FantAntonio pronto a ripartire con la maglia del Verona dopo la sua ultima “cassanata”

Ieri sono stato a Mezzano di Primiero in occasione del ritiro dell’Hellas Verona. Una giornata insolitamente calda, considerando che da quelle parti in Trentino si respira aria buona, divenuta poi caldissima per il “caso” Cassano.

Una cassanata in pieno regola, con l’annunciato ritiro (in realtà un’indiscrezione della Gazzetta, probabilmente imbeccata dallo stesso giocatore o dal suo procuratore) poi smentito durante la conferenza stessa, quando nel frattempo da ore si stava dibattendo tra tifosi e giornalisti al seguito nell’incredulità generale.

Eppure in mattinata si era allenato (con le sue modalità, chè la forma fisica è ancora lontana dall’essere definita accettabile) e lo si era visto scherzare e giocare amabilmente col figlioletto all’uscita dal campo. E’ vero, i più attenti, compreso l’amico Stefano con cui avevo condiviso il viaggio, avevano notato un dialogo con il tecnico Pecchia, con i due che salutatisi avevano proseguito distintamente, col mister mesto a testa bassa. Dietrologie, analisi col senno di poi. Ma quando dopo il lauto pranzo che ci siamo concessi nella splendida cornice di San Martino di Castrozza, rigenerante in tutti i sensi, abbiamo buttato l’occhio sullo smartphone alla ricerca di news di calciomercato, ci siamo imbattuti nella notizia rimbalzata da tutti i media del suo ritiro shock, la cosa sapeva di bufala. Ma come? Lo avevamo salutato un paio d’ora prima e alle 17 lo avremmo rivisto assieme agli altri per la seduta pomeridiana e ora questo decide di ritirarsi per sempre dal calcio? Appurato ben presto che non si trattava di una bufala, siamo ridiscesi al campo di allenamento.

Nel mentre, supposizioni, congetture, scoramento e incazzatura per quella che pareva agli occhi dei tifosi, ma non solo, una doccia fredda, un inatteso dietrofront, o più prosaicamente una presa per il culo.

Nemmeno il tempo di vedere arrivare di corsa i vari inviati delle tv, a chiedere ai tifosi lo stato d’animo che li caratterizzava ed ecco iniziare la conferenza, alla presenza di Fusco.

Colpo di scena, l’ennesimo, questa volta per annunciare candidamente che si era trattato di un momento di debolezza e che la moglie, giunta per l’occasione a “rinsavirlo” e lo stesso Ds del Verona lo avevano fatto riflettere e convinto a provare a vincere la sua nuova scommessa tinta di gialloblu.

Che dire? Nulla di nuovo in sostanza conoscendo il calciatore, ma anche mettendo in fila le sue azioni più celebri, fuori dal campo in questo caso, le sue “uscite” non sempre omologate, i suoi atteggiamenti a denotare una personalità per certi versi debordante, ma per altri fragile, incompleta, immatura, davvero e’ stato difficile comprendere cosa gli fosse passato per la testa. E se lo facesse di nuovo, abbandonando la truppa magari fra qualche mese? Quanti dubbi serpeggiavano fra i numerosi sostenitori gialloblu, tra cui molti giovanissimi con il primo pensiero di acquistare la maglia col suo nome e il numero 99 sulle spalle.

A nessuno dei tifosi dell’Hellas piacciono questi comportamenti, capaci anche di destabilizzare un ambiente (che invece quest’anno pare carico il giusto e molto sereno, proprio per l’amalgama che si sta creando fra i giocatori, vecchi e nuovi, “anziani” e giovani). Non piacerebbe al tifoso di nessuna squadra, ovvio.

Quella di Cassano è stata sì una debolezza, diamogli questa attenuante, questa connotazione “umana”: un giocatore che in carriera ne ha viste e passate tante, belle e brutte, e che magari può avere l’esigenza di approdare presto a una dimensione più intima, famigliare, anche forse più congeniale, dopo i tanti “colpi di testa”. Ma l’aver capito che stava commettendo un errore, che nonostante la gamba non gli consenta più di imperversare in campo da funambolo, può in realtà ancora da fungere da elemento “più” per una squadra proveniente dalla B e che dovrà giocoforza lottare per conseguire l’obiettivo salvezza, è già di per sé segno che la sua testa non è poi tanto matta come la si vuol dipingere.

Anche il legittimo dubbio sul suo effettivo recupero può aver tormentato gli ultimi giorni di FantAntonio. In fondo per un campione non è facile da assorbire l’idea che l’età stia avanzando e che dei ragazzini imberbi sfreccino davanti a te col pallone tra i piedi.

Ma, venendo a un discorso meramente tecnico, nessuno a Verona pretende che lui sia il salvatore della Patria, che prenda per mano la squadra, e nemmeno in fondo che vada a ricomporre la coppia dei sogni blucerchiata di qualche stagione fa con Pazzini.

D’altronde è evidente che la società e lo staff tecnico non stiano plasmando la squadra in funzione del barese. Però siamo certi che uno con la sua classe, la sua tecnica, la magia che permea ogni sua giocata e che non accenna a svanire (e quello lo si comprende anche dal modo in cui, pur da fermo, riesce a “sedere” i difensori in allenamento con serpentine e la palla incollata ai piedi) può far molto comodo alla squadra.

I media stanno ipotizzando fuochi d’artificio dal trio offensivo Cerci-Pazzini-Cassano, a mio avviso erroneamente, perché se è lecito attendersi una stagione del pieno riscatto dell’ex granata, e una fragorosa conferma al ritorno nella massima serie del centravanti capocannoniere del campionato promozione di pochi mesi, da Cassano appunto ci si auspica che accendi la luce con tocchi deliziosi, assist, genialità assortite e magari qualche gol.

Sono sicuro che la voglia di giocare, di rimettersi in gioco da parte sua ci sia ancora, lo capisci da come in partitella cercava in particolare Bessa, uno della sua stessa pasta, o da come scherzava con i compagni, anche con i più giovani. Il Verona non potrà dipendere da lui, né tanto meno dalle sue bizze, ma di certo potrà usufruire del suo bagaglio tecnico, dal valore inestimabile.

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Verona promosso in serie A: riflessioni di un tifoso che ha sempre creduto nella forza di questa squadra

Il Verona torna in serie A dopo un solo anno di purgatorio. Lo ha fatto strappando con i denti quel punticino che gli mancava nella trasferta di Cesena, città che 27 anni prima aveva sancito una dolorosa retrocessione in serie B e soprattutto la fine del ciclo leggendario di Bagnoli alla guida della squadra. Una promozione sì sofferta ma assolutamente meritata per i valori e la forza dei singoli giocatori, che si sono fatti “gruppo” nel momento più delicato della stagione.

La gioia incontenibile dei protagonisti gialloblu al termine dell’incontro decisivo per la serie A disputato a Cesena

La festa si è propagata a lungo (giustamente) sugli spalti del Manuzzi, dove erano presenti tantissimi “butei” gialloblu, e fuori dallo stadio, in città dove si erano radunati in migliaia per seguire da maxischermo l’ultima fatica dei propri beniamini. Già, è stata una fatica! Quella che apparentemente sembrava poter essere una cavalcata trionfale verso la riconquista della serie A appena perduta inopinatamente, si è rivelata in corso d’opera una travagliata corsa a ostacoli, più spesso disseminati dagli stessi protagonisti in campo. Sembrava infatti che ci si dovesse complicare per forza di cose una situazione che fino a novembre almeno si era fatta assai propizia. Squadra primissima, fautrice di un gioco spettacolare come non si vedeva da tempo, vittorie in serie, gol a grappoli e gli elogi incondizionati dei media e degli appassionati sportivi. Poi, inaspettatamente qualcosa si è incrinato, e le cause non saranno mai del tutto definite. A un certo punto tutto e tutti sembravano poter essere messi in discussione, società in primis, nelle figure di Setti e Fusco, l’allenatore Pecchia, inviso a una parte del tifo sin da tempi non sospetti, i giocatori, anche quelli simbolo, rei di non giocare con la massima determinazione e di non essere attaccati alla maglia.

Ciò che conta è che nel momento più critico, o comunque in quello cruciale della stagione, il mister e i giocatori si siano ricompattati (e in questo è stata abile la società a non voler mai dichiaratamente destabilizzare l’ambiente) e di conseguenza anche i tifosi, da sempre arma in più per i risultati della squadra, si sono calorosamente riavvicinati per un grande obiettivo comune.

Fabio Pecchia alla sua prima importante esperienza da allenatore dopo gli anni ad assistere Benitez, ha centrato l’obiettivo, conducendo il Verona in serie A

Pecchia, pur coi suoi limiti dettati principalmente dall’inesperienza a questi livelli e forse anche in difficoltà a convivere in prima persona con la pressione di “dover” vincere il campionato, ha mostrato sulla lunga distanza nervi saldi e la  capacità in corsa di rivedere schemi collaudati (e a un certo punto anche di rinunciare a elementi sino a quel momento imprescindibili per il suo gioco, in funzione del raggiungimento del risultato). Alla fine, ha condotto il Verona in serie A che, per quanto scontato alla vigilia, sappiamo bene che con i soli nomi non si vincono i campionati. Certo, non dobbiamo nascondere la testa nella sabbia: a un certo punto siamo stati agevolati anche dall’inatteso crollo del Frosinone, nostro principale antagonista – escludendo la sorpresa Spal – e sia benedetto quell’incontro del girone d’andata, chiuso con la nostra vittoria, altrimenti staremmo raccontando un epilogo diverso. Proprio quel vantaggio nello scontro diretto ha fatto sì che, a parità di punteggio, fossimo noi a salire in serie A, evitando le mille insidie dei playoff.

Preferisco però qui sottolineare i meriti dei nostri ragazzi, che pur dilapidando il vantaggio e non essendo stati più in grado di replicare il gioco spumeggiante dei primi 3 mesi di campionato, hanno saputo raddrizzare la barca con l’orgoglio, gli attributi (più volte invocati a gran voce dai tifosi e dalla stampa locale), la grinta e, non ultima, la qualità dei singoli, sempre determinanti nei momenti salienti. Pensiamo ad esempio a Romulo, giocatore che più volte ha fatto arrabbiare i tifosi per la sua indolenza, la voglia di strafare, la sua anarchia tattica. Il periodo di massima flessione dell’Hellas guarda caso è coinciso con il suo scadimento di forma, la sua abulia. Ma quel gol all’ultimo respiro nel derby col Vicenza è stata la chiave di volta per ripartire. La sua volée alla sinistra del portiere vicentino ha riscritto i destini del Verona e dello sconfitto Vicenza che da quel momento non ha più saputo riprendersi psicologicamente fino alla retrocessione in Lega Pro, sancita ieri sera.

