12 maggio 1985: 35 anni fa il Verona di Bagnoli divenne Campione d’Italia

Il 12 maggio 1985 è una data impressa nella memoria per la gente di Verona: quel giorno l’Hellas Verona di Osvaldo Bagnoli vinceva lo scudetto con pieno merito dopo una lunga volata in testa alla classifica dalla prima all’ultima giornata.

Il primo scudetto di una storia ormai ultracentenaria, e che probabilmente rimarrà l’unico, considerando come ai giorni nostri la forza economica dei club sia oltremodo decisiva per affermarsi ai più alti livelli.

La rosa gialloblu vincitrice dello storico scudetto nel campionato 1984/85
(foto tratta dal sito Il Nobile Calcio.it)

Uno scudetto, quello gialloblu, la cui portata storica parve subito evidente anche in presa diretta, giacchè era dai tempi del Cagliari di Gigi Riva che una provinciale non osava innalzarsi così tanto, fino a invertire una rotta che aveva visto negli ultimi anni far approdare il campionato sempre dalle parti delle grandi metropoli.

Quel giorno lontano al Verona basto’ strappare un pareggio a Bergamo sul campo dell’Atalanta (1-1 il risultato finale) per poter fregiarsi del prestigioso titolo italiano con un turno d’anticipo. I festeggiamenti si protrassero giustamente a lungo, raggiungendo l’apice sette giorni più tardi, in occasione della gara conclusiva davanti al proprio pubblico, in un Bentegodi da pelle d’oca. Non era un sogno: la piccola realtà scaligera aveva veramente messo in fila le migliori squadre della serie A!

Eppure quel risultato straordinario fu tutto tranne che frutto del caso, visto che già da due anni la squadra veneta riusciva a insediare le big del nostro calcio, con dei piazzamenti assolutamente ragguardevoli, specie considerando che sino alla stagione 1981/82 i Nostri ancora militavano nella serie cadetta.

E fu proprio in quel campionato, culminato con una fantastica promozione, che si gettarono le basi per il clamoroso exploit dello scudetto targato 1985. Molti di quei giocatori saranno infatti poi altrettanto protagonisti tre anni dopo, trainati da un allenatore che il mondo del pallone aveva imparato a conoscere, e con lui i suoi comportamenti da antidivo.

Il Verona alla vigilia del campionato 1984/85 non partiva con i favori dei pronostici ma il quarto posto del campionato 1982/83 (condito da uno splendido girone d’andata giocato ad armi pari con le capolista, per di più appunto da matricola), il sesto dell’anno successivo, e soprattutto la Coppa Italia sfumata due volte in finale e il bel cammino in Coppa Uefa terminato ai sedicesimi, ne facevano un’ideale outsider.

Per di più la società del patron Ferdinando Chiampan, presieduta da Celestino Guidotti, in cui l’ex bandiera gialloblu Mascetti fungeva da braccio destro del mister, si era mossa nel migliore dei modi in fase di calciomercato, regalando a Bagnoli – già “Mago della Bovisa”, ribattezzato poi Schopenauer da Gianni Brera, un suo grande estimatore – alcuni giocatori di caratura internazionale che si rivelarono poi tasselli fondamentali del mosaico vincente gialloblu. Si trattava del terzino sinistro tedesco Hans Peter Briegel e dell’attaccante danese Preben Elkjaer-Larsen, entrambi uomini di punta delle rispettive nazionali e che andavano a colmare quelle lacune, soprattutto sul piano fisico, emerse l’anno precedente.

L’allenatore Osvaldo Bagnoli, autentico artefice del “Miracolo Verona”, portato in trionfo dai suoi ragazzi
(foto tratta da Calcio – Fanpage)

Il telaio della squadra era già solido, i calciatori si conoscevano bene e sembravano giocare ad occhi chiusi, tali erano collaudati i dettami tattici di Bagnoli, il quale ogni volta si sminuiva sostenendo quanto il calcio fosse in realtà un gioco semplice e si trattasse in pratica solo di mettere tutti nelle condizioni di poter esprimere il proprio potenziale tecnico nel migliore dei modi… già, come fosse facile!

Invece andò proprio così, ognuno sapeva cosa fare e come muoversi in campo, e in pochi passaggi il gioco, spesso iniziato da capitan Tricella, uno dei liberi dai piedi buoni più forti d’Italia, degno erede dei forti difensori azzurri, e smistato dal raffinato regista Antonio Di Gennaro veniva poi accelerato d’improvviso grazie alle frecce Piero Fanna e il già citato Elkjaer, abile quest’ultimo anche a finalizzare assieme al partner d’attacco, il suo complementare Nanu Galderisi, grande promessa dei tempi della Juventus con cui già aveva vinto due scudetti. Quante azioni condotte magistralmente in questa maniera sono poi culminate con il gol!

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Io bimbo emozionato con uno dei miei idoli: Piero Fanna, oltre che un campione, una grande persona

Uno dei segreti del Verona fu quello di essersi affidati in fase di costruzione della rosa a giocatori spesso provenienti dai grandi club ma che per varie ragioni non erano stati in grado di affermarvisi pienamente: valeva appunto per Galderisi, come per i già citati Tricella, Fanna e Di Gennaro (simboli assoluti del trionfo gialloblu) ma anche per il forte terzino Luciano Marangon, gli ex viola Sacchetti e Bruni o il portiere Garella.

Altri elementi invece magari non attiravano titoli dei giornali ma si erano dimostrati negli anni affidabili al 100% e perfettamente funzionali allo scacchiere gialloblu: alludo al “vecchio” Domenico Volpati, vero jolly capace di disimpegnarsi indistintamente in difesa come a centrocampo, al terzino Mauro Ferroni e allo stopper Silvano Fontolan.

Tutti insieme questi giocatori divennero il “capolavoro” di Bagnoli!

Il mister fu un maestro nel capire come far rendere al meglio la sua squadra, per sfruttarne appieno il talento: volle inoltre da subito dei giocatori polivalenti, abili a giostrare in più porzioni di campo. A tal proposito una delle sue prime e più felici intuizioni fu quella di cambiare ruolo ad esempio al campione Briegel, sia perchè a sinistra in difesa viaggiava già alla grande Marangon, sia perchè da interno di centrocampo poteva far valere tutta la sua strabordante potenza fisica e atletica. Pronti, via e il tedesco si incollò –  da consegna –  al suo esordio in campionato allo spauracchio Maradona, il miglior giocatore del pianeta, giunto proprio in quella stagione in Italia per giocare (e vincere, ma lo avrebbe fatto più tardi!) nel Napoli.  Poi però non abbandonò più quella posizione, prese possesso del campo divenendo spesso micidiale sotto porta (furono ben 9 i suoi gol a referto a fine stagione, alcuni di ottima fattura oltre che preziosissimi ai fini del risultato).

Un altro calciatore che beneficiò non poco della mano di Bagnoli fu senz’altro il tornante Piero Fanna, che più volte negli anni ha manifestato gratitudine nei suoi confronti per averlo “liberato” da tanti compiti tattici, in modo che potesse far sprigionare tutta la sua fantasia. A fine campionato proprio Fanna fu giudicato il miglior calciatore di tutto il campionato, un fantasista imprendibile che toccò il suo apogeo proprio a Verona, contesto nel quale seppe esprimersi in tutte le sue innegabili qualità tecniche, soffrendo invece non poco le pressioni nelle grandi piazze.

Preben Elkjaer-Larsen e Hans-Peter Briegel si rivelarono autentici campioni, fondamentali nello scacchiere gialloblu
(Foto Pinterest)

Ho già citato l’importanza anche dell’altro straniero, il danese Preben Elkjaer; all’epoca se ne potevano tesserare solo due e capirete anche voi come fosse fondamentale non sbagliare l’acquisto… beh, l’attaccante scandinavo, il vichingo gialloblu ci mise qualcosa come 10 secondi per entrare in sintonia con la squadra, con la piazza, con la città intera, fino a contendere il ruolo di beniamino del popolo veronese all’altra autentica icona da queste parti, il mitico Gianfranco Zigoni!

Scherzi a parte, e limitandoci ai risultati sul campo, che possiamo dire del danese? Fu devastante, un satanasso delle aree avversarie, un contropiedista nato ma che sarebbe ingeneroso incasellarlo solo a quella voce, perchè Elkjaer fu molto di più: era un attaccante completo, tra i migliori in ambito europeo della sua epoca (non vinse il Pallone d’Oro per un soffio, giungendo terzo nel 1984 dopo un ottimo Europeo e secondo dietro Platini l’anno successivo, quello appunto dello Scudetto). Nella memoria collettiva rimane il famoso gol senza scarpa alla Juventus in un Bentegodi gremito all’inverosimile (come sempre in quella splendida stagione), in quella dei tifosi invece rimangono miriadi di ricordi e aneddoti non solo legati al rettangolo verde.

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Lo Stadio Bentegodi di Verona gremito in ogni ordine di posto per la Festa dello scudetto

In tempi molto differenti da quelli attuali, dove ogni club è formato da organici extra large, fece comunque notizia che il Verona riuscì a imporsi su tutte le rivali schierando in tutto solo 17 giocatori. Il cerchio si restringe ulteriormente comprendendo fra questi anche il secondo portiere Spuri che in pratica giocò solo 10 minuti in tutto il campionato e il giovane Fabio Marangon, fratello minore di Luciano; più presenti invece fra i rincalzi furono il difensore Donà e l’attaccante esterno Turchetta, assai preziosi nei momenti in cui i titolari del ruolo erano alle prese con degli infortuni.

La storica prima pagina della Gazzetta dello Sport all’indomani della conquista dello scudetto da parte del Verona (Foto tratta da Hellas Live)

Chiunque abbia vissuto quel campionato, che fosse un tifoso o un semplice appassionato di calcio, non può certo aver dimenticato il Verona Campione d’Italia!

Il torneo 1984/85 fu quello dei grandi big stranieri (i vari Platini, Zico, Dirceu, Rummenigge, Socrates e chi più ne ha più ne metta), della miglior generazioni di talenti nostrani, che solo tre anni prima si erano aggiudicati uno straordinario Mondiale e viene ricordato (però erroneamente) come l’unico col sorteggio arbitrale integrale. In fondo meglio così, vuol dire che il Verona vinse anche in condizioni “normali” in cui solitamente esiste la cosiddetta sudditanza psicologica… Insomma, tagliamo la testa al toro, vinse perchè era la squadra più forte!

Un’impresa oltretutto irripetibile: nessun’altra provinciale, non volendo così considerare la super Sampdoria scudettata nel 1990/91, è mai più riuscita a fregiarsi del titolo di campione d’Italia e a dirla tutta, visto che Cagliari è (come Genova) capoluogo di Regione, per tornare all’ultima città solo capoluogo di provincia vincitrice del campionato bisogna risalire addirittura all’epopea della Pro Vercelli, che nel 1921/22 vinse l’ultimo dei suoi sette clamorosi scudetti (quell’anno si aggiudicò il titolo anche la Novese, in quanto c’erano due competizioni ufficiali; inoltre non ho tenuto conto dell’exploit dei Vigili del Fuoco di La Spezia vincitori di un torneo in tempi di guerra nel 1944, in quanto non fu quello un campionato riconosciuto)

35 anni sono passati dall’affermazione del Verona… io ero solo un bimbo di 8 anni in fondo ma, potete pure non credermi, se chiudo gli occhi mi tornano alla mente tutte le immagini di quel periodo: le partite (andavo sempre allo stadio con mio papà Vincenzo e mio zio Daniele, che all’epoca gestivano un grande calcio club), le trasferte, le tante innumerevoli emozioni, le cene con i giocatori quando venivano in visita alle serate del calcio club (ho diverse foto con i protagonisti: Tricella, Fanna, Galderisi, Garella…), io che ero un po’ la mascotte e in pulmann prendevo il microfono, aggiornavo in tempo reale le classifiche ed ogni volta era un vero tripudio!

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Io felicissimo in mezzo a capitan Tricella e Nanu Galderisi. Dietro di noi mio padre Vincenzo, all’epoca Presidente del Calcio Club di Menà Vallestrema

Ricordi incancellabili, non ho remore nel definirli tra i più belli e intensi della mia infanzia.

Credo sinceramente che vincere uno scudetto per una “piccola” sia ben diverso rispetto a quelle squadre “abituate” a farlo negli anni… e io mi ritengo davvero fortunato ad aver vissuto da vicino quella splendida stagione!

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Tre grandi campioni dello scudetto gialloblu, Tricella, Galderisi e Fanna, tagliano la torta a una cena del Calcio Club. C’era un clima di grande festa attorno a quella mitica squadra capace di far sognare l’intera città di Verona

Nodo Serie C con lo stop definitivo dei campionati: con Monza, Vicenza e Reggina promosse di diritto, in serie B anche il Carpi come migliore seconda?

La serie C ha rotto gli indugi prendendo le prime decisioni, fra tutte quella di chiudere qui la stagione 2019/2020.

Molte erano le incognite, troppo alto il rischio di un collasso per l’intero sistema, ai limiti ormai del professionismo, nonostante abbia letto di una possibilità di reintrodurre un’ulteriore serie prima di sconfinare nel mondo dei dilettanti.

Insomma, l’idea di una nuova C/2 sembrerebbe poi non così balzana, non fosse per alcune incongruenze di fondo, che fanno sì che ci siano società di serie C gestite come nei dilettanti, e al contrario si trovino in D delle società solide – anche economicamente – che nulla abbiano da invidiare a tanti club professionistici.

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Detto ciò, una volta deciso per lo stop dei campionati, si sono stabiliti – in modo alquanto arbitrario ma dal mio umile punto di vista, l’unico plausibile – i nomi delle squadre promosse al piano superiore, nella serie cadetta.

Il format attuale prevede la promozione di quattro squadre: oltre alle prime classificate dei tre gironi, l’allargato playoff doveva andare poi a premiare un altro solo club.

Accedono quindi alla prossima serie B il Monza, il Vicenza e la Reggina, rispettivamente le capolista dei gironi A, B e C.

Il nodo cruciale risiede invece nell’assegnazione della quarta promozione posta in palio, dando per assodato che non potranno essere svolti regolarmente i playoff.

Io mi ero già esposto in un forum sulla serie C nell’affermare che fosse giusto promuovere di diritto le tre prime classificate, in particolare c’è poco o nulla da eccepire sul Monza, corazzata del Girone A, che viaggia con un margine enorme sulle dirette concorrenti. Anche sul primo posto della Reggina mi sentirei di mettere la mano sul fuoco che sarebbe rimasto tale all’eventuale ripresa dei tornei, nonostante la rincorsa (seppur incostante) del blasonato Bari, il grande favorito alla vigilia.

E, al netto di un vantaggio certamente più risicato, sento di dire che anche il Vicenza di Mimmo Di Carlo abbia legittimato la sua posizione nel girone B per il valore dell’organico e in special modo per quanto mostrato in campo.

Andando a pareggiare le gare disputate e facendo la media punti – insomma, calcoli alla mano – figura in vantaggio il Carpi nella corsa al quarto posto utile per salire in B. La squadra del patron Bonacini è infatti quella meglio posizionata fra le seconde, fermo restando che prima della sospensione dei campionati si trovava al terzo posto ma con una gara da recuperare.

Rimarrebbero a bocca asciutta pertanto le altre seconde classificate, una Carrarese il cui distacco dal Monza è abissale e appunto il Bari nel girone C, capitanato dalla Reggina. Tra i club furiosi per quanto deciso figura anche la Reggiana, seconda dietro al Vicenza, nel girone più equilibrato di tutti, ma come abbiamo visto con una gara in più disputata rispetto al Carpi.

Ovviamente nella riunione-fiume di ieri, se è stato trovato un accordo all’unanimità per la sospensione definitiva dei campionati (sia per tutelare la salute dei propri atleti che per evitare sconquassi economici), la stessa cosa non è valsa invece nell’assegnare agli emiliani la promozione senza passare dai playoff.

Si è tirato in ballo non solo la ragione più ovvia, vale a dire che matematicamente niente era ancora stato assegnato, men che meno nel girone B, ma anche il fatto dei reali valori: chi può dire in assenza di scontri diretti in stagione che il Bari o la Carrarese fossero meno forti, banalmente parlando, del Carpi? In fondo la stessa Reggiana, rivale in quel girone, stava dimostrando di equivalere sul campo gli uomini allenati da Giancarlo Riolfo.

Non ultimo, ci si è appellati – come sempre accade quando non c’è possibilità di stabilire regolarmente una graduatoria – al fattore legato al blasone, alla storia calcistica, finanche al bacino d’utenza. E qui entra in gioco prepotentemente il Bari di De Laurentiis che racchiude in sè tutti questi parametri per poter ambire alla promozione.

Comunque vada, questo è solo il primo step e con ogni probabilità il nodo-serie C non si scioglierà con quanto deciso nell’Assemblea dei club.

In vista c’è un imminente Consiglio Federale che già la settimana prossima potrebbe rivedere tutto. E all’orizzonte si sentono inoltre bussare dal gradino sotto quei club come Palermo e Foggia che non hanno intenzione di rimanere un altro anno in serie D, il chè allo stato attuale, col blocco delle retrocessioni dalla serie C, appare una possibilità più che concreta.

Ipotesi allargamento serie A: chi è giusto promuovere assieme al Benevento?

Torno a parlare di calcio con una categoria che da sempre mi appassiona: la serie B.

Il campionato dove da sempre l’equilibrio è definito quasi per antonomasia.

Premesso che si sta parlando di “fanta-calcio” (non l’omonimo gioco al quale partecipo e che proprio quest’anno mi vedeva fra i protagonisti: mannaggia ‘sto coronavirus!), in quanto tutto è ancora aleatorio e sospeso, voglio provare a immaginare uno dei possibili scenari futuri. Sospeso è il torneo ma non lo è invece il mio giudizio in merito alla questione se riprendere o meno da dove ci eravamo lasciati mesi fa.

Ho già scritto infatti che sarebbe opportuno ritenere chiusa qui la stagione come hanno fatto altrove e guardare avanti, provando a farlo nel nome dell’ottimismo e senza minare la salute degli atleti (che, mi pare evidente, non è cosa possibile con l’epidemia ancora in corso).

Qual è quindi una delle ipotesi più plausibili per dare un senso a questa stagione che in serie B, a differenza di quanto accaduto al gradino sopra e a quello sotto, si è disputata in maniera piuttosto regolare fino al definitivo stop (diciotto squadre su venti hanno disputato 28 gare, solo Ascoli e Cremonese ne devono recuperare una per essere in pari)?

Si parla in maniera piuttosto insistente di un allargamento della serie A, che verrebbe portata a 22 compagini al posto delle attuali 20, garantendo così un’altra stagione in massima serie anche a squadre gravemente in difficoltà in classifica.

La domanda che viene posta però è: chi assieme all’invincibile Benevento di quest’anno merita di salire di categoria?

La serie B come detto è nota per il suo grandissimo equilibrio, rivelatosi soprattutto nei decenni 80 e 90 ma a ben vedere, andando a memoria e restringendo il cerchio ai campionati del nuovo millennio, ricordo che anche con l’inserimento dei playoff le posizioni non erano sempre così delineate in testa alla classifica.

Sono davvero poche le eccezioni in cui non si sia combattuto strenuamente per accedere in A. Tra tutte è impossibile non segnalare la “mitica” stagione 2006/07, quella con ai nastri di partenza la triade Juventus-Napoli-Genoa, promossa senza ricorrere ai playoff, unico caso finora da quando la formula è stata istituita.

Ma si potrebbe a ben vedere escludere dai campionati “equilibrati” anche l’edizione 2012/13 che aveva visto primeggiare dall’inizio alla fine Sassuolo, Hellas Verona e Livorno con ampi margini sulle rimanenti in lizza per la promozione; in quel caso però proprio all’ultima giornata l’Empoli si rimise in corsa, acciuffando la matematica possibilità di far disputare almeno i playoff (poi salirono comunque le tre squadre che si erano dimostrate più forti e continue durante l’arco del campionato).

