Recensione di “Dell’Amore animale, dell’Amore dell’uomo, dell’Amore di un Dio” di Lorenzo Del Pero, un cantautore che ha tanto da dire.

Uno dei dischi che più ho ascoltato e apprezzato negli ultimi mesi è quello del cantautore pistoiese Lorenzo Del Pero, invero pubblicato nel 2019 ma che, visto che la buona musica non ha ovviamente scadenza, si sta facendo notare in questo funestato anno bisestile.

Concept e Foto Album: Lorenzo Gori

Il titolo in sè è già parecchio d’impatto ed evocativo: “Dell’Amore animale, dell’Amore dell’uomo, dell’Amore di un Dio”, e va a riallacciare alcuni legami con quel mondo dei cantautori più “nobili”.

Proprio così, Del Pero non sembra temere paragoni azzardati, pur denotando una spiccata personalità artistica pienamente ormai a fuoco, dopo i primi vagiti in lingua inglese, memore anche di importanti trascorsi all’estero.

E’ un lavoro ambizioso questo suo nuovo disco, ma per nulla “arrogante”, mi si passi il termine, ove è possibile non solo limitarsi ad ascoltare quelle che sono in ogni caso piacevolissime canzoni, ottimamente scritte, suonate e interpretate, ma anche tuffarcisi dentro, venendo a conoscenza del mondo interiore dell’autore.

L’amore è il dichiarato trait d’union tra i vari pezzi, un sentimento che non viene celato ma che al contrario emerge prepotente in ogni sua sfaccettatura. Potrebbe sembrare il “classico” disco da cantautore disilluso, in grado di sintetizzare le amarezze personali, finanche universali, ma non è affatto così, in quanto la materia amorosa, di per sè vasta e onnicomprensiva, è declinata anche nei suoi aspetti meno carnali e “umani” appunto, con incursioni felici (perchè, anticipando ciò che poi più nel dettaglio commenterò, si tratta di alcuni fra gli episodi più sentiti e riusciti) in quell’area spirituale che alberga in ognuno di noi.

A conti fatti quindi ci si sente in qualche modo purificati, come alla fine de “Il sentiero”, canzone in quattro parti (compresa di Intro, Primo Intermezzo e Secondo Intermezzo) che delinea il mood dell’intera opera.

Che sia un album più maturo e “lavorato” (o meglio, ragionato) dell’omonimo debutto (risalente al 2013) lo si evince in fretta; ci basta, dopo il già citato frammento iniziale de “Il sentiero”, una canzone come “Romina”, che riesce nel miracolo di far incontrare due mostri sacri come Fabrizio De Andrè (nell’atmosfera e nel linguaggio) e Jeff Buckley (negli splendidi acuti). E’ già questa a mio avviso la vetta dell’ album, il suo apice narrativo e formale. Ma le sorprese non sono certo finite, e Del Pero con la successiva, catartica “Verrà la pioggia” rinnova un’attenzione particolare alle parole e alla pura bellezza musicale.

E’ questa la canzone forse più adatta a rappresentare le molteplici anime di un lavoro consistente, forte di un lirismo come non si sentiva da tempo in ambito cantautorale, così vicino come detto ai classici del genere. Tuttavia a spiccare, innegabilmente, sono le indubbie doti vocali del Nostro, che innalzano il livello di intensità, conferendo spesso e volentieri quel giusto quid di pathos e struggimento.

Continuando fra i solchi del disco, ci si imbatte nella melodica e apparentemente placida (perchè, di fatto, anche in questo caso, le parole sono più simili a lame affilate che a dolci carezze) “Misera cosa”, caratterizzata da uno stupendo arrangiamento acustico. Apro una parentesi per lodare anche i musicisti che intervengono nell’album, laddove il suo titolare si è occupato di cantare e di suonare chitarre, bouzouki greco e balalaika: si tratta di Francesco Pirolo (basso), Alessandro Pieri (batteria) e Matteo Gaggioli, che oltre a suonare tastiere, basso e fisarmonica, ha curato con lo stesso Del Pero la produzione artistica e gli arrangiamenti (ed ha pure registrato e mixato il lavoro); assai rilevante anche il contributo di Alice Chiari e Irene Betti che, rispettivamente con violoncello e arpa, hanno impreziosito e rifinito il tutto.

“A Silvia” fa da spartiacque ed è probabilmente il brano col più alto tasso di densità della raccolta, in cui il cantautore delinea un ritratto toccante della protagonista che, pur alle prese con una vita che non le ha risparmiato dolore e atrocità, non intende arrendersi. E’ un testo davvero importante e significativo quello che ne contorna la storia, in versi come “Silvia chiede una tregua con respiro affannoso/all’amore che il tempo oramai ha corroso/E poi giura che questa sarà l’ultima volta/che si dona ad un uomo fino ad esser travolta/Silvia grida l’amore/la sua bocca smarrita”. Anche l’interpretazione, in cui Lorenzo può ricordare nel grido finale un certo Chris Cornell, non può lasciare certo indifferenti.

Foto di Fiorenzo Giovannelli

Le tematiche rimangono cupe, con punte di disperazione, nella successiva “Dell’amore animale”, che vanta però un arioso ritornello che ricorda un po’ Don Backy, specie per la pulizia e l’efficacia interpretativa.

Sono canzoni in effetti d’altri tempi quelle contenute in questo convincente “Dell’Amore animale, dell’Amore dell’uomo, dell’Amore di un Dio”, e a maggior ragione lo sono quelle cui spetta l’onere di condurci alla fine del tortuoso viaggio. Dapprima a stupire è la splendida “Ave Maria”, un’invocazione profonda, una preghiera laica (oppure no?), in cui i toni spirituali emergono e ne connotano l’epica melodia. Il lirismo, presente a onor del vero in ogni singolo episodio, viene accentuato oltremodo nel brano “Sposa per denaro”, dove fa capolino una sospirosa fisarmonica.

Non sono da meno l’intensa “Sorella solitudine”, in cui Del Pero si cimenta in un azzardato cambio di tono, passando brillantemente da un ficcante spoken word iniziale a un ritornello aperto in cui far letteralmente volare le corde vocali, e la dimessa, ancorchè ragguardevole, “Preghiera blasfema”, il cui accostamento verbale induce all’inganno. L’ossimoro è infatti fuorviante, basta perdersi in versi come “A te lode e gloria di una lunga memoria/Proteggi mia madre, conduci mio padre/Nella sofferenza ch’io trovi l’essenza/di un Amore antico/Dio ti benedico”, per rilevarne il grande spessore. La musica oltretutto è calorosamente solenne, e ben si confà a simili parole.

Che altro ancora da aggiungere? Dopo aver ascoltato un disco di tale levatura, dove le (belle) intuizioni del disco d’esordio sembrano portate a compimento, e aggiungendovi la recente collaborazione con Marco Olivotto, sfociata nel suggestivo singolo “Vola il corvo”, abbiamo chiara l’immagine di un artista consapevole del suo talento e delle proprie qualità.

Un cantautore in movimento, che ha tanto da dire e che riesce, grazie a un songwriting ispirato e a una voce potente ed educatissima, a trasmettere nel migliore dei modi il suo mondo interiore, ciò che più sente nel profondo.

 

Intervista al cantautore Stefano Fucili, tornato in pista con un nuovo singolo. Artista poliedrico, su PelleECalamaio ripercorre tutta la sua storia

Il nome di Stefano Fucili a molti della mia generazione (quarantenni o…su di lì!) non dovrebbe suonare nuovo, in quanto fu protagonista di un periodo fulgido nell’ambito della canzone pop italiana a cavallo del nuovo millennio. Esordì a fine anni ’90, vincendo il Festival di San Marino, ed ebbe modo di entrare nel roster della Pressing, etichetta di Lucio Dalla attiva per qualche anno. Una sua canzone, “Anni luce”, è stata interpretata dal grande artista bolognese e inserita nell’album “Luna Matana”, del 2001.

Fotografia di Andros Pugolotti

Molta acqua è passata da allora sotto i ponti ma il cantautore pesarese (di Fano, per l’esattezza) non ha mai smesso di suonare, raccogliendo variegate esperienze musicali, fino ad avvertire nuovamente forte il desiderio di proporre le sue canzoni. Lo scorso anno si è legato all’international indie label RNC Music, col quale ha dapprima pubblicato il singolo “Ballare Ballare” nell’estate 2019, per poi replicare (questione di pochi giorni fa) con un altro episodio dal titolo vagamente assonante: “Bella Bella Bella”, che ne conferma la ritrovata vena melodica, con una spruzzatina latina a spalancarci le porte dell’estate dopo i faticosi mesi di lockdown cui siamo stati tutti necessariamente esposti.

Per chi, come il sottoscritto, aveva amato la semplicità e la buona fattura di un singolo come “Bonsai” – vero esempio di itpop dell’epoca – l’occasione di scambiare qualche chiacchiera con lui e saperne di più del suo progetto (è in previsione un intero album di inediti) era troppo ghiotta. Nel mezzo si è parlato del suo percorso e di altri aspetti legati al mondo delle sette note.

Stefano mi raggiunge telefonicamente mentre ha terminato il suo lavoro d’ufficio, confermando che in ambito extra musicale non ha mai in pratica smesso di lavorare, occupandosi tra l’altro di qualcosa di molto utile a maggior ragione in questo periodo, ma allo stesso tempo ha saputo cogliere l’opportunità per dedicarsi ancora di più alla musica, scrivendo, suonando e registrando. L’entusiasmo con cui mi accoglie e mi presenta il suo nuovo progetto è tangibile ed io decido di lasciare spazio alla sua presentazione.

“Ciao Stefano, è un piacere per me che ti seguivo tanti anni fa con interesse, ritrovarti alle prese con delle nuove canzoni così fresche e pimpanti. Come sono nate e come ti è tornata la voglia di rimetterti in gioco?”

“Ciao Gianni, piacere mio! In tutti questi anni sostanzialmente non ho mai smesso di fare musica, in diversi contesti, ma la molla per rimettermi a scrivere è scattata l’anno scorso. “Ballare Ballare” è un po’ contaminata con la dance, un po’ per mia curiosità di approcciarmi a quei suoni lì, un po’ è dovuto all’incontro, con la RNC Music, un’etichetta di Milano di Nico Spinosa (un discografico importante, ha curato per quasi dieci anni la parte estera della EMI e ha contribuito a lanciare all’estero nomi grossi come ad esempio Tiziano Ferro).

Nico nel lanciare la sua etichetta, ha mantenuto tanti contatti nell’ambiente, anche all’estero (ti parlo di etichette indipendenti ma anche major) e ha improntato un taglio dance, dedicandosi all’elettronica, la lounge ecc. Il contatto con lui è avvenuto tramite Giordano Donati, un producer dance di successo, un amico, e anche il mio manager che ha fatto da tramite facendo partire questa nuova avventura. Avevo iniziato a scrivere dei brani già l’anno scorso, e il fatto di essere dovuto rimanere a casa in questi mesi mi ha aiutato a scrivere altri nuovi pezzi e quindi, vedendo il bicchiere mezzo pieno, è stata un po’ un’opportunità questa per lavorare a un nuovo album”

“Sono molto curioso perché mi sembra tu stia tentando una strada diversa, anche se resta il marchio di fabbrica del pop italiano.  Tuttavia appunto lo stai contaminando con altri suoni e altri generi. Questo tuo avvicinarti a un sound più moderno è stata una mossa studiata, per entrare dentro un certo filone magari vicino a certa musica reggaeton piuttosto in voga, con i suoi tormentoni, oppure in realtà tu hai sempre apprezzato la dance e i tuoi ascolti vertevano da sempre su un pop più ampio rispetto a quello cantautorale con cui avevi iniziato?”

“Di certo io sono sempre stato molto curioso musicalmente, poi il mio background è sicuramente da ricercare nel pop rock degli anni ottanta: quella è la mia formazione da un lato, e dall’altro lato i cantautori, anche se poi mi piacciono tanti artisti dei più svariati, come ad esempio Bjork. E’ un po’ come in cucina dove mi piace assaggiare tutto, anche nella musica mi piace ascoltare più roba possibile per scoprirne la bellezza. Che può essere presente ovunque: tu puoi sentire un pezzo di liscio, con un assolo di clarinetto strepitoso ed è bellissimo, pur essendo una musica principalmente da ballo, per dire.

La musica secondo me è universale, le etichette non mi piacciono. Tipo il discorso del reggaeton cui accennavi prima… il reggaeton viene spesso, come dire, trattato male o considerato poco, paragonato alla musica da ballo e chiusa lì, quando in realtà è un genere musicale come un altro, anzi, tra i più popolari al mondo, segno che ha del valore se arriva a far muovere gente in tutto il mondo. Forse in questo momento è addirittura il linguaggio musicale più popolare in assoluto”

“Direi di sì, basta vedere anche le visualizzazioni di certi artisti di là dell’Oceano, si va sul miliardo, quindi il successo di massa è tangibile”

“Esatto, al di là del boom di “Despacito”, che ha certificato l’esplosione del genere, ci sono molti artisti che hanno avuto un impatto mondiale, arrivando primi in Russia, come in Thailandia e ovviamente in Sud America e negli Stati Uniti. Quindi, è un genere che merita dignità perché arriva ovunque. Partendo dal presupposto che io sono un curioso musicalmente, in questo caso, per i nuovi pezzi che ho scritto, il mio avvicinamento con l’elettronica avviene in realtà con degli ascolti fatti un po’ prima del 2018 e ispirati a un certo indie pop italiano che mi ha proprio stimolato in termini di suoni e scrittura.

