Sanremo 2019: vince a sorpresa Mahmood davanti a Ultimo e ai ragazzi de Il Volo – Un commento finale sulla classifica

E’ terminata anche la sessantanovesima edizione di Sanremo, con il giovane Mahmood vincitore proclamato tra lo stupore generale davanti al grande favorito della vigilia (Ultimo) e a Il Volo, il trio che non è riuscito così a bissare il successo di quattro anni fa.

Non è la prima volta che in gara assistiamo a exploit inattesi, ma vittorie così poco scontate nella storia, anche recente, del Festival, se ne contano poche: il primo nome che mi viene in mente è quello di Francesco Gabbani che si issò fino in cima alla classifica nell’edizione del 2017.

Daniele Silvestri (coadiuvato dal rapper Rancore) e Simone Cristicchi si sono spartiti quasi equamente i premi speciali: prestigiosa tripletta del primo che ha conseguito in particolare l’ambito Premio della Critica “Mia Martini” ma anche quello per il miglior testo; al riccioluto cantautore già vincitore in passato con l’intensa “Ti regalerò una rosa” sono andati due premi, tra cui quello assegnato dall’orchestra. Sono premi importanti che certificano, ce ne fosse ulteriore bisogno, come le due opere in questioni (“Argentovivo” di Silvestri e “Abbi cura di me” di Cristicchi) fossero entrambe qualitativamente parlando, di una spanna superiore alle altre.

Ultimo si consola – se così si può dire visto il suo evidente disappunto per il piazzamento finale, forse dettato dalla frustrazione accumulata nei giorni scorsi da “vincitore annunciato” – con un premio indetto da Tim per un brano che probabilmente in effetti funzionerà bene fuori dai circuiti sanremese.

Per il resto, le contestazioni più grandi, quasi una “rivolta popolare” ci sono state per il piazzamento fuori dal podio della canzone di una rediviva Loredana Bertè ma su questo torneremo qualche riga più giù in sede di commenti.

Guardando la classifica, ovviamente possono balzare agli occhi determinate posizioni, a colpire in senso positivo o negativo – a seconda dei propri gusti personali – ma d’altronde una graduatoria di 24 canzoni in gara comporta anche dei risultati sulla carta “pesanti” ma che poi tra un giorno o poco più, nessuno probabilmente ricorderà, visto che per fortuna le canzoni viaggiano per conto proprio al di là di gare e piazzamenti.

Ecco quindi i miei commenti alla classifica di Sanremo:

1- MAHMOOD sono onesto, pur avendo sin dalla prima serata assegnato un bel 7 al brano “Soldi” presentato da questo rapper di origine egiziana (ma nato e cresciuto in Italia) che ha alle spalle già una bella gavetta, mai avrei scommesso sulla sua affermazione come vincitore.  Il brano però è indubbiamente accattivante, rimane in testa e rappresenta bene una fetta consistente, oltre che di mercato, dei gusti dei giovanissimi. E’ apparso visibilmente stupito e attonito e anche in sala stampa la sua timidezza prevaleva sulla contentezza, quasi volesse reprimere o non riuscisse a esprimere appieno i suoi sentimenti ma, in fondo, di gente che ostenta ce n’è a bizzeffe e sinceramente ho apprezzato molto il genuino pudore e la sobrietà dimostrate. Saprà costruirsi una bel percorso artistico fuori da qui, dopo aver gettato ottimi semi. Sorvolo decisamente sui commenti razzisti pervenuti, perché alcune supposizioni onestamente mi fanno ridere, e poi non si può ridurre tutto a politica, tra l’altro della più bieca specie.

2- ULTIMO sì, aveva tutte le credenziali per puntare al bersaglio grosso, bissando la vittoria ottenuta meritatamente nelle Nuove Proposte un anno fa. Io stesso lo avevo pronosticato come vincitore ma avrò modo di rifarsi nelle charts, visto che il brano presentato sta comunque già ottenendo un buonissimo riscontro. Piuttosto non mi è piaciuta molto la sua esternazione in conferenza stampa contro i giornalisti “cattivi” e il suo palese disappunto nei confronti della vittoria di Mahmood. Per carità, reazione umana e forse dettata dalla frustrazione accumulata in settimana da “vincitore annunciato” ma nella vita, si sa, bisogna anche saper perdere.

3 – IL VOLO osteggiati da una larga fascia di ascoltatori, osannati da altri, loro sembrano vivere la cosa abbastanza serenamente, salvo ogni tanto togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Il repertorio è quello, a meno che non decidano di svoltare clamorosamente, o di sciogliersi prendendo ognuno la propria strada, seguendo l’inclinazione personale (ma sarebbe clamoroso), continueranno a proporre pop classico di questo tipo, piaccia o non piaccia.

4 – LOREDANA BERTE’ ho discusso con qualcuno riguardo la sua prestazione sanremese, perchè secondo me Loredana ha fatto il massimo. Sul podio ci poteva finire tranquillamente, sarebbe stato un riconoscimento alla carriera, se è vero come dicono che non parteciperà più in futuro, però io ho trovato francamente esagerato questo dispiego di forze, questa sorta di fan club in rivolta per un quarto posto che a detta di molti avrebbe dovuto essere una vittoria. E’ bello pensare a come la Bertè sia stata in grado di tornare in splendida forma, non solo fisica (tanto di cappello) e di tornare competitiva, bella agguerrita, sul pezzo, senza stravaganze se non per l’immancabile look. Ha ritrovato il grande pubblico, con pieno merito, la sua è una vera vittoria morale.

5 – SIMONE CRISTICCHI è tornato alla grande il cantautore romano, con un brano molto intenso, emozionante, con lui in grado al solito di trasmettere nel migliore dei modi (non a caso è stata premiata la sua interpretazione) dei messaggi di amore, di speranza, veicolando valori positivi.

6 – DANIELE SILVESTRI (con RANCORE) il brano più forte del Festival, interpretato magnificamente dal titolare Silvestri e dal sodale Rancore (hanno concorso però in maniera importante anche due pezzi grossi dei Calibro 35: Rondanini alla batteria e Gabrielli a dirigere l’orchestra, senza dimenticare l’apporto in fase di scrittura di Manuel Agnelli). Puntare al bersaglio grosso era difficile ma l’aver fatto incetta di premi è un riconoscimento meritatissimo.

7 – IRAMA io l’avevo dato sul podio, ritenendo che avesse anch’egli un pezzo intenso, visto il tema principe della canzone, affrontato senza retorica e con grande sicurezza. Non si tratta però certo di una delusione per questo giovane ragazzo che, volendo, avrebbe potuto portare in gara certamente una canzone più facile e adatta a quel pubblico di giovanissimi che maggiormente lo segue.

8 – ARISA peccato per l’esibizione della serata finale, pesantemente inficiata da sopraggiunti problemi di salute. A me il brano era piaciuto, coraggioso nella sua bizzarra costruzione, con stacchi e cambi di tono. Una canzone dei buoni sentimenti e delle buone intenzioni, non facile da eseguire. Risultato soddisfacente, anche se molto probabilmente il pubblico generalista da lei si aspetta un altro tipo di canzoni.

9 – ACHILLE LAURO non mi dilungo molto, su di lui si è detto – e letto – di tutto e di più. Questo ha finito più per svantaggiarlo, secondo me, perchè certe etichette sono dure a morire. Poi lui mi sembra sia in grado di andare avanti e rispondere a tono. Dico solo che non sarà il nuovo Vasco, cui è stato accostato da molti come impatto (alludo ovviamente a quello di “Vita spericolata”), ma non è nemmeno il “tipo pericoloso” che inneggia alla droga. Doverlo specificare mi pare quasi un insulto all’intelligenza di chi mi legge.

10 – ENRICO NIGIOTTI a me non è dispiaciuto, anche se non ha mai cantato benissimo, forse tradito dall’emozione (palpabile specie ieri sera). Secondo me in ambito cantautorale – se con questo la nostra mente non ci porta subito a mostri sacri che sarebbe fuori luogo scomodare – può dire la sua.

11 – BOOMDABASH non me ne vogliano gli amici pugliesi – ne ho molti, mia moglie tra l’altro proviene da lì – ma questa canzone, pur ballabile e spensierata, l’avrei fatta finire più giù. Non è la platea giusta secondo me per loro che stanno ottenendo successo comunque, sia collaborando con le persone giuste (e contribuendo a risollevare carriere, la Bertè ne sa qualcosa), sia in proprio. Qui c’entravano poco, anche quando cercavano di animare il pubblico in sala.

12 – GHEMON ha fatto un’ottima figura, la sua è una canzone raffinata, di classe, una delle migliori da questo punto di vista. Grazie al Festival ha potuto farsi conoscere da un pubblico certamente più vasto, che ora lo potrà apprezzare nel suo percorso.

13 – EX OTAGO stessa cosa si può applicare al gruppo ligure che ha portato a casa il risultato, non snaturandosi, ma senza nemmeno osare troppo. Sanremo come vetrina con la possibilità di diventare mainstream sulla falsariga di anime affini come Thegiornalisti o Coez.