Sappiamo però che in generale i playoff hanno da sempre garantito sorprese, e in tal senso si sono rivelati assolutamente azzeccati per dare ulteriore interesse e slancio al torneo. A maggior ragione quest’anno sarebbero opportuni, perchè persino la seconda piazza disponibile per accedere in serie A direttamente non ha mai avuto di fatto un padrone fisso e in tanti si sono affacciati in alto dietro la corazzata Benevento.

Già, il Benevento… facile adesso dire che fosse scontato una sua affermazione, rosa alla mano, ma in realtà quante volte autentici squadroni sono rimasti fermi al palo? Filippo Inzaghi stesso poi aveva bisogno di rilanciarsi dopo l’opaca stagione precedente quando fu esonerato dal Bologna, in seguito rivitalizzato da Mihajlovic. Tutti gli ingredienti invece si sono miscelati egregiamente e la forza della squadra campana si è fatta via via inarrestabile con un primo posto davvero mai in discussione.

Il fortissimo Benevento di Inzaghi, dominatore della serie B 2019/20, in una foto tratta dal sito ufficiale del club

Il resto del campionato al contrario è un autentico dilemma, un grosso punto interrogativo ma facendo conto che non saranno previste delle retrocessioni, concentriamoci nello specifico sulle squadre davanti, alcune delle quali con un potenziale notevole che magari è stato espresso solo in parte.

Classifica alla mano dietro il Benevento a 69 punti sarebbe il forte Crotone la squadra di diritto ammessa alla serie A, pur distanziata di venti punti tondi dalla capolista.

Dietro i pitagorici ecco il Frosinone di Nesta a quota 47; segue staccata di due lunghezze la rivelazione Pordenone, poi a 44 punti c’è lo Spezia di Vincenzo Italiano, quindi il “solito” Cittadella a 43 e la Salernitana a 42, con il Chievo ad acciuffare per i capelli l’ultima posizione utile per gli eventuali playoff a quota 41. Un punto sotto i veronesi troviamo la grande delusa di questa stagione, l’Empoli che tutti (mi ci metto anch’io) davano per favorito per riconquistare prontamente la serie A perduta un anno fa dopo aver strenuamente lottato ad armi pari con le rivali.

Tutte le squadre citate, distanziate come visto di pochissimo, con dieci gare ancora da disputare potrebbero legittimamente dire la propria e meritarsi a ben vedere la promozione.

Analizzando nel dettaglio, il Crotone di Giovanni Stroppa, attualmente secondo, viene da una convincente striscia di vittorie (4 consecutive nelle ultime 5 partite) e proprio in extremis aveva superato in graduatoria il Frosinone.

I calabresi vantano un pedigree importante, hanno assaggiato la serie A, rendendosi oltretutto protagonisti di una salvezza storica rimasta impressa nella memoria collettiva per come è maturata. Scesi l’anno successivo, sono incappati in una stagione storta che a un certo punto poteva avere anche dei risvolti pesantissimi (erano rimasti impelagati a lungo addirittura in zona playout). Quest’anno però la musica è cambiata, l’organico era già competitivo e Stroppa si è dimostrato allenatore in grado di condurre la squadra in serie A.

Il Frosinone secondo me avrebbe una rosa qualitativamente non inferiore al Benevento e ammetto di averlo pronosticato come favorito principale alla vigilia assieme all’Empoli. L’andamento dei ciociari è stato un po’ altalenante, era anche la prima volta dell’ex campione Nesta alla guida di una squadra così forte e alle prese con un obiettivo inequivocabile. Nonostante qualche intoppo, credo che i presupposti per lottare ad armi pari con il Crotone e le altre pretendenti la serie A ci siano tutti. La qualità è evidente in ogni reparto, alcuni giocatori sono parte della storia di questo club, del ciclo che aveva raggiunto la serie A e la società è solida… insomma, è veramente tutto ancora da scrivere.

E che dire del Pordenone di Attilio Tesser? Al primo anno assoluto in serie B, la squadra friulana ha giocato col piglio della formazione navigata a questi livelli. Qui c’è programmazione, un tecnico esperto che vanta risultati prestigiosi in carriera (e che forse si era ritrovato “dimenticato” in serie C) e quell’aria sana che si respira in provincia, la stessa che aveva contraddistinto gli anni del “miracolo Chievo”, prima ancora dell’Empoli, del Sassuolo (ok, qui forse siamo fuori strada, essendo quella emiliana una “franchigia” forte economicamente) e del Cittadella.

Passo un attimo lo Spezia e mi riallaccio al discorso, ricordando appunto come il Cittadella (che prima ho apostrofato come “solito”) in questi anni stia dimostrando grande solidità ed evidenti doti organizzative, soprattutto in fase di scouting, con la società abile ogni anno ad allestire una squadra competitiva pur rifacendosi spesso il trucco. Lo scorso anno la promozione in A svanì davvero d’un soffio, persa solo all’ultimo atto contro un redivivo Hellas Verona nella bolgia del Bentegodi: ripartire da quella delusione, o meglio da quella grande illusione evaporata sul più bello non deve essere stato certo facile. Invece gli uomini di Venturato (il Ferguson del Veneto) sono ancora lì, pronti a giocarsela se si dovesse decidere di disputare i playoff.

L’11 di Italiano l’ho seguito con interesse, memore dei bei trascorsi da giocatore del Verona del tecnico siciliano. Lo Spezia ha una proprietà che sta – banalmente parlando – spendendo, o meglio l’ha fatto in modo copioso negli anni scorsi. In questo campionato ai nastri di partenza la compagine ligure vantava un organico interessante, composto fra l’altro da diversi calciatori passati dalle giovanili della Roma che conosco bene. Ma, a parte questo, mi è capitato di vedere diverse partite dello Spezia e ammetto di non essermi mai annoiato, mi piace l’impronta che mister Italiano ha saputo dare alla squadra.

E a proposito di allenatori chiamati a dare quel qualcosa in più alla squadra, ecco il “vecchio” Giampiero Ventura giunto alla Salernitana con l’intenzione reale di rilanciarsi e di tirar fuori il meglio da una rosa fatta di grossi nomi e giocatori emergenti. Sinora il cammino della squadra campana è stato a dir poco indecifrabile (solo guardando alle ultime cinque gare disputate, ha alternato vittorie e sconfitte con una cadenza scientifica), ma l’obiettivo di fatto è lì, ancora a portata di mano. Serve però maggiore continuità.

E infine, limitandomi all’attuale griglia utile a stabilire i playoff, troviamo il Chievo, nelle ultime settimane affidate ad Alfredo Aglietti dopo uno score poco convincente di Michele Marcolini, ex bandiera clivense. Essendo io di Verona, pur facente parte della sponda Hellas, ho seguito da vicino in tutti questi anni la parabola Chievo, dai tempi della “favola” (per me iniziata in serie C con l’allora emergente Malesani in sella). Il Chievo però quest’anno non partiva con i favori dei pronostici come nella precedente lontana occasione in cui era retrocesso. Non era stato quello di un anno fa un incidente di percorso ma una caduta assai più rovinosa, la fine di un ciclo. Difficile davvero riprendersi ma Campedelli lo ha fatto, snellendo e ringiovanendo l’organico, che a onor del vero pare molto disomogeneo a livello di valori sul campo. Credo però che con Aglietti le cose si possano raddrizzare, d’altronde il tecnico toscano solo un anno fa era riuscito a rivitalizzare un ambiente come quello dell’Hellas che sembrava giunto a un punto di non ritorno dopo la sconcertante gestione di Fabio Grosso. Poi, oltre alle doti di Aglietti, è rimasto in dote il gioiellino Vignato, pur ceduto a gennaio al Bologna, e si erano toccate le corde giuste dei senatori: insomma, l’impatto era stato buono.

Non si sa ancora quale sarà il destino della serie B, così come degli altri tornei di questa stagione che rimarrà – mi auguro – unica nel suo genere. Immobilizzare tutto non penso sia la cosa più giusta, specie in serie B dove una delle protagoniste, il Benevento, sta veleggiando col vento in poppa verso una meritatissima promozione.

Fare una serie A a 21 squadre però non mi pare francamente corretto, sembrerebbe una decisione “ad personam”, allargando invece a un’altra promossa la prospettiva (come evidenziato in questo mio spunto) assumerebbe ben altri contorni.

Cos’è più giusto fare in definitiva? Seguire pedissequamente l’ultima classifica aggiornata o assegnare il posto mediante i playoff?

Io opterei per questa seconda soluzione, tornando a quanto detto all’inizio riguardo l’equilibrio che sempre regna da queste parti. E che si è palesato in questa stagione in tutta la sua evidenza, come accadeva solo nel secolo scorso.

POST SCRIPTUM Sull’altra ipotesi di una serie B a 40 squadre davvero non mi voglio pronunciare!

Le pagelle dell’Hellas Verona in questo anomalo campionato 2019/2020, sospeso sul più bello per il coronavirus. E’ meglio non riprendere: la salute viene prima di tutto.

Da tempo sul mio blog non dedicavo articoli a una delle mie più grandi passioni, quella per il calcio. D’altronde la realtà ha preso il sopravvento e anzi, proprio lo sport più amato del mondo è stato uno degli ultimi baluardi a resistere, continuando imperterrito in condizioni proibitive a dir la verità, mentre tutto attorno stava dilagando un’epidemia e si iniziava a faticare a tenere il conteggio delle morti.

Riguardo al Covid-19 e all’impatto che sta avendo sulle nostre vite scriverò probabilmente più nello specifico in un altro post, limitatamente alla mia esperienza, giacché si tratta di un argomento davvero complesso, e di informazioni spesso frammentarie, se non divisive, ne arrivano da più parti, basta accendere la tv per esserne letteralmente bombardati. L’epidemia ha stravolto tutto, ha interrotto delle esistenze, rovinato sogni e distrutto famiglie, togliendo in alcuni casi la speranza; in diversa gente ha acceso invece la rabbia e incentivato la voglia di uscire, in primis da questa situazione in cui in molti ci sentiamo costretti. Ma, ripeto, se avrete voglia di leggermi, ne parlerò in un’altra occasione, qui mi limiterò a soffermarmi in maniera del tutto leggera su una questione legata al calcio, altro settore giocoforza stoppato.  Nello specifico andrò a rendere omaggio alla stagione, ahimè parziale, che stava disputando la squadra per cui tifo, vale a dire l’Hellas Verona, ponendo attenzione sul percorso individuale delle singole componenti in gioco (quindi allenatore, calciatori e società).

Da amante di questo sport, che seguo da quando sono bimbo in modo assiduo e che negli anni mi ha visto anche occuparmene da più angolazioni, mi dispiace ovviamente che il tutto si sia fermato ma credo veramente che il futuro del campionato sia l’ultimo pensiero allo stato attuale. Ho mia moglie che lavora in ospedale, in un reparto covid, quindi tutti i giorni mi sento raccontare dell’evolversi di una situazione generale che, nonostante vada via via migliorandosi, è però in verità molto critica, con l’emergenza sanitaria che ancora non si può definire conclusa. Per questo dico che il pallone, come altre cose, non siano preminenti in questo momento, se non per l’aspetto economico, che però sappiamo bene riguardare tutti i settori, soprattutto i piccoli artigiani, quelli sì messi purtroppo alle strette dallo stop improvviso delle attività.

Fatto sta che, apprestandomi a fare delle semplici considerazioni da tifoso, mi rammarico moltissimo che proprio sul più bello il campionato del Verona si sia arenato, quando la squadra di Ivan Juric (che si stava dimostrando condottiero con i fiocchi e con i controcoglioni), da tutti data in agosto per sicura retrocessa al termine del torneo, si stava rivelando al contrario dei pronostici come l’autentica rivelazione della serie A.

Credo però che questo sia un sentimento comune a tutti i tifosi di quelle squadre che si stavano ben disimpegnando per raggiungere i propri obiettivi… pensiamo ad esempio alla Lazio, all’Atalanta, a Lecce e Genoa appaiate in lotta per non retrocedere, o allargando l’obiettivo guardiamo al Benevento e alla sua incredibile cavalcata verso la serie A, o scendendo ancora (ma solo di categoria) che dire degli straordinari campionati di compagini quali il Monza o la Reggina? Ma, a parte ciò, con praticamente un terzo dei campionati ancora da giocare, nessun verdetto era stato di fatto deciso, e tutti i giochi in fondo erano ancora aperti.

Uno scorcio dello stadio Bentegodi, con la curva gremita e festante che, al solito, non ha fatto mancare il suo sostegno alla squadra in questo campionato.

Voglio però tornare sul Verona e stilare le mie pagelle ai protagonisti della stagione in corso, ammettendo che, dal mio punto di vista (e sottolineo nuovamente lo dico con un briciolo di amarezza visto che stavamo assistendo al più bel campionato dei gialloblu da un sacco di anni a questa parte) sarebbe opportuno chiudere anzitempo il torneo, non so se assegnando o meno titoli e piazzamenti.

I playoff potrebbero essere una soluzione straordinaria, anche se non mi entusiasmano, mentre iniziare con forse 3-4 mesi di stacco equivarrebbe a farne un campionato diverso, senza tenere conto di tutte le implicazioni legate inevitabilmente al virus: in uno sport di contatto fisico la vedo sinceramente complicata una possibile ripartenza a breve, per non dire della tristezza di giocare a porte chiuse. Meglio guardare avanti alla prossima stagione quindi, sperando davvero che le cose possano migliorare e che presto quello che stiamo vivendo tutti sia solo un ricordo lontano.

Veniamo finalmente al senso di questo articolo, che è quello di porre in luce quei giocatori che stavano facendo un campionato eccezionale, e nel farlo mi avvalerò di questo “strumento” da molti odiato: le pagelle!

Ovviamente nessuno si erge a portatore della verità assoluta, il mio è solo un tentativo di inquadrare sinteticamente la stagione del singolo giocatore, attenendomi ovviamente a sensazioni personali ma corroborate dalla mia onestà intellettuale che prescinde dal fatto che scriva per un giornale, un sito o semplicemente per il mio blog, senza in questo caso vincoli di spazio o di questioni legate al risultato o agli umori del momento. Voto che ovviamente andrò a esplicare poi nel dettaglio. Buona lettura!

L’ALLENATORE IVAN JURIC 9

L’allenatore croato è il vero artefice del campionato rivelazione dell’Hellas Verona, inutile girarci attorno. Giunto in estate tra lo scetticismo della piazza, unita nel voler appoggiare e seguire Aglietti, il tecnico che ci aveva regalato inaspettatamente la più rocambolesca delle promozioni dopo i playoff, ha saputo conquistare tutti giorno per giorno. Nel farlo è stato sicuramente aiutato dai risultati ma è innegabile che a garantire il binomio perfetto con l’ambiente e i tifosi sia stato il suo modo di rapportarsi, di lavorare soprattutto sul campo (oltre che sulla testa dei giocatori), di stare lontano dai riflettori nonostante col tempo ci sia finito comunque, perchè la sua fama è arrivata presto anche altrove, con editorialisti, giornalisti, scrittori che si sono ritrovati a scriverne le gesta, conquistati dalla sua aura da indomito condottiero. Un uomo fine e coriaceo al tempo stesso, sagace ma senza volerne fare una virtù o un vezzo, e in questo ricorda da vicino il mitico, inarrivabile Osvaldo Bagnoli, maestro di poesia applicata al calcio e pragmatismo.

Non sono un tecnico, ma il suo è stato indubbiamente anche un capolavoro sportivo, laddove ha saputo “indottrinare” (termine odioso, lo so, ma nel suo caso calzante a pennello, visto come i ragazzi lo seguono in campo) un gruppo che aveva bisogno non solo di fiducia, ma anche di disposizioni chiare, di qualcuno che li aiutasse a rendere al meglio. Ecco, la cosa che più mi ha colpito e piaciuto di questo allenatore sul quale mi verrebbe da puntare a occhi chiusi per il futuro, è proprio la sua capacità di tirar fuori il meglio dai proprio uomini, non solo le qualità tecniche ma anche l’orgoglio e le motivazioni più profonde, sapendo toccare le corde giuste. Ognuno in campo sembra davvero dare quel quid in più. Tatticamente Juric ha sempre impostato il Verona imperniandolo su una difesa a 3, unico baluardo insostituibile, con a sostegno due esterni fissi a centrocampo, assolutamente funzionali al suo gioco mentre si è sbizzarrito dalla mediana in su, facendo ruotare molto le posizioni dei trequartisti che si sono rivelati tutti col tempo dei potenziali falsi nueve, visto che di partita in partita il suo modulo si è delineato come un 3-4-2-1 privo di un vero centravanti di ruolo. Se il tutto non è stato un capolavoro, ci è andato molto vicino. Insomma, teniamocelo stretto se possibile, pur considerando onestamente che, se c’è un tecnico che può ambire a una carriera a grandi livelli, quello è proprio Ivan Juric.

MARCO SILVESTRI 7,5

Il portierone gialloblu alla sua prima vera stagione da titolare in serie A si sta dimostrando tale, cioè un “portierone”. Scusate la considerazione tautologica ma davvero Silvestri, già tra i protagonisti più positivi della tribolata stagione scorsa, culminata tuttavia in modo trionfale, ha sempre infondato sicurezza all’intero reparto, toppando raramente (capita comunque anche ai più grandi portieri) e mostrandosi sicuro, reattivo e in possesso della giusta personalità per guidare il reparto. Umile e non di facili proclami, anche fuori dal campo si è rivelato un bravo ragazzo e questo per me è un valore aggiunto. Ovviamente anche per lui si sono affacciate le sirene di mercato ma mi auguro possa rimanere a difendere i nostri pali ancora a lungo, o almeno mi accontenterei ci fosse nella prossima stagione.

AMIR RRAHMANI 8

Pronti, via e il difensore kosovaro si è presentato subito per le sue qualità: attento, coriaceo, affidabile, fisicamente prestante e a tratti insuperabile. Tutte qualità che lo hanno imposto come uno dei difensori più forti dell’intera serie A, e sul quale si è formata la fila dei pretendenti. L’ha spuntata il Napoli che già a gennaio ce lo aveva strappato, creando i presupposti per un’importante plusvalenza. Non è il mio campo e se è giusto ammettere che fosse inevitabile una sua cessione, mi spiace che questa sia avvenuta così in fretta. Ovvio, col senno di poi è stato lungimirante – oltre che fortunato pur nelle circostanze avverse della situazione contingente – il presidente Setti a venderlo per tempo. Rrahmani nel Verona ha sempre giocato centrale di destra nel terzetto predisposto da Juric ma nella sua Nazionale – dove è capitano – figura stabilmente in mezzo in una difesa a 4. In tutto il campionato lo avrò visto in difficoltà una volta sola, i suoi errori si contano davvero sulle dita di una mano.

MARASH KUMBULLA 8

Tocca sostanzialmente ripetere in soldoni quanto scritto a proposito del suo compagno di reparto Rrahamni, con la differenza che Kumbulla, orgoglio gialloblu, essendo cresciuto nel vivaio e da qui lanciato direttamente con successo e senza esitazioni in prima squadra, ha sei anni in meno del compagno, essendo nato nel 2000. E proprio (anche) in virtù di ciò, Marash si è fatto notare, visto che col solo Tonali (altro autentico campioncino, fiorito a Brescia), è l’unico millennial che è riuscito a imporsi così in fretta in serie A, oltretutto in un ruolo assai delicato come quello di difensore centrale. D’altronde le sue qualità sono sotto gli occhi di tutti: concreto, attento, veloce, con un grande senso dell’anticipo, un ottimo stacco di testa (che c’ha portato in dote punti preziosissimi!) e una personalità spiccata a scapito dell’età verdissima che però nel suo caso non si traduce mai in “arroganza”, qualunque accezione si voglia dare al termine. Voluto da mezza Europa, questo stop ha un po’ frenato le trattative e c’è la concreta eventualità che il ragazzo rimanga con noi per dare continuità a questa “mezza” stagione, dico così nel suo caso perchè è stato anche alcune settimane fuori per infortuni. Quando era disponibile però è sempre stato titolare inamovibile nelle retrovie, giocando per lo più centrale ma adattandosi in modo un po’ inaspettato, lo ammetto, anche sul centro sinistra, sfoderando prestazioni straordinarie come quella contro la Juventus dove è stato baluardo insuperabile.

