Recensione di “Walking on Tomorrow”, album autoprodotto di Antonio Valentino, in arte Anthony.

Il milanese Antonio Valentino è quello che si può definire un “self made man” senza timore di rimandi a personaggi politici che “si sono fatti da soli”.

No, signori, qui si parla esclusivamente di musica, quella che Anthony (questo il suo nome d’arte) dimostra di saper “masticare”, rimaneggiare, modellare, in un contesto però dove a farla da padrone sono principalmente le atmosfere, l’impeto, le musiche che indubbiamente rimandano a un hard rock di matrice “ottantiana” in grado di ricrearne a dovere l’immaginario. Che gli anni ’80 siano stati il miglior decennio per questo genere musicale non è una scienza esatta ma nemmeno un fatto più di tanto opinabile, direbbero alcuni appassionati.

In “Walking on Tomorrow”, disco interamente autoprodotto, pensato, scritto, suonato e arrangiato da Valentino presso il suo studio, in parte è possibile infatti riassaporare il fragoroso sound di quell’epoca. Senza scomodare paragoni con le band più rappresentative del genere (nomi tra l’altro facilmente identificabili a un primo ascolto) è chiaro che nelle 11 canzoni inedite di Anthony si senta forte il richiamo di certo metal, soprattutto di matrice anglosassone, ma tra le influenze del Nostro si annoverano anche il rock ‘n roll più viscerale e ovviamente il blues, padre putativo di tutto il rock a venire.

Il disco alterna momenti di grande intensità e altri più morbidi, che però definire “rilassati” parrebbe fuori luogo. In generale è l’urgenza comunicativa a emergere, le melodie dirette, il pugno in faccia preso ad esempio dal brano di apertura “Another Way”, uno dei più convincenti del lotto, dove l’alchimia tra le voci di Scream Chiummo e Antonella Poerio è perfetta per quella che è la “cavalcata rock” per antonomasia della raccolta. La cantante è protagonista anche in uno dei pezzi che ho definito poc’anzi “morbidi”, vale a dire “American Dream”, in cui il protagonista del viaggio (tutto “Walking on Tomorrow” è vissuto come un viaggio, non solo interiore) è ancora diviso tra buone vibrazioni ed entusiasmo.

Predominano le chitarre distorte e il cantato minaccioso in “Sweet Hell” e “Night After Night”, che stridono con la dolcezza e l’epicità di “My Light Found in The Rain”, ma appunto le canzoni si susseguono a mo’ di racconto e vanno di pari passo con le emozioni del protagonista, in una sorta di Odissea rock, fino all’evocativa “Scathing Time” che chiude infine il cerchio.

Un disco dove le soluzioni sonore magari non sono elaborate, né tanto meno innovative, ma comunque incalzanti, ficcanti ed esemplificative della sincerità di fondo, della passione e della visceralità che muove l’animo dell’autore.

Certo, difficile che faccia proseliti in un ambiente che sia diverso da quello poco avvezzo al rock confinante col metal, ma non ci sentiamo di definire questo aspetto come un limite.

Piuttosto, è risaputo che ad essere limitati siano gli spazi e i canali dedicati a chi propone brani propri, specie se cantati in inglese, e nel caso di Anthony è evidente come la dimensione live sia quella che più si addice per una migliore resa delle canzoni.

 

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Torna il mio programma Out of Time, giunto alla quinta edizione, in onda il giovedì dalle 17 alle 19 su www.yastaradio.com

Riprende Out Of Time, il mio programma in onda su http://www.yastaradio.com, splendida realtà diretta e ideata da quel genio dell’amico Dalse, nel quale in piena libertà, ho la possibilità di passarvi amabilmente la musica che amo, ma non solo.

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Una parte importante del nostro appuntamento radiofonico – giunto alla sua quinta edizione – riguarda infatti l’approfondimento, senza andare a discapito di quella “leggerezza” nel trattare vari temi che da sempre ci contraddistingue.

Non canzoni banali, però, quelle mai, ma piuttosto legate ad attualità, così come al passato o addirittura con un orecchio rivolto al futuro, con le scommesse sui nomi più accreditati.

E poi monografie e puntate speciali legate a particolari eventi e quant’altro.

