gruppo salentino, i Negramaro. Guidati dal talentuoso Giuliano Sangiorgi, diventato successivamente uno dei più ricercati songwriters italiani (ha scritto tra gli altri per Mina e Malika Ayane, contribuendo all’affermazione di quest’ultima), il gruppo esplose subito, vendendo centinaia di migliaia di copie dell’album “Mentre tutto scorre”, il cui titolo riprendeva quello del favoloso brano presentato a Sanremo Giovani.

Arriviamo così ai giorni nostri. Qualche anno fa si presentarono all’Ariston i La Crus, nonostante di fatto non esistessero più (infatti la dicitura ufficiale riportava Mauro Ermanno Giovanardi feat. La Crus). Giovanardi, noto ai più come Giò, era l’anima e il leader della band milanese che tentò più volte, in concomitanza con il loro miglior periodo discografico, di accedere a Sanremo, cercando in qualche modo una consacrazione del suo gruppo, il cui genere, un mix di classicismo e contemporaneità, in effetti non avrebbe sfigurato al cospetto di artisti più navigati.

E’ stata la volta infine delle top band alternative italiane, dei gruppi rock per eccellenza emersi in Italia negli ultimi 20 anni (tanto che i loro dischi, rispettivamente “Hai paura del buio?” e “Catartica” sono risultati i più votati in assoluti degli ultimi 20 anni in un sondaggio organizzato dal portale Rockit).

Sto parlando degli Afterhours di Manuel Agnelli e dei Marlene Kuntz di Cristiano Godano. Le loro apparizioni sanremesi con brani ben congeniati come “Il paese è reale” e “Canzone per un figlio” tuttavia poco o nulla hanno aggiunto alla carriera di entrambi e Sanremo è divenuto quindi una specie di suggello di una carriera spesa con onore nel circuito underground.

marte

La stessa cosa a mio avviso si ripeterà per i Marta sui Tubi e gli Almamegretta, le ultime due band prese in esame per questo dossier. Le loro recenti partecipazioni sono state tutto sommate positive e dignitose – diciamo che come sempre mi accade con artisti che sento affini, mi sono pure emozionato nel vederli su quel palco – ma credo che non serviranno da volano per fare il classico “botto” in classifica (posto che i dischi ormai quasi non si vendono più). Come ho scritto in un recente post dedicato al Festival, il rischio che possono correre è semmai il contrario, cioè che siano d’ora in poi guardati con sospetto da quello stesso pubblico “indie” che ne ha da anni decretato un piccolo successo. Ma stiamo comunque parlando di due gruppi saldi, maturi e che hanno i mezzi per “difendersi” da eventuali accuse di essersi in qualche modo “venduti”. Direi che proprio saremmo fuori strada, visto che hanno presentato dei bei brani, in linea con il loro particolare repertorio.

Marco Mengoni vince Sanremo 2013. Ecco il mio pagellone definitivo sul Festival

E’ finito Sanremo e con esso tutto il carico di aspettative, previsioni e polemiche che puntualmente si porta dietro. Per me, come ogni anno, si tratta di una sorta di “full immersion” positiva tra le pieghe del Festival, perché  – pur provenendo da tutt’altri ascolti e chi mi conosce lo sa benissimo – mi piace Sanremo. Non devo giustificarmi ogni volta: Sanremo è patrimonio del nostro Paese, uno specchio fedele dei tempi che cambiano, un retaggio storico- culturale invidiato nel mondo ma mai esportato fedelmente. Da nessuna parte ci sta una gara tra Big con canzoni inedite.

Mi piace la musica rock, pop, folk, jazz, soul, la storia della musica ma un occhio di riguardo ce l’ho sempre avuto anche per la musica italica, non solo quella alternativa.

Diverso è il discorso di chi perde tempo a guardare il Festival, per poi demolirlo, specie ora che esistono i social network. Ma il peggio è che queste considerazioni arrivano – non sempre, per carità, da quegli stessi artisti “alternativi” che da una vita magari inseguono questo prestigioso palco. Ne ho conosciuti e intervistati parecchi nel corso degli anni e vi assicuro che (quasi) tutti, dopo aver guadagnato la stima e la credibilità artistica da parte della critica, si auspicano di calcare l’Ariston da protagonista e di farsi conoscere – ebbene sì, alla faccia degli inutili snobismi – anche dalla casalinga di Voghera o da coloro che seguono “La vita in diretta”.