Sono stati cinque anni davvero ottimi per il movimento, dove l’indie italiano era un pozzo di ispirazione, penso a nomi come Thegiornalisti o Frah Quintale ma anche qualcosa del nuovo rap italiano, di cui mi piacevano per lo più i testi. Vi ho sentito una tale freschezza, che mi ha fatto venire voglia di scrivere cose nuove e come sonorità ho voluto un po’ avvicinarmi a questo mondo qua. Che poi, nel mio passato, penso al mio primo album autoprodotto nel 2006, subito dopo l’esperienza con la Pressing di Lucio Dalla (con cui produssi due singoli, ma non uscì l’album), ecco, quel mio lavoro lo misi all’epoca su MySpace, quindi ho iniziato già allora a usare il web, e a mischiare nelle mie canzoni il pop con l’elettronica e le chitarre acustiche. Era già stata quella una prima evoluzione per me, visto che il mio mondo originario di riferimento è magari più il folk, addirittura di matrice irlandese (ho fatto un album tutto celtico, “Tristano e Isotta”, ispirato alla nota storia composto con Francesco Gazzè fratello di Max), quindi sicuramente è più nelle mie corde, la chitarra acustica rappresenta le mie origini, però mi volevo cimentare di nuovo, a distanza di anni, con la musica elettronica, ed è stato proprio l’indie italiano a ispirarmi in tal senso.

Dopo quegli ascolti, ho iniziato a scrivere dei pezzi nuovi nel settembre 2018 e nei mesi successivi ho iniziato a sfornarne uno dietro l’altro e da lì, tramite Giordano Donati, abbiamo preso contatti con la RNC Music e alla fine è venuto fuori il brano “Ballare Ballare”, che in realtà è stato prodotto da Raf Marchesini, un producer di successi a livello internazionale, ed è merito suo se i suoni hanno avuto un ruolo importante in quel pezzo lì, come anche nel nuovo “Bella Bella Bella”. I titoli suonano un po’ simili, lo so, qualcuno si confonde anche, ma è un po’ ironica la cosa, ho voluto giocare con le parole. Tornando alle canzoni nuove, io da sempre sono uno che fa i provini a casa, registro tutto nel mio studio, suono le chitarre, inserisco i loop, poi però come detto in quei due singoli soprattutto Raf ha avuto un ruolo importante, perché è un professionista di questo mondo, e poi mi ci trovo bene perché lui ascolta per dire molto anche i Queen, quindi è un producer dance ma con una mente molto pop rock, per cui ci siamo incastrati perfettamente. D’altronde se ci pensi, l suono di una cassa ti cambia il pezzo, e di conseguenza il ruolo del producer anche nel pop è ormai rilevante, i risultati sono sotto gli occhi tutti, basta vedere le hit in classifica, quello che più passa in radio, dove i suoni spesso ormai fanno la differenza. Lui in tal senso è stato fondamentale e sono molto felice perché siamo riusciti a creare una squadra eccezionale con me, Raf e Giordano, (che anche lui è molto importante, mi ha dato un sacco di consigli da produttore, lui ha prodotto dischi di successo internazionale) e Nico Spinosa, in particolare. Il nostro progetto vuole cercare di andare all’estero e una serie di risultati li abbiamo già ottenuti e siamo contenti. Tutto questo disco nuovo vuole avvalersi di un sound internazionale, voltato all’elettro pop”

“Da questi primi assaggi mi sembra che tu, nel cercare una strada diversa musicalmente, sei riuscito a essere lo stesso personale e a metterci il te stesso di adesso. Poi, come dici tu il producer è sempre più importante per la resa del disco, e proprio alcuni degli artisti contemporanei che hai citato prima si sono avvalsi del tocco sapiente di chi sapeva armeggiare i suoni. Tra l’altro non capita molto spesso di sentire un artista di una generazione precedente elogiare così apertamente i nuovi esponenti, laddove solitamente si tende o a essere paternalisti o al peggio a sparare zero, considerando sempre migliori i nostri anni. Direi che questa cosa denota anche una grande apertura da parte tua, proprio mentalmente. Ci sono altri nomi che ti hanno ispirato e influenzato?”

“Mah, non vedo in realtà perché non dovrebbe essere così, in fondo. Io sentivo in certi pezzi delle buone vibrazioni e a un certo punto ho voluto approfondire, mi sono proprio messo all’ascolto tramite Spotify di interi dischi di questi nuovi artisti e gruppi di area indie italiana che più mi ispiravano e che magari avevo sentito la prima volta da delle classiche playlist. Tornando ai nomi, dicevo i Thegiornalisti perché Tommaso Paradiso mi piaceva molto a livello di scrittura, specie nel suo momento d’oro. Lui ha molte radici negli anni ’80, nel cantautorato di un certo tipo, quindi è inevitabile che io mi ci ritrovi. Con la produzione fatta tra l’altro da un marchigiano, Dardust, che in questo momento va per la maggiore”

“Dario Faini, che vanta una lunga esperienza e che è esploso proprio nelle vesti di producer e adesso è un numero 1 nel suo campo”

“Dario è uno dei più bravi davvero, e la miscela con Tommaso Paradiso all’epoca ha prodotto qualcosa di molto interessante: come dicevo il suo tratto distintivo prende elementi anche dagli anni ’80 e ’90. Ultimamente non trovo più in Paradiso questa freschezza, ma in quegli anni lui, Frah Quintale, Carl Brave suonavano forti”

“Sì, dischi di qualche anno fa, adesso l’evoluzione in musica viaggia velocissima e anche tutti questi artisti sono alla prova del nove, perché dovranno dimostrare sul campo le loro qualità. Uno come Carl Brave, che citavi, adesso è sdoganatissimo, collabora con chiunque e c’è il rischio che diventi paradigma quello che fa”

“Ti dirò, forse è un discorso un po’ trito e ritrito e sarà anche banale dirlo, ma secondo me non è solo un calo di ispirazione a cui possono andare incontro; per carità i momenti capitano a tutti, ma credo dipenda anche dalle major che magari vanno a rovinare alcune caratteristiche. Finchè stai in una label indipendente, anche se magari distribuita dalla major, hai grande libertà di esprimerti, hai una fame enorme, una voglia di fare le cose e di emergere, fare concerti dappertutto. Nel momento in cui poi raggiungi la popolarità, entri in un meccanismo più grande e istituzionalizzato, a quel punto forse la freschezza viene meno e ti si spegne un po’ la fiamma. Però in quegli anni ho veramente consumato di ascolti certi dischi. Mi avevi chiesto altri nomi che possono avermi ispirato. Calcutta è uno di quelli con uno stile più definito, magari mi ha influenzato di meno, però mi piace, è indubbiamente bravo, ma anche certe cose di Coez e di Gazzelle le ho trovate molto interessanti.

“C’era indubbiamente grande fermento, la musica italiana grazie a questi esponenti indie, e grazie anche alla trap, giusto dirlo, è tornata clamorosamente in auge”

“Sì, anche nel rap ci sono cose che non mi dispiacciono tipo Salmo, anche se è uno molto lontano dalla mia cultura e dal mio genere. Io sono per un linguaggio rap diverso, a me piace Jovanotti, anche quello di “Oh, vita!”, è un tipo di artista che ha tante cose da dire”

“Jovanotti credo sia l’esempio di prodotto mainstream ma che a differenza di altri cantautori non si è fossilizzato nel suo successo e a 54 anni è ancora lì che vuole e riesce a spiazzare il suo pubblico e la critica. Riferendoci all’ultimo album, prodotto da Rick Rubin, era tornato ad esempio a sonorità acustiche, dopo che in precedenza aveva invece proposto un sound anche molto elettronico, eterogeneo, la sua forma canzone è assolutamente trasversale. Per quanto spesso sia attaccato o criticato per l’attaccamento a certi temi socio politici, se ci soffermiamo solo sulla musica, ecco, lui credo abbia ancora la fiamma accesa, e sia come te attento a quello che sente attorno, non trovi?”

Fotografia di Andros Pugolotti

“Sì, verissimo, poi lui mi incuriosisce anche per come gestisce la sua comunicazione, lui è da sempre un grandissimo comunicatore, si inventa delle nuove forme pur essendo come dici tu mainstream, nazionalpopolare… è un po’ il Gianni Morandi dei tempi nostri, chiaramente in modo diverso. Poi è bravo perché è super trasversale, quindi lui va dalla canzone d’autore al pezzo super danzereccio però come tipo di mood è uno di quelli che mi stimola, non dico che voglio cavalcare quell’onda, perché lui è un personaggio completamente diverso da me però mi da’ delle buone sensazioni, e anche certi suoi ascolti mi hanno stimolato, in particolare il suo album del 2015 (“Lorenzo 2015 CC.”) contiene delle cose che davvero mi hanno colpito molto”

“E per i testi come ti sei mosso? Anche in quel caso hai avuto, magari in maniera inconsapevole, qualcuno o qualcosa che ti ha ispirato nel rimetterti a scrivere?”

“Beh, per i testi devo dire che mi ha ispirato, mi ha aiutato tantissimo, cantare dal 2012 per diversi anni le canzoni di Lucio nei concerti. Fare questo lungo omaggio a Lucio Dalla, con i concerti del progetto “Piazza Grande” è stato qualcosa di molto importante, nonostante non sia mai stato un suo vero fan almeno fino al 1994. Io mi posso considerare un vero fan del Lucio di minor successo, quello degli anni ’90 di “Henna” per dire, un album che ho amato. Poi, è chiaro che ci sono brani memorabili tipo “4 Marzo 1943” o “Piazza Grande” ma ci arrivai con gli ascolti. Però in qualche modo è sempre stato presente.

Il primo album di Lucio che acquistai fu “1983”, in vinile, oppure mi colpì ad esempio la prima volta che ascoltai “Se io fossi un angelo”, avrò avuto 16 anni e mi ricordo perfettamente la prima volta che la sentii alla radio. La scintilla vera scattò come detto con “Henna” e da lì andai ad approfondire. Quando poi lui se n’è andato, è nata la voglia e il desiderio sincero di omaggiarlo con questo progetto che abbiamo portato avanti (“Piazza Grande”), che poi doveva essere un unico concerto e poi grazie alla grandezza delle sue canzoni è andato avanti e siamo arrivati a suonare davanti davvero a un sacco di persone.

Cantare le sue immense canzoni a un pubblico numerose nelle piazze e nei teatri, in qualche modo “costringendomi” ad entrarci dentro, è stato molto importante per la mia crescita. Quando tu ti cimenti a cantare simili brani, cercando di farli tuoi, come lui stesso mi ha insegnato, (ed io infatti cerco di cantarle vivendole), entri nella canzone in maniera diversa da come fai quando l’ascolti. Ecco, tornando alla tua domanda, senza voler assolutamente paragonarmi al suo genio, questa cosa mi ha aiutato e credo si sia riflettuta nell’approcciarmi ai nuovi testi, alle nuove canzoni. Qualcuno me lo dice anche, soprattutto riferendomi a brani che troverai nel disco”

“Immagino! Io non ho avuto modo per il momento di assistere agli spettacoli di “Piazza Grande”, ma so che in questi concerti tu spazi in lungo e in lago nel repertorio di Lucio Dalla. Qual è la canzone che più senti tua, come se l’avessi scritta tu in un certo senso?”

“Tu non mi basti mai”! Mi viene subito da risponderti questa, mi emoziona sempre molto cantarla, poi mi dicono sia una di quelle che riesco a interpretare meglio. C’è anche una versione che avevamo fatto, dal mio album del 2014, con Iskra Menarini ospite in un duetto con la band di “Piazza Grande”, rivisitata un po’ in maniera acustica”

“Oltretutto tu hai avuto modo di conoscere Lucio Dalla da vicino, collaborandovi a più riprese, vuoi ricordarci quei momenti?”

“Sono ricordi indelebili. Il primo disco ufficiale nel 1998 lo pubblicò proprio Lucio con la sua etichetta Pressing, distribuita dalla BMG, quindi l’attuale Sony: direi che sono partito con un talent scout mica male! Avere un mentore come Lucio Dalla non era poco, voglio dire. C’era una macchina dietro e i miei singoli venivano distribuiti, avevano avuto un buon riscontro nelle radio italiane, prima “Chiara” e poi “Bonsai” ma per una serie di motivi la cosa sul più bello si arenò. Un po’ perché in quel momento l’album di Lucio (“Ciao”) non stava andando benissimo nelle vendite, soprattutto se rapportato al clamoroso successo del precedente “Canzoni”, che nel 1996 vendette un milione e duecentomila copie. Era un bel disco anche “Ciao” ma purtroppo non ha avuto il successo che si prevedeva, e capirai che il confronto con il disco prima era impietoso, parlo a livello commerciale ovviamente. Questo portò la Pressing, l’etichetta con cui Lucio provava a dare una mano a dei giovani come me, a sospendere alcuni investimenti. La mia situazione quindi era partita benissimo ma poi si è fermata all’improvviso. Sono andato avanti, ho avuto le mie esperienze anche felici di autoproduzione, raccogliendo delle varie soddisfazioni e pubblicando vari album ecc, cercando di usare anche il web e poi, è storia recente, dallo scorso anno ho ripreso questo rapporto con una label, è una seconda grande possibilità che mi concedo”

“Bello ripercorrere la tua storia con Lucio, che credette comunque in te, d’altronde “Chiara” e “Bonsai” erano dei pezzi bellissimi in ambito pop italiano. Ti confesso che io e un mio caro amico, che adesso collabora fra gli altri con Rockerilla, andavamo pazzi per “Bonsai”, la sapevamo a memoria, era un po’ l’equivalente del britpop inglese”

“Grazie delle tue parole! “Bonsai” è collegato agli Oasis, era il mio tentativo di ricreare quelle atmosfere, un po’ come faceva Daniele Groff, no?”