Un po’ come è successo con l’episodio zero di questa edizione, andato in onda giovedì scorso e che potrete comodamente ascoltare in replica, da pc, smartphone o tablet che sia, già domani dalle 15 alle 17. Avrete così modo di ascoltare tante canzoni che hanno composto la griglia di “papabili” per le prestigiose Targhe Tenco, da cui sono poi scaturiti i nomi dei vincitori (ormai appannaggio di tutti), e già premiati nella giusta sede sanremese, all’Ariston la settimana scorsa (evento che mi ha coinvolto direttamente, visto che ero presente in sala, in quanto giurato della rassegna, in rappresentanza tra gli altri proprio di yastaradio)!

Non solo però Niccolò Fabi, Motta, Peppe Voltarelli, Claudia Crabuzza o Di Giacomo/Elio, vincitori rispettivamente delle Targhe per il miglior disco dell’anno,miglior esordio, miglior album di interpreti, miglior album in dialetto e miglior canzone, ma anche altri che a mio avviso si erano messi in luce, al punto da ottenere fra le altre, la mia preferenza.

Importante però rispetto a tutte le edizioni precedenti, è che la messa in onda sarà nella giornata di giovedì dalle 17 alle 19 (con replica appunto il venerdì dalle 15 alle 17).

Non mi resta che augurarvi buon ascolto, con la speranza che siate numerosi e che possiate apprezzare lo sforzo e la passione nel passarvi musica di qualità e in grado di prevaricare i confini, passando dal classic rock all’indie, dai cantautori alla canzone pop, dagli italiani alla musica estera, del passato fino ai giorni nostri.

vi aspetto!!!!

Recensioni del disco di Pivirama (il progetto di Raffaella Daino, giunta al terzo capitolo della sua storia musicale)e del debutto del giovane cantautore Alessandro Romeo

Dopo aver parlato di Davide Solfrini e il suo bell’album “Muda”, ecco che mi ritrovo a scrivere di altri artisti usciti sotto l’egida della “NEW MODEL LABEL, etichetta che si distingue per la grande eterogeneità dei prodotti lanciati nel mercato.

E’ il caso dell’accoppiata presa in esame: da una parte un rock di matrice americana, proposto dai Pivirama, band guidata dalla grintosa Raffaella Daino e giunta al terzo album in studio, dall’altra il cantautorato acustico e sghembo del giovane torinese Alessandro Romeo, che con la sua istrionica voce ci culla e ci dondola attraverso 8 canzoni leggere nei suoni ma capaci di intrattenere.

I Pivirama, dicevo, sono più esperti, avendo all’attivo un percorso più che decennale, se è vero che già nel 2003 il gruppo si ritrovò ad aprire una data di Robert Plant (la storica voce dei Led Zeppelin) in occasione di Palermo, SONICA) e che nel corso del decennio è stata protagonista della scena alternativa rock italiana, aprendo pure per Cristina Donà, Afterhours o Africa Unite, ma pure in contesti mainstream, come nel caso di un live della “ragazza del PIPER” Patty Pravo.

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Il terzo album giunto nei negozi si chiama “Fantasy Line” e non si discosta molto dai lavori precedenti, caratterizzandosi per un rock a volte ruvido, a volte più sfuggente, quasi psichedelico, nelle tracce più lunghe e dilatate, quali “Calling”, “Fantasy” – dove compare un efficace synth e “War”, dalle belle aperture melodiche. Altrove il sound si fa più diretto, come in “Sick” o nei brani in italiano: la pregevole “SonicaMente” e in “Difference”, nel quale fa capolino la voce del rapper Claudio “Leyo” Ognibene. Per il resto la band è quella che da anni sta a fianco della songwriter Raffaella Daino: Pietro Mammone (basso), Fabrizio Vivarelli (tastiere), Joe Nak (batteria) e Davide Roberto (percussioni), ma per questo disco la cantante si è avvalsa pure della preziosa collaborazione di Renz (piano, sintetizzatore e keyboards, Domenico Mistretta e Patrick Rotolo (chitarre), sotto la direzione di Tony Truncali. L’impressione è che a una vena e a un’attitudine prettamente rock faccia da contraltare una voce invero graffiante e ricca di sfumature ma anche dolce e sinuosa, in grado di garantire prospettive inedite in futuro, vedi una canzone efficace come la melodica e orecchiabile “I am mine”. La band dopo il buon riscontro di un concerto tenuto presso il carcere di Rebibbia, ha ottenuto altre soddisfazioni vincendo premi della critica in contesti come il FESTIVAL AUGUSTO DAOLIO, il festival “Io racconto” con Mogol e soprattutto il Music Think Tank; notevole anche la partecipazione a uno showcase unplugged organizzato da RADIO 1.