Apro un ultimo capitolo, quello riguardante le lamentele degli “esclusi”, puntualmente reclamizzati e sponsorizzati, specie dalla rete rivale, quella privata.

A parte che ho visto Nesli a Verissimo, il quale (per onor di cronaca) non ha certo polemizzato, ma ha soltanto ribadito il suo rammarico, in quanto il suo nome da settimane campeggiava tra i partecipanti al Festival e poi non se n’è fatta nulla, senza spiegazione, così ha detto lui.

Meglio ancora Mario Biondi, che non ha rilasciato alcuna dichiarazione anti- Festival e la sua esclusione sì che avrebbe gridato vendetta, visto lo spessore (anche) internazionale del Nostro. Ma la Oxa che ha addirittura sparato a zero contro i Marta sui Tubi, lei stessa che due anni fa li avrebbe chiamati sul palco del Festival a duettare nella serata apposita, non foss’altro che fu eliminata prima. E adesso che loro, dopo anni e anni di gavetta, ce l’hanno fatta a ottenere questa soddisfazione, tu li denigri pubblicamente? Ma vergognati! I Marta ieri hanno da gentiluomini glissato sull’argomento, quasi increduli comunque e si sono rifatti con gli interessi, duettando con la Ruggiero, lei sì una vera “signora”  della musica italiana. Antonella ha raccontato un bell’aneddoto al riguardo, dicendo che aveva conosciuto il gruppo tramite il figlio adolescente che li ascolta da anni a manetta in camera sua. La Ruggiero non è nuova ad aprirsi verso mondi musicali differenti dal suo, vi ricordate l’album di duetti con i migliori esponenti della musica rock italiana? Aveva contribuito notevolmente a far conoscere, tra gli altri, Subsonica o Scisma. Gli artisti come lei sono davvero grandi.

Tornando sulla questione e chiudendola, resta il fatto che se arrivano sul tavolo di Pagani e Fazio circa cento canzoni da valutare e ne devono passare solo 14, è normale – e matematico – che siano di più gli scontenti.

Veniamo dunque a una sintesi, a dei giudizi finali su Sanremo 2013. Ottimi Fazio e Littizzetto, su di loro non mi voglio più ripetere.

La gara, che ieri a onor del vero, non ho visto, se non da tarda serata, ormai aveva già delineato un probabile quadro dei vincitori e sperare in folli rimonte era pressoché utopistico. Ce l’hanno quasi fatta, in ogni caso, i soliti Elii, sospinti a mille dalla giuria di qualità, che ha assegnato loro addirittura due premi. Su quello per il miglior arrangiamento nulla da eccepire, la forza della canzone sta quasi tutta lì, ma su quello della Critica non mi trovo d’accordo. Il testo dice poco o nulla, mi sa di colossale presa in giro, ironica e sarcastica, come loro sanno fare egregiamente da decenni, ma niente a che spartire con la “presa di coscienza” della fortunata “terra dei cachi”. Insomma, a mio avviso, meritavano maggiormente questo premio i due cantautori Silvestri e Cristicchi.

Vince Mengoni e i bene informati mi dicono che in pratica la distanza sua dagli altri era già difficilmente colmabile dalla primissima votazione, quando giunse primo in classifica provvisoria davanti a Modà.

Io avrei preferito vedere e valutare la classifica completa, al momento in cui scrivo non ve n’è traccia in organi ufficiali e allora mi limito a dare delle considerazioni generali sulle performance e la resa globale.

meng

MARCO MENGONI 6,5 – ma sì, che vittoria sia. Sembrava fosse in crisi profonda prima del Festival, ma a quanto pare ha davvero uno stuolo di fan incrollabile, uno zoccolo duro di sostenitori che l’hanno sospinto in altissimo. Viene premiato un Mengoni molto diverso da quello del “Re Matto” (so che non è il titolo esatto del brano in gara nel 2010 ma ormai l’ho sigillato nella memoria come tale): più maturo, elegante e consapevole, ma anche meno sorprendente. Di fatto vince un prodotto dei talent con il pezzo più sanremese del lotto, ma a me non convince più di tanto. Ha un testo interessante ma un andamento sin troppo lento, mi arriva poco.