“Certo, ci piaceva un sacco anche lui infatti. Ho avuto modo di intervistarlo in passato, avevate un background molto simile e in effetti stavate cercando una strada nuova del pop italiano sul finire degli anni ‘90”

“Io e lui ci riferivamo a quel mondo lì, perché rientrava nei nostri ascolti. Pensa che io ho fondato una band al liceo e facevamo cover degli Oasis, dei Police, dei R.E.M., quelle sono le mie origini, il mio humus musicale, poi la curiosità e la passione mi hanno spinto altrove, la musica non ha confini. Con la casa discografica, orientata come detto alla dance, siamo partiti con delle cose che avessero comunque una linea corrispondente alle loro richieste, loro lavorano molto all’estero. Una scelta certo non forzata, l’ho voluta anch’io, altrimenti non lo farei, però dentro l’album ci sarà spazio per ampliare lo sguardo anche su altre cose. In particolare nell’album ci sarà un pezzo a cui tengo tantissimo (e che forse sarà il singolo di uscita dell’album, a ottobre, oppure l’anno prossimo, adesso vediamo come si sviluppano le cose), che ha una sonorità più vicina a quella che stiamo dicendo adesso, sempre però contaminata con l’elettronica, ed è un pezzo secondo me molto importante”

“Vorrei passare a un’altra tua esperienza musicale, davvero singolare ma che ti sta dando una certa notorietà. Io non ho ancora figli purtroppo ma in compenso ho diversi nipotini, e quindi ti lascio immaginare che mi capita spesso di vedere video per bambini. Mi ha stupito positivamente vederti all’opera in questo contesto. Io poi sono un fan della storia dello Zecchino d’oro, e ho sempre apprezzato quegli autori che si sono cimentati in queste vesti. Come è nata la tua collaborazione con il canale tematico “Coccole Sonore”? Come ci è finito Stefano Fucili a comporre canzoni per bambini e a diventare di fatto un idolo per moltissimi di loro?”

“Scrivere canzoni per bambini mi ha dato la possibilità di mettermi ulteriormente alla prova. Anche in questo campo, come dicevi tu, ci sono stati degli esempi, dei maestri, pensiamo al grande Bruno Lauzi. E’ un piacere rapportarmi con questo mondo, sto ottenendo soddisfazioni e di fatto è per me una grande opportunità perché “Coccole sonore” è una realtà importante nel settore. Io ho sempre amato le colonne sonore dei film d’animazione, dei cartoni animati a partire dai film della Disney, ero un fan da bambino ma comunque in generale è un mondo che mi ha sempre affascinato. Tra l’altro anche certi miei progetti mostravano questa mia passione, tipo nell’album “Peter Pan” c’è il pezzo più importante da cui prende il nome l’intero disco, il secondo brano che ho scritto con Dalla nel 2006, che è un po’ fiabesco. Oppure prendi una canzone come “Lullaby”, la ninna nanna che ho scritto per “Coccole Sonore”, è diventato un classico dell’Antoniano che si chiama “Ninna Mamma”, ed è stato interpretato tante volte anche in occasione dello Zecchino d’oro, per le loro campagne. Il testo è stato riscritto per loro da Salvatore De Pasquale (noto col nome d’arte Depsa) autore della musica italiana degli anni 80 – ha fatto un sacco di hit pazzesche per la Oxa e un sacco di altra gente – ; lui ha ideato questo testo sulla musica mia originale di “Lullaby”. La collaborazione è nata abbastanza causalmente: in pratica ho la fortuna di essere amico del proprietario di “Coccole Sonore”, uno tra i canali per bambini più importanti che ci sono in Italia.

“Infatti vedo filmati con milioni di visualizzazioni, anche tu mi pari che viaggi benone in questo senso”

“Sì, certo, pensa che ho fatto quasi 50 milioni di visualizzazioni, un dato pazzesco, numeri non dico da big, ma assolutamente rilevanti”

“E che danno gratificazione. E’ cambiata un po’ la prospettiva e con essa ovviamente il tuo modo di scrivere ma i consensi sono in effetti enormi. Ti è capitato di sentire bambini che cantano le tue canzoni?”

“Sono cambiate molte cose, tanto che paradossalmente sono molto più popolare ora in queste vesti che non con il mio progetto pop, perché come ti dicevo loro sono i leader in questo settore, hanno superato il miliardo di views come canale, e io sono uno dei tre cantanti che stanno dentro i loro cartoni, un po’ come il Bert di Mary Poppins. E’ nato tutto in realtà per gioco, loro hanno la sede a Pesaro, io sono di Fano, e di fatto mi ha sempre conosciuto come cantante e mi stimava. Quando mi è giunta la proposta conosceva “Lullaby” che era stata tradotta per lo Zecchino d’oro, siamo partiti da lì e poi il riscontro da parte del pubblico di “Coccole Sonore” è stato da subito molto buono. Da allora abbiamo realizzato varie canzoni, con un buon ritmo, a volte sono delle cover dei classici per bambini, altre volte tiriamo fuori con lui delle idee, delle canzoni originali che poi proponiamo in puntata. In generale stanno andando davvero bene, poi c’è quella che arriva di più al pubblico e quella meno, come in tutte le cose ma non posso che ritenermi soddisfatto. Io mi ritrovo a vivere una condizione nuova, tipo che mi trovano per strada, ad esempio è successo a Napoli con gente che mi ferma e mi chiama per nome, è una sensazione bella e una grande emozione per me regalare un sorriso a dei bambini. Inoltre mi arrivano un sacco di lettere, oppure le mamme e i babbi che mi mandano i filmati dei loro bimbi che guardano il video dove ci sono io. Si crea un nuovo pubblico vero e proprio, perché dietro i bambini ci sono i genitori, un’intera fascia di età”

“E anche gli zii appunto, perché anch’io spesso e volentieri con i nipoti ci mettiamo a guardare quei video e a cantare e ballare”

“Sì, poi loro come canale hanno un trend bello, con dei messaggi sempre positivi, il taglio di “Coccole Sonore” mi piace, c’è anche una parte educational. Sono davvero molto felice di farne parte”

“Tornando alla tua esperienza passata, tu avevi tentato anche la carta Sanremo? Avevi preparato dei brani per le selezioni delle Nuove Proposte?”

“Diciamo che Lucio Dalla ogni anno presentava i suoi artisti alle selezioni per Sanremo, nel mio caso per due volte ci sono andato vicino all’essere preso. Un anno con “Anni luce”, che poi però se la prese lui per l’album “Luna Matana”. Lì eravamo arrivati a un passo, del tipo che eravamo rimasti in 24 e ne passavano 12. Poi con “Peter Pan” ero andato a fare le ultime selezioni, alla sede della Rai – era il 2001 mi pare – a Roma davanti a Pippo Baudo, nell’anno che c’era il figlio di Morandi e quello di Celentano… vabbeh, anche quella volta per un pelo non entrammo ma va bene così”

“Anche perché tu a differenza di Marco Morandi e Giacomo Celentano sei ancora qui a scrivere e proporre nuove canzoni”

“Marco Morandi in realtà fa un sacco di date… “

“Io lo ricordavo nei Percentonetto, ma non lo conosco molto artisticamente, in ogni caso in quel periodo il Festival di Sanremo sembrava una vera fucina di talenti, peccato tu sia arrivato solo a un passo…”

“Cosa vuoi Gianni, doveva andare così, faceva parte di un percorso, all’epoca come detto le cose si stavano mettendo bene. Smaltita le delusione, si era ripartiti come sempre”

“Io ti ho sempre percepito come una persona molto solare e positiva, e me lo stai confermando anche in questa lunga intervista, però alla luce del tuo curriculum, del percorso che hai fatto e di tutto quello che ci siamo detti, c’erano per te delle possibilità importanti di svoltare e arrivare al grande successo. Per questo volevo chiederti: c’è spazio anche per i rimpianti? Ci sono delle cose che se tu potessi tornare indietro faresti in modo diverso oppure manterresti tutto come è andato, musicalmente parlando?”

“Sai Gianni, io mi ritengo assolutamente fortunato, anche perché sono riuscito a realizzare un sacco di sogni che avevo da ragazzino. E’ chiaro che all’inizio, dopo tanti tentativi, concorsi, provini mandati in giro alle case discografiche, approdare alla casa discografica di Lucio Dalla, quando avevo 25/26 anni, fu un segnale importante di fiducia, lì sì c’è stato un momento in cui sembrava che le cose dovessero andare bene. I pezzi in radio funzionavano, anche tu te li ricordi, poi purtroppo ci sono stati dei motivi per cui la Pressing non proseguì, magari forse, ma lo dico con tutto il dubbio, fossi stato in un’altra casa discografica le cose sarebbero andate diversamente, o forse non sarebbe successo nulla comunque, chi può dirlo? Io mi tengo stretto quello che ho realizzato, mi sono tolto molte soddisfazioni e molti dei sogni che avevo sono riuscito a realizzarli.

Ringrazierò sempre Lucio, sia per l’opportunità concessa, e anche perché grazie alle sue canzoni sto realizzando il sogno di cantare in giro per l’Italia anche in collaborazione con la Fondazione Lucio Dalla. Il nostro è un omaggio, c’è un’interpretazione rispettosa ma non siamo una semplice tribute band: noi prendiamo soprattutto l’ultima parte di tour che fece con De Gregori, il “Work in Progress”. Questi risultati che ho ottenuto li porterò sempre con me, ma le soddisfazioni sono anche quelle di pubblicare le mie canzoni, che possono essere ascoltate in tutto il mondo, perché poi la Rete ti da’ questa possibilità, e difatti alcuni miei brani sono finiti in serie americane, delle CBS o della ABC; un altro brano mio è stato utilizzato  in uno spot televisivo in Olanda, dove ho fatto vari concerti, perché ho creato una rete di relazioni là e ogni tanto riesco a stare alcuni giorni a suonare.

Quindi io sono molto felice, vado avanti giorno per giorno, pian piano e questa nuova opportunità di portare avanti il mio progetto, le mie cose, mi stimola tantissimo. Uno dei miei desideri era provare a esportare le mie canzoni all’estero e sono finito nel posto giusto! Con l’etichetta con cui mi sto rilanciando siamo entrati in classifica in Danimarca, poi sono entrato in una compilation fra le più importanti in Polonia, distribuita dalla Universal, c’è insomma molta attenzione sul mio progetto da parte dell’etichetta. Spinosa della RNC Music crede nel mio progetto, pensa che sono l’unico artista che canta in italiano dell’etichetta e sento proprio la loro fiducia nei miei confronti. Tutto questo mi stimola ad andare sempre avanti. Stanno lavorando molto bene sul singolo, anche se sappiamo bene che ci sono certi meccanismi ormai e non è semplice fare breccia nelle radio italiane e altro. Alla fine dipende sempre dal tipo di pezzo che fai”

“Infatti, a proposito di strategie e meccanismi, se tu fossi più giovane, affronteresti un talent show o sei fra quelli che dici che quella uscita dai talent in tv non sia musica?”

“Sinceramente no, credo che farei come quegli artisti indie, proverei cioè sul campo a farmi notare. Se ci pensi, tutti i nomi che abbiamo fatto prima non vengono dai talent. Poi ovvio, anche dalla tv sono usciti dei bravi artisti, ma in genere non è un mondo che mi stimola, quindi non credo avrei tentato quella strada”

“Anche perché poi si entra appunto in quel meccanismo, per cui molti fenomeni dei talent durano esattamente una stagione per poi farsi sostituire da quelli della nuova edizione e per gli artisti che credono nella propria musica, bisogna ripartire in pratica da zero, quindi direi che non è tutto oro quello che luccica”

“Infatti, la penso esattamente come te, per questo ti rispondo che fossi in questi ragazzi, cercherei di suonare in giro, nei club, di fare sentire i miei pezzi. Gli artisti indie magari c’hanno messo anni, penso a Lo Stato Sociale, o allo stesso Calcutta, però poi hanno raccolto i frutti del loro lavoro e ora possono contare su un pubblico vero, che è quello che più conta. E’ come in pratica mi metto in gioco oggi, con l’apporto di Marco Stanzani di Red & Blue che sta ampliando i propri servizi, stiamo pianificando delle date di presentazione dell’album. Sento sia questa ancora oggi la strada migliore, ho proprio voglia di andare nei club per presentare questo disco, queste nuove canzoni perché credo abbiano il linguaggio simile a quello dell’indie pop di adesso. Al di là dei singoli usciti che sono più adatti a far ballare e rivolti più forse un pubblico anche estero, gli altri pezzi penso possano costituire un terreno fertile in tal senso, staremo a vedere, faremo delle presentazioni quando uscirà l’album”

Fotografia di Andros Pugolotti

“Una curiosità per finire, da appassionato invece qual è il concerto più bello a cui hai assistito e che ti ha coinvolto particolarmente?”

“Quello di Paolo Conte! Fu il suo primo grande successo italiano, con questa orchestra meravigliosa, avevo 14 anni, e poi Sting, devi sapere che io sono sempre stato un grande fan dei Police e di Sting, lo sono ancora adesso perché è un grande artista: quel live con l’orchestra per il “Symphonicity Tour”, al teatro dell’Arcimboldi a Milano, è stata una cosa pazzesca”

La nostra lunga chiacchierata termina qui e ciò che ne ho ricavato è che Stefano Fucili, pur avendo messo in fila una lunghissima serie di esperienze, è rimasto quel ragazzo armato di chitarra che muoveva i primi passi in musica, animato da tanta genuina passione. Soprattutto è motivatissimo per questa nuova avventura discografica iniziata l’anno scorso e immagino che, mentre mi parlava delle sue canzoni, i suoi occhi da dietro lo schermo del telefonino brillassero.

