Recensione di “Dell’Amore animale, dell’Amore dell’uomo, dell’Amore di un Dio” di Lorenzo Del Pero, un cantautore che ha tanto da dire.

Uno dei dischi che più ho ascoltato e apprezzato negli ultimi mesi è quello del cantautore pistoiese Lorenzo Del Pero, invero pubblicato nel 2019 ma che, visto che la buona musica non ha ovviamente scadenza, si sta facendo notare in questo funestato anno bisestile.

Concept e Foto Album: Lorenzo Gori

Il titolo in sè è già parecchio d’impatto ed evocativo: “Dell’Amore animale, dell’Amore dell’uomo, dell’Amore di un Dio”, e va a riallacciare alcuni legami con quel mondo dei cantautori più “nobili”.

Proprio così, Del Pero non sembra temere paragoni azzardati, pur denotando una spiccata personalità artistica pienamente ormai a fuoco, dopo i primi vagiti in lingua inglese, memore anche di importanti trascorsi all’estero.

E’ un lavoro ambizioso questo suo nuovo disco, ma per nulla “arrogante”, mi si passi il termine, ove è possibile non solo limitarsi ad ascoltare quelle che sono in ogni caso piacevolissime canzoni, ottimamente scritte, suonate e interpretate, ma anche tuffarcisi dentro, venendo a conoscenza del mondo interiore dell’autore.

L’amore è il dichiarato trait d’union tra i vari pezzi, un sentimento che non viene celato ma che al contrario emerge prepotente in ogni sua sfaccettatura. Potrebbe sembrare il “classico” disco da cantautore disilluso, in grado di sintetizzare le amarezze personali, finanche universali, ma non è affatto così, in quanto la materia amorosa, di per sè vasta e onnicomprensiva, è declinata anche nei suoi aspetti meno carnali e “umani” appunto, con incursioni felici (perchè, anticipando ciò che poi più nel dettaglio commenterò, si tratta di alcuni fra gli episodi più sentiti e riusciti) in quell’area spirituale che alberga in ognuno di noi.

A conti fatti quindi ci si sente in qualche modo purificati, come alla fine de “Il sentiero”, canzone in quattro parti (compresa di Intro, Primo Intermezzo e Secondo Intermezzo) che delinea il mood dell’intera opera.

Che sia un album più maturo e “lavorato” (o meglio, ragionato) dell’omonimo debutto (risalente al 2013) lo si evince in fretta; ci basta, dopo il già citato frammento iniziale de “Il sentiero”, una canzone come “Romina”, che riesce nel miracolo di far incontrare due mostri sacri come Fabrizio De Andrè (nell’atmosfera e nel linguaggio) e Jeff Buckley (negli splendidi acuti). E’ già questa a mio avviso la vetta dell’ album, il suo apice narrativo e formale. Ma le sorprese non sono certo finite, e Del Pero con la successiva, catartica “Verrà la pioggia” rinnova un’attenzione particolare alle parole e alla pura bellezza musicale.

E’ questa la canzone forse più adatta a rappresentare le molteplici anime di un lavoro consistente, forte di un lirismo come non si sentiva da tempo in ambito cantautorale, così vicino come detto ai classici del genere. Tuttavia a spiccare, innegabilmente, sono le indubbie doti vocali del Nostro, che innalzano il livello di intensità, conferendo spesso e volentieri quel giusto quid di pathos e struggimento.

Continuando fra i solchi del disco, ci si imbatte nella melodica e apparentemente placida (perchè, di fatto, anche in questo caso, le parole sono più simili a lame affilate che a dolci carezze) “Misera cosa”, caratterizzata da uno stupendo arrangiamento acustico. Apro una parentesi per lodare anche i musicisti che intervengono nell’album, laddove il suo titolare si è occupato di cantare e di suonare chitarre, bouzouki greco e balalaika: si tratta di Francesco Pirolo (basso), Alessandro Pieri (batteria) e Matteo Gaggioli, che oltre a suonare tastiere, basso e fisarmonica, ha curato con lo stesso Del Pero la produzione artistica e gli arrangiamenti (ed ha pure registrato e mixato il lavoro); assai rilevante anche il contributo di Alice Chiari e Irene Betti che, rispettivamente con violoncello e arpa, hanno impreziosito e rifinito il tutto.

“A Silvia” fa da spartiacque ed è probabilmente il brano col più alto tasso di densità della raccolta, in cui il cantautore delinea un ritratto toccante della protagonista che, pur alle prese con una vita che non le ha risparmiato dolore e atrocità, non intende arrendersi. E’ un testo davvero importante e significativo quello che ne contorna la storia, in versi come “Silvia chiede una tregua con respiro affannoso/all’amore che il tempo oramai ha corroso/E poi giura che questa sarà l’ultima volta/che si dona ad un uomo fino ad esser travolta/Silvia grida l’amore/la sua bocca smarrita”. Anche l’interpretazione, in cui Lorenzo può ricordare nel grido finale un certo Chris Cornell, non può lasciare certo indifferenti.

Foto di Fiorenzo Giovannelli

Le tematiche rimangono cupe, con punte di disperazione, nella successiva “Dell’amore animale”, che vanta però un arioso ritornello che ricorda un po’ Don Backy, specie per la pulizia e l’efficacia interpretativa.

Sono canzoni in effetti d’altri tempi quelle contenute in questo convincente “Dell’Amore animale, dell’Amore dell’uomo, dell’Amore di un Dio”, e a maggior ragione lo sono quelle cui spetta l’onere di condurci alla fine del tortuoso viaggio. Dapprima a stupire è la splendida “Ave Maria”, un’invocazione profonda, una preghiera laica (oppure no?), in cui i toni spirituali emergono e ne connotano l’epica melodia. Il lirismo, presente a onor del vero in ogni singolo episodio, viene accentuato oltremodo nel brano “Sposa per denaro”, dove fa capolino una sospirosa fisarmonica.

Non sono da meno l’intensa “Sorella solitudine”, in cui Del Pero si cimenta in un azzardato cambio di tono, passando brillantemente da un ficcante spoken word iniziale a un ritornello aperto in cui far letteralmente volare le corde vocali, e la dimessa, ancorchè ragguardevole, “Preghiera blasfema”, il cui accostamento verbale induce all’inganno. L’ossimoro è infatti fuorviante, basta perdersi in versi come “A te lode e gloria di una lunga memoria/Proteggi mia madre, conduci mio padre/Nella sofferenza ch’io trovi l’essenza/di un Amore antico/Dio ti benedico”, per rilevarne il grande spessore. La musica oltretutto è calorosamente solenne, e ben si confà a simili parole.

Che altro ancora da aggiungere? Dopo aver ascoltato un disco di tale levatura, dove le (belle) intuizioni del disco d’esordio sembrano portate a compimento, e aggiungendovi la recente collaborazione con Marco Olivotto, sfociata nel suggestivo singolo “Vola il corvo”, abbiamo chiara l’immagine di un artista consapevole del suo talento e delle proprie qualità.

Un cantautore in movimento, che ha tanto da dire e che riesce, grazie a un songwriting ispirato e a una voce potente ed educatissima, a trasmettere nel migliore dei modi il suo mondo interiore, ciò che più sente nel profondo.

