Amarcord Italia Under 17 ai Mondiali di calcio: quando a giocare erano i giovani Del Piero, Totti e Buffon

Alla vigilia del Mondiale di calcio Under 17 che avrà il via stasera con le partite del Gruppo A, dove è inserito il Brasile padrone di casa, e che vedrà impegnata a distanza di 6 anni dall’ultima partecipazione anche i nostri giovani azzurri, mi sembrava doveroso ripercorrere con voi lettori un po’ di storia della nostra Nazionale in questa prestigiosa manifestazione.

Un’ Italia che a livello di Under 17, ai Mondiali, non ha mai particolarmente brillato in passato, anzi… rispetto alle corrispettive compagini azzurre impegnate nel Mondiale Under 20, capaci di giungere in semifinali nelle ultime due edizioni, il bottino è davvero gramo.

Eppure hanno calcato questi iridati prati verdi giocatori poi divenuti autentici campioni: il primo pensiero va ai futuri Campioni del Mondo Del Piero, Buffon e Totti.

Il primo era la stellina azzurra nell’edizione giocata in casa nel 1991, finita in modo assai deludente, con una precoce eliminazione nella fase a gironi. Proprio oggi ho visto dal sito di Sky Sport uno spot in cui si può vedere l’unico sigillo di Alex in quella competizione.

Nel filmato si può riconoscere in area vicino a lui il numero 9, un certo Eddy Baggio, fratellino del Divino Roby, che meno fortuna (e molto meno talento, giusto dirlo) certamente ebbe sia rispetto a lui, che allo stesso ex compagno di nazionale giovanile Del Piero.

In quella rosa militavano altri giocatori che comunque si tolsero delle soddisfazioni tra i professionisti, con molte presenze in serie A, come i difensori Sartor (all’epoca tra i più precoci e costosi talenti del calcio nostrano) e Mirko Conte, o il portiere Sereni e i difensori Birindelli e Moro, anche se questi ultimi tre, a onor del vero, non giocarono titolari in quel Mondiale, lasciando il posto rispettivamente a Mainardis, a Rinaldi e a Tortorelli, che ebbero meno successo in carriera.

In mezzo al campo promettevano moltissimo il romanista Caputi, il torinista Della Morte (che indossava la 10, laddove il non ancora Pinturicchio aveva la 7, poi riproposta al Mondiale vinto in Germania, e presa proprio in ricordo di quella primissima importante competizione della sua lunghissima carriera), il viola Chiummiello e il bolognese Lorusso.

Mentre Caputi e Della Morte non esplosero in serie A ma fecero una soddisfacente carriera tra seconda e terza serie, Chiummiello “misteriosamente” non calcò praticamente mai i campi professionistici, nonostante indubbie doti tecniche. Del pugliese Graziano Lorusso, talentuosissimo regista del Bologna, ebbi invece modo di scrivere anni fa in un articolo sul Guerin Sportivo dedicato a quei giocatori che avevano abbandonato anzitempo il rettangolo verde per dedicarsi a tutt’altro nella propria vita. E nel caso di Lorusso, la scelta fu tanto radicale quanto autentica, essendo diventato sacerdote dopo un lungo e sospirato percorso.

A centrocampo giostrava l’atalantino Poloni, un talento cristallino, che debutterà a 18 anni in serie A per abbandonarla però subito, mentre il capitano di quella compagine era il fiorentino Giraldi. Quest’ultimo sembrava davvero poter ripercorrere le orme dei grandi “liberi” e forse pagò in carriera proprio la snaturalizzazione del ruolo, cosicchè agendo da difensore prima e da centrocampista poi, il suo nome finirà per campeggiare soprattutto nelle serie minori, anche se alla fine riuscirà a mettere insieme molte presenze da professionista. Completano il quadro di quella spedizione azzurra altri giocatori di cui si persero presto le tracce al momento di approcciarsi al calcio che conta, penso all’eclettico Sala (solo omonimo del coetaneo difensore che vinse uno scudetto col Milan di Zaccheroni) e al forte attaccante Cerminara. Il primo, se non altro, dopo un fugace esordio in A con la Sampdoria, si è ritagliato un ruolo di assoluto protagonista nelle serie minori professionistiche, giocando a lungo e divenendo un autentico veterano della serie C.