Pazzini, Romulo e Bessa sono stati i giocatori simbolo della promozione, forti di una qualità tecnica da categoria superiore

Il Verona invece d’un tratto ritrovava vigore, convinzione, entusiasmo e la forza dei suoi uomini migliori, come Bessa, gran cecchino negli ultimi mesi con le sue fucilate da fuori area. L’italo brasiliano, autentica rivelazione del torneo, ha spesso rappresentato quel quid in più di qualità in mezzo al campo ma col passare dei mesi, ha smesso i panni del validissimo palleggiatore per indossare quelli del leader, abile come sempre a giostrare la palla, ma pure a rinculare sugli avversari, correre su e giù per il campo, lottare fino all’ultimo e diventando più concreto sotto porta. In A potrebbe davvero esplodere in tutto il suo talento.

Che aggiungere poi su Pazzini che già non si sia scritto ovunque? Giampaolo a 33 anni ha vissuto una seconda giovinezza, stabilendo il record di marcature personali (23), diventando capocannoniere (titolo mai messo in discussione dopo una partenza a razzo nel tabellino dei marcatori), insidiando Cacia che con 24 ancora rappresenta il massimo di reti per un giocatore gialloblu nella storia ultracentenaria del club, ma soprattutto fungendo da guida per i compagni. Il “Pazzo” si è calato totalmente nell’ambiente, in piena sintonia con città e tifosi, fino a diventarne simbolo. Si è rimesso in gioco, ha tenuto a galla la squadra anche nei momenti più bui non smettendo mai di timbrare il cartellino del gol. Un grande giocatore che, pieno di motivazioni, potrà dire ampiamente la sua anche in serie A.

Inutile infine fare finta di nulla, non sottolineando anche alcuni aspetti che si sono evidenziati in negativo nel corso della stagione, senza cercare necessariamente colpevoli. In fondo si vince o si perde tutti insieme ma certe carenze strutturali sono emerse abbastanza presto. In primis la mancanza di personalità in ruoli chiave, vale a dire quello del portiere e dei difensori. Senza nulla togliere a Nicolas, che in diverse circostanze, ci ha pure salvato la pelle, il brasiliano è parso poco sicuro alla guida di un reparto, talvolta sprovveduto, per non dire avventato in certe scelte di gioco.

La difesa, imperniata a lungo su Bianchetti, ha vacillato troppo spesso. E se all’inizio questo fatto veniva compensato dal grande apporto prodotto in chiave offensiva, poi gli alibi sono caduti, specie dopo l’innesto di giocatori come i fratelli Zuculini (spiace aver visto così poco all’opera Franco e le sue doti di innegabile trascinatore) che facevano scudo protettivo davanti alla terza linea. Il già citato Bianchetti, atteso da anni alla consacrazione, dopo i fasti dell’Under 21 con Mangia e le promesse interiste, ha mancato ancora una volta il salto, patendo spesso gli uno contro uno avversari, e girando a vuoto quando le azioni delle altre squadre si facevano arrembanti. Spesso insignito del ruolo di capitano, in assenza di Pazzini, ha finito col giocare meno sul finale di stagione, lasciando spazio al più duttile (e convincente) Ferrari e al più solido Caracciolo, difensore di categoria con pochi fronzoli. Pisano ha giocato a mezzo servizio ma raramente ha mostrato le doti messe in mostra in serie A. Souprayen è il giocatore che forse ha giocato con più continuità ma al di là di un’affidabilità emersa soprattutto nel girone di ritorno non ha mai e poi mai fatto la differenza. Un altro giocatore a lungo discusso e, a conti fatti, discontinuo, è stato Siligardi, per molta critica uno degli uomini più dell’intera serie B. La verità è che a Verona, il buon Luca solo a sprazzi ha mostrato il suo talento, perdendosi più spesso in giornate grigie, senza spunti di rilievo. Decisamente più a suo agio è parso nel ruolo a lui più congeniale di trequartista alle spalle delle punte, modulo tuttavia poco contemplato dal mister.

E’ piaciuto il fatto che abbiano dato il loro contributo, seppur a fasi alterne, giovani di buone speranze come Valoti e soprattutto Zaccagni, sorta di jolly nello scacchiere gialloblu. Hanno disputato tutto sommato una stagione positiva elementi come il vivace Luppi sulle fasce e il combattente Fossati in mezzo al campo, anche se quest’ultimo ha dato il meglio di sè soprattutto nella prima parte di campionato, quando a un certo punto pareva quasi un lusso per la categoria. Poi è rientrato un po’ nei ranghi ma non ha mai fatto mancare il suo apporto, sia in fase di costruzione che di ostruzione. Giudizio sospeso per Ganz, penalizzato oltremodo dal modulo di Pecchia che prevedeva un’unica punta centrale. Eppure il giovane attaccante, pur non mettendo mai in discussione la titolarità di Pazzini, ha saputo sfruttare le poche chances avute, mostrando indubbie qualità da bomber.

Probabilmente molti di questi giocatori non saranno funzionali al prossimo campionato da disputare in serie A, proprio per alcuni limiti emersi con chiarezza nei momenti di difficoltà vissuti quest’anno. Ma mi pare azzardato, quanto meno pessimistico, pronosticare una stagione a venire sulla falsariga del Pescara. Pecchia come Oddo, esordiente in serie A e amante del bel calcio? Ebbene sì, ma che significa? In fondo si potrebbe ricalcare anche l’esempio molto più confortante del Cagliari, squadra alla quale più volte siamo stati accostati, visto il cammino dei sardi percorso 12 mesi fa.

Ma poi alla fine sappiamo benissimo che la nostra squadra è unica, non assomiglia a nessun’ altra e quindi godiamoci questo risultato e auspichiamoci che sin da ora la società stia pensando a come affrontare in serenità la ritrovata (con pieno merito) massima serie.

Bilancio migliori giovani della serie A al termine del girone d’andata: finalmente sono protagonisti i calciatori italiani

Da anni si dice che la serie A non sia più un campionato appetibile per gli assi stranieri, ma forse nemmeno per i talenti emergenti internazionali.

Alla base di questo, non scopro certo l’acqua calda, c’è il fattore economico, più che strettamente tecnico. Spesso i due fattori viaggiano di pari passo, ma è indubbio che negli anni ‘80/’90 se il nostro veniva definito – a ragione –  il campionato più bello del mondo, era stato anche per l’arrivo in massa di autentici fenomeni (Maradona, Platini, Zico, Falcao, Rummenigge, gli olandesi del Milan, Matthaus, fino a Ronaldo, Zidane, Figo...), uniti a una generazione di calciatori italiani mica male.

Il colpo di coda dell’ondata di fuoriclasse stranieri si ebbe con Ibrahimovic che, invero, è più da annoverarsi tra i colpi a effetto di mercato, in quanto lo svedese quando giunse alla Juve era ancora un embrione del campione che sarebbe da lì a poco diventato.

Poi si è dovuto rispolverare l’arte dell’arrangiarsi applicata al calcio, anche se il richiamo del nome esotico da dare in pasto al tifoso è sempre in auge. A scapito di tante promesse delle giovanili azzurre è stato sperperato un vivaio che avrebbe potuto dare un cambio generazionale adeguato al gruppo dei vincitori mondiali del 2006. Nomi improbabili sono andati a infoltire rose delle nostre compagini in serie A, senza dare riscontri eclatanti sul campo.

Giocoforza si è reso necessario l’inserimento dei giovani calciatori italiani; quasi per inerzia verrebbe da dire, visti gli insuccessi nelle ultime due edizioni dei Mondiali.

Io, da sostenitore del calcio giovanile, non mi auspico certo che vengano inseriti tanto per, o perché lo impone la Federazione, né pretendo che si rivelino campioni alle prime uscite ma che almeno venga data un’opportunità di misurarsi col calcio che conta ai giocatori più talentuosi.

Da sempre almeno nel calcio dovrebbe vigere la “regola” della meritocrazia (poi sappiamo bene che le influenze almeno nella prima parte di certe carriere ci possono stare): puoi chiamarti Pelè ma se sei scarso non giochi.

E allora l’esplosione del Made in Italy adattato al contesto calcistico è dovuto sicuramente alla necessità che si fa virtù, ma anche perché forse siamo di fronte, non dico a una nidiata migliore, ma a una maggiore consapevolezza dell’intero movimento, quello sì.

Ci si è resi conto che è giusto, anche etico se vogliamo, dare almeno una chance a quelli che sembrano i più meritevoli. Che si giochino le proprie carte, che abbiano la possibilità di sbagliare, ma che provino a mettere il piede sul campo dei “grandi”.

Parallelamente alla crescita di alcuni nostri giocatori, finalmente abili e protagonisti in Nazionale (i vari Belotti, Bernardeschi, Romagnoli, Gagliardini, Rugani, Sturaro, attendendo Berardi, Locatelli e gli altri) si sono messi in luce stranieri che, contrariamente a quanto accaduto negli anni scorsi, stanno godendo di meno clamore mediatico rispetto ai corrispettivi italiani.

Squadra per squadra provo a evidenziare quali under 23, nati dal 1994 in poi – italiani e stranieri –  hanno messo in risalto buone potenzialità in questo primo importante scorcio di stagione

ATALANTA

Quello che è considerato uno dei migliori serbatoi di sempre del calcio nostrano, dopo anni in cui faticavano a emergere campioncini, sta tornando agli antichi splendori, e da un paio di stagioni a questa parte si stanno raccogliendo i meritati frutti.

Lo scorso anno fu il centrocampista Grassi (’95) a far parlare di sè, finendo addirittura a Napoli a gennaio ma poi fuori gioco a causa di un infortunio. Bruciò le tappe, laddove molti compagni della Primavera si stavano facendo le ossa altrove, specie in B.

La ruota è girata dal verso sbagliato e ora è lui a dover dimostrare nuovamente di starci bene a grandi livelli, dopo che nel frattempo nel ruolo sono emersi prepotentemente altri giocatori del vivaio: l’universale  Kessie (’96) e il già citato Gagliardini (’94, a cui ho dedicato il post precedente), ormai prossimo a vestire un’altra casacca nerazzurra, quella dell’Inter.

