FantAntonio pronto a ripartire con la maglia del Verona dopo la sua ultima “cassanata”

Ieri sono stato a Mezzano di Primiero in occasione del ritiro dell’Hellas Verona. Una giornata insolitamente calda, considerando che da quelle parti in Trentino si respira aria buona, divenuta poi caldissima per il “caso” Cassano.

Una cassanata in pieno regola, con l’annunciato ritiro (in realtà un’indiscrezione della Gazzetta, probabilmente imbeccata dallo stesso giocatore o dal suo procuratore) poi smentito durante la conferenza stessa, quando nel frattempo da ore si stava dibattendo tra tifosi e giornalisti al seguito nell’incredulità generale.

Eppure in mattinata si era allenato (con le sue modalità, chè la forma fisica è ancora lontana dall’essere definita accettabile) e lo si era visto scherzare e giocare amabilmente col figlioletto all’uscita dal campo. E’ vero, i più attenti, compreso l’amico Stefano con cui avevo condiviso il viaggio, avevano notato un dialogo con il tecnico Pecchia, con i due che salutatisi avevano proseguito distintamente, col mister mesto a testa bassa. Dietrologie, analisi col senno di poi. Ma quando dopo il lauto pranzo che ci siamo concessi nella splendida cornice di San Martino di Castrozza, rigenerante in tutti i sensi, abbiamo buttato l’occhio sullo smartphone alla ricerca di news di calciomercato, ci siamo imbattuti nella notizia rimbalzata da tutti i media del suo ritiro shock, la cosa sapeva di bufala. Ma come? Lo avevamo salutato un paio d’ora prima e alle 17 lo avremmo rivisto assieme agli altri per la seduta pomeridiana e ora questo decide di ritirarsi per sempre dal calcio? Appurato ben presto che non si trattava di una bufala, siamo ridiscesi al campo di allenamento.

Nel mentre, supposizioni, congetture, scoramento e incazzatura per quella che pareva agli occhi dei tifosi, ma non solo, una doccia fredda, un inatteso dietrofront, o più prosaicamente una presa per il culo.

Nemmeno il tempo di vedere arrivare di corsa i vari inviati delle tv, a chiedere ai tifosi lo stato d’animo che li caratterizzava ed ecco iniziare la conferenza, alla presenza di Fusco.

Colpo di scena, l’ennesimo, questa volta per annunciare candidamente che si era trattato di un momento di debolezza e che la moglie, giunta per l’occasione a “rinsavirlo” e lo stesso Ds del Verona lo avevano fatto riflettere e convinto a provare a vincere la sua nuova scommessa tinta di gialloblu.

Che dire? Nulla di nuovo in sostanza conoscendo il calciatore, ma anche mettendo in fila le sue azioni più celebri, fuori dal campo in questo caso, le sue “uscite” non sempre omologate, i suoi atteggiamenti a denotare una personalità per certi versi debordante, ma per altri fragile, incompleta, immatura, davvero e’ stato difficile comprendere cosa gli fosse passato per la testa. E se lo facesse di nuovo, abbandonando la truppa magari fra qualche mese? Quanti dubbi serpeggiavano fra i numerosi sostenitori gialloblu, tra cui molti giovanissimi con il primo pensiero di acquistare la maglia col suo nome e il numero 99 sulle spalle.

A nessuno dei tifosi dell’Hellas piacciono questi comportamenti, capaci anche di destabilizzare un ambiente (che invece quest’anno pare carico il giusto e molto sereno, proprio per l’amalgama che si sta creando fra i giocatori, vecchi e nuovi, “anziani” e giovani). Non piacerebbe al tifoso di nessuna squadra, ovvio.

Quella di Cassano è stata sì una debolezza, diamogli questa attenuante, questa connotazione “umana”: un giocatore che in carriera ne ha viste e passate tante, belle e brutte, e che magari può avere l’esigenza di approdare presto a una dimensione più intima, famigliare, anche forse più congeniale, dopo i tanti “colpi di testa”. Ma l’aver capito che stava commettendo un errore, che nonostante la gamba non gli consenta più di imperversare in campo da funambolo, può in realtà ancora da fungere da elemento “più” per una squadra proveniente dalla B e che dovrà giocoforza lottare per conseguire l’obiettivo salvezza, è già di per sé segno che la sua testa non è poi tanto matta come la si vuol dipingere.

Anche il legittimo dubbio sul suo effettivo recupero può aver tormentato gli ultimi giorni di FantAntonio. In fondo per un campione non è facile da assorbire l’idea che l’età stia avanzando e che dei ragazzini imberbi sfreccino davanti a te col pallone tra i piedi.

Ma, venendo a un discorso meramente tecnico, nessuno a Verona pretende che lui sia il salvatore della Patria, che prenda per mano la squadra, e nemmeno in fondo che vada a ricomporre la coppia dei sogni blucerchiata di qualche stagione fa con Pazzini.

D’altronde è evidente che la società e lo staff tecnico non stiano plasmando la squadra in funzione del barese. Però siamo certi che uno con la sua classe, la sua tecnica, la magia che permea ogni sua giocata e che non accenna a svanire (e quello lo si comprende anche dal modo in cui, pur da fermo, riesce a “sedere” i difensori in allenamento con serpentine e la palla incollata ai piedi) può far molto comodo alla squadra.

I media stanno ipotizzando fuochi d’artificio dal trio offensivo Cerci-Pazzini-Cassano, a mio avviso erroneamente, perché se è lecito attendersi una stagione del pieno riscatto dell’ex granata, e una fragorosa conferma al ritorno nella massima serie del centravanti capocannoniere del campionato promozione di pochi mesi, da Cassano appunto ci si auspica che accendi la luce con tocchi deliziosi, assist, genialità assortite e magari qualche gol.

