Alla riscoperta di un grande album italiano degli anni ’10: “Duramadre” di Eva Poles

E’ un po’ di tempo che su queste pagine “virtuali” non mi occupo più di musica, almeno restringendo il campo alle recensioni.
Conclusa per il momento la mia esperienza a Troublezine (ma mai dire mai!), causa sovraccaricarsi di impegni, mi ero ripromesso che qualora avessi sentito l’“urgenza” di parlare di un disco, vecchio o nuovo che fosse, l’avrei fatto, in barba a logiche promozionali o contingenze di uscite o eventi.

E’ per questo che oggi voglio ritagliarmi uno spazio dal fervore lavorativo per dedicare qualche riga a un album uscito ormai 4 anni fa, ma che mi sono ritrovato ad ascoltare con molta più calma e attenzione nelle scorse settimane.
Più in generale avevo voglia di riportare alla luce la stella mai sopita di una grande artista rock: Eva Poles.

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Sì, proprio l’ex voce dei Prozac +, popolarissima band dalla seconda metà degli anni ’90 fino in pratica all’inizio del nuovo millennio, quando forse si era perso l’interesse (parlo della massa) per quella formula vincente di canzoni all’apparenza sbarazzine o futili, ma in realtà quanto di più profondo e oscuro si fosse sentito in quegli anni in merito a scottanti temi giovanili. Loro lo facevano con franchezza e candore, colpendo a pieno muso l’ascoltatore con velocissime cantilene dal sapore pop punk.
Pur essendo principalmente Gianmaria Accusani l’autore dei brani e in definitiva l’ideatore del progetto, è indubbio che il supporto, anche scenico, delle sue due compagne di viaggio (oltre a Eva, al basso stava Elisabetta Imelio, tuttora sua sodale nei Sick Tamburo), era determinante ai fini del successo e dell’affermazione del gruppo.
In particolare la presenza sul palco della cantante era di quelle che catturavano l’attenzione, che coinvolgevano, grazie al suo carisma e al suo magnetismo.

Mai sciolti ufficialmente i Prozac +, se appunto di Gianmaria e Elisabetta si era tornati a parlare per l’efficacia dei loro nuovi pezzi a nome Sick Tamburo, di Eva Poles si erano invece progressivamente perse le tracce, almeno da un punto di vista del clamore mediatico, anche se l’abbiamo sempre saputa attiva a coltivare lo studio e le forme espressive della sua voce, oltre che impegnata come docente di canto moderno, giurata in vari contest e deejay.

La musica attiva, intesa come protagonista assoluta della sua vita, è rientrata dapprima grazie al coinvolgimento nel progetto ad ampio respiro Rezophonic, nato per iniziativa del polivalente musicista Mario Riso, da molti anni impegnato a sostenere l’associazione AMREF, in cui sono stati chiamati a raccolta, di volta in volta, disco dopo disco, tantissimi esponenti della scena indie-rock-metal italiana.
La Poles fece capolino in alcuni video, incantando in Spasimo, anche se fu con Regina Veleno, uscita nel 2011, che prestò la sua voce solista alla causa, per un ficcante brano dalla melodia mozzafiato su tappeto sonoro in odor di punk metal. Questo pezzo fu scritto da lei, e figurava in un progetto embrionale ancora non del tutto a fuoco.
Nei Rezophonic a più titoli collabora anche Max Zanotti, indimenticato leader dei milanesi DeaSonika, e sarà proprio con lui che, spontaneamente, si poggeranno le prime basi per la nascita di un lavoro nuovo di Eva, stavolta in primo piano, col suo nome e cognome.
Quindi si può dire che fu proprio la travolgente Regina Veleno (nella quale, ad un orecchio attento, è possibile riconoscere qualche atmosfera dei Prozac +, come forse sarebbero diventati) ad accendere la scintilla giusta, tanto che poi fu inserita anche in Duramadre, il suo primo (e finora unico) album.

La copertina di Duramadre, il cui disegno è stato realizzata dalla stessa Eva Poles a simboleggiare il proprio nome

La copertina di Duramadre, il cui disegno è stato realizzata dalla stessa Eva Poles a simboleggiare il proprio nome

Dall’azzeccatissimo titolo, giunto in extremis (come ha raccontato la diretta interessata), il disco mette in mostra in 10 brani autografi (eccezion fatta per Chainless, composto dallo stesso Zanotti su testo di Marta Innocenti), una cantautrice matura, consapevole, ispirata, pienamente a suo agio nel nuovo status.

Sono canzoni ipnotiche e dai ritmi cadenzati (penso al brano d’apertura MaleNero, dai toni dark), simboliche (la successiva 6, caratterizzata da riusciti giochi di parole, dalle atmosfere vicine a certa new wave anni ’80, quella più nobile), melodiche, a tratti sinuose, altre volte dirompenti.
Cadono nuvole, brano corredato da un intrigante video in bianco e nero, riflette al meglio l’umore generale dell’intero album, pur essendoci alternanza in questo senso nelle varie canzoni, sia per tematiche che per scelte di arrangiamenti. Lo fa perché sembra rappresentare al meglio l’artista, fotografandola in uno stato di grazia e riuscendo a consegnarcela nella fase di passaggio tra il passato (nei toni cantilenanti delle strofe) all’odierno: come a dire, l’evoluzione nella continuità.

Il Giocatore è probabilmente il pezzo più diretto del disco, nel quale si preferisce non far uso di metafore particolari, affidandosi piuttosto all’immediatezza. Un brano nudo e crudo, che come La Prima Scelta ci mostra il lato più disilluso di Eva.
Con Il Nemico non ci si discosta dalla consapevolezza di un rapporto che arreca più danni che altro, ma a cui non ci si riesce a sottrarre. Solo che qui Eva usa un registro diverso: meno rabbia e più morbidezza nella sua voce, come se il destinatario della missiva non fosse in realtà oggetto d’odio, tutt’altro.
Temporale utilizza un espediente letterario particolare (lo spelling a meglio scandire il concetto “ci sei o no”) su un tappeto sonoro elettrizzante – ed elettrico.
LIUSS (acronimo per Lontano In Una Stanza Stretta) è invece una sorta di ninnananna fluida, dolcissima e avvolgente, in cui la voce di Eva si fa calda e rassicurante, delicata ed eterea.
A chiudere il disco una Regina Veleno dalla nuova veste sonora rispetto al singolo uscito nel disco dei Rezophonic: meno enfatica e ruggente, più intimista e placida, grazie a un arrangiamento dove la fanno da padrone gli archi e a una interpretazione della cantante molto differente, giocata su tonalità più alte.

Insomma, riascoltandolo a distanza di anni, ci siamo ritrovati davanti a un gioiello, nemmeno tanto allo stato grezzo, se consideriamo che produzione, registrazione e arrangiamento sono indubbiamente azzeccatissimi e ideali a far emergere tutto il potenziale e il talento della cantautrice.

Le canzoni suonano benissimo, la voce e la musica appaiono pulite, ma non patinate, adatte anche a meravigliare i palati più “indie”.
L’unico motivo per cui riesco a darmi una spiegazione del fatto che il lavoro non abbia, a distanza di 4 anni dalla pubblicazione, raccolto i giusti consensi e riscontri, è l’eccessiva produzione musicale che nell’ultimo lustro ha investito l’ascoltatore, non solo quello medio, ma anche quello più attento.

Io mi voglio “giustificare” in un certo senso, perché quando l’album uscì (come i lettori più affezionati di questo blog ricordano), ero alle prese con gravi problemi di salute, che mi sarei protratto anche per tutto l’anno successivo… Però, cavoli, mi sembra che molto lentamente, troppo forse, siano usciti articoli o segnalazioni del disco, quando invece di prodotti nettamente meno meritevoli spuntano informazioni e condivisioni ovunque. Ma è chiaro che sui meccanismi che sottintendono la nascita dell’hype su questo o quel disco è difficile dare delle risposte.

O forse molto più semplicemente (come ho avuto modo di confrontarmi sul tema con la stessa Eva), manca quel fermento sociale e culturale, quella spinta che veniva data anche dal contesto – e che quindi agevolava quei gruppi e artisti che volessero proporre qualcosa di forte e innovativo – che invece era presente nei già citati anni ’90, che mi auguro non resteranno gli ultimi a dare una certa rilevanza al rock nostrano.

Certo, il panorama odierno sembra aver cambiato completamente direzione, facendo perdere alla musica la sua centralità nella vita delle persone, specie dei più giovani, ma spero che come una ruota che gira, tornerà in auge prima o poi la voglia di puntare su artisti con una propria formazione e professionalità, non solo giocando al massacro con i “talenti” usciti dagli show televisivi.

Internet ha portato da una parte l’opportunità concreta, tangibile, di poter accedere a sterminate informazioni, ma tutto questo magma comunicativo in certi frangenti avrebbe bisogno di essere filtrato, veicolato.
So benissimo che non è fattibile, e forse non è neanche auspicabile, se penso ai risvolti positivi che questa “libertà” ci può portare, ma il rischio è che vada sperperata tanta qualità, o che rimanga sin troppo sotterranea.
Chiudo auspicandomi di ascoltare nuovi lavori di artisti con qualcosa da dire e da trasmettere. Quello è ciò che mi interessa… poi se gli ascolti di massa non andranno a premiare Eva Poles, Erica Mou o Una (tanto per citare altre due artiste interessanti di cui ho avuto modo di parlare in altri contesti), beh… peccato per loro!

Antonio “Rigo” Righetti con questo secondo album solista (“Water Hole”) si conferma rocker di razza, altro che “solo” l’ex bassista di Ligabue

Ecco la mia recensione del disco di Rigo, pubblicata sul sito di Troublezine.it

http://www.troublezine.it/reviews/21716/rigo-water-hole

 

Il nuovo album di Antonio “Rigo” Righetti, che i più ricordano per la sua lunga e fruttuosa collaborazione in qualità di bassista per Ligabue (era una delle colonne della “Banda”) e gli “esperti” per la sua militanza nei Rocking Chairs, conferma le buonissime impressioni che ci arrivano da una discografia che piano piano sta diventando sempre più corposa.