 

Alla scoperta di “Lost in the desert”, secondo album di RosGos

Dietro il nome RosGos si cela l’artista lombardo (di Crema, per l’esattezza) Maurizio Vaiani, che fu attivo alla guida dei Jenny’s Joke negli anni zero, pubblicando tre album di rock obliquo e notturno e suonando in concerto un po’ ovunque.

La voglia di scrivere e di mettersi in gioco non si è mai spenta però in lui e appropriatosi di questo curioso nickname (da un termine dialettale delle valli lombarde) ha dapprima realizzato un album in italiano (“Canzoni nella notte”) per poi tornare ad esprimersi in inglese con questo nuovo “Lost in the desert”, uscito a metà aprile, in piena emergenza Covid-19.

Vale la pena quindi soffermarsi su quest’ ultimo lavoro, anche perché nonostante i buoni propositi, come molti altri pubblicati nel medesimo periodo, giocoforza non ha potuto usufruire della giusta promozione, visto il lockdown cui siamo stati tutti necessariamente sottoposti.

La copertina di “Lost in the desert”, il nuovo album di Maurizio Vaiani, in arte RosGos

Messi da parte gli spunti cantautorali del lavoro precedente, alcuni in ogni caso molto interessanti, bisogna ammettere che RosGos pare sentirsi maggiormente a suo agio nei panni del folk rocker sedotto dall’epica e dalla tradizione musicale americana.

Basta mettersi all’ascolto dell’iniziale “Free to weep”, per immergerci nella giusta atmosfera: il brano, con i suoi tocchi acustici e sognanti ci fa inoltrare in un metaforico viaggio che si alimenta di canzone in canzone, andando a braccetto con il mondo di riferimento dell’autore.

Siamo già così predisposti dopo un solo assaggio ad assistere quindi al viaggio interiore dello stesso Vaiani, che ci viene tradotto in undici tappe che somigliano molto a un cammino disseminato nel deserto, dove si possono incontrare le luci abbaglianti del sole ma anche le fresche ombre notturne.

Nella prima specie vanno annoverate canzoni come la paradigmatica “Standing in the light”, accogliente e ammaliante con i suoi delicati arpeggi di chitarra, la countryeggiante “To daydream” e l’ode elettrica “Mary Ann”, mentre più ispide e urticanti appaiono la dilatata “Lost”, la dimessa “Misery” e l’evocativa “Sparkle”.

Una menzione a parte merita la dolce, sussurrata “Sara”, con la voce del Nostro che sembra provenire da scenari lontani. Ma sarebbe un po’ fuorviante incasellare questo lavoro unicamente alla voce folk, perché in realtà ci sono alcuni episodi dove emerge ancora prepotente l’anima rock, certo memore della lezione a stelle e strisce. Un esempio lampante è dato da “Telephone Song”, il cui solido e vivace arrangiamento mette in luce una vocazione da band, con sezione ritmica incalzante, la chitarra che apre squarci nella nebbia e la voce filtrata ma che emerge piena e forte in superficie.

Non è più un ragazzino Maurizio Vaiani ma questa improvvisa prolificità compositiva è giusto che sia alimentata, seguendo questa indole naturale, che magari non sarà quella che finisce nei piani delle classifiche, ma di certo è in grado di arrivare al cuore dell’ascoltatore, perché appassionata e viscerale.

 

Recensione di “Walking on Tomorrow”, album autoprodotto di Antonio Valentino, in arte Anthony.

Il milanese Antonio Valentino è quello che si può definire un “self made man” senza timore di rimandi a personaggi politici che “si sono fatti da soli”.

No, signori, qui si parla esclusivamente di musica, quella che Anthony (questo il suo nome d’arte) dimostra di saper “masticare”, rimaneggiare, modellare, in un contesto però dove a farla da padrone sono principalmente le atmosfere, l’impeto, le musiche che indubbiamente rimandano a un hard rock di matrice “ottantiana” in grado di ricrearne a dovere l’immaginario. Che gli anni ’80 siano stati il miglior decennio per questo genere musicale non è una scienza esatta ma nemmeno un fatto più di tanto opinabile, direbbero alcuni appassionati.

In “Walking on Tomorrow”, disco interamente autoprodotto, pensato, scritto, suonato e arrangiato da Valentino presso il suo studio, in parte è possibile infatti riassaporare il fragoroso sound di quell’epoca. Senza scomodare paragoni con le band più rappresentative del genere (nomi tra l’altro facilmente identificabili a un primo ascolto) è chiaro che nelle 11 canzoni inedite di Anthony si senta forte il richiamo di certo metal, soprattutto di matrice anglosassone, ma tra le influenze del Nostro si annoverano anche il rock ‘n roll più viscerale e ovviamente il blues, padre putativo di tutto il rock a venire.

Il disco alterna momenti di grande intensità e altri più morbidi, che però definire “rilassati” parrebbe fuori luogo. In generale è l’urgenza comunicativa a emergere, le melodie dirette, il pugno in faccia preso ad esempio dal brano di apertura “Another Way”, uno dei più convincenti del lotto, dove l’alchimia tra le voci di Scream Chiummo e Antonella Poerio è perfetta per quella che è la “cavalcata rock” per antonomasia della raccolta. La cantante è protagonista anche in uno dei pezzi che ho definito poc’anzi “morbidi”, vale a dire “American Dream”, in cui il protagonista del viaggio (tutto “Walking on Tomorrow” è vissuto come un viaggio, non solo interiore) è ancora diviso tra buone vibrazioni ed entusiasmo.

Predominano le chitarre distorte e il cantato minaccioso in “Sweet Hell” e “Night After Night”, che stridono con la dolcezza e l’epicità di “My Light Found in The Rain”, ma appunto le canzoni si susseguono a mo’ di racconto e vanno di pari passo con le emozioni del protagonista, in una sorta di Odissea rock, fino all’evocativa “Scathing Time” che chiude infine il cerchio.

Un disco dove le soluzioni sonore magari non sono elaborate, né tanto meno innovative, ma comunque incalzanti, ficcanti ed esemplificative della sincerità di fondo, della passione e della visceralità che muove l’animo dell’autore.

Certo, difficile che faccia proseliti in un ambiente che sia diverso da quello poco avvezzo al rock confinante col metal, ma non ci sentiamo di definire questo aspetto come un limite.

Piuttosto, è risaputo che ad essere limitati siano gli spazi e i canali dedicati a chi propone brani propri, specie se cantati in inglese, e nel caso di Anthony è evidente come la dimensione live sia quella che più si addice per una migliore resa delle canzoni.

 

Recensione di “Pastis”, ultimo disco degli Arturocontromano per Libellula Records. Dove la patchanka diventa d’autore.

Con il loro ultimo lavoro: “Pastis”, uscito tre mesi fa, nel marzo 2016, i torinesi Arturocontromano sembrano aver raggiunto lo zenit del loro percorso artistico e musicale, nato al tramonto del vecchio millennio all’insegna del puro “do it yourself”.

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Nulla a che spartire comunque col punk, quanto meno a livello di sonorità, laddove sin dagli esordi hanno sempre saputo e voluto giocare con i generi, spesso legati a matrici folk, reggae o ska e regalare atmosfere al più festose, quasi danzerecce.

