Eroi musicali anni ’90: James Iha (Smashing Pumpkins)

Condivido con gli amici del blog l’ultimo mio appuntamento con la rubrica “90’s memories” da me curata per il sito di Troublezine.

Dedicata stavolta al grandissimo James Iha, conosciuto ai più soprattutto per la splendida epopea negli Smashing Pumpkins.

http://www.troublezine.it/columns/20085/90s-memories-james-iha

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Vado a concludere la mia rubrica con quello che è in effetti forse il mio “eroe” per antonomasia degli anni ’90, classico esempio di validissimo “secondo”, schiacciato – e mai come in questo caso gli si addice questa immagine – dal peso e dal carisma di un altro leader.
Sto parlando del chitarrista James Iha, classe ’68, a lungo membro degli Smashing Pumpkins, di cui fu co-fondatore ma attivo anche con gli A Perfect Circle e altre collaborazioni di area più underground. Artefice soprattutto di un disco che, al calar del decennio, mi riempì il cuore e l’anima: il suo esordio da solista  “Let it come down” del 1998, cui ha fatto seguito, ben 14 anni dopo, l’altrettanto intenso “Look to the sky”. Due lavori che rappresentano appieno l’essenza del valente musicista di origine giapponese, e che mostrano quanto in fondo nelle Zucche fosse “guidato” da Billy Corgan. Intendiamoci, ho amato alla follia l’oscura band di Chicago, almeno fino al discusso e controverso “Adore”, e non voglio certo negare quanto il “vampiresco tuttofare” fosse all’epoca in stato di grazia, ma gli eventi futuri e le tante dichiarazioni successive fanno capire quanto fosse anche “dittatoriale” e maniacale nei confronti dei suoi più stretti collaboratori, compreso James che appunto fu suo sodale sin dai tempi in cui erano studentelli.
James Iha negli Smashing soltanto a singhiozzo ebbe così modo di far intuire quanto talento grezzo ci fosse in lui: basti citare Mayonaise o Soma, tratte dallo splendido “Siamese Dream”, di cui fu co-autore o le profonde e sussurrate Take me down, da lui interamente interpretata e Farewell and goodnight, cantata a più voci, compresa quella dell’ex compagna D’Arcy.
Canzoni, a ben vedere, piuttosto lontane dall’immaginario Pumpkins e da un repertorio composto almeno nella prima fase da chitarroni taglienti, suoni frastagliati, melodie incisive e ritornelli killer.

Sono appunto canzoni malinconiche, riflessive, eccessivamente quiete verrebbe da dire, se non fosse che, proprio agli albori della svolta elettronica con “Adore”, il chitarrista uscendo con il suo primo album fece una vera dichiarazione d’intenti, citando tra i suoi ascolti di sempre e tra le sue fonti primarie di ispirazione artisti di area folk, indie, country. Non solo parole al vento, perché sin dalle prime note di “Let it come down” appare chiaro che James avesse quasi voglia impellente di posare la chitarra, spegnere gli amplificatori (e forse anche i riflettori), riporre negli armadi quei sfarzosi vestiti che spesso lo avevano contraddistinto nelle sue esibizioni col gruppo madre, per poi imbracciare una semplice chitarra acustica, con la quale tessere canzoni morbide, dai toni soffusi, senza ricami o inutili orpelli. Una voce che si manifesta al mondo e che appare pulita, aggraziata, bassa, profonda, espressiva. Anche lo stesso video del brano che accompagna l’uscita del disco, Be strong now, è essenziale, artigianale, volutamente lo-fi, riappacificante.

Credo proprio che James di questo avesse bisogno: di pace e tranquillità, dopo i mille all’ora raggiunti con i Pumpkins. La gemma, nell’ambito di un album che alla voce “indie pop-folk” andrebbe a piazzarsi fra i totem degli ultimi 20 anni, è senz’altro la placida, ultra melodica Beauty, con un arpeggio delicato di chitarra che sembra aprirti le porte del Paradiso. Situazione celestiale che io e Ricky Brit-Pop abbiamo davvero provato quella famosa volta in cui gli Smashing si esibirono nella magica cornice del Porto di Genova, nel 1998 per il tour di “Adore”.
A un certo punto Corgan e Iha si guardarono, fecero un cenno d’intesa e dai loro strumenti vennero emesse delle note a noi familiari… era l’intro di Beauty, che durò un tempo sufficiente a farci illudere, al punto che come due pazzi scatenati ci mettemmo a gridare all’unisono “Beautyyyy!!!!” (mi sa che eravamo gli unici in tutta l’arena a conoscerla!), solo che poi sfumarono in…Tonight! Tonight, forse il momento più atteso da tutti i fans, la canzone che fungeva da classicone del gruppo.
Poco male, a noi è rimasta l’emozione fortissima anche solo nel sentire/immaginare la nostra song preferita eseguita dal vivo, cosa che, essendo stata condivisa, ha avuto ancora maggiore risonanza.
Purtroppo l’album di James non ebbe molta eco a livello di vendite e di popolarità, non che il chitarrista si aspettasse chissà che in fondo, ma forse a distanza di così tempo andrebbe riscoperto. La cosa bella da segnalare è che nella nuova versione di Mellon Collie and the Infinite Sadness, quella uscita in 5 cd, tanto per capirsi, con un sacco di inediti, b-sides e nuove versioni di vari brani, sono già presenti alcune canzoni di James, che poi si ritroveranno nel suo esordio, in versione un po’ più scarna.

Il fatto che la sigla Smashing Pumpkins, dopo essere passato attraverso mille altre “incarnazioni”, fino a diventare quasi pseudonimo di Corgan (con James Iha a mollare la barca sin dai primi anni del nuovo millennio), sia rimasta nel cuore di tutti come il gruppo (anche) di Iha, Chamberlain e D’Arcy la dice lunga sul fatto che a volte l’unione delle parti riesce ancora a fare la differenza, quell’alchimia – in questo caso assai difficile da ottenere, al punto che arrivarono poi in serie le defezioni in seno al nucleo originario – che rende i gruppi unici e meritevoli di passare alla storia.
James come detto non si è mai fermato ma è indubbio che il suo profilo pubblico sia ormai piuttosto basso, come si evince dal nuovo album, comunque ricco di spunti e che non tradisce le istanze del lontanissimo esordio, e dal fatto che non l’abbia supportato molto. Certo, chi ha assistito ad alcuni suoi concerti, ha avuto solo l’ennesima conferma di trovarsi di fronte un artista molto schivo, quasi introverso, e che ha preferito esprimersi con la forza della musica e delle canzoni, anziché esibire un personaggio finto e non incline alla sua personalità.

