Focus calcio giovanile – Diamo uno sguardo ai migliori prospetti italiani: Samuele Vignato guida la truppa dei 2004, Aaron Ciammaglichella è la stella dei 2005.

Torno dopo un po’ di tempo a occuparmi su queste pagine del vivaio azzurro, penalizzato come tutti i movimenti giovanili dalla pandemia, che ha visto disputarsi solo per metà il campionato Primavera 2019/20 (poi assegnato comunque alla lanciatissima Atalanta di mister Brambilla) e sospendere sul più bello i tornei dei più piccoli.

Alludo in particolare alle compagini impegnate nei campionati nazionali Under 15 e Under 16, mentre con sana ostinazione si è voluto far disputare l’ultima stagione (2020/21) almeno dagli under 17 in su, fino appunto all’ultimo gradino (con il campionato Primavera che ha visto imporsi la splendida rivelazione Empoli dei vari Baldanzi, Donati e Asslani sull’altrettanto talentuosa Sampdoria).

L’Empoli campione d’Italia Primavera (credits TWITTER LEGA SERIE A)

Di talenti se ne stanno coltivando dalle nostre parti, e la clamorosa (ma meritatissima) affermazione dell’Italia dei “grandi” a Euro 2020 ce l’abbiamo ancora negli occhi e nel cuore, sperando che sia solo la punta di un iceberg di qualcosa che parte da più lontano, dalla coltivazione dei vivai nostrani appunto.

Dopo tutto tra i più fulgidi protagonisti della meravigliosa squadra assemblata in maniera perfetta dal ct Mancini, figuravano fra gli altri gente come Pessina, Locatelli e Chiesa, per non dire di Donnarumma, che ormai suona quasi riduttivo chiamarlo il miglior portiere della sua generazione, visto che nonostante abbia solo 22 anni se la gioca alla pari con i migliori interpreti del ruolo del mondo.

Bene ha fatto quando chiamato in causa anche l’interista Bastoni, classe 1999, e in rosa a sorpresa era stato convocato per la spedizione anche il sassolese Raspadori, di un anno più giovane, di certo uno degli attaccanti emergenti di maggior talento.

Non dimentichiamo che si sono affacciati finalmente quei giocatori che fecero benissimo a livello under 17, appartenenti alle annate 2001-2002, che hanno portato in dote al calcio azzurro due secondi posti consecutivi all’Europeo di categoria, sempre perdendo in finale contro i pari età olandesi, preludio della successiva partecipazione al Mondiale under 17.

Ci si aspetta tanto da loro ovviamente, come da quelli che ora devono provare a emularne le gesta: ragazzi del 2004 e del 2005, i protagonisti del nostro dossier di oggi.

Di recente dopo la stop forzato dei tornei, sono stati convocati per degli stage e delle amichevoli diversi giovani atleti, rappresentanti il nucleo delle future nazionali under 18 e under 16/17, rispettivamente allenati da Daniele Franceschini e Bernardo Corradi, entrambi ex calciatori dalla lunga e prestigiosa carriera alle spalle.

I MIGLIORI TALENTI DELLA CLASSE 2004

I nati del 2004 sono quelli che si sono contesi la finalissima del campionato under 17, che ha visto imporsi la super Roma di mister Piccareta (che al termine della sua splendida avventura giallorossa si è accasato come allenatore alla Spal Primavera, percorso inverso ha fatto Scurto che torna così a Roma dopo esservi cresciuto calcisticamente, compagno di Aquilani, Ferronetti, Corvia) sul Genoa di Konko, ex fra gli altri di Juve, Lazio e dello stesso Genoa. (Curioso che anche nella categoria immediatamente superiore, cioè l’under 18, le finaliste siano state le stesse, con la squadra ligure stavolta meritata vincitrice).

Non è un caso che alcuni dei prospetti più interessanti di questa nidiata provengano da queste due squadre, e che di conseguenza non siano sfuggiti agli occhi dei selezionatori azzurri: per la Roma penso al trequartista Pagano (che ha un mentore speciale: tale Francesco Totti, che lo rappresenta con la sua società), ai centrocampisti Pisilli e Faticanti (già visto all’opera agli ordini di Alberto De Rossi con la Primavera), il portiere Mastrantonio e i due laterali difensivi Missori e Falasca. Che poi quest’ultimo in realtà è molto più che un difensore, visto che ha dimostrato in stagione di saper bene interpretare ogni zona della corsia mancina, da esterno di centrocampo come quinto, da terzino puro e da laterale in perenne proiezione offensiva (prova ne è il cospicuo numero di gol, anche pesanti siglati o da lui innescati).

Nel Genoa il fiore all’occhiello del gruppo sembra essere Accornero, habituè delle selezioni giovanili nazionali e in possesso di una spiccata personalità che gli permette di comandare in modo naturale in mezzo al campo o in appoggio alle punte; tra i suoi compagni più in vista vale la pena spendere due parole per il fortissimo difensore Cagia, che gioca come un veterano ma occhio pure al metronomo Palella.

Allargando il cerchio su altri nomi interessanti di questa classe, in porta il più completo mi sembra Bertini dell’Atalanta, partendo poi dalla difesa segnalo il giovane viola Biagetti, il bolognese Motolese e il milanista Anut, mentre a centrocampo e sugli esterni fioccano gli interpreti di valore, tra gli juventini Maressa e Ledonne, il laziale Giordano Rossi e l’estroso fantasista rossonero Alesi, che ricorda a tratti addirittura a Kakà, che da quelle parti ha lasciato indubbiamente ottimi ricordi.

Anche in attacco la concorrenza è alta, tra il gigante juventino Turco, il funambolico milanista Leonardo Rossi, che ha iniziato il suo percorso con i Giovanissimi della Roma e il cagliaritano Masala, dotato di una tecnica individuale notevole. Impossibile poi non citare l’attaccante Antonio Raimondo, che Mihajlovic ha fatto addirittura esordire nella massima serie, segno di una stima enorme nei suoi confronti e di una reale fiducia nelle sue potenzialità.

Ho lasciato per ultimi i due ragazzi che mi sembrano al momento i fiori all’occhiello del gruppo dei 2004, entrambi attaccanti e tutti e due veneti; se del vicentino Tommaso Mancini avevo già scritto, dedicandogli un articolo ai tempi del suo precoce esordio fra i protagonisti in serie B, era ora che omaggiassi nel mio blog anche un suo coetaneo che conosco e seguo da quando era poco più che un bimbo: mi riferisco a Samuele Vignato, astro nascente del Chievo, nonchè fratello minore di un altro grandissimo talento, Emanuel, che si sta ritagliando un grande spazio in serie A nel Bologna.

Samuele Vignato, il miglior talento del 2004: rimasto svincolato dal Chievo, si è accasato al Monza. (FOTO DALLA PAGINA TWITTER DEL MONZA CALCIO)

Sul più piccolo dei fratelli Vignato (veronesi con sangue brasiliano nelle vene per via delle origini della madre) si stava scatenando una vera asta, ancora prima che – ahimè – il club della Diga venisse dichiarato fallito e impossibilitato a iscriversi al prossimo campionato cadetto. Con tutti i giocatori finiti in regime di svincolo, anche il forte Samuele si è trovato senza squadra, col suo cartellino diventato allettante per club come il Milan, la Juventus, il Bayern Monaco o lo stesso Bologna che avrebbe voluto farlo ricongiungere a livello sportivo con Emanuel.

Alla fine, è notizia dell’altro ieri, se lo è accapparrato il Monza pigliatutto di Berlusconi e Galliani – facendogli sottoscrivere un triennale – che, così facendo, si è assicurato un campioncino in grado da sotto età (giocando con compagni del 2002 o fuoriquota del 2001) di mettere a referto nel campionato Primavera qualcosa come 14 reti e 11 assist in 18 presenze.

Numeri eccezionali che non potevano lasciare indifferente la squadra A, desiderosa più che mai anzi di mostrare al mondo un talento del genere, che avrebbe potuto costituire in caso di cessione una grande plusvalenza per le casse del patron Campedelli, evidentemente in difficoltà.

Aglietti non ha avuto grandi remore a farlo allenare con la prima squadra e a buttarlo in modo ragionato nella mischia, trattandolo non come il giovane a cui concedere scampoli di gara ininfluenti, ma tenendone conto anche in una fase cruciale della stagione, con i veneti alla ricerca di un posto al sole in chiave playoff.

Detto fatto, e sin dalla sua primissima partita in B, Vignato jr non ha demeritato, tutt’altro. Si è infatti disimpegnato benissimo, cercando la giocata ma senza strafare, giocando con naturalezza e senza tradire emozione, illuminando a ogni tocco di palla la scena con la sua grande qualità.

Pur somigliando fisicamente a Emanuel, e giocando in una posizione simile, o comunque in zona offensiva, tra i due sono evidenti anche delle differenze a un primo attento sguardo.

Laddove Emanuel sembra essere in possesso di una migliore tecnica pura, e di saper telecomandare il pallone scegliendo sempre l’opzione giusta, Samuele mostra di avere connaturata una maggiore dose di grinta, ama cercare più volte il dribbling e l’azione individuale ed è capace di concluderla con più efficacia.

Sono dettagli, si sta parlando in realtà di due prospetti dalle potenzialità enormi, che possono crescere ed evolversi.

D’altronde Emanuel si è adattato un po’ a tutti i ruoli della trequarti assegnatagli da Mihajlovic, il quale pare apprezzarne particolarmente proprio lo spirito di adattamento e sacrificio ma, allo stesso tempo, riconoscendone il grande tasso tecnico, ha capito quanto sia importante metterlo nelle condizioni di incidere di più, vista anche la sua notevole visione di gioco.

Samuele stesso in ogni caso nel suo percorso ha già un po’ arretrato il suo raggio d’azione, passando dall’essere l’attaccante di riferimento ad essere molto importante come rifinitore, in genere più libero di muoversi a piacimento fra le linee.

Il tempo è dalla loro parte, sicuri però che il calcio azzurro abbia la possibilità di continuare a crescere, rinnovandosi grazie ai giovani innesti.

Chiudo la rassegna delle presentazioni dei 2004 con due giocatori interessantissimi che già si sono accasati all’estero: è notizia recente l’acquisto da parte dei lusitani dello Sporting Lisbona (fresco detentore della Primera Liga) dell’ex difensore centrale della Roma, l’italo-ivoriano Etienne Catena, robusto prospetto con già qualche presenza nelle selezioni giovanili azzurre. Protagonista di un grande exploit proprio nelle fasi finali del torneo under 17 (culminato come detto con lo scudetto ai danni del Genoa), dopo che a un certo punto della sua esperienza giallorossa sembrava invece sul punto di perdersi. Catena ha sorpreso tutti però, crescendo enormemente e non solo dal punto di vista fisico, ma pure della concentrazione e dell’applicazione. E così è volato in Portogallo, lusingato – occorre dirlo – anche da un ricco contratto, impensabile per un diciassettenne impegnato nei tornei nostrani.

L’altro giovane in rampa di lancio in ambito europeo è l’ex atalantino Cher Ndour (inutile sottolineare come il club bergamasco sia una fucina di talenti), di evidente origini lontane (dal Senegal) ma nato a Brescia e da sempre impegnato a difendere i colori azzurri delle varie under, di cui è uno dei fiori all’occhiello.

Paragonato a Pogba, non solo per l’eccentrico look ma pure per certe intuizioni da campione in mezzo al campo, già un anno fa è approdato in Portogallo, sempre Lisbona ma sponda opposta a quella scelta dal difensore Catena, visto che lui indossa la prestigiosa maglia del Benfica, dove ha già esordito tra i grandi, seppure con la squadra B, battendo il record di precocità di un certo Joao Felix.

Insomma, pare un predestinato, e sarà bello continuare a seguire la sua ascesa in terra iberica.

I MIGLIORI TALENTI DELLA CLASSE 2005

Passiamo ora in rassegna i calciatori ancora più piccoli, quelli nati nel 2005, ragazzi che si apprestano a disputare un campionato assai importante, da molti addetti ai lavori considerato il più decisivo per la futura crescita di un calciatore, vale a dire la categoria under 17, quella che un tempo si chiamava torneo Allievi.

E’ in questa fase infatti che generalmente certi giovani atleti iniziano a sviluppare doti fisiche importanti, perdendo in alcuni casi le proprie caratteristiche per guadagnarne magari delle altre.

E’ veramente una stagione cruciale, dove molti rischiano di perdersi e di non superare un primo impegnativo step, ma altri invece si vedono già pronti per spiccare il volo, perchè questo torneo punta ancora molto sulle qualità tecniche e non ancora completamente sulla tattica dominante, nonostante ci siano delle felici espressioni dove si ottiene un equilibrio perfetto tra le parti.

C’è da dire, lo ammetto, che ho avuto modo di vedere all’opera maggiormente i ragazzi del 2005, nonostante le ultime due stagioni siano state mutilate in pratica dalla questione covid, che non ha permesso un regolare svolgimento dei tornei, fino a decretarne una precoce sospensione.

Quindi sarebbero davvero moltissimi i nomi che avrei piacere a elencare, proprio perchè in alcuni casi ho potuto seguire per intero alcune squadre, grazie a trasmissioni in streaming, pagine dedicate e altro.

Mi limiterò però anche in questo caso a segnalare quelli che più mi hanno colpito, andando anche a sensazione, nonostante mi rendo conto di quanto sia azzardato fare pronostici su eventuali carriere a questa età.

Il centrocampista del Torino Aaron Ciammaglichella con la maglia della Nazionale under 15 (Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Partirei dal nome omaggiato sin dal titolo di questo dossier, vale a dire Aaron Ciammaglichella, anch’egli giocatore che porta in dote una propria unicità data dalla sua storia personale.

Immagino vi starete accorgendo da soli scorrendo questi nomi di quanto la multietnicità anche nello sport sia assolutamente una ricchezza: in fondo le ultime trionfali Olimpiadi, mai così colme di successi tricolori, sono lì a testimoniarlo.

Nel caso del giovane centrocampista del Torino, nato in Italia, le origini sono etiopi, e la sua progressione a livello di carriera è stata imperiosa, avendo lui dimostrato da subito di avere una marcia in più rispetto ai coetanei.

Convocato dall’allora ct dell’under 15 Patrizia Panico, ha subito messo in mostra grandi qualità, brillando e svettando all’interno del gruppo, grazie a una duttilità e una capacità di interpretare più ruoli piuttosto rara a questa età.

In mezzo al campo infatti può davvero giostrare in tutti i ruoli, dalla mezz’ala, al mediano, al trequartista, persino da falso nueve, garantendo sempre corsa, senso tattico, fantasia e rendimento. Doti veramente importanti, che l’hanno fatto debuttare con largo anticipo in Primavera, con gente quindi di 3 anni più grandi, se non 4, tenendo conto dei vari fuoriquota.

Ciamma è un giocatore moderno, di cui non è possibile stabilire al momento un’evoluzione tattica definitiva, per ora è una sorta di jolly che non teme di assumersi le proprie responsabilità in campo, e non patisce assolutamente lo stacco anagrafico, segno pure di una precoce leadership.

A proposito di leader, rimanendo in casa granata, è impossibile non citare il difensore centrale Nicolò Serra, erede dei vecchi “liberi” di una volta, in grado di abbinare capacità difensive a quelle di impostazione, tanto da essere utilizzato nella scorsa stagione da sotto età con l’under 17 in posizione di mediano davanti alla difesa.

E’ insomma ancora da decifrare per bene il ruolo in cui poter esprimere tutto il suo grande potenziale e anche lui non è passato inosservato agli occhi dei selezionatori azzurri, visto che conta già delle presenze con la under 15.

Per chiudere l’argomento della gloriosa squadra granata, un altro interprete che dimostra di avere buoni numeri è l’attaccante Jarre, che ha mezzi per poter scalare già una categoria.

Ora uno sguardo più generale sugli altri prospetti del 2005 più in vista, iniziando dai portieri: sono proprio i 4 ultimi convocati dal tecnico Corradi i più interessanti, cioè l’atalantino Bianchi, il laziale Magro, l’interista Raimondi e il napoletano Turi, con un trascorso nelle giovanili del Bari. Se devo sbilanciarmi è proprio quest’ultimo il nome su cui punterei i miei 2 cent, mi pare veramente abilissimo tra i pali, sicuro e in grado di guidare benissimo il reparto difensivo.

Diamo un occhio alla difesa, dove spiccano il centrale juventino Domanico, il veloce terzino sinistro (una volta lo avremmo chiamato fluidificante) Piantedosi che, giocando nel Milan, non può che ispirarsi a Theo Hernandez, l’atalantino Meloni, il gigliato Mirko Elia, gli interisti Stabile, Anicet Grieco e Francesco Stante, il terzino spallino Saiani e Milani che milita nella Lazio.

In mezzo al campo si fanno notare l’atalantino Coati, l’interista Di Maggio, spesso con i gradi di capitano nelle gare con la nazionale giovanile, Lipani del Genoa, già in pratica aggregato da un anno con l’under 17 da sotto età (era titolare anche nella finale scudetto di cui già abbiamo scritto più sopra), il quasi omonimo Ripani, che invece gioca da playmaker nel Pescara ma già finito in orbita Juventus, l’ala sinistra dalle ampie falcate Primavera, anch’egli del Pescara, Parravicini della Spal, l’interista Ricordi e il bresciano Patrick Nuamah.