E’ un disco dalle atmosfere calde, soffuse, in un certo senso “rassicuranti”, nei suoni e nel cantato: merito principalmente dell’approccio educato e sobrio del cantautore modenese, che in queste tracce essenziali e dirette, mette in mostra tutto il suo amore per l’America. Non serve alzare i toni o gridarlo a pieni polmoni, a volte per esprimere i sentimenti, quelli veri, bastano poche cose, basta che ci sia l’intento vero e il cuore in mano e qui accade.

A tratti pare riecheggiare Bruce Springsteen, quello meno rock’n’roll e più acustico, ma l’attitudine scarna e il suono registrato in presa diretta, ne fanno un lavoro rock nell’anima. Rigo intona con voce profonda canzoni che mirano a rievocare la poetica dei grandi narratori d’Oltreoceano, e i nomi sono quelli più autorevoli: Faulkner e Carver. Testi tutti rigorosamente in lingua inglese, a riannodare ancora di più il filo che lo lega a quei scenari. Solo King of Love è introdotta in lingua italiana, e a declamare quei versi tratti proprio da Carver è l’attore teatrale Danio Manfredini, ma poi le sue liriche si dispiegano in inglese.

Un po’ di sano country, un po’ di folk, l’attenzione ai piccoli particolari che fanno la differenza (l’armonica che spesso arriva a rimarcare e intensificare l’atmosfera), tanta qualità da ogni parte lo si ascolti, grazie alla maestria di Rigo e dei suoi valenti collaboratori, uno dei quali è l’antico sodale Robby Pellati, batterista al suo fianco sia nei Rocking Chairs che nel gruppo di Ligabue.

Un consiglio? Il 5 gennaio, dal Cotton Club di Modena parte il suo tour in supporto al disco. Beh, non lasciatevelo scappare live, sarebbe un delitto!

Tracklist

 01. Henry’s Siege Mentality
02. Tear It Up
03. King Of Love
04. Dangerous
05. Glass
06. For So Long
07. The Beauty
08. (Don’t Want) To Cheat You

Le mie recensioni di Gennaio 2016 per Troublezine: il disco OndAnomala di Mimmo Crudo e Lady U e quello di Difiore.

Amici del blog, condivido anche con voi alcune delle mie recensioni uscite per la rubrica “Recensioni in pillole”, su Troublezine.it,  relative alle ultimissime novità provenienti dall’indie italiano. Io ho scritto dei dischi di OndAnomala di Mimmo Crudo e Lady U e Difiore.

Linko volentieri tutto il pezzo con le uscite di Gennaio 2016, così avrete modo di leggere tutti i contributi dei vari collaboratori del sito e trovare musica per tutti i vostri gusti. 🙂

http://www.troublezine.it/columns/20115/recensioni-in-pillole-gennaio-2016

OndAnomala di Mimmo Crudo e Lady U “Tu ci sei” (MK Records/Self)
Un connubio riuscito quello tra uno dei nomi più significativi del Parto delle Nuvole Pesanti (il bassista e compositore Mimmo Crudo) e la performer Francesca Salerno, in arte Lady U, poetessa e cantante. Un progetto costruito a Bologna ma che ha radici lontane, viste le affinità intellettuali tra i due e l’idea che balenava in testa in realtà già da molto tempo. In questi dieci pezzi si respirano tante atmosfere diverse, all’insegna di una “patchanka” musicale efficace e di un’urgenza comunicativa, a volte affidata al calore e alla sensualità della voce (come ad esempio inStringimi o nella struggente Cori Umani, altre all’irruenza dei suoni, penso a Le cose che mi restano, che viene sin troppo semplice accostare agli episodi più rock del gruppo primigenio di Mimmo Crudo. Ci sono temi anche forti e ben scanditi, ad esempio in Salvami o nella malinconica Tunnel. Suoni folk, più legati alla Terra sono quelli di Salta Anita, in odor di pizzica o nella vivace e ballabile Acikof Song. Un disco ben scritto e suonato, che piacerà molto probabilmente ai cultori del genere folk rock mediterraneo, pur non rappresentando uno dei vertici artistici di quel filone.

Difiore “Scie chimiche” (L.M.European Music)
Giordano Di Fiore, in arte Difiore, in queste 13 canzoni spazia da tematiche politiche (come nella convincenteNovecento) ad altre esistenzialiste (Un’altra carta, L’amore non c’è) o più prettamente intime (nella riuscita ballata In bilico, la più ritmata Emotili e la conclusiva Occhi di donna, molto degregoriana nel cantato). Il brano più ficcante, in cui il testo si distingue maggiormente, è la diretta titletrack, in cui il tema sociale va a braccetto con una poetica felice. Molto esplicita è Compagni (senza rancore), anche se forse troppo infarcita di luoghi comuni. Musicalmente, a parte forse l’ironica e vivace Ti voglio bene e un breve intermezzo folk, il disco suona molto minimale, essendo praticamente acustico o al limite spruzzato di un’elettronica vintage usata da corredo. Del Brasile, nota passione del Nostro, che dalle frequenze di Popolare Network conduce un seguito programma dedicato alla variegata musica di quel Paese, non c’ è purtroppo traccia, e il disco finisce per ripiegarsi un po’ su sé stesso, risultando fragile e senza quei guizzi di fantasia che forse era lecito attendersi.

Tempo di bilanci in campo musicali: il mio elenco (molto parziale) mi induce a dichiarare che il 2015 sia stato più interessante dell’anno precedente

TOP DISCHI 2015 Gianni Gardon per Troublezine

L’anno che va chiudendosi ha regalato, dal mio punto di vista, dischi di maggior qualità e originalità rispetto ai corrispettivi del 2014, o forse più semplicemente mi rendo conto che molte uscite discografiche hanno soddisfatto maggiormente la sfera dei miei gusti. Il sito di Troublezine, per cui collaboro, mi ha chiesto un elenco, che ora qui vado a esplicare.

Visto che la classifica in questo caso spetta a me, ecco quindi che compariranno album che si avvicinano a ciò che sento nelle mie corde, nonostante la rilevanza avuta da alcuni lavori lontani un po’ dal mio mondo. Alludo a gente come  D’Angelo, tornato fra i ranghi con un solido album all’insegna dell’R’n’b più nobile, Kendrick Lamar, con la sua commistione originale di atmosfere “moderne” e “antiche” o il jazz visionario, quanto astruso, di Kamasi Washington. Non sono mancate nemmeno le delusioni, ma riguardano, nel mio caso, artisti che da tempo hanno smesso di suscitarmi emozioni, quindi non parlerei di veri flop.

Bando alle ciance, e chiuse le premesse, ecco un elenco parziale, anche se redigere una graduatoria è sempre azzardato… I miei favori sono condizionati spesso dall’umore del momento e dalle circostanze: resta il fatto che QUESTI per me rappresentano il top del 2015.

  • 1 Beach House “Thank yours lucky stars”, perchè le atmosfere semplici, sognanti, dilatate, così intrise di dream pop fanno sempre breccia nel mio cuore. Unica cosa: di due dischi a distanza così ravvicinata – poche settimane sono intercorse dal precedente, altrettanto fulgido “Depression Cherry” a questo – forse se ne poteva pubblicare uno solo con le migliori di entrambi e ne avremmo molto probabilmente ricavato un lavoro ancora meglio del capolavoro “Bloom” ,uscito ormai tre anni fa. Ma poco importa, a loro va il mio scettro di miglior disco dell’anno!
  • 2 Tame Impala “Currents”, un po’ alla stregua degli Arcade Fire: o li si ama, o li si odia, io propendo per la prima. Siamo anche qui dalle parti di una psichedelia rinnovata, anche se di quelle più allucinate.
  • 3 Sleater Kinney “No cities to love”, a sorpresa annoverate un po’ ovunque fra i dischi dell’anno, devo dire che mi accorsi subito che, tra le pieghe di canzoni in fondo semplici nella loro accessibilità e immediatezza, vi fosse tanta cruda sostanza. Ci mancavate, ragazze
  • 4 Asaf Avidan “Gold Shadow”, sarà stata la suggestione offertami nella splendida cornice del Teatro Romano a Verona, dove l’israeliano ha furoreggiato tra virtuosismi e barocchismi, ma a me questo disco ha riconsegnato tante emozioni nel suo riecheggiare atmosfere sixties, un po’ come faceva magistralmente la compianta Amy Winehouse. Poi, come si dice in questi casi, con quella voce Asaf renderebbe interessante anche l’elenco telefonico
  • 5 Julia Holter “Have you in my wilderness”, deliziosa interprete che si muove fra languide ballate e costruzioni armoniose destabilizzanti, creandomi un effetto che in tempi recenti mi assicurava solo la splendida Fiona Apple
  • 6 Jim O’ Rourke “Simple songs”, il titolo è programmatico e nel suo caso ci sta, visto lo scarto con sue composizioni ben più ostiche, ma in questo disco prevalgono comunque la densità emotiva che traspare dai pezzi e un senso di spiazzamento, laddove è venuto a mancare lo struggimento a lui caro
  • 7 Panda Bear “Panda Bear meets the grim reaper”, lo avevo già detto vero che in questo 2015 sono usciti parecchi dischi a mia immagine e somiglianza? Anche qui siamo dalle parti di un pop onirico, a tratti ondivago ma al più scintillante
  • 8 Courtney Barnett “Sometimes I sit and think, Sometimes I just sit”, un disco quasi perfetto, quell’indie rock al femminile che non lascia indifferente. Non so se a colpirmi l’immaginario sia stato più la sua attitudine o la sua reale collezione di canzoni, sta di fatto che non potendomi basare su riscontri oggettivi riguardo la sua personalità – visto che non la conosco..- posso affermare che intanto mi bastano quelle a rassicurarmi.
  • 9 Florence and the Machine “How big how blue how beautiful”, avevo quasi dimenticato il disco che segnava il ritorno della “rossa” per eccellenza del rock di questo scorcio di secolo. Questo perché ormai non ci si stupisce più che Florence possa sfornare album impeccabili dal punto di vista formale, così come da quello degli arrangiamenti, alla ricerca di un “quasi” perfetto equilibrio tra atmosfere in grado di trasmettere all’ascoltatore una vasta gamma di stati d’animo.
  • 10 Laura Marling “Short movie”, ammetto che c’ho messo diversi ascolti per assimilare il nuovo sound della giovane cantautrice inglese. Non che sia stato rivoluzionato in toto il suo sound, ma è certo che qui le chitarre, che emergono clamorosamente, laddove finora a brillare erano solo suggestioni calde e acustiche, se da una parte hanno arricchito il suo bagaglio e la sua proposta, dall’altra hanno forse fatto perdere in intensità interpretativa. Siamo dalla parti del “de gustibus”, però per me rimane un’artista da seguire assolutamente.