14 – MOTTA il suo bel brano è cresciuto di ascolto in ascolto, visto che ha dimostrato maggior padronanza man mano che il Festival procedeva, con il bel risultato della vittoria (seppur pleonastica) nella serata dei duetti con la grande Nada. Anche per lui carriera a un possibile bivio, con eventuale allargamento di fascia di pubblico annessa. Se lo meriterebbe vista l’originalità della sua proposta e il suo procedere passo per volta, dalle vittorie al Tenco in poi.

15 – FRANCESCO RENGA a livello di piazzamento ovviamente è una delusione, ma da subito il brano, scritto pure da autori che stimo come Bungaro e Cesare Chiodo (con l’apporto della giovane Rakele, vista qualche anno fa tra le Nuove Proposte), non mi aveva convinto. Quindi posizione che dal mio punto di vista, ci sta tutta.

16 – PAOLA TURCI lei è sempre magnetica e porta a casa la pagnotta senza problemi ma in realtà anche il suo brano mi è parso non al livello delle precedenti esperienze sanremesi. Anche l’interpretazione non è stata delle migliori, con la voce non al cento per cento.

17 – THE ZEN CIRCUS posizione nelle retrovie ma in fondo era difficile pronosticare un piazzamento più alto. Eppure Appino e soci hanno presentato una canzone davvero bella, molto dignitosa, con un testo che secondo me se la giocava con quello di Silvestri per intensità e forza espressiva. Anche le loro esibizioni sono cresciute ogni volta. Bravi! Anche perchè hanno portato una canzone decisamente difficile, pur considerando il loro repertorio che certo non è fatto da “canzonette”.

18 – FEDERICA CARTA e SHADE anche la loro posizione mi ha colpito, credevo avessero attecchito di più tra gli ascoltatori, forti di visualizzazioni sui social che, sin dalla prima esibizione, sono schizzate alle stelle. D’altronde la canzone assomiglia molto a quella “Irraggiungibile” che ha letteralmente spopolato l’estate scorsa. Al di là di ciò, credo che sentiremo molto spesso la loro canzone alla radio.

19 – NEK il vero flop dell’edizione 2019, spiace dirlo, è stato il suo. Non so, a me la canzone non aveva colpito al primo ascolto. Stessa formula della fortunata “Fatti avanti amore” che contese la vittoria a Il Volo quattro anni fa, ma con una melodia più brutta. Resto dell’idea che se si fosse presentato con Renga e Max Pezzali in gara avrebbe avuto molte chances di raggiungere l’agognato obiettivo della vittoria.

20 – NEGRITA a mio avviso il risultato più ingiusto, visto che la canzone ha un bel testo, è orecchiabile il giusto e loro l’hanno suonata e interpretata senza la minima sbavatura, con una padronanza perfetta del palco. E’ uscita al contempo una loro raccolta dei migliori successi per i 25 anni di carriera, e credo che tutto sommato questa “I ragazzi stanno bene” possa affiancare le loro hit.

21 – PATTY BRAVO e BRIGA posizione giusta, il duetto secondo me non stava in piedi. La canzone in sè non è nemmeno una brutta ballata, ma per un motivo o per l’altro non mi è mai arrivata fino in fondo.

22 – ANNA TATANGELO c’è una sorta di ostracismo non dichiarato nei suoi confronti. In passato l’ho criticata aspramente anch’io ma stavolta mi sembra che abbia presentato una canzone in linea con la sua (bella) vocalità, oltretutto con un testo che poteva in qualche modo riguardarla. Sobria, senza eccessi, ha fatto il suo, ma forse è proprio la natura stessa della canzone, “classica sanremese” a non funzionare più.

23 – EINAR per lo stesso motivo si spiega il pessimo piazzamento del ragazzo uscito da “Amici” e catapultato su un palco evidentemente ancora troppo grande per lui. Già aveva destato non poco clamore la sua vittoria (con Mahmood) alle selezioni di Sanremo giovani di dicembre, in luogo di una più preparata Federica Abbate; in più sul palco ha portato una canzone deboluccia, senza guizzi, troppo piatta. Avrà tutto il tempo di rifarsi ma dovrà costruirsi una carriera credibile al di fuori dei talent e dell’ala di Maria de Filippi.

24 – NINO D’ANGELO e LIVIO CORI un’altra delusione riguarda questo incontro di voci che sulla carta avrebbe potuto essere esplosivo. Alla fine il tam tam mediatico sulla presunta identità del misterioso Liberato con Livio Cori ha fatto perdere attenzione al pezzo, che in verità, non è mai stato eseguito perfettamente. La versione studio infatti è molto più emozionante. Peccato, occasione mancata, ma questo non va a inficiare sulla qualità della canzone e dei suoi interpreti: Cori poi esordirà a breve con un album a proprio nome, mentre speriamo che anche il vero Liberato torni presto sulle scene!.

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Il mio Pagellone di Sanremo 2019

E’ da una vita che non aggiorno il blog, questa mia creatura che negli anni mi ha dato tanta soddisfazione, mi ha fatto conoscere belle persone ed è stata occasione di crescita anche personale, oltre che prezioso strumento per comunicare i miei pensieri, le mie emozioni, le mie idee, pur concentrandomi soprattutto sul veicolare le mie passioni.

Tra queste, quella per il calcio e per la musica, di cui a più riprese ho scritto in questi anni, in maniera professionale o anche solo per autentica passione.

Gli impegni lavorativi, gratificanti ma allo stesso tempo pregnanti, fanno sì che sia ridotta la mia partecipazione attiva, visto che sto portando avanti collaborazioni con alcuni siti e, parallelamente, ho ripreso a scrivere in vista di un nuovo progetto letterario che, si spera, avrà poi sbocco editoriale, vista la natura e l’obiettivo per cui è nato. E poi c’è la voglia di riprendere con il vecchio amore mai scordato della radio…

Un passo alla volta e l’occasione per rifarmi vivo qui su PELLEeCALAMAIO è giunta in concomitanza con quello che negli anni per i miei affezionati lettori era in qualche modo divenuto un appuntamento fisso, vale a dire il mio “pagellone” del Festival di Sanremo. In rete si trova ovviamente di tutto sull’argomento, ma in fondo io ne ho sempre trattato, sin dai tempi remoti in cui non esisteva internet, e con il caro amico Riccardo Cavrioli ci dilettavamo a scriverci le impressioni a caldo addirittura su “pizzini” che poi ci scambiavamo magari prima di entrare in aula per un esame universitario. Già allora il nostro taglio era, sì ironico e talora dissacrante, ma soprattutto spinto da curiosità e passione per la competizione rivierasca che, inutile negarlo, rappresenta un fenomeno di costume, oltre che prettamente culturale del nostro Paese.

Non mi è mai piaciuto però il gioco del “massacro”, il voler a tutti i costi perculare, deridere, cercare la battuta a effetto… ovvio, si tratta di scambi, di battute e commenti, tante volte mi ritrovo a sorridere anch’io quando leggo dei commenti intrisi di sarcasmo, e partecipo al “giochino” ma poi torno sui binari di un ascolto attivo ma interessato a sentire se qualcosa di buono e duraturo è destinato a emergere dagli ascolti compulsivi e frenetici di questi giorni.

Ognuno è libero di fare come vuole ma sinceramente apprezzo di gran lunga di più quelle persone che coerentemente non seguono il Festival e non ne parlano, dovendosi inoltre essi sorbire una settimana davvero monotomatica e, mi rendo conto, stancante se proprio sei lontano dalla kermesse per interesse e ideologie. Meglio loro però rispetto agli snob che passano il tempo a prendere per il culo tutti, anche perché è un tempo… molto lungo quello che trascorrono per una cosa che in teoria non è di loro interesse.

Io, faccio un esempio, non ce la farei mai a seguire per 4/5 ore programmi tipo l’Isola dei Famosi o Temptations Island, al solo scopo di fare battute su internet, non lo trovo proprio “utile”.

Comunque, va da sé che io, sin da piccolo, pur guardandolo a mo’ di rito in famiglia con mamma e nonna, e avendo sempre avuto orecchie anche per il buon pop che le varie edizioni riusciva a tramandare ai posteri, ho sempre sostenuto le proposte più alternative – anche se non sapevo nemmeno cosa significasse – o per lo meno “strane”…

Questa componente poi si è tradotta in gusto personale che predilige esplorare generi diversi, con inclinazioni che vanno dal rock, al folk fino al pop più sofisticato e ai cantautori. E’ questo che in fondo ricerco anche nei meandri di una manifestazione nazionalpopolare come il Festival di Sanremo, ma sono in grado di riconoscere la bella canzone italiana melodica, “sanremese”.

Poi è inutile negare che negli anni si sono quasi smarrite le peculiarità della classica canzone “che vince Sanremo”: da più di 20 anni esponenti indie, alternativi, di altri mondi musicali, hanno fatto il loro ingresso all’Ariston, con risultati più o meno altalenanti o soddisfacenti, ma non è questo il punto. Resta il fatto che in tanti ambiscono a salirci su quel palco, a dire la propria, mettendosi alla prova, proponendo la loro musica.

