E’ l’Inter la squadra giusta per Gagliardini?

Quella mia del titolo non è una provocazione… In questi giorni di calciomercato, la domanda più insistente è se Gagliardini sia o meno l’uomo giusto per il centrocampo dell’Inter.

Gagliardini in un'azione contro la Roma. Una delle sue migliori prestazioni in serie A

Gagliardini in un’azione contro la Roma. Una delle sue migliori prestazioni in serie A

Io provo invece a rivoltare il quesito, chiedendomi se l’Inter possa rappresentare il trampolino di lancio definitivo per il ventiduenne cresciuto nelle giovanili dell’Atalanta.

Non me ne vogliano i tifosi nerazzurri della Beneamata, ma mi sorge questo dubbio alludendo al fatto che le risorse che il club sta mostrando di avere (con acquisiti e relativi pesanti ingaggi di gente come Kondogbia, Candreva, Joao Mario, Perisic…)non collimino poi con un reale progetto tecnico.

La bussola sembra finalmente avere trovato un uomo guida adeguato in Pioli, che pare tutt’altro che un traghettatore, ma in un progetto tecnico che non miri solamente a strappare il talentino di turno alle concorrenti, o peggio a volere emulare il rinnovato spirito Made in Italy che poco si addice alla squadra milanese, come viene considerato l’inserimento dell’atalantino?

E’ risaputo che uno dei problemi tecnici dell’Inter sia il fatto che manchi un regista in campo, figura tuttavia in estinzione nel calcio moderno, ma di vitale importanza qualora si trovasse l’uomo giusto.

Quell’uomo che non è il combattivo Medel (tra l’altro uno dei migliori da due anni a questa parte), nè il falloso Felipe Melo, nè il talentuoso Brozovic, portato più a muoversi in campo, così come il sinora deludente Banega, l’argentino che forse lascerà il posto libero proprio a Gagliardini.

Cercando di ricostruire a livello tecnico un profilo veritiero del talento bergamasco, tutto verrebbe da dire tranne che si tratti di un organizzatore di gioco. Ha indubbiamente piedi buoni, uniti a un fisico notevole e a lunghe leve con cui riesce a “spaccare” la partita con le sue incursioni. Non è velocissimo ma intelligente tatticamente, sa appoggiare bene l’azione, vede il gioco, sa inserirsi bene negli spazi e ha una buona tecnica sia di destro che di sinistro.

Una sorta di Pogba italiano, investitura alquanto pesante tra il serio e il faceto da parte del tecnico Gasperini.

Un quadro impeccabile, a leggerlo così. Niente di cui stupirsi, se si avesse visto Gagliardini negli anni delle giovanili dell’Atalanta, con cui spesso indossando la fascia di capitano, guidava letteralmente i compagni, agendo prevalentemente da mediano o da interno, sempre comunque nel vivo dell’azione, con tanti palloni che passavano dai suoi piedi.

Un giovanissimo Gagliardini capitano nelle giovanili dell'Atalanta

Un giovanissimo Gagliardini capitano nelle giovanili dell’Atalanta

Stupiva piuttosto che negli anni immediatamente successivi al termine dell’iter giovanile, non avesse mai mostrato segni concreti delle sue qualità, spesso finendo relegato in panca nei prestiti di Cesena, La Spezia e Vicenza.

Avrà inciso una maturità non ancora conseguita, ma credo abbiano influito anche aspetti ambientali in seno a quelle squadre, in uno Spezia composto da nomi importanti per la categoria (e perennemente alla ricerca del gran salto in A) e in un Vicenza alle strette per non retrocedere. Mi aspettavo qualcosa in più invece nel suo anno a Cesena, il primo da professionista, una squadra che solitamente ha fiuto per i giovani talenti, per quanto acerbi possano essere giungendo direttamente dalla Primavera. Qui per dire, solo pochi mesi fa mostrarono le loro grandi doti i suoi attuali compagni Kessie e Caldara (come lui da tempo ormai in orbita Big italiane ed europee), ma anche Ragusa e Sensi che ben si stanno destreggiando in A col Sassuolo.

Gagliardini invece ha saputo imporsi soltanto con l’intervento di Gasperini, che ha mostrato di puntare su di lui, parlandone quando ancora il suo nome era sconosciuto ai più e dandogli fiducia con i fatti, proprio nel momento più critico della squadra, all’epoca non era in grado di mettersi in carreggiata.

Non solo per merito suo, ma certamente anche per la sua freschezza, la sua voglia, la sua motivazione e la sua qualità, l’Atalanta ha poi fatto quello che tutti abbiamo visto: risultati, vittorie – spesso dando spettacolo, trascinando letteralmente il pubblico e gli appassionati sull’onda di un entusiasmo contagioso – grandi exploit fino a un fisiologico rientro nei ranghi, dall’alto comunque di una posizione in classifica invidiabile per una compagine che a inizio stagione mirava solo a salvarsi il più in fretta possibile.

