Un Antonello Venditti memorabile per il tour celebrativo del disco capolavoro”Sotto il segno dei pesci”

Antonello Venditti ieri ha fatto tappa a Marostica, tra i colli vicentini, in questo lungo e fortunato tour celebrativo per i 40 anni (ormai compiuti l’anno scorso) di uno dei suoi dischi clou: “Sotto il segno dei pesci”.

La cornice era splendida, come gran parte di quelle scelte per l’occasione di questo tour che, in origine, doveva solo fermarsi all’Arena di Verona (a proposito di memorabili location), il pubblico pure, ma soprattutto a brillare in un cielo che fortunatamente ha tenuto a bada il pericolo pioggia, sono state le canzoni del grande cantautore romano.

Di solito, come critico, mi occupo di altro tipo di musica, più tendente al rock, tra l’altro di matrice alternativa, ma chi mi conosce è al corrente della mia passione per la musica italiana, quella con la I maiuscola. E il buon Antonello rientra di diritto tra i più grandi della storia della nostra musica, nonostante lui anche ieri regalando sinceri tributi e affettuosi ricordi dei colleghi/amici scomparsi Pino Daniele e Lucio Dalla, ne parli come se appartenessero a un’altra categoria rispetto a lui. Invece il campionato in cui da ben 47 anni si cimenta il Nostro (da quando nel 1972 uscì il suo primo album “Theorius Campus” in coabitazione con l’amico Francesco De Gregori) è lo stesso dei sopra citati, grandissimi artisti italiani, e Venditti nell’arco di questa lunghissima carriera, si è posizionato spessissimo in zona Champions League, vincendo diversi scudetti: pensiamo ai successi clamorosi di pubblico degli anni ’80 o all’affermazione piena come cantautore proprio con l’album che sta riproponendo in toto in queste date: “Sotto il segno dei pesci”.

A 70 anni belli che compiuti Venditti mostra una vitalità straordinaria, una resa artistica integra ma soprattutto una passione senza eguali: lo si capisce da molti gesti, da come si muove, da come è coinvolto in ogni singola parte del concerto, da come ama raccontare aneddoti, fatti, episodi curiosi, particolari, molto personali, dalla piena sintonia che mostra con i suoi fidati storici collaboratori sul palco… lo si percepisce chiaramente soprattutto da come interpreta, vive e ci trasmette le sue canzoni.

Non si è proprio risparmiato ieri sera, suonando per quasi 3 ore e mezza (dalle 21,30 a poco meno dell’una di notte), dando giusto risalto al disco che viaggia per i 41 anni in quest’estate 2019, il già citato “Sotto il segno dei pesci” – di cui racconta genesi e significati più profondi – e per cui chiama a raccolta la folk band romana Stradaperta (che con lui incise lo storico disco all’epoca) ma spaziando, come era nel desiderio dei numerosissimi fans accorsi da gran parte del Nord Italia, in lungo e in largo nel suo repertorio, con l’esecuzione di tantissimi classici e il ripescaggio di alcune canzoni molto datate ma che evidentemente, come da lui spiegato, hanno una valenza molto importante per la sua vita e il suo percorso.

In tutto ciò, davvero, non si assiste a cadute di tono, a momenti di stanca; l’energia, la vitalità e lo spessore rimangono elevati per tutta la durata dello show, con intermezzo simpatico del cantautore, prima di “Dalla pelle al cuore”, quando chiama sul palco delle “coraggiose” donne per aver alzato la mano alla sua domanda su chi avesse perdonato un tradimento del proprio partner. Poi si è scoperto che una di loro aveva bluffato per salire sul palco e abbracciare il suo idolo ma ormai il simpatico giochino era riuscito!

Come detto, il cantautore è andato a pescare da diversi album, non tralasciando nessuna fase della carriera. Risulta quasi pleonastico commentare ogni singolo brano, perchè ognuno avrà avuto i suoi momenti più intensi durante i vari ascolti, ognuno con un proprio vissuto ed emozioni da poter liberare in un canto liberatorio o anche semplicemente facendosi trasportare dalle note e dalle parole dei brani passati in rassegna.

