“9/1/50” è un documentario sull’eccidio delle Fonderie Riunite di Modena assolutamente da vedere, per non dimenticare

Apprezzo molto il percorso artistico di Carlo Albè, scrittore e autore di reading e performance teatrali che spesso e volentieri affrontano tematiche sociali, andando a perpetrare la memoria di fatti salienti della storia d’Italia. Così come seguo dagli inizi della loro entusiasmante carriera i Modena City Ramblers, da quando cioè esordirono nella prima metà degli anni novanta codificando un genere come il combat-folk, la cui matrice linguistica già connota nel migliore dei modi una componente sociale che ben si poteva sposare appunto con l’etica del già citato Albè, nativo della provincia di Varese ma da qualche tempo di stanza in Emilia.

Dal loro connubio non poteva che nascere qualcosa di interessante e l’occasione si è materializzata con la rievocazione di un tragico fatto di storia, di Modena nella fattispecie, ma che non può non toccare le corde di tutti noi.

(credit foto – Samuele Mosna)

Il 9 gennaio del 1950, quindi settantatre anni fa, è ricordato come un giorno nefasto, in cui ci fu l’eccidio delle Fonderie Riunite di Modena, dove persero la vita sei persone e molte rimasero ferite.

Un evento che Legacoop Estense ha voluto testimoniare con un’iniziativa in cui sono stati coinvolti Carlo Albè, i Modena City Ramblers e il regista Samuele Mosna, al fine di realizzare un docu-film in cui attraverso parole, musiche e immagini, non andassero dimenticate in alcun modo le tante persone accorse quel giorno a uno sciopero indetto dalla CGIL per protestare contro il licenziamento di ben 500 operai metalmeccanici.

Ma quella che in origine doveva essere una legittima forma di protesta si è trasformata in un massacro, quando la polizia – già allertata – fece fuoco contro i manifestanti.

Albè narra i fatti con rigore storico, partendo da lontano, dalla nascita delle Fonderie, e in modo puntuale vi segue lo sviluppo, gli avvicendamenti e l’inizio della crisi e delle tensioni sociali; i Modena inframmezzano il tutto interpretando brani attinenti, a partire dall’iniziale “Figli dell’officina”, un tradizional sempre di grande attualità riadattato dai Nostri e già inciso ne l’album “Fuori campo”, senza tralasciare ovviamente “La strage delle fonderie”, che il gruppo aveva inserito in “Niente di nuovo sul fronte occidentale”.

Non mancano immagini di repertorio e testimonianze dirette di chi c’era al tempo, con la storia che poi si sofferma giustamente sulla nascita della Coop Fonditori a opera di nove dei lavoratori licenziati dalla Valvedit, i quali non si persero d’animo, decidendo di dare a se stessi e alla propria gente un’altra possibilità.

“9/1/50” è un documentario che andava fatto, e che merita assolutamente di essere visto, perché il tema del lavoro, delle morti associate ad esso e delle forti ingiustizie che ancora oggi si riscontrano dentro certi ambienti non può essere messo in secondo piano.

Certo, cambiano i periodi storici, la società è in continua trasformazione e si alternano i governi, ma ricordiamoci che, prima ancora che di lavoratori, si sta sempre parlando di uomini, con le loro storie, la propria dignità e delle vite che vanno rispettate.

N.B. Consiglio vivamente di iscrivervi al canale You Tube di Carlo Albè, dove lo storyteller pubblica materiale di varia natura, inerente all’arte e alle realtà sociali ma non solo.

https://youtube.com/@carloalbe9078

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Recensione – Jet Set Roger and the Reindeers: “In The Bleak Midwinter”

Come strenna natalizia con molto piacere vado a condividere con voi lettori questo ennesimo disco sorprendente di Jet Set Roger (nickname sotto cui si cela l’artista bresciano Roger Rossini), che alle prese stavolta con la riproposizione di alcune Christmas Carols, in un perfetto mix tra antico e moderno, è riuscito assieme a un valente gruppi di collaboratori che lo segue da anni a riproporre al meglio lo spirito originario delle stesse.

Si tratta del secondo volume da lui dedicato all’ argomento (dopo quello datato 2008), in cui ha voluto includere i brani eseguiti in seguito fino ad arrivare ai giorni nostri.

(la copertina di “In The Bleak Midwinter” è opera di Aleksandar Zograf)

I lavori di Jet Set Roger esulano spesso e volentieri dal semplice concetto di “raccolta di canzoni”, essendovi nei suoi progetti sempre un gran lavoro di ricerca nel recuperare, rielaborare e infine realizzare concept su narrazioni estremamente affascinanti, ancorchè in taluni casi misteriosi: ne siano un esempio i recenti “Lovecraft nel Polesine” e “Un rifugio per la notte”, pubblicati rispettivamente nel 2016 e nel 2019, entrambi sotto l’egida della Snowdonia Dischi, tra le labels più interessanti emerse sul finire del secolo scorso.

Stavolta con la dicitura “Jet Set Roger and the Reindeers”, come scritto in apertura, il Nostro ha voluto fissare su disco un’esperienza che in forma live procede ormai da diversi anni, se pensiamo che da vent’anni il gruppo è presente sui palchi bresciani per riproporre appunto queste “Christmas Carols”.

Al di là della portata storica e della passione che animano Roger e i suoi sodali (hanno suonato con lui in queste 12 canzoni – prodotte assieme al valente Marco Franzoni –  le cantanti Angela Kinczly e Kika Negroni, quest’ultima in organico nelle Reindeers dal 2004, il bassista Davide Mahony impegnato anche alle percussioni, il chitarrista Nicola Carraro e il batterista Mauro Carraro), ciò che colpisce maggiormente di “In The Bleak Midwinter” è lo spirito con cui è stato affrontato il tutto e l’atmosfera di cui è pervasa l’opera.

(Jet Set Roger in una foto di Roberto Covre, presente all’interno del libretto)

Sembra proprio che si siano divertiti assieme a suonare, col mattatore Roger a dettare ritmi e fornire suggestioni, facendoci catapultare idealmente al di là dell’Oceano, nello specifico tra Hollywood e Broadway dove le “Christmas Songs” ebbero una vasta eco.

Tra folk, swing e ballads Jet Set Roger and the Reindeers ci fanno scoprire (in alcuni casi) ma soprattutto amare brani curiosi come “I want a hippopotamus for Christmas”, successo della cantante bambina Gayla Peevey del 1953, la toccante “A child’s Christmas in Wales” del grande John Cale, la briosa “Jingle bell rock”, un’intensa “Good King Wenceslas” (che affonda le sue radici in un inno finlandese del XIII secolo), la più nota “We three kings of orient are”, fino ad arrivare avendo sufficientemente coccolato le nostre orecchie e scaldato i nostri cuori alla conclusiva “Hark! The herald angels sing”, assai evocativa. Spicca nel complesso la struggente title-track, resa magnificamente in chiave acustica.

All’interno di questa scaletta ricca di sorprese Jet Set Roger vi innesta in cima una sua composizione inedita, perfettamente allineata con il mood generale del disco, vale a dire la pimpante (ed accorata nella sua tematica) “It’s Christmas in the jet set (a political song)”: scritta nel 2008 e pervasa da un gusto ironico tratteggia la vicenda di un rampante yuppie rimasto senza lavoro, prospettando (e auspicando) nuovi scenari sociali.

Il mio invito è quello di procurarvi senza alcuna remora questo disco, davvero ben fatto e curato in ogni dettaglio, e al solito – visto il background e l’indole del suo autore – ricco di storie particolari degne e meritevoli di essere ricordate e tramandate.

Salutando il 2022 che per me rimarrà sempre un anno fondamentale, auguro a tutti un buon 2023!

Sono solito a fine anno trarre delle conclusioni personali su quello che ci lasciamo alle spalle per proiettarci avanti, consapevoli che il tempo è un flusso inarrestabile e che di fatto il 2023 inizierà da dove il 2022 terminerà la sua corsa.

E’ un modo per fare il punto di quello che è successo, chiamarli “bilanci” potrebbe sembrare azzardato, e allora quelle che di seguito andrò a fare non sono altro per me che semplici considerazioni, per lo più a briglie sciolte.

Nell’articolo di un anno fa preannunciavo gioioso un evento che avrebbe rivoluzionato la mia vita, o meglio la “nostra” (mia e di mia moglie Mary): aspettavamo il tanto desiderato primo figlio e in pratica di questi tempi stavamo già iniziando trepidanti il conto alla rovescia!