Altri dischi a mio avviso validi sono quelli dei miei pupilli Mumford and Sons, che non ho inserito in top ten perché credo che certe vette dei primi due album non verranno più raggiunte, specie ora che alla freschezza e urgenza comunicativa, è subentrato il mestiere. L’album però, anche qui segnato da una svolta elettrica – che però non ha contaminato l’essenza della band, che resta riconoscibilissima – è assolutamente ricco di spunti.

Mi è piaciuto anche il disco intimista di Father John Misty “I love you, honeybear”, veramente raffinato e intenso, che sembra riportarci indietro negli anni ’60, e quello della sfuggente Joanna Newsom (“Divers”), una conferma, anzi, una certezza. Poi, anche se sulla lunga distanza non mi ha fatto impazzire, ammetto che avevo salutato con grande entusiasmo e calore il disco della reunion dei Blur, “The magic whip”, finalmente un intero album di inediti per gli antichi eroi britpop, con la formazione al completo e ancora affiatata. Non ho gridato al miracolo per il disco di Bjork, ma un’artista del suo calibro non può essere recensita negativamente!

Ah, tra i dischi che mi rendo conto aver ascoltato piuttosto frequentemente c’è quello degli Alabama Shakes, ruggente, sporco e trascinante.

Tra gli italiani mi sono piaciuti molto gli album di Zibba e Almalibre “Muoviti svelto”, in cui l’artista ligure ha rinnovato la sua posizione nella scena della canzone d’autore italiana, e l’esordio del duo cremonese La Scapigliatura, in cui i fratelli Bodini hanno confezionato piacevolissime canzoni pop, densi di spunti d’interesse e dai testi notevoli, ricordando a tratti certe intuizioni dei primi Baustelle, laddove però alle atmosfere vivaci di Bianconi e co., hanno preferito puntare su suoni acustici e minimali, degni del miglior “new acoustic movement”. Si confermano, con un disco mutevole, denso di significato e valore, i Bachi da Pietra… peccato siano quasi “sfuggiti” alle mie orecchie, fino a un mese fa, suggeriti in tempo dall’amico e collega di penna (in questo caso “sportiva”) Alec Cordolcini, attento e fine ascoltatore musicale.

“Die” di IOSONOUNCANE ha fatto incetta di riconoscimenti, dal PIMI 2015 in coabitazione con Cesare Basile, fino alle nomination al Tenco, ma ammetto che, da giurato al Mei di Faenza, i miei favori fossero andati a un album uscito nella seconda metà del 2014 (per quel premio si tiene conto dell’anno”scolastico”). Tuttavia, l’artista sardo è davvero in grado di non lasciare indifferente, con una proposta particolare che strizza l’occhio al pop anni ’70, vicino a certe atmosfere battistiane, in chiave assolutamente moderna, a partire da azzeccati, quanto azzardati, arrangiamenti.

Tra i flop, spiace constatarlo, metto al primo posto il ritorno dei Coldplay, che mi paiono ormai incapaci di tornare ai fasti “pre Viva la Vida”, quando con le loro atmosfere malinconiche erano emersi a paladini del nuovo britsound di inizio millennio. In Italia, rimanendo per lo più in ambito mainstream, ho tutto sommato invece apprezzato il tentativo di Jovanotti di dare ampio respiro a tutte le sue molteplici inclinazioni sonore, anche se ovviamente un album composto da 30 canzoni difficilmente riesce a mantenere vivo l’interesse dall’inizio alla fine. Ci sono riusciti invece i Verdena che, però, furbescamente, hanno preferito dividere il loro ultimo lavoro (“Endkadenz”) in due volumi, risultando molto efficaci. Li ritengo ancora una volta la migliore espressione dell’attuale rock nostrano. Non avrei voluto inserire tra le mie delusioni il disco programmatico di Carmen Consoli “L’abitudine di tornare”, essendo stato grande fan della “cantantessa”. Ma il suo ritorno a un pop semplice, seppur mischiato con le atmosfere più folk degli ultimi due lavori, mi ha lasciato l’amaro in bocca, riscontrando tra le sue inedite composizioni poca dell’ispirazione che l’aveva sempre contraddistinta.

Ho avuto modo, forse mai come quest’anno, di ascoltare tanti dischi di artisti emergenti, soprattutto italiani, e con rammarico devo ammettere che, pur con qualche fragorosa eccezione (i dischi de La Belle Epoque, Davide Ravera, Jarred the Caveman, Plastic Man, David Ragghianti, Tamuna), sono stati invero pochi quelli in grado di assestarmi un “colpo emozionale”. Ma forse la colpa principale è… la mancanza di tempo da dedicare a prodotti che magari necessiterebbero di maggiori ascolti, in contrapposizione con la vastissima (auto)produzione di lavori pubblicati.

In ogni caso non mi va di perdermi in lamentele assurde, perché in fondo avere la possibilità di ascoltare quanta più musica possibile e cercare di trovare delle perle nascoste, è sempre un bene per l’anima.

Ripeto, di dischi da segnalare e recuperare ce ne sarebbero a iosa, e allora vi invito a consultare ad esempio un bellissimo e accurato resoconto del grandissimo Carlo Bordone, dal suo blog “Whitnail e io”,  https://withnailblog.wordpress.com/2015/12/05/50-x-2015/ in cui compaiono dischi di notevole spessore e, ovviamente, i suggerimenti degli amici di Troublezine!

Che bella sorpresa il disco del duo Ducoli.Gaffurini: voce e piano che sanno regalare emozioni autentiche, tra atmosfere notturne, jazzate e vivaci

Ci sono periodi dell’anno in cui ricevo, fisicamente o via mail, moltissimi dischi da ascoltare e, eventualmente, recensire. Altri periodi invece deliberatamente decido di staccare la spina, perchè se è vero che la mia giornata è praticamente sempre scandita dalla musica, questa per me vorrei rimanesse sempre un piacere, e non una sorta di “obbligo”, con il pericolo che poi finisca per prestare poca attenzione a dischi per cui gente si è comunque smazzata, messa in gioco, per arrivare al conseguimento di un obiettivo.

Quindi, per quanto io in fondo sia solo un ascoltatore appassionato, a volte vesto i panni anche del recensore, e da addetto ai lavori, metto sempre davanti l’onestà intellettuale e un certo rigore nell’ascolto. Quando decido di interrompere gli ascolti finalizzati a un giudizio che poi andrà su carta, è solo perchè so che non avrei il giusto tempo o la necessaria concentrazione per mettermi ad ascoltare un disco. Poi mi fa piacere quando ottengo, nel mio piccolo, delle gratificazioni, come l’essere stato coinvolto come giurato nell’assegnazione del premio PIMI per l’album indipendente dell’anno, o quando sono gli stessi artisti che condividono sui propri social network la mia recensione, magari anteponendola a quelle di firme più prestigiose.

Tuttavia, il mese di dicembre, particolarmente gravoso sul piano della mia principale occupazione – quella di educatore formatore – e caratterizzato dall’impegno messo nero su bianco per approntare il mio prossimo libro di saggistica, è stato proprio uno di quelli che mi hanno indotto a dire,seppur a malincuore, stop alla profusione di articoli, recensioni, concerti, oltre a dover posticipare giocoforza il rientro in pista con la mia trasmissione radiofonica “Out of Time”, dai microfoni di Yastaradio.

Sapendo di questa mia esigenza, i buoni amici Riccardo Cavrioli, redattore di Troublezine, per cui collaboro, e Roberto “Dalse” Dal Seno, boss di Yastaradio.com mi hanno assecondato, lasciandomi il tempo di recuperare preziose energie, suggerendomi di tanto in tanto qualche ascolto “disinteressato”.

Così facendo, però, sapevano di smuovermi la scintilla, e difatti prestissimo riprenderò le mie attività!

In una delle ultime visite in quel di Valeggio sul Mincio, dimora del mitico Dalse, tra tanti discorsi su musica e “massimi sistemi”, ecco che a un certo punto l’esperto amico, che ben conosce le mie corde musicali, mi consegna un disco “artigianale”, dicendo di dargli un ascolto, senza doverne necessariamente scriverne, solo se ne valesse per me la pena o se il disco in effetti meritasse.

Riesco a farlo proprio stamattina, in uno scorcio libero da impegni vari, perchè il disco in questione, magistralmente “clandestino” – nel senso che purtroppo è di quelli di cui si ignora l’esistenza – è davvero valido, ricco di spunti, di istanze, di atmosfere, di messaggi, e suonato con grande maestria, scritto ancora meglio e arrangiato in maniera tanto sobria, quanto impeccabile dal punto di vista formale, con tutti gli ingredienti al punto giusto.

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Autopubblicato a nome “ducoli.gaffurini” e dal bizzarro titolo “Gufi, allocchi, barbagianne e altre giovani streghe”, è composto di 8 tracce, nelle quali l’esperto duo omaggia la Barbagianna, il vino bianco prodotto dall’azienda agricola Bragagni di Brisighella e dedicato proprio alle primigenie canzoni del cantautore Alessandro Ducoli, contenute nel suo (ormai lontano) esordio “Rosso”, demotape uscito nel ’94.

Accompagnato dall’amico Valerio Gaffurini al piano, Ducoli trasmette veramente molta passione in brani romantici e sognanti come “Una scintilla”, caratterizzata da un lirismo che ce lo fa accostare ad alcuni episodi del maestro Paolo Conte. Il cantautore avvocato sembra essere una delle maggiori influenze del Nostro, anche in altri brani caratterizzati da aperture jazzate, come in “Questa città non è morta”. Emerge anche l’amore per lo swing e per il cabaret, un po’ come nel primo Vinicio Capossela, che ritroviamo nelle inclinazioni ondivaghe di brani come “Cane” o la trascinante “Mi hanno imbrogliato”. Il piano di Gaffurini prevale maestoso, rendendo densi e profondi gli episodi intitolati “Voglio toccarti”, “Binario morto” (la mia preferita del disco) e quella “Rosso”, così notturna e fumosa, risalente come detto a più di 20 anni fa.