Il più forte tuttavia nel reparto di mezzo al momento mi sembra il trequartista della Lazio Antonio Troise, figlio e nipote d’arte, in possesso di una tecnica cristallina e che già è stato a contatto con la prima squadra, partecipando al ritiro di Auronzo di Cadore e incantando tutti, in primis un mister esigente come Maurizio Sarri.

Copiosa è anche la schiera degli attaccanti su cui è possibile nutrire delle speranze: il nome più gettonato è senz’altro quello del parmense Marconi, classico centravanti d’area di rigore, cecchino infallibile, e con lui possono emergere i due rossoneri Benedetti e Mangiameli (l’uno più tecnico e di manovra, l’altro più opportunista sotto rete), gli interisti Martins (se lo state pensando, sì… è proprio il figlio del mitico Oba Oba) e Francesco Pio Esposito (un altro che respira il calcio in famiglia, visto che è il fratello minore dei lanciatissimi Salvatore – 2000 attualmente alla Spal – e Sebastiano, astro nascente del calcio italiano che sta strabiliando al Basilea, dove ha segnato 3 gol nelle prime 3 partite), il sampdoriano Leonardi e l’emigrante Mazzone, finito al Wolfsburg, dove gioca anche il poderoso difensore centrale mancino Chiarodia.

Avevo accennato che durante questi anni ho avuto modo di approfondire la conoscenza di alcuni settori giovanili in particolare, vuoi per una questione personale, vuoi per il fatto di avere in alcuni casi dei contatti.

Oltre a conoscere più da vicino (anche volendo semplicemente per motivi geografici, visto che abito vicino a Verona) le realtà del Chievo e dell’Hellas Verona, squadra per cui faccio il tifo, ho seguito attentamente ad esempio l’Atalanta, il Napoli e la Roma. Riguardo a quest’ultima società, con piacere mi è capitato negli anni di partecipare ad alcune trasmissioni o di intervenire in radio, proprio per parlare il più delle volte di calcio giovanile, vista la grande tradizione del club giallorosso in questo ambito: la passione che circonda la Roma, a tutti i livelli calcistici, è davvero straordinaria!

Permettetemi due parole sul “mio” Verona, che allenato ottimamente da Corrent, si è rivelato protagonista di una stagione monstre culminata con la fantastica promozione in Primavera 1.

In rampa di lancio, valutati in ritiro dal nuovo allenatore gialloblu Di Francesco, sembrano esserci diversi giovani, tra i quali l’ex Roma Cancellieri, parso spesso e volentieri fuori categoria, Bragantini, il terzino sinistro argentino Amione, (protagonista di un buon Mondiale under 17 con l’Albiceleste), senza dimenticare Coppola e Terracciano, entrambi, classe 2003, che di recente hanno esordito nell’under 19 azzurra del ct. Nunziata.

Il primo nome che viene in mente però, pensando a un giovane uscito dal vivaio delal’Hellas, è ovviamente quello di Destiny Udogie, venduto all’Udinese a mio avviso troppo in fretta e sul quale è facile scommettere su un futuro ad altissimi livelli, visto la naturalezza con cui sta bruciando le tappe, sia con il club veronese che con la casacca azzurra dell’Italia, dove è protagonista sin dalla under 15.

Tornando alle compagini che ho visto all’opera da vicino, un mio grande interesse è rivolto da tanti anni all’Atalanta.

La squadra bergamasca negli ultimi tre anni ha vinto due scudetti Primavera, ed è giunta in finale come detto pochi mesi fa contro l’Empoli di Buscè, perdendo tuttavia l’occasione di uno storico tris, e oltre ad aver espresso un grande calcio corale, ha messo in mostra tanti talenti, fra questi il tuttocampista Cortinovis, suona quasi pleonastico dirlo: il riccioluto joystick del centrocampo nerazzurro è pronto a esplodere da professionista e forse andrà a vestire proprio la maglia gialloblu dell’Hellas… probabilmente arriverebbe in sordina ma sono sicuro che molti tifosi poco avvezzi al calcio giovanile sapranno ricredersi su di lui alla prova del campo.

Nel Napoli dei 2005 ho visto tanto talento ma ancora un gioco di squadra a tratti latitante, in ogni caso è difficile rimanere impassibili davanti al talento del piccolo esterno d’attacco Vilardi, classica ala offensiva tutta guizzi e fantasia e del trequartista mancino Lorenzo Russo, cui spetta l’onore di indossare la 10, e sappiamo bene che a Napoli, in ogni categoria, non è mai una maglia assegnata casualmente. Molto promettenti anche l’attaccante Solmonte, il difensore D’Avino, il centrocampista Visconti e Milo, quest’ultimo un po’ incostante ma capace di fare la differenza quando si accende.

Venendo alla Roma infine, parto da più lontano per provare a inquadrare il grande lavoro svolto a livello di vivaio. Da anni infatti i piccoli giallorossi sono protagonisti in ogni categoria giovanile, e se non sempre conseguono dei risultati, di certo se la giocano fino in fondo…

Il ciclo dei 2004, di cui ho parlato in apertura, sta facendo sognare i suoi tifosi, tanto che in molti dalle parti di Trigoria sostengono si tratti di uno dei più forti in assoluto della storia recente della Roma.

La Roma Under 17 ha vinto lo scudetto di categoria battendo in finale il Genoa (FOTO – Forzaroma.info)

I protagonisti di quest’annata vengono infatti paragonati ad altre selezioni rimaste nel cuore dei tifosi, e ci sono le stesse attese riservate in passato ad esempio al gruppo del ’91 (che contava ad esempio futuri professionisti come Bertolacci, D’Alessandro, Florenzi, Petrucci, Stoian, Crescenzi e Malomo) o andando ancora più a ritroso, che dire degli ’87? La squadra di Cerci, Rosi, Freddi, Giacomini, Grillo, Marsili e di un giovanissimo Okaka, classe ’89 già aggregato con i più grandi, era fortissima!

A mio avviso però il miglior ciclo giovanile in assoluto degli ultimi 15 anni visto a Roma è quello dei ’93 che aveva un potenziale offensivo devastante, con Caprari, Politano, Piscitella, Ciciretti, lo stantuffo di destra Sabelli… un vero spettacolo quando erano in palla, la macchina guidata al solito dal guru della panchina Alberto De Rossi girava in modo perfetto!

Vedremo se i 2004 alla prova del professionismo saranno in grado di eguagliare i loro predecessori o magari, perchè no?, di fare ancora meglio? Intanto sono stati capaci di vincere sia lo scudetto Giovanissimi che quello degli Allievi, come si diceva una volta.

L’eredità di questa squadra vincente spetta ora agli altrettanto talentuosi ragazzi classe 2005, allenati per due anni consecutivi, quindi a livello under 15 e under 16, dal giovane mister turco Tanrivermis, ora passato alla Primavera dello Spezia.

Con lui sono cresciuti in questi due anni diversi giovani calciatori di cui sentiremo parlare. E’ un gruppo questo che sembra non avere molto bisogno di correttivi per il grande salto prossimo in under 17.

Oltretutto parecchi di questi ragazzi sembrano poter diventare calciatori completi, visto come erano soliti cambiare ruolo e posizione in campo, su volere del proprio allenatore, che prediligeva comunque un gioco propositivo e moderno, fatto di possesso palla, fraseggi stretti, sovrapposizioni…

Il segreto era quello di tenere il pallino del gioco e per questo soprattutto il roster dei centrocampisti era molto fornito, con interpreti quasi intercambiabili, e un verdetto del campo che cambiava poco qualora giocassero i titolari o le presunte riserve.

Dal metronomo De Angelis (giocatore di grande personalità, di spola e di pensiero), alle mezzali Marazzotti (uno dal gol facile, spesso convocato con la nazionale di categoria) e Graziani, al regista Rozzi, tutti hanno grande qualità nei piedi e molta intelligenza calcistica.

In difesa invece il più forte mi è sempre parso Simone Ienco, ancora più del quotato Touadi o del pur bravo Morgantini. Il centrale mancino Ienco (terzino all’occorrenza), nativo di Latina, gioca sempre con tranquillità mostrando grande padronanza anche nelle situazioni più complicate. Zitto zitto ha scalato col tempo alcune posizioni, rendendosi già protagonista da sotto età con l’Under 17 (e giocando tra l’altro da titolare la finalissima per lo scudetto).

Grande rendimento lo hanno offerto anche l’esterno Cavacchioli, uno di quelli che sta cambiando pian piano ruolo, spesso arrembante ma sempre affidabile e “sul pezzo”, e il più timido ma altrettanto valido Marcelli, che da esterno alto stava arretrando il raggio d’azione. Ci si aspetta molto anche dal veloce Bouah, fratello del terzino destro 2001 Devid Eugene, ex campioncino delle giovanili giallorosse, purtroppo frenato spesso da infortuni nella sua carriera, appena iniziata, da professionista. Il più piccolo Ethan, curiosamente, gioca nello stesso ruolo ma sulla fascia opposta alla sua; come detto è molto promettente ma ha denotato una flessione nel campionato appena trascorso, anche a causa di qualche problema fisico.

La batteria offensiva è invece composta dal laterale Bolzan, anch’egli nazionale, sempre pericoloso in zona gol e imprevedibile nelle giocate, dalla punta Tarantino e da Polletta, meno appariscente dei due compagni ma molto efficace. Tra le riserve figurano il gigante Cipolletti che, a dispetto delle lunghe leve è uno che garantisce sempre dinamismo e spirito di sacrificio, e il figlio d’arte per eccellenza da queste parti, vale a dire il centrocampista Cristian Totti che, in presenza di discrete qualità tecniche, sta invero faticando a tenere il passo dei compagni, complice anche un brutto infortunio che ne ha compromesso gran parte del campionato scorso.

Lo sto seguendo con simpatia ma mi rendo conto sia davvero improbabile che possa anche solo avvicinarsi a ripercorrere le gesta di cotanto padre: di Francesco Totti ne nasce uno ogni 50 anni… L’augurio che faccio di cuore a Cristian è che possa giocare il più possibile sgombro da paragoni, senza sentire il peso del cognome… come fosse facile!

Paragone scomodo che è toccato inconsapevolmente all’ancora più piccolo Mattia Almaviva (classe 2006) che ricorderete come quel bimbo a cui Francesco Totti passò idealmente la fascia di capitano, spendendo pure buone parole per lui, tanto da prenderlo sotto la sua Agenzia.

Il passaggio un anno fa all’under 15, quindi in pratica al primo campionato nazionale. non è stato facile per il giovanissimo regista, che sul piano fisico sembra scontare ancora qualcosa ai pari età; tecnicamente però Mattia sa il fatto suo, e c’è da parte della società la voglia di dargli tutto il tempo necessario per crescere e migliorare. Discorso ovviamente applicabile a tutti i giovani calciatori che si affacciano ai più importanti vivai con il forte desiderio di diventare un giorno calciatori di serie A e magari della Nazionale.

A questa età, come detto, tutto è ancora avvolto nel mistero, lo è anche quando ci si affaccia al professionismo, magari dopo aver fatto la differenza in Primavera, figuriamoci a 16 o 17 anni, quando il calcio è, o almeno dovrebbe essere, ancora solo un gioco e niente più.

Certo, fa impressione pensare a uno come Wisdom Amey, difensore del Bologna (il papà è del Togo, la mamma è nigeriana) nato a Bassano del Grappa nel 2005 e diventato il più giovane esordiente della storia in serie A, superando il record di Amadei (che risaliva al 1937, di recente eguagliato dal classe 2001 Pellegri, ora al Monaco).

Il difensore del Bologna Wisdom Amey, classe 2005, il più giovane esordiente di sempre in serie A, a 15 anni e 274 giorni! (Foto Michele Nucci/LaPresse)

Su di lui il tecnico dei felsinei Mihajlovic ha speso parole al miele, giudicandolo già maturo e pronto alla battaglia, in grado di giocare sia centrale che terzino. Solo il tempo ci dirà se il suo esordio sarà stato un fuoco di paglia o rivelatore di un potenziale campione.

Forse il suo caso è proprio quello giusto (gli faccio un enorme in bocca al lupo!) ma quanti giovani sono stati bruciati o non hanno saputo confermare le prime ottime impressioni?

Non sono ingenuo e so benissimo che le incognite sono molteplici per l’affermazione ad alti livelli di un giocatore, so pure che i procuratori iniziano a muoversi sempre più presto, quando fiutano il talento in giro.

Per un giovane può non essere semplice mantenere i piedi per terra, ci si vede già proiettati in avanti, magari con un futuro da top player. Ma a mio avviso, e gli esempi dei campioni più duraturi stanno lì in bella mostra, per costruirsi una carriera vincente l’unica cosa da fare è continuare a lavorare per migliorarsi, senza perdere mai la gioia di calciare un pallone.

Il calcio può regalare un grande sogno, ma come tutti i sogni, deve essere coltivato con l’impegno e la passione. Sempre. Anche se sei il più bravo di tutti!

Commenti, pronostici e confessioni sui finalisti delle Targhe Tenco 2021

Sono usciti un paio di giorni fa i nomi dei finalisti in lizza per aggiudicarsi le prestigiose Targhe Tenco, il maggior riconoscimento della Canzone d’Autore italiana.

Da giurato e da appassionato di musica ogni anno do’ il mio contributo fatto di approfonditi ascolti (tanti!), valutazioni attente e scelte che, irrimediabilmente, contengono in se’ ogni volta un che’ di soggettivo, nonostante sia necessario approcciarsi al contesto con il giusto occhio critico, visto quanto siano significativi in un percorso artistico determinati attestati.

Prima di passare in rassegna con dei commenti specifici i vari nomi candidati ai premi finali, e prima di avventurarmi in pronostici (sapendo che, come accaduto in passato, è molto difficile che tutti i lavori per cui ho speso la preferenza arrivino poi a ricevere le rispettive Targhe), riporto anche qui delle brevi riflessioni che, a caldo, avevo condiviso sui miei profili social, e che riguardavano non il valore di uno specifico autore o del relativo album ma bensì il senso stesso di una candidatura che, almeno sulla carta, mi pare stridere con la storia di questa rassegna.

Discorsi già sentiti, mi diranno i più “vecchi” e seguaci appassionati del Premio Tenco e che in teoria si possono allargare a tanti differenti ambiti artistici (in fondo, anche nel “classicissimo” Festival di Sanremo le contaminazioni musicali recenti hanno rinnovato il roster dei partecipanti, contribuendo nella fattispecie a rilanciarne un appeal che, specie per i più giovani, sembrava perduto).

E allora in fondo perchè stupirsi di certi nomi in lizza quest’anno, quando in passato hanno vinto già una volta Caparezza (che a quanto pare ha le carte in regola adesso per riprovarci), la rockstar nostrana per eccellenza Vasco Rossi (nel 1998) o, caso recentissimo, Dario Brunori nel 2020 col suo album più pop?

Scrissi questo su Facebook non appena letto la lista dei finalisti (condivido un estratto):

Sugli album di esordienti in molti illustri giornalisti si stanno esponendo e devo dire che sono d’accordo con certe perplessità (che avevo già manifestato in tempi non sospetti, le stesse che ebbi lo scorso anno quando ad aggiudicarsi quella Targa fu Paolo Jannacci). Non sto ovviamente dicendo che devono vincere i miei “preferiti”, non sono così “infantile” però mi pare che certi nomi siano sorretti dal cosiddetto hype (che sicuramente ha investito anche illustri firme)… alludo alle candidature di Madame e di Iosonouncane.. non sto a sindacare sul valore dei due artisti e delle loro opere (anzi, molto probabilmente il disco di Iosonouncane a fine anno campeggerà molto in alto nella mia classifica in fase di bilancio), dico però che non li vedo adatti al contesto… La musica d’autore potrà (anzi, è necessario in un certo senso che accada) rinnovarsi e mutare forma, ma i significati, le parole, i testi devono mantenere la loro suprema rilevanza e un album come Ira (dal mio punto di vista notevole sul piano artistico) essendo ai confini con lo sperimentalismo, di suono così come di linguaggio espressivo, lo percepisco come distante dal contesto del Premio Tenco“.

Detto ciò, ecco finalmente l’elenco completo dei finalisti per il 2021:

DISCO IN ASSOLUTO

Presenti due dei tre titoli che avevo indicato alla prima tornata di voti, vale a dire Samuele Bersani e Pino Marino, i quali rappresentano l’ala più vicina alla canzone d’autore propriamente detta, almeno per i miei canoni. La loro proposta musicale è erede dei grandi cantautori che hanno fatto la storia della musica italiana, e se Samuele in passato ha già più volte ottenuto una Targa, per l’artista romano sarebbe un giusto riconoscimento – non alla carriera, non è ancora il momento – a un’opera di sicuro meritevole, al solito ottima sul profilo letterario ma che, a differenza di suoi dischi passati, non disdegna arrangiamenti più “moderni”, concedetemi il termine spiccio.