Uscito per l’interessante label Libellula Records, il disco mette in mostra una evidente maturità compositiva raggiunta dai ragazzi e soprattutto un’eterogeneità dei suoni e degli umori.

Siamo più dalle parti di una patchanka sonora, che a volte viene indicata quando non si sa come etichettare quei prodotti “strani” ma allo stesso tempo intriganti, obliqui, ondivaghi.

Canzoni che sanno accogliere, confortare, regalarci finanche sorrisi e rilassare, in episodi come la scoppiettante “E la sera”, alla Fred Buscaglione, molto swingante nell’incedere e trascinante nell’insieme, la successiva “Fermo a Carnevale”, con atmosfere un po’ retrò, da film francese o la sognante “Il cassetto”, che invece è in grado di riecheggiare una band a loro vicina anche geograficamente come i Mau Mau.

Ma sono tutti degni di nota gli otto brani proposti, che mirano in qualche modo ad avvicinare nell’immaginario il guru Vinicio Capossela, nella sua capacità di manipolare nel migliore dei modi così tanti strumenti e riconsegnarci un disco che, fosse uscito nei ’90, in pieno boom di combat folk (anche se a onor del vero, l’ambito politico ‘è tenuto praticamente fuori dal songwriting di Valerio Amendola e soci), avrebbe certamente fatto bella mostra di sè tra le classifiche di vendita.

Gli Azimut esordiscono con “Resistenza”, un Ep di 5 brani di rock in italiano

Gli Azimut sono un giovane gruppo della provincia di Novara che ha debuttato con “Resistenza”, un Ep di 5 brani all’insegna di un rock diretto e debitore di una certa scuola anglosassone emersa tra i 90 e i 2000.  Esordiscono con l’etichetta New Model Label, non nuova a prodotti simili ma aperta a tante contaminazioni di generi.

In questo caso però è facile in brani come quello che intitola l’intero lavoro o in “Piccola Pausa” riconoscere atmosfere care ad esempio ai Franz Ferdinand, anche se i Nostri sembrano gradire meno certe “frivolezze” pop invece insite nel sound di Kapranos e soci.

Sono infatti canzoni tirate quelle di Enrico Ferreri (voce e chitarre), Michele Palmieri (Chitarre), Edoardo Sacchi (basso) e Cristian Ferrini (batteria), a partire dall’iniziale “Sala d’attesa”,  canzone malinconica e vagamente struggente sulla fine di una storia, dall’arrangiamento molto “wave anni ’80”.

“Abbraccio vago” è forse il brano più orecchiabile e intrigante del lotto (non a caso scelto come singolo di lancio), nell’ambito di un’opera comunque omogenea a livello di atmosfere e immagini evocate.

Il songwriting è interessante ma allo stesso tempo ancora migliorabile e acerbo, e se si vuole provare a emergere nel marasma delle uscite indipendenti legate agli stilemi di un rock in salsa tricolore, è forse il caso di tentare una carta più personale. Il tempo è chiaramente dalla loro parte.

Musica indie italiana: le mie recensioni per Troublezine – novembre 2015

Condivido con gli amici del blog le mie recensioni novembrine per il sito di Troublezine

Anche questo mese ho ascoltato lavori interessanti provenienti dall’indie italiano

http://www.troublezine.it/columns/20100/recensioni-in-pillole-novembre-2015

La Belle Epoque “Il Mare di Dirac” (autoprodotto)

Sorprende questo giovane ensemble alle prese col loro primo lavoro autoprodotto, che sin dal suggestivo titolo rimanda a qualcosa di scientifico, che però riassume in sé tanta filosofia, e un senso nuovo da dare alle cose. Loro scelgono la via del rock più diretto e sanguigno, in otto tracce al più viscerali e intense, dedite al recupero di un solido rock nostrano di ispirazione nineties (che ci sia un ritorno a un certo stile che visto con gli occhi di oggi appare quasi retrò ma che in sé nasconde ancora tanti spunti interesse e presa nel pubblico, pensiamo anche ad altri casi illustri nel mondo indie?). Lo fanno associando il tutto a testi decisamente incisivi e scevri di retorica e rime giuste e furbette. Spicca non solo il singolo Cracovia, disilluso e accorato grido pieno di reverberi, ma anche l’iniziale Icaro, più melodica e spassionata. Prevalgono le linee melodiche ficcanti, irrobustite da chitarre in primo piano rispetto a momenti più malinconici ma non privi di messaggi speranzosi, come in Nuovo Mondo. Anche il cantato è sicuro e maturo, e tutto pare giocare a favore di una possibile ascesa nel firmamento rock nostrano, in alternativa a prodotti più ostici e meno accessibili a un primo ascolto

Teo Manzo “Le Piromani” (Libellula/Audioglobe)
Il disco d’esordio di Teo Manzo, pubblicato da Libellula Records, è il tipico esempio in cui tra un’idea particolare e ben congegnata e realizzazione della stessa non vi è scarto o approssimazione. Già attivo in vari progetti che si muovevano tra nobile cantautorato (come l’insolito duo acustico “I Becchini” con cui si muoveva per la Penisola omaggiando De Andrè) e tentativi indie d’autore con il seminale gruppo La Linea del Pane, Manzo approda in versione solista con piglio sicuro, proponendo addirittura un concept album, di quelli veri, ben costruiti, dove il susseguirsi delle tracce va di pari passo con la narrazione di una storia. In questo caso, molto curiosa e particolare, di un astronomo che vorrà dimostrare come l’opinione dilagante che la luna stia per cadere sia infondata. Si ritroverà perduto, dopo la morte improvvisa dell’amata, e a un certo punto si unirà ai cospiratori di una rivoluzione, che non attendevano altro che un infausto avvenimento potesse dare il là a qualcosa di grande. Poi, forse alienato dalla pazzia, ritroverà la sua amante sotto altre forme, quelle delle Piromani, creature femminili che accendono le stelle. Un disco coraggioso, che si dipana in sedici tracce, divise in due capitoli (formati da otto tracce ciascuno), cui le musiche seguono l’andamento degli eventi e degli stati d’animo del protagonista, divenendo di volta in volta più cupe, minacciose, ariose o urticanti. Potremmo definirlo un post-rock d’autore, di sicuro non si può dire che il cantautore non abbia voluto battere strade differenti rispetto all’odierno, affollatissimo, movimento dei nuovi cantautori degli anni dieci.