Anche il Mondiale di Buffon e Totti non andò benissimo, gli azzurrini pur in possesso di qualità tecniche, fecero poca strada. Accanto a loro figuravano futuri giocatori professionisti che in qualche modo brillarono, magari per poche stagioni, e promesse mancate: penso ad esempio al laterale Vigiani, i difensori Giubilato – che lo stesso Totti ricorda più volte nella sua autobiografia – e Francesco Coco, i due attaccanti milanisti Augliera e De Francesco e l’esterno mancino Dossi, stella del Brescia (che in Nazionale spesso e volentieri indossava la 10).

Per fortuna su You Tube si trovano diversi filmati, seppur brevi, delle prime apparizioni di Totti in quel Mondiale, e relativi bellissimi gol. Quando il talento è così debordante, viene fuori quasi con prepotenza. Eppure, scorrendo i nomi delle varie edizioni, compreso quelli già elencati delle edizioni del 1991 e del 1993, si può ben constatare come invece ben pochi riescano a esplodere ad alti livelli, esprimendo appieno le loro grandi potenzialità.

Non sempre i migliori diciassettenni di un periodo, di una determinata epoca, quelli chiamati a rappresentare le nazioni partecipanti alla competizione mondiale, diventeranno poi dei campioni. Chi a causa di infortuni, chi per scelte sbagliate, chi semplicemente perchè non in grado di mantenere le promesse, insomma, per i più svariati motivi, sono di gran lunga di più i giocatori che non arrivano a vestire da protagonisti la maglia Azzurra dei grandi (e la cosa ovviamente vale anche per le altre nazionali).

In fondo già che i citati Del Piero, Totti e Buffon siano giunti ad alzare al cielo la Coppa del Mondo del 2006 è motivo d’orgoglio: nelle rose dell’Italia partecipanti ad altre edizioni più recenti del Mondiale Under 17, ad esempio, non figura nessun futuro campione.

Tra gli ’88 che presero parte all’edizione del 2005 in pratica il solo De Silvestri, attualmente a Torino ha speso l’intera carriera in serie A dagli esordi con la Lazio, ma altre stelle conclamate di quella Nazionale non hanno mantenuto le attese. Se è vero che Scozzarella e Alfonso sono tutt’ora nella massima serie (rispettivamente al Parma e al Brescia), dopo una lunga carriera nelle serie minori, gente come Russotto e Foti avevano i mezzi per fare molto di più, per essere protagonisti ad altissimi livelli. Il primo ormai da anni milita in serie C, dove è valido “giocatore di categoria”, in possesso ancora di ottimi colpi; il secondo invece da anni ha appeso le scarpe al chiodo, dopo una serie interminabile di infortuni.

Sembravano avviati a una buona carriera, visti i mezzi tecnici a disposizione, anche l’ex romanista Palermo, regista di centrocampo attualmente alla Viterbese e che non ha praticamente mai visto la serie A e il terzino sinistro Brivio, per il quale ancora minorenne si spesero paragoni importanti, quanto inappropriati, ai tempi in cui passò dal vivaio dell’Atalanta a quello della Fiorentina. In rosa figurava da comprimario anche Mancosu, all’epoca talento del Cagliari, e che dopo un lungo peregrinare in serie C, ha trovato a Lecce l’ambiente ideale per mettere in mostra le sue qualità, arrivando a 30 anni suonati a disputare finalmente il campionato di serie A da autentico uomo simbolo dei salentini. Una serie A in cui sta dimostrando di poterci stare benissimo, oltretutto in un ruolo cruciale come quello di trequartista.

Fece decisamente meglio la Nazionale partecipante all’edizione del 2009, quella dei ’92 per intenderci, che dopo aver agevolmente passato la fase a gironi, passò gli ottavi, per perdere infine il confronto diretto ai quarti di finale contro i futuri campioni del Mondo della Svizzera.