Io, ingenuo quale sono, me ne frego di complotti, dietrologie, persino del gossip fine a sé stesso, delle gag e dei presentatori, nel senso che se ci sono le canzoni che funzionano, il resto è secondario. Lascio a chi è competente esprimere dubbi, non mi pongo questioni “tecniche” (anche se mi sono reso conto anch’io che ieri i fonici, specie nei primi pezzi, hanno cannato e ne hanno risentito alcune esecuzioni vocali).

Nel caso di ieri poi sentire in sequenza ben 24 brani non era semplice ma è innegabile che al giorno d’oggi non devi nemmeno attendere eventualmente che un pezzo passi in radio: spotify e youtube vengono in soccorso, quindi posso già sbilanciarmi in quelli che sono i miei giudizi – anche perché poi scriverò un unico pezzo solo a classifica finale stilata, per una sorta di bilancio conclusivo della rassegna.

Sicuramente certe impressioni verranno cambiate con gli ascolti ma si sa che poi la canzone prende il suo corso e si plasma con le emozioni che via via si aggiungono (o si tolgono, dipende dai punti di vista).

Bene, via con i voti, premettendo che non mi pare ci siano brani nettamente superiori ad altri, tali da “imporre” un pronostico scontato, come capitò ai tempi, chessò, di una “Perdere l’amore” o “Uomini soli”.

Ordine rigorosamente sparso, perché mi dimentico di essere metodico anche qui (no dai, facciamo almeno in ordine alfabetico)

ACHILLE LAURO  4.5  avrebbe dovuto (o potuto) rappresentare la quota trap invece si presenta in abiti, metaforici e non, che sarebbero potuti andare bene per il Jovanotti di “no Vasco, no Vasco io non ci casco” e il “robotico” Alberto Camerini. Non che si senta la mancanza della trap, dio me ne scampi, ma insomma, sto finto rock pompato e plastificato non mi dice assolutamente nulla, non lo trovo nemmeno simpatico o ironico.

ANNA TATANGELO  6 + intendiamoci, è quella che ho definito qualche riga più su la “classica canzone sanremese” ma per lo meno Anna la fa da par suo, cantando bene (dovrebbe essere scontato ma abbiamo capito ieri sera che ben pochi hanno riprodotto il “bel canto”) e non perdendosi in motivi extramusicali.

ARISA 7 +  non poteva replicare brani come “La notte” o “Controvento”: da veterana quale ormai è del Festival, avendolo già vinto da giovane e da big, e addirittura, seppur in maniera discutibile, presentato, può permettersi di rischiare, tanto con la voce che si ritrova difficilmente presenterò una ciofeca. Qui si cimenta in una sorta di mini musical, trascinante, arioso e positivo. Non sufficiente credo per un podio.

BOOMDABASH 5,5 – simpatici, allegri, colorati, portano un brano dalle atmosfere reggae, adatto per le spiagge in estate. Orecchiabile ma non con le stimmate del tormentone, quindi neanche circoscritto al genere, ottengono la mia sufficienza.

affiancato dal rapper Rancore, Daniele Silvestri può legittimamente ambire al Premio della Critica

DANIELE SILVESTRI (e RANCORE) 8 – un bel brano, di difficile ascolto, un pugno nello stomaco, soprattutto grazie al decisivo apporto del rapper. Possibile vincitore del Premio della Critica.

EINAR 5 – è tanto caruccio e ispira simpatia ma il brano è davvero “mollo” per usare un aggettivo  sdoganato dal mitico Malesani. Non decolla, non è troppo romantico, né strappalacrime, né furbetto… in pratica, né carne né pesce.

ENRICO NIGIOTTI 7 – a me lui è piaciuto, mi sembra pian piano stia trovando la sua strada. Cantautore in senso letterale, poiché si scrive da sempre i pezzi testo e musica, oltre che farsi accompagnare dall’immancabile chitarra: chiaro che non ha per modelli i mostri sacri della canzone d’autore ma nel panorama asfittico attuale, ha un tocco personale. Nella fattispecie ha trattato un tema in ricordo del nonno, con molta delicatezza e intensità.

EX OTAGO 6,5 – il primo nome a me caro in quota indie. Li seguo da anni, stanno in qualche modo ripercorrendo la strada tracciata dai Thegiornalisti, o da Coez, lo fanno con canzoni meno a presa rapida forse ma probabilmente più “vere” e sentite. Come in questo pezzo, ottimamente arrangiato, dove hanno parlato di un amore maturo.

FEDERICA CARTA e SHADE 5,5 – li sento molto lontani, infatti rappresentano appieno una generazione che è anagraficamente lontana, soprattutto per temi trattati e modalità. Lei canta bene, era brava già ad Amici, l’accoppiata con il rapper maestro di free style ha funzionato alla grande l’estate scorsa, con una vagonata di visualizzazioni da far impallidire le star della nostra musica, ma questo palco è sembrato troppo grande.

FRANCESCO RENGA 6 – di stima, perché con quella voce rende piacevole ogni cosa che canta ma qui è mancato un po’ il mordente, lo slancio. Il brano è intimista, nello stile del bravo Bungaro, tra gli autori del pezzo ma, insomma, mi aspettavo di più. Non è certamente all’altezza dei migliori episodi, anche solo attenendoci ai passati suoi episodi sanremesi.

GHEMON  6 – molta classe, era tra coloro che attendevo di più. Non è più da tempo un rapper, non è ancora pienamente a suo agio come cantante tout court ma ci mette cuore e belle intuizioni. Sono dell’idea che se il pezzo in questione l’avesse cantato, ad esempio, Nina Zilli, avrebbe fatto un figurone.

Riusciranno i ragazzi de “Il Volo” a replicare il successo del 2015? Le chances di salire quanto meno sul podio sono alte

 

IL VOLO 6,5 – che gli puoi dire a questi ragazzi? Sono “troppo” in tutto: pulitini, bravi ragazzi, ottime voci, capacità interpretative, amalgama perfetta, sicurezza nei propri mezzi, dei secchioni in piena regola che però non mi trasmettono chissà quali emozioni. Preferivo l’impatto di “Grande amore” ma presumo che possano dire la loro anche quest’anno per la vittoria finale.

IRAMA 6,5 – il ragazzo è bravo e ha già fatto una buona dose di gavetta, proprio partendo da Sanremo giovani qualche anno fa. La vittoria ad Amici lo ha lanciato nel firmamento mainstream ma secondo me rende decisamente meglio in brani così, che ricordano appunto le sue prime prove, molto orientate allo spoken. Il tema è toccante e trattato con parole adeguate, lontano da retorica e banalità assortite.

LOREDANA BERTE’ 6,5– mi rendo conto che stanno fioccando le sufficienze piene ma con pochi guizzi. Il brano della rediviva Bertè è indubbiamente valido, accattivante il giusto, ottimo il team di autori, in cui si intravedono sin troppo evidenti richiami alla poetica vaschiana marchiata Curreri, ma resta per me a metà del guado, senza spiccare il volo.

MAHMOOD 7 – bel brano, ritmato, testo e musica che rimangono in testa, suoni davvero intriganti e un piglio sorprendente considerato che si trattava di un quasi esordiente, praticamente sconosciuto al pubblico. Penso che avrà ottimi riscontri dopo la kermesse sanremese.

MOTTA 6,5 – a lui va il mio tifo, lo seguo da sempre, l’ho votato al Tenco in occasione di entrambe le volte in cui ha poi sbaragliato il campo, vincendo a mani basse sia con il primo album, sia nella categoria più importante con il suo seguito, giudicato dalla giuria come miglior disco dell’anno. Una canzone come questa, apprezzabile negli intenti e nel voler lanciare un grido sociale, però non aggiunge molto al suo percorso artistico. Non è migliore di altre insomma, e sul palco inevitabilmente ha tradito emozione.

NEGRITA 7 – tornavano dopo una vita, li attendevo con molta curiosità. Non sono più i “ragazzacci” di “Tonight”, quando si presentarono al Festival in modo forse provocatorio, con un brano non all’altezza. Qui, forti di una carriera ormai invidiabile, viaggiano senza paura, mettendo tutto loro stessi in un brano dal buon impatto. Un testo forte, credo sottovalutato dagli addetti ai lavori, e un’esecuzione a dir poco perfetta. Ci sta alla grande nell’ imminente raccolta di loro successi in uscita con il Festival.

NEK 6 – vale lo stesso discorso fatto per Renga. Porta un brano discreto, lo interpreta al solito più che degnamente ma mi resta ben poco, non mi viene trasmesso molto delle sue intenzioni. Un brano rassicurante, che non rischia e che riscuoterà comunque scontati consensi.