Sono sicuro che la voglia di giocare, di rimettersi in gioco da parte sua ci sia ancora, lo capisci da come in partitella cercava in particolare Bessa, uno della sua stessa pasta, o da come scherzava con i compagni, anche con i più giovani. Il Verona non potrà dipendere da lui, né tanto meno dalle sue bizze, ma di certo potrà usufruire del suo bagaglio tecnico, dal valore inestimabile.

Verona promosso in serie A: riflessioni di un tifoso che ha sempre creduto nella forza di questa squadra

Il Verona torna in serie A dopo un solo anno di purgatorio. Lo ha fatto strappando con i denti quel punticino che gli mancava nella trasferta di Cesena, città che 27 anni prima aveva sancito una dolorosa retrocessione in serie B e soprattutto la fine del ciclo leggendario di Bagnoli alla guida della squadra. Una promozione sì sofferta ma assolutamente meritata per i valori e la forza dei singoli giocatori, che si sono fatti “gruppo” nel momento più delicato della stagione.

La gioia incontenibile dei protagonisti gialloblu al termine dell’incontro decisivo per la serie A disputato a Cesena

La festa si è propagata a lungo (giustamente) sugli spalti del Manuzzi, dove erano presenti tantissimi “butei” gialloblu, e fuori dallo stadio, in città dove si erano radunati in migliaia per seguire da maxischermo l’ultima fatica dei propri beniamini. Già, è stata una fatica! Quella che apparentemente sembrava poter essere una cavalcata trionfale verso la riconquista della serie A appena perduta inopinatamente, si è rivelata in corso d’opera una travagliata corsa a ostacoli, più spesso disseminati dagli stessi protagonisti in campo. Sembrava infatti che ci si dovesse complicare per forza di cose una situazione che fino a novembre almeno si era fatta assai propizia. Squadra primissima, fautrice di un gioco spettacolare come non si vedeva da tempo, vittorie in serie, gol a grappoli e gli elogi incondizionati dei media e degli appassionati sportivi. Poi, inaspettatamente qualcosa si è incrinato, e le cause non saranno mai del tutto definite. A un certo punto tutto e tutti sembravano poter essere messi in discussione, società in primis, nelle figure di Setti e Fusco, l’allenatore Pecchia, inviso a una parte del tifo sin da tempi non sospetti, i giocatori, anche quelli simbolo, rei di non giocare con la massima determinazione e di non essere attaccati alla maglia.

Ciò che conta è che nel momento più critico, o comunque in quello cruciale della stagione, il mister e i giocatori si siano ricompattati (e in questo è stata abile la società a non voler mai dichiaratamente destabilizzare l’ambiente) e di conseguenza anche i tifosi, da sempre arma in più per i risultati della squadra, si sono calorosamente riavvicinati per un grande obiettivo comune.

Fabio Pecchia alla sua prima importante esperienza da allenatore dopo gli anni ad assistere Benitez, ha centrato l’obiettivo, conducendo il Verona in serie A

Pecchia, pur coi suoi limiti dettati principalmente dall’inesperienza a questi livelli e forse anche in difficoltà a convivere in prima persona con la pressione di “dover” vincere il campionato, ha mostrato sulla lunga distanza nervi saldi e la  capacità in corsa di rivedere schemi collaudati (e a un certo punto anche di rinunciare a elementi sino a quel momento imprescindibili per il suo gioco, in funzione del raggiungimento del risultato). Alla fine, ha condotto il Verona in serie A che, per quanto scontato alla vigilia, sappiamo bene che con i soli nomi non si vincono i campionati. Certo, non dobbiamo nascondere la testa nella sabbia: a un certo punto siamo stati agevolati anche dall’inatteso crollo del Frosinone, nostro principale antagonista – escludendo la sorpresa Spal – e sia benedetto quell’incontro del girone d’andata, chiuso con la nostra vittoria, altrimenti staremmo raccontando un epilogo diverso. Proprio quel vantaggio nello scontro diretto ha fatto sì che, a parità di punteggio, fossimo noi a salire in serie A, evitando le mille insidie dei playoff.

Preferisco però qui sottolineare i meriti dei nostri ragazzi, che pur dilapidando il vantaggio e non essendo stati più in grado di replicare il gioco spumeggiante dei primi 3 mesi di campionato, hanno saputo raddrizzare la barca con l’orgoglio, gli attributi (più volte invocati a gran voce dai tifosi e dalla stampa locale), la grinta e, non ultima, la qualità dei singoli, sempre determinanti nei momenti salienti. Pensiamo ad esempio a Romulo, giocatore che più volte ha fatto arrabbiare i tifosi per la sua indolenza, la voglia di strafare, la sua anarchia tattica. Il periodo di massima flessione dell’Hellas guarda caso è coinciso con il suo scadimento di forma, la sua abulia. Ma quel gol all’ultimo respiro nel derby col Vicenza è stata la chiave di volta per ripartire. La sua volée alla sinistra del portiere vicentino ha riscritto i destini del Verona e dello sconfitto Vicenza che da quel momento non ha più saputo riprendersi psicologicamente fino alla retrocessione in Lega Pro, sancita ieri sera.

Pazzini, Romulo e Bessa sono stati i giocatori simbolo della promozione, forti di una qualità tecnica da categoria superiore

Il Verona invece d’un tratto ritrovava vigore, convinzione, entusiasmo e la forza dei suoi uomini migliori, come Bessa, gran cecchino negli ultimi mesi con le sue fucilate da fuori area. L’italo brasiliano, autentica rivelazione del torneo, ha spesso rappresentato quel quid in più di qualità in mezzo al campo ma col passare dei mesi, ha smesso i panni del validissimo palleggiatore per indossare quelli del leader, abile come sempre a giostrare la palla, ma pure a rinculare sugli avversari, correre su e giù per il campo, lottare fino all’ultimo e diventando più concreto sotto porta. In A potrebbe davvero esplodere in tutto il suo talento.