Nella nostra squadra i talenti più fulgidi, sui quali veniva da scommettere ad occhi chiusi erano El Shaarawy e Federico Carraro. Del primo si sa tutto, è un gran talento indubbiamente, ma in parte inespresso, mentre il secondo (ex Fiorentina) si è perso purtroppo tra prestiti infruttuosi nelle serie minori (fino a scendere episodicamente fra i dilettanti), prima di riprendere la risalita, almeno da arrivare a giocare in serie C da protagonista come sta facendo negli ultimi due anni tra Imolese e Feralpi Salò.

In porta Perin fu uno dei migliori portieri di quel Mondiale e sta disputando, infortuni a parte, una bella carriera in serie A;  gli altri nomi su cui era lecito aspettarsi di più erano gli attaccanti Iemmello, gran fromboliere al momento solo in B e in C, i centrocampisti Crisetig (che, essendo un ’93 era il piccolino del gruppo) e Fossati (attualmente regista del Monza di Berlusconi) e i difensori Sini e Camilleri, quest’ultimo “scippato” giovanissimo dal Chelsea, prima di rientrare mestamente in Italia e iniziare un vorticoso giro di esperienze nella nostra serie C.

Titolari giocavano anche i figli d’arte Benedetti e De Vitis che, curiosamente, si sono ritrovati compagni di squadra molti anni dopo al Pisa, dove tutt’ora militano in serie B. Come terzino destro, ma utilizzabile talvolta anche davanti alla difesa, c’era Felice Natalino, su cui l’Inter puntava fortissimo dopo averlo prelevato un anno prima dal Crotone. La sua storia ormai è nota, con il giovane costretto a ritirarsi dal calcio giocato ad appena 21 anni per un problema cardiaco, lo stesso costato alla vita al povero Piermario Morosini.

E veniamo così all’ultima nostra partecipazione a questa prestigiosa competizione, datata 2013 e con protagonisti i giocatori del ciclo ’96/’97, e che quindi oggi, superati i 20 anni si trovano nella piena fase di crescita calcistica. In grado di passare più o meno agevolmente il loro girone, i Nostri vennero poi sconfitti senza appello agli ottavi per 2 a 0 contro i futuri finalisti del Messico (a loro volta poi sconfitti dalla Nigeria).

Dicevamo, si tratta di giocatori che adesso viaggiano tra i 22 e i 23 anni, quindi qualcuno dovrebbe già aver consolidato la sua posizione ad alti livelli, avendo finito anche il ciclo dell’Under 21. Invece, non si trattò di un biennio alquanto prolifico, con la maggior parte dei protagonisti ancora inespressi, alla ricerca della stagione di consacrazione o di salire di categoria. A ben vedere i soli Audero, portiere ex Juve in forza alla Sampdoria, e il terzino Calabria, da sempre al Milan, giocano titolari fissi in serie A con ambizioni legittime di far parte del giro Azzurro che conta, altri invece stanno pian piano emergendo o sono in massima serie in cerca di spazio. Tra questi l’arrembante interista Dimarco, l’attaccante del Cagliari Cerri, il fantasista granata Parigini, il gialloblu ex Napoli Tutino e il doriano ex Inter Bonazzoli ma, come detto, la maggior parte di loro sta annaspando (su tutti quello che è stato veramente un enfant prodige del nostro calcio: il portiere Scuffet, che alterna buone cose a disattenzioni incredibili anche allo Spezia in B, dove gioca tutt’ora. Chissà però se altri di quella rosa, come Vido, scuola Milan ora al Perugia, il regista Palmiero, vivaio Napoli ora al Pescara o l’ex romanista Capradossi, centrale difensivo che a Trigoria qualcuno paragonava addirittura ad Aldair, riusciranno a calcare i campi di serie A…

Insomma, a conti fatti, i precedenti dell’Italia al Mondiale Under 17 non sono certo incoraggianti ma nel calcio giovanile non esistono delle gerarchie stabilite e possono nascere dei cicli di giocatori validi a qualsiasi latitudini.