Gian Luca Mondo “Malamore” (Controrecords)
C’ ha preso gusto Gian Luca Mondo a fare dischi “compiuti”, seppur sempre interpretati e assimilati secondo un’attitudine molto personale. Aleggia uno spirito punk in queste registrazioni, assolutamente non della serie “tre accordi e via”, ma più che altro per inclinazione e atteggiamento, per indole e fugacità. Canzoni che vien quasi difficile definire tali, sospese come sono tra plumbee e fumose atmosfere e che mutano in talking ora brilli, quasi a ricordare il Capossela “d’antan”, ora piuttosto bizzarri e maldestri. Certo, sentire nel brano trainante, che cita il titolo dell’album, un verso come: “E mi sono innamorato di una donna che ha la pelle di freddo vetro, e il suo piscio fa  40 gradi, e la lecco, la lecco davanti e di dietro….la lalalalaMalamore sta con te”, mi urta e non poco, ma forse sono io a essere sin troppo sensibile!
Il suono invece è prettamente blues, come da cifra stilistica del Nostro, già a suo agio in questi panni col precedente “Petali”, di appena un anno più vecchio, e di contro più vicino a certe sperimentazioni e all’utilizzo di arrangiamenti più vari e pieni. Qui invece a prevalere sono suoni scarni: una chitarra elettrica blues che lambisce quelle parole quasi sconnesse fino a comprenderle appieno, un piano che di certo non conferisce quell’aurea di romanticismo ma che piuttosto contribuisce a rendere acido il nostro panorama e la voce di Mondo che a volte parla, altre biascica, senza mai aggredire con forza, utilizzando registri poetici quali il sarcasmo e la pungente ironia. Paradossalmente è proprio Anticanzone quella che di fatto è la traccia più immediata e suonata del lotto.

Alfonso Moscato “La malcarne” (autoprodotto)
Il cantautore siciliano, già leader degli interessanti Cordepazze, con questo disco solista ha voluto condurre l’ascoltatore nelle penombre di una società sempre più atta a discriminare e a soggiogare l’individuo più debole e respinto. Sulle orme nobili di Fabrizio De Andrè, cui il nostro non solo è debitore da un punto di vista dell’ispirazione e della proposta teorico-musicale, ma è stato associato esplicitamente, avendo vinto col suo gruppo primigenio il Premio intitolato al grande autore genovese nel 2007, Moscato infatti dedica ogni pezzo a persone che dalla propria vita non hanno più nulla da chiedere. Le Pulle, scelto come singolo apripista di lancio, parla delle ragazze nigeriane ingannate e rivendute come schiave costrette a prostituirsi. E’ un “anti-singolo”, non possedendo certo quell’appeal radiofonico, visto appunto il tema ostico e una interpretazione lenta, quasi funerea. Un pensionato abbandonato è invece protagonista della toccante I Paesi svuotati, mentre il tema della violenza come forma ultima di comunicazione emerge in tutta la sua disperazione in brani come Amore criminale e soprattutto Verrà l’arcangelo Michele, un vero pugno nello stomaco, parole taglienti che fanno male. I ritmi si distendono nella vivace Malaluna, musicalmente efficace con il cantato in dialetto e i suoni folk cari alla terra siciliana, tentativo riuscito anche nella più riflessiva e malinconica UCarzaratu, corredato da un video contenente un bel collage di immagini della Sicilia del noto fotografo Alex Astegiano. Un lavoro certamente profondo per tematiche e sfondo sociale ma anche monocorde (o monotono, se vogliamo conferire l’accezione negativa) a livello di sonorità, tutte acustiche e claustrofobiche.

Musica indie italiana: le mie recensioni in pillole pubblicate sul sito di Troublezine (pt.2)

Alban Fuam “Whiskey n’beer” (Maxy Sound)
Album d’esordio coi fiocchi quello dei veronesi Alban Fuam, imperdibile per tutti gli amanti dei suoni irish e con una predilezione per tutto ciò che anche solo lontanamente può richiamare la magica Terra verde irlandese.
12 brani della tradizione celtica suonate tenendo fede agli originali ma arricchite da un gusto per il suono, arrangiato e ben prodotto, che va così a premiare tutte le scelte della banda capitanata dal cantante Piero Facci. Chiare soprattutto le influenze folk ma riecheggiano anche elementi country e di matrice cantautorale, specie nella convincente Molly Malone. Per chi da sempre ascolta musica irlandese sarà facile distinguere quelli che sono a tutti gli effetti dei vari classici, ma mi piace citare almeno le versioni di Dirty Old town, in cui Alessandro Antonelli si è staccato dallo stile cantato di Shane McGowan, optando per toni da crooner; una scatenata The irish rover (come a dire l’abcdell’irish folk!); una Fields of Athenry che qui diventa una ballata amorosa a due voci (duetta con Facci l’angelica Giulia Vallisari) o quella Great song of indifference più vicina a quella del suo autore Bob Geldof che non alla stranota traduzione dei Modena City Ramblers. Giustamente l’etichetta intende esportarli oltre confine, visto che i presupposti per inserirsi con successo tra i fautori di un efficace recupero di suoni popolari rivisitati in chiave moderna ci sono tutti (e d’altronde il gruppo da ben prima di esordire ufficialmente aveva già calcato tanti palchi proprio in Irlanda).

Vincent Maredomini “Tutto Sembra” (autoprodotto)
Torna a distanza di 4 anni dal precedente “Il linguaggio del sognare” il cantautore veronese Claudio Ferrigato, in arte Vincent Maredomini con il nuovo “Tutto sembra”. 11 tracce, di cui 2 riprese dal precedente ma impreziosite in questo caso dalla dolce voce di Eleonora Martinelli (il duetto Amanda e Gershon e l’epica Nuove generazioni) che tra l’altro svettano nel contesto di un album abbastanza omogeneo ma non per questo privo di interesse. Più che altro è da avvalorare la coerenza nelle scelte artistiche di Maredomini, di affidarsi a un songwriting sempre più maturo soprattutto in fase di composizione, per il quale si è avvalso dell’equipe di musicisti con cui da anni collabora (fra tutti cito almeno Mario Marcassa, che oltre a suonare il basso e occuparsi della programmazione della batteria elettronica è anche colui che ha registrato e mixato il lavoro presso il Cat Sound Studio di Badia Polesine). Solida musica d’autore, imperniata su tematiche in genere esistenzialiste o sentimentali (come in Di quale vita o Sogni senza gravità) ma impreziosite da arrangiamenti che sanno dipingere affreschi vivaci in oppure in Anna uscita dalla notte, la più narrativa del lotto. Un lavoro sì artigianale, frutto di passione ma soprattutto di tanto studio e ricerca.

Dada Circus “Lato del cerchio” (Goodfellas)
Sestetto romano con base a Tivoli, arrivano a distanza di due anni dal precedente disco autoprodotto, successivo a una felice partecipazione a Rock Targato Italia. Con questo vivace lavoro compiuto, 10 brani pieni di ritmo, energia e calore, mirano a un posto al sole in campo… boh? Viene difficile definire tutto il meltingpot che fuoriesce da brani come L’Albatros, Quasi trent’anni o D’Amore e di fumo. Patchanka sonora fatta di ska, pop, gipsy, con i fiati spessissimo in primo piano. I ragazzi mostrano di sentirsi a proprio agio anche nei momenti più riflessivi, quando smettono di muoversi scatenati per addentrarci in territori più cadenzati, folk (nelle ballad Per le vie della seta, in odor di Irlanda, Estatica o nella strumentale L’ultima thulè. Ma a mio avviso il pezzo che meglio potrebbe rappresentarli è l’ironica e pungente Fregene 90210.