un bel primo piano di Raffaella Daino, voce e autrice dei Pivirana

un bel primo piano di Raffaella Daino, voce e autrice dei Pivirana

Totalmente differente il filone, l’ambito musicale nel quale si muove il ventottenne piemontese Alessandro Romeo che, dopo onorata gavetta in canoniche band rock locali, ha capito che era giunto il momento di calarsi in prima persona nei panni del cantautore, o meglio di “cantastorie”, visto il tenore dei suoi testi, ricchi di verve e di inventiva.

I primi approcci solistici riguardano tuttavia dei tentativi di unire la musica con altre forme artistiche: si ritrova così a scrivere musiche in funzioni di cortometraggi, spettacoli teatrali, finanche a sonorizzare varie manifestazioni.

Alessandro Romeo come appare nella copertina del suo debut album "Tesi di redenzione"

Alessandro Romeo come appare nella copertina del suo debut album “Tesi di redenzione”

Pur essendo cresciuto con la chitarra elettrica, passa con disinvoltura a quella acustica, sicuramente più adatta ad accompagnare le sue prime timide e soffuse composizioni. Una volta resosi consapevole delle proprie potenzialità e superato lo scoglio del mettersi in mostra, a nudo come vocalist, ecco per Romeo fioccare idee e narrazioni, le stesse che confluiscono nell’interessante – anche se inevitabilmente ancora acerbo – “TESI DI REDENZIONE”, in cui magari ingenuamente Alessandro mette in luce contraddizioni, inquietudini e malesseri malcelati della società, senza disdegnare l’arma dell’ironia in cui fa ricorso in brani come “Puzza di pesce” o “Karrina”, invero surreale, anche se delle 8 tracce edite a colpire è prima di tutte l’iniziale e obliqua “Amantide”, seguita dalla metaforica “La casona”. Un debutto bene a fuoco sul quale è possibile ipotizzare uno sviluppo e una maturazione, magari mediante i live che serviranno certamente da carburante per una proposta altrimenti a rischio di passare sotto silenzio, visti i tanti epigoni nel genere.

Prima puntata di Out of Time, il mio nuovo programma radio, venerdì 12 ottobre dalle 21 su Yastaradio

E’ ormai ufficiale la data di partenza di un mio nuovo programma radiofonico, di cui già vi avevo accennato in precedenza. “Out of Time” sbarcherà sulle frequenze di Yastaradio http://www.yastaradio.com/

VENERDI’ 12 OTTOBRE ALLE ORE 21 e vi terrà compagnia per un’ora e un quarto circa.

Di cosa tratteremo nel programma?

Beh, il titolo (sorta di omaggio a uno dei più celebri album dei REM) vuole contraddistinguersi proprio perchè “libero” da schemi, generi e epoche storiche. Passerò buona musica (quello mi sembra il minimo) di matrice italiana o estera, il tutto condito da temi che potranno variare, spaziando da argomenti prettamente musicali ad altri di più ampio respiro. Non svelerò propriamente le scalette delle puntate ma qualche anticipazione mi fa piacere darla…

La sigla di apertura è affidata agli Air, duo francese dalle musiche di grande atmosfera, con la loro “Playground Love” ma nella prima puntata avrete modo di ascoltare pure (cito in ordine sparso) i già citati REM, i nuovi fenomeni Kings of Leon, i Foo Fighters, Ben Harper, alcune perle dell’indie italiano, come Marta sui Tubi, Strueia e ripescaggi da un recente passato come gli inglesi Sundays, Mansun o Ash.

Ma anche molti altri, ripeto, è giusto un’anteprima di ciò che andrà in onda!