Che aggiungere poi su Pazzini che già non si sia scritto ovunque? Giampaolo a 33 anni ha vissuto una seconda giovinezza, stabilendo il record di marcature personali (23), diventando capocannoniere (titolo mai messo in discussione dopo una partenza a razzo nel tabellino dei marcatori), insidiando Cacia che con 24 ancora rappresenta il massimo di reti per un giocatore gialloblu nella storia ultracentenaria del club, ma soprattutto fungendo da guida per i compagni. Il “Pazzo” si è calato totalmente nell’ambiente, in piena sintonia con città e tifosi, fino a diventarne simbolo. Si è rimesso in gioco, ha tenuto a galla la squadra anche nei momenti più bui non smettendo mai di timbrare il cartellino del gol. Un grande giocatore che, pieno di motivazioni, potrà dire ampiamente la sua anche in serie A.

Inutile infine fare finta di nulla, non sottolineando anche alcuni aspetti che si sono evidenziati in negativo nel corso della stagione, senza cercare necessariamente colpevoli. In fondo si vince o si perde tutti insieme ma certe carenze strutturali sono emerse abbastanza presto. In primis la mancanza di personalità in ruoli chiave, vale a dire quello del portiere e dei difensori. Senza nulla togliere a Nicolas, che in diverse circostanze, ci ha pure salvato la pelle, il brasiliano è parso poco sicuro alla guida di un reparto, talvolta sprovveduto, per non dire avventato in certe scelte di gioco.

La difesa, imperniata a lungo su Bianchetti, ha vacillato troppo spesso. E se all’inizio questo fatto veniva compensato dal grande apporto prodotto in chiave offensiva, poi gli alibi sono caduti, specie dopo l’innesto di giocatori come i fratelli Zuculini (spiace aver visto così poco all’opera Franco e le sue doti di innegabile trascinatore) che facevano scudo protettivo davanti alla terza linea. Il già citato Bianchetti, atteso da anni alla consacrazione, dopo i fasti dell’Under 21 con Mangia e le promesse interiste, ha mancato ancora una volta il salto, patendo spesso gli uno contro uno avversari, e girando a vuoto quando le azioni delle altre squadre si facevano arrembanti. Spesso insignito del ruolo di capitano, in assenza di Pazzini, ha finito col giocare meno sul finale di stagione, lasciando spazio al più duttile (e convincente) Ferrari e al più solido Caracciolo, difensore di categoria con pochi fronzoli. Pisano ha giocato a mezzo servizio ma raramente ha mostrato le doti messe in mostra in serie A. Souprayen è il giocatore che forse ha giocato con più continuità ma al di là di un’affidabilità emersa soprattutto nel girone di ritorno non ha mai e poi mai fatto la differenza. Un altro giocatore a lungo discusso e, a conti fatti, discontinuo, è stato Siligardi, per molta critica uno degli uomini più dell’intera serie B. La verità è che a Verona, il buon Luca solo a sprazzi ha mostrato il suo talento, perdendosi più spesso in giornate grigie, senza spunti di rilievo. Decisamente più a suo agio è parso nel ruolo a lui più congeniale di trequartista alle spalle delle punte, modulo tuttavia poco contemplato dal mister.

E’ piaciuto il fatto che abbiano dato il loro contributo, seppur a fasi alterne, giovani di buone speranze come Valoti e soprattutto Zaccagni, sorta di jolly nello scacchiere gialloblu. Hanno disputato tutto sommato una stagione positiva elementi come il vivace Luppi sulle fasce e il combattente Fossati in mezzo al campo, anche se quest’ultimo ha dato il meglio di sè soprattutto nella prima parte di campionato, quando a un certo punto pareva quasi un lusso per la categoria. Poi è rientrato un po’ nei ranghi ma non ha mai fatto mancare il suo apporto, sia in fase di costruzione che di ostruzione. Giudizio sospeso per Ganz, penalizzato oltremodo dal modulo di Pecchia che prevedeva un’unica punta centrale. Eppure il giovane attaccante, pur non mettendo mai in discussione la titolarità di Pazzini, ha saputo sfruttare le poche chances avute, mostrando indubbie qualità da bomber.

Probabilmente molti di questi giocatori non saranno funzionali al prossimo campionato da disputare in serie A, proprio per alcuni limiti emersi con chiarezza nei momenti di difficoltà vissuti quest’anno. Ma mi pare azzardato, quanto meno pessimistico, pronosticare una stagione a venire sulla falsariga del Pescara. Pecchia come Oddo, esordiente in serie A e amante del bel calcio? Ebbene sì, ma che significa? In fondo si potrebbe ricalcare anche l’esempio molto più confortante del Cagliari, squadra alla quale più volte siamo stati accostati, visto il cammino dei sardi percorso 12 mesi fa.

Ma poi alla fine sappiamo benissimo che la nostra squadra è unica, non assomiglia a nessun’ altra e quindi godiamoci questo risultato e auspichiamoci che sin da ora la società stia pensando a come affrontare in serenità la ritrovata (con pieno merito) massima serie.

Verona campione d’inverno in serie B: diamo i voti ai protagonisti del girone d’andata

Il VERONA ha mantenuto alle promesse estive, terminando il girone d’andata al primo posto solitario in classifica davanti alla rivale più accreditata alla vigilia, il Frosinone, tenuto a distanza di 3 punti.

Un cammino non propriamente lineare, ma in pratica condotto quasi sempre da capolista, dal momento in cui si era riusciti a superare la lepre Cittadella di inizio stagione.

Proprio il derby perso in maniera agghiacciante ha fatto da spartiacque alla prima parte di stagione gialloblu, più ancora che la sorprendente sconfitta interna della settimana precedente con il Novara, quando da imbattuti fra le mura amiche, i veronesi ne presero ben 4.