Noi, in ogni caso, abbiamo una storia, una scuola, solide basi e, da qualche anno a questa parte anche dei valori riconosciuti, come testimoniano le recenti finali conseguite agli Europei Under 17 e Under 19. La strada pare tracciata, ma occorre iniziare a fare risultati, sempre tenendo presente che l’obiettivo di ogni squadra giovanile è in primis quella di formare dei bravi professionisti.

 

La nuova vita lontano dal rettangolo verde di gioco. Storie curiose di ex calciatori che, lasciato un sogno, si dedicano a tutt’altro

Ha destato curiosità la recente decisione di Juan Antonio, ex calciatore tra le altre di Brescia e Sampdoria, di appendere le scarpe al chiodo a soli 27 anni per dedicarsi a tutt’altro.

Juan Antonio, da centrocapista a musicista: la sua è solo l'ultima storia bizzarra di ex calciatori che cambiano vita una volta appese le scarpe al chiodo

Juan Antonio, da centrocapista a musicista: la sua è solo l’ultima storia bizzarra di ex calciatori che cambiano vita una volta appese le scarpe al chiodo

L’argentino, da tempo ormai stabilmente in Italia, aveva progressivamente perso il treno che conta, finendo con l’abbattersi psicologicamente e palesando sempre più difficoltà a imporsi, nemmeno una volta sceso in categorie inferiori rispetto a quelle in cui aveva brillantemente esordito. Ma il suo non è un caso isolato, se andiamo a scorrere una parziale lista di coloro che, smesso con il calcio giocato – per i più svariati motivi – hanno intrapreso strade del tutto diverse.

L’argentino, classe 1988, nativo di Trelew in Patagonia, da giovane si ritrovava spesso a duettare nella nazionale Under 17 del suo Paese con un certo Kun Aguero, andandosi ben a integrare con lui, aitante e robusto, laddove l’asso del City era di contro rapido e sgusciante. Lo allena Passarella che gli predice un grande futuro al River, dove in effetti arriva a bruciare le tappe, fino alla chiamata del Brescia, società da sempre attivissima in fase di scouting. Era il 2010 e l’anno precedente la gloriosa società di Buenos Aires si era ritrovata indebitata e di fatto costretta a privarsi dei suoi migliori talenti. La squadra conoscerà l’onta della Segunda Division ma il fantasista, rimasto comunque nei ranghi grazie all’intervento dell’estimatore Passarella, vive da attore non protagonista quel brusco declino, essendo per la gran parte della stagione infortunato e ai margini. Nel Brescia, dopo una prima fase di ambientamento, con conseguente passaggio in prestito all’Ascoli, pian piano emerge, grazie alla sua propensione offensiva, ben compensata da doti fisiche che lo impongono all’attenzione generale del campionato cadetto. Juan Antonio incarna alla perfezione il prototipo del calciatore moderno, abbinando qualità tecniche e atletiche, velocità e senso del gol. Viene impostato alla bisogna anche come mezz’ala o tornante, oltre ai ruoli originari di fantasista e seconda punta. Insomma, il ragazzo comincia ad attirare attenzioni importanti, e il primo step è il passaggio alla Sampdoria, con la quale, dopo aver contribuito con buone prestazioni nei decisivi playoff alla promozione della squadra, esordirà in serie A. Voci non del tutto confermate lo danno vicino anche a società blasonate quali il Milan, l’Inter (che lo aveva trattato sin dai tempi del Sudamericano Under 17) e club europei. L’impatto con la massima serie è tuttavia duro e gli spazi si restringono, cosicchè tornerà in prestito già a gennaio al Varese in serie B, in una dimensione più congeniale. Sarà l’inizio di una vorticosa parabola discendente, tra infortuni, incomprensioni, scelte di piazze alle prese con varie problematiche – vedi Varese e Parma – che lo condurrà fino alla Feralpi Salò, in Lega Pro, nel giro di due stagioni e mezzo. Neanche qui l’argentino riuscirà a tornare protagonista, pur essendo in possesso di evidenti doti tecniche superiori per la categoria. Ma in queste serie, si sa, conta anche la predisposizione, la vis pugnandi, una buona componente caratteriale, anche solo per sopravvivere. Con il fallimento del Parma, che ne deteneva il cartellino, al termine della scorsa stagione, si ritrovò svincolato e, nonostante ormai i molti contatti col mondo del calcio italiano, cominciava in lui a balenare in testa l’idea di mollare tutto e di tornare nella propria Terra. D’altronde realisticamente aveva compreso che non sarebbe più tornato ai livelli di un tempo e, senza procuratore, le chiamate dei club tardavano ad arrivare. Rientrato in estate In Argentina dai propri affetti, riprese in mano la chitarra, strumento da sempre amato e strimpellato in gioventù. Il fratello, a capo di una rock band, lo chiamava talvolta a provare con lui, e da lì si riaccese la scintilla. Ad ottobre, poco più di un mese fa, è giunta ufficiale la notizia del suo definitivo ritiro e l’inizio di una nuova avventura nei panni di una (futura?) rock star!

