Sterbus – Let Your Garden Sleep In

Mettersi all’ascolto delle nove tracce che compongono “Let Your Garden Sleep In”, nuova fatica targata Sterbus, assomiglia alla brezza primaverile profumata di fiori, a un sorso di coca-cola fresca nella calura estiva, alla visione placida dei colori autunnali e all’abbraccio davanti a un camino al riparo dal freddo invernale: insomma è musica per tutte le stagioni quella del combo romano, facente capo a Emanuele Sterbini e Dominique D’Avanzo.

Di pop si tratta, ma di quello fatto bene, dai rimandi nobili che, partendo dai padri putativi Beatles, attraversano tutte le epoche strizzando l’occhio al di là della Manica, come dall’altra parte dell’Oceano, in una felice commistione di elementi “classici”, veicolati però da una notevole sensibilità artistica. Il tutto è corroborato da un talento dei protagonisti riconosciuto nel confezionare melodie a presa rapida, senza tralasciare l’apparato musicale che, anzi, funge da autentico valore aggiunto sin dalla opening track “Nothing of Concern”, frizzante ed energica.

Piacciono gli arrangiamenti che rendono più ricca la struttura basica da gruppo rock, facendovi confluire i fiati, gli archi, strumenti acustici, ed è rimarchevole una produzione pulita che nulla toglie però alla naturalezza delle composizioni, le quali sgorgano spontanee dai cuori e dalle menti dei Nostri, coadiuvati da una band che sarebbe riduttivo definire solo “di supporto”.

Da amante dei R.E.M. non posso che apprezzare le citazioni indirette di album e brani di Stipe e soci: dalla vivace “Gardeners at Night” (la cui intro deve invero molto a Syd Barrett), alla soffusa “Murmurations” che chiude il disco (con un entusiasmante crescendo musicale nella parte finale) ribadendone l’oggettivo valore.

Nel mezzo ci sta tutto l’universo sonoro degli Sterbus, comprendente sia una certa matrice indie lo-fi (alla Guided By Voices) con derive alternative (nell’ondivaga “B-Flat Love”), che soprattutto l’amore per il pop inglese, riconoscibile, almeno per me, nei Blur, nei Belle and Sebastian, con punte nascoste dei Sundays, più marginali a livello di popolarità da grande pubblico, ma assolutamente imprescindibili per gli amanti del genere britpop.

Dai toni briosi ma melanconici di “Helpless Waitress”, alla carezzevole “My Friend Tim”, l’album procede mettendo in luce un acume raffinato nel tessere la materia, declinandola secondo le proprie attitudini, e trovando la chiave giusta specie in quei brani dove il connubio tra l’intersecarsi della voce maschile e femminile (riuscita particolarmente in “Stalking Heads”) e lo dispiegarsi melodico e narrativo ti appare come un incastro perfetto, degno delle migliori esperienze internazionali.

Mi riferisco agli unici titoli mancanti della mia disamina, vale a dire una “Polygone Bye” grondante armonia e bellezza e la morbida ballad “The Accidentalist”, intrisa di grazia interpretativa e rimarchevole classe musicale.

Ho tirato in ballo l’aggettivo “internazionale”, perché al di là dell’utilizzo vincente della lingua inglese, adattissima a rendere al meglio brani di quella chiara ascendenza, queste canzoni non sfigurerebbero di certo nei repertori di alcuni nomi molto in auge per certa critica, vista l’indubbia qualità della proposta e la padronanza con cui i ragazzi ci sanno veicolare le loro emozioni in musica.

Emanuele Sterbini e Dominique D’Avanzo, ovvero gli Sterbus – credit foto: Francesco Gentile

Permettermi a latere una piccola precisazione, senza con questo voler criticare il lavoro dei miei colleghi recensori… avendo scoperto il disco in lieve ritardo, non ho potuto ovviamente scriverne in presa diretta, e lo faccio ora, dopo che gli ascolti reiterati di questi mesi mi hanno permesso a maggior ragione di cogliere tutte le sfumature del disco, senza l’affanno (scusate l’estremismo!) di dover consegnare un pezzo a pochi giorni dalla sua uscita.

A me, come si sarà facilmente capito, ha convinto appieno questo lavoro e sarei felice se il gruppo ottenesse qualche riscontro, a partire dalla stampa.

Ho notato invece che, accanto a pareri anche autorevoli che ne hanno decantato le lodi e le belle intenzioni, c’è ancora qualche diffidenza nei confronti degli artisti italiani che esulano da certi ambiti in voga (il cosiddetto indie pop, per non dire della trap), volendo dedicarsi anima e corpo a qualcos’altro, assecondando la propria inclinazione.

Si tende facilmente, ho questa impressione, a sbolognare dischi come quelli degli Sterbus, non dico come poco credibili, ma a giudicarli frettolosamente come ripetitivi o derivativi; eppure, ciò che sentiamo in giro è davvero del tutto “inedito”, o il più delle volte non è un rimasticamento di cose già esistenti?

Io vorrei in qualche modo dissentire e sottolineare anzi la bontà e la genuinità dell’operazione. E’ vero, gli Sterbus non hanno inventato niente, e ci saranno artisti sicuramente più geniali in circolazione, ma hanno il grande pregio di saper scrivere belle canzoni, coinvolgenti ed emozionanti, riuscendo ad essere leggeri senza apparire superficiali, e questo credo sia la vera essenza del pop.

Ho la sensazione che se fossero inglesi o francesi sarebbero stati apprezzati di più e magari baciati da un maggiore hype. Da quel che ho percepito tuttavia i ragazzi sono davvero umili e vivono la loro passione con impegno e onestà; credo, insomma, che sarebbero semplicemente contenti di avere la possibilità di farsi conoscere e apprezzare grazie alla sola forza delle loro canzoni.

E io non posso che concludere con l’esortazione ad ascoltare “Let Your Garden Sleep In” scevri da pregiudizi, dedicando tempo e attenzione a questo progetto: sono sicuro che non ve ne pentirete!

Sanremo 2022 si conclude senza sorprese: vincono con merito i favoriti Mahmood e Blanco. Amadeus chiude con un boom di ascolti e grandi consensi ma è lecito sollevare qualche critica.

Si è concluso in maniera, se vogliamo, prevedibile, con l’affermazione vittoriosa del duo Mahmood-Blanco la terza edizione del Festival di Sanremo targata Amadeus, quella che passerà ai posteri come “Sanremo venti-ventidue”, come è stato ribattezzato all’americana dal conduttore… ma non mi va di polemizzare sin dal mio incipit, per carità, anche perché grandi motivi per farlo onestamente non ve ne sono.

Cosa si potrebbe imputare in fondo al “padrone di casa”, dopo che il suo lavoro è stato certificato da un successo clamoroso di pubblico, di interazioni social, di apprezzamenti tout court, facendo discutere (anche animatamente, tra il serio e il faceto) persone tra le più diverse per passioni, radici, interessi e stili di vita.

Tutti (o quasi, mica è un obbligo, anche se per alcuni pare così) incollati per cinque serate alla tv, a fare la gara al commento più acuto, più sarcastico, più pungente… è indubbio infatti che il rilancio di questi anni si debba molto alla capacità dei vari direttori artistici – facciamo da Conti in poi, ma sarebbe giusto a mio avviso sottolineare l’intuizione dei “pionieri” che alla conduzione introdussero il televoto, seppur dando il là a discrepanze evidenti tra chi già vantava un pubblico avvezzo a certa tecnologia (so che fa ridere detta così) e chi no – di intercettare la tendenza e la potenza comunicativa dei social network, che sarebbe dilagata da lì a poco sempre di più.

Questo ha contribuito a rimettere al centro del villaggio, come argomento principale (trend topic, direbbero quelli bravi), se non univoco, le vicende festivaliere, molte delle quali esulavano da quelle strettamente musicali; niente di diverso in fondo da quanto eravamo abituati sin dalla sua rinascita degli anni ’80.

Io mi sono ritrovato in mezzo – o mi ci sono infilato talvolta – in questo meccanismo, anche simpatico e coinvolgente se vogliamo, ma ho preferito mantenere una linea che adotto in pratica da ancora prima che aprissi questo blog (già attivo da più di dieci anni). No, io ho sempre seguito, commentato e guardato (cosa non scontata al giorno d’oggi, laddove molta gente commenta solo per sentito dire e per stare “sul pezzo”) il Festival, dapprima da bambino in famiglia, a mo’ di rito collettivo, poi crescendo con un altro occhio, e soprattutto un altro orecchio, ma sempre tenendo vivo il mio interesse principale che, oggi come allora, va alla musica, alle canzoni.

Di musica ne è passata tanta, di tutti i tipi, anche negli anni di gestione di Amadeus, e io ho sempre cercato di trattarla con rispetto, consapevole – questo già da ragazzo, quando i gusti personali cominciano a espandersi e connotarsi – che spesso e volentieri i miei “favoriti” si classificheranno nelle retrovie, ma ciò non mi ha mai impedito, almeno credo, di poter dare una valutazione il più possibile oggettiva nel suo insieme, tenendo conto del valore degli artisti di volta in volta impegnati nella kermesse.

Ovviamente ci sarà sempre colui che, a giochi fatti, non sarà d’accordo su una vittoria o sulla graduatoria; tutti gli artisti di quest’anno, presi singolarmente, avranno di sicuro chi si dispiace o si lamenta di una posizione non corrispondente alla realtà, ma è normale, la soggettività di un “piacere musicale” emerge sempre, c’è poco da fare, e lo fa spesso anche in quelli preposti a dare il proprio voto, che sia il professionista della sala stampa, il ragazzino che si mobilita per il proprio teen idol (ovviamente sto estremizzando) o il “vecchietto” che chiede al nipote di inviare l’sms con lo smartphone.

Io, come ho scritto a caldo stanotte su Facebook, trovo che ci sia poco da eccepire sui risultati di questa edizione dagli enormi consensi (si sono tirati in ballo persino i due “Festival di Sanremo” principi in fatto di Auditel, anno domini 1987 e 1995, che ben ricordo anche con un certo affetto): il primo posto se lo sono contesi fino all’ultimo Elisa, Mahmood & Blanco e, presumo in misura minore, il redivivo Gianni Morandi, corroborato dalla serata cover con l’amico Jovanotti (che tanto ha contribuito a rilanciarlo anche l’estate scorsa, donandogli un tormentone).

(Nota a margine, ma nemmeno tanto: fosse per me invece di dedicare così tanto spazio a cover che spesso c’entrano poco o nulla con il contesto, riproporrei l’opzione del duetto riservato una sera alla canzone partecipante in gara: in passato abbiamo assistito in tal senso a versioni arricchite e valorizzate dalla compresenza di un altro artista o da un arrangiamento differente da quello originario).

Tornando alla rassegna da poco terminata, credo sia meritata la vittoria di “Brividi”, ballata contemporanea portata sul palco da un duo parecchio accreditato alla vigilia, ma occorre evidenziare anche la bontà della proposta di Elisa, tanto che nessuno si sarebbe scandalizzato se avesse bissato il successo ottenuto ventuno anni fa. Per lei sarebbe stato un exploit eccezionale, visto che avrebbe toccato il traguardo delle due vittorie in altrettante partecipazioni.

