Bilancio migliori giovani della serie A al termine del girone d’andata: finalmente sono protagonisti i calciatori italiani

Da anni si dice che la serie A non sia più un campionato appetibile per gli assi stranieri, ma forse nemmeno per i talenti emergenti internazionali.

Alla base di questo, non scopro certo l’acqua calda, c’è il fattore economico, più che strettamente tecnico. Spesso i due fattori viaggiano di pari passo, ma è indubbio che negli anni ‘80/’90 se il nostro veniva definito – a ragione –  il campionato più bello del mondo, era stato anche per l’arrivo in massa di autentici fenomeni (Maradona, Platini, Zico, Falcao, Rummenigge, gli olandesi del Milan, Matthaus, fino a Ronaldo, Zidane, Figo...), uniti a una generazione di calciatori italiani mica male.

Il colpo di coda dell’ondata di fuoriclasse stranieri si ebbe con Ibrahimovic che, invero, è più da annoverarsi tra i colpi a effetto di mercato, in quanto lo svedese quando giunse alla Juve era ancora un embrione del campione che sarebbe da lì a poco diventato.

Poi si è dovuto rispolverare l’arte dell’arrangiarsi applicata al calcio, anche se il richiamo del nome esotico da dare in pasto al tifoso è sempre in auge. A scapito di tante promesse delle giovanili azzurre è stato sperperato un vivaio che avrebbe potuto dare un cambio generazionale adeguato al gruppo dei vincitori mondiali del 2006. Nomi improbabili sono andati a infoltire rose delle nostre compagini in serie A, senza dare riscontri eclatanti sul campo.

Giocoforza si è reso necessario l’inserimento dei giovani calciatori italiani; quasi per inerzia verrebbe da dire, visti gli insuccessi nelle ultime due edizioni dei Mondiali.

Io, da sostenitore del calcio giovanile, non mi auspico certo che vengano inseriti tanto per, o perché lo impone la Federazione, né pretendo che si rivelino campioni alle prime uscite ma che almeno venga data un’opportunità di misurarsi col calcio che conta ai giocatori più talentuosi.

Da sempre almeno nel calcio dovrebbe vigere la “regola” della meritocrazia (poi sappiamo bene che le influenze almeno nella prima parte di certe carriere ci possono stare): puoi chiamarti Pelè ma se sei scarso non giochi.

E allora l’esplosione del Made in Italy adattato al contesto calcistico è dovuto sicuramente alla necessità che si fa virtù, ma anche perché forse siamo di fronte, non dico a una nidiata migliore, ma a una maggiore consapevolezza dell’intero movimento, quello sì.

Ci si è resi conto che è giusto, anche etico se vogliamo, dare almeno una chance a quelli che sembrano i più meritevoli. Che si giochino le proprie carte, che abbiano la possibilità di sbagliare, ma che provino a mettere il piede sul campo dei “grandi”.

Parallelamente alla crescita di alcuni nostri giocatori, finalmente abili e protagonisti in Nazionale (i vari Belotti, Bernardeschi, Romagnoli, Gagliardini, Rugani, Sturaro, attendendo Berardi, Locatelli e gli altri) si sono messi in luce stranieri che, contrariamente a quanto accaduto negli anni scorsi, stanno godendo di meno clamore mediatico rispetto ai corrispettivi italiani.

Squadra per squadra provo a evidenziare quali under 23, nati dal 1994 in poi – italiani e stranieri –  hanno messo in risalto buone potenzialità in questo primo importante scorcio di stagione

ATALANTA

Quello che è considerato uno dei migliori serbatoi di sempre del calcio nostrano, dopo anni in cui faticavano a emergere campioncini, sta tornando agli antichi splendori, e da un paio di stagioni a questa parte si stanno raccogliendo i meritati frutti.

Lo scorso anno fu il centrocampista Grassi (’95) a far parlare di sè, finendo addirittura a Napoli a gennaio ma poi fuori gioco a causa di un infortunio. Bruciò le tappe, laddove molti compagni della Primavera si stavano facendo le ossa altrove, specie in B.

La ruota è girata dal verso sbagliato e ora è lui a dover dimostrare nuovamente di starci bene a grandi livelli, dopo che nel frattempo nel ruolo sono emersi prepotentemente altri giocatori del vivaio: l’universale  Kessie (’96) e il già citato Gagliardini (’94, a cui ho dedicato il post precedente), ormai prossimo a vestire un’altra casacca nerazzurra, quella dell’Inter.

Ottimo il rendimento dell'ivoriano Kessie, centrocampista che ha destato l'interesse di prestigiosi club

Ottimo il rendimento dell’ivoriano Kessie, centrocampista che ha destato l’interesse di prestigiosi club

Benissimo sta facendo anche l’altro atalantino doc, Caldara (’94), centrale difensivo pulito, rigoroso, bravo nelle chiusure e negli anticipi e insolito goleador, già promesso alla Juve. Anche la punta scuola Milan Petagna (’95) si sta rivelando come uno degli uomini nuovi del calcio italiano, in grado di soffiare il posto all’esperto Paloschi. Pur segnando col contagocce, è stata notevole la crescita tecnica di questo massiccio centravanti, abilissimo nel far muovere alla perfezione le pedine d’attacco che giostrano al suo fianco.

Probabilmente nei mesi a seguire sentiremo parlare dei “ragazzini terribili” del 1999: il regista Melegoni, il difensore Bastoni e la punta ivoriana Latte, che con il gioiello Capone forma una delle coppie più temibili dell’intero campionato Primavera.

Gli stranieri in casa atalanta si difendono bene, oltre a veterani come capitan Gomez, Kurtic, Toloi e Berisha, sta trovando sempre più spazio l’interno Freuler, anche se a quasi 25 anni non può più essere considerato un giovanissimo, nemmeno per un paese “per vecchi” come l’Italia.

BOLOGNA

Stagione anomala quella degli emiliani, altalenante e finora avara di veri exploit, dopo aver a tratti incantato col gioco brillante e ben organizzato dato dal tecnico Donadoni sin dal suo insediamento l’anno scorso.

Lo stesso vale per il percorso sin qui condotto dai giovani del Bologna, a partire da quel Donsah (’96), di cui fino a pochi mesi fa si parlava come di un fenomeno in pectore del calcio internazionale, seguito dalla Juve e da importanti club inglesi. Dinamismo, grinta, velocità, conclusioni, fantasia erano condensate ad ampie dosi nel centrocampista ex Verona, ma evidentemente il suo cammino di crescita deve ancora ultimarsi. Il campo lo sta vedendo col contagocce, superato ben presto nelle gerarchie dal più misurato e meno esuberante Nagy (’95), protagonista a sorpresa della rediviva Ungheria vista agli Europei l’estate scorsa. E’ un regista difensivo, dal grande senso tattico, prezioso più che spettacolare.  Nella stessa zona del campo agisce anche il più focoso e dinamico Pulgar (’94), già nel giro della forte nazionale cilena. Non è titolare fisso ma spesso è stato chiamato in causa da Donadoni.

Citazione d’obbligo anche per i due italiani classe 1994 Di Francesco, figlio del tecnico del Sassuolo e il terzino sinistro Masina, marocchino di nascita ma che ha optato per la Nazionale azzurra, esordendo con l’Under 21. Se il primo, pur avendo giocato spesso e segnato anche un gol, non rientra quasi mai fra i titolari, il secondo invece è pedina fissa tra gli 11 in campo, già nel mirino di club di primissima fascia come la Juventus.

Poche chance stanno avendo il terzino Mbaye (’94), ancora acerbo a certi livelli, dopo la buona partenza da professionista a Livorno e l’iter giovanile con la maglia dell’Inter, e il poderoso attaccante Sadiq (’97), capace di segnare 2 gol in poche apparizioni con la maglia della Roma nella passata stagione ma sin qui poco utilizzato.

CAGLIARI

Pochi sembrano essersi accorti dei progressi compiuti dal centrocampista Barella (’97) in questi primi mesi di serie A. Forse perché gioca già con piena padronanza nei propri mezzi e con il piglio del veterano. Da sempre nel giro delle nazionali azzurre, è ancora esile sotto il profilo fisico ma tecnicamente e soprattutto tatticamente sta migliorando di gara in gara, avendo arretrato il suo raggio d’azione, non più trequartista ma giocatore a tutto campo (ciò che in fondo si richiede a un centrocampista moderno).

L’altro enfant du pays, il terzino sinistro Murru (’95) è da tempo nei radar degli addetti ai lavori, sia per il ruolo storicamente avaro di buoni interpreti, almeno negli ultimi 10/15 anni, sia per le qualità tecniche e fisiche. Tuttavia deve ancora esprimere tutto il suo potenziale e spesso è stato messo alle corde dagli attaccanti avversari.

Per il resto l’ossatura della squadra sarda è composta da giocatori esperti, alla ricerca di una salvezza che pare alla portata, visto il buonissimo girone d’andata e il vantaggio notevole acquisito sulle dirette concorrenti.

CHIEVO

Anche nel Chievo è dura la vita per i giovani virgulti. La squadra è molto compatta, quadrata, solida e se gioca a memoria è anche per la presenza costante negli anni di elementi navigati in quasi tutti i ruoli. Per questo sono rimaste solo le briciole in questa prima parte di stagione  all’estroso Parigini (’96), talento delle giovanili azzurre, inseguito da mezza serie B, dove con ogni probabilità andrà in prestito a gennaio, al nazionale belga under 21 Bastien (’96) e al terzino sinistro Costa (’95) che con i clivensi vinse addirittura uno storico scudetto Primavera tre stagioni fa.

CROTONE

Un impatto complicato quello della matricola assoluta Crotone con la nuova prestigiosa realtà della serie A, ma la sensazione è che i calabresi se la possano quanto meno giocare con le dirette concorrenti, al fine di raggiungere l’obiettivo salvezza.

L’ossatura è in gran parte composta, a mio avviso giustamente, dai calciatori che a giugno conquistarono sul campo la massima serie. A questi però andavano aggiunti elementi di categoria; il mercato di gennaio giunge propizio per incrementare il coefficiente di esperienza che manca.

In un contesto obiettivamente difficile sta faticando a palesare la sua buona qualità il centrocampista cresciuto nella Fiorentina Capezzi (’95), con un curriculum giovanile di tutto rispetto, avendo indossato tutte le maglie della Nazionale, dall’Under 16 alla 21.

Nonostante ciò, è una pedina fissa anche in serie A, mentre lo stesso non si può dire dell’ex compagno nelle giovanili viola Fazzi (’95), che dopo un buon torneo cadetto in B non è riuscito in questo primo scorcio di stagione a mettersi particolarmente in mostra e pare per lui vantaggioso scendere di un gradino per completare il suo percorso di crescita.

EMPOLI

Dopo le due splendide stagioni targate Sarri e Giampaolo, questo terzo campionato consecutivo in A per i toscani si è rivelato almeno all’inizio più ricco di insidie del previsto. Non tanto per il valore delle avversarie, praticamente sempre rimaste dietro a loro in classifica, ma per un ridimensionamento, sul piano del gioco e dei risultati, della squadra. Nuovo il tecnico Martusciello, anche se da tantissimi anni nell’ambiente, prima ancora come calciatore protagonista in A di un altro ciclo altrettanto positivo negli anni ’90, e nuovi diversi elementi della rosa, che di anno in anno si vede indebolita di alcuni fra gli elementi migliori (si pensi nelle recenti stagioni ai casi di Rugani, Tonelli, Zielinski, Paredes, Vecino, Mario Rui…).

Eppure nelle ultime partite il trend è tornato positivo e i risultati favorevoli in tutti gli scontri diretti stanno a testimoniare di una qualità generale superiore. Il gioco si è fatto più utilitaristico, forse perché la mediana, che ora si poggia fermamente su Diousse (’97 cresciuto nel vivaio empolese) dopo gli approcci della stagione precedente, è fatta più di fisicità che non di tecnica pura. Proprio il senegalese è una delle note liete del campionato, capace di arpionare molti palloni e di saperli rigiocare con efficacia.

Anche il vivaio empolese, al pari di quello dell’Atalanta e della Roma, si è contraddistinto negli ultimi anni per aver lanciato tanti elementi tra i professionisti. Nessuno dei Primavera edizione 2015/16 si sta affacciando per il momento in prima squadra (almeno l’attaccante Piu – classe 1996 –  avrebbe potuto far comodo, visto come si sta ben comportando nel prestito allo Spezia), ma in pianta stabile nell’11 titolare tra i leader ci sono i due cresciuti in casa Saponara e Pucciarelli, che giunsero in finale nel massimo campionato giovanile ormai parecchi anni fa.

La filosofia di gioco e i trascorsi del club però contemplano ancora l’utilizzo massiccio di under 23, quali l’italo brasiliano Jose Mauri (’96), esordiente precoce ai tempi di Parma e già passato da una big (seppur all’epoca in fase di transizione come il Milan), il promettente nazionale giovanile ex Inter Dimarco – che qualche soddisfazione in A se la sta togliendo da terzino sinistro –  e l’interno di fantasia Tello (’96), mentre rimane ad oggi un oggetto misterioso l’attaccante georgiano Chanturia (’96).

Insomma, la salvezza dell’Empoli anche quest’anno molto probabilmente passerà dai giovani.

FIORENTINA

Non ho ben capito la strategia di mercato della squadra viola durante l’estate, né a dirla tutta il progetto tecnico tout court che sta alla base di un campionato sin qui condotto tra alti e bassi, tra la sensazione che di materiale buono su cui lavorare e conseguire risultati ce ne sia, ma che allo stesso tempo non sia ancora stato sfruttato a dovere.

Tanti ad esempio i calciatori stranieri, privi di pedigree internazionale o dal curriculum giovanile di rilievo inseriti in rosa, alcuni dei quali il campo lo hanno visto ben poco, penso a Toledo (’96), Diks (’96) o Perez (’98). Sta emergendo Cristoforo, “ormai” 24enne, ma solo a sprazzi abbiamo visto le sue doti, ancora non si è capito che peso specifico possa avere nella squadra, se Paulo Sousa intende puntarci fino in fondo.

Di contro mentre tutti attendevano il figlio d’arte Hagi (’98), quasi inaspettatamente ne è emerso un altro: Federico Chiesa, di un anno più grande rispetto al giovane rumeno (’97).