Non si sa quale sarà il futuro degli orobici senza il suo faro… e non si sa bene se in un club come l’Inter, prestigioso, in crescita, ma pur sempre in “subbuglio tecnico”, Gagliardini saprà dare il suo contributo.

Certo, la sua ascesa ha del clamoroso, con Ventura che ha contribuito quasi al pari di Gasperini a lanciarlo, convocandolo in Nazionale sin dalle prime positivissime apparizioni in serie A.

Anche Ventura ci vide giusto, convocando in tempi non sospetti Gagliardini in Nazionale

Anche Ventura ci vide giusto, convocando in tempi non sospetti Gagliardini in Nazionale

Il dubbio è se sia il calciatore a voler bruciare le tappe, o il calcio italiano tutto ad avere questo proposito, nella speranza che emerga e spicchi una generazione in grado di far voltare pagina a tutto il movimento.

Tecnicamente non pare un’eresia il voler affidarsi a un nucleo italiano, perchè i fatti stanno dando ragione a club come il Milan – che si sta ricostruendo grazie a una forte componente tricolore – la stessa Juventus pluricampione d’Italia (che sta dando sempre più spazio a gente come Rugani e Sturaro) o Torino e Sassuolo, che forti di avere in organico alcuni tra i migliori nostri rappresentanti in assoluto, stanno trovando una nuova dimensione.

L’investimento che l’Inter intende fare sul giocatore potrebbe sembrare eccessivo sulla carta, ma non se tu presupponi di aver acquistato un calciatore che potenzialmente è tra i migliori della sua generazione. In fondo a distanza di un anno e poco più si può ancora imputare al Milan di aver buttato via i soldi per un giovane come Romagnoli? Io dico di no, e mi pare che anche la Juventus non sia andata al risparmio per assicurarsi Caldara e Orsolini.

Insomma, la parola ora spetta al campo e, nel caso dell’Inter, sarà Pioli a dover giostrare al meglio tutto il potenziale di cui dispone da metà campo in su.

Che impresa del Toro a Bilbao! I granata hanno fatto rivivere emozioni d’altri tempi non solo ai propri tifosi ma a tutti coloro che amano il calcio

Per una volta mi va di smettere i panni del cronista, del giornalista sportivo che deve analizzare in maniera obiettiva una determinata partita, situazione, competizione, per poter liberamente condividere a cuore aperto quella che è una grossa emozione provata ieri col passaggio del turno in Europa League del Torino di Ventura.

Sì, quel Torino che mancava dall’Europa da tempo immemore, passato attraverso fallimenti, rinascite, nuove illusioni e consolidamenti talvolta levigati verso il basso, da due anni a questa parte ha deciso di far rinverdire i fasti della sua gloriosa, eccezionale, unica storia.

Senza scomodare gli Invincibili di Superga, coloro che seppero portare il nome del Torino e di Torino nel mondo e che sono divenuti leggendari, gareggiare in Europa per i granata equivaleva comunque a darsi una connotazione che meglio compete alla squadra, memore di trascorsi che, in quanto a emozioni, certo non hanno nulla da invidiare a club più blasonati.

Ma se la sconfitta in finale di Coppa Uefa contro l’Ajax negli anni ’90, con Mondonico alla guida, era frutto di un’escalation verticale verso i piani alti della serie A, l’impresa (perchè di questo si tratta) di ieri sera in quel di Bilbao, apre nuovi e forse inaspettati scenari, dimostrando con i fatti che il Torino da subito ha creduto nelle potenzialità di questa competizione, sorella minore della Champions League. Soprattutto non ha mai messo in dubbio il proprio valore per bocca del tecnico Ventura, nemmeno quando a inizio stagione sembrava ostico ritrovare la quadra della rosa, dopo le inevitabili – ma non per questo meno dolorose – cessioni dei big offensivi Immobile e Cerci.

ATHLETIC CLUB BILBAO VS. TORINO

Già la gara d’andata, disputata in casa in un Olimpico d’altri tempi, aveva messo in mostra una squadra vogliosa, determinata e alla fine il risultato, al termine di un incontro disputato in modo gagliardo, era stato considerato comunque positivo, nonostante il pareggio con reti che, in teoria, pareva andare a vantaggio dei baschi, specie conoscendo la loro reputazione tra le mura amiche.

Insomma, in trasferta serviva una partita tutto cuore, ma anche tecnica, perchè non dimentichiamo che questi sono gli stessi che a inizio stagione, nei preliminari di Champions, fecero fuori nientemeno che il Napoli!

La vittoria, degna sì della storia granata, è stata sofferta, con ben tre reti siglate nel catino di Bilbao, tre splendide reti in rimonta, segno che il “tremendismo” da queste parti in fondo non è mai passato di moda.