La cosa invece è riuscita magistralmente a Mahmood, a tre anni dall’esordio fulminante con “Soldi”, qui coadiuvato egregiamente da Blanco, in possesso di una personalità notevole se consideriamo che è poco più che maggiorenne (ma già notissimo per aver sbancato le classifiche di ascolti, e non solo, della stagione musicale che ci siamo appena lasciati alle spalle.

Sarebbe esercizio retorico andare a commentare le singole posizioni, in fondo c’è poca differenza tra l’arrivare ottavo o decimo, tra piazzarsi quindicesimo o diciassettesimo, ma a bocce ferme, dopo essermi già esposto su questo blog con dei commenti singoli una volta finito di ascoltare tutti i brani della rassegna, mi viene da confermare tutto sommato quelle mie prime impressioni (certo, nel frattempo ci sono stati anche gli ascolti alla radio o in streaming a darmi più margine di giudizio).

Per quanto ci siano stati dei titoli validi fuori dalle prime dieci posizioni, mi pare che leggendoli in fila uno dietro l’altro, i nomi che vanno da Irama (quarto, cresciuto tanto con gli ascolti) a Michele Bravi (che considero talentuoso e molto raffinato) siano ineccepibili, gusti come detto a parte: ci sta quindi, per me, un Sangiovanni quinto, ci stanno meritatamente i La Rappresentante di lista – che per alcuni potevano pure ambire alla zona podio, e ai quali, pur ammettendo che avessero una canzone orecchiabile e a tratti irresistibile contesto una certa frivolezza come mai sentita nel loro repertorio – e Massimo Ranieri, che si è pure aggiudicato il “Premio della Critica” intitolato a Mia Martini (e la cosa mi ha fatto molto piacere: il suo è un brano di grande spessore, e lui l’ha cantato in modo divino specie ieri sera, impeccabile, con grande trasporto e senza bisogno di “aizzare” nessuno fra il pubblico in sala).

Con gli ascolti ho apprezzato maggiormente Highsnob e Hu, i due mi sono sembrati molto più “veri” e sinceri come coppia rispetto a quella tanto strombazzata tra Ditonellapiaga e Rettore (che personalmente ho trovato al contrario in calo rispetto alla prima convincente e vigorosa performance… detto che ho rivisto volentieri la mia corregionale, sempre in forma, e che la prima ha dimostrato una grande padronanza del palco, confermando quanto di buono si dice sul suo conto); mi ha sorpreso il giovane Matteo Romano, arrivato a sfiorare la top ten, mentre sono passati sotto traccia artisti avvezzi a ben altri piazzamenti, penso a una Noemi poco a fuoco con una canzone molto bella ma forse anche impegnativa per le sue corde, o a Fabrizio Moro che però si è rifatto ottenendo il prestigioso Premio per il miglior testo intitolato a Sergio Bardotti.

La levata di scudi, almeno nella mia bolla social, si è levata proprio contro questo riconoscimento e, a caldo, ammetto abbia lasciato sbigottito anche me, che puntavo tutte le mie fiches (metaforicamente parlando, non ho mica partecipato al Fantasanremo) su Giovanni Truppi.

Alla fine, dopo aver riascoltato attentamente la canzone di Fabrizio Moro, soffermandomi ovviamente sulle parole, oggetto del contendere, e dopo che forse frettolosamente l’avevo bollata come di serie B rispetto, non dico al capolavoro “Pensa”, ma anche alla più recente “Portami via”, devo concludere che non è poi così scandaloso il contestato verdetto, se non ci si ferma al solo significato del testo (di fatto una “semplice” canzone d’amore) ma consideriamo invece come è strutturato, con uno stile a tratti molto poetico e suggestivo: certo, non siamo di fronte a un novello Leopardi, ma Moro ha dimostrato con gli anni di saper confezionare brani dal forte impatto emotivo.

Dato a Cesare quel che è di Cesare, per un attimo smetto i panni del critico, ma poi li re-indosso di nuovo assieme a quelle del fan, perché sento di dire che in questo caso le due componenti vadano di pari passo e dico che è assurdo non abbia vinto almeno un premio un cantautore come Giovanni Truppi.

Il suo non è un pezzo semplice, cantabile, orecchiabile, ma possiede a mio avviso profondità e quantità a massicce dosi e, sì, mi ha emozionato non poco, specie nella sua ultima performance.

Probabilmente questa esperienza, scadente sul piano dei numeri (lo score comprende zero titoli e diciannovesima posizione finale), non andrà in alcun modo a inficiare il suo percorso, che procede egregiamente sul versante della canzone d’autore, anzi, spero che possa in qualche modo aver fatto breccia nel cuore dell’ascoltatore occasionale o semplicemente in chi ancora non si era imbattuto nella sua arte; stessa cosa in ambito diverso, sono sicuro accadrà al rapper Rkomi, senza infamia e senza lode su questo prestigioso palco ma pronto a tornare sul suo campo forte come prima: in fondo la sua è stata una passerella che l’ha visto divertirsi e misurarsi con un genere in parte diverso da quello che l’ha innalzato molto in alto fra i favori dei giovanissimi.

Pubblico giovane che continuerà a seguire con passione anche Aka 7even, un po’ impreciso e molto “carico” nelle sue esibizioni, ma con un brano di buon impatto che può avere lunga vita fuori dal Festival, così come il buon Dargen D’Amico, già molto quotato in certi ambienti e ora pronto a raccogliere i frutti grazie a una canzone – a mio avviso un po’ pacchiana ma questo è un altro discorso – che potrebbe accompagnarci per tanto tempo, magari fino all’estate.

A deludere di più sono stati Giusy Ferreri, con la sua canzone che paradossalmente mi è scesa con gli ascolti, e un Achille Lauro che dovrebbe riprendere (stavo per scrivere iniziare ma mi sembrava di cattivo gusto) a fare musica, mettendo un po’ da parte gli show: la sua “Domenica” mi è parsa da subito, più che leggera, proprio insulsa… invece di portare in gara brani-fotocopia, perché non rischiare una ballad, magari sulle orme di “16 Marzo” o “C’est la vie”?.

In conclusione, proviamo a porgere lo sguardo in avanti… ci sarà davvero, come già millantato da qualche parte, un Amadeus-Parte 4? Cosa potrebbe aggiungere a livello di idee e di direzione artistica uno che in tre anni ha dato il massimo, dimostrando di maneggiare la materia con una disinvoltura e padronanza assoluta?

I suoi risultati sono stati sì in crescendo ma c’è il rischio, secondo me, che puntando a una riconferma si possa arenare questa sua affermazione, anche perché in mezzo a evidenti note positive, ci stanno anche certe imperfezioni, a iniziare dal ridimensionamento che hanno avuto i nuovi artisti giunti dalle finali di “Sanremo Giovani”.

Eccezion fatta per il già citato Matteo Romano, sono parsi infatti ancora acerbi sia Yuman – comunque dotato di indubbie qualità vocali – e soprattutto Tananai, parso poco a fuoco, sia musicalmente che a livello interpretativo. Un passaggio “mediano”, insomma, tra le Nuove Proposte prima di approdare fra i Big non avrebbe fatto male.

Personalmente poi, a costo di sembrare un “vecchio brontolone”, ammetto che non mi ha garbato molto la “deriva” caciarona di alcuni momenti del Festival… bello ovviamente che ci siano stati calore, gli abbracci e le manifestazioni di affetto, ma ho visto anche diversi atteggiamenti un po’ sopra le righe, con intermezzi discutibili anche durante la canzone stessa: non dico non si possa toccare la “sacralità” della gara ma gli incitamenti a ballare al pubblico, l’andare tra la folla, il voler rendere tutto una grande discoteca, con il pubblico un tempo parecchio ingessato (e che si scaldava spontaneamente in un lungo applauso magari dopo aver sentito “Spalle al muro” di Renato Zero o “Il mare calmo della sera” di un esordiente Bocelli), che ora si scatena e batte le mani appena parte una nota pulsante di una canzone qualsiasi come “Chimica”, beh, tutto questo, in un climax crescente sera dopo sera, non è che abbia incontrato il mio favore.

Credo che, “pistolotto” polemico a parte, e senza voler negare la buona riuscita di questa edizione, e in genere del triennio di Amadeus, il Festival di Sanremo debba vivere di luce propria, senza rischiare di scimmiottare l’Eurovision Song Contest, costumi e trucchi annessi.

Ogni cosa se è naturale, spontanea ed espressione libera di un “sentire profondo” mi sta più che bene, anzi, l’appoggerò sempre, e in tal caso ben venga la canottiera di Giovanni Truppi, sulla quale mi era scappata la vena ironica dopo averlo visto la prima sera, pensando che almeno al Festival avrebbe indossato il “vestito buono”, ma che ho apprezzato poi in quanto ha dimostrato di voler essere se stesso.

Tutto il resto è… noia, o meglio, conformazione, posa, “plastica” e, come ci cantava il grande Gianluca Grignani (al quale istintivamente ho sempre voluto bene, e chi mi conosce lo sa), quella “Fabbrica” è sempre stata abile ad alimentarsi di certi personaggi, annientandone in alcuni casi l’anima.

Festival di Sanremo 2022: commento sulla (prima) classifica generale. Poche sorprese in alto, sarà sfida per la vittoria tra Elisa e la coppia Mahmood-Blanco.

Giunti al termine delle prime due serate festivaliere in quel di Sanremo, è possibile trarre i primi bilanci, e di conseguenza avere idee più chiare su quelli che potranno essere gli esiti della gara.

Ascoltati tutti i pezzi, si presume che alcuni di questi possano crescere con gli ascolti – è sempre stato così – ma è indubbio che già si siano delineate delle griglie, mica tanto poi lontane da quelle ipotizzate alla vigilia.

Fermo restando che quella sopra è la graduatoria solo parziale data dai punteggi della sala stampa, web e tv, ai quali verranno poi aggiunti quelli del televoto (iniziando stasera, quando ci si imbatterà nella vera maratona, con tutte le 25 canzoni riproposte) e della giuria demoscopica, è logico attendersi qualche rimonta o, viceversa, degli scivoloni in classifica, ma non penso che assisteremo a degli autentici ribaltoni: sul podio attualmente si sono innalzati Elisa (sul punto più alto), l’inedita coppia Mahmood-Blanco e La Rappresentante di lista, tutti in effetti potenziali vincitori, con quest’ultima in veste di possibile outsider. Occhio però al possibile inserimento in zona podio di Emma (ieri giunta seconda), dell’altra mirabile coppia in gara (le funamboliche Rettore e Ditonellapiaga, alias la giovane Margherita Carducci), e del teen idol Sangiovanni, che probabilmente comincerà a fare incetta di voti già da questa serata.

Sull’andamento generale del Festival non mi voglio soffermare troppo, mi limito a dire che Amadeus si sta dimostrando sempre più autorevole (oltre che adeguato) “padrone di casa”, in grado quindi di sopperire anche a qualche caduta di tono o imperfezione di ospiti, co-conduttori et similia.

Vengo quindi agli interpreti (e in special modo alle canzoni, d’altronde è o non è il Festival della canzone italiana?), lasciando ai posteri un breve commento su ognuno, tenendo fede all’ordine della graduatoria provvisoria, partendo quindi da Elisa per finire con Tananai (e già il fatto che questi due nomi figurino nello stesso elenco stride non poco, ma questo è un altro discorso).