Luigi Maria è nato il 20 febbraio e in effetti nulla da quel giorno è stato più lo stesso: potrei scrivere un libro sulle emozioni che mi hanno travolto durante l’attesa: il travaglio di mia moglie; mentre ero in sala parto con lei; quando l’ho visto per la prima volta e tenuto in braccio, quando abbiamo incrociato i nostri sguardi…

Pensavo che il culmine della felicità fosse stato raggiunto in quel preciso istante, e invece mi rendo conto che per tutti i successivi 10 mesi la gioia si è rinnovata quotidianamente: abbiamo festeggiato il nostro primo Natale in tre, fra due mesi compirà un anno e, insomma, mamma mia, il tempo è davvero volato! Sta diventato grande!

Certo, insieme sono arrivate anche le prime ansie “da neo genitori”, ma il tutto lo stiamo vivendo sorretti da un entusiasmo e da un amore tangibili, il nostro in primis e poi, preziosissimo, quello delle persone che più ci stanno vicino e ci vogliono bene: i nonni, fratelli e sorelle, i nipotini, gli amici…

La nascita e la crescita di Luigi rappresentano proprio una gioia condivisa, perché nessuno come queste persone sa quanto abbiamo voluto un figlio e le difficoltà per coronare questo sogno.

Mi fermo qui per non diventare sin troppo sdolcinato e stucchevole, ma fidatevi (immagino poi che molti lettori abbiano vissuto le mie stesse emozioni!) che vederlo imparare cose nuove ogni giorno, con quella curiosità innata, quel sorriso spontaneo, quegli occhi di un verde/grigio intenso e magnetico, quella spigliatezza e naturalezza che comprende e connota ogni suo gesto, è una sensazione così forte che davvero (non è un modo di dire) fa passare in secondo piano certe brutture del quotidiano, i malumori che di volta in volta incombono, le giornate storte e così via: non è che i problemi spariscano per magia, ma almeno li si riesce ad affrontare meglio, definendo senza mai più perderle di vista, le vere priorità della vita.

Io ringrazio il cielo perché ho ancora i miei affetti più grandi vicino, la salute bene o male ci ha sorretto tutti, c’è chi invecchia e chi cresce (penso ai miei nipoti) andando incontro al fiore dell’età e alle prime scelte importanti, e inoltre la famiglia si è ulteriormente allargata, visto che il 15 settembre mio fratello Jonathan e sua moglie Fatima sono diventati genitori di due splendidi gemellini, Aaron e Rayan, incrementando quindi il numero di bambini che gravitano per la casa!

E’ stato un anno di cambiamenti non soltanto per quanto riguarda la sfera più prettamente personale, ma anche perché in maniera assolutamente inaspettata – almeno nelle tempistiche – la primavera scorsa ho chiuso una (splendida) esperienza lavorativa per aprirne un’altra, ancora nella sfera sociale ma piuttosto differente per obiettivi e finalità. Che poi, io sono convinto – anche perché altrimenti non svolgerei questo lavoro da vent’anni – che chi faccia l’educatore sia dettato da una predisposizione dell’animo e che questa attitudine che ti ritrovi inconsapevolmente (magari quando ancora non si ha chiaro cosa fare della propria vita) giocoforza poi la saprai esprimere in ogni contesto in cui ti ritroverai a operare, che sia una scuola, una struttura sanitaria, una comunità alloggio, un centro diurno per ragazzi o per anziani, o appunto, venendo quindi alla più stretta attualità, seguendo dei progetti sulla povertà per i servizi sociali di vari comuni.

A chi mi chiedeva notizie sul perché di una tale scelta, ho sempre risposto che un vero motivo non c’era, non avevo mai avuto problemi con nessuno, né tanto meno c’entravano i soldi: forse però (ma ci sono giunto dopo a certe conclusioni) ero consapevole che, pur con qualche inevitabile errore lungo il cammino, lì dentro avevo dato tutto ed era venuto il momento di trovare una dimensione diversa.

Pur avendo acquisito una certa competenza e potendo contare su tanta esperienza anche riconosciuta nel campo, ho dovuto comunque un po’ reinventarmi, perché ero sempre stato abituato a lavorare diversamente, a strettissimo contatto con le persone e in equipe numerose dove il confronto era alla base di tutto, pur nel rispetto dei ruoli (che ovviamente nelle grosse realtà sono indispensabili).

Oltretutto occupandomi di progetti educativi a favore di persone con disabilità ho scoperto ben presto quanto sia molto più in realtà quello che si riceve rispetto a ciò che si da’ e si fa: non è sicuramente un posto per tutti, ci sono tante variabili e tante difficoltà ma si ha a che fare con persone con esigenze tutte diverse e tutte importanti, che per tanti aspetti dipendono da te, o per lo meno confidano in te come interlocutore, professionista, amico…

Penso in tanti anni di attività di avere maturato un mio modo di operare, non sono l’educatore perfetto ma di certo non ho mai perso di vista l’obiettivo che muove dal profondo ogni mio intervento, vale a dire il benessere della persona che ho davanti a me, che non è né materiale né a volte fisico e psicologico (nessuno, ahimè, ha la bacchetta magica per certe cose), ma che spesso si può concretizzare anche nei piccoli e semplici gesti.

Ecco, tutto questo ho provato a riversarlo nel mio nuovo incarico, ora che ho a che fare principalmente con nuclei famigliari svantaggiati per i motivi più vari, e alla fine al di là di protocolli validi cui attenersi, la differenza sono convinto la faccia sempre la relazione di fiducia che si instaura con la persona.

Il mio “bilancio” lavorativo lo posso definire soddisfacente, mi sento di più dentro questo “vestito” rispetto ai primi mesi e sono molto sereno e in pace con me stesso, però come si sarà capito, il nostro non è un mestiere come un altro, e pertanto quando chiudo non è mai per sempre: proprio perché dall’altra parte ci sono persone con cui negli anni si sono instaurati legami forti, questi non vengono recisi, e sono felice e orgoglioso di sentirmi dire che “le porte sono sempre aperte”, è gratificante rivedere i sorrisi dei miei “ragazzi” e degli ex colleghi quando passo in visita.

In particolare poi, lo dico senza remore e senza nulla togliere ad altre esperienze lavorative passate, quello intrapreso nei sei anni in cui ho prestato servizio come referente educativo presso la Fondazione Franchin Simon di Montagnana (PD) è stato il percorso che più di tutti mi ha segnato, lasciandomi qualcosa dentro che mi porterò per sempre. Ed è bello – anche se quando lo scrissi non pensavo che da lì a un anno le strade dal punto di vista lavorativo si sarebbero separate – sapere che un libro come “Simon sono io” rimarrà per sempre a suggellare quello che è stato vissuto.

I signori Franchin, genitori di Simon, si erano affidati in toto a me per la stesura del testo, raccontandomi la loro vita e quella del loro figlio speciale, confluita poi nella realizzazione di una realtà importante per la vita di tante persone, la Fondazione che porta il suo nome appunto, e di questo sarò sempre orgoglioso e riconoscente, perché poi quella storia è stata pubblicata da un editore “vero” e letta e apprezzata da tanta gente!

Probabilmente da quando inaugurai questo blog (sono quasi tredici anni ormai che esiste Pelle e Calamaio) non avevo mai scritto così diffusamente del mio lavoro, perché qui vengono inseriti per lo più articoli inerenti alle mie passioni più grandi – passioni che grazie al cielo negli anni hanno trovato spazio per liberarsi anche altrove – , vale a dire la musica e il calcio, principalmente.  

Scrivo così tanto che in effetti molti pensano (perché mi è stato detto e chiesto più volte) sia quello il mio “vero” lavoro, e a tutti rispondo che “no, non è con quello che ci pago il mutuo, ma con il mio lavoro di educatore e formatore”, anche se poi mi rendo conto ogni giorno che passa quanto la scrittura sia davvero imprescindibile per me.

In questi ultimi dodici mesi fortunatamente sono stato impegnato moltissimo su questo fronte, portando avanti le collaborazioni con la rivista “Vinile” diretta da Michele Neri, con il sito “Indie for Bunnies”, figurando ancora come giurato in rassegne di musica d’autore, curando delle rubriche per altri media, venendo interpellato per visionare o correggere testi, bozze e quant’altro, partecipando a varie trasmissioni, e a quanto pare ci saranno delle novità importanti al riguardo anche per il 2023.

Se, come avete visto, gran parte del mio tempo è assorbito dal lavoro di educatore, vi chiederete come faccio a portare avanti tutto questo? Beh, è una domanda che ho smesso di farmi, ma la risposta più semplice che mi do’ è che voglio portare avanti solo cose che mi piacciono e mi danno soddisfazione, gestendomi in autonomia i tempi (dove possibile), organizzandomi, senza tralasciare mai la famiglia, che come avrete capito è la cosa per me più importante.