Personalmente sono stati tre i miei momenti clou, se escludiamo una “Giulio Cesare” che per prima mi ha fatto salire l’effetto karaoke: il primo l’ho vissuto durante una struggente “Lilly”, in grado di commuovermi sempre; poi l’emozione è salita alle stelle nelle tre canzoni da lui eseguite da solo al piano e che hanno anticipato il set de “Sotto il segno dei pesci”, vale a dire una toccante “Compagno di scuola” (prima però si era soffermato sul significato dato al termine “compagno”, specie in quei ruggenti anni ’70), una “Ci vorrebbe un amico” dedicata a Lucio Dalla, del quale ci condivide la sua gratitudine e l’affetto sincero in un momento delicato della sua esistenza e la storica “Notte prima degli esami”, ormai evergreen della musica italiana tutta; infine ecco affiorare la pelle d’oca durante una straordinaria “Che fantastica storia è la vita”, giustamente riconosciuta come una delle poche hit rimaste dagli anni 2000 in poi.

Nota di merito, dalle parti del tripudio, per la mezz’ora finale, in cui Venditti ha sciorinato brani entrati nell’immaginario di moltissima gente di varie età – com’era composto il copioso pubblico – e di fatto “generazionali”, sia che si trattasse di temi ad ampio raggio (“Benvenuti in paradiso”, “In questo mondo di ladri”), sia che fossero le sue più celebri canzoni d’amore (è mancata giusto “Ogni volta” ma in compenso ha eseguito le immortali “Amici mai”, “Alta marea” e quella “Ricordati di me” con cui ha trionfalmente chiuso il concerto) tra migliaia di smartphone alzati.

Un tempo esistevano gli accendini, forse era più romantico allora, ma in fondo cambia poco: rimane intatta la voglia di partecipazione, di prendere qualcosa per sè che possa essere ricordato, fissato nella mente e nel cuore. E ieri di momenti indimenticabili Antonello Venditti ne ha regalati davvero parecchi a me, a mia moglie e all’intero pubblico.

(di seguito la scaletta dello show)

  1. Raggio di luna
  2. I ragazzi del Tortuga
  3. Giulio Cesare
  4. Piero e Cinzia
  5. Peppino
  6. Stella
  7. Non so dirti quando
  8. Lilly
  9. Compagni di scuola
  10. Ci vorrebbe un amico
  11. Notte prima degli esami
  12. Sotto il segno dei pesci
  13. Francesco
  14. Bomba o non bomba
  15. Chen il cinese
  16. Sara
  17. Il telegiornale
  18. Giulia
  19. L’uomo falco
  20. Dimmelo tu cos’è
  21. Dalla pelle al cuore
  22. Unica
  23. Cosa avevi in mente
  24. Che fantastica storia è la vita
  25. Amici mai
  26. Alta marea
  27. Benvenuti in paradiso
  28. In questo mondo di ladri
  29. Ricordati di me
Annunci

Torna il mio programma Out of Time, giunto alla quinta edizione, in onda il giovedì dalle 17 alle 19 su www.yastaradio.com

Riprende Out Of Time, il mio programma in onda su http://www.yastaradio.com, splendida realtà diretta e ideata da quel genio dell’amico Dalse, nel quale in piena libertà, ho la possibilità di passarvi amabilmente la musica che amo, ma non solo.

download

Una parte importante del nostro appuntamento radiofonico – giunto alla sua quinta edizione – riguarda infatti l’approfondimento, senza andare a discapito di quella “leggerezza” nel trattare vari temi che da sempre ci contraddistingue.

Non canzoni banali, però, quelle mai, ma piuttosto legate ad attualità, così come al passato o addirittura con un orecchio rivolto al futuro, con le scommesse sui nomi più accreditati.

E poi monografie e puntate speciali legate a particolari eventi e quant’altro.