Ottimo il rendimento dell'ivoriano Kessie, centrocampista che ha destato l'interesse di prestigiosi club

Ottimo il rendimento dell’ivoriano Kessie, centrocampista che ha destato l’interesse di prestigiosi club

Benissimo sta facendo anche l’altro atalantino doc, Caldara (’94), centrale difensivo pulito, rigoroso, bravo nelle chiusure e negli anticipi e insolito goleador, già promesso alla Juve. Anche la punta scuola Milan Petagna (’95) si sta rivelando come uno degli uomini nuovi del calcio italiano, in grado di soffiare il posto all’esperto Paloschi. Pur segnando col contagocce, è stata notevole la crescita tecnica di questo massiccio centravanti, abilissimo nel far muovere alla perfezione le pedine d’attacco che giostrano al suo fianco.

Probabilmente nei mesi a seguire sentiremo parlare dei “ragazzini terribili” del 1999: il regista Melegoni, il difensore Bastoni e la punta ivoriana Latte, che con il gioiello Capone forma una delle coppie più temibili dell’intero campionato Primavera.

Gli stranieri in casa atalanta si difendono bene, oltre a veterani come capitan Gomez, Kurtic, Toloi e Berisha, sta trovando sempre più spazio l’interno Freuler, anche se a quasi 25 anni non può più essere considerato un giovanissimo, nemmeno per un paese “per vecchi” come l’Italia.

BOLOGNA

Stagione anomala quella degli emiliani, altalenante e finora avara di veri exploit, dopo aver a tratti incantato col gioco brillante e ben organizzato dato dal tecnico Donadoni sin dal suo insediamento l’anno scorso.

Lo stesso vale per il percorso sin qui condotto dai giovani del Bologna, a partire da quel Donsah (’96), di cui fino a pochi mesi fa si parlava come di un fenomeno in pectore del calcio internazionale, seguito dalla Juve e da importanti club inglesi. Dinamismo, grinta, velocità, conclusioni, fantasia erano condensate ad ampie dosi nel centrocampista ex Verona, ma evidentemente il suo cammino di crescita deve ancora ultimarsi. Il campo lo sta vedendo col contagocce, superato ben presto nelle gerarchie dal più misurato e meno esuberante Nagy (’95), protagonista a sorpresa della rediviva Ungheria vista agli Europei l’estate scorsa. E’ un regista difensivo, dal grande senso tattico, prezioso più che spettacolare.  Nella stessa zona del campo agisce anche il più focoso e dinamico Pulgar (’94), già nel giro della forte nazionale cilena. Non è titolare fisso ma spesso è stato chiamato in causa da Donadoni.

Citazione d’obbligo anche per i due italiani classe 1994 Di Francesco, figlio del tecnico del Sassuolo e il terzino sinistro Masina, marocchino di nascita ma che ha optato per la Nazionale azzurra, esordendo con l’Under 21. Se il primo, pur avendo giocato spesso e segnato anche un gol, non rientra quasi mai fra i titolari, il secondo invece è pedina fissa tra gli 11 in campo, già nel mirino di club di primissima fascia come la Juventus.

Poche chance stanno avendo il terzino Mbaye (’94), ancora acerbo a certi livelli, dopo la buona partenza da professionista a Livorno e l’iter giovanile con la maglia dell’Inter, e il poderoso attaccante Sadiq (’97), capace di segnare 2 gol in poche apparizioni con la maglia della Roma nella passata stagione ma sin qui poco utilizzato.

CAGLIARI

Pochi sembrano essersi accorti dei progressi compiuti dal centrocampista Barella (’97) in questi primi mesi di serie A. Forse perché gioca già con piena padronanza nei propri mezzi e con il piglio del veterano. Da sempre nel giro delle nazionali azzurre, è ancora esile sotto il profilo fisico ma tecnicamente e soprattutto tatticamente sta migliorando di gara in gara, avendo arretrato il suo raggio d’azione, non più trequartista ma giocatore a tutto campo (ciò che in fondo si richiede a un centrocampista moderno).

L’altro enfant du pays, il terzino sinistro Murru (’95) è da tempo nei radar degli addetti ai lavori, sia per il ruolo storicamente avaro di buoni interpreti, almeno negli ultimi 10/15 anni, sia per le qualità tecniche e fisiche. Tuttavia deve ancora esprimere tutto il suo potenziale e spesso è stato messo alle corde dagli attaccanti avversari.

Per il resto l’ossatura della squadra sarda è composta da giocatori esperti, alla ricerca di una salvezza che pare alla portata, visto il buonissimo girone d’andata e il vantaggio notevole acquisito sulle dirette concorrenti.

CHIEVO

Anche nel Chievo è dura la vita per i giovani virgulti. La squadra è molto compatta, quadrata, solida e se gioca a memoria è anche per la presenza costante negli anni di elementi navigati in quasi tutti i ruoli. Per questo sono rimaste solo le briciole in questa prima parte di stagione  all’estroso Parigini (’96), talento delle giovanili azzurre, inseguito da mezza serie B, dove con ogni probabilità andrà in prestito a gennaio, al nazionale belga under 21 Bastien (’96) e al terzino sinistro Costa (’95) che con i clivensi vinse addirittura uno storico scudetto Primavera tre stagioni fa.

CROTONE

Un impatto complicato quello della matricola assoluta Crotone con la nuova prestigiosa realtà della serie A, ma la sensazione è che i calabresi se la possano quanto meno giocare con le dirette concorrenti, al fine di raggiungere l’obiettivo salvezza.

L’ossatura è in gran parte composta, a mio avviso giustamente, dai calciatori che a giugno conquistarono sul campo la massima serie. A questi però andavano aggiunti elementi di categoria; il mercato di gennaio giunge propizio per incrementare il coefficiente di esperienza che manca.

In un contesto obiettivamente difficile sta faticando a palesare la sua buona qualità il centrocampista cresciuto nella Fiorentina Capezzi (’95), con un curriculum giovanile di tutto rispetto, avendo indossato tutte le maglie della Nazionale, dall’Under 16 alla 21.

Nonostante ciò, è una pedina fissa anche in serie A, mentre lo stesso non si può dire dell’ex compagno nelle giovanili viola Fazzi (’95), che dopo un buon torneo cadetto in B non è riuscito in questo primo scorcio di stagione a mettersi particolarmente in mostra e pare per lui vantaggioso scendere di un gradino per completare il suo percorso di crescita.

EMPOLI

Dopo le due splendide stagioni targate Sarri e Giampaolo, questo terzo campionato consecutivo in A per i toscani si è rivelato almeno all’inizio più ricco di insidie del previsto. Non tanto per il valore delle avversarie, praticamente sempre rimaste dietro a loro in classifica, ma per un ridimensionamento, sul piano del gioco e dei risultati, della squadra. Nuovo il tecnico Martusciello, anche se da tantissimi anni nell’ambiente, prima ancora come calciatore protagonista in A di un altro ciclo altrettanto positivo negli anni ’90, e nuovi diversi elementi della rosa, che di anno in anno si vede indebolita di alcuni fra gli elementi migliori (si pensi nelle recenti stagioni ai casi di Rugani, Tonelli, Zielinski, Paredes, Vecino, Mario Rui…).

Eppure nelle ultime partite il trend è tornato positivo e i risultati favorevoli in tutti gli scontri diretti stanno a testimoniare di una qualità generale superiore. Il gioco si è fatto più utilitaristico, forse perché la mediana, che ora si poggia fermamente su Diousse (’97 cresciuto nel vivaio empolese) dopo gli approcci della stagione precedente, è fatta più di fisicità che non di tecnica pura. Proprio il senegalese è una delle note liete del campionato, capace di arpionare molti palloni e di saperli rigiocare con efficacia.

Anche il vivaio empolese, al pari di quello dell’Atalanta e della Roma, si è contraddistinto negli ultimi anni per aver lanciato tanti elementi tra i professionisti. Nessuno dei Primavera edizione 2015/16 si sta affacciando per il momento in prima squadra (almeno l’attaccante Piu – classe 1996 –  avrebbe potuto far comodo, visto come si sta ben comportando nel prestito allo Spezia), ma in pianta stabile nell’11 titolare tra i leader ci sono i due cresciuti in casa Saponara e Pucciarelli, che giunsero in finale nel massimo campionato giovanile ormai parecchi anni fa.

La filosofia di gioco e i trascorsi del club però contemplano ancora l’utilizzo massiccio di under 23, quali l’italo brasiliano Jose Mauri (’96), esordiente precoce ai tempi di Parma e già passato da una big (seppur all’epoca in fase di transizione come il Milan), il promettente nazionale giovanile ex Inter Dimarco – che qualche soddisfazione in A se la sta togliendo da terzino sinistro –  e l’interno di fantasia Tello (’96), mentre rimane ad oggi un oggetto misterioso l’attaccante georgiano Chanturia (’96).

Insomma, la salvezza dell’Empoli anche quest’anno molto probabilmente passerà dai giovani.

FIORENTINA

Non ho ben capito la strategia di mercato della squadra viola durante l’estate, né a dirla tutta il progetto tecnico tout court che sta alla base di un campionato sin qui condotto tra alti e bassi, tra la sensazione che di materiale buono su cui lavorare e conseguire risultati ce ne sia, ma che allo stesso tempo non sia ancora stato sfruttato a dovere.

Tanti ad esempio i calciatori stranieri, privi di pedigree internazionale o dal curriculum giovanile di rilievo inseriti in rosa, alcuni dei quali il campo lo hanno visto ben poco, penso a Toledo (’96), Diks (’96) o Perez (’98). Sta emergendo Cristoforo, “ormai” 24enne, ma solo a sprazzi abbiamo visto le sue doti, ancora non si è capito che peso specifico possa avere nella squadra, se Paulo Sousa intende puntarci fino in fondo.

Di contro mentre tutti attendevano il figlio d’arte Hagi (’98), quasi inaspettatamente ne è emerso un altro: Federico Chiesa, di un anno più grande rispetto al giovane rumeno (’97).

E pensare che nelle giovanili, almeno fino allo scorso anno, per il figlio del grande Enrico, uno dei migliori bomber degli anni ’90, gli addetti ai lavori non si erano certo prodigati in particolari elogi, visto che sembravano molto più pronti di lui altri giocatori come l’ala Minelli (’97) o gli africani Bangu (’97) e Gondo (’96), che in alcune gare del torneo Primavera facevano sfracelli.