Il fatto poi che i marcatori siano stati tre tra i maggiori interpreti della squadra significa poco o nulla, visto che non è banale affermare come a colpire in questo brillante scorcio di stagione, sia la compattezza e l’unione di un gruppo, che giochi questo o quell’altro la sostanza poco cambia.

Ieri tutti hanno giocato sopra le righe, con menzione speciale che mi sento di fare per due simboli di questa squadra come il “vecchio” Vives e l’immenso capitano Glik, che più di ogni altro incarna l’essenza del giocatore granata, e per un El Kaddouri troppe volte criticato, forse perchè da uno con il suo talento il tifoso si aspetta sempre qualche giocata “fuori classifica”.

E’ la sostanza targata Ventura il valore aggiunto, un tecnico che ha saputo tener duro, non scoraggiandosi quando i risultati stentavano ad arrivare e modellando via via un undici non fisso o stabile ma sempre equilibrato.

Molto ha aiutato il fatto che Quagliarella, uno dei principali candidati a sostituire i due totem offensivi ceduti in estate, abbia ingranato la quarta nel momento cruciale della stagione. L’attaccante napoletano non ha certo bisogno di presentazioni, ma ha pagato un duro scotto all’inizio quando la sua condizione fisica non era certo accettabile. L’ultimo arrivato, l’argentino Maxi Lopez, ha portato esperienza e molta motivazione, voglia di spaccare il mondo, dopo le ultime stagioni perse a immalinconirsi spesso in panchina, anche in squadre oggettivamente non così dotate tecnicamente come il Chievo.

Di Darmian pare scontato affermare come sia il gioiello del Torino, il Nazionale sulla bocca di tutti i migliori club italiani. Bravo Cairo a non aver ceduto a molte lusinghe di mercato e averlo trattenuto almeno fino a fine campionato.

Dicevamo che all’inizio è stato necessario lavorare di cesello, cercare di capire il reale apporto che molti nuovi nomi avrebbero potuto dare. Se il terzino fluidificante brasiliano Bruno Peres ci ha messo meno di un tempo per capire la serie A e diventare spesso padrone della sua fascia di competenza, mettendo in difficoltà quasi tutti i rivali (chiedere conferma anche agli juventini Evra e Vidal che ancora se lo sognano sfrecciare alle loro spalle), altri hanno necessitato di più tempo ma ora sono tutti elementi preziosissimi, oltre che “futuribili” (i vari Martinez, Benassi, Jansson).

Ieri sera i granata hanno dimostrato una volta per tutte che la strada intrapresa è quella giusta, come dimostra la splendida conferma in campionato. La partita ha ribadito che anche se la qualità di Immobile e Cerci forse non è stata del tutto compensata nei singoli, nel complesso niente è andato perduto dello spirito, della determinazione, della grinta, della voglia di imporre il proprio gioco, senza timore di farsi schiacciare da quello altrui.

E se è vero che 5 squadre italiane approdate tutte insieme agli Ottavi di Europa League rappresentano un vero record nella storia della competizione, giunti a questo punto tutto è possibile e nessuno può vietare sogni e speranze ai tifosi del Toro.

Il momento del Toro: si deve essere soddisfatti del campionato sinora svolto o si può ambire a qualcosa di più?

Reduce da due gare in cui è riuscito a incassare 4 punti, frutto del (quasi insperato) pareggio esterno a Napoli e della vittoria casalinga contro il Bologna, come giudicare sin qui il cammino del Torino di Ventura, stanziatosi in zona “tranquilla”, a pari con uno dei Milan più derelitti degli ultimi 30 anni, lontano dai bassifondi, appannaggio attualmente di squadre come il penalizzato alla viglia Siena, il deludente Bologna (altra nobile decaduta) e l’agghiacciante Genoa, la cui gestione tecnica “deleneriana” ha sin qui prodotto ZERO punti in 4 gare?

Se lo guardiamo con occhi ottimistici – e questo già suona ossimorico se riferito al Toro – i tifosi granata possono ritenersi soddisfatti: 14 punti in 12 gare significano molto: continuando con questo ritmo la salvezza potrebbe essere garantita al piccolo trotto. Se invece consideriamo che la zona B pare lontana, specie per le lacune altrui, allora sarebbe il caso di dare continuità in fretta ai risultati, magari condendo le prestazioni di una parvenza di gioco migliore, anche perchè si ipotizza che, prima o poi, Bologna, Sampdoria,  Genoa, Palermo, squadre in crisi di identità più che di risultati comincino a correre un po’ di più, specie le genovesi che paiono in grado di rialzarsi, osservando almeno i rispettivi roster.

Ma siccome sappiamo benissimo che nel calcio subentrano componenti talvolta misteriose e indirizzare le classifiche (e non parlo di accomodamenti di risultati, sia chiaro ma bensì di fattori contingenti che segnano il corso della stagione: infortuni, la ruota che gira male, problemi ambientali…) allora potrebbe davvero essere che le suddette squadre siano capitate nella classica annata no con il risultato che, anche una squadra che non sta facendo faville in campo come quella attuale granata, possa tranquillamente veleggiare verso metà classifica.