Da allora è stato un mix di partite giocate tra paura, imbarazzo, trepidazione e solo lampi del gioco fantastico, avvincente e assai redditizio (una media di quasi 3 gol a partita al Bentegodi), visti nelle prime 13 partite.

Un calcio qualitativamente senza eguali in B, con possesso palla e giocate di fino, sprazzi di talento puro in molti interpreti ed entusiasmo alle stelle.

La realtà ormai conclamata, e lo dico a ragione dopo la convincente ultima vittoria che ha chiuso il girone in casa contro il Cesena, è che “quel” Verona di inizio stagione ha nelle proprie corde prestazioni del genere, ma che purtroppo palesa pure delle lacune (che ci si augura possano in qualche modo essere corrette intervenendo a gennaio sul mercato).

Mister Pecchia ha saputo vincere la diffidenza iniziale, puntando su un calcio fatto di fraseggi, possesso palla e tanta qualità.

Mister Pecchia ha saputo vincere la diffidenza iniziale, puntando su un calcio fatto di fraseggi, possesso palla e tanta qualità.

PECCHIA, nonostante qualche detrattore proprio non lo digerisca e non gli perdoni nulla, ha mostrato invece nel momento più critico di essere anche realista, provando a vincere le gare in modo differente da come le aveva sempre impostate dall’inizio. Anche soffrendo, non solo giocando sul velluto. E questa potrebbe essere una prospettiva più consona al restante cammino che ci resta da qui alla promozione in serie A.

Per il resto personalmente applaudo al tentativo, spessissimo riuscito, di provare a fare sempre la partita, giocando nel vero senso della parola, in modo offensivo, armonioso, veloce, facendo divertire il pubblico. Questo è il calcio che mi piace e che ho sempre sperato di poter vedere anche a Verona.

Il fatto che abbiamo dilapidato un grosso vantaggio è stato in qualche modo assorbito dalla poca costanza dei nostri rivali, anche se ormai certe gerarchie paiono piuttosto chiare, così come i valori in campo. Il fatto è che in B le sorprese sono dietro l’angolo e basta davvero pochissimo per soverchiare pronostici e ribaltare statistiche.

Di seguito ecco i miei giudizi sui singoli giocatori della rosa gialloblu:

NICOLAS 6,5 – Un voto “mediano”, pregiudicato dalla prestazione sconcertante di Cittadella in primis e da alcune uscite a vuoto di troppo, in stile kamikaze. Credo che pur essendo il portiere brasiliano ancora molto giovane (specie per il ruolo stesso), non possa migliorare molto su alcuni fondamentali. Che sia spericolato, si senta sicuro in determinate situazioni e agisca con un “consapevole istinto” credo faccia parte del suo dna. Allora apprezziamolo almeno per i tanti salvataggi miracolosi, per gli interventi reattivi e per averci portato in grembo anche dei punti preziosi. Per il resto speriamo di non trovarci in finale playoff fra 6 mesi, come accaduto l’anno scorso al Trapani quando purtroppo per lui una sua “sbavatura” contribuì a regalare la promozione in A al Pescara, dopo che personalmente aveva disputato una grande stagione.

PISANO 6 – Uno come lui in B dovrebbe fare la differenza, e invece il miglior Pisano ancora non si è visto. Forse non era tra i più convinti a rimanere, questa almeno è la mia sensazione, più volte smentita fra l’altro dal giocatore. A tratti ha sì trascinato la squadra con belle sgroppate sulla destra, ma il più delle volte è parso nervoso, distratto, poco partecipe.

BIANCHETTI 6,5 – Quale sarà la dimensione vera di questo difensore da sempre coccolato dalla critica nazionale e protagonista, dati alla mano, di un importante percorso giovanile con tutte le maglie della nazionale azzurra? A 23 anni forse è presto per tirare somme ma a occhio e croce non diventerà mai un Bonucci, molto più probabile che diventi come… Ranocchia, che dello juventino era il “gemello” più talentuoso ai tempi in cui entrambi militavano nel Bari. La storia è andata diversamente e le affinità tra il nostro centrale difensivo e quello attualmente ai margini dell’Inter sono molte, secondo me, dal punto di vista tecnico.

Difettano entambi in personalità nei momenti topici, vanno in apnea anziché dare sicurezza al reparto quando la squadra è messa alle strette dagli avversari. Insomma, mica bruscoline per un difensore che ambisca a giocare ad alti livelli. Di contro occorre ammettere che spesso e volentieri in questo contesto Bianchetti abbia dimostrato di essere preciso, sul pezzo e maturato rispetto a un anno fa. L’impressione mia è che giochi meglio quando tutto il Verona viaggia in scioltezza ma che il vero perno difensivo sia il suo compagno di reparto.

CARACCIOLO 7 – Eccolo, appunto, il difensore imprescindibile della rosa. Giunto in punta di piedi ma con in realtà un robusto curriculum da giocatore “di categoria”, il buon Antonio è uno che sembra badare al sodo e soprattutto raramente si è fatto sorprendere dagli avversari. Il passato remoto da centrocampista gli ha lasciato in eredità una discreta capacità di leggere le situazioni di gioco avversario con anticipo e questo lo rende un centrale completo.

SOUPRAYEN 6 – Una sufficienza risicata e poco più per il lungagnone mancino da due anni in forza ai gialloblu. Nonostante le prestazioni siano salite di tono nell’ultimo mese, purtroppo il terzino sinistro francese raramente ha dato segni di continuità al suo gioco. Il fatto che le migliori prestazioni che gli ricordiamo siano le primissime del suo esordio in serie A non gioca molto a suo favore. Ammetto di essere fra i suoi detrattori ma dovendo scriverne in modo critico, di lui salvo l’applicazione delle ultime partite e una fisicità che spesso incute se non altro il rispetto da parte degli avversari. Per il resto non gli perdono le troppe amnesie, il giocare quasi sempre facendo il compitino e il fatto di non essere mai riuscito a sorprendermi! Dovessi proprio migliorare un reparto andrei sui terzini, poco ma sicuro.