Sottolineati i giusti meriti di entrambi, occorre però evidenziare come ci sia un titolo fra i cinque che può davvero sbaragliare la concorrenza e creare un precedente “positivo” per chi sostiene che la rassegna si sia fin troppo aperta al mainstream: alludo a “Ira” di Iosonouncane, un disco dai confini indefinibili, affascinante, profondo, sfuggente e in grado di inchiodarti all’ascolto.

Un album che non può lasciare indifferenti e che ho già candidamente ammesso figurerà nelle mie consuete classifiche di fine anno, oltretutto molto in alto, perchè il suo valore intrinseco è notevole.

Un disco che mi sta mettendo in difficoltà per i motivi che ho provato a spiegare nel mio precedente post sui social, però mi chiedo: può un album che è già tra i miei preferiti in assoluto di questa prima parte dell’anno non vincere il Premio Tenco? Lascio staccati i vari ambiti oppure il suo valore è tale che va premiato, dal mio punto di vista, anche in una rassegna che ha mantenuto nei decenni determinati valori e stilemi?

Ho ancora qualche giorno per sciogliere le riserve – e la cosa vale per tutte le categorie, anche se in alcuni casi le idee sono molto più chiare.

Tornando ai dischi candidati nella principale categoria, vedo più defilati i nomi di Caparezza e Motta, che non erano nemmeno nei miei personali “ballottaggi” nella prima fase della votazione, perchè reputo che entrambi abbiano realizzato in passato album migliori di questi.

Mi va in questa sede anche di segnalare (e confido di dedicare in alcuni casi un articolo dettagliato in futuro) altri album secondo me molto interessanti che avrebbero avuto i requisiti per ambire, non dico a vincere la Targa, ma quanto meno ad arrivare tra i primi cinque: “Mannaggia a me” di Piero Brega, ispirato e istrionico come ai tempi migliori; “Cuore nero” di Olden, che ha replicato per qualità un disco come il suo precedente “Prima che sia tardi”, nonostante una diversità di suoni e atmosfere; “Ristrutturazioni” di Agnese Valle, una delle cantautrici più talentuose in circolazione e soprattutto “Paesaggio dopo la battaglia” di Vasco Brondi, il primo album di inediti a suo nome (di cui ho scritto una più che lusinghiera recensione sulla rivista “Vinile”) dopo la fruttuosa esperienza come Le luci della centrale elettrica. Per me era proprio il suo il disco che doveva vincere la Targa come migliore in assoluto, sebbene da regolamento fosse candidabile tra le Opere Prime (fattore che ha aperto un’autostrada di preferenze ai navigati Francesco Bianconi e Cristiano Godano).

Assolutamente degni di nota anche “Un sogno di Maila” di Amerigo Verardi, dalle sonorità psichedeliche e sognanti; “Sulla terra”, lavoro intimista con cui Davide Tosches si è messo a nudo; “La natura e la pazienza”, pieno di grazia e di buone vibrazioni, di Chiara Raggi, impegnata anche nel progetto “Musica di Seta”( proprio a sostegno della migliore musica d’autore), e l’oscuro e magnetico “Testimone di passaggio” di Flavio Ferri.

ALBUM IN DIALETTO

Qui ammetto di essere molto soddisfatto della cinquina finale, nonostante manchi il nome di una band che avevo votato al primo turno, i lucani Renanera, autori con “Terra da cammenà” di un album dove antico e moderno viaggiano a braccetto: peccato per loro ma avrò modo di dedicare spazio nel mio blog a questo progetto. Lodevole e di forte impatto sociale l’album “Nebros – Storie e Antichi Echi, Vol.1” del cantautore siciliano Marco Corrao, già noto su queste pagine.

Era difficile in effetti trovare posto in mezzo a titoli davvero importanti e con tutte le carte in regola (allo stesso modo) per vincere la Targa: dai siciliani Fratelli Mancuso (di cui giù avevo scritto con entusiasmo fra queste pagine quando fu pubblicato il loro stupendo “Manzamà”) ai loro corregionali Lautari, tornati in grande spolvero con “Fora Tempu”, all’artista di razza Patrizio Trampetti con l’intenso e viscerale “‘O Sud è fesso”, si potrebbe consegnare il Premio a occhi chiusi, sicuri di non sbagliare.

Se la giocano anche Setak e Stefano Saletti con la Banda Ikona ma credo che, nonostante non manchino certo motivi di interesse, un loro expoit sia poco probabile.

La categoria degli album in dialetto è da sempre quella che mi da’ più spunti di interesse, perchè non solo il nostro patrimonio artistico in tal senso è inestimabile ma, cosa più importante, anche il presente è più ricco e vivo che mai.

OPERA PRIMA

Si è in pratica avverata una profezia che feci appena uscirono gli album solisti di Bianconi e Godano (sul cui valore assoluto non discuto), quando dissi che per la successiva edizione del Premio Tenco due nomi tra i migliori debutti sarebbero in pratica giù stati assegnati. Difficile però pensare a due mostri sacri della canzone italiana (perchè quelli sono i Baustelle e i Marlene Kuntz, gruppi di cui i nostri sono affermati e carismatici leader) come esordienti ma tant’è: il regolamento dice questo e d’altronde anche lo scorso anno si aggiudicò la Targa in questa categoria il buon Paolo Jannacci, non certo un novellino; immaginavo pertanto che ai “veri” esordienti sarebbero rimaste le briciole in fase di responsi.

Gente come il raffinato cantautore Carlo Pinchetti, a cui ho dato tra l’altro la preferenza nella prima tornata di voti, la brillante Vea (Valeria Angelotti), autrice dell’ottimo “Sei chi non sei” o Francesco Maestro Pellegrini, già negli Zen Circus, che ho intervistato su “Indie For Bunnies”, il quale ha debuttato con un album autentico e delicato come “Fragile” (donandogli nuova vita in una recente ed emozionante versione a due per pianoforte e voce con il padre Andrea), meritavano a mio avviso più fortuna in questa sede ma sono sicuro che riusciranno a far parlare di se’ per i loro indubbi meriti.

Non è detto tuttavia che ci sia già un vincitore annunciato, poichè la concorrenza femminile mai come in questa sezione è agguerritissima e possiede efficaci armi come il talento, la qualità e lo spessore: dalla versatile Emma Nolde alla più classica ChiaraBlue, che tiene sospesi e ammaliati tra atmosfere jazzate, fino ad arrivare all’astro nascente Madame che ha stupito tutti al Festival di Sanremo, in egual modo appaiono seriamente in grado di insidiare i due big “in incognito”.

INTERPRETE DI CANZONE

I tre titoli da me indicati al primo step di votazioni sono arrivati in finale, quindi oltre a essere felice per loro, mi vien da dire che obiettivamente avessero qualità evidenti per non lasciarsi sfuggire questa opportunità di incrementare la loro personale bacheca di successi. Già, perchè i nomi a cui mi riferisco sono la splendida Ginevra Di Marco, che qui si è cimentata egregiamente con l’opera di Luigi Tenco, insomma, è nel “posto giusto” direi per affermare la propria candidatura; la rediviva Ornella Vanoni che in quanto a classe interpretativa non ha eguali e il grande Peppe Voltarelli che definire cantautore suona assai riduttivo, vista la sua caratura di artista a 360 gradi. Se risultassero vincitori mi farebbe piacere, indistintamente, anche se ovviamente dovrò anche qui scegliere un solo nome per la votazione decisiva.

Avevo dovuto sacrificare in fase di preferenza l’album di Federico Poggipollini, che ho apprezzato ascoltandolo con gusto, e ora me lo ritrovo nella cinquina di finalisti, quindi benissimo così; mi sorprende invece il nome della brava Miriam Foresti, con un progetto ambizioso di non facilissima fruizione.

CANZONE SINGOLA

Anche questa categoria è molto importante e, almeno da quando figuro in giuria, cioè dal 2016, è quella più imprevedibile in quanto a pronostici ed effettivi risultati.

Canzoni singole bellissime ce ne sono a iosa, dai più svariati cantanti, anche se a volte risulta difficile estrapolarle dal contesto di determinati dischi: insomma, deve essere un pezzo che funziona a se’ stante e che ha inevitabilmente quella marcia in più.

Nelle ultime tre edizioni non si è “faticato” poi molto a individuare il titolo giusto che ottenesse questa Targa, visto che dopo uno straordinario Mirkoeilcane nel 2018, sia Daniele Silvestri nel 2019 con “Argento vivo” che Tosca l’anno successivo con “Ho amato tutto” si erano già ottimamente distinti in gara al Festival di Sanremo: sono passati quindi dallo stesso palco dell’Ariston nel giro di poco tempo, come a dire che spesso la musica non ha confini, e che se un’opera merita viene a galla e brilla di luce propria anche quando viene proposta e giudicata in scenari differenti.

Che lo stesso destino quindi tocchi quest’anno alla già citata Madame, che a febbraio a Sanremo ottenne ben due riconoscimenti per la sua “Voce”, tra cui quello di miglior testo? Può essere in effetti ma attenzione a non sottovalutare la forza delle parole di un brano come “Zinda” di Francesca Incudine, o quelle intrise di pragmatico lirismo di “Ci stiamo preparando al meglio” di Canio Loguercio (con il prezioso contributo di Andrea Satta), unico tra i titoli da me votati ad essere giunto in finale in questa categoria. Ci sono poi autentici assi come Pino Marino, la cui “Calcutta” in effetti riusciva a spiccare nel suo magnifico “Tilt” e Iosonouncane con “Novembre”, in versione cantautore con la C maiuscola per quello che fu il suo singolo di ritorno dopo i fasti di un album come “Die” che cinque anni prima lo consacrò come il nome nuovo per antonomasia da seguire.

Mi piace però segnalare almeno quattro brani che non figurano tra i finalisti ma che hanno saputo regalarmi forti emozioni al loro ascolto: la struggente “I ricordi” di Giulio Wilson, che apre in modo sublime il suo “Storie vere tra alberi e gatti”; l’evocativa “Bar 90” di Marco Parente che invece ha il compito di chiudere “Life”; la poetica “Ovunque si nasconda” dei maestri Yo Yo Mundi che al solito ci hanno confezionato un lavoro senza punti deboli come “La rivoluzione del battito di ciglia” e quella meravigliosa perla che risponde al nome di “Peddi nova”, scritta da Cesare Basile e inclusa nel già citato “Fora Tempu” dei Lautari, i quali gareggiano con l’intero disco appunto tra le opere in dialetto.

ALBUM COLLETTIVO A PROGETTO

Tutti e tre i titoli da me votati sono arrivati in finale: “Ad esempio a noi piace Rino”, sulle canzoni del mai dimenticato Rino Gaetano, “Note di viaggio vol.2 – Non vi succederà niente”, sentito omaggio al grande Francesco Guccini e “Ritratti d’autore: Bindi, Bassignano & Friends”. Sono tre raccolte emozionanti, ben realizzate e meritevoli di questo riconoscimento… io credo che alla fine si aggiudicherà la Targa il disco dedicato al Guccio, le cui rivisitazioni sono indubbiamente autorevoli e rispettose (ma in realtà lo stesso giudizio è facilmente estendibile agli altri titoli candidati).

In finale inoltre due dischi assai interessanti come “Her Dem Amade Me- Siamo sempre pronte, siamo sempre pronti” e il progetto “Musica contro le Mafie: Sound Bocs Diary”, quest’ultimo con buone chances di contendere la Targa al mio favorito.

Tirando le conclusioni, ce n’è anche quest’anno per tutti i gusti: ci sono piatti serviti per le solite polemiche da quattro soldi, ci sono esclusioni eccellenti e ripescaggi graditissimi, c’è soprattutto tanta bella musica d’autore che ancora sa rinverdire certi fasti indimenticabili, nonostante siano cambiati tempi, epoche e scenari attorno a noi.

Basta cercarla – e i canali per farlo non mancano di certo – e soprattutto avere buone orecchie predisposte e attente.

“Quiet Is the New Loud” dei Kings of Convenience compie 20 anni

Sul sito di Indie For Bunnies, bellissima realtà dedicata alla musica per cui collaboro da anni, curo spesso delle retrospettive su album particolarmente significativi, in occasioni di compleanni speciali, a 10, 15, 20 anni e anche molti di più dalle relative uscite discografiche.

In merito a “Quiet Is the New Loud” dei norvegesi Kings of Convenience, c’è un po’ di discrepanza sulla data di pubblicazione, ma di certo fu in questo periodo nell’ormai lontano 2001.

Questo piccolo gioiello, divenuto un classico, compie quindi vent’anni, una bella cifra tonda per cui vale la pena “festeggiare” come si deve.

Esattamente vent’anni fa veniva pubblicato “Quiet Is the New Loud” (il cui titolo era già un manifesto programmatico) dei Kings of Convenience, facendo convergere su di sè grandi attenzioni e dando il là – al pari di una manciata di altri dischi – a un nuovo filone musicale, ribattezzato “New Acoustic Movement”.

Che poi questo fenomeno si sia rivelato effimero, poco conta, se non per una corretta storicizzazione degli eventi, ma di certo all’epoca, complici un’inclinazione comune di queste band o artisti, un’attitudine musicale che guardava a modelli consolidati e l’entusiasmo di certa stampa che spinse molto sull’acceleratore creando il giusto hype, sembrava davvero fosse in atto una rivoluzione musicale silenziosa, in chiave prettamente acustica.

In primis, però, a far emergere questo duo norvegese composto da Erlend Øye ed Eirik Glambek Bøe, entrambi nati a Bergen nel 1975, fu la qualità indubbia della loro proposta e quella freschezza compositiva che ti permeava sin dal primo ascolto di queste dodici canzoni, molte delle quali provenienti o riadattate dal loro omonimo primo album uscito l’anno prima e venduto solo in Nord America (USA e Canada).

Loro acustici lo erano davvero, non solo per necessità – per quanto ironizzando i due dissero che iniziarono a comporre in tale maniera poichè durante un primo soggiorno londinese avevano con sè solo le chitarre acustiche – o perchè volessero soppiantare definitivamente i rimasugli rock del decennio precedente (a quello avevano già contribuito album come “Kid A” dei Radiohead), ma proprio in quanto sintonizzati entrambi su un mood dichiaratamente debitore di atmosfere sixties, o al limite innervate di una classicità raffinata ma tutt’altro che epica da riscontrarsi in certi cantautori degli anni settanta, vedi alla voce Nick Drake.

Il tutto però declinato in chiave personale, per cui sarebbe alquanto ingeneroso relegarli a una sorta di Simon & Garfunkel degli anni zero (come puntualmente fece certa critica specializzata), nonostante il confronto potesse sorgere in maniera spontanea ascoltando – chessò? – la scintillante “Toxic Girl”, la solare “Failure” o la sinuosa “The Girl From Back Then”.

Al limite però lo storico duo folk statunitense può essere considerato solo una delle fonti di ispirazioni dei KOC, perchè la personalità di questi ultimi riusciva a far capolino pian piano, forte di una poetica gentile, così come lo sono i magnifici arpeggi iniziali di “Winning a Battle, Losing the War”, posta sapientemente in apertura di scaletta e adattissima a fungere da efficace biglietto da visita.

Deliziose chitarre e voci limpide – cui si aggiungono di volta in volta inserti pianistici o giri di violoncello – confezionano così un album che, a risentirlo ora che sono passati vent’anni – suona ancora benissimo e trasmette intatto quel piacevole senso di pace e serenità, come una brezza leggera che ti accarezza il viso mentre ti concedi una passeggiata, rischiarato dai primi tenui raggi di sole che anticipano la primavera.

Data di pubblicazione: 6 marzo 2001
Tracce: 12
Lunghezza: 45:05
Etichetta: Astralwerks
Produttore: Ken Nelson, Kings of Convenience

Tracklist
1. Winning a Battle, Losing the War
2. Toxic Girl
3. Singing Softly to Me
4. I Don’t Know What I Can Save You From
5. Failure
6. The Weight of My Words
7. The Girl from Back Then
8. Leaning against the Wall
9. Little Kids
10. Summer on the Westhill


Tommaso Mancini, classe 2004, esordisce da professionista con il Vicenza…proprio come fece un certo Baggio alla stessa età

Il vicentino Tommaso Mancini è il primo calciatore nato nel 2004 ad aver esordito in serie B.
Lo ha fatto con la maglia della squadra della sua città, e la mente non può che tornare indietro a tantissimo tempo fa, quando fu un altro suo concittadino a esordire a soli 16 anni: il suo nome è Roberto Baggio!

(da biancorossi.net)

Facile quindi volare con la fantasia e lasciarsi andare ai sogni, non soltanto concessi agli appassionati tifosi biancorossi ma che riguardano tutti gli amanti di questo sport, visto che il precoce esordio della giovanissima punta (che già ad ottobre era stato lanciato titolare in Coppa Italia dal suo allenatore Di Carlo) non è parso certo casuale, anzi.