Nella storia recente del calcio, altri esempi sono passati ai posteri, di calciatori che, pur avendo tutto e pur essendo nell’immaginario di molti aspiranti calciatori come modelli di persone di successo, soldi e benessere, decidono di abbandonare questo mondo, non sempre dorato, per tuffarsi in altre imprese, spesso ancora più improbabili. Solitamente avviene verso la fine della carriera, quando le motivazioni ormai sono in fase calante, così come la forma fisica e le prestazioni sul rettangolo verde di gioco. Ma può capitare che anche pesanti infortuni o situazioni più gravi, di disagio psicologico o di altro tipo, possano indurre a simili decisioni.

E’ successo al campione tedesco Sebastian Deisler, ritiratosi a soli 27 anni dopo aver bruciato le tappe in Bundesliga e in Nazionale, cui è tristemente nota la vicenda segnata, oltre che da frequenti infortuni, anche da una cronica e pesante depressione, ma in fondo era capitato anche a Marco Bernacci, classe 1983, promettente attaccante cresciuto nel Cesena e protagonista in B di stagioni significative e ricche di gol, di fermarsi d’improvviso per l’insorgere di questa patologia.

Era il 2010 e Marco sembrava in piena rampa di lancio, finalmente in una piazza importante, come quella di Torino, smaniosa di tornare nel calcio che conta. Poi il centravanti si riprese ma qualcosa si era rotto, le priorità in lui si erano rimescolate, cosicché dopo un’altra stagione spesa tra alti e bassi in cadetteria tra Modena e Livorno, senza più lo smalto degli esordi, ecco la decisione di ridimensionare la propria attività calcistica, andando a calcare palcoscenici più vicini alla sua amata Romagna, prima nel Bellaria Igea Marina, quindi nella più “ambiziosa” piazza di Forlì, e nuovamente a Bellaria, sempre in Seconda divisione, ultimo scalino dei professionisti. Nel 2015 il definitivo saluto al calcio, ora divenuto solo passatempo nella Ribelle, società matricola per la serie D. Marco ha più volte manifestato in carriera una sorta di “saudade” in salsa romagnola e ora pare che voglia cimentarsi in un’attività tipica della riviera: gestore di un bagno, tra bar, ombrelloni e campi da foot-volley.

Un suo conterraneo, Comandini, di sei anni più vecchio, ha vissuto una parabola simile, anche se più remunerativa in fatto di traguardi, avendo indossato le maglie della Nazionale Under 21 conquistando uno splendido Europeo e quella del Milan, col picco di una storica doppietta al suo primo derby (eguagliò Paolo Rossi, fino a quel momento unico giocatore ad aver esordito in un derby due gol). Picco che però rimase squillo isolato, visto che da lì in poi si assisterà a un suo notevole calo di rendimento, dovuto sì a una condizione fisico e atletica precaria ma anche a uno scarso temperamento.