NINO D’ANGELO e LIVIO CORI 6,5 – no, abbiamo appurato che il bravo Livio Cori non è Liberato, ma al di là della suspence, restava intatta la curiosità di capire come i due mondi musicali di Napoli, quello moderno del rapper e quello classico del big Nino d’Angelo potessero amalgamarsi. Beh, lo hanno fatto indubbiamente bene. Necessita però di più ascolti, come a conti fatti molti dei brani sanremesi di quest’anno.

PAOLA TURCI 5,5 – la classe è cristallina, su quello non ci piove, il magnetismo pure, ma la canzone è alquanto deboluccia. Non brutta, ma nemmeno rilevante anche solo paragonata alla recente esibizione su questo palco.

PATTY PRAVO CON BRIGA 6 – la sufficienza ci sta, perché il testo è di buon livello, tra gli autori il grande Zibba, però è proprio l’abbinamento che mi pare forzato, l’amalgama imperfetto che crea spaesamento e che non produce qualcosa di memorabile.

è di Simone Cristicchi il brano più emozionante di questa edizione sanremese

SIMONE CRISTICCHI 8 – non vincerà ma il suo è il brano che più in assoluto mi ha emozionato. Non ha nemmeno un ritornello vero e proprio, o per lo meno, qualcosa che si faccia banalmente cantare, ma in fondo qui di banale non c’è niente, essendo il brano molto intenso, viscerale e allo stesso tempo intriso di poesia. Suggestivo e poi maestoso l’arrangiamento orchestrale a contornare parole che potrebbero invero riguardare tutti noi.

THE ZEN CIRCUS 7 – lo so che Appino ha cantato solo per modo di dire, ma da sempre lui è così. E’ più un animale da palco, un rocker vero, e come lui i suoi sodali. Fa specie piuttosto che gli Zen, pur avendo nelle corde canzoni adatte a un simile contesto (penso ad esempio alla splendida “L’anima non conta”), abbiano voluto davvero rischiare, portando un brano ostico, ruvido, senza compromessi, molto intenso.

il favorito Ultimo non delude, portando un brano interessante e coinvolgente

ULTIMO 7,5 – non è facile gareggiare da vincitore annunciato. Pur tra tanti nomi “forti”, attuali o classici, è proprio lui, vincitore delle passate Nuove Proposte, il più accreditato alla vittoria. Non ha finora sbagliato un singolo in effetti, migliorando anzi in consensi ad ogni nuova uscita. Esegue una canzone in cui il suo stile è ben imperniato, e direi già inconfondibile. Anche il testo, da lui scritto, mostra una promettente maturità. Al primo ascolto ha mostrato qualche carenza ma credo che andrà meglio nel prosieguo della gara.

E per finire il mio personale podio:

1 SIMONE CRISTICCHI

2 THE ZEN CIRCUS

3 NEGRITA

Il mio pronostico finale:

1 ULTIMO

2 IL VOLO

3 IRAMA

PREMIO DELLA CRITICA: Daniele Silvestri (e Rancore)

MIGLIOR TESTO: Simone Cristicchi

MIGLIORE MUSICA: Arisa

 

 

 

Super Pazzini trascina il Verona nella convincente vittoria contro il Carpi per 4 a 1

Giampaolo Pazzini non può fungere in questo Verona da “semplice” risorsa, né tanto meno essere percepito alla stregua di un problema, per un semplice motivo: un giocatore come lui, nel contesto della squadra ma anche nell’intero panorama della serie B, è FONDAMENTALE!

Non esagero quando affermo che si tratta del CR7 della categoria (curioso che si siano sbloccati entrambi ieri), perchè già il fatto che ci sia lui in campo crea scompiglio e apprensione nei difensori altrui, ne abbiamo avuto prova ieri soprattutto in occasione della splendida combinazione tra i due nuovi arrivi (di qualità) Henderson e Laribi, laddove le attenzioni degli avversari erano rivolte tutta a contenere il Pazzo, lasciando così lo spazio giusto per l’imbucata dei nostri.

Giampaolo Pazzini, autore di una tripletta (due gol su rigore, dove si conferma cecchino implacabile) nella bella vittoria contro del Verona con il Carpi

Avevo già sottolineato l’obiettiva forza tecnica della compagine gialloblu, soprattutto nell’aver allestito una rosa competitiva e profonda, in tutti i ruoli sostanzialmente, a iniziare dal centrocampo. E’ stato tutto più chiaro ieri contro il Carpi dopo i tentennamenti alla prima nel derby contro il Padova.

Il nostro quartetto a metà campo è parso davvero ottimamente assortito, con un Colombatto magistrale nel dettare i tempi con un gran piede sinistro, sempre lucido, ben posizionato, un riferimento vero per i compagni che infatti quando si sentivano pressati sapevano di contare su di lui.

Si è visto anche Henderson in ripresa dopo la falsa partenza – fu tra i peggiori nell’esordio casalingo – e non solo per lo zampino efficace in occasione del primo gol. L’idea è che possa diventare importante sia per gli inserimenti offensivi che per i ripieghi sugli avversari, essendo dotato di grande intelligenza tattica.

Zaccagni e Laribi li conoscevamo già: il primo però era quasi “dimenticato” dopo la sfortunata stagione scorsa ma le sue qualità le avevamo più che intraviste in serie B. Ieri ha garantito tanto dinamismo funzionale e molto pepe nelle azioni offensive. Laribi invece lo si conosce bene se si mastica un minimo la cadetteria, luogo dove lui rappresenta un lusso, oltre che sorta di amuleto viste le promozioni conseguite. Ha un’ottima tecnica individuale che negli anni è riuscito a incanalare al meglio e metterla al servizio dei compagni. In più sembra già un leader, per carisma, esperienza e ovviamente spessore tecnico. Si sa assumere le responsabilità, ieri lo abbiamo visto.

La difesa non è mai stata impensierita, scoccia aver preso il gol in un momento di rilassatezza; se nella prima partita si era distinto meglio, al di là del gol su magistrale punizione, il terzino destro Almici, ieri a emergere è stato il suo contraltare sulla fascia sinistra, Crescenzi, continuo per tutta la gara con i suoi su e giù per la fascia, a suon di sovrapposizioni… da tempo non si vedeva una catena di sinistra lavorare così bene.

Merito anche di Grosso che ha saputo correggere a livello tattico quelli che erano sembrati degli azzardi, consentendo appunto ai terzini di risultare efficaci negli scambi con le mezzeali, laddove all’esordio invece si trovavano davanti due ali pure con le quali per mancanza di amalgama probabilmente non si erano intesi.

Si è visto anche il forte polacco Dawidowicz, il cui enigma sul ruolo sarà meglio scovarlo in fretta, perchè in mediana pare attrezzato soprattutto per fare legna mentre in difesa, specie in una linea a 3, potrebbe risultare più decisivo e a suo agio.

Capitolo punte: ne abbiamo due da categoria superiore (oltre al Pazzo, in rosa anche il forte Di Carmine), si è capito che non giocheranno mai insieme dal primo minuto ma speriamo almeno diventino arma letale nel corso della gara, magari mettendo Laribi o il coreano Lee (attesissimo sin da ieri, io lo vedrei bene in luogo di un Matos comunque parso migliorato rispetto alla gara d’esordio) alle loro spalle.

In una partita come quella di ieri dove gli spazi siamo riusciti a sfruttarli con le azioni in velocità, avrebbe ben figurato anche Ragusa, molto deludente alla prima, ma assolutamente da recuperare, visto che il suo curriculum parla chiaro, trattandosi di un giocatore non solo di gamba come letto da qualche parte, ma anche di tecnica, che faceva bene il suo anche in serie A con il Sassuolo.

Per chiudere, chi mi legge lo sa che io sarei per schierare una formazione più vicina possibile a quella “tipo” come ce ne erano un tempo: il calcio è cambiato, le rose sono extralarge e se mi rendo conto che è meglio avere l’imbarazzo della scelta tra tanti bravi atleti; di contro però il “gruppo”, la “squadra”, si ottengono soprattutto con la costanza, con i minuti giocati insieme… l’intesa nasce con il tempo.

Ieri finalmente si è visto un possesso palla più razionale e funzionale rispetto a quello tante volte sterile del Pecchia del primo anno, una squadra padrone del gioco e del campo sin dal primo minuto, al di là della pochezza degli avversari. Alla prossima ci attende un avversario molto ostico, quel Crotone che ha tutte le carte in regola per ambire come noi al pronto rientro in serie A, e che a differenza nostra ha mantenuto appunto l’ossatura delle ultime due stagioni. Sarà un primo interessante esame di come andrà la vita del nostro Verona in questo nuovo campionato.

Quale campionato per l’Hellas Verona? Saprà di nuovo essere protagonista?

Siamo ai nastri di partenza di una nuova stagione di Serie B, e il campionato si preannuncia indubbiamente particolare e insolito.

Già, perchè mancano all’appello ben 3 compagini – e non trascurabili per importanza e blasone quali Avellino, Cesena e soprattutto Bari – e cosa più grave è che ancora non è dato sapere se il roster sarà integrato strada facendo da squadre che hanno partecipato alla “lotteria” del ripescaggio (le più accreditate comunque sono il Siena, il Novara e il Catania che in Coppa Italia ha già sonoramente sconfitto il Verona).