ELIO E LE STORIE TESE 7 – la mia ragazza rimane basita ogni volta che li ascolta o li vede, ma loro da 30 anni ormai sono abituati a stupirci. Niente di rivoluzionario però stavolta, in fondo si tratta di un (piacevole) divertissement, ma non occorre per forza gridare al miracolo. Complimenti vivissimi per il trucco di ieri, com’erano ciccioni!

MODA’ 6,5 – hanno fatto il loro e una vittoria non sarebbe stata scandalosa. In rete girano cattiverie assurde sul gruppo e in particolare su Kekko. Ma se solo lo si conoscesse, almeno in parte, si capirebbe perfettamente che Francesco Silvestre non ha – e non ha mai avuto – nessuna velleità artistica, se non quella di scrivere canzoni ad ampio respiro, prevalentemente d’amore. Lo fa senza “vergogna”, sa di piacere in particolare alle ragazzine e alle famose “casalinghe” ma queste hanno pari dignità di chi ascolta musica “alta”. Dicono che voglia diventare come Facchinetti dei Pooh ma la cosa è molto probabile. Intanto però somigliano di più a Toto Cutugno, eterni secondi.

ANNALISA 7 – voleva smerciarsi dal fenomeno “Amici” e ottenere maggiore credibilità artistica: missione compiuta. La Scarrone vista sul palco poco o nulla ha a che spartire con altre illustre cantanti uscite dai talent. Non sarà mai una trascinatrice di folle ma è in grado comunque di ammaliare.

CHIARA 5,5 – passare dal quasi anonimato al Festival in due mesi non è cosa da tutti. Chiara Galiazzo è brava e mi sta pure simpatica, la sua parlata mi ricorda fortemente la mia terra. Non aveva la canzone adatta… sarà che sono in una fase in cui sto prendendo fortemente le distanze dal “fenomeno” Baustelle, ma ho trovato il testo poco in linea con la sua personalità, troppo impersonale e pieno delle solite metafore allusive di Bianconi che ormai mi dicono poco o nulla. Non sono sicuro del futuro artistico di Chiara… mi sembra sin troppo ingenua e “vera”, temo possa farsi triturare dal sistema discografico attuale, che spreme e distrugge, come anche porta in alto all’improvviso.

RAPHAEL GUALAZZI 7,5 – ottimo, niente da dire. Nonostante la goffaggine e la timidezza, dietro un pianoforte si trasforma e fa emergere tutta la sua personalità. Non vedo l’ora di vederlo dal vivo nella mia Verona, confidando in un impianto musicale adeguato alle produzioni su disco. Magari avesse anche live un trombettista d’eccezione come il grande Bosso, visto a Sanremo.

SIMONA MOLINARI 5,5 – superato lo shock iniziale, ho provato a concentrarmi sulla canzone ma il mio giudizio sostanzialmente non cambia. Ha voluto anteporre la fisicità, le moine, il gigioneggiare alla sostanza e spiace constatarlo in una ragazza dotata di indubbio talento. Però, da possibile erede di Mina si è trasformata in una pin up che ancheggia su suoni sin troppo swinganti. Parziale delusione, a mio avviso.

MARIA NAZIONALE 6– amo la musica folk, popolare, di molte regioni d’Italia. Mi sono fatto scorpacciate di brani e dischi in dialetto, amando gruppi come Modena City Ramblers, Nidi d’Arac, Agricantus, quelli delle Posse, gli stessi Almamegretta, senza dimenticare artisti minori pugliesi fattimi conoscere dalla mia fidanzata, originaria del Gargano. Ma con Maria Nazionale siamo su territori diversi dal folk di recupero. Siamo in zona Merola/Murolo/il primo D’Alessio e qui mi sento molto distante, trovando questi artisti sin troppo localizzati. Che la Nazionale canti bene e stia divinamente sul palco non ci piove, e il fatto che abbia avuto una vita difficile, non solo professionale, mi fa propendere per valorizzarla. Però questi non sono i dischi che ascolterei al termine di una competizione, molto meglio quando fece da nobile spalla al grande Nino d’Angelo, 3 anni fa.