Io credo che, da neo promossi, e con il ricordo fresco di stagioni partite più in pompamagna e terminate con sonore delusioni (leggasi “retrocessioni inopinate”), possiamo pure essere positivi in merito alla stagione sin qui disputata dai ragazzi granata. La grandezza perduta è un marchio che ci appartiene e a quello status di “grande”  giustamente si ambisce ma non è questa la stagione giusta per fare, non dico voli pindarici, ma nemmeno per ipotizzare slanci di gran calcio. Ventura abbisogna di gente di qualità per far volare le sue squadre: nel recente Bari ne aveva!

Al Torino non occorre nemmeno un’eccessiva dose di grinta, da sempre richiesta a gran voce dai tifosi e considerata parte integrante del dna della squadra. Tolti Gazzi e Basha, fatico a ritrovare questa qualità in molti altri nostri interpreti. La tecnica pura poi è di ancora meno giocatori. Escluso Ogbonna, di categoria evidentemente superiore, il migliore pare l’ex talento prodigio Alessio Cerci, da sempre considerato un fenomeno, sin dai tempi delle giovanili romaniste (paragonato a Henry!) e delle nazionali giovanili azzurre. Eppure la sua carriera parla chiaro: ottime doti tecniche, fantasia al potere sulla fascia abbinate però a una personalità ancora da definire, con comportamenti fuori dal campo discutibili che certo non vanno a beneficio di una continuità di rendimento. Ho sempre ammirato e lodato Cerci per la sua progressione, i suoi colpi a effetto, la sua inventiva ma dopo il mezzo flop di Firenze – città in cui aveva dimostrato cosa sia in grado di fare se sorretto dalla perfetta concentrazione e “motivazione” giusta – ero piuttosto scettico sul suo impatto a Torino, nonostante ho ancora vivido il ricordo della sua super stagione a Pisa agli ordini del mister Ventura, il quale ha certamente influito tantissimo sul suo approdo al Toro.

Alti e bassi anche in granata finora ma anche la consapevolezza che davvero possa essere lui a darci il cambio di marcia necessario quando la partita pare addormentata e capitan Bianchi necessita di adeguati rifornimenti offensivi. A dire il vero, anche il suo contraltare Santana avrebbe tutte le carte in regola per innescare gli avanti, ma tolto Bianchi, anche lui tra l’altro al di sotto delle sue possibilità, appare solare come manchino gli uomini giusti per supportarlo, giacchè sia Meggiorini che Sgrigna stanno dimostrando di poter fare la differenza in cadetteria ma in A i gol risultano essere pochini per entrambi. Sansone, tolto l’exploit di Napoli, possiede tecnica cristallina ma è vittima di un equivoco tattico: a lungo sconfinato sulla fascia, stava smarrendo le sue caratteristiche da letale seconda punta, agile e efficace in zona gol. Stevanovic pare l’ombra di sè stesso, abulico sulla fascia (la sinistra, quella opposta rispetto all’anno scorso, dove furoreggiava come un invasato, in preda al furore agonistico). D’accordo che la massima serie non è la B, però mi aspettavo una maggiore personalità da parte dell’ex giocatore delle giovanili dell’Inter.

Sta invece ben figurando la difesa, con Darmian e D’Ambrosio, non certo due fulmini di guerra, ma molto abili nelle due fasi, a formare un solido equilibrio: se uno sostiene l’azione offensiva, al’altro rimane a protezione, non staccandosi dalla linea dei centrali. Ottimo Gillet, a volte concede troppo allo spettacolo coi suoi voli plastici, ma è una sicurezza.

Perchè lamentarsi quindi in fondo? Il fatto è che, tolto il roboante risultato esterno di Bergamo – squadra l’Atalanta fortissima in casa, come dimostra la vittoria meritata ieri sera contro l’inter – sembra mancare il gusto del gioco, non dico le idee ma un po’ di coraggio quello sì! La squadra è brava a contenere, a non far ragionare l’avversario, ma raramente mostra sprazzi di bel gioco, una bella azione manovrata. Sperando sia solo questione di tempo, ci godiamo la classifica ma la sensazione è che la squadra in campo potrebbe osare di più, aggredire l’avversario, intimorirlo maggiormente. Poi si guarda dietro e ci si accorge di come molte squadre abbiano problemi ben peggiori e allora ci si auspica che questo possa essere un campionato di transizione, nell’attesa però di provare emozioni un po’ più intense, magari legate a obiettivi più prestigiosi. Solo utopia?

AAA difensori centrali cercasi. Che si possa riformare la coppia Bonucci-Ranocchia in bianconero?

Il calcio mercato sta entrando nel vivo in queste settimane, nonostante (o forse grazie a) l’Europeo sia in piena fase di coinvolgimento. Un tempo, nemmeno troppo remoto, competizioni come un Europeo o un Mondiale, diventavano occasioni per conoscere calciatori, testare alla prova del campo presunti talenti e magari provare a scommettere sul nome “nuovo”.