Salutandolo non posso che fargli sinceramente un grosso in bocca al lupo per i suoi nuovi progetti, in attesa di sentire il suo nuovo album.

 

Nel giorno del mio compleanno vi regalo un po’ della musica che amo

Oggi è il mio compleanno, compio 43 anni!

Possono essere tanti come pochi, io non mi lamento e mi sento tutto sommato ancora giovane, sia nella mente che nel corpo 🙂

Sono a casa, riprenderò al lavoro domani, e così mi godo questa giornata in compagnia dei miei cari. Certo, i festeggiamenti saranno quest’anno per forza di cose in tono minore, vista la situazione nota che non ci consente tanto di muoverci e trovarci tutti insieme ma per fortuna l’affetto non mi manca e sono stati già in molti a donarmi un pensiero e un augurio in questo giorno speciale.

Ovviamente mia moglie qualcosa avrà pensato e per una volta è riuscita a non anticiparmi nulla riguardo sorprese e quant’altro… scherzi a parte, in questo momento per me è importante essere vicino a lei, visto che negli ultimi tempi ci siamo anche dovuti allontanare perchè il coronavirus si è messo di mezzo… non per fortuna nel senso che uno di noi si fosse ammalato, ma perchè lei tuttora lavora in ospedale in un reparto covid e io per la mia patologia (sono affetto da les come scritto ieri in un lungo post) ero a rischio a causa delle mie scarse difese immunitarie.

Adesso la situazione sta migliorando e quindi siamo tornati a vivere nella nostra casa, questa è la cosa più importante!

Dicevo, approfitto di un momento libero per ascoltarmi (e condividere con voi lettori) alcune delle canzoni che hanno significato tanto per la mia vita e che continuano ad accompagnarmi. Non forse le mie preferite in assoluto – come sapete sono un grande appassionato di musica e ne ascolto davvero tanta sia per dovere (scrivo per siti e riviste) che (soprattutto) per piacere – ma di certo tutte molto importanti per me.

Ecco quindi una veloce carrellata di 10 canzoni straniere e 10 italiane.

Le canzoni sono piuttosto famose ma lo stesso vado a dirvi due paroline sul motivo delle mie scelte:

1- REM Fall On Me  Facile, si tratta della mia canzone preferita del mio gruppo preferito!

2- SMASHING PUMPKINS Tonight, Tonight  Avevo 18 anni quando uscì e fui letteralmente travolto dal nuovo album di Corgan e soci dove svetta inequivocabilmente questo capolavoro

3- THE SMITHS There Is A Light That Never Goes Out  Melodia struggente, al solito intrisa di malinconia

4- SIGUR ROS Andvari  Degli islandesi sono sicuramente altri i brani più noti ma fidatevi di me e concedetevi qualche minuto di pura magia

5- THE CURE Pictures of You  Evocativa, avvolgente, i miei Cure preferiti sono quelli di “Disintegration”

6- THE DOORS Riders on the Storm  Jim Morrison qui ai massimi livelli espressivi

7- PINK FLOYD The Great Gig in the Sky  Voce da brividi, pelle d’oca a ogni ascolto

8- BRUCE SPRINGSTEEN I’m on Fire  Una breve fiammata che lascia il segno, tutto memorabile, dal video all’intero mood del brano

9- THE BEATLES The Long and Winding Road  Una ballata commovente, i numeri 1 da qui all’eternità

10- JEFF BUCKLEY Grace  Un prodigio che ci ha lasciato davvero troppo presto

 

1- FRANCESCO DE GREGORI Sempre e per sempre E’ una ballata “recente” ma che regge il confronto con le sue più famose canzoni d’amore. Anzi, per me questa è la sua più bella di sempre

2- VINICIO CAPOSSELA Ovunque proteggi Artista straordinario, il migliore della sua generazione. E questo brano per me avrà sempre un significato importantissimo perchè giunto in un momento fondamentale della mia vita

3- NICCOLO’ FABI Una mano sugli occhi La sensibilità di questo cantautore non ha eguali, emozione allo stato pura

4- CCCP FEDELI ALLA LINEA Annarella  Il canto del cigno di un gruppo unico nella storia della musica italiana diventa anche una dedica alla loro mitica “soubrette”

5- LUCIO BATTISTI Io vorre…non vorrei…ma se vuoi  Semplicemente il più grande di tutti

6- LUCIO DALLA Futura Conosco l’album da cui è tratta praticamente a memoria, l’apogeo di un Artista con la A maiuscola

7- GIANLUCA GRIGNANI La fabbrica di plastica  Era davvero facile all’epoca identificarsi nel “ragazzaccio ribelle” che decise d’un tratto di abiurare la sua immagine pubblica per sparar fuori un genuino e passionale album rock

8- FRANCO BATTIATO La cura Non a caso viene chiamato il Maestro! Battiato nella sua lunghissima carriera ha sperimentato tanto raggiungendo vette qualitative altissime, come nel caso di questa stupenda canzone d’amore

9- MINA Insieme La più grande voce italiana di sempre, con pochi eguali al mondo

10- FABRIZIO DE ANDRE’ Amore che vieni, amore che vai Come nel caso di tutti gli altri artisti citati, anche qui non è facile indicare una sola canzone. De Andrè era il massimo in quanto a scrittura di testi, nelle sue canzoni viene declinata in ogni modo la bellezza

Mi dispiace tantissimo aver tralasciato cantanti e gruppi che letteralmente adoro ma ho voluto delimitare un po’ i confini sennò non finivo più 🙂  tra l’altro, rileggendo, noto che mancano clamorosamente da queste liste le rappresentanti femminili ma in realtà posso assicurare che ascolto molte straordinarie protagoniste delle sette note. Basta dare un’occhiata in rete le mie “classifiche dei dischi di fine anno” tanto per fare un esempio: spesso e volentieri sono letteralmente costellate dal gentil sesso! Ma a parte questo, cari lettori, ci tenevo ad aprirvi un po’ il mio cuore e farvi ascoltare delle bellissime canzoni… spero abbiate gradito il mio regalo!

 

 

 

 

 

 

 

Il 10 maggio è la Giornata Mondiale del LES (Lupus Eritematoso Sistemico): il mio racconto sulla malattia

Oggi si celebra la Giornata Mondiale del Les (Lupus Eritematoso Sistematico), una malattia autoimmune più nota col semplice nome di “Lupus”.

Ne sono affette soprattutto le donne ma una percentuale, seppur notevolmente più bassa, coinvolge anche le persone del sesso opposto.

Come i miei più fedeli lettori sanno, anch’io ho contratto questa malattia ormai sette anni fa, anzi, proprio poco prima di questo periodo – esattamente il 5 maggio 2013 – ho avuto un primo ricovero in cui parve subito evidente che il gonfiore alle caviglie dipendesse da qualcosa di più grave di una “semplice” ritenzione idrica.

Parto da un po’ più lontano e vado in breve a ricordare come molto probabilmente l’influsso della malattia – silente a quanto pare fino a quel momento ma congenita – fosse stato decisivo nel causarmi una sindrome ben più grave l’anno precedente, quella di Lyell (una forma ancora più aggressiva e potenzialmente letale della sua “parente stretta” Stevens-Johnson). In quel caso rischiai davvero la pelle e fui preso per i capelli da un reparto specializzato a Borgo Trento (VR), su indicazione salvifica di una dermatologa a cui sarà sempre grato, la dott.ssa Schena. dopo settimane in cui altri medici brancolavano nel buio.

E’ quella di Lyell una sindrome molto rara e che può, anche laddove una persona riuscisse a salvarsi, lasciare pesanti strascichi sul fisico e sulla mente. Io, miracolosamente e con l’aiuto dei medici, ho reagito bene, il mio corpo l’ha fatto, ma ho davvero toccato il fondo, rimanendo a lungo in pericolo di vita per la preoccupazione e lo sgomento della mia famiglia e di tutte le persone che mi vogliono bene. A fatica fu diagnosticato come l’avessi contratto a causa di un mix di farmaci antibiotici più la ben nota tachipirina, curando una banale influenza.

Tuttavia, pur guarito e ripresomi perfettamente nel giro di qualche mese, dei successivi esami del sangue rilevarono alcuni valori comunque alterati, cui – mea culpa – all’epoca non diedi molto peso, anche perchè ero da poco tornato alla mia normale vita e non mi andava di “perdere” altro tempo.

Un errore, non solo di gioventù ma anche dovuto all’incoscienza perchè la salute deve sempre venire prima di tutto. In ogni caso stavo bene, le visite di controllo le facevo e sembrava non esserci in effetti l’urgenza di approfondire e “fermarsi” nuovamente.

Quando invece a maggio 2013 sono stato trattenuto in ospedale, a San Bonifacio, per curare i reni dopo che mi era stata riscontrata un’insufficienza renale gravissima, i medici (nella fattispecie i bravissimi nefrologi di quella struttura ospedaliera) hanno voluto fare a tappeto varie altre indagini, fino ad approdare dopo biopsia a una diagnosi certa: avevo una malattia autoimmune di cui sapevo ben poco, il lupus. D’altronde alcuni segnali c’erano da diversi mesi e riguardavano in particolare dei fortissimi reumatismi alle mani.

Fui curato così dapprima con plasmaferesi (adesso in tempi di Covid-19 se ne sta parlando diffusamente…) ed ebbi un effetto realmente benefico (non è una passeggiata, le sedute venivano svolte nel reparto dialisi, con lo stesso procedimento); iniziai poi una prima terapia con cortisone e plaquenil (un altro farmaco spesso utilizzato nella cura dei pazienti affetti da coronavirus) ma ahimè questa malattia autoimmune dopo essere rimasta appunto “nascosta” per tutta la mia vita, ora sembrava volesse prendersi la sua rivincita su di me.

Si era infatti palesata nella sua forma più acuta, come una scheggia impazzita, e dai reni era andata a colpire altri organi vitali, causandomi in sequenza (tutto nel giro di pochi mesi, che però trascorsi su di un letto d’ospedale sembravano lunghissimi) una vasculite, un’ischemia cerebrale (e lì ammetto che la fifa raggiunse livelli assoluti, ho temuto di non farcela, come se stessi avendo un ictus o qualcosa del genere) e infine più su fino all’area cerebrale, per cui divenne indispensabile un delicatissimo intervento chirurgico. L’equipe medica di neurochirurghi (guidata dal dottor Longhi) dovette ricorrere a una biopsia stereotassica cerebrale per rimuovere un batterio, lo stafilococco aureo che mi aveva causato una pericolosa infezione al cervello. Una volta rimosso quello, ho iniziato una terapia bomba antibatterica ma davvero a quel punto si era giunti finalmente alla fine del calvario, col peggio lasciato alle spalle.

Sono stato ricoverato ininterrottamente per più di quattro mesi, passando da un ospedale all’altro (oltre a quello di San Bonifacio, anche i due poli di Verona, B.go Trento e infine B.go Roma) e da allora grazie al cielo non ho avuto nessuna ricaduta.

Mesi di incertezza, con momenti anche di scoramento, di rinunce e di decisioni inevitabili (la più importante è stata senz’altro quella di spostare le date di nozze già programmate per settembre 2013: io e Mary abbiamo recuperato poi, sposandoci il 5 luglio del 2014!) ma alla fine tutto è andato bene.

Tuttora sono seguito da specialisti davvero in gamba ma ci tengo a citare in particolare il reumatologo prof. Biasi e la nefrologa dott.ssa Gammaro che, assieme al mio mitico medico di base, il dr. Salvan (uno di quei dottori straordinari anche a livello umano), sono i miei punti di riferimento riguardo la gestione di questa malattia.

Sì, perchè il Les è una malattia cronica con cui devi farci i conti necessariamente per tutta la vita!

Tuttavia non ho paura – sono riuscito a tenerla a bada anche nei momenti peggiori -, al contrario ormai detengo delle pesanti armi con cui controbatterla: una terapia equilibrata che mi ha stabilizzato, le analisi e le visite di controllo e ovviamente le precauzioni che, specie all’inizio una volta uscito dall’ospedale, sono state fondamentali per consentire una mia piena ripresa e il ritorno alla mia normale quotidianità.

Le precauzioni sono un po’ quelle che ormai da mesi vanno a ripeterci da più parti, per cercare di fronteggiare questo terribile nemico che abbiamo imparato a conoscere col suo nome: Covid-19.

E difatti a proposito leggevo che, per quanto noi affetti da Les rientrassimo nelle cosiddette “categorie di persone a rischio” (viste le nostre debolissime difese immunitarie), in realtà proprio perchè siamo abituati da sempre a fare attenzione a certe cose per la nostra sicurezza, siamo stati “pronti” a difenderci adeguatamente anche stavolta.

In questa maniera le persone autoimmuni non si sono ammalate di coronavirus in misura maggiore rispetto a chi non presenta patologie. E’ chiaro, eravamo soggetti più esposti e anch’io prontamente sono stato stoppato dal mio medico e “costretto”a una preventiva quarantena per evitare qualsiasi pericolo di contagio. Ho ripreso ad esempio il mio lavoro di educatore da poco, anche alla luce di più tamponi – per fortuna negativi – somministrati a me e al resto del personale e degli ospiti inseriti nelle varie unità operative della Fondazione in cui presto servizio (dove prontamente, occorre dirlo, ci si è adoperati al meglio per garantire la sicurezza delle persone).

Si parla davvero poco di questa patologia e perciò, visto che molti lettori negli anni mi hanno contattato per confrontare le nostre esperienze e cercare conforto, ho voluto in occasione di questa giornata speciale raccontare più nel dettaglio la mia storia.