KORAY GUNTER 7

Il meno celebrato del terzetto arretrato, ha sempre goduto di poca considerazione, credo ancora per quegli errori a inizio stagione che hanno pesato qualcosa in termini di punti, pensando a un paio di rigori da lui causati. Detto ciò però sarebbe assurdo, oltre che tremendamente ingiusto, non evidenziare i suoi costanti miglioramenti, la sua applicazione, la sua capacità di tradurre sul campo i dettami di un allenatore che l’ha fortemente voluto, memore del suo passaggio al Genoa quando il turco-tedesco pareva in rampa di lancio. Gunter ha solo 26 anni e mai come quest’anno a Verona sta dimostrando le sue qualità, da difensore moderno, con buona visione di gioco, reattivo e che compensa con l’ intelligenza tattica e la tecnica (ottima per un difensore come lui) quelle che sono alcune carenze fisiche. Non è del tutto gialloblu, come gran parte della rosa attuale d’altronde, ma ci sono concrete possibilità che venga confermato anche per la prossima stagione.

DAVIDE FARAONI 7,5

Arrivato alla soglia dei 30 anni, Marco Davide Faraoni finalmente è sbocciato in tutto il suo strabordante talento, da giocatore a tutta fascia, ruolo in cui attualmente ha pochi rivali in Italia, considerando che il tecnico Mancini gli sta preferendo giocatori dal pedigree migliore a livello di carriera ma non sempre superiori sul piano squisitamente tecnico. Sì, perchè il laterale romano sta finalmente mostrando con continuità quelle che sono qualità da sempre riconosciutegli: la forza, il grande atletismo, la velocità, la capacità di inserirsi e di partecipare all’azione, tutte componenti che ai tempi delle giovanili della Lazio e dell’Inter parevano evidenti e connaturate, salvo poi faticare a farle emergere alla prova del campo da professionista. A Verona ha trovato l’ambiente ideale, essendo uno dei pochi fra l’altro uscito indenne dal tourbillon tattico cui aveva sottoposto tutti Fabio Grosso nella sua esperienza sulla panchina gialloblu un anno fa. Certo, il cambio di ruolo a un certo punto era capitato anche a lui, provato con alterne fortune da interno di centrocampo ma è bastato pochissimo a Juric per riportarlo dove gli è più congeniale, padrone assoluto della fascia destra, con il pallino di qualche gol ancora in canna. Anche su di lui sono puntati i fari di diversi club blasonati, Roma e Inter su tutte, e in entrambi i casi sarebbe un ritorno a casa, ma anche Verona ormai è diventata molto più che una città adottiva, è quella in cui si è affermato come un giocatore da serie A a tutti gli effetti.

SOFYAN AMRABAT 8,5

In una squadra rivelazione, se devo indicare la rivelazione per eccellenza il mio pensiero va per primo a lui, il centrocampista marocchino, cresciuto calcisticamente in Olanda, che ci ha messo qualcosa come 10 secondi per entrare nel cuore dei tifosi gialloblu. Tale è stato il suo impatto sul terreno di gioco, con Amrabat a correre a perdifiato su ogni pallone, rincorrendo avversari a getto continuo, con uno strapotere fisico che sembrava subito evidente. Poteva essere la classica rondine che non sempre fa primavera, invece gara dopo gara ha legittimato il suo posto da titolare, con prestazioni spesso devastanti, come i suoi strappi in mezzo al campo, i suoi tagli improvvisi, le sue corse, i suoi recuperi, i suoi appoggi intelligenti ai compagni, la sua leadership indiscussa in coppia col più navigato compagno di reparto Veloso, col quale si completa meravigliosamente, componendo una delle coppie migliori della serie A. Gli manca solo il tiro (e un pizzico di tecnica, giusto dirlo) per essere all’altezza dei fuoriclasse nel ruolo. Già ceduto a gennaio, dopo interessamenti diffusi da parte di tanti club, si è accasato un po’ a sorpresa alla Fiorentina dove avrà modo di crescere ancora, con margini che al momento non sono tanto preventivabili. Credo che nel suo caso la condizione atletica sia fondamentale per rendere al meglio ma sarebbe sbagliato immaginarlo come giocatore solo di sostanza. A Verona è stato molto di più in questi mesi, una goduria per gli occhi.

MIGUEL VELOSO 7,5

Uno degli uomini simbolo del Verona, uno dei fidi scudieri di Juric che lo ha conosciuto ai tempi del Genoa e lo ha voluto subito nella sua avventura in riva all’Adige. Per molti Veloso era un giocatore, non dico finito, ma ormai “vecchio” o quanto meno sul viale del tramonto, dopo aver dato il meglio di sè proprio nell’avventura genoana, oltre che in Nazionale dove, a fianco di un certo Cristiano Ronaldo si è tolto delle enormi soddisfazioni, su tutte la vittoria dell’Europeo 2016 giocando da titolare in mezzo al campo. Niente di cui stupirsi, poichè al portoghese è stata sempre riconosciuta una tecnica individuale sopra la media, che però Miguel ha sempre preferito mettere al servizio delle squadre in cui ha giocato. A Verona, in un contesto tecnico sicuramente più povero, ha saputo invece da subito spiccare, svettando su tutti con il suo sinistro delizioso, in grado di disegnare traiettorie perfette, di innescare i compagni, finanche di finalizzare (ed è successo più volte, specie ad inizio stagione, quando mettere fieno in cascina si è rivelato assolutamente fondamentale, se non vitale calcisticamente parlando). Ha patito, come gli capita spesso, dei guai fisici e, complice anche l’età che veleggia verso i 34 anni (li farà l’11 maggio, giorno del mio compleanno, concedetemi la nota autobiografica), la sua presenza in campo è stata dosata egregiamente da Juric, il quale ha capito presto che su di lui poteva contare a occhi chiusi. Veloso è stato più volte il capitano della squadra, complici le numerose assenze per vari motivi del capitano designato Pazzini, e si è sempre mostrato totalmente all’altezza del ruolo, un giocatore davvero irrinunciabile per Juric e praticamente l’unico della rosa con determinate caratteristiche. Non è mai stato un fulmine di guerra a livello fisico (poco importa, corre Amrabat per lui) ma il suo sinistro è qualcosa di magico.

DARKO LAZOVIC 7,5

Il giocatore venuto a Verona, già nazionale serbo, è forse quello che ha reso di più se proporzionato al poco clamore con cui è stato salutato il suo ingaggio (a parametro zero, giusto sottolinearlo). Sembrava un altro di quei “colpi” alla Juric (assecondato dal ds D’Amico), fido calciatore dell’allenatore che lo aveva oltremodo apprezzato negli anni trascorsi assieme a Genova, sponda rossoblu. Un calciatore di valore che, se non sembrava prematuramente sul viale del tramonto (in fondo deve ancora compiere 30 anni), era visto come un incompiuto, lontani com’erano i tempi in cui seppe emergere da giovanissimo nella blasonata Stella Rossa. Insomma, sembrava che il periodo di maggior rendimento fosse già alle spalle. Invece Lazovic si è dimostrato assolutamente un grande colpo (togliamo pure le virgolette!), padrone assoluto della fascia sinistra (e qui apro una parentesi, visto che quasi tutti si aspettavano che si contendesse il posto con Faraoni sulla destra e che di conseguenza l’altra fascia fosse sguarnita, invece io mi ricordavo benissimo come lui fece la sua miglior stagione genoana con Juric proprio da esterno sinistro). Il serbo è un moto perpetuo su quella parte di campo, che copre per intero, non stancandosi proprio mai (e infatti gioca praticamente sempre!): sa abbinare egregiamente come pochi altri qualità e quantità, crea superiorità, spesso fa pendere le sorti della gara dalla sua fascia, e ne indirizza gli esiti con i suoi guizzi, gli assist al bacio, le serpentine… insomma, “tanta roba”, per usare un’espressione che non sopporto ma che ben si addice nel suo essere stringente ed efficace a spiegare il grande campionato del nostro laterale.

MATTIA ZACCAGNI 7,5

Ex enfant prodige delle giovanili dell’Hellas, è davvero confortante che finalmente proprio a Verona Mattia stia esplodendo mettendo in mostra tutto il suo talento e dimostrando che in serie A può starci alla grande. Ivan Juric ne ha fatto un titolare, pur alternandolo talvolta nel doppio ruolo di trequartista/falso nove con i vari Verre (soprattutto), il polivalente Pessina e l’ultimo arrivato, l’assetato Borini. Zac però ha caratteristiche che lo rendono unico nello scacchiere gialloblu: nato centrocampista centrale (giocava in coppia con Donsah nella Primavera del Verona), da professionista per le sue qualità tecniche è stato presto avanzato, con Pecchia e Grosso che preferivano confinarlo maggiormente sulla fascia, o largo in un tridente offensivo. Lui ha sempre fatto la sua parte ma forse non ha mai sentito la piena fiducia, o meglio non si è mai sentito un vero titolare e così, complici anche alcuni infortuni, non si era ancora del tutto affermato. Juric ha puntato subito su di lui, ricavandone un centrocampista con licenza di attaccare gli spazi, di creare superiorità numerica con i suoi dribbling sullo stretto, e ogni tanto di concludere. Ecco, Zaccagni deve ancora migliorare nella concretezza, nella scelta di alcune soluzioni durante i momenti topici delle gare, ma raggiunto quello step, allora vorrebbe dire che saremmo di fronte a un campioncino bello che finito. A breve compirà 25 anni e ha tutto il tempo davanti per ambire a conseguire dei buoni risultati in carriera e, perchè no?, diventare magari una nuova bandiera del Verona. Intanto, tornando alla più stretta attualità, una vittoria molto più importante l’ha conseguita fuori dal campo, avendo sconfitto il coronavirus che lo aveva colpito a inizio pandemia. Forza Mattia, riprenditi il tempo perduto!

MATTEO PESSINA 8

Il giovane centrocampista, di proprietà dell’Atalanta che l’ha mandato a Verona in prestito, è in possesso di doti tecniche superiori, su questo non ci piove. E’ il classico giocatore destinato a una carriera importante, in squadre di vertice così come in Nazionale, dove credo sarebbe arrivato al termine di questa stagione, magari dopo gli Europei, se si fosse andati avanti regolarmente. Siccome tutto è stato stravolto, coltivo ancora la speranza che Matteo rimanga con noi un altro anno, anche se in realtà non lo penso: è poco credibile che l’Atalanta faccia l’errore di cederlo. Sembrava timido nelle sue prime apparizioni in gialloblu, anche se già nella trasferta di Lecce il suo impatto fu decisivo, così come il gol vittoria che fece nel secondo tempo. E’ diventato via via insostituibile, una presenza silenziosa, di quelli che magari non noti molto in campo ma che garantiscono sempre la prestazione; oltre a ciò, il talentuoso classe ’97 si è mostrato assolutamente duttile, un vero tuttocampista, capace di giocare da interno – ruolo ideale -, da mediano difensivo, da regista al posto di Veloso (l’unico che secondo Juric gli si avvicina per qualità tecnica), da trequartista, fino al finto centravanti (ruolo indefinito quest’ultimo ma diventato in realtà il marchio di fabbrica del tecnico). Sempre e dovunque Pessina ha dato un grande contributo, confermando finalmente quelle promesse che gli amanti del calcio giovanile attendevano da tempo, visto che il calciatore monzese ha attraversato con successo tutti i passaggi in maglia azzurra, giocando da protagonista ad esempio in un’edizione del Mondiale Under 20, con ltalia giunta terza e sconfitta solo in semifinale dai futuri campioni dell’Inghilterra.

VALERIO VERRE 7

Grande promessa ai tempi delle giovanili della Roma, Valerio Verre, classe 1994, non era mai riuscito a trovare la giusta continuità in serie A, mostrando solo a sprazzi quel talento che gli viene riconosciuto da più parti, specie dai tanti tecnici che sinora lo hanno allenato. Che fosse bravo era sotto gli occhi di tutti, eppure in pochi – verrebbe da dire nessuno, se escludiamo Alessandro Nesta che lo allenò l’anno scorso a Perugia,  ricavandone in cambio un rendimento più che brillante – gli hanno concesso fiducia. Juric però sin dal ritiro estivo aveva speso parole d’elogio per lui, considerandolo a ragione di caratura superiore a livello squisitamente tecnico. Poi sarebbe toccato a lui dimostrare sul campo di confermare le parole al miele dell’allenatore croato. Sin qui il cammino di Verre è stato un po’ altalenante ma di certo positivo, con il romano abile a giostrare in più posizioni, compresa quella fatidica di centravanti atipico, elemento chiave dell’11 gialloblu. Le sue caratteristiche tecniche sono ben diverse da quelle dei corrispettivi pari ruolo, visto che Verre è un trequartista “di posizione”, votato più a costruire il gioco, visti i trascorsi da regista. La sua visione di gioco, il senso tattico spiccato, il passaggio filtrante sempre in canna, sono solo alcune delle caratteristiche maggiormente emerse in tutta la sua pienezza nella sua esperienza in gialloblu. Ci sono dei difetti ancora da limare, in primis la continuità di rendimento non sempre garantita, una certa componente caratteriale che si manifesta solo a tratti. Gli viene imputato di non essere troppo “cattivo” in certi frangenti, di preferire il fioretto alla spada ma tutto sommato il suo contributo alla causa lo sta dando, anche in termini di gol. Nemmeno lui come tanti, troppi, della rosa attuale, è di proprietà del Verona, essendo in prestito dalla Sampdoria, ma sarebbe molto utile provare a trattenerlo.

GLI ALTRI PROTAGONISTI

Ecco, a conti fatti,  Juric si è affidato a un 11 base, scegliendo suppergiù questi giocatori per delineare una squadra in grado di dire la sua in un campionato mai come quest’anno così equilibrato. La sua intuizione, maturata in estate, è stata quella di “scegliere” una formazione titolare sulla quale far ruotare di volta in volta gli elementi della rosa. Il vero nocciolo della questione è stato, come sottolineato più volte, la mancanza di attaccanti adatti al suo gioco, constatazione che lo ha indotto a tagliare la testa al toro, rinunciandovi di fatto e optando appunto per il falso nueve.  Eccezioni ce ne sono state, con l’utilizzo dall’inizio di un vero terminale offensivo, a partire dal titolare designato, il centravanti Stepinski, fino al giovanissimo talento Salcedo e al redivivo capitan Pazzini, senza dimenticare l’eroe dei playoff Samuel Di Carmine; proprio quest’ultimo con alterne fortune è quello che maggiormente ha vestito i panni del primo riferimento offensivo. Forse con l’arrivo di Borini si stava iniziando a delineare una nuova gerarchia, visto l’ottimo impatto dell’ex rossonero ma di fatto anche lui pare rendere al meglio nell’intasata posizione di trequartista.  Juric ha comunque saputo dare spazio a (quasi) tutti gli elementi della rosa, alcuni dei quali hanno mostrato di non far rimpiangere i titolari quando chiamati in causa. Anche questo è uno dei segreti dell’ottima stagione del Verona, sospesa ricordiamolo quando i gialloblu si trovavano nella parte sinistra della classifica, di più: a giocarsi a pieno diritto un posto per l’Europa League.

Ecco quindi di seguito il mio giusto tributo anche agli altri protagonisti che hanno contribuito, seppur in misura molto minore, al bellissimo esito (parziale) di questo campionato 2019/2020 (esclusi quei giocatori ceduti a gennaio, i quali, a parte forse il solo Tutino, sembravano fuori dal progetto).

Mi spiace molto in questo articolo parlare al passato, come se il torneo fosse già concluso ma a mio parere non ci sono proprio i presupposti perchè questo possa riprendere.

SAMUEL DI CARMINE 6,5

Non ha mai lesinato l’impegno sul campo l’attaccante di Firenze, lo abbiamo visto lottare all’interno dell’area di rigore contro difensori fortissimi e svariare sul fronte offensivo come vuole il mister; lui che, al pari di Pazzini, sarebbe il classico attaccante di rapina, abile a sfruttare il primo errore degli avversari. Gli è successo anche quest’anno in serie A qualche volta e i gol sono una gioia che ha regalato ai suoi tifosi e anche un po’ a se’ stesso, visto quanto ha atteso di potersi confrontare sui palcoscenici della serie A dopo i fasti ottenuti in cadetteria. Nonostante ciò, il Verona sembra ormai aver trovato la sua quadratura con un’impostazione tattica diversa ma la cosa importate è aver capito che su Di Carmine ci si può contare. Il suo obiettivo era di arrivare in doppia cifra, sarebbe stato comunque difficile ma in una stagione così bella niente sembrava in effetti precluso a priori.

GIAMPAOLO PAZZINI 7

Il voto può apparire esagerato, viste le poche presenze effettive, ma anche giocando poco il Pazzo ha dato un buon contributo, sia sotto rete (il mestiere lo sa fare ancora benissimo!) sia adattandosi a più di 35 anni a seguire dettami tattici per lui nuovi. La leadership poi è connaturata in lui, divenuto ormai un vero beniamino del Bentegodi, assurto a vero simbolo della squadra. D’altronde campioni come lui non ne sono passati poi tantissimi nella nostra storia e Giampaolo piace a tutti anche per non aver mai fatto polemica, per aver saputo compattare il gruppo in questi anni nei periodi più difficili, per l’estrema disponibilità, il carattere, l’attaccamento alla maglia e l’amore dimostrato a sua volta per la città e il popolo gialloblu.

PAWEL DAWIDOWICZ 6,5

Forse qui sono stato un po’ strettino, lo ammetto subito a scanso di equivoci, perchè la stagione del difensore polacco – più volte da me criticato nello scorso campionato – è stata oltremodo sufficiente, più vicina al 7 che non al 6. Pawel con tanta umiltà si è rimboccato le maniche dopo aver capito che il posto da titolare non sarebbe stato suo. Ha però compreso allo stesso tempo che dei tre dietro era il primo sostituto, quello che fra i panchinari dava più garanzie a Juric. In effetti, salvo qualche sbavatura – la prima capitata proprio a inizio campionato, con lui espulso nel primo quarto d’ora di gioco dopo aver causato un rigore: come dire, esordio shock – ha risposto sempre presente, denotando dei sensibili miglioramenti a livello difensivo.

MARIUSZ STEPINSKI 6

Il sei per il buon Mariusz è di stima, decidendo di premiare se non altro l’impegno mai fatto mancare. Volendo invece semplificare, la sufficienza l’ha raggiunta per “quel” sigillo durante la partita contro il Torino. Che poi, cavoli, il suo gol ha rappresentato una rimonta pazzesca e una delle gioie più intense della stagione per come si era messa la partita, ma per valutare positivamente il campionato dell’attaccante polacco (unico esborso di rilievo della società in fase di mercato estivo, giunto oltretutto al fotofinish) è davvero troppo poco. Non è servito nemmeno l’altra rete segnata nella gara contro la Spal, la seconda consecutiva rimasta poi l’ultima, per dargli i galloni da titolare. E’ evidente come Stepinski non abbia le stimmate del campione ma ciò non toglie che da lui era lecito attendersi di più.