Inutile dire che sono molto emozionato al riguardo e che la musica da sempre mi accompagna. Fare radio mi fa stare bene, mi piace comunicare qualcosa di me tra le pieghe dei dischi, mi piace provare a far veicolare emozioni e suggestioni.

Quindi, per tutti coloro che vorranno seguirmi in questa splendida avventura, vi aspetto a braccia aperte e vi ripeto alcune coordinate.

OUT OF TIME andrà in onda tutti i venerdì fino al periodo imminente le festività natalizie DALLE 21 ALLE 22,15 su Yastaradio, in streaming gratuito e in REPLICA tutti i martedì dalle 15 alle 16,15.

contatti:

Potete contattarmi direttamente sul mio blog o inviando una mail all’indirizzo di posta elettronica yastagianni@libero.it per qualunque cosa vogliate condividere: opinioni, consigli, richieste, critiche (si spera costruttive 🙂 ) e segnalazioni. E’ mio intento, come accaduto nella prima puntata dare spazio ogni settimana anche ad artisti emergenti, magari senza casa discografica alle spalle.. ovviamente quelli che riterrò in linea con la puntata.

A prestissimo allora… SI VOLA!!!

Legs of Lamb: recensione dell’EP d’esordio della promettente band stoner veronese

Quando vado a recensire un gruppo segnalato, come sempre cerco di essere quanto meno obbiettivo, nonostante le sollecitazioni del buon Stefano Pego, collega e amico.

Da un po’ di settimane fa quindi capolino nella mia auto ma soprattutto nel mio stereo, l’ EP contenente 4 pezzi inediti dei veronesi Legs of Lamb, un gruppo giovane, se è vero che hanno debuttato live solo un anno fa e che nel giro di pochi mesi sono venuti a galla, classificandosi secondi al Tiro Contest e confezionando per l’appunto questo mini cd che non si direbbe certo suonato da una band di under 30.

Ammetto pure candidamente che il loro sound non rientra pienamente nelle mie corde, ma chi mi segue in questo blog sa che non mi  piace mai sentirmi ingabbiato in una definizione e i miei ascolti sono piuttosto a 360 gradi, specie se la musica che attanaglia le mie orecchie è di buona qualità.

Un suono definito da molti “stoner”, per quella sorta di indolenza nella voce di Tommaso Artegiani, anche sapiente chitarrista del gruppo e per una certa somiglianza con Josh Homme, uno dei guru del genere.

Semplificando potrei dire che questo EP non avrebbe certo sfigurato se fosse uscito a cavallo tra la fine dei ’90 e l’inizio degli anni zero, in quanto il mondo rock di riferimento è sostanzialmente quello. Non che il suono risulti a questo punto datato, ma certo i 4 non hanno fatto nulla per attirare il pubblico di giovanissimi, strizzando l’occhio all’indie e cercando melodie furbette.

Tutt’altro perchè i Legs of Lamb appaiono invece assolutamente maturi nel proporre brani decisamente poco convenzionali, devianti, oscuri e poco inclini alla regola magica “strofa-bridge-ritornello”, con la quale – tanto per fare nomi – si giocarono un posto nell’Olimpo i Nirvana del compianto Kurt Cobain.

La prima traccia, evocativa sin dal nome (“Musa”) mi pare anche la più ispirata, come titolo suggerisce. Il cantato di Artegiani è fluido, melanconico ma non struggente e il brano prende vigore da metà in poi, saturando la melodia prima di allora quasi arpeggiata.

Nel secondo brano, le curiose e pimpanti percussioni di Giovanni Franceschini, addetto per il resto del disco a colorare di sfumature nuove i pezzi grazie al sapiente uso del synth, fanno sperare in una deriva quasi roots che invece non arriva, in quanto “Views from the other side” è piuttosto dissonante, obliqua e concede poco respiro all’ascoltatore. La canzone successiva (“Wasted times”) prosegue sulla falsariga, essendo, se possibile, ancora meno immediata e presentando spigolature che ben lasciano sperare per un prosieguo della carriera artistica della giovane band verso un sound più alla Dream Theater. D’altronde la perizia tecnica dimostrata da tutti i componenti (compresi quindi coloro che si occupano della sezione ritmica, il bassista Pierpaolo Bozzini e il batterista Giacomo Carrieri) lascia presagire notevole potenziale, possibilmente da non disperdere troppo tra le pieghe di canzoni che paiono comunque troppo lunghe.