Con il Les si può convivere, io lo sto facendo senza grosse privazioni nella mia sfera quotidiana delle attività, ma è molto importante coglierne i segnali e intervenire prontamente prima che possa scatenarsi in maniera aggressiva, andando a toccare tutti gli organi vitali.

Poi, ovviamente, dipende molto da caso a caso, da come il nostro corpo reagisce… e molto importante è riuscire a calibrare la terapia adeguata, perchè specie quando lo si deve curare in fase acuta, le cure possono anche comprendere farmaci pesanti, come ad esempio i chemioterapici – per quanto si tratti di una malattia autoimmune e non ovviamente di un tumore. Farmaci pesanti che possono dare a loro volta degli effetti collaterali col rischio di entrare in un circolo vizioso.

Insomma, avrete capito, l’importanza di bloccare preventivamente la malattia e individuare la terapia migliore con farmaci immunosoppressori è davvero primaria.

Da parte nostra occorre fare attenzione, avere conoscenza dei sintomi e dei segnali che ci lancia di tanto in tanto il nostro corpo, e ci vuole non ultima tanta pazienza soprattutto i primi giorni, quando per forza di cose ci si deve un po’ adattare a una nuova condizione.

A volte ancora mi “rimprovero” che forse avrei dovuto fermarmi prima, quando ero alle prese con i primi reumatismi, ma purtroppo quando si sta bene, si è giovani e sempre di corsa, sembra che la salute sia una cosa che ci spetti di diritto.

I medici però mi hanno riferito che il Les può esplodere anche all’improvviso, magari “approfittando” di quei momenti in cui siamo più fragili o stressati ma di fatto, come detto prima, è una malattia nel mio caso molto probabilmente di natura congenita.

Poco male, comunque sia stato, io affronto la mia vita senza timori o blocchi, ma con la consapevolezza ormai piena della mia condizione di soggetto immunodepresso.

Certo, ogni anno inevitabilmente in questo periodo mi viene da pensare a cosa mi successe in quel 2013 ma subito dopo ringrazio il cielo per come sono riuscito ad affrontare tutto e andare avanti senza aver patito gravi conseguenze.

La Fase 2 per un soggetto immunodepresso

E così inizia la tanto agognata e attesa Fase 2… ormai non è più tempo di recriminare, chiedersi “perchè è successo tutto questo?” e, dal mio punto di vista, è fuorviante pure perdersi in elucubrazioni che riguardano argomenti nella maggior parte dei casi lontani da noi, o almeno lontani dal sottoscritto, quelle che io chiamo le “teorie del complotto”. Lasciatemi la mia ingenuità e la mia pigrizia nel non voler addentrarmi in territori che prima di tutto non mi competono.

Siamo tutti reduci da mesi difficili, e come spesso accade nelle maratone o nelle scalate – quando sono gli ultimi metri quelli più duri da affrontare – anche noi abbiamo iniziato a dare segni di stanchezza proprio nelle ultime settimane. La gente legittimamente reclama il ritorno alla propria normalità, e li posso capire: quella che da due mesi stiamo vivendo NON è la vita vera, ma è purtroppo l’unica che ci è concessa in questo momento e abbiamo pertanto imparato ad affrontare questo momento di difficoltà. E capito, seppur in minimissima parte (perchè secondo me non è giusto paragonare le due circostanze, nonostante da più parti vi si faccia ricorso), cosa abbiano provato i nostri nonni alle prese, chi con gli orrori della guerra, chi con la fatica di ricostruire tutto dalle macerie.

Si ritornerà quindi a “respirare” e a muoversi un po’ più liberamente, con la speranza che TUTTI ma proprio TUTTI abbiano capito l’enorme rischio a cui si va incontro se dovesse riallargarsi a macchia d’olio la linea dei contagi, laddove grazie a Dio, da alcune settimane stiamo assistendo a una lieve ma costante flessione dei malati in favore dei guariti.

Mia moglie lavora in ospedale in un reparto Covid (per lo più in una Regione come la nostra, il Veneto, tra le più colpite) e anche se le cose stanno migliorando, è indubbio che una preoccupazione da parte dei medici per l’imminente ripresa ci sia, non essendo del tutto conclusa l’emergenza sanitaria.

Tuttavia è giusto prima o poi riprendere a piccoli passi. Ed è la cosa migliore per tutti, anche per chi come me è un soggetto immunodepresso.

Ritratto casalingo in tempi di quarantena

Già, ma cosa cambia per una persona immunodepressa nella Fase 2 rispetto a quella che ci siamo faticosamente appena lasciati alle spalle? Poco o niente direi… e qui sì che posso dirlo con cognizione di causa visto che dal 2013 sto vivendo con una malattia autoimmune che in casi come questo mi fa inserire tra le categorie cosiddette a rischio.

In realtà, anche se ormai da tempo non aggiornavo più questo blog sulla mia malattia (chi mi legge da tempo sa cosa ho passato, chi volesse saperne di più può invece recuperare facilmente facendo la ricerca con le parole-chiave Les, Lupus, Lyell), io in tutti questi anni, come mi dicevano incoraggiandomi i vari specialisti che mi seguono periodicamente, non ho avuto chissà quali privazioni nella mia vita.

Diciamo tranquillamente che sto vivendo la mia vita in modo normale. Certo, ho dovuto all’inizio abituarmi alla mia condizione di soggetto immunodepresso, ho avuto le mie paranoie ogniqualvolta mi veniva una “semplice” influenza perché purtroppo non posso assumere i farmaci classici che si usano in quei casi. Soprattutto ho dovuto imparare presto la mia terapia quotidiana, sapere che dovrò fare degli esami di controllo specifici sugli anticorpi e altro, e che dovrò periodicamente essere visitato nello specifico dal reumatologo, dalla nefrologa, dalla diabetologa (perchè a me il Les nella sua fase acuta non aveva risparmiato nulla!). Questi medici per me sono diventati non solo dei volti famigliari ma soprattutto delle grandi sicurezze!

Detto ciò, pur con le dovute precauzioni, ho ripreso relativamente presto a fare tutto quello che facevo prima della malattia: lavoro a tempo pieno (e il MIO lavoro, non quelli di tipo protetto), sport (ovviamente non potrei più a livello agonistico ma come hobby anzi è importantissimo per il mio metabolismo che io mi muova, senza affaticarmi troppo però… sì, direte che è una contraddizione ma ormai ho imparato anche a sapermi dosare negli sforzi), viaggi… soprattutto come già detto riesco a condurre la mia normale vita di tutti i giorni, ed è in fondo la cosa più importante.

Tutto ciò fino alla comparsa di questo maledetto e indesiderato virus, che per la prima volta da sette anni a questa parte mi ha costretto a fermarmi, anche se per fortuna sono stato bene e non l’ho contratto. Ho tenuto botta, riuscendo a fare il mio lavoro e a spostarmi liberamente finché le notizie dei primi contagi erano ancora limitate a determinate aree (tra l’altro non lontane da dove lavoro, visto che il primo caso di paziente morto a causa del Covid-19 è stato riscontrato nell’ormai noto Vo’ Euganeo, a pochi km da Montagnana, nel padovano, il paese dove mi reco ogni giorno).

Poi però quando il contagio ha iniziato a diffondersi, sono stato preventivamente stoppato dal mio medico come soggetto immunodepresso e quindi potenzialmente molto più a rischio di contrarre la malattia rispetto a un’altra persona.

Ciò ha comportato non solo che stessi a casa fisicamente dal luogo di lavoro (sono referente educativo in una grossa Fondazione, in un ambiente per forza di cosa promiscuo, tra dipendenti e ospiti inseriti nelle varie strutture) ma anche che iniziassi una semi-volontaria quarantena, era mia moglie che usciva per fare la spesa tanto per fare un esempio. Ero comunque in contatto con i miei colleghi e da casa qualcosa riuscivo a fare, fermo restando che anche in una struttura come la nostra l’attività quotidiana, viste le circostanze, è stata stravolta. Siamo stati molto preventivi ad adottare ogni misura di sicurezza, a far evitare il più possibile i contatti sia tra le persone all’interno della Fondazione che dall’esterno ma lo stesso per me era troppo rischioso espormi in quel momento.

Che poi, considerando che nei vari reparti si stanno curando i pazienti con farmaci tipo i corticosteroidi, il plaquenil o in alcuni casi il plasma, io magari dovrei essere paradossalmente più al sicuro, visto che li assumo o li ho assunti per curare il Les. Ma per la mia tutela e la mia sicurezza è stato giusto così.

Il lavoro non è tutto nella vita ma ci siamo resi conto una volta di più in questa chiusura forzata che non si tratta solo di un aspetto economico – certo, è comprensibile la preoccupazione di tutti – ma di qualcosa che ha a che fare con la nostra quotidianità.

Non ho avuto certo bisogno che fosse uno spot pubblicitario a indicarmi come trascorrere le mie giornate a casa. Da subito ho organizzato bene il mio tempo, approfittandone per scrivere molto, ascoltare musica, leggere, riposarmi…

Io ho avuto la fortuna di stare bene in questi mesi, ho comunque fatto tre tamponi ravvicinati (tutti risultati NEGATIVI) e anche le persone a me più vicine non hanno avuto problemi di salute; certo, non abbiamo mai abbassato la guardia ma a volte da sola quella non basta, purtroppo si è capito che in tanti hanno contratto il virus senza riuscire a risalire in quale maniera.

Inizierà così anche per me la Fase 2, riprenderò anch’io il mio lavoro con le dovute precauzioni, con i dpi e quant’altro, distanziamento sociale ecc; soprattutto ritornerò a uscire, potrò rivedere ad esempio i miei nipotini che mi mancano tanto. Il più piccolo, Sebastiano, il primo figlio di mia sorella, l’ultima volta che ho potuto vederlo era uno scricciolino di appena un mese: dalle videochiamate ho visto come sta crescendo bene ma dal vivo capirete che è proprio tutta un’altra cosa!

Per quanto riguarda il resto ovviamente dovrò attendere come tutti ma, a scanso di sembrare frivolo, ammetto che ho voglia – ebbene sì – pure di farmi un bell’aperitivo con gli amici, di andare allo stadio, di divertirmi a un concerto… non so realisticamente quando sarà possibile, ma voglio pensare che saremo in grado di superare anche la Fase 2 e se ci saranno una Fase 3 e 4: tutto tornerà come prima, dobbiamo solo adattarci nei prossimi mesi ad altre limitazioni, pregare che i contagi vadano sempre più a diminuire e soprattutto portare ulteriore pazienza.

Io e Mary felici e spensierati in quel di Sanremo, in occasione della rassegna del Premio Tenco. Quest’anno le vacanze sono un po’ per tutti un’incognita ma incrociamo le dita che le cose possano andare sempre meglio nei prossimi mesi.

La cosa più bella della mia ripartenza, la mia gioia più grande sarà soprattutto rivedere mia moglie, perchè a causa di forze maggiori ci siamo dovuti dividere. Quando è stata trasferita in un reparto Covid, infatti, ci è stato subito detto che era troppo rischioso che condividessimo gli spazi, vista la mia patologia.

Sono molto orgoglioso del lavoro che sta facendo, vi lascio immaginare però che non è stato facile. Ora in reparto l’emergenza si sta allentando e, insomma, sono pronto a tornare a casa! In ogni caso lo faccio dopo aver goduto per un po’ del privilegiato status di “figlio maggiore coccolato” da parte di mia mamma, che in queste settimane ho letteralmente subissato di discorsi, parole e risate.

Ligabue – Le ragioni di un flop (?)

Da giorni in rete e, in misura minore, in tv, si discute del flop di Ligabue, impegnato nel suo “Start Tour. Le date di Bari e Pescara hanno evidenziato in effetti una penuria di spettatori (ovviamente rapportata alla folla oceanica cui il Nostro c’aveva negli anni abituati, vedi Campovolo e altro). Ma davvero basta un mezzo passo falso, una prima curva lungo un percorso costellato di successo e di vari record battuti (proprio sul versante live) per parlare di “artista finito”, “sul viale del tramonto” ecc ecc?

Per una volta quindi provo a indossare i panni dell’avvocato difensore dell’eclettico artista, proprio io che da svariati anni ho smesso di appassionarmi alle vicende artistiche del Luciano da Correggio. Ma lo faccio perchè sono rimasto colpito dall’ondata di commenti negativi sulla questione, e di giubilo dei detrattori nel vedere un insuccesso, una crepa nella sua carriera.

Da un punto di vista artistico, nessuno è immune da giudizi: tu pubblichi un disco, esponi un quadro, scrivi un libro, reciti a teatro e ti dai in qualche modo in pasto a un pubblico più o meno vasto, fatto di persone col proprio gusto ed è normale non piacere a tutti. Capita in tutti i settori in fondo, c’è gente persino che critica Messi e Cristiano Ronaldo, dei marziani nel proprio “campo d’azione”.

E in secondo ordine, nella vita di ognuno di noi ci sono alti e bassi, non solo dal punto di vista personale, ma anche professionale. E’ indubbio che Ligabue, giunto relativamente tardi al primo disco – nel ’90 quando aveva già spento la trentesima candelina – abbia attraversato quasi tre decadi a inanellare successi in serie, anche se chi ne conosce bene la storia sa che ebbe un primo stop di un’ascesa fulminante all’uscita del terzo album “Sopravvissuti e sopravviventi”. La conseguente crisi portò poi a una vera rinascita artistica, che coincise con la pubblicazione di quel “Buon compleanno Elvis” che infine lo consacrò pienamente nel mainstream.

