Un Antonello Venditti memorabile per il tour celebrativo del disco capolavoro”Sotto il segno dei pesci”

Antonello Venditti ieri ha fatto tappa a Marostica, tra i colli vicentini, in questo lungo e fortunato tour celebrativo per i 40 anni (ormai compiuti l’anno scorso) di uno dei suoi dischi clou: “Sotto il segno dei pesci”.

La cornice era splendida, come gran parte di quelle scelte per l’occasione di questo tour che, in origine, doveva solo fermarsi all’Arena di Verona (a proposito di memorabili location), il pubblico pure, ma soprattutto a brillare in un cielo che fortunatamente ha tenuto a bada il pericolo pioggia, sono state le canzoni del grande cantautore romano.

Di solito, come critico, mi occupo di altro tipo di musica, più tendente al rock, tra l’altro di matrice alternativa, ma chi mi conosce è al corrente della mia passione per la musica italiana, quella con la I maiuscola. E il buon Antonello rientra di diritto tra i più grandi della storia della nostra musica, nonostante lui anche ieri regalando sinceri tributi e affettuosi ricordi dei colleghi/amici scomparsi Pino Daniele e Lucio Dalla, ne parli come se appartenessero a un’altra categoria rispetto a lui. Invece il campionato in cui da ben 47 anni si cimenta il Nostro (da quando nel 1972 uscì il suo primo album “Theorius Campus” in coabitazione con l’amico Francesco De Gregori) è lo stesso dei sopra citati, grandissimi artisti italiani, e Venditti nell’arco di questa lunghissima carriera, si è posizionato spessissimo in zona Champions League, vincendo diversi scudetti: pensiamo ai successi clamorosi di pubblico degli anni ’80 o all’affermazione piena come cantautore proprio con l’album che sta riproponendo in toto in queste date: “Sotto il segno dei pesci”.

A 70 anni belli che compiuti Venditti mostra una vitalità straordinaria, una resa artistica integra ma soprattutto una passione senza eguali: lo si capisce da molti gesti, da come si muove, da come è coinvolto in ogni singola parte del concerto, da come ama raccontare aneddoti, fatti, episodi curiosi, particolari, molto personali, dalla piena sintonia che mostra con i suoi fidati storici collaboratori sul palco… lo si percepisce chiaramente soprattutto da come interpreta, vive e ci trasmette le sue canzoni.

Non si è proprio risparmiato ieri sera, suonando per quasi 3 ore e mezza (dalle 21,30 a poco meno dell’una di notte), dando giusto risalto al disco che viaggia per i 41 anni in quest’estate 2019, il già citato “Sotto il segno dei pesci” – di cui racconta genesi e significati più profondi – e per cui chiama a raccolta la folk band romana Stradaperta (che con lui incise lo storico disco all’epoca) ma spaziando, come era nel desiderio dei numerosissimi fans accorsi da gran parte del Nord Italia, in lungo e in largo nel suo repertorio, con l’esecuzione di tantissimi classici e il ripescaggio di alcune canzoni molto datate ma che evidentemente, come da lui spiegato, hanno una valenza molto importante per la sua vita e il suo percorso.

In tutto ciò, davvero, non si assiste a cadute di tono, a momenti di stanca; l’energia, la vitalità e lo spessore rimangono elevati per tutta la durata dello show, con intermezzo simpatico del cantautore, prima di “Dalla pelle al cuore”, quando chiama sul palco delle “coraggiose” donne per aver alzato la mano alla sua domanda su chi avesse perdonato un tradimento del proprio partner. Poi si è scoperto che una di loro aveva bluffato per salire sul palco e abbracciare il suo idolo ma ormai il simpatico giochino era riuscito!

Come detto, il cantautore è andato a pescare da diversi album, non tralasciando nessuna fase della carriera. Risulta quasi pleonastico commentare ogni singolo brano, perchè ognuno avrà avuto i suoi momenti più intensi durante i vari ascolti, ognuno con un proprio vissuto ed emozioni da poter liberare in un canto liberatorio o anche semplicemente facendosi trasportare dalle note e dalle parole dei brani passati in rassegna.

Personalmente sono stati tre i miei momenti clou, se escludiamo una “Giulio Cesare” che per prima mi ha fatto salire l’effetto karaoke: il primo l’ho vissuto durante una struggente “Lilly”, in grado di commuovermi sempre; poi l’emozione è salita alle stelle nelle tre canzoni da lui eseguite da solo al piano e che hanno anticipato il set de “Sotto il segno dei pesci”, vale a dire una toccante “Compagno di scuola” (prima però si era soffermato sul significato dato al termine “compagno”, specie in quei ruggenti anni ’70), una “Ci vorrebbe un amico” dedicata a Lucio Dalla, del quale ci condivide la sua gratitudine e l’affetto sincero in un momento delicato della sua esistenza e la storica “Notte prima degli esami”, ormai evergreen della musica italiana tutta; infine ecco affiorare la pelle d’oca durante una straordinaria “Che fantastica storia è la vita”, giustamente riconosciuta come una delle poche hit rimaste dagli anni 2000 in poi.

Nota di merito, dalle parti del tripudio, per la mezz’ora finale, in cui Venditti ha sciorinato brani entrati nell’immaginario di moltissima gente di varie età – com’era composto il copioso pubblico – e di fatto “generazionali”, sia che si trattasse di temi ad ampio raggio (“Benvenuti in paradiso”, “In questo mondo di ladri”), sia che fossero le sue più celebri canzoni d’amore (è mancata giusto “Ogni volta” ma in compenso ha eseguito le immortali “Amici mai”, “Alta marea” e quella “Ricordati di me” con cui ha trionfalmente chiuso il concerto) tra migliaia di smartphone alzati.

Un tempo esistevano gli accendini, forse era più romantico allora, ma in fondo cambia poco: rimane intatta la voglia di partecipazione, di prendere qualcosa per sè che possa essere ricordato, fissato nella mente e nel cuore. E ieri di momenti indimenticabili Antonello Venditti ne ha regalati davvero parecchi a me, a mia moglie e all’intero pubblico.

(di seguito la scaletta dello show)

  1. Raggio di luna
  2. I ragazzi del Tortuga
  3. Giulio Cesare
  4. Piero e Cinzia
  5. Peppino
  6. Stella
  7. Non so dirti quando
  8. Lilly
  9. Compagni di scuola
  10. Ci vorrebbe un amico
  11. Notte prima degli esami
  12. Sotto il segno dei pesci
  13. Francesco
  14. Bomba o non bomba
  15. Chen il cinese
  16. Sara
  17. Il telegiornale
  18. Giulia
  19. L’uomo falco
  20. Dimmelo tu cos’è
  21. Dalla pelle al cuore
  22. Unica
  23. Cosa avevi in mente
  24. Che fantastica storia è la vita
  25. Amici mai
  26. Alta marea
  27. Benvenuti in paradiso
  28. In questo mondo di ladri
  29. Ricordati di me
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Ligabue – Le ragioni di un flop (?)

Da giorni in rete e, in misura minore, in tv, si discute del flop di Ligabue, impegnato nel suo “Start Tour. Le date di Bari e Pescara hanno evidenziato in effetti una penuria di spettatori (ovviamente rapportata alla folla oceanica cui il Nostro c’aveva negli anni abituati, vedi Campovolo e altro). Ma davvero basta un mezzo passo falso, una prima curva lungo un percorso costellato di successo e di vari record battuti (proprio sul versante live) per parlare di “artista finito”, “sul viale del tramonto” ecc ecc?

Per una volta quindi provo a indossare i panni dell’avvocato difensore dell’eclettico artista, proprio io che da svariati anni ho smesso di appassionarmi alle vicende artistiche del Luciano da Correggio. Ma lo faccio perchè sono rimasto colpito dall’ondata di commenti negativi sulla questione, e di giubilo dei detrattori nel vedere un insuccesso, una crepa nella sua carriera.

Da un punto di vista artistico, nessuno è immune da giudizi: tu pubblichi un disco, esponi un quadro, scrivi un libro, reciti a teatro e ti dai in qualche modo in pasto a un pubblico più o meno vasto, fatto di persone col proprio gusto ed è normale non piacere a tutti. Capita in tutti i settori in fondo, c’è gente persino che critica Messi e Cristiano Ronaldo, dei marziani nel proprio “campo d’azione”.

E in secondo ordine, nella vita di ognuno di noi ci sono alti e bassi, non solo dal punto di vista personale, ma anche professionale. E’ indubbio che Ligabue, giunto relativamente tardi al primo disco – nel ’90 quando aveva già spento la trentesima candelina – abbia attraversato quasi tre decadi a inanellare successi in serie, anche se chi ne conosce bene la storia sa che ebbe un primo stop di un’ascesa fulminante all’uscita del terzo album “Sopravvissuti e sopravviventi”. La conseguente crisi portò poi a una vera rinascita artistica, che coincise con la pubblicazione di quel “Buon compleanno Elvis” che infine lo consacrò pienamente nel mainstream.