Chi segue il calcio giovanile (e le Nazionali azzurre) sa benissimo che il nome di Mancini era uno di quelli “caldi”, da tenere assolutamente d’occhio.
Attaccante molto alto e dalla grande, indiscutibile, tecnica di base, può agire da centravanti così come da seconda punta o fantasista: è insomma molto completo nell’interpretare il gioco offensivo, oltre che (numeri alla mano, che’ quelli non mentono mai) clamorosamente prolifico sia con la maglia del Vicenza che con quella dell’Italia.
Nell’anno solare 2020 infatti è stato in grado di buttare il pallone in rete 71 (!) volte, mentre tra under 15 e 16 ha una media di più di un gol ogni due partite (rispettivamente 4 reti in 7 presenze e 8 reti in 12).

E’ un cecchino quasi infallibile in pratica ma che, come detto, svaria molto su tutto il fronte d’attacco, per quanto il paragone che più volte viene speso nel suo caso sia quello con Ibrahimovic, quindi una punta con determinate (fantastiche) caratteristiche.
Lasciando perdere per un attimo questi accostamenti che sono tutti da verificare sulla lunga distanza, è innegabile però che Mancini abbia quel quid in più rispetto a tanti coetanei e, cosa non secondaria, abbia anche la “testa giusta” per affrontare (e sicuramente godersi, perché in fondo se lo merita) questo momento di grande attenzione, con tanti fari puntati inevitabilmente su di lui.


In bocca al lupo Tommaso per un percorso che si preannuncia davvero entusiasmante: ora si tratta di giocarsi bene le chances che ti verranno concesse, senza strafare, con la voglia però di sorprendere… perché il tifoso ha bisogno anche solo di sognare che un nuovo Baggio sia ancora possibile!

“Simon sono io” è una storia piena di significati e io sono felice di averla raccontata

Ho parlato spesso nel blog delle mie esperienze editoriali, dalla prima pubblicazione avvenuta con “Verrà il tempo per noi” (che l’anno prossimo spegnerà dieci candeline… come vola il tempo!), all’ultima “Stelle comete nel mondo del calcio”, del 2016, per la quale mi ero affidato al self-publishing, avendo voglia di raccogliere gli articoli che avevo scritto in precedenza per una rubrica curata sul sito del Guerin Sportivo, rivista storica con la quale ho collaborato per circa sei anni.

Inutile sottolineare che per me quello di scrivere libri era uno dei sogni più grandi che avevo sin da quando ero bambino. Ed esserci riuscito, grazie alla casa editrice “Nulla die” che per prima credette in me, fu una gioia enorme, una di quelle soddisfazioni che ancora porto dentro di me.

Era il 2011 e da allora il sodalizio con la casa editrice si rinsaldò, avendo poi realizzato con loro altre tre titoli: “Pinguini di carta” nel 2012 e i due volumi (che amo definire “gemelli”, in quanto scritti insieme e solo in seguito, per scelta condivisa, usciti con due pubblicazioni diverse) “Revolution 90” (2014) e “Rock’n Words” (2015).

Come sa bene chi mi ha letto in questi anni (e non finirò mai di ringraziarvi per la stima e la fiducia), sono libri di genere differente, si va dal romanzo di narrativa più “classico”, alla silloge, al saggio “romanzato” a quello vero e proprio, col comune denominatore della musica a fare da collante, argomento che permea tutti i titoli (eccezion fatta per “Stelle comete”, una serie di ritratti di calciatori che, per svariati motivi, non sono riusciti ad esprimere appieno tutto il loro grande e riconosciuto talento).

Posso ben dire però, e i miei lettori me ne hanno dato piena conferma negli anni, sia in forma privata che pubblica (le cosiddette recensioni, che negli anni sono uscite numerose su siti, riviste e giornali), che ovunque c’è, oltre alla musica, un’altra cosa che accomuna i vari lavori usciti a mio nome, vale a dire uno “stile” di scrittura per cui, a quanto pare, è evidente che la penna sia la stessa, vi è insomma una certa uniformità.

E’ un fatto non proprio usuale se consideriamo come detto che sono tutti libri di natura diversa.

Da lì in poi, almeno come autore, mi ero fermato, un po’ perchè molto impegnato a livello professionale (proprio dal 2016 ho iniziato un nuovo lavoro come referente educativo in una Fondazione della provincia di Padova, che mi appassiona, mi impegna e inevitabilmente mi assorbe molto), un po’ perchè onestamente “aspettavo” la storia giusta, desideroso com’ero di tornare a occuparmi di narrativa.

Il momento giusto alla fine è arrivato, e con esso puntuale anche la storia. Il tutto si è verificato in maniera piuttosto casuale, o forse era destino che accadesse.

Un ritratto di Simon nella copertina del libro

Proprio dove lavoro, i miei titolari (presidente e vice presidente della Fondazione Franchin Simon Onlus di Montagnana, PD) avevano un desiderio mai realizzato ma che covava da tempo nei loro cuori, quello di scrivere un libro che parlasse di Simon, il loro unico figlio, un ragazzo speciale la cui vicenda sapevo a grandi linee.

Simon è poco più grande di me, avendo compiuto ad agosto 44 anni, e se non era stato possibile farlo per il suo quarantesimo compleanno (ma ricordo con emozione la bellissima festa organizzata in suo onore), l’occasione era tornata propizia per il ventennale della Fondazione, sorta nel 1999.

Rimasi positivamente sorpreso quando il direttore Emanuele Mercanti mi propose il progetto, chiedendomi se me la sentivo di raccogliere le testimonianze dei signori Angelo e Graziella Franchin, per qualcosa che non fosse una semplice cronaca degli eventi, ma un lavoro che scavasse più nel profondo.

Anche se ho sempre tenuto separato l’ambito lavorativo da quello extra, fatto delle mie collaborazioni giornalistiche, ovviamente erano al corrente del fatto che scrivessi e alla fine, ringraziandoli di cuore per aver pensato a me, non ho esitato molto dal rispondere in modo affermativo alla proposta.

Ricordo come fosse ieri la loro emozione, che poi divenne subito la mia, non appena iniziai a trovarmi a casa loro, riaprendo l’album dei ricordi.

Sentivo che avrei potuto contribuire alla realizzazione di questa grande idea, mettendo tutto me stesso, per veicolare questa bellissima e significativa storia anche a persone non avvezze al mondo della disabilità.

Il titolo scelto fu “Simon sono io”, proprio come se fosse lui stesso a raccontarsi ai lettori.

La scelta di affidare i pensieri di Simon alla mia penna, narrando il tutto in prima persona, mi auguro abbia reso il tutto più immediato e coinvolgente.

Il lavoro è stato lungo e meticoloso, di certo non agevolato dalla pandemia che stiamo tuttora vivendo, ma alla fine, con una bella sinergia con gli editori Salvatore e Massimiliano Giordano (di “Nulla die edizioni”, ancora al mio fianco in questa entusiasmante nuova avventura editoriale), il libro è diventato una splendida realtà, uscito proprio a ridosso delle festività natalizie.

Per il momento è possibile acquistarlo dal sito della casa editrice in questione, ma con l’anno nuovo sarà facilmente ordinabile nelle librerie e nei principali bookstore online.

http://nulladie.com/catalogo/435-gianni-gardon-simon-sono-io–9788869152917.html

“Simon sono io”, ed. Nulla die, 2020

E’ un’enorme soddisfazione vedersi tra le mani il frutto di questo lavoro, quello che definisco un lungo viaggio attraverso la vita di Simon. Ma è anche la storia dei suoi splendidi genitori che hanno lottato tanti anni contro un’ingiustizia e che non si sono mai abbattuti nemmeno quando tutto sembrava girare al contrario.

L’hanno fatto per Simon, per la verità, e tutto è stato possibile grazie alla loro unione, così importante, inscalfibile dinnanzi alle mille difficoltà incontrate lungo il cammino.

Il libro quindi è una biografia, scritta sotto forma di romanzo, ma che di “romanzato” (scusate il gioco di parole!) non ha proprio nulla, perchè qui dentro viene raccontata la pura verità dei fatti in una vicenda ricca e straordinaria, partendo da molto lontano.

Non voglio svelare oltre a quanto già fatto trapelare, ma spero con tutto il cuore che dentro queste pagine possiate sorridere ed emozionarvi. Simon ne sarebbe felicissimo e potrebbe ricambiarvi con uno dei suoi splendidi sorrisi!

Poi chi lo sa, se il virus ci darà un po’ di tregua, le occasioni di incontro non mancheranno di certo: io e Simon vi accoglieremo a braccia aperte!

Esplosione di colori in un quadro di Simon

Focus Serie A – Big, rivelazioni e delusioni (prima parte del campionato 2020/2021)

Giunti alla pausa natalizia del campionato di calcio italiano, dopo un vero e proprio tour de force (ulteriormente gravoso se ci aggiungiamo la coda dello scorso torneo concluso a estate inoltrata causa la pandemia in corso), ho voluto provare a sintetizzare un po’ di impressioni in merito ai rendimenti di ogni singole squadre.

Chi sta andando oltre le aspettative, chi si sta fragorosamente confermando, chi si trova indietro rispetto ai pronostici, chi sta sonoramente deludendo e chi, al contrario, sta invece emergendo a sorpresa: per ogni squadra quindi ecco un mio voto sommario, il relativo big, la rivelazione e la delusione (che di top e flop è ovviamente prematuro parlare)

Siamo in fondo soltanto a un terzo e poco più dell’intera stagione e tutto può essere ancora ribaltato e rimesso in discussione: non si tratterà quindi di azzardare previsioni ma soltanto di fare una fotografia sullo stato attuale delle varie partecipanti della Serie A 2020/2021.

ATALANTA 6

Il voto è solo sufficiente attenendomi al campionato, e rendendomi conto di come le attese sulla squadra di Gasperini siano mutate con gli anni, dopo stagioni di crescita continua fino ad arrivare a disputare con pieno onore e merito la Champions League. Se in Europa la Dea, pur tra alti e bassi, si sta confermando, in Italia ha sofferto invece alcune situazioni, nonostante ci sia tutto il tempo di recuperare posizioni in classifica (oltretutto ha pure saltato la gara con l’Udinese). Certo, pesa la grana Gomez, con il capitano sicuro partente: una storia che non doveva terminare così, dopo i fasti delle ultime stagioni.

  • Big: ILICIC
  • Rivelazione: PESSINA
  • Delusione: GOMEZ/GASPERINI

BENEVENTO 8

La squadra campana è lontana parente di quella che mosse i primi passi nella massima serie tre stagioni or sono e grande merito va dato a una società che crede nel progetto e che non si è persa d’animo dopo essere tornata in cadetteria. Le basi erano già buone lo scorso anno ma colpisce la sicurezza e l’intraprendenza con cui gli uomini di Filippo Inzaghi (lui per primo nel frattempo sembra più pronto a calcare da allenatore questi palcoscenici) affrontano ogni gara, senza timori e provando a giocarsela sempre. Ogni singolo punto è conquistato con merito, e sono già tanti nell’economia di una stagione che dovrà nei propositi (più che realistici) culminare con la permanenza in Serie A.

  • Big: CAPRARI
  • Rivelazione: IMPROTA
  • Delusione: IAGO FALQUE

BOLOGNA 5,5

Una squadra parecchio incostante quella di Mihajlovic, che pure ancora (come nella stagione da poco conclusa) sa offrire sprazzi di buon gioco e trame interessanti, grazie soprattutto alla freschezza delle sue giovani frecce, su cui si erge nuovamente lo spessore dell’esperto Palacio. Di contro la difesa sembra dare poche garanzie e urge trovare un equilibrio tra i reparti, anche se di fatto la salvezza non è mai stata messa in discussione… certo, una piazza simile meriterebbe di far sognare i propri tifosi con qualche traguardo in più.

  • Big: SORIANO
  • Rivelazione: VIGNATO
  • Delusione: LA DIFESA

CAGLIARI 5,5

Come il Bologna, anche il rinnovato Cagliari di Di Francesco è in ritardo in classifica, laddove sin dall’arrivo del nuovo mister appunto nelle intenzioni c’era quella di alzare l’asticella, vista oltretutto la bontà di un organico che può contare su diversi uomini di grande qualità. A livello tattico si sta ancora lavorando per cercare una soluzione più adatta a far convivere tanti talenti: il tempo è sicuramente dalla parte dei sardi.

  • Big: JOAO PEDRO
  • Rivelazione: WALUKIEWICZ
  • Delusione: OUNAS

CROTONE 5,5

Sprazzi di luce sono arrivati non del tutto inattesi (perchè qualche punto era stato in precedenza perso per strada) nell’ultimo periodo, con due preziosissime vittorie nelle ultime cinque partite disputate dagli uomini di Stroppa. Aver abbandonato l’ultima posizione può servire a livello psicologico, ma ancora di più lo è constatare che la zona salvezza è, classifica alla mano, lontana adesso soltanto due punti. Insomma, il Crotone se la può giocare, anche se occorre aumentare il tasso tecnico della rosa, magari intervenendo a gennaio in fase di calciomercato.

  • Big: MESSIAS
  • Rivelazione: RECA
  • Delusione: VULIC

FIORENTINA 5

La squadra viola si stava candidando al ruolo di assoluta delusione di questa prima parte di stagione e invece sul filo di lana, prima della pausa, è arrivata un’importantissima vittoria in quel di Torino, contro la rivale storica Juventus. Un tre a zero inequivocabile che ha lasciato oltre a un ritrovato entusiasmo, anche molte speranze per il prosieguo del campionato, con Prandelli che potrà finalmente lavorare con meno pressioni, cercando di inculcare la sua idea di calcio a una squadra che era sembrata sin lì giocare senza una chiara dimensione tattica.

  • Big: MILENKOVIC
  • Rivelazione: VLAHOVIC
  • Delusione: CASTROVILLI

GENOA 4,5

L’arrivo del “solito” Ballardini in panchina è parso subito come un toccasana per una squadra in piena crisi di identità e di gioco, senza per questo gettare tutte le responsabilità al pur bravo Maran che aveva iniziato la stagione. Non poteva essere così brutto il Genoa, ed invero mai la squadra si è presentata in campo in queste prime 14 gare con l’organico al completo. Il terzultimo posto in classifica è l’esatto emblema delle difficoltà incontrate finora per una squadra che, secondo un adagio che sta diventando luogo comune “alla fine si salva” ma certo non si può sempre scherzare col fuoco.

  • Big: SCAMACCA
  • Rivelazione: ROVELLA
  • Delusione: SCHONE

INTER 8

L’imponente filotto di vittorie mette chiaramente in evidenza come la squadra di Conte voglia tornare a primeggiare almeno in Serie A, spezzando così l’egemonia della Juventus; d’altronde i sogni infranti di Champions impongono ai nerazzurri di indirizzare il massimo delle forze nel perseguire l’obiettivo dello scudetto. Con costanza e la qualità di una rosa mai messa in discussione, l’Inter è arrivata a soffiare sul collo dei lanciatissimi cugini rossoneri e sarà entusiasmante seguire questo duello. Certo, il gioco è più pratico che spettacolare ma da queste parti è diventato un imperativo ormai vincere qualcosa, più che il modo con cui lo si dovrà fare.

  • Big: LUKAKU
  • Rivelazione: BASTONI
  • Delusione: ERIKSEN

JUVENTUS 5,5

Può sembrare una bocciatura senza appello per gli uomini di Pirlo ma, un po’ come a scuola, questo voto dovrebbe essere un monito a una squadra che può e deve fare di più, perchè sulla carta rimane, dal mio punto di vista, la migliore in assoluto della Serie A. Si potevano mettere in conto alcune difficoltà iniziali, con un allenatore esordiente, seppur di primissimo nome, e una rosa rinnovata in cui l’amalgama non è ancora stato trovato, ma la distanza dall’attuale capolista comincia a essere notevole, e le altre davanti davanti non mi pare cedano molto il passo. E’ la Juve che deve cambiare il suo, laddove sei pareggi in tredici partite sono davvero troppi a fronte di una sola sconfitta, che però è stata tonante. Poi ovvio da queste parti credo sia preferibile barattare uno scudetto per una affermazione in Europa, ma questo è un altro discorso.

  • Big: CRISTIANO RONALDO
  • Rivelazione: MCKENNIE
  • Delusione: DYBALA

LAZIO 5,5

Non è (ancora) la squadra arrembante e deliziosa da vedere, che ci eravamo abituati ad ammirare nel campionato scorso, quando gli uomini di Simone Inzaghi, almeno fino alla pausa forzata per il covid, sembravano seriamente potersi candidare per il titolo. Certo, Immobile si è rimesso a segnare come un orologio svizzero ma altri elementi non sono ancora al top. Quando tutti staranno al meglio probabilmente la Lazio sarà destinata a tornare in zone di classifica che le competono ma forse è venuto il momento di mettere mano a un organico che in questi anni ha tirato tantissimo la carretta, inserendo per lo meno delle alternative che non facciano rimpiangere i titolari quando chiamate in causa.