Daniele Sepe  “A note spiegate” (MVM/Goodfellas)
Torna in pista con un progetto molto viscerale, sanguigno, “vero” il polivalente artista napoletano Daniele Sepe che, a 60 anni suonati, ha deciso di finanziarsi con musicraiser questo suo venticinquesimo album. Un disco in cui si potranno riconoscere gli ingredienti principali della più genuina musica jazz, al di là dei connotati musicali ben riconoscibili e di una tecnica invidiabile. Però nei 13 brani di “A note spiegate”, frutto di dieci concerti/laboratori tenuti fra Napoli e il Mondo, non c’è solo maestria negli arrangiamenti e gusto retrò, ma soprattutto l’impatto, la verve e il dinamismo di un progetto in itinere. Spiccano il funambolico brano d’apertura Fables of Faubus, la calorosa Blue Moon, da night club, la fluttuante Antonico o l’irriverente, ondivaga Big Nick U’n’L, dai ritmi honkytonk.
Daniele Sepe è riuscito a creare un’alchimia perfetta, pescando da un repertorio vastissimo e attingendo a piene mani dai grandi, rifuggendo però sterili paragoni e evidenziando il suo tocco personale, inconfondibile al sassofono, riuscendo da esperimenti veri e propri (quelli che inscenava nei dieci incontri laboratori in cui insegnava le varie partiture di un brano) a comporre dei strumentali molto efficaci.

Valentina Lupi “Partenze intelligenti” (Goodfellas)
La cantautrice romana Valentina Lupi torna con un ep di 5 brani realizzato con il suo collaboratore storico Matteo Scannicchio, in cui i suoni sono minimali, non invasivi, come a non togliere spazio a una voce pulita, chiara e convincente sotto ogni punto di vista, soprattutto quello interpretativo. A partire dal brano eponimo, secondo in scaletta, si percepisce come il viaggio sia centrale all’interno di questo lavoro. Un viaggio della mente, prima ancora che fisico. Qui in particolare l’elettronica quasi vintage è perfetta a tessere musicalmente una canzone molto personale, perfetta per fotografare una situazione esistenziale. Il ritornello killer fa la sua egregia parte, per un brano che nulla ha da invidiare alla più acclamata Levante, tanto per restare in tema di fenomeni indie. Reduci è invece meno briosa e più riflessiva, mentre in La signora che tesse la tela, che richiama una storia di attesa più che di partenza, la Lupi ci culla in un’atmosfera sognante, con buonissimi inserti sonori e uno stile che può ricordare la grande Ginevra di Marco.

Davide Ravera “Gospel” (Hazy Music/Audioglobe)
Davvero convincente questo nuovo lavoro del cantautore modenese Davide Ravera che, traendo ispirazione dal Vangelo come allegoria dei nostri tempi così contradditori, mette in fila 14 canzoni profonde e viscerali, portandoci in un viaggio in cui sono compresi pericoli, abissi e brusche fermate lungo la via Emilia, la sua Terra spesso evocata. Piace lo stile, l’attitudine, l’interpretazione che rimanda a echi di blues, post rock e furore punk, questi a braccetto con episodi più rallentati ma comunque d’impatto emotivo. A partire dalla sua voce ruvida, da un canto che privilegia l’intensità alla tecnica, da parole spesso brutali, sboccate, quasi uscissero dalla penna dei poeti maledetti. Si sente eccome la mano di Umberto Palazzo dietro le quinte in veste di produttore artistico, uno dei più geniali musicisti della sua generazione.

Rumore Rosa “UOAAOO” (Consorzio ZdB)
Dopo molti anni di digiuno dai dischi (ma in cui hanno suonato in molte tappe su e giù per lo Stivale) tornano più freschi e coinvolgenti che mai i Rumore Rosa. Un disco in cui si mescolano tante sonorità, creando un’alchimia variegata che, gira e rigira, sa di fragoroso pop. Sofisticati il giusto, con la voce della solista Margot che incanta e ammalia in episodi assai riusciti come l’eterea Giorni sani o che pare giungere da galassie lontane in Non altrove, riescono pure a stupire pestando l’acceleratore in brani come Non appartengo (puro dream pop chitarristico) o cavalcando onde psichedeliche in Mrs no where. Ci credete se vi dico che, a volte, mi ricordano un po’ i Madreblu? Un buon ritorno all’insegna dell’indipendenza creativa.

Jarred, The Caveman “I’m Good If Yer Good” (Stop Records)
Convince appieno il disco del trio che ha trovato dimora in Italia ma che potrebbe appartenere a una qualsiasi landa desolata su questo Pianeta. Atmosfere rilassate, talora al contrario disturbanti, suoni maestosi così come lievi a simboleggiare l’universo incantanto che sgorga dalle note di Alejandro (argentino di Rosario con l’America country e folk nel cuore), Luca e Matteo. Giunto in Italia il primo con tanti sogni, cerca di realizzarli in musica, e con l’aiuto dei sodali dà alle stampe 11 canzoni senza precisa definizione, tra solchi della più radiosa tradizione southern rock, roots contaminato e folk più autentico e genuino. In alcuni brani gli arrangiamenti vestono canzoni basilari gonfiando il tutto di archi e ottoni. Il più delle volte sono sonorità acustiche a farla da padrone, tra armoniche, banjo e guitar slide. In particolare la terza traccia non sfigurerebbe di certo nel repertorio dei Mumford&Sons! Prevalgono le atmosfere calde per quello che si può considerare a ragione un progetto da tenere saldo in mente.

Gonzaga “Tutto è Guerra” (Stop Records)
I lucchesi Gonzaga (curioso il riferimento al casato mantovano…) esordiscono con un album di solido rock, nervoso, austero e senza compromessi. Solchi fiammeggianti già dall’intro Via Maldonado che parte piano, puntellato da visioni space rock per poi lasciare spazio all’irruenza di voci e chitarre. La fa da padrone la voce sicura del leader Angelo Sabia, che ruggisce, inneggia, e ci trasporta lungo 12 canzoni dai toni fiammeggianti, sin dal paradigmatico titolo “Tutto è guerra”. Poca speranza e molta intensità in Tragedie annunciate e in Ist die Zeit, suoni sinistri che fanno capolino in Abracadabra. Un disco insomma di non semplice fruibilità, forse anche di difficile collocazione ma che mostra degli artisti maturi e con idee chiare, più che altro con una “visione” da condividere, tra Muse e certo noise rock.

David Ragghianti “Portland” (CaipiraRecords / Musica Distesa)
Esordisce con un filo di voce, senza urlare o sgomitare, il cantautore toscano David Ragghianti, all’insegna di un pop d’autore, ricordando a tratti Giuliano Dottori, qui in veste di produttore. David tuttavia è in grado di farsi ascoltare, non deve ricorrere a chissà quali orpelli per emergere, laddove brillano arrangiamenti magari un po’ scarni e pressochè acustici, ma raffinati e soavi, portatori di luce e candore più che di ombre e paure, nonostante testi che spesso ci fanno immergere nella malinconica quotidianità. Passi esistenziali nella convincente 300 anni, nostalgia di ciò che potrebbe un giorno accadere nella disillusa eppur romantica Pause estive, con toni che diventano fiduciosi nella cadenzata a ritmo iniziale a suon di reggae in Se non ti ammali mai. Un lavoro omogeneo, dove la pecca che vi si può riscontrare è quando alla fine degli ascolti ti rendi conto che, a conti fatti, nessun brano è riuscito a spiccare e prendere quota sugli altri.