 

 

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Rock alternativo anni ’90: Disciplinatha

Quando decisi di mettermi all’opera su un lavoro di recupero della musica italiana degli anni ’90, sapevo bene che sarei andato incontro anche a critiche, specie in merito ai nomi degli esclusi. In un primo momento la mia opera doveva riguardare solo un certo tipo di rock, o comunque gruppi e artisti di area cosiddetta “alternativa”, includendo nella lista anche esponenti – in quegli anni assai numerosi e meritevoli di almeno una citazione – di folk, posse, hip hop. Poi le cose si sono evolute e alla fine “Revolution ‘90”, pur mantenendo intatto il suo spirito, è diventato qualcos’altro, di più ampio, ma anche di più “commestibile”, avendo io trattato anche artisti di fascia mainstream, della spesso sbertucciata musica leggera italiana (che però in quel decennio seppe raggiungere grandi vette non solo di popolarità e vendite).
Insomma, giocoforza, ho dovuto compiere delle scelte, in alcuni casi molto dolorose, e nell’introduzione ho cercato pure di spiegare certe motivazioni.
Il grande Riccardo Cavrioli, grande esperto e appassionato di rock (anche) italiano, e che con me ha condiviso tantissimi concerti in giro per l’Italia all’epoca, tanti programmi radiofonici ed esperienze, più volte ha sottolineato, non sempre ironicamente, come almeno un gruppo non dovesse rimanere fuori… e difatti il nome dei Disciplinatha non compare nella mia lista! Scherzi a parte, è innegabile quanto il gruppo di Cristiano Santini abbia significato, ben prima degli anni ’90, quando comparvero sulla scena bolognese all’insegna di un noise rock scurissimo, nei suoni come nei contenuti, con testi che seppero toccare le corde di chiunque vi si approcciasse. Più che toccare le corde, ai più scioccarono letteralmente le liriche della band, così pregne di messaggi fascisti, accompagnati da un’iconografia esplicita che molto contrastava con l’immaginario dell’epoca, più legato agli ambienti di sinistra. Di fatto, col senno di poi, quando i Disciplinatha esordirono con “Abbiamo pazientato 40 anni. Ora basta!”, non andavano poi tanto lontano dai corregionali CCCCP-Fedeli alla Linea, nell’amplificare un’estetica (seppur antitetica a quella proposta e rivisitata dai reggiani) e subliminandola, facendone arte in musica. Ma erano forse “troppo” oltraggiosi e politicamente scorretti per essere compresi, non solo apprezzati. L’amico Ricky invece, poi bravissimo collaboratore di Rockerilla e Troublezine, ne fu colpito enormemente, sapendone cogliere lati nascosti e messaggi che andassero oltre l’apparenza. Di fatto un rock senza compromessi, duro e a tratti, almeno per il sottoscritto, poco digeribile. Mi facevano “paura”, e questo fu pretesto di imperitura presa per il culo da parte di Riccardo nei miei confronti. In realtà avevo 14 anni all’epoca e anche se apprezzavo Nirvana,Alice in Chains e altri gruppi di certo non conosciuti per la loro allegria e spensieratezza, sentire testi in italiano così cruenti e diretti mi incuteva timore. Le cose cambiarono decisamente con “Primigenia”, album della maturità e di una nuova consapevolezza, non solo musicale e autoriale. Affiancati ai gruppi dell’allora nascente Consorzio, ne furono in realtà guida spirituale e gruppo di punta, proprio per i gloriosi trascorsi di pochi anni prima. Nel ’96 i tempi erano maturi anche per abbandonare scomode etichette, che credo alla fine abbiano più che altro nuociuto alla loro promettente carriera. “Primigenia” si palesa come un album composito, dove le anime di un gruppo alquanto variegato si fondono insieme egregiamente e dove la rabbia e il furore sono spesso e volentieri accompagnati dalla poesia e da una sorta di inedito candore, davvero improponibile fino a un lustro prima. Grandissimi i Disciplinatha, peccato averli rivalutati tardi, quando furono tra i protagonisti di “Materiale Resistente”, grande e significativo progetto del Cpi in memoria della Resistenza, a 50 anni dalla fine della guerra. Conobbi poi anche il gigante Santini, proprio con Ricky, guarda caso, in un’edizione del Mei, quando ormai già era a capo dei Lunacy box, gruppo dalle forti tinte elettro-dark, sulla scia di band come Nine Inch Nails. Alla voce quella che sarebbe diventata un’amica, Lorenza, ora impegnata assieme al sodale Govind Khurana, ex Edel, nella gestione dell’interessante etichetta indipendente New Model Label. Santini è un produttore affermato, e un affamato di suoni e suggestioni, oggi come allora, una grande mente pensante. Recuperare “Primigenia”, in cui si sentono ruggiti ma anche spiragli di psichedelica, in una sorta di art rock credibile cantato in italiano (una formula che poi ritrovai in alcune canzoni dei miei idoli Scisma), è un dovere per tutti gli amanti della buona musica italiana. E se avete occasione, andate a vedervi lo splendido documentario a loro dedicato, in cui veramente si potranno conoscere tutti i loro segreti, le loro spinte motivazionali, le loro istanze, ciò che li ha convinti a osare in un periodo non ancora recettivo e florido per coloro che volevano ottenere qualcosa di diverso dalla musica che non fosse un semplice sottofondo.

Quando pensavo che “The Smurfs” fossero un gruppo britpop!

Sembra incredibile a pensarlo adesso, ma c’è stato un tempo – relativamente vicino (si parla di metà anni ’90) – in cui Internet non era proprio alla portata di tutti. Cominciavano a fare capolino nelle città i primi Internet Point ma i tempi di connessione erano spesso lunghissimi, a seconda delle zone, e i costi, non dico proibitivi, ma nemmeno praticamente “free” come adesso, e non certo da altri dispositivi che non fossero i soliti computer. Insomma, per documentarsi esistevano molti altri modi, magari – anzi, quasi sicuramente – più autorevoli e certificati, come le vecchie enciclopedie, i libri, anche la televisione e le radio. Per chi, come me, era appassionato di musica, esistevano tante riviste specializzate ma così pure la bella pratica di andare a ordinarsi le riviste oltre Manica, o oltre Oceano (vabbè, qui mi potranno capire solo i “fanatici”).