  1. Elisa O forse sei tu – la vincitrice annunciata del Festival al momento non sta tradendo le aspettative, e un eventuale secondo exploit dopo aver trionfato nel 2001 la collocherebbe di diritto tra le grandi della nostra musica. Non che l’artista friulana abbia bisogno di un ulteriore riconoscimento in tal senso ma tornare in gara per lei poteva anche rappresentare un rischio. Una canzone, bella per carità, ma forse non memorabile, sembra poter bastare per fugare tale ipotesi, ma la Nostra dovrà guardarsi bene alle spalle.
  2. Mahmood e Blanco Brividi – erano attesissimi e occorre dire che i due si sono trovati a meraviglia su questo prestigioso palco, affiatati e complementari, con nessuno che prevale sull’altro. Due mondi che si sono incontrati, quello del vincitore dell’edizione del 2019 e quello del vincitore dell’estate 2021. Il loro brano spacca, contiene sonorità contemporanee innestate su un’impalcatura classica, ma a fare la differenza è stato al momento l’alto livello interpretativo della coppia. Sarebbero i miei vincitori ideali di questa edizione, Elisa permettendo.
  3. La Rappresentante di Lista Ciao Ciao – ammetto che a un primo ascolto questo brano mi ha lasciato un po’ sbigottito, parlo da “vecchio” sostenitore della band, convinto che Veronica Lucchesi, Dario Mangiaracina e il resto della banda abbiano qualità e mezzi per fare di meglio. In realtà la canzone ha tutti gli ingredienti giusti per sbancare, ma onestamente soprattutto il testo avrebbe meritato soluzioni migliori.
  4. Dargen D’Amico Dove si balla – stimato artista a trecentosessanta gradi, può imporsi a Sanremo con un pezzo non molto sulle sue corde, ma che ha dimostrato (stonature a parte) di saper maneggiare bene. Quello che si candida a diventare un tormentone, a me ha ricordato tremendamente le hit dance commerciali di metà anni ’90, che a vent’anni per carità mi sono ritrovato a “ballare” – nel mio caso le virgolette sono d’obbligo – divertito anch’io, ma che a Sanremo anche no, grazie.
  5. Gianni Morandi  Apri tutte le porte – non si può non voler bene a Gianni Morandi, come trasmette lui la passione per le sette note e il bel canto pochi altri, ma il suo pezzo – che Jovanotti gli ha cucito addosso in modo da riportarlo all’epoca dei suoi grandi successi ye-ye – si palesa in maniera piuttosto banale, sia per la scoppiettante musica, che per il testo, privo di particolari guizzi.
  6. Emma Ogni volta è così – non mi è dispiaciuta, anche se ammetto che la mia rivalutazione è avvenuta più in virtù dei (già molti) passaggi radiofonici che altro. In gara mi è parsa ancora un po’ contratta e con la voce non propriamente sicura. E’ facile scommettere comunque sul suo successo, fuori dal Festival.
  7. Ditonellapiaga e Donatella Rettore Chimica – anche le due bad girls di Sanremo 2022 si sono amalgamate perfettamente, azzerando di fatto il gap generazionale, e piazzando il colpo con un brano perfettamente nelle corde dell’artista veneta e capace di mettere in luce enormemente il talento della giovane Ditonellapiaga, già ben apprezzata in vesti più “sobrie”, musicalmente parlando. Funziona tutto in “Chimica”, e mai titolo fu più azzeccato.
  8. Massimo Ranieri Lettera al di là del mare – non è certamente un brutto pezzo quello del grande artista napoletano, ma qualcosa l’altra sera sembrava non aver funzionato… non può essere che pure lui si ritrovi a “steccare”! L’auspicio è come minimo di vederlo vocalmente più in forma stasera.
  9. Irama Ovunque sarai – interessante vedere un Irama così intimista, come non accadeva da tempo. Bisogna forse tornare ai tempi pre-talent (ricordando che da giovanissimo partecipò, prima di “Amici”, proprio a un’edizione di Sanremo fra le Nuove Proposte). Ora tenta la carta della canzone “matura”: buona la prima ma forse pecca ancora un po’ nel canto.
  10. Fabrizio Moro Sei tu – dopo due vittorie su questo palco e altre felici incursioni, non si può pretendere che sia sempre sul pezzo, in grado di sfornare l’ennesima ballata vincente. L’attuale posizione in fondo rispecchia il valore dell’opera, senza infamia e senza lode, mancando forse di quella intensità interpretativa divenuta presto un suo marchio di fabbrica.
  11. Giovanni Truppi Tuo padre, tua madre, Lucia – il mio tifo iniziale andava esplicitamente a lui ma la paura di venire deluso viaggiava di pari passo, in quanto non sempre un cantautore classico ottiene fortuna e consensi nel contesto popolare per eccellenza. Invece Giovanni Truppi a mio avviso ha fatto un figurone, dimostrando a tutti che si possono scrivere ancora canzoni con la C maiuscola, senza bisogno di artifici inutili (anche se un completino più elegante se lo poteva permettere, vista l’occasione!)
  12. Noemi Ti Amo non lo so dire – da “prezzemolino” Noemi ormai non mi aspetto granchè: tante partecipazioni, sempre interessanti per carità, ma senza quel quid che possa farla concorrere per la vittoria finale. Eppure questa canzone possiede una grande forza comunicativa, che forse lei non riesce del tutto a fare propria, anche se confido che possa uscire fuori alla distanza.
  13. Sangiovanni Farfalle – il giovane vicentino ha fatto il suo, la posizione parziale direi che non rispecchia il valore della sua proposta (ovviamente giovanilistica), destinata molto probabilmente a salire in classifica grazie alla folta schiera dei suoi fans, pronti a votarlo da casa senza indugi.
  14. Michele Bravi Inverno dei fiori – da possibile outsider a una collocazione modesta nella graduatoria, tuttavia i presupposti per fare bene ci sono tutti: la proposta di Michele Bravi è tra le più raffinate in gara e abbisogna certamente di più ascolti per farsi assimilare e apprezzare.
  15. Rkomi Insuperabile – ok, avrà anche dominato le charts nostrane e sbaragliato la concorrenza trapindie a suon di streaming e visualizzazioni ma il brano in gara assomiglia a un grande pastrocchio, nè carne nè pesce. Direi che di Sanremo il buon Rkomi poteva farne a meno, nulla toglie e nulla aggiungerà al suo imperioso percorso.
  16. Achille Lauro  Domenica – quando il troppo stroppia! Se alle performance (peraltro sempre meno inaspettate e interessanti) non aggiungi una canzone propriamente detta, che non sia la brutta copia del pezzo che ti ha fatto conoscere in questo ambiente, sei destinato a un certo punto ad arenarti, e nemmeno la presenza del validissimo Harlem Gospel Choir può sopperire la mancanza di idee musicali. Orecchiabile, “ballabile” ma preferisco fermarmi con gli aggettivi!
  17. Matteo Romano Virale – canzone carina, melodica, lieve, sin troppo, per poter lasciare una traccia al suo passaggio. Il giovane Romano è il migliore fra i tre promossi da Sanremo Giovani ma davvero non pare ancora pronto per un palco del genere.
  18. Highsnob e Hu Abbi cura di te – altra coppia “occasionale”, e seppur in tono decisamente minore, anch’essa in possesso di qualche buona trovata, fosse anche semplicemente per una buona interpretazione, delicata e sentita. Ero partito molto prevenuto, non si tratta certo di un capolavoro ma il brano si lascia ascoltare volentieri.
  19. Giusy Ferreri Miele – a mio avviso sulla Ferreri si è ormai consolidato un pregiudizio, che lei ha in ogni caso avvalorato puntando da anni su canzoni al limite dell’ascoltabile, dissipando quasi in toto il valore riconosciutole a inizio carriera. “Miele” è finalmente una canzone che potrebbe rifarle il trucco, essendo invero misurata e affascinante, con un arrangiamento delizioso. Il diciannovesimo posto è francamente ingiusto.
  20. Iva Zanicchi Voglio amarti – ok, la standing ovation è stata esagerata, ma ci sta, visto come divinamente sa ancora tenere il palco e cantare con assoluta sicurezza un brano ben congegnato, e pure audace. Per questo fa un po’ specie vedere il suo nome così in basso, credo che riuscirà a risalire la china.
  21. Aka 7even Perfetta così – non ci siamo, il giovane ex Amici ha portato un brano piuttosto confusionario, senza capo nè coda e rischia di finire nel dimenticatoio, a meno di colpi di scena (o di televoto). I tempi di “Loca” appaiono lontani e all’orizzonte ci stanno già i nuovi “Amici di Maria De Filippi”, i vari Luigi, Alex e Albe pronti a contendergli lo scettro di nuovo idolo dei giovanissimi.
  22. Le Vibrazioni Tantissimo – dico la verità, non mi aspettavo granchè, ma nemmeno che il brano mi lasciasse completamente indifferente, potendo contando su un autore d’eccezione come Roberto Casalino. Mi hanno emozionato solo per aver ricordato il grande e mai dimenticato Stefano D’Orazio.
  23. Yuman Ora e qui – forse la ventitreesima posizione è severa ma Yuman ha fatto poco per farci sobbalzare dalle sedie. Certo, ha indubbiamente un bel timbro vocale, canta bene, ma la canzone è davvero innocua e non ha saputo emozionarmi.
  24. Tananai Sesso occasionale – trovo strano che non ci sia lui sul gradino più basso della lista, dopo averlo visto all’opera ieri sera. Avrà pure la sua fanbase, così come sono pronto a scommettere avesse pezzi migliori. Ha cannato su tutta la linea, direi impresentabile a certi livelli.
  25. Ana Mena Duecentomila ore – la giovane cantante spagnola mi sento invece di assolverla dai tremendi giudizi piovutele addosso. Ovviamente non posso nascondere anche l’iniziale mio sconcerto ma il suo brano potrebbe funzionare eccome fuori dall’Ariston. Intanto a mia moglie Mary e a mia mamma (le due donne più importanti della mia vita, tre se ci aggiungiamo pure mia suocera, anch’essa favorevolmente colpita) la canzone è piaciuta, pertanto dovrò farci i conti: ma sì, dai, tutto sommato, la partita la può portare a casa, ma speriamo almeno che ravvivi un po’ la sua esibizione già da stasera.

Salutiamo il 2021 confidando in tempi migliori: l’anno nuovo alle porte è per me il più atteso di tutti!

Mi piace pensare che questo blog (che traslocato da Splider si è poi consolidato con gli anni in questa bella e funzionale piattaforma), abbia mantenuto nel tempo la sua funzione di “diario” pur connotandosi poi maggiormente come contenitore di miei vari articoli legati più al mondo della musica o dello sport (mie principali “materie” preferite!).

I lettori più affezionati – che mi scrivono ancora regolarmente e chiedono aggiornamenti sul mio stato di salute – hanno seguito le tappe della fase più critica della mia vita, quando ho voluto raccontare il periodo contrassegnato dalla malattia, che per due anni circa ha coinvolto tutto il resto.