A soli 29 anni deciderà di chiudere, andando dapprima a coronare un suo antico sogno, girare il mondo finalmente a modo suo, non con i ritmi insostenibili delle trasferte calcistiche. Armato quindi di zaino, un biglietto di volo e una semplice guida, Gianni ha vissuto “da vagabondo” curioso quasi sei mesi in Brasile, con tappe poi a Porto Rico, Panama fino a stabilirsi per un anno in Messico. Successivamente, non pago di questo nuovo modus vivendi, è partito alla volta dell’Oceania, soggiornando in Australia, alle Fiji e in Nuova Zelanda, riuscendo a perfezionarsi in uno di quegli sport “esotici” e tanto attraenti, il windsurf! Nel frattempo si dilettava pure come deejay, un’attività parecchio in voga tra i calciatori, fino al ritorno nella sua Romagna, dove ormai stabilmente è impegnato come ristoratore e animatore presso un bar discoteca della Riviera.

Visto che è stato toccato l’argomento musica, come non citare il caso dell’ex Valencia Gaizka Mendieta (ricordato in terra italica per un clamoroso flop alla Lazio), da sempre grande appassionato di musica elettronica e ormai attivissimo come resident deejay in club e locali della penisola iberica.

Un Juan Antonio “ante litteram” fu lo spagnolo Alvaro Benito, attaccante canterano del Real Madrid, che riuscì persino a debuttare con i Blancos allenati all’epoca da Fabio Capello. La sua parabola però fu ben presto segnata da infortuni in serie che ne minarono sicurezze e prestazioni, e dalla crescente ambizione di intraprendere altre vie, una volta visto che col calcio non sarebbe stato competitivo a certi livelli. Ha così deciso di seguire la sua inclinazione artistica, formando la rock band Pignoise, di cui è leader, cantante e principale autore, e con la quale ha già inciso 4 dischi, riscuotendo buoni riscontri di pubblico e critica.

Ma c’è anche chi ha scelte strade ancora più curiose, ardue, stravaganti. Il portiere Tim Wiese, ad esempio, folcloristico portiere del Werder Brema (che nel 2006 “consegnò” maldestramente a due minuti dalla fine un pallone allo juventino Emerson in una gara di Champions League) e comprimario della Nazionale tedesca, rescisso bruscamente il suo contratto con l’Hoffenheim, a soli 32 anni e nel pieno della vigoria fisica, lasciò per assecondare una sua crescente passione, il bodybuilding.

Così, da un fisico esile ma già ben strutturato, ne ricavò uno scultoreo, ottenendo 115 chili di muscoli, al punto da diventare “appetibile” per la WWE, la più famosa lega mondiale di Wrestling. Il Tim Wiese che vediamo duellare sui ring americani, ha poco a che spartire con l’angelico portiere dai modi timidi e gentili che fu.

Due sono i casi più noti di giocatori che hanno contrassegnato la loro vita dopo il calcio all’insegna del sesso e dello showbusiness ad esso legato. Il primo, Faustino Asprilla, già da calciatore affermatissimo non ha mai disdegnato piacevoli incursioni nel mondo dell’hard, destando scandalo per la relazione con una pornostar polacca residente a Parma, tale Petra Scharbach, che all’epoca divenne piuttosto popolare per questo presunto scoop e di conseguenza assidua frequentatrice di certi salotti televisivi dediti al gossip.

Il ribelle Asprilla, dedito alla classica “vita spericolata”, non lo immaginavamo certo nei panni di un dirigente o di un allenatore una volta appese le scarpe al chiodo e difatti attualmente è diventato un imprenditore sui generis, avviando una linea di anticoncezionali, con tanto di spot very hot.

Meno famoso sul rettangolo verde di gioco rispetto ad Asprilla fu l’italo belga Jonathan De Falco, modesto calciatore professionista con il Racing Mechelen ma a quanto pare in possesso di doti extracalcistiche. Rescisso il suo contratto a soli 26 anni alla fine del 2010, dopo un incidente che ne aveva compromesso l’ascesa, ha aperto dapprima un centro messaggi, facendosi notare anche come ballerino nei night club. La sua inclinazione sessuale, sempre tenuta segreta durante la carriera da calciatore, è venuta così a galla in maniera naturale, con un outing a lungo represso e la successiva aspirazione di lanciarsi nel mondo del cinema porno gay. Nel muscoloso attore Stany Falcone è davvero difficile rivedere quel fragile attaccante in cerca di gloria.