Un disco che il duo intende valorizzare in concerto, andando a ritroso nella loro ventennale carriera, dando modo così al pubblico di scoprire alcune perle del loro vasto repertorio.

 

Tanta attesa per il ritorno dei Kings of Convenience

Condivido con voi, amici del blog, il mio pezzo uscito per il sito Troublezine sul ritorno dei norvegesi Kings of Convenience!

http://www.troublezine.it/columns/20097/kings-of-convenience-un-ritorno-col-botto-per-chi-predicava-tranquillit

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Ha suscitato non poco clamore il rientro in pista del duo norvegese dei Kings of Convenience. E la cosa in effetti può stridere un po’ se si pensa che il loro successo è dovuto proprio all’aver innalzato al potere la forza dirompente della… tranquillità, della pacatezza e della riflessività al cospetto di furore e rabbia.
Suoni acustici e melodie lieve laddove fino a un lustro prima dominavano le chitarre ruggenti di ciò che rimaneva del morente grunge e il brio e talvolta l’allegra strafottenza dei gruppi pop rock d’albione. Ma anche i coevi alfieri del “Nu Metal” in fondo si palesarono con un’attitudine del tutto opposta al nuovo “credo” lanciato dai timidi Erlend Oye e Eirik Glambaek Boe.
Per non parlare dei nuovi “soldati” del rock grezzo e rumoroso, inzuppato negli anni ’70 (Strokes, Black Rebel Motorcycle Club, White Stripes…) ai quali i Kings of Convenience erano in pratica antitetici.
Il fatto che il countdown per rivederli nuovamente live in Italia per tre fragorose date autunnali a Verona, Bologna e Roma sia iniziato tra la spasmodica attesa e copiose prevendite, dimostra quanto poco di effimero ci fosse nella loro seminale proposta, fatta di canzoni graziose, delicate, spogliate da inutili orpelli, e arrangiate e prodotte all’insegna del lo-fi.
Sono trascorsi già 15 anni dal loro debut-album, eponimo, uscito in sordina per una piccola etichetta americana e pubblicato dapprima solo in Usa e in Canada e questo significa che presto ci ritroveremo ad insaputa nostalgici anche degli anni 2000, che a dire il vero sembrano ancora lì, dietro l’angolo.

L’eco di quel primo disco fu sufficiente a dare risalto alle qualità artistiche dei due amici, e fece da apripista per il lavoro pubblicato l’anno successivo, stavolta destinato al mercato mondiale. Si trattò in pratica di una riedizione dell’album d’esordio (con l’aggiunta di pochi nuovi brani), che ebbe il merito di lanciare nel firmamento pop l’astro nascente dei Kings of Convenience, forti di una capillare distribuzione, di un passaparola notevole e di un nuovo titolo “programmatico” delle loro intenzioni: “Quiet is the new loud”, che quasi istantaneamente assurgerà a manifesto di una “categoria dello spirito”, facendo da volano per molti altri artisti che in contemporanea iniziarono a proporre musica simile.
La stampa ci mise del suo nella diffusione e nella promozione di questo splendido disco, con quel titolo adattissimo a fungere da slogan per questa schiera di gruppi che condividevano passioni, indole e soprattutto l’utilizzo di strumentazione pressochè acustica, con la scomparsa dagli studi di registrazione delle chitarre elettriche.

Ce n’era a sufficienza per coniare un nuovo genere: il New Acoustic Movement, in cui far confluire, oltre ai capofila norvegesi, gente come i Turin Brakes, l’eclettico Badly Drawn Boy, il malinconico e sognante David Gray, il cantautore Ed Harcourt, gli sperimentali I Am Kloot o gli Starsailor, i più diretti ascendenti del britpop.
Insomma, i Kings of Convenience, rielaborando in chiave moderna le atmosfere già care a Simon & Garfunkel, riuscirono a diventare un caso, o come si direbbe ora, suscitarono molto hype.
E a ragione, vista la portata del loro messaggio e la loro coolness, nonostante (o forse proprio per quello) si presentassero agli antipodi delle rockstar: introversi, quasi goffi e inadatti a ricoprire quel ruolo, preferendo mantenere l’aurea dei compositori silenziosi nelle loro camerette, facili da assimilare all’estetica nerd, complice soprattutto il look da secchione del riccioluto Erlend Oye.

Non saranno diventati delle icone del loro decennio ma di certo contribuirono a rimettere in primo le canzoni,nella loro forma scarna e quasi elementare, ma nella sostanza intensa e profonda, intrisa di mistero e in grado di veicolare emozioni nell’ascoltatore.
“Quiet is the new loud”, affermavano convinti a mo’ di proclama, e sarà stupendo rinverdire quel motto nei tre attesissimi concerti italiani di novembre (in cui quell’esordio sarà riproposto interamente, alternato a chiacchiere con i due protagonisti), consapevoli che anche una chitarra gentile, una voce mai sopra le righe e una tastiera abile a ricamare, sono capaci di infiammare i cuori e riempire anche i palchi più prestigiosi. (Gianni Gardon)

Ecco le tre date nel dettaglio, ricordando che Bologna e Verona sono già sold-out. Organizza DNA CONCERTI.

25 novembre 2015
VERONA
TEATRO CAMPLOY

27 novembre 2015
BOLOGNA
TEATRO ANTONIANO

29 novembre 2015
ROMA
TEATRO AMBRA JOVINELLI

Musica indie italiana: le mie recensioni in pillole pubblicate sul sito di Troublezine (pt.2)

Alban Fuam “Whiskey n’beer” (Maxy Sound)
Album d’esordio coi fiocchi quello dei veronesi Alban Fuam, imperdibile per tutti gli amanti dei suoni irish e con una predilezione per tutto ciò che anche solo lontanamente può richiamare la magica Terra verde irlandese.
12 brani della tradizione celtica suonate tenendo fede agli originali ma arricchite da un gusto per il suono, arrangiato e ben prodotto, che va così a premiare tutte le scelte della banda capitanata dal cantante Piero Facci. Chiare soprattutto le influenze folk ma riecheggiano anche elementi country e di matrice cantautorale, specie nella convincente Molly Malone. Per chi da sempre ascolta musica irlandese sarà facile distinguere quelli che sono a tutti gli effetti dei vari classici, ma mi piace citare almeno le versioni di Dirty Old town, in cui Alessandro Antonelli si è staccato dallo stile cantato di Shane McGowan, optando per toni da crooner; una scatenata The irish rover (come a dire l’abcdell’irish folk!); una Fields of Athenry che qui diventa una ballata amorosa a due voci (duetta con Facci l’angelica Giulia Vallisari) o quella Great song of indifference più vicina a quella del suo autore Bob Geldof che non alla stranota traduzione dei Modena City Ramblers. Giustamente l’etichetta intende esportarli oltre confine, visto che i presupposti per inserirsi con successo tra i fautori di un efficace recupero di suoni popolari rivisitati in chiave moderna ci sono tutti (e d’altronde il gruppo da ben prima di esordire ufficialmente aveva già calcato tanti palchi proprio in Irlanda).

Vincent Maredomini “Tutto Sembra” (autoprodotto)
Torna a distanza di 4 anni dal precedente “Il linguaggio del sognare” il cantautore veronese Claudio Ferrigato, in arte Vincent Maredomini con il nuovo “Tutto sembra”. 11 tracce, di cui 2 riprese dal precedente ma impreziosite in questo caso dalla dolce voce di Eleonora Martinelli (il duetto Amanda e Gershon e l’epica Nuove generazioni) che tra l’altro svettano nel contesto di un album abbastanza omogeneo ma non per questo privo di interesse. Più che altro è da avvalorare la coerenza nelle scelte artistiche di Maredomini, di affidarsi a un songwriting sempre più maturo soprattutto in fase di composizione, per il quale si è avvalso dell’equipe di musicisti con cui da anni collabora (fra tutti cito almeno Mario Marcassa, che oltre a suonare il basso e occuparsi della programmazione della batteria elettronica è anche colui che ha registrato e mixato il lavoro presso il Cat Sound Studio di Badia Polesine). Solida musica d’autore, imperniata su tematiche in genere esistenzialiste o sentimentali (come in Di quale vita o Sogni senza gravità) ma impreziosite da arrangiamenti che sanno dipingere affreschi vivaci in oppure in Anna uscita dalla notte, la più narrativa del lotto. Un lavoro sì artigianale, frutto di passione ma soprattutto di tanto studio e ricerca.

Dada Circus “Lato del cerchio” (Goodfellas)
Sestetto romano con base a Tivoli, arrivano a distanza di due anni dal precedente disco autoprodotto, successivo a una felice partecipazione a Rock Targato Italia. Con questo vivace lavoro compiuto, 10 brani pieni di ritmo, energia e calore, mirano a un posto al sole in campo… boh? Viene difficile definire tutto il meltingpot che fuoriesce da brani come L’Albatros, Quasi trent’anni o D’Amore e di fumo. Patchanka sonora fatta di ska, pop, gipsy, con i fiati spessissimo in primo piano. I ragazzi mostrano di sentirsi a proprio agio anche nei momenti più riflessivi, quando smettono di muoversi scatenati per addentrarci in territori più cadenzati, folk (nelle ballad Per le vie della seta, in odor di Irlanda, Estatica o nella strumentale L’ultima thulè. Ma a mio avviso il pezzo che meglio potrebbe rappresentarli è l’ironica e pungente Fregene 90210.