Con un colpo di coda inatteso, in occasione della traccia di chiusura (“The envious servant”) i LOL recuperano le atmosfere cupe ma non opprimenti del brano che apriva la tracklist e ci salutano dimostrando ancora una volta che ci sanno fare, alternando atmosfere, tempi vuoti e pieni, il tutto sorretto con maestria da Artegiani che detta con la sua chitarra il tema principale da far svolgere al gruppo. Proprio la capacità intrinseca di riuscire a modificare in corsa i brani, conferendoli di umori cangianti e sensazioni anche opposte fra loro, risulta il punto di forza di questo lavoro d’esordio. Ottimo risulta pure l’incastro tra la voce principale e quella del bassista Bozzini, abile con i cori che accompagnano un po’ tutti i brani. Da risentire assolutamente per avere una conferma degli sviluppi, magari potendo assistere a una loro esibizione live. Ah, se fossero usciti nel 1999!

PELLEeCALAMAIO ospita oggi RICCARDO MAFFONI, un cantautore rock di razza, vincitore di Sanremo Giovani 2006

“Ciao Riccardo, è un grande piacere per me incontrarti virtualmente perché ti ammiro e ti ascolto da tantissimi anni, esattamente dalla prima volta che sentii in radio il tuo bellissimo pezzo “Viaggio libero”. Ho consumato di ascolti il tuo disco d’esordio “Storie di chi vince a metà”. Ma le tue origini hanno radici ben più lontane, di spalla anche a nomi prestigiosi come PFM e Nomadi. Spiega un po’ ai miei attenti lettori com’è nata la tua genuina passione per il rock?”

La passione per la musica è una cosa che mi è stata tramandata dai miei genitori; quando ero un bambino si ascoltava sempre un sacco di musica, da Bob Marley a Battisti, da Springsteen a Celentano. Il mio primo approccio con la musica Rock è stato con le canzoni di Joe Cocker… Passavo i pomeriggi con questa cassettina di mio padre, adoravo questo stile così nuovo per me, così sanguigno! Tutto è nato così e nel tempo è diventata una vera e proprio passione, quasi uno studio della musica Rock. Dal Blues del Delta e di Chicago, al Rock n Roll di Elvis e Chuck Berry, ai grandi gruppi dei Sessanta, gli Stones, i Beatles, e poi Springsteen, Dylan, i Creedence.

La musica rock è parte integrante della mia vita, anche se poi col tempo ho imparato ad ascoltare e ad apprezzare la musica a 360 gradi.

“La vittoria (meritata) a Sanremo Giovani, in una edizione a torto dimenticata – visto che solo tra le nuove proposte annoverava nomi interessantissimi come L’Aura, Deasonika e Ivan Segreto – e la riproposizione del pezzo struggente dedicato al grande Marco Pantani sembravano davvero il preludio a una grande carriera, nel segno di una piena affermazione. So che è un argomento a cui forse non è possibile darsi una risposta plausibile ma con le tue qualità come mai sei rimasto relegato a un pubblico fedele, seppur di nicchia?”

Nella vita non si può mai sapere, non si può mai dare niente per scontato e non si smette mai d’imparare. So che sono le solite frasi fatte, ma è tutto vero. Non mi faccio mai domande sul come mai certe situazioni siano andate in un modo e non in un altro, cerco solo di analizzare quello che ho fatto, quello che faccio, valutandone gli errori e cercando di migliorarmi, in base alla mie convinzioni e a quello in cui credo. Non potrai mai piacere a tutti, non potrai mai essere perfetto, e quando si parla di musica, si parla di arte, quindi di qualcosa totalmente soggettivo. Suono e scrivo con la stessa voglia e dedizione che avevo 20 anni fa, e credo che la musica mi abbia dato veramente tanto in questi anni e spero che continui a farlo.

 “Sei un classe ’77 come me, quindi immagino tu sia necessariamente legato a un concetto forse più “tradizionale” di musica e di mercato del disco. Rimpiangi quell’epoca oppure molto meglio ora che con le potenzialità del web e dei nuovi software è possibile realizzare dei buoni prodotti anche nella propria “cameretta” e divulgarli on line raggiungendo potenzialmente un vasto numero di ascoltatori. Sei tra coloro che giudicano questo sistema per certi versi più “democratico” di un tempo”?