Un po’ come è successo con l’episodio zero di questa edizione, andato in onda giovedì scorso e che potrete comodamente ascoltare in replica, da pc, smartphone o tablet che sia, già domani dalle 15 alle 17. Avrete così modo di ascoltare tante canzoni che hanno composto la griglia di “papabili” per le prestigiose Targhe Tenco, da cui sono poi scaturiti i nomi dei vincitori (ormai appannaggio di tutti), e già premiati nella giusta sede sanremese, all’Ariston la settimana scorsa (evento che mi ha coinvolto direttamente, visto che ero presente in sala, in quanto giurato della rassegna, in rappresentanza tra gli altri proprio di yastaradio)!

Non solo però Niccolò Fabi, Motta, Peppe Voltarelli, Claudia Crabuzza o Di Giacomo/Elio, vincitori rispettivamente delle Targhe per il miglior disco dell’anno,miglior esordio, miglior album di interpreti, miglior album in dialetto e miglior canzone, ma anche altri che a mio avviso si erano messi in luce, al punto da ottenere fra le altre, la mia preferenza.

Importante però rispetto a tutte le edizioni precedenti, è che la messa in onda sarà nella giornata di giovedì dalle 17 alle 19 (con replica appunto il venerdì dalle 15 alle 17).

Non mi resta che augurarvi buon ascolto, con la speranza che siate numerosi e che possiate apprezzare lo sforzo e la passione nel passarvi musica di qualità e in grado di prevaricare i confini, passando dal classic rock all’indie, dai cantautori alla canzone pop, dagli italiani alla musica estera, del passato fino ai giorni nostri.

vi aspetto!!!!

Nel disco d’esordio a suo nome, Giacomo Marighelli con “Il Cerchio della vita” lancia la sfida di cantare essenzialmente d’amore, lontano da ogni clichè

A colpire l’immaginario di un ascoltatore che volesse approcciarsi alla musica di Giacomo Marighelli –  che esordirà col suo nome e cognome dopo l’esperienza pregressa sotto pseudonimo Margaret Lee – il 21 settembre, potranno essere con ogni probabilità i suoi testi davvero lirici e intensi.

14287536_10208857970479717_1693254806_n

L’album, dall’evocativo titolo “Il Cerchio Della Vita” (ed. La Cantina Appena Sotto La Vita), segue di ben due anni i primi esperimenti in chiave cantautorale (almeno in senso stretto, chitarra acustica, voce e poca altra strumentazione) de “La Ragazza Invisibile”, e in pratica mostra una crescita fisiologica del Nostro, originario di Ferrara, laddove le intuizioni prima erano solo abbozzate.  Nulla a che spartire comunque con il rock acido e diretto del suo alter ego passato Margaret Lee, dove si sentivano le influenze di Giorgio Canali, col quale aveva collaborato.

In questo disco invece la poesia e la profondità delle parole viaggiano di pari passo con una sorta di consapevolezza nuova, come se Marighelli intendesse veramente mostrarsi al pubblico, non lesinando in ambizione.

La sfida di rileggere in chiave nuova, o quantomeno personale, il tema che più di tutti ispira da sempre chi si accosta allo strumento: l’Amore. Un amore che non si nasconde, e che può essere filtrato sicuramente da esperienze personali (penso a uno degli episodi più convincenti, anche a livello musicale, con atmosfere oniriche, cupe e quasi spaziali: “Mentre tu mi cerchi”), ma che ha come fine il sentimento universale, qualcosa che possa riguardare proprio tutti.

Le tracce in genere si mantengono scarne in quanto ad arrangiamenti, ma una canzone come “L’Angelo Dalle Mani Di Tela” mostra soluzioni molto particolari, a iniziare dall’inaspettata esecuzione in coppia con il piccolo Tommy, un bambino che in sincrono al cantato di Marighelli si ritrova a declamare le stesse parole, intrise di immagini metaforiche e suggestioni, mentre via via tutta la canzone si dispiega in un brano urticante e molto sentito. Si tratta della canzone nettamente più interessante del lotto, dove l’aver osato qualcosa di più ha dato i propri frutti.