Con Internet però è indubbio che molte distanze si siano avvicinate, o quasi azzerate. Qualsiasi tipo di informazione è a portata di click. Certo, poi bisogna quanto meno verificare ma anche in quel caso le soluzioni sono alla portata di tutti e in tempi brevi.

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Tutta questa premessa per dirvi che all’epoca della mia vera infatuazione per la musica passata poi a posteri come “britpop” Internet non era così diffuso, per lo meno non lo era a casa mia o nei dintorni. Così, quando gli Oasis, i Blur o i Suede iniziarono a insinuarsi in me con le loro splendide canzone e atmosfere, avevo voglia di raggranellare ogni tipo di notizia su di loro e su altri gruppi. Le riviste erano sì fondamentali, eppure alcuni gruppi erano (giustamente, col senno di poi) lasciati in secondo piano. In Italia l’ondata inglese stava lentamente ma inesorabilmente arrivando, terminata la fortunata stagione del grunge in modo tragico (con il suicidio di Cobain) e in classifica emergevano soprattutto i già citati Oasis e Blur, protagonisti in patria dell’osannata, quanto artefatta, “battle of the bands”, ma anche Radiohead e, più tardi, Verve. Scorgendo le classifiche inglesi però, accanto a questi gruppi divenuti poi classici del loro tempo, stavano a far bella mostra di sé altri esponenti del ribattezzato filone britpop. Gente che gli appassionati del genere conosce bene ma che in realtà da noi ebbero poca eco a livello di massa. Alludo a Bluetones, Ocean Colour Scene, Menswe@r, Sleeper, Elastica. Tutti gli altri nomi che ogni tanto finivano nei primissimi posti in classifica erano magari meteore ma di mia conoscenza. Invece quegli “Smurfs” proprio non mi dicevano niente. Mai una riga in nessuna rivista musicale, mai indicati nel britpop, il nome tradotto che non mi diceva assolutamente nulla (non c’erano Internet, lo ricordo, e i dizionari cartacei di inglese non riportavano nessun termine associato a questo bizzarro nominativo). Insomma, buio totale per me. Eppure per quasi 2 anni consecutivi rimasero nei piani altissimi delle charts inglesi, sia per Melody Maker che per New Musical Express, in classifiche ufficiali quindi. Ricordo che nel ’96 in particolare “The Smurfs go pop” stette al primo posto quasi per un mese! Ah, e nessun video mai visto su Mtv, allora rete esclusivamente musicale e che sul britpop puntò moltissimo. Passarono anni, di loro mi dimenticai celermente. Quando anni dopo capii chi fossero, quasi mi vergognai della mia “ricerca” folle iniziata prima. Per fortuna non ne parlai con nessuno dei miei amici super appassionati. Perché mi è venuto in mente tutto questo nel 2014? Perché, proprio vicino al mio ufficio, la mia collega aveva sopra la scrivania un pacchetto di fazzoletti, probabilmente dei suoi bimbi, con sopra disegnati i mitici Puffi e la scritta, in inglese, “The Smurfs”! Hai capito, e io che credevo che Cristina D’Avena con le canzoni dei cartoni facesse successo solo da noi. Invece, anche nell’Inghilterra tanto all’avanguardia in fatto musicale, in charts dominate dai gruppi britpop, i più venduti erano gli strani ometti blu con le loro simpatiche canzoncine!

ps: nella settimana in cui in Inghilterra “The Smurfs go pop!” era primo in classifica, da noi in Italia in vetta stazionava Olmo & Friends, il disco del personaggio di Fabio De Luigi lanciato con successo nel programma della Gialappa’s Band!

C’è voglia di Britpop! 1994-2014: il movimento compie 20 anni

Il 2014 è anno di ricorrenze in ambito musicale. Molto si è scritto riguardo l’anniversario della morte di Kurt Cobain, leader degli indimenticabili Nirvana, e d’altronde il peso specifico che quel gruppo, ma direi più nello specifico proprio il suo biondo e tormentato leader, hanno rappresentato per tutto il movimento grunge è stato davvero notevole, se non decisivo.

Per molti addetti ai lavori quel genere musicale, così ibrido tra istanze ribelli, punk e rivoluzionarie, rappresentativo di un reale malessere dei suoi massimi interpreti, e suoni talvolta impregnati di quell’hard rock un po’ classico, fu davvero l’ultimo serio vagito “generazionale”, prima dell’ingresso nella “neo-modernità” fatta di tanta tecnologia, internet, social, talent e chi più ne ha, più ne metta.

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Eppure, coevo seppur distante da esso anni luce, e nato anzi in un primo momento quasi come contraltare, come urgente risposta artistica, 20 anni fa, veniva sancito anche il momento di apice di un altro movimento musicale, altrettanto di impatto sull’epoca e come il grunge, tirando le fila, abbastanza effimero: il cosiddetto “britpop”, di matrice assolutamente inglese, come segnala già il nome.

Britpop che in sè non significava nulla, perchè includeva la radice “brit” e “pop”, il chè poteva significare che inclusi finissero gruppi anche distanti anni luce fra loro, accomunati però, almeno nel periodo di massimo fulgore, tra il ’94 e il ’97 (ebbene sì, direi che il boom del movimento si può incasellare in quel triennio) da un sentire profondo comune, anche da un’estetica di fondo se vogliamo (pur con tutti i distinguo del caso), ma soprattutto dalla voglia, dal desiderio di riappropriarsi delle proprie caratteristiche, dei propri valori, dei costumi che sembravano essere stati brutalmente spazzati via dall’ondata dei gruppi americani.

Lo esemplifica perfettamente questo pensiero, ergendolo a filosofia, il leader dei Blur Damon Albarn in tante interviste dell’epoca e lo ribadisce a gran voce pure nella biografia ufficiale del gruppo “3862 giorni”. D’altronde proprio Albarn, di recente tornato con un interessante progetto a suo nome dai toni malinconici e minimali, era a capo della band più in voga al periodo, e poteva ben fare da portavoce a tante band, essendo passato da diverse fasi prima di giungere al meritato e straripante successo col best seller “Parklife”, uscito nel 1994.

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Ed è divenuto quasi spontaneamente pure quell’imperdibile disco il simbolo stesso del periodo di massimo fulgore del movimento, tanto che all’unanimità si festeggia il ventennale del Britpop, facendo riferimento all’esplosione in classifica del disco in questione, dopo che i Blur nelle precedenti uscite si erano solo timidamente fatti conoscere, ma apparendo meno credibili in ambito “baggy” ai tempi del loro esordio “Leisure” rispetto a band simbolo di “Madchester” come Stone Roses, Charlatans o Happy Mondays, o al contrario troppo in anticipo sui tempi nel ’92 quando partorirono “Modern life is rubbish”, in un momento in cui il britpop appunto non era ancora in auge e imperava la brevissima stagione dello shoegazing caro a band come My Bloody Valentine, Slowdive e Ride.