La realtà è che “scrivere” non mi costa fatica, anzi, è una cosa che mi rilassa e mi fa star bene, che posso certamente ridimensionare (ad esempio quando mi trovo davanti a tante incombenze necessarie), ma di cui non potrei fare a meno: c’è solo un’altra cosa che forse mi piace di più rispetto alla scrittura ed è… “leggere”.

Lo so, possono sembrare consequenziali o complementari le due passioni ma fidatevi che non sempre è così, ne conosco di gente che quasi si “vanta” di scrivere senza però leggere, come se fosse una perdita di tempo o se non ne avesse bisogno, essendo già padroni della loro penna… mah, per me la lettura è davvero fondamentale, sia per svagarmi ma anche perché amo conoscere, sapere, approfondire…

E quindi, in soldoni, continuerò a farlo pure l’anno prossimo, e chi avrà voglia di leggermi o seguirmi avrà sempre la mia gratitudine: a quasi 46 anni ho trovato il mio equilibrio e la mia dimensione, non sono mai stato in cerca di particolari consensi, o meglio determinati risultati non li do’ assolutamente per scontati, vanno anzi guadagnati sul campo. So bene che non si potrà mai piacere a tutti (non capita nemmeno ai più grandi, i “criticoni” ci sono sempre da che mondo è mondo), ma anche solo riuscire a emozionare qualcuno con le proprie parole è un regalo che ogni volta mi tengo nel cuore.

Posso anticiparvi per il momento che i tempi sono maturi per la ripresa di una mia trasmissione sulla webradio www.yastaradio.com gestita dall’amico Dalse e che a gennaio uscirà un’importante pubblicazione del già citato Michele Neri, un volume enciclopedico dedicato ai cantautori e alle cantautrici emersi nel nuovo millennio, in cui sono stato coinvolto durante la realizzazione: ho contribuito occupandomi di un centinaio di schede, si tratta di un progetto editoriale rilevante dal punto di vista storico e musicale, partito da molto lontano e che finalmente vedrà la luce. Anche in questo caso, voglio cogliere l’occasione per ringraziare ancora una volta pubblicamente il mio direttore per la fiducia e la stima dimostratami.

In merito ad altri progetti invece parlerò diffusamente a tempo debito, anche perché grazie al cielo di roba buona che bolle in pentola ce n’è davvero parecchia!

Per questo nel mio piccolo voglio guardare con ottimismo al futuro, ma non perché io sia insensibile a quello che sta accadendo fuori dalla mia “bolla”, ma perché credo che se ognuno avesse la possibilità di seguire le proprie passioni poco alla volta riusciremo a lasciare in eredità un mondo, se non migliore, quantomeno diverso, forse più autentico.

Ho capito crescendo, e lo dico da fervente idealista, che purtroppo ci sono situazioni più grandi di noi che non potremo cambiare (guerre, pandemie, cambiamenti climatici… non ci stiamo facendo mancare proprio nulla!) e allora cerchiamo almeno di vivere in armonia con gli altri e prima di tutto con noi stessi, di migliorarci, trovare un appiglio, uno spunto, qualcosa con cui e per cui svoltare, o semplicemente per trovare la forza di andare avanti.

Ci sono dei vuoti che non verranno mai più riempiti, lo sappiamo bene ed è pure azione crudele constatarlo, come quando ci vengono a mancare dei riferimenti importanti, fondamentali, degli affetti così profondi per i quali non saremo mai veramente preparati a separarcene.

La vita ci presenta il suo conto, spesso senza preavviso, e questo 2022 che ho voluto celebrare e in modo sottointeso ringraziare per quanto mi ha regalato, ha anche generato momenti duri, tragedie delle quali non sai darti un perché, perdite importanti. Fra queste, per alcuni, figurano anche le (purtroppo tante) persone celebri che hanno salutato questo mondo, ultimo il leggendario Pelè.

Ognuno di noi può vivere come un lutto profondo la morte di una celebrità: spesso chi si occupa di spettacolo, gli attori, i musicisti, gli uomini di sport, gli scrittori, ecc. diventano familiari, entrano a far parte della nostra vita e che con la propria arte ci stanno vicino, rendendola persino migliore. Per questo comprendo il dolore che a volte si fa collettivo e che ha bisogno di essere manifestato, esorcizzato: a me ad esempio ha colpito molto la morte di Taylor Hawkins, anche se ovviamente non lo conoscevo, perché mi ha sempre trasmesso molto con la sua musica e vedere (nei social specialmente) tanti ricordi e omaggi su di lui ha reso la cosa molto partecipata e toccante.

Allargando ancora il cerchio, quest’anno sono accaduti anche tanti gravi fatti di cronaca che non possono certo lasciare indifferenti, gente che ha perso tutto e che dovrà in qualche modo ricominciare.

E’ davvero difficile accettare l’irreversibilità delle cose, qualcosa che in maniera ineluttabile ti piomba addosso rivoluzionandoti l’esistenza; credo però che finchè c’è anche una sottile, flebile, speranza, le persone abbiano comunque una nuova chance importante da giocarsi, pur riconoscendo che ovviamente non tutto può sempre dipendere da te.

Pensiamo ai rapporti umani, soffermiamoci per un attimo sulle amicizie: quante volte per svariati motivi ci si perde per strada, e nomi e volti con cui hai condiviso una fetta importante della tua vita a un certo punto diventano marginali? Ecco, se c’è volontà da entrambe le parti, se ne vale la pena, diamoci il tempo di riallacciare rapporti, e se il caso accorciamolo quel tempo… questo anno che si sta chiudendo ha certamente consolidato diverse amicizie, mentre altre si sono affievolite ma ci sono legami destinati a non spezzarsi, e altri che dureranno per sempre.

Personalmente ci tengo a ricordare in questo spazio personale due persone in particolare, due amici, la cui perdita mi fa ancora male e a cui il mio pensiero torna spesso.

Il primo si chiama Giovanni, conosciuto proprio in Fondazione, con cui negli anni avevo instaurato un rapporto speciale, di complicità mi verrebbe da dire. Quando torno da quelle parti, ed è successo anche di recente poco prima di Natale, ancora devo abituarmi all’idea che non ci sia più. Era veramente una presenza importante, si faceva indubbiamente conoscere e voler bene, e io gliene ho voluto tanto, come lui a me.

Il secondo amico che ho perso si chiama Alex, e nel suo caso è stato tutto così improvviso che davvero si fa una gran fatica ad accettare. Non è sbagliato dire che ci conoscevamo da una vita, perché siamo cresciuti da vicini di casa praticamente, amici di famiglia, nella stessa via di un piccolo paese della sperduta provincia veronese (Menà) e poi a distanza di un anno ci siamo trasferiti entrambi nel vicino comune di Castagnaro, ancora nello stesso quartiere.

Lui coetaneo di mio fratello Jonathan, con cui ha condiviso un sacco di esperienze, io grande amico di suo fratello Mirco, che ho voluto anche come mio testimone di nozze. E’ vero, negli ultimi tempi non ci si vedeva più tanto spesso, entrambi alle prese come tutti con mille impegni e ormai anche lontani geograficamente, ma quando capitava era davvero come se ci fossimo salutati il giorno prima. Avevi, Alex, quella capacità di rallegrare tutti, di fare gruppo, di coinvolgere, di dare attenzione massima al tuo interlocutore, chiunque esso fosse. Ci hai fatto un brutto scherzo, l’ultimo dei tuoi, ma tutti preferiamo ricordarti per i tantissimi momenti felici che ci hai regalato negli anni.

Perdonate lettori questa mia lunga digressione, giuro che questo voleva essere un articolo snello, di saluto al 2022 e di benvenuto sotto buoni auspici al nuovo anno. Ma immagino anche che mi segue e legge da tanto tempo sa che, nonostante tutto, non sono tipo che si abbatte facilmente e che mi ero ripromesso, ormai dieci anni fa, quando scampai a una rara e gravissima malattia ristabilendomi col tempo del tutto, che sarei sempre stato grato per questo dono chiamato Vita. 

Non sarà mai tutto perfetto, ci saranno ancora problemi o motivi per stare male, incazzarsi, litigare, ma grazie al cielo so che troverò sempre anche dei buoni motivi per sorridere!

BUON 2023 A VOI TUTTI, CARISSIMI LETTORI!

A presto!

(Gianni Gardon)

Top 20 Migliori Album Italiani del 2022

Il 2022 è stato indubbiamente un anno prolifico per quanto riguarda le uscite discografiche di artisti italiani, soprattutto in termini di qualità, potendo offrire una vasta gamma di proposte musicali di vario genere: dalla canzone d’autore al rock, dal pop al folk, fino ad approdare in territori più sperimentali.