Fu in quegli anni che il Liga dimostrò di avere forza e numeri tali da rivaleggiare, dati alla mano, con il vero rocker riconosciuto di casa nostra, il suo corregionale Vasco Rossi. E visto che i paragoni fra i due sono stati tirati in ballo più volte in questi giorni e, bene o male, succede da 25 anni a questa parte, provo anch’io a dire la mia.

In un Paese diviso come il nostro, in fondo non si aspettava altro. Dai Guelfi e Ghibellini, dalla Dc e il Pc, in Italia – come in gran parte del Mondo, giusto dirlo – ci piace dividerci, parteggiare e, in fondo, a ben vedere, i due nostri paladini musicali non potevano che essere più diversi.

Vasco, più avanti con gli anni e soprattutto con la carriera, all’inizio almeno credo non fosse “infastidito” o “spaventato” dall’avvento di un nuovo esponente del rock tricolore, ma suppongo che dalla seconda metà degli anni ’90 si sia reso conto che il tipo facesse sul serio. Tra il ’97 e il ’98 Ligabue infatti sembrava davvero baciato da grazia divina, tra un disco live mastodontico a certificarne la grandezza acquisita e il convincente debutto in serie da scrittore prima e regista poi.

Da ascoltatore un po’ distratto – cresciuto più con Vasco, pur non considerandomi un “Vaschiano” di ferro, ma estimatore anche delle genuine storie di provincia narrate dal Liga nella prima parte di carriera – sono quasi sicuro che fino agli anni ’90 in fondo le rispettive platee di ascoltatori fossero suppergiù le stesse e che chi, come me appunto, ascoltava da tempo Vasco, fosse quantomeno curioso e contento ci fosse un altro ruspante cantautore “con le chitarre”, in un periodo dominato all’epoca in classifica dalla musica leggera di un Ramazzotti o di una Pausini.

Poi però è indubbio che le “fazioni” siano cominciate a delinearsi, man mano che una rivalità, se non propria sottesa antipatia, tra i due è venuta a galla. Frecciatine a vicenda, una distanza di gusti e interessi, oltre che di vita, hanno contribuito a non farli incontrare praticamente mai.

Vasco in quel periodo era ai vertici, lo era da tempo, ma preventivamente non furono mai pubblicati nello stesso anno album inediti dell’uno e dell’altro, nè i due si sono inoltrati in importanti tour contemporaneamente. E così, eccoli negli ultimi vent’anni dividersi successi e meriti con tour sold out, concerti esauriti negli stadi, progetti estemporanei baciati da successo clamoroso (di danza nel caso di Vasco, concerti a teatro, nuovi film per Liga), e poi – se da una parte San Siro è diventata la casa ufficiale del rocker di Zocca –  ecco che Ligabue poteva rispondere riproponendo a distanza di anni l’esperimento Campovolo. Cui Vasco rispose allestendo l’imponente Modena Park.

Fin qui, tutto bene, nel proprio rassicurante (e vastissimo) orticello… fino alla recentissima differenza di successo avvenuta alle porte di quella che si preannuncia una caldissima estate.

Vasco che sta inanellando l’ennesimo clamoroso exploit, con il record di 6 date sold out allo stadio San Siro di Milano e due splendidi e sentitissimi concerti-evento in quel di Cagliari, e Ligabue che stenta a riempire stadi che fino a un paio d’anni fa erano (anche) “roba sua”.

Cosa sia successo è difficile saperlo, in teoria la fan base di Ligabue è copiosa e soprattutto fedele ma forse, a differenza di Vasco, è rimasta pressochè immutata negli anni, senza rinnovarsi (come la sua musica, verrebbe da dire in maniera sarcastica, ma in fondo è uno degli argomenti che più è venuto a galla nella shit storm di commenti sul web).

Può però bastare il fatto che Ligabue propone da tempo la stessa formula fino all’altro ieri vincente?

Ok, giunto quasi al termine della mia riflessione, è giusto specificare che non si sta parlando di uno che fatica ad arrivare alla fine del mese e che è in procinto di chiudere la carriera, ma se tanto si sta discutendo di questi concerti è proprio perchè è un fatto anomalo che un totem come lui possa vivere momenti di flessione…

Lo stesso Ligabue d’altronde ha voluto affrontare la questione, non facendone un dramma (pubblicamente) e rassicurando che i concerti, dal punto di vista della resa artistica e della qualità, sono quanto di meglio abbia mai fatto. Non ho prove per dubitarne ed è giusto che lui per primo creda nel proprio lavoro e lo sostenga ma io, da esterno, vorrei provare a dare una risposta al mio ultimo quesito (lo so, sono un po’ marzulliano in questo, mi faccio la domanda e rispondo pure!).

Credo che no, non sia una questione artistica. Chi ascolta e apprezza Ligabue, e penso la cosa valga per tutti i più accesi fan di un qualsivoglia artista, lo ascolta e sostiene comunque, anzi non si aspetta altro che non “quei soliti due accordi”, tanto criticati. Alzi la mano chi sostiene che il suo rivale Vasco abbia negli ultimi anni apportato chissà quali novità al suo consolidato stile?

Eppure Vasco ha saputo creare più empatia nell’ascoltatore, ha saputo coinvolgere di più anche l’ascoltatore distratto, finendo quasi per rivalutarsi dinnanzi ai suoi antichi detrattori. Ligabue invece, e non ne faccio una colpa ma semplicemente lo constato, ha un modo di porsi molto diverso, sia nei confronti del fan tipo, sia nei confronti dell’opinione pubblica, fino a risultare (o quanto meno sembrarlo, io di certo non lo conosco di persona) supponente, distaccato, un po’ arrogante. Dubito sia così, perchè conosco suoi ammiratori prontissimi ad affermarne l’esatto contrario.

Il mio “Ligabue preferito” era quello con la Banda, ma forse conta molto il fatto che avevo 18 anni o poco più, e che stessi crescendo con lui. Parlo per me, io ero molto coinvolto dal suo percorso, almeno fino a “Nome e cognome”, che coincise tra l’altro con un periodo molto particolare della mia vita, di grandi cambiamenti.

Da lì in poi però, se non episodicamente, non mi è più “arrivato” e difatti non ho più sentito l’esigenza di sentirlo dal vivo, come mi era capitato in passato (ricordo uno splendido concerto nella mia città, all’Arena di Verona, per il tour di “Fuori come va?”).

Avrebbe molte potenzialità ma sta pagando forse il fatto di andare sempre e solo “sul sicuro”. Magari poi il tour procederà benissimo, butterà fuori un singolo estivo (anche se ammetto di non aver sentito nessun pezzo con le stimmate del “successo” in questo deludente “Start”) e tornerà il numero 1, pronto a zittirci tutti, noi che gli stiamo facendo le pulci.

Più realisticamente però, se fossi in lui, mi prenderei una pausa e butterei il cuore oltre l’ostacolo, con un progetto davvero “personale”, in cui riversare tutto sè stesso, ispirato, vero. E’ questo che gli è un po’ mancato negli anni, la viscerale sincerità che invece appartiene al suo contraltare più volte citato nel mio pezzo.

Mi dà molto fastidio però, questo mi sento di dirlo, l’atteggiamento comune di coloro che non vedevano l’ora che avesse un intoppo per denigrarlo, insultarlo e sbeffeggiarlo. Sembra proprio ci dia fastidio se qualcuno gode di un qualche privilegio o di un riconosciuto successoc (nel suo caso meritato e corroborato da anni di carriera) e se la passa meglio di noi. Magari gente che non ne ha mai parlato, nè ha scritto nulla su di lui o a malapena ne conosce la storia, e ora scioglie le riserve e ci dice quanto a lui abbia sempre fatto schifo.

D’altronde fa sempre più notizia quando una cosa va male rispetto al contrario. Ma qui si sta parlando di un artista che ha segnato la musica italiana degli ultimi 20 anni, non certo di un fenomeno effimero pompato dai media e uscito da un talent.

Bisognerebbe, almeno per chi fa il giornalista e crede di farlo in modo serio, mettere sul piatto della bilancia tutto, non solo ciò che conviene per sostenere la propria tesi (in questo caso, il presunto flop di Ligabue): a quanto pare noto che non sempre è così.