Nel ’94 invece i semi erano stati gettati, non solo abbondantemente dagli stessi Blur, ma seppur con modalità diverse e con musiche che partivano da altri modelli, anche da gruppi attivi come Suede, Pulp, Auteurs, Manic Street Preachers, persino i Radiohead che col primo disco in realtà fecero proseliti soprattutto in Usa grazie a un inno che paradossalmente spruzzava più di morente grunge che non di frizzante britpop: “Creep”.

Inoltre, esattamente 20 anni fa, gli Oasis che avevano debuttato un anno prima con “Definitely Maybe”, raccolsero i frutti, decollando in classifica e piazzando una serie interminabile di hit nelle charts indie e non solo, spianando la strada a quella rivalità che i media inglesi (su tutti Melody Maker e New Musical Express) fecero poi deflagrare nella “battle of the bands” dell’anno successivo quando l’attesa per l’uscita dei due nuovi singoli anticipatori dei rispettivi album di Blur e Oasis, si fece davvero spasmodica. Sulla scia di un’esposizione clamorosa e di un successo certificato in milioni di copie, con successi mietuti in Europa, le due band fecero da volano a tantissimi altri gruppi che si muovevano su territori filologici molto simili, più che su territori puramente musicali. Gruppi di giovanissimi come Supergrass o Menswe@r fecero il botto in classifica, ma se i primi seppero crescere di album in album, evolvendosi e abbandonando quelle sonorità allegre, super pop, “beatlesiane” della prim’ora fino a diventare una indie rock band con tutti i crismi, i secondi, guidati dall’enigmatico Jonny Dean, non durarono che il tempo dell’esordio “Nuisance”, visto che già la replica, “Hay Tiempo”, è ormai da tempo roba per collezionisti, essendo stato distribuito prevalentemente in Giappone, dove la band aveva un seguito enorme. E che dire di band quali Bluetones che piazzarono ai piani alti almeno due singoli destinati a divenire classici del genere quali “Bluetonic” e “Slight return”? Guidati da una coppia di fratelli, sembrava sin troppo evidente il rimando ai Gallagher. Anche Ocean Colour Scene (per un biennio addirittura superiori in patria sul piano delle vendite agli Oasis), Cast, guidati dall’ex bassista dei mai dimenticati La’s, gli Sleeper e gli Elastica, guidati da due “sex symbol” del movimento, i Verve che esplosero proprio in quel periodo dopo essersi sciolti anni prima, gli Ash, i Marion, i Mansun, i Kula Shaker, persino i Placebo a inizio carriera, gli Shed Seven e i Gene, tanto per citare gruppi tanto diversi gli uni dagli altri, per alcuni anni divennero delle vere star del movimento. Queste band entrarono nel cuore di migliaia di fans, non solo in Inghilterra, ma creando solide basi di sostenitori fedeli nel tempo anche nel resto d’Europa, come ho avuto modo di verificare in occasione di stupende reunion (quella dei già citati Shed Seven, ma anche di gruppi molto meno celebri come Northern Uproar, Geneva o i più primordiali Adorable, già inseriti nel filone “shoegazer”). Se i nomi poi si ampliano come fama e impatto, è inevitabile che anche nei rispettivi concerti di reunion, il numero dei presenti e le dimensioni dell’evento siano più rilevanti: è stato il caso dei fortunati concerti di Pulp, Suede e appunto Blur, chiudendo il cerchio del discorso. A questo punto mancherebbero all’appello gli Oasis che sul piano dei numeri furono certamente il massimo mai raggiunto per un gruppo inglese dai tempi di Beatles e Rolling Stones. Mai come nel loro caso sarebbe una manna dal cielo, considerando il basso profilo intrapreso dai Beady Eye dell’inquieto Liam con alcuni ultimi sodali degli Oasis e il progetto solista di Noel che, seppur non deludente, non ha aggiunto nulla di memorabile al catalogo di canzoni messe a reperto dal brillante autore di Manchester.

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Insomma, nell’aria c’è voglia di Britpop, di recuperare e di mettere ordine all’interno di un periodo che, seppur  breve, dicevamo, ha comunque segnato inesorabilmente i cuori e gli animi di molti appassionati, fermo restando che la musica inglese non si è mai fermata dal produrre band e artisti assolutamente di rilievo anche negli anni a venire (basti pensare che sul finire del decennio e inizio duemila arrivarono Coldplay, Muse, Keane, Kaiser Chiefs, anche se i tempi erano inevitabilmente mutati e così pure le “mode” e il significato originario che stava alla base dell’irruenza e dell’ascesa del britpop).

E sono felice di anticipare che tra i miei vari progetti editoriali ci sarà pure quello di un volume enciclopedico sulla storia del britpop anni ’90, con la raccolta più completa possibile di tutti i gruppi, famosi e meno, seminali o di nicchia, che hanno contributo a rendere unico quel periodo della storia della musica inglese e non solo, con schede singole e tutte le discografie. Sarà un progetto in cui avrò il piacere di coinvolgere un mio carissimo amico giornalista, uno dei massimi esperti in materia (lo scrivo senza timore di smentita), attuale collaboratore tra gli altri della storica rivista Rockerilla, che in quel periodo dedicò tantissimo spazio alle band che prenderò in esame. Sarà stupendo scrivere un libro a quattro mani con colui che da 20 anni – guarda caso – è anche uno dei miei migliori amici (chiudendo con una nota altamente autobiografica, posso dire che sarà persino uno dei miei testimoni di nozze!). Ne riparlerò a tempo debito ovviamente, ma l’idea è più che concreta!

 

Recensione de “I cowboy non mollano mai”: l’autobiografia di Max Pezzali

Ammetto di aver letto piuttosto voracemente – in mezzo a numerosi impegni – il libro “I cowboy non mollano mai”, in pratica la “vera storia”, come evidenziato nel sottotitolo,  di Max Pezzali. Uscito per Isbn edizioni, segue a distanza di svariati anni un altro libro dai sapori autobiografici “Stessa storia, stesso posto, stesso bar” (che nel titolo richiamava l’intro del classico degli 883 “Gli anni”, vero e proprio manifesto generazionale per l’epoca) e dal romanzo “Per prendersi una vita”, il libro è un fedelissimo ritratto di uomo di 46 anni, eterno giovane, capace di guardarsi dentro, con slanci autoironici – nei continui riferimenti alla “sfiga cosmica”, più volte associata a molte delle canzoni primigenie del gruppo- ma anche denotando poco stacco emotivo, come se tante situazioni avessero marchiato per sempre la sua esistenza.