Invece Federico sta dimostrando grande carattere, forza, personalità, ricordando a tratti l’estro e la velocità del padre, oltre che somigliargli fisicamente. Se continua a crescere così, credo che ne sentiremo presto parlare anche in chiave Nazionale A.

Finlamente sta esplodendo in tutto il suo talento Federico Bernardeschi, erede dei grandi numeri 10 viola

Finalmente sta esplodendo in tutto il suo talento Federico Bernardeschi, erede dei grandi numeri 10 viola

Su Bernardeschi (’94) poco da aggiungere: dopo gli stenti iniziali di stagione, sta trascinando i compagni, leader in campo e sicuro protagonista azzurro negli anni a venire, oltre che del prossimo calciomercato.

GENOA

La schizofrenica compagine delle ultime sessioni di calcio mercato sta confermando la regola, ma il bello di questa società è che riesce, grazie a un pregevole lavoro di scouting a impolpare sempre la rosa in modo adeguato, lanciando sul mercato giovani italiani e stranieri in maniera univoca, riuscendo allo stesso tempo anche a puntare su calciatori in cerca di rilancio (clamorosi gli esempi di Motta o Perotti).

In ambito locale solo un paio d’anni fa fece capolino in prima squadra il mediano Mandragora (’97), poi finito al Pescara via Juve e protagonista di un autentico boom, sia con gli abruzzesi, sia in Under 21, fino al brutto stop per infortunio. E’ un patrimonio del nostro calcio, speriamo si riprenda in fretta.

Per un Ntcham (’96) che tarda a esplodere, nonostante le meraviglie giovanili (a livello tattico però ancora si deve capire in quale zona del campo renda di più) sta letteralmente esplodendo il Cholito Simeone (’95), già che eravamo in tema di figli d’arte… Una punta rapida, mortifera in area, in grado di sostituire egregiamente Pavoletti a suon di gol.

Il Cholito Simeone ha avuto uno straordinario impatto con la nostra serie A

Simeone jr ha avuto uno straordinario impatto con la nostra serie A

Ocampos e Ninkovic (entrambi ’94) stanno dando il loro contributo, specie sul primo ci sono tante attese, visti i trascorsi con le nazionali giovanili dell’Argentina e il passaggio milionario al Monaco.

Sono arrivati poi di recenti due tra i migliori prospetti italiani dell’intera serie B: la punta Morosini (’95) dal Brescia, da tempo nel mirino dell’Inter e il laterale Beghetto (’94) dalla Spal. Avranno le loro chance in serie A.

Riflettori puntati, ma realisticamente più in prospettiva, per l’attaccante Pellegri (addirittura un 2001), che ha già messo piede in A, stuzzicando la curiosità e ingolosendo mezza Europa. Visto che in questi casi è consigliabile volare bassi, il patron Preziosi ha già dichiarato che Messi alla sua età non era così forte!!!

INTER

Messo a segno il colpo Gagliardini, è indubbio che qualcosa stia andando storto con il brasiliano Gabriel Barbosa (’96), che pare “comico” continuare a chiamare Gabigol. In Patria a ragione reclamizzato come possibile astro nascente dell’intero movimento calcistico e in Italia considerato alla stregua di un Ufo. Della serie: chi l’ha visto? Nonostante il cambio tecnico e un ambientamento che in teoria dovrebbe essere a buon punto, il suo minutaggio in campo è davvero irrisorio. Mentre il suo “gemello” Gabriel Jesus sta in effetti confermando quanto di buono detto sinora sul suo conto, mi auguro che, cambiando aria, anche Barbosa possa riprendere il suo percorso di crescita lontano dall’Inter, almeno in questa stagione. Farebbero bene però a visionarlo, cercando di evitare quanto accaduto con Coutinho, nel frattempo diventato uno dei migliori al mondo.

Miangue (’97) e Gnoukouri (’96) godono giustamente di grande credito presso gli addetti ai lavori e meritano di dimostrare le loro qualità, facendosi le ossa altrove per tornare utili alla causa il prossimo anno.

L’Inter a livello Primavera ma non solo è un’autentica fucina di talenti, ma come spesso accade per un giovane è oltremodo faticoso ricavarsi spazio nelle cosiddette big.

Ne sa qualcosa ad esempio il difensore Yao (’96): reduce da un convincente prestito al Crotone, protagonista con 30 presenze della trionfale cavalcata dello scorso anno, con promozione storica in serie A dei calabresi e rimasto a sedersi il più delle volte in tribuna. Ha enormi potenzialità nel ruolo e potrebbe diventare un crack. Mi auguro a gennaio vada in prestito magari in serie A, lo vedrei bene nello stesso Crotone, dove ritroverebbe vecchi compagni in terza linea.

Scalpita infine la punta Pinamonti (’99), uno dei migliori della sua generazione.

JUVENTUS

La forza della Vecchia Signora negli ultimi anni è stata anche quella di saper inserire, magari gradualmente, alcuni fra i più promettenti calciatori italiani: sono così giunti in organico il difensore Rugani (’94) e prima ancora Sturaro, di un anno più vecchio e già in Nazionale con Conte agli Europei.

Il centrale difensivo RuganiSta sfruttando nel migliore dei modi le occasioni concesse dal tecnico Allegri e appare molto più sicuro rispetto a un anno fa

Il centrale difensivo Rugani sta sfruttando nel migliore dei modi le occasioni concesse dal tecnico Allegri e appare molto più sicuro rispetto a un anno fa

Mentre si attendono due classe ’95, lo sfortunato Mattiello, cresciuto nel vivaio di casa e a lungo gravemente infortunato, e il croato Pjaca, schierato col contagocce, prima per non bruciarlo, sulla falsariga del Dybala degli inizi e poi a causa di guai fisici, ha esordito la punta Kean (2000), primo italiano nato nel nuovo millennio a mettere piede in serie A.

Nonostante da un paio d’anni sia considerato come nuovo fenomeno del nostro calcio, è giusto (e doveroso) andarci cauti e confidare che il ragazzo sappia crescere in modo sereno non soltanto come giocatore, ma anche mantenendo gli atteggiamenti dei coetanei, evitando di sentirsi già una star. L’ambiente bianconero in questo tipo di situazioni sembra in grado di rappresentare una culla adeguata.

LAZIO

Simone Inzaghi – Prima squadra Lazio: un binomio che poteva presupporre quello che in effetti si sta verificando, ovvero l’ingresso tra i professionisti di molti giovani, per lo più provenienti dal prolifico vivaio biancoceleste.

D’altronde il minore dei fratelli Inzaghi aveva ottimamente figurato come tecnico delle giovanili, portando i suoi ragazzi a uno scudetto Primavera, e a sfiorarne altri. I risultati più grandi però sono rappresentati dalle positive prestazioni dei vari Lombardi (’95) e Murgia (’96), entrambi già a segno nella massima serie in questo primo scorcio di stagione, mentre finalmente ha debuttato anche l’attaccante classe ’97 Alessandro Rossi, una spanna sopra i coetanei e autentico satanasso delle aree avversarie.

Stride che in un contesto così felice a deludere siano finora proprio quei giocatori che nelle giovanili vestivano i panni dei leader, addirittura delle star. Penso in primis all’ex capitano di quella compagine Cataldi (’94), atteso alla stagione della consacrazione e purtroppo stranamente involuto, al di là del ridotto minutaggio avuto. Eclatanti in senso negativo i casi del mediano Minala (’96), che dopo gli exploit iniziali e l’eccessivo clamore mediatico (focalizzato a dire il vero, oltre che sulle sue qualità che spiccavano clamorosamente fra i coetanei, anche sulla presunta età falsata), e del “Balotelli biancoceleste” Tounkara (’96), fuoriclasse delle aree di rigore ai tempi in cui duettava con il più vecchio di un anno Keita (’95),  quest’ultimo ormai quasi un veterano per presenze in campo, oltre che tra i punti di forza della squadra. Entrambi erano stati “scippati” alla cantera del Barcellona, un po’ come fece a suo tempo la Sampdoria prendendo Icardi, ma Tounkara, specie per motivi caratteriali ed extracalcistici deve ancora dimostrare tutto.

Tanti altri però stanno cercando di sfruttare al massimo le occasioni offerte dal tecnico, alcuni in maniera particolarmente positiva, fino a ribaltare gerarchie anche consolidate.

Alludo al “portierino” Strakosha (’95), che contende il ruolo all’esperto Marchetti e al “tuttocampista” Milinkovic-Savic (’95), futuro possibile crack del calcio mondiale; si stanno disimpegnando piuttosto bene nelle sporadiche partite da titolari anche il terzino sinistro Lukaku (’94), fratello del più famoso attaccante dell’Everton e della Nazionale belga e più giovane di un solo anno, il velocissimo (ma anche fumoso) attaccante ex Ajax Kishna (’95) e l’aitante centrale difensivo Hoedt (’94), olandese come il più quotato pari ruolo De Vrij, che tra l’altro ha sostituito quando quest’ultimo era infortunato.

Tanta carne al fuoco per la squadra di Inzaghi in materia di giovani, dalla loro maturità dipenderanno molte delle fortune della Lazio.

MILAN

Tanto inchiostro si sta versando – a ragione – sull’effetto trainante del Milan in questa fragorosa riscoperta del Made in Italy in chiave calcistica. D’altronde, giunti a un bivio importante in chiave societaria e con lo spettro concreto di un’altra stagione di transizione, grigia e poco consona per la gloria del club rossonero, Montella ha saputo estrarre dal cilindro, con coraggio ma anche piena consapevolezza del talento a disposizione, gente ormai nota ai più, come il portiere Donnarumma (’99) – sembra impossibile debba ancora compiere 18 anni, vista la sua personalità e la sua forza –  e il regista Locatelli (’98), con i primi vagiti in prima squadra conditi da prestazioni sontuose e gol memorabili, fino alla conquista di un posto da titolare fisso.

Donnarumma può diventare il miglior portiere del mondo. Un patrimonio del calcio italiano

Donnarumma può diventare il miglior portiere del mondo. Un patrimonio del calcio italiano

Fremono anche il polivalente Calabria (’96), invero già protagonista di alcune belle gare sotto la guida di Mihajlovic un anno fa, e alcuni tra i migliori giovani del campionato Primavera, molti dei quali forgiati dall’ex tecnico Brocchi nelle passate stagioni (gente come gli attaccanti Cutrone, del ’98, e Vido del ’97, il fantasista La Ferrara e il centrale difensivo Hadziosmanovic, sempre della magnifica fucina dei ’98). Devono portare un po’ di pazienza ma la sensazione è che sia l’anno giusto per i giovani rossoneri cresciuti in casa di dire la propria sul rettangolo verde di gioco. Il sogno di molti tifosi è quello che si ricrei uno zoccolo duro di milanisti doc, come successe con il Milan degli anni ’80 e in parte ’90.