FABIO BORINI 6,5

Era appena arrivato ma il suo impatto come già accennato è stato ottimo, sia per gol – importanti ai fini del risultato, il primo al suo debutto ha pareggiato i conti con il Bologna in trasferta – che per le prestazioni. Non gli affibbio un 7 pieno proprio perchè abbiamo poche “prove” sul campo, ma più che sufficienti in fondo per confermare che a questa squadra può davvero dare molto, sia in termini di qualità che di personalità. Per questo occorre fare uno sforzo e cercare di acquisirne il cartellino, lui che è in prestito dal Milan. In un mercato prossimo che forse ci depotenzierà, ripartire dalle certezze odierne può essere una chiave di volta importante per riprendere da dove ci siamo fermati. E su Fabio si può a quanto pare mettere la mano sul fuoco.

EDDIE SALCEDO 6,5

Anche nel caso del giovane talento Eddie Salcedo, protagonista delle varie selezioni azzurre, il voto appare un po’ fuorviante, perchè per quanto fatto vedere e soprattutto per le sue potenzialità, il 7 sarebbe stato più appropriato. Però anche l’ex Inter (e Genoa, insomma lo zampino di Juric che l’aveva lanciato in prima squadra in serie A quando non aveva ancora 16 anni, c’è anche stavolta) ha giocato poco, causa infortuni e un fisiologico periodo di ambientamento. Ha messo in mostra però doti da attaccante vero, nelle movenze, nel tiro, nel sapersi smarcare, nelle giocate, soprattutto nella “testa”: per essere un 2001 è già due passi avanti a tanti suoi coetanei.

Non mi sento invece di dare dei giudizi ai rimanenti giocatori che completano la rosa ma che hanno obiettivamente avuto scarso minutaggio, chi per un motivo o per l’altro. Si tratta del difensore brasiliano ALAN EMPEREUR, spesso titolare lo scorso anno in B, dei giovani laterali CLAUDE ADJAPONG e FEDERICO DIMARCO (entrambi nel giro della Nazionali giovanili, il secondo con Pessina nel già citato Mondiale Under 20 disputato nel 2017), dell’esperto SALVATORE BOCCHETTI (titolare designato ma spesso frenato dagli infortuni, uno dei leader carismatici dello spogliatoio, voluto da Juric con cui aveva giocato al Genoa), dello sfortunatissimo nazionale ghanese EMMANUEL BADU, fermato a inizio stagione da un grave problema di salute e tornato in seguito a vedere il campo a piccole dosi, del neo arrivato a gennaio VALENTIN EYSSERIC e del talento di casa ANDREA DANZI, uno che deve necessariamente accumulare esperienza ma su cui la società punta molto. Completano la rosa i portieri BORIS RADUNOVIC e ALESSANDRO BERARDI, e il promettente MATTEO LOVATO giunto a gennaio dopo aver ben figurato nella sua prima stagione tra i “grandi” a Padova in serie C. Senza dimenticare i tanti elementi della formazione PRIMAVERA che stanno disputando un’ottima stagione in campionato (con la speranza concreta di tornare in Primavera 1, dopo essere stati a lungo primi a inizio stagione), oltre ad aver raggiunto clamorosamente (ma con pieno merito) una storica finale di Coppa Italia da disputarsi contro la forte Fiorentina, purtroppo in data da destinarsi sempre ovviamente per cause di forza maggiore legate alla diffusione del coronavirus. Alcuni di loro si stanno già affacciando alla prima squadra e sono sicuro che Juric li terrà bene in osservazione. In tanti sarebbero da citare, mi limito qui a segnalare quello che mi sembra più pronto (e più bravo) di tutti: il difensore mancino Destiny Udogie, classe 2002, già splendido protagonista con l’Italia al recente Mondiale Under 17 che l’ha visto imporsi negli insoliti panni del centrocampista interno di sinistra, lui che tra i piccoli gialloblu viene impiegato principalmente da terzino sinistro. Chissà quanto potrà migliorare, e con lui il capitano della Primavera Lucas Felippe, il bomber Adama Sanè (media di un gol a partita in campionato!), il trequartista Jocic ex Stella Rossa, la freccia offensiva Amayah o il centrocampista Mattia Turra, sotto la guida sapiente dell’allenatore croato.

LA SOCIETA’ 8

In tutto ciò, merita un plauso anche la società il cui voto è un 8 pieno per quanto fatto nel corso della stagione, con il capolavoro (vero) di affidare la panchina a un tecnico come Juric sul quale c’erano molti più dubbi che sensazioni positive a inizio campionato. E’ stato un bel rischio, c’è da dire, specie alla luce di quanto bene aveva fatto il suo predecessore Aglietti, capace di raccogliere i cocci di una squadra in bilico tra la catastrofe e il filo tenue dei playoff presi per i capelli. Hanno visto bene però il presidente MAURIZIO SETTI e il direttore sportivo TONY D’AMICO, risoluti nel voltare pagina contro il parere di tutti, e concedendo al neo allenatore il giusto spazio anche in fase di mercato, laddove investendo poco o niente si è riusciti insieme ad allestire una squadra che stava veleggiando ben oltre l’obiettivo dichiarato della salvezza, il massimo veramente su cui in estate era lecito e realistico puntare, facendo tra l’altro un volo pindarico. In tanti, bisogna ammetterlo, non solo gli addetti ai lavori e i media, davano l’Hellas Verona per spacciato: anche fra i tifosi serpeggiava ben poco ottimismo, per usare un eufemismo.

GRAZIE DAVVERO RAGAZZI per averci regalato una stagione simile e per averci fatto tornare la voglia di seguirvi con passione… che poi, l’apporto dei tanti tifosi allo stadio non è mai mancato ma è indubbio che il clima negli ultimi tempi non fosse dei migliori a causa dei recenti campionati in cui di gioie se ne sono provate pochine.

Ora guardando il Verona finalmente ci si diverte, ci si emoziona, si può legittimamente tornare a sognare, sai che i tuoi giocatori daranno il massimo in ogni partita per ottenere il risultato e che se la giocheranno a testa alta con tutti, pur presentando delle lacune sul piano tecnico (compensate però da tanto altro!)

Dovrebbe essere sempre così ma sappiamo bene che anche nel calcio ci sono gli alti e i bassi, e quindi teniamoci stretti il ricordo di questo campionato, con la consapevolezza che forse non rimarrà un fuoco di paglia e che si saranno finalmente poggiate delle basi più solide per il futuro.

Comunque vada, mi sembrava doveroso lasciare una testimonianza da tifoso (e da giornalista) e nel mio piccolo sigillare con un articolo riepilogativo il bellissimo cammino fatto sin qui dal VERONA in questa singolare stagione 2019/2020, i cui destini sono ancora appesi a un filo.

Magari il torneo italiano più importante rimarrà a metà, magari sarà deciso a tavolino (orrore!), forse verrà completato a porte chiuse a tanti mesi di distanza dal doveroso stop, forse (e qui sono amaramente ironico!) vedremo i calciatori giocare con le mascherine ed evitare i contatti ma niente sarà più come prima.

Sono assolutamente convinto che la salute venga prima di tutto, e quindi mi pare giusto, sacrosanto, fermare il mondo del pallone finchè il peggio non sarà veramente alle spalle e limitarsi ad immaginare come sarebbero andate le cose, se il tutto si fosse potuto svolgere regolarmente.

 

Intervista a Giuseppe Nicolao, grande talento uscito dalla Primavera del Napoli che quest’anno si sta rilanciando – “E’ giunto il momento di recuperare il tempo perduto”

Giuseppe Nicolao, classe 1994, attualmente è uno dei punti di forza dell’Olympia Agnonese, società molisana rivelazione del girone F della serie D. Di recente ha ottenuto due importanti riconoscimenti individuali, essendo stato votato come migliore giocatore del girone F e risultato il vincitore della “Scarpa d’Argento Molise”. Come tutto il mondo del calcio (e non solo) si è dovuto fermare sul più bello per cause di forza maggiore, legate all’espandersi tremendo del coronavirus, proprio quando stava recuperando finalmente il terreno perduto, lui che era considerato giustamente dagli addetti ai lavori uno dei calciatori più promettenti dell’annata 1994.

Ciao Giuseppe, come stai? E’ un piacere chiacchierare con te, da appassionato di calcio giovanile ho un ricordo vivido di te e delle tue qualità e ti ho sempre seguito negli anni. Dove ti trovi in questo momento così delicato per tutti noi?

Ciao Gianni, il piacere è mio. Sono a Nocera perché dopo l’ultima partita giocata ero tornato qui, poi dovevo rientrare il martedì successivo ad Agnone per allenarmi, solo che proprio lunedì era uscito il decreto per cui non ci si poteva spostare fuori Regione. Per di più erano stati annullati gli allenamenti, quindi nella sfortuna diciamo che mi ritengo fortunato perché almeno qui ho i miei famigliari vicini, sono a casa mia e c’è anche la mia fidanzata (la sorella del suo ex compagno nelle giovanili del Napoli, l’ungherese Novothny)

Da quest’anno tu sei in Molise, nell’Olympia Agnonese. Come sta andando questa nuova esperienza? I risultati mi sembrano sorprendentemente positivi!

Abito in Molise con la mia fidanzata da quando sono venuto a giocare qui. L’esperienza è molto positiva, qui sto benissimo sia dal punto di vista sportivo che da quello umano. Quando mi ha chiamato mister Rullo, ho accettato subito, anche perché lui è stato un grande calciatore, oltretutto nel mio ruolo. Quindi, chi meglio di lui mi può aiutare a crescere ancora? Qui ho trovato una grande società a livello umano, il Presidente e il Direttore sono persone per bene, squisite, non ci fanno mancare nulla. Anche le persone allo stadio fanno la loro parte: qui siamo tutti una famiglia. Agnone è un piccolo paese, trovi soddisfazione perché ti conoscono tutti, ti incitano e alla fine ti affezioni alle persone che ti sono vicine.

Rullo è un allenatore molto giovane, del 1984, e ha giocato fino all’anno scorso. Come lo hai trovato in questo nuovo incarico? Cosa ti sta dando a livello calcistico in questa stagione?

Sì, lui è alla prima esperienza da allenatore ma sta facendo bene, è un grande allenatore e ha uno staff molto preparato, insieme curano ogni minimo particolare. Poi sa entrare nella testa dei suoi giocatori, ti aiuta tanto caratterialmente ma soprattutto è un grande uomo fuori dal campo. Da giocatore poi ha giocato a lungo in serie A, ha una grandissima esperienza che ci trasmette nel migliore dei modi.

Allenato da Zeman fra l’altro in una stagione storica per il Lecce, una squadra che diede spettacolo conseguendo il secondo miglior attacco del campionato, dietro solo ai Campioni d’Italia della Juventus. Quindi direi che dietro ha una buona scuola.

E’ stato allenato da Zeman, Mazzarri e altri allenatori importanti, ha avuto una grande carriera”

Come accennato nell’introduzione, l’Olympia sta disputando un’ottima stagione. Tralasciando squadre come Matelica e Campobasso, in lotta per la promozione, voi siete lì a ridosso dei playoff a giocarsela con la Vastese. Era preventivata la cosa? Quali obiettivi avevate a inizio stagione?

Noi siamo partiti per la salvezza, non immaginavamo certo un campionato a ridosso dell’alta classifica. Diciamo che le squadre che hai citato hanno speso 10 volte tanto rispetto a noi, possiedono un budget diverso, hanno giocatori che guadagnano tantissimo. Noi siamo una squadra di giocatori umili, con alcuni che dovevano ripartire dopo annate magari un po’ sfortunate, chi per infortuni, chi si è trovato in situazioni dove si è retrocessi e siamo ripartiti tutti insieme: infatti la nostra forza è il gruppo. Stiamo facendo un campionato incredibile!

Una posizione in classifica che non è frutto del caso, visto che c’è tanta continuità di prestazione e di risultati, quindi direi che vi trovate lì con pieno merito. Qual è il vostro segreto?

I risultati sono il frutto della prestazione, il nostro mister ama proporre un calcio bello propositivo, offensivo, si entra in campo senza temere mai l’avversario. Sai, solo all’inizio eravamo partiti un po’ al rallentatore, le persone ad Agnone si stavano preoccupando, però quando c’è un allenatore nuovo è normale che ci voglia del tempo, anche per amalgamare il gruppo, per far passare dei concetti diversi, delle nuove tattiche di gioco. Per assemblare il tutto ci voleva un po’ di pazienza e il tempo sta dando ragione al mister, siamo contentissimi di quello che stiamo facendo.

Tu sei sempre stato, sin dalle giovanili, un terzino sinistro di quelli che spingono tanto sulla fascia. Per uno delle tue caratteristiche, con un calcio offensivo ci vai a nozze, vero?

Sì, a me piace molto attaccare, in ogni azione cerco di portare avanti l’uomo, di facilitare il compito del mio compagno con le sovrapposizioni sulla fascia. Cerco di dargli delle soluzioni diverse, poi sta a lui decidere se passarmi di nuovo la palla o tirare ma io cerco sempre di farmi trovare pronto.

Giuseppe Nicolao con la maglia dell’Olympia Agnonese

Tu sei nato terzino o da piccolo eri il classico attaccante che segnavi caterve di gol e poi sei stato arretrato successivamente?

No, io ero un attaccante di fascia fino a quando sono andato a Napoli a fare il provino a 13 anni. Un giorno l’allenatore Nicola Liguori durante gli allenamenti mi ha cambiato di ruolo, arretrando la mia posizione e da quel momento in poi ho sempre fatto il terzino. E’ grazie a lui quindi se sono diventato un terzino sinistro, mi ha insegnato tante cose così come successivamente Sormani e Saurini, che sono tecnici molto preparati.

E questo mi sembra proprio il tuo ruolo ideale, magari da giovane chi ha più qualità spicca da attaccante ma poi una volta arrivati in un vivaio importante, un allenatore ha la capacità di inquadrare le caratteristiche di ogni singolo giocatore per farlo esprimere al meglio. E direi che è stata la tua fortuna perché come terzino sei arrivato in Nazionale giovanile, hai fatto spesso  la differenza fra i tuoi coetanei e adesso addirittura arrivano questi riconoscimenti come miglior giocatore del girone f e la “Scarpa d’Argento del Molise”. Ti aspettavi questi riscontri tu che poi sei anche un “forestiero”? (Permettimi la battuta)

È stata indubbiamente una bellissima soddisfazione, ringrazio tutti quelli che mi hanno apprezzato e votato. Ho una bella esperienza alle spalle con la Primavera del Napoli, lì mi sono messo in luce e ho fatto tutte le Nazionali giovanili, ho giocato con gente come Murru, Rugani, Romagnoli, sono state belle emozioni, le mie soddisfazioni me le avevo prese anche allora.

Ricordo quelle annate e direi che ci stavi alla grande in mezzo a futuri calciatori di serie A. Ripercorrendo la tua carriera mi viene da pensare che avresti potuto legittimamente ambire a giocare ad alti livelli. Ti va di aprire l’album di ricordi?

Certo! Durante l’esperienza con il Napoli, nella finale di Coppa Italia Primavera nel 2013 perdemmo solo ai supplementari contro la Juventus ma disputai una buona gara. L’allenatore dei bianconeri era Barone che mi notò e mi portò l’anno successivo a Lanciano in serie B. Nella mia carriera a un certo punto sono stato perseguitato dalla sfortuna, mi sono rotto crociato, collaterale e quindi sono dovuto ripartire dalla serie D.

Una classica azione di Nicolao sulla fascia sinistra ai tempi della Primavera del Napoli

Vederti in D, categoria dignitosissima e con società che spesso non hanno nulla da invidiare a quelle professionistiche, mi dispiace molto, conoscendo le tue qualità. So che di storie come la tua ce ne sono purtroppo tante, penso anche al difensore Allegra, ex Napoli che hai ritrovato quest’anno ad Agnone, però davvero tu meriteresti di più e sinceramente visto che hai solo 26 anni, credo avrai modo di salire di categoria. Voglio dire, questi riconoscimenti non sono certo casuali, ci credi ancora?

Lo spero, io continuo a credere nelle mie qualità e questi premi sono per me una bellissima soddisfazione, per tutto quello che ho fatto, ma non solo in campo, perché quello è sotto gli occhi di tutti. Quello che magari non è sotto gli occhi di tutti sono i sacrifici che ho fatto. Io ci metto l’anima in quello che faccio, vado a dormire col pensiero della partita, sono un professionista e sto attento a tutti i particolari. Queste riconoscimenti mi gratificano e mi danno ulteriore spinta per continuare a migliorarmi. Il calcio è la mia passiona, la mia vita!

Beh, direi che non solo gli sforzi ti stanno finalmente premiando ma che pure l’altro aspetto, quello umano, ti viene riconosciuto. Infatti, anche durante l’esperienza sfortunata dello scorso anno, culminata con la retrocessione del Rotonda, tu eri stato benvoluto e ne sei divenuto il capitano. Quando hai subìto il tuo primo infortunio serio? Fu a Melfi dopo le prime esperienze fra i grandi?

Proprio così. Come detto, la mia prima esperienza è stata in serie B, poi sono andato a gennaio a Viareggio in serie C per accumulare esperienza e lì le ho giocate tutte, sotto la guida di mister Lucarelli. L’anno successivo sempre in C sono andato in una grande squadra, l’Alessandria, era in pratica come una serie B. Purtroppo ho avuto problemi al tendine d’Achille e sono stato fermo un bel po’, fino ad arrivare all’anno dopo ancora, quando mi trasferii a Melfi. Feci le prime dieci partite molto bene poi in casa del Messina mi sono rotto il ginocchio ed è iniziato purtroppo il mio calvario. C’ho messo un bel po’ di tempo a recuperare, ho interrotto la mia corsa nel calcio dei professionisti, non sono stati momenti facili.

Mi interessa capire come hai vissuto quei momenti a livello psicologico soprattutto: eri lanciato, stavi facendo la tua gavetta (come capita a quasi tutti), eri giovane e ti capita questo lungo stop per un brutto infortunio. Sei dunque dovuto ripartire dalla serie D ma, a parte ciò, hai mai avuto paura di non poter tornare a esprimerti ai tuoi livelli?

Dopo l’infortunio ho sofferto tantissimo, specie all’inizio della riabilitazione avevo paura, andavo a dormire col pensiero che non sarei più tornato quello di prima. Non fu solo l’infortunio quindi a preoccuparmi, fu difficile a livello fisico ma anche mentale, ho avuto bisogno di tempo per assorbire il trauma. Ricorderò per sempre il giorno in cui mi sono liberato dalla paura di non farcela più… ero ritornato quello di prima, me ne accorgevo giorno dopo giorno, da come sterzavo la gamba, da come appoggiavo il piede senza più sentire dolore. Fu una sensazione bellissima! Quindi posso ben dire che questi infortuni si superano, io ci sono riuscito soprattutto grazie all’amore della mia famiglia e della mia fidanzata che mi sono sempre state vicino. A loro devo tutto e spero di avere altre grandi soddisfazioni, perché le voglio condividere tutte con loro.

Io te lo auguro e penso sinceramente che otterrai ancora dei risultati, tutti stanno notando la tua ottima annata e il tempo è dalla tua parte. D’altronde ho visto tanti calciatori promettentissimi, che hanno disputato Mondiali Under 17 e Under 20 che purtroppo per svariati motivi non hanno fatto carriera. Le ragioni sono molteplici: infortuni, divergenze con gli allenatori, la poca pazienza che magari porta uno a scendere di categoria per giocare e poi finisce ingabbiato lì, altri che si ritrovano in società che poi sono fallite. Ogni esperienza è diversa e tu in fondo ad Agnone stai andando bene, chissà che non sia questa la stagione della nuova svolta. Hai mai pensato di arrenderti in questi anni?