ROMULO 7 – Un voto che rende giustizia solo in parte al grande valore individuale del giocatore. Ma appunto perché il gioco del calcio non è individuale, ecco che l’italo brasiliano ancora non è a livelli di eccellenza, nemmeno in B, categoria che gli sta senz’altro stretta. A volte eccede davvero in fughe solitarie, in azioni insistite che necessiterebbero di “viste” diverse. Ha una voglia matta di spaccare il mondo, di riprendersi le vette che aveva meritatamente raggiunto (passando proprio dall’esplosione dell’anno a Verona): la Juventus e la convocazione con l’Italia per i Mondiali in Brasile. Gli infortuni lo hanno ricacciato nell’oblio, insinuando il dubbio che fosse un calciatore finito. Sta dimostrando con i fatti che non è così, sciorinando partite da autentico campione. In altre però è abulico, sotto tono, dimesso…. E non è questo che il Verona si attende da lui per tornare in serie A.

FOSSATI 7,5 – Non una scoperta in senso assoluto, perché il ventiquattrenne gode di un assoluto credito sin da quando passò dalle giovanili dell’Inter a quelle del Milan, figurando tra i tanti “nuovi Pirlo” del calcio italiano, regista dai piedi finissimi davanti alla difesa. Da professionista aveva già cambiato diverse casacche in B, sempre dando validi contributi alla causa, specie al Cagliari, ma mai diventando protagonista. Lo sta facendo a Verona, dove è apprezzatissimo da tutti per l’immancabile impegno, la perizia, la grinta (in una squadra che nell’insieme difetta in questo aspetto) ma anche per le doti tecniche, la sagacia tattica e per alcuni colpi che ha saputo mettere in mostra. Portatore sano di cartellini gialli, in un Hellas che abbonda di piedi buoni dalla mediana in su, gli tocca fare la parte del duro che gioca sporco, ma poi è in grado di tirare fuori delle perle ancora rivelatrici della sua tecnica (vedi il suo secondo gol contro lo Spezia all’incrocio).

il fantasioso italo-brasiliano Daniel Bessa ha messo in mostra doti non comuni di centrocampista. Quasi u n lusso per la B, ha ancora tempo per puntare a consolidarsi nella massima serie

il fantasioso italo-brasiliano Daniel Bessa ha messo in mostra doti non comuni di centrocampista. Quasi u n lusso per la B, ha ancora tempo per puntare a consolidarsi nella massima serie

BESSA 8 – Che avesse tanto talento lo si sapeva da tempo, da quando ad esempio vinse con l’Inter la Youth League (allora Next Generation Series); che avesse qualità tecniche superiore alla media lo si era visto sin dai primi vagiti in casacca gialloblu, nel modo naturale di trattare la palla, di gestirla, di fare sempre la giocata giusta; che sia di passaggio in cadetteria lo si è capito altrettanto presto. Un centrocampista così figurerebbe benissimo anche nell’attuale serie A, categoria che aveva già raggiunto un paio di anni fa col Bologna prima di infortunarsi gravemente e di ripartire da Como, protagonista comunque di un’ottima stagione a livello personale, nonostante l’inopinata retrocessione dei lariani.

Daniel è un giocatore da tichi taca, da futsal, che però non eccede mai in giocate fini a sé stesse, sa anzi mettersi al servizio della squadra, gioca a testa alta, non tira indietro la gamba, è a disposizione del mister, così schizofrenico a livello tattico specie con i centrocampisti, a cui richiede sovente di cambiare posizione in campo. E così lo si è visto giocare da mezz’ala (prevalentemente), ma anche da laterale sinistro e da regista centrale, sempre in grado di dare un ottimo contributo. Il calo fisico che ha avuto nella seconda parte di stagione è coinciso guarda caso con il periodo più nero della squadra ma essere riusciti ad acquistarlo, grazie ai gettoni di presenza già timbrati, è stato certamente un grandissimo affare.

SILIGARDI 6,5 – Inutile girarci attorno, da lui ci si attende sempre qualcosa di più. I tifosi si sentono in qualche modo “traditi”, perché del giocatore tanto osannato, e che almeno in B dovrebbe fare valere una tecnica superiore, si sono viste poche tracce. Troppe volte è assente ingiustificato, quando si intristisce se non gli riesce un dribbling, se una giocata gli viene stoppata… In questo mi ricorda un vecchio gialloblu: Salvetti, anch’egli facile ai condizionamenti ma anche decisivo e importante quando invece la partita gli girava per il verso giusto. Speriamo che con un allenatore come Pecchia sempre pronto a rinnovargli la fiducia, siano più le giornate positive che quelle negative.

il Pazzo si sta prendendo la sua rivincita, leader in campo e autentico big per l'intera categoria. Già 16 gol segnati in appena 17 presenze

il Pazzo si sta prendendo la sua rivincita, leader in campo e autentico big per l’intera categoria. Già 16 gol segnati in appena 17 presenze

PAZZINI 9 – Un tocco un gol, verrebbe da dire. Statistiche alla mano non è così, e poi i numeri non mi sono mai piaciuti. Però è indubbio che Pazzini sta facendo il Pazzo! Capocannoniere in solitaria, 16 reti in 17 gare, un pericolo costante in area avversaria, un attaccante che, si sa, ha un pedigree molto diverso da un contesto simile. E allora dovrebbe essere scontato un suo exploit, tale da non fargli meritare un 9 in pagella, direte voi… Invece il bel voto tiene conto della sua determinazione, della sua leadership, della sua voglia di rivalsa confermata dai fatti e non solo in veste di parole, di aver sposato la causa ai fini del raggiungimento dell’obiettivo.