Insomma, nell’elenco che andrò a proporvi e che riguarda i miei album preferiti di questa annata che sta volgendo al termine, troverete di tutto, anche piuttosto bene assortito, consapevole allo stesso tempo di non aver potuto inserire diversi altri titoli che avrebbero meritato una citazione. Ma tant’è, quando si vuole stilare una classifica, è indubbio che sia necessario compiere delle scelte, e io a conti fatti sono felice di condividere con voi quelli che sono a mio avviso i dischi più belli e interessanti ascoltati da gennaio a dicembre. (Molti di questi album ho avuto modo di recensirli sulla rivista Vinile, sul sito di Indie for Bunnies e ovviamente su questo blog personale)

Ecco quindi in ordine, dalla prima alla ventesima posizione, la mia Top Ten degli Album di artisti italiani:

1. C’MON TIGRE – Scenario

2. LEBENSWELT – Unspoken Words

3. MARLENE KUNTZ – Karma Clima

4. DEAD CAT IN A BAG – We’ve Been Through

5. NICOLA LOTTO – Il canto nudo

6. LASSOCIAZIONE – Di cani di lupi e d’umani

7. LEDA – Marocco Speed

8. PIPPO POLLINA – Canzoni segrete

9. UMBERTO PALAZZO – Belvedere orientale

10. MARIO PIGOZZO FAVERO – Mi commuovo, se vuoi

11. OLDEN – Questi anni. Dieci brani inediti di Gianni Siviero

12. NU GENEA – Bar Mediterraneo

13. ROSGOS – Circles

14. ‘A67 – Jastemma

15. EDDA – Illusion

16. MARCO ONGARO – Solitari

17. MAISIE – Dal diario di Luigi La Rocca, cittadino

18. DAGGER MOTH – The Sun is a Violent Place

19. ALMAMEGRETTA – Senghe

20. OSSI – Ossi

MENZIONE SPECIALE (3 album)

MESSA – Close

CATERINA BARBIERI – Spirit Exit

GOMMA – Zombie Cowboys

… e per finire altri 10 dischi in ordine sparso:

ENTEN HITTI – Via Lattea

CLAN DESTINO – L’essenza

GNUT – Nun te ne fa’

DAVIDE DUDU MORANDI – Vecchio come la Luna

FRANCESCO FORNI – Una sceneggiata

HUMPTY DUMPTY – We Are Lonely and Glowing in the Night

WHITEMARY – Radio Whitemary

MANUEL AGNELLI – Ama il prossimo tuo come te stesso

NERO KANE – Of Knowledge and Revelation

VERDENA – Volevo magia

Top 20 Migliori Album Internazionali del 2022

L’anno che ci stiamo lasciando alle spalle è stato costellato da un buon numero di album di assoluto valore, tra conferme, novità, classici che hanno ancora molto da raccontare e rivelazioni.

In questo primo articolo andrò a passare in rassegna quelli che ho ritenuto i migliori album di artisti internazionali: si tratta in molti casi di dischi che ho recensito nelle testate con cui collaboro (Vinile, Indie for Bunnies) e ovviamente in questo blog, ma più semplicemente sono titoli che ho ascoltato per puro piacere, traendone sempre emozioni e buone vibrazioni.

Se per la prima piazza in assoluto della mia personale graduatoria gli statunitensi Delines non sono quasi mai stati messi in discussione, visto che ho amato il loro album dal primo ascolto e ho continuato a tenerlo vicino alle mie orecchie per molto tempo, alle sue spalle invece mese dopo mese si è delineata una lista di altri nomi assolutamente meritevoli.

Tra i big un posto di assoluto rilievo l’ha ottenuto il cantautore scozzese (di chiare origini italiane) Paolo Nutini, che è riuscito a migliorare il livello già altissimo del suo disco precedente. Al terzo posto figura un gruppo emergente, i King Hannah da Liverpool, autori del miglior esordio dell’anno. Da segnalare inoltre l’ottimo ritorno in scena dei norvegesi Madrugada, band che amo sin dal loro debutto, avvenuto sul finire dello scorso millennio.

Ecco di seguito l’elenco completo dei miei dischi preferiti di questo prolifico 2022 musicale, dalla prima alla ventesima posizione:

1. THE DELINES –  The Sea Drift

2. PAOLO NUTINI –  Last Night in the Bitterseweet

3. KING HANNAH – I’m Not Sorry, I Was Just Being Me

4. DRY CLEANING – Stumpwork

5. BIG JOANIE – Back Home

6. THE BIG MOON – Here Is Everything

7. MADRUGADA – Chimes At Midnght

8. SPOON – Lucifer on the Sofa

9. AL- QASAR – Who Are We?

10. GRACE CUMMINGS – Storm Queen

11. FONTAINES D.C.– Skinty Fia

12. ALVVAYS – Blue Rev

13. SONDRE LERCHE – Avatars of Love

14. BETH ORTON – Weather Alive

15. WARPAINT – Radiate Like This

16. PILLOW QUEENS – Leave the Light On

17. TAMINO – Sahar

18. BJORK – Fossora

19. STROMAE – Multitude

20. THE SMILE – A Light for Attracting Attention

MENZIONE SPECIALE (3 album)

EZRA COLLECTIVE – Where I’m Meant To Be

KEVIN MORBY – This Is A Photograph

KNIFEPLAY – Animal Drowning

… e per finire altri 10 dischi in ordine sparso:

PORCUPINE TREE – Closure/Continuation

FANTASTIC NEGRITO – White Jesus Black Problems

WEYES BLOOD – And in the Darkness, Hearts Aglow

MITSKI – Laurel Hell

ALDOUS HARDING –Warm Chris

SORRY – Anywhere But Here

BEABADOOBEE – Beatopia

VERO –Unsoothing Interior

METRONOMY – Small World

BLACK COUNTRY, NEW ROAD – Ants from Up There

Pillole di musica alternativa italiana: Alessandro D’Alessandro, Humpty Dumpty, Nero Kane, Canzoniere Grecanico Salentino e Mora & Bronski

Dopo aver concluso il viaggio che in dieci tappe molto diverse fra loro ci ha portati a perlustrare il meglio della musica alternativa italiana, mi ero ripromesso di dedicare un ultimo articolo sull’argomento, una sorta di appendice, in cui segnalare in breve altre opere (e relativi autori) assolutamente meritevoli e che, in alcuni casi, da tanti anni si stanno misurando con delle proposte davvero particolari che intendono scardinare alcuni territori legati alla scena tricolore “tradizionale”.

Non si tratta quindi di vere recensioni, anche perché alcuni di questi dischi sono stati pubblicati un po’ di tempo fa, ma giusto delle pillole per accendere la luce su lavori assolutamente da non perdere!

ALESSANDRO D’ALESSANDRO – Canzoni (per organetto preparato & elettronica)

Da tempo il suo nome è noto agli addetti ai lavori, specie per chi si occupa di musica d’autore. Compositore e musicista sopraffino, col suo strumento principale (l’organetto) ha collaborato a diversi progetti, fino a mettere la propria firma su alcuni titoli di pregio, tra cui “Canti, ballate e ipocondrie d’ammore” insieme al cantautore Canio Loguercio, che si è aggiudicato la Targa Tenco nel 2018 come Miglior Album in dialetto e il più recente “Canzoni”, dove il Nostro ha rielaborato in chiave assolutamente personale tanti brani del repertorio italico e non solo.

Dalla celebre “Azzurro” all’immortale “I Shot the Sheriff”, da “I Giardini di Marzo” e altre ancora, in un tripudio di ospiti e buone vibrazioni, D’Alessandro ha saputo fare facilmente centro caratterizzando il lavoro col suo magnifico suono. Notevole anche l’inedito, da lui composto, “Tiritera delle canzoni che volano” a cui hanno contribuito in modo egregio Elio e David Riondino. Il brano è arrivato anch’esso a un passo dall’aggiudicarsi una Targa (come “Miglior Canzone in assoluto”), nella recente edizione del Premio Tenco, fermandosi infine al secondo posto.

HUMPTY DUMPTY – We are Lonely and Glowing in the Night

Seguo la vicenda artistica di Alessandro Calzavara, il vero factotum del progetto Humpty Dumpty, da un po’ di tempo, nonostante sia piuttosto arduo muoversi all’interno di una discografia così cospicua. Su questo blog nello specifico spesi parole molto lusinghiere su “Lie/ability”, disco uscito ormai due anni fa. Nel frattempo l’artista messinese non si è fermato, pubblicando nel 2021 l’album d’esordio dei Dana Plato, in cui veniva affiancato dai sodali Giovanni Mastrangelo (in arte Monster Joe) e il paroliere Gianluca Ficca. I tre si sono ritrovati per alimentare nuovamente la sigla Humpty Dumpty e il risultato non si discosta dai precedenti, in termini di pura qualità della proposta.