Emmanuelle Sigal “Songs From the Underground (Brutture Moderne)
Sono dieci convincenti tracce a costellare l’universo sonoro del debutto di questa cantautrice francese di origine israeliana. Musica per palati fini, dove la canzone d’autore – dai cenni etnici – si sposa meravigliosamente con l’anima più sperimentale, in grado di unire nel calderone tendenze swing, folk e minimal-elettroniche (se si pensa alle atmosfere vagamente new age di Happiness). Blues train che apre il disco è forse il brano più a fuoco, frizzante e dai toni caldi, mentre altrove si fa strada la malinconia che però non scende nei meandri della mestizia (la titletrack, per lo più sognante, o la fluttuosa Deepcoldsea. Le canzoni toccano temi profondi, essendo debitrici dell’amore della Sigal per le opere di Dostoevskij ma non fatevi ingannare dall’ingombrante mentore: l’aria è serena e per nulla pesante!

Laurex Pallas “La prestigiosa Milano-Montreaux” (Rodeo Dischi)
Collettivo giunto al termine di una trilogia, definita “della fatica”, iniziata nel 2007 e tutta dedicata a mitiche corse ciclistiche. Nella fattispecie si attinge a un mondo fatto di contrasti, di metafore, di ironia velata o meno, che emerge soprattutto nei testi e nelle idee dell’ensemble. In un miscuglio sonoro schizofrenico, dove non mancano pregevoli spunti dal punto di vista degli arrangiamenti (ci sono fiati, violoncelli, pianoforti, intrecci di voci) mancano però le canzoni significative, quelle che finiscono per fare la differenza. Piace il ritmo cadenzato di Ninna Nanna della cabina(tema davvero insolito, sulla solitudine delle cabine telefoniche!) e la bandistica Luci d’alba ma per il resto come detto, le melodie non ci paiono all’altezza degli spunti narrativi.

Paolo Zanardi “Viaggio di ritorno” (Lapidarie incisioni)
Compositore maturo ed eclettico, già autore e compositore dei Borgo Pirano, Zanardi, pugliese trapiantato a Roma, attinge per questo suo quarto album a tutto un immaginario legato alla canzone d’autore italiana, quella più oscura e raffinata, a partire dalla citazione quasi esplicita di Piero Ciampi nell’iniziale, bellissima ed evocativa, C’è splendore in ogni cosa, in grado di catapultarti nelle balere anni ’60, come ha spiegato lo stesso autore. Il secondo brano L’arca di Noè parte da un sogno, e lì finisce per trasportarti, mentre la voce graffiante emerge principalmente nelle narrazioni diOspedale militare (storia di un travestito), ispirata a un fatto vero, vivace anche dal punto di vista musicale. L’omaggio a Marylin nel brano quasi eponimo è una divagazione onirica che ci rimanda a certi autori degli anni ’80, anche nel modo di interpretare e raccontare una storia. Al di là di intenti nobili e di riferimenti “alti”, a tratti sembra di ascoltare Luca Carboni o esponenti pop degli anni ’60… non che sia un male, ma forse nemmeno il massimo dell’attualità!

Musica indie italiana: le mie recensioni in pillole pubblicate sul sito di Troublezine (pt.1)

Ho deciso di raccogliere in questo post le mie varie breve recensioni pubblicate nella rubrica “In pillole” che potete leggere ogni mese sul sito di Troublezine.it dove da tempo collaboro.

Sono tutti dischi di recente uscita, quelli che trovate qui sono stati pubblicati da maggio ad oggi. Gli ultimi miei contributi riguardano i dischi di Emmanuelle Sigal, Paolo Zanardi e i Laurex Pallas.

Buona lettura

Vincenzo Fasano “Fantastico” (Eclectic Circus)
Non sono certo la passionalità e la grinta a mancare nel cantautore mantovano (ma di origini siciliane) Vincenzo Fasano, giunto al secondo lavoro a quattro anni di distanza da “Il Sangue” che lo aveva fatto emergere sino ad approdare tra i 15 finalisti del “Cornetto Summer Festival” due anni dopo. Però questo album dall’evocativo titolo “Fantastico”, seppur prodotto e arrangiato bene, sembra difettare in ispirazione, e questa è un’aggravante non da poco, se si considera un mercato dei dischi sempre più imbalsamato ma allo stesso tempo ingolfato di nuove produzione, piccole, grandi o self che siano. Fasano nel singolo di lancio La mia vita al contrario o nell’introduttiva Il presidente dell’Universo mostra buone intuizioni sia a livello testuale che interpretativo ma poi i suoni si perdono in cose che sanno di già sentito. La titletrack appare per lo meno abbastanza epica e ad ampio respiro ma altre canzoni risultano appesantite da un cantato sin troppo “tirato” (penso a Titoli di coda e soprattutto A Pugni chiusi) mentre convincono di più quei brani in cui i suoni si fanno più soffusi, da cameretta, come nella malinconica Barcellona, in cui il concetto di sogno si infrange nel duro confronto con la realtà, stesso tema portante di Armami.

Meg “Imperfezioni” (autoprodotto)
Ci sono voluti ben 7 anni per risentire Meg, la storica seconda voce dei rinati 99Posse (rientrati in pista però senza i suoi soavi controcanti). Si è affidata come tanti illustri colleghi al crowdfunding e il risultato è “Imperfezioni”, che sembra quasi mettere le mani avanti sin da titolo. No, non appare perfetto questo disco della “eterna giovane” napoletana, intriso di quell’elettronica che in fondo l’aveva già contraddistinta nelle sue precedenti pubblicazioni da solista. Certo, i suoni sono più moderni, curati da lei stessa e dal fido Mario Conte. Decisivo il lavoro di drumsprogramming in alcune tracce dei deejay Digi G’Alessio e Godblesscomputers che hanno contribuito a dare un respiro quanto più internazionale al disco. Tuttavia, dopo aver ascoltato le tracce che lo compongono, non viene da gridare al miracolo. Anche se bisogna ammettere che Meg abbia cercato diverse vesti sonore per le proprie creazioni, alternando a suoni eterei (come nella canzone che intitola la raccolta) altri momenti più vivaci come in Skaters (in odor di drum ‘n bass) o in Parentesi (che suona più new age). Spicca ovviamente la sua voce, molto evocativa e seducente, adatta ad accompagnare melodie che in primis intendono rilassare e mettere a proprio agio l’ascoltatore. In tempi così frenetici e spesso brutali non è impresa da poco.