Non mancano comunque brani più solari e rassicuranti, come ad esempio ne “Il dio Denaro”, che in realtà nasconde un testo a tratti ironico e diretto, e la curiosa dedica d’amore “Il grillo che fischia”. Una menzione la merita anche l’iniziale “Avrei voluto masticare il tuo cuore”, dai toni un po’ blues, un po’ floydiani., della quale è stato realizzato un videoclip.

Un disco non facile, forse sin troppo teso e lento nell’incedere, ma da apprezzare se non altro per il tentativo di proporre brani tutti concentrati sull’amore,  affrancandosi dai clichè tanto in voga nel panorama italiano.

14256431_10208857970799725_354676672_n

Recensione di “Dalle vie di Milano”, esordio del cantautore Giovanni De Cillis

Giovanni De Cillis, trentaquattrenne milanese, di Bresso, ha da poco esordito con un ep di 4 brani tutti in italiano, dopo una lunga esperienza maturata con altri progetti. “Dalle vie di Milano” è una mini opera compiuta, dove il cantautore sfodera un’anima intimamente folk, declinata in canzoni dolci, calde, dal sapore d’inverno. Strano considerando il suo retaggio, fatto di tanti ascolti di musica rock e punk e tentativi, anche riusciti, di mettere in pratica alcuni degli insegnamenti dei padri putativi nei suoi lavori precedenti, quando stava alla guida di un trio e si esibiva in inglese. Ma è evidente come in Giovanni fossero presenti anche altre istanze, quelle care appunto ai tanti cantautori cui lo possiamo far ricondurre, nonostante sia alla ricerca sicuramente di un cammino personale. Folk, dicevamo, ma non solo nelle 4 tracce, introdotte dal miglior brano del lotto: “Punta di luna”. Anche la più pura e semplice canzone d’autore, specie quella di derivazione francese, più che altro nelle atmosfere. Piace il modo in cui veste le sue canzoni, affidandosi a strumenti acustici, pieni, in cui oltre alle chitarre compaiono banjo e mandolino, qua e là qualche tocco di fisarmonica e accenni di fiato.

Nella prima traccia, indubbiamente la più efficace e che a mio avviso andrebbe scelta come brano di lancio, si avverte una tensione poetica dell’autore e una delicatezza nell’interpretazione, supportata da una delicata voce femminile. Immagini magari stereotipate e quasi dissolte ma ben rese anche sul piano metrico. “Quando torno a casa” nella struttura è più immediata, introdotta da un bell’accordo di mandolino ma i toni si fanno crepuscolari. “Aspetto” mantiene l’atmosfera relativamente mesta, nonostante i fiati contribuiscano in realtà a conferire raffinatezza e classe, mentre la canzone che intitola l’ep parrebbe un tentativo di coniugare interpretazione introspettiva, grazie agli inserti di recitato, e atmosfera malinconica che ben si adatta al contesto descritto. Un esordio che lascia presagire una crescita, ma che forse è sin troppo omogeneo e “chiuso”. Visto lo spettro musicale certamente ampio del cantautore De Cillis, ci si poteva aspettare qualche variazione più contrastante tra un brano e l’altro ma almeno gli concedo una coerenza e una sincerità di fondo che traspare evidente tra le note. Sono tutte canzoni che si lasciano ascoltare piacevolmente, riuscendo anche a cullare e trasportare in una dimensione di rilassatezza. Il disco, promosso dalla Cococi di Monelle Chiti,  si può ascoltare interamente in streaming su soundcloud  https://soundcloud.com/jdecio/sets/dalle-vie-di-milano 

Venerdì 18 alle 21 torno in onda con il mio programma radio “Out of time” su Yastaradio!