“We are Lonely and Glowing in the Night” è giunto quest’anno ancora presentando una forma caleidoscopica della materia rock, declinata via via assecondando suggestioni psichedeliche, oscure derive post-punk, grovigli dark e vena autoriale. Canzoni come “Oh Rebecca”, “On the Prowl”, “Sleepless” o “The Alluvium” mettono in scena umori cangianti ma che in egual modo colpiscono l’ascoltatore con quei toni obliqui, misteriosi, l’andatura ondivaga delle note e l’ambiguità delle parole che risultano sempre comunque estremamente affascinanti. C’è poco da discutere: tra le migliori espressioni del rock nostrano, non somigliante a nessun altro, ci sono sicuramente gli Humpty Dumpty, alfieri indiscussi nel tradurre in musica, con una cura certosina, la filosofia del Do It Yourself.

NERO KANE – Of Knowledge and Revelation

E’ uscito pochi mesi fa “Of Knowledge and Revelation”, ultimo lavoro in studio di Nero Kane, moniker del chitarrista, cantante e autore Marco Mezzadri che forma un duo con la polivalente Samantha Stella, pianista, voce e curatrice della suggestiva parte video di un progetto certamente insolito alle nostre latitudini ma che cerca stoicamente di farsi largo all’interno di un panorama musicale alquanto frastagliato. Il campo d’azione rimanda a un ambito piuttosto specifico, eppure vi è una propensione a ridisegnare determinati stilemi aggiungendo soluzioni contaminate, tra l’altro con riscontri sempre maggiori da parte della critica specializzata. Non si può imputare che al Nostro piaccia “vincere facile”, quella di Nero Kane è una proposta ostica, che prende le coordinate da un rigido apparato dark-gotico per addentrarsi poi in territori differenti, venati di folk e da certa austera musica elettronica.

Le melodie e i ritmi si dilatano sensibilmente e rimane sospesa quell’atmosfera assai fascinosa che magistralmente sanno richiamare in un disco che, se ben poco concede all’orecchiabilità, di contro sa offrire intense emozioni, senz’altro ambivalenti. Le sonorità tenebrose ed eteree, sin dal singolo “Lady of Sorrow” (a cui non si può rimanere indifferenti), ammaliano e seducono e lo fanno dalla prima all’ultima nota, vivendo di contrasti tra la glacialità di “Burn the Faith” e i toni apocalittici di “The Vale of Rest”. L’ascolto di un album simile diventa giocoforza un’esperienza forte, di quelle in grado finanche di segnare o quantomeno di colpire con la capacità di creare un immaginario fortemente evocativo.

CANZONIERE GRECANICO SALENTINO – Meridiana

Lo so, il loro nome rappresenta ormai un’istituzione nel mondo folk-world italiano (e non solo) ma ciò non mi impedisce di ribadirne anche con queste poche righe il valore e di evidenziare la grande qualità con cui intessono ogni loro progetto discografico da ormai più di quarantacinque anni (al lontano 1977 infatti va fatto risalire il vero esordio, ma il sodalizio si era formato due anni prima). L’ultimo imperdibile disco della serie, una sorta di concept sul tempo che inesorabilmente trascorre, è uscito poco più di un anno fa, si intitola “Meridiana” e, al solito, in un’irresistibile miscela di antico e moderno celebra la Terra del Sud con i suoi riti e le sue infinite bellezze.

Ascoltando brani dall’impeto incalzante come “Balla Nina”, “Vulìa” e la paradigmatica “Tic e tac” (dove interviene il grande Enzo Avitabile), o altri dal mood più ipnotico e cadenzato come “Ntunucciu”, “Orfeo” e la dolce title-track, è impossibile non farsi travolgere da ogni dettaglio, che sia l’intensa melodia delle note, la trascinante pizzica, il canto passionale e ricco di espressività della talentuosa Alessia Tondo e del viscerale tamburellista Giancarlo Paglialunga, o la magia del funambolico violino di Mauro Durante. Proprio quest’ultimo rappresenta la vera continuità di una regione sociale che si è sempre saputa rinnovare arrivando integra ai giorni nostri, senza aver smarrito un grammo del suo inestimabile fascino. Il Canzoniere Grecanico Salentino è un autentico patrimonio della nostra cultura.

MORA & BRONSKI – 50/50

L’ultimo nome che passo in rassegna è anche quello il cui lavoro discografico preso in esame è stato pubblicato più indietro nel tempo, addirittura nel 2018 e rappresenta una sorta di risarcimento “morale” da parte mia, perché in questi anni non ho mai avuto modo di scriverne come avrei voluto, visto che sin dal primo ascolto ne sono rimasto estremamente colpito e affascinato. Fece da tramite per la mia conoscenza di questo fantastico duo (di certo non dei ragazzini alle prime armi: Fabio Mora è stato il cantante dei Rio e Fabio Ferraboschi è attivissimo come autore, musicista e produttore impegnato in mille progetti, sempre di qualità) il buon Lorenzo Zadro, semplicemente uno dei massimi esperti di blues in Italia, oltre che mio compaesano! Attivo nella scena come produttore e discografico ha scommesso forte su questi due artisti e mi vien da dire che ne sia stato ben ripagato.

In “50/50”, terzo disco di Mora & Bronski, si percepisce chiaro come si siano divertiti e appassionati ripercorrendo la storia del genere, innestandolo egregiamente con elementi country, rock, pop e d’autore, tra preziosi ripescaggi (merita una menzione almeno la loro magnifica versione di “No potho reposare” dei Tazenda) e interessantissimi inediti (doveroso citare le irresistibili “Spaghetti Blues” e “Carezze all’ossigeno”, con la preziosa collaborazione di Pietro Marcotti). Il tutto si sposa perfettamente con la natura di un album votato sì a omaggiare una parte dell’America sotterranea ma soprattutto a rinverdire e rinnovare una musica meravigliosa come il blues, troppo spesso ingiustamente tacciata di appartenere a un’epoca ormai vetusta. L’amore che traspare da queste sedici canzoni, ottimamente interpretate e suonate, è evidente e mettervisi all’ascolto produce effetti quasi terapeutici: è infatti un album che fa stare bene! Ora però affrettatevi a realizzare un nuovo disco che nel frattempo sono già passati quattro anni!

Musica alternativa italiana#10: Sade Mangiaracina – “Madiba”

Per l’ultima puntata della rubrica dedicata alla musica alternativa italiana (anche se anticipo che pubblicherò un’appendice con altri cinque album assolutamente meritevoli di ascolto) sono stato combattuto se dedicare il pezzo a rappresentanti di musica classica oppure ad altri di area jazz.

Entrambi sono territori musicali per me ricchissimi di fascino (oltre che di storia) nei quali amo rifugiarmi e farmi assorbire pian piano nota dopo nota.

In soccorso a questo mio dubbio mi è venuta però l’artista di cui alla fine andrò a parlarvi, vale a dire la talentuosa pianista e compositrice siciliana (di Castelvetrano nel trapanese) Sade Mangiaracina che con il suo trio aveva brillantemente esordito quattro anni fa con l’album “Le mie donne”, un progetto dedicato a significative figure femminili, mostrando già uno stile personale e peculiare.

Il perché è presto detto: lei riesce a incarnare entrambi i due mondi, unendo una formazione classica a un approccio jazz, intessendo inoltre il tutto di sapori mediterranei i cui echi si sentono in lontananza ma sono comunque presenti.

(la copertina di “Madiba”, album di Sade Mangiaracina pubblicato nel 2021)

Da allora non l’ho persa di vista, anche perché dopo essersi fatta notare e preso le sue soddisfazioni aprendo concerti di autentiche star come Dionne Warwick e suonando in tour con Simona Molinari, la Nostra si stava sempre facendo più strada a livello discografico dopo la pubblicazione del più recente “Madiba” dedicato a Nelson Mandela, uno degli uomini simbolo del Novecento.

Ancora con i fidati Marco Bardoscia al contrabbasso e Gianluca Brugnano alla batteria (oltre al valente ospite Ziad Trabelsi, impegnato col suo magnifico oud in alcuni brani), la Mangiaracina si e inoltrata nuovamente nella composizione di quello che non è sbagliato definire un concept-album in quanto ogni traccia che compone il disco (otto in totale, tutte autografe) è relativa alla vita del grande politico sudafricano.

Si può a ben ragione affermare che, con la sola forza di un sound eclettico e in grado quasi di parlarci, quella messa in scena sia una biografia musicata, in grado di esprimersi appieno con la sola forza espressiva delle note.