Importante rimarcare poi come tra i titolari siano sempre più importanti stranieri come l’attaccante esterno Niang (’94), sul quale pesa in negativo la mancanza di continuità di rendimento e il centrocampista Pasalic (’95), in prestito dal Chelsea. Partito un po’ timidamente, il croato, coetaneo dello juventino Pjaca e del napoletano Rog, con i quali divideva i fasti nelle rappresentative giovanili biancorosse, sta guadagnando via via sempre più credito nel ruolo. Non percepito invece il difensore Vergara (’94), al Milan da più di 3 anni ma finora deludente anche nelle esperienze in prestito.

NAPOLI

La prima stagione del dopo Higuain ha consegnato al Napoli e al campionato italiano quello che si stava rivelando, fino al pesante infortunio, il miglior nuovo straniero della serie A, l’attaccante polacco Milik (’94), già noto per essere stato una delle rivelazioni del recente Europeo.

Aveva iniziato alla grande, a suon di gol, il polacco Milik prima di infortunarsi. Ora è quasi pronto a rientrare, per trascinare il Napoli sempre più in alto

Aveva iniziato alla grande, a suon di gol, il polacco Milik prima di infortunarsi. Ora è quasi pronto a rientrare, per trascinare il Napoli sempre più in alto

Forte fisicamente ma anche molto mobile, è un attaccante cui piace lanciarsi negli spazi aperti, ma pure muoversi in area alla ricerca di più soluzioni offensive. Un potenziale crack della serie A e del calcio internazionale.

Per il secondo anno consecutivo è inamovibile sulla fascia destra in difesa l’albanese Hysaj (’94), tra i fedelissimi del confermato tecnico Sarri, che lo lanciò con successo negli anni ad Empoli. Non dotato di un gran piede, compensa bene con la personalità, la grinta e la spinta offensiva, che non fa mai mancare, preferendo partecipare alle azioni d’attacco piuttosto che rimanere ancorato alla sua linea difensiva.

Diawara ha di fatto levato il posto a un altro che figurava tra gli insostituibili dell’allenatore, vale a dire Jorginho. Il giovanissimo mediano (nato nel ’97), reduce da una splendida stagione lo scorso in A con il Bologna, ha sì approfittato del calo di forma dell’italo brasiliano, ma ci ha messo del suo, sfoderando prove consistenti in mezzo al campo e crescendo di qualità nelle prestazioni.  Il croato classe ’95 Rog, invece, ha dovuto accontentarsi solo delle briciole, visto che, nonostante lo richiedessero a gran voce i tifosi e gran parte della stampa, in campo è sceso pochissimo, per un minutaggio risibile. Probabile sia ancora in fase di rodaggio ma il tempo passa e per uno dei più fulgidi talenti europei stare una stagione a guardare non è molto redditizio.

Altro giocatore che si è guadagnato un posto fra gli 11 a suon di partite superbe è l’ex empolese Zielinski (’94), anch’egli già provato da Sarri nell’esperienza toscana. Mi sbilancio nell’affermare che con il mix di doti tecniche e fisiche, di resistenza e corsa, di tecnica e forza, il polacco può diventare uno dei centrocampisti più completi d’Europa, dopo gli inizi da trequartista.

PALERMO

E’ un campionato assai tribolato quello che sta disputando il Palermo, sulla falsariga del precedente, con la differenza che la salvezza da conseguire pare ancora più complicata. La rosa scarseggia non solo in esperienza, ma anche in qualità. Si sta ben disimpegnando la punta ventiseienne Nestorovski che specie all’inizio ha messo a segno gol pesanti ma il resto della truppa straniera giunta in Sicilia sta faticando a dare il contributo richiesto. Pochi i guizzi offensivi degni di nota dei vari Balogh (’96), definito dal presidente Zamparini al suo arrivo come “più forte di Cavani” ma finora a secco nelle poche gare disputate in un anno e mezzo di permanenza in rosanero, Sallai (’97) e Embalo (’96). Specie da quest’ultimo ci si poteva attendere qualcosa in più dopo le belle premesse di Brescia.

Chiaro, in una situazione di obbiettiva emergenza è dura per tutti risaltare. Non lo stanno facendo nemmeno i tre ragazzi prodigio del vivaio, il difensore mancino Pezzella (’97), l’attualmente infortunato Bentivegna (’96), fantasista tutto pepe e invenzioni e la punta esterna Lo Faso, un classe ’98 lanciato frettolosamente nella mischia, come fosse il salvatore della Patria ma purtroppo incapace di pungere sotto porta.

In fondo chi sta facendo maggiormente il suo è il portierino Posavec (’96) che nonostante la giovanissima età guida il reparto difensivo con sufficiente personalità e carattere, sfoderando anche di tanto in tanto delle prestazioni sopra le righe. Certo, i gol incassati sono indubbiamente tanti, ma la stoffa c’è.

PESCARA

Altra matricola in netta difficoltà, dopo un promettente inizio di stagione all’insegna del bel gioco, è la squadra abruzzese allenata da Oddo, tra i più giovani tecnici della A con i suoi 40 anni.

Il mercato di gennaio sta portando calciatori di esperienza in difesa, come Bovo e Stendardo, e probabilmente arriverà qualcuno di peso anche in attacco, magari l’appannato Gilardino degli ultimi tempi, che qui potrebbe dare ancora una grande mano nella lotta per non retrocedere.

In effetti l’attacco è parso, seppur tecnico e di buona qualità in un elemento come il romanista Caprari, molto modesto. Su quest’ultimo si è di fatto poggiato tutto il peso offensivo, essendo ancora acerbo l’ex interista Manaj (’97), e quasi un desaparecido l’altro ex giallorosso Pettinari.

Il promettente Cerri (’96) è una delle speranze azzurre, nazionale giovanile da sempre, e già sotto contratto con la Juve, ma nelle esperienze cadette sinora maturate non ha mai guidato l’attacco a suon di gol, giocando spesso da riserva. Il talento è innegabile e il futuro dalla sua parte, ma sarà in grado di aiutare in modo tangibile una squadra in difficoltà?

Anche difesa e centrocampo sono sembrati reparti quantomeno da puntellare, ma se non altro in mediana si sono messi in luce con buone prestazioni due giocatori ancora giovani ma noti da tempo agli appassionati: l’ex milanista Cristante (’95) e soprattutto l’ex romanista Verre (’94), a dispetto dei 22 anni già piuttosto esperto. Ha giocato poco invece Mitrita (‘95), anch’egli centrocampista.

Si tenterà di trattenere e valorizzare ancora di più il nazionale under 21 azzurro Vitturini (’97), terzino destro dalle spiccate qualità offensive cresciuto nel vivaio pescarese e nel mirino di diverse società cadette.

ROMA

Da sempre può contare su uno dei vivai più vincenti d’Italia, e anche se negli ultimi anni sono stati pochi coloro capaci di affermarsi in prima squadra dopo le esperienze vittoriose nelle giovanili (attualmente il solo Florenzi è titolare fisso e uno degli uomini simbolo, dopo i totem De Rossi e Totti, dai quali probabilmente guadagnerà l’eredità calcistica), sono invero numerosi i giocatori arrivati comunque in serie A in altri club.

Segno che a Trigoria in questo senso si continua a lavorare bene.

Sono quasi tutti stranieri però i pochi under 23 che hanno collezionato presenze in questa prima parte di stagione agli ordini di Spalletti, fra tutti il raffinato regista Paredes e l’esterno mancino brasiliano Emerson Palmieri (entrambi classe 1994). Ancora molto acerbo è sembrato il trequartista verdeoro Gerson (’97), quotatissimo in Patria, che l’allenatore sta cercando sinora con scarso successo di arretrare a regista puro davanti alla difesa.

Solo pochi mesi fa il settore giovanile centrò l’ennesima impresa vincendo uno splendido scudetto Primavera e mettendo in mostra tantissimi campioncini. Di questi in pratica solo il roccioso centrale difensivo Marchizza e il funambolico fromboliere offensivo Tumminello (entrambi del ’98) sono rimasti nella rosa della prima squadra, facendo finora anticamera. Gli altri ragazzi si stanno ben disimpegnando in prestito soprattutto in cadetteria.

SASSUOLO

Riallacciandomi a quanto appena detto riguardo i giovani talenti cresciuti nel vivaio giallorosso, come anticipato prima, in molti stanno diventando protagonisti in A con altre maglie. Alcuni sono ancora di proprietà della Roma ma non sarà facile farli rientrare alla base. Specie coloro che militano con molto merito nel Sassuolo. In una stagione sin qui più ricca di delusioni che di gioie, nonostante il club neroverde sia ormai una bella realtà della serie A, si stanno confermando su buoni livelli il centrocampista dai piedi buoni Pellegrini (’96), già lo scorso anno protagonista qui in Emilia, e Mazzitelli (di un anno più giovane). Bene anche l’apporto sulla trequarti dell’esterno Federico Ricci (’94), reduce dalla stagione boom con il Crotone e gemello del regista Matteo, in forza al Perugia in B.

E’ diventato presto titolare come terzino destro lo spagnolo Lirola (’97), proveniente dal settore giovanile della Juventus. Non ancora vent’anni, li farà quest’anno, stupisce con la sua facilità di corsa, con la sua tecnica e la sua velocità, e per il modo costante in cui accompagna l’azione. Più giovane di un anno, e cresciuto proprio a Sassuolo è il classe ’98 Adjapong, già a segno nelle sue prime presenze in serie A. Polivalente mancino, può giocare in tutti i ruoli a sinistra: terzino, mezz’ala ma anche esterno offensivo. Il suo curriculum è destinato a incrementarsi nel girone di ritorno, visto che con ogni probabilità rimarrà in organico.

Un altro giovane sul quale erano accesi i riflettori era il regista tascabile Sensi, che lo scorso anno per gran parte del campionato strabiliò in B a Cesena, scomodando i paragoni con un certo Verratti.

Fermo a lungo per guai fisici, una volta ristabilito (e approfittando a sua volta dei numerosi compagni infortunati in mediana) ha preso possesso del centrocampo, mostrandosi adatto alla categoria e con margini di miglioramento che potrebbero collocarlo a breve fra i migliori interpreti nel ruolo.