E pensare che nelle giovanili, almeno fino allo scorso anno, per il figlio del grande Enrico, uno dei migliori bomber degli anni ’90, gli addetti ai lavori non si erano certo prodigati in particolari elogi, visto che sembravano molto più pronti di lui altri giocatori come l’ala Minelli (’97) o gli africani Bangu (’97) e Gondo (’96), che in alcune gare del torneo Primavera facevano sfracelli.

Invece Federico sta dimostrando grande carattere, forza, personalità, ricordando a tratti l’estro e la velocità del padre, oltre che somigliargli fisicamente. Se continua a crescere così, credo che ne sentiremo presto parlare anche in chiave Nazionale A.

Finlamente sta esplodendo in tutto il suo talento Federico Bernardeschi, erede dei grandi numeri 10 viola

Finalmente sta esplodendo in tutto il suo talento Federico Bernardeschi, erede dei grandi numeri 10 viola

Su Bernardeschi (’94) poco da aggiungere: dopo gli stenti iniziali di stagione, sta trascinando i compagni, leader in campo e sicuro protagonista azzurro negli anni a venire, oltre che del prossimo calciomercato.

GENOA

La schizofrenica compagine delle ultime sessioni di calcio mercato sta confermando la regola, ma il bello di questa società è che riesce, grazie a un pregevole lavoro di scouting a impolpare sempre la rosa in modo adeguato, lanciando sul mercato giovani italiani e stranieri in maniera univoca, riuscendo allo stesso tempo anche a puntare su calciatori in cerca di rilancio (clamorosi gli esempi di Motta o Perotti).

In ambito locale solo un paio d’anni fa fece capolino in prima squadra il mediano Mandragora (’97), poi finito al Pescara via Juve e protagonista di un autentico boom, sia con gli abruzzesi, sia in Under 21, fino al brutto stop per infortunio. E’ un patrimonio del nostro calcio, speriamo si riprenda in fretta.

Per un Ntcham (’96) che tarda a esplodere, nonostante le meraviglie giovanili (a livello tattico però ancora si deve capire in quale zona del campo renda di più) sta letteralmente esplodendo il Cholito Simeone (’95), già che eravamo in tema di figli d’arte… Una punta rapida, mortifera in area, in grado di sostituire egregiamente Pavoletti a suon di gol.

Il Cholito Simeone ha avuto uno straordinario impatto con la nostra serie A

Simeone jr ha avuto uno straordinario impatto con la nostra serie A

Ocampos e Ninkovic (entrambi ’94) stanno dando il loro contributo, specie sul primo ci sono tante attese, visti i trascorsi con le nazionali giovanili dell’Argentina e il passaggio milionario al Monaco.

Sono arrivati poi di recenti due tra i migliori prospetti italiani dell’intera serie B: la punta Morosini (’95) dal Brescia, da tempo nel mirino dell’Inter e il laterale Beghetto (’94) dalla Spal. Avranno le loro chance in serie A.

Riflettori puntati, ma realisticamente più in prospettiva, per l’attaccante Pellegri (addirittura un 2001), che ha già messo piede in A, stuzzicando la curiosità e ingolosendo mezza Europa. Visto che in questi casi è consigliabile volare bassi, il patron Preziosi ha già dichiarato che Messi alla sua età non era così forte!!!

INTER

Messo a segno il colpo Gagliardini, è indubbio che qualcosa stia andando storto con il brasiliano Gabriel Barbosa (’96), che pare “comico” continuare a chiamare Gabigol. In Patria a ragione reclamizzato come possibile astro nascente dell’intero movimento calcistico e in Italia considerato alla stregua di un Ufo. Della serie: chi l’ha visto? Nonostante il cambio tecnico e un ambientamento che in teoria dovrebbe essere a buon punto, il suo minutaggio in campo è davvero irrisorio. Mentre il suo “gemello” Gabriel Jesus sta in effetti confermando quanto di buono detto sinora sul suo conto, mi auguro che, cambiando aria, anche Barbosa possa riprendere il suo percorso di crescita lontano dall’Inter, almeno in questa stagione. Farebbero bene però a visionarlo, cercando di evitare quanto accaduto con Coutinho, nel frattempo diventato uno dei migliori al mondo.

Miangue (’97) e Gnoukouri (’96) godono giustamente di grande credito presso gli addetti ai lavori e meritano di dimostrare le loro qualità, facendosi le ossa altrove per tornare utili alla causa il prossimo anno.

L’Inter a livello Primavera ma non solo è un’autentica fucina di talenti, ma come spesso accade per un giovane è oltremodo faticoso ricavarsi spazio nelle cosiddette big.

Ne sa qualcosa ad esempio il difensore Yao (’96): reduce da un convincente prestito al Crotone, protagonista con 30 presenze della trionfale cavalcata dello scorso anno, con promozione storica in serie A dei calabresi e rimasto a sedersi il più delle volte in tribuna. Ha enormi potenzialità nel ruolo e potrebbe diventare un crack. Mi auguro a gennaio vada in prestito magari in serie A, lo vedrei bene nello stesso Crotone, dove ritroverebbe vecchi compagni in terza linea.

Scalpita infine la punta Pinamonti (’99), uno dei migliori della sua generazione.

JUVENTUS

La forza della Vecchia Signora negli ultimi anni è stata anche quella di saper inserire, magari gradualmente, alcuni fra i più promettenti calciatori italiani: sono così giunti in organico il difensore Rugani (’94) e prima ancora Sturaro, di un anno più vecchio e già in Nazionale con Conte agli Europei.

Il centrale difensivo RuganiSta sfruttando nel migliore dei modi le occasioni concesse dal tecnico Allegri e appare molto più sicuro rispetto a un anno fa

Il centrale difensivo Rugani sta sfruttando nel migliore dei modi le occasioni concesse dal tecnico Allegri e appare molto più sicuro rispetto a un anno fa

Mentre si attendono due classe ’95, lo sfortunato Mattiello, cresciuto nel vivaio di casa e a lungo gravemente infortunato, e il croato Pjaca, schierato col contagocce, prima per non bruciarlo, sulla falsariga del Dybala degli inizi e poi a causa di guai fisici, ha esordito la punta Kean (2000), primo italiano nato nel nuovo millennio a mettere piede in serie A.

Nonostante da un paio d’anni sia considerato come nuovo fenomeno del nostro calcio, è giusto (e doveroso) andarci cauti e confidare che il ragazzo sappia crescere in modo sereno non soltanto come giocatore, ma anche mantenendo gli atteggiamenti dei coetanei, evitando di sentirsi già una star. L’ambiente bianconero in questo tipo di situazioni sembra in grado di rappresentare una culla adeguata.

LAZIO

Simone Inzaghi – Prima squadra Lazio: un binomio che poteva presupporre quello che in effetti si sta verificando, ovvero l’ingresso tra i professionisti di molti giovani, per lo più provenienti dal prolifico vivaio biancoceleste.

D’altronde il minore dei fratelli Inzaghi aveva ottimamente figurato come tecnico delle giovanili, portando i suoi ragazzi a uno scudetto Primavera, e a sfiorarne altri. I risultati più grandi però sono rappresentati dalle positive prestazioni dei vari Lombardi (’95) e Murgia (’96), entrambi già a segno nella massima serie in questo primo scorcio di stagione, mentre finalmente ha debuttato anche l’attaccante classe ’97 Alessandro Rossi, una spanna sopra i coetanei e autentico satanasso delle aree avversarie.

Stride che in un contesto così felice a deludere siano finora proprio quei giocatori che nelle giovanili vestivano i panni dei leader, addirittura delle star. Penso in primis all’ex capitano di quella compagine Cataldi (’94), atteso alla stagione della consacrazione e purtroppo stranamente involuto, al di là del ridotto minutaggio avuto. Eclatanti in senso negativo i casi del mediano Minala (’96), che dopo gli exploit iniziali e l’eccessivo clamore mediatico (focalizzato a dire il vero, oltre che sulle sue qualità che spiccavano clamorosamente fra i coetanei, anche sulla presunta età falsata), e del “Balotelli biancoceleste” Tounkara (’96), fuoriclasse delle aree di rigore ai tempi in cui duettava con il più vecchio di un anno Keita (’95),  quest’ultimo ormai quasi un veterano per presenze in campo, oltre che tra i punti di forza della squadra. Entrambi erano stati “scippati” alla cantera del Barcellona, un po’ come fece a suo tempo la Sampdoria prendendo Icardi, ma Tounkara, specie per motivi caratteriali ed extracalcistici deve ancora dimostrare tutto.

Tanti altri però stanno cercando di sfruttare al massimo le occasioni offerte dal tecnico, alcuni in maniera particolarmente positiva, fino a ribaltare gerarchie anche consolidate.

Alludo al “portierino” Strakosha (’95), che contende il ruolo all’esperto Marchetti e al “tuttocampista” Milinkovic-Savic (’95), futuro possibile crack del calcio mondiale; si stanno disimpegnando piuttosto bene nelle sporadiche partite da titolari anche il terzino sinistro Lukaku (’94), fratello del più famoso attaccante dell’Everton e della Nazionale belga e più giovane di un solo anno, il velocissimo (ma anche fumoso) attaccante ex Ajax Kishna (’95) e l’aitante centrale difensivo Hoedt (’94), olandese come il più quotato pari ruolo De Vrij, che tra l’altro ha sostituito quando quest’ultimo era infortunato.

Tanta carne al fuoco per la squadra di Inzaghi in materia di giovani, dalla loro maturità dipenderanno molte delle fortune della Lazio.

MILAN

Tanto inchiostro si sta versando – a ragione – sull’effetto trainante del Milan in questa fragorosa riscoperta del Made in Italy in chiave calcistica. D’altronde, giunti a un bivio importante in chiave societaria e con lo spettro concreto di un’altra stagione di transizione, grigia e poco consona per la gloria del club rossonero, Montella ha saputo estrarre dal cilindro, con coraggio ma anche piena consapevolezza del talento a disposizione, gente ormai nota ai più, come il portiere Donnarumma (’99) – sembra impossibile debba ancora compiere 18 anni, vista la sua personalità e la sua forza –  e il regista Locatelli (’98), con i primi vagiti in prima squadra conditi da prestazioni sontuose e gol memorabili, fino alla conquista di un posto da titolare fisso.

Donnarumma può diventare il miglior portiere del mondo. Un patrimonio del calcio italiano

Donnarumma può diventare il miglior portiere del mondo. Un patrimonio del calcio italiano

Fremono anche il polivalente Calabria (’96), invero già protagonista di alcune belle gare sotto la guida di Mihajlovic un anno fa, e alcuni tra i migliori giovani del campionato Primavera, molti dei quali forgiati dall’ex tecnico Brocchi nelle passate stagioni (gente come gli attaccanti Cutrone, del ’98, e Vido del ’97, il fantasista La Ferrara e il centrale difensivo Hadziosmanovic, sempre della magnifica fucina dei ’98). Devono portare un po’ di pazienza ma la sensazione è che sia l’anno giusto per i giovani rossoneri cresciuti in casa di dire la propria sul rettangolo verde di gioco. Il sogno di molti tifosi è quello che si ricrei uno zoccolo duro di milanisti doc, come successe con il Milan degli anni ’80 e in parte ’90.

Importante rimarcare poi come tra i titolari siano sempre più importanti stranieri come l’attaccante esterno Niang (’94), sul quale pesa in negativo la mancanza di continuità di rendimento e il centrocampista Pasalic (’95), in prestito dal Chelsea. Partito un po’ timidamente, il croato, coetaneo dello juventino Pjaca e del napoletano Rog, con i quali divideva i fasti nelle rappresentative giovanili biancorosse, sta guadagnando via via sempre più credito nel ruolo. Non percepito invece il difensore Vergara (’94), al Milan da più di 3 anni ma finora deludente anche nelle esperienze in prestito.

NAPOLI

La prima stagione del dopo Higuain ha consegnato al Napoli e al campionato italiano quello che si stava rivelando, fino al pesante infortunio, il miglior nuovo straniero della serie A, l’attaccante polacco Milik (’94), già noto per essere stato una delle rivelazioni del recente Europeo.

Aveva iniziato alla grande, a suon di gol, il polacco Milik prima di infortunarsi. Ora è quasi pronto a rientrare, per trascinare il Napoli sempre più in alto

Aveva iniziato alla grande, a suon di gol, il polacco Milik prima di infortunarsi. Ora è quasi pronto a rientrare, per trascinare il Napoli sempre più in alto

Forte fisicamente ma anche molto mobile, è un attaccante cui piace lanciarsi negli spazi aperti, ma pure muoversi in area alla ricerca di più soluzioni offensive. Un potenziale crack della serie A e del calcio internazionale.

Per il secondo anno consecutivo è inamovibile sulla fascia destra in difesa l’albanese Hysaj (’94), tra i fedelissimi del confermato tecnico Sarri, che lo lanciò con successo negli anni ad Empoli. Non dotato di un gran piede, compensa bene con la personalità, la grinta e la spinta offensiva, che non fa mai mancare, preferendo partecipare alle azioni d’attacco piuttosto che rimanere ancorato alla sua linea difensiva.

Diawara ha di fatto levato il posto a un altro che figurava tra gli insostituibili dell’allenatore, vale a dire Jorginho. Il giovanissimo mediano (nato nel ’97), reduce da una splendida stagione lo scorso in A con il Bologna, ha sì approfittato del calo di forma dell’italo brasiliano, ma ci ha messo del suo, sfoderando prove consistenti in mezzo al campo e crescendo di qualità nelle prestazioni.  Il croato classe ’95 Rog, invece, ha dovuto accontentarsi solo delle briciole, visto che, nonostante lo richiedessero a gran voce i tifosi e gran parte della stampa, in campo è sceso pochissimo, per un minutaggio risibile. Probabile sia ancora in fase di rodaggio ma il tempo passa e per uno dei più fulgidi talenti europei stare una stagione a guardare non è molto redditizio.

Altro giocatore che si è guadagnato un posto fra gli 11 a suon di partite superbe è l’ex empolese Zielinski (’94), anch’egli già provato da Sarri nell’esperienza toscana. Mi sbilancio nell’affermare che con il mix di doti tecniche e fisiche, di resistenza e corsa, di tecnica e forza, il polacco può diventare uno dei centrocampisti più completi d’Europa, dopo gli inizi da trequartista.