Dietro il lavoro, come ulteriore garanzia di qualità, c’è nuovamente la Tuk Music, label indipendente fondata da Paolo Fresu che dimostra una volta di più di voler scommettere sulle qualità della pianista, indiscutibilmente tra i nomi più promettenti del panorama nazionale.

La partenza di “Madiba” è affidata alla traccia eponima, ricca di pathos e sostanza, con una musica dall’andamento dolce e sognante in pieno equilibrio tra istanze classiche e bagliori jazzati. Caratteristico è il contrabbasso di Bardoscia suonato con l’archetto a conferire la giusta dose di solennità a un brano di per se profondo nella sua essenza, nel cui finale si avverte la voce campionata del leader sudafricano.

Si prosegue con la più dinamica e impetuosa “Winnie” dedicata all’ex moglie di Mandela, dagli umori cangianti e imprevedibili, mentre la successiva “Letter from a prison, pt.1” è intrisa di autentico struggimento e, come esemplifica il titolo, rievoca la triste e saliente vicenda dell’apartheid, con Madiba che fu costretto a subire 27 anni di carcere, senza mai smettere di lottare per i diritti di uguaglianza.

Di tutt’altro tenore appare “Destroying Pass Book” che mette in evidenza le straordinarie capacità compositive e musicali di Sade Mangiaracina, tra intrecci di strumenti, cambi di registro e atmosfere, e una pluralità di ritmi a emergere dalla superficie sempre ben calibrati dalla batteria di Brugnano.

La seconda parte dell’album si apre con la suggestiva “We Have A Dream” che crea un parallelismo tra il protagonista del concept e un altro grande esponente dei diritti sociali, Martin Luther King, il cui famoso incipit di uno storico discorso alla Nazione viene parafrasato nel titolo.
È qui che interviene per la prima volta nel disco l’artista tunisino Trabelsi a infondere quel gusto mediterraneo innestandolo su un afflato policromo fatto di venature jazz e richiami classici.

“27 Years” è a detta di chi scrive uno degli episodi più interessanti e intriganti, in cui la Mangiaracina lasciando per un attimo l’amato pianoforte per impossessarsi con maestria di un funambolico Fender Rhodes inanella una prova maiuscola, ricca di frenetiche e vivaci sfumature, dettate dal convincente connubio della strumentazione classica e l’oud arabo.

“Letter from a prison, pt. 2” riprende le trame della traccia gemella accentuandone un lato melodico, con tonalità più ariose e meno opprimenti, cullandoci fino a condurci alla conclusiva “Forgiveness” densa di rimandi e malinconici tratti di fine estate, in cui compare ancora il tocco di Trabelsi. Un degnissimo epilogo di una storia avvincente che non deve assolutamente essere dimenticata.

Sade Mangiaracina è riuscita a omaggiare la statura morale e umana di Nelson Mandela con un lavoro di gran spessore, ricco di estro e raffinatezza, in grado di veicolare una vasta gamma di emozioni e di suscitare sensazioni forti.

Il suo è un talento cristallino che sta sbocciando definitivamente trovando una forma sempre più originale: ulteriore prova ne è la magnifica “Jerusalem”, sua ultima opera inedita pubblicata questa estate, che colpisce ad ogni ascolto finanche a commuovere.

E’ un brano in cui la commistione di elementi spirituali e terreni, antichi e moderni insieme, in una dualità intrinseca di istanze primordiali, trova la sua espressione più autentica tra le pieghe di un’anima candida come se ne trovano poche al giorno d’oggi.

Musica alternativa italiana#9: Dead Cat In A Bag – “We’ve Been Through”

Non deve trarre assolutamente in inganno quel #9 prima del nome del gruppo in questione: non c’entrano infatti classifiche o meriti, ma si tratta soltanto di una motivazione prettamente numerica avendo voluto dare caratteristiche di serialità alla rubrica.

Preciso questo perché oltretutto il disco di cui andrò a parlarvi finirà invero molto in alto nei miei resoconti sui migliori titoli dell’anno, essendone stato letteralmente conquistato.

I Dead Cat In A Bag (questo il curioso moniker scelto dalla band) sono attivi già da oltre un decennio e ogni loro uscita discografica è stata accompagnata da un plauso sempre crescente della critica specializzata.

Il perché è presto detto: il loro sound è qualcosa di sospeso, indefinibile, eppure sa essere al contempo terreno, viscerale, con un linguaggio (narrativo, estetico, compositivo) tremendamente affascinante e soprattutto ricchissimo di sfumature e soluzioni poco convenzionali.

“We’ve Been Through” conferma la bontà della loro opera, e ne amplifica anzi gli orizzonti, mescolando al suo interno una molteplicità di umori e rimandi, atti a formare un caleidoscopio agrodolce dove per una volta l’ombrosità non prevale sul resto, lasciando liberi degli spazi ove far entrare dei suggestivi bagliori.

(La copertina di “We’ve Been Through”, nuovo album dei torinesi A Dead Cat In A Bag, è al solito ricca di fascino inquieto: la splendida opera è dell’artista visiva Cirkus Vogler, alias Romina Bracchi)

Il sound riflette ovviamente questa velata dichiarazione d’intenti, mostrandosi quindi mutevole e pronto a tradurre le idee dei Nostri, assecondandone istinti e inclinazioni.

Di talento i ragazzi ne sono provvisti a grandi dose, e ce lo hanno dimostrato anche nei progetti collaterali, a partire dalle esperienze soliste del leader Luca Swanz Andriolo (a nome Swanz The Lonely Cat, giusto per non tradire le affinità col gruppo madre), senza scordare l’impegno di Scardanelli nel proporre musica più sperimentale, fluida ed eterogenea, e l’attività di videomaker e regista di Andrè (all’anagrafe Andrea Bertola).

E’ insieme però che riescono ad esprimere appieno il loro debordante potenziale, amalgamando intuizioni e vissuti, strumenti e sensazioni, ottenendo anche questa volta un risultato straordinario, che va oltre le righe di un “classico” album, rock, pop o folk che sia.

Nei Dead Cat In A Bag sembra che a vigere sia una grande libertà creativa che viene splendidamente incanalata al servizio di brani solidi, profondi e ispirati, senza sfociare mai nell’anarchia disordinata.

Riescono a creare un immaginario, ciò di cui parlano lo puoi “vedere”, o anche solo immaginare cercando tu stesso di cogliere il lato che scorgi meglio dalla tua angolatura.

Facilmente ascrivibili sin dai loro esordi (culminati nel debut-album “Lost Bags” del 2011) al filone dell’alternative folk, in realtà ben presto hanno saputo affinare uno stile personale, che ha caratterizzato egregiamente il successivo “Late for a Song”, pubblicato tre anni dopo, ancora con la indie label “Viceversa Records”, mentre il lavoro più recente (“Sad Dolls and Furious Flowers”) è uscito nel 2018 con “Gusstaff Records”, etichetta polacca dal respiro internazionale.

E in effetti pare naturale, se non scontato, per i Dead Cat In A Bag puntare (anche) su un mercato estero, vista la trasversalità della loro proposta, che sin dai più o meno palesi modelli, trae la sua ispirazione altrove più che a guardare in casa nostra.

Eppure, nonostante siano debitori della magistrale lezione di artisti come Tom Waits, Nick Cave, Mark Lanegan, i Tindersticks o Johnny Cash con questo nuovo album hanno deciso di non replicare se stessi, cercando soluzioni nuove che si intrecciassero nel loro robusto background.

Ecco quindi che, per loro stessa ammissione, ciò che emerge da queste nuove dieci canzoni (di cui otto inedite, più una rivisitazione di un brano tradizionale e una cover assai personale di un brano di Leonard Cohen) assume sembianze differenti, con gli spiriti guida che sembrano somigliare più a grandi compositori come i maestri Ennio Morricone e Angelo Badalamenti.

Le tracce infatti mostrano un piglio diverso e, messe insieme nella scaletta, vanno a definire un affresco cinematografico, accompagnando, come fossero tutte inserite in un’ipotetica colonna sonora di un film western di inizio secolo, l’ascoltatore, il quale viene assorbito in un viaggio onirico, a spasso nel tempo.

Per fare ciò, i Dead Cat In A Bag non hanno lesinato in arrangiamenti inusuali in grado di valorizzare al massimo il lavoro d’insieme, inserendo strumenti dei più svariati e accogliendo nella nave fior di ospiti, tutti con un’affinità d’animo manifesta e decisiva ai fini del prodotto finale.

Nota di merito anche per una produzione – curata dal gruppo assieme al fidato Carlo Barbagallo – che conferisce ulteriore spessore e fa emergere chiaramente ogni dettaglio sonoro.