 

images

Sono molto emozionato nel ricordare che venerdì alle 21 tornerò in pista a Yastaradio.com con il mio programma “Out of Time”. Lo faccio dopo mesi di forzata attesa, visto che il 2013 l’ho passato alle prese con problemi vari di salute che hanno compromesso lì per lì diversi progetti che stavo ben portando avanti. Ora, visto che tutto va via risolvendosi, di conseguenza anche i vari progetti, professionali e di vita, hanno ripreso a marciare. Posso così dedicare ancora del tempo prezioso a un progetto che ritengo altrettanto prezioso, quello della radio, che 12 mesi fa, mi vide protagonista per alcuni episodi, anche dello storico programma “Monophono”: all’epoca contribuii con monografie su Marlene Kuntz, Smashing Pumpkins, R.E.M. e Radiohead, ma erano previste altre puntate che probabilmente andranno messe in onda. Ora che sto meglio, l’energia positiva è alle stelle, e di pari passo il mio entusiasmo che – a onor del vero – non è mai mancato, nemmeno nei momenti più bui della malattia che mi aveva colpito. Innanzitutto però riprendiamo da Out of Time che da settembre 2012 mi vide protagonista a Yastaradio per una quindicina di settimane, in cui passavo senza filtri la musica che amo, spaziando dai generi, pur privilegiando certe influenze indie rock, o folk, e andando dai classici a brani nuovi di zecca, considerata anche l’imponente mole di lavori, autoprodotti, indipendenti o meno, che mi arrivano da più parti. Mettere al primo posto la qualità della proposta musicale è da sempre mio impegno, magari condendo le puntate con spunti, aneddoti, con toni in ogni caso divulgativi – perché quella è la radio a cui in qualche modo mi ispiro, a me piace quando posso ancora “scoprire” qualcosa ascoltando una trasmissione! – ma mai “didascalici”, piuttosto mi piace essere scanzonato, leggero, non nel senso “becero” del termine: insomma, chi già mi segue dalla precedente edizione ormai avrà imparato a conoscere il mio stile.

download

Non è mia consuetudine ma per il mio rientro mi va pure di condividere in anteprima la scaletta della puntata, ma sarà solo per questa ripresa, poi vi aspetteranno sempre delle sorprese che avrò in serbo in voi.  Vi aspetto numerosi allora venerdì 18 alle 21 su www.yastaradio.com e in replica il lunedì successivo alle 15 con il mio programma “Out of Time”… BASTA UN CLICK!

Sigla apertura: – R.E.M. “Shiny happy people”

–          Kings of Leon “Supersoaker”

–          Eleanor Friedberger “Stare at the sun”

–          Anna Calvi “Desire”

–          Bob Dylan “I want you”

–          The Doors “Touch me”

–          Virginiana Miller “Tutti i santi giorni”

–          His Clancyness “Machines”

–          Rufus Wainwright “Across the Universe”

–          Bruce Springsteen “I’m on fire”

–          Jeff Buckley “So real”

–          Caparezza “Non me lo posso permettere”

–          Daniele Ronda “La rivoluzione”

–          Loreena McKennitt “Skellig”

–          Franz Ferdinand “Eleanor put your boots on”

–          Sick Tamburo “La mia mano sola”

–          Tinariwen “Imidiwan Ahi Sigdim”

–          Boards of Canada “Reach for the dead (from Tomorrow’s Harvest)

 

Alla riscoperta di un disco molto interessante: “Anarchia Cordis”, esordio solista di Diego Nota

Giusto un anno fa esordiva nel mondo discografico da solista il cantautore frusinate Diego Nota, con l’interessante album dall’intrigante titolo “Anarchia Cordis”. Prima di allora l’artista trentacinquenne si era già fatto conoscere al pubblico come leader degli Ultimavera, con i quali aveva pubblicato ben tre dischi dalla seconda metà degli anni 2000 fino allo scioglimento dell’ensamble, giunto nell’estate del 2011.

E’ un autore quindi maturo quello che si muove tra le pieghe di questo lavoro, estremamente arguto e compiuto, purtroppo “persosi”, dimenticato nel novero delle tante, troppe, autoproduzioni (ma non solo) in cui è sempre più facile imbattersi in rete di questi tempi così confusi e convulsi. E proprio della realtà dei nostri tempi, con fervidi rimandi a un passato prossimo ancora recente e in grado di scottare, ci vuole parlare Diego Nota, attraverso 9 brani inediti (l’ultima traccia, l’insolita “Polvere di rospo”, seppur letteralmente stravolta a livello di arrangiamento, era invero già presente nell’ultimo lavoro edito con gli Ultimavera) diversi nelle atmosfere, eppure legate indissolubilmente da un filo conduttore e inequivocabilmente ascrivibili alla stessa penna, riconoscibile ad ogni attacco di brano.