DANIELE SILVESTRI 8 – ammiro da sempre l’artista e l’uomo. Grande cantautore, quasi unico nel suo essere dicotomico in fase di scrittura e composizione. Meritava a mio avviso il Premio della Critica, il testo era davvero bello, in linea con le sue migliori produzioni.

SIMONE CRISTICCHI 7 – ok, il brano non aveva il funambolismo della precedente canzone presentata a Sanremo nel 2010, quella in cui nominava la Carlà, e ovviamente non possedeva il pathos di quella “Ti regalerò una rosa” che stregò tutti sin dal primo ascolto, vincendo poi a mani basse il Festival, eppure mi è piaciuto tantissimo anche quest’anno. Tema non convenzionale, così come tutto il testo, incastonato in una musica minimale ma efficace. Talento che non può sfiorire o riemergere solo in occasione di Sanremo.

MAX GAZZE’ 7– non si è discostato dal suo stile, anche se l’ha impregnato, colorato di suoni balcanici. Max è simpatico, umile, non se la tira per niente e coniuga intellettualismi e brani alla portata di tutti, quasi favolistici. Non ha fatto eccezione con quelli presentati quest’anno, entrambi meritevoli.

MALIKA AYANE 5 – la vera delusione del Festival di Sanremo 2013, ma non solo per essere rimasta fuori dal podio. Ha proprio portato una canzone tra le meno ispirate del suo ricco repertorio. Riascoltando in questi giorni l’esclusa “Niente” mi rendo conto che quel brano contenesse grandi potenzialità e un’intensità che la prescelta “E se poi” non possiede minimamente. Brano troppo insipido, senza guizzi, senza un’efficace melodia. Delusione.

MARTA SUI TUBI 6 – sei di incoraggiamento, li seguo da sempre e secondo me alcuni loro brani sono tra i migliori del decennio in ambito rock.. ma su questo palco mi sono sembrati da subito fuori posto, come i Marlene Kuntz (gruppo che adoro) 12 mesi fa. Gulino in particolare ha voluto strafare, urlando troppo, o forse era solamente troppo emozionato… e poi quante volta ha dovuto rispondere alla domanda sul nome! Ogni volta bravi a cambiare versione, come fanno da anni tra l’altro. Ritorneranno con maggiore consapevolezza nel loro mondo “indie” ma l’idea è che dopo Sanremo nulla sarà più come prima: lo testimoniano casi come quelli dei Bluvertigo, dei Subsonica, degli Afterhours o degli stessi Marlene. Sanremo può rappresentare una svolta, pensiamo appunto ai Subsonica ma anche cambiare la percezione che i fans integerrimi hanno su di te, col rischio che si possa perdere l’integrità artistica maturata in anni e anni di gavetta nella scena underground. Mi auguro che ai Marta non succeda e che siano sufficientemente maturi per non cadere in queste fuorvianti trappole.

ALMAMEGRETTA 6,5 – sono stato molto felice nel rivedere Raiz di nuovo assieme al gruppo, dopo che aveva provato un’improbabile carriera solista. Insieme sono perfetti, gli Alma non hanno senso senza di lui e l’intesa, la passione che hanno sempre avuto in 20 anni di onorata carriera si è riversata tutta su quel prestigioso palco. Bravi.

Ok, mi direte, i voti sono bassini (facevo così anche da insegnante!) ma d’altronde il massimo lo dò solo alle eccellenze e, purtroppo, in questa edizione, comunque riuscita a livello generale, di brani che si elevavano dalla media non ne ho ascoltati. Dubito che resteranno nella storia di Sanremo, ma apprezzo il grande sforzo dello staff nell’allestire un cast di indubbia qualità artistica. Poi sono mancate le canzoni da canticchiare, da fischiettare, bisognerebbe trovare un giusto equilibrio nelle scelte, ma non sempre è missione facile.