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Per questo nel libro si perde il conto delle riflessioni dell’autore sul vivere in provincia, sul non essere in grado di rinnegare le proprie origini, nonostante la vita ti porti inevitabilmente da altre parti e altre direzioni, in una sorta di confortante dannazione.

Tanti, tantissimi gli aneddoti, su di sè, la sua adolescenza, il rapporto coi coetanei, con le donne nello specifico, sempre ambite e viste spesso come mete irraggiungibili, almeno fino al conseguimento di una fama che, come ben si evince scorrendo le pagine del libro, non ha mai scalfito l’animo umile e modesto di Max, comunque legato alle logiche del “bar”, del gruppo degli amici, dei nerd, come spesso e volentieri si autodefinisce, quasi con orgoglio. E poi, ovviamente l’amicizia e il sodalizio con quel Mauro Repetto, così diverso sin dai primi incontri al Liceo Scientifico, eppure simile nel voler affermarsi, nel voler ricacciare un destino che pare già scritto per molti ragazzi “di provincia”. Insomma, un libro da gustare, se almeno siete tra coloro che considerate Max un ragazzo “della porta accanto”: dentro le pagine non troverete mai parole autocelebrative, nonostante i milioni di dischi venduti, nonostante sia divenuto una sorta di icona per tantissimi della mia generazione. Io, 15enne all’epoca del fulminante esordio degli 883  “Hanno ucciso l’uomo ragno” ero tra coloro capaci di sciorinare a memoria i testi chilometrici del duo, ricchi di riferimenti “bassi” e dal gergo giovanile così d’impatto rispetto ai canoni tradizionali della musica leggera italiana, categoria nella quale era difficile incasellarli. Un successo, quello del duo, difficilmente pronosticabile a quei livelli, e certamente non costruito a tavolino, e che raggiunse l’apice nel 1998, in occasione del concerto in piazza Duomo a Milano, dove Max con la sua band allargata raccolse sotto un diluvio ben 100.000 persone. Poi, ammetto di non aver più seguito Pezzali nel suo percorso solista… certo, ne conosco i singoli, apprezzo ancora qualche episodio, ma nel mio immaginario rimane lo stesso di quei tempi, per molti davvero rappresentativi di un’epoca in perenne e veloce mutamento.

In anteprima una mia intervista al grande Umberto Palazzo dei Santo Niente: un’occasione per parlare dell’argomento del mio saggio sulla musica italiana anni ’90 e sul suo personale percorso artistico

PELLEeCALAMAIO ha il piacere di ospitare Umberto Palazzo, protagonista del panorama musicale alternativo italiano sin dagli anni ’80, alla guida di varie band  e ora protagonista di interessanti e diversi progetti.

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 “Ciao Umberto, l’argomento del mio saggio di prossima uscita è sì la musica italiana emersa nel decennio dei ’90 ma anche il contesto in cui veniva intessuto lo sviluppo artistico e culturale, se in effetti c’è stato. Tu che ne sei stato protagonista in prima persona, è stata “rivoluzione”, rispetto alle derive anni ’80 o solo un’illusione?”

 All’ inizio degli anni novanta ci fu un momento di vuoto assoluto dominato dai Litfiba e dai loro emuli, che faccio fatica a definire musica che mi appartenga. Le contemporanee tendenze americane erano seguite  poco o nulla, però erano molto vitali le scene hardcore e “posse”. I CCCP si erano sciolti. Poi arrivammo noi, quello che fu poi chiamato il Nuovo Rock Italiano e in un certo senso ci fu una piccola rivoluzione, favorita dall’exploit mondiale del grunge.

“Vorrei partire analizzando i passi della tua lunga carriera. Eri un giovane che ti spostasti a Bologna per motivi di studi (poi completati)..un iter comune a molti, così come l’infatuazione per la città, i suoi stimoli. In cosa pensi sia cambiata l’atmosfera rispetto a quei tempi?” 

Bologna non mi dice più niente, è sempre una bellissima e civilissima città, ma non è certo il crocevia di idee e creatività che è stata per un certo periodo. Direi che oggi un posto vale l’altro, abbiamo internet e gli aperitivi è meglio non frequentarli.

“Ciò che scopristi in Inghilterra e che finì per influire nel tuo percorso artistico una volta rientrato alla base, era impossibile da trovare in Italia?

Più che impossibile. Non ce n’era alcuna consapevolezza.

Non eri rimasto incuriosito o affascinato dai gruppi primigeni di un certo recupero di rock in senso stretto (gli esempi scontati sono quelli dei gruppi dell’IRA: Diaframma, Litfiba, Moda ecc..) o i tuoi riferimenti musicali e culturali erano già ben definiti?”

 

Nell’ottanta/ottantuno i miei riferimenti musicali erano, per quel decennio, già definiti. L’IRA è venuta dopo, ma non aveva nulla a che fare con il recupero del rock, la new wave era la negazione esplicita del rock.

“Ho letto con piacere il libro di Andrea Pomini sulla storia dei Massimo Volume, il cui tuo contributo nella genesi del loro processo creativo è stato importante e talvolta ho impressione che non sia stato non valorizzato. Nel libro è stato illuminante sentire diverse versioni. Col senno di poi mi viene da pensare che sarebbe stato interessante vedere l’evoluzione della band con le due menti creative, ma alla resa dei conti mi sembra ci fossero sin troppe divergenze sulla linea guida da tenere. Tu immaginavi che sarebbero diventati così “di culto” per molta gente con gli anni a venire?” 