Daniele Sepe  “A note spiegate” (MVM/Goodfellas)
Torna in pista con un progetto molto viscerale, sanguigno, “vero” il polivalente artista napoletano Daniele Sepe che, a 60 anni suonati, ha deciso di finanziarsi con musicraiser questo suo venticinquesimo album. Un disco in cui si potranno riconoscere gli ingredienti principali della più genuina musica jazz, al di là dei connotati musicali ben riconoscibili e di una tecnica invidiabile. Però nei 13 brani di “A note spiegate”, frutto di dieci concerti/laboratori tenuti fra Napoli e il Mondo, non c’è solo maestria negli arrangiamenti e gusto retrò, ma soprattutto l’impatto, la verve e il dinamismo di un progetto in itinere. Spiccano il funambolico brano d’apertura Fables of Faubus, la calorosa Blue Moon, da night club, la fluttuante Antonico o l’irriverente, ondivaga Big Nick U’n’L, dai ritmi honkytonk.
Daniele Sepe è riuscito a creare un’alchimia perfetta, pescando da un repertorio vastissimo e attingendo a piene mani dai grandi, rifuggendo però sterili paragoni e evidenziando il suo tocco personale, inconfondibile al sassofono, riuscendo da esperimenti veri e propri (quelli che inscenava nei dieci incontri laboratori in cui insegnava le varie partiture di un brano) a comporre dei strumentali molto efficaci.

Valentina Lupi “Partenze intelligenti” (Goodfellas)
La cantautrice romana Valentina Lupi torna con un ep di 5 brani realizzato con il suo collaboratore storico Matteo Scannicchio, in cui i suoni sono minimali, non invasivi, come a non togliere spazio a una voce pulita, chiara e convincente sotto ogni punto di vista, soprattutto quello interpretativo. A partire dal brano eponimo, secondo in scaletta, si percepisce come il viaggio sia centrale all’interno di questo lavoro. Un viaggio della mente, prima ancora che fisico. Qui in particolare l’elettronica quasi vintage è perfetta a tessere musicalmente una canzone molto personale, perfetta per fotografare una situazione esistenziale. Il ritornello killer fa la sua egregia parte, per un brano che nulla ha da invidiare alla più acclamata Levante, tanto per restare in tema di fenomeni indie. Reduci è invece meno briosa e più riflessiva, mentre in La signora che tesse la tela, che richiama una storia di attesa più che di partenza, la Lupi ci culla in un’atmosfera sognante, con buonissimi inserti sonori e uno stile che può ricordare la grande Ginevra di Marco.

Davide Ravera “Gospel” (Hazy Music/Audioglobe)
Davvero convincente questo nuovo lavoro del cantautore modenese Davide Ravera che, traendo ispirazione dal Vangelo come allegoria dei nostri tempi così contradditori, mette in fila 14 canzoni profonde e viscerali, portandoci in un viaggio in cui sono compresi pericoli, abissi e brusche fermate lungo la via Emilia, la sua Terra spesso evocata. Piace lo stile, l’attitudine, l’interpretazione che rimanda a echi di blues, post rock e furore punk, questi a braccetto con episodi più rallentati ma comunque d’impatto emotivo. A partire dalla sua voce ruvida, da un canto che privilegia l’intensità alla tecnica, da parole spesso brutali, sboccate, quasi uscissero dalla penna dei poeti maledetti. Si sente eccome la mano di Umberto Palazzo dietro le quinte in veste di produttore artistico, uno dei più geniali musicisti della sua generazione.

Rumore Rosa “UOAAOO” (Consorzio ZdB)
Dopo molti anni di digiuno dai dischi (ma in cui hanno suonato in molte tappe su e giù per lo Stivale) tornano più freschi e coinvolgenti che mai i Rumore Rosa. Un disco in cui si mescolano tante sonorità, creando un’alchimia variegata che, gira e rigira, sa di fragoroso pop. Sofisticati il giusto, con la voce della solista Margot che incanta e ammalia in episodi assai riusciti come l’eterea Giorni sani o che pare giungere da galassie lontane in Non altrove, riescono pure a stupire pestando l’acceleratore in brani come Non appartengo (puro dream pop chitarristico) o cavalcando onde psichedeliche in Mrs no where. Ci credete se vi dico che, a volte, mi ricordano un po’ i Madreblu? Un buon ritorno all’insegna dell’indipendenza creativa.

Jarred, The Caveman “I’m Good If Yer Good” (Stop Records)
Convince appieno il disco del trio che ha trovato dimora in Italia ma che potrebbe appartenere a una qualsiasi landa desolata su questo Pianeta. Atmosfere rilassate, talora al contrario disturbanti, suoni maestosi così come lievi a simboleggiare l’universo incantanto che sgorga dalle note di Alejandro (argentino di Rosario con l’America country e folk nel cuore), Luca e Matteo. Giunto in Italia il primo con tanti sogni, cerca di realizzarli in musica, e con l’aiuto dei sodali dà alle stampe 11 canzoni senza precisa definizione, tra solchi della più radiosa tradizione southern rock, roots contaminato e folk più autentico e genuino. In alcuni brani gli arrangiamenti vestono canzoni basilari gonfiando il tutto di archi e ottoni. Il più delle volte sono sonorità acustiche a farla da padrone, tra armoniche, banjo e guitar slide. In particolare la terza traccia non sfigurerebbe di certo nel repertorio dei Mumford&Sons! Prevalgono le atmosfere calde per quello che si può considerare a ragione un progetto da tenere saldo in mente.

Gonzaga “Tutto è Guerra” (Stop Records)
I lucchesi Gonzaga (curioso il riferimento al casato mantovano…) esordiscono con un album di solido rock, nervoso, austero e senza compromessi. Solchi fiammeggianti già dall’intro Via Maldonado che parte piano, puntellato da visioni space rock per poi lasciare spazio all’irruenza di voci e chitarre. La fa da padrone la voce sicura del leader Angelo Sabia, che ruggisce, inneggia, e ci trasporta lungo 12 canzoni dai toni fiammeggianti, sin dal paradigmatico titolo “Tutto è guerra”. Poca speranza e molta intensità in Tragedie annunciate e in Ist die Zeit, suoni sinistri che fanno capolino in Abracadabra. Un disco insomma di non semplice fruibilità, forse anche di difficile collocazione ma che mostra degli artisti maturi e con idee chiare, più che altro con una “visione” da condividere, tra Muse e certo noise rock.

David Ragghianti “Portland” (CaipiraRecords / Musica Distesa)
Esordisce con un filo di voce, senza urlare o sgomitare, il cantautore toscano David Ragghianti, all’insegna di un pop d’autore, ricordando a tratti Giuliano Dottori, qui in veste di produttore. David tuttavia è in grado di farsi ascoltare, non deve ricorrere a chissà quali orpelli per emergere, laddove brillano arrangiamenti magari un po’ scarni e pressochè acustici, ma raffinati e soavi, portatori di luce e candore più che di ombre e paure, nonostante testi che spesso ci fanno immergere nella malinconica quotidianità. Passi esistenziali nella convincente 300 anni, nostalgia di ciò che potrebbe un giorno accadere nella disillusa eppur romantica Pause estive, con toni che diventano fiduciosi nella cadenzata a ritmo iniziale a suon di reggae in Se non ti ammali mai. Un lavoro omogeneo, dove la pecca che vi si può riscontrare è quando alla fine degli ascolti ti rendi conto che, a conti fatti, nessun brano è riuscito a spiccare e prendere quota sugli altri.

Emmanuelle Sigal “Songs From the Underground (Brutture Moderne)
Sono dieci convincenti tracce a costellare l’universo sonoro del debutto di questa cantautrice francese di origine israeliana. Musica per palati fini, dove la canzone d’autore – dai cenni etnici – si sposa meravigliosamente con l’anima più sperimentale, in grado di unire nel calderone tendenze swing, folk e minimal-elettroniche (se si pensa alle atmosfere vagamente new age di Happiness). Blues train che apre il disco è forse il brano più a fuoco, frizzante e dai toni caldi, mentre altrove si fa strada la malinconia che però non scende nei meandri della mestizia (la titletrack, per lo più sognante, o la fluttuosa Deepcoldsea. Le canzoni toccano temi profondi, essendo debitrici dell’amore della Sigal per le opere di Dostoevskij ma non fatevi ingannare dall’ingombrante mentore: l’aria è serena e per nulla pesante!

Laurex Pallas “La prestigiosa Milano-Montreaux” (Rodeo Dischi)
Collettivo giunto al termine di una trilogia, definita “della fatica”, iniziata nel 2007 e tutta dedicata a mitiche corse ciclistiche. Nella fattispecie si attinge a un mondo fatto di contrasti, di metafore, di ironia velata o meno, che emerge soprattutto nei testi e nelle idee dell’ensemble. In un miscuglio sonoro schizofrenico, dove non mancano pregevoli spunti dal punto di vista degli arrangiamenti (ci sono fiati, violoncelli, pianoforti, intrecci di voci) mancano però le canzoni significative, quelle che finiscono per fare la differenza. Piace il ritmo cadenzato di Ninna Nanna della cabina(tema davvero insolito, sulla solitudine delle cabine telefoniche!) e la bandistica Luci d’alba ma per il resto come detto, le melodie non ci paiono all’altezza degli spunti narrativi.

Paolo Zanardi “Viaggio di ritorno” (Lapidarie incisioni)
Compositore maturo ed eclettico, già autore e compositore dei Borgo Pirano, Zanardi, pugliese trapiantato a Roma, attinge per questo suo quarto album a tutto un immaginario legato alla canzone d’autore italiana, quella più oscura e raffinata, a partire dalla citazione quasi esplicita di Piero Ciampi nell’iniziale, bellissima ed evocativa, C’è splendore in ogni cosa, in grado di catapultarti nelle balere anni ’60, come ha spiegato lo stesso autore. Il secondo brano L’arca di Noè parte da un sogno, e lì finisce per trasportarti, mentre la voce graffiante emerge principalmente nelle narrazioni diOspedale militare (storia di un travestito), ispirata a un fatto vero, vivace anche dal punto di vista musicale. L’omaggio a Marylin nel brano quasi eponimo è una divagazione onirica che ci rimanda a certi autori degli anni ’80, anche nel modo di interpretare e raccontare una storia. Al di là di intenti nobili e di riferimenti “alti”, a tratti sembra di ascoltare Luca Carboni o esponenti pop degli anni ’60… non che sia un male, ma forse nemmeno il massimo dell’attualità!