Chiusura per un Under 23 che non ha bisogno di tante parole: Berardi (’94).

E’ pronto per la Nazionale A, dopo le titubanze iniziali del tecnico Ventura, e ripresosi da un infortunio che lo ha tenuto lontano dai campi per tutto il girone d’andata, vuole riprendersi la leadership e ad aiutare i compagni a rientrare in una posizione di classifica più consona alla qualità media della rosa.

SAMPDORIA

In controtendenza col trend attuale, ecco un club che sta puntando più sui giovani stranieri che non su quelli italiani. Eppure non c’hanno visto certo male in società nello scommettere su giocatori di grande qualità come il goleador Schick (’96), autore di gol anche pregevoli e di una costante presenza in area di rigore e che per stazza e certi movimenti può ricordare il giovane Ibra, il centrocampista Linetty (’95) che con il più giovane Torreira (’96) compone la coppia di mediani sempre in movimento, e il forte centrale difensivo Skriniar (’95), che ormai ha guadagnato i galloni da titolare.

E’ andato a sprazzi invece l’atteso esterno belga Praet (’94), in pochi anni divenuto bandiera dell’Anderlecht e nominato addirittura miglior calciatore della Jupiler Pro League, il massimo campionato locale, nel 2014.

Il più giovane di tutti, il terzino destro Pereira (’98), pur non essendo titolare fisso, ha disputato molti minuti, viste le assenze per infortunio del pari ruolo Sala, confermandosi in prospettiva uno dei migliori al mondo, tanto che il Benfica lo vorrebbe riottenere subito per lanciarlo titolare.

TORINO

Per antonomasia è percepita come la squadra con i migliori prospetti italiani in campo. L’ossatura infatti è composta quasi essenzialmente da giocatori del Belpaese, buoni anche per la Nazionale, e l’età media è tra le più basse, anche in elementi cardine come la punta Belotti, l’uomo su cui punterà Ventura da qui in avanti in maglia azzurra, e i centrocampisti Benassi (che con i suoi 23 anni non ancora compiuti rientra pure nella nostra lista d’oro) e Baselli.

Dinamismo, corsa, quantità e qualità sono ben condensate in Benassi, centrocampista granata col vizio del gol

Dinamismo, corsa, quantità e qualità sono ben condensate in Benassi, centrocampista granata col vizio del gol

Mihajlovic è ambizioso e sa di avere tra le mani un organico di qualità, un giusto mix di combattenti, come da sua indole, e piedi fini. Col tempo potrebbe ritrovarsi entrambe le componenti in giocatori come il terzino sinistro Barreca (’95, prodotto del vivaio, campione d’Italia Primavera due anni fa) e l’attaccante esterno Boye (’96), già adocchiati anche in chiave Nazionale, seppur poi il secondo abbia dichiarato di propendere per il suo Paese nativo, l’Argentina.

A centrocampo si tiene d’occhio anche la crescita del regista serbo under 21 Lukic (’96), mentre sembrano ridotte al lumicino le possibilità del ragazzo prodigio Aramu (fantasista classe ’95 che nelle giovanili granata ha sempre fatto la differenza): possibile per lui una nuova destinazione in prestito a gennaio.

UDINESE

Infine la tradizionalmente cosmopolita squadra friulana, che anche quest’anno sta mettendo in mostra alcuni gioielli. Su tutti il francese Fofana (’95), letteralmente esploso con l’avvento in panchina di Delneri, dopo le titubanze iniziali con Iachini, che lo schierava in un ruolo non propriamente suo. Agendo da mezz’ala, da interno, riesce a sfoderare tutte le sue grandi qualità. Fisico possente, tecnica niente male, velocità negli spazi, senso del gol, esplosività nei piedi, tutte doti che lo fanno in qualche modo accumunare al Pogba dei primi giorni juventini. Non a caso in Francia i paragoni erano già partiti e, anche se dal punto di vista tecnico, gli deve sicuramente qualcosa, è indubbio che i progressi evidenziati negli ultimi due mesi siano notevoli.

Fofana è una delle rivelazioni del campionato, impressionante i suoi miglioramenti da inizio campionato

Fofana è una delle rivelazioni del campionato, impressionanti i suoi miglioramenti da inizio campionato

Molto bene anche il meno utilizzato Jankto (’96), a segno anche di recente nella gara interna contro l’Inter, poi persa dall’Udinese. Impressionò positivamente anche nel prestito ad Ascoli, ma sta ulteriormente migliorando in serie A.

La punta Perica (’95) è capace spesso di incidere in fatto di gol anche pesanti, ma gli tocca farlo il più delle volte a partita in corso, ferma la titolarità in avanti dell’assortita coppia Thereau – Zapata.

Poche luci finora dal trequartista argentino De Paul (’94), subito impossessatosi di una maglia da titolare dietro le punte ma poco produttivo in termini di assist e gol. Può dare di più.

Inaspettatamente sta giocando molto il centrale mancino brasiliano Samir (’94), che mister Delneri preferisce far giostrare prevalentemente da terzino sinistro. Molto attento in difesa, deve migliorare nell’accompagnare l’azione ma è una bella scoperta, dopo le sporadiche apparizioni nella scorsa sfortunata stagione con la maglia del Verona.

Infine tre nomi molto quotati che il campo proprio non lo hanno visto mai: il portiere Scuffet (’96), ex enfant prodige del calcio italiano, prematuramente etichettato come il nuovo Buffon dopo le prime convincenti presenze ormai due anni fa; la mezzapunta brasiliana Lucas Evangelista (’95) e soprattutto il fenomeno emergente del calcio croato Balic (’97), regista validissimo dal punto di vista tecnico e soffiato addirittura a Real Madrid e Barcellona, ma evidentemente non ancora pronto per questi palcoscenici.

Una carrellata lunga di nomi, come non accadeva da anni, a rimarcare ancora una volta come i giovani calciatori possano rappresentare veramente il futuro della nostra serie A, riportandola non dico agli antichi fasti ma per lo meno a buoni livelli.

A meno che non si assista anche da noi all’invasione di investitori stranieri in grado di invertire la rotta e di riportare qui alcuni autentici big internazionali che farebbero da traino per il miglioramento generale del livello del nostro campionato.

La giusta via di mezzo fra le due situazioni sarebbe l’ideale per non disperdere i tanti talenti azzurri che ancora cercano la loro consacrazione.

E’ l’Inter la squadra giusta per Gagliardini?

Quella mia del titolo non è una provocazione… In questi giorni di calciomercato, la domanda più insistente è se Gagliardini sia o meno l’uomo giusto per il centrocampo dell’Inter.

Gagliardini in un'azione contro la Roma. Una delle sue migliori prestazioni in serie A

Gagliardini in un’azione contro la Roma. Una delle sue migliori prestazioni in serie A

Io provo invece a rivoltare il quesito, chiedendomi se l’Inter possa rappresentare il trampolino di lancio definitivo per il ventiduenne cresciuto nelle giovanili dell’Atalanta.

Non me ne vogliano i tifosi nerazzurri della Beneamata, ma mi sorge questo dubbio alludendo al fatto che le risorse che il club sta mostrando di avere (con acquisiti e relativi pesanti ingaggi di gente come Kondogbia, Candreva, Joao Mario, Perisic…)non collimino poi con un reale progetto tecnico.

La bussola sembra finalmente avere trovato un uomo guida adeguato in Pioli, che pare tutt’altro che un traghettatore, ma in un progetto tecnico che non miri solamente a strappare il talentino di turno alle concorrenti, o peggio a volere emulare il rinnovato spirito Made in Italy che poco si addice alla squadra milanese, come viene considerato l’inserimento dell’atalantino?

E’ risaputo che uno dei problemi tecnici dell’Inter sia il fatto che manchi un regista in campo, figura tuttavia in estinzione nel calcio moderno, ma di vitale importanza qualora si trovasse l’uomo giusto.

Quell’uomo che non è il combattivo Medel (tra l’altro uno dei migliori da due anni a questa parte), nè il falloso Felipe Melo, nè il talentuoso Brozovic, portato più a muoversi in campo, così come il sinora deludente Banega, l’argentino che forse lascerà il posto libero proprio a Gagliardini.

Cercando di ricostruire a livello tecnico un profilo veritiero del talento bergamasco, tutto verrebbe da dire tranne che si tratti di un organizzatore di gioco. Ha indubbiamente piedi buoni, uniti a un fisico notevole e a lunghe leve con cui riesce a “spaccare” la partita con le sue incursioni. Non è velocissimo ma intelligente tatticamente, sa appoggiare bene l’azione, vede il gioco, sa inserirsi bene negli spazi e ha una buona tecnica sia di destro che di sinistro.

Una sorta di Pogba italiano, investitura alquanto pesante tra il serio e il faceto da parte del tecnico Gasperini.

Un quadro impeccabile, a leggerlo così. Niente di cui stupirsi, se si avesse visto Gagliardini negli anni delle giovanili dell’Atalanta, con cui spesso indossando la fascia di capitano, guidava letteralmente i compagni, agendo prevalentemente da mediano o da interno, sempre comunque nel vivo dell’azione, con tanti palloni che passavano dai suoi piedi.

Un giovanissimo Gagliardini capitano nelle giovanili dell'Atalanta

Un giovanissimo Gagliardini capitano nelle giovanili dell’Atalanta

Stupiva piuttosto che negli anni immediatamente successivi al termine dell’iter giovanile, non avesse mai mostrato segni concreti delle sue qualità, spesso finendo relegato in panca nei prestiti di Cesena, La Spezia e Vicenza.

Avrà inciso una maturità non ancora conseguita, ma credo abbiano influito anche aspetti ambientali in seno a quelle squadre, in uno Spezia composto da nomi importanti per la categoria (e perennemente alla ricerca del gran salto in A) e in un Vicenza alle strette per non retrocedere. Mi aspettavo qualcosa in più invece nel suo anno a Cesena, il primo da professionista, una squadra che solitamente ha fiuto per i giovani talenti, per quanto acerbi possano essere giungendo direttamente dalla Primavera. Qui per dire, solo pochi mesi fa mostrarono le loro grandi doti i suoi attuali compagni Kessie e Caldara (come lui da tempo ormai in orbita Big italiane ed europee), ma anche Ragusa e Sensi che ben si stanno destreggiando in A col Sassuolo.