PALERMO

E’ un campionato assai tribolato quello che sta disputando il Palermo, sulla falsariga del precedente, con la differenza che la salvezza da conseguire pare ancora più complicata. La rosa scarseggia non solo in esperienza, ma anche in qualità. Si sta ben disimpegnando la punta ventiseienne Nestorovski che specie all’inizio ha messo a segno gol pesanti ma il resto della truppa straniera giunta in Sicilia sta faticando a dare il contributo richiesto. Pochi i guizzi offensivi degni di nota dei vari Balogh (’96), definito dal presidente Zamparini al suo arrivo come “più forte di Cavani” ma finora a secco nelle poche gare disputate in un anno e mezzo di permanenza in rosanero, Sallai (’97) e Embalo (’96). Specie da quest’ultimo ci si poteva attendere qualcosa in più dopo le belle premesse di Brescia.

Chiaro, in una situazione di obbiettiva emergenza è dura per tutti risaltare. Non lo stanno facendo nemmeno i tre ragazzi prodigio del vivaio, il difensore mancino Pezzella (’97), l’attualmente infortunato Bentivegna (’96), fantasista tutto pepe e invenzioni e la punta esterna Lo Faso, un classe ’98 lanciato frettolosamente nella mischia, come fosse il salvatore della Patria ma purtroppo incapace di pungere sotto porta.

In fondo chi sta facendo maggiormente il suo è il portierino Posavec (’96) che nonostante la giovanissima età guida il reparto difensivo con sufficiente personalità e carattere, sfoderando anche di tanto in tanto delle prestazioni sopra le righe. Certo, i gol incassati sono indubbiamente tanti, ma la stoffa c’è.

PESCARA

Altra matricola in netta difficoltà, dopo un promettente inizio di stagione all’insegna del bel gioco, è la squadra abruzzese allenata da Oddo, tra i più giovani tecnici della A con i suoi 40 anni.

Il mercato di gennaio sta portando calciatori di esperienza in difesa, come Bovo e Stendardo, e probabilmente arriverà qualcuno di peso anche in attacco, magari l’appannato Gilardino degli ultimi tempi, che qui potrebbe dare ancora una grande mano nella lotta per non retrocedere.

In effetti l’attacco è parso, seppur tecnico e di buona qualità in un elemento come il romanista Caprari, molto modesto. Su quest’ultimo si è di fatto poggiato tutto il peso offensivo, essendo ancora acerbo l’ex interista Manaj (’97), e quasi un desaparecido l’altro ex giallorosso Pettinari.

Il promettente Cerri (’96) è una delle speranze azzurre, nazionale giovanile da sempre, e già sotto contratto con la Juve, ma nelle esperienze cadette sinora maturate non ha mai guidato l’attacco a suon di gol, giocando spesso da riserva. Il talento è innegabile e il futuro dalla sua parte, ma sarà in grado di aiutare in modo tangibile una squadra in difficoltà?

Anche difesa e centrocampo sono sembrati reparti quantomeno da puntellare, ma se non altro in mediana si sono messi in luce con buone prestazioni due giocatori ancora giovani ma noti da tempo agli appassionati: l’ex milanista Cristante (’95) e soprattutto l’ex romanista Verre (’94), a dispetto dei 22 anni già piuttosto esperto. Ha giocato poco invece Mitrita (‘95), anch’egli centrocampista.

Si tenterà di trattenere e valorizzare ancora di più il nazionale under 21 azzurro Vitturini (’97), terzino destro dalle spiccate qualità offensive cresciuto nel vivaio pescarese e nel mirino di diverse società cadette.

ROMA

Da sempre può contare su uno dei vivai più vincenti d’Italia, e anche se negli ultimi anni sono stati pochi coloro capaci di affermarsi in prima squadra dopo le esperienze vittoriose nelle giovanili (attualmente il solo Florenzi è titolare fisso e uno degli uomini simbolo, dopo i totem De Rossi e Totti, dai quali probabilmente guadagnerà l’eredità calcistica), sono invero numerosi i giocatori arrivati comunque in serie A in altri club.

Segno che a Trigoria in questo senso si continua a lavorare bene.

Sono quasi tutti stranieri però i pochi under 23 che hanno collezionato presenze in questa prima parte di stagione agli ordini di Spalletti, fra tutti il raffinato regista Paredes e l’esterno mancino brasiliano Emerson Palmieri (entrambi classe 1994). Ancora molto acerbo è sembrato il trequartista verdeoro Gerson (’97), quotatissimo in Patria, che l’allenatore sta cercando sinora con scarso successo di arretrare a regista puro davanti alla difesa.

Solo pochi mesi fa il settore giovanile centrò l’ennesima impresa vincendo uno splendido scudetto Primavera e mettendo in mostra tantissimi campioncini. Di questi in pratica solo il roccioso centrale difensivo Marchizza e il funambolico fromboliere offensivo Tumminello (entrambi del ’98) sono rimasti nella rosa della prima squadra, facendo finora anticamera. Gli altri ragazzi si stanno ben disimpegnando in prestito soprattutto in cadetteria.

SASSUOLO

Riallacciandomi a quanto appena detto riguardo i giovani talenti cresciuti nel vivaio giallorosso, come anticipato prima, in molti stanno diventando protagonisti in A con altre maglie. Alcuni sono ancora di proprietà della Roma ma non sarà facile farli rientrare alla base. Specie coloro che militano con molto merito nel Sassuolo. In una stagione sin qui più ricca di delusioni che di gioie, nonostante il club neroverde sia ormai una bella realtà della serie A, si stanno confermando su buoni livelli il centrocampista dai piedi buoni Pellegrini (’96), già lo scorso anno protagonista qui in Emilia, e Mazzitelli (di un anno più giovane). Bene anche l’apporto sulla trequarti dell’esterno Federico Ricci (’94), reduce dalla stagione boom con il Crotone e gemello del regista Matteo, in forza al Perugia in B.

E’ diventato presto titolare come terzino destro lo spagnolo Lirola (’97), proveniente dal settore giovanile della Juventus. Non ancora vent’anni, li farà quest’anno, stupisce con la sua facilità di corsa, con la sua tecnica e la sua velocità, e per il modo costante in cui accompagna l’azione. Più giovane di un anno, e cresciuto proprio a Sassuolo è il classe ’98 Adjapong, già a segno nelle sue prime presenze in serie A. Polivalente mancino, può giocare in tutti i ruoli a sinistra: terzino, mezz’ala ma anche esterno offensivo. Il suo curriculum è destinato a incrementarsi nel girone di ritorno, visto che con ogni probabilità rimarrà in organico.

Un altro giovane sul quale erano accesi i riflettori era il regista tascabile Sensi, che lo scorso anno per gran parte del campionato strabiliò in B a Cesena, scomodando i paragoni con un certo Verratti.

Fermo a lungo per guai fisici, una volta ristabilito (e approfittando a sua volta dei numerosi compagni infortunati in mediana) ha preso possesso del centrocampo, mostrandosi adatto alla categoria e con margini di miglioramento che potrebbero collocarlo a breve fra i migliori interpreti nel ruolo.

Chiusura per un Under 23 che non ha bisogno di tante parole: Berardi (’94).

E’ pronto per la Nazionale A, dopo le titubanze iniziali del tecnico Ventura, e ripresosi da un infortunio che lo ha tenuto lontano dai campi per tutto il girone d’andata, vuole riprendersi la leadership e ad aiutare i compagni a rientrare in una posizione di classifica più consona alla qualità media della rosa.

SAMPDORIA

In controtendenza col trend attuale, ecco un club che sta puntando più sui giovani stranieri che non su quelli italiani. Eppure non c’hanno visto certo male in società nello scommettere su giocatori di grande qualità come il goleador Schick (’96), autore di gol anche pregevoli e di una costante presenza in area di rigore e che per stazza e certi movimenti può ricordare il giovane Ibra, il centrocampista Linetty (’95) che con il più giovane Torreira (’96) compone la coppia di mediani sempre in movimento, e il forte centrale difensivo Skriniar (’95), che ormai ha guadagnato i galloni da titolare.

E’ andato a sprazzi invece l’atteso esterno belga Praet (’94), in pochi anni divenuto bandiera dell’Anderlecht e nominato addirittura miglior calciatore della Jupiler Pro League, il massimo campionato locale, nel 2014.

Il più giovane di tutti, il terzino destro Pereira (’98), pur non essendo titolare fisso, ha disputato molti minuti, viste le assenze per infortunio del pari ruolo Sala, confermandosi in prospettiva uno dei migliori al mondo, tanto che il Benfica lo vorrebbe riottenere subito per lanciarlo titolare.

TORINO

Per antonomasia è percepita come la squadra con i migliori prospetti italiani in campo. L’ossatura infatti è composta quasi essenzialmente da giocatori del Belpaese, buoni anche per la Nazionale, e l’età media è tra le più basse, anche in elementi cardine come la punta Belotti, l’uomo su cui punterà Ventura da qui in avanti in maglia azzurra, e i centrocampisti Benassi (che con i suoi 23 anni non ancora compiuti rientra pure nella nostra lista d’oro) e Baselli.

Dinamismo, corsa, quantità e qualità sono ben condensate in Benassi, centrocampista granata col vizio del gol

Dinamismo, corsa, quantità e qualità sono ben condensate in Benassi, centrocampista granata col vizio del gol

Mihajlovic è ambizioso e sa di avere tra le mani un organico di qualità, un giusto mix di combattenti, come da sua indole, e piedi fini. Col tempo potrebbe ritrovarsi entrambe le componenti in giocatori come il terzino sinistro Barreca (’95, prodotto del vivaio, campione d’Italia Primavera due anni fa) e l’attaccante esterno Boye (’96), già adocchiati anche in chiave Nazionale, seppur poi il secondo abbia dichiarato di propendere per il suo Paese nativo, l’Argentina.

A centrocampo si tiene d’occhio anche la crescita del regista serbo under 21 Lukic (’96), mentre sembrano ridotte al lumicino le possibilità del ragazzo prodigio Aramu (fantasista classe ’95 che nelle giovanili granata ha sempre fatto la differenza): possibile per lui una nuova destinazione in prestito a gennaio.

UDINESE

Infine la tradizionalmente cosmopolita squadra friulana, che anche quest’anno sta mettendo in mostra alcuni gioielli. Su tutti il francese Fofana (’95), letteralmente esploso con l’avvento in panchina di Delneri, dopo le titubanze iniziali con Iachini, che lo schierava in un ruolo non propriamente suo. Agendo da mezz’ala, da interno, riesce a sfoderare tutte le sue grandi qualità. Fisico possente, tecnica niente male, velocità negli spazi, senso del gol, esplosività nei piedi, tutte doti che lo fanno in qualche modo accumunare al Pogba dei primi giorni juventini. Non a caso in Francia i paragoni erano già partiti e, anche se dal punto di vista tecnico, gli deve sicuramente qualcosa, è indubbio che i progressi evidenziati negli ultimi due mesi siano notevoli.

Fofana è una delle rivelazioni del campionato, impressionante i suoi miglioramenti da inizio campionato

Fofana è una delle rivelazioni del campionato, impressionanti i suoi miglioramenti da inizio campionato

Molto bene anche il meno utilizzato Jankto (’96), a segno anche di recente nella gara interna contro l’Inter, poi persa dall’Udinese. Impressionò positivamente anche nel prestito ad Ascoli, ma sta ulteriormente migliorando in serie A.

La punta Perica (’95) è capace spesso di incidere in fatto di gol anche pesanti, ma gli tocca farlo il più delle volte a partita in corso, ferma la titolarità in avanti dell’assortita coppia Thereau – Zapata.

Poche luci finora dal trequartista argentino De Paul (’94), subito impossessatosi di una maglia da titolare dietro le punte ma poco produttivo in termini di assist e gol. Può dare di più.

Inaspettatamente sta giocando molto il centrale mancino brasiliano Samir (’94), che mister Delneri preferisce far giostrare prevalentemente da terzino sinistro. Molto attento in difesa, deve migliorare nell’accompagnare l’azione ma è una bella scoperta, dopo le sporadiche apparizioni nella scorsa sfortunata stagione con la maglia del Verona.

Infine tre nomi molto quotati che il campo proprio non lo hanno visto mai: il portiere Scuffet (’96), ex enfant prodige del calcio italiano, prematuramente etichettato come il nuovo Buffon dopo le prime convincenti presenze ormai due anni fa; la mezzapunta brasiliana Lucas Evangelista (’95) e soprattutto il fenomeno emergente del calcio croato Balic (’97), regista validissimo dal punto di vista tecnico e soffiato addirittura a Real Madrid e Barcellona, ma evidentemente non ancora pronto per questi palcoscenici.

Una carrellata lunga di nomi, come non accadeva da anni, a rimarcare ancora una volta come i giovani calciatori possano rappresentare veramente il futuro della nostra serie A, riportandola non dico agli antichi fasti ma per lo meno a buoni livelli.

A meno che non si assista anche da noi all’invasione di investitori stranieri in grado di invertire la rotta e di riportare qui alcuni autentici big internazionali che farebbero da traino per il miglioramento generale del livello del nostro campionato.

La giusta via di mezzo fra le due situazioni sarebbe l’ideale per non disperdere i tanti talenti azzurri che ancora cercano la loro consacrazione.

E’ l’Inter la squadra giusta per Gagliardini?

Quella mia del titolo non è una provocazione… In questi giorni di calciomercato, la domanda più insistente è se Gagliardini sia o meno l’uomo giusto per il centrocampo dell’Inter.

Gagliardini in un'azione contro la Roma. Una delle sue migliori prestazioni in serie A

Gagliardini in un’azione contro la Roma. Una delle sue migliori prestazioni in serie A

Io provo invece a rivoltare il quesito, chiedendomi se l’Inter possa rappresentare il trampolino di lancio definitivo per il ventiduenne cresciuto nelle giovanili dell’Atalanta.

Non me ne vogliano i tifosi nerazzurri della Beneamata, ma mi sorge questo dubbio alludendo al fatto che le risorse che il club sta mostrando di avere (con acquisiti e relativi pesanti ingaggi di gente come Kondogbia, Candreva, Joao Mario, Perisic…)non collimino poi con un reale progetto tecnico.