Musica indie italiana: le mie recensioni in pillole pubblicate sul sito di Troublezine (pt.1)

Ho deciso di raccogliere in questo post le mie varie breve recensioni pubblicate nella rubrica “In pillole” che potete leggere ogni mese sul sito di Troublezine.it dove da tempo collaboro.

Sono tutti dischi di recente uscita, quelli che trovate qui sono stati pubblicati da maggio ad oggi. Gli ultimi miei contributi riguardano i dischi di Emmanuelle Sigal, Paolo Zanardi e i Laurex Pallas.

Buona lettura

Vincenzo Fasano “Fantastico” (Eclectic Circus)
Non sono certo la passionalità e la grinta a mancare nel cantautore mantovano (ma di origini siciliane) Vincenzo Fasano, giunto al secondo lavoro a quattro anni di distanza da “Il Sangue” che lo aveva fatto emergere sino ad approdare tra i 15 finalisti del “Cornetto Summer Festival” due anni dopo. Però questo album dall’evocativo titolo “Fantastico”, seppur prodotto e arrangiato bene, sembra difettare in ispirazione, e questa è un’aggravante non da poco, se si considera un mercato dei dischi sempre più imbalsamato ma allo stesso tempo ingolfato di nuove produzione, piccole, grandi o self che siano. Fasano nel singolo di lancio La mia vita al contrario o nell’introduttiva Il presidente dell’Universo mostra buone intuizioni sia a livello testuale che interpretativo ma poi i suoni si perdono in cose che sanno di già sentito. La titletrack appare per lo meno abbastanza epica e ad ampio respiro ma altre canzoni risultano appesantite da un cantato sin troppo “tirato” (penso a Titoli di coda e soprattutto A Pugni chiusi) mentre convincono di più quei brani in cui i suoni si fanno più soffusi, da cameretta, come nella malinconica Barcellona, in cui il concetto di sogno si infrange nel duro confronto con la realtà, stesso tema portante di Armami.

Meg “Imperfezioni” (autoprodotto)
Ci sono voluti ben 7 anni per risentire Meg, la storica seconda voce dei rinati 99Posse (rientrati in pista però senza i suoi soavi controcanti). Si è affidata come tanti illustri colleghi al crowdfunding e il risultato è “Imperfezioni”, che sembra quasi mettere le mani avanti sin da titolo. No, non appare perfetto questo disco della “eterna giovane” napoletana, intriso di quell’elettronica che in fondo l’aveva già contraddistinta nelle sue precedenti pubblicazioni da solista. Certo, i suoni sono più moderni, curati da lei stessa e dal fido Mario Conte. Decisivo il lavoro di drumsprogramming in alcune tracce dei deejay Digi G’Alessio e Godblesscomputers che hanno contribuito a dare un respiro quanto più internazionale al disco. Tuttavia, dopo aver ascoltato le tracce che lo compongono, non viene da gridare al miracolo. Anche se bisogna ammettere che Meg abbia cercato diverse vesti sonore per le proprie creazioni, alternando a suoni eterei (come nella canzone che intitola la raccolta) altri momenti più vivaci come in Skaters (in odor di drum ‘n bass) o in Parentesi (che suona più new age). Spicca ovviamente la sua voce, molto evocativa e seducente, adatta ad accompagnare melodie che in primis intendono rilassare e mettere a proprio agio l’ascoltatore. In tempi così frenetici e spesso brutali non è impresa da poco.

Modena City Ramblers “Tracce clandestine” (MCRecords)
L’ennesimo album dei Modena City Ramblers, il primo gruppo folk italiano, senza timor di smentita, è in realtà un tentativo (riuscito) di ridare la giusta dimensione e dignità a brani spesso già interpretati con successo in alcuni dei numerosi live che da sempre contraddistinguono la loro ventennale carriera.
Per i fans però sarà l’occasione di veder immortalati su disco alcuni dei loro momenti più entusiasmanti ma che per un motivo o per l’altro non ebbero modo di venire incisi (penso a Fischia il vento o Canzone per un amico fragile). Ci sono soprattutto azzeccate cover, omaggi a gruppi che fanno parte della loro storia e formazione, come If I shouldfall from grace of God dei Pogues, band irlandese che seppe mettere tutti d’accordo agli albori dei Mcr, fungendo da catalizzatore per unire tante anime diverse o la Clandestino di Manu Chao. Particolarmente emozionanti sono il duetto con Eugenio Finardi in Saluteremo il signor Padrone e la cover della splendida The Ghost of Tom Joad di Bruce Springsteen, qui suonata alla loro maniera, come una lenta e dolce ballata folk.
Un disco non imprescindibile per la carriera dei Nostri, ma che mette in mostra musicisti che a distanza di tanti anni ancora suonano col cuore, mettendoci impegno e amore per la musica.

Davide Solfrini  “Luna Park” (New Model Label)
E’ certamente un Davide Solfrini più maturo e forse meno scanzonato rispetto al suo interessante esordio “Muda”, uscito sempre per New Model Label, etichetta ferrarese, quello che emerge nelle canzoni di “Luna Park”. A differenza di allora, le atmosfere sembrano più varie e meno legate a certo pop rock di matrice americana, passionaccia del Nostro. Prova ne è proprio la titletrack, debitrice di una certa new wave dark alla Diaframma (peccato per la voce troppo flebile, che poco ha a che spartire con quella di Sassolini), piuttosto insolita a livello di songwriting. Altra traccia che si distingue per tematiche forti è senz’altro Bruno, che ci riporta agli anni ’80 con il triste epilogo di un tossicodipendente di provincia. Anche l’apripista Cenere, dai connotati autobiografici, ha un taglio nostalgico e ricorda un po’ il miglior Bennato. In Lavanderia si sentono echi dei R.E.M., e si candida a miglior brano della raccolta al pari della frizzante Ballata, un po’ alla Dente. Ma al di là di questi paragoni, che servono forse a inquadrarlo per chi non lo conoscesse, è indubbio invece che Solfrini abbia molte carte da giocare nell’ambito dell’indie pop italiano.

Domenico Imperato “Postura Libera” (New Model Label)
Decisamente singolare la proposta del pescarese giramondo Domenico Imperato, all’insegna di una curiosa e originale commistione di musica strettamente cantautorale, debitrice dei grandi classici (non a caso è il vincitore del Premio De Andrè 2014) e quella brasiliana, dove ha a lungo soggiornato, venendo a stretto contatto con la fiorente scena locale. Proprio a San Paolo ha registrato le 10 tracce del suo debutto ufficiale, per un viaggio che accompagna l’ascoltatore cullandolo dolcemente. Apre le danze in realtà quella che è forse la canzone meno ritmata di tutte, la delicata Gira, mentre già dalla seconda Frutta Tropicale si entra in mood giusto con l’America Latina, con il Brasile citato esplicitamente. Un po’ di bossanova in chiave moderna la si può riscontrare in Riposa, mentre con la titletrack si torna ad essere più intimisti ma allo stesso tempo più incisivi a livello di testo. L’autore si trova decisamente a suo agio anche con la lingua portoghese, come ben evidenziato da Lua Nova, il mio brano preferito della raccolta. A tratti, in alcune ballad, sembrano riecheggiare i toni del miglior Niccolò Fabi, e sinceramente non pare troppo audace pronosticare un futuro simile a Imperato.

Tamuna “Woodrock” (New Model Label)
Disco d’esordio con i fiocchi per i palermitani Tamuna, attivi da tre anni e da subito saliti alla ribalta in contesti etno-folk-rock, grazie al primo premio conquistato al Contest Edison Change the music. Ci sono voluti altri due anni e mezzo per far confluire le numerose influenze e istanze del quartetto in un album compiuto, quale è “Woodrock”, che pur essendo quasi prettamente acustico, è in grado comunque di smuovere, di far ballare e pensare, finanche a travolgere con il suo messaggio globale, positivo. Graffiante e diretta la voce del leader Marco Raccuglia, come si evince in Gerlando, in cui si omaggiano persino i Beatles di Hey Jude. Spettacolari in alcune tracce le percussioni, così come i fiati, a impreziosire un sound altrimenti troppo impersonale. Così facendo invece l’alchimia tra tradizioni della loro Terra (la Sicilia fa spesso capolino nei loro testi) e modernità è in qualche modo garantita. Pezzo più rappresentativo, a mio avviso, più che il singolo di lancio Ciuscia, interpretato in dialetto palermitano, e comunque interessante nel suo genere ibrido pop/reggae, è Penso, in odor di pizzica.

La Banda Di Piero “Rocambolesco” (autoprodotto in collaborazione con la Coop Controvento di Venezia)
La Banda di Piero (alias il cantante Andrea Filippi) è un ensemble di Portogruaro giunto finalmente dopo 6 anni di attività all’esordio sulla lunga distanza con “Rocambolesco”. Il sestetto, nato dall’alchimia creativa di Filippi e del talentuoso chitarrista Gabriele Bertolin, propone uno scatenato miscuglio di generi riconducibili però a una patchanka sonora ben costruita e modellata. Prevalgono i ritmi serrati, caratterizzati dal suono imperioso del trombone di Silvano MoniBidin, come in Pigro o in Bice, che potrebbero stare benissimo nel repertorio della Bandabardò, influenza piuttosto palese dei Nostri. Specie le chitarre di Bertolin e di Paolo Bornacin ricordano lo stile elettrico e frizzante di Finaz. Un lavoro lineare, incentrato su una forte passione e una chiara dichiarazione d’intenti: quello di un artigianato musicale che però dalla sua può mettere in campo nella giusta misura della discreta tecnica e buon gusto in materia folk.