Ora il nome “nuovo” è impossibile da scovare, la tv massificata e il web che aggiorna costantemente ogni situazione di ogni campionato, anche quello più sperduto, se da una parte hanno fatto sì che gente come me andasse in brodo di giuggiole (insomma, più informazioni ci sono, meglio è) allo stesso tempo hanno tolto una sorta di curiosità, di magia sul da farsi, volendo essere romantici ad ogni costo. Così, un terzino interessante come il colored ceco Gebre Selassie, dopo un paio di partite buone, poteva tornare utile per qualche  squadra italiana (la Roma?). Macchè, come anticipato in altre sedi, in pratica era già stato promesso al Werder. Difficile poi che, in tempi di magra come questo che stiamo vivendo, si possano fare certi investimenti in Italia. Chi vende bene è certamente l’Udinese, capace di fare delle plusvalenze da urlo (ultimo caso, i 36 milioni complessivi guadagnati per Isla e Asamoah dalla Juventus, una delle poche società italiane con soldi freschi da spendere).

Si punterà molto sul mercato interno, credo, almeno quello di solito diventa un’ancora di salvataggio per coloro i quali, più che i soldi, devono mettere sul piatto l’ingegno.

Lunga premessa per dire che, da qualche giorno a questa parte, in sede di mercato, oltre che  top player (odio questa parola) veri e presunti, sembra che a tenere banco siano alcuni tra i nostri migliori difensori centrali.

Su Astori si erano mossi il Milan prima e poi la Roma, e quest’ultima potrebbe essere in pole, considerando che probabilmente non otterrà il prestito del danese Kjaer (peraltro a mio avviso molto sopravvalutato). Il fatto è che la squadra di Cellino molto probabilmente finirà per cedere l’altro centrale difensivo, il 27enne Canini, anch’egli di gran talento e appetito dall’Atalanta (nel cui florido vivaio è cresciuto) e soprattutto dal Torino, a un passo dall’acquisto. Così Astori (classe ’87)  in bilico fino all’ultimo per partecipare all’Europeo, dovrebbe rimanere un altro anno a Cagliari.

Le mosse del Milan da tempo portano a Acerbi, autentica rivelazione del Chievo nella stagione appena conclusa. Lunga gavetta, nonostante la giovane età (è un 88). Dalla Lega Pro di Pavia alla cadetteria di Reggio Calabria, dove già l’anno scorso aveva dimostrato meraviglie, assieme a un altro talento emergente di difesa, Adejo, di un anno più giovane.

Con il riscatto della comproprietà da parte del Genoa, che deteneva il suo cartellino  insieme al Chievo, il giocatore finirà al Milan, così come da accordi presi con la squadra di Preziosi. Acerbi ha pazientato durante tutto il girone di andata, aspettando il suo turno ma, una volta entrato, non ha più concesso presenze ai suoi rivali, essendo comunque i vari Cesar, Morero, Mandelli degli onesti mestieranti ma nulla più. Con Andreolli (su cui è stato smentito un suo ritorno all’Inter), Acerbi ha formato una delle più interessanti coppie difensive della serie A. Tutte le big, dal Milan all’Inter, dalla Roma alla Juventus hanno chiesto informazioni su di lui, e alla fine come scritto sopra, la spunterà il Diavolo. Non un nuovo Nesta, per carità, ma alla fisicità e alla velocità, Acerbi unisce una buona tecnica. Un giocatore su cui provare a scommettere, insomma.

Solitamente il passaggio da una realtà di provincia a una squadra in lotta per grandi vertici provoca una situazione ambivalente. Chi supera la prova, sia da un punto di vista caratteriale che tecnico, diventa un “big”, chi invece non emerge è destinato a tornare in una società meno ambiziosa. Esistono le eccezioni, le seconde possibilità, per carità. E forse è a questo che sta pensando Antonio Conte nei confronti di Andrea Ranocchia, suo pupillo all’Arezzo e protagonista a Bari.

Da un anno e mezzo all’Inter, non si può proprio dire che Andrea abbia convinto gli scettici, anzi, forse è riuscito pure a scoraggiare chi in lui davvero rivedeva un erede legittimo dei grandi difensori di scuola italiana. Io continuo a pensare che sia un ottimo giocatore, probabilmente gli manca la cattiveria giusta, la personalità prorompente, sembra timido e sulla difensiva, metaforicamente parlando.

Ma un addetto ai lavori, un addetto di mercato, deve capire se sull’ex prodigio Ranocchia (classe ’88) si può ancora puntare, magari fidandosi di chi meglio lo conosce. Se davvero Andrea andasse alla Juve (ma la stima nei suoi confronti nell’ambiente è tanta, basti pensare che pure il Mancio del Manchester City e Ancelotti del Paris St Germain stanno provando a sondare il terreno con l’Inter), potrebbe riformare con Bonucci la coppia d’oro di Bari.