Fu in quegli anni che il Liga dimostrò di avere forza e numeri tali da rivaleggiare, dati alla mano, con il vero rocker riconosciuto di casa nostra, il suo corregionale Vasco Rossi. E visto che i paragoni fra i due sono stati tirati in ballo più volte in questi giorni e, bene o male, succede da 25 anni a questa parte, provo anch’io a dire la mia.

In un Paese diviso come il nostro, in fondo non si aspettava altro. Dai Guelfi e Ghibellini, dalla Dc e il Pc, in Italia – come in gran parte del Mondo, giusto dirlo – ci piace dividerci, parteggiare e, in fondo, a ben vedere, i due nostri paladini musicali non potevano che essere più diversi.

Vasco, più avanti con gli anni e soprattutto con la carriera, all’inizio almeno credo non fosse “infastidito” o “spaventato” dall’avvento di un nuovo esponente del rock tricolore, ma suppongo che dalla seconda metà degli anni ’90 si sia reso conto che il tipo facesse sul serio. Tra il ’97 e il ’98 Ligabue infatti sembrava davvero baciato da grazia divina, tra un disco live mastodontico a certificarne la grandezza acquisita e il convincente debutto in serie da scrittore prima e regista poi.

Da ascoltatore un po’ distratto – cresciuto più con Vasco, pur non considerandomi un “Vaschiano” di ferro, ma estimatore anche delle genuine storie di provincia narrate dal Liga nella prima parte di carriera – sono quasi sicuro che fino agli anni ’90 in fondo le rispettive platee di ascoltatori fossero suppergiù le stesse e che chi, come me appunto, ascoltava da tempo Vasco, fosse quantomeno curioso e contento ci fosse un altro ruspante cantautore “con le chitarre”, in un periodo dominato all’epoca in classifica dalla musica leggera di un Ramazzotti o di una Pausini.

Poi però è indubbio che le “fazioni” siano cominciate a delinearsi, man mano che una rivalità, se non propria sottesa antipatia, tra i due è venuta a galla. Frecciatine a vicenda, una distanza di gusti e interessi, oltre che di vita, hanno contribuito a non farli incontrare praticamente mai.

Vasco in quel periodo era ai vertici, lo era da tempo, ma preventivamente non furono mai pubblicati nello stesso anno album inediti dell’uno e dell’altro, nè i due si sono inoltrati in importanti tour contemporaneamente. E così, eccoli negli ultimi vent’anni dividersi successi e meriti con tour sold out, concerti esauriti negli stadi, progetti estemporanei baciati da successo clamoroso (di danza nel caso di Vasco, concerti a teatro, nuovi film per Liga), e poi – se da una parte San Siro è diventata la casa ufficiale del rocker di Zocca –  ecco che Ligabue poteva rispondere riproponendo a distanza di anni l’esperimento Campovolo. Cui Vasco rispose allestendo l’imponente Modena Park.

Fin qui, tutto bene, nel proprio rassicurante (e vastissimo) orticello… fino alla recentissima differenza di successo avvenuta alle porte di quella che si preannuncia una caldissima estate.

Vasco che sta inanellando l’ennesimo clamoroso exploit, con il record di 6 date sold out allo stadio San Siro di Milano e due splendidi e sentitissimi concerti-evento in quel di Cagliari, e Ligabue che stenta a riempire stadi che fino a un paio d’anni fa erano (anche) “roba sua”.

Cosa sia successo è difficile saperlo, in teoria la fan base di Ligabue è copiosa e soprattutto fedele ma forse, a differenza di Vasco, è rimasta pressochè immutata negli anni, senza rinnovarsi (come la sua musica, verrebbe da dire in maniera sarcastica, ma in fondo è uno degli argomenti che più è venuto a galla nella shit storm di commenti sul web).

Può però bastare il fatto che Ligabue propone da tempo la stessa formula fino all’altro ieri vincente?

Ok, giunto quasi al termine della mia riflessione, è giusto specificare che non si sta parlando di uno che fatica ad arrivare alla fine del mese e che è in procinto di chiudere la carriera, ma se tanto si sta discutendo di questi concerti è proprio perchè è un fatto anomalo che un totem come lui possa vivere momenti di flessione…

Lo stesso Ligabue d’altronde ha voluto affrontare la questione, non facendone un dramma (pubblicamente) e rassicurando che i concerti, dal punto di vista della resa artistica e della qualità, sono quanto di meglio abbia mai fatto. Non ho prove per dubitarne ed è giusto che lui per primo creda nel proprio lavoro e lo sostenga ma io, da esterno, vorrei provare a dare una risposta al mio ultimo quesito (lo so, sono un po’ marzulliano in questo, mi faccio la domanda e rispondo pure!).

Credo che no, non sia una questione artistica. Chi ascolta e apprezza Ligabue, e penso la cosa valga per tutti i più accesi fan di un qualsivoglia artista, lo ascolta e sostiene comunque, anzi non si aspetta altro che non “quei soliti due accordi”, tanto criticati. Alzi la mano chi sostiene che il suo rivale Vasco abbia negli ultimi anni apportato chissà quali novità al suo consolidato stile?

Eppure Vasco ha saputo creare più empatia nell’ascoltatore, ha saputo coinvolgere di più anche l’ascoltatore distratto, finendo quasi per rivalutarsi dinnanzi ai suoi antichi detrattori. Ligabue invece, e non ne faccio una colpa ma semplicemente lo constato, ha un modo di porsi molto diverso, sia nei confronti del fan tipo, sia nei confronti dell’opinione pubblica, fino a risultare (o quanto meno sembrarlo, io di certo non lo conosco di persona) supponente, distaccato, un po’ arrogante. Dubito sia così, perchè conosco suoi ammiratori prontissimi ad affermarne l’esatto contrario.

Il mio “Ligabue preferito” era quello con la Banda, ma forse conta molto il fatto che avevo 18 anni o poco più, e che stessi crescendo con lui. Parlo per me, io ero molto coinvolto dal suo percorso, almeno fino a “Nome e cognome”, che coincise tra l’altro con un periodo molto particolare della mia vita, di grandi cambiamenti.

Da lì in poi però, se non episodicamente, non mi è più “arrivato” e difatti non ho più sentito l’esigenza di sentirlo dal vivo, come mi era capitato in passato (ricordo uno splendido concerto nella mia città, all’Arena di Verona, per il tour di “Fuori come va?”).

Avrebbe molte potenzialità ma sta pagando forse il fatto di andare sempre e solo “sul sicuro”. Magari poi il tour procederà benissimo, butterà fuori un singolo estivo (anche se ammetto di non aver sentito nessun pezzo con le stimmate del “successo” in questo deludente “Start”) e tornerà il numero 1, pronto a zittirci tutti, noi che gli stiamo facendo le pulci.

Più realisticamente però, se fossi in lui, mi prenderei una pausa e butterei il cuore oltre l’ostacolo, con un progetto davvero “personale”, in cui riversare tutto sè stesso, ispirato, vero. E’ questo che gli è un po’ mancato negli anni, la viscerale sincerità che invece appartiene al suo contraltare più volte citato nel mio pezzo.

Mi dà molto fastidio però, questo mi sento di dirlo, l’atteggiamento comune di coloro che non vedevano l’ora che avesse un intoppo per denigrarlo, insultarlo e sbeffeggiarlo. Sembra proprio ci dia fastidio se qualcuno gode di un qualche privilegio o di un riconosciuto successoc (nel suo caso meritato e corroborato da anni di carriera) e se la passa meglio di noi. Magari gente che non ne ha mai parlato, nè ha scritto nulla su di lui o a malapena ne conosce la storia, e ora scioglie le riserve e ci dice quanto a lui abbia sempre fatto schifo.

D’altronde fa sempre più notizia quando una cosa va male rispetto al contrario. Ma qui si sta parlando di un artista che ha segnato la musica italiana degli ultimi 20 anni, non certo di un fenomeno effimero pompato dai media e uscito da un talent.

Bisognerebbe, almeno per chi fa il giornalista e crede di farlo in modo serio, mettere sul piatto della bilancia tutto, non solo ciò che conviene per sostenere la propria tesi (in questo caso, il presunto flop di Ligabue): a quanto pare noto che non sempre è così.

Serie B: ecco i verdetti! Il Lecce torna in serie A! Palermo ai playoff, in C retrocede in modo rocambolesco il Foggia.

Cala il sipario sulla stagione regolare in Serie B, da adesso in poi ci sarà spazio per i festeggiamenti, le recriminazioni e soprattutto per i Playoff e i Playout.

Avvincente la corsa all’ultimo posto disponibile per la promozione diretta, che vedeva partire in vantaggio il Lecce di Liverani sulla corazzata Palermo di inizio stagione. Sul filo di lana, ma direi con pieno merito accede in A in maniera diretta la squadra salentina, in grado quindi di compiere il doppio salto in due anni dalla C alla massima serie. Era una vita che i giallorossi non frequentavano i piani nobili del calcio italiano, dopo i fasti degli anni ’80 e la stupenda stagione zemaniana di metà anni 2000.

Promozione meritatissima del Lecce in serie A

Una lunga rincorsa, il pantano prolungato della terza serie ma poi in un paio d’anni tutti gli ingredienti si sono miscelati al punto giusto: un allenatore giovane e con idee chiare (e soprattutto l’impronta di un calcio pratico quanto spettacolare), una squadra costruita con logica e il giusto mix di talento, esperienza e gioventù.

Certo, vi mentirei se dicessi che a inizio stagione avevo accreditato il Lecce come promossa in serie A (lo stesso dicasi per il Brescia, che mi ha letteralmente colpito ed entusiasmato dalla venuta di Corini in poi, meritando ampiamente la promozione anticipata in serie A), ma a conti fatti ne sono proprio felice, per quanto mostrato lungo tutto il campionato.

Giunge (solo) terzo il Palermo, cui pendono anche accuse gravi di illeciti amministrativi che potrebbero minare ulteriormente la posizione, fino a rischiare la retrocessione d’ufficio in serie C.  Peccato, perchè continuo a pensare che i rosanero siano la squadra più attrezzata della categoria, anche se molti sono stati i tentativi andati a vuoto, diverse le cadute che hanno compromesso una promozione che sembrava alla portata.

Come un anno fa, il Palermo dovrà disputare i playoff per tentare la risalita in serie A

Quarto posto per un’altra delle favorite della vigilia, il Benevento, composta da una rosa di primo livello (guidata da un’altro allenatore di quelli rampanti, come Bucchi) e che è stato un po’ incostante lungo il cammino ma che, col senno di poi, parte con i galloni di favorito in questo importante mini torneo dei playoff.  Sì, perchè i campani proprio in dirittura d’arrivo, hanno ritrovato entusiasmo, condizione e finalmente, meglio tardi che mai, un assetto definitivo.

Quinte e seste sono finite Pescara e Hellas Verona, due squadre dai destini opposti ma che spesso negli ultimi anni hanno incrociato le loro strade nel raggiungere i medesimi obiettivi (questo ha portato anche a una forte rivalità, acuita anche da motivi territoriali).

ll Pescara, reduce da una stagione interlocutoria, aveva stupito tutti nella prima parte di stagione, stazionando a lungo nelle primissime posizioni forte di un gioco anche spettacolare, per poi assestarsi in una più giusta dimensione; stessa cosa non si può certo dire per la squadra veronese, ai nastri di partenza accreditata, al pari del Palermo, come la squadra da battere, la più forte in ogni reparto.

Il campo ha detto però altro, con l’11 gialloblu mai credibile per raggiungere un posto al sole.

In realtà “un” vero undici non è mai stato individuato, complice una maxi rosa infarcita di doppioni e la “confusione” tattica del giovane mister Grosso (gratitudine eterna per il Mondiale vinto ma da allenatore deve masticare molta terra prima di arrivare a certi livelli, se mai lo farà) che hanno intristito dapprima una intera piazza, per poi allontanarla. I playoff giungono all’ultimo respiro, dopo aver dilapidato un intero campionato. Tutto si riapre, con Aglietti chiamato in extremis a cercare almeno di dare una parvenza di squadra.

Detto che, banalmente parlando, la probabile promossa uscirà da Palermo, Benevento o Verona, proveranno a dire la loro in chiave playoff anche le restanti qualificate, l’ostico Spezia di Marino e il pimpante Cittadella di Venturato. D’altronde, le sorprese sono sempre dietro l’angolo e nel loro caso si parla di realtà solide e che partono con meno pressioni rispetto alle rivali.

Rimangono fuori dalla griglia la squadra umbra e quella grigiorossa.  Il Perugia di Nesta, sempre in orbita settimo-ottavo posto ma che sul finale ha perso smalto e brillantezza, fino a rimanere fuori a mio avviso meritatamente. Stessa cosa vale per la Cremonese, che in modo clamoroso, sia per meriti propri ma anche per demeriti altrui, era tornata prepotentemente in gioco per i playoff, dopo essersela anche vista brutta a un certo punto della stagione, con lo spettro dei playout a incombere vicini. Poi Rastelli è stato bravo a riprendere in mano la squadra che, diciamolo, poteva contare su un buon organico, e alla fine rimane il rammarico per essere arrivati a un passo dalla zona “sogno”. La società è valida, ripartirà con più esperienza l’anno prossimo.

Cosenza, Crotone e Ascoli erano già salve in anticipo. I loro sono stati percorsi molto diversi: il Cosenza da neo promossa ha faticato nella prima parte di stagione, per trovare un proprio equilibrio e spiccare letteralmente il volo nella seconda parte, quella decisiva, mostrando un gioco redditizio dove non sono mancati i fulgidi talenti; il Crotone è invece stato deludente, potendo fare molto di più, a differenza dell’Ascoli che ha sempre navigato in acque tranquille, pur non vantando una rosa così ricca di individualità.