Primi risultati al Festival… considerazioni sulla classifica provvisoria

Ieri era San Valentino e sinceramente avrei voluto festeggiare come tutti gli innamorati, visto che sto benissimo con la mia fidanzata e siamo prossimi alle nozze… tuttavia, l’onda lunga dell’influenza mi costringe ancora a casa per qualche giorno e così, giocoforza, ho dovuto rimandare la mia serata romantica.

Questo mi ha permesso di assistere anche ieri alla serata festivaliera, quella che ha emesso i primi (parziali) verdetti e ha consolidato sempre di più la formula faziana.

Piccoli appunti sparsi: mi è parsa una puntata riuscita, con ottimi interventi della Littizzetto (specie quello contro la violenza sulla donne, quando ha cambiato improvvisamente registro, passando dal leggero al drammatico, prendendosi gli elogi pubblici dell’amico conduttore), la tranquillità che emanano Fazio e la stessa Luciana, ospiti stranieri in linea con la scelta “alta” di quest’anno (anche se ieri Anthony ha spiazzato Fazio col suo lungo discorso…) e la gradita esperienza di Roberto Baggio, visibilmente emozionato e “vero”: per fare un parallelo calcistico con un altro ospite di qualche anno, mi è piaciuto infinitamente di più rispetto al Cassano visto in precedenza.

elio

Poi le canzoni, ormai assimilate, ma con il rimpianto che magari fossero meglio quelle eliminate, almeno per qualche artista in gara, come vedremo nel dettaglio.

Inizio dai giovani, visto che ieri si è completato il quadro dei 4 finalisti. Beh, innanzitutto mi preme dire una cosa: da un paio di settimane su Sky c’è un canale interattivo sulla storia del Festival, dove ininterrottamente trasmettono varie canzoni tratte da tutte le edizioni di Sanremo in ordine sparso. Da ieri hanno inserito anche i pezzi in gara quest’anno ma il problema è che avevo quindi sentito “in anteprima” il bel brano di Antonio Maggio. Quest’anno, a differenza delle discutibili scelte degli anni passati, anche i brani dei giovani dovevano essere assolutamente inedite e perciò immagino che Sky, inconsciamente, abbia fatto un’enorme gaffe, nel trasmettere un brano inedito subito dopo quello di Rubino.

Chiusa parentesi… anche ieri almeno 3 dei 4 semifinalisti erano piuttosto “noti”. A partire da Andrea Nardinocchi che, insieme al già eliminato Cilembrini, costituiva l’elemento di maggior interesse, almeno per certa critica alternativa.

L’impressione è che sia ancora estremamente acerbo per quel palco, con una canzone dal testo banale e poco ficcante a livello musicale, con un’elettronica appena accennata. Insomma, eliminazione giusta a mio avviso.

Anche Paolo Simoni non è un emerito sconosciuto, anzi, frequenta da anni il Club Tenco, essendo considerato tra i migliori giovani cantautori su piazza. Solitamente propone brani in chiave jazz, ieri si è limitato a una (pur bella) ballata pianistica. Per lui, che aveva duettato di recente con Lucio Dalla (è uscito anche un videoclip dove si vede per l’ultima volta il grande Lucio), arriva un’inaspettata eliminazione. Da “artista” sensibile e impegnato nel sociale, si concede una chicca: attaccare al microfono un messaggino di speranza ai giovani.

Passano il turno una impersonale Ilaria Porceddu, che avevo assolutamente rimosso come partecipante della prima edizione di X Factor, quella con Giusy Ferreri e vinta dagli Aram Quartet e un più convincente Antonio Maggio. Il cantautore salentino, ex Aram Quartet, ha proposto un brano vagamente retrò (a quanto pare vanno di moda quest’anno), solare e immediato. Secondo me può ambire alla vittoria, e sinceramente mi farebbe piacere per lui, visto che ha una bellissima voce ed è riuscito ad arrivare a Sanremo da solo, senza scorciatoie, resettando il suo passato col gruppo.