Quando ho cominciato ad ascoltare musica lo facevo usando le cassettine o i 33 giri. Oggi, a distanza di 30 anni, quando voglio ascoltare musica uso ancora il vecchio giradischi perché considero il vinile il formato migliore per ascoltare la musica che più si ama, ma al tempo stesso scopro un sacco di musica sui nuovi canali, come youtube, iTunes o le radio online. Il mondo cambia in continuazione, le mode cambiano, e la musica, che riflette tutto, cambia a sua volta. Oggi la tecnologia offre una varia gamma di scelte e di opportunità che fino a pochi anni fa sembravano impensabili. Dalla registrazione alla divulgazione del proprio prodotto. Onestamente non credo che oggi sia più democratico di un tempo, anzi, credo che il bombardamento mediatico sia molto più intenso di un tempo e che questo condizioni molto più di prima chi ascolta musica. Sicuramente chi è curioso, chi ha voglia di scoprire nuova musica può farlo molto più facilmente rispetto a 20 o 30 anni fa. Io stesso se volevo comprare certi dischi dovevo spostarmi in città, a Brescia o a Milano, perché in provincia non si trovavano. Oggi con un click hai tutta la musica che vuoi a disposizione.

 “Prova a chiudere gli occhi e calarti nei panni di un diciottenne/ventenne di oggi. Pensi che prenderesti in considerazione l’ipotesi di partecipare a uno dei tanti bistrattati talent show musicali al fine di emergere con la tua musica o sei fiero della tua gavetta e del sudore versato in tanti piccoli palchi di provincia?”

I giovani di oggi fanno bene a provare queste nuove strade, fanno parte del nuovo show business… Dieci anni fa non esisteva X Factor e fra 10 anni ci sarà qualcosa d’altro. Personalmente non seguo questi programmi, anche se ritengo ci siano molti bravi e validi cantanti che vi partecipano, ma non fa per me. Credo che la musica sia messa in secondo piano, e si parla troppo per i miei gusti. Sono fiero della mia gavetta, senza ombra di dubbio. Il contatto con il pubblico è la cosa più importante, e certe esperienze le devi fare sulla strada, dove nessuno sa chi sei e nessuno ti conosce, dove non hai una platea pronta ad accoglierti a braccia aperte ma, al contrario, devi guadagnarti e sudarti ogni singolo applauso. Quando hai 15 o 16 anni e l’unica tua arma è una chitarra devi imparare molto alla svelta certe regole del palco.

“Veniamo direttamente alla musica. Come si è evoluto il tuo percorso dopo due dischi di inediti e l’uscita, un po’ a sorpresa, di un disco quasi interamente composto di cover di pezzi immortali del rock. Si tratta solo di un omaggio, per quanto sincero, ai mostri sacri della musica o pensi che sarà propedeutico a un tuo nuovo album di inediti, magari ancora maggiormente votato a certe sonorità “classiche” in ambito rock?”

La realizzazione e la pubblicazione di questo EP, 1977,  è stato un processo molto più naturale di quanto si possa pensare. Come dicevo prima, sono nato con questo tipo di musica e l’ho sempre suonata nei miei live. Sono canzoni che suono da parecchio tempo nei miei concerti e il mio pubblico conosce ed apprezza molto questa mia indole rock, quindi il tutto è stato molto spontaneo. A dire il vero è una cosa alla quale ci pensavo da molto tempo, ma non se ne era mai fatto niente. Poi, dopo un lungo periodo passato a suonare in tutta Italia, ed una esperienza live anche negli Stati Uniti, ho cercato di mettere la basi a questo mio nuovo lavoro cominciando a registrare queste cover, rendendole ancora più mie, con degli arrangiamenti nuovi.

Quello che cercherò di mantenere nel mio  prossimo album sarà la spontaneità e la semplicità di 1977 che è quasi un unplugged per certi versi, scarno e diretto.