Fabio Grosso è atteso a una grande stagione da allenatore alla guida del favorito Verona

La squadra del nuovo allenatore Fabio Grosso è certamente accreditata dei favori dei pronostici: molte testate, anche le più prestigiose, non lesinano in iperboli come “corazzata” per descrivere la forza dei gialloblu. Eppure tutto questa sicurezza non traspare evidente presso i tifosi e parte della critica sportiva cittadina. Troppo forte lo scotto della cocente, pesantissima, umiliante retrocessione di pochi mesi fa, ancora peggiore di quella avvenuta due anni prima, che avrebbe potuto trattenere i connotati della casualità dopo alcuni convincenti campionati consecutivi. Peggiore perchè, dopo una promozione sofferta, acciuffata per un soffio e poco contestualizzata o analizzata, si è assistiti inermi a una sentenza già scritta. Ciò che non era invece scritto e forse nemmeno immaginabile nelle menti e nei cuori dei tantissimi sostenitori veronesi, è stata non solo la resa tecnica e psicologica della squadra, ma soprattutto il tristissimo teatrino messo in piedi da società e allenatore.

Di fatto, non volendo immischiarmi in dietrologie, tirando in ballo il secondo paracadute consecutivo “vinto” da Setti, questa nuova stagione sembra ripartire all’insegna della continuità – se non tecnica (anche se il profilo di Grosso somiglia spaventosamente a quello di Pecchia, concedendo tuttavia al Campione del Mondo se non altro l’assenza di spocchia connaturata all’ex allenatore di Formia) – almeno dal punto di vista dirigenziale. Rimasto in sella il direttore operativo Barresi, come direttore sportivo ci si è affidati al giovane Tony D’Amico, nome da gangster americano, per molti non a torto un figlioccio dell’ex ds Fusco. Questa cosa ha turbato non poco inizialmente l’ambiente gialloblu, atteso com’era a una sorta di repulisti generale dalle scorie della precedente gestione.

Abituato come sono a concedere a tutti la possibilità di dimostrare il proprio valore, non sono partito prevenuto nei confronti dell’attuale direttore sportivo, che con i suoi 38 anni è tra i più giovani a rivestire una carica così importante. Non me ne intendo di conti, spese et similia, non so esattamente quale fosse il suo budget (magari è pure meglio non saperlo, così non si corre il rischio di pensare male credendo che la maggior parte dei soldi siano finiti a foraggiare la casa madre Manila Grace!) e quindi mi attengo al suo operato “tecnico”.

E allora mi viene facile sostenere che la rosa a disposizione di Grosso sia in effetti una delle più forti e assolutamente in linea col pronostico generale che vede l’Hellas a fine torneo festeggiare una nuova promozione nella massima serie.

Ma che campionato sarà? Di sofferenza e angoscia come quello di due anni fa, preludio come detto della peggior stagione della storia del Verona in serie A?

E qui cominciano i primi seri dubbi…

Grosso sulla falsariga di tanti tecnici, compreso ahimè Pecchia, è tra quegli allenatori che “amano” spiazzare i rivali non impostando la squadra secondo moduli precisi, cambiando in corsa e tenendo in teoria sulla corda tutta la rosa a disposizione, senza indicare precisamente quali siano i suoi 11 principali “cavalli” su cui puntare.

Questo francamente non mi ha mai entusiasmato, non dico che si dovrebbe fare come Sarri che utilizza al massimo 13/14 giocatori, ma dare una quadra più vicina possibile al proprio credo calcistico quello sì. Che non significa giocare esclusivamente con un modulo fisso (gli anni ’80 sono finiti da un pezzo in fondo), ma dare la propria impronta, quello sì che è un requisito importante. Perchè crea sicurezza, consapevolezza, fiducia, laddove negli ultimi tempi vedevamo soprattutto confusione, anarchia, finanche straniamento negli 11 in campo.

E la squadra gialloblu, pur ricca di “materiale umano” buono, se non ottimo per la cadetteria (a scanso di equivoci vedo al nostro livello solo il Benevento, con Palermo, Crotone, Foggia, Brescia e Salernitana più giù nella griglia di partenza), appare anche purtroppo disomogenea, squilibrata nei reparti, a forte rischio di “ambiguità”, di cui francamente non si ha necessità.

Sì, il riferimento sin troppo ovvio è alla compresenza di due punte di diamante come Pazzini e Di Carmine, che presumo raramente vedremo in campo assieme dal primo minuto, e la sensazione appare sin da ora sinistra, assurda, fermo restando che da che mondo è mondo sia giusto guadagnarsi sul campo un posto al sole.

Passano gli anni ma Pazzini per la B è ancora un signor attaccante. Dovrà però vedersela con la concorrenza del forte neo arrivato Di Carmine

In porta non ci dovrebbero essere dubbi sulla titolarità di Silvestri che a detta di molti meritava qualche riconoscimento in più anche in serie A, mentre in difesa appare sinceramente arduo indovinare gli uomini giusti. E per giusti intendo prima di tutto affidabili, visto come negli ultimi anni, quello sia stato il nostro tallone d’Achille: la fragilità e la pochezza difensiva.

Caracciolo in B è una garanzia e a mio parere non ha del tutto sfigurato nemmeno nella massima serie ma al suo fianco chi inserire tra i neo arrivati Dawidowicz e Marrone (tra l’altro un cavallo di ritorno, dopo la grigia esperienza di due anni fa con Delneri alla guida tecnica)? Molto dipenderà dal modulo, laddove entrambi in realtà possono fungere anche da centrocampisti, specie l’ex juventino, nato come mediano davanti alla difesa e poi perso tra infortuni e discontinuità varie ma alla resa dei conti non un fenomeno neanche in B come visto a Bari. Ma appunto, a Bari è stato allenato proprio da Grosso, che a quanto pare l’ha rivoluto a tutti i costi, confidando nella sua piena affidabilità a questi livelli.

I terzini sono tutti nuovi (sì, si è accasato altrove anche il tanto sbertucciato Souprayen…) e quelli che sembrano avere più chances di giocarsela sono Crescenzi (perchè onestamente più esperto, oltre che abile a giostrare su entrambe le fasce) e l’altro ex barese Balkovec, piuttosto accreditato ma sinora impalpabile e apparso indietro come condizione fisica. Almici, che vanta diverse presenze in B, non ha mai dato l’idea di “esplodere” e dall’altra parte Eguelfi, buon prospetto ai tempi delle giovanili interiste e passato anche dall’Atalanta, a 24 anni è ancora un oggetto misterioso. Empereur mi colpì molto quando guidava con autorità la retroguardia della Primavera della Fiorentina ed è reduce da una fruttuosa gavetta: Verona è la tappa cruciale della sua carriera. Bianchetti lo conosciamo, gli auguro di riprendersi dal punto di vista fisico ma le ottime premesse da leader di una forte Under 21 sono ormai state definitivamente disattese.

Come molti sostengono è evidente che a metà campo abbiamo maggiore qualità (e quantità), con tante opzioni al più valide. Credo che l’unico sicuro di un posto sia Henderson, in possesso di un innato talento, mentre accanto a lui difficile capire chi si renderà maggiormente protagonista tra Gustafson, Laribi, Colombatto, Calvano, il “mal sopportato” Fossati (misteri del calcio, fu tra i migliori due anni fa), i “nostri” Zaccagni e Danzi o i già citati multiuso Marrone e Dawidowicz.

Tanta abbondanza, molteplici soluzioni ma anche il concreto rischio di perdere la bussola. Personalmente ritengo sia il miglior centrocampo di tutta la serie B in cui prevedo ci sia più spazio per Laribi – dalla carriera sinora al di sotto delle aspettative, dopo essere arrivato a giocare con merito anche in serie A col Sassuolo – e il piccolo argentino Colombatto, oltre appunto allo scozzese Henderson che come detto prima credo diventerà presto imprescindibile. Tutti però hanno la possibilità di dare molto alla causa, e mi piacerebbe trovasse la sua consacrazione anche l’enfant du pays Danzi, gettato nella mischia nel momento peggiore del campionato scorso e capace di raccogliere comunque qualche timido consenso. Importante sarà prima di tutto non bruciarlo, come purtroppo fatto con l’altrettanto promettente Checchin, poi di Tommasi ne nascono ben pochi ma almeno sarebbe auspicabile che un prodotto del nostro vivaio riuscisse a imporsi a buoni livelli (meglio se insieme a tutta la squadra ovviamente!).

Dopo aver esordito in serie A mostrando a tratti una buona personalità, il veronese Andrea Danzi saprà trovare il giusto spazio in mezzo all’affollato centrocampo del Verona?

In attacco la soluzione a due punte centrali sembra non godere dei favori del mister: questo avallerebbe la sciagurata ipotesi che uno dei big offensivi rimanga per lo più a guardare l’altro. Il “Pazzo” dovrebbe partire davanti nelle gerarchie, ma dopo l’ultima scellerata sua gestione tecnica da parte di un nostro allenatore, non si può davvero dare nulla per scontato.