Italia quarta ai Mondiali Under 20: le pagelle di tutti i protagonisti azzurri

E’ terminata con un quarto posto l’avventura iridata dei nostri giovani azzurri Under 20. Forse il Mondiale non era propriamente alla portata ma, in fin dei conti, quelle che erano le più accreditate alla vigilia hanno tutte steccato, a partire dall’Argentina, per finire al quotatissimo Portogallo, che c’aveva battuto un anno fa all’Europeo Under 19 (il ciclo di giocatori delle due competizioni era pressochè lo stesso, anzi forse i lusitani erano ancora più forti grazie agli innesti rispetto a noi, che abbiamo “prestato” gente come Zaniolo, Tonali e Kean all’Under 21 e alla Nazionale dei “grandi”). Per non dire dell’Ecuador, fresco vincitore del Sub20, e che in effetti, per come si erano messe le cose, e per quanto fattoci già vedere nel girone – quando battemmo i giovani sudamericani con grande affanno – avrebbe potuto ambire a più di un terzo posto finale, che comunque rappresenta il più alto punto mai toccato dal piccolo Stato.

La gioia dei nostri ragazzi che hanno cullato il sogno di arrivare a giocarsi la finale del Mondiale Under 20

A mio avviso l’Italia ha fatto (e dato) il massimo, magari si poteva fare meglio in semifinale contro i futuri campioni dell’Ucraina (a proposito, uscimmo anche la volta precedente con quelli che poi vinsero il torneo, in quel caso gli inglesi) ma in fondo aver bissato a distanza di due anni le semifinali in una competizione che, tradizionalmente, non c’ha mai sorriso, beh, rappresenta un buonissimo risultato ed è testimonianza di come nei fatti il nostro movimento azzurro sia in crescita (prova ne sono anche le due finali consecutive – purtroppo sempre perse, ed entrambe le volte contro l’Olanda – agli Europei Under 17).

Forse, dico forse, con l’Ecuador un po’ di coraggio non avrebbe guastato ma i nodi sono venuti al pettine, e alludo in particolare alla condizione fisica, al fatto che, giocando più o meno con gli stessi 11 per tutto il Torneo (avevo scritto già in apertura di Mondiale che avevamo una panchina corta, specie a centrocampo), fisicamente abbiamo pagato il conto, proprio in alcuni dei nostri uomini più rappresentativi, quali il bomber e capitano Pinamonti, l’altra punta Scamacca e il motorino di centrocampo (dai piedi buoni) Frattesi. Alcuni sostituti, pur validi, non si sono dimostrati, a conti fatti, all’altezza dei titolari, o meglio, era evidente come non fossero ben inseriti nel meccanismo perfetto messo a punto da mister Nicolato.

Però il plauso generale va a tutti: chi più, chi meno, ha messo in luce buone qualità, lasciandoci più di una promessa per il futuro. Certo, stride un po’ che a vincere sia stata quell’Ucraina che nello scontro diretto ha mostrato di non esserci superiori, né per individualità, né per gioco di squadra. Anzi, non fosse stato annullato, in maniera alquanto dubbia, quel bellissimo gol di Scamacca allo scadere, magari staremmo qui  a raccontarci un’altra storia ma è inutile ormai aggrapparsi agli episodi. Gli ucraini sono stati coriacei, scaltri, pratici, compatti e bravissimi a livello difensivo, ma in fondo erano tutte componenti che nel corso della manifestazione avevamo messo ben in mostra anche noi. Onore anche ai sudcoreani, giunti secondi e mai così vicini nella loro storia a un exploit simile in una competizione iridata.

Sperando che questa sia stata solo una fase di passaggio, seppur prestigiosa, di un lungo cammino da professionisti, qui di seguito ecco le mie pagelle alla spedizione azzurra che ha ben figurato al Mondiale Under 20.

NICOLATO 8

L’allenatore, che può vantare uno storico scudetto Primavera alla guida del Chievo nel 2014, ha mostrato ancora una volta grande feeling col calcio giovanile, dopo la splendida cavalcata dell’anno scorso alla guida dell’Under 19, giunta a un passo dal titolo europeo di categoria. Si è trovato una rosa un po’ depauperata a livello tecnico ma lui ha fatto di necessità virtù e ha impostato una squadra inedita, specie nel modulo, laddove in tanti anni c’aveva abituato a dirigere magistralmente un 4-3-1-2. Mancando i giocatori con determinati caratteristiche (in particolare un vero trequartista e i due centrali difensivi che aveva schierato spesso nell’ultimo biennio: Bettella e l’infortunato juventino Zanandrea) e potendo disporre di ben tre mancini niente male (di base, tutti e tre terzini sinistri) ha impostato la squadra con un anomalo 3-5-2, risultato di più intuizioni tattiche vincenti, su tutte Ranieri come terzo di difesa e Pellegrini come interno “alla Davids” o volando più bassi “alla Laxalt” prima maniera e soprattutto ha creato un gruppo, una squadra. Non è retorica, Nicolato ha saputo ottenere il 100% dai suoi ragazzi, anche grazie a particolari espedienti extracalcistici. Prima di tutto però ha fatto valere la sua sagacia tattica, facendo valere le sue doti “da maestro”, da “educatore”.

PLIZZARI 7,5

Si è mostrato un portiere estremamente valido e affidabile. Non si ricordano gravi errori da parte sua. Ha il merito di farsi valere, di ispirare fiducia e tranquillità nei compagni, che lo riconoscono come uno dei leader. D’altronde è un vero habituè del calcio azzurro e, dopo un anno trascorso in panchina nella “casa madre” Milan, è il momento che, dopo i buoni primi approcci con il calcio dei pro a Terni due anni fa non ancora maggiorenne, cammini con le proprie gambe, dimostrando a tutti di poterci stare a buoni livelli. E’ un 2000 ma ha sempre bruciato le tappe in ogni categoria.

GABBIA 6,5

Buon marcatore, ha giocato in modo pratico, con grande sicurezza e in un ruolo non propriamente suo, visto che nelle giovanili del Milan ha fatto per anni anche il mediano, prima di arretrare il raggio d’azione in difesa (dove ha giocato in una linea a 4), anche in prestito da titolare alla Lucchese in C quest’anno. Fisicamente è già formato, deve lavorare su alcuni aspetti, saper mantenere la concentrazione per 90 minuti, ma in fondo questo riguarda un po’ tutti i suoi coetanei che agiscono in un ruolo così delicato.

DEL PRATO 7

Il capitano dell’Atalanta Primavera (che, proprio perché impegnato da protagonista al Mondiale, non ha potuto giocare e vincere le finali del torneo con i bergamaschi) ha disputato un buon torneo, con poche sbavature. Utilizzato sia in campionato che al Mondiale anche a metà campo, ruolo che gli piace di più, potrebbe avere un buon futuro da regista difensivo “alla Bonucci”, pur con diverse caratteristiche. Approfittando del fatto che il forte compagno di Nazionale Bettella, capitano designato, sia arrivato a Mondiale in corso, causa impegno da titolare con il Pescara ai playoff di B, ha preso subito con sicurezza i galloni da titolare in mezzo alla difesa e si è mostrato leader anche qui come in Primavera. Gasperini sa che può contare eccome su di lui.

RANIERI 7,5

Tra i migliori, non solo dell’Italia, ma dell’intera competizione, sia per doti fisiche, che tecniche. Se Del Prato è stato il nostro piccolo Bonucci, a lui spetta il titolo di “Chiellini in miniatura”, non certo per l’altezza e la struttura fisica (già ragguardevoli) ma per uno sviluppo tecnico ovviamente ancora da completare. Le premesse però, ottime anche nella sfortunata stagione al Foggia culminata con un’inopinata retrocessione in serie C all’ultima giornata, sono state ampiamente confermate e, se fossimo nella Fiorentina, che ne detiene il cartellino, ci penseremmo due volte prima di privarcene, anche solo se in prestito per un’altra stagione.

BELLANOVA 6,5

Indubbiamente meno straripante rispetto a un anno fa, quando fu per distacco il miglior terzino dell’Europeo Under 19, forse ha risentito della nefasta stagione con la Primavera del Milan terminata con una clamorosa retrocessione, lui che già era stato ceduto al Bordeaux. Le doti tecniche e fisiche rimangono importanti e preminenti, così come la facilità di corsa e la capacità di inserirsi e di correre via all’avversario palla al piede. Mi auguro che in Francia possa maturare e migliorare ancora. Ha le qualità per sfondare e per raggiungere grandi livelli.

FRATTESI 7

Frattesi (al centro) sprigiona tutta la sua incontenibile gioia per il gol segnato nella gara inaugurale del girone contro il Messico, festeggiato dai compagni Tripaldelli, Pellegrini e Ranieri.

Il biondino, già protagonista di una buonissima stagione ad Ascoli, lui che è di proprietà del Sassuolo ma cresciuto calcisticamente nella Roma, si è confermato molto bene anche in questa occasione. Tra gli intoccabili di Nicolato, possiede in effetti delle caratteristiche e delle qualità che lo differenziano dagli altri della rosa. Ricorda Marchisio, magari con meno tecnica ma certamente con più dinamismo e ha già la “testa giusta” per fare il calciatore ad alti livelli. Non al meglio nella seconda parte della competizione per dei guai fisici, non ha mai mollato ma il suo rendimento è giocoforza calato, e di questo ne ha risentito tutto il reparto.