Gagliardini invece ha saputo imporsi soltanto con l’intervento di Gasperini, che ha mostrato di puntare su di lui, parlandone quando ancora il suo nome era sconosciuto ai più e dandogli fiducia con i fatti, proprio nel momento più critico della squadra, all’epoca non era in grado di mettersi in carreggiata.

Non solo per merito suo, ma certamente anche per la sua freschezza, la sua voglia, la sua motivazione e la sua qualità, l’Atalanta ha poi fatto quello che tutti abbiamo visto: risultati, vittorie – spesso dando spettacolo, trascinando letteralmente il pubblico e gli appassionati sull’onda di un entusiasmo contagioso – grandi exploit fino a un fisiologico rientro nei ranghi, dall’alto comunque di una posizione in classifica invidiabile per una compagine che a inizio stagione mirava solo a salvarsi il più in fretta possibile.

Non si sa quale sarà il futuro degli orobici senza il suo faro… e non si sa bene se in un club come l’Inter, prestigioso, in crescita, ma pur sempre in “subbuglio tecnico”, Gagliardini saprà dare il suo contributo.

Certo, la sua ascesa ha del clamoroso, con Ventura che ha contribuito quasi al pari di Gasperini a lanciarlo, convocandolo in Nazionale sin dalle prime positivissime apparizioni in serie A.

Anche Ventura ci vide giusto, convocando in tempi non sospetti Gagliardini in Nazionale

Anche Ventura ci vide giusto, convocando in tempi non sospetti Gagliardini in Nazionale

Il dubbio è se sia il calciatore a voler bruciare le tappe, o il calcio italiano tutto ad avere questo proposito, nella speranza che emerga e spicchi una generazione in grado di far voltare pagina a tutto il movimento.

Tecnicamente non pare un’eresia il voler affidarsi a un nucleo italiano, perchè i fatti stanno dando ragione a club come il Milan – che si sta ricostruendo grazie a una forte componente tricolore – la stessa Juventus pluricampione d’Italia (che sta dando sempre più spazio a gente come Rugani e Sturaro) o Torino e Sassuolo, che forti di avere in organico alcuni tra i migliori nostri rappresentanti in assoluto, stanno trovando una nuova dimensione.

L’investimento che l’Inter intende fare sul giocatore potrebbe sembrare eccessivo sulla carta, ma non se tu presupponi di aver acquistato un calciatore che potenzialmente è tra i migliori della sua generazione. In fondo a distanza di un anno e poco più si può ancora imputare al Milan di aver buttato via i soldi per un giovane come Romagnoli? Io dico di no, e mi pare che anche la Juventus non sia andata al risparmio per assicurarsi Caldara e Orsolini.

Insomma, la parola ora spetta al campo e, nel caso dell’Inter, sarà Pioli a dover giostrare al meglio tutto il potenziale di cui dispone da metà campo in su.

La rinascita di Andrea Masiello

Sono tante le storie belle da raccontare nell’Atalanta che sta stupendo tutti in questo scorcio di stagione. Si stanno sprecando i paragoni col Leicester ad esempio. Forse si tratta di un volo pindarico, ma almeno da parte di allenatore e società si sta evitando di parlare in modo buonista e ipocrita di salvezza da raggiungere il prima possibile. Insomma, la consapevolezza nei propri mezzi c’è da parte degli orobici, ma anche credo si è consci che certi miracoli calcistici avvengono non dico una volta sola ma quasi.

Sta di fatto che la compagine bergamasca sta disputando un torneo di altissimo livello, conseguendo risultati anche eclatanti, dopo un inizio alquanto stentato, e sta mettendo in mostra gioiellini come da tempo nel pur quotatissimo vivaio atalantino non se ne vedevano. E poi c’è Gasperini, Gasperson come era chiamato a Genova, che pur col cruccio di aver fallito in una grande piazza, non ha smarrito il suo entusiasmo, la sua voglia e la sua abilità nel trasmettere idee di un calcio piacevole, atletico, veloce ma anche, forse mai come quest’anno, redditizio.

In mezzo a virgulti destinati con ogni probabilità a palcoscenici importanti, da Kessie a Caldara, da Gagliardini (quello con la maggior gavetta alle spalle, ma anche il più talentuoso del gruppo sin dalle giovanili, di cui divenne presto capitano) a Conti, da Petagna a Kurtic fino alle colonne Toloi e capitan Gomez, la storia che più mi pare significativa è quella di un calciatore che davvero si sta rilanciando. Anzi, sta quasi rivivendo un’epopea calcistica, dopo essere passato per reietto, dopo aver sbagliato, di grosso.

Sto parlando di Andrea Masiello, uno dei pilastri, fra i più importanti protagonisti di questa splendida ascesa dell’Atalanta verso i piani altissimi della classifica.

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Un calciatore il cui nome viene quasi dimenticato, raramente nominato, se non in occasioni di gol (già 3 quest’anno) che per un difensore sono solo la ciliegina sulla torta, quasi avesse ancora delle colpe da espiare. Ai tempi del Bari la combinò grossa, fu protagonista volontario di combine, di autogol clamorosi, fu squalificato e tra i primissimi a collaborare. Una vicenda che ancora porta con sé degli strascichi, visto quante persone, quanti club, furono coinvolti a diverso titolo.

Lui cercava solo una nuova occasione, ben sapendo che forse almeno ad alti livelli non sarebbe mai più arrivata. In fondo si trattava di fare una grande opera di fiducia sulla persona, prima ancora che sul calciatore. Anzi, le sue doti di calciatore non erano mai state messe in discussione prima di quegli incresciosi fatti.

Il tempo sta dimostrando quanto per quei calciatori diventati tristemente noti alle vicende giudiziarie prima che sportive, sia difficile rientrare nei ranghi. Molti di loro si sono ritirati, altri hanno tentato carte esotiche, altri ancora sono ripartiti molto dal basso, con la fiducia appunto che pare persa, prima di tutto in sé stessi.

Andrea però era ancora giovane, un passato felice alle spalle, una famiglia che si stava costruendo dopo la nascita della primogenita Matilde nel 2011. Aveva tanto da farsi perdonare, molto ancora da dare, tutto praticamente da dimostrare. E l’occasione datogli dall’Atalanta, che lo tenne in rosa e lo fece rientrare in gruppo, era di quelle da cogliere al volo, da giocarsi al massimo delle possibilità. In fondo lo avevano aspettato, avevano creduto alla sua redenzione, lo avevano ascoltato.

In origine da giovanissimo difensore della Lucchese finì nel vivaio della Juventus (stesso percorso che fece tanti anni prima Francesco Baldini, identico ruolo, che si ritrovò a dominare in ambito giovanile con Del Piero e compagnia) e riuscì a destreggiarsi grazie a doti non comuni per un centrale difensivo, in particolare nella velocità e nella tecnica. Ricordo un suo gran gol a un Torneo di Viareggio (tra l’altro suo paese natale) in maglia bianconera, in cui come birilli scartò diversi avversari prima di depositare il pallone in rete. Per la cronaca le Coppe Carnevale vinte con la Juventus furono 2.

Per quanto poi in prima squadra fece solo una comparsata, la sua carriera si dispiegò agevolmente nei passaggi ad Avellino e a Genova, sponda rossoblu, preludio dell’avventura barese, iniziata nel migliore dei modi, avendo incrociato sulla sua strada due maestri come Conte e Ventura.

Sì, nel pimpante Bari di Bonucci e Ranocchia, di Meggiorini e Barreto, di Parisi e Almiron, a far bella figura in difesa c’era anche lui, baluardo che più di una volta si concedeva sortite offensive fruttuose per la squadra.

Sembrava quello l’apice raggiunto da Masiello in carriera, prima della rovinosa caduta.

Invece la sua è propria una bella storia, una storia di rinascita, di rivalsa, di seconda chance che la vita gli ha dato e che lui c’ha messo del suo nel saperla sfruttare al meglio. Con un’umiltà encomiabile, in silenzio, quasi ancora a vergognarsi di un passato recente ma che è giusto mettersi alle spalle, specie se si sta vivendo il momento più bello del proprio percorso calcistico e non si ha intenzione di fermarsi.

Mandorlini sarebbe l’uomo giusto per il Parma

Chi mi conosce sa che non posso certo definirmi un “mandorliniano” (postilla per i non tifosi dell’Hellas che immagino e spero saranno tanti a leggermi…, il tifoso gialloblu si divide da 5/6 anni a sta parte in pro Mandorlini e contro Mandorlini).

Non lo sono, o non lo ero, non soltanto perché il suo modello di gioco non corrisponde esattamente a quello che riesce a catturarmi l’entusiasmo; e non lo sono nemmeno per certe sue esternazioni, e sono state molte, che esulavano dal contesto calcistico (o che vi entravano dalla porta secondaria). Insomma, non mi esaltavo per lui come uomo, pur riconoscendone doti di trascinatore, di attaccamento e di passione genuina.

Gli riconosco però soprattutto il grande lavoro di ricostruzione della nostra (all’epoca) derelitta squadra, portata in sella dagli inferi della Lega Pro al Paradiso della serie A ma lo reputo anche in parte colpevole della disfatta della passata stagione, monotematico negli schemi e attaccato ai suoi giocatori simbolo, precludendo quasi a priori la fioritura di altri.

Va beh, è un capitolo chiuso in pratica della storia gialloblu, nonostante l’anno in corso sia ancora sotto contratto: lui da tempo ha iniziato a ricomparire in video, a dispensare opinioni (richieste, per carità) e in qualche modo – giustamente – a candidarsi indirettamente per questa o quell’altra squadra.

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D’altronde la bontà del suo percorso professionale è sotto gli occhi di tutti, così come le sue abilità di condottiero. Ero tra coloro che in qualche modo caldeggiavano la sua possibile candidatura sulla panchina dell’Inter, poi finita a Pioli, perché secondo me in veste di traghettatore avrebbe potuto risollevare la cresta di molti galletti dello spogliatoio nerazzurro (che lui tra l’altro ben conosce, avendovi giocato e vinto agli ordini di Trapattoni).

Sfumata la chimera Inter, da un paio di giorni si è tornato a parlare di lui per un’altra prestigiosa panchina, quella del Parma, ovvero quel che si dice una vera nobile decaduta del calcio italiano.

E’ chiaro, dovrebbe ripartire dalla Lega Pro, abbandonare definitivamente sogni d’alto profilo, eppure credo che per Andrea Mandorlini quella emiliana sarebbe la piazza ideale per rimettersi in pista.

In fondo si possono riscontrare molte analogie con la situazione dell’Hellas Verona di qualche anno fa.