Come sapete poi mi sono ripreso e di conseguenza ho fatto ripartire la “macchina”, provando a recuperare il tempo perduto nel migliore dei modi: è la vita ragazzi! – direbbe qualcuno – e io ho già dovuto due volte difenderla con le unghie e con i denti, ma non mi sono mai abbattuto e chi mi conosce da vicino lo sa.

Fatto sta che nel 2022 saranno dieci anni dall’insorgere di quel grave problema che mi colpì e credo che avrò modo di parlarne a tempo debito, non certo per “festeggiare” l’evento ma per riordinare una volta di più le pagine del mio libro e rendermi conto di come sia arrivato sin qui, di quanta strada abbia percorso, di come sia tutto un ricordo lontano, quasi non fosse realmente accaduto quel biennio 2012/2013 passato per lo più su un letto d’ospedale.

Oggi però sono qui per chiudere l’anno con voi, augurandomi che stiate bene, perchè mai come in tempi odierni stiamo toccando con mano quanto sia proprio la salute il bene più prezioso, e non certo quest’ultima una semplice frase di circostanza.

La pandemia ci ha dato poca tregua in questi dodici mesi, ha forse un po’ illuso tutti noi, che il peggio fosse alle spalle, grazie al vaccino – in cui credo, lavorando oltretutto nel settore socio-sanitario e trovandomi spesso in prima linea, ma che come si sapeva da solo non basta al momento per debellare il virus e le sue varianti -, invece siamo di nuovo alle strette e occorre ancora tanta prudenza (e portare tanta pazienza).

Per questo è difficile stilare i propri bilanci, non è mica come quando mi trovo a indicare i migliori dischi, libri o film dell’anno, la vita sa incasinare priorità e necessità, e potrebbe risultare egoistico da parte mia dire che “è andato tutto bene”, laddove allargando il cerchio si scopre che tanta gente ha sofferto per la perdita dei propri cari, di un lavoro, di una propria Terra.

Ed io pure non sono stato immune da un grande lutto, con la morte del mio caro zio Daniele – fratello di mio padre – sopraffatto da un male incurabile a un anno dalla tragica scomparsa di suo figlio, mio cugino Vanny.

E’ la vita, si diceva, eppure a volte sembra veramente si accanisca contro certe persone!

Per fortuna c’è il rovescio della medaglia, e ringrazio il cielo che ci siano state anche le cose “belle” capitate in famiglia: il matrimonio di mio fratello Jonathan, la crescita dei nipotini, la salute che tutto sommato ha sorretto i miei genitori, i miei suoceri e le persone a me care.

Ma più di tutti, permettetemi la parentesi più strettamente personale, il 30 giugno, mentre ero al lavoro in Fondazione, mi è piombata addosso una notizia che mi ha riempito di un’ emozione che davvero ho fatto fatica a contenere sotto gli occhi dei “ragazzi”: mia moglie Maria Teresa mi disse di essere incinta!

Aveva fatto un test di gravidanza qualche giorno prima degli esami previsti, quindi fu proprio una sorpresa quel pomeriggio – poco dopo le 17 – e dovetti far di tutto per rimanere calmo, in attesa di avere qualche riscontro più sicuro (che grazie a Dio avvenne da lì a poco).

Per noi avere un figlio era (ed è) un grande sogno, direi il nostro più grande…. l’abbiamo desiderato tanto, ci siamo sposati nel 2014 ma stiamo assieme da quasi 14 anni e il nostro pensiero di allargare la famiglia è sempre stato forte in noi.

Ero consapevole che proprio a causa della malattia passata, sarebbe stato molto difficile per noi avere figli ma non ci siamo mai arresi e da quel giorno di fine giugno le prospettive per noi sono cambiate in quel senso, facendosi col passare delle settimane e dei mesi più concrete, reali.

A ottobre (precisamente il 16, una giornata memorabile!) abbiamo scoperto che sarebbe stato un maschietto, quando in un primo momento la splendida ginecologa che ci segue si era un po’ sbilanciata per la femmina – e noi saremmo stati felicissimi anche in quel caso, ci mancherebbe! – e così è stato bello ed emozionante poter dare finalmente un nome alla nostra creatura e iniziare a immaginarcelo.

Sono sicuro che Mary sarà una mamma fantastica, conosco le sue grandi qualità, vedo l’amore che prova per i nostri nipoti, tutto il trasporto e l’attenzione che ci mette anche in ambito professionale (lavora proprio nel reparto ospedaliero di ginecologia e ostetricia); io cercherò di essere un buon padre, standogli vicino… farò i miei sbagli, ma ce la metterò tutta!

Saremo dei punti di riferimento e gli trasmetteremo i nostri valori, poi le cose le impareremo insieme a lui: ricordo sempre con piacere “Il mestiere di genitore”, il libro di Guido Petter, uno dei miei docenti all’università… come tutti i “mestieri” (e quello di genitore è il più grande!) c’è bisogno di attenzione, dedizione, applicazione, cura… si deve imparare sul campo e fare esperienza.

Che dire di più? Noi siamo pronti! Tra qualche giorno Mary entrerà nell’ottavo mese di gravidanza, quindi il 2022 per noi sicuramente si apre con grandi auspici e speranze, attendendo il nostro Luigi Maria.

Il suo arrivo è un dono, che ci allieterà e ci aiuterà ad affrontare un anno che sarà ancora purtroppo segnato dall’incertezza della pandemia.

Non dobbiamo mollare proprio adesso, per questo vi stringo in un forte abbraccio virtuale: a voi tutti, che avete avuto la pazienza di leggermi e di condividere questo grande momento di gioia personale, mando i miei più sinceri auguri che le cose nel 2022 vadano per il meglio!

A presto!

GG

La mia classifica dei Migliori Album Italiani del 2021

E dopo la classifica dei migliori album internazionali del 2021, arrivo finalmente a dedicare spazio anche ai migliori lavori discografici di casa nostra, che mai come quest’anno ho ritenuto di alto livello, al punto da giocarsela alla pari con tanti blasonati epigoni stranieri.

Prova ne è la mia Top Ten generale (che verrà pubblicata sul sito di Indie For Bunnies, con cui collaboro da diversi anni), dove sono presenti in egual misura nomi internazionali e italiani.

Mi sembrava doveroso però allargare la lista a una ventina di album almeno, proprio per la grande varietà e qualità delle tante proposte uscite nel 2021 e che ho avuto modo (e il piacere) di ascoltare e in diversi casi anche di recensire e di scriverne in modo approfondito.

Se siete lettori abituali di questo mio blog quindi non vi troverete sorpresi nel leggere nella stessa classifica nomi anche molto differenti tra loro, per storia, stile musicale e attitudine, ma d’altronde è vasta la mia gamma di ascolti, così come sono diverse le mie passioni musicali, che vanno dalla canzone d’autore (e di dischi meritevoli ne sono usciti parecchi in tal senso, parlo a ragione figurando ad esempio tra i giurati del Premio Tenco), all’indie rock, dal pop al folk (antico amore) alla musica world.

Jacopo Incani (alias IOSONOUNCANE) alza notevolmente l’asticella della sua proposta musicale con un album di livello assoluto, che non teme confronti con le migliori produzioni estere – Credit foto: Silvia Cesari

Capirete quindi come sia piuttosto complicato ogni anno mettersi a stilare queste graduatorie, laddove tra l’altro la musica non dovrebbe essere percepita alla stregua di un torneo, ma alla fine quello delle classifiche è un “giochino” che gli appassionati di musica (non solo quindi gli addetti ai lavori) amano e dal quale è difficile sottrarsi. E serve, questo lo dico specialmente da critico, anche per fare mente locale su una intera stagione artistica, al fine di provare a storicizzarla o per lo meno per mettere ordine alle molteplici pubblicazioni che, a cascata, ci giungono ogni anno con una velocità e un impeto tali da rendere, nel mio caso, necessario, questo tipo di operazione di recupero.

Ecco quindi, di seguito, una panoramica su quelli che sono stati i miei titoli preferiti di questi ultimi dodici mesi…

TOP 10 ALBUM ITALIANI DEL 2021:

1 – IOSONOUNCANE Ira

2 – GRAND DRIFTER Only Child

3 – ANDREA CHIMENTI Il deserto La notte Il mare

4 – VASCO BRONDI Paesaggio dopo la battaglia

5 – CRISTINA DONA’ deSidera

6 – OLDEN Cuore nero

7 – GIANLUCA SECCO DanzaFerma

8 – ERICA BOSCHIERO Respira

9 – CARMEN CONSOLI Volevo fare la rockstar

10 – PATRIZIO TRAMPETTI ‘O Sud è fesso

+ ALTRI 10 ALBUM (in ordine casuale)…

ALESSIA TONDO – Sita

GIULIO WILSON – Storie vere tra alberi e gatti

ALESSANDRO D’ALESSANDRO – Canzoni (per organetto preparato & elettronica)

AMERIGO VERARDI – Un sogno di Maila

FRANZONI – ZAMBONI – La Signora Marron

AIAZZI/MAROCCOLO – Mephisto Ballad

PINHDAR – Parallel

MANNARINO – V

MARCO SONAGLIA – Ballate dalla grande recessione

CISCO – Canzoni dalla soffitta

La mia classifica dei 20 Migliori Album Internazionali del 2021

Puntuale come sempre, giunge in dirittura di questo 2021 la mia classifica dei migliori album internazionali dell’anno!

Non è stato semplice stilare una graduatoria precisa, nonostante almeno i primi 4 posti fossero ben delineati nella mia mente, ma per il resto molti titoli si sono affacciati nei piani alti dei miei ascolti, connotando di volta in volta uno stato d’animo e il mio momento generale, finendo così per farne da ideale colonna sonora.

Il cantautore inglese Sam Fender si è confermato alla grande dopo il boom dell’esordio – Credit foto: Jack Whitefield

Al solito, leggendo uno dietro l’altro i 20 dischi alla fine indicati, ne esce un quadro piuttosto variopinto, a significare che mai come in questo periodo storico la musica è assai fluida ed eterogenea, laddove non esistono più steccati definiti, confini invalicabili o le cosiddette “scene”: tutto ciò si traduce in ascolti che, pur tenendo conto ovviamente del gusto personale e delle mie inclinazioni verso alcuni generi o sonorità, sono anche piuttosto differenti, volendo accostare nomi che possono arrivare dal pop come dal rock, dall’indie al folk, con qualche spruzzatina di elettronica qua e là, senza dimenticare i songwriters.

Insomma, alla fine della fiera, e tenendo conto delle decine e decine di album che giocoforza ho dovuto tralasciare per non rendere la lista sin troppo dispersiva, ecco qui di seguito la mia

TOP 10 ALBUM INTERNAZIONALI DEL 2021:

1 – SAM FENDER Seventeen Going Under

2 – DRY CLEANING New Long Leg

3 – DEL AMITRI Fatal Mistakes

4 – JULIEN BAKER Little Oblivions

5 – TULSA  Ese éxtasis

6 – BLACK COUNTRY, NEW ROAD For the First Time

7 – SNAIL MAIL Valentine

8 – WOLF ALICE Blue Weekend

9 – THE UMBRELLAS The Umbrellas

10 – THE GOON SAX Mirror II

+ ALTRI 10 ALBUM (in ordine casuale)…

MANCHESTER ORCHESTRA – The Million Masks of God

LITTLE SIMZ – Sometimes I Might Be Introvert

THE CONNELLS – Steadman’s Wake

JOANA SERRAT – Hardcore from the Heart

CURTIS HARDING – If Words Were Flowers

COLLEEN GREEN – Cool

DESPERATE JOURNALIST – Maximum Sorrow!