No, non mi sono mai arreso! Momenti di scoramento ne ho avuti, è umano ma sta a me non mollare mai, fare sempre quello che facevo prima, come quando stavo nella Primavera del Napoli e ci credevo, ora devo crederci ancora più di prima, nonostante nel calcio come dici giustamente tu, si vada incontro a tante incognite, come nella vita del resto. Secondo me prima viene sempre l’uomo, i calciatori passano e quello che resta quando smetti di giocare è la tua persona. Io in ogni posto in cui sono stato, ci sono persone che si ricordano di me con affetto, con cui ancora ci si sente. Ho amici ad Alessandria come a Melfi per dire, per amici intendo anche persone del paese, non soltanto calciatori, a me piace stringere amicizia anche con i vicini di casa.

Io sono del nord ma sono sposato con una pugliese, quindi conosco bene il calore che contraddistingue la gente meridionale. Tu hai giocato quasi esclusivamente al sud e volevo chiederti: come ti sei trovato ad esempio ad Alessandria?

Mi sono trovato molto bene, si tratta di una grande piazza, con tanti tifosi che ti fanno sentire importante, dove ci sono le pressioni giuste che ci devono essere in una società ambiziosa come l’Alessandria. Ricordo tutto con affetto: i tifosi, il calore dello stadio. Quell’anno fu combattuto, salì il Novara e poi dopo i play off il Como. Il Presidente è uno che investe tantissimo nel calcio e gli auguro di cuore che salgano in cadetteria, se lo meritano davvero.

In serie C ogni anno ci sono degli squadroni, quella volta fu il Novara, oggi c’è il Monza a imperversare…

Infatti ma anche il Presidente dell’Alessandria sta facendo tanti sacrifici, sono anni che ci provano e mi auguro come detto prima che saranno ripagati, anche lì ho lasciato degli amici.

Tornando alla tua esperienza sul campo, che differenze hai trovato saltando dalle giovanili al professionismo, il passare dall’essere uno dei giovani più promettenti a livello nazionale a giocarsi il posto in serie B a Lanciano. Ti sei scontrato con delle difficoltà?

Guarda Gianni, quando sei in Primavera pensi a tante cose, ti immagini il tuo futuro in una certa maniera e poi ti rendi conto che la realtà dei fatti non sempre è facile, soprattutto in B o in C. Se arrivi poi a giocare in Nazionale, fra i migliori giovani della tua generazione, credi di potertela giocare in serie A e sogni grandi traguardi, credo sia normale a quell’età. E’ logico che poi ti trovi in difficoltà perché mettiamo vai in concorrenza con un giocatore esperto di categoria di 29/30 anni e tu hai bisogno di tempo per integrarti. Ci sono allenatori che poi non guardano più se tu hai fatto l’Europeo Under 19 ecc, poi ci sono allenatori che credono nei giovani, altri invece proprio no. Secondo me ogni ragazzo si deve trovare nel posto giusto al momento giusto, quello che penso è che uno deve dimostrarsi forte, umile e lavorare. Ovviamente ci sono casi di quelli che esplodono subito in A ma si tratta di campioni o di circostanze particolari.

Tu prima hai citato Murru, un tuo pari ruolo: lui gioca in serie A con continuità e all’epoca non c’era tutta questa differenza tra te e lui a livello tecnico. Eravate entrambi appunto dei nazionali a livello giovanile. Hai qualche aneddoto al riguardo, qualche ricordo da condividere?

Conservo tanti ricordi. Io ho fatto l’Europeo con lui, a volte giocavo io, altre volte lui, ci alternavamo in campo proprio perché eravamo allo stesso livello. Ricordo benissimo tutto, quell’anno stavamo facendo le qualificazioni, i convocati all’Europeo nel mio ruolo erano Murru e Dell’Orco, io all’epoca giocavo ancora in Primavera. Finisce il campionato della Primavera, io ero a casa e guardavo in televisione la partita di serie A tra Fiorentina e Cagliari, da una parte Cuadrado dall’altra Murru. Voglio dire: lui giocava già in serie A mentre io non avevo ancora esordito da professionista.  A un certo punto Murru si fa male, la sera stessa arriva una chiamata a casa mia, risponde mio padre e gli dicono: “tenga pronto Giuseppe perché deve fare lo stage con la Nazionale”. La Nazionale infatti prima di partire per la Russia stava 15 giorni a Coverciano per un mini ritiro. Quando lo recuperano dall’infortunio, dovevano essere nelle previsioni lui e Dell’Orco (che attualmente milita anch’egli in A, nel Lecce) i convocati per l’Europeo. Io ero stato convocato solo per un’eventuale sostituzione, pensavo, ero andato lì per allenarmi bene, non avevo pressioni proprio perché sapevo che c’erano loro due nella lista prima di me. Poi invece è andata a finire che hanno convocato me e Murru. Nella prima giornata del girone di qualificazione del turno Elite, Murru era squalificato, giocammo contro l’Ucraina e fui schierato io titolare. Feci una buona partita, tanto che ricevetti i complimenti da Sacchi e da Evani, per me fu un’enorme soddisfazione. Da lì a pochi mesi Murru è stato lanciato titolare a Cagliari, io sono andato a Lanciano in B, ognuno insomma ha un proprio percorso.

Con la prestigiosa maglia dell’Italia Under 19

Sono considerazioni che mi faccio spesso quando vado a confrontare le varie carriere dei calciatori, non per farne una questione di merito, ma per provare a capire come mai ragazzi dello stesso livello tecnico si trovino poi a muoversi in traiettorie diverse. Dopo tanto tempo non mi so dare delle risposte sul perché c’è chi sfonda e chi deve invece farsi la gavetta. A te è capitato di porti questa domanda?

Mah Gianni, ho smesso di farmi questa domanda, penso a lavorare giorno per giorno per recuperare il tempo perduto. Come dicevo, ognuno fa la propria strada e deve dimostrare poi sul campo il suo valore. Si vede che doveva andare così, lo dico sinceramente: sono contentissimo per lui come per Dell’Orco, stanno dimostrando anno dopo anno di essere dei grandi calciatori, meritano di giocare in serie A.

Quest’anno all’Olympia hai ritrovato il tuo ex compagno delle giovanili del Napoli Emanuele Allegra, salernitano come te ma nativo di Scafati. Siete grandi amici, anche lui ha giocato in serie C, e adesso in D fate la differenza come ai vecchi tempi. Della vostra squadra nella Primavera azzurra mi ricordo bene anche Celiento che adesso gioca a Catanzaro, poi spiccavano Novothny e ovviamente Roberto Insigne, quest’anno protagonista nel super Benevento di Filippo Inzaghi. Eravate una bella squadra, chi dei tuoi compagni pensavi che avrebbe fatto una carriera importante da serie A, a parte le aspettative che avevi su te stesso?

Hai citato tutti giocatori molto forti ma ce n’erano anche altri, eravamo un gruppo di grande valore. Qualitativamente Roberto Insigne mi piaceva tanto, aveva grandi numeri…

Lui sentiva in qualche modo il peso di essere il fratello di un campione come Lorenzo, o magari lo faceva pesare all’interno del gruppo?

No, assolutamente no, era un tipo tranquillo, figurati. E non si sentiva nemmeno sulle spalle il peso del suo cognome, era già all’epoca un giocatore di forte personalità. Riguardo mio cognato Novothny, beh, lui sta facendo la sua onesta carriera, ha giocato in Corea, ora è tornato in Ungheria, fa qualcosa come 20 gol all’anno. Non lo dico perché per me è come per un fratello ma lui sì che aveva dei mezzi incredibili e avrebbe potuto giocare ad altissimi livelli. Aveva e ha tante qualità.

Tornando all’attualità, nella vostra squadra cosa ti senti di dire ai tuoi compagni più giovani, ragazzi magari del 2000? Come ti poni con loro, sei prodigo di consigli nei loro confronti?

Ci sono dei giovani che hanno qualità, soprattutto che hanno voglia di imparare e io mi metto a disposizione a livello umano, provo a dare loro dei consigli, li incito ma allo stesso tempo dico loro di tenere i piedi per terra. Ricordo loro delle regole semplici ma importanti da rispettare fuori dal campo, come mangiare bene, fare una vita sana, rispettarsi nel fisico insomma. Sul campo invece cerco di dare l’esempio col lavoro, allenandomi a mille, solo così posso aiutare i giovani. Se uno parla tanto e poi in campo non si impegna che esempio può dare? I giovani poi devono essere un po’ coccolati e un po’ bastonati, se si vuole crescere senza montarsi la testa.

Mi hai citato prima l’allenatore Baroni che ti volle con sé nella tua prima esperienza fra i professionisti. C’è qualche altro allenatore che vorresti ricordare, qualcuno che ti ha dato tanto in campo e fuori?

Tutti gli allenatori mi hanno lasciato qualcosa di positivo, ho avuto un rapporto più stretto con Cristiano Lucarelli, ora allenatore del Catania, quando giocavo a Viareggio e poi sento di nominare ancora una volta Erminio Rullo, se quest’anno mi sono rilanciato il merito è suo e quindi gliene sarò sempre grato.

Nella tua carriera hai fatto anche un paio di volte il ritiro con l’equipe di calciatori in attesa di contratto. Non ti sei fatto mancare proprio nulla insomma… mi pare che anche lì poi molti giocatori trovino squadra, la tua che esperienza è stata in tal senso?

Sono stato due volte in ritiro con l’Equipe Campania e devo dirti che è una realtà organizzatissima, dove c’è molta cura e attenzione per tutti, dove vieni messo nelle condizioni migliori di allenarti. Il responsabile organizzatore Antonio Trovato è una persona squisita che fa tutto nell’interesse di noi calciatori. E’ un po’ la nostra salvezza, una persona buona, mi è stato vicino nel momento per me più difficile, quando non trovavo squadra. E poi ovviamente mi ha aiutato dal punto di vista atletico e fisico: se io sono andato poi a giocare a ottobre in buone condizioni lo devo a lui e al suo ottimo staff. Tutti allenatori che sono stati in serie C, in pratica è come fosse un ritiro di una squadra di serie C, tutto come detto ben fatto, al punto che venivano organizzate amichevoli importanti, ne ricordo una bellissima contro l’Avellino, per noi quelle partite erano una manna dal cielo.

Un inarrestabile Nicolao supera in dribbling Rugani della Juventus

Tu al termine di quei ritiri con l’Equipe Campania hai trovato squadra prima ad Aversa e poi lo scorso anno a Rotonda in provincia di Potenza, quindi direi che sei ancora una volta l’esempio che non ci si deve dare mai per vinti. Giunti al termine di questa nostra lunga chiacchierata, mi dici Giuseppe quali sono le tue aspettative e i tuoi sogni?

Adesso mi godo le soddisfazioni per questi premi e per il campionato che sto facendo con la mia squadra. Le soddisfazioni sono anche per la stima che mi stanno dimostrando molte persone. Vivo giorno per giorno Gianni. Certo, il mio obiettivo è di ritornare fra i professionisti in serie C, un passo per volta, ma voglio impegnarmi per riprendere il tempo che ho perso anche per colpa di tanta sfortuna. Ce la sto mettendo tutta e i risultati arriveranno.

E’ bello sentirti così positivo e appassionato!

Lo sono perché il calcio è la mia vita, e anche quando temevo di non farcela nei giorni più bui dopo l’infortunio non ho mai pensato a una vita senza il calcio, anche quando ero abbattuto poi mi passava perché per fortuna avevo vicino la mia fidanzata e la mia famiglia. Ho sempre avuto voglia di ricominciare e di dimostrare di poter tornare a buoni livelli non tanto per le poche persone che non hanno creduto in me ma per dare delle soddisfazioni e delle gioie alle persone che mi vogliono bene e che ci sono sempre state.

Questa è una cosa che ti fa onore: il voler anteporre alla sete di rivincita, la voglia di dare il meglio per ringraziare le persone che ti sono state sempre vicine.

Sì, per me i rapporti umani sono la cosa più importante, come più volte ho detto in questa intervista. Prima hai citato Allegra. Io e lui abbiamo fatto tante battaglie assieme e quest’anno dopo tanto ci siamo ritrovati come compagni di squadra. Ha avuto anche lui un percorso un po’ accidentato, ha fatto la serie C e poi è dovuto ripartire come me dai dilettanti.

Voi due eravate dei fiori all’occhiello della Primavera del Napoli, delle autentiche frecce sulle fasce. Ricordo che vi aveva segnalato anche il giornalista Paolo Ghisoni, grande esperto conoscitore del calcio giovanile, nella sua imperdibile guida La Giovane Italia, avevate 16/17 anni, io vi ho sempre accomunati. Come è stato dividere nuovamente il rettangolo verde con lui che è un tuo vecchio amico?

Anche lui come me è stato vittima di infortuni, è stato sfortunato in questo senso, ma adesso si è ripreso e sta andando molto bene. Gli auguro che possa togliersi tante soddisfazioni perché è un ragazzo d’oro. E’ stato molto bello e particolare ritrovarci compagni di squadra dopo tanti anni qui ad Agnone. Chiaro, magari sai pensavamo che l’avremmo fatto in altre circostanze, ma siamo in una società bellissima, in una piazza che da’ ai giovani la possibilità di emergere e ad altri di rilanciarsi come è successo a noi quest’anno.

Intanto state facendo gioire un’intera tifoseria, che sogna con voi i playoff. Vi auguro di proseguire così. Ti manca il calcio? Quando pensi che si potrà tornare a giocare spensierati?

Non lo so Gianni onestamente, è tutto così sospeso. Ovvio mi manca il calcio, la mia quotidianità al campo di gioco, i miei compagni, ma mai come in questo momento la salute viene prima di tutto. Non appena ci saranno le migliori condizioni ritorneremo a giocare e vogliamo riprendere il nostro bel cammino. Ma la cosa più importante è assolutamente la salute di tutti noi”

Parole sante Giuseppe! In bocca al lupo allora per i tuoi obiettivi, sperando con tutto il cuore che ci possiamo lasciare questo periodo difficile alle spalle e tornare a sorridere.

Grazie delle tue parole e del tuo sostegno. E’ stato un piacere Gianni, alle prossime!

(Le foto sono state gentilmente concesse dallo stesso Giuseppe Nicolao)

Amarcord Italia Under 17 ai Mondiali di calcio: quando a giocare erano i giovani Del Piero, Totti e Buffon

Alla vigilia del Mondiale di calcio Under 17 che avrà il via stasera con le partite del Gruppo A, dove è inserito il Brasile padrone di casa, e che vedrà impegnata a distanza di 6 anni dall’ultima partecipazione anche i nostri giovani azzurri, mi sembrava doveroso ripercorrere con voi lettori un po’ di storia della nostra Nazionale in questa prestigiosa manifestazione.

Un’ Italia che a livello di Under 17, ai Mondiali, non ha mai particolarmente brillato in passato, anzi… rispetto alle corrispettive compagini azzurre impegnate nel Mondiale Under 20, capaci di giungere in semifinali nelle ultime due edizioni, il bottino è davvero gramo.

Eppure hanno calcato questi iridati prati verdi giocatori poi divenuti autentici campioni: il primo pensiero va ai futuri Campioni del Mondo Del Piero, Buffon e Totti.

Il primo era la stellina azzurra nell’edizione giocata in casa nel 1991, finita in modo assai deludente, con una precoce eliminazione nella fase a gironi. Proprio oggi ho visto dal sito di Sky Sport uno spot in cui si può vedere l’unico sigillo di Alex in quella competizione.

Nel filmato si può riconoscere in area vicino a lui il numero 9, un certo Eddy Baggio, fratellino del Divino Roby, che meno fortuna (e molto meno talento, giusto dirlo) certamente ebbe sia rispetto a lui, che allo stesso ex compagno di nazionale giovanile Del Piero.

In quella rosa militavano altri giocatori che comunque si tolsero delle soddisfazioni tra i professionisti, con molte presenze in serie A, come i difensori Sartor (all’epoca tra i più precoci e costosi talenti del calcio nostrano) e Mirko Conte, o il portiere Sereni e i difensori Birindelli e Moro, anche se questi ultimi tre, a onor del vero, non giocarono titolari in quel Mondiale, lasciando il posto rispettivamente a Mainardis, a Rinaldi e a Tortorelli, che ebbero meno successo in carriera.

In mezzo al campo promettevano moltissimo il romanista Caputi, il torinista Della Morte (che indossava la 10, laddove il non ancora Pinturicchio aveva la 7, poi riproposta al Mondiale vinto in Germania, e presa proprio in ricordo di quella primissima importante competizione della sua lunghissima carriera), il viola Chiummiello e il bolognese Lorusso.

Mentre Caputi e Della Morte non esplosero in serie A ma fecero una soddisfacente carriera tra seconda e terza serie, Chiummiello “misteriosamente” non calcò praticamente mai i campi professionistici, nonostante indubbie doti tecniche. Del pugliese Graziano Lorusso, talentuosissimo regista del Bologna, ebbi invece modo di scrivere anni fa in un articolo sul Guerin Sportivo dedicato a quei giocatori che avevano abbandonato anzitempo il rettangolo verde per dedicarsi a tutt’altro nella propria vita. E nel caso di Lorusso, la scelta fu tanto radicale quanto autentica, essendo diventato sacerdote dopo un lungo e sospirato percorso.

A centrocampo giostrava l’atalantino Poloni, un talento cristallino, che debutterà a 18 anni in serie A per abbandonarla però subito, mentre il capitano di quella compagine era il fiorentino Giraldi. Quest’ultimo era vero elemento di spicco della selezione azzurra in quel Mondiale, dove fungeva da libero. Avrebbe potuto ripercorrere forse le orme dei grandi del ruolo ma il calcio stava cambiando a livello tattico e fu presto impostato diversamente in campo, valorizzando altre sue qualità. Già l’anno successivo (nel 1992) fu protagonista nella Fiorentina che vinse un fantastico Torneo di Viareggio, giocando davvero a tutto campo, svariando da una fascia all’altra e quasi sempre in proiezione offensiva. Il nome di Giraldi finirà per campeggiare soprattutto nelle serie minori, e pur non essendo riuscito a sfondare in serie A, alla fine l’ex viola riuscirà a mettere insieme molte presenze da professionista. Completano il quadro di quella spedizione azzurra altri giocatori di cui si persero presto le tracce al momento di approcciarsi al calcio che conta, penso all’eclettico Sala (solo omonimo del coetaneo difensore che vinse uno scudetto col Milan di Zaccheroni) e al forte attaccante Cerminara. Il primo, se non altro, dopo un fugace esordio in A con la Sampdoria, si è ritagliato un ruolo di assoluto protagonista nelle serie minori professionistiche, giocando a lungo e divenendo un autentico veterano della serie C.

Anche il Mondiale di Buffon e Totti non andò benissimo, gli azzurrini pur in possesso di qualità tecniche, fecero poca strada. Accanto a loro figuravano futuri giocatori professionisti che in qualche modo brillarono, magari per poche stagioni, e promesse mancate: penso ad esempio al laterale Vigiani, i difensori Giubilato – che lo stesso Totti ricorda più volte nella sua autobiografia – e Francesco Coco, i due attaccanti milanisti Augliera e De Francesco e l’esterno mancino Dossi, stella del Brescia (che in Nazionale spesso e volentieri indossava la 10).

Per fortuna su You Tube si trovano diversi filmati, seppur brevi, delle prime apparizioni di Totti in quel Mondiale, e relativi bellissimi gol. Quando il talento è così debordante, viene fuori quasi con prepotenza. Eppure, scorrendo i nomi delle varie edizioni, compreso quelli già elencati delle edizioni del 1991 e del 1993, si può ben constatare come invece ben pochi riescano a esplodere ad alti livelli, esprimendo appieno le loro grandi potenzialità.

Non sempre i migliori diciassettenni di un periodo, di una determinata epoca, quelli chiamati a rappresentare le nazioni partecipanti alla competizione mondiale, diventeranno poi dei campioni. Chi a causa di infortuni, chi per scelte sbagliate, chi semplicemente perchè non in grado di mantenere le promesse, insomma, per i più svariati motivi, sono di gran lunga di più i giocatori che non arrivano a vestire da protagonisti la maglia Azzurra dei grandi (e la cosa ovviamente vale anche per le altre nazionali).