Tutti gli appassionati di calcio hanno negli occhi la stagione favolosa della squadra pugliese due anni fa, agli ordini di Ventura, ideale prosecutore del disegno di Conte. Di quel bel giocattolo, i fiori all’occhiello erano indubbiamente i due talenti al centro della difesa, che sin dalla primissima giornata, seppero imbrigliare i fortissimi attaccanti interisti. Da lì un crescendo di prestazioni, con i due complementari e perfetti insieme, abili sia con i piedi (forse sin troppo, infatti Bonucci ogni tanto si concede dei rischi) che con la “testa”. Ciò che colpiva era la grande intelligenza calcistica di entrambi, la loro affinità. Ricordo bene come i loro nomi da lì a pochi mesi finirono dritti nei taccuini di mezza Europa (si parlava di Arsenal, Manchester Utd, oltre che di tutte le big italiane).

Il resto è storia, con Bonucci in difficoltà nel primo anno juventino con Delneri alla guida (ma in fondo, in quella stagione delusero proprio tutti) e in pieno riscatto in quello successivo, con tanto di scudetto conquistato da titolare. Ranocchia invece, tra infortuni più o meno seri, e amnesie (come nella gara contro il Bologna, nella quale regalò un gol a Di Vaio con uno stop assai impreciso), a immalinconirsi in panchina nell’Inter.

Sarei proprio curioso, lo ammetto, di vedere ricomposta quella splendida coppia che aveva fatto sognare i tifosi del Bari. Io darei un’altra chance ad Andrea, le sue qualità erano davvero evidenti. Poi, è chiaro, la Juve può vantare i difensori titolari della Nazionale (Chiellini e Barzagli) ma avere in ogni caso un ct come Conte che ti stima potrebbe sbaragliare le carte in campo; per questo credo davvero che la voce che vuole la Juve interessata a Ranocchia sia tutt’altro che infondata e, anzi, sia il preludio a un ottimo affare di mercato.

Torino… manca solo un punto!

La matematica non è un’opinione, una frase sin troppo ovvia utilizzata in più ambiti della nostra esistenza. Associata al calcio, però diviene formula atta a rassicurare o scoraggiare intere schiere di tifosi che, spesso si affidano a conti, pronostici e scommesse – in senso buono – per trarre bilanci e opinioni definitive.

Dunque, la matematica… quella che, a dire la verità, manca ancora al Torino per poter festeggiare, anche se “quel” punticino che ancora manca sembra non spaventare più di tanto il popolo granata, solitamente così scaramantico da ridurre facili entusiasmi. Ma se persino il sobrio Ventura si è concesso il lusso di festeggiare in mezzo al campo tra tifosi in delirio e giocatori ebbri di gioia, forse è il caso di gridare, cantare, saltare e riconoscere che il grosso del lavoro è stato davvero compiuto egregiamente.

Troppi anni separavano il Toro dalla massima serie, la B sembrava ormai assimilata, anche se mai digerita dall’esigente pubblico granata, che convive da sempre con un destino beffardo, quello di non aver mai potuto gioire del tutto dei successi, visto che il fato, la storia, la leggenda è sempre dietro l’angolo.

Torino, nonostante l’agguerrita concorrenza, ce l’hai davvero fatta e i meriti sono da dividere a tutti i giocatori della rosa, sapientemente guidata da un tecnico navigato ma ancora innovativo, curioso, moderno nell’interpretazione della gara e abile nella capacità di saper far giostrare al meglio i suoi giocatori, esaltandone le caratteristiche.

Protagonisti attesi e nuovi, vecchi e giovani hanno confezionato il campionato (quasi) perfetto, forte di esperienza, grinta, tecnica e concretezza, più che di spettacolo puro.

Ecco il mio omaggio a un gruppi di  calciatori che ha contributo a questo splendido traguardo:

1 Davide Morello – poche volte chiamato in causa, il portiere che Ventura conosceva dai tempi di Pisa è il classico dodicesimo esperto e affidabile, sempre pronto alla bisogna

3 Danilo D’Ambrosio – parte col freno a mano tirato, rincalzo di Darmian ma, specie nel girone di ritorno, ha modo di farsi valere, segnando gol pesanti e correndo sulla fascia destra come ai tempi del primo anno granata. Rivalutato in extremis

4 Migijen Basha – l’atipico biondo svizzero sfodera prestazioni maiuscole, prediligendo atletismo e dinamismo alla pura qualità, che pure è in grado di assicurare. Seconda promozione consecutiva dopo quella di Bergamo: portafortuna.

5 Valerio Di Cesare – se ai tempi del suo precoce passaggio al Chelsea sembrava l’erede di Nesta, con gli anni ha dimostrato la sua affidabilità, pur non avvicinandosi a simili vette.