La bussola sembra finalmente avere trovato un uomo guida adeguato in Pioli, che pare tutt’altro che un traghettatore, ma in un progetto tecnico che non miri solamente a strappare il talentino di turno alle concorrenti, o peggio a volere emulare il rinnovato spirito Made in Italy che poco si addice alla squadra milanese, come viene considerato l’inserimento dell’atalantino?

E’ risaputo che uno dei problemi tecnici dell’Inter sia il fatto che manchi un regista in campo, figura tuttavia in estinzione nel calcio moderno, ma di vitale importanza qualora si trovasse l’uomo giusto.

Quell’uomo che non è il combattivo Medel (tra l’altro uno dei migliori da due anni a questa parte), nè il falloso Felipe Melo, nè il talentuoso Brozovic, portato più a muoversi in campo, così come il sinora deludente Banega, l’argentino che forse lascerà il posto libero proprio a Gagliardini.

Cercando di ricostruire a livello tecnico un profilo veritiero del talento bergamasco, tutto verrebbe da dire tranne che si tratti di un organizzatore di gioco. Ha indubbiamente piedi buoni, uniti a un fisico notevole e a lunghe leve con cui riesce a “spaccare” la partita con le sue incursioni. Non è velocissimo ma intelligente tatticamente, sa appoggiare bene l’azione, vede il gioco, sa inserirsi bene negli spazi e ha una buona tecnica sia di destro che di sinistro.

Una sorta di Pogba italiano, investitura alquanto pesante tra il serio e il faceto da parte del tecnico Gasperini.

Un quadro impeccabile, a leggerlo così. Niente di cui stupirsi, se si avesse visto Gagliardini negli anni delle giovanili dell’Atalanta, con cui spesso indossando la fascia di capitano, guidava letteralmente i compagni, agendo prevalentemente da mediano o da interno, sempre comunque nel vivo dell’azione, con tanti palloni che passavano dai suoi piedi.

Un giovanissimo Gagliardini capitano nelle giovanili dell'Atalanta

Un giovanissimo Gagliardini capitano nelle giovanili dell’Atalanta

Stupiva piuttosto che negli anni immediatamente successivi al termine dell’iter giovanile, non avesse mai mostrato segni concreti delle sue qualità, spesso finendo relegato in panca nei prestiti di Cesena, La Spezia e Vicenza.

Avrà inciso una maturità non ancora conseguita, ma credo abbiano influito anche aspetti ambientali in seno a quelle squadre, in uno Spezia composto da nomi importanti per la categoria (e perennemente alla ricerca del gran salto in A) e in un Vicenza alle strette per non retrocedere. Mi aspettavo qualcosa in più invece nel suo anno a Cesena, il primo da professionista, una squadra che solitamente ha fiuto per i giovani talenti, per quanto acerbi possano essere giungendo direttamente dalla Primavera. Qui per dire, solo pochi mesi fa mostrarono le loro grandi doti i suoi attuali compagni Kessie e Caldara (come lui da tempo ormai in orbita Big italiane ed europee), ma anche Ragusa e Sensi che ben si stanno destreggiando in A col Sassuolo.

Gagliardini invece ha saputo imporsi soltanto con l’intervento di Gasperini, che ha mostrato di puntare su di lui, parlandone quando ancora il suo nome era sconosciuto ai più e dandogli fiducia con i fatti, proprio nel momento più critico della squadra, all’epoca non era in grado di mettersi in carreggiata.

Non solo per merito suo, ma certamente anche per la sua freschezza, la sua voglia, la sua motivazione e la sua qualità, l’Atalanta ha poi fatto quello che tutti abbiamo visto: risultati, vittorie – spesso dando spettacolo, trascinando letteralmente il pubblico e gli appassionati sull’onda di un entusiasmo contagioso – grandi exploit fino a un fisiologico rientro nei ranghi, dall’alto comunque di una posizione in classifica invidiabile per una compagine che a inizio stagione mirava solo a salvarsi il più in fretta possibile.

Non si sa quale sarà il futuro degli orobici senza il suo faro… e non si sa bene se in un club come l’Inter, prestigioso, in crescita, ma pur sempre in “subbuglio tecnico”, Gagliardini saprà dare il suo contributo.

Certo, la sua ascesa ha del clamoroso, con Ventura che ha contribuito quasi al pari di Gasperini a lanciarlo, convocandolo in Nazionale sin dalle prime positivissime apparizioni in serie A.

Anche Ventura ci vide giusto, convocando in tempi non sospetti Gagliardini in Nazionale

Anche Ventura ci vide giusto, convocando in tempi non sospetti Gagliardini in Nazionale

Il dubbio è se sia il calciatore a voler bruciare le tappe, o il calcio italiano tutto ad avere questo proposito, nella speranza che emerga e spicchi una generazione in grado di far voltare pagina a tutto il movimento.

Tecnicamente non pare un’eresia il voler affidarsi a un nucleo italiano, perchè i fatti stanno dando ragione a club come il Milan – che si sta ricostruendo grazie a una forte componente tricolore – la stessa Juventus pluricampione d’Italia (che sta dando sempre più spazio a gente come Rugani e Sturaro) o Torino e Sassuolo, che forti di avere in organico alcuni tra i migliori nostri rappresentanti in assoluto, stanno trovando una nuova dimensione.

L’investimento che l’Inter intende fare sul giocatore potrebbe sembrare eccessivo sulla carta, ma non se tu presupponi di aver acquistato un calciatore che potenzialmente è tra i migliori della sua generazione. In fondo a distanza di un anno e poco più si può ancora imputare al Milan di aver buttato via i soldi per un giovane come Romagnoli? Io dico di no, e mi pare che anche la Juventus non sia andata al risparmio per assicurarsi Caldara e Orsolini.

Insomma, la parola ora spetta al campo e, nel caso dell’Inter, sarà Pioli a dover giostrare al meglio tutto il potenziale di cui dispone da metà campo in su.

La rinascita di Andrea Masiello

Sono tante le storie belle da raccontare nell’Atalanta che sta stupendo tutti in questo scorcio di stagione. Si stanno sprecando i paragoni col Leicester ad esempio. Forse si tratta di un volo pindarico, ma almeno da parte di allenatore e società si sta evitando di parlare in modo buonista e ipocrita di salvezza da raggiungere il prima possibile. Insomma, la consapevolezza nei propri mezzi c’è da parte degli orobici, ma anche credo si è consci che certi miracoli calcistici avvengono non dico una volta sola ma quasi.

Sta di fatto che la compagine bergamasca sta disputando un torneo di altissimo livello, conseguendo risultati anche eclatanti, dopo un inizio alquanto stentato, e sta mettendo in mostra gioiellini come da tempo nel pur quotatissimo vivaio atalantino non se ne vedevano. E poi c’è Gasperini, Gasperson come era chiamato a Genova, che pur col cruccio di aver fallito in una grande piazza, non ha smarrito il suo entusiasmo, la sua voglia e la sua abilità nel trasmettere idee di un calcio piacevole, atletico, veloce ma anche, forse mai come quest’anno, redditizio.

In mezzo a virgulti destinati con ogni probabilità a palcoscenici importanti, da Kessie a Caldara, da Gagliardini (quello con la maggior gavetta alle spalle, ma anche il più talentuoso del gruppo sin dalle giovanili, di cui divenne presto capitano) a Conti, da Petagna a Kurtic fino alle colonne Toloi e capitan Gomez, la storia che più mi pare significativa è quella di un calciatore che davvero si sta rilanciando. Anzi, sta quasi rivivendo un’epopea calcistica, dopo essere passato per reietto, dopo aver sbagliato, di grosso.

Sto parlando di Andrea Masiello, uno dei pilastri, fra i più importanti protagonisti di questa splendida ascesa dell’Atalanta verso i piani altissimi della classifica.

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Un calciatore il cui nome viene quasi dimenticato, raramente nominato, se non in occasioni di gol (già 3 quest’anno) che per un difensore sono solo la ciliegina sulla torta, quasi avesse ancora delle colpe da espiare. Ai tempi del Bari la combinò grossa, fu protagonista volontario di combine, di autogol clamorosi, fu squalificato e tra i primissimi a collaborare. Una vicenda che ancora porta con sé degli strascichi, visto quante persone, quanti club, furono coinvolti a diverso titolo.

Lui cercava solo una nuova occasione, ben sapendo che forse almeno ad alti livelli non sarebbe mai più arrivata. In fondo si trattava di fare una grande opera di fiducia sulla persona, prima ancora che sul calciatore. Anzi, le sue doti di calciatore non erano mai state messe in discussione prima di quegli incresciosi fatti.

Il tempo sta dimostrando quanto per quei calciatori diventati tristemente noti alle vicende giudiziarie prima che sportive, sia difficile rientrare nei ranghi. Molti di loro si sono ritirati, altri hanno tentato carte esotiche, altri ancora sono ripartiti molto dal basso, con la fiducia appunto che pare persa, prima di tutto in sé stessi.

Andrea però era ancora giovane, un passato felice alle spalle, una famiglia che si stava costruendo dopo la nascita della primogenita Matilde nel 2011. Aveva tanto da farsi perdonare, molto ancora da dare, tutto praticamente da dimostrare. E l’occasione datogli dall’Atalanta, che lo tenne in rosa e lo fece rientrare in gruppo, era di quelle da cogliere al volo, da giocarsi al massimo delle possibilità. In fondo lo avevano aspettato, avevano creduto alla sua redenzione, lo avevano ascoltato.

In origine da giovanissimo difensore della Lucchese finì nel vivaio della Juventus (stesso percorso che fece tanti anni prima Francesco Baldini, identico ruolo, che si ritrovò a dominare in ambito giovanile con Del Piero e compagnia) e riuscì a destreggiarsi grazie a doti non comuni per un centrale difensivo, in particolare nella velocità e nella tecnica. Ricordo un suo gran gol a un Torneo di Viareggio (tra l’altro suo paese natale) in maglia bianconera, in cui come birilli scartò diversi avversari prima di depositare il pallone in rete. Per la cronaca le Coppe Carnevale vinte con la Juventus furono 2.

Per quanto poi in prima squadra fece solo una comparsata, la sua carriera si dispiegò agevolmente nei passaggi ad Avellino e a Genova, sponda rossoblu, preludio dell’avventura barese, iniziata nel migliore dei modi, avendo incrociato sulla sua strada due maestri come Conte e Ventura.

Sì, nel pimpante Bari di Bonucci e Ranocchia, di Meggiorini e Barreto, di Parisi e Almiron, a far bella figura in difesa c’era anche lui, baluardo che più di una volta si concedeva sortite offensive fruttuose per la squadra.

Sembrava quello l’apice raggiunto da Masiello in carriera, prima della rovinosa caduta.

Invece la sua è propria una bella storia, una storia di rinascita, di rivalsa, di seconda chance che la vita gli ha dato e che lui c’ha messo del suo nel saperla sfruttare al meglio. Con un’umiltà encomiabile, in silenzio, quasi ancora a vergognarsi di un passato recente ma che è giusto mettersi alle spalle, specie se si sta vivendo il momento più bello del proprio percorso calcistico e non si ha intenzione di fermarsi.

Mandorlini sarebbe l’uomo giusto per il Parma

Chi mi conosce sa che non posso certo definirmi un “mandorliniano” (postilla per i non tifosi dell’Hellas che immagino e spero saranno tanti a leggermi…, il tifoso gialloblu si divide da 5/6 anni a sta parte in pro Mandorlini e contro Mandorlini).

Non lo sono, o non lo ero, non soltanto perché il suo modello di gioco non corrisponde esattamente a quello che riesce a catturarmi l’entusiasmo; e non lo sono nemmeno per certe sue esternazioni, e sono state molte, che esulavano dal contesto calcistico (o che vi entravano dalla porta secondaria). Insomma, non mi esaltavo per lui come uomo, pur riconoscendone doti di trascinatore, di attaccamento e di passione genuina.

Gli riconosco però soprattutto il grande lavoro di ricostruzione della nostra (all’epoca) derelitta squadra, portata in sella dagli inferi della Lega Pro al Paradiso della serie A ma lo reputo anche in parte colpevole della disfatta della passata stagione, monotematico negli schemi e attaccato ai suoi giocatori simbolo, precludendo quasi a priori la fioritura di altri.

Va beh, è un capitolo chiuso in pratica della storia gialloblu, nonostante l’anno in corso sia ancora sotto contratto: lui da tempo ha iniziato a ricomparire in video, a dispensare opinioni (richieste, per carità) e in qualche modo – giustamente – a candidarsi indirettamente per questa o quell’altra squadra.

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D’altronde la bontà del suo percorso professionale è sotto gli occhi di tutti, così come le sue abilità di condottiero. Ero tra coloro che in qualche modo caldeggiavano la sua possibile candidatura sulla panchina dell’Inter, poi finita a Pioli, perché secondo me in veste di traghettatore avrebbe potuto risollevare la cresta di molti galletti dello spogliatoio nerazzurro (che lui tra l’altro ben conosce, avendovi giocato e vinto agli ordini di Trapattoni).

Sfumata la chimera Inter, da un paio di giorni si è tornato a parlare di lui per un’altra prestigiosa panchina, quella del Parma, ovvero quel che si dice una vera nobile decaduta del calcio italiano.

E’ chiaro, dovrebbe ripartire dalla Lega Pro, abbandonare definitivamente sogni d’alto profilo, eppure credo che per Andrea Mandorlini quella emiliana sarebbe la piazza ideale per rimettersi in pista.

In fondo si possono riscontrare molte analogie con la situazione dell’Hellas Verona di qualche anno fa.

Il Parma DEVE tornare come minimo in serie B e da lì puntare il prima possibile al ritorno in serie A, dove gli compete. Il tecnico ravennate è indubbiamente un motivatore eccezionale, un rivitalizzatore, e saprebbe a mio avviso toccare le corde giuste di un organico – ricordiamolo – da promozione. Non sarà facile centrare l’obiettivo, un po’ per il regolamento assurdo della competizione, con playoff da disputarsi fra ben 28 squadre in più fasi dei tre gironi, un po’ perché anche solo restando al girone B, dove il Parma è impegnato, c’è molta concorrenza per il primo posto che darebbe accesso immediato alla B. I punti di distacco dalle prime classificate attuali (il competitivo Pordenone e la sorpresa Reggiana) non sono poi molti, ma ci sono altri avversari quotati da battere come il super Venezia di Pippo Inzaghi, il Bassano, la Feralpi Salò o il Padova.