  • Big: IMMOBILE
  • Rivelazione: AKPA-AKPRO
  • Delusione: ANDREAS PEREIRA

MILAN 8,5

Impressionante è stato il ruolino di marcia dei rossoneri nel 2020, che da quando è ripreso il campionato scorso ad oggi in pratica hanno primeggiato in classifica, con una striscia positiva ancora in là dall’essersi esaurita. Eppure non sono mancate le difficoltà in casa Milan, con mister Pioli (a proposito, benedetta la sua riconferma dopo che sembrava fatta ormai per l’ingaggio di Rangnick al suo posto) costretto spesso e volentieri a ridisegnare la sua squadra causa le tante assenze riscontrate lungo il cammino (su tutte quella pesante del “fattore Ibrahimovic“). Ormai però questa squadra ha una sua forte identità, gioca bene e con grande intensità e in organico ha alcuni calciatori che sono cresciuti enormemente da un anno a questa parte, soprattutto in esperienza e personalità. Insomma, anche se non lo si dice molto apertamente, il Milan è diventato un serio candidato per il titolo: il primo posto infatti non è certo casuale ma corroborato anzi da grandi prestazioni.

  • Big: IBRAHIMOVIC
  • Rivelazione: SAELEMAEKERS
  • Delusione: /

NAPOLI 6,5

Ok, all’appello manca una partita, quella tanto discussa con la Juventus rinviata causa covid, che potrebbe ridare slancio in classifica a una squadra partita legittimamente con importanti traguardi. Traguardi che, visto il gioco messo in mostra soprattutto nelle prime gare, paiono in effetti alla portata ma è importante che il Napoli dia continuità alle sue prestazioni. Il primo posto potenzialmente è lontano sei punti, colmabili a patto che Gattuso ritrovi presto la “sua” squadra, gravata anche dalla mancanza dell’asso Osimhen, possibile crack di questo campionato.

  • Big: INSIGNE
  • Rivelazione: LOZANO
  • Delusione: RRAHMANI

PARMA 5

Qualche exploit isolato ma anche dei limiti evidenti in questa prima parte di campionato per i ducali, sotto la gestione del neo allenatore Liverani. Non si è ancora visto molto quell’impianto di gioco che, se a Lecce non aveva garantito la permanenza in categoria, aveva comunque saputo spesso e volentieri stupire ed entusiasmare. In alcuni momenti sembra mancare il cinismo che caratterizzava la squadra di D’Aversa ma solo il tempo saprà dire se la scommessa della società di puntare su un allenatore che vuole proporre calcio si rivelerà vincente. Tre punti nelle ultime cinque partite denotano una flessione evidente, occorre invertire decisamente la rotta alla ripresa del campionato.

  • Big: KURTIC
  • Rivelazione: OSORIO
  • Delusione: CORNELIUS

ROMA 7,5

A tratti la Roma ha mostrato il miglior calcio del campionato, forte di interpreti – specie dal centrocampo in su – di altissimo livello tecnico. Fonseca al secondo anno in Italia ha saputo adattarsi al meglio al nostro torneo, con la squadra più attenta e sicura in fase difensiva, nonostante un paio di imbarcate subite contro dirette concorrenti come Napoli e Atalanta. Eppure la squadra da’ l’idea, se libera mentalmente, di potersela giocare con tutte le rivali e in tal senso il (meritatissimo) terzo posto sta lì a testimoniarlo.

  • Big: MKHITARYAN
  • Rivelazione: SPINAZZOLA
  • Delusione: PAU LOPEZ

SAMPDORIA 7

Ranieri da quando si è seduto sulla panchina della squadra blucerchiata, zitto zitto e senza proclami (quasi fosse per lui ormai una prassi consolidata) sta realizzando un altro capolavoro. Ci ricordiamo infatti in che zone navigasse la Samp prima del suo arrivo, quasi rassegnata a una mesta retrocessione: ora invece l’undici doriano messo in campo gioca con sicurezza, scaltrezza, in modo compatto ma senza disdegnare sorprese a un copione tattico ben definito.

  • Big: QUAGLIARELLA
  • Rivelazione: DAMSGAARD
  • Delusione: CANDREVA

SASSUOLO 8

Ventisei punti, quarto posto in solitaria in classifica (attendendo il recupero dello scontro diretto tra Juventus e Napoli) e due sole sconfitte in campionato (rispettivamente contro la prima e la seconda in classifica) sono dati che in maniera netta ci danno un rimando del valore e delle potenzialità della squadra di De Zerbi. Magari quando cambiano gli interpreti (vedi l’assenza di gente come Caputo in alcune gare) la squadra inevitabilmente ne risente, ma in ogni caso l’impianto di gioco rimane intatto, con lezioni imparate a memoria da ogni interprete. Sarà difficile rimanere in alta quota fino alla fine ma la missione non pare nemmeno così impossibile.

  • Big: BERARDI
  • Rivelazione: MAXIME LOPEZ
  • Delusione: DEFREL

SPEZIA 7

Il trend negativo delle ultime giornate non deve far dimenticare l’impatto assolutamente favorevole avuto dalla matricola ligure con la Serie A. La squadra di Italiano (anch’egli al debutto nella massima serie nei panni di allenatore) ha mosso i suoi primi passi in questa categoria col giusto piglio e con discreta intraprendenza, potendo poggiare su un sistema di gioco collaudato e mai messo in ombra, nemmeno al cospetto di squadre ben più titolate. Ci sarà da lottare per salvarsi, specie se come probabile altre squadre ora in difficoltà sapranno rimettersi in carreggiata, ma il sogno pare tutt’altro che proibito a questo Spezia, così pimpante e sbarazzino.

  • Big: NZOLA
  • Rivelazione: POBEGA
  • Delusione: DEIOLA

TORINO 4

Fa male al cuore personalmente vedere un Toro così in basso, affannato, inerme, quasi che il destino volesse mettere in anticipo una pietra tombale su questa stagione. Otto punti in quattordici gare, con conseguente e inevitabile ultimo posto in classifica, è un bottino magro e desolante, cui ha contribuito in egual misura un allenatore come Giampaolo, considerato dai più un “maestro di calcio”, che da due anni a questa parte sembra aver smarrito la bussola, un gruppo di giocatori giunti probabilmente alla fine del proprio ciclo e una società poco pronta e lungimirante in sede di mercato. Tuttavia, molte cose non sono girate per il verso giusto, tante (troppe) volte la squadra non ha saputo capitalizzare l’iniziale vantaggio durante le partite e ci sono eccome le potenzialità e il modo ancora di risalire la china, tornando in posizioni più consone. Mai come in questo caso una bella vittoria potrebbe iniettare la fiducia necessaria a tutto l’ambiente.

  • Big: BELOTTI
  • Rivelazione: SINGO
  • Delusione: ZAZA

UDINESE 6,5

Una compagine che ancora deve farci capire di che pasta sia fatta, e la cui classifica attuale sembra rispecchiare in modo equo quanto dimostrato sul rettangolo verde, è senza’altro l’Udinese. Gotti è rimasto in sella e sente questa squadra sempre più sua: raramente lo abbiamo visto in difficoltà durante il torneo, con i friulani che spesso e volentieri hanno saputo mettere in campo armi in grado di imbrigliare chiunque. Manca un po’ di peso in avanti, tra l’assenza prolungata di Okaka e la flessione di rendimento di capitan Lasagna, elemento imprescindibile che va assolutamente rimesso al centro del progetto. La cosa bella (e fondamentale per il presente e il futuro del club) è che i Pozzo siano tornati al loro primo vero amore, dopo aver tanto investito nei campionati esteri.

  • Big: DE PAUL
  • Rivelazione: ARSLAN
  • Delusione: DEULOFEU

VERONA 8

Venti punti conquistati prima ancora che il girone d’andata sia ultimato sono un risultato straordinario per chi come obiettivo dichiarato ha la permanenza in Serie A (tenendo sempre come convenzionale la fatidica quota 40 punti per salvarsi). Per questo la squadra di Juric, nonostante carenze di organico e una rosa molto rinnovata negli interpreti dopo alcune cessioni eccellenti, merita il plauso incondizionato da parte mia. L’allenatore croato è un fattore, l’uomo da cui sembrano dipendere i destini gialloblu, colui in grado di valorizzare al massimo il potenziale della rosa a disposizione: sta alla società non sperperare quanto di buono costruito negli ultimi tre anni, evitando di rompere in corsa d’opera il giocattolo. In ogni caso il Verona non parte mai sconfitto, gioca con intensità dal primo all’ultimo minuto, e mette in difficoltà chiunque, cosa che i tifosi apprezzano tantissimo.

  • Big: ZACCAGNI
  • Rivelazione: LOVATO
  • Delusione: KALINIC

Il mondo delle cantautrici del nuovo millennio è più vivo che mai: Chiara Raggi e Chiara Ragnini sorprendono con i loro nuovi album

Il 2020, musicalmente parlando, non smette di stupire, e lo fa ancora una volta mettendo in bella mostra due artiste, accomunate dallo stesso nome, ma soprattutto da un talento vocale e autoriale di prim’ordine.

Chiara Raggi e Chiara Ragnini sono invero molto diverse per provenienza, esperienze e attitudine ma dalla loro hanno una capacità di raccontarsi e di mettersi a nudo, in particolar modo toccando nei loro testi temi amorosi ed esistenziali, che colpisce sin dal primo ascolto.

La prima, riminese, viene quasi riduttivo considerarla esclusivamente una cantautrice, perchè la Raggi, fondando e dirigendo il marchio “Musica di seta” non solo ha modo di realizzare mettendo tutto se’ stessa i propri lavori (tra cui l’ultimo in ordine di arrivo, il bellissimo “La natura e la pazienza”), ma può spaziare tra più arti, valorizzando appieno la cosiddetta “musica d’autore”, corrente della quale a pieno diritto sente di appartenere.

“Musica di seta” infatti non si occupa solo di pubblicare album, non funge quindi da etichetta discografica e basta, ma è anche magazine online e dedita all’organizzazione di eventi collaterali.

Venendo alla musica di questo disco, uscito due settimane fa ed anticipato a novembre da “Mosaico”, brano adattissimo a delinearne mood e principali peculiarità, occorre ammettere che quanto di buono avevamo già sentito all’altezza dei lavori precedenti (solo un anno fa era uscito l’album in lingua Esperanto “Blua Horizonto” ma grande qualità era impressa sin dal precedente ancora “Disordine”, del 2015), viene qui fragorosamente confermato.

Chiara Raggi in una foto artistica di Tamara Casula

Ogni canzone, citando di nuovo il primo singolo, è un tassello appunto di un mosaico, messo al posto giusto a rendere l’ascolto un’esperienza assai piacevole e appagante.

Il cantato è davvero interessante, pulito eppure permeato da tante sfumature, mentre il suono, di qualunque arrangiamento sia rivestito, è sempre raffinato e infonde una infinita classe al tutto.

L’autrice fa la parte del leone, scrivendo testi e musiche, eccezion fatta per la nona e ultima traccia “Eterico Libero”, opera di Piero Simoncini, che assieme alla stessa Chiara, a Massimiliano Rocchetta e Michele Iaia cura anche gli splendidi arrangiamenti dell’intero album.

Musicalmente, a livello stilistico, l’album rivela un equilibrio pressochè perfetto tra immediatezza e ricercatezza, tanto che potrei definire il tutto come “la canzone d’autore che incontra il jazz”.

A brani sorretti da voce, pianoforte, chitarre, contrabbasso e batteria si unisce un delizioso apparato orchestrale, che conferisce ulteriore profondità a parole cariche di pathos e di vita.

Dicevamo della forte impronta esistenzialista e amorosa di cui è connotato il disco: della prima serie fa parte sicuramente il trittico posto in apertura, che oltre al singolo comprende la soave e intimista “Horizon” e la jazzata “Naturale”, che tira in ballo Cesare Pavese e il suo “Il mestiere di vivere”.

L’amore fa la sua comparsa in “Ripensamenti coscienti”, in cui la protagonista sembra poter giungere a un proprio equilibrio interiore al termine di una relazione importante; “Lacrimometro” rivive di luce propria in questa nuova versione acustica e appare molto interessante a livello concettuale, mentre in “Mi ritroverai” la Raggi apre definitivamente il cuore a chi la ascolta, in una canzone sincera e sentita. Toni che si mantengono autobiografici anche nell’emblematica “Navigo a vista”, sorta di “biglietto da visita del proprio essere”.

“Vedrai” si muove pimpante e leggiadra, nel tentativo di incoraggiare chi non crede più nella forza dei sentimenti, e nello specifico dell’innamoramento, a darsi una nuova chance.

A concludere il viaggio c’è “Eterico Libero”, che rappresenta una perfetta chiusura del cerchio laddove vengono raccontati i pensieri di una donna in attesa di donare vita.

Con il suo quarto album “La natura e la pazienza” Chiara Raggi è riuscita ad alzare l’asticella della qualità, in un disco in cui ogni tassello, dalla suggestiva copertina (un acquerello realizzato appositamente da Carlo Lanzoni) all’artbook, dalla produzione (ad opera della stessa autrice con il già citato Massimiliano Rocchetta) alla cura per ogni episodio, concorre all’ottima riuscita del progetto.

La cantautrice ligure Chiara Ragnini è tornata di recente in pista con l’Ep “Disordine”, contenente quattro brani di matrice acustica, diretti e intensi.

Chiara Ragnini fotografata da Giacomo Ricca

Nel suo percorso, sin qui corredato da due album (“Il Giardino di Rose”, 2011 e “La Differenza” del 2017) e svariate partecipazioni nelle più importanti rassegne d’autore, si è sempre mossa con consapevolezza e disinvoltura, mostrando una forte attitudine con quel mondo, sulla scia di tante interpreti che, ognuna con una propria cifra stilistica, sta contribuendo a far emergere in superficie un movimento davvero vivo ed eterogeneo.

Le quattro tracce sono piuttosto omogenee a livello di sonorità (caratterizzate dalla chitarra acustica) e atmosfere, con “Paradiso” che però si staglia per un’interpretazione più accorata e liriche decise e taglienti.

Tuttavia, a colpire maggiormente sono canzoni come l’iniziale “Facciamo finta (senza pensarci)”, intima e raccolta, oltre che intrisa di malinconica dolcezza, che fa capolino sin dal suo incipit: “Facciamo finta che siamo diversi/che dentro i versi di una canzone/ci siamo persi per ritrovarci/senza un minuto di esitazione”.

Si tratta di una dichiarazione d’amore genuina e disarmante, i cui umori si possono ritrovare anche in “Fra caos e paura”, nella quale ugualmente la Ragnini si racconta senza filtri con le sue fragilità e i suoi rimpianti, in versi poetici e profondi come: “Avrei voluto perderti dentro un abbraccio/e non perderti per aver perso coraggio”.

Io con la mia copia di “Disordine”

Indubbiamente un punto di forza è dato anche da una splendida voce e dal modo in cui la Nostra interpreta i propri pezzi, riuscendo a trasmetterci intatte tutte le emozioni evocate.

L’Ep si chiude con la delicata “La sera è ormai notte”, a suggellare un lavoro che funge da antipasto promettente per il prosieguo della sua carriera.

Alessio Riccardi, Nicolò Fagioli e Daniel Maldini: tre fantasisti del 2001 dai quali ci si aspetta molto l’anno prossimo.

Chi mi legge abitualmente sul blog sa quanto io abbia a cuore i campionati giovanili, oltremodo penalizzati dalla pandemia tuttora in corso; non so se realisticamente si sarebbe potuto fare diversamente a livello di prevenzione e monitoraggio ma ovviamente la salute viene prima di tutto e si è preferito non rischiare sulla pelle dei più giovani atleti, impegnati nei vari tornei fino alla Primavera.

O forse semplicemente non si è voluto investire in controlli, tamponi, test come accaduto in modo accurato e continuativo per i “grandi”.

Fatto sta che per molti calciatori c’è il rischio di perdere stagioni importanti di crescita e di formazione, anche se ciò che mi auguro è che ognuno abbia poi il tempo di recuperare e ripartire dopo questo lungo stop.

La florida annata dei classe 2001 è senza ombra di dubbio una delle più promettenti in assoluto, come certificato, tanto per fare un esempio, dal secondo posto ottenuto all’Europeo Under 17, con gli azzurrini sconfitti in finale dai pari età olandesi, stessa sorte replicata nell’edizione successiva dai nostri alfieri del 2002, approdati poi in massa agli ultimi Mondiali di categoria nel 2019.

Eppure, proprio loro, i nostri nativi del 2001, non hanno potuto completare al meglio l’iter giovanile, con il campionato troncato a metà stagione e il passaggio in alcuni casi “forzato” nel mondo professionistico (per i più bravi e fortunati), laddove purtroppo la maggior parte dei giocatori ha dovuto fare o subire scelte diverse, rimanendo in organico in Primavera come fuori quota, oppure trovandosi in seria difficoltà a iniziare un percorso fuori dall’ovile.

I tre calciatori su cui andrò ad accendere la lampadina rappresentano sicuramente il futuro del calcio italiano, almeno queste sono (sarebbero, il condizionale quando si parla di giovani promesse è d’obbligo) le previsioni degli addetti ai lavori e dei loro sostenitori.