Sì, io credevo tantissimo in quella band e le potenzialità si videro immediatamente, l’impatto fu subito fortissimo. Le divergenze non erano poi così tante, visto che le musiche che ho scritto per Mimì vengono tutt’ora suonate dal vivo. Il punto è che in origine c’erano due cantanti e poi si decise che ce ne fosse solo uno, ma io non fui coinvolto né avvertito di questa decisione. Ho amato quella band ed esserne allontanato è una delle cose che mi ha fatto più soffrire in assoluto. E’ ovvio che il mio apporto non sia valorizzato, perché il modo in cui hanno gestito la faccenda rimane fonte d’imbarazzo.

un giovanissimo Umberto Palazzo, quando ancora militava nei Massimo Volume, gruppo di cui fu tra i fondatori

un giovanissimo Umberto Palazzo, quando ancora militava nei Massimo Volume, gruppo di cui fu tra i fondatori

“L’esperienza dei Santo Niente fu un ritorno a un  viscerale rock, direi inedito per l’Italia, con testi ricchi di immagini anche “violente” o capaci di destabilizzare. Mi ricordavi Perry Farrell per l’attitudine. Vi vidi dal vivo sul finire degli anni ’90 e l’energia che emanavate era in effetti trascinante,pazzesca, eppure così diversa da quella trasmessa da band allora in auge come Marlene Kuntz o Afterhours. Pensi che il risultare forse eccessivi o “disturbanti” abbia influito negativamente sul percorso del tuo gruppo o pensi di aver raccolto il massimo?” 

Non era un ritorno perché prima quel modo di fare e suonare in Italia non c’era. Sicuramente eravamo troppo estremi. In realtà fummo definiti dalla major che finanziava il Consorzio “improponibili” al pubblico subito dopo la registrazione de “La vita è facile” e non ci fu dato alcun budget pubblicitario. Tutti sapevano che il Santo Niente era un morto che camminava, ma abbiamo lo stesso insistito a suonare e fare dischi e ancora oggi insisto. Ho motivazioni che vanno oltre la ricerca del successo, di cui ho perso ogni speranza già nel 96. E non ho raccolto nulla: le spese sono immensamente superiori agli incassi e non sono quello che si dice un artista di chiara fama. Per molti sono solo un cretino che non vuole ammettere di non essere tagliato per fare il musicista e non si perde occasione per ricordarmelo.

“Negli ultimi anni, pur non essendo mai stato dimenticato da chi ti seguiva prima, sei diventato piuttosto popolare per i tuoi interventi, a volte forse provocatori ma sempre lucidi e analitici, sui social network in merito a questioni non solo musicali. Una sorta di “opinion maker” autorevole e credibile, e non lo penso solo io. Tante volte mi dai l’impressione quasi di doverti “giustificare” per la tua attività fiorente di deejay, che per molti più integerrimi fans del rock più puro (esiste ancora?) è in netta contrapposizione con quanto esprimevi ad inizio carriera. Mi pare di capire che tu conosci a fondo la storia della musica, le sue evoluzioni e non ne faccia una questione sterile di supremazia di certi generi su altri, giusto?” 

Il fatto che gli appassionati del rock abbiano dei problemi con la musica dance dimostra solo quanto sia arretrata, puritana e poco consapevole delle origini la scena rock italiana. Io amo la dance e l’elettronica in tutte le sue forme ed è anche a causa della mia formazione: la new wave era musica per ballare. Il più grande hit dance degli ottanta è opera degli ex Joy Division, per fare un ovvio esempio. Ora il rock alternativo italiano, con pochissime eccezioni, è triste, autocommiserativo e patetico, oppure è ruffiano e sta morendo per questo. Ciò che non è vitale non attrae nuovi appassionati e quindi il rock italiano non fa altro che celebrare la sua stessa agonia. Manca totalmente di orgoglio.

Non ho mai voluto essere un opinion maker: posto le mie idee in genere mentre faccio altro, tipo pubbliche relazioni per una serata in un club. Quello che succede, succede per caso.

“Tante volte si è dibattuto sul fenomeno internet e anch’io mi chiedo spesso (e lo chiedo ai gruppi e agli artisti) se non fosse meglio un tempo nemmeno lontano, quando era più difficile farsi notare dalle case discografiche ma poi si seguiva bene o male un iter, una gavetta (pur non essendoci mai stata una “guida” per emergere), oppure ora che è facile per chiunque caricare i propri pezzi e i propri video in rete? Non pensi che, al di là dell’opportunità unica di diffondere “liberamente”, senza molti filtri la propria musica, ci sia sin troppa musica da ascoltare, da scoprire, da condividere, col rischio concreto che si perda la qualità vera, in funzione della quantità?” 

Non ha nessun senso chiedersi se fosse meglio o peggio prima. Il passato è passato e non tornerà. Bisogna piuttosto chiedersi come affrontare per il meglio cambiamenti che sono ovviamente irreversibili e sempre in corso e non mi sembra che ci si ponga abbastanza in quest’ottica: l’italiano non ama le novità. L’era del disco dal punto di vista pragmatico è lontana quanto quella del cilindro di cera di Edison. Persino il download è obsoleto e si perde tempo in discorsi sul come eravamo. L’unico discorso giusto sarebbe quello sul come saremo.

“La crisi discografica sembra non avere fine, salvata in parte solo dai “fenomeni” usciti dai talent, tendenza non solo italiana, ma che anzi ha radici lontane e radicate anche oltreoceano e oltreManica, le patrie del rock. Dove credi che porterà tutto questo? E’ una caduta irreversibile quella del disco, che scenari ti immagini da qui a dieci anni?” 

 La crisi discografica è finita, nel senso che l’industria discografica non esiste più: il tempo è dalla parte dei nativi digitali, per cui i dischi sono buffi oggetti d’antiquariato. Esiste l’industria della musica, che è altro. Bisogna sbrigarsi a capire questo e liberarsi da ogni nostalgia.

l'audace e bellissima copertina del nuovo lavoro dei Santo Niente

l’audace e bellissima copertina del nuovo lavoro dei Santo Niente

“Come sta procedendo il discorso relativo al tuo progetto solista, da cantautore sui generis, se mi permetti. Sei soddisfatto dei riscontri, e cosa sta bollendo in pentola? Stai scrivendo altro materiale in quella direzione o ti vedi di nuovo impegnato col gruppo? Da dove ricavi le tue ispirazioni? E cosa fa la differenza nel tuo caso, quali elementi influiscono maggiormente nel farti decidere se incanalare le tue suggestioni e i tuoi stimoli in un nuovo percorso solistico o nel Santo Niente?” 

E’ appena uscito “Mare Tranquillitatis”, il nuovo album del Santo Niente e sono totalmente preso da questo.

NEL RINGRAZIARTI PER LA TUA DISPONIBILITA’ E NEL RINNOVARTI I MIEI SINCERI COMPLIMENTI PER LA TUA MULTIFORME ATTIVITA’, TI SALUTO E MI AUGURO DI VEDERTI PRESTO LIVE.