ESPOSITO 6,5

Ha alternato buonissime prestazione, nelle quali sembrava accarezzare il pallone più che colpirlo, con una tecnica sopraffina, ad altre in cui veniva quasi sovrastato a livello fisico da avversari più strutturati e più veloci. Nato trequartista, già nell’ultimo anno in Primavera con l’Inter aveva brillantemente arretrato la sua zona di competenza, diventando regista “alla Pirlo” o “alla Tonali”, per restare con il paragone al compagno che in pratica ha sostituito in questo Mondiale. Salvatore, autore di un buon campionato di rodaggio a Ravenna in serie C, è destinato a salire di categoria, lui che è di proprietà della Spal, ma deve crescere un po’ sul piano del carattere. Quando la gara si butta sulla lotta, è un po’ impreparato, usando lui più il fioretto che la spada. Ecco, in questo Tonali è sicuramente più pronto, riuscendo a combinare meglio qualità e quantità, ma forse è anche questione di personalità, che il buon Salvatore – anch’egli classe 2000 – deve ancora tirare fuori al meglio. Lui è il primo tifoso di suo fratello Sebastiano, autentico crack giovanile dell’Inter, classe 2002 e già tra i migliori in Primavera, oltre che esordiente a 16 anni in Europa League. Speriamo che non soffra psicologicamente l’inevitabile paragone, anche se il fatto che i fari siano puntati soprattutto su quest’ultimo, potrebbero infine avvantaggiarlo.

PELLEGRINI 6,5

Meriterebbe 7 pieno per l’abnegazione, l’impegno e la padronanza con cui si è impossessato di un ruolo non suo, per quanto da giovanissimo nella Roma giocasse molto più in fase offensiva sulla corsia di sinistra, prima di diventare ottimo terzino (come ha già fatto intravedere nello scorcio di stagione nella massima serie a Cagliari). Gli do’ mezzo voto in meno perché a volte c’ha messo davvero troppa foga, rischiando di compromettere le sue prestazioni. Ha un futuro davanti, e magari proprio da mezz’ala atipica, con grande propensione offensiva e notevole resistenza. Il carattere va però limato, certi atteggiamenti di sfida un po’ controllati. Di contro, ha il merito di non arrendersi mai e di fungere da esempio per i compagni. Spero che non incappi più in brutti infortuni, perché ha la strada spianata in serie A, Roma o non Roma.

TRIPALDELLI 6,5

Veterano delle giovanili azzurre, un altro dei fedelissimi di Nicolato, ha risposto “presente” anche in quest’importante occasione. Pronti, via, terzino a tutta fascia ma con evidenti doti in proiezione offensiva, laddove invece fatica ancora nella lettura di alcune scelte difensive. Corre per 90 minuti, non è mai stanco ma tuttavia non perde lucidità nelle giocate. Deve crescere dal punto di vista fisico e mi auguro che, dopo aver visto il campo davvero con il contagocce quest’anno tra prestiti in Olanda e al Crotone, possa trovare una squadra con cui esprimersi al meglio per le sue qualità, lui che è sotto contratto con il Sassuolo (dopo una vita spesa nelle giovanili della Juventus, sempre da protagonista). Non è uno da guizzi di fantasia ma assicura appunto una spinta costante sulla fascia, quello che si definisce uno stantuffo.

PINAMONTI 7,5

Partito col freno a mano tirato, è salito di livello partita dopo partita, segnando ben 4 gol e manifestando tutta la sua leadership (lui, con la fascia di capitano al braccio) e, diciamolo, la sua superiorità. Sempre pericoloso, predatore d’area ma non di quelli egoisti. Certo, appena ha uno spiraglio, l’istinto è quello di tirare, e non sempre lo ha fatto in modo preciso, ma ha ampi margini di miglioramento che potrebbero garantirgli un futuro a ottimi livelli in serie A. Dopo il buon anno, per lo meno a livello personale, con il Frosinone in serie A, è giusto che si cimenti in un contesto più competitivo.

SCAMACCA 7

E’ vero, non ha segnato, e per un attaccante questa può essere un’aggravante non da poco, ma il gigante di proprietà del Sassuolo, cresciuto nella Roma e con già alcune esperienze all’estero (come avrete notato, la società emiliana ha un occhio di riguardo per i giovani nostrani e spesso e volentieri li strappa alle concorrenti) ha messo in mostra doti da attaccante di razza. Abilissimo nelle sponde (alcune spettacolari, “alla Ibrahimovic”), è capace di grandi movimenti a disorientare gli avversari, di rifinire per i compagni, (grazie a piedi da trequartista in un fisico da centravanti all’inglese), e di concludere a rete, spesso ricorrendo a soluzioni non banali. Deve migliorare l’apporto di gol, quello è persino ovvio ribadirlo, e maturare sul piano caratteriale ma ha tutto per diventare un attaccante completo. A mio avviso può già misurarsi nella prossima serie A.

Questi erano in pratica gli 11 giocatori che hanno giocato da titolari, in quanto Nicolato ha preferito puntare su una squadra che potesse affiatarsi e conoscersi a memoria, visto che, per la natura di un torneo simile, il turn over non pare francamente indicato. Squadra che vince poi difficilmente si cambia e quindi, giusto così, anche se in panchina figuravano comunque giocatori da non perdere di vista, seppur non protagonisti in questa edizione.

A loro non do’ un voto vero e proprio, perché poche sono state le occasioni per mettersi in mostra, ma qualche considerazione la spendo più che volentieri.

I portieri Carnesecchi e Loria, tesserati rispettivamente per Atalanta e Juventus, sono entrambi buoni prospetti, in particolare è molto monitorato il primo che ha preso il posto del titolare Plizzari nelle gare “meno importanti”: quella nel girone contro il Giappone (con noi già qualificati agli ottavi) e nella finale per il 3°/4° posto. Oddio, giudicare quest’ultima come meno importante un po’ fa storcere il naso ma tant’è, questo è l’approccio (sbagliato o quanto meno discutibile) che hanno tenuto i Nostri, probabilmente arrivati stanchi, oltre che rimaneggiati, all’appuntamento con la medaglia di bronzo.

Tra i difensori si sono visti pochissimo il torinista Buongiorno (quest’anno in prestito al Carpi), che ha giocato da centrale – lui che agisce soprattutto da centrale sinistro in una difesa a 3 o terzino sinistro in una linea a 4 – nell’unica gara disputata con il 4-3-3 dai Nostri in questo Mondiale, vale a dire quella contro il Giappone. E’ parso una spanna indietro rispetto ai titolari e necessita di fare esperienza ancora in cadetteria, dopo la faticosa stagione in Emilia Romagna, terminata con la sua squadra retrocessa in C e le sue presenze molto limitate nella seconda parte di stagione.

Anche il genoano Candela, reduce da una stagione altalenante per sua squadra, retrocessa in Primavera 2 dopo lo spareggio con l’Empoli – che così ha “vendicato” il verdetto dei “grandi” impegnati in serie A – eppure in grado di giungere in finale al prestigioso Torneo di Viareggio, ha giocato poco qui al Mondiale in Polonia. In entrambi le competizioni nostrane però, lo scattante e tecnico terzino ha spiccato per qualità incredibili da “fluidificante” (come si diceva dei difensori di spinta negli anni ’80) e sono curioso di vederlo all’opera nel prossimo campionato, se non proprio al Genoa, almeno in altre squadre da professionista.

Di Bettella ho già accennato: si tratta di uno dei difensori più talentuosi della sua generazione (anche lui uno dei classe 2000 aggregati al Mondiale, aperto anche ai ’99), leader di questo ciclo di Under con Nicolato e che è stato in grado quest’anno di prendersi una maglia da titolare in una squadra competitiva come il Pescara, giunta a giocarsi a pieno titolo le proprie chances di tornare in serie A. Non ce l’ha fatta, eliminato in semifinale dall’Hellas Verona poi promosso nella massima serie, ma il giovane difensore cresciuto nell’Inter e ora di proprietà dell’Atalanta ha impressionato per la personalità e lo spessore con cui ha giocato gare sentite e decisive. Qui è giunto in ritardo (proprio per disputare i playoff con il Pescara appunto) e si è trovato così nelle retrovie; dopotutto il trio difensivo composto da Gabbia – Del Prato – Ranieri coadiuvato ai lati da Bellanova e Tripaldelli stava dando ampie garanzie, quindi Nicolato non se l’è sentita di alterare i nuovi equilibri raggiunti. Resta il fatto che, insieme a Ranieri, è proprio Bettella il difensore su cui scommetterei di più per un buon futuro in serie A nei prossimi anni.