I pitagorici hanno vissuto una stagione da incubo, dopo i fasti della serie A. Avevano mantenuto l’ossatura, forte, delle passate stagioni, contavano su un allenatore esperto ma l’inizio è stato shock e non è che il prosieguo sia andato molto meglio, tra errori tecnici e societari. Un contrappasso negativo giunto dall’inaspettata retrocessione ma con la forza morale e tecnica per risalire la china gradualmente, calandosi di nuovo nei panni sporchi della cadetteria. Questo a conti fatti è un merito che va riconosciuto alla squadra. Se la Proprietà non mostrerà segni di stanchezza, penso che il Crotone potrà togliersi a breve nuove soddisfazioni.

Il Livorno ottiene l’ultimo posto valido per la salvezza, con una splendida rincorsa nel girone di ritorno. Ne ha messo di tempo però per riabituarsi alla serie B, la squadra non ingranava, con giocatori che parevano inadeguati a certi palcoscenici e risultati che proprio non venivano. Ma in fondo nemmeno le altre correvano e la consapevolezza nei propri mezzi e un pizzico di sicurezza in più ha fatto risalire la corrente, fino a ottenere risultati anche fuori portata. Salvezza meritata.

Ai playout vanno così inopinatamente Salernitana e Venezia. I primi infatti avevano ben altre mire, e se una rosa molto interessante giustificava entusiasmi, poi la mediocrità è pian piano venuta a galla e si sa che quando si entra in un vortice negativo, è difficile uscirne. Per questo appare favorito nello spareggio il Venezia che se non altro ha avuto modo nel tempo di calarsi in una realtà nuova, dopo la sbornia dell’anno scorso che l’aveva imposto come rivelazione con Inzaghi in rampa di lancio. Quest’anno però i lagunari non hanno mai convinto e a poco sono valsi i cambi in panchina.

Non è stato sufficiente l’esodo dei tifosi rossoneri del Foggia per la gara decisiva contro il Verona. I Satanelli chiudono la stagione con una clamorosa retrocessione in serie C

Stagione maledetta invece per il Foggia, con tanto di corollario da film thriller sul finale. In vantaggio a Verona, in quel momento i veneti erano fuori dai playoff e i pugliesi addirittura salvi senza passare dallo spareggio playout, visti i concomitanti risultati, su tutti quello del Venezia sul campo del già retrocesso Carpi. Invece poi ecco compiersi la frittata, con la rimonta gialloblu sul campo amico e quella dei neroverdi in terra emiliana.

Ok la penalizzazione, ok la sfortuna di un calendario ostico sul finale, ma pesano le responsabilità proprie su questo fallimento. La squadra di Grassadonia sulla carta non è certo da serie C ma proprio alcuni fra gli elementi “di nome” hanno oltremodo deluso. Non si vuole certo gettare la croce addosso a loro, ma a mio avviso potevano dare di più e non ritrovarsi a giocarsi il tutto per tutto nella partita conclusiva della stagione. Il futuro non è roseo, considerato alcuni problemi societari ma dal destino del Palermo potrebbe tuttavia aprirsi uno scenario inaspettato, con corollario playout per i Satanelli e quindi una nuova occasione in extremis per provare a mantenere la categoria. Ma la stagione dei rossoneri rimane negativa e deludente.

Erano già in C da una giornata Padova e Carpi, con i veneti che tornano mestamente in C dopo una sola stagione. Il grande e giustificato entusiasmo di un anno fa ha lasciato presto spazio alla consapevolezza che ci fosse da sudare parecchio in questo campionato, nonostante alcune buone prestazioni lasciassero presagire delle speranze. E’ mancata la mentalità in primis ma ricompattandosi c’è la possibilità concreta di ritrovarsi a festeggiare nuovamente fra un anno. Non ci sono attenuanti invece per il Carpi che, al pari del Chievo al piano di sopra, sembra aver posto la parola fine alla propria favola.

Sì, perchè in questo ultimo lustro gli emiliani, oltre allo straordinario exploit della promozione in A, avevano poi lottato con il coltello tra i denti per difendere la categoria e solo un anno più tardi erano lì a giocarsi una finale playoff per accedere nuovamente nel Paradiso calcistico. Era evidente sin dall’estate scorsa però un ridimensionamento degli obiettivi, con una rosa costruita senza grossi nomi, un allenatore esordiente assoluto a certi livelli e una girandola invernale di acquisti cessioni senza costrutto. Anche il rientrante Castori, eroe delle stagioni vincenti, è presto rimasto inghiottito nel grigiore generale della stagione. Il ritorno in C è molto mesto e bisognerà capire se forse negli anni scorsi non si sia fatto un salto troppo grande per le possibilità o se ci sarà spazio invece per alimentare nuovi sogni.

TOP

  1. Brescia e Lecce
  2. La coppia gol Donnarumma – Torregrossa
  3. Il giovane Tonali, miglior regista della B
  4. Mancosu, a 30 anni decisivo per la promozione del Lecce
  5. Gli allenatori Corini, Liverani e Bucchi

LE RIVELAZIONI

  1. Petriccione, il Modric del Salento
  2. Okereke, freccia nera dello Spezia
  3. Mancuso, mai così prolifico in serie B
  4. Palmiero, centrocampista completo e pronto per altri palcoscenici
  5. Moncini, giovane bomber assai prolifico

FLOP

  1. La quotata coppia gol del Foggia Iemmello-Galano
  2. Grosso, allenatore esonerato dal Verona
  3. La stagione del Crotone
  4. Zenga e Cosmi al Venezia
  5. La caduta rovinosa della Salernitana

 

Un bel tuffo negli anni ’90 con il Jane Doe Trio

Ieri sera ho assistito a un concerto del trio Jane Doe presso il locale “Portici 40” di Cerea, cittadina veronese dove vivo.

La band è solita proporre in veste assolutamente acustica alcune tra le canzoni che hanno fatto la storia degli anni ’90, non solo attingendo dai soliti grandi nomi, ma anche andando a ripescare episodi minori, ma non per questo meno significativi di un decennio assai florido da un punto di vista meramente musicale e culturale.

A detta di molti, l’ultimo vero decennio degno di nota per il mondo delle sette note.

i Jane Doe Trio in concerto al “Portici 40” di Cerea (VR)

Composto da una coppia di fratelli, la cantante Angela Crestani e il chitarrista Stefano, e dal bassista Andrea Arzenton, il Jane Doe Trio ha accompagnato il venerdì sera di una numerosa clientela con interpretazioni misurate ma molto efficaci, fedeli agli originali, pur con la caratterizzazione necessaria che una voce femminile finiva inevitabilmente a confezionare, in brani appartenenti per la maggiore parte a interpreti maschili.

Eccezioni a parte infatti, come ad esempio una riuscitissima “Don’t Speak”, celebre hit degli americani No Doubt dell’eclettica Gwen Stefani, le rivisitazioni dei Nostri guardavano più gruppi capitanati da frontmen. E che frontmen, se pensiamo a gente come Kurt Cobain dei Nirvana (cui viene coverizzata in modo egregio “Come As You Are”), Adam Duritz dei Counting Crows (nel classico “Mr. Jones”) o Brandon Boyd degli Incubus, dei quali viene eseguita la magistrale “Drive”.

Insomma, colpisce molto il modo in cui Angela si appropria di questi pezzi, mostrando innegabili doti canore che ben si adattano anche a canzoni dalle diverse tonalità e atmosfere, cosicchè le riesce facile cimentarsi in brani ariosi come le hit “Lemon Tree” e “Truly, Madly, Deeply” dei quasi omonimi Fool’s Garden e Savage Garden, (brillanti meteore di metà decennio), così come in episodi più oscuri come “Mmm Mmm Mmm Mmm” dei Crash Test Dummies.

A proposito di questi ultimi, non si tratta dell’unico ripescaggio “clamoroso”, nel senso di omaggio a band che furono di successo all’epoca sì, ma anche assai fugace.

Passano in rassegna infatti, suonati alla grande da Stefano e Andrea, anche “Glycerine” dei Bush e “Two Princes” degli Spin Doctors. Bello sentire anche la cover dei Manic Street Preachers, per uno dei loro brani più interessanti, vale a dire “If You Tolerate This, Your Children Will Be Next”, che monopolizzò le classifiche inglesi nel 1998, riscuotendo ottimi riscontri anche in Italia.

In mezzo a tanti gioielli rock, mainstream e meno, fa capolino anche una famosissima canzone interpretata da una pop band, anzi, meglio sarebbe definirla boyband vera e propria: i Take That di Gary Barlow e Robbie Williams che, fra le tante, fecero innamorare orde di fans proprio con la ballata “Back for Good”, scelta dai Jane Doe Trio per l’occasione.

Altra felice incursione nel pop avviene con la cover di “When You Say Nothing at All”, portata al successo dall’ex Boyzone Ronan Keating sul finire del decennio, nel 1999 quando fu inclusa nella commedia brillante “Notting Hill”, con altre due icone dei ’90, quali Julia Roberts e Hugh Grant.

Insomma, non si può certo dire che i mitici anni ’90 non siano stati omaggiati con il giusto criterio, nel migliore dei modi.

Le canzoni scelte dal trio mostrano infatti in questa veste unplugged tutta la loro insita bellezza, e il merito della band è stato quello di trasmettercela con interpretazioni sentite e molto valide.

Hanno avuto questo merito appunto di riportarle a galla, facendoci fare un bel viaggio a ritroso nei ricordi, quando eravamo tutti più giovani e belli, per parafrasare un’altra celebre canzone, ma di qualche decennio più indietro nel tempo.

Adesso però sono loro, i Jane Doe Trio, che meritano di essere ascoltati con attenzione, perchè sono “semplicemente”… bravi!

Brescia promosso meritatamente in serie A

L’incontenibile gioia dei giocatori del Brescia al termine della vittoria contro l’Ascoli che ha significato la matematica promozione in serie A

 

 

Brescia promosso in serie A con pieno merito, e mentirei se dicessi che a inizio stagione l’avevo inserito tra le favorite per vincere il torneo. Invece, dopo l’arrivo del bresciano doc Corini le Rondinelle si sono messe a correre.

L’allenatore ha plasmato un 11 credibile, che col tempo, accrescendo in sicurezza e amalgama, si è rivelato un mix micidiale di talento, esperienza e gioventù.

Corini ha inciso profondamente nella squadra promossa in serie A. Una grandissima affermazione per lui, tornato nella sua città, sfatando l’antico adagio “nemo propheta in patria”

Bel gioco, molto offensivo e propositivo, sia che si giocasse in casa che in trasferta, risultati in serie che indubbiamente hanno infondato la giusta consapevolezza che, tutto sommato, il gran salto in A sarebbe stato possibile. 

E poi loro, i giocatori: una squadra titolare individuata quasi subito, con aggiunte calibrate in punti strategici, tipo l’esperto terzino sinistro Martella al posto di Mateju, ancora un po’ altalenante nella prima parte di stagione. Altri “vecchi” come Gastaldello e Dessena, autore proprio del gol promozione, hanno fatto più da chioccia ma sono venuti utilissimi alla bisogna.

In porta felice per Alfonso, giunto a 30 anni suonati alla sua prima affermazione importante dopo i trascorsi nelle giovanili del Chievo e delle varie under (fece anche un Mondiale under 17 da titolare).

Ottima la difesa con a destra il terzino ex Roma Sabelli, una freccia che ha imparato anche a difendere, a sinistra il già citato Martella e In mezzo l’inedita coppia formata da Romagnoli, di cui si parla pochissimo ma che non sbaglia un’annata da tempo immemore, e il prodotto locale Cistana, uno dei tanti lanciati dal mister e subito protagonista senza paura.

Sandro Tonali, talento sopraffino, un predestinato del nostro calcio. Ha guidato il Brescia da veterano, nonostante non abbia ancora 19 anni

A centrocampo un trio che si intendeva a meraviglia, con il figlio d’arte Bisoli cursore imprendibile e inesauribile, a sinistra il talentuoso Ndoj, dalla tecnica sopraffina che ormai si è ben adattato al ruolo di mezz’ala, più di qualità che di quantità, e in mezzo, a dirigere il traffico da autentico califfo, nonostante sia un 2000, il meraviglioso Tonali, di cui sentiremo parlare a lungo. Non ce ne sono al momento in Italia di centrocampisti con le sue caratteristiche. 

A fare da raccordo in maniera eccelsa tra la mediana e l’attacco, un altro dei gioielli valorizzati appieno da Corini, lo slovacco Spalek.

Infine i due frombolieri offensivi, micidiali e complementari: un Donnarumma in stato di grazia in grado di replicare la strepitosa annata in zona gol della scorsa stagione a Empoli (di nuovo promosso e di nuovo capocannoniere) e un Torregrossa finalmente esploso in tutta la sua forza dopo tanta gavetta. Estro, fantasia, corsa, tecnica e gol: un attaccante che tornerà utilissimo anche nella massima serie.

Alfredo Donnarumma si è confermato autentico fuoriclasse per la categoria. Ora si merita una chance vera in serie A, dopo averla guadagnata sul campo per ben 2 volte da protagonista

Insomma, molti nomi non erano altisonanti a inizio stagione, lo sono diventati strada facendo, confermandosi i più forti del campionato.
Ora si attende il Lecce, dopo l’inatteso ko di oggi che ha riacceso il lumicino delle speranze del Padova… i salentini si meritano la A tanto quanto il Brescia.
Nel frattempo che festeggino le Rondinelle, ai quali non posso che fare i miei più sinceri complimenti!