LUPPI 6,5– Tanta abnegazione, una zanzara cui piace punzecchiare sulla fascia ma soprattutto l’orgoglio di vestire la nostra maglia, l’idea che giocare per il Verona sia il coronamento di una carriera sinora vissuta ai margini del calcio che conta e giunta come premio di una carriera via via sempre in progredire. Non credo che Luppi possa ambire a di più, già nel Verona si alterna con altri interpreti e non rappresenta un top sulla fascia, però sta dando il suo valido contributo, mixando quantità e qualità.

VALOTI e ZACCAGNI 7 – Quasi senza accorgersene ci siamo ritrovati con due giocatori in squadra pronti a recitare un ruolo da protagonisti in campo. Li conoscevamo già, entrambi avevano già esordito bene in serie A, specie il primo, figlio d’arte ma così diverso dal padre Aladino, anch’egli ex gialloblu. Mattia aveva pure segnato nella massima serie ma poi l’anno scorso sembrava aver buttato via una stagione, perso tra due prestiti in B poco edificanti.

Zaccagni, invece, di due anni più giovane (è un 95) era finito addirittura in Lega Pro, dove ha contribuito alla promozione del Cittadella ma sembrava ai margini del progetto, pronto a un nuovo prestito. Sono riusciti entrambi non solo a farsi trovare pronti, quando servivano alternative al gioco, ma anche in più occasioni a essere decisivi per il risultato. Gol, buone giocate, personalità, capacità di adattarsi a più ruoli (Valoti può fare la mezz’ala, il trequartista, l’interno; Zaccagni l’interno, il regista, l’esterno, addirittura Pecchia l’ha schierato da terzino destro). Insomma, due pedine che saranno sicuramente molto utili alla causa.

Gli altri giocatori hanno avuto meno chance di mettersi in mostra e quindi mi risulta difficile dare un giudizio su questa prima parte di stagione. E’ indubbio che ci attendevamo più gol (ma forse anche più minutaggio, e probabilmente la scarsa vena realizzativa dipende in primis da questo) da GANZ. L’attaccante, figlio di Maurizio “el segna semper lu”, sembra avere il guizzo giusto e le attitudini da bomber di razza e reclama spazio (o almeno lo sta facendo il suo procuratore su pressione indiretta della Juve che ne controlla il cartellino) ma io lo terrei comunque fino a giugno. Davanti ha Pazzini e mi sa che deve solo sperare che Pecchia in alcune gare si affidi a un gioco a due punte, altrimenti dovrà farsi valere in zona gol nelle briciole che gli verranno riservate.

GOMEZ e CHERUBIN sono giocatori esperti, di sicuro affidamento. Il primo ha fatto la storia recente dell’Hellas, probabilmente farebbe comodo a molte squadre avversarie, ma ha lo spirito giusto ed è rimasto consapevole di non dover ricoprire un ruolo di primo piano nelle scelte del mister. Non sono pervenuti MARESCA e TROIANIELLO: per carità, i comprimari ci sono sempre stati, ma almeno da Enzo ci si aspetta che guidi la squadra con maggiore autorevolezza una volta chiamato all’appello. Ha sorpreso il difensore BOLDOR nella gara di chiusura vinta ieri al Bentegodi. Ha addirittura segnato di testa con un bello stacco in area ma è parso soprattutto sicuro, pratico, concreto sull’attaccante avversario, e nella fattispecie si trattava del cesenate Djuric, uno dei più pericolosi dell’intera categoria. Esame superato per lui e così in casa ci troviamo una pedina preziosa per il futuro, in un reparto anche quest’anno messo sotto accusa per i gol subiti (per fortuna in misura minore rispetto all’ultimo biennio, e ben compensati da un’esplosiva forza offensiva), alcuni in maniera piuttosto imbarazzante.

ZUCULINI da acquisto di peso si è rivelato suo malgrado il flop di stagione, collezionando pochissimi minuti e dando credito purtroppo a quello che era risaputo da due anni: un giocatore con troppi problemi fisici dovuti a infortuni e continue ricadute. Spiace perché il dna sarebbe quello del lottatore, del calciatore tipo che piace ai tifosi per spirito da guerriero, per determinazione e “cattiveria”, abbinate nel suo caso anche a buone doti tecniche, come certificato dallo splendido anno a Bologna. Speriamo da qui a fine stagione possa mettere anche la sua firma sulla tanto sognata promozione in A.

Stesso dicasi per FARES, soltanto un paio d’anni fa portato a emblema dell’ottimo lavoro del settore giovanile, con lui attaccante esterno in grado di fare sfracelli in area, con doti fisiche straripanti, un’ottima corsa e tanta personalità. In A aveva messo insieme un numero discreto di presenze e buone prospettive, pur dando l’impressione di non essere tagliato per agire da terzino sinistro. Pecchia lo aveva restituito al cuore del gioco, sin dal suo insediamento sulla panchina gialloblu, mettendolo largo a sinistra in un tridente d’attacco. Per ora Fares è quello che più ha deluso, negativo sia davanti che soprattutto indietro, dove ha peccato clamorosamente in due occasioni, fin quasi a scomparire dai radar. Il futuro è dalla sua parte (ha appena 20 anni) ma deve limare il suo comportamento, che troppe volte lo ha visto eccedere in nervosismi.

La rosa, sbandate a parte, ha dimostrato la sua forza ma il mercato di gennaio, specie considerando l’ingente bottino ottenuto dal “paracadute” dello scorso anno, potrebbe puntellare alcuni reparti di giocatori “di categoria”, magari andando a pescare proprio dalle dirette avversarie.