Nell’inquadrare la realtà odierna Diego indaga su sé stesso, sul proprio vissuto, sulle proprie aspettative e su ciò che è stato. Lungi però dal voler essere uno dei tanti nuovi emuli di Vasco Brondi, laddove il ferrarese è solito usare toni cupi, plumbei, finanche apocalittici, Nota predilige toni ironici, talora sfocianti nel sarcasmo, fino a divenire manifesto invettivo in un brano dal forte impatto quale “San Pietro Calamitato”, dove a un certo punto riecheggia l’ombra di Clementi (ma forse è solo una mia suggestione!). C’è come la consapevolezza, presente in molti 35enni/40enni, di essere stati per così dire “traditi” nelle aspettative da una società che prometteva un futuro, se non florido, quanto meno solido, verso il quale poter aspirare con legittime aspirazioni e ambizioni. A colpire, nell’ambito di un disco tutto sommato “pop”, sono sia i testi, assolutamente non banali e caratterizzati da un profluvio di parole, tanto distanti da rime tipo “cuore/amore”, sia le atmosfere, che rimandano a stilemi cari a mostri sacri quali Joy Division (specie nell’efficacissimo intro del brano eponimo dell’album) o nella frizzante “Antropoteca”, in cui vengono snocciolati i temi più nelle corde dell’autore (l’attualità, la disillusione, la precarietà) e Smiths o primi R.E.M. in certe chitarre “jingle jangle” (che fanno capolino ad esempio in “Rupestre”).

Gli arrangiamenti sono il punto forte di questo disco, che rendono al meglio la bellezza e la profondità di brani come “Canzone per i nostri sei piedi” o di “Cosmonauta”, mentre “Scene dalla vita di provincia” o “Per un pugno di domeniche” sembrano le più a fuoco in quanto a immediatezza tematica.

Un lavoro che non pare azzardato inquadrare in quel filone, piuttosto scarno a dire il vero nel contesto musicale italiano, di un indie pop italiano ben congegnato che trovano nei Virginiana Miller dei validissimi interpreti. Un pop rock di qualità, insomma.

Vale la pena quindi andarsi a scoprire questo “Anarchia cordis” o a ripescarlo da qualche sperduta cartella di file mp3 compressa nei vostri hard disk, perché la bellezza, quando viene emanata in qualche forma, è giusto che emerga in superficie, anche se a distanza colpevole di un anno.

Alla scoperta del progetto musicale “Maredomini” di Claudio Ferrigato

Mi arrivano sempre più spesso richieste di recensioni, la maggior parte delle volte da agenzie, promoter ecc ma spesso anche dalle stesse band o dagli artisti. Diviene difficile star dietro a tutto, volgarmente parlando. E, per quanto io sia amante della musica, curioso per natura, oltre che “empatico” nei confronti di chi tenta di farsi notare nel marasma delle uscite discografiche, seppur mediante uno spazio ridotto come quello offerto dal mio blog, mi rendo conto che non mi è più possibile dare risposte affermative a tutti.
Tuttavia a volte la tentazione di approfondire è forte, e può bastare un feedback, anche semplice e spontaneo per innescare appunto in me quella voglia di saperne di più, che mi induce quindi a trovare il tempo opportuno per aprire le mie orecchie e prestare attenzione al prodotto in questione.

E’ il caso del progetto artistico di Claudio Ferrigato, denominato “Maredomini”.

la bella cover del disco di Maredomini: "Il linguaggio del sognare"

la bella cover del disco di Maredomini: “Il linguaggio del sognare”

Mi concedo una piccola divagazione personale, ma che mi pare doverosa per capire i motivi che mi hanno indotto all’ascolto e ad apprestarmi con la giusta curiosità alla sua musica.