Dal diavolo all’acqua santa con le prossime due storie qui di seguito. Chi non ricorda Taribo West, eccentrico e “indiavolato” difensore dell’Inter e protagonista a lungo con la maglia della nazionale nigeriana? Famoso per le treccine e per il grande cuore che riversava sempre in campo (oltre che per una condotta sul campo ai limiti della “violenza”) ancora durante la sua carriera (che lo ha visto anche passare di là del Naviglio, al Milan, prima di trasferirsi all’estero, con fugaci esperienze in Inghilterra, Germania, Arabia) era diventato assiduo sostenitore della Parola di Dio. Autoproclamatosi sacerdote pentecostale, ha fondato nella periferia di Milano, città dove tuttora vive, la chiesa “Shelter in the storm” e in un secondo momento si è concretamente attivato a sostenere i bambini nigeriani in difficoltà, fondando assieme all’amico George Weah, la “Taribo West Foundation”.

Lontana dai riflettori ma sicuramente significativa è invece la vicenda di Graziano Lorusso, classe 1974 che da giovane promessa mosse i primi passi nel Bologna, lui pugliese di Gravina. Centrocampista di sostanza ma dai piedi finissimi, entrò precocemente nel giro dei “Grandi”, anche se all’epoca il Bologna non se la passava benissimo, tra serie B e addirittura serie C. Il ragazzo entrò a far parte della Nazionale giovanile Under 17 con cui andrà a disputare un Mondiale di categoria nel 1991 in un’edizione organizzata nel nostro Paese e vinta dal Ghana della meteora Nil Lamptey. In quella compagine Lorusso aveva compagni come il portiere Sereni, i difensori Birindelli e Sartor, l’attaccante Eddy Baggio, fratello minore del Divin Codino e un fantasista che già all’epoca dimostrava di possedere qualche numero in più rispetto agli altri: Alex Del Piero.

Lorusso esordì a 19 anni in prima squadra a Bologna e in molti erano pronti a pronosticargli un grande futuro, vista anche l’enorme passione, la dedizione e la grande serietà e maturità con cui si poneva. Tuttavia, in lui covava qualcos’altro, di più profondo e spirituale. Arrivò quello che ha poi definito “la Chiamata” del Signore e nulla fu più visto con gli stessi occhi. Lasciò una vita comune a quella di molti coetanei, con una ragazza, una prospettiva di matrimonio e di probabilissima carriera nel mondo del calcio, per seguire la sua vocazione. Tuttora è abilissimo col pallone, come testimoniano le partite di beneficenza tra i frati di Assisi (dove è stato a lungo in convento) e gli attori o altre formazioni. E con il calcio vuole fungere da aggregatore per molti giovani, affinchè possano avvicinarsi alla Chiesa. Dopo un lungo cammino spirituale, sabato 20 aprile del 2013, Graziano Lorusso è stato ordinato sacerdote nella Chiesa Cattedrale di Gravina in Puglia, dopo aver curato per 12 anni la sua formazione in vari conventi dell’ordine dei frati minori. E per l’occasione, in questa sua nuova missione, gli giunsero anche i graditi auguri di molti suoi ex compagni del Bologna e delle nazionali giovanili, oltre che da allenatori illustri come Zaccheroni, Reja e Ballardini.

Insomma, il calcio che per tantissimi bambini o giovani calciatori in erba, è ancora il sogno per eccellenza, a volte viene anche messo in secondo piano da coloro che hanno l’opportunità di viverlo in prima persona, perché a un certo punto della vita le vere priorità prendono il sopravvento e non sempre i soldi, il successo, la popolarità, o più semplicemente la passione, sono sufficienti ad affermare la propria persona. E un percorso irto di difficoltà come quello che dovrebbe condurre all’affermazione di una carriera calcistica, anche una volta raggiunta, potrebbe non bastare a rendere piena e felice un’esistenza.