In fondo già che i citati Del Piero, Totti e Buffon siano giunti ad alzare al cielo la Coppa del Mondo del 2006 è motivo d’orgoglio: nelle rose dell’Italia partecipanti ad altre edizioni più recenti del Mondiale Under 17, ad esempio, non figura nessun futuro campione.

Tra gli ’88 che presero parte all’edizione del 2005 in pratica il solo De Silvestri, attualmente a Torino ha speso l’intera carriera in serie A dagli esordi con la Lazio, ma altre stelle conclamate di quella Nazionale non hanno mantenuto le attese. Se è vero che Scozzarella e Alfonso sono tutt’ora nella massima serie (rispettivamente al Parma e al Brescia), dopo una lunga carriera nelle serie minori, gente come Russotto e Foti avevano i mezzi per fare molto di più, per essere protagonisti ad altissimi livelli. Il primo ormai da anni milita in serie C, dove è valido “giocatore di categoria”, in possesso ancora di ottimi colpi; il secondo invece da anni ha appeso le scarpe al chiodo, dopo una serie interminabile di infortuni.

Sembravano avviati a una buona carriera, visti i mezzi tecnici a disposizione, anche l’ex romanista Palermo, regista di centrocampo attualmente alla Viterbese e che non ha praticamente mai visto la serie A e il terzino sinistro Brivio, per il quale ancora minorenne si spesero paragoni importanti, quanto inappropriati, ai tempi in cui passò dal vivaio dell’Atalanta a quello della Fiorentina. In rosa figurava da comprimario anche Mancosu, all’epoca talento del Cagliari, e che dopo un lungo peregrinare in serie C, ha trovato a Lecce l’ambiente ideale per mettere in mostra le sue qualità, arrivando a 30 anni suonati a disputare finalmente il campionato di serie A da autentico uomo simbolo dei salentini. Una serie A in cui sta dimostrando di poterci stare benissimo, oltretutto in un ruolo cruciale come quello di trequartista.

Fece decisamente meglio la Nazionale partecipante all’edizione del 2009, quella dei ’92 per intenderci, che dopo aver agevolmente passato la fase a gironi, passò gli ottavi, per perdere infine il confronto diretto ai quarti di finale contro i futuri campioni del Mondo della Svizzera.

Nella nostra squadra i talenti più fulgidi, sui quali veniva da scommettere ad occhi chiusi erano El Shaarawy e Federico Carraro. Del primo si sa tutto, è un gran talento indubbiamente, ma in parte inespresso, mentre il secondo (ex Fiorentina) si è perso purtroppo tra prestiti infruttuosi nelle serie minori (fino a scendere episodicamente fra i dilettanti), prima di riprendere la risalita, almeno da arrivare a giocare in serie C da protagonista come sta facendo negli ultimi due anni tra Imolese e Feralpi Salò.

In porta Perin fu uno dei migliori portieri di quel Mondiale e sta disputando, infortuni a parte, una bella carriera in serie A;  gli altri nomi su cui era lecito aspettarsi di più erano gli attaccanti Iemmello, gran fromboliere al momento solo in B e in C, i centrocampisti Crisetig (che, essendo un ’93 era il piccolino del gruppo) e Fossati (attualmente regista del Monza di Berlusconi) e i difensori Sini e Camilleri, quest’ultimo “scippato” giovanissimo dal Chelsea, prima di rientrare mestamente in Italia e iniziare un vorticoso giro di esperienze nella nostra serie C.

Titolari giocavano anche i figli d’arte Benedetti e De Vitis che, curiosamente, si sono ritrovati compagni di squadra molti anni dopo al Pisa, dove tutt’ora militano in serie B. Come terzino destro, ma utilizzabile talvolta anche davanti alla difesa, c’era Felice Natalino, su cui l’Inter puntava fortissimo dopo averlo prelevato un anno prima dal Crotone. La sua storia ormai è nota, con il giovane costretto a ritirarsi dal calcio giocato ad appena 21 anni per un problema cardiaco, lo stesso costato alla vita al povero Piermario Morosini.

E veniamo così all’ultima nostra partecipazione a questa prestigiosa competizione, datata 2013 e con protagonisti i giocatori del ciclo ’96/’97, e che quindi oggi, superati i 20 anni si trovano nella piena fase di crescita calcistica. In grado di passare più o meno agevolmente il loro girone, i Nostri vennero poi sconfitti senza appello agli ottavi per 2 a 0 contro i futuri finalisti del Messico (a loro volta poi sconfitti dalla Nigeria).

Dicevamo, si tratta di giocatori che adesso viaggiano tra i 22 e i 23 anni, quindi qualcuno dovrebbe già aver consolidato la sua posizione ad alti livelli, avendo finito anche il ciclo dell’Under 21. Invece, non si trattò di un biennio alquanto prolifico, con la maggior parte dei protagonisti ancora inespressi, alla ricerca della stagione di consacrazione o di salire di categoria. A ben vedere i soli Audero, portiere ex Juve in forza alla Sampdoria, e il terzino Calabria, da sempre al Milan, giocano titolari fissi in serie A con ambizioni legittime di far parte del giro Azzurro che conta, altri invece stanno pian piano emergendo o sono in massima serie in cerca di spazio. Tra questi l’arrembante interista Dimarco, l’attaccante del Cagliari Cerri, il fantasista granata Parigini, il gialloblu ex Napoli Tutino e il doriano ex Inter Bonazzoli ma, come detto, la maggior parte di loro sta annaspando (su tutti quello che è stato veramente un enfant prodige del nostro calcio: il portiere Scuffet, che alterna buone cose a disattenzioni incredibili anche allo Spezia in B, dove gioca tutt’ora. Chissà però se altri di quella rosa, come Vido, scuola Milan ora al Perugia, il regista Palmiero, vivaio Napoli ora al Pescara o l’ex romanista Capradossi, centrale difensivo che a Trigoria qualcuno paragonava addirittura ad Aldair, riusciranno a calcare i campi di serie A…

Insomma, a conti fatti, i precedenti dell’Italia al Mondiale Under 17 non sono certo incoraggianti ma nel calcio giovanile non esistono delle gerarchie stabilite e possono nascere dei cicli di giocatori validi a qualsiasi latitudini.

Noi, in ogni caso, abbiamo una storia, una scuola, solide basi e, da qualche anno a questa parte anche dei valori riconosciuti, come testimoniano le recenti finali conseguite agli Europei Under 17 e Under 19. La strada pare tracciata, ma occorre iniziare a fare risultati, sempre tenendo presente che l’obiettivo di ogni squadra giovanile è in primis quella di formare dei bravi professionisti.

 

Al via il Mondiale Under 17 in Brasile: l’Italia, priva del suo maggior talento Esposito, proverà a stupire!

Cresce l’attesa per il Mondiale di calcio Under 17, che quest’anno si svolgerà in Brasile. Tra le concorrenti in lizza per il titolo iridato, c’è anche l’Italia, che dopo anni bui a livello giovanile, sta risalendo la china.

A onor del vero, le soddisfazioni negli ultimi anni sono giunti qualche gradino – ehm… anno – più su, soprattutto a livello Under 20, se pensiamo ai Mondiali, laddove nelle ultime due edizioni consecutive, gli Azzurrini si sono issati fino alle semifinali, non senza qualche rimpianto, specie quest’anno col gol annullato a Scamacca contro l’Ecuador che molti destini avrebbe potuto cambiare.

Se allarghiamo però il discorso a contesti europei, allora benissimo, non bene, hanno fatto i nostri giovani calciatori, sia a livello Under 19 che Under 17, proprio la categoria che si appresta a misurarsi fra pochi giorni al Mondiale.

Nelle ultime due edizioni degli Europei Under 17, infatti, i Nostri per ben due volte sono giunti in Finale, perdendo in entrambi i casi contro i pari età olandesi (non a caso gli oranje sono tra i favoriti d’obbligo alla vigilia di questo Mondiale).

Il c.t. azzurro Carmine Nunziata

 

Se i classe 2001, per ovvie ragioni anagrafiche, non potranno rappresentarci in Brasile, la schiera dei “terribili” 2002 invece sarà presente, al solito compatta, ai nastri di partenza ancora una volta agli ordini del valido condottiero Carmine Nunziata. La nostra gara inaugurale, lunedì 28 alle ore 21 contro le Isole Salomone, è da vincere senza se e senza ma (completano il nostro gruppo F le ben più attrezzate Messico e Paraguay) ci

E’ di pochi mesi fa la (bruciante) sconfitta agli Europei Under 17 dopo una bellissima cavalcata: ora quegli stessi giocatori ci riprovano ma il contesto sarà più impegnativo ovviamente, per la presenza anche dei padroni di casa brasiliani, dell’Argentina, ma anche degli U.S.A. (sempre più validi a questi livelli) e del Giappone. Da non sottovalutare tra l’altro proprio quel Messico che ci ritroviamo a fronteggiare appunto sin dalla prima fase a gironi.

Quali scenari realisticamente potremmo sognare per l’Italia? Dicevo prima che i ragazzi sono gli stessi ma sarebbe stato meglio aggiungere un “suppergiù”, perchè di fatto mancherà la nostra conclamata stella, quel Sebastiano Esposito che ormai l’allenatore Antonio Conte ha lanciato in orbita tra i professionisti con l’Inter, ottenendo fra l’altro da subito dei risultati lusinghieri. Non possiamo che esserne felici, in quanto si tratta di un predestinato e per una volta è bello, e in questo caso giusto (più che azzardato) fargli bruciare le tappe.

Certo, la Nazionale ne risentirà, perchè l’interista era di fatto l’uomo simbolo del gruppo, il più atteso, il leader per doti naturali ma sono moderatamente fiducioso che la “botta” per la rinuncia al suo più fulgido talento, verrà assorbita dalla forza di un gruppo coeso, che si conosce a memoria e che è cresciuto gradualmente ma inesorabilmente sotto la guida di un tecnico, poco reclamizzato, ma che con i giovani ci sa fare eccome.

Nunziata, infatti, come Pavanel, da anni sta lavorando nell’ombra, contribuendo eccome al rilancio del calcio azzurro, ponendo quelle giuste basi, forgiando al meglio il materiale umano, i migliori prospetti di cui poi Mancini speriamo saprà goderne i frutti.

Veniamo ai nomi da tenere d’occhio, anche se sarebbero da nominare tutti, proprio perchè sono giocatori di buone qualità – genericamente parlando – e che in egual modo hanno contribuito a portare dei buoni risultati.

In porta sembra partire in vantaggio l’udinese Gasparini ma occhio anche al bolognese Molla, che bene ha fatto in questo ciclo. Meno chances di giocare sembra averle il parmense Rinaldi.

Il forte centrale difensivo Lorenzo Pirola, pilastro azzurro

In difesa paiono più scontate le scelte, vista la presenza di alcuni fedelissimi del mister, quali i terzini Lamanna (Cremonese) e Moretti (Inter) e i centrali Dalle Mura (Fiorentina) e Pirola. Sono tutti molto interessanti ma specie su quest’ultimo, roccioso centrale mancino dell’Inter, sono puntati i riflettori, vista anche la grande attenzione che gli sta riservando sin da quest’estate il tecnico Conte. Il reparto è ben completato da altri elementi che potrebbero realmente mettere in difficoltà Nunziata in fase di scelte, visto che in grande ascesa c’è ad esempio l’elegante centrale difensivo Riccio della Juventus, mentre Ruggeri è uno dei pilastri dell’Atalanta. A sinistra un posto lo potrebbe prenotare l’esterno Udogie dell’Hellas Verona, gran protagonista dell’Europeo Under 17 e dell’inizio monstre della sua squadra in Primavera 2 (5 vittorie su 5, con lui titolare fisso sia da terzino che a centrocampo sulla fascia mancina). Sta trovando spazio in Serie C al Novara il terzino Barbieri: un’esperienza che potrebbe fare la differenza in un contesto giovanile importante come questo.

L’atalantino Simone Panada è il capitano e uno dei leader della nostra Nazionale

In mezzo al campo occhio al capitano Simone Panada, fiore all’occhiello del vivaio atalantino e prototipo del mediano moderno, in grado di costruire che di distruggere, molto abile tecnicamente. Con lui a Bergamo agisce in mediana Giovane (più… giovane di un anno, essendo un 2003), ma in lizza per una maglia ci sono anche l’interista Boscolo Chio e il milanista Capone, fratello minore di Christian, già protagonista con l’Under 19 e 20 di Nicolato e attualmente in prestito al Perugia, lui cresciuto nel florido vivaio atalantino. La mezzala sampdoriana Brentan, abile nelle due fasi e molto bravo tatticamente, offre delle varianti allo scacchiere azzurro, così come Tongya e Oristanio. Da loro due, juventino il primo, interista il secondo, Nunziata si aspetta il tasso di qualità necessario in mezzo al campo. Tongya è un centrocampista davvero completo, tecnicamente forte e bravo con entrambi i piedi, forse a volte tiene troppo la palla e si fida dei suoi impressionanti mezzi fisici e tecnici ma se al servizio della squadra, può fare la differenza. Oristanio ha un sinistro micidiale, con il quale disegna arabeschi e offre assist formidabili: esterno o trequartista, è indubbiamente uno dei più attesi, visto il forfait del già citato compagno di club Esposito.

Il fortissimo centrocampista Franco Tongya, uno dei punti di forza della nostra Under 17

Gli attaccanti di ruolo convocati sono solo tre: Colombo del Milan, forte fisicamente e uno di quelli che non molla mai in campo, il giramondo Cudrig (friulano e cresciuto nell’Udinese per poi accumulare esperienza all’estero, prima in Belgio e da un anno al Monaco) e il giovanissimo (e velocissimo) Gnonto, un 2003 chiamato proprio a sostituire in extremis Esposito, come spesso accade nell’Inter. Dicevamo di Cudrig, lui è il nostro centravanti designato, un altro che ha bruciato le tappe e che, come detto, attualmente gioca nel Principato, dove nelle giovanili fa coppia con Arlotti. Quest’ultimo, inizialmente non convocato, pur facendo parte da tempo di questo gruppo, è stato chiamato in extremis al posto di Colombo, costretto a rinunciare per una frattura da stress proprio alla vigilia della partenza per il Brasile. Peccato davvero per il rossonero, uno che anche partendo dalla panchina era in grado di svoltare le gare più difficili. Ma Arlotti, cresciuto in Francia, non solo calcisticamente, ha sempre optato per i colori azzurri, nonostante le avances francesi ed è un talento autentico.

Sky trasmetterà tutte le gare del Mondiale Under 17, come successo con quelle del Mondiale Under 20 e sarà una goduria per tutti gli appassionati del calcio giovanile, anche perchè di prospetti davvero interessanti ce ne sono a iosa, specie fra i transalpini (e non è certo una novità!) e tra i padroni di casa verdeoro. Ma per una volta lasciatemi sognare a occhi aperti, perchè personalmente credo molto nelle qualità di questo gruppo.

 

Italia quarta ai Mondiali Under 20: le pagelle di tutti i protagonisti azzurri

E’ terminata con un quarto posto l’avventura iridata dei nostri giovani azzurri Under 20. Forse il Mondiale non era propriamente alla portata ma, in fin dei conti, quelle che erano le più accreditate alla vigilia hanno tutte steccato, a partire dall’Argentina, per finire al quotatissimo Portogallo, che c’aveva battuto un anno fa all’Europeo Under 19 (il ciclo di giocatori delle due competizioni era pressochè lo stesso, anzi forse i lusitani erano ancora più forti grazie agli innesti rispetto a noi, che abbiamo “prestato” gente come Zaniolo, Tonali e Kean all’Under 21 e alla Nazionale dei “grandi”). Per non dire dell’Ecuador, fresco vincitore del Sub20, e che in effetti, per come si erano messe le cose, e per quanto fattoci già vedere nel girone – quando battemmo i giovani sudamericani con grande affanno – avrebbe potuto ambire a più di un terzo posto finale, che comunque rappresenta il più alto punto mai toccato dal piccolo Stato.

La gioia dei nostri ragazzi che hanno cullato il sogno di arrivare a giocarsi la finale del Mondiale Under 20

A mio avviso l’Italia ha fatto (e dato) il massimo, magari si poteva fare meglio in semifinale contro i futuri campioni dell’Ucraina (a proposito, uscimmo anche la volta precedente con quelli che poi vinsero il torneo, in quel caso gli inglesi) ma in fondo aver bissato a distanza di due anni le semifinali in una competizione che, tradizionalmente, non c’ha mai sorriso, beh, rappresenta un buonissimo risultato ed è testimonianza di come nei fatti il nostro movimento azzurro sia in crescita (prova ne sono anche le due finali consecutive – purtroppo sempre perse, ed entrambe le volte contro l’Olanda – agli Europei Under 17).

Forse, dico forse, con l’Ecuador un po’ di coraggio non avrebbe guastato ma i nodi sono venuti al pettine, e alludo in particolare alla condizione fisica, al fatto che, giocando più o meno con gli stessi 11 per tutto il Torneo (avevo scritto già in apertura di Mondiale che avevamo una panchina corta, specie a centrocampo), fisicamente abbiamo pagato il conto, proprio in alcuni dei nostri uomini più rappresentativi, quali il bomber e capitano Pinamonti, l’altra punta Scamacca e il motorino di centrocampo (dai piedi buoni) Frattesi. Alcuni sostituti, pur validi, non si sono dimostrati, a conti fatti, all’altezza dei titolari, o meglio, era evidente come non fossero ben inseriti nel meccanismo perfetto messo a punto da mister Nicolato.

Però il plauso generale va a tutti: chi più, chi meno, ha messo in luce buone qualità, lasciandoci più di una promessa per il futuro. Certo, stride un po’ che a vincere sia stata quell’Ucraina che nello scontro diretto ha mostrato di non esserci superiore, né per individualità, né per gioco di squadra. Anzi, non fosse stato annullato, in maniera alquanto dubbia, quel bellissimo gol di Scamacca allo scadere, magari staremmo qui  a raccontarci un’altra storia ma è inutile ormai aggrapparsi agli episodi. Gli ucraini sono stati coriacei, scaltri, pratici, compatti e bravissimi a livello difensivo, ma in fondo erano tutte componenti che nel corso della manifestazione avevamo messo ben in mostra anche noi. Onore anche ai sudcoreani, giunti secondi e mai così vicini nella loro storia a un exploit simile in una competizione iridata.

Sperando che questa sia stata solo una fase di passaggio, seppur prestigiosa, di un lungo cammino da professionisti, qui di seguito ecco le mie pagelle alla spedizione azzurra che ha ben figurato al Mondiale Under 20.

NICOLATO 8

L’allenatore, che può vantare uno storico scudetto Primavera alla guida del Chievo nel 2014, ha mostrato ancora una volta grande feeling col calcio giovanile, dopo la splendida cavalcata dell’anno scorso alla guida dell’Under 19, giunta a un passo dal titolo europeo di categoria. Si è trovato una rosa un po’ depauperata a livello tecnico ma lui ha fatto di necessità virtù e ha impostato una squadra inedita, specie nel modulo, laddove in tanti anni c’aveva abituato a dirigere magistralmente un 4-3-1-2. Mancando i giocatori con determinati caratteristiche (in particolare un vero trequartista e i due centrali difensivi che aveva schierato spesso nell’ultimo biennio: Bettella e l’infortunato juventino Zanandrea) e potendo disporre di ben tre mancini niente male (di base, tutti e tre terzini sinistri) ha impostato la squadra con un anomalo 3-5-2, risultato di più intuizioni tattiche vincenti, su tutte Ranieri come terzo di difesa e Pellegrini come interno “alla Davids” o volando più bassi “alla Laxalt” prima maniera e soprattutto ha creato un gruppo, una squadra. Non è retorica, Nicolato ha saputo ottenere il 100% dai suoi ragazzi, anche grazie a particolari espedienti extracalcistici. Prima di tutto però ha fatto valere la sua sagacia tattica, facendo valere le sue doti “da maestro”, da “educatore”.