A centrocampo hanno sgomitato per un posto, ottenendo poca fortuna, l’atalantino Colpani e Alberico, il jolly italo-tedesco pescato dagli emissari azzurri nelle giovanili dell’Hoffenheim, dove il Nostro si era messo in mostra sia nelle giovanili, sia nella seconda squadra del Club di Bundesliga. Qui ha mostrato buon dinamismo e grande intraprendenza ma anche uno “spirito libero” che poco si sposa in teoria con l’idea tattica del mister. Ha provato a vivacizzare le gare in corso ma con poca concretezza. Sufficiente il contributo del forte Colpani, tra i pilastri della fortissima Atalanta Primavera e che avevo previsto probabile titolare, qualora il tecnico avesse proseguito nel suo 4-3-1-2 marchio di fabbrica: in quel caso avrebbe preso il posto dell’ex compagno delle giovanili bergamasche Melegoni, gran protagonista un anno fa con l’Under 19 ma alle prese con il recupero da un grave infortunato occorsogli nella stagione che lo ha visto impegnato nei ranghi del Pescara. Nel nuovo 3-5-2 invece Colpani ha avuto poche possibilità di esprimersi al meglio.

In attacco hanno fatto da rincalzi Olivieri, che quest’anno ha accumulato esperienza nella Juve Under 23 in serie C e il centravanti Gori, di proprietà della Fiorentina e che si è diviso in B tra Foggia e Livorno nella stagione appena passata, mettendosi in mostra soprattutto nella sua Toscana. Mi ha stupito invece lo scarso utilizzo di Capone, quasi sempre titolare in questi ultimi due anni con Nicolato e che fece un grande Europeo Under 19 un anno fa, in supporto alle punte o come seconda punta. E’ stato penalizzato dal modulo, ma anche dal fatto che ha giocato davvero poco nel Pescara in serie B a causa anche di un infortunio. Il guizzante attaccante ha oltretutto il fardello di aver sbagliato una comoda occasione contro l’Ucraina, su assist di Pellegrini, pochi minuti prima che l’arbitro decidesse poi di annullare il gol a Scamacca. Ma sarei ingeneroso ad attribuirgli colpe particolari, piuttosto mi auguro che con il campionato venturo abbia modo di far valere le sue indubbie qualità che lo hanno sempre fatto emergere nei trascorsi giovanili all’Atalanta. Più volte Capone ha detto di ispirarsi al Papu Gomez: in effetti può ricordarlo nelle movenze. Di strada ne deve fare ancora molta ma in fondo anche il fenomeno argentino in forza a Gasperini ha dovuto masticare molta gavetta prima di diventare un big.

Mai mollare. Ed è un augurio che sento di fare a tutti questi ragazzi elencati, per quanto poi siano molteplici le incognite che generano o meno una carriera da professionisti a certi livelli. L’importante è che abbiano se non altro le possibilità di giocarsi le proprie carte. Anni fa avrei dibattuto molto su questo punto ma finalmente, da un po’ di tempo a questa parte, mi pare che si sia capito al meglio la strada giusta da intraprendere, dando fiducia ai nostri ragazzi. Poi è sempre il campo il giudice sovrano ma se non viene data una possibilità vera a questi giovani calciatori di giocare e crescere, di misurarsi con i più bravi, diventa difficile per tutti emergere.

Talenti comunque ce ne sono in buon numero, quindi non posso che professarmi fiducioso per il futuro del nostro calcio.

 

Al via il Mondiale Under 20 in Polonia: ecco i protagonisti Azzurri convocati da Nicolato. Quali prospettive dopo la semifinale di due anni fa?

Giovedì 23 maggio avranno inizio i Mondiali Under 20 di calcio in Polonia, ai quali parteciperà anche l’Italia, reduce da un brillante terzo posto nell’ultima edizione, svoltasi due anni fa in Corea del Sud.

Fu quello l’apice raggiunto dai Nostri, quando persero in semifinale contro i futuri campioni dell’Inghilterra. Per il resto, però, questa importante competizione iridata non c’ha mai visto protagonisti, un po’ per effettive mancanze a livello tecnico, ma soprattutto perché storicamente dalle nostre parti si è sempre preferito, a livello giovanile, puntare sugli Europei Under 21, dove in effetti di soddisfazione dagli anni ’90 in poi ce ne siamo prese.

Dopo l’ottimo piazzamento del 2017, coronato pure dal titolo di capocannoniere della nostra punta di diamante Orsolini (finalmente esploso quest’anno in serie A a Bologna, dove è stato fra gli artefici della grande rimonta che ha portato alla salvezza degli emiliani), dove andremo ora a posizionarci nella griglia di partenza? Può l’Italia ripetere quel fragoroso exploit, inserendosi fra le favorite per il titolo?

In ambito giovanile è oltremodo difficile fare pronostici: certo, alcune “scuole” calcistiche sono più prolifiche di talenti rispetto ad altre e hanno conseguito maggiori risultati, ma in fondo può capitare a chiunque il ciclo meno forte o quello in cui latitano gli interpreti. Ad esempio, quest’anno mancheranno dal torneo delle autentiche corazzate a livello giovanile, quali Brasile, Ghana, Germania, Spagna, per non dire dei campioni in carica dell’Inghilterra.

Paolo Nicolato, allenatore che guiderà l’Italia Under 20 al Mondiale di categoria in Polonia

I favori dei pronostici sembrano andare al Portogallo, fresco vincitore dell’ultima edizione degli Europei Under 19 ai danni guarda caso degli Azzurrini, e intessuta di fenomeni specie in avanti, ma non bisogna sottovalutare la forza delle sudamericane Argentina e Uruguay (che battemmo ai rigori nel 2017 nella finale per il terzo e quarto posto), della Francia – in grado come i lusitani di sfornare campioncini a getto continuo – , degli Usa entusiasmanti nelle proprie qualificazioni e di quel Messico con cui ci troveremo a battagliare sin dalla gara di giovedì che aprirà le contese nel Gruppo B alle 18 (curiosamente nella fase a gironi, l’Italia disputerà tutte le 3 gare a quell’ora).

In generale non siamo messi male neanche noi, anzi, abbondano i talenti puri sui quali poter contare a occhi chiusi – non solo in questo Torneo, ma si spera anche in futuro – la maggior parte di essi provenienti proprio da quel favoloso gruppo che entusiasmò un anno fa all’Europeo Under 19.  Tuttavia, come detto, anche in questa occasione si è preferito indubbiamente puntare su altri palcoscenici, vedi appunto l’imminente Europeo Under 21.

Se due anni fa i sacrificati eccellenti furono l’astro nascente Chiesa e l’ancora più giovane Donnarumma (che, per età, essendo un classe 1999, rientrerebbe anche in questa edizione, pensate un po’ la sua precocità), al via stavolta sono diversi coloro che, rispetto alla splendida spedizione dell’Europeo Under 19 non saranno presenti: Zaniolo, Kean, Tonali (che già hanno assaggiato, alcuni in modo eclatante, vedi l’attaccante juventino subito in gol, la Nazionale Maggiore) ai quali si aggiungono altri ottimi elementi di quella rosa come il centrocampista Melegoni e il difensore Zanandrea, entrambi fermi ai box. Per esigenze di Under 21 mancheranno anche il forte difensore Bastoni, tra i migliori del Parma quest’anno in serie A e costretto a sua volta a saltare per infortunio il più volte citato Europeo Under 19 che si è tenuto un anno fa in Finlandia, e l’estroso attaccante Sottil, di cui il Pescara non ha voluto privarsi in vista dei playoff di serie B.

Detto degli esclusi (ci pareva quantomeno doveroso, proprio per sottolineare finalmente la nostra abbondanza di giovani di qualità), adesso è tempo di soffermarci sul presente, andando a passare in rassegna i protagonisti che proveranno a regalare da giovedì nuove soddisfazioni ed emozioni ai tanti appassionati di calcio giovanile.

A contenderci il passaggio del turno nel nostro gruppo saranno (oltre al Messico), l’Ecuador, che vorrà mettere in mostra quella che è la miglior nidiata della sua storia, e il Giappone (contro il quale pareggiamo una gara assai combattuta anche al Mondiale Under 20 del 2017).

Il forte terzino sinistro azzurro Luca Pellegrini, una delle stelle più attese della rassegna iridata

Il nostro reparto difensivo appare davvero molto attrezzato. Eccezion fatta per Zanandrea, fermo da tempo per infortunio, potremo presentarci infatti con 4/5 della difesa titolare del gruppo dell’Europeo Under 19 (il portiere Plizzari, i terzini Bellanova e Tripaldelli e il centrale Bettella); inoltre, ciliegina sulla torta, il ct Nicolato potrà disporre pure del terzino sinistro Luca Pellegrini, una delle stelle più lucenti e attese di tutto il Mondiale. Gioiello delle giovanili della Roma, ha disputato un ottimo girone di ritorno, da titolare, in prestito al Cagliari, culminato in una tranquilla salvezza per i sardi. Pellegrini ha confermato anche tra i “grandi” le indubbie qualità che da sempre gli riconoscono: tecnica, grande velocità e personalità. In passato è stato spesso tormentato da infortuni, anche molto pesanti ma per fortuna il peggio per lui sembra finalmente alle spalle.