Si tratta di una persona in qualche modo a me vicina, ma che non sentivo e non vedevo – credo, suppergiù da una ventina d’anni – da quando mi trasferii tredicenne dalla frazione di Menà al comune di Castagnaro. Prima la mia famiglia e la sua erano vicine di casa, e comunque a sua volta ho poi scoperto che mio nonno era fraterno amico di suo padre. Sì, perché Claudio è di una generazione diversa dalla mia, e quindi ero poco più che un bambino l’ultima volta che lui mi vide, e lui già un adulto: insomma, ovviamente ci conoscevamo ma mai mi sarei immaginato che mi sarei ritrovato nel 2014 a discutere amabilmente di musica e di progetti legati a questa, seduti a un tavolino di un bar, dopo un ricontatto avvenuto su facebook.

Sì, proprio il social network per eccellenza, grazie al quale Ferrigato è venuto a conoscenza del fatto che io scrivessi (anche) di musica, mentre io sapevo vagamente che quando era più giovane aveva militato per qualche tempo in un embrionale gruppo cui facevano parte anche i miei cari zii Roberto Salaro alla voce e Daniele Gardon alla chitarra. Un po’ per timidezza, un po’ per ritrosia da parte loro a raccontarsi non ho mai avuto modo di sapere qualcosa di più della loro passione, ma sapevo per certo che fossero bravi e quotati in zona, tanto da potersi permettere di andare in viaggio verso Milano, presso la sede della Ricordi, in anni in cui davvero questa rappresentava la “mecca” per tanti giovani gruppi di area beat, anche se il loro gruppo, di cui Ferrigato era già all’epoca principale autore e compositore, oltre che pianista e tastierista, si muoveva più su territori cantautorali, nel momento di transito verso il prog.
E’ stato quindi per me bellissimo constatare quanto di quella passione e di quel talento si nasconda ancora nell’animo di Claudio, ormai giunto quasi alla soglia dei sessant’anni (ma tanto gli uomini non si offendono se si confessa la loro età!), e vedere l’umiltà con cui si muove anche nei miei confronti che non sono nessuno che conta, sono solo un fervido appassionato che cerca di parlare di musica col cuore e, soprattutto, con onestà. D’altronde Claudio giustamente mi ha contattato anche perché vuole un orecchio per lo più critico, dopo aver raccolto unanimi consensi nel cerchio più stretto delle sue conoscenze. Lo capisco benissimo, è capitato così anche per me in occasione del mio esordio letterario.

Di carne al fuoco ce n’era insomma da servire in tavola durante il nostro incontro. Mi ha raccontato tante cose personali, anche riguardo a mio nonno, che non ho mai conosciuto (porto il mio nome in sua memoria) e che conserverò nel cuore; mi ha raccontato qualcosa di più del “famoso” provino di Milano, nemmeno andato male, ma con la conseguente figura dei “provinciali” (parole sue), seppur con la sfrontatezza dei 17/18 anni. E dei motivi contingenti, anche dolorosi, che hanno portato alla fine prematura del progetto.

Claudio poi da adulto si è dedicato anima e corpo all’azienda di famiglia, cosicchè il tempo speso per alimentare la passione per la musica era sempre più compresso, anche se il pianoforte non l’ha mai abbandonato. Casi fortuiti e personali – che non sarebbe giusto raccontare e rendere pubblici – lo hanno però fatto riavvicinare al mondo delle sette note, quando forse nemmeno lui per primo ci credeva più.
Così, ritrovata la fiducia e il giusto slancio, nel 2011 ha iniziato a raccogliere i cocci e mettere insieme i pezzi di un puzzle musicale lasciato a metà, in tanti cassetti sparsi nella memoria, andando però soprattutto a riscrivere ex novo canzoni, con una maturità evidentemente conseguita  negli anni.
Lo ha fatto attingendo ancora una volta dalla cerchia degli amici, tutti con conclamate competenze musicali e affidandosi per la supervisione e la collaborazione soprattutto nella persona di Mario Marcassa, stimato tecnico del suono, oltre che proprietario dello studio “Cat Sound” di Badia Polesine (RO) dove poi sono stati realizzati e registrati tutti e 11 i brani che sono andati a comporre questo “esordio” di Claudio Ferrigato, uscito a nome “Maredomini”, suo pseudonimo.