Alessio Riccardi, Nicolò Fagioli e Daniel Maldini agiscono in un ruolo che da sempre richiama alla mente “i più forti”, anche rimanendo in territori azzurri: sono i classici numeri 10, fantasisti per definizione, coloro che sin qui, in ogni tappa di crescita nei rispettivi settori giovanili di Roma, Juventus e Milan, hanno saputo accendere la fantasia dei propri tifosi e stuzzicare i pensieri dei giornalisti, sempre abili ad azzardare paragoni che spesso si rivelano ingombranti (ma in fondo è bello sognare che seminando bene possano nascere i nuovi Totti, Pirlo o Del Piero).

Da loro infatti ci si aspetta tanto e già da questa annata i vari destini si possono iniziare a delineare, partendo da strade che si sono subito diramate in modo diverso al termine (anticipato appunto causa covid) della loro esperienza giovanile.

Riccardi è stato mandato in prestito dalla Roma al Pescara, Fagioli inserito nella rosa della Juventus under 23 militante in serie C, mentre Maldini ad oggi è l’unico rimasto in organico in prima squadra nel super Milan di questo inizio di stagione, con i rossoneri che hanno chiuso il 2020 da primi in classifica davanti ai cugini dell’Inter.

Credo che il 2021 sarà un anno molto importante per i tre giocatori che, alla soglia dei vent’anni devono necessariamente iniziare a dimostrare sul campo i prodigi mostrati nelle competizioni giovanili, dove spesso e volentieri hanno fatto la differenza, fungendo da valore aggiunto per le loro squadre (e nel caso soprattutto di Riccardi e in parte Fagioli anche delle varie Nazionali).

In Italia, nonostante grazie all’intuizione e al lavoro del ct Roberto Mancini qualcosa stia cambiando riguardo il lancio dei giovani, bisogna ammettere che la mentalità è comunque un’altra rispetto ad altri movimenti calcistici, dove è proprio capillare l’inserimento in pianta stabile dei migliori prospetti del vivaio nelle rose delle prime squadre.

Occorrono ancora spesso e volentieri i classici anni di gavetta, il che non sarebbe di per se’ un male, anzi, l’esperienza sul campo, il “farsi le ossa”, uscendo da una propria zona di confort, è davvero necessaria, ma c’è il rischio che il tutto si scontri poi con le esigenze diverse delle società e degli allenatori. Il risultato è che tanti giocatori di talento, che magari sul piano caratteriale o della personalità sono ancora carenti, rischiano di non riuscire a emergere, perdendosi in prestiti spesso infruttuosi, cambiando casacche senza un reale progetto, fino in alcuni casi a mettere a repentaglio la propria autostima.

Per emergere servono insomma tanti fattori, non secondario è a mio avviso trovare un ambiente in cui senti la fiducia, anche se magari non giochi 38 partite da titolare. Entrare in sintonia con un allenatore che sa guidarti e capire gli inevitabili sbagli, valorizzando le tue qualità, è una situazione ideale che non sempre è facile riscontrare nella realtà dei fatti.

Come stanno andando dunque i tre elementi italiani più talentuosi fra i loro coetanei in questo ruolo?

Beh, un’ultima parentesi la apro proprio per dire quanto la giusta definizione e collocazione tattica possano influire enormemente sull’affermazione di un qualsiasi calciatore, specie in un periodo come questo dove i moduli sono molto fluidi e mutevoli, anche a gara in corso.

E il fantasista, il trequartista, la mezza punta, da sempre è un elemento difficile da collocare in una casella specifica, tanto che perfino per Baggio ci si inventò la dicitura “9 e mezzo”, e uno come Zola, prima di rifarsi con gli interessi diventando una star del Chelsea, fu defilato all’ala sinistra nella sua ultima avventura parmense, in nome di un allora imperante inquadramento tattico che sembrava poter rappresentare la fine di un’epoca, quella dei fantasisti appunto.

Così non è stato per fortuna ma tuttora per il numero 10 di elezione si aprono scenari imprevisti: esplodere nella dimensione originaria pare appannaggio dei “grandissimi” e molto sovente accade che l’allenatore di turno opti per arretrare (alla Pirlo, per intenderci, giusto per tirare in ballo un nome già citato non a caso in precedenza) o avanzare di qualche metro il suo potenziale gioiello.

(Getty Images)

ALESSIO RICCARDI (che dei tre è quello su cui fino a un paio d’anni fa nell’ambiente si sarebbe scommesso a occhi chiusi), nelle speranze degli sportivi di fede giallorossa, dovrebbe rinverdire certi fasti, senza per forza tirare in ballo il nome altisonante di Francesco Totti (anche se a ben vedere non è semplice evitare il confronto con tale mostro sacro; d’altronde chi, meglio di lui?).

Romano e romanista, numero 10, biondo e soprattutto in possesso di mezzi tecnici importanti, ha proprio tutto per far sognare… eppure, se nell’ultimo scorcio in Primavera aveva dimostrato di c’entrare davvero poco o nulla con la categoria, essendo superiore tecnicamente ai suoi coetanei, non ha mai convinto appieno gli allenatori della prima squadra che hanno in pratica centellinato la sua esperienza tra i grandi, limitandone il curriculum all’esordio in Coppa Italia contro l’Entella, a tanti allenamenti e altrettante panchine senza subentrare.

Il tanto agognato esordio in A con i suoi colori del cuore, insomma, non è arrivato e, per quanto sembrasse che su di lui ci fossero le ombre di tante altre grandi squadre, su tutte la Juventus, alla fine la Roma ha preferito non privarsi del suo cartellino, spedendolo però in prestito al Pescara in serie B, società con la quale storicamente mantiene un buon asse.

Non si sa se complice sia stata la situazione da subito in salita per la compagine abruzzese, la rosa monstre e infarcita di giocatori di fantasia, o chissà quali problematiche di ambientamento, fatto sta che del gioco di Alessio finora si è visto pochissimo, utilizzato letteralmente col contagocce, senza aver mai nemmeno la possibilità di notare e farsi incidere.

Il tempo è dalla sua parte, ma fossi in un dirigente della Roma mi guarderei attorno e, per quanto io non sia un amante dei due prestiti nello stesso campionato (sorte che invero capita a molti calciatori), penso che potrebbe cambiare aria e andare a giocarsi altrove le sue chances.

Il suo ruolo già in Primavera comunque era mutato, non più raffinato suggeritore per le punte ma spesso e volentieri allargato sulla fascia (principalmente quella destra)… in teoria il gol sembrerebbe essergli nelle corde ma quel che appare in modo evidente è come dal punto di vista fisico sia ancora gracile al cospetto di rudi difensori. Persino Messi, tanto per citare uno dei più forti giocatori mai apparsi su un campo di calcio, che non ha certo il fisico di un Ibrahimovic, si è irrobustito negli anni, e in ogni caso anche agli esordi spiccava su tutti (ma appunto, stiamo parlando di un extraterrestre!).

Altri magari, in assenza di qualità fisiche rilevanti, potrebbero compensare con l’esperienza, la furbizia, la velocità e un surplus di fantasia che, almeno al momento, in Riccardi sembrano latitare.

Io continuo a confidare tantissimo nelle sue qualità, che sono tante, dalla capacità di dribbling al controllo palla perfetto, dalla visione di gioco al gusto dell’invenzione, ma deve assolutamente metterci del suo per far cambiare idea al proprio allenatore, lottando e giocando con la mente sgombra da pensieri e soprattutto, mettendoci l’anima in campo. Tra i professionisti a quanto pare le sole, pure, doti tecniche, non bastano.

(Getty Images)

NICOLO’ FAGIOLI, piacentino che dal vivaio di casa passò presto a quello della Juventus, con i bianconeri ha bruciato le tappe, dimostrando pieno affidamento e, soprattutto, un talento fuori dal comune, ben messo in mostra anche con le selezioni giovanili azzurre.

Un po’ come successo a Riccardi, anche lui ha già trovato qualche allenatore pronto a cambiargli modo di giocare, potendo contare su qualità tecniche universali.

Nato trequartista, da mezzapunta “anni 80” è stato spostato nel ruolo di regista, dove sembra possa garantire un rendimento ancora più alto. Già Allegri, quando Nicolò non era ancora maggiorenne, lo aveva elogiato pubblicamente, additandolo come uomo del futuro. Al periodo giocava ancora da fantasista in supporto alle punte ma, più che doti offensive (pure presenti) a colpire di lui erano soprattutto la capacità di passaggio, l’assist, il lancio… tutte componenti che hanno fatto richiamare alla mente il più grande esponente di quella trasformazione da mezzapunta a regista avvenuta nel calcio moderno, vale a dire Andrea Pirlo.

Considerando che ora, come tutti sanno, Pirlo allena proprio la Juve, ci sarebbero tutti i presupposti quindi per vedere crescere in casa da vicino il piccolo erede ma a quanto pare non è ritenuto ancora pronto e per lui, come per altri talentini della Primavera c’è la “scappatoia” dell’Under 23, dove si ha l’occasione se non altro di mettere su minutaggio prezioso in una categoria alquanto difficile come la serie C dove storicamente non è facile, per chi usa il fioretto, affermarsi.

Oltre a ciò, Fagioli, che già spiccava tra i pari età, sul più bello ha dovuto fermarsi per un aritmia cardiaca che per un attimo ha fatto temere uno stop definitivo allo sport agonistico. Per fortuna non è andata così e grazie a un intervento chirurgico avuto nella primavera del 2019, il giocatore si è ristabilito prontamente e, pur con le dovute cautele, ha ripreso la sua attività.

Con la Juve Under 23, agli ordini di mister Zauli, uno che la fantasia sapeva metterla ottimamente sul rettangolo verde da calciatore con le maglie soprattutto di Vicenza, Palermo e Bologna, Nicolò è tornato a esprimersi spesso e volentieri dietro le punte, ma non di rado è stato inserito nel cuore del gioco, da regista. Pur facendo intravedere anche tra i professionisti di che pasta sia fatto, è sinceramente troppo presto anche solo per capire che direzione prenderà dal punto di vista tattico la sua parabola calcistica.

Certo è che in una stagione per i Campioni d’Italia partita con vari esperimenti da parte di Pirlo (e il lancio conseguente di giovani come Frabotta, comunque di due anni più grande rispetto a lui), pare strano non averlo mai visto praticamente nemmeno convocato, a differenza di altri ragazzi come Portanova, Rafia o Dragusin.

Io spero che al termine della stagione della Under 23, Fagioli si sia reso protagonista e che abbia avuto modo almeno di esordire in serie A.

Veniamo infine a uno che sin dal nome porta con sè grandi speranze ma che, proprio per lo stesso motivo, può poi facilmente deludere le aspettative non avvicinandosi a una carriera degna di cotanto padre (nella fattispecie).

(Foto LaPresse – Spada)

DANIEL MALDINI però, a differenza del fratello Christian (di cinque anni più vecchio e attualmente onesto mestierante in serie C con la Pro Sesto dopo gli stessi trascorsi nelle giovanili rossonere), sembra davvero baciato dal talento più puro, anche sponsorizzato in tal senso dai compagni, come è capitato in una recente intervista fatta all’attaccante portoghese Leao che ha detto addirittura che proprio Daniel è il più tecnico della rosa del Milan.

Giocando fantasista, i paragoni con l’immenso padre Paolo (e di rimando anche con l’altrettanto mitico nonno Cesare, anch’egli difensore) giocoforza vengono meno, anzi, non sono neppure da considerare.

Maldini jr, a differenza di Riccardi e Fagioli, non è stato una delle stelle delle nazionali giovanili, anche se evidenziando una crescita costante specie negli ultimi due campionati, ha ottenuto anche lui la considerazione dei ct azzurri. Una crescita la sua che non è ovviamente passata inosservata nemmeno alla casa madre, consapevole di avere per le mani un gioiellino, tanto che ormai il calciatore è in pianta stabile con i grandi e, cosa più importante, ha già assaggiato la serie A (cosa invece non riuscita agli altri due talenti presi in esame), mettendo insieme in tutto una manciata di presenze.

Poche al momento per capire se ci sarà un posto d’onore per lui nel Milan del futuro, laddove quello del presente è lanciatissimo nella sfida scudetto, avendo chiuso l’annata da inaspettata capolista, in modo però assolutamente meritato.

Forse anche per Daniel sarebbe da auspicare un semestre in prestito da qualche parte, magari in B: verrebbe scontato associarlo al Monza di Berlusconi e Galliani, ma siamo sicuri che in una piazza così esigente il Nostro riuscirebbe a trovare facilmente spazio?

Come sostengo sempre, per affermarsi a certi livelli dovrebbero contare in primis il talento, la bravura, le doti sul campo, non fattori quali l’età o l’esperienza ma si torna al discorso precedente… specie alle nostre latitudini, non è assolutamente semplice per un giovane sgomitare, farsi conoscere e apprezzare.

In ogni caso, cari lettori, io da appassionato cultore del calcio giovanile, continuerò a seguire i percorsi di questi tre ragazzi, “tifando” per loro, con l’augurio di vedermeli (magari fra qualche anno, mi tengo largo) protagonisti nella massima serie.

Nel frattempo però è lecito aspettarsi già nel 2021 qualche vagito importante, un lampo della loro classe al servizio delle rispettive squadre in cui militano, in modo da darci una “visione” realistica delle loro possibilità di carriera.

Intervista ad Attilio Fontana che ci racconta il nuovo album “Sessioni segrete” e ripercorre la sua storia così intensa e ricca di incontri

Attilio Fontana ne ha fatta di strada da quando infiammava i cuori delle giovanissime con il gruppo de I Ragazzi Italiani, di cui era riconoscibile voce e personalità di spicco.

Non è stato facile scrollarsi di dosso quel periodo così fortunato a livello artistico, una volta chiusa quell’esperienza, ma si è da subito rimboccato la maniche, muovendosi agevolmente tra canto, teatro, fiction in tv, musical e altro ancora.

L’occasione buona per intervistarlo è giunta per l’uscita del suo ultimo progetto discografico: “Sessioni segrete” un disco live d’altri tempi, registrato all’Ellington Club di Roma, che ne segna un pieno ritorno alla musica, quella vera, cantata e suonata.

la cover di “Sessioni segrete (Live at Ellington Club)”

“Ciao Attilio, come stai? E’ un piacere poter scambiare quattro chiacchiere con te”

“Ciao Gianni, piacere mio, sto bene, nonostante il periodo che stiamo vivendo. Stiamo valutando di trascorrere il Natale in Veneto, mia moglie Clizia (Fornasier, attrice) è di Treviso… vedremo con tutte queste costrizioni se sarà possibile”

“In effetti pare che il Veneto diverrà zona rossa ovunque, con gli spostamenti ridotti così al minimo. Ti parlo da veronese, purtroppo la situazione sanitaria è abbastanza al collasso qui. Comunque ti auguro davvero che passiate un Natale sereno”

“Grazie di cuore”

“Partirei da questo ultimo lavoro in ordine di tempo, un live decisamente interessante a cui hai dato un titolo intrigante: “Sessioni segrete”. Quale esigenza hai avvertito nel metterti a incidere queste canzoni? Avevi voglia di ripartire in un certo senso, dopo mesi di forzato stop?”

“Questo disco nasce dal desiderio di fare musica e di fare il live anche quando purtroppo non si può. Come per tanti altri colleghi anche per me è stato un anno nefasto, in cui io ho perso quattro spettacoli, una tournée lunghissima a teatro di uno spettacolo molto bello, dei live: la mia vita negli ultimi anni è sul palcoscenico e quindi questa astinenza che dura ormai quasi da un anno si fa sentire. Poi, essendo un creativo ho comunque voluto usare il tempo per dedicarmi a varie cose, come riscrivere un copione da capo. L’esigenza di tornare a esibirmi era quindi fortissima, e mi era venuta l’idea di fare un live in questo locale di Roma, aperto poco prima del lockdown, l’Ellington Club. Qui c’era la dimensione che piaceva a me, dove si fa musica vera, anche retrò se vogliamo, mi viene da definirlo un tempio del live. Avevo in programma una serata e purtroppo la persi due volte, così ho proposto ai proprietari di trasformare il locale in uno studio di registrazione, creando una situazione di recording, per poter girare lì dentro disco e anche video. Come con i vinili una volta, dove si posava la punta sulla cera e quello che rimaneva impresso era buono.

Una cosa insomma antitetica all’utilizzo dell’autotune, una “crociata” solitaria contro l’algoritmo. Ne è uscito un disco un po’ fuori dal tempo per chi lo ascolta, è come gustare un buon bicchiere di vino rosso, poco filtrato, dove dentro però ci trovi tantissima verità. Avendo amato i bootleg nell’epoca dei cd o del vinile, o un disco come il “Live At Sin-è” di Jeff Buckley, desideravo fare un lavoro di quel tipo, sincero, ne avevo bisogno”.

“Si tratta di un disco principalmente acustico quindi, senza sovrastrutture?”