(Gianni Gardon)

 

In anteprima su PELLEeCALAMAIO la mia intervista a Luca Lanzi, voce e autore della “Casa del Vento”, una delle band cardine del folk rock italiano

In occasione dell’uscita recente della loro ultima fatica discografica “Giorni dell’Eden” – sempre sotto il marchio Mescal, tra le più attive di tutta la scena musicale italiana – approfittiamo di fare due chiacchiere con Luca Lanzi, da sempre voce, anima e leader storico della “Casa del Vento”, collettivo ormai sulla scena da più di 20 anni. In questo modo cercheremo di capire dai diretti interessati non solo l’evoluzione del loro percorso, ma anche approfondire certe tematiche sulla differenza di un ruolo che rivestiva la musica negli anni ’90 rispetto a oggi.

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Ciao Luca, vi seguo da sempre, e ho notato che voi siete tra i principali gruppi ancora attivi da vent’anni a questa parte che, pur cambiando rotta a livello di genere, avete mantenuto una continuità di percorso, soprattutto a livello di “messaggio”, che nel vostro contesto è stato sempre qualcosa di ben più che funzionale all’aspetto musicale. Quanto sentivate “urgente”, nei primi anni, l’esigenza di comunicare il vostro pensiero sulla società in genere, esponendovi sempre in maniera chiara e netta? Qual’è stata in pratica la scintilla che ha fatto scattare in voi la molla giusta per dire “ok, buttiamoci nella mischia e proviamo a fare qualcosa di concreto”?

– Iniziammo nell’autunno del 1991, suonando musica irlandese pensando che certa musica di stampo folk rappresentasse al meglio la possibilità per comunicare emozioni, idee e stati d’animo. Certi artisti che ascoltavamo poi, se da una parte davano idea di grande energia, dall’altra tracciavano dei messaggi con la musica. Uno come Shane McGowan scrisse con i Pogues storie di emigrazioni, desolazione sociale, amore e tenerezza. Insomma, senza saperlo piano piano facemmo nostro quel linguaggio e cominciammo a definire melodie sulle quali adattare la scrittura di parole. Nacquero canzoni come “Pioggia nera” e “Inishmore” che ancora fanno parte del nostro live. Sentirsi inoltre parte di una certa “working class” e alcune memorie di famiglia (ad esempio l’uccisione di mio nonno in una strage nazi-fascista nel 1944)  ci hanno portato a voler descrivere tutto questo attraverso le canzoni.

I temi delle nostre canzoni furono da sempre coraggiosi e molte persone cominciarono a frequentare i nostri concerti. Sentivamo il bisogno di fare cultura e movimento.

 

Senza per forza etichettare o distinguere che genere sia migliore o più “vero” di un altro, io da amante di certi suoni generalmente associati al folk, ho sempre pensato che quando un gruppo prende in mano strumenti dal gusto popolare sia perché mosso da una passione autentica, che ha radici lontane. Voi ad esempio siete stati tanto influenzati nella prima fase del gruppo dai ritmi irlandesi, immagino che sia stata una passione comune, legata a qualcos’altro di oltre la musica. Quando vi siete avvicinati a questo tipo di sound vi chiamavate pure in gaelico, e sul palco sprigionavate una tale energia dalla quale era arduo non farsi contagiare. Com’è maturata l’idea di convertirsi alla lingua italiana, pur mantenendo una struttura musicale facilmente riconducibile a un’altra cultura?

– Raccontando noi stessi. Pensa che quando scrissi le parole di “Pioggia nera” lo feci perché stavo realmente decidendo di andare a vivere in Cile, destinazione Santiago. Ero disoccupato e una scuola italiana mi stava offrendo un lavoro. Cominciò una fase di passione fortissima, di pacifismo militante, di recupero della memorie dei fatti della Resistenza. Una scoperta e una ricerca anche per noi stessi.

Quindi era necessario scrivere in Italiano, anche perché era proprio alle persone del nostro paese che volevamo rivolgerci.

 

Dai primi concerti alla prima uscita ufficiale sono passati quasi dieci anni, non si può certo dire che non abbiate fatto la classica gavetta. L’incontro con Cisco dei Modena City Ramblers (gruppo col quale eravate già in amicizia e con i quali erano evidenti grandi affinità) è servito certamente a darvi notorietà. Che ricordi associ a quell’esperienza?

– Conoscemmo Cisco e Giovanni Rubbiani a Parma, nel 1995, durante un nostro concerto a Parma al mitico Onirica. Loro si entusiasmarono per l’energia e in qualche modo ci considerarono i loro alter ego toscani.

Fu un anno dopo che chiesero a Francesco Moneti e Massimo Giuntini – rispettivamente il nostro violinista e il nostro cornamusista – di entrare nei Modena. Coinvolsero anche me come tour manager.  La situazione però divenne molto precaria per noi perchè Francesco e Massimo restarono con i Modena. Io e Sauro Lanzi, in pratica rimanemmo soli. Io decisi di chiudere l’esperienza on the road con i Ramblers perché volevo rimanere nella musica, ma come artista. Fortunatamente trovammo altri musicisti: il violinista inglese Patrick Wright, il batterista fiorentino Fabrizio Morganti e l’attuale bassista Massimiliano Gregorio.

I contatti con Cisco restarono però costanti e sapevo della stima che lui provava per le nostre canzoni. Per questo volle dare concretezza a tutto ciò mettendosi in gioco e realizzando con noi “900” il nostro primo album. Era il 2000 e un pubblico ben più ampio cominciò a conoscere la Casa del Vento.  Il disco fu prodotto da Mescal e con la produzione artistica di Kaba Cavazzuti. L’esperienza in studio fu dura ma anche molto formativa.

 

Man mano che andavate avanti con la carriera, i suoni si sono fatti più levigati, senza però andare a inficiare sui testi, sempre votati all’impegno, al recupero della memoria e a temi di forte impatto sociale. E la poesia ha preso il sopravvento, almeno io ho notato davvero una spiccata vena poetica che ha impresso tanta profondità alla schiettezza. Scelta ponderata immagino o frutto di una nuova consapevolezza, di desiderio di esplorare strade nuove?

– Diciamo che in ogni album abbiamo usato entrambi questi approcci. Le cose da dire hanno determinato il tipo di canzone. Ne “Il grande niente” coesistono brani come “La meglio gioventù”, canzone contro la mafia, e brani come “Alla fine della terra” dedicato alla tenerezza del vivere momenti bellissimi con le persone a te care: una sorta di fiaba. Talvolta era necessario essere diretti, altre volte invece preferivamo usare poesia e metafora.