6 Angelo Ogbonna – l’orgoglio granata, prodotto del vivaio, insuperabile, pronto per una Grande, anche se il sogno di un tifoso sarebbe quello di vederlo diventare davvero grande con la sua squadra del cuore. DEVE andare agli Europei, non ci sono in Italia tanti difensori migliori di lui

7 Mirco Antenucci – abile sia in attacco che sulle fasce, dove appare un po’ sacrificato, lui così affine con le reti avversarie. Non lesina mai impegno e volontà, un grande!

9 Rolando Bianchi – a livello realizzativo il Capitano non incappa nella sua migliore stagione ma resta un simbolo della squadra, un leader, oltre ovviamente a un grande attaccante che si merita una carriera da protagonista in A, come ai bei tempi di Reggio

10 Alessandro Sgrigna – in avanti per lunghi tratti vigeva il turn over più ferreo ma Sgrigna ha fatto valere più volte la sua tecnica cristallina, da vero fantasista offensivo. Ha onorato la maglia numero dieci, che qui a Torino ha davvero un significato particolare.

11 Manuel Iori – poco appariscente ma terribilmente efficace il play granata, che come un diesel non si ferma mai. Ordinato e preciso, mai una giocata fuori posto

16 Luciano Zavagno – altro fedelissimo di Ventura, che l’ha scelto per la sua esperienza e affidabilità, non ha praticamente mai giocato.

19 Alen Stevanovic – super talento della serie cadetta, ormai pronto per grandi palcoscenici da conquistare sotto la Mole. Una furia sulla destra, un giocatore trasformato rispetto al timido laterale visto all’opera l’anno precedente. Determinante in più occasioni

20 Giuseppe Vives – giocatore universale, esperto, opera in tutta la zona mediana ma all’occorrenza anche sulle fasce. Concede poco alla platea ma il suo lavoro si sente eccome

22 Stefano Guberti – a lui va l’oscar della sfortuna! Pezzo pregiato della campagna acquisti si rompe subito per infortunio. Torna quando la squadra è già ben oliata ma come lui pochi sanno giocare sulla fascia, visto come riesce ad abbinare perfettamente qualità e quantità.

23 Sergio Suciu – il giovane rumeno, torinese d’adozione, da sempre colorato di granata, gioca poco ma mostra doti interessanti, non più mezzapunta come nelle giovanili ma vero e proprio regista. Confidiamo nel suo pieno recupero e in un maggior minutaggio.

25 Kamil Glik – probabilmente andrà all’Europeo e parte del merito è anche di Ventura che lo ha sponsorizzato a dovere. Grezzo, apparentemente lento ma pure fortissimo nel gioco aereo e mai a disagio, possedendo una forte personalità

27 Giuseppe De Feudis – preziosissimo gregario, quando gioca fa bene la sua parte di disturbatore silenzioso. Corre come un robottino, si appiccica al regista avversario, riuscendo spesso e volentieri a limitarlo. Averne di riserve così!

28 Alessandro Parisi – il terzino sinistro, già in Nazionale, è un altro degli uomini di Ventura. Ormai ultratrentenne limita le discese in fascia, una volta innumerevoli, ma garantisce grande rendimento.

30 Salvatore Masiello – anche lui a Bari (ma non solo) con il tecnico, si è fermato a lungo per infortunio. Può giocare su tutta la fascia mancina, bravo sia come terzino che come laterale offensivo.

33 Juan Surraco – meno arrembante del contraltare Stevanovic, ma dotato di maggior tecnica, quando gioca mostra spesso numeri d’alta scuola. Non ancora esploso secondo le sue potenzialità ha esaltato spesso i tifosi con i suoi dribbling alla Claudio Sala

34 Ferdinando Coppola – portiere affidabilissimo, si infortuna gravemente nella seconda parte della stagione, cedendo giocoforza il suo posto a Benussi

36 Matteo Darmian – sembrava timido e acerbo nel ruolo di terzino destro, invece si è fatto trovare pronto. Umile, volenteroso, il classico bravo ragazzo che però sa anche tirar fuori gli artigli quando occorre, come tradizione granata insegna.

50 Francesco Pratali – non ha giocato moltissimo l’esperto centrale ex empolese, ma fisicità e tecnica gli appartengono e non si tira certo indietro quando viene chiamato in causa

69 Riccardo Meggiorini – arrivato a gennaio dopo la delusione novarese, ha una voglia matta di riconquistarsi sul campo la massima serie. Entra nel cuore dei tifosi con la sua grinta, il suo furore e i suoi gol sempre decisivi.