Sanremo 2019: vince a sorpresa Mahmood davanti a Ultimo e ai ragazzi de Il Volo – Un commento finale sulla classifica

E’ terminata anche la sessantanovesima edizione di Sanremo, con il giovane Mahmood vincitore proclamato tra lo stupore generale davanti al grande favorito della vigilia (Ultimo) e a Il Volo, il trio che non è riuscito così a bissare il successo di quattro anni fa.

Non è la prima volta che in gara assistiamo a exploit inattesi, ma vittorie così poco scontate nella storia, anche recente, del Festival, se ne contano poche: il primo nome che mi viene in mente è quello di Francesco Gabbani che si issò fino in cima alla classifica nell’edizione del 2017.

Daniele Silvestri (coadiuvato dal rapper Rancore) e Simone Cristicchi si sono spartiti quasi equamente i premi speciali: prestigiosa tripletta del primo che ha conseguito in particolare l’ambito Premio della Critica “Mia Martini” ma anche quello per il miglior testo; al riccioluto cantautore già vincitore in passato con l’intensa “Ti regalerò una rosa” sono andati due premi, tra cui quello assegnato dall’orchestra. Sono premi importanti che certificano, ce ne fosse ulteriore bisogno, come le due opere in questioni (“Argentovivo” di Silvestri e “Abbi cura di me” di Cristicchi) fossero entrambe qualitativamente parlando, di una spanna superiore alle altre.

Ultimo si consola – se così si può dire visto il suo evidente disappunto per il piazzamento finale, forse dettato dalla frustrazione accumulata nei giorni scorsi da “vincitore annunciato” – con un premio indetto da Tim per un brano che probabilmente in effetti funzionerà bene fuori dai circuiti sanremese.

Per il resto, le contestazioni più grandi, quasi una “rivolta popolare” ci sono state per il piazzamento fuori dal podio della canzone di una rediviva Loredana Bertè ma su questo torneremo qualche riga più giù in sede di commenti.

Guardando la classifica, ovviamente possono balzare agli occhi determinate posizioni, a colpire in senso positivo o negativo – a seconda dei propri gusti personali – ma d’altronde una graduatoria di 24 canzoni in gara comporta anche dei risultati sulla carta “pesanti” ma che poi tra un giorno o poco più, nessuno probabilmente ricorderà, visto che per fortuna le canzoni viaggiano per conto proprio al di là di gare e piazzamenti.

Ecco quindi i miei commenti alla classifica di Sanremo:

1- MAHMOOD sono onesto, pur avendo sin dalla prima serata assegnato un bel 7 al brano “Soldi” presentato da questo rapper di origine egiziana (ma nato e cresciuto in Italia) che ha alle spalle già una bella gavetta, mai avrei scommesso sulla sua affermazione come vincitore.  Il brano però è indubbiamente accattivante, rimane in testa e rappresenta bene una fetta consistente, oltre che di mercato, dei gusti dei giovanissimi. E’ apparso visibilmente stupito e attonito e anche in sala stampa la sua timidezza prevaleva sulla contentezza, quasi volesse reprimere o non riuscisse a esprimere appieno i suoi sentimenti ma, in fondo, di gente che ostenta ce n’è a bizzeffe e sinceramente ho apprezzato molto il genuino pudore e la sobrietà dimostrate. Saprà costruirsi una bel percorso artistico fuori da qui, dopo aver gettato ottimi semi. Sorvolo decisamente sui commenti razzisti pervenuti, perché alcune supposizioni onestamente mi fanno ridere, e poi non si può ridurre tutto a politica, tra l’altro della più bieca specie.

2- ULTIMO sì, aveva tutte le credenziali per puntare al bersaglio grosso, bissando la vittoria ottenuta meritatamente nelle Nuove Proposte un anno fa. Io stesso lo avevo pronosticato come vincitore ma avrò modo di rifarsi nelle charts, visto che il brano presentato sta comunque già ottenendo un buonissimo riscontro. Piuttosto non mi è piaciuta molto la sua esternazione in conferenza stampa contro i giornalisti “cattivi” e il suo palese disappunto nei confronti della vittoria di Mahmood. Per carità, reazione umana e forse dettata dalla frustrazione accumulata in settimana da “vincitore annunciato” ma nella vita, si sa, bisogna anche saper perdere.

3 – IL VOLO osteggiati da una larga fascia di ascoltatori, osannati da altri, loro sembrano vivere la cosa abbastanza serenamente, salvo ogni tanto togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Il repertorio è quello, a meno che non decidano di svoltare clamorosamente, o di sciogliersi prendendo ognuno la propria strada, seguendo l’inclinazione personale (ma sarebbe clamoroso), continueranno a proporre pop classico di questo tipo, piaccia o non piaccia.

4 – LOREDANA BERTE’ ho discusso con qualcuno riguardo la sua prestazione sanremese, perchè secondo me Loredana ha fatto il massimo. Sul podio ci poteva finire tranquillamente, sarebbe stato un riconoscimento alla carriera, se è vero come dicono che non parteciperà più in futuro, però io ho trovato francamente esagerato questo dispiego di forze, questa sorta di fan club in rivolta per un quarto posto che a detta di molti avrebbe dovuto essere una vittoria. E’ bello pensare a come la Bertè sia stata in grado di tornare in splendida forma, non solo fisica (tanto di cappello) e di tornare competitiva, bella agguerrita, sul pezzo, senza stravaganze se non per l’immancabile look. Ha ritrovato il grande pubblico, con pieno merito, la sua è una vera vittoria morale.

5 – SIMONE CRISTICCHI è tornato alla grande il cantautore romano, con un brano molto intenso, emozionante, con lui in grado al solito di trasmettere nel migliore dei modi (non a caso è stata premiata la sua interpretazione) dei messaggi di amore, di speranza, veicolando valori positivi.

6 – DANIELE SILVESTRI (con RANCORE) il brano più forte del Festival, interpretato magnificamente dal titolare Silvestri e dal sodale Rancore (hanno concorso però in maniera importante anche due pezzi grossi dei Calibro 35: Rondanini alla batteria e Gabrielli a dirigere l’orchestra, senza dimenticare l’apporto in fase di scrittura di Manuel Agnelli). Puntare al bersaglio grosso era difficile ma l’aver fatto incetta di premi è un riconoscimento meritatissimo.

7 – IRAMA io l’avevo dato sul podio, ritenendo che avesse anch’egli un pezzo intenso, visto il tema principe della canzone, affrontato senza retorica e con grande sicurezza. Non si tratta però certo di una delusione per questo giovane ragazzo che, volendo, avrebbe potuto portare in gara certamente una canzone più facile e adatta a quel pubblico di giovanissimi che maggiormente lo segue.

8 – ARISA peccato per l’esibizione della serata finale, pesantemente inficiata da sopraggiunti problemi di salute. A me il brano era piaciuto, coraggioso nella sua bizzarra costruzione, con stacchi e cambi di tono. Una canzone dei buoni sentimenti e delle buone intenzioni, non facile da eseguire. Risultato soddisfacente, anche se molto probabilmente il pubblico generalista da lei si aspetta un altro tipo di canzoni.

9 – ACHILLE LAURO non mi dilungo molto, su di lui si è detto – e letto – di tutto e di più. Questo ha finito più per svantaggiarlo, secondo me, perchè certe etichette sono dure a morire. Poi lui mi sembra sia in grado di andare avanti e rispondere a tono. Dico solo che non sarà il nuovo Vasco, cui è stato accostato da molti come impatto (alludo ovviamente a quello di “Vita spericolata”), ma non è nemmeno il “tipo pericoloso” che inneggia alla droga. Doverlo specificare mi pare quasi un insulto all’intelligenza di chi mi legge.

10 – ENRICO NIGIOTTI a me non è dispiaciuto, anche se non ha mai cantato benissimo, forse tradito dall’emozione (palpabile specie ieri sera). Secondo me in ambito cantautorale – se con questo la nostra mente non ci porta subito a mostri sacri che sarebbe fuori luogo scomodare – può dire la sua.

11 – BOOMDABASH non me ne vogliano gli amici pugliesi – ne ho molti, mia moglie tra l’altro proviene da lì – ma questa canzone, pur ballabile e spensierata, l’avrei fatta finire più giù. Non è la platea giusta secondo me per loro che stanno ottenendo successo comunque, sia collaborando con le persone giuste (e contribuendo a risollevare carriere, la Bertè ne sa qualcosa), sia in proprio. Qui c’entravano poco, anche quando cercavano di animare il pubblico in sala.

12 – GHEMON ha fatto un’ottima figura, la sua è una canzone raffinata, di classe, una delle migliori da questo punto di vista. Grazie al Festival ha potuto farsi conoscere da un pubblico certamente più vasto, che ora lo potrà apprezzare nel suo percorso.

13 – EX OTAGO stessa cosa si può applicare al gruppo ligure che ha portato a casa il risultato, non snaturandosi, ma senza nemmeno osare troppo. Sanremo come vetrina con la possibilità di diventare mainstream sulla falsariga di anime affini come Thegiornalisti o Coez.

14 – MOTTA il suo bel brano è cresciuto di ascolto in ascolto, visto che ha dimostrato maggior padronanza man mano che il Festival procedeva, con il bel risultato della vittoria (seppur pleonastica) nella serata dei duetti con la grande Nada. Anche per lui carriera a un possibile bivio, con eventuale allargamento di fascia di pubblico annessa. Se lo meriterebbe vista l’originalità della sua proposta e il suo procedere passo per volta, dalle vittorie al Tenco in poi.

15 – FRANCESCO RENGA a livello di piazzamento ovviamente è una delusione, ma da subito il brano, scritto pure da autori che stimo come Bungaro e Cesare Chiodo (con l’apporto della giovane Rakele, vista qualche anno fa tra le Nuove Proposte), non mi aveva convinto. Quindi posizione che dal mio punto di vista, ci sta tutta.

16 – PAOLA TURCI lei è sempre magnetica e porta a casa la pagnotta senza problemi ma in realtà anche il suo brano mi è parso non al livello delle precedenti esperienze sanremesi. Anche l’interpretazione non è stata delle migliori, con la voce non al cento per cento.

17 – THE ZEN CIRCUS posizione nelle retrovie ma in fondo era difficile pronosticare un piazzamento più alto. Eppure Appino e soci hanno presentato una canzone davvero bella, molto dignitosa, con un testo che secondo me se la giocava con quello di Silvestri per intensità e forza espressiva. Anche le loro esibizioni sono cresciute ogni volta. Bravi! Anche perchè hanno portato una canzone decisamente difficile, pur considerando il loro repertorio che certo non è fatto da “canzonette”.

18 – FEDERICA CARTA e SHADE anche la loro posizione mi ha colpito, credevo avessero attecchito di più tra gli ascoltatori, forti di visualizzazioni sui social che, sin dalla prima esibizione, sono schizzate alle stelle. D’altronde la canzone assomiglia molto a quella “Irraggiungibile” che ha letteralmente spopolato l’estate scorsa. Al di là di ciò, credo che sentiremo molto spesso la loro canzone alla radio.

19 – NEK il vero flop dell’edizione 2019, spiace dirlo, è stato il suo. Non so, a me la canzone non aveva colpito al primo ascolto. Stessa formula della fortunata “Fatti avanti amore” che contese la vittoria a Il Volo quattro anni fa, ma con una melodia più brutta. Resto dell’idea che se si fosse presentato con Renga e Max Pezzali in gara avrebbe avuto molte chances di raggiungere l’agognato obiettivo della vittoria.

20 – NEGRITA a mio avviso il risultato più ingiusto, visto che la canzone ha un bel testo, è orecchiabile il giusto e loro l’hanno suonata e interpretata senza la minima sbavatura, con una padronanza perfetta del palco. E’ uscita al contempo una loro raccolta dei migliori successi per i 25 anni di carriera, e credo che tutto sommato questa “I ragazzi stanno bene” possa affiancare le loro hit.

21 – PATTY BRAVO e BRIGA posizione giusta, il duetto secondo me non stava in piedi. La canzone in sè non è nemmeno una brutta ballata, ma per un motivo o per l’altro non mi è mai arrivata fino in fondo.

22 – ANNA TATANGELO c’è una sorta di ostracismo non dichiarato nei suoi confronti. In passato l’ho criticata aspramente anch’io ma stavolta mi sembra che abbia presentato una canzone in linea con la sua (bella) vocalità, oltretutto con un testo che poteva in qualche modo riguardarla. Sobria, senza eccessi, ha fatto il suo, ma forse è proprio la natura stessa della canzone, “classica sanremese” a non funzionare più.

23 – EINAR per lo stesso motivo si spiega il pessimo piazzamento del ragazzo uscito da “Amici” e catapultato su un palco evidentemente ancora troppo grande per lui. Già aveva destato non poco clamore la sua vittoria (con Mahmood) alle selezioni di Sanremo giovani di dicembre, in luogo di una più preparata Federica Abbate; in più sul palco ha portato una canzone deboluccia, senza guizzi, troppo piatta. Avrà tutto il tempo di rifarsi ma dovrà costruirsi una carriera credibile al di fuori dei talent e dell’ala di Maria de Filippi.

24 – NINO D’ANGELO e LIVIO CORI un’altra delusione riguarda questo incontro di voci che sulla carta avrebbe potuto essere esplosivo. Alla fine il tam tam mediatico sulla presunta identità del misterioso Liberato con Livio Cori ha fatto perdere attenzione al pezzo, che in verità, non è mai stato eseguito perfettamente. La versione studio infatti è molto più emozionante. Peccato, occasione mancata, ma questo non va a inficiare sulla qualità della canzone e dei suoi interpreti: Cori poi esordirà a breve con un album a proprio nome, mentre speriamo che anche il vero Liberato torni presto sulle scene!.