Veniamo ai big e alla classifica che, da tradizione, richiama “proteste” e scontenti. A me la formula piace, erano anni che tra ripescati e classifiche solo dal terzo al primo, si cercava di accontentare tutti, come se da un brutto piazzamento dipendesse una carriera intera. E invece, come sapete benissimo, casi come quelli di Vasco, Zucchero o i Subsonica insegnano.

C’è da dire che per l’edizione 2013 entra in scena la giuria di qualità, un po’ bistrattata nelle ultime edizioni, in favore del televoto sovrano. Ieri si è tenuto conto solo del televoto, che però andrà a incidere per un 25% sul totale… tradotto, le classifiche possono essere – non dico stravolte – ma sicuramente modificate.

Scontate le ultime due posizioni, appannaggio dei gruppi alternativi Almamegretta e Marta sui Tubi. Mi spiace per i primi, che hanno portato una bella canzone, mentre i Marta hanno osato poco. Conoscendo – e apprezzando – il loro repertorio, ritenevo più in linea col loro percorso la canzone “Dispari”, quella scartata. La prima sorpresa in negativo è il 12esimo posto di Malika Ayane. Apriti cielo, la favorita della critica! Giù fischi, come in occasione del 2010, quando però in effetti vinse Valerio Scanu e non la sua stupenda “Ricomincio da qui”. Invece il brano proposto quest’anno non possiede la stessa forza, la medesima carica emotiva. E’ una canzone pop, senza pretese, sarebbe stato molto meglio la scartata “Niente”.

Ancora più stupore me lo hanno destato i modesti piazzamenti di Cristicchi e Silvestri, due cantautori tra i migliori della loro generazione. Il brano di Simone mi piace tantissimo: ha un testo originale, particolare, la melodia (per i maligni troppo somigliante proprio a “Le cose in comune” di Daniele Silvestri) è accattivante, l’arrangiamento riuscito, con un bell’inserto di fisarmonica.

La canzone di Silvestri è bellissima, punto! Almeno il premio della Critica spero possa essere suo.

Elio e le Storie Tese si piazzano a metà del guado, ma a mio avviso hanno fatto il loro, presentando un brano spiazzante, divertente, irriverente… pensare di replicare l’exploit storico del 96 quando arrivarono a insidiare pericolosamente il primo posto sarebbe un’utopia.

E così nei primi posti si piazzano molti tra i provenienti dai talent. Ma sinceramente Fazio e Pagani hanno strutturato un cast eterogeneo, era onestamente impossibile (oltre che ingiusto) boicottare gli artisti provenienti da Amici o X Factor, e non solo per una mera questione di audience, ma proprio perchè, guardando le classifiche, è innegabile che siano questi recenti protagonisti a dominare le classifiche, insieme a mostri sacri quali Vasco, Liga, Antonacci, Jovanotti, Pausini, gente che non parteciperà mai più a Sanremo.

In ogni caso, mi stride il quarto posto di Chiara Galiazzo… a mio avviso il brano non è nelle sue corde e qui l’effetto tv ha avuto un gran merito nel piazzamento. Annalisa è sul podio, meritatamente a mio avviso, mentre credevo che i Modà fossero, per il momento, primi. Invece la palma d’oro provvisoriamente va a Marco Mengoni, il quale si sa essere amatissimo dal pubblico. La sua è la canzone più sanremese fra tutte quelle proposte, ha una melodia semplice e un testo che arriva ma a me ha lasciato più o meno indifferente.

Le vere sorprese sono rappresentate da due signore che rappresentano al meglio l’eleganza e la femminilità, seppur siano diversissime fra loro: Simona Molinari e Maria Nazionale, piazzate rispettivamente sesta e settima, sono a questo punto delle outsiders, così come il raffinato Raphael Gualazzi, giunto quinto. Io preferivo il suo brano scartato ma ammetto che anche “Sai (ci basta un sogno)” è molto intensa e profonda.

Ci rivediamo a questo punto domenica con il bilancio finale della manifestazione, ma prevedo qualche stravolgimento nella classifica e un po’ di sana polemica… ma d’altronde quando ci sono di mezzo graduatorie e risultati è sempre così. Lunga vita al Festival