Federico Poggipollini “Nero” (ArtevoxMusica / BelieveDigital)
Ingrato destino quello che spetta a molti “guitarhero” una volta che provano a cimentarsi in progetti solisti. Solo rimanendo in territori italiani, e andando a ripescare vecchie e nuove esperienze di gente come i bravissimi Maurizio Solieri e Luigi Schiavone, si nota chiaramente come spesso la critica sia poco generosa con loro, anche qualora ci fossero buone intuizioni. Figuriamoci quindi quando l’opera in questione è pure piuttosto scadente sotto il profilo della qualità pura, come nel caso del braccio destro del Liga, Federico Poggipollini, noto come Capitan Fede dai fans, giunto stoicamente al quarto album in solitaria. Ma se ai tempi dell’acerbo esordio, era lodevole da parte sua il tentativo di affrancarsi da un’ombra così ingombrante, dimostrando di poter stare in piedi da solo, anche grazie a carine ballate pop rock, con questo “Nero” francamente ci pare di intuire che la carta del rocker non gli si addica più di tanto, mancando di ispirazione musicale, laddove i suoni sono a tratti pacchiani e ridondanti. Per non parlare dei testi, davvero banali, anche quando l’intuizione di partenza sarebbe buona (vedi i casi di Religione o Fantasma di periferia, inficiato però da un testo alla Steve Roger’s Band, con buona pace dell’anima del grande Massimo Riva), quando non imbarazzanti, vedi l’esempio de La più bella del bordello o Un giorno come un altro. Meglio quando va a proporre delle melodie delicate, come succede in Solamente un’ora, anche se pecca clamorosamente in intensità interpretativa, così da far sembrare lontanissimi i tempi della sua fortunata hit Bologna e piove.

Radiodervish “Cafè Jerusalem” (Autoproduzione)
Si sono affidati al crowdfunding i Radiodervish per poter realizzare in piena autonomia il nuovo progetto “Cafè Jerusalem”. La raccolta fondi ha raggiunto molto agevolmente il proprio obiettivo, anche perché il gruppo pugliese/palestinese gode da ormai 20 anni di una nutrita cerchia di affezionati, e di un riscontro notevole in tutta Europa, tanto che non stona definirli uno degli orgogli maggiori che la nostra Penisola può vantare non solo in campo musicale, ma proprio in senso artistico più ampio. Infatti anche in questo intenso, suggestivo, profondo disco, che ruota tutto attorno alla storia della città Santa di Gerusalemme, spesso martoriata nel corso della sua millenaria storia, si possono trovare tutti gli aspetti basilari della loro poetica. Splendida come sempre la voce di Nabil Salameh, a intessere scenari mitici, permeando le atmosfere di calore e trasportando l’ascoltatore in un lungo viaggio in Oriente. Commuovono brani come Nura, toccante, da pelle d’oca, e Promenade. Emana un forte senso di pace e una dolcezza sconfinata Love in Jerusalem, mentre la più ritmata Hakawati e soprattutto l’ondeggiante Cardamonrappresentano forse il meglio che l’attuale panorama della world music potesse chiedere, così come lo strumentaleOut of Time che chiude egregiamente il disco. Lo ribadiamo, gruppi come i Radiodervish rappresentano un vanto per l’Italia all’estero.

Il meglio del rock italiano è rappresentato sempre di più dai Verdena

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(posto in anteprima sul mio blog un articolo che presto potrete leggere anche sul sito di Troublezine, per cui collaboro)

http://www.troublezine.it/

Qualche anno fa, poco dopo l’uscita di “Wow”, quinto lavoro in studio dei bergamaschi Verdena, li definii nel titolo: “Verdena: la più grande rock band italiana (?)”.

https://giannivillegas.wordpress.com/2011/10/10/verdena-la-piu-grande-rock-band-italiana/

La recensione altamente positiva poteva altresì fugare ancora qualche dubbio, come del resto quel punto di domanda fra parentesi, ma a distanza di altri due dischi, usciti nello stesso anno e strettamente correlati (“Endkadenz vol.1” e il recente “Endkadenz vol.2”), la nebbia critica che pervadeva il mio sommario giudizio si è come dissolta e ora mi sento pronto ad affermare con più sicurezza la loro egemonia in fatto di rock italiano.

Intendiamoci, non che i due volumi sopracitati si discostino poi molto per qualità dal precedente, ma a farmi trarre questa conclusione è l’analisi completa e accurata della loro ormai ricca discografia.

Cos’è che rende così speciale il loro percorso, il passaggio graduale ma inesorabile da ruggente e diretta “teen rock band” (all’epoca del loro precoce esordio in odor di grunge nostrano) ad appunto l’appellativo di miglior band italiana?

Non è solo per la loro ormai riconosciuta attitudine lo-fi, per l’ essere schivi (o scontrosi, nella loro più estrema declinazione, a seconda dei casi), per un attaccamento profondo alle radici e alla vita spesa in provincia (proprio loro che già dal secondo album “Solo un grande sasso” hanno contribuito a de-provincializzare il rock italiano, con soluzioni sonore che poco o nulla avevano da invidiare alle produzioni internazionali “giuste”) o per la coerenza. No, o meglio, è un po’ di tutto ciò messo insieme e centrifugato, a fare da contorno alla splendida commistione di musica e parole (sì, anche quelle a tratti inintelligibili del carismatico leader Alberto Ferrari), a rendere sempre più appetibile di volta in volta, di disco in disco, le leccornie sonore date in pasto agli ascoltatori.

Allora, il surplus che rende i Verdena qualcosa di “altro” dai vari nomi in voga del rock italiano, dai Ministri al Teatro degli Orrori, dagli Zen Circus alle Luci della Centrale Elettrica, è da ritrovare nella costante, continua ricerca da parte del trio dell’opera perfetta. Una mission impossible per chiunque, anche per i più scafati mostri del rock, ma vitale nel loro caso, spinti come sono da una curiosità ancora lungi dall’essere scalfita.

Vogliamo parlare dei pezzi? O dell’evoluzione di questi?

Dell’esordio eponimo abbiamo prima accennato: due ragazzini e una ragazzina scatenati e brutali, veri ed espliciti nella loro infuocata rassegna di canzoni – ormai purtroppo quasi assente dai live – e credibili nel proporre un rock debitore dei Nirvana come dei Marlene Kuntz.

Clamoroso il singolo apripista, quello con cui si fecero conoscere, facendo sobbalzare più di una sedia occupata da chiunque avesse avuto dai 15 ai 18 anni nel 1999. “Valvonauta” imprime forza e fa scuotere, ammalia con quei colpi secchi di batteria, le chitarre sferraglianti e l’interpretazione urticante, cruda, con un registro che varia da canto a grida. In questo era possibile riconoscere in Alberto una stretta parentela artistica con Kurt Cobain ma in realtà il disco si dipanava poi in tracce dove a risaltare era più la melodia cristallina spezzata dall’incedere rock che non la disperazione. Alludo ad esempio alla briosa “Viba” e al singolo mancato “Ovunque”– che possedeva tutte le caratteristiche per diventare una hit per discoteche indie –  o a una “Pixel” che rimandava invece agli Smashing Pumpkins.

Insomma, c’erano tutte la carte in regola per tramutare i Verdena in un prodotto a uso e consumo dei giovanissimi, in grado di soddisfare le istanze degli adolescenti più alternativi ma di contro la critica poteva avere delle remore su un loro futuro all’insegna di grandi dischi.

Un primo distacco da questa fase iniziale lo si avverte però sin dal secondo disco, più lavorato e dietro al quale sedeva dietro la consolle Manuel Agnelli, all’epoca ancora carente di esperienza come produttore (anche se aveva già magnificamente lavorato a pregevoli dischi di Cristina Donà e degli Scisma) ma in forte ascesa da leader dei milanesi Afterhours.  Nonostante la personalità straripante di Agnelli però, quello che ne uscì (“Solo un grande sasso”) fu pienamente accolto e sostenuto da un gruppo ancora alla ricerca di un proprio ruolo e di una propria identità. Non è un brutto album, intriso com’è di malinconica psichedelia (a partire da “Spaceman”), ma forse era prematuro e un tantino azzardato discostarsi così notevolmente dalle felici intuizioni del loro disco d’esordio.

L’esplosione su vasta scala – a patto che in effetti la cercassero, e la storia certificherà poi chiaramente di no – non arrivò ma il gruppo fece comunque tesoro di quell’esperienza, traendone spunti e giovamento per il successivo passo.

Intanto però dal vivo le loro performance si erano consolidate, le tappe su e giù per l’Italia non si contavano più, sempre incoraggiate dall’affetto crescente di un pubblico spesso affine e allo stesso tempo (o forse proprio per questo) esigente. La “freddezza” di Alberto era ben compensata dall’esuberanza della fascinosa bassista Roberta Sammarelli e dalla risolutezza del fratello Luca dietro i tamburi. Nessuno si risparmiava e agli occhi e alle orecchie della gente ciò che veniva trasmesso era un grande show, senza compromessi, capace di assorbire ed avvolgere.

“Il suicidio del samurai” del 2004 è il disco che per primo fa intravedere sin dove potranno spingersi i Verdena. E’ probabilmente l’ultimo album “agevole” all’ascolto, con tracce fatte e finite e per lo più accessibili e riconoscibili nella struttura (quasi elementare se pensiamo alle efficaci “Luna” e “Mina”) ma all’interno sono inserite delle canzoni che si discostano eccome dagli standard in voga nella pur frastagliata scena indie rock italiana (pensiamo a “Balanite” e alla lunga e sfuggente “Glamodrama”, che sembra anticipare certe atmosfere di “Requiem”).

E’ un disco senza punti deboli che sarà salutato col plauso della critica specializzata che d’ora in poi ne farà una sorta di beniamini da salvaguardare, alla stregua dei Radiohead per dire, e pure da un pubblico sempre più copioso e affezionato, non solo quando si tratta di assistere ai concerti, se è vero che allo zoccolo duro se ne aggiunsero altri al punto da farli diventare degli habituè delle charts, dove il disco rimase per moltissimi mesi nelle prime 50 posizioni.

Con “Requiem” saltano gli schemi, le etichette, i riferimenti musicali, e le tante presunte influenze, evidenti o implicite, vengono messe in secondo piano e d’ora in poi mai più tirate in ballo. Segno palese di un’ormai affermata ragion d’essere. I Verdena sono i Verdena, non devono più render conto a nessuno, non devono giustificare ascendenze o richiamare oscure band del passato. Sono un’entità viva, in evoluzione, pulsante, incatalogabile.