In genere in difesa siamo messi bene, specie sulle fasce, dove una chance la cercano legittimamente anche Candela del Genoa, vero stantuffo sulla destra, pericolosissimo quando accompagna l’azione in velocità (in pratica le identiche caratteristiche del fortissimo “rivale” nel ruolo Bellanova, milanista ceduto al Bordeaux) e Ranieri sulla fascia sinistra. Quest’ultimo, scuola Fiorentina, ha giocato spesso e volentieri titolare nella tribolata stagione del Foggia, terminata con l’inopinata retrocessione dei pugliesi in serie C. Il giovane difensore però se l’è cavata benissimo, mostrando grande personalità e qualità, sia in difesa che in fase di spinta. Notevoli anche le sue qualità fisiche, che potrebbero predirgli un utilizzo in mezzo al reparto, più o meno come capita al compagno Buongiorno (di proprietà del Torino, che quest’anno ha accumulato una buona esperienza al Carpi), in grado di agire infatti da terzino sinistro o da centrale.

Per un posto da titolare al centro della difesa, a fianco dell’imprescindibile Bettella, uno dei maggiori prospetti nel ruolo, si candidano anche il milanista Gabbia (quest’anno assoluto protagonista nella Lucchese, dove si è posizionato stabilmente in mezzo alla difesa, dopo i trascorsi giovanili da mediano) e il capitano dell’Atalanta Primavera Enrico Del Prato. In ogni caso, l’abbiamo capito, si tratta di giocatori di pieno affidamento.

In porta tra gli azzurri sembra scontata la presenza di Plizzari, già grande protagonista un anno fa con l’Europeo Under 19, quando perdemmo in finale contro il Portogallo

In porta, pare scontata la conferma di Plizzari, che quest’anno, dopo la buona esperienza dell’anno scorso in cadetteria a Terni, ha fatto anticamera al Milan, società dove è cresciuto. Gli sono buonissime alternative tra i pali anche gli altri due convocati, l’atalantino Carnesecchi e lo juventino Loria.

A occhio e croce sembra il centrocampo il nostro reparto più debole, anche solo numericamente parlando. Le certezze sono rappresentate da Frattesi, gran protagonista ad Ascoli in serie B, dove non ha patito per nulla il salto tra i grandi, dopo i trascorsi giovanili spesi tra Roma e Sassuolo e dall’ex interista Salvatore Esposito, che si è fatto apprezzare in C al Ravenna dopo gli scampoli di inizio stagione alla Spal. Esposito, ex trequartista, arretrato in regia, eccelle nel ruolo proprio in virtù di evidenti qualità tecniche e un’ ottima visione di gioco. Ha anche due fratelli calciatori, entrambi all’Inter, in particolare sulla bocca di tutti è finito Sebastiano, prodigio del 2002 che non solo sta trascinando la Primavera dell’Inter (da sotto età) in campionato ma è stato anche il migliore dei suoi agli Europei Under 17, dove l’Italia si è arresa solo in Finale ai fortissimi pari età olandesi il 19 maggio scorso (analogo triste epilogo dell’anno precedente, quando gli stessi Arancioni sconfissero la nostra Under 17 ai rigori nella Finalissima della competizione europea).

Frattesi è una delle certezze del centrocampo azzurro: leadership, personalità e dinamismo le sue principali caratteristiche

Ecco, tolti però Frattesi ed Esposito, come accennato, è proprio la mediana il reparto più funestato dalle assenze (per motivi vari). Difficile sopperire a gente come Zaniolo, Tonali e Melegoni. Una maglia da titolare sembra poter andare così a Colpani, che sta disputando una stagione da incorniciare (come tanti suoi compagni, giusto sottolinearlo) con la Primavera dell’Atalanta, primissima nella Regular Season e seria candidata allo Scudetto di categoria. Tutto da scoprire invece è l’italo tedesco Alberico, nato e cresciuto in terra germanica e affermatosi nelle giovanili dell’Hoffenheim (ma con all’attivo anche esperienze nella corrispettiva Squadra B). Si tratta di un mastino di centrocampo, capace di giocare anche laterale.

In cabina di regia ci si aspetta molto da Salvatore Esposito, che può vantare grande tecnica e visione di gioco

Veniamo così al reparto offensivo, dove indubbiamente la stella risponde al nome di Pinamonti. Il centravanti designato della nostra giovane spedizione, dopo gli assaggi in prima squadra con l’Inter (società dove ha scalato le gerarchie a suon di gol nelle giovanili) ha messo a segno 5 gol nella difficile stagione del Frosinone, terminata con la mesta retrocessione in serie B dei ciociari. Un buon bottino per lui ma soprattutto una acquisita esperienza e la dimostrazione di poter competere a certi livelli al cospetto di navigati difensori. Gli saranno vicini in avanti, assieme o alternandosi, il potente Scamacca e l’agile Capone, proprio come accaduto un anno fa con l’Under 19 (completava un reparto atomico Moise Kean). Entrambi questi giocatori (Scamacca e Capone), pur avendo visto il campo col contagocce quest’anno, sono pronti a prendersi il palcoscenico in maglia azzurra: sono in possesso di conclamate qualità tecniche, oltre a essere dei fedelissimi del mister. Dovranno stare ben attenti però alla forte concorrenza nelle retrovie di Gori e Olivieri, pronti a giocarsi le loro chances per assicurarsi un posto da titolare in attacco.

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Punta di diamante della nostra spedizione è il centravanti Pinamonti, in grado di abbinare al meglio qualità tecniche e fisiche. Dovrà farsi valere in zona gol, come sta già facendo in serie A

Il primo, proprio in extremis di campionato, ha trovato la via del gol con una bella doppietta decisiva per il suo Livorno, dopo che nella prima parte di stagione aveva giocato poco a Foggia, sempre in serie B; il secondo invece si è ritagliato tanto spazio nella Juventus Under 23, primo esperimento di “seconde squadre” tra i professionisti per i club italiani. Il talentino, con un passato nelle giovanili dell’Empoli, ha accumulato minutaggio importante, mostrando oltretutto buoni numeri, anche se non è propriamente efficace in zona gol.

Il tecnico Paolo Nicolato ha tutte le capacità di far rendere al meglio la rosa, avendo già dimostrato di essere un vero e proprio “mago” con i giovani. Io mi appresterò come al solito a fare un gran tifo per gli Azzurrini, convinto della forza e della qualità dei nostri giocatori ma soprattutto dal fatto che da un po’ di tempo abbiamo finalmente imboccato la strada giusta per far rifiorire il calcio italiano, dopo troppi anni bui e carenze di talenti.

In bocca al lupo alla nostra giovane spedizione, sperando di poter fare tanta strada in questo Mondiale Under 20.

Serie B: ecco i verdetti! Il Lecce torna in serie A! Palermo ai playoff, in C retrocede in modo rocambolesco il Foggia.

Cala il sipario sulla stagione regolare in Serie B, da adesso in poi ci sarà spazio per i festeggiamenti, le recriminazioni e soprattutto per i Playoff e i Playout.

Avvincente la corsa all’ultimo posto disponibile per la promozione diretta, che vedeva partire in vantaggio il Lecce di Liverani sulla corazzata Palermo di inizio stagione. Sul filo di lana, ma direi con pieno merito accede in A in maniera diretta la squadra salentina, in grado quindi di compiere il doppio salto in due anni dalla C alla massima serie. Era una vita che i giallorossi non frequentavano i piani nobili del calcio italiano, dopo i fasti degli anni ’80 e la stupenda stagione zemaniana di metà anni 2000.

Promozione meritatissima del Lecce in serie A

Una lunga rincorsa, il pantano prolungato della terza serie ma poi in un paio d’anni tutti gli ingredienti si sono miscelati al punto giusto: un allenatore giovane e con idee chiare (e soprattutto l’impronta di un calcio pratico quanto spettacolare), una squadra costruita con logica e il giusto mix di talento, esperienza e gioventù.

Certo, vi mentirei se dicessi che a inizio stagione avevo accreditato il Lecce come promossa in serie A (lo stesso dicasi per il Brescia, che mi ha letteralmente colpito ed entusiasmato dalla venuta di Corini in poi, meritando ampiamente la promozione anticipata in serie A), ma a conti fatti ne sono proprio felice, per quanto mostrato lungo tutto il campionato.