L’inizio è dei più scoppiettanti, con il singolo “The Cat Is Dead” a fare da vigoroso e sferzante apripista: è un brano liberatorio, che sprizza energia e passione, musicalmente una sorta di blues spaziale e a tratti sbilenco dove un certo groove è corroborato dalla presenza al basso del grande Gianni Maroccolo, professore dello strumento.

Non sarà l’unico brano movimentato e incalzante della raccolta ma è già questo primo episodio (pubblicato anche come singolo) a fungere da credibile manifesto del mood dell’intero album.

Con i successivi due brani vengono toccate le nostre corde più sensibili, e si rimane estasiati dalla bellezza intrinseca di “From Here” (in cui viene musicata una poesia di Garcia Lorca), tra rintocchi di violino e fumi avvolgenti, e dalle divagazioni solenni di “Between Day And Night”, impreziosita dalla presenza di un quartetto d’archi.

Più ondivaga ma altrettanto affascinante è “Evil Plans” (scritta da Andriolo e Bertola) che ci trapassa nervosa e disperata, e mette in luce il canto appassionato di Swanz che sale di intensità sempre più fino al trionfale ingresso dello shawm. E’ una canzone arrangiata in modo sublime, in cui si mescolano strumenti di natura diversa a completare un mosaico di vivide emozioni.

L’amato banjo, strumento che ha sempre ben caratterizzato il sound della band, introduce uno dei pezzi più toccanti del lotto, vale a dire “Lost Friends”, la cui voce principale è di Liam McKahey (leader degli scozzesi Cousteau), co-autore del brano assieme ad Andriolo: è una ballata notturna e dolente, a tratti funerea, eppure in possesso di una potenza evocativa che non può lasciare indifferenti.

Si arriva così a “Wayfaring Stranger”, traditional rimasticato in versione elettro-country, briosa e decadente insieme, e a una rispettosa “Hunter’s Lullaby” che non tradisce lo spirito originario di Cohen, poggiandosi su un ritmo minimale assai raffinato, tra organo, calde tastiere e un commovente violino.

Proseguendo nel cammino ci si imbatte in un altro pezzo indubbiamente forte: “Duet for Nothing”, scritta da Scardanelli, Barbagallo e Swanz, e da quest’ultimo interpretato in duetto con Alessandra K. Soro. Un dialogo intenso e suadente contornato da una batteria dal passo marziale e mitigata dalle sensuali note del sax baritono.

C’è ancora in tempo, quasi in dirittura d’arrivo, per un ennesimo cambio di scenario, quando a fungere da protagonisti sono i ritmi incalzanti e indiavolati dal sapor gitano di “Fiddler, The Ship Is Sinking”, simile a un assalto di una nave da pirati tra le onde notturne. Visto che si è accennato ai tratti cinematografici di questo disco, beh, allora non possiamo che immaginare questo brano in un film di Emir Kusturica.

A salvarci da una seconda scorribanda giunge la delicata e soffusa title track, con la voce di Swanz (sofferta, rassicurante, dilaniata, profonda) più espressiva che mai e un apparato musicale in apparenza scarno, adagiato com’è sulla chitarra acustica dell’ospite Andrea Tarquini ma che poi riesce a planare limpida e leggera sorretta da magnifici fiati.

Cala così il sipario su un disco che ha saputo scuoterci dentro, muovendo qualcosa nel profondo; ciò che ci viene lasciato in dote è un dono prezioso, la speranza mai come in questo caso ben riposta, che la musica, quella buona, possa ancora fungere da ancora di salvezza nei momenti bui, così come connotare di poesia quelli felici.

Possiamo a cuore aperto dire “grazie” ai Dead Cat In A Bag, decisamente una delle migliori realtà del panorama nostrano, per tutta la gamma di sensazioni provate al loro passaggio.

Musica alternativa italiana#8: Whitemary – “Radio Whitemary”

Non sono molto avvezzo a certe sonorità di stampo elettronico vicina alla dance ma ammetto di non essere rimasto indifferente alla proposta di Whitemary (pseudonimo di Biancamaria Scoccia), sin da quando la sentii per la prima volta all’epoca del suo Ep di debutto “Alter Boy” (pubblicato sul finire del 2019).

In quelle prime prove autografe era possibile scorgere un po’ del suo mondo, che lei era in grado di veicolare libero, all’insegna di un’attitudine invero presa a modello da certi nomi noti del dancefloor internazionale ma resa assolutamente in chiave personale. Un lavoro autoprodotto sicuramente un po’ acerbo che denotava una personalità ancora in sboccio ma pronta ad esplodere.

Da allora infatti le cose hanno iniziato a girare in fretta per lei, tra collaborazioni (come la sua presenza nel collettivo “Poche” a fianco di Elasi e Plastica), remix e i primi interessamenti di etichette di un certo peso, nella fattispecie la 42 Records che, guarda caso, nel proprio roster presenta un certo Cosmo, l’artista italiano che con i risultati più importanti negli ultimi anni è riuscito a mettere d’accordo pubblico e critica sposando il mondo cantautorale con la musica elettronica.

Di rado mi era successo di farmi coinvolgere dalla commistione di sonorità di questo tipo associate a un cantato in italiano ma ciò che contraddistingue l’artista aquilana da anni ormai di stanza a Roma, è proprio una capacità naturale di coniugare delle liriche ficcanti e incisive, pur nella loro semplicità – insomma, non occorrono troppi piani di lettura per comprenderne le intenzioni, e questo non è certo un male – a delle musiche ben orchestrate, pensate con il sicuro intento di far ballare ma allo stesso tempo pensare.

Non è affatto uno slogan quello che possiamo applicare al suo caso, ma la pura realtà dei fatti: Whitemary pertanto quando vuole parlare di sé, di come si sente o vive determinate situazioni, degli stati d’animo che la conducono all’azione o a riflettere su ciò che la circonda, lo fa mediante un apparato musicale liberatorio, dove muoversi e agitarsi come scheggia impazzita, senza vincoli e restrizioni.

(la copertina di “Radio Whitemary”, disco d’esordio di Whitemary)

Arrivata al fatidico traguardo del primo album, intitolato “Radio Whitemary”, quello che ne risulta – e che risalta – in queste 14 breve istantanee sono delle vere bombe a orologeria pronte a deflagrare non appena la Nostra prende dominio di sé, animata da un istinto ribelle che però riesce a incanalare senza mai eccedere nel nichilismo.

Tutte le canzoni trasmettono al contrario vitalità e consapevolezza, e sono interpretate con grinta e passione, in un crescendo emotivo che viaggia di pari passo con la musica che, traccia dopo traccia, spicca letteralmente il volo, a suon di BPM, cassa in quattro, beat esplosivi, geniale utilizzo di samples e un incastro, come detto, fedele e riuscito di queste ritmiche poco consone a certa nostra musica pop ma che qui appaiono clamorosamente al posto giusto.

Soprattutto nella prima parte del disco, Whitemary sembra puntare più sull’aspetto interpretativo (lei che ha un’impronta da cantante jazz, visti i suoi studi) e sulla forza delle parole: secche, decise e precise da spedire al proprio mittente, ma mai banali, nel delineare un mood cangiante, all’inizio abbastanza minimale ma poi come detto sempre più coinvolgente e arioso.

Ispirata dall’esperienze di artisti di chiara fama internazionale come i Soulwax (nella fattispecie i due fratelli David e Stephen Dewaele, capostipiti del progetto belga), Whitemary in questo primo full-length si destreggia abilmente mostrando le varie facce della propria arte: cantante e performer, musicista, deejay e producer.

Il suo album diviene così, parafrasandone il titolo, una sorta di stazione radio a tema dance (d’autore), con un inizio soft adattissimo per farti entrare in sintonia con il suo immaginario e la sua poetica: a partire dall’ipnotica e sinuosa “Non lo sai”, passando dall’ondivaga “Sembra che tutto” – che un po’ rimanda agli episodi più onirici di Moby – e alla paradigmatica “Niente di regolare”, quelle di Whitemary sono canzoni che ti entrano sotto pelle e rimbombano come un mantra.

Una prima variazione sul tema la troviamo all’altezza della viscerale “Chi se ne frega”, dove emergono minacciosi sintetizzatori a contornare un testo che funge da presa di coscienza, tutt’altro che remissivo.

“Radio” è una traccia emblematica, perché appare, tra quelle incrociate finora, quella in effetti più adatta ai passaggi nell’etere; potremmo definirla “commerciale” ma non certo nel senso più bieco del termine.