PLIZZARI 7,5

Si è mostrato un portiere estremamente valido e affidabile. Non si ricordano gravi errori da parte sua. Ha il merito di farsi valere, di ispirare fiducia e tranquillità nei compagni, che lo riconoscono come uno dei leader. D’altronde è un vero habituè del calcio azzurro e, dopo un anno trascorso in panchina nella “casa madre” Milan, è il momento che, dopo i buoni primi approcci con il calcio dei pro a Terni due anni fa non ancora maggiorenne, cammini con le proprie gambe, dimostrando a tutti di poterci stare a buoni livelli. E’ un 2000 ma ha sempre bruciato le tappe in ogni categoria.

GABBIA 6,5

Buon marcatore, ha giocato in modo pratico, con grande sicurezza e in un ruolo non propriamente suo, visto che nelle giovanili del Milan ha fatto per anni anche il mediano, prima di arretrare il raggio d’azione in difesa (dove ha giocato in una linea a 4), anche in prestito da titolare alla Lucchese in C quest’anno. Fisicamente è già formato, deve lavorare su alcuni aspetti, saper mantenere la concentrazione per 90 minuti, ma in fondo questo riguarda un po’ tutti i suoi coetanei che agiscono in un ruolo così delicato.

DEL PRATO 7

Il capitano dell’Atalanta Primavera (che, proprio perché impegnato da protagonista al Mondiale, non ha potuto giocare e vincere le finali del torneo con i bergamaschi) ha disputato un buon torneo, con poche sbavature. Utilizzato sia in campionato che al Mondiale anche a metà campo, ruolo che gli piace di più, potrebbe avere un buon futuro da regista difensivo “alla Bonucci”, pur con diverse caratteristiche. Approfittando del fatto che il forte compagno di Nazionale Bettella, capitano designato, sia arrivato a Mondiale in corso, causa impegno da titolare con il Pescara ai playoff di B, ha preso subito con sicurezza i galloni da titolare in mezzo alla difesa e si è mostrato leader anche qui come in Primavera. Gasperini sa che può contare eccome su di lui.

RANIERI 7,5

Tra i migliori, non solo dell’Italia, ma dell’intera competizione, sia per doti fisiche, che tecniche. Se Del Prato è stato il nostro piccolo Bonucci, a lui spetta il titolo di “Chiellini in miniatura”, non certo per l’altezza e la struttura fisica (già ragguardevoli) ma per uno sviluppo tecnico ovviamente ancora da completare. Le premesse però, ottime anche nella sfortunata stagione al Foggia culminata con un’inopinata retrocessione in serie C all’ultima giornata, sono state ampiamente confermate e, se fossimo nella Fiorentina, che ne detiene il cartellino, ci penseremmo due volte prima di privarcene, anche solo se in prestito per un’altra stagione.

BELLANOVA 6,5

Indubbiamente meno straripante rispetto a un anno fa, quando fu per distacco il miglior terzino dell’Europeo Under 19, forse ha risentito della nefasta stagione con la Primavera del Milan terminata con una clamorosa retrocessione, lui che già era stato ceduto al Bordeaux. Le doti tecniche e fisiche rimangono importanti e preminenti, così come la facilità di corsa e la capacità di inserirsi e di correre via all’avversario palla al piede. Mi auguro che in Francia possa maturare e migliorare ancora. Ha le qualità per sfondare e per raggiungere grandi livelli.

FRATTESI 7

Frattesi (al centro) sprigiona tutta la sua incontenibile gioia per il gol segnato nella gara inaugurale del girone contro il Messico, festeggiato dai compagni Tripaldelli, Pellegrini e Ranieri.

Il biondino, già protagonista di una buonissima stagione ad Ascoli, lui che è di proprietà del Sassuolo ma cresciuto calcisticamente nella Roma, si è confermato molto bene anche in questa occasione. Tra gli intoccabili di Nicolato, possiede in effetti delle caratteristiche e delle qualità che lo differenziano dagli altri della rosa. Ricorda Marchisio, magari con meno tecnica ma certamente con più dinamismo e ha già la “testa giusta” per fare il calciatore ad alti livelli. Non al meglio nella seconda parte della competizione per dei guai fisici, non ha mai mollato ma il suo rendimento è giocoforza calato, e di questo ne ha risentito tutto il reparto.

ESPOSITO 6,5

Ha alternato buonissime prestazione, nelle quali sembrava accarezzare il pallone più che colpirlo, con una tecnica sopraffina, ad altre in cui veniva quasi sovrastato a livello fisico da avversari più strutturati e più veloci. Nato trequartista, già nell’ultimo anno in Primavera con l’Inter aveva brillantemente arretrato la sua zona di competenza, diventando regista “alla Pirlo” o “alla Tonali”, per restare con il paragone al compagno che in pratica ha sostituito in questo Mondiale. Salvatore, autore di un buon campionato di rodaggio a Ravenna in serie C, è destinato a salire di categoria, lui che è di proprietà della Spal, ma deve crescere un po’ sul piano del carattere. Quando la gara si butta sulla lotta, è un po’ impreparato, usando lui più il fioretto che la spada. Ecco, in questo Tonali è sicuramente più pronto, riuscendo a combinare meglio qualità e quantità, ma forse è anche questione di personalità, che il buon Salvatore – anch’egli classe 2000 – deve ancora tirare fuori al meglio. Lui è il primo tifoso di suo fratello Sebastiano, autentico crack giovanile dell’Inter, classe 2002 e già tra i migliori in Primavera, oltre che esordiente a 16 anni in Europa League. Speriamo che non soffra psicologicamente l’inevitabile paragone, anche se il fatto che i fari siano puntati soprattutto su quest’ultimo, potrebbero infine avvantaggiarlo.

PELLEGRINI 6,5

Meriterebbe 7 pieno per l’abnegazione, l’impegno e la padronanza con cui si è impossessato di un ruolo non suo, per quanto da giovanissimo nella Roma giocasse molto più in fase offensiva sulla corsia di sinistra, prima di diventare ottimo terzino (come ha già fatto intravedere nello scorcio di stagione nella massima serie a Cagliari). Gli do’ mezzo voto in meno perché a volte c’ha messo davvero troppa foga, rischiando di compromettere le sue prestazioni. Ha un futuro davanti, e magari proprio da mezz’ala atipica, con grande propensione offensiva e notevole resistenza. Il carattere va però limato, certi atteggiamenti di sfida un po’ controllati. Di contro, ha il merito di non arrendersi mai e di fungere da esempio per i compagni. Spero che non incappi più in brutti infortuni, perché ha la strada spianata in serie A, Roma o non Roma.

TRIPALDELLI 6,5

Veterano delle giovanili azzurre, un altro dei fedelissimi di Nicolato, ha risposto “presente” anche in quest’importante occasione. Pronti, via, terzino a tutta fascia ma con evidenti doti in proiezione offensiva, laddove invece fatica ancora nella lettura di alcune scelte difensive. Corre per 90 minuti, non è mai stanco ma tuttavia non perde lucidità nelle giocate. Deve crescere dal punto di vista fisico e mi auguro che, dopo aver visto il campo davvero con il contagocce quest’anno tra prestiti in Olanda e al Crotone, possa trovare una squadra con cui esprimersi al meglio per le sue qualità, lui che è sotto contratto con il Sassuolo (dopo una vita spesa nelle giovanili della Juventus, sempre da protagonista). Non è uno da guizzi di fantasia ma assicura appunto una spinta costante sulla fascia, quello che si definisce uno stantuffo.

PINAMONTI 7,5

Partito col freno a mano tirato, è salito di livello partita dopo partita, segnando ben 4 gol e manifestando tutta la sua leadership (lui, con la fascia di capitano al braccio) e, diciamolo, la sua superiorità. Sempre pericoloso, predatore d’area ma non di quelli egoisti. Certo, appena ha uno spiraglio, l’istinto è quello di tirare, e non sempre lo ha fatto in modo preciso, ma ha ampi margini di miglioramento che potrebbero garantirgli un futuro a ottimi livelli in serie A. Dopo il buon anno, per lo meno a livello personale, con il Frosinone in serie A, è giusto che si cimenti in un contesto più competitivo.

SCAMACCA 7

E’ vero, non ha segnato, e per un attaccante questa può essere un’aggravante non da poco, ma il gigante di proprietà del Sassuolo, cresciuto nella Roma e con già alcune esperienze all’estero (come avrete notato, la società emiliana ha un occhio di riguardo per i giovani nostrani e spesso e volentieri li strappa alle concorrenti) ha messo in mostra doti da attaccante di razza. Abilissimo nelle sponde (alcune spettacolari, “alla Ibrahimovic”), è capace di grandi movimenti a disorientare gli avversari, di rifinire per i compagni, (grazie a piedi da trequartista in un fisico da centravanti all’inglese), e di concludere a rete, spesso ricorrendo a soluzioni non banali. Deve migliorare l’apporto di gol, quello è persino ovvio ribadirlo, e maturare sul piano caratteriale ma ha tutto per diventare un attaccante completo. A mio avviso può già misurarsi nella prossima serie A.

Questi erano in pratica gli 11 giocatori che hanno giocato da titolari, in quanto Nicolato ha preferito puntare su una squadra che potesse affiatarsi e conoscersi a memoria, visto che, per la natura di un torneo simile, il turn over non pare francamente indicato. Squadra che vince poi difficilmente si cambia e quindi, giusto così, anche se in panchina figuravano comunque giocatori da non perdere di vista, seppur non protagonisti in questa edizione.

A loro non do’ un voto vero e proprio, perché poche sono state le occasioni per mettersi in mostra, ma qualche considerazione la spendo più che volentieri.

I portieri Carnesecchi e Loria, tesserati rispettivamente per Atalanta e Juventus, sono entrambi buoni prospetti, in particolare è molto monitorato il primo che ha preso il posto del titolare Plizzari nelle gare “meno importanti”: quella nel girone contro il Giappone (con noi già qualificati agli ottavi) e nella finale per il 3°/4° posto. Oddio, giudicare quest’ultima come meno importante un po’ fa storcere il naso ma tant’è, questo è l’approccio (sbagliato o quanto meno discutibile) che hanno tenuto i Nostri, probabilmente arrivati stanchi, oltre che rimaneggiati, all’appuntamento con la medaglia di bronzo.

Tra i difensori si sono visti pochissimo il torinista Buongiorno (quest’anno in prestito al Carpi), che ha giocato da centrale – lui che agisce soprattutto da centrale sinistro in una difesa a 3 o terzino sinistro in una linea a 4 – nell’unica gara disputata con il 4-3-3 dai Nostri in questo Mondiale, vale a dire quella contro il Giappone. E’ parso una spanna indietro rispetto ai titolari e necessita di fare esperienza ancora in cadetteria, dopo la faticosa stagione in Emilia Romagna, terminata con la sua squadra retrocessa in C e le sue presenze molto limitate nella seconda parte di stagione.

Anche il genoano Candela, reduce da una stagione altalenante per sua squadra, retrocessa in Primavera 2 dopo lo spareggio con l’Empoli – che così ha “vendicato” il verdetto dei “grandi” impegnati in serie A – eppure in grado di giungere in finale al prestigioso Torneo di Viareggio, ha giocato poco qui al Mondiale in Polonia. In entrambi le competizioni nostrane però, lo scattante e tecnico terzino ha spiccato per qualità incredibili da “fluidificante” (come si diceva dei difensori di spinta negli anni ’80) e sono curioso di vederlo all’opera nel prossimo campionato, se non proprio al Genoa, almeno in altre squadre da professionista.

Di Bettella ho già accennato: si tratta di uno dei difensori più talentuosi della sua generazione (anche lui uno dei classe 2000 aggregati al Mondiale, aperto anche ai ’99), leader di questo ciclo di Under con Nicolato e che è stato in grado quest’anno di prendersi una maglia da titolare in una squadra competitiva come il Pescara, giunta a giocarsi a pieno titolo le proprie chances di tornare in serie A. Non ce l’ha fatta, eliminato in semifinale dall’Hellas Verona poi promosso nella massima serie, ma il giovane difensore cresciuto nell’Inter e ora di proprietà dell’Atalanta ha impressionato per la personalità e lo spessore con cui ha giocato gare sentite e decisive. Qui è giunto in ritardo (proprio per disputare i playoff con il Pescara appunto) e si è trovato così nelle retrovie; dopotutto il trio difensivo composto da Gabbia – Del Prato – Ranieri coadiuvato ai lati da Bellanova e Tripaldelli stava dando ampie garanzie, quindi Nicolato non se l’è sentita di alterare i nuovi equilibri raggiunti. Resta il fatto che, insieme a Ranieri, è proprio Bettella il difensore su cui scommetterei di più per un buon futuro in serie A nei prossimi anni.

A centrocampo hanno sgomitato per un posto, ottenendo poca fortuna, l’atalantino Colpani e Alberico, il jolly italo-tedesco pescato dagli emissari azzurri nelle giovanili dell’Hoffenheim, dove il Nostro si era messo in mostra sia nelle giovanili, sia nella seconda squadra del Club di Bundesliga. Qui ha mostrato buon dinamismo e grande intraprendenza ma anche uno “spirito libero” che poco si sposa in teoria con l’idea tattica del mister. Ha provato a vivacizzare le gare in corso ma con poca concretezza. Sufficiente il contributo del forte Colpani, tra i pilastri della fortissima Atalanta Primavera e che avevo previsto probabile titolare, qualora il tecnico avesse proseguito nel suo 4-3-1-2 marchio di fabbrica: in quel caso avrebbe preso il posto dell’ex compagno delle giovanili bergamasche Melegoni, gran protagonista un anno fa con l’Under 19 ma alle prese con il recupero da un grave infortunato occorsogli nella stagione che lo ha visto impegnato nei ranghi del Pescara. Nel nuovo 3-5-2 invece Colpani ha avuto poche possibilità di esprimersi al meglio.

In attacco hanno fatto da rincalzi Olivieri, che quest’anno ha accumulato esperienza nella Juve Under 23 in serie C e il centravanti Gori, di proprietà della Fiorentina e che si è diviso in B tra Foggia e Livorno nella stagione appena passata, mettendosi in mostra soprattutto nella sua Toscana. Mi ha stupito invece lo scarso utilizzo di Capone, quasi sempre titolare in questi ultimi due anni con Nicolato e che fece un grande Europeo Under 19 un anno fa, in supporto alle punte o come seconda punta. E’ stato penalizzato dal modulo, ma anche dal fatto che ha giocato davvero poco nel Pescara in serie B a causa anche di un infortunio. Il guizzante attaccante ha oltretutto il fardello di aver sbagliato una comoda occasione contro l’Ucraina, su assist di Pellegrini, pochi minuti prima che l’arbitro decidesse poi di annullare il gol a Scamacca. Ma sarei ingeneroso ad attribuirgli colpe particolari, piuttosto mi auguro che con il campionato venturo abbia modo di far valere le sue indubbie qualità che lo hanno sempre fatto emergere nei trascorsi giovanili all’Atalanta. Più volte Capone ha detto di ispirarsi al Papu Gomez: in effetti può ricordarlo nelle movenze. Di strada ne deve fare ancora molta ma in fondo anche il fenomeno argentino in forza a Gasperini ha dovuto masticare molta gavetta prima di diventare un big.

Mai mollare. Ed è un augurio che sento di fare a tutti questi ragazzi elencati, per quanto poi siano molteplici le incognite che generano o meno una carriera da professionisti a certi livelli. L’importante è che abbiano se non altro le possibilità di giocarsi le proprie carte. Anni fa avrei dibattuto molto su questo punto ma finalmente, da un po’ di tempo a questa parte, mi pare che si sia capito al meglio la strada giusta da intraprendere, dando fiducia ai nostri ragazzi. Poi è sempre il campo il giudice sovrano ma se non viene data una possibilità vera a questi giovani calciatori di giocare e crescere, di misurarsi con i più bravi, diventa difficile per tutti emergere.

Talenti comunque ce ne sono in buon numero, quindi non posso che professarmi fiducioso per il futuro del nostro calcio.

 

Al via il Mondiale Under 20 in Polonia: ecco i protagonisti Azzurri convocati da Nicolato. Quali prospettive dopo la semifinale di due anni fa?

Giovedì 23 maggio avranno inizio i Mondiali Under 20 di calcio in Polonia, ai quali parteciperà anche l’Italia, reduce da un brillante terzo posto nell’ultima edizione, svoltasi due anni fa in Corea del Sud.

Fu quello l’apice raggiunto dai Nostri, quando persero in semifinale contro i futuri campioni dell’Inghilterra. Per il resto, però, questa importante competizione iridata non c’ha mai visto protagonisti, un po’ per effettive mancanze a livello tecnico, ma soprattutto perché storicamente dalle nostre parti si è sempre preferito, a livello giovanile, puntare sugli Europei Under 21, dove in effetti di soddisfazione dagli anni ’90 in poi ce ne siamo prese.

Dopo l’ottimo piazzamento del 2017, coronato pure dal titolo di capocannoniere della nostra punta di diamante Orsolini (finalmente esploso quest’anno in serie A a Bologna, dove è stato fra gli artefici della grande rimonta che ha portato alla salvezza degli emiliani), dove andremo ora a posizionarci nella griglia di partenza? Può l’Italia ripetere quel fragoroso exploit, inserendosi fra le favorite per il titolo?

In ambito giovanile è oltremodo difficile fare pronostici: certo, alcune “scuole” calcistiche sono più prolifiche di talenti rispetto ad altre e hanno conseguito maggiori risultati, ma in fondo può capitare a chiunque il ciclo meno forte o quello in cui latitano gli interpreti. Ad esempio, quest’anno mancheranno dal torneo delle autentiche corazzate a livello giovanile, quali Brasile, Ghana, Germania, Spagna, per non dire dei campioni in carica dell’Inghilterra.

Paolo Nicolato, allenatore che guiderà l’Italia Under 20 al Mondiale di categoria in Polonia

I favori dei pronostici sembrano andare al Portogallo, fresco vincitore dell’ultima edizione degli Europei Under 19 ai danni guarda caso degli Azzurrini, e intessuta di fenomeni specie in avanti, ma non bisogna sottovalutare la forza delle sudamericane Argentina e Uruguay (che battemmo ai rigori nel 2017 nella finale per il terzo e quarto posto), della Francia – in grado come i lusitani di sfornare campioncini a getto continuo – , degli Usa entusiasmanti nelle proprie qualificazioni e di quel Messico con cui ci troveremo a battagliare sin dalla gara di giovedì che aprirà le contese nel Gruppo B alle 18 (curiosamente nella fase a gironi, l’Italia disputerà tutte le 3 gare a quell’ora).

In generale non siamo messi male neanche noi, anzi, abbondano i talenti puri sui quali poter contare a occhi chiusi – non solo in questo Torneo, ma si spera anche in futuro – la maggior parte di essi provenienti proprio da quel favoloso gruppo che entusiasmò un anno fa all’Europeo Under 19.  Tuttavia, come detto, anche in questa occasione si è preferito indubbiamente puntare su altri palcoscenici, vedi appunto l’imminente Europeo Under 21.