Sono convinto però che se i ducali decidessero di assumere Mandorlini al posto di Apolloni avrebbero buona chances di giocarsela.

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Per tutti i “ragazzi” della mia generazione, diciamo dai 30 ai 40 anni (io ci sto appena dentro perché sono 39) il Parma rappresenta molto: negli anni ’90 ha fatto sognare tantissimi appassionati di calcio (eccezion fatta forse per gli juventini, viste le tantissime sfide ad alti livelli, comprese finali varie), da quelle parti hanno giocato campioni veri.

Tralasciando quello che poi è successo a livello societario e la successiva caduta, non diretta, ma comunque quasi a compensare quegli anni d’oro ma gestiti in maniera “allegra”, il Parma ci rimanda a un’epoca in cui il calcio italiano si poteva a ragione definire il più bello del mondo, magari non in senso puramente estetico, ma per la competitività e l’alto livello delle squadre e degli interpreti partecipanti sicuramente sì.

Che esordio per l’Hellas Verona: poker al Latina e grande gioco in mezzo al campo

Buonissima la prima, è proprio il caso di dire, dell’Hellas Verona al Bentegodi. Un risultato roboante, sottolineato da tutti i media locali e nazionali, e che va a certificare, semmai ce ne fosse stato bisogno, il ruolo che la squadra gialloblu dovrà recitare quest’anno in serie B: da protagonista.

Un 4 a 1 che ci sta tutto, frutto di un predominio non soltanto territoriale ma tecnico, dove il divario con il Latina era davvero troppo ampio. 

Tutti a festeggiare Bessa: che esordio da sogno per il talento delle giovanili dell'Inter

Tutti a festeggiare Bessa: che esordio da sogno per il talento delle giovanili dell’Inter

Ecco, forse a cercare di smorzare gli entusiasmi potrebbe entrare in gioco questo fattore: cioè che la squadra laziale non sia certo annoverata, almeno quest’anno, tra le compagini più in vista e accreditate. Ma sarebbe ingeneroso sottovalutare i meriti degli uomini di Pecchia che si trovavano a dover esordire necessariamente con una vittoria. Le pressioni ci saranno in questo lungo cammino cadetto ma mi piace il modo in cui tutti, dal tecnico, al direttore sportivo, ai giocatori (convincente il modo in cui i neo arrivati Fossati e Bessa – una coppia di qualità a centrocampo che non si vedeva da tempo da queste parti – hanno dichiarato di voler andare a Salerno per vincere), si stanno ponendo, scegliendo di non fare proclami ma allo stesso tempo non nascondendosi.

Mi scoccia, e vale per tutti i tifosi, rendermi conto che il mercato probabilmente ci porterà via quel Romulo, appena recuperato e smanioso di riprendere il proprio brillante cammino, già ieri trascinatore. Credo si sia speculato sul suo nome, io non l’ho mai percepito alla stregua di un mercenario. Tre anni fa ci condusse a una salvezza clamorosa, forte di un campionato eccellente, assieme ai vari Toni, Iturbe, Jorginho, Maietta… naturale che bussasse alla porta una grande, e in quel momento (ma direi… mai) era impossibile rifiutare la corte della Juventus.

La storia recente dell’italo-brasiliano è una sorta di remake del fortunato film “Sliding Doors”: acquistato dalla Juve, in procinto di diventare per lo meno un cambio dei titolari, o uno dei 12/13 titolari, e quasi certo di disputare i Mondiali in Brasile con la maglia azzurra, è incappato in un brutto infortunio che l’ha in pratica tenuto lontano dai campi di gioco per una stagione intera. Lo scorso anno il rientro in gialloblu fu in sordina, con il procuratore che cercava altre sistemazioni.

Ma il giocatore in sè non l’avevo mai sentito dichiarare frasi “inopportune” riguardo l’idea di restare da noi (in fondo l’Hellas lo ha reso giocatore importante) e sarebbe un peccato perderlo. Rimanesse e giocando con continuità, ottenendo quella promozione che tutti ci aggiudicano, volerebbe di certo verso altri lidi, se quella è l’ambizione di giocatori di un certo pedigree.

Diverso il caso di Viviani. Del talentino azzurro, protagonista assoluto delle giovanili giallorosse, quando un certo Florenzi gli stava dietro nelle gerarchie, si è visto davvero poco da quando è un calciatore professionista. Che sia la pubalgia, che siano fattori comportamentali, che mentalmente si consideri uno da serie A, conta relativamente.

Ha disputato un precampionato assolutamente non in linea con le aspettative, non pare il giocatore sul quale puntare le proprie fisches per ripartire. Di contro in B i nomi contano relativamente e gente come i già citati Fossati e Bessa, ma pure l’altro neo-acquisto Zuculini hanno le caratteristiche ideali per fungere da protagonisti dei nostri colori.

Tecnica, determinazione, motivazione, ambizione: ingredienti che sono basilari per vincere un campionato. Parlo della mediana, ma pure la difesa rischia di essere menomata da qui alla trasferta di Salerno. Helander in panca ieri significa una sola cosa: cessione.

Che in B lo svedesino abbia le giuste credenziali per guidare un intero reparto non ci sarà dato di sapere, fatto sta che lì (come sempre) entreranno in gioco i procuratori, e volente o nolente, si sta parlando di un giovane quotato a livello internazionale, che solo due anni fa vinse da titolare la finale dell’Europeo Under 21.

Via lui, dentro Cherubin… beh, personalmente, la cosa “s’ha da fare”. Il bolognese ha tanta esperienza, un discreto piede, sa destreggiarsi in più ruoli in difesa, pur essendo nato centrale. Con il passaggio dal modulo a 4 a quello a 3, lui mancino, spesso ha giostrato da centrale di sinistra. Non credo che dia il meglio di sè da terzino sinistro in una linea a 4, ma sicuramente sarà in grado di adattarsi, altrimenti vorrà dire che giocherà centrale insieme al convincente Caracciolo, al posto di quel Bianchetti destinato in A.

Ora, il ragazzo è stato spesso preso di mira. Ammetto, conoscendolo dalle giovanili dell’Inter e del Varese, prima ancora che nell’Under 21, che mi sarei aspettato qualcosa in più da lui con i “grandi”. Ma in B è parso davvero un leader in difesa: pulito, sicuro in ogni situazione di gioco, sereno. Giocare da titolare, magari con un traguardo importante a fine stagione, credo possa rappresentare per lui il vero salto di qualità. E’ ancora giovane, e anche se la sua parabola calcistica rischia di assomigliare a quella di Andrea Ranocchia, un predestinato che non ha saputo imporsi ad altissimi livelli, merita fiducia. Venderlo a campionato iniziato, quando il tecnico Pecchia ha dimostrato di aver puntato su di lui, non mi pare certo la mossa giusta.

Il portiere Nicolas può reggere il peso della responsabilità in una squadra che punta al vertice: non è più il ragazzino di un paio d’anni fa, è reduce da un grande campionato da titolare a Trapani e ieri, al di là del rocambolesco e casuale gol subito (per carità, bella l’idea e il tiro del figlio di bomber De Vitis), si è messo in luce per concentrazione e prontezza di riflessi. L’avversario non era probante, lo si è capito subito, ma la difesa ha subito pochissimo gli avanti avversari. Pisano in B è un lusso, Souprayen deve metterci più grinta (ma probabilmente… non ce l’ha, c’è poco da girarci intorno). In ogni caso arretrare il ciclone Fares a sinistra sarebbe uno spreco. Mi è piaciuto sinceramente anche il modo in cui il “vecchio” Juanito Gomez si è messo a disposizione della squadra, tra i pochissimi del vecchio corso a rientrare nel progetto e immagino utilissimo alla causa nel corso del torneo (boato ieri per il suo gol al termine di una bellissima azione in fraseggio).

Aspettando Ganz, l’intesa tra il turbo Luppi e il Pazzo è stata ottima. Per entrambi una rete, belle giocate, sempre sul pezzo.

Del centrocampo ho già detto. Contro Salernitana e Benevento sarà più difficile sicuramente, ma i nostri non buttano una palla, si smarcano, si cercano, fanno pressing.

C’è una mentalità nuova, e io è da settimane che rispondo a chi mi chiede un parere, che mi interessa per una volta divertirmi allo stadio, vedere un calcio moderno, propositivo, efficace, magari spettacolare. 

Il Popolo Gialloblu, sempre presente, numeroso e rumoroso! Un sostegno incredibile per la squadra

Il Popolo Gialloblu, sempre presente, numeroso e rumoroso! Un sostegno incredibile per la squadra

Ieri tutto questo c’è stato, per la gioia di tanti tifosi sempre appassionati (già ieri eravamo tantissimi allo stadio), mia e di mia moglie che, dopo i magri bottini dello scorso anno, quest’anno si è gustata ben 4 gol in un colpo solo!

Se il buongiorno si vede dal mattino, è proprio vero: ce la possiamo giocare! Il risultato eclatante di ieri – inutile dirlo –  è stata la vittoria in trasferta del neopromosso Cittadella ai danni del Bari, che io stesso avevo giudicato come la squadra più temibile in chiave promozione diretta.

Alla prima giornata ci sta, per carità, ma io mi sarei scoraggiato e incazzato non poco se avessimo perso la prima casa contro il Latina… bene invece, come era prevedibile, le altre big, Carpi e Frosinone, entrambe vittoriose in scioltezza con due gol di scarto sugli avversari. Altro che fuochi di paglia: questi vogliono tornare subito in A come il Verona. Ci sarà da divertirsi in questa lunga maratona!

Al via il campionato di serie B 2016/2017: i miei pronostici. Big, rivelazioni, possibili promosse e retrocesse.

Il campionato di serie B 2016/’17 è ormai alle porte, e si preannuncia assai equilibrato e avvincente, sulla falsariga dell’ultimo disputato, concluso con le promozioni di Cagliari, Pescara e Crotone.

Al via tante squadre appaiono ben disegnate e in grado di farla da padrone, ma come sappiamo, rispetto al gradino superiore, in cadetteria contano tantissimi aspetti, primo fra tutte la tenuta sulla lunga distanza.

La B è una vera maratona calcistica che si dipana lungo 42 tappe, e sarà decisivo farsi trovare pronti a primavera; quello è negli ultimi anni il periodo consono a delineare meglio le candidate più serie a giocarsi la promozione e allo stesso tempo indicativo di coloro che dovranno sudare per mantenere la categoria.

Negli ultimi anni ci sono state compagini abili a sparigliare le carte e le griglie di partenza, ultimo caso (eclatante, visto come si era salvato solo 12 mesi prima) quello del Crotone. Ma in fondo anche l’Empoli di Sarri o le due matricole assolute per la massima serie, Carpi e Frosinone – che solo un paio d’anni prima stazionavano addirittura in Lega Pro –, non partivano certo favorite in origine.

Questo per dire che molto probabilmente in fase di pronostici mi farò fregare anche quest’anno, laddove scrissi all’inizio della stagione scorsa che vedevo bene Cesena, Bari e Latina (parlavo di outsider, non di probabili promosse).

Prima di andare nel dettaglio, e dichiarando per chi ancora non ne fosse a conoscenza la mia fede calcistica per il Verona (oltre che per il Torino) – il tutto senza inficiare il mio senso di obiettività e imparzialità – mi azzardo a dire che mai come quest’anno le tre provenienti dalla A mi sembrano attrezzate per disputare un ottimo torneo e soprattutto mi pare non abbiano subito il classico contraccolpo psicologico post-retrocessione.

Ecco la prima giornata da calendario e qualche annotazione in merito alle squadre:

SPEZIA-SALERNITANA
Spezia (4-3-3): 
Chichizola; De Col, Terzi, Valentini, Migliore; Sciaudone, Errasti, Pulzetti; Piu, Iemmello, Piccolo. Allenatore: Di Carlo
Salernitana (4-4-2): Terracciano; Laverone, Bernardini, Schiavi, Vitale; Busellato, Odjer, Moro, Rosina; Donnarumma, Coda.Allenatore: Sannino

Subito un incontro ostico per lo Spezia, squadra che da anni si annovera tra le più promettenti e interessanti, forte anche di una società che non si può dire abbia badato a spese per puntare alla A. Eppure ogni anno manca un piccolo tassello, che forse potrebbe essere colmato anche grazie a una guida tecnica ormai salda in Di Carlo. Di contro però arriva una Salernitana che, nemmeno troppo a fari spenti, si candida a rivelazione, contando su un pubblico in grado di trascinare ma soprattutto su una qualità media della rosa elevata anche grazie a innesti come quello di Rosina, strappato a numerosi club.

Fra i liguri impossibile non tributare elogi per un tridente d’attacco che promette scintille, e che vedrà due nuovi acquisti al fianco del consolidato Piccolo: Iemmello, reduce da una stagione memorabile al Foggia, e il giovane Piu, protagonista da sempre fra i vivai italiani alla guida dell’Empoli.

Tra i campani invece occhio alla coppia Coda – Donnarumma, confermatissima e probabilmente la meglio assortita della categoria, e a una difesa che poggia su veterani come Schiavi e Bernardini, rinvigoriti sulle fasce da uomini da serie A come Laverone e Vitale.

AVELLINO-BRESCIA
Avellino (3-4-3):
 Frattali; Gonzalez, Jidayi, Biraschi; Visconti, Paghera, Omeonga, Gavazzi; Bidaoui, Mokulu, Verde. Allenatore: Toscano
Brescia (4-3-3): Minelli; Calabresi, Somma, N. Lancini, Coly; Bisoli, Pinzi, Ndoj; Morosini, Rosso, Bonazzoli. Allenatore: Brocchi

Da molti accreditata come possibile nuova sensazione della B, io invece nutro dei dubbi (in chiave playoff si intende) sugli irpini. Se si guarda l’11 titolare emergono nomi come gli esperti Gavazzi, Gonzalez (entrambi reduci da una buonissima stagione) o le certezze Visconti e Jidayi, ma forse non sono compensati dalla scarsa esperienza di elementi pur validi come l’ex giallorosso Verde (al primo vero banco di prova dopo aver trovato pochissimo spazio nello scorso campionato) o discontinui come il seppur talentuoso Bidaoui e Mokulu. Se dovesse rimanere (ma le sirene del Genoa sono sempre più rumorose), il vero crack sarebbe certamente Biraschi, altrimenti la sua perdita sarebbe gravissima.