EX:RE – Ex: Re with 12 Ensemble

CLOUD NOTHINGS – The Shadow I Remember

JOAN AS POLICE WOMAN – The Solution Is Restless

Festival di Sanremo 2022: primi commenti sul cast in gara

Amadeus non più tardi di tre giorni fa ha rotto gli indugi – in anticipo sulla tabella di marcia -, annunciando il cast dei partecipanti in gara al prossimo Sanremo, previsto da martedì 1 a sabato 5 Febbraio 2022.

Come saprete non ci sarà la sezione dedicata alle “Nuove Proposte”, ma due di esse (i vincitori di “Sanremo Giovani”, la cui finale andrà in onda il 15 Dicembre) accederanno direttamente alla categoria dei “Campioni”, per un listone unico di candidati ad aggiudicarsi la 72esima edizione del popolare Festival della canzone italiana.

Al solito su queste pagine mi piace avventurarmi in commenti (quando non proprio pronostici) sugli artisti che animeranno la celebre manifestazione canora, seguendo da vicino le singole tappe e scrivendone a latere, ad eccezione dell’anno scorso quando in realtà non mi fu possibile tenere questa sorta di diario, divenuto nel tempo quasi un appuntamento fisso per i lettori del blog.

Per adesso comunque mi limiterò a spendere poche parole sui singoli cantanti in gara, condividendo con voi le mie prime impressioni su un roster che, da più parti, ho già sentito definire particolarmente “forte” e “ricco” nella qualità degli interpreti.

Se qualcuno mi ha seguito sul web, saprà che con l’amico e noto sanremologo Carlo Calabrò ci siamo sbizzarriti (e divertiti) a rispondere alle sollecitazioni di Luca Valerio, che da anni si occupa del Festival. Tutti e tre in tempi non sospetti ci eravamo adoperati nell’ipotizzare degli elenchi credibili (oltre che, dal nostro punto di vista, ovviamente auspicabili!) di nomi in lizza per la prossima edizione del Festival.

Oserei dire che in più di un caso ci siamo rivelati piuttosto lungimiranti, avendo previsto in effetti vari candidati poi ammessi, ma occorre evidenziare che il buon Amadeus, deus ex machina (lo suggerisce il nome stesso!) della prestigiosa rassegna, ha sparigliato oltremodo le carte, sorprendendoci sia con alcune scelte, che con le relative rinunce (visto che ne mancano diversi tra i nomi “spifferati” alla vigilia).

Prima di vedere nel dettaglio quindi il cast ufficiale di Sanremo 2022, devo ammettere che, dopo un primo bagliore di entusiasmo, non sono del tutto convinto della composizione della rosa: a mio avviso il Nostro ha voluto chiudere con un’edizione un po’ più rassicurante rispetto alle due precedenti (e in particolare rispetto all’ultima, quella sì densa di nomi poco noti alle vaste platee della prima tv di Stato).

E’ piuttosto infoltita la casella destinata ai “classici”, con ben quattro esponenti (anche se una, Rettore, dividerà in realtà il microfono e la scena con Ditonellapiaga, vale a dire una della nuove leve più in rampa di lancio); viaggiano bene anche le quota rosa (con pezzi da novanta come Elisa, ma non solo); la quota talent è assolutamente ben rappresentata da quel Sangiovanni tanto in auge dopo il successo di “Amici” e il conseguente boom del suo disco d’esordio, così come quella trap/indie, ma l’elenco è assolutamente carente in fatto di rock (a discapito di un presunto ritorno delle chitarre dopo la clamorosa affermazione dei Maneskin, vincitori dell’ultima edizione e autentici assi pigliatutto della stagione in corso) e di cantautori (seppure siano rappresentati dal validissimo Giovanni Truppi).

Insomma, tirando le somme, mi soddisfa a metà il cartellone alla fine delineato, fermo restando che a contare saranno poi come sempre le canzoni, che – scevro da pregiudizi – andrò ad ascoltare e giudicare, al fine di scrivere un report il più possibile affidabile (oltre che obiettivo).

Intanto, però, come premesso, ecco un mio primo commento su tutti i 22 artisti confermati in gara, che si esibiranno dal mitico Teatro Ariston:

  • ACHILLE LAURO – non me ne voglia il trasformista romano (nato a Verona, nella mia città) ma alla sua terza partecipazione (quarta se ci aggiungiamo quella della passata edizione, in veste addirittura di super-ospite) è lecito attendersi qualcosa di più sostanzioso, che vada oltre il personaggio che è riuscito in modo sublime a cucirsi addosso. Non ho grandi aspettative al riguardo, mi basterebbe ci fosse da parte sua un po’ meno trucco e parrucco, e più attenzione mirata alla proposta musicale.
  • MICHELE BRAVI – ne ha fatta di strada dai tempi di “X Factor”, dove si impose giovanissimo ma ancora alla ricerca di una propria identità artistica. Quel tempo sembra essere arrivato, non dopo aver passato varie traversie, e già in precedenza non era dispiaciuto da queste parti, quando portò l’intensa “Il diario degli errori”. Potrebbe fungere da valido outsider, in lizza – perchè no? – per il podio.
  • IVA ZANICCHI – il primo nome che potremo ascrivere alla fittizia (per fortuna, speriamo non torni più in auge la divisione dei tempi di Paolo Bonolis e Giorgio Panariello) categoria dei “classici” è una vera habitué della rassegna, con ben dieci partecipazioni (di cui tre coronate da vittorie), anche se l’ultima risale al 2009. Diciamo la verità, per quanto la Zanicchi abbia segnato con la sua voce la storia della manifestazione, è da un po’ che non la vediamo impegnata in queste vesti, lei diventata negli anni notissima anche come personaggio televisivo. A dir la verità sembrava ormai lontana dalle scene già nel 1996, quando io appena diciannovenne partecipai come concorrente al suo quiz “Ok, il prezzo è giusto”, ma in realtà la cosa che non ha mai smesso di fare bene è proprio cantare, quindi non è detto che non possa stupirci anche alla veneranda età di 82 anni (li compirà a gennaio, poco meno di un mese prima dell’inizio del Festival).
  • RKOMI – lui invece rappresenta decisamente la fetta di ascoltatori più giovani, quella cresciuta con la trap, di cui è a ragion veduta un esponente di spicco. Potrebbe puntare su una canzone del suo versante melodico, ma non è detto che invece non voglia rimanere fedele a se’ stesso, portando sul palco un brano di quelli potenti a livello narrativo e stilistico.
  • FABRIZIO MORO – cosa aspettarsi da uno che in carriera ha già messo il suo sigillo vincente sia tra le “Nuove Proposte” che tra i “Campioni” (seppur in coppia con Ermal Meta)? Senza tener conto delle altre volte in cui si è presentato in gara, cercando di sfruttare soprattutto la sua vena malinconica per mezzo di intense ballate, piuttosto che far emergere la parte più pungente e rabbiosa. Insomma, non mi aspetto grandi sorprese da parte sua, conscio che una “Pensa” probabilmente nasce una volta sola, ma Fabrizio Moro è artista capace di scrivere ottimi brani, adatti al contesto, e sa sempre coinvolgere le platee.
  • IRAMA – credo che la sua reiterata presenza – già la terza dal 2019, cui va sommata l’esperienza tra le “Nuove Proposte” nel 2016 (prima di farsi un nome ad “Amici” di Maria De Filippi) – sia più un tentativo di risarcimento del direttore artistico Amadeus nei suoi confronti (un po’ come successo a Bugo per altri motivi), considerato che nella precedente edizione non si era mai esibito dal vivo durante le serate festivaliere, poichè fermato dal Covid. A me, dico la verità, non aveva convinto del tutto con “La genesi del tuo colore” (mi era piaciuto di più in precedenza con “La ragazza con il cuore di latta”, rimanendo sempre nel campo dei gusti soggettivi), ma fu in effetti molto penalizzato dalle contingenze. Ha quindi una nuova chance ravvicinata, per quanto la sua variegata produzione artistica non mi sembri molto in linea con Sanremo.
  • MAHMOOD e BLANCO – sulla carta questo connubio promette scintille, si tratta di due nomi molto in auge, che in effetti potrebbero issarsi parecchio in alto nella graduatoria sanremese, se non proprio fino alla vittoria. Il primo qui ha già sbancato con la celebre “Soldi”, provenendo direttamente da “Sanremo Giovani” (anche in quel caso non vi erano distinzioni tra “Campioni” e “Nuove Proposte”…. che il suo caso possa essere ripetuto? Mah, ho grossi dubbi al riguardo), mentre Blanco è clamorosamente emerso quest’estate e rappresenta al meglio il presente della scena pop tricolore. Teniamoli d’occhio!
  • GIUSY FERRERI – l’ex Regina di “X Factor”, ormai convertitasi ai tormentoni estivi, nelle corde ha tutto per poter esplodere anche in questo contesto, che non le ha mai portato particolarmente fortuna in occasione delle sue precedenti partecipazioni. Perchè non puntare su una canzone dai classici stilemi sanremesi, al fine di valorizzare le sue doti interpretative? Il mio auspicio è quello, anche se non sarei disposto a scommettere molto su una sua affermazione.
  • GIOVANNI TRUPPI – per il sottoscritto, che ha appena terminato su questo blog una rubrica sulla canzone d’autore italiana, il suo nome è di quelli che fanno drizzare le antenne: Giovanni Truppi è veramente uno dei migliori cantautori della sua (e della mia) generazione, con uno stile assolutamente originale e un approccio autentico, genuino, alla materia “canzone”. Non so quanto potrà essere capito e apprezzato in un simile scenario, anche se credo che la sua musica sia in realtà adatta anche a una vasta platea. So però per certo che non mi deluderà.
  • EMMA – lo ammetto, non mi aspettavo di vederla in gara, specie dopo che nella sua ultima partecipazione aveva vinto, sbaragliando la forte concorrenza di Arisa e Noemi, per uno splendido podio tutto al femminile. Era il 2012 e di acqua ne è passata sotto i ponti per Emma, che abbiamo visto tornare sul luogo del delitto (“Amici”, da dove spiccò il volo, per rientrare anni dopo in veste di direttore artistico della trasmissione serale), poi come giudice a “X Factor” e prima ancora proprio al Festival di Sanremo ad affiancare il conduttore Carlo Conti. E’ un’artista ormai matura, che non penso abbia mosso la sua candidatura solo per “partecipare”, ma piuttosto per tentare di vincere nuovamente. Non è la prima su cui punterei ma la vedo in ogni caso tra le favorite.
  • AKA 7EVEN – il suo nome lo avevo speso in tempi di sondaggi e ipotesi “sanremesi” fatti con i già citati Luca Valerio e Carlo Calabrò, e perciò non mi sono più di tanto sorpreso nel vederlo in elenco. Reduce da un discreto successo dopo l’esperienza di “Amici”, ritengo però abbia spalle ancora troppo strette per reggere una manifestazione del genere.
  • DARGEN D’AMICO – con mia grande sorpresa, invece, ecco tra i partecipanti anche colui che ha contribuito a tenere in vita il rap, rinverdendone i concetti e dandogli nuovi significati. Nel farlo è rimasto vieppiù un personaggio di culto, anche riferendosi a quel macro mondo musicale, senza godere mai di riscontri dall’universo mainstream. A onor del vero la sua proposta è da sempre molto variegata, cosìcchè mi viene difficile immaginare su quale versante artistico si cimenterà sul palco dell’Ariston. Potrebbe rivelarsi una vera sorpresa per il pubblico generalista.
  • GIANNI MORANDI – cosa si potrebbe aggiungere sul “Gianni nazionale” che non sia già stato detto? Si sa che porterà un brano nato dalla fruttifera collaborazione con l’amico Jovanotti, e che è, oggi come non mai, tra i cantanti più amati in assoluto, grazie anche a un modo assolutamente spontaneo e naturale di rapportarsi con i suoi fans di tutte le età per mezzo dei social network. Mi aspetto da lui, “eterno giovane della canzone italiana” un brano brioso e vivace, intriso di good vibrations.
  • DITONELLAPIAGA e RETTORE – desta non poca curiosità la coppia sanremese formata dalla giovane Margherita Carducci (alias Ditonellapiaga) e la sempreverde Donatella Rettore, di recente finita pure sulla copertina dell’ultimo numero del mensile Vinile (per cui collaboro). Due mondi diversi eppure con delle specifiche similitudini, che incontrandosi potrebbero dar vita davvero a qualcosa di insolito ma estremamente affascinante. Da seguire con attenzione.
  • ELISA – sarà quasi scontato affermarlo, ma per me sarà proprio la talentuosa artista friulana a potersi giocarsi la carta vincente, a distanza da più di vent’anni dalla sua unica apparizione qui in Riviera, dove fece saltare il banco con la splendida “Luce (tramonti a nord-est)”. All’epoca Elisa era ancora una mosca bianca nel panorama musicale italiano, e per lo più si esprimeva (ottimamente) in inglese, degna epigona di tante rockstar internazionali che si stavano affermando negli anni novanta (dalla Morissette a Sheryl Crow e altre ancora). Nel frattempo la Nostra ha saputo magistralmente evolversi, diventando una vera big della canzone nostrana. E’ lei, sì, la mia favorita assoluta per la vittoria finale.
  • NOEMI – dico la verità: posso anche apprezzare la rossa romana Veronica Scopelliti (in arte Noemi) per tutta una seria di motivi: il suo gusto pop, la sua attitudine, la sua voce graffiante ed espressiva, ma credo non avesse bisogno di un’ulteriore vetrina festivaliera, lei che nemmeno un anno fa era scesa di nuovo sul campo di battaglia con “Glicine”, canzone certamente carina e orecchiabile ma allo stesso tempo piuttosto leggerina. Credo che lei abbia le potenzialità per ambire a qualcosa di più, nonostante appunto l’assestamento da un bel po’ di tempo a questa parte su un certo easy-listening. Magari però ha la super canzone in canna ed è pronta quindi a smentirmi. Me lo auguro, altrimenti rischia di diventare con largo anticipo sui tempi una sorta di prezzemolino della competizione.
  • HIGHSNOB e HU – altro duo inconsueto, oltre che tutto da scoprire, in gara tra i “Campioni”, loro che in teoria sembrano non possedere ancora i galloni da titolare ma tant’è: il padrone di casa Amadeus ci ha abituati nella sua gestione a inserimenti che possono sembrare quanto meno forzati. Se l’istrionica Hu ha già, se non altro, sfiorato la partecipazione tra le “Nuove Proposte” un anno fa, venendo eliminata dalle selezioni di “AmaSanremo” ma destando comunque un discreto interesse, per il rapper campano Michele Matera (alias Highsnob) l’occasione del Festival pare assai propizia per allargare il suo pubblico, mettendosi veramente in gioco.
  • LE VIBRAZIONIFrancesco Sarcina e compagnia ci riprovano a Sanremo a distanza di poco tempo: era il 2020 quando presentarono la cadenzata “Dov’è”, con la quale arrivarono quarti dopo un effimero exploit iniziale. Navigati musicisti, a proprio agio sia con i lenti che con i brani più aderenti a un ruvido pop rock, non avendo più nulla da dimostrare potrebbero giocarsi bene questa nuova chance sanremese, senza troppe pressioni.
  • SANGIOVANNI – ecco, non dico che tali pressioni le dovrà sentire il giovanissimo Giovanni Pietro Damian (classe 2003, conosciuto con il moniker Sangiovanni), ma certamente tanti fari saranno puntati proprio su di lui, dopo i grandi consensi ottenuti dapprima ad “Amici” e in seguito con una bella sfilza di singoli in serie, su tutti l’estiva “Malibù”. Amico della rivelazione della passata edizione Madame, con la quale ha di recente duettato, partirà senz’altro col pieno supporto della fascia d’età più giovane degli spettatori, ma il Festival di Sanremo può dagli modo di ampliare ulteriormente la sua fan base. Mi aspetto una buona performance da parte sua, anche perchè dovesse fare flop, rischierebbe di finire superato da quegli stessi cantanti emergenti che in questo momento stanno sgomitando nella scuola di “Amici”.
  • MASSIMO RANIERI – dal più giovane in gara a un vero veterano, qual è Massimo Ranieri, sorpresissima di Amadeus lanciata come una bomba. Più dei suoi colleghi d’antan, secondo me è lui che potrebbe a ragione insediarsi tra i favoriti, perchè credo che molto difficilmente porterà sul palco una canzonetta… e quando lui decide di “spingere”, sa ancora emozionare come pochi.
  • LA RAPPRESENTANTE DI LISTA – gruppo che seguo dal suo principio, nella passata edizione furono tra i nomi “nuovi” che maggiormente riuscirono a far parlare di se’, grazie a un brano di indubbio appeal. Assolto benone il compito, l’ensemble incentrato su Dario Mangiaracina e la carismatica Veronica Lucchesi deve ora non solo confermare le buone impressioni destate un anno fa, ma pure provare a migliorarsi, osando di più, portando quindi in gara una canzone davvero “forte”. Le potenzialità per fare bene e continuare a stupire sono enormi, li vedo bene in zona podio.
  • ANA MENA – abbiamo imparato a conoscerla soprattutto come reginetta delle hits estive, a fianco di gente come Fred De Palma e Rocco Hunt, ma in realtà il nome della bella spagnola è già stato associato una volta al Festival, quando nel 2020 duettò con Riki nella serata che andava a omaggiare quelle canzoni che hanno fatto la storia della kermesse. L’ultima cantante straniera in gara fu Lara Fabian nel 2015, il cui passaggio fu senza infamia e senza lode; da Ana Mena è lecito aspettarsi più vivacità e colore, ma pare arduo onestamente pronosticarne un grande esito.

Un’ultima nota vorrei dedicarla alle “Nuove Proposte”, categoria che, come visto, sarà saltata a piè pari nella prossima edizione di Sanremo, scelta questa per me francamente assai discutibile.

Ovvio, mi rendo conto che, da un paio d’anni a questa parte almeno, i rispettivi vincitori della categoria non hanno poi ottenuto grandi successi (alludo al figlio d’arte Leo Gassmann e al foggiano Gaudiano) ma non è detto che immettere direttamente due giovani emergenti tra i “Campioni” possa generare facilmente dei nuovi Mahmood.

Credo che bisognerebbe avere il “coraggio” di spedire tra le “Nuove Proposte” quegli artisti che magari hanno già goduto di un qualche riscontro ma che sono ancora di fatto all’inizio della carriera, come fecero un tempo i vari Alex Britti, Max Gazzè, Niccolò Fabi, Tiromancino, Paola e Chiara, Simone Cristicchi e tanti altri ancora, che seppur già in ascesa fecero prima quell’ulteriore passo, e solo in seguito furono inseriti nel cartellone dei “Campioni”.

Adesso invece basta veramente poco per fregiarsi di questo titolo, ma credo che se realisticamente negli ultimi anni fossero stati in gara tra le “Nuove Proposte” gente come Achille Lauro, i Pinguini Tattici Nucleari, Giordana Angi, il già citato Riki, Shade, Aiello, Fulminacci, Gaia, Motta o il Sangiovanni di quest’anno, sicuramente la competizione sarebbe stata più appetibile e ne avrebbe tratto giovamento. Poi per carità, chi più, chi più meno, tutti loro l’hanno portata a casa, ma insomma, ci siamo capiti.

Chiusa la parentesi polemica e terminata questa lunga carrellata di artisti, non ci resta quindi che attendere di completare il cast con i due tasselli mancanti e poi potrà iniziare finalmente il conto alla rovescia di questa (probabilmente ultima) edizione del Festival di Sanremo targata Amadeus, al quale va riconosciuto l’assoluto merito di aver ridato centralità e importanza alla storica manifestazione.

Rimanete sintonizzati su queste pagine e, ovviamente, che vinca il migliore. Almeno così dovrebbe essere sempre!

La canzone d’autore resiste#10: Patrizio Trampetti con “‘O Sud è fesso”

Quando iniziai questa rubrica, intitolata fieramente (e consapevolmente) “La canzone d’autore resiste”, si era nel mezzo di quel dibattito che puntualmente, come un orologio svizzero, si anima all’indomani dell’annuncio dei vincitori delle Targhe Tenco, riconoscimenti prestigiosi che vanno a premiare i migliori lavori suddivisi per categorie.

A dire il vero, il dibattito ha una sua prima parte nel momento in cui vengono elencati, a giugno, i nomi dei cinque finalisti in lizza per le suddette targhe, ma, insomma, ci siamo capiti: per un (seppur breve) specifico lasso di tempo, almeno nella mia bolla (si dice così vero?) non si fa altro che lanciarsi in commenti e giudizi, che spesso non si limitano a rimanere nel campo del “secondo me meritava Tizio…”, oppure “non capiscono un cavolo, come hanno fatto a far vincere Caio?”, ma vanno oltre, senza contare quelli che puntualmente arrivano a dire che è tutto già scritto e si sanno già i vincitori mesi prima…

Ormai non partecipo più a queste diatribe, ma posso almeno dire che, figurando con orgoglio tra i giurati della rassegna, ho sempre votato in totale autonomia e ho sempre scelto secondo il mio criterio, con scrupolo e passione… di presunte pressioni (che ridere!) di case discografiche e uffici stampa non ne ho mai avute.

Ma al di là di questo, e mi rendo conto che il Direttivo ci abbia messo del suo in tal senso, la discussione nei mesi precedenti riguardava più il concetto stesso di canzone d’autore, per alcuni a quanto pare ormai forma desueta di espressione… o peggio, non esiste più, non occorre fare una distinzione, cosicchè (cit.) “esistono solo due tipi di musica, quella buona e quella cattiva”, antico adagio già in uso dal buon Pino Scotto, per i più avvezzi a certe sonorità rock.