Modena City Ramblers “Tracce clandestine” (MCRecords)
L’ennesimo album dei Modena City Ramblers, il primo gruppo folk italiano, senza timor di smentita, è in realtà un tentativo (riuscito) di ridare la giusta dimensione e dignità a brani spesso già interpretati con successo in alcuni dei numerosi live che da sempre contraddistinguono la loro ventennale carriera.
Per i fans però sarà l’occasione di veder immortalati su disco alcuni dei loro momenti più entusiasmanti ma che per un motivo o per l’altro non ebbero modo di venire incisi (penso a Fischia il vento o Canzone per un amico fragile). Ci sono soprattutto azzeccate cover, omaggi a gruppi che fanno parte della loro storia e formazione, come If I shouldfall from grace of God dei Pogues, band irlandese che seppe mettere tutti d’accordo agli albori dei Mcr, fungendo da catalizzatore per unire tante anime diverse o la Clandestino di Manu Chao. Particolarmente emozionanti sono il duetto con Eugenio Finardi in Saluteremo il signor Padrone e la cover della splendida The Ghost of Tom Joad di Bruce Springsteen, qui suonata alla loro maniera, come una lenta e dolce ballata folk.
Un disco non imprescindibile per la carriera dei Nostri, ma che mette in mostra musicisti che a distanza di tanti anni ancora suonano col cuore, mettendoci impegno e amore per la musica.

Davide Solfrini  “Luna Park” (New Model Label)
E’ certamente un Davide Solfrini più maturo e forse meno scanzonato rispetto al suo interessante esordio “Muda”, uscito sempre per New Model Label, etichetta ferrarese, quello che emerge nelle canzoni di “Luna Park”. A differenza di allora, le atmosfere sembrano più varie e meno legate a certo pop rock di matrice americana, passionaccia del Nostro. Prova ne è proprio la titletrack, debitrice di una certa new wave dark alla Diaframma (peccato per la voce troppo flebile, che poco ha a che spartire con quella di Sassolini), piuttosto insolita a livello di songwriting. Altra traccia che si distingue per tematiche forti è senz’altro Bruno, che ci riporta agli anni ’80 con il triste epilogo di un tossicodipendente di provincia. Anche l’apripista Cenere, dai connotati autobiografici, ha un taglio nostalgico e ricorda un po’ il miglior Bennato. In Lavanderia si sentono echi dei R.E.M., e si candida a miglior brano della raccolta al pari della frizzante Ballata, un po’ alla Dente. Ma al di là di questi paragoni, che servono forse a inquadrarlo per chi non lo conoscesse, è indubbio invece che Solfrini abbia molte carte da giocare nell’ambito dell’indie pop italiano.

Domenico Imperato “Postura Libera” (New Model Label)
Decisamente singolare la proposta del pescarese giramondo Domenico Imperato, all’insegna di una curiosa e originale commistione di musica strettamente cantautorale, debitrice dei grandi classici (non a caso è il vincitore del Premio De Andrè 2014) e quella brasiliana, dove ha a lungo soggiornato, venendo a stretto contatto con la fiorente scena locale. Proprio a San Paolo ha registrato le 10 tracce del suo debutto ufficiale, per un viaggio che accompagna l’ascoltatore cullandolo dolcemente. Apre le danze in realtà quella che è forse la canzone meno ritmata di tutte, la delicata Gira, mentre già dalla seconda Frutta Tropicale si entra in mood giusto con l’America Latina, con il Brasile citato esplicitamente. Un po’ di bossanova in chiave moderna la si può riscontrare in Riposa, mentre con la titletrack si torna ad essere più intimisti ma allo stesso tempo più incisivi a livello di testo. L’autore si trova decisamente a suo agio anche con la lingua portoghese, come ben evidenziato da Lua Nova, il mio brano preferito della raccolta. A tratti, in alcune ballad, sembrano riecheggiare i toni del miglior Niccolò Fabi, e sinceramente non pare troppo audace pronosticare un futuro simile a Imperato.

Tamuna “Woodrock” (New Model Label)
Disco d’esordio con i fiocchi per i palermitani Tamuna, attivi da tre anni e da subito saliti alla ribalta in contesti etno-folk-rock, grazie al primo premio conquistato al Contest Edison Change the music. Ci sono voluti altri due anni e mezzo per far confluire le numerose influenze e istanze del quartetto in un album compiuto, quale è “Woodrock”, che pur essendo quasi prettamente acustico, è in grado comunque di smuovere, di far ballare e pensare, finanche a travolgere con il suo messaggio globale, positivo. Graffiante e diretta la voce del leader Marco Raccuglia, come si evince in Gerlando, in cui si omaggiano persino i Beatles di Hey Jude. Spettacolari in alcune tracce le percussioni, così come i fiati, a impreziosire un sound altrimenti troppo impersonale. Così facendo invece l’alchimia tra tradizioni della loro Terra (la Sicilia fa spesso capolino nei loro testi) e modernità è in qualche modo garantita. Pezzo più rappresentativo, a mio avviso, più che il singolo di lancio Ciuscia, interpretato in dialetto palermitano, e comunque interessante nel suo genere ibrido pop/reggae, è Penso, in odor di pizzica.

La Banda Di Piero “Rocambolesco” (autoprodotto in collaborazione con la Coop Controvento di Venezia)
La Banda di Piero (alias il cantante Andrea Filippi) è un ensemble di Portogruaro giunto finalmente dopo 6 anni di attività all’esordio sulla lunga distanza con “Rocambolesco”. Il sestetto, nato dall’alchimia creativa di Filippi e del talentuoso chitarrista Gabriele Bertolin, propone uno scatenato miscuglio di generi riconducibili però a una patchanka sonora ben costruita e modellata. Prevalgono i ritmi serrati, caratterizzati dal suono imperioso del trombone di Silvano MoniBidin, come in Pigro o in Bice, che potrebbero stare benissimo nel repertorio della Bandabardò, influenza piuttosto palese dei Nostri. Specie le chitarre di Bertolin e di Paolo Bornacin ricordano lo stile elettrico e frizzante di Finaz. Un lavoro lineare, incentrato su una forte passione e una chiara dichiarazione d’intenti: quello di un artigianato musicale che però dalla sua può mettere in campo nella giusta misura della discreta tecnica e buon gusto in materia folk.

Federico Poggipollini “Nero” (ArtevoxMusica / BelieveDigital)
Ingrato destino quello che spetta a molti “guitarhero” una volta che provano a cimentarsi in progetti solisti. Solo rimanendo in territori italiani, e andando a ripescare vecchie e nuove esperienze di gente come i bravissimi Maurizio Solieri e Luigi Schiavone, si nota chiaramente come spesso la critica sia poco generosa con loro, anche qualora ci fossero buone intuizioni. Figuriamoci quindi quando l’opera in questione è pure piuttosto scadente sotto il profilo della qualità pura, come nel caso del braccio destro del Liga, Federico Poggipollini, noto come Capitan Fede dai fans, giunto stoicamente al quarto album in solitaria. Ma se ai tempi dell’acerbo esordio, era lodevole da parte sua il tentativo di affrancarsi da un’ombra così ingombrante, dimostrando di poter stare in piedi da solo, anche grazie a carine ballate pop rock, con questo “Nero” francamente ci pare di intuire che la carta del rocker non gli si addica più di tanto, mancando di ispirazione musicale, laddove i suoni sono a tratti pacchiani e ridondanti. Per non parlare dei testi, davvero banali, anche quando l’intuizione di partenza sarebbe buona (vedi i casi di Religione o Fantasma di periferia, inficiato però da un testo alla Steve Roger’s Band, con buona pace dell’anima del grande Massimo Riva), quando non imbarazzanti, vedi l’esempio de La più bella del bordello o Un giorno come un altro. Meglio quando va a proporre delle melodie delicate, come succede in Solamente un’ora, anche se pecca clamorosamente in intensità interpretativa, così da far sembrare lontanissimi i tempi della sua fortunata hit Bologna e piove.