Il Brescia sembra aver scoraggiato anche i più ottimisti fra i tifosi, dopo le pessime prove stagionali, che fossero amichevoli o incontri ufficiali. Certo, la squadra ha una età media bassissima, al di là del “sommo” Caracciolo. Ma quella in fondo sarebbe relativa se alla base ci fosse materiale buono su cui lavorare. Molti provengono dallo stesso vivaio locale (un tempo assai florido) ma fatico a trovare un potenziale campione. Senza scomodare nessuno, almeno da Somma e Morosini mi aspetto però un apporto importante, fiducioso che Brocchi, un tecnico desideroso di rimettersi in carreggiata con rinnovato spirito, saprà gestirne la crescita.

Che sia l'anno giusto per il Bari? Nella mia griglia di partenza parte al primo posto, anche se poi sarà il campo a dare le giuste risposte

Che sia l’anno giusto per il Bari? Nella mia griglia di partenza parte al primo posto, anche se poi sarà il campo a dare le giuste risposte

BARI-CITTADELLA
Bari (4-4-2)
: Micai; Sabelli, Cassani, Moras, Daprelà; Fedato, Martinho, Romizi, Basha; Maniero, De Luca. Allenatore: Stellone
Cittadella (4-3-1-2): Alfonso; Pedrelli, Pascali, De Leidi, Benedetti; Schenetti, Iori, Valzania; Chiaretti; Arrighini, Litteri. Allenatore: Venturato

Per molti una sorta di testa-coda, e il favoritissimo Bari (anche in chiave serie A) dovrà stare attento a non cannare di fronte a un avversario che, in fondo, ha fatto solo una breve scappatella al piano di sotto, prima di tornare nella casa che gli è più consona. Il Cittadella, guidato da Venturato, un allenatore che, alla stregua di un Maran, viene considerato poco rispetto ai reali meriti, ha una solida base e un gioco fluido e piacevole. Da tenere d’occhio l’espertissimo ex “scozzese” Pascali e il giovane Valzania. Insomma, non la vedo certo come una vittima sacrificale, nell’ambito di una lotta di sopravvivenza per rimanere in B, anche se indubbiamente il Bari di Stellone può vantare tantissime frecce al proprio arco (Maniero, Fedato, Martinho, Romizi, Sabelli, Moras).

Non mi sarei aspettato che il tecnico romano lasciasse Frosinone, convinto che avesse nuove motivazioni tali da tentare la nuova immediata risalita con quella che era a tutti gli effetti una sua creatura, e invece ha preferito rimettersi in gioco in una piazza caldissima, che attende da troppi anni una consacrazione e il ritorno ai fasti di un tempo. La squadra pugliese, disegnata sul congeniale 4-4-2 è forte e completa in ogni reparto e credo davvero sia la volta buona per salire in A, addirittura senza passare dai playoff.

BENEVENTO-SPAL
Benevento (4-3-1-2):
 Cragno; Venuti, Lucioni, Camporese, Lopez; Chibsah, Agyei; Melara, Falco; Puscas, Ceravolo. Allenatore: Baroni
Spal (3-5-2): Meret; Cremonesi, Vicari, Silvestri; Schiattarella, Arini, Picchi, Schiavon, Mora; Antenucci, Cerri. Allenatore: Semplici

Due neopromosse dall’ex serie C subito a confronto nel primo turno e due destini che probabilmente si incroceranno spesso, visto che entrambe lotteranno per salvarsi… anche se una sbirciatina ai play off secondo me avranno voglia di darla. A dispetto dello status di matricola assoluta, il Benevento ha messo in piedi una rosa davvero niente male, con uomini importanti in ogni reparto: dal portierino azzurro Cragno, al ritrovato Camporese in difesa (uno che da giovanissimo nella Fiorentina consideravano migliore di Nastasic, prima di essere etichettato come “infortunato cronico”), a Chibsah in mediana (vi ricordate quando sembrava trascinare da solo il centrocampo del Sassuolo?) a una coppia d’attacco ben assortita tra il “vecchio” Ceravolo e l’ex enfant prodige interista Puscas, innescati da quel Falco  che ai tempi delle giovanili del Lecce veniva soprannominato con un volo pindarico il “Messi del Salento”. Tanta carne al fuoco quindi, da contrapporsi alla concretezza della Spal, nobile decaduta del nostro calcio che tantissimi appassionati hanno salutato con affetto al suo ritorno in serie B (non solo i loro tifosi). Io ho sempre guardato con simpatia alla squadra biancoazzurra, un po’ perché Ferrara in fondo è a un tiro di schioppo da casa mia, pur essendo io della provincia di Verona, e poi perché da bambino spesso e volentieri mi recavo allo stadio “Paolo Mazza” con mio papà. Da allora ho sempre seguito gli estensi nonostante le mille vicissitudini. Già immagino ci saranno tra i lettori coloro che mi bacchetteranno perché in pratica simpatizzo per diverse squadre. Il fatto è che io mi innamoro delle storie, e quella della Spal ad esempio è bellissima.

In ogni caso l’11 assemblato non è niente male, con anzi due prospetti di assoluto valore del calcio italiano, vale a dire Meret e Cerri, assolutamente da non bruciare. Poi la squadra è stata irrobustita e puntellata con ottimi interpreti, esperti ma ancora validissimi come Antenucci, dopo le brillanti parentesi estere, Arini – ex bandiera dell’Avellino – e Cremonesi, reduce dalla splendida promozione in A col Crotone, e che a mio avviso meritava di rimanere in Calabria a godersi la massima serie dopo tanta gavetta. In panchina quel Semplici che sembra tremendamente a suo agio anche tra i “grandi” dopo le vittorie in compagini giovanili.

FROSINONE-ENTELLA
Frosinone (4-4-2):
 Bardi; Ciofani, Pryyma, Brighenti, Mazzotta; Gucher, Frara, Kragl, Paganini; Ciofani, Cocco. Allenatore: Marino
Entella (4-3-1-2): Iacobucci; Iacoponi, Pellizzer, Ceccarelli, Keita; Palermo, Troiano, Moscati; Tremolada; Masucci, Caputo. Allenatore: Breda

Ce la farà il Frosinone a trovare subito la strada maestra verso un pronto ritorno in A, oppure sarà stato uno splendido, al di là della retrocessione, episodio isolato? Quel che è certo è che gli ingredienti per puntare al bersaglio grosso ci sarebbero tutti. La rosa non smantellata e ricca di fosforo e talento (Gucher, Paganini, Ciofani), con aggiunte importanti come quelle di Mazzotta e i due ex vicentini Brighenti e Cocco che il neo tecnico Marino ha voluto a tutti i costi portare con sé (e almeno nel caso di Brighenti rischiando di creare un pandemonio nella città veneta, visto quanto l’ex capitano fosse benvoluto da tutti).

Si diceva che la B è fatta di tante tappe, quindi si vedono alla distanza le squadre migliori. Come inizio per il favorito Frosinone c’è quell’Entella che l’anno scorso ha fatto le prove generali ma che, sotto sotto, sembra voler ricalcare le orme di un’altra provinciale non capoluogo, il Sassuolo. Già, magari il paragone può sembrare azzardato ma anche qui c’è una buona società (magari non così in forze finanziarie), un ottimo gruppo e un ambiente salubre, tutti ingredienti che in B possono fare la differenza. E poi c’è la ciliegina Caputo in avanti a trascinare i compagni.

PRO VERCELLI-ASCOLI
Pro Vercelli (4-3-3):
 Provedel; Germano, Konatè’, Bani, Mammarella; Castiglia, Ardizzone, Palazzi; Mustacchio, Ebagua, Vajushi. Allenatore: Longo
Ascoli (4-3-3): Lanni; Almici, Mengoni, Augustyn, Mignanelli; Hallberg, Bianchi, Giorgi; Lazzari, Cacia, Gatto. Allenatore: Aglietti

Due squadre veramente molto interessanti, la Pro Vercelli e l’Ascoli, di quelle che non metterei protagoniste in chiave playoff ma che molto probabilmente saranno in grado di divertire e proporre un gioco di qualità. Il perché è presto detto: in panchina siedono due allenatori, uno all’esordio assoluto fra i pro – e giovanissimo anche per età, 41 anni – l’altro che in cadetteria non ha bisogno di presentazioni ma che ancora è atteso all’exploit. Longo e Aglietti sapranno imprimere le loro idee e valorizzare delle rose di livello qualitativo medio, ma con all’interno elementi di sicuro interesse. Nella Pro, Mustacchio, una sicurezza in B – ma gli avevamo auspicato una carriera ancora migliore quando si divideva tra le giovanili delle Rondinelle e la Primavera della Samp –,  Ebagua in avanti e Mammarella in difesa dovranno far da chiocce a gente come Provedel e Palazzi, di grande talento. Nell’Ascoli questo compito ce l’avrà Cacia, inseguito per tutta l’estate da squadre di ogni dove, fino al sigillo del rinnovo con quella voglia di riprendere dal girone di ritorno scorso, quando gli si era accesa impietosa la miccia del gol. Atteso alla consacrazione il terzino Almici, curiosità per il mediano Hallberg.

TERNANA-PISA
Ternana
 (4-2-3-1): Di Gennaro; Zanon, Meccariello, Valjent, Sernicola; Coppola, Bacinovic; Furlan, Falletti, Surraco; Avenatti. Allenatore: Carbone
Pisa (4-3-3): Ujkani; Avogadri, Del Fabro, Lisuzzo, Longhi; Tabanelli, Di Tacchio, Colombatto; Mannini, Cani, Varela. Allenatore: Colonnello

Lo dico fuori dai denti, sperando per i rispettivi tifosi ovviamente di sbagliarmi: Ternana e Pisa sono le squadre più accreditate a salutare la compagnia a fine campionato. Chiaramente i problemi per entrambe non sono solo di natura tecnica – anzi la squadra nerazzurra toscana ha appena compiuto un capolavoro tornando in B – ma certo le incognite sono tante. Entrambi gli allenatori poi non sembrano frutto di scelte societarie (quali società poi?) accurate, e in ogni caso hanno avuto poco tempo a disposizione per plasmare le proprie squadre. Partono in ritardo, anche se lo scontro alla prima in fondo potrebbe da subito dare slancio in caso di vittoria dell’una e dell’altra e regalare un po’ di serenità all’ambiente

Secondo i bookmakers è la candidata principale alla promozione in A. Ma le stagioni successive a una retrocessione nascondono spesso insidie. La squadra gialloblu pare ben costruita e molto attrezzata per raggiungere il traguardo

Secondo i bookmakers è la candidata principale alla promozione in A. Ma le stagioni successive a una retrocessione nascondono spesso insidie. La squadra gialloblu pare ben costruita e molto attrezzata per raggiungere il traguardo

VERONA-LATINA
Verona
 (4-3-3): Nicolas; Pisano, Bianchetti, Caacciolo, Romulo; Zuculini, Viviani, Fossati; Luppi, Pazzini, Ganz. Allenatore: Pecchia
Latina (3-5-2): Pinsoglio; Bruscagin, Dellafiore, Garcia Tena; Regoli, Rocca, Marchionni, Mariga, Scaglia; Paponi, Corvia. Allenatore: Vivarini

Ovviamente i pronostici devono essere rispettati sul campo e nella mia esigentissima città (almeno sponda Hellas)  i tifosi sono stati purtroppo scottati nelle precedenti stagioni cadette che avevano seguito la retrocessione dalla A. Ma obiettivamente questa squadra sembra essersi lasciata dietro le scorie di pochi mesi orsono e ha poco o nulla da condividere con la squadra che con Malesani scese in B per poi inabissarsi ancora più giù.

Pecchia sembra aver convinto i più scettici, non solo per il positivo cammino in Coppa Italia ma soprattutto per i suoi metodi di allenamento, per la ricerca di un gioco moderno e offensivo e per la grande ambizione e determinazione che sembra essere riuscito a trasmettere anche in elementi fondamentali come Romulo o Pazzini. C’è un bel mix tra nuovi acquisti (su tutti Ganz, Fossati, Antonio Caracciolo e Zuculini) e alcuni reduci desiderosi di riscatto.

Il Latina, su cui avevo riposto grandi aspettative lo scorso campionato, tuttora mi incuriosisce ed è formato in campo da giocatori su cui è possibile puntare (Corvia, Scaglia, il giovane Marchionni) ma sembra soprattutto solido. Mi dà l’idea che dopo lo spavento dell’anno scorso vorrà badare al sodo, e la scelta di ridare fiducia a certi giocatori “di categoria”, integrandoli con nuovi dalle medesime caratteristiche, ne è per me una conferma.

Anche il Carpi ha un organico forte, che poggia le sue basi sul gruppo di giocatori che pochi mesi fa sfiorò l'impresa salvezza in serie A. C'è rivalsa, spirito di gruppo e tanta motivazione, incarnate alla perfezione dall'allenatore Castori

Anche il Carpi ha un organico forte, che poggia le sue basi sul gruppo di giocatori che pochi mesi fa sfiorò l’impresa salvezza in serie A. C’è rivalsa, spirito di gruppo e tanta motivazione, incarnate alla perfezione dall’allenatore Castori

VICENZA-CARPI
Vicenza (4-2-3-1):
 Benussi; Pucino, Fontanini, Adejo, D’Elia; Signori, Rizzo; Galano, Bellomo, Fabinho; Raicevic. Allenatore: Lerda
Carpi (4-4-2): Belec; Letizia, Blanchard, Romagnoli, Gagliolo; Pasciuti, Crimi, Fedele, Di Gaudio; Lasagna, Catellani. Allenatore: Castori

Due bellissime squadre, molto intriganti, lo dico a scanso di equivoci. A Vicenza sono abituati da anni ad allestire squadre valide ed estremamente interessanti con pochi mezzi a disposizione (in pratica dal primo anno di Marino), affidandole poi a tecnici con una impostazione di gioco votata all’offensiva. Come nel caso di Lerda, uno dei più “accaniti” sostenitori del 4-2-3-1, con la fantasia al potere sulla trequarti. Sarà bello per me (visto che li avevo seguiti tanto nelle giovanili) rivedere assieme i due baresi Bellomo e Galano, due che con le qualità tecniche che si ritrovano non so che ci facciano a 25 anni ancora in B.