Scherzi a parte, il fatto che io abbia voluto inaugurare questa rubrica la dice lunga sul mio pensiero in merito: a mio avviso, la canzone d’autore si sarà pure rinnovata (ci mancherebbe!), si sarà contaminata ma esiste (e resiste) eccome, e con questi dieci articoli tematici ho voluto quanto meno puntare l’attenzione su determinati album che, indipendentemente dal mio ruolo di critico, mi sono piaciuti molto e che possiedono peculiarità tali da farli inserire in uno specifico filone.

Dieci sono anche pochi, per me infatti la canzone d’autore si annida felicemente in ambiti più noti della (pur pregevole) nicchia da qui ho attinto: i nomi sono quelli celebri di Samuele Bersani (che si è aggiudicato proprio la Targa per il miglior album dell’anno in assoluto), Pino Marino (pregevole il suo ultimo “Tilt”), Paolo Benvegnù, Lucio Corsi, Cristina Donà, Vasco Brondi (che ho recensito con entusiasmo sulla rivista Vinile), i più sperimentali Amerigo Verardi e Iosonouncane, ma anche Olden (che si è ripetuto a distanza di un anno con un disco altrettanto valido) e Andrea Chimenti (entrambi recensiti da me sul sito Indie For Bunnies), Emma Nolde o, perchè no?, la stessa Madame, che tra mille polemiche si è portata a casa ben due Targhe, per il miglior disco d’esordio e addirittura per la miglior canzone dell’anno con “Voce”, già presentata con grandi riscontri al Festival di Sanremo.

Tanti altri nomi li avrò pure scordati, ma il succo della questione è che la canzone d’autore fa parte del dna degli artisti italiani, ci sarà sempre qualcuno che inizierà a suonare perchè folgorato dalle opere di gente come De Andrè, Dalla, De Gregori, Mia Martini, Lolli, Guccini, Fossati, Capossela e così via: il nostro patrimonio è immenso, e i nomi citati hanno sempre avuto a che fare con una controparte “commerciale”, anch’essi insomma hanno convissuto con la musica “usa e getta”, quella più smaccatamente pop, leggera…

Le due parti si sono sempre incrociate nella storia della musica, ma ciò non ha impedito a questi “grandi” di fare la propria strada, seguendo una vera inclinazione. Per questo dico che potrebbe benissimo uscire ancora oggi un artista che volesse ambire a proporre qualcosa di diverso da quello che dice o vuole la massa: alla fine a fare la differenza è sempre la qualità, non solo ciò che è più trendy su Spotify (piattaforma che pure utilizzo molto, proprio perchè ti da’ modo di ascoltare tutta la musica che vuoi, a tutte le latitudini).

Scusate il pistolotto, non me ne voglia soprattutto il protagonista dell’ultimo scorcio di questo viaggio attraverso la canzone d’autore, ma mi sembrava giusto riaffermare un mio punto di vista, prima di arrivare al focus dell’articolo.

Last but not least, oggi finalmente mi va di dedicare qualche riga a un album che ho ascoltato con interesse, e che mi ha trasmesso molto: ogni singola parola, ogni suono, le atmosfere evocate, l’interpretazione, i tanti significati, insomma, il disco di Patrizio Trampetti ha un contenuto importante, di valore, e lo si capisce bene sin dal suo titolo, così amaramente ironico: “‘O Sud è fesso”.

Patrizio Trampetti in una foto inserita nel libretto del suo cd “‘O Sud è fesso”

Anch’esso in lizza per una Targa Tenco (nella fantastica categoria degli “album in dialetto”), bisogna ammettere che aveva i numeri e le qualità per ambire pure al bersaglio grosso, essendo il suo tra i migliori lavori pubblicati quest’anno.

Non ha vinto ma la concorrenza era davvero agguerrita, e credo nessuno possa in fondo sindacare sull’affermazione dei Fratelli Mancuso (di cui scrissi in tempi non sospetti su questo blog), autori di un album meravigliosamente suggestivo.

Di tutt’altra indole musicale appare il suo “‘O Sud è fesso”, che mostra come detto un equilibrio perfetto delle parti: parole, musiche, strumentazione, arrangiamenti, ospiti a collaborare, tematiche, rimandi, atmosfere.

L’artista napoletano aveva davvero molto da dire, diverse erano le storie chiuse nel cassetto (alcuni episodi risalgono veramente a tanti anni prima, vedremo poi nel dettaglio) che necessitavano di prendere vita e di essere divulgate, perchè la bellezza in fondo non ha una scadenza, e allora ben venga che proprio nel 2021, in un periodo che ricorderemo per sempre, Trampetti ci abbia fatto dono di questo piccolo scrigno di gioielli.

L’introduzione mette subito in chiaro quale sarà il tenore dell’opera: “Villaggio Vomero” fotografa già uno specifico spicchio di quel Sud evocato nel titolo, e il brano (recitato magistralmente da Gianfelice Imparato e Angelica Ippolito) è paradigmatico dell’ambivalenza insita nella città di Napoli, stupenda anche con le sue contraddizioni: “Non mi piace più questa città…veramente non mi è mai piaciuta…e tanto non mi piace che a volte…mi piace tanto per un niente!”.

Segue la magnifica title track, dall’apparato rock, grazie a una produzione mirata di Jennà Romano (già con i Letti Sfatti), il quale ha il merito di rinvigorire e dare nuova linfa al sound, con inserti chitarristici preziosi e una collaborazione che si estende in generale anche in fase di scrittura e composizione.

Il singolo è corredato inoltre da un videoclip che assomiglia a un piccolo film, girato da ADC Produzioni per la regia di Lorenzo Cammisa, con protagonisti, oltre allo stesso Trampetti, le splendide Rosalia Porcaro e Gina Amarante.

Proseguendo ci si imbatte nella briosa “L’ora da cuntrora”, tra i pezzi più caleidoscopici e coinvolgenti, grazie anche all’apporto di Ambrogio Sparagna.

L’atmosfera cambia radicalmente con “Canzone ‘e niente”, una di quelle tracce realizzate molti anni prima, visto che un suo provino era stato realizzato da Trampetti addirittura nel 1983 e presentato a Pino Daniele, in previsione di una collaborazione con la Nuova Compagnia di Canto Popolare (dove all’epoca il Nostro ancora militava) allora in cerca di rilancio. Non se ne fece nulla ma finalmente il brano ha visto la luce, e in effetti il suo andamento, lo stile melodico e struggente, può ricordare quello del compianto cantautore che ci ha lasciati poco meno di sette anni fa.

E a proposito della vecchia band di Trampetti, la storica sigla dei NCCP si intreccia nuovamente con il suo presente, grazie alla partecipazione dell’inconfondibile voce di Fausta Vetere, che con lui duetta nell’intensa “Ammore”.

Prima ancora però l’autore ci aveva stupito con una canzone assai toccante, ispirata, di quelle che fanno respirare l’aria buona e che trasudano amore e rispetto per la tradizione. E’ bellissima la genesi di “‘O mare”, che Trampetti e il sodale Romano hanno realizzato insieme ai ragazzi di un centro di riabilitazione mentale. Il gruppo Meglio Insieme è intervenuto attivamente e ne è uscita una canzone che mostra una volta di più come l’incontro tra due realtà diverse può dar vita a qualcosa di unico e straordinario, con la musica che può veramente essere terapeutica.

Un’altra interessante collaborazione è quella con Giovanni Sorvillo, leader dei Tiempo Antico nella raffinata “Chiove”, dai toni jazz; su coordinate stilistiche simili si muove “Senza passione”, anche se rivestita di un arrangiamento più versatile, che ci proietta nei favolosi sixties.

Con le rimanenti ultime due tracce, il cantautore napoletano si congeda all’insegna di un intimismo sofferto ma non dimesso, dove in primo piano finiscono giocoforza le emozioni primordiali, quelle connaturate che non si possono più contenere, a iniziare dalla crepuscolare “E’ tardi”.

L’atto finale invece è appannaggio di “Lacreme”, commovente brano che si rifà ad alcuni passaggi delle lettere di condannati della Resistenza, interpretate da Sandro Ruotolo: è un episodio emblematico del disco, che ne conferma una volta di più il grande spessore e il peso specifico in una stagione in cui la canzone d’autore, riallacciandomi alla mia lunga introduzione, ha ancora una sua importante ragion d’essere.

La canzone d’autore resiste#9: Giancarlo Frigieri con “Sant’Elena”

Il nome di Giancarlo Frigieri potrà dire poco in ambito mainstream ma al contrario è ben noto per chi invece la musica ama scovarla nel sottobosco underground, popolatissimo da artisti che, come lui, continuano a percorrere una strada personale, autentica e lontana da certi clamori e strombazzamenti.

Il cantautore sassolese è stimato e rispettato da sempre nell’ambiente alternativo, ma sarebbe il caso che qualcun altro si approcciasse alle sue canzoni e ai suoi dischi, sicuro che ci sarebbe da rimaner stupiti davanti a tanta maestria e qualità, distribuite senza mezzi termini nei numerosi lavori disseminati lungo una carriera che si dipana fiera e sicura da più di trent’anni a questa parte, se consideriamo le embrionali esperienze con band come Love Flower e i più celebri Julie’s Haircut (dove suonava la batteria nella primissima fase del gruppo).

Fu però a capo dei Joe Leaman che Frigieri iniziò a mettersi in luce, fungendovi da leader e factotum musicale, impegnato finalmente anche alla voce, oltre che come autore e compositore.

I riferimenti a certi songwriters d’Oltreoceano erano ben riconoscibili, ma allo stesso tempo era evidente anche il desiderio di veicolare qualcosa di indubbiamente più vicino al proprio mondo.

La scelta di esprimersi con la lingua del Belpaese ha contribuito mirabilmente a far emergere una scrittura suggestiva, ricca, dai risvolti narrativi e piegata alla bisogna su temi più prettamente esistenziali.

Nel suo vasto catalogo, dove non si contano gli incidenti di percorso e anzi abbondano i momenti di gran pregio (pensiamo ad album come “I sonnambuli” o “Troppo tardi”), ha saputo maneggiare la materia, declinandola via via in una forma di canzone d’autore dagli echi folk e classicheggianti, con la chitarra sempre fedele compagna di viaggio e un’attenzione crescente alle parole.

Foto tratta dal sito di New Model Label, etichetta con cui è uscito anche l’album “Sant’Elena”

Frigieri infatti sembra proprio “vivere” le proprie canzoni, riesce a trasmetterci le emozioni che le hanno guidate fino alla loro pubblicazione e non si limita mai a banalizzare i concetti, seppur vi sia una chiave di lettura spesso comune fra i suoi lavori, o meglio, un humus culturale e sociale su cui intessere storie che attingono il più delle volte da una sfera privata o per lo meno vicina, con l’Emilia Romagna a farne da sfondo. Una Terra da sempre vivace, caleidoscopica, e capace di coltivare i suoi talenti, ispirandone l’apparato artistico.

“Sant’Elena”, pubblicato nella prima parte nel 2021, diventa specchio fedele del suo autore e, pur arrivando per ultimo, sembra adattissimo a segnare le coordinate di un intero percorso, discostandosi stilisticamente in maniera piuttosto netta dal precedente, altrettanto riuscito, “I ferri del mestiere”, votato a un solido cantautorato rock.