“Molti ti associano a Bruce Springsteen e in un certo senso la tua storia e lo stesso ep “1977” stanno a testimoniarlo, ma ti sei avvicinato anche alla poetica di Luigi Tenco. Quanto è stata importante per la tua formazione la cosiddetta scuola dei cantautori, posto che in Italia un certo tipo di rock è stato sdoganato in tempi piuttosto recenti?”

Non ho mai negato la mia passione per Springsteen  e per tutto il mondo musicale americano ed inglese, e 1977 è una sorta di tributo, di omaggio a queste mie radici musicali.  Allo stesso tempo credo che la musica italiana sia un tesoro inestimabile! Abbiamo centinaia di canzoni che sono dei veri e proprio capolavori. Un disco italiano al quale sono molto legato è Banana Republic, di Dalla e De Gregori. Anche questo fa parte dei miei ricordi musicali d’infanzia, ma è un disco che riscopro ogni volta che ascolto e Bufalo Bill è uno dei miei brani preferiti di sempre.

La melodia italiana è amata in tutto il mondo, ed è una componente che unita a sonorità più moderne, o se vuoi più internazionali o anche rock ha dato vita a canzoni che sicuramente si staccano dal resto della musica mondiale. Certamente l’italiano non è una lingua molto conosciuta ma ho avuto modo di constatare personalmente che è  molto apprezzata. Abbiamo una lunga storia artistica, unica nel mondo, anche a livello musicale, e per certi versi  il rock non fa parte del nostro dna ma ormai è da più  di 50 anni che lo ascoltiamo e che lo suoniamo ed i risultati ottenuti, le canzoni che sono state scritte in questo lasso di tempo testimoniano che abbiamo una grande capacità di apprendimento e di scrittura, e che non abbiamo nulla da invidiare nei confronti di chi un certo genere lo ha creato. La musica è un terreno comune in tutto il mondo. Basti pensare che i Rolling Stones, che sono inglesi, sono considerati la più grande band di rock n roll, un genere puramente americano,  o che Eric Clapton, anche egli inglese,  è considerato uno dei più grandi chitarristi blues, una musica inventata dagli afroamericani tra il 1800 e il 1900. La musica non ha passaporto, è un linguaggio universale.

Un grande saluto e un enorme in bocca al lupo per il prosieguo della carriera al grande Riccardo Maffoni,

di sicuro una delle voci più belle del panorama nazionale italiano.

si può ancora parlare di rock a fine 2011?

Rileggendo di tanto in tanto i libri (ebbene sì, mi capita di farlo e ogni volta scopro qualcosa di nuovo), mi capita di imbattermi in tematiche a me care. Ad esempio, nello splendido volume di Ernesto Assante e Gino Castaldo intitolato in modo eloquente Blues Jazz Pop Rock, il Novecento Americano, lungi dall'essere un pacco mostruoso e pretenzioso, ho trovato tutte quelle istanze socio – artistiche che da sempre mi appassionano e mi fanno riflettere sulla connessione "musica – società in cui viviamo". Ci si interroga arrivati ai giorni nostri se il rock abbia perso del tutto le sue principali valenze e funzioni, o almeno quella parte che non è solo sfogo di istinto generazionale o irruenza cieca, ma anche linguaggio universale di un sintomo più ampio, che riguarda non più micorcosmi individuali ma un mondo intero. Io credo che non esistano più fenomeni della portata di Nirvana, U2 o meglio ancora Beatles, gruppi epocali e non solo per le splendide canzoni ma anche per tutto l'apparato che si portavano dietro, il carico di tensioni e la vasta gamma di emozioni che riuscivano a interpretare e a manifestare. Cos'è ora rock? Noel Gallagher? i Coldplay? i Radiohead? (tanto per citare artisti che assolutamente stimo!) o peggio ancora lo specchio del rock adesso è fedele ad effimere e spesso poco credibili band da un punto di vista meramente artistico come My Chemical Romance o 30 seconds to Mars? Nel dubbio mi tengo aggiornato, perchè la passione non muore mai, ma lo spettro della musica si allarga e in fondo ho sempre ascoltato e apprezzato generi che non muovono le masse. Il suono singolo di un  contrabbasso ad esempio mi fa sognare, così come l'assolo di un sassofono! come dire: Charlie Parker sì che era un mito!