Radiodervish “Cafè Jerusalem” (Autoproduzione)
Si sono affidati al crowdfunding i Radiodervish per poter realizzare in piena autonomia il nuovo progetto “Cafè Jerusalem”. La raccolta fondi ha raggiunto molto agevolmente il proprio obiettivo, anche perché il gruppo pugliese/palestinese gode da ormai 20 anni di una nutrita cerchia di affezionati, e di un riscontro notevole in tutta Europa, tanto che non stona definirli uno degli orgogli maggiori che la nostra Penisola può vantare non solo in campo musicale, ma proprio in senso artistico più ampio. Infatti anche in questo intenso, suggestivo, profondo disco, che ruota tutto attorno alla storia della città Santa di Gerusalemme, spesso martoriata nel corso della sua millenaria storia, si possono trovare tutti gli aspetti basilari della loro poetica. Splendida come sempre la voce di Nabil Salameh, a intessere scenari mitici, permeando le atmosfere di calore e trasportando l’ascoltatore in un lungo viaggio in Oriente. Commuovono brani come Nura, toccante, da pelle d’oca, e Promenade. Emana un forte senso di pace e una dolcezza sconfinata Love in Jerusalem, mentre la più ritmata Hakawati e soprattutto l’ondeggiante Cardamonrappresentano forse il meglio che l’attuale panorama della world music potesse chiedere, così come lo strumentaleOut of Time che chiude egregiamente il disco. Lo ribadiamo, gruppi come i Radiodervish rappresentano un vanto per l’Italia all’estero.

Recensione de “Il Gruppo”, splendido romanzo musicale di Joseph O’Connor

Sono un grande appassionato di libri musicali, di saggi, di biografie, anche se – come già scritto in altre occasioni – ormai le so riconoscere, avendone appunto divorate tante, e quasi mai incorro in errori di valutazione quando mi appresto a un acquisto. Una biografia di un artista,  personaggio o di un gruppo, deve saper emozionarmi, coinvolgermi, deve lasciarmi qualcosa e in un certo senso anche sognare, non dev’essere la classica trafila di info, concerti, dichiarazioni ai più note: deve possedere qualcosa in più, insomma, qualche aneddoto curioso, qualche dettaglio, e solitamente per questo sono da me preferibili le autobiografie dirette, schiette, senza particolari tabù, tipi di operazioni che riescono meglio all’estero, mi duole ammetterlo (penso al libro di Keith Richards, assai paradigmatico in tal senso, forse sin troppo viscerale, o quello comunque stuzzicante della groupie per eccellenza, Pamela De Barres, o a quella di Johnny Rotten), laddove spesso invece i libri di artisti italiani sono come dire “edulcorati”.

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Ecco, un libro della prima specie che mi ha davvero colpito sin dalle prime battute, per poi raggiungere picchi di intensità e di “vita” notevole, è quello scritto dall’irlandese Joseph O’Connor: “Il Gruppo”, edito da Guanda, stessa casa editrice che in Italia pubblica i libri del mio mito Nick Hornby.

Dicevo, “Il Gruppo” è il libro perfetto, una biografia ricca, appassionata, viscerale e che dà spazio e voce a tutti i protagonisti della vicenda, tenendo sempre alta la tensione emotiva. Unica nota… il gruppo del libro è… immaginario, frutto della fantasia dello scrittore, ma è talmente intessuto dell’atmosfera mitica, oscura ed entusiasmante degli anni ’80 irlandesi, inglesi, americani. Una bella fetta di storia della musica recente scandagliata con una grande passione e assoluta competenza dall’autore, in grado di catapultarci tra palchi, realtà, tour grandiosi o sordidi locali, buchi di appartamenti o suite imperiali. Insomma, ascesa, piena affermazione e caduta di stelle fittizie ma del tutto credibili agli occhi dei lettori come l’ambiguo e talentuoso Fran Mulvey, il dolce e tormentato Robbie Goulding (la principale voce narrante dell’opera) e i gemelli Trez e Sean Marshall, la prima splendida oggetto del desiderio del protagonista. Assistiamo quindi in ordine rigorosamente cronologico a tanti eventi che riguardano questo gruppo di amici con la passione per la musica, dai primi rustici tentativi alla formazione degli Ships in the Night, sigla sociale con cui arriveranno in cima alle classifiche di mezzo mondo. Per chi segue la musica con trasposto e quasi devozione, questa diventa una lettura d’obbligo, essendo la storia il prototipo di tante carriere e vite di gruppi che si sfaldano sul più bello per motivi alle volte tra i più beceri e meno umani. Ma in fondo cosa c’è di più umano e vissuto del male che ci può causare l’egoismo altrui? Eppure il romanzo non perde mai di vista, grazie a una narrazione fluida e coerente, il suo tono, decisamente venato di humour inglese, anche quando vengono messe in scena alcune miserie. Un grande libro, ben strutturato, con finestre a fungere da interviste d’archivio, interventi dei componenti a ricordare da diversi punti di vista la stessa situazione, in un puzzle accattivante e decisamente ben riuscito.

Recensione del disco dei Matalorè: “Forse è meglio arrivare ultimi”

I Matalorè hanno pubblicato il loro primo disco, interamente autoprodotto, dal simpatico titolo “Forse è meglio arrivare ultimi”. Un’opera frutto di un intenso lavoro – come testimoniato dal “diario di bordo” tenuto sempre aggiornato sul loro sito ufficiale della band- che ha visto i quattro musicisti dedicarsi per lunghissimi mesi alla cura di canzoni in cui hanno riversato molto delle loro vite e passioni.

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Il gruppo veronese, pervaso di buoni sentimenti e buonissime intenzioni (prima fra tutte il sostegno attivo all’Associazione “Aria Nuova” di Avio cui andranno destinate le vendite del disco) è infatti composto da elementi tutti facenti parte di “Operazione Mato Grosso”, e ha dato alle stampe un disco interessante per tematiche prettamente esistenziali, ben prodotto e arrangiato. Musica come dire “leggera” a livello musicale, imperniata su un pop rock un po’ all’acqua di rose (forse in alcune tracce si sarebbe potuto osare di più, premendo sull’acceleratore) ma ben compensata da testi profondi che inneggiano alla speranza e alla positività, motore principale dei cuori del leader Lorenzo Biasi e dei sodali Stefano Pegoraro (piacciono molti suoi intrecci chitarristici e gli accenni di piano) e dalla funzionale sezione ritmica formata da Nicolò Marini e Davide Benedetti. Voce sicura in brani ariosi come l’apripista “Baciami” (un inno alla vita, qui antropomorfizzata quasi fosse una compagna fedele di viaggio), l’evocativa “Nostalgia” (una delle canzoni più vecchie del disco, realizzato con la formazione embrionale del gruppo) o “Malattia dell’ottimismo”, sorta di manifesto del disco. Il brano più particolare, sia perché interpretato in dialetto veronese, sia per una veste sonora con riusciti cenni folk, è a mio avviso “La perfeta letissia”. I ragazzi meritano più di un ascolto.