Il Parma DEVE tornare come minimo in serie B e da lì puntare il prima possibile al ritorno in serie A, dove gli compete. Il tecnico ravennate è indubbiamente un motivatore eccezionale, un rivitalizzatore, e saprebbe a mio avviso toccare le corde giuste di un organico – ricordiamolo – da promozione. Non sarà facile centrare l’obiettivo, un po’ per il regolamento assurdo della competizione, con playoff da disputarsi fra ben 28 squadre in più fasi dei tre gironi, un po’ perché anche solo restando al girone B, dove il Parma è impegnato, c’è molta concorrenza per il primo posto che darebbe accesso immediato alla B. I punti di distacco dalle prime classificate attuali (il competitivo Pordenone e la sorpresa Reggiana) non sono poi molti, ma ci sono altri avversari quotati da battere come il super Venezia di Pippo Inzaghi, il Bassano, la Feralpi Salò o il Padova.

Sono convinto però che se i ducali decidessero di assumere Mandorlini al posto di Apolloni avrebbero buona chances di giocarsela.

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Per tutti i “ragazzi” della mia generazione, diciamo dai 30 ai 40 anni (io ci sto appena dentro perché sono 39) il Parma rappresenta molto: negli anni ’90 ha fatto sognare tantissimi appassionati di calcio (eccezion fatta forse per gli juventini, viste le tantissime sfide ad alti livelli, comprese finali varie), da quelle parti hanno giocato campioni veri.

Tralasciando quello che poi è successo a livello societario e la successiva caduta, non diretta, ma comunque quasi a compensare quegli anni d’oro ma gestiti in maniera “allegra”, il Parma ci rimanda a un’epoca in cui il calcio italiano si poteva a ragione definire il più bello del mondo, magari non in senso puramente estetico, ma per la competitività e l’alto livello delle squadre e degli interpreti partecipanti sicuramente sì.

Che esordio per l’Hellas Verona: poker al Latina e grande gioco in mezzo al campo

Buonissima la prima, è proprio il caso di dire, dell’Hellas Verona al Bentegodi. Un risultato roboante, sottolineato da tutti i media locali e nazionali, e che va a certificare, semmai ce ne fosse stato bisogno, il ruolo che la squadra gialloblu dovrà recitare quest’anno in serie B: da protagonista.

Un 4 a 1 che ci sta tutto, frutto di un predominio non soltanto territoriale ma tecnico, dove il divario con il Latina era davvero troppo ampio. 

Tutti a festeggiare Bessa: che esordio da sogno per il talento delle giovanili dell'Inter

Tutti a festeggiare Bessa: che esordio da sogno per il talento delle giovanili dell’Inter

Ecco, forse a cercare di smorzare gli entusiasmi potrebbe entrare in gioco questo fattore: cioè che la squadra laziale non sia certo annoverata, almeno quest’anno, tra le compagini più in vista e accreditate. Ma sarebbe ingeneroso sottovalutare i meriti degli uomini di Pecchia che si trovavano a dover esordire necessariamente con una vittoria. Le pressioni ci saranno in questo lungo cammino cadetto ma mi piace il modo in cui tutti, dal tecnico, al direttore sportivo, ai giocatori (convincente il modo in cui i neo arrivati Fossati e Bessa – una coppia di qualità a centrocampo che non si vedeva da tempo da queste parti – hanno dichiarato di voler andare a Salerno per vincere), si stanno ponendo, scegliendo di non fare proclami ma allo stesso tempo non nascondendosi.

Mi scoccia, e vale per tutti i tifosi, rendermi conto che il mercato probabilmente ci porterà via quel Romulo, appena recuperato e smanioso di riprendere il proprio brillante cammino, già ieri trascinatore. Credo si sia speculato sul suo nome, io non l’ho mai percepito alla stregua di un mercenario. Tre anni fa ci condusse a una salvezza clamorosa, forte di un campionato eccellente, assieme ai vari Toni, Iturbe, Jorginho, Maietta… naturale che bussasse alla porta una grande, e in quel momento (ma direi… mai) era impossibile rifiutare la corte della Juventus.

La storia recente dell’italo-brasiliano è una sorta di remake del fortunato film “Sliding Doors”: acquistato dalla Juve, in procinto di diventare per lo meno un cambio dei titolari, o uno dei 12/13 titolari, e quasi certo di disputare i Mondiali in Brasile con la maglia azzurra, è incappato in un brutto infortunio che l’ha in pratica tenuto lontano dai campi di gioco per una stagione intera. Lo scorso anno il rientro in gialloblu fu in sordina, con il procuratore che cercava altre sistemazioni.

Ma il giocatore in sè non l’avevo mai sentito dichiarare frasi “inopportune” riguardo l’idea di restare da noi (in fondo l’Hellas lo ha reso giocatore importante) e sarebbe un peccato perderlo. Rimanesse e giocando con continuità, ottenendo quella promozione che tutti ci aggiudicano, volerebbe di certo verso altri lidi, se quella è l’ambizione di giocatori di un certo pedigree.

Diverso il caso di Viviani. Del talentino azzurro, protagonista assoluto delle giovanili giallorosse, quando un certo Florenzi gli stava dietro nelle gerarchie, si è visto davvero poco da quando è un calciatore professionista. Che sia la pubalgia, che siano fattori comportamentali, che mentalmente si consideri uno da serie A, conta relativamente.

Ha disputato un precampionato assolutamente non in linea con le aspettative, non pare il giocatore sul quale puntare le proprie fisches per ripartire. Di contro in B i nomi contano relativamente e gente come i già citati Fossati e Bessa, ma pure l’altro neo-acquisto Zuculini hanno le caratteristiche ideali per fungere da protagonisti dei nostri colori.

Tecnica, determinazione, motivazione, ambizione: ingredienti che sono basilari per vincere un campionato. Parlo della mediana, ma pure la difesa rischia di essere menomata da qui alla trasferta di Salerno. Helander in panca ieri significa una sola cosa: cessione.

Che in B lo svedesino abbia le giuste credenziali per guidare un intero reparto non ci sarà dato di sapere, fatto sta che lì (come sempre) entreranno in gioco i procuratori, e volente o nolente, si sta parlando di un giovane quotato a livello internazionale, che solo due anni fa vinse da titolare la finale dell’Europeo Under 21.

Via lui, dentro Cherubin… beh, personalmente, la cosa “s’ha da fare”. Il bolognese ha tanta esperienza, un discreto piede, sa destreggiarsi in più ruoli in difesa, pur essendo nato centrale. Con il passaggio dal modulo a 4 a quello a 3, lui mancino, spesso ha giostrato da centrale di sinistra. Non credo che dia il meglio di sè da terzino sinistro in una linea a 4, ma sicuramente sarà in grado di adattarsi, altrimenti vorrà dire che giocherà centrale insieme al convincente Caracciolo, al posto di quel Bianchetti destinato in A.

Ora, il ragazzo è stato spesso preso di mira. Ammetto, conoscendolo dalle giovanili dell’Inter e del Varese, prima ancora che nell’Under 21, che mi sarei aspettato qualcosa in più da lui con i “grandi”. Ma in B è parso davvero un leader in difesa: pulito, sicuro in ogni situazione di gioco, sereno. Giocare da titolare, magari con un traguardo importante a fine stagione, credo possa rappresentare per lui il vero salto di qualità. E’ ancora giovane, e anche se la sua parabola calcistica rischia di assomigliare a quella di Andrea Ranocchia, un predestinato che non ha saputo imporsi ad altissimi livelli, merita fiducia. Venderlo a campionato iniziato, quando il tecnico Pecchia ha dimostrato di aver puntato su di lui, non mi pare certo la mossa giusta.

Il portiere Nicolas può reggere il peso della responsabilità in una squadra che punta al vertice: non è più il ragazzino di un paio d’anni fa, è reduce da un grande campionato da titolare a Trapani e ieri, al di là del rocambolesco e casuale gol subito (per carità, bella l’idea e il tiro del figlio di bomber De Vitis), si è messo in luce per concentrazione e prontezza di riflessi. L’avversario non era probante, lo si è capito subito, ma la difesa ha subito pochissimo gli avanti avversari. Pisano in B è un lusso, Souprayen deve metterci più grinta (ma probabilmente… non ce l’ha, c’è poco da girarci intorno). In ogni caso arretrare il ciclone Fares a sinistra sarebbe uno spreco. Mi è piaciuto sinceramente anche il modo in cui il “vecchio” Juanito Gomez si è messo a disposizione della squadra, tra i pochissimi del vecchio corso a rientrare nel progetto e immagino utilissimo alla causa nel corso del torneo (boato ieri per il suo gol al termine di una bellissima azione in fraseggio).

Aspettando Ganz, l’intesa tra il turbo Luppi e il Pazzo è stata ottima. Per entrambi una rete, belle giocate, sempre sul pezzo.

Del centrocampo ho già detto. Contro Salernitana e Benevento sarà più difficile sicuramente, ma i nostri non buttano una palla, si smarcano, si cercano, fanno pressing.

C’è una mentalità nuova, e io è da settimane che rispondo a chi mi chiede un parere, che mi interessa per una volta divertirmi allo stadio, vedere un calcio moderno, propositivo, efficace, magari spettacolare. 

Il Popolo Gialloblu, sempre presente, numeroso e rumoroso! Un sostegno incredibile per la squadra

Il Popolo Gialloblu, sempre presente, numeroso e rumoroso! Un sostegno incredibile per la squadra

Ieri tutto questo c’è stato, per la gioia di tanti tifosi sempre appassionati (già ieri eravamo tantissimi allo stadio), mia e di mia moglie che, dopo i magri bottini dello scorso anno, quest’anno si è gustata ben 4 gol in un colpo solo!

Se il buongiorno si vede dal mattino, è proprio vero: ce la possiamo giocare! Il risultato eclatante di ieri – inutile dirlo –  è stata la vittoria in trasferta del neopromosso Cittadella ai danni del Bari, che io stesso avevo giudicato come la squadra più temibile in chiave promozione diretta.

Alla prima giornata ci sta, per carità, ma io mi sarei scoraggiato e incazzato non poco se avessimo perso la prima casa contro il Latina… bene invece, come era prevedibile, le altre big, Carpi e Frosinone, entrambe vittoriose in scioltezza con due gol di scarto sugli avversari. Altro che fuochi di paglia: questi vogliono tornare subito in A come il Verona. Ci sarà da divertirsi in questa lunga maratona!