Mandorlini sarebbe l’uomo giusto per il Parma

Chi mi conosce sa che non posso certo definirmi un “mandorliniano” (postilla per i non tifosi dell’Hellas che immagino e spero saranno tanti a leggermi…, il tifoso gialloblu si divide da 5/6 anni a sta parte in pro Mandorlini e contro Mandorlini).

Non lo sono, o non lo ero, non soltanto perché il suo modello di gioco non corrisponde esattamente a quello che riesce a catturarmi l’entusiasmo; e non lo sono nemmeno per certe sue esternazioni, e sono state molte, che esulavano dal contesto calcistico (o che vi entravano dalla porta secondaria). Insomma, non mi esaltavo per lui come uomo, pur riconoscendone doti di trascinatore, di attaccamento e di passione genuina.

Gli riconosco però soprattutto il grande lavoro di ricostruzione della nostra (all’epoca) derelitta squadra, portata in sella dagli inferi della Lega Pro al Paradiso della serie A ma lo reputo anche in parte colpevole della disfatta della passata stagione, monotematico negli schemi e attaccato ai suoi giocatori simbolo, precludendo quasi a priori la fioritura di altri.

Va beh, è un capitolo chiuso in pratica della storia gialloblu, nonostante l’anno in corso sia ancora sotto contratto: lui da tempo ha iniziato a ricomparire in video, a dispensare opinioni (richieste, per carità) e in qualche modo – giustamente – a candidarsi indirettamente per questa o quell’altra squadra.

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D’altronde la bontà del suo percorso professionale è sotto gli occhi di tutti, così come le sue abilità di condottiero. Ero tra coloro che in qualche modo caldeggiavano la sua possibile candidatura sulla panchina dell’Inter, poi finita a Pioli, perché secondo me in veste di traghettatore avrebbe potuto risollevare la cresta di molti galletti dello spogliatoio nerazzurro (che lui tra l’altro ben conosce, avendovi giocato e vinto agli ordini di Trapattoni).

Sfumata la chimera Inter, da un paio di giorni si è tornato a parlare di lui per un’altra prestigiosa panchina, quella del Parma, ovvero quel che si dice una vera nobile decaduta del calcio italiano.

E’ chiaro, dovrebbe ripartire dalla Lega Pro, abbandonare definitivamente sogni d’alto profilo, eppure credo che per Andrea Mandorlini quella emiliana sarebbe la piazza ideale per rimettersi in pista.

In fondo si possono riscontrare molte analogie con la situazione dell’Hellas Verona di qualche anno fa.

Il Parma DEVE tornare come minimo in serie B e da lì puntare il prima possibile al ritorno in serie A, dove gli compete. Il tecnico ravennate è indubbiamente un motivatore eccezionale, un rivitalizzatore, e saprebbe a mio avviso toccare le corde giuste di un organico – ricordiamolo – da promozione. Non sarà facile centrare l’obiettivo, un po’ per il regolamento assurdo della competizione, con playoff da disputarsi fra ben 28 squadre in più fasi dei tre gironi, un po’ perché anche solo restando al girone B, dove il Parma è impegnato, c’è molta concorrenza per il primo posto che darebbe accesso immediato alla B. I punti di distacco dalle prime classificate attuali (il competitivo Pordenone e la sorpresa Reggiana) non sono poi molti, ma ci sono altri avversari quotati da battere come il super Venezia di Pippo Inzaghi, il Bassano, la Feralpi Salò o il Padova.

Sono convinto però che se i ducali decidessero di assumere Mandorlini al posto di Apolloni avrebbero buona chances di giocarsela.

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Per tutti i “ragazzi” della mia generazione, diciamo dai 30 ai 40 anni (io ci sto appena dentro perché sono 39) il Parma rappresenta molto: negli anni ’90 ha fatto sognare tantissimi appassionati di calcio (eccezion fatta forse per gli juventini, viste le tantissime sfide ad alti livelli, comprese finali varie), da quelle parti hanno giocato campioni veri.

Tralasciando quello che poi è successo a livello societario e la successiva caduta, non diretta, ma comunque quasi a compensare quegli anni d’oro ma gestiti in maniera “allegra”, il Parma ci rimanda a un’epoca in cui il calcio italiano si poteva a ragione definire il più bello del mondo, magari non in senso puramente estetico, ma per la competitività e l’alto livello delle squadre e degli interpreti partecipanti sicuramente sì.

Il momento no dell’Hellas Verona

Sembrava la squadra da battere, a detta di tutti, tifosi e soprattutto addetti ai lavori, la favorita numero uno per la promozione diretta in serie A. Invece l’Hellas Verona, dopo aver in effetti dato questa parvenza di grandezza suprema, pur nel contesto di un torneo non certo di gran livello, si è come liquefatto alle prime difficoltà, subendo ben 9 reti in due gare.

C’è già chi parla di crisi conclamata, di incapacità della squadra di reggere certi urti, certe pressioni, di una sopravvalutazione della rosa, dell’immaturità di alcuni elementi, di essersi montati la testa per le troppe luci dei riflettori. Dove sta la verità? E soprattutto, sarà caduta libera, da qui in avanti fino al termine del girone d’andata, quando si dovranno incontrare squadre di caratura medio/alta quali Bari, Entella, Cesena e Carpi, e le insidie del derby veneto rappresentato dal Vicenza?

Riavvolgiamo indietro il nastro. Non serve resettare tutto alla prima giornata, o ai presagi estivi: in fondo basta collocare il nostro timer a due settimane fa, all’indomani della netta vittoria esterna in quel di La Spezia, campo notoriamente ostico, sia per l’ambiente casalingo del Picco, sia per la qualità della squadra locale. Un 4 a 1 netto che diede il via a una girandola impazzita di complimenti, titoloni, spazi, previsioni da far girare la testa, col rischio concreto – e poi materializzatosi – che ciò facesse perdere la concentrazione in vista di una gara al Bentegodi che pareva quantomeno abbordabile, contro un Novara in crisi di identità e di risultati.