Giunge (solo) terzo il Palermo, cui pendono anche accuse gravi di illeciti amministrativi che potrebbero minare ulteriormente la posizione, fino a rischiare la retrocessione d’ufficio in serie C.  Peccato, perchè continuo a pensare che i rosanero siano la squadra più attrezzata della categoria, anche se molti sono stati i tentativi andati a vuoto, diverse le cadute che hanno compromesso una promozione che sembrava alla portata.

Come un anno fa, il Palermo dovrà disputare i playoff per tentare la risalita in serie A

Quarto posto per un’altra delle favorite della vigilia, il Benevento, composta da una rosa di primo livello (guidata da un’altro allenatore di quelli rampanti, come Bucchi) e che è stato un po’ incostante lungo il cammino ma che, col senno di poi, parte con i galloni di favorito in questo importante mini torneo dei playoff.  Sì, perchè i campani proprio in dirittura d’arrivo, hanno ritrovato entusiasmo, condizione e finalmente, meglio tardi che mai, un assetto definitivo.

Quinte e seste sono finite Pescara e Hellas Verona, due squadre dai destini opposti ma che spesso negli ultimi anni hanno incrociato le loro strade nel raggiungere i medesimi obiettivi (questo ha portato anche a una forte rivalità, acuita anche da motivi territoriali).

ll Pescara, reduce da una stagione interlocutoria, aveva stupito tutti nella prima parte di stagione, stazionando a lungo nelle primissime posizioni forte di un gioco anche spettacolare, per poi assestarsi in una più giusta dimensione; stessa cosa non si può certo dire per la squadra veronese, ai nastri di partenza accreditata, al pari del Palermo, come la squadra da battere, la più forte in ogni reparto.

Il campo ha detto però altro, con l’11 gialloblu mai credibile per raggiungere un posto al sole.

In realtà “un” vero undici non è mai stato individuato, complice una maxi rosa infarcita di doppioni e la “confusione” tattica del giovane mister Grosso (gratitudine eterna per il Mondiale vinto ma da allenatore deve masticare molta terra prima di arrivare a certi livelli, se mai lo farà) che hanno intristito dapprima una intera piazza, per poi allontanarla. I playoff giungono all’ultimo respiro, dopo aver dilapidato un intero campionato. Tutto si riapre, con Aglietti chiamato in extremis a cercare almeno di dare una parvenza di squadra.

Detto che, banalmente parlando, la probabile promossa uscirà da Palermo, Benevento o Verona, proveranno a dire la loro in chiave playoff anche le restanti qualificate, l’ostico Spezia di Marino e il pimpante Cittadella di Venturato. D’altronde, le sorprese sono sempre dietro l’angolo e nel loro caso si parla di realtà solide e che partono con meno pressioni rispetto alle rivali.

Rimangono fuori dalla griglia la squadra umbra e quella grigiorossa.  Il Perugia di Nesta, sempre in orbita settimo-ottavo posto ma che sul finale ha perso smalto e brillantezza, fino a rimanere fuori a mio avviso meritatamente. Stessa cosa vale per la Cremonese, che in modo clamoroso, sia per meriti propri ma anche per demeriti altrui, era tornata prepotentemente in gioco per i playoff, dopo essersela anche vista brutta a un certo punto della stagione, con lo spettro dei playout a incombere vicini. Poi Rastelli è stato bravo a riprendere in mano la squadra che, diciamolo, poteva contare su un buon organico, e alla fine rimane il rammarico per essere arrivati a un passo dalla zona “sogno”. La società è valida, ripartirà con più esperienza l’anno prossimo.

Cosenza, Crotone e Ascoli erano già salve in anticipo. I loro sono stati percorsi molto diversi: il Cosenza da neo promossa ha faticato nella prima parte di stagione, per trovare un proprio equilibrio e spiccare letteralmente il volo nella seconda parte, quella decisiva, mostrando un gioco redditizio dove non sono mancati i fulgidi talenti; il Crotone è invece stato deludente, potendo fare molto di più, a differenza dell’Ascoli che ha sempre navigato in acque tranquille, pur non vantando una rosa così ricca di individualità.

I pitagorici hanno vissuto una stagione da incubo, dopo i fasti della serie A. Avevano mantenuto l’ossatura, forte, delle passate stagioni, contavano su un allenatore esperto ma l’inizio è stato shock e non è che il prosieguo sia andato molto meglio, tra errori tecnici e societari. Un contrappasso negativo giunto dall’inaspettata retrocessione ma con la forza morale e tecnica per risalire la china gradualmente, calandosi di nuovo nei panni sporchi della cadetteria. Questo a conti fatti è un merito che va riconosciuto alla squadra. Se la Proprietà non mostrerà segni di stanchezza, penso che il Crotone potrà togliersi a breve nuove soddisfazioni.

Il Livorno ottiene l’ultimo posto valido per la salvezza, con una splendida rincorsa nel girone di ritorno. Ne ha messo di tempo però per riabituarsi alla serie B, la squadra non ingranava, con giocatori che parevano inadeguati a certi palcoscenici e risultati che proprio non venivano. Ma in fondo nemmeno le altre correvano e la consapevolezza nei propri mezzi e un pizzico di sicurezza in più ha fatto risalire la corrente, fino a ottenere risultati anche fuori portata. Salvezza meritata.

Ai playout vanno così inopinatamente Salernitana e Venezia. I primi infatti avevano ben altre mire, e se una rosa molto interessante giustificava entusiasmi, poi la mediocrità è pian piano venuta a galla e si sa che quando si entra in un vortice negativo, è difficile uscirne. Per questo appare favorito nello spareggio il Venezia che se non altro ha avuto modo nel tempo di calarsi in una realtà nuova, dopo la sbornia dell’anno scorso che l’aveva imposto come rivelazione con Inzaghi in rampa di lancio. Quest’anno però i lagunari non hanno mai convinto e a poco sono valsi i cambi in panchina.

Non è stato sufficiente l’esodo dei tifosi rossoneri del Foggia per la gara decisiva contro il Verona. I Satanelli chiudono la stagione con una clamorosa retrocessione in serie C

Stagione maledetta invece per il Foggia, con tanto di corollario da film thriller sul finale. In vantaggio a Verona, in quel momento i veneti erano fuori dai playoff e i pugliesi addirittura salvi senza passare dallo spareggio playout, visti i concomitanti risultati, su tutti quello del Venezia sul campo del già retrocesso Carpi. Invece poi ecco compiersi la frittata, con la rimonta gialloblu sul campo amico e quella dei neroverdi in terra emiliana.

Ok la penalizzazione, ok la sfortuna di un calendario ostico sul finale, ma pesano le responsabilità proprie su questo fallimento. La squadra di Grassadonia sulla carta non è certo da serie C ma proprio alcuni fra gli elementi “di nome” hanno oltremodo deluso. Non si vuole certo gettare la croce addosso a loro, ma a mio avviso potevano dare di più e non ritrovarsi a giocarsi il tutto per tutto nella partita conclusiva della stagione. Il futuro non è roseo, considerato alcuni problemi societari ma dal destino del Palermo potrebbe tuttavia aprirsi uno scenario inaspettato, con corollario playout per i Satanelli e quindi una nuova occasione in extremis per provare a mantenere la categoria. Ma la stagione dei rossoneri rimane negativa e deludente.

Erano già in C da una giornata Padova e Carpi, con i veneti che tornano mestamente in C dopo una sola stagione. Il grande e giustificato entusiasmo di un anno fa ha lasciato presto spazio alla consapevolezza che ci fosse da sudare parecchio in questo campionato, nonostante alcune buone prestazioni lasciassero presagire delle speranze. E’ mancata la mentalità in primis ma ricompattandosi c’è la possibilità concreta di ritrovarsi a festeggiare nuovamente fra un anno. Non ci sono attenuanti invece per il Carpi che, al pari del Chievo al piano di sopra, sembra aver posto la parola fine alla propria favola.

Sì, perchè in questo ultimo lustro gli emiliani, oltre allo straordinario exploit della promozione in A, avevano poi lottato con il coltello tra i denti per difendere la categoria e solo un anno più tardi erano lì a giocarsi una finale playoff per accedere nuovamente nel Paradiso calcistico. Era evidente sin dall’estate scorsa però un ridimensionamento degli obiettivi, con una rosa costruita senza grossi nomi, un allenatore esordiente assoluto a certi livelli e una girandola invernale di acquisti cessioni senza costrutto. Anche il rientrante Castori, eroe delle stagioni vincenti, è presto rimasto inghiottito nel grigiore generale della stagione. Il ritorno in C è molto mesto e bisognerà capire se forse negli anni scorsi non si sia fatto un salto troppo grande per le possibilità o se ci sarà spazio invece per alimentare nuovi sogni.