Il Carpi, beh… lo scrivo a chiare lettere, credo abbia tutto per tornare subito in A, per quanto non credo sia un obiettivo dichiarato, essendo una squadra di provincia abituata alla concretezza, e che si è “concessa” un regalo di lusso due anni fa, con una storica promozione. Tranne Mbakogu in pratica sono rimasti tutti; è rimasto soprattutto il Maestro in panchina, Castori, per molti di loro un mentore. Senza grandi squilli potrebbero fare lo sgambetto a squadre più accreditate.

NOVARA-TRAPANI
Novara (4-2-3-1):
 Da Costa; Dickmann, Troest, Scognamiglio, Calderoni; Casarini, Viola; Kupisz, Faragò, Sansone; Galabinov. Allenatore: Boscaglia
Trapani (3-5-2): Guerrieri; Pagliarulo, Fazio, Casasola; Rizzato, Crecco, Nizzetto, Scozzarella, Balasa; Coronado, Petkovic. Allenatore: Cosmi

Un bellissimo big match, tra due squadre rivelazioni degli ultimi anni. Il Novara ha dimostrato, ce ne fosse bisogno, che la caduta in Lega Pro di qualche stagione fa era stata solo accidentale, e che la società mira a stabilirsi in B, tentando sotto sotto di fare le scarpe in chiave play off a rivali favorite. Boscaglia incontra la squadra con cui strabiliò tutti. Non fu a quanto pare un fuoco di paglia, se nel frattempo lui è diventato uno dei tecnici più in voga, innovativi e promettenti del calcio italiano, e il Trapani una serissima candidata alla promozione, dopo averla davvero sfiorata qualche mese fa. Lì in panca c’è ancora colui che sostituì proprio l’attuale tecnico novarese, quel Cosmi che,  a genio e novità, impose esperienza e concretezza, facendo volare i siciliani e promettendo di riprovarci.

In campo, da una parte fari puntati sul bomber Sansone – uno dei grandi colpi di calciomercato di questa sessione -, Dickmann (futuro quasi assicurato in A), Viola (a mio avviso il miglior playmaker dell’intero campionato), Faragò e Galabinov; dall’altra attese le colonne Coronado,Fazio, Nizzetto – tecnica purissima abbinata a dinamismo e grinta, a 30 anni suonati vuole arrivare in A da protagonista  – e le scommesse Balasa e Casasola.

CESENA – PERUGIA

Cesena (4-3-3): Agazzi; Balzano, Lucchini, Perticone, Capelli; Kone, Schiavone, Vitale; Djuric, Garritano, Ciano. Allenatore: Drago

Perugia 4-4-2: Rosati; Belmonte, Alhassan, Chiosa, Volta; Della Rocca, Brighi, Guberti, Drolè; Bianchi, Zapata. Allenatore: Bucchi

Infine nel posticipo della prima giornata si scontreranno due squadre di buon livello complessivo (in particolare il Cesena), che intendono proseguire il solco tracciato nel campionato scorso. I romagnoli sembrano sin dal principio fare sul serio: hanno trattenuto i big Djuric, Ragusa e Ciano e, contando già gli esperti Lucchini e Capelli, oltre al talentuoso Garritano atteso alla consacrazione definitiva, hanno aggiunto sicuri protagonisti come Balzano, Agazzi e Perticone, quest’ultimo reduce da una stagione monstre a Trapani.

A Perugia, dove la voglia di serie A è tanta, forse si dovrà ancora attendere per puntare al bersaglio grosso, ma nel frattempo si sono affidati a Bucchi, uno che il cuore ce l’ha qui da sempre e puntano, oltre che su leader naturali come Del Prete e Brighi,  anche sulla voglia di rivalsa di gente come Belmonte e Guberti.

 

I MIEI PRONOSTICI IN SINTESI

PROMOSSE IN SERIE A

BARI

HELLAS VERONA

CARPI (dopo playoff)

AI PLAYOFF (oltre al Carpi)

FROSINONE

NOVARA

SPEZIA

CESENA

VICENZA

RIVELAZIONI

BENEVENTO

SALERNITANA

SALVA AI PLAYOUT

CITTADELLA

RETROCESSE IN LEGA PRO

TERNANA

PISA

BRESCIA

 

 

Considerazioni finali sul campionato di serie A 2015/2016

Si è concluso tra sabato e ieri il campionato di serie A, con le partite decisive ai fini degli ultimi piazzamenti “caldi” in contemporanea, per “garantire la regolarità del torneo” (concetto quantomeno “ballerino”, visto che partendo da quei presupposti, si sarebbero dovute disputare tutte e 38 le gare allo stesso orario).

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Quello che doveva in qualche modo sancire un passaggio di consegne in vetta, con diverse squadre che di volta in volta vi si erano affacciate, alcune pure soggiornandovi a lungo (Inter, Roma, Fiorentina, Napoli), è finito per diventare il campionato che certifica il nuovo status leggendario di un club come la JUVENTUS, capace di aggiudicarsi ben 5 scudetti consecutivi, impresa capitata solo altre tre volte in serie A (la stessa Juve ’30-’35, quella cosiddetta “del quinquennio” appunto, il Grande Torino negli anni ’40, intervallati tuttavia dallo stop bellico e dall’incursione dei Vigili del Fuoco di La Spezia, e infine l’Inter del dopo-Calciopoli).

Insomma, la squadra di Allegri ha compiuto letteralmente un’impresa, specie rapportandola al calcio moderno, soprattutto tenendo conto delle serie difficoltà incontrare a inizio torneo, giustificate poi in modo fisiologico, viste le rinunce in estate a tre big riconosciuti come Pirlo, Vidal e Tevez.

Allegri c’ha messo solo un po’ di tempo per tastare il livello qualitativo della sua “nuova” Juventus, sciogliendo poi le briglie a cavalli di razza come l’argentino Dybala, destinato a segnare un’epoca e il francese Pogba, all’inizio sin troppo titubante, quasi abulico, nel calarsi nei panni del leader della squadra. La stessa inedita maglia numero 10 sembrava pesargli e non poco, e pareva che senza validi scudieri come i tre citati campioni ceduti in estate il francese faticasse a trovare la sua posizione migliore in campo, oltre che una sua dimensione tecnica.

Ormai invece non ci sono più dubbi: Pogba è un fuoriclasse, destinato a compiere imprese sia individuali che di squadra negli anni a venire, anche con la stessa Juve, visto che sembra scontata una sua permanenza.

Sugli scudi anche l’eterno Buffon, che intende prolungare fino ai prossimi Mondiali, la solita difesa imperniata sui tre colossi azzurri Barzagli-Bonucci-Chiellini, fra i quali timidamente si è scorto pure il talento puro del giovane Rugani, prezioso a inserirsi al posto di uno o dell’altro, specie di Chiellini, a lungo fermo per infortunio.

Hanno dato un enorme contributo alla causa anche Mario Mandzukic, tenuto sempre in seria considerazione dall’allenatore e mostratosi utilissimo alla causa, oltre che uomo d’area e di lotta imprescindibile. Dietro hanno scalpitato Morata, che il meglio lo sembra dare nei big match, specie quelli europei (e questo alla lunga potrebbe rappresentare un limite alla sua crescita) e Zaza, autore comunque di gol decisivi, vedi quello nel big match contro il Napoli.

Anche il centrocampo lungo il cammino ha trovato un assetto vincente, con Marchisio un po’ sacrificato davanti alla difesa ma affidabilissimo e un Khedira efficace anche in zona gol, oltre che posseduto dalla tempra del leader.

Notevole impatto anche del brasiliano Alex Sandro, valido assistman e dotato di un ottimo sinistro.

Non si può considerare un flop ma forse a metà campo il fosforo era lecito aspettarselo da Hernanes, che invero si è limitato al compitino.

Il NAPOLI ha compiuto un altro passo in avanti ma il gap nei confronti dei bianconeri è ancora lontano dall’essere colmato.

Ha mostrato probabilmente il calcio migliore del torneo, specie nel girone d’andata; ha giganteggiato in avanti, col centravanti Higuain MVP della serie A, e non solo per il clamoroso exploit sotto porta (ben 36 gol in 35 partite, superato il record di Nordhal che durava da ben 66 anni), ma anche per quanto ha dato in campo, quanto è stato importante per la squadra. Sarri si è dimostrato tecnico da grande squadra, dando un’impronta evidente.

Il secondo posto è stato legittimato al termine di una corsa a due con la rediviva Roma di Spalletti, e al netto dell’intero campionato, ampiamente meritato.

Occorre ancora qualcosa però per ambire al gradino più alto del podio.

Lascia l’amaro in bocca il terzo posto della ROMA, conquistato di forza e con prepotenza, dopo un periodo disastroso che aveva portato all’esonero di Garcia e alla perdita di sicurezze. Spalletti ha saputo toccare le corde giuste, rivitalizzando alcuni giocatori (El Shaarawy, giunto a gennaio e assai prolifico), rendendo centrali al progetto altri (Nainggolan mai così incisivo) e valorizzando al meglio talenti pure come Pjanic, in odore però di cessione, Salah e Perotti, altro rinforzo della sessione invernale di calciomercato). Florenzi e Manolas sono ormai dei califfi. Dulcis in fundo, ha gestito bene una situazione che sembrava essergli sfuggita di mano: quella relativa a Totti. Il Capitano ha dimostrato che, seppur a piccole dosi, è ancora in grado di essere giocatore importante.

Il quarto posto dell’INTER di Mancini sa invece di amara delusione. Partiti probabilmente non con l’obiettivo scudetto, i nerazzurri hanno poi di fatto cullato il sogno almeno per 1/3 del torneo, quando si erano dimostrati cinici (nelle vittorie di misura), determinati (nella veemenza di gente come Medel, Murillo o Melo), solidi (nel paratutto Handanovic e in un Miranda che sembrava in stato di grazia, alla Thiago Silva)  fantasiosi il giusto (prima della riscoperta di Icardi in zona gol, in elementi poi rivelatisi incostanti come Ljajic e Jovetic).

Le certezze sono crollate nel prosieguo del campionato, dove si è evidenziata una carenza evidente di qualità generale della squadra, specie nella zona nevralgica del campo, dove il solo Brozovic, schierato però con poca continuità, poteva vantare qualche colpo.

Altalenante anche il campionato della FIORENTINA, che ha tuttavia conteso a Napoli e Roma per lunghi tratti lo scettro di “più bella del campionato”, anche se poi nei momenti clou si è come squagliata, facendo pesare il dislivello qualitativo tra i titolari designati e i loro sostituti, nonostante gli innesti di gennaio Zarate e Tello, che però non sono riusciti a innalzare il tasso tecnico generale.

Sul più bello poi Kalinic, quasi implacabile in area tra doppiette e autore di una tripletta nel girone d’andata, si è fermato, finendo per afflosciarsi in zona gol e lasciando qualche dubbio per il futuro. La mediana ha giocato alla grande, imperniata nel “solito” Borja Valero, coperto da scudieri affidabili come Vecino e Badelj. La fantasia era appannaggio del talentino di casa Bernardeschi, che in effetti ha mostrato sprazzi di classe purissima, anche se appare ancora non del tutto a fuoco, specie a livello tattico. I numeri però li ha eccome, e intanto ha accumulato una buonissima esperienza quest’anno.

Sorprende l’exploit del SASSUOLO che, al di là dell’esito della Finale di Coppa Italia tra Juve e Milan (che potrebbe, a rigor di regolamento, regalare un’immeritata qualificazione in Europa League ai rossoneri) ha mostrato agli scettici ampi progressi, e soprattutto la propria forza al cospetto di compagini che partivano favorite per questo piazzamento (oltre al Milan, anche la Lazio).

Scorrendo la rosa, però lo stupore va a scemare, visto che in porta c’è un ottimo portiere come Consigli (con la pecca di un clamoroso autogol che però non macchia una grande stagione), la solida difesa, una delle migliori, imperniata sui titolarissimi Vrsaljiko, Cannavaro, Acerbi (uno dei migliori centrali della serie A per rendimento) e Peluso; a centrocampo sono emersi il giovanissimo Pellegrini e si è rivelato in tutta la sua forza il poderoso Duncan, di scuola Inter (non avrebbe certo sfigurato tra i nerazzurri e, almeno quest’anno, il paragone tra il suo rendimento e quello del pari ruolo Kondogbia è impietoso) e in attacco, pur non assistendo alla definitiva esplosione di Berardi e certificando come deludente il torneo dell’atteso Defrel, di volta in volta si sono ben disimpegnati la saetta Politano, il classico 9 Falcinelli, oltre che il confermato guizzante Sansone.

I mezzi per migliorare ci sono ancora, ma giustamente da queste parti non si vogliono fare i passi più lunghi della gamba.

Sul disgraziato MILAN ci sarebbe da scrivere un intero libro, o molto probabilmente liquidare la faccenda lanciando un allarme: urge ritrovare la grandezza perduta! I cicli vanno e vengono, la stessa Juve prima di Conte ha faticato non poco a imporsi, con stagioni anonime alle spalle. Ma il Milan sembra incurabile da tre stagioni a questa parte: passano gli allenatori, magari si rischia pure di bruciare gente valida (d’altronde non si dicevano meraviglie di Inzaghi o Brocchi quando guidavano le giovanili?), o di perdere la bussola, come fatto con Mihajlovic.

Bacca ha segnato, è vero, Bonaventura ha tirato la carretta, sballottato come Honda per il campo, e a mio avviso è tra i pochi che forse meritano questa maglia così gloriosa per il passato che rappresenta, anche se certi totem ovviamente sono inarrivabili.

Da qualcosa bisogna ripartire, verrebbe da dire cambiando i vertici societari e magari passando sì la mano oltre Italia.