77 Christian Pasquato – mezzapunta che in B può fare la differenza, con un magico piede destro, specie su punizione, si è inserito bene nei meccanismi della squadra, pur contribuendo poco in termini di gol

90 Nnamdi Oduamadi – il talento è innegabile e la carta di identità gioca certo a suo favore. Per l’ex milanista una serie di belle giocate, soprattutto nel girone di andata, la giusta esperienza che va accumulandosi per diventare sempre più protagonista

92 Simone Verdi – per il ventenne prodotto delle giovanili del Milan una bella stagione, fino all’arrivo di tanti validi interpreti nel reparto offensivo che hanno finito inevitabilmente per sopravanzarlo nelle scelte del mister. Ala destra o sinistra velocissima, in possesso di buona tecnica.

99 Francesco Benussi – scende di categoria per contribuire alla grande alla promozione del Toro. Ricco di personalità, in grado di guidare la difesa da leader.

Il Torino sta tornando!

Ho assistito ieri alla gara del Bentegodi tra Hellas Verona e Torino, non solo (o non più) due nobili un po' appannate della storia del nostro calcio, ma finalmente anche due belle realtà, seppur molto differenti. Di simile c'è la passione che caratterizza le tifoserie, la vita stessa dei due team, che ormai centenari, possono vantare un pubblico degno della miglior serie A. Ma ai nastri di partenza di questa interessante serie B, le due squadre si presentavano con obiettivi, aspettative e, soprattutto, stati d'animi diversi, forse opposti. L'Hellas giunto finalmente in B dopo sin troppi anni di purgatorio (sono stati d'altronde gli anni più bui in assoluto della compagine gialloblu), al termine di una rincorsa folle iniziata al termine della stagione scorsa, quando l'ottimo Mandorlini prese in corsa una squadra agonizzante; il Torino invece, svuotato nell'animo dall'ennesima stagione avara di soddisfazione, che nel vocabolario granata, significa come minimo che la serie A la devi raggiungere: te lo imponi il blasone!
E invece il lanciatissimo Lerda non è riuscito a rivitalizzare un ambiente ostile e preoccupato dai problemi societari (veri o presunti, perchè l'impegno e la passione del patron Cairo non è davvero mai venuto meno). Il Torino, guidato dal navigato ma sempre moderno e alla ricerca di sfide Giampiero Ventura, ha scelto un profilo medio, non svenandosi per campioni da serie A, ma cercando quei giocatori che meglio si adattassero agli schemi, portatrori spesso e volentieri di spettacolo, del mister. Escluso Guberti, malaugaratamente messo subito fuori gioco da un grave infortunio (la sfiga è dura a morire da queste parti), gli altri innesti sono di categoria, nomi poco roboanti ma efficaci per far quadrare il cerchio. Sono rimasti tra mugugni e false speranze, dettate più che altro dai manager, le due stelle riconosciute, capitan Bianchi (uno che avrebbe i numeri per giocarsela coi migliori bomber di serie A) e il difensore prodotto del vivaio Ogbonna, così forte e promettente da essere giù stato convocato in più occasioni da Prandelli per la Nazionale. Poi, buoni giocatori, magari in cerca di rilancio dopo le illusioni della serie A (penso al regista Iori, mai esploso al Chievo), ottime individualità per la B (come Antenucci e Sgrigna, entrambi in cerca di rilancio), giovani da scoprire o da lanciare definitivamente (i due laterali offensivi Stevanovic, ex primavera Inter e Surraco, scommessa dell'Udinese), infine atleti che Ventura conosce bene e apprezza, considerandoli in grado di mettere l'ultimo sigillo a carriere più che soddisfacenti (il terzino Parisi, l'argentino Zavagno che ha allenato a Pisa). Una rosa magari non al livello qualitativo delle super favorite Sampdoria – che però deve fare i conti con il contraccolpo psicologico dovuto alla retrocessione – e Padova, magari poco abituato a certe pressioni. Per questo il Toro può davvero dire la sua quest'anno, specie dopo averlo visto all'opera contro il Verona, squadra che – per inciso – stava mostrando un gran bel calcio contro tutte le avversarie e un assetto di gioco perfetto per valorizzare al massimo Gomez o Halfredsson. Ma ieri, l'argentino mancava e l'altro esterno D'Alessandro è stato "costretto" a partire dalla panchina, visto che Mandorlini ha dovuto per causa di forze maggiori cambiare tattica, rinunciando al letale tridente. E così il Torino ha vinto su più fronti: sulla personalità, sulla tecnica, sul gioco, sui singoli giocatori, dimostandosi in grado di capitalizzare – proprio come fanno le grandi squadre – 3 occasioni su 3 con gli uomini più forti (Bianchi, Sgrigna e un subentrato Ebagua) e più in generale di decidere a proprio piacimento quando accellerare, quando rallentare, quando imporre il proprio gioco e quando rifiatare. Davvero un gran bel Toro… ma che spavento sulla via del ritorno quell'incidente! Nell'impatto con il tir hanno perso la vita due ignare persone con la loro auto, evitando la strage per i giocatori granata, in viaggio in pulmann.
Passata la paura, ma non lo shock per ciò che è successo alle due giovani vittime, ora il Toro non si vuole più fermare.