TOP

  1. Brescia e Lecce
  2. La coppia gol Donnarumma – Torregrossa
  3. Il giovane Tonali, miglior regista della B
  4. Mancosu, a 30 anni decisivo per la promozione del Lecce
  5. Gli allenatori Corini, Liverani e Bucchi

LE RIVELAZIONI

  1. Petriccione, il Modric del Salento
  2. Okereke, freccia nera dello Spezia
  3. Mancuso, mai così prolifico in serie B
  4. Palmiero, centrocampista completo e pronto per altri palcoscenici
  5. Moncini, giovane bomber assai prolifico

FLOP

  1. La quotata coppia gol del Foggia Iemmello-Galano
  2. Grosso, allenatore esonerato dal Verona
  3. La stagione del Crotone
  4. Zenga e Cosmi al Venezia
  5. La caduta rovinosa della Salernitana

 

Un bel tuffo negli anni ’90 con il Jane Doe Trio

Ieri sera ho assistito a un concerto del trio Jane Doe presso il locale “Portici 40” di Cerea, cittadina veronese dove vivo.

La band è solita proporre in veste assolutamente acustica alcune tra le canzoni che hanno fatto la storia degli anni ’90, non solo attingendo dai soliti grandi nomi, ma anche andando a ripescare episodi minori, ma non per questo meno significativi di un decennio assai florido da un punto di vista meramente musicale e culturale.

A detta di molti, l’ultimo vero decennio degno di nota per il mondo delle sette note.

i Jane Doe Trio in concerto al “Portici 40” di Cerea (VR)

Composto da una coppia di fratelli, la cantante Angela Crestani e il chitarrista Stefano, e dal bassista Andrea Arzenton, il Jane Doe Trio ha accompagnato il venerdì sera di una numerosa clientela con interpretazioni misurate ma molto efficaci, fedeli agli originali, pur con la caratterizzazione necessaria che una voce femminile finiva inevitabilmente a confezionare, in brani appartenenti per la maggiore parte a interpreti maschili.

Eccezioni a parte infatti, come ad esempio una riuscitissima “Don’t Speak”, celebre hit degli americani No Doubt dell’eclettica Gwen Stefani, le rivisitazioni dei Nostri guardavano più gruppi capitanati da frontmen. E che frontmen, se pensiamo a gente come Kurt Cobain dei Nirvana (cui viene coverizzata in modo egregio “Come As You Are”), Adam Duritz dei Counting Crows (nel classico “Mr. Jones”) o Brandon Boyd degli Incubus, dei quali viene eseguita la magistrale “Drive”.

Insomma, colpisce molto il modo in cui Angela si appropria di questi pezzi, mostrando innegabili doti canore che ben si adattano anche a canzoni dalle diverse tonalità e atmosfere, cosicchè le riesce facile cimentarsi in brani ariosi come le hit “Lemon Tree” e “Truly, Madly, Deeply” dei quasi omonimi Fool’s Garden e Savage Garden, (brillanti meteore di metà decennio), così come in episodi più oscuri come “Mmm Mmm Mmm Mmm” dei Crash Test Dummies.

A proposito di questi ultimi, non si tratta dell’unico ripescaggio “clamoroso”, nel senso di omaggio a band che furono di successo all’epoca sì, ma anche assai fugace.

Passano in rassegna infatti, suonati alla grande da Stefano e Andrea, anche “Glycerine” dei Bush e “Two Princes” degli Spin Doctors. Bello sentire anche la cover dei Manic Street Preachers, per uno dei loro brani più interessanti, vale a dire “If You Tolerate This, Your Children Will Be Next”, che monopolizzò le classifiche inglesi nel 1998, riscuotendo ottimi riscontri anche in Italia.

In mezzo a tanti gioielli rock, mainstream e meno, fa capolino anche una famosissima canzone interpretata da una pop band, anzi, meglio sarebbe definirla boyband vera e propria: i Take That di Gary Barlow e Robbie Williams che, fra le tante, fecero innamorare orde di fans proprio con la ballata “Back for Good”, scelta dai Jane Doe Trio per l’occasione.

Altra felice incursione nel pop avviene con la cover di “When You Say Nothing at All”, portata al successo dall’ex Boyzone Ronan Keating sul finire del decennio, nel 1999 quando fu inclusa nella commedia brillante “Notting Hill”, con altre due icone dei ’90, quali Julia Roberts e Hugh Grant.

Insomma, non si può certo dire che i mitici anni ’90 non siano stati omaggiati con il giusto criterio, nel migliore dei modi.

Le canzoni scelte dal trio mostrano infatti in questa veste unplugged tutta la loro insita bellezza, e il merito della band è stato quello di trasmettercela con interpretazioni sentite e molto valide.

Hanno avuto questo merito appunto di riportarle a galla, facendoci fare un bel viaggio a ritroso nei ricordi, quando eravamo tutti più giovani e belli, per parafrasare un’altra celebre canzone, ma di qualche decennio più indietro nel tempo.

Adesso però sono loro, i Jane Doe Trio, che meritano di essere ascoltati con attenzione, perchè sono “semplicemente”… bravi!

Brescia promosso meritatamente in serie A

L’incontenibile gioia dei giocatori del Brescia al termine della vittoria contro l’Ascoli che ha significato la matematica promozione in serie A

 

 

Brescia promosso in serie A con pieno merito, e mentirei se dicessi che a inizio stagione l’avevo inserito tra le favorite per vincere il torneo. Invece, dopo l’arrivo del bresciano doc Corini le Rondinelle si sono messe a correre.

L’allenatore ha plasmato un 11 credibile, che col tempo, accrescendo in sicurezza e amalgama, si è rivelato un mix micidiale di talento, esperienza e gioventù.

Corini ha inciso profondamente nella squadra promossa in serie A. Una grandissima affermazione per lui, tornato nella sua città, sfatando l’antico adagio “nemo propheta in patria”

Bel gioco, molto offensivo e propositivo, sia che si giocasse in casa che in trasferta, risultati in serie che indubbiamente hanno infondato la giusta consapevolezza che, tutto sommato, il gran salto in A sarebbe stato possibile. 

E poi loro, i giocatori: una squadra titolare individuata quasi subito, con aggiunte calibrate in punti strategici, tipo l’esperto terzino sinistro Martella al posto di Mateju, ancora un po’ altalenante nella prima parte di stagione. Altri “vecchi” come Gastaldello e Dessena, autore proprio del gol promozione, hanno fatto più da chioccia ma sono venuti utilissimi alla bisogna.

In porta felice per Alfonso, giunto a 30 anni suonati alla sua prima affermazione importante dopo i trascorsi nelle giovanili del Chievo e delle varie under (fece anche un Mondiale under 17 da titolare).

Ottima la difesa con a destra il terzino ex Roma Sabelli, una freccia che ha imparato anche a difendere, a sinistra il già citato Martella e In mezzo l’inedita coppia formata da Romagnoli, di cui si parla pochissimo ma che non sbaglia un’annata da tempo immemore, e il prodotto locale Cistana, uno dei tanti lanciati dal mister e subito protagonista senza paura.

Sandro Tonali, talento sopraffino, un predestinato del nostro calcio. Ha guidato il Brescia da veterano, nonostante non abbia ancora 19 anni

A centrocampo un trio che si intendeva a meraviglia, con il figlio d’arte Bisoli cursore imprendibile e inesauribile, a sinistra il talentuoso Ndoj, dalla tecnica sopraffina che ormai si è ben adattato al ruolo di mezz’ala, più di qualità che di quantità, e in mezzo, a dirigere il traffico da autentico califfo, nonostante sia un 2000, il meraviglioso Tonali, di cui sentiremo parlare a lungo. Non ce ne sono al momento in Italia di centrocampisti con le sue caratteristiche. 

A fare da raccordo in maniera eccelsa tra la mediana e l’attacco, un altro dei gioielli valorizzati appieno da Corini, lo slovacco Spalek.

Infine i due frombolieri offensivi, micidiali e complementari: un Donnarumma in stato di grazia in grado di replicare la strepitosa annata in zona gol della scorsa stagione a Empoli (di nuovo promosso e di nuovo capocannoniere) e un Torregrossa finalmente esploso in tutta la sua forza dopo tanta gavetta. Estro, fantasia, corsa, tecnica e gol: un attaccante che tornerà utilissimo anche nella massima serie.

Alfredo Donnarumma si è confermato autentico fuoriclasse per la categoria. Ora si merita una chance vera in serie A, dopo averla guadagnata sul campo per ben 2 volte da protagonista

Insomma, molti nomi non erano altisonanti a inizio stagione, lo sono diventati strada facendo, confermandosi i più forti del campionato.
Ora si attende il Lecce, dopo l’inatteso ko di oggi che ha riacceso il lumicino delle speranze del Padova… i salentini si meritano la A tanto quanto il Brescia.
Nel frattempo che festeggino le Rondinelle, ai quali non posso che fare i miei più sinceri complimenti!