Il disco in questione era il più lungo di minutaggio fin lì espresso e conteneva canzoni dove veniva pestato più pesantemente l’acceleratore sul rock.  Frutto di numerose jam sessions da dove furono poi estratte canzoni definite come “Non prendere l’acme, Eugenio” (che nel titolo “gioca” con i primi Pink Floyd), “Il Gulliver” o “Don Calisto”, tutte costituite al loro interno da una solida struttura hard psichedelica, è come detto il lavoro più oscuro, cupo e che ben poco concede agli sprazzi di luce, eppure contiene al suo esordio le prima composizione in acustico del trio: autentiche gemme del loro repertorio come “Angie” (qui l’omaggio nel titolo è ai Rolling Stone) e soprattutto “Trovami un modo semplice per uscirne”. E’ vero che i testi sono ancora di difficile comprensione e materia forte e insindacabile per i detrattori ma giunti al quarto disco ai più sono percepiti come complementari alle musiche, per non dire adattissimi, laddove Alberto è in grado di emozionare lo stesso, col suo tono e la sua interpretazione, mettendo in secondo piano la frequente mancanza di ritornelli semplici al canto o di termini chiari e collocabili all’interno di una storia. Tuttavia, non mancano di poesia in molti punti, anche se con scarse probabilità starebbero ben accostate a un altro autore e difatti non mi è mai capitato in anni di frequentazione di social vari di leggerne delle citazioni qua e là!

Il resto è storia recente. Di “Wow” scrissi giù un lusinghiero giudizio. L’album, spinto dai sempre più numerosi fans alla sua prima settimana d’uscita sino al secondo posto in classifica FIMI, è un viaggio che sembra trasportarci negli anni ’70, a livello di atmosfere, senza che possa in nessun modo risultarci datato. E’ un’opera maestosa in 2 cd per un totale di 27 pezzi (non si può certo dire che i Verdena, tenendo conto anche dei numerosi ep pubblicati a ridosso o in concomitanza all’uscita di album non siano prolifici), dove il gruppo si mette in gioco sperimentando differenti soluzioni in fase di arrangiamento e azzardando nel vero senso della parola. Ma a maggior ragione dopo l’uscita dei due volumi di “Endkadenz”, si può ravvisare come il rischio sia calcolato e non considerato un freno alla loro creatività. L’ultimo in particolare fa issare i Verdena in cima alla classifica di vendite, nonostante la totale loro assenza dai giri che contano, dalle tv (con apparizioni di anno in anno sempre più diradate e praticamente assenti da quelle generaliste, pubbliche o private), da eventi commerciali o quant’altro. Certo, alcuni potranno sostenere che sono un po’ i “cocchi” dei critici musicali ma mai come nel loro caso mi sento di dire che non c’è nulla di ragionato o di regalato. E nemmeno a me vien da fare lo snob, di non considerarli perché in fondo tutti ne parlano bene. Non sono mai stati dei ruffiani, anzi, hanno evitato spesso e volentieri situazioni di possibile “conflitto”, rimanendo sempre sé stessi, anche quando forse sarebbe bastato pochissimo per accedere a certi standard. Ma mi pare di aver capito che al trio interessa solo comporre al meglio la loro musica e mettere in scena la loro arte.

(Gianni Gardon)

La verità sul ritorno degli Scisma

A bocce ferme, ora che la tempesta è passata, il rincorrersi di voci pure, con la presa di posizione della casa discografica e del gruppo stesso, finalmente pronti ad annunciare la verità, posso permettermi di tornare sull’oggetto della discussione.

http://www.woodworm-music.com/2015/09/02/scisma/

Giorni fa, esattamente sabato, noi di Troublezine.it, ce ne uscimmo con un articolo di questo tenore, inerente un ritorno importante nell’ambito della musica rock italiana: quello degli Scisma!

http://www.troublezine.it/columns/20088/scisma-pronti-a-tornare

La band della sponda bresciana del Garda, attiva negli anni ’90 ha lasciato un segno profondo nei cuori di tanti appassionati ma non è il caso in questa sede di ripercorrere le tappe di quello splendido periodo (per questo vi rimando sopra al link del mio pezzo), qui mi preme soffermarmi sulla questione delle fonti.

Riccardo Cavrioli, non solo bravissimo giornalista musicale in forza a Rockerilla e tra i più influenti redattori del sito per cui collaboro, ma soprattutto un carissimo amico,“fiutato” il colpo, mi aveva commissionato il pezzo, tenendo conto poi che all’epoca io e lui eravamo davvero vicini al gruppo, non solo presenti ai loro show in qualità di spettatori, ma lavorando come speaker per una radio locale, avevamo avuto modo di conoscerli bene, intervistandoli più volte ed entrando, in un periodo molto lontano dai social, in amicizia con tutti i componenti. Non fummo gli unici ovviamente, perché se c’è stata una band all’epoca in grado di fraternizzare con i loro fans, grazie a modi affabili, gentili e a una encomiabile disponibilità e umanità, è quella degli Scisma, però specie Ricky ha mantenuto i rapporti con loro, nonostante col tempo, considerata che poi l’attività del gruppo terminò a inizio decennio del 2000, siano divenuti più sporadici.

Io per scrupolo, documentandomi per avere conferma di una data precisa su un evento che li riguardava (nella fattispecie, il loro ultimo concerto ufficiale), feci la cosa più semplice e a portata di click del mondo, consultare wikipedia. Lì ho trovato la prima notizia relativa al ritorno degli Scisma, data per “ufficiale”, con tanto di uscita di un nuovo album ad ottobre. Quelle “famose” due righe stringate che poi hanno fatto letteralmente il giro del web fra i tanti appassionati di musica italiana. Ecco il punto: già il giorno stesso, ma soprattutto in quelli successivi, le condivisioni (nonostante Troublezine sia stato il primo sito a scrivere un articolo vero e proprio sul loro ritorno) della notizia si sono susseguite, tutte riportando come fonte wikipedia.

Non solo, sono pure affiorati diversi commenti qua e là di persone che “sapevano” la notizia ma che, quasi fosse un tacito accordo, l’avevano tenuta per sé. Come fatto da noi, ad esempio.

Lo scrupolo nel pubblicare l’articolo è stato massimo, ma nel momento in cui wikipedia aveva anticipato la stessa label per cui uscirà il disco (la Woodworm che si era, come dire, limitata nei giorni precedenti a lanciare l’amo dalla propria pagina facebook, parlando di uscita imperdibile o una roba del genere), pur dopo altro attento confronto, abbiamo deciso fosse il caso di pubblicare PER PRIMI la notizia.

E sì, riportando wikipedia e mantenendo il dubbio (anche se dire che avessimo fonti vicinissime agli ambienti del gruppo è riduttivo), perché così ci sembrava giusto e, soprattutto, professionale.

Che poi, specie negli ambienti legati al giornalismo indie rock, la notizia tra gli addetti ai lavori fosse più o meno nota (al punto – come detto prima –  che gli “io lo sapevo” si sono poi sprecati!) è un altro discorso, ma di fatto essendo stati i primi un po’ di merito mi sembrava giusto riconoscercelo. Non abbiamo urlato allo “scoop”, un po’ perché non rientra nel nostro stile, e un po’ perché wikipedia rimane, da dicitura, un’enciclopedia libera, aperta a ogni utente (quindi per natura non necessariamente attendibile, non scopro certo l’acqua calda) e non ci andava, non citandola, di dare l’idea al gruppo e alla casa discografica che avessimo avuto la classica “soffiata”.

Che però solo pochi abbiano avuto l’accortezza di linkare il nostro pezzo nel dare la notizia, preferendo annoverare tra le fonti wiki, quello scoccia. Saremmo anche piccoli ma sappiamo lavorare. Siti a vastissima diffusione come quelli di Xl e di Rockit hanno bellamente evitato di farlo. Rockit ha dato la notizia ben due giorni dopo e noto che in tanti poi hanno condiviso la notizia prendendola da loro.

Non sono ingenuo, è naturale che un sito come Rockit abbia tantissimi visitatori e lettori di più rispetto a un sito indipendente come Troublezine, però ritengo che esser stati cauti nel dare la notizia, tenendo il beneficio del dubbio, pur sapendo benissimo che la reunion e relativo disco erano cose certe, ci abbia col senno di poi, penalizzato. Avessimo sparato lo scoop ci sarebbe stato più risalto.

Da che mondo è mondo, pesce grande mangia pesce piccolo, e pazienza se ci hanno “sorpassato”, andando al limite a riprendere la notizia da wikipedia ma il punto, anche molto semplice da comprendere, è questo: chi si è preso la briga di andare a consultare, così dal nulla, la pagina wiki degli Scisma?

Siamo stati noi di Troublezine, e nella fattispecie io, mentre stavo scrivendo il mio articolo.

Non ci sono passato per caso… No, perché sembra che dalla sera alla mattina, tutti si siano svegliati con l’irrefrenabile curiosità di andare a consultare la pagina degli Scisma, che probabilmente era silente da un bel po’. Oppure forse la famosa scritta inerente il loro ritorno vi campeggiava già da giorni ma nessuno l’aveva letta. Quindi, io l’ho letta e l’ho divulgata, su questo non ci piove! Sono rimasto davvero esterrefatto nel trovar scritto qualcosa che non era ancora ufficiale, e a quanto pare nessuno del gruppo e della casa discografica ne era al corrente. Ma una volta che quella fonte, anche se non ufficialmente confermata dalle parti, era on line, a Troublezine abbiamo deciso di anticipare tutti, pubblicando l’articolo.

Perché di quello si tratta nel mio caso, di un articolo vero e proprio, con tutti i crismi, non di una semplice trasposizione di due righe prese da wikipedia.

(Va beh, ho voluto sfogarmi, portate pazienza! 🙂 ) 

Poi, chiaro, la cosa importante (e qui parlo da appassionatissimo di musica indie italiana quale sono, e di musica rock anni ’90, più che da “addetto ai lavori”) è constatare quanto risalto, quanta importanza abbia assunto il ritorno degli Scisma.

Anche solo il fatto che se ne parlasse nelle retrovie, ci regalava forti emozioni. E sapere che si esibiranno nuovamente dal vivo per tre concerti ad ottobre è stupendo: non potrò mancare certamente, per tutto quello che hanno rappresentato per me e per un’intera generazione di ascoltatori di rock italiano.

Grandissimi Scisma! E’ proprio vero che non li avevamo dimenticati!