“Sì, è un disco in cui suoniamo in trio e dove il suono della chitarra risalta moltissimo. Franco Ventura, con me da vent’anni, è un po’ il “chitarrista della discografia italiana”, avendo suonato con Nada negli anni ‘70, Mia Martini, Bocelli, Neri per caso, Marina Rei, Giorgia, e anche in questo progetto siamo entrati subito in sintonia, il nostro è un sodalizio che dura da tanto tempo”.

“Il vostro ormai infatti è un feeling consolidato. Inoltre c’è anche Roberto Rocchetti al pianoforte, per un album magari scarno ma che riesce a suscitare emozioni. Sei soddisfatto del risultato ottenuto?”

“Sono molto soddisfatto. Sognavo questo album da tempo e alla fine è arrivato! In tre giorni abbiamo popolato questo posto facendo sessioni su sessioni e alla fine le polaroid musicali più belle le abbiamo “stampate” in questo album di undici brani, da cui usciranno poi tredici video, perché per ogni brano voglio dare anche una veste visiva. Con noi come hai detto c’è anche Roberto Rocchetti al pianoforte, un musicista molto conosciuto a Roma”.

“Tu non hai mai abbandonato la musica, pur avendo centellinato le tue uscite discografiche: dagli esordi come solista a inizio millennio, ad “A” uscito nel 2007, fino a “Formaggio” del 2014 e ora questo nuovo lavoro dove in pratica ridai nuova luce a canzoni del tuo repertorio. In più questa curiosa e bella versione de “Il Triangolo” di Renato Zero”, che però nel contesto ci sta benissimo; direi che c’è un filo conduttore che lega le canzoni, è così?”

“Sì, perché anche “Il Triangolo” che è un brano famosissimo, un classico della canzone italiana, qui assume un tono giocoso ma mellifluo, con quell’atmosfera che intendevo ricreare da “musica live” che tanto manca, quella cosa di assistere a pochi cm tipica di un concerto in un club, come un living room. Ho voluto riadattare alcuni brani significativi tratti dai miei album precedenti e ho incontrato così quelle stesse canzoni in una forma più matura, più adatte anche a questo tipo di musica; d’altronde io stesso sono più maturo di quando le avevo scritto (all’epoca avrò avuto 28/30 anni), e sento che adesso sono cantate meglio, suonate meglio: le paragono un po’ a del buon vino, che più sta lì e più migliora”.

“Questo disco rimarrà un progetto a se’ stante o avrà nelle tue intenzioni uno sbocco diverso? Hai voglia di proporle in concerto dal vivo?”

“Assolutamente sì, è quello che desidero. Voglio portare in giro questo album così com’è nato: live, anche se questo in fondo è un antipasto del progetto che avevo sognato, dove le canzoni le vorrei suonate con contrabbasso, piano, le chitarre… ovviamente non potevamo di questi tempi essere in tanti su un palco, ma avremo spero modo di recuperare e di proporre un lavoro più ricco a livello di arrangiamenti, pur non tradendo lo spirito originario che lo contraddistingue”.

“Ti possiamo definire un artista poliedrico, viste le tue esperienze professionali così diverse. Stiamo parlando di musica, per cui il grande pubblico ti ha conosciuto al tempo della tua militanza nel gruppo, ma hai fatto anche tv, teatro e altre cose. Tu come ti senti però nel profondo? Più musicista o più attore? O entrambe le cose?”

“Vivo di questo in fondo e non mi sono mai fermato, sono un curioso famelico delle varie forme espressive in cui poter far emergere il proprio talento. Di sicuro ho studiato, e sto studiando tuttora molto, da attore, ma sento comunque la voglia di far coesistere questo mio lato con il mio essere cantante e musicista. Sono due dimensioni molto diverse, anche per come le vivo personalmente. Nelle canzoni sono nudo, nei miei dischi si trova un Attilio senza veli, più fragile: c’è una parte del mio cuore, vi sono spremuto io dentro quelle note, intimo e sensibile. Un album diventa una sorta di radiografia musicale e quindi mi sento in sostanza meno protetto. Nel teatro invece c’è una sorta di bipolarità, visto che posso interpretare i “folli” che albergano dentro di me senza pudore, ed è una vera conquista, dal momento che nasco bambino timido e sul palco riesco a mettere dentro cose che chi mi conosce bene sa che mi appartengono pure, ma in quel luogo magico le posso colorare, creando empatia col pubblico. E’ sempre un’emozione molto forte quella che ottengo dalla musica e dalla recitazione, e a ben pensarci non riesco a essere mono-polare nell’arte: sono come rapito e trasportato in un mondo dove mi sento “padrone” e non operaio… o meglio, mi sento un artista”.

“Queste due polarità che ti contraddistinguono, il poter interpretare su un palco una parte e l’essere denudato con le canzoni, sono confluite in un programma come “Tale e Quale Show” che infatti in pratica ti ha dato una piena affermazione. Sembravi davvero a tuo agio e sicuro dei tuoi mezzi, anche destreggiandoti in situazioni molto diverse. Cosa ti è rimasto dentro di quella felice esperienza?”

“Ti ringrazio delle tue parole. Beh, quella di “Tale e Quale Show” è stata un’esperienza straordinaria. E’ stato un farmi rivedere dal grande pubblico per chi magari non mi seguiva a teatro e la gente così mi ha riscoperto. Ho voluto giocarmi le mie carte al massimo, studiando molto, curando il talento in modo ossessivo, sono uno a cui piace lavorare. Quel programma è stato una maratona necessaria per me, uno sfidarmi continuo cercando l’anima dei personaggi che dovevo di volta in volta interpretare. Ho svolto un lavoro “all’americana”, facendo nottate a studiare l’artista, le sue canzoni, e il mio proposito era di godermela fino in fondo. Oltretutto ho riamoreggiato con i miei primi amori, da Battisti a Gaetano, da Dalla e De Gregori fino alla Vanoni…”.

“Ricordo bene la tua interpretazione della Vanoni, straordinaria!”

“Eh, una bella sfida appunto ma ogni volta in pratica era come farsi un viaggio in acido (per quanto io non mi sia mai drogato, ah ah), potevo portare sul palco il leone che tenevo chiuso in gabbia da qualche anno ed è stato magico “diventare” Sting, Bob Marley: sono tornato adolescente, quella musica è la colonna sonora della nostra vita”.

“Grande successo, ottime perfomance ma c’è stato un personaggio tra quelli proposti che proprio sentivi lontano da te?”

“Certo, è capitato, e ho quasi discusso quando mi proponevano interpretazioni particolari tipo quella di Giuliano Sangiorgi, che trovavo inarrivabile in quanto lui è un contorsionista della voce, un pirotecnico… quel registro lo trovavo quando cantavo Jeff Buckley ma era da tanto che non bazzicavo quei quartieri vocali e pensavo non sarebbe uscito niente di buono. Invece sono riuscito ad acciuffare quella vocalità, così rock, che magari ai più era sconosciuta ma che avevo ancora dentro di me. Vinsi pure la puntata, insomma, fu un’enorme soddisfazione”.

Foto di Maurizio Montani

“Vorrei ora soffermarmi su un progetto molto particolare che mi incuriosisce molto, quello dedicato a Padre Pio, che io sento vicino perché mia moglie è nativa di San Giovanni Rotondo. Come è nata l’idea di fare un musical su una figura così rilevante nel nostro secolo? Ho letto che in qualche modo tu e tua moglie vi sentite protetti da lui, vero?”

“In quel periodo ero impegnatissimo con “Tosca – Amore disperato”, un’opera di Lucio Dalla, con lui avevo scritto pure dei brani poi finiti in un film; se ci penso ero in una fase di apoteosi creativa e questa idea di un musical su Padre Pio venne dal mio discografico dell’epoca che voleva appunto in qualche modo replicare l’intento della “Tosca”. Non fu facile, mi arrovellai per un po’ perché mia madre era molto devota e sapevo quanto Padre Pio fosse importante per i suoi fedeli. C’era stato un periodo, negli anni ’80 soprattutto, in cui ci fu un grande dibattito sulla sua persona mentre adesso mi pare la sua figura sia universalmente accettata e riconosciuta, ma appunto nell’accostarmi avevo molti dubbi, proprio per la sua grande statura morale. Non volevo in alcun modo che si pensasse che volevamo lucrare su una figura così preziosa, io sentivo il bisogno di farne emergere la grande umanità. Sono andato da Padre Luciano Lotti, uno studioso, il più grande custode della sua storiografia e all’inizio non ne voleva proprio sapere. Quando finalmente lo incontrammo, ricordo nitidamente che ci trattò male, dopotutto mi disse che ogni giorno riceveva proposte anche di dubbio valore. Insistetti tanto, puntai i piedi anch’io dicendogli che avevo 4 brani e un video di presentazione, che ci avevo lavorato dietro sei mesi e che doveva almeno darmi un ascolto prima di dirmi di no. Lui infine si convinse, ascoltò i brani e si commosse, dicendomi che era la cosa più bella e più vera che aveva sentito su di lui e ci aprì definitivamente le porte. Dopo due mesi eravamo a un tavolo rotondo e riuscimmo a realizzare il lavoro, dove misi tutto me stesso (il 90% dei testi è mio, la musica al 50%), per un’opera che era un po’ il corrispettivo di “Notre Dame de Paris”, con musica mediterranea, la taranta, la Campania di mezzo: il pubblico che venne a vederci al termine dello spettacolo era visibilmente estasiato. Nella prima versione ero solo direttore artistico poi invece proprio il protagonista sul palco di quest’opera, intitolata “Actor Dei”. Peccato poi la brutta disavventura con il produttore, cose che nel nostro mondo purtroppo accadono ma non posso scordare quelle forti emozioni che mi porto nel cuore. Inoltre San Giovanni Rotondo è diventata come una seconda casa: i sangiovannesi ti accolgono, all’inizio magari possono sembrare burberi, com’era pure Padre Pio in fondo, ma poi quando capiscono chi sei diventi uno della famiglia. Ho tuttora legami con la città, con il Comune e con i frati (come Fra Francesco), mi sento quasi un cittadino onorario! Il rapporto con il Santo è ormai stretto, ti devi affidare a questa figura, non è una cosa cerebrale, come può essere con altri aspetti della religione: con Padre Pio ti affidi e ti succedono cose uniche. Nel mio caso è successo un episodio molto forte mentre stavo con mia moglie, un segno inequivocabile, come una carezza che arriva dall’alto. Mi sono convinto che era un segno, una sorta di miracolo personale e da allora ho sentito la sua presenza vicina ogni volta che chiedevo che ci fosse, perché per me era importante”.

“Tornando invece più indietro nel tempo, hai incontrato difficoltà in campo artistico a proporti dopo l’esperienza con I Ragazzi Italiani? C’era una sorta di pregiudizio nei confronti di chi usciva da quella che era a tutti gli effetti la prima boy band nostrana?”

“Tantissime difficoltà, altrochè! Avevamo una “linea rossa”, una schiera di persone allineate ma all’epoca in fondo non temevamo nessuno perché eravamo in una situazione di business davvero importante, con una corte intorno fatta di discografici, bodyguard, manager; noi eravamo l’epicentro del vulcano ma la percezione della realtà era difficile da cogliere, tenendo conto come fossimo giovani all’epoca, dai 22 ai 24/25 anni suppergiù. Questa cosa è stata fortissima, viverla all’apice del successo ma anche e soprattutto direi dopo, perché da un momento all’altro questo mondo dorato sparisce, si polverizza perché non sei più primo in classifica e in pratica rimani solo. La ricostruzione per me è stata durissima da affrontare e sostenere, ancora oggi pago una sorta di pregiudizio sul gruppo: sai, per molti noi siamo quelli a cui le ragazzine lanciavano le mutandine e i ragazzi le monetine (anche se la loro era un’invidia giocosa se vogliamo!). Ho dovuto sdoganarmi attraverso il teatro, dove mi buttai a capofitto e pian piano la gente ha capito che c’era della sostanza. Mi viene in mente un episodio con Gianni Morandi dopo che mi vide impegnato nella “Tosca”, mi disse testuali parole: “Attilio… io ti credevo un coglione, invece sei veramente bravissimo, complimenti!”. Insomma, finalmente la gente iniziò a vedere di me un qualcos’altro, come successo poi anche a “Tale e Quale Show”. Negli anni aver puntato sul talento ha premiato ma all’inizio non è stato facile, perché così facendo ci sono dei periodi in cui si va avanti “mangiando pane e cipolla” come si dice a Roma, come quando ho fatto dischi di nicchia con musicisti che per stima e amicizia lavoravano con me, ma era evidente che dopo I Ragazzi Italiani non ero più nell’epicentro della discografia. Mi ero defilato da un mondo che sa essere anche spietato, ancora oggi è una lotta continua, visto che in pratica faccio un disco acustico nel periodo in cui vanno forte le grosse produzioni. Io però mi metto a testuggine per tirare fuori l’essenza di quello che riesco a dire e a dare, è una sorta di vocazione la mia. Questo è ciò che voglio fare, ora sono solo, la responsabilità è solo mia, non siamo più in cinque… ho martellato come un pazzo sulle mie cose e dopo vent’anni comincia a premiarmi questa mia poliedricità come dici tu”.

“Alla fine conta quello che si fa sul campo, le canzoni, sono sempre loro a fare la differenza… certo poi c’è bisogno che la gente ti dia una possibilità”

“Sono conscio che il mio non sia un disco facile, non è super pop, le armonie sono complicate, un po’ jazz, con Franco ho dovuto imparare a suonare meglio per ottenere il linguaggio che volevamo. E’ un lavoro se vogliamo di ricerca, più da addetti ai lavori forse ma io mi sento autentico in queste canzoni e riprendendole in mano sono un po’ come il legno, vivono in una forma diversa. La mia è una ricerca da musicista un po’ ambiziosa: l’ho detto, quando ho un obiettivo mi ci metto a lavorare in maniera ossessiva”.

Foto di Maurizio Montani

“L’esperienza con I Ragazzi Italiani vista in lontananza mi pare ti abbia lasciato ottimi ricordi e anche rivedervi tutti insieme (più o meno, perché mancava Manolo Bernardo) nella trasmissione “90 special” è stato bello, sembrava una reunion tra amici, senza velleità particolari ma ancora in sintonia”

“E’ così, perché di fatto siamo rimasti amici; certo, ci si vede magari una volta all’anno ma sai, le nostre vite sono complicate, un po’ come per tutti quelli della nostra generazione e non è semplice ritrovarsi più spesso. Quella fu un’occasione particolare, Nicola Savino mi ha un po’ stalkerizzato, lo ammetto, ci voleva a tutti i costi. Io gli dicevo che i ragazzi non ne vogliono sapere anche se ce lo chiedono tutti, però a un certo punto mi ha convinto, e così gli dissi: “Senti, io ci sto, posso fare una cosa per te: darti i numeri di tutti e te la vedi tu!”. Alla fine ci rendemmo conto che era un programma adatto, andammo in quattro (solo Manolo non volle partecipare per motivi personali) e ci divertimmo pure. Prendemmo la cosa con entusiasmo, fu una rimpatriata e un vero tuffo nel passato. Anche Carlo Conti ci aveva chiesto più volte una partecipazione ma sentivamo che, proprio perché fu un’esperienza bella che aveva segnato le nostre vite, non aveva senso andarci senza un vero progetto. Nel caso di “90 special” ce l’aveva, perché si trattava di un omaggio ed era il contesto adatto per fare un regalo al nostro pubblico che non ci ha mai dimenticato, e difatti si è subito riscatenato! Facemmo un’esibizione acustica di “Vero amore”, il tutto in un clima di grande serenità. Però è stata una cosa finita lì perché abbiamo vite diverse, c’è chi un po’ si è ritirato non volendo più avere a che fare con questo mondo… io sono l’unico “pirata” che ha continuato nel bene e nel male ad avventurarvisi dentro”.

“Forse le tue motivazioni erano diverse, più forti. Vuoi dimostrare di poter essere ancora protagonista in questo campo?”

“Amo fare questo lavoro tantissimo, e quando me ne danno l’opportunità lo faccio al massimo, non mi risparmio mai. E’ un po’ il mio “campo da calcio”, dove mi piace giocare fino all’ultimo sangue, è un istinto grande al quale non so rinunciare”.

“L’intervista sta per giungere al termine ma non posso non chiederti un ricordo su un grandissimo della musica italiana come Lucio Dalla. Cosa ha rappresentato per te lavorare con lui? Cosa ti ha lasciato a livello professionale e soprattutto umano?”