Di Carmine è arrivato al suo zenit calcistico a 30 anni: mai prima d’ora aveva segnato così tanto, e Perugia è una piazza importante, quindi lo ritengo potenzialmente prontissimo a guidare da titolare il nostro attacco, dovesse essere lui il nostro centravanti designato. Le staffette sinceramente non mi convincono, un attaccante poi gioca meglio sentendosi la fiducia e dando continuità alle sue prestazioni.

Giocando presumibilmente a tre davanti, ecco che la batteria degli esterni diventa fondamentale. Non siamo numerosi in tal senso ma presi singolarmente anche qui la qualità media è abbastanza sopra la media per la serie B. In particolare l’ultimo arrivato Ragusa rappresenta un lusso per la categoria, lui che si è ben disimpegnato nelle ultime stagioni in A con il Sassuolo. Non segna molto, ma abbina sapientemente tecnica e corsa, cuore e senso tattico. Sarà molto utile alla causa, così come il forte Cissè (sembra passata un’era calcistica da quando vestì per la prima volta la maglia gialloblu nell’inferno della Lega Pro), l’estroso coreano Lee e un motivato Matos.

Questi ultimi due, parsi per lo più inadeguati in serie A, mi auguro possano trovare la loro dimensione ideale in questo campionato. Mi aspetto di più dal piccolo Lee Seung – Woo, che anche con la maglia della sua Nazionale sta dimostrando il suo valore, piuttosto che da un Matos ancora troppo fumoso sin dalle prime uscite di questa stagione. Le qualità tecniche le possiede, ma deve farsi più risoluto e regalare giocate che non siano fini a sé stesse.

La carne al fuoco c’è, ed è comprensibile nutrire alte aspettative. Non soltanto perché ci si chiama Hellas Verona, ma perché appunto la squadra è di indubbio valore. Senza gli svincolati di Bari e Cesena non so di che staremmo parlando ma va bene così: ripeto, niente dietrologie in questo post, ci sono giornalisti molto più esperti e competenti di me in materia.

Mi limito in questa sede a fare il tifoso e, come tutti, ciò che chiedo è che la squadra dimostri amalgama, voglia e soprattutto metta tutto ciò che ha in campo. Dopo una stagione fallimentare come l’ultima appena vissuta, mi pare veramente il requisito minimo.

 

La vittoria del Verona nel derby contro il Chievo riapre la lotta salvezza in serie A

Che valore dare alla vittoria del Verona nel derby contro il Chievo di ieri sera?

A caldo ieri sera ho scritto sul mio profilo Facebook che si tratterebbe della salvezza più “illogica della storia della serie A” e, iperbole a parte, credo che per come è stato condotto, vissuto e sofferto il campionato, non andrei tanto lontano dal vero con quella fantasiosa affermazione.

L’urlo di gioia di Caracciolo dopo aver segnato il gol decisivo nel vittorioso derby contro il Chievo

C’è da dire che alla fine i 3 punti sono arrivati, senza tener conto del bel gioco (ma, eccezion fatta per i primi 3 mesi splendidi in serie B all’inizio della scorsa stagione, quand’è che con questa conduzione tecnica abbiamo assistito a gare memorabili?) ma finalmente con tanto cuore.

I tifosi, in assenza di qualità tecniche preminenti, quello chiede ai propri giocatori, ché il Barcellona non gioca certo al Bentegodi! Ora non voglio passare per il tifoso “amante del calcio inglese” (quale in effetti sono comunque 🙂 ) ma il Verona di quest’anno mai oppure solo raramente aveva messo in campo quelle doti agonistiche, quella determinazione e rabbia che si chiede a chi in difficoltà di classifica deve (appunto) lottare per non retrocedere.

Il mercato di gennaio aveva lasciato la maggior parte dei tifosi sbigottiti e viene difficile credere, anche alla luce dei migliori risultati che si stanno ottenendo (fare peggio del girone d’andata era francamente difficile), che dietro ci fosse una strategia “tecnica” ma forse, dico forse, un po’ di cognizione di causa il buon bistrattato Fusco deve averlo avuto, così come il “santone della panchina” Pecchia che sta dimostrando di saper allenare e “persino” leggere le partite anziché fare la formazione tirando i dadi!

Scusate la schiettezza ma quante volte sono rimasto incredulo nel leggere formazioni, ripescaggi o accantonamenti di questo o quel giocatore, variazioni di modulo in corso, stravolgimenti della rosa senza molte spiegazioni… insomma, un caos tecnico che però per lo più da qualche partita a questa parte (scivoloni evitabili a parte, tipo lo scontro diretto perso in casa col Crotone) è circoscritto.

Pecchia ha il gruppo con sè, l’ha creato e mi pare anche plasmato a sua immagine e somiglianza. E’ una squadra inesperta come lui in fondo e che, a differenza di altre compagini in lotta per non retrocedere, fino a qualche gara fa sembrava giocare (inspiegabilmente) di fioretto. Sia il tecnico che diversi giocatori di questa rosa probabilmente non erano abituati a “sudare” per ottenere risultati, forse in effetti gente come Romulo, Pazzini, Bessa o Kean (nelle giovanili) è consapevole delle proprie qualità tecniche e credeva che, massì, in serie A si potesse giocare come in B.

Non è così, chi l’ha capito è stato confermato, anche trattandosi di un prestito secco (ma Kean ha capito che da questa cruciale stagione potrà giocarsi davvero le sue chance per rimanere in orbita Juve), altri magari no, al netto di ingaggi onerosi (vedi Pazzini).

I nuovi arrivi sembrano più in linea con il galleggiamento della salvezza, calciatori come Petkovic, Vukovic, Matos o il ripescato Calvano stanno dimostrando di mettercela tutta, nonostante tanti errori e le ingenuità.

Se si retrocederà dando tutto in campo, nessuno sono sicuro avrà da ridire perché lo sappiamo che la rosa è al più inadeguata ma se ci si dovesse salvare bisognerà fare tutti quanti un “mea culpa” nei confronti di tecnico in primis e dei giocatori, mai così “maltrattati” dai tifosi in 30 anni circa che seguo le partite del Verona. E siamo passati anche dall’inferno della serie C.

Ma questo accanimento partiva proprio dall’atteggiamento remissivo, quasi rinunciatario messo in mostra durante tutto il girone d’andata, anche al cospetto di formazioni abbordabili. I punti pesanti erano venuti contro il Milan che, per quanto in difficoltà fosse, era pur sempre il Milan, pareggiando a Torino con i granata e vincendo al Mapei contro il Sassuolo. La vittoria di misura col Benevento non era certo stata salutata con facili entusiasmi.

Nel ritorno qualcosa è cambiato, anche qui i punti erano stati raccolti per lo più inaspettatamente (vedi la dilagante vittoria esterna a Firenze) ma adesso finalmente vediamo una squadra compatta, coesa, determinata, quello che si definisce “un gruppo” e non solo a parole, ma nei fatti. Tutto il contrario di come è parso il Chievo, lontanissimo parente di quello ammirato nella prima parte di stagione quando sembrava già salvo a…novembre!

Emblemi di questo “nuovo campionato gialloblu” sono il goleador di giornata Caracciolo, Petkovic e Calvano: tre che in A sembra(va)no di passaggio e che invece stanno dimostrando che possono dare un grande contributo in ruoli chiave.

Il primo si sposa a meraviglia con il nuovo arrivato Vukovic (che rispetto ad Heurtaux sembra di un’altra categoria per spessore e carisma), e in ogni gara difende dando il 100%, un difensore d’altri tempi che però a inizio stagione sembrava non propriamente nei piani per affrontare la categoria dopo tanti anni in cadetteria.

Il secondo è un ariete d’area atipico, nettamente più bravo a giocare di sponda, da pivot, con gran senso tattico ma abile anche a far risalire la squadra come si conviene a una punta alta più di un metro e 90. Se lui da solo fa ammonire mezza squadra avversaria come accaduto ieri e poi arriva comunque la vittoria, beh, allora si può perdonargli il fatto che il tabellino delle reti sta ancora fermo a zero.

Infine Calvano, cui ho già di recente dedicato un pezzo. Ieri è stato emozionante sentire la standing ovation che lo stadio gli ha tributato all’uscita dal campo. Un giocatore che sta lottando, sudando, che non si tira indietro, e che rappresenta la rivincita per tutti i “bistrattati” che ancora prima di avere una possibilità di dimostrare cosa si è in grado di fare, già finiscono nel tritacarne delle polemiche e delle invettive. Non aveva mai avuto una chance, la sua “colpa” era quella di aver giocato sinora solo nelle serie inferiori. Non stiamo parlando di un fenomeno, certo, ma ha avuto l’umiltà, la tenacia e la dignità di provarci, di giocarsi tutto, forse anche un’intera carriera che potrebbe svoltare per lui se dovesse continuare di questo passo. Di certo non tornerebbe nelle serie inferiori.