Maredomini che ha scritto, composto e prodotto in modo del tutto indipendente questo disco dal titolo “Il linguaggio del sognare”. Come dicevo, sono molti i musicisti coinvolti, dallo stesso Marcassa ad Alberto Greggio alle chitarre e Paolo Pigozzi alle tastiere e, a completare con lo stesso Ferrigato – principalmente prima voce e pianista dell’ensemble – la bravissima cantante castagnarese Stefania Veronese, in più tracce ospite ai cori. A proposito sono ben due le corali coinvolte: la S.Nicola di Castagnaro, diretta da Francesco Occhi e la S.Costanzo di Villa d’Adige a impreziosire e rendere solenni un paio di brani. Guest star il quotato sassofonista Luca Donini, presente già dalla seconda traccia, l’avvolgente “Fuoco innaturale” e Alessandro “Pacio” Tozzi, la cui splendida voce, emulatrice di quella di Renato Zero, rende notevole la performance sulla traccia d’apertura “Nuove generazioni”, a mio avviso la migliore per distacco di tutta la tracklist del cd.
Nota di merito anche per la confezione artistica, opera di “Ars Imago” e le foto del talentuoso Maikel Bonomi che avvicinano il prodotto a qualcosa di molto professionale.

Venendo alle canzoni, concepite tra il 2011 e il 2013, e quindi con uno scarto non indifferente tra di loro, c’è da dire che sono legate da un’omogeneità di base, sia nei contenuti, con i temi riguardanti maggiormente immagini evocative sulla natura e l’animo umano, spesso mediante soluzioni metaforiche, sia nelle musiche, legate ad un mondo sonoro vicino a quelli dei cari cantautori anni ’70, con escursioni timide in certe sonorità vintage anni ’80 e con gli arrangiamenti suddivisi tra tutti i musicisti coinvolti.
Le liriche dicevo sono immagini, metafore, che forse hanno la pecca di rendere troppo impersonale il frutto della ricerca di Ferrigato che, lungi dall’essere costruita o forzata, corre il rischio di non coinvolgere troppo l’ascoltatore a livello emotivo. Anche nella dolce, delicata “Amore senza fine”, si resta su un piano troppo vago e generico, come se l’autore non volesse del tutto mettersi a nudo, preferendo nascondersi dietro frasi magari poetiche e dal giusto effetto, ma poco intense e viscerali. Lo stesso dicasi del canto, molto educato e raffinato, in un panorama musicale, quello attuale, dominato sempre più da improvvisati sedicenti cantanti dalle scarse doti. Maredomini è certamente intonato e sicuro di sé, ma mancano i sussulti, le scosse che potrebbero in un lavoro simile fare la differenza. Così che i toni finiscono per rincorrersi ma alla fine a confondersi, essendo la voce del Nostro un po’ monocorde. Piccole lacune che non vanno certo ad intaccare il valore generale dell’opera, e poi, diciamolo francamente, senza scomodare miti come De Andrè o De Gregori, non si può certo dire che il loro punto di forza fosse nella vocalità in sé, il loro genio stava in altro.

In ogni caso si tratta come detto di un “nuovo inizio” per questo giovanotto di 59 anni, che ora, ritrovata la voglia di scrivere, vuole continuare a mettersi all’opera e a migliorare ulteriormente. Forte comunque di brani come “Lune smarrite”, molto profonda e onirica, l’avvolgente e sognante “Amanda e Gershaw”, con bell’assolo di chitarra elettrica nel mezzo; mentre la canzone che maggiormente si discosta dal contesto generale è l’invettiva contro la società attuale che viene messa in luce in “Fino a esaurimento scorte”, una delle più convincenti dell’intera raccolta.

Un buon disco, ben suonato e prodotto, magari maggiormente rivolto agli amanti di questo genere ma che non lascia precludere eventuali nuove strade, visti gli interessi e l’amore per la musica mostrati dal proprietario della sigla in 40 anni di attività.