Sono infatti qui inserite sedici tracce che racchiudono tante tappe di una vicenda che si corrobora di uscita in uscita, e che delineano con sempre maggior chiarezza il suo valore, che si innalza laddove sente l’esigenza di descrivere i fatti della sfera quotidiana, la cosiddetta poetica delle piccole cose, che però stavolta viene spesso adoperata anche per episodi dal più ampio respiro.

Basta mettersi all’ascolto della magnifica title track, che si dispiega per oltre nove minuti di intenso lirismo: un brano che diventa emblematico biglietto da visita dell’intera opera, e ne delinea irrimediabilmente il mood, inchiodando all’ascolto.

In “Quattro chiacchiere” ci imbattiamo nel primo ritratto della raccolta, quello di una giovane donna dall’animo gentile: la dolcezza della composizione è resa bene dai suoni rassicuranti della chitarra acustica e dell’armonica, altro strumento principe del Nostro; diversa atmosfera si respira nella calligrafica “Un’altra settimana (Bruna)”, dai risvolti drammatici.

Vien da dire però che anche i momenti più cupi e ispidi non vengono mai enfatizzati, permettendo alla narrazione di mantenere una sua omogeneità e compattezza, sia che si raccontino storie di speranze e realistiche consapevolezze (in “41042”, il c.a.p. di Fiorano Modenese, paese del protagonista del brano, o in una “Franco destino” di gucciniana memoria), sia che in primo piano ci vada la terra d’elezione, quell’Emilia Romagna, come detto, cartolina vivente nella quale inserire di volta in volta virtù e contraddizioni (vedi “L’onesto spettatore” o “Paesi Bassi”).

Giancarlo Frigieri sembra essersi svuotato in questo disco, lasciandoci in dote alcuni dei gioielli più splendenti della sua collezione (come “Lontano”, “La curva del risentimento”, degna del miglior Claudio Lolli, o una “Manzoni”, che col suo lieve candore arriva finanche a commuovere), e per una volta vorrei evitare anch’io di cadere nei paragoni, per quanto mi sia venuto spontaneo farlo anche in quest’articolo.

Più che altro, quelli che assurgono a modelli di riferimento, su tutti Bob Dylan, hanno certamente contribuito a tracciare un confine nel suo percorso, assecondandone l’indole di cantautore, ma poi Frigieri si è costruito mattone su mattone un repertorio solido e credibile, mostrando uno stile che lo distingue nel panorama tricolore odierno, essendo tutto suo, peculiare ed estremamente affascinante.

La canzone d’autore resiste#8: Renanera con “Terra da cammenà”

Ammetto candidamente di amare la musica che contiene una matrice folk, popolare, sia per quanto concerne dei testi ricchi di storie e significati differenti, sia per le musiche suggestive, coinvolgenti, calde e profonde che li caratterizzano.

Spesso gli artisti che scelgono questa strada musicale, decidono al contempo di comunicarci la propria arte e il proprio messaggio attingendo a piene mani ai dialetti locali e regionali, a mio avviso un valore aggiunto, considerato l’immenso patrimonio artistico che contraddistingue la nostra Penisola nella sua interezza.

E sono poi le commistioni stesse che avvengono tra parole espresse in dialetto e l’italiano (e altre lingue), a dare vita a qualcosa di particolarmente evocativo e originale; medesimo incanto che si ottiene quando a sonorità classiche, tradizionali e per lo più acustiche, si mescolano sagacemente quelle dal tocco più moderno, contemporaneo, il più delle volte affidandosi alle molteplici possibilità date dalle tastiere e dai computer, esplorando i quali si può scoperchiare un mondo fatto di suoni, rimandi, ritmi e vibrazioni.

Autentici maestri a fondere antico e moderno, cultura e ricerca, tradizione e contemporaneità, sono i Renanera, duo che affonda le proprie radici in Basilicata, Terra eletta dove operano, sperimentano e coltivano la loro passione Unaderosa (alias Concetta De Rosa) e Antonio Deodati.

Antonio Deodati e Unaderosa dei Renanera – foto dalla pagina Facebook del gruppo

Sono loro la forza motrice del gruppo, il cuore da cui partono idee e ambizioni, dove il progetto si fa vivido e pulsante, affinato da una sinergia tanto vincente quanto naturale (i due sono una coppia anche nella vita) che fa sì che ogni singolo pezzo di questo mosaico chiamato “Terra da cammenà” sia assolutamente autentico e “sentito”.

La voglia di raccontare i luoghi, i miti, le leggende, i desideri e la quotidianità della Lucania è sempre stata presente nella loro vicenda artistica ma si è, in questa ultima fatica realizzata ormai più di un anno fa, rinnovata e rinsaldata.

Il risultato è stato poi tradotto in diciotto emozionanti episodi, che si fanno apprezzare presi anche singolarmente, ma che vanno considerati meglio nell’insieme, perchè tutti concorrono in egual misura a renderci mirabilmente il senso di quello che, senza timore di smentita, possiamo definire un vero concept-album.

La Basilicata traspare infatti in tutta la sua bellezza e fiera dignità, tra personaggi ed eventi che meritano di essere ricordati e tramandati, luoghi dell’anima e luoghi fisici a testimoniarne l’unicità, consapevolezze e contraddizioni, credenze a cui aggrapparsi e altre da rifuggire, la ragione che impone di rimanere ancorati alla terra e l’amore che permette invece di sognare e sospirare.

Tanti sono i temi, innumerevoli gli spunti, che per condensarli nel migliore dei modi non “bastava” la forma canzone – che pure è innalzata spesso e volentieri su livelli d’eccellenza -, cosicché i Renanera hanno voluto regalarci qualcosa di più, e “Terra da cammenà” è diventato alla fine un lavoro assai ricco e completo, la cui narrazione è corredata da un album-libro (di ben 104 pagine) fatto di immagini, con le splendide foto di Francesco La Centra e di Federico Cataldi, anche regista della docu-fiction “Voci di una terra: Basilicata” (andato in onda su Rai Storia), e di parole, ad opera principalmente di Unaderosa, che possiamo definire la vera anima del gruppo, autrice di tutti i testi, oltre dei prologhi delle canzoni.

Il book è impreziosito inoltre dalla prefazione di Antonio G. D’Errico, un’introduzione di Pierpaolo Grezzi, la postfazione di Yvette Merchand e da un interessantissimo Alfabeto dei Dialetti Lucani (A.D.L., elaborato dalla professoressa Patrizia Del Puente, ricercatrice del dipartimento di Dialettologia dell’Università della Basilicata), molto utile perchè le canzoni sono tutte scritte e interpretate come detto in dialetto.

Uno sforzo immane, quindi, reso possibile da “Brigante Editori”, con sede a Lagonegro (PZ), che e pure il luogo di nascita di Antonio Deodati, il quale oltre ad averne curato la produzione con la moglie, si è occupato degli arrangiamenti, a mio avviso uno dei punti di forza dell’intero lavoro.

questo è il link al libro sfogliabile http://www.renanera.it/album_terradacammena.html?fbclid=IwAR3vWGevEQV2NZF2JwP0iDG7wpVwsBePvSm0MGUWDdjUbU8q50Bc3XuKCtc

Venendo agli aspetti prettamente musicali, è evidente come ad emergere sia un apparato world davvero ispirato e multiforme, che risulta essere adattissimo, con i suoi caleidoscopici inserti elettronici, a rivestire brani cui pensa poi l’evocativa ed espressiva voce di Unaderosa a conferire di volta in volta solennità, mistero e fascino.

Musica elettronica ma non solo, se è vero che Deodati e gli altri musicisti intervenuti a collaborare (il già citato Pierpaolo Grezzi, Alberto Oriolo, Massimo Catalano, Gaetano Stigliano, Pierangelo Camodeca, Roberto Tempone, Federico Celano e Roberto Palladino) sono stati impegnati a suonare anche chitarre, mandolino, violino, flauto, fisarmonica, percussioni, oltre che vari tipici strumenti etnici.

Ne deriva, insomma, un connubio intrigante di mondi musicali diversi, legati però in maniera indissolubile fra loro a plasmare un mood cangiante ma invero rappresentativo in toto dell’animo dei suoi autori.

La title-track ha il compito di accompagnarci in questo lungo viaggio caratterizzato da diciotto tappe, ed è paradigmatica dell’essenza della Basilicata, terra che può solo essere “camminata” – magari in modo lento e circospetto – per farsi infine trovare; più vivace la successiva “Croce e corna”, dove vengono cantate le tante sfaccettature delle credenze meridionali, mentre con “Arriva arriva” ci imbattiamo nel primo piccolo capolavoro del disco, in un brano ispirato a un’antica preghiera a San Biagio.

“Diceme sì” è un’altra canzone che non può lasciare indifferenti, col suo carico di pathos dato dal Coro Vjeshi i Shën Paljit: l’amore che si canta in tutte le lingue del mondo, in questo caso l’antica lingua Arbëreshë, retaggio culturale dell’insediamento albanese di cinque secoli prima.

L’amore rimane protagonista assoluto anche nella struggente “Senza filtri nè magia”, ballata intrisa di misticismo, e sfocia in un emblematico pezzo identitario come “‘A voce e sti briganti”, forte di un ritornello ficcante e carico di significati: “Simmë diavëlë e ssimmë santë, simme a vosë ‘e tuttë quantë, Simmë diavëlë e ssimmë santë, simme a vosë ‘e sti bbrigante, Simmë diavëlë e ssimmë santë, simme a vose ‘e tuttë quantë , Simmë diavëlë e ssimmë santë, peccatore comma’a ttantë”.

“Masciara masciarella” è una storia che, trattando di magia, affonda quindi le sue radici nell’anima più profonda del sud, che resiste e arriva ai giorni nostri; stessa valenza etno-culturale la possiamo attribuire ad altri felici episodi, quali l’onirica ballata “Tu sì tu”, la spirituale “Nera”, dedicata alla Madonna di Viggiano, in cui spicca il canto intenso e appassionato di Unaderosa, e la placida “Acqua cheta”.

Altrove invece riaffiorano sentimenti come il rispetto e l’orgoglio, per la propria storia e per la gente che ha contribuito a scriverla, come nel caso dell’incalzante “Eran’ nove”, introdotta dal canto di Rosmy, di “L’eroe di Melfi” o di “Stupore d’o munn’”, sincera ed emozionante ode a Federico II di Svezia, Re di Sicilia e Imperatore del Sacro Romano Impero.

Colpiscono infine altri passaggi cardini dell’opera, dove i Renanera, sempre ricorrendo a musiche suggestive e sognanti e a un canto ammaliante in grado di suggellare magiche atmosfere, ci guidano, portandoci per mano, attraverso luoghi simbolo (e dell’anima) dell’amata terra lucana: da “Ponte alla luna” alla delicata “Se parti tu”, dove echeggiano i famosi Sassi di Matera, fino alla conclusiva e frenetica “Ballano i calanchi”, che segna il nostro punto d’arrivo.

E’ stato bello ragazzi avventurarsi con voi, perdersi e ritrovarsi, attraverso canzoni simili, che nobilitano il concetto stesso di questa Arte, perchè sanno non solo intrattenere e far sognare, ma anche stimolare la curiosità e la sete di conoscenza, e, cosa ancora più importante, perpetrare la memoria, intessendola nel presente. Perchè alla fine, ciò che siamo ora, i valori che ci portiamo dietro, hanno radici lontane che non devono mai essere recise.