E con lui si spera che non debba tornaci neanche il Verona. Tutto è ancora aperto e persino il calendario, ora che il tabù Bentegodi, con queste due vittorie consecutive, è finalmente caduto, sembra sorriderci.

Importante vittoria del Verona contro il Torino nel nome di Valoti e Calvano

Nell’importante vittoria casalinga del Verona contro il Torino, che riapre le speranze di salvezza della squadra gialloblu, viste le concomitante sconfitte delle rivali Crotone, Sassuolo e Chievo, c’è stato il grande contributo di due giocatori ancora incompiuti: Valoti e Calvano, centrocampisti che quest’anno spegneranno 25 candeline.

Il primo è stato decisivo segnando entrambi i gol con cui la squadra scaligera ha sconfitto il più quotato Toro per 2 a 1, ma il secondo è stato altrettanto determinante ai fini del risultato con una prestazione maiuscola a centrocampo, tutta cuore, corsa e grinta.

Prima doppietta in serie A per il talentuoso centrocampista Mattia Valoti oggi contro il Torino

Entrambi sono spesso e volentieri finiti nel mirino dei tifosi per vari motivi, anche se la loro storia veronese è molto diversa. Mattia Valoti è stato acquistato nel 2014 e fa parte a tutti gli effetti del progetto; nonostante qualche prestito a vuoto, figura tra i protagonisti della recente promozione. Simone Calvano è a Verona dal lontano 2012 ma le sue chances in prima squadra sono state alquanto limitate, visto che di fatto ha esordito soltanto sul finire del 2017, dopo aver militato in ben 7 squadre in prestito, per un totale di 6 stagioni in serie C (l’ultima nella Reggiana).

Eppure i loro destini si sono spesso incrociati, avendo condiviso più di un’esperienza. Valoti, figlio d’arte (anche il padre Aladino, mediano, disputò delle stagioni in gialloblu negli anni ’90) dalle giovanili dell’Albinoleffe (un ottimo vivaio, insieme al “Gallo” Belotti era il fiore all’occhiello della nidiata dei ’93) passò alla Primavera del Milan nel 2011, dove si ritrovò a giocare a metà campo assieme a Calvano che invece era giunto in rossonero l’anno precedente dalle giovanili dell’Atalanta. Giocarono poi da professionisti una stagione nell’Albinoleffe.

Valoti con la maglia del Milan

Non solo, tutti e due facevano coppia nelle nazionali giovanili sin dall’Under 16, la prima rappresentativa di un certo livello, su su insieme fino all’Under 19 (Valoti collezionò anche un gettone di presenza nell’Under 20).

Erano insomma quelli che si definiscono dei predestinati e, per quanto la storia ci insegna che “uno su mille ce la fa”, gli addetti ai lavori non faticavano a pronosticare loro un futuro da protagonisti. Si sono ritrovati per vari motivi ancora sospesi nel limbo, nonostante almeno Valoti come detto abbia già accumulato delle presenze da titolare nel Verona, mentre Calvano quasi per caso, in sostituzione del lungodegente Zaccagni (giovane del vivaio del Verona da tenere d’occhio) è stato inserito in rosa della prima squadra solo quest’anno a campionato in corso tra l’altro.

Simone Calvano ai tempi delle giovanili del Mian, quando era considerato una promessa del calcio italiano

A Valoti viene quasi “rimproverato” di non aver ancora mostrato appieno le sue doti. E’ un centrocampista moderno, molto fisico, alto ma non ancora “a fuoco”. Per caratteristiche dovrebbe forse giocare nel cuore del gioco, da interno che si inserisce, essendo in possesso di un’ottima conclusione dalla distanza, più che da trequartista o da esterno. Eppure spesso si estrania dal gioco, appare abulico e svagato, con poca personalità e grinta. Non lo ha agevolato in questo probabilmente il continuo turbinio di cambi di moduli di gioco dell’allenatore Pecchia, il quale in ogni caso da due mesi circa a questa parte lo sta impiegando con continuità, avendogli di fatto affidato la zona centrale del campo dopo le partenze di Bessa e Bruno Zuculini a gennaio.

Più tortuoso il percorso del compagno di reparto Calvano che, senza troppi giri di parole, sembrava al più “perso” per il grande calcio, o per lo meno per una carriera da A. Questo ancora non lo sappiamo, ma dopo oggi abbiamo capito che il ragazzo ha una qualità importante: ce la mette tutta, non si fa abbattere e da’ tutto in campo.

Certo, è stato inspiegabile certo accanimento nei suoi confronti, la cui unica “colpa” è stata quella di essere fatto passare (dalla dirigenza ma anche dall’allenatore) come un “nuovo acquisto” quando appunto è sotto contratto con l’Hellas Verona da sei anni e prima di questo scorcio di stagione non era mai stato nemmeno preso in considerazione, nonostante dei tornei in serie B della squadra.

Calvano si sta ritagliando il suo spazio nel Verona in questa seconda parte di campionato

Tanti infortuni, qualche difettuccio caratteriale, già emerso sin dalle giovanili rossonere, ma anche tanta qualità. Al punto che pure l’allenatore all’epoca dei rossoneri, un certo Clarence Seedorf, stravedeva per lui e lo riteneva utile e pronto anche per il Milan dei grandi. Invece qualcosa non ha funzionato, al di là come detto dei brutti infortuni. Il Verona non ha mai smesso di crederci ma di fatto non gli ha mai concesso un’opportunità e si sa che quando si comincia a girare per la terza serie, Lega Pro o C che dir si voglia, emergere soprattutto per chi a centrocampo possiede qualità tecniche non è facile.

Neanche Simone però ha ha mai smesso di crederci, anche se ripensandoci non deve essere stato semplice passare dall’essere considerato una sicura promessa del calcio azzurro a finire spesso in panchina – con tutto il rispetto – nel Tuttocuoio.

Solo l’anno scorso, disputando una buona seconda parte di stagione a Reggio Emilia, sempre serie C, si sono riviste le doti tecniche di Calvano, fino a far ricredere qualcuno, o semplicemente a far constatare che uno così non ci dovrebbe giocare in serie C.

Da qui a disputarsi la salvezza in A però ce ne passa e ciò che colpisce in lui è stata la totale abnegazione, l’umiltà con cui si è messo al servizio di Pecchia, pur sapendo all’inizio di non rientrare nei piani tecnici, pur sapendo di essere ancora di passaggio e di rappresentare un enorme punto interrogativo per tutti i tifosi. Però il tifoso gialloblu, ma credo valga per tutti, sa anche cambiare idea, se vede che il calciatore in campo ci mette il cuore, lotta e suda per la maglia. Tanta strada è ancora da fare, anche oggi da una sua palla persa a metà campo (l’unico errore però questo occorre sottolinearlo) è nato il gol del momentaneo pareggio del Torino, ma non siamo più dinnanzi a un carneade.

Oggi, nella splendida vittoria dei gialloblu contro il Torino – che a livello tecnico è di qualche spanna almeno sopra il livello del Verona come mostra la sua classifica – a centrocampo, a guidare le azioni, ad arrivare sempre prima sul pallone, a contrastare e ripartire con qualità, a sovrastare (perchè onestamente è stato così) gente come Obi, Rincon e Acquah, c’erano loro: Mattia Valoti e Simone Calvano.

Non si sa se sapranno confermarsi, in fondo la disgraziata stagione del Verona sta molto anche in questo, nell’assoluta discontinuità e di conseguenza inaffidabilità della squadra e dai continui esperimenti tattici del mister Pecchia, anch’egli praticamente un esordiente in panchina.

Nel frattempo i due ex prodigi del calcio italiano oggi hanno risposto presente e potranno rivelarsi molto utili da qui alla fine, sin dalla prossima gara a Benevento, assolutamente da vincere se si vuole dare un senso nuovo a questo soffertissimo campionato.

Un Festival di Sanremo di grande qualità. Da Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico a Max Gazzè, dai redivivi Decibel ai favoriti Meta e Moro. Chi vincerà?

Devo averlo scritto in qualche commento sui social: probabilmente avevo sottovalutato questo Festival di Sanremo!

Giorno dopo giorno mi sto ricredendo sui brani in gara, che trovo generalmente di livello superiore alle edizioni targate Carlo Conti, per quanto molte di quelle proposte nel triennio in questione siano poi diventati dei buoni successi, anche al di fuori del dorato e ovattato mondo sanremese.

Ammetto di aver avuto una sorta di pregiudizio sulla scelta di Baglioni come Direttore Artistico e come conduttore soprattutto. Col senno di poi confermo le mie perplessità sul suo modo di condurre, per quanto abbia lasciato un buono spazio ai vivaci e tutto sommato convincenti Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino, soprattutto riscontrandogli una sorta di fastidiosa autoreferenzialità… credo che nonostante il suo canzoniere sia sconfinato in decenni di onorata carriera, con un po’ di impegno in più ce la potrebbe fare a proporcelo tutto!