 

Ho spesso notato che la maggior parte delle band quando fanno uscire un “best” scrivono un paio di inediti che risultano essere quasi dei “riempitivi” a giustificare la carrellata di canzoni più famose. Nel vostro caso invece non ho avuto dubbi nello specificare come uno dei miei brani preferiti vostri sia proprio un inedito della raccolta, “Il fuoco e la neve”, senza tener conto dell’alta qualità di tutti gli altri che, assieme al recupero di pezzi vecchi, anche riarrangiati, danno davvero un’immagine esaustiva del vostro percorso. Ora invece sembra che sempre più prevalga cogliere l’istantaneo, il momento. E’una caratteristica della sempre più frenetica società di oggi, dove la tecnologia e la rete hanno  permesso a dismisura che tutti potessero intasare il mercato, magari grazie a trovate che poco c’entrano con la musica stessa, oppure pensate che Internet possa avere dato linfa a band che non avrebbero avuto spazio, considerata la crisi attuale che ha investito anche il settore discografico musicale? Insomma, pro o contro questo nuovo sistema: era meglio negli anni ‘90, quando c’erano iter ben precisi da percorrere o adesso, grazie a un sistema che molti arditamente definiscono come “democratizzare la musica?

– È indubbio che internet sia uno strumento importante per comunicare la propria musica.

Per assurdo però la gente si muove di meno. S’incontra sul web, ma (mi sembra) meno di persona; gira più musica ma ci sono meno occasioni per suonare e questo è un male soprattutto per le giovani band. Prima c’erano alcuni programmi come Roxy Bar che tutti, ma proprio tutti vedevano. Ora ti puoi fare i video e pubblicare la tua musica che però non sempre arriva. È difficile fare quel salto utile per essere più conosciuti.

Noi preferiamo ponderare un po’ le cose, registrarle e creare delle occasioni d’incontro con il pubblico. “Il fuoco e la neve” ad esempio è una canzone sulla coerenza; una riflessione sul proprio cammino e sulle proprie fragilità.

 

Negli anni ‘90, inizi 2000, siete stati immancabilmente correlati a una scena, quella del combat folk. In effetti era palese una dichiarazione d’intenti e un’attitudine molto simile per molti gruppi ivi inseriti. Quanto sentivate forte questa “unione” e comunanza d’intenti? Sarebbe ancora possibile oggi che tutta una serie di band alternative riuscisse a emergere, facendo leva appunto su questioni comuni? A me pare che ci sia sempre più una chiusura tra le band, delle nicchie, e raramente delle aperture ad ampio raggio. Alcuni gruppi emergono per qualità oggettive ma forse manca il riconoscimento della gente, che invece va a premiare quasi sempre i personaggi del momento. Come vedete il futuro dei giovanissimi che, magari come voi, iniziano a provare per divertimento, per stare assieme, per condividere una passione o un sogno? Devono rassegnarsi a passare per uno dei numerosi talent musicali?

– A parte un certo legame con Cisco e con i Modena non è che siamo riusciti a interagire molto; diciamolo pure senza peli sulla lingua che alcuni artisti anche geograficamente vicini a noi non ci hanno mai considerato. In definitiva e onestamente penso che le band si parlino molto poco. I motivi non saprei definirli, prendi la cosiddetta musica “indie”. Mai si sognerebbero certe band di mischiarsi con band come la Casa. Noi invece abbiamo cercato di collaborare con molti artisti anche molto diversi da noi: Elisa, Ginevra di Marco, David Rhodes. Per fortuna artisti immensi ti incontrano, si emozionano e partono da New York perché vogliono collaborare e registrare con te.

Consiglio ai ragazzi di essere se stessi, di esprimere le proprie emozioni, di essere onesti e umani nel loro tentativo di comunicare.

Ma i talent show no, please! L’arte, la musica non può essere solo usa e getta.

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Trovo “Giorni dell’Eden” molto caldo, affascinante nei temi, dove ricorrono spesso elementi primordiali legati alla natura. Un disco dai suoni vividi, chiari, rivelatori di una capacità melodica forse mai espressa prima, che avvolge ma anche come sempre fa riflettere. Risaltano nella loro diversità in particolare due brani, quello d’apertura “Portato dalle nuvole”, insolitamente dotata di un ritornello cantabilissimo, di quelli che ti entrano in testa sin dal primo ascolto e l’interessante, dolcissimo duetto con Viola in “Icarus”, uno dei miei brani preferiti. Un disco che mette in mostra un gruppo nel pieno della forma, specie dopo l’incontro con un’Artista con la A maiuscola come Patti Smith, in grado di riconoscere in voi  il talento come forse mai hanno fatto nella maniera adeguata certi media italiani.  Cosa vi aspettate da questo nuovo lavoro e com’è stata la reazione in generale che avete percepito nei vostri sostenitori? Per chiudere in bellezza, dovessi mai scrivere un altro saggio sui gruppi dei 2010, voi contate di esserci ancora con tante nuove idee e progetti: quali sono le vostre sensazioni, sentite ancora quell’entusiasmo dei primi giorni, lo spirito che vi accompagnava?

– “Giorni dell’Eden” è un album di grandissima intensità, coraggioso e per noi molto affascinante. E’ anche – crediamo – molto godibile e avvolgente in certe canzoni che tu menzionavi.

È un disco che si regge sulle metafore per il raggiungimento di una propria salvezza dopo anni di lotta e ferite. “Don’t give up” diceva Peter Gabriel, “Don’t fear… I will be there to dry your tears” cantò Patti Smith improvvisando nel nostro brano “Ogni splendido giorno”.

L’incontro con Patti Smith doveva lasciare una traccia e l’ha lasciata. Non volevamo ripetere le solite ricette; volevamo stupire noi stessi e il pubblico con canzoni intense. La critica lo ha apprezzato; anche chi in passato ci stroncava ora ha cambiato opinione. Poi noi restiamo la Casa del Vento e certi mondi rimangono per noi un tabù. Pensiamo che se una rock star chiede ad una band italiana di realizzare con lei 2 dei 12 brani del suo album “Banga” pubblicato mondialmente, i media di questo paese dovrebbero dare a questa cosa il giusto rilievo. Cosi non è stato il che dimostra come siamo messi in Italia.

Con orgoglio andiamo avanti consapevoli e forti di ciò che abbiamo fatto tant’e’ che stiamo progettando un album dal vivo con tanto di documentario-dvd sulla nostra storia.

 

(Gianni Gardon)