Lucio è stato un piccolo gigante, l’incontro della vita. Venivo dalla fine della storia dei Ragazzi Italiani e dovevo rinascere artisticamente. Quel provino l’avevo studiato come un pazzo, per me Dalla erano le “dieci tavole di Mosè della musica”, è stato l’unico a spaziare tra vari mondi sonori, a differenza ad esempio di un Baglioni o di un Renato Zero che hanno esplorato meno territori. Lui ha fatto dischi con un poeta, ha scritto “Caruso” così come “Attenti al lupo”, era discografico, produttore, talent scout, giocoliere, jazzista. Incontrarlo è stato meraviglioso, Lucio era un “folle”, genio e sgregolatezza, e per tre anni è stato innamoratissimo di questa “Tosca”. Era sempre in giro con noi, ci ospitava a casa sua, registravamo in barca: in quegli anni siamo stati la vita di Lucio nei suoi andirivieni. E’ stato per me un master di vita in musica essere lì al suo fianco, vedere come cantava, lavorava in studio, com’era capace di neutralizzare gerarchie e classi sociali, così che a casa sua trovavi il giovane deejay che parlava col pittore, l’ex zar di Russia col lirico in pensione, il principe con il pescatore: era un circense della vita in una maniera pazzesca. Anche la leggerezza con cui girava le difficoltà e le faceva diventare divertenti, le metafore che usava… un incontro “magico – apostolico” nella musica che mi ha lasciato in eredità un insegnamento inestimabile. Poi scrivere tre brani assieme, a trent’anni poter firmare un brano con un mostro sacro come Dalla fu un’emozione incredibile, non penso sia una cosa capitata a molti quella di incontrarlo e suonarci assieme, se quello era uno dei tuoi sogni. In più, al di là dell’aspetto artistico, ho avuto la fortuna di essergli amico. Anche finita la splendida avventura della “Tosca”, lui comunque ti chiamava quelle 2/3 volte all’anno: “Ehi, Atti, come te la passi? Cazzo stai facendo?”, con la sua tipica parlata, anche solo per il bisogno di condividere qualcosa con le persone con cui si era trovato bene a collaborare. Insomma, è stato folgorante conoscerlo da vicino, nel bene e nel male perché quando voleva essere pungente aveva mille armi per poterlo fare; ti metteva in crisi, in difficoltà, però sono quelle cose che alla fine ti facevano migliorare e cambiare la visuale anche sulla durezza e sull’asprezza che talvolta il tuo lavoro porta con se’ lungo il cammino”.

“Una testimonianza davvero preziosa la tua, e sono convinto che Lucio sarebbe orgoglioso di te. Un grosso in bocca al lupo per questo progetto e per il prosieguo della tua carriera”

“Crepi il lupo Gianni, grazie mille a te, è bello che ci siano persone che in modo appassionato dedicano tempo e spazio anche a chi propone un certo tipo di musica, lontana dalle mode del momento”.

Sanremo 2021: primi commenti sul cast in gara al Festival

Amadeus, confermatissimo in sella al suo cavallo vincente chiamato “Festival di Sanremo”, dopo il successo dell’edizione 2020, ha presentato giovedì tutti i 26 (!) artisti in gara nell’ormai imminente nuova kermesse.

La mia impressione è che non sia trascorso già un anno quasi dall’ultimo festival, quello vinto da Diodato con l’intensa “Fai rumore”, ma allo stesso tempo paiono lontanissimi per certi versi i giorni della diatriba tra Morgan e Bugo, uno di quei momenti salienti del programma.

Col senno di poi mi viene una sorta di “nostalgia” nel pensare che ci “scannavamo” a commentare questo o quell’altro, prendendo posizioni come fossero le cose più importanti in quel momento. Già, perchè da lì a poco saremmo stati travolti dalla pandemia che ad oggi ha letteralmente stravolto le nostre esistenze. E noi del tutto ignari nemmeno un anno fa ci guardavamo da consuetudine il Festival, con tanto di discussioni, anche frivole volendo, annesse e connesse. Per questo tornare a parlare di gara, di cantanti, di polemiche (perchè no?), pare un voler tornare a richiamare a gran voce la nostra normalità, anche se sappiamo benissimo che non è così e che con questo maledetto virus ci dovremo fare i conti ancora per un bel po’.

Tuttavia, Amadeus e la Rai si sono battuti per poter garantire una trasmissione che, volente o nolente, è parte integrante della nostra cultura e che prevarica spesso i confini musicali, animando anche il dibattito e quelle contestazioni che in fondo sono il sale di ogni competizione. E da tanti anni ormai non si assisteva a un cast così corposo, addirittura formato come scritto in apertura da 26 artisti, ognuno con una propria storia.

Un cartellone assai vario, si può dire con estrema consapevolezza, e che unisce sulla carta universi musicali molto differenti tra loro, ma pronti ad avvicinarsi in maniera strettissima almeno nei giorni dedicati alla gara.

Di seguito ecco un mio giudizio sommario, o meglio un commento a caldo, ovviamente riferendomi ai singoli nomi, giacchè le canzoni (che poi saranno le uniche a contare per me!) ovviamente non ho ancora avuto modo di ascoltarle.

  • FRANCESCO RENGA ormai un veterano del Festival, con il curriculum arricchito dalla splendida vittoria nel 2005 con l’ottimo brano “Angelo”, torna con buoni propositi dopo la prova un po’ opaca del 2019, nonostante avesse con se’ un ottimo pool di autori. Più che in veste di “giudice” nei tanti talent che lo hanno visto coinvolto, preferisco decisamente ancora (nonostante la veste super pop) sentirlo cantare.
  • COMA_COSE il loro è uno di quei nomi che mi stuzzicano molto. Protagonisti di un’ascesa imperiosa nell’ambito indie, potrebbero stupire anche su questo prestigioso palco dove mi auspico portino un brano nel loro stile così riconoscibile.
  • GAIA emersa durante il lockdown con la vittoria nell’ultima edizione di “Amici” non ha molto beneficiato di quell’exploit proprio perchè di occasioni poi di vederla cantare e promuovere il suo album ve ne sono state giocoforza pochine. Tuttavia, è riuscita a imporsi con un singolo in heavy rotation, sulla falsariga delle produzioni pop attuali (anche se personalmente la trovo un po’ troppo simile nel canto ad Annalisa, tra l’altro anch’essa in gara quest’anno)
  • IRAMA a proposito di “Amici” qui si parla di uno sicuramente più esperto, nonostante la giovanissima età, e che dalla sua può già sparare diverse cartucce, perchè lui al di là di un apparato musicale contemporaneo e ormai mischiato alle sonorità latine e reggaeton, nel suo background può vantare un’appartenenza con la musica d’autore testimoniata in fondo anche dalle sue primissime apparizioni (da molti ormai dimenticate) proprio su questo palco tra le “Nuove Proposte”. Tra i “Big” è invece alla sua seconda partecipazione dopo la bella prova nel 2019.
  • FULMINACCI vincitore lo scorso anno della prestigiosa Targa Tenco per il miglior album d’esordio, si ritrova su quello stesso palco, stavolta al cospetto di una kermesse molto diversa ma che è riuscita nel corso della sua storia a premiare anche il talento e lo stile d’autore. Nel suo caso comunque convive con un animo da cantautore anche un’attinenza al mondo indie pop, che potrebbe sdoganarlo definitivamente anche nel mondo dei giovanissimi.
  • MADAME una scelta coraggiosa quella di Amadeus e della commissione di puntare su questa giovanissima rapper originaria della provincia di Vicenza. Eppure Francesca Calearo (questo il suo vero nome) che tra meno di un mese compirà 19 anni, può vantare una capacità di scrittura invidiabile e un magnetismo che di certo non passerà inosservato nemmeno in un contesto che non è solita frequentare.
  • WILLIE PEYOTE chiamarlo “semplicemente” rapper stride un po’, perchè Guglielmo Bruno alias Willie Peyote è molto di più e lo ha già dimostrato in una carriera che sta procedendo a vele spiegate, in cui disimpegno e impegno viaggiano spesso a braccetto. Tra l’altro è uno di quei casi in cui il pubblico e certa critica specializzata sono concordi nel riconoscergli un indubbio valore.
  • ORIETTA BERTI da sola deve rappresentare la quota “classic” in gara quest’anno, ma di certo saprà assolvere il compito senza nessuna esitazione. Un gradito ritorno il suo, sulla falsariga di quello della Pavone nella scorsa edizione. Probabilmente lei opterà per un brano di stampo “sanremese” ma in ogni caso sono sicuro che a livello puramente vocale non sarà seconda a nessuno degli interpreti più giovani in gara.
  • ERMAL META torna in solitaria dopo l’escursione in coppia con Fabrizio Moro che gli era valsa la vittoria nel 2018. Un nome, una garanzia, non soltanto su questo palco, visto che sia come ricercato autore che come cantautore (pop) sta lasciando un’impronta tangibile sulla scena italiana dell’ultimo decennio.
  • FASMA a febbraio era in gara tra le “Nuove Proposte” e, pur non vincendo (a giungere primo fu il figlio d’arte Leo Gassman), riuscì lo stesso a farsi notare con un brano arioso e godibile. Il 2021 sarà un bel banco di prova per certificarne la crescita artistica.
  • ARISA su questo palco è artisticamente nata, sbaragliando subito una forte concorrenza tra le “Nuove Proposte” nel 2009, e si è saputa imporre anche in seguito con una vittoria tra i “Big” nel 2014 e altre felici partecipazioni. Insomma, Sanremo è un po’ l’habitat naturale di quest’artista indubbiamente talentuosa e in possesso di una voce cristallina, che al contrario fuori da qui fatica a mantenere un percorso coerente e conforme alle sue potenzialità.
  • GIO EVAN ammetto di conoscerlo più sotto altre vesti, di scrittore e narratore, laddove invece musicalmente si muove in ambiti trap melodici e non particolarmente originali. Curioso di vederlo all’opera, mi aspetto se non altro dal punto di vista autoriale un brano a effetto.
  • MANESKIN eccoli qui pronti a misurarsi sul palco del Festival di Sanremo, dopo la sbornia di “X Factor” e il conseguente fragoroso successo. Hanno da poco terminato la scuola dell’obbligo eppure Damiano e compagni sembrano “fuori dal tempo”, non solo per un look debitore degli anni settanta, ma anche per la scelta musicale che sembra premiare certo rock. La speranza è che proseguano su questa strada senza snaturarsi troppo.
  • MALIKA AYANE raffinata interprete esplosa come Arisa a Sanremo nella stessa edizione tra le “Nuove Proposte” (era il 2009), l’abbiamo poi ritrovata da queste parti altre volte, sempre all’insegna di un pop d’alta classe. Che sia la volta buona per prendersi completamente la scena, issandosi sul posto più alto del podio?
  • AIELLO cosentino, trentacinquenne, si è guadagnato un posto fra i “Big” grazie a una crescita costante e a una proposta che sa sposare bene tradizione (fatta di melodia e bel canto) e contemporaneità (nella scelta del linguaggio e dei suoni). Meno reclamizzato rispetto ad altri corrispettivi della nuova ondata indie-pop, al numero di visualizzazioni (comunque assolutamente rispettabili) vuole anteporre la sostanza.
  • MAX GAZZE’ E LA TRIFLUOPERAZINA MONSTERY BAND a conti fatti, come mi faceva notare l’esperto Luca Valerio, anche lui può a ben diritto rientrare nella categoria dei “classici” sanremesi, ma sarà che la sua proposta musicale è sempre fresca, rinnovata e spesso fuori dagli schemi, insomma… non lo sento certo “vecchio”! E dal nome della band da cui si farà accompagnare direi che di sorprese sarà in grado di regalarcene ancora, dopo tante partecipazioni disseminate qui sin dagli anni novanta.
  • GHEMON nel 2019 presentò “Rose viola”, un brano dai toni soul che ha saputo crescere con gli ascolti, tanto che ora mi aspetto sin dall’inizio una canzone “forte” da parte sua, alla luce della maggiore esperienza acquisita. Qualcosa probabilmente cambierà (intanto lo ha fatto con i capelli, perdonate la battuta!) come già successo, sempre con criterio, nel corso della sua carriera ma penso che ci trasmetterà nuovamente delle emozioni.
  • LA RAPPRESENTANTE DI LISTA bello vedere in gara a Sanremo un gruppo che seguo dai suoi esordi e che sul campo si è guadagnato consensi e credibilità, forte di un sound energico e personale e di una voce intensa, viscerale, direi unica. Già nella scorsa edizione colpirono nella serata dei duetti, quando accompagnarono Rancore in una fantastica versione di “Luce (tramonti a nord est)”, il brano di Elisa vincitore nell’ormai lontano 2001: ora proveranno a conquistare tutti con la propria canzone.
  • NOEMI sono diverse anche le partecipazione in gara della rossa cantante romana che qui a Sanremo ha sperimentato le diverse forme della musica leggera italiana, rinverdendola di colori differenti e vividi. Il tutto sempre con performance vocali sopra la media, viste le sue notevoli qualità da interprete.
  • RANDOM è il suo il nome a sorpresa estratto dal cilindro del “mago” Amadeus per la nuova edizione del Festival. Pur non essendo io un frequentatore della galassia trap, credo ci fossero degli esponenti più indicati a rappresentare quella copiosa quota. Ma magari ci presenta il pezzo più bello della competizione e mi zittisce subito: alla fine contano sempre le canzoni e occorre mettere al bando ogni tipo di pregiudizio.
  • COLASPESCE DIMARTINO sono felicissimo di vedere in gara due tra i più interessanti nuovi cantautori della generazione “under 40”: li conosco bene entrambi, ne ho ascoltato i dischi e in particolare su Antonio Di Martino, che sento più affine alle mie corde, ho sempre “scommesso” sperando di vederlo tagliare ottimi traguardi. E’ indubbio che l’aver pubblicato un disco in coppia abbia giovato a tutti e due, dando loro la giusta visibilità e rilevanza. Faccio outing dicendo che saranno tra coloro per cui farò il tifo!
  • ANNALISA la bella cantante ligure a mio avviso avrebbe le carte in regola per vincere a Sanremo, qualora si decidesse a portare un pezzo davvero “forte”. Invece mi pare che negli ultimi anni, nella ricerca sfrenata della hit a tutti i costi (sempre parere personale) stia perdendo le proprie peculiarità, offuscando quelle indubbie qualità che l’avevano fatta emergere con estrema facilità (e meritatamente) dopo la felice esperienza di “Amici”.
  • BUGO ammetto che vedere il suo nome in cartellone mi ha fatto molto piacere, dopo l’ingiustizia subita l’anno scorso (non certo a causa sua). Torna sul luogo del “delitto” più temprato rispetto a dodici mesi prima, e con alle spalle un album particolarmente riuscito che non ha goduto purtroppo di molta fortuna (mettiamoci pure la situazione contingente legata al covid che di certo ha penalizzato tutto il settore). Cristian Bugatti si gioca una bella fetta di (onorata) carriera e sono sicuro che porterà in gara un brano significativo.
  • LO STATO SOCIALE non mi aspettavo di vedere nuovamente i ragazzi bolognesi all’Ariston ma in fondo ci può stare: nel 2018 la band sfiorò il colpo grosso giungendo seconda con l’irresistibile “Una vita in vacanza” e, per quanto sia risaputo come confermarsi a certi livelli è sempre più difficile, non è detto che i Nostri non vogliano alzare di un altro po’ l’asticella.
  • EXTRALISCIO FEAT. DAVIDE TOFFOLO DEI TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI il nome che più di tutti mi stuzzica la fantasia e la curiosità è quello di questo gruppo, davvero “alternativo” ai canoni del Festival di Sanremo. A maggior ragione se accompagnarlo ci sarà il mitico Davide Toffolo (che sognavo di vedere qui con i Tre Allegri Ragazzi Morti, ma tant’è, l’importante è scoprire come saprà imprimere la sua personalità), ecco che l’attesa diventa trepidante. Ci sarà da divertirsi.
  • FRANCESCA MICHIELIN E FEDEZ sul filo di lana Amadeus annuncia gli ultimi partecipanti in gara, finendo come si suol dire col botto. Insieme i due, amatissimi da una grossa fetta di pubblico, hanno già fatto faville collaborando in un paio di singoli di grande successo. Quale occasione migliore quindi per confermare la bontà dell’operazione? Dovessi spendere due spiccioli sulla vittoria finale, lo farei per questa coppia così musicalmente ben assortita.

Detto della gara dei “Big”, che molto probabilmente finirà per monopolizzare l’attenzione dei più, è giusto spendere qualche riga anche per i giovani in gara, le cosiddette “Nuove Proposte”, che un po’ abbiamo imparato a conoscere grazie alla maratona del giovedì in seconda serata sempre condotta da Amadeus, sorta di factotum delle fortune del Festival da un anno a questa parte.

Di mio conoscevo già Avincola (che al secondo tentativo, dopo l’esclusione a mio avviso ingiusta dell’edizione scorsa, è riuscito a entrare nel roster dei concorrenti per il 2021) e Wrongonyou: felice per entrambi, anche se di quest’ultimo mi sono ritrovato ad apprezzare di più altri brani rispetto a quello presentato nelle selezioni e che col quale gareggerà fra un paio di mesi all’Ariston.

Degli altri artisti selezionati al termine della trasmissione “Ama Sanremo” (cui si sono aggiunti Elena Faggi e i gemelli Dellai, vincitori di “Area Sanremo”), a comporre la griglia degli otto concorrenti che si contenderanno la vittoria nella categoria, mi hanno colpito in particolare Gaudiano e Davide Shorty. Completano il cast Folcast e Greta Zuccoli.

Un grosso in bocca al lupo a tutti loro, sappiamo bene quanto una affermazione tra le Nuove Proposte possa rappresentare un viatico per una carriera ricca di soddisfazioni.