Nella breve “(Intervista)” vengono miscelati e campionati stralci di vere interviste, in cui è possibile distinguere la musa Grace Jones, mentre “E’ molto strano” va a chiudere la prima parte del lavoro con versi sinceri intessuti in sonorità avvolgenti.

Da qui in avanti invece prende piede una forma diversa, come se d’improvviso si liberassero in cielo le interessanti intuizioni disseminate con perizia nei brani precedenti: “Credo che tra un po’” è in tal senso quasi premonitrice con quel ripetuto “credo che tra un po’ mi metto a urlare”…

E difatti da “Provo, dico”, fino alla conclusiva “Hello hello” siamo trasportati in un ottovolante di fusioni elettroniche, con un pattern ritmico EDM che gioca con grancassa realmente stile four-on-the-floor.

I testi scivolano via in questo manifesto sonoro, quasi fossero accessori (ad esempio in “Mi sento”), ma rimangono comunque interessanti, pensiamo allo spoken di “Numeri e basta”.

Decisamente più virate al dancefloor sono invece “Presets/Doing anything”, “Disco bisco” e la già citata “Hello hello”, che sfocia in una variante techno, dimostrando che in quanto a ispirazione ed eclettismo la nostra esponente abbia poco da invidiare ai nomi più quotati in questo ambito.

In “Radio Whitemary” Biancamaria Scoccia ha messo dentro molto di sé, dei suoi ascolti e delle sue passioni, ed è possibile riconoscere alcuni pilastri della sua formazione: dai Disclosure a certa house di stampo francese (riecheggia infatti del buon french touch anni zero tra le pieghe del disco), alla coeva Charlotte Adigery, senza tralasciare la “parentela” con Cosmo e l’eredità del grande Giorgio Moroder, ma il tutto è declinato in modo assolutamente autentico, a comporre un mosaico unico e originale.

A puntare forte su di lei e il suo talento è stata quindi la 42 Records, e anche all’estero paiono già essersi accorti di lei con inviti a partecipare a importanti rassegne: dal vivo Whitemary non è da sola in versione puramente da deejay ma è solitamente accompagnata dai fidati Alessandro Donadei al basso/Moog e da Davide Savarese alla batteria elettronica, per concerti da vivere come si fosse in una dimensione da pogo, dove poter muoversi e sudare, in un rapporto quasi carnale con il mondo delle sette note; altro che la “fredda” musica elettronica, il tutto dipende sempre da come si utilizzano certi strumenti e lei ha già dimostrato di avere delle doti innate in tal senso, comunicative prima di tutto.

In conclusione, quello di Whitemary è uno degli esordi più interessanti dell’anno e la sensazione è che di lei e della sua musica così fresca e dirompente sentiremo parlare a lungo.

Musica alternativa italiana#7: C’mon Tigre – “Scenario”

Uno dei progetti italiani più originali, innovativi, oltre che entusiasmanti, degli ultimi anni è senz’altro quello dei C’mon Tigre, sorta di collettivo aperto facente capo a un misterioso due marchigiano di stanza a Bologna, dove tutto è iniziato poco meno di un decennio fa.

Se già furono in grado di raccogliere buon interesse ai tempi dell’esordio eponimo datato 2014, è stato col successivo “Racines”, pubblicato tre anni or sono, che il nome della band ha iniziato a imporsi, forte di un sound contaminato che risultava essere davvero unico alle nostre latitudini.

Quella gustosa macedonia di suoni e colori viene nuovamente rimasticata con aggiunta di altri imperdibili ingredienti in “Scenario”, terzo capitolo di questa avvincente storia, uscito nella scorsa primavera, col quale i Nostri hanno voluto compiere il cosiddetto salto di qualità proponendo delle variazioni sul tema che hanno reso ancora più intrigante la loro già brillante proposta.

La colorata copertina di “Scenario”, terzo album dei C’mon Tigre, enigmatico duo italiano dal respiro internazionale

Si tratta ora a pieno titolo di un suono globale, non più attinente in modo esclusivo all’area del Mediterraneo (un bacino invero già estremamente ampio oltre che stimolante) e lo si percepisce in maniera netta mettendosi all’ascolto dei brani, dove sono innumerevoli le sfumature e minuziosi i particolari in cui perdersi e rimanerne avvolti e ammaliati.

Concorrono alla riuscita del lavoro anche i vari ospiti che intervengono a più titoli, non soltanto quindi sul piano musicale; in tal senso mi pare giusto rimarcare come pure a livello di immagine i C’mon Tigre abbiano voluto puntare forte ad esempio sull’impatto dei videoclip (cui hanno collaborato Eron e Danijel  Žeželj), per non dire di un curatissimo apparato fotografico appannaggio del grande Paolo Pellegrin, i cui magnifici scatti hanno fatto da corredo ottimale alla veste musicale.

A delineare al meglio il mood dell’intera opera ci pensa in apertura uno strumentale carezzevole, dai toni ipnotici: “Deserving my devotion” ti accoglie e ti accompagna nel viaggio, confluendo dolcemente (e in maniera naturale) nella più ondivaga e mesmerica “Twist into any shape”, che spiazza con i suoi saliscendi ritmici, impressionandoci con un’autentica sarabanda di fiati e oscillazioni.

Un primo forte scossone si avverte all’altezza della terza traccia, che esplora territori inediti ma che paiono da sempre nelle corde dell’ensemble. In “Kids are electric” l’ascoltatore plana oltre Oceano in direzione Brasile, con l’andatura ritmica tipica del forrò verde-oro che si innesta mirabilmente in un contesto simil jazz assolutamente irresistibile, tra percussioni e melodie cangianti. Il brano vanta anche la partecipazione del compositore italiano Gianluca Petrella, considerato tra i migliori trombonisti a livello internazionale.

E’ con ogni probabilità questa la pietra angolare del disco, la punta di diamante in grado di definire l’evoluzione di un gruppo di per sé multiforme e difficilmente incasellabile.

I C’mon Tigre si dimostrano infatti assai versatili, ispirati, eclettici e soprattutto talentuosi nel realizzare orizzonti scenici e musicali che tengono conto di una vasta gamma di elementi presi via via dal rock, dalla psichedelia, dal funky, dall’afro fino ad arrivare a lambire sponde elettroniche, in una felice commistione/fusione di passato e contemporaneo, di occidente e oriente: è musica che sa far riflettere, pensare, profonda e leggera assieme, e in grado di sprigionare le danze, inducendo al movimento dei corpi. E’ un album forse più terreno che etereo, ma non mancano felici eccezioni.

Se ad emergere è infatti la componente fisica, carnale e viscerale, è pur vero che in un contesto così universale gli scenari paiono sconfinati, con i vari episodi che fluiscono lievi, soavi come nell’evocativa “Migrants” dai toni malinconici, o in una “No one you know” raffinata e onirica, situata nei dintorni di certo lounge, ove a spiccare è la suadente voce di Xenia Rubinos.

Altri episodi considerevoli, nell’ambito di un album dove il tasso qualitativo rimane sempre su livelli di eccellenza sono la notturna “Supernatural” (in odor di trip-hop), la sinuosa e romantica “The river” e una “Automatic ctrl” dai forti connotati cinematografici, che colpisce oltretutto con un arrangiamento policromo che ne mette in risalto profondità e levigatezze.

Il mediterraneo torna protagonista nei suoi richiami mai sopiti di “Le mer et l’amour” che risulta paradigmatica nell’unire e sovrapporre concetti salienti della poetica del gruppo, ma come detto lo spettro delle attività appare in questo disco oltremodo ampliato e ci proietta in una dimensione non ancora quantificabile di dove i C’mon Tigre potranno arrivare: si spingeranno verso un retaggio hip-hop moderno e coinvolgente (come nella conclusiva “Sleeping beauties” impreziosita dal sassofono di Colin Stetson); opteranno per accentuare gli spunti spirituali o continueranno a inserire nel calderone tanti altri pezzetti di storie e inclinazioni?

Nel frattempo “Scenario” li certifica in maniera netta come un nome imprescindibile di questa epoca, a testimoniare la vivacità e lo stato di salute della musica italiana; qualora ci si decidesse a dare finalmente maggior risalto a esperienze artistiche simili, uniche e tremendamente affascinanti, la gente finirebbe forse di lamentarsi che ormai si ascoltino solo fenomeni usa e getta!

Dal vivo poi (e chi ha avuto la fortuna di assistere a qualche loro concerto/spettacolo lo sa bene) i C’mon Tigre assumono ulteriore forza espressiva, con un impeto e una carica travolgente che non vanno mai a scapito della propria qualità intrinseca: insomma, se non si fosse capito, era da un bel po’ di tempo che dalle nostre parti non si segnalava l’avvento di un progetto di tale caratura.