Se due anni fa i sacrificati eccellenti furono l’astro nascente Chiesa e l’ancora più giovane Donnarumma (che, per età, essendo un classe 1999, rientrerebbe anche in questa edizione, pensate un po’ la sua precocità), al via stavolta sono diversi coloro che, rispetto alla splendida spedizione dell’Europeo Under 19 non saranno presenti: Zaniolo, Kean, Tonali (che già hanno assaggiato, alcuni in modo eclatante, vedi l’attaccante juventino subito in gol, la Nazionale Maggiore) ai quali si aggiungono altri ottimi elementi di quella rosa come il centrocampista Melegoni e il difensore Zanandrea, entrambi fermi ai box. Per esigenze di Under 21 mancheranno anche il forte difensore Bastoni, tra i migliori del Parma quest’anno in serie A e costretto a sua volta a saltare per infortunio il più volte citato Europeo Under 19 che si è tenuto un anno fa in Finlandia, e l’estroso attaccante Sottil, di cui il Pescara non ha voluto privarsi in vista dei playoff di serie B.

Detto degli esclusi (ci pareva quantomeno doveroso, proprio per sottolineare finalmente la nostra abbondanza di giovani di qualità), adesso è tempo di soffermarci sul presente, andando a passare in rassegna i protagonisti che proveranno a regalare da giovedì nuove soddisfazioni ed emozioni ai tanti appassionati di calcio giovanile.

A contenderci il passaggio del turno nel nostro gruppo saranno (oltre al Messico), l’Ecuador, che vorrà mettere in mostra quella che è la miglior nidiata della sua storia, e il Giappone (contro il quale pareggiamo una gara assai combattuta anche al Mondiale Under 20 del 2017).

Il forte terzino sinistro azzurro Luca Pellegrini, una delle stelle più attese della rassegna iridata

Il nostro reparto difensivo appare davvero molto attrezzato. Eccezion fatta per Zanandrea, fermo da tempo per infortunio, potremo presentarci infatti con 4/5 della difesa titolare del gruppo dell’Europeo Under 19 (il portiere Plizzari, i terzini Bellanova e Tripaldelli e il centrale Bettella); inoltre, ciliegina sulla torta, il ct Nicolato potrà disporre pure del terzino sinistro Luca Pellegrini, una delle stelle più lucenti e attese di tutto il Mondiale. Gioiello delle giovanili della Roma, ha disputato un ottimo girone di ritorno, da titolare, in prestito al Cagliari, culminato in una tranquilla salvezza per i sardi. Pellegrini ha confermato anche tra i “grandi” le indubbie qualità che da sempre gli riconoscono: tecnica, grande velocità e personalità. In passato è stato spesso tormentato da infortuni, anche molto pesanti ma per fortuna il peggio per lui sembra finalmente alle spalle.

In genere in difesa siamo messi bene, specie sulle fasce, dove una chance la cercano legittimamente anche Candela del Genoa, vero stantuffo sulla destra, pericolosissimo quando accompagna l’azione in velocità (in pratica le identiche caratteristiche del fortissimo “rivale” nel ruolo Bellanova, milanista ceduto al Bordeaux) e Ranieri sulla fascia sinistra. Quest’ultimo, scuola Fiorentina, ha giocato spesso e volentieri titolare nella tribolata stagione del Foggia, terminata con l’inopinata retrocessione dei pugliesi in serie C. Il giovane difensore però se l’è cavata benissimo, mostrando grande personalità e qualità, sia in difesa che in fase di spinta. Notevoli anche le sue qualità fisiche, che potrebbero predirgli un utilizzo in mezzo al reparto, più o meno come capita al compagno Buongiorno (di proprietà del Torino, che quest’anno ha accumulato una buona esperienza al Carpi), in grado di agire infatti da terzino sinistro o da centrale.

Per un posto da titolare al centro della difesa, a fianco dell’imprescindibile Bettella, uno dei maggiori prospetti nel ruolo, si candidano anche il milanista Gabbia (quest’anno assoluto protagonista nella Lucchese, dove si è posizionato stabilmente in mezzo alla difesa, dopo i trascorsi giovanili da mediano) e il capitano dell’Atalanta Primavera Enrico Del Prato. In ogni caso, l’abbiamo capito, si tratta di giocatori di pieno affidamento.

In porta tra gli azzurri sembra scontata la presenza di Plizzari, già grande protagonista un anno fa con l’Europeo Under 19, quando perdemmo in finale contro il Portogallo

In porta, pare scontata la conferma di Plizzari, che quest’anno, dopo la buona esperienza dell’anno scorso in cadetteria a Terni, ha fatto anticamera al Milan, società dove è cresciuto. Gli sono buonissime alternative tra i pali anche gli altri due convocati, l’atalantino Carnesecchi e lo juventino Loria.

A occhio e croce sembra il centrocampo il nostro reparto più debole, anche solo numericamente parlando. Le certezze sono rappresentate da Frattesi, gran protagonista ad Ascoli in serie B, dove non ha patito per nulla il salto tra i grandi, dopo i trascorsi giovanili spesi tra Roma e Sassuolo e dall’ex interista Salvatore Esposito, che si è fatto apprezzare in C al Ravenna dopo gli scampoli di inizio stagione alla Spal. Esposito, ex trequartista, arretrato in regia, eccelle nel ruolo proprio in virtù di evidenti qualità tecniche e un’ ottima visione di gioco. Ha anche due fratelli calciatori, entrambi all’Inter, in particolare sulla bocca di tutti è finito Sebastiano, prodigio del 2002 che non solo sta trascinando la Primavera dell’Inter (da sotto età) in campionato ma è stato anche il migliore dei suoi agli Europei Under 17, dove l’Italia si è arresa solo in Finale ai fortissimi pari età olandesi il 19 maggio scorso (analogo triste epilogo dell’anno precedente, quando gli stessi Arancioni sconfissero la nostra Under 17 ai rigori nella Finalissima della competizione europea).

Frattesi è una delle certezze del centrocampo azzurro: leadership, personalità e dinamismo le sue principali caratteristiche

Ecco, tolti però Frattesi ed Esposito, come accennato, è proprio la mediana il reparto più funestato dalle assenze (per motivi vari). Difficile sopperire a gente come Zaniolo, Tonali e Melegoni. Una maglia da titolare sembra poter andare così a Colpani, che sta disputando una stagione da incorniciare (come tanti suoi compagni, giusto sottolinearlo) con la Primavera dell’Atalanta, primissima nella Regular Season e seria candidata allo Scudetto di categoria. Tutto da scoprire invece è l’italo tedesco Alberico, nato e cresciuto in terra germanica e affermatosi nelle giovanili dell’Hoffenheim (ma con all’attivo anche esperienze nella corrispettiva Squadra B). Si tratta di un mastino di centrocampo, capace di giocare anche laterale.

In cabina di regia ci si aspetta molto da Salvatore Esposito, che può vantare grande tecnica e visione di gioco

Veniamo così al reparto offensivo, dove indubbiamente la stella risponde al nome di Pinamonti. Il centravanti designato della nostra giovane spedizione, dopo gli assaggi in prima squadra con l’Inter (società dove ha scalato le gerarchie a suon di gol nelle giovanili) ha messo a segno 5 gol nella difficile stagione del Frosinone, terminata con la mesta retrocessione in serie B dei ciociari. Un buon bottino per lui ma soprattutto una acquisita esperienza e la dimostrazione di poter competere a certi livelli al cospetto di navigati difensori. Gli saranno vicini in avanti, assieme o alternandosi, il potente Scamacca e l’agile Capone, proprio come accaduto un anno fa con l’Under 19 (completava un reparto atomico Moise Kean). Entrambi questi giocatori (Scamacca e Capone), pur avendo visto il campo col contagocce quest’anno, sono pronti a prendersi il palcoscenico in maglia azzurra: sono in possesso di conclamate qualità tecniche, oltre a essere dei fedelissimi del mister. Dovranno stare ben attenti però alla forte concorrenza nelle retrovie di Gori e Olivieri, pronti a giocarsi le loro chances per assicurarsi un posto da titolare in attacco.

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Punta di diamante della nostra spedizione è il centravanti Pinamonti, in grado di abbinare al meglio qualità tecniche e fisiche. Dovrà farsi valere in zona gol, come sta già facendo in serie A

Il primo, proprio in extremis di campionato, ha trovato la via del gol con una bella doppietta decisiva per il suo Livorno, dopo che nella prima parte di stagione aveva giocato poco a Foggia, sempre in serie B; il secondo invece si è ritagliato tanto spazio nella Juventus Under 23, primo esperimento di “seconde squadre” tra i professionisti per i club italiani. Il talentino, con un passato nelle giovanili dell’Empoli, ha accumulato minutaggio importante, mostrando oltretutto buoni numeri, anche se non è propriamente efficace in zona gol.

Il tecnico Paolo Nicolato ha tutte le capacità di far rendere al meglio la rosa, avendo già dimostrato di essere un vero e proprio “mago” con i giovani. Io mi appresterò come al solito a fare un gran tifo per gli Azzurrini, convinto della forza e della qualità dei nostri giocatori ma soprattutto dal fatto che da un po’ di tempo abbiamo finalmente imboccato la strada giusta per far rifiorire il calcio italiano, dopo troppi anni bui e carenze di talenti.

In bocca al lupo alla nostra giovane spedizione, sperando di poter fare tanta strada in questo Mondiale Under 20.

Serie B: ecco i verdetti! Il Lecce torna in serie A! Palermo ai playoff, in C retrocede in modo rocambolesco il Foggia.

Cala il sipario sulla stagione regolare in Serie B, da adesso in poi ci sarà spazio per i festeggiamenti, le recriminazioni e soprattutto per i Playoff e i Playout.

Avvincente la corsa all’ultimo posto disponibile per la promozione diretta, che vedeva partire in vantaggio il Lecce di Liverani sulla corazzata Palermo di inizio stagione. Sul filo di lana, ma direi con pieno merito accede in A in maniera diretta la squadra salentina, in grado quindi di compiere il doppio salto in due anni dalla C alla massima serie. Era una vita che i giallorossi non frequentavano i piani nobili del calcio italiano, dopo i fasti degli anni ’80 e la stupenda stagione zemaniana di metà anni 2000.

Promozione meritatissima del Lecce in serie A

Una lunga rincorsa, il pantano prolungato della terza serie ma poi in un paio d’anni tutti gli ingredienti si sono miscelati al punto giusto: un allenatore giovane e con idee chiare (e soprattutto l’impronta di un calcio pratico quanto spettacolare), una squadra costruita con logica e il giusto mix di talento, esperienza e gioventù.

Certo, vi mentirei se dicessi che a inizio stagione avevo accreditato il Lecce come promossa in serie A (lo stesso dicasi per il Brescia, che mi ha letteralmente colpito ed entusiasmato dalla venuta di Corini in poi, meritando ampiamente la promozione anticipata in serie A), ma a conti fatti ne sono proprio felice, per quanto mostrato lungo tutto il campionato.

Giunge (solo) terzo il Palermo, cui pendono anche accuse gravi di illeciti amministrativi che potrebbero minare ulteriormente la posizione, fino a rischiare la retrocessione d’ufficio in serie C.  Peccato, perchè continuo a pensare che i rosanero siano la squadra più attrezzata della categoria, anche se molti sono stati i tentativi andati a vuoto, diverse le cadute che hanno compromesso una promozione che sembrava alla portata.

Come un anno fa, il Palermo dovrà disputare i playoff per tentare la risalita in serie A

Quarto posto per un’altra delle favorite della vigilia, il Benevento, composta da una rosa di primo livello (guidata da un’altro allenatore di quelli rampanti, come Bucchi) e che è stato un po’ incostante lungo il cammino ma che, col senno di poi, parte con i galloni di favorito in questo importante mini torneo dei playoff.  Sì, perchè i campani proprio in dirittura d’arrivo, hanno ritrovato entusiasmo, condizione e finalmente, meglio tardi che mai, un assetto definitivo.

Quinte e seste sono finite Pescara e Hellas Verona, due squadre dai destini opposti ma che spesso negli ultimi anni hanno incrociato le loro strade nel raggiungere i medesimi obiettivi (questo ha portato anche a una forte rivalità, acuita anche da motivi territoriali).

ll Pescara, reduce da una stagione interlocutoria, aveva stupito tutti nella prima parte di stagione, stazionando a lungo nelle primissime posizioni forte di un gioco anche spettacolare, per poi assestarsi in una più giusta dimensione; stessa cosa non si può certo dire per la squadra veronese, ai nastri di partenza accreditata, al pari del Palermo, come la squadra da battere, la più forte in ogni reparto.

Il campo ha detto però altro, con l’11 gialloblu mai credibile per raggiungere un posto al sole.

In realtà “un” vero undici non è mai stato individuato, complice una maxi rosa infarcita di doppioni e la “confusione” tattica del giovane mister Grosso (gratitudine eterna per il Mondiale vinto ma da allenatore deve masticare molta terra prima di arrivare a certi livelli, se mai lo farà) che hanno intristito dapprima una intera piazza, per poi allontanarla. I playoff giungono all’ultimo respiro, dopo aver dilapidato un intero campionato. Tutto si riapre, con Aglietti chiamato in extremis a cercare almeno di dare una parvenza di squadra.

Detto che, banalmente parlando, la probabile promossa uscirà da Palermo, Benevento o Verona, proveranno a dire la loro in chiave playoff anche le restanti qualificate, l’ostico Spezia di Marino e il pimpante Cittadella di Venturato. D’altronde, le sorprese sono sempre dietro l’angolo e nel loro caso si parla di realtà solide e che partono con meno pressioni rispetto alle rivali.

Rimangono fuori dalla griglia la squadra umbra e quella grigiorossa.  Il Perugia di Nesta, sempre in orbita settimo-ottavo posto ma che sul finale ha perso smalto e brillantezza, fino a rimanere fuori a mio avviso meritatamente. Stessa cosa vale per la Cremonese, che in modo clamoroso, sia per meriti propri ma anche per demeriti altrui, era tornata prepotentemente in gioco per i playoff, dopo essersela anche vista brutta a un certo punto della stagione, con lo spettro dei playout a incombere vicini. Poi Rastelli è stato bravo a riprendere in mano la squadra che, diciamolo, poteva contare su un buon organico, e alla fine rimane il rammarico per essere arrivati a un passo dalla zona “sogno”. La società è valida, ripartirà con più esperienza l’anno prossimo.

Cosenza, Crotone e Ascoli erano già salve in anticipo. I loro sono stati percorsi molto diversi: il Cosenza da neo promossa ha faticato nella prima parte di stagione, per trovare un proprio equilibrio e spiccare letteralmente il volo nella seconda parte, quella decisiva, mostrando un gioco redditizio dove non sono mancati i fulgidi talenti; il Crotone è invece stato deludente, potendo fare molto di più, a differenza dell’Ascoli che ha sempre navigato in acque tranquille, pur non vantando una rosa così ricca di individualità.

I pitagorici hanno vissuto una stagione da incubo, dopo i fasti della serie A. Avevano mantenuto l’ossatura, forte, delle passate stagioni, contavano su un allenatore esperto ma l’inizio è stato shock e non è che il prosieguo sia andato molto meglio, tra errori tecnici e societari. Un contrappasso negativo giunto dall’inaspettata retrocessione ma con la forza morale e tecnica per risalire la china gradualmente, calandosi di nuovo nei panni sporchi della cadetteria. Questo a conti fatti è un merito che va riconosciuto alla squadra. Se la Proprietà non mostrerà segni di stanchezza, penso che il Crotone potrà togliersi a breve nuove soddisfazioni.

Il Livorno ottiene l’ultimo posto valido per la salvezza, con una splendida rincorsa nel girone di ritorno. Ne ha messo di tempo però per riabituarsi alla serie B, la squadra non ingranava, con giocatori che parevano inadeguati a certi palcoscenici e risultati che proprio non venivano. Ma in fondo nemmeno le altre correvano e la consapevolezza nei propri mezzi e un pizzico di sicurezza in più ha fatto risalire la corrente, fino a ottenere risultati anche fuori portata. Salvezza meritata.

Ai playout vanno così inopinatamente Salernitana e Venezia. I primi infatti avevano ben altre mire, e se una rosa molto interessante giustificava entusiasmi, poi la mediocrità è pian piano venuta a galla e si sa che quando si entra in un vortice negativo, è difficile uscirne. Per questo appare favorito nello spareggio il Venezia che se non altro ha avuto modo nel tempo di calarsi in una realtà nuova, dopo la sbornia dell’anno scorso che l’aveva imposto come rivelazione con Inzaghi in rampa di lancio. Quest’anno però i lagunari non hanno mai convinto e a poco sono valsi i cambi in panchina.

Non è stato sufficiente l’esodo dei tifosi rossoneri del Foggia per la gara decisiva contro il Verona. I Satanelli chiudono la stagione con una clamorosa retrocessione in serie C

Stagione maledetta invece per il Foggia, con tanto di corollario da film thriller sul finale. In vantaggio a Verona, in quel momento i veneti erano fuori dai playoff e i pugliesi addirittura salvi senza passare dallo spareggio playout, visti i concomitanti risultati, su tutti quello del Venezia sul campo del già retrocesso Carpi. Invece poi ecco compiersi la frittata, con la rimonta gialloblu sul campo amico e quella dei neroverdi in terra emiliana.

Ok la penalizzazione, ok la sfortuna di un calendario ostico sul finale, ma pesano le responsabilità proprie su questo fallimento. La squadra di Grassadonia sulla carta non è certo da serie C ma proprio alcuni fra gli elementi “di nome” hanno oltremodo deluso. Non si vuole certo gettare la croce addosso a loro, ma a mio avviso potevano dare di più e non ritrovarsi a giocarsi il tutto per tutto nella partita conclusiva della stagione. Il futuro non è roseo, considerato alcuni problemi societari ma dal destino del Palermo potrebbe tuttavia aprirsi uno scenario inaspettato, con corollario playout per i Satanelli e quindi una nuova occasione in extremis per provare a mantenere la categoria. Ma la stagione dei rossoneri rimane negativa e deludente.

Erano già in C da una giornata Padova e Carpi, con i veneti che tornano mestamente in C dopo una sola stagione. Il grande e giustificato entusiasmo di un anno fa ha lasciato presto spazio alla consapevolezza che ci fosse da sudare parecchio in questo campionato, nonostante alcune buone prestazioni lasciassero presagire delle speranze. E’ mancata la mentalità in primis ma ricompattandosi c’è la possibilità concreta di ritrovarsi a festeggiare nuovamente fra un anno. Non ci sono attenuanti invece per il Carpi che, al pari del Chievo al piano di sopra, sembra aver posto la parola fine alla propria favola.

Sì, perchè in questo ultimo lustro gli emiliani, oltre allo straordinario exploit della promozione in A, avevano poi lottato con il coltello tra i denti per difendere la categoria e solo un anno più tardi erano lì a giocarsi una finale playoff per accedere nuovamente nel Paradiso calcistico. Era evidente sin dall’estate scorsa però un ridimensionamento degli obiettivi, con una rosa costruita senza grossi nomi, un allenatore esordiente assoluto a certi livelli e una girandola invernale di acquisti cessioni senza costrutto. Anche il rientrante Castori, eroe delle stagioni vincenti, è presto rimasto inghiottito nel grigiore generale della stagione. Il ritorno in C è molto mesto e bisognerà capire se forse negli anni scorsi non si sia fatto un salto troppo grande per le possibilità o se ci sarà spazio invece per alimentare nuovi sogni.

TOP

  1. Brescia e Lecce
  2. La coppia gol Donnarumma – Torregrossa
  3. Il giovane Tonali, miglior regista della B
  4. Mancosu, a 30 anni decisivo per la promozione del Lecce
  5. Gli allenatori Corini, Liverani e Bucchi

LE RIVELAZIONI

  1. Petriccione, il Modric del Salento
  2. Okereke, freccia nera dello Spezia
  3. Mancuso, mai così prolifico in serie B
  4. Palmiero, centrocampista completo e pronto per altri palcoscenici
  5. Moncini, giovane bomber assai prolifico

FLOP

  1. La quotata coppia gol del Foggia Iemmello-Galano
  2. Grosso, allenatore esonerato dal Verona
  3. La stagione del Crotone
  4. Zenga e Cosmi al Venezia
  5. La caduta rovinosa della Salernitana