Altra cocente delusione l’ha rappresentata la LAZIO, specie se la confrontiamo con quella spavalda, spesso splendida, di 12 mesi fa. Tante incognite, una rosa immensa difficile da gestire, giocatori clamorosamente sottotono, in primis la stella Felipe Anderson, ma anche Candreva, parso involuto per metà campionato e ripresosi solo nel finale, e a farne le spese è stato Pioli, acclamato sino a pochi mesi prima ma poco vigile quest’anno e non in grado di intervenire.

Il suo successore, Simone Inzaghi, ha la stoffa per allenare e, scoppola a parte con la Fiorentina, aveva dato segni di ripresa alla squadra: chissà se sarà stato sufficiente per Lotito ai fini di una conferma.

Ottimo campionato del CHIEVO, in grado di chiudere addirittura a 50 punti, laddove solo un anno prima era stato tacciato da molti di essere tra le più papabili candidati alla retrocessione. Un giudizio in effetti sin troppo severo, visti i progressi sul finale di torneo scorso dati dalla cura Maran.

L’allenatore si è confermato alla grande, mostrando gran piglio e voglia di imporsi, senza accontentarsi. Privato del suo miglior bomber, Paloschi emigrato in Inghilterra allo Swansea di Guidolin, non ne ha fatto un cruccio, optando per altre soluzioni tattiche e ripresentando a piccolo dosaggio il leader storico Pellissier. Citazione per l’indomito attaccante Meggiorini, a tratti imprendibile, l’affidabile portiere Bizzarri, un veterano, e per l’esordiente in serie A Nicola Rigoni, che poco ha da invidiare al più navigato ed esperto fratello Luca, un totem da queste parti. Promette bene la punta Inglese, autore di gol pregevoli.

L’EMPOLI di Giampaolo compie un’impresa, aggiudicandosi il decimo posto, miglior risultato della sua storia, e rivelando al mondo autentici talenti che diverranno prede dei grossi club: Saponara, che finchè il fisico ha retto, è stato forse il miglior trequartista della serie A, Zielinsky, qualità cristallina ma anche quantità nel nuovo ruolo cucitogli addosso dal mister (mezz’ala anziché fantasista), Paredes (play dall’ottima visione di gioco, di proprietà della Roma, così come l’aitante portiere Skorupski), Mario Rui (anche per lui una fragorosa conferma dopo i bagliori con Sarri, che l’avrebbe rivoluto con sé a Napoli) e capitan Tonelli, una roccia in difesa.

Una squadra sbarazzina, che ha saputo giocare al calcio senza timori reverenziali, alla quale si può solo imputare di essersi psicologicamente adagiata nel girone di ritorno, dopo essersi praticamente salvati già a gennaio.

Difficile classificare, al di là delle posizioni in graduatoria, le stagioni di GENOA, TORINO e ATALANTA. Hanno chiuso tutto sommato bene, rispettivamente a 46 (Genoa, al pari dell’Empoli) e 45 punti (Toro e Atalanta) ma il loro percorso è stato tutto un sali scendi, costellato di illusioni, speranze e cadute piene di paura.

Forse i più costanti sono stati i bergamaschi, ben presto stabilizzati però in classifica, lontani sufficientemente dalla zona rossa e pertanto finiti col perdere presto la vis pugnandi. Si sono esaltati però elementi come il portiere Sportiello, finito giustamente in orbita azzurra, l’olandese De Roon che c’ha messo pochissimo per ambientarsi in serie A, il redivivo Borriello giunto a gennaio dopo una mezza stagione anonima a Carpi e il satanasso offensivo Gomez, tornato quello dei fasti catanesi.

Diverse le situazioni di Genoa e Torino, due compagini che per pedigree, ambiente, tifo e città, vogliono sempre ambire a qualcosa di più di una comoda salvezza. O meglio, dovrebbe essere così, ma la realtà dei fatti parla di un campionato per entrambe fatto di guizzi, exploit per lo più isolati, senza purtroppo dare continuità ad essi. Se il Torino è sembrato ai più alla fine di un ciclo, più nella guida tecnica che in campo, visto i positivi innesti di giovani come Belotti, Baselli o in misura minore Zappacosta, il Genoa può solo mangiarsi le mani per aver troppe volte smarrito le proprie qualità cammin facendo.

Gasperini però è imprescindibile, allenatore capace di far indossare molte vesti tattiche ai suoi uomini, anche di ruotarli al meglio e valorizzarli. Una base solida c’è in Perin, Izzo (entrambi vincitori in passato di uno spendido scudetto Primavera con questa maglia), bomber Pavoletti, cresciuto in modo esponenziale e in grado di mantenere anche con i galloni da titolare un’invidiabile media gol, De Maio, Rincon, Burdisso, ai quali si sono aggiunti in modo perentorio Dzemaili, Rigoni (epurato dal Palermo dove pure era tra i leader) Suso, quest’ultimo a gennaio dal Milan, dove sembrava più una meteora che un’abbagliante stella. Bisogna cercare di trattenerli tutti e ripartire da qui.

Salvezza senza patemi anche per la matricola di lusso BOLOGNA, cui ha giovato il preventivo cambio tecnico in panchina tra uno stanco Delio Rossi e un Donadoni in cerca di rivincita dopo il campionato da incubo vissuto a Parma.

Il suo Bologna ha mostrato un buon calcio, indipendentemente che giocasse tra le mura amiche o fuori di esse, anche se gli è mancato Destro, davvero sottotono, e qualche alternativa da pescare in panchina. Si è rimesso in luce, anche in chiave europea, il jolly offensivo Giaccherini, che ha dispensato gol e assist in buona quantità, supportato a centrocampo dai due astri nascenti Donsah e Diawara (39 anni in due!). In difesa hanno mostrato i denti i “vecchi” Maietta e Gastaldello, che si compensavano benissimo con la solidità di Rossettini e l’esuberanza giovanile di Masina, esordiente in serie A. Bene in porta anche Mirante.

Anche qui però i remi si sono tirati in barca sin troppo presto, complici le situazioni travagliate delle quattro squadre sempre in fondo alla classifica.

Ha toccato i fatidici 40 punti anche la SAMPDORIA, di Zenga prima e di Montella poi, ma il giudizio sulla squadra è insufficiente. Troppi punti oscuri, bui, in questo campionato, troppa confusione, troppi cambiamenti in corsa, col risultato che dopo un buon avvio la squadra stava sprofondando nei bassifondi, smarrita e incapace di una svolta.  Poi anche qui le cose sono state rese possibili e agevolate dai limiti altrui ma per il futuro, considerando che, dopo Eder a gennaio, saranno prevedibili altre cessioni eccellenti, come quella di Soriano, sarà necessario tenere gli occhi bene aperti e stare sull’attenti.

Si salvano anche PALERMO e UDINESE, protagoniste di un campionato molto negativo. I friulani sono progressivamente stati risucchiati nelle paludi, salvandosi solo alla penultima giornata ma hanno regalato ben poche soddisfazioni e gioie ai propri sostenitori, forse a dire il vero solo la vittoria esterna contro la Juventus, nella partita d’esordio. Cannato in pieno il progetto Colantuono, il riciclato De Canio non ha saputo invertire il triste trend inaugurato in primavera e protratto per tutto il restante tragitto.

C’è pure uno splendido stadio di proprietà, ci sono elementi di sicura buona prospettiva, non ci sarà più il mitico capitano Totò Di Natale, che ha chiuso in bellezza con un gol su rigore, bisognerà però ritrovare lo spirito garibaldino dei bei tempi, sperando che l’attenzione della proprietà non sia rivolta maggiormente in Inghilterra o in Spagna, dove giocano le “cugine” Watford e Granada.

Il Palermo ha saputo tirarsi su solo nell’ultimo mese finale, con 10 punti conquistati in 4 partite e aggiudicandosi l’ultima partita contro il già retrocesso Hellas Verona, simultaneamente attento a cosa nel frattempo stava combinando il Carpi a Udine.

Verdetto piuttosto scontato, con entrambe le squadre in corsa per salvarsi a vincere le rispettive sfide ma con gli emiliani condannati alla serie B con un punto di scarto dai più esperti rosanero.

Chi meritava di più? Attenendoci ai numeri, il Palermo, ma se così fosse, si tratterebbe della salvezza più arrembante degli ultimi anni. I siciliani sembravano aver tutto contro, calendario a parte, e cosa più particolare, era da tutto il torneo che “giocavano” quasi a farsi male da soli, come testimonia il record, difficilmente battibile, di allenatori cambiati e rimescolati. La salvezza è giunta per mano di Ballardini e di un giocatore come Maresca che ha vissuto una vera odissea personale quest’anno, essendo finito in due occasioni fuori rosa.

Zamparini sembrava davvero non avere più nulla in serbo, a partire dalla voglia e dalle energie. Ma alla fine la squadra è riemersa ma i tifosi rosanero credo ricorderanno a lungo questa “impresa”.

Le parole di Castori, allenatore del CARPI, ieri a fine partita, erano all’insegna di una grande amarezza e somma tristezza, evitando quelle dietrologie che mai come quest’anno sembravano porgere valide ragioni cui appigliarsi. La questione del “paracadute”, l’oggettivo andamento “misterioso” di squadre in teoria più accreditate, come lo stesso Palermo, la Sampdoria o il fanalino di coda Verona.

In mezzo a tutto ciò la matricola assoluta Carpi, sorta di Cenerentola annunciata del torneo, al pari del “pari grado” FROSINONE, ha condotto il suo campionato con grande dignità e valore, cullando a ragione il sogno salvezza e vendendo cara la pelle al cospetto di chiunque. Soprattutto l’ha fatto affidandosi allo zoccolo duro, ai condottieri che 12 mesi fa avevano compiuto la “missione impossibile”, gente rivelatasi valida anche in serie A (e che potrebbe rimanerci): l’attaccante Di Gaudio, il valido difensore Romagnoli, scuola Milan e (almeno) quest’anno migliore del suo strapagato omonimo rossonero, il “disturbatore” offensivo Lollo, il tornante Pasciuti, il veloce terzino fluidificante (sì, proprio vecchio stampo) Letizia e il goleador di riserva Lasagna, protagonista di una favola nella favola, visti i suoi recenti trascorsi nelle serie inferiori. Meno bene ha fatto l’atteso Mbakogu, di sicuro talento ma poco incisivo al suo primo campionato di A, sciagurato soprattutto nell’aver sbagliato due rigori alla penultima giornata, disputata in casa, e col senno di poi decisiva per il mancato conseguimento della salvezza.

Per i ciociari valgono più o meno le stesse parole spese per il Carpi: erano dati per spacciati a inizio campionato, hanno confermato i pronostici ma onorando alla grande questa grande occasione. Sono stati anche più volte di là della cortina di ferro, senza mai però staccare le tre squadre in fondo. Specie nel girone d’andata la banda di Stellone ha giocato a viso aperto, osando, soprattutto in casa al Matusa, e mettendo in mostra validi interpreti.  Molti erano stati protagonisti con il tecnico della scalata dalla Lega Pro alla massima serie (come Blanchard, bomber Daniel Ciofani – che ha gonfiato molte reti anche in A – il fratello difensore Matteo, il terzino Crivello o il mediano austriaco Gucher); altri addirittura provenienti dal vivaio, come il fantasista Paganini o il centrale di centrocampo Gori, due ’93 che con la formazione Berretti avevano vinto il Campionato Nazionale. Credo che mantenendo questa ossatura, con l’aggiunta dell’innesto d’inverno Kragl, con la dinamite nei piedi sui calci piazzati, la compagine laziale possa seriamente candidarsi a un pronto ritorno in serie A.

Stessa cosa che ovviamente si auspicano anche i moltissimi sostenitori dei gialloblu del VERONA, anche se qui il discorso relativo alla (netta) retrocessione assume connotazioni molto differenti.

All’inizio da molti considerati addirittura come rinforzati rispetto alle precedenti due bellissime compagini capaci di salvarsi agevolmente, regalando spettacolo soprattutto il primo anno con gente come Iturbe, Jorginho, Romulo e il redivivo Toni, ben presto hanno palesato limiti strutturali evidenti, a partire dalla complicata coesistenza in avanti tra il Capitano Luca Toni, anch’egli al passo d’addio e clamoroso capocannoniere a 38 anni del campionato precedente e l’esperto Pazzini. Due nomi altisonanti per una realtà di provincia, che poteva inoltre contare su altri giocatori consolidati, oltre che su talenti bene in vista come lo stopper Helander – fresco vincitore con la sua Svezia di un Europeo Under 21 -, il regista Viviani, scuola Roma e sinora frenato solo da infortuni, il potente Ionita o l’estroso Siligardi.

Niente di tutto ciò: al di là di infortuni in serie, dell’avvicendamento forse tardivo dell’eroe Mandorlini, artefice degli ottimi risultati conseguiti con la squadra dalla Lega Pro alla serie A, con Delneri, della crisi che ha attanagliato molti protagonisti, di colpo parsi inadeguati alla categoria… resta antipatica e fuorviante la motivazione relativa al cosiddetto “paracadute”, già citato in precedenza, che garantiva al Verona, in caso di retrocessione simultanea alle matricole Carpi e Frosinone, una “buona uscita” dalla massima serie di… 40 milioni (25 + 15 la stagione successiva, se la squadra dovesse rimanere in serie B! Un’enormità, che secondo i maligni avrebbe indotto la squadra a giocare al ribasso.

Da giornalista ma soprattutto tifoso – proprio dell’Hellas – mi sono sempre rifiutato di pensare a situazioni simili. Avendo visto allo stadio tutte le gare casalinghe, oltre che praticamente tutte le altre in tv, mi vien semplicemente da pensare che sia sempre mancato qualcosa per risalire la china, a partire dal coraggio e dalla personalità. Certo, può sembrare inspiegabile l’aver perso in casa tutti gli scontri diretti e di conto aver battuto Milan e Juventus al Bentegodi, pareggiato con l’Inter in casa dopo essere stati in vantaggio per 3 a 1 e con la Roma in casa e all’Olimpico.

Forse è il caso veramente di resettare tutto e, se ci sarà quest’ancora di salvataggio per la B, di saperla sfruttare al meglio, puntando sui migliori giocatori della cadetteria.