Sono ironico ma non molto in fondo. Davvero ho trovato esagerato questo mettere davanti i propri pezzi, quasi a dire che la sua è la “vera musica”. In realtà poi credo si sia capito dalla scelta degli artisti in gara come abbia privilegiato la qualità delle canzoni, e questo gli fa onore, ritornando alla mia premessa iniziale.

Avevo scritto un lungo post con le mie prime impressioni sul Festival, denotando come i brani presentati fossero sin troppo “classici”; non rinnego quella mia definizione ma di certo non la voglio connotare al negativo, proprio perchè non sempre immediatezza e orecchiabilità sono sinonimi di qualità.

Ne ho sentita tanta di qualità, e questo per me è un merito. Guardo Sanremo da sempre e ne scrivo, voi lettori di questo blog lo sapete, ma ero arrivato “stanco” soprattutto mentalmente all’appuntamento con questa edizione, avevo perso addirittura interesse (mi è capitato persino con il Fantacalcio in questo periodo, e chi mi conosce meglio sa che è quello il vero campanello d’allarme!) e la composizione del cast mi aveva lasciato un po’ l’amaro in bocca.

No, non ho un vero favorito, anche se le primissime impressioni sono confermate, con un podio di miei preferiti che avevo già indicato e che in linea di massima è rimasto invariato. Tuttavia ai tre nomi che avevo scelto ne ho aggiunti altri ed essere arrivati alla conclusione che considero 6 o 7 pezzi di buona qualità è indice che sono pienamente soddisfatto dell’andamento del Festival.

Era dai tempi del Fazio bis, edizione 2014, che non ne contavo così tanti in effetti.

L’orecchiabilità, la melodia più cantabile, il ritornello più a presa facile e diretta, sono garantiti dalla canzone de Lo Stato Sociale, autentica rivelazione dell’edizione, con i quali ero stato piuttosto duro. Forse perchè provenendo il gruppo dal mondo indie, mondo che sento molto affine alle mie corde, mi aspetto sempre qualcosa in più. Loro però sono rimasti sè stessi, alzando anzi l’asticella, riuscendo a colpire anche l’ascoltatore medio in positivo, risultando ironici e simpatici, tanto che le stonature consuete sono passate in secondo piano. Pensare a un Gabbani bis, con i quali invero spartiscono poco, se non nulla, è quanto meno azzardato e, riconoscendo come detto che ci sono brani di ottima fattura in questa edizione, sarebbe troppo che a vincere fossero proprio i cinque ragazzi bolognesi.

Credo che, superate le polemiche, la Palma d’Oro di Sanremo andrà alla coppia Meta-Moro, già attesi alla vigilia e che hanno fatto il loro compito nel migliore dei modi, proponendo una canzone dal buon intento sociale, intensa al punto giusto e interpretata ottimamente. Hanno tutti gli ingredienti, li ho sempre generalmente apprezzati, ma ammetto che il mio cuore quest’anno propenda per altri.

La mia canzone preferita, e non l’avrei mai detto alla vigilia, è quella di Ornella Vanoni, magistralmente accompagnata da Bungaro e Pacifico: che classe ragazzi, per un brano che ha un testo riuscito, sull’amore e la consapevolezza del tempo che passa e che muta i rapporti umani. Non vinceranno ma spero si piazzeranno sul podio.

Anche la poetica composizione di Max Gazzè mi ha colpito da subito: sbagliatissimo aspettarsi dall’istrionico cantautore romano solo funambolismi e canzoni carine e frizzanti. Da sempre Max è in grado di emozionare con la profondità dei versi, scritti quasi sempre assieme al fratello Francesco e la solennità della musica, e questa fiaba tratta da una leggenda del Gargano, Terra d’origine di mia moglie (inconsapevolmente me la sono sentita vicina!), ne è una piena conferma!

Confermo anche una preferenza per Luca Barbarossa, anch’egli sorprendente in queste vesti, sebbene da tempo sia propenso per una proposta di stampo cantautorale. Immagino che se questa canzone l’avesse eseguita Il Muro del Canto, acclamato gruppo romano molto lodato dalla critica, avrebbe avuto più risalto.

Supera la prova del tempo anche la canzone di Diodato con Roy Paci e quella di Enzo Avitabile con Peppe Servillo. Tutti questi nomi in pratica li avevo già fatti, sono quelli “di qualità” a cui avevo fatto riferimento, ma in extremis dopo diversi ascolti, mi va di inserire nel lotto anche il brano dei Decibel. Ieri nel duetto sono stati tra i più convincenti secondo me, anche per loro grande classe indubbiamente!

A conti fatti, a sfigurare, ma non per colpa loro, quanto appunto perchè si trovano davanti ottime canzoni, sono le interpreti femminili, tutte alle prese comunque con brani dignitosi: Annalisa, Noemi e Nina Zilli. Mi fa specie che nelle retrovie si stia piazzando Noemi, il cui testo mi piace molto e con lei al solito in grado di trasmettere emozione e trasporto. La Zilli è molto composta in un brano, “classico” nella struttura, ma dagli spunti interessanti, a partire dal tema, trattato con delicatezza e orgoglio.

Dopo aver ascoltato il brano inedito di Lucio Dalla cantato dalla divina Alice, beh, cala il giudizio su Ron: l’avesse presentata al Festival lei avrei parlato di podio sicuro, il buon Rosalino purtroppo non la rende a dovere.

Al secondo appello mi è parso banalotto il brano di Red Canzian, che trovo degno di nota per il modo in cui l’autore l’ha interpretato, con grande umiltà ma anche con piena convinzione, gettando il cuore oltre l’ostacolo e gridando al vento a pieni polmoni tante cose che aveva dentro, quasi come se nei Pooh si sentisse schiacciato dalla presenza di Roby. Scherzo, ci mancherebbe, ma alla prova del canto, ha assai deluso Facchinetti mai visto così giù di corda, quasi caricaturale e al cui cospetto se non altro l’affascinante Riccardo Fogli ha risposto con garbo e un’interpretazione decisamente migliore, se non altro tra le righe.

Promossi con riserva i Kolors, non male in generale ma rimango convinto debbano cantare in inglese, anche se così facendo nel giro di poco scompariranno perchè in Italia per far successo nel pop devi cantare nella tua lingua. Non mi dicono nulla Le Vibrazioni, la loro reunion non mi ha fatto chissà quale effetto, non mi hanno mai fatto impazzire… buoni musicisti, canzoni pop rock discrete, valide per dare un’alternativa alla musica leggera ma scarse in confronto con quelle degli epigoni rock nostrani a loro contemporanei. il brano sanremese in gara è cantato con la consueta grinta da Francesco Sarcina ma non basta.

Non ho mai citato Mario Biondi e Giovanni Caccamo in un mio pezzo; per il primo vale quanto detto per i Kolors: per la sua proposta musicale rende decisamente meglio in inglese, con quella splendida voce soul che si ritrova. Caccamo invece ha di fatto cantato all’esordio il suo brano migliore, quando vinse tra i Giovani con l’ariosa “Ritornerò da te”: da allora non ha più avuto un guizzo degno di nota, non mi arriva, nonostante l’indubbia bella voce.

Renzo Rubino ha un grande talento, propone sempre brani molto particolari, intensi e mai banali. Lo trovo decisamente bravo ma non è il tipo di cantautore che ascolterei di mia spontanea volontà. Nel contesto sanremese può spiccare per sensibilità e spessore e di certo non lo metto tra i peggiori ma nemmeno credo abbia quel quid per aspirare al podio.

Elio e Le Storie Tese continuo a faticare a giudicarli in questa edizione. Il loro brano rimane nel limbo, nè ballata, nè veloce, nè seria, nè allegra… un saluto che avrebbe potuto essere migliore avessero puntato su un versante o sull’altro. Da loro non ci si aspetta mai canzoni normali, lo dimostra anche la loro storia al Festival.

I giovani invece mi avevano colpito sin dalle prime esibizioni. Il verdetto per me è giusto, ci può stare, nonostante io tifassi apertamente per il romano Mirkoeilcane (che però ha vinto meritatamente il Premio della Critica). Ultimo però ha un brano solido, che arriva dritto, il suo cantato è moderno, l’arrangiamento davvero bello, con i fiati a colorare il pezzo a dovere. La vittoria finale può essere un buon viatico per la sua piena affermazione.

Dividendo per fasce come stanno facendo i conduttori dal primo giorno per dare delle indicazioni al pubblico, faccio anch’io così per delineare i miei gusti.

FASCIA BLU: Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico; Max Gazzè; Diodato e Roy Paci; Enzo Avitabile e Peppe Servillo; Luca Barbarossa; Ermal Meta e Fabrizio Moro; Decibel

FASCIA GIALLA: Noemi; Lo Stato Sociale; Nina Zilli; Annalisa; The Kolors; Renzo Rubino; Ron

FASCIA ROSSA: Elio e le Storie Tese; Red Canzian; Mario Biondi; Le Vibrazioni; Giovanni Caccamo; Roby Facchinetti e Riccardo Fogli