Dando per buone queste attenuanti, ma facendo in ogni caso registrare un campanello d’allarme (chè uno 0 a 4 tra le mura amiche non è mai un buon segnale di salute), ci si attendeva una reazione, la classica prova d’orgoglio contro un Cittadella, che sì aveva subito qualche battuta d’arresto dopo il folgorante inizio di stagione, ma che comunque rimaneva terzo in classifica, sorretto da entusiasmo, buon gioco e del ruolo certificato di rivelazione del campionato.

Pronti, via e dopo nemmeno 30 secondi il Pazzo metteva in rete dopo azione in velocità da manuale. Sembrava la chiusura del cerchio, col Verona pronto a riprendersi gli elogi e i titoli, oltretutto col ritorno al gol del suo principale campione, forse l’unico autentico della rosa. Altre giocate collettive o dei singoli, in quei primi 10 minuti, fecero drizzare le antenne anche a scafati uomini di campo ed esperti come i commentatori Sky Claudio Onofri e Daniele Barone, che a un certo punto si sbilanciarono dicendo che “sembra di vedere una partita di Champions League”.

Esagerazioni a parte, è per dare la misura di quanto potenzialmente forte possa essere il Verona, quanta qualità ci sia tra i piedi di alcuni elementi. I nomi non li cito ma sono proprio quelli che hanno occupato spazi nei giornali, nelle tv, guadagnando fior di titoli, di apprezzamenti e di investiture importanti per il futuro.

Si è trattato solo di un sogno allora? No, però occorre anche fare i conti con la realtà e ammettere, lo sappiamo poi bene per esperienza diretta, visto quante volte ci siamo già passati da promozioni dalla B alla A, che contano anche altri elementi, gli stessi messi in mostra ad esempio dai nostri ultimi avversari. La corsa, la determinazione, la grinta, la motivazione, la voglia di arrivare al traguardo (che, ahinoi, non era assolutamente già stato conseguito, anzi!), la tanto evocata personalità, di squadra e nei singoli.

Non ci si può abbattere alla prima difficoltà, al primo gol subito, alla prima sbandata, perchè quella è stata contro il Novara, erroracci arbitrali a parte. Invece, i nostri sembrano impauriti, inermi, indisponenti, a disagio, fuori contesto, fuori…categoria!

Una difesa colabrodo, errori che definire “da dilettanti” ancora non rende l’idea, l’incapacità palese di far fronte alla furia avversaria e la sensazione, reale (e già provata a dismisura nelle ultime due precedenti stagioni) che ogni singola azione offensiva avversaria potesse arrecarci seri danni, leggasi gol. Davvero, potevano essere 5 come 6 o 7, questa è la cruda realtà. E anche se sento invocare l’assenza di due buoni difensori cadetti come Caracciolo e Cherubin (ma non era l’ex enfant prodige del calcio italiano Bianchetti il punto fermo della nostra retroguardia?) come scusante per tanta imbarazzante pochezza difensiva, veramente mi pare fuori luogo appellarsi a questo.

Il fatto è che abbiamo sempre subito alla prima – e talvolta unica – concessione agli avversari. Poi ne facevamo 3-4 e tutti giustamente contenti ma non appena si alzavano i ritmi, gli avversari perdevano quella sorta di timore reverenziale (cosa che ormai non avrà più nessuno) e ci contrastavano sul piano della grinta, i problemi si manifestavano. La baracca la salvavano poi la qualità dei nostri interpreti offensivi, il tiki taka in chiave minore adottato da Pecchia a centrocampo, le parate – ebbene sì – del tanto vituperato Nicolas, che pareva imbattibile sulle palle alte, con quelle sue prese “sicure”. Già, sin troppo sicure, e questa sicurezza, forse addirittura questa “spocchia”nelle giocate in varie zone del campo, ha finito per nuocere impietosamente sui nostri risultati. Senza umiltà, senza la consapevolezza che non abbiamo ancora conquistato nulla, e tutto è ancora da dimostrare, non si va da nessuna parte.

Il calendario adesso non è d’aiuto, proprio per il nome delle avversarie che incontreremo, e sarà decisivo stavolta sì vedere se e come la squadra reagirà.

Pecchia si è assunto ogni responsabilità, ma è evidente che non è così. Io non rinnegherò mai il bel gioco e le belle sensazioni che mi ha trasmesso in questo primo scorcio di campionato. Amo il gioco offensivo, propositivo, di qualità, che dalle nostre parti mancava da tanto tempo ma ora mi aspetto più carattere da parte di coloro che hanno più doti. E allora, in fondo al pezzo, i nomi li faccio. Sì, proprio voi, Romulo, Pazzini, Siligardi, Fossati, Bessa… siete da serie A? Siete i “fenomeni” della B? Sapete davvero fare la differenza? E allora, ok, siate voi a tirare la carretta. Anche attraverso il bel gioco, ma non solo in questo modo. Soprattutto fatelo col cuore, lottando, senza perdervi d’animo, che nessuno ha mai chiesto di tornare in A a dicembre o di emulare il Barcellona.

Che esordio per l’Hellas Verona: poker al Latina e grande gioco in mezzo al campo

Buonissima la prima, è proprio il caso di dire, dell’Hellas Verona al Bentegodi. Un risultato roboante, sottolineato da tutti i media locali e nazionali, e che va a certificare, semmai ce ne fosse stato bisogno, il ruolo che la squadra gialloblu dovrà recitare quest’anno in serie B: da protagonista.

Un 4 a 1 che ci sta tutto, frutto di un predominio non soltanto territoriale ma tecnico, dove il divario con il Latina era davvero troppo ampio. 

Tutti a festeggiare Bessa: che esordio da sogno per il talento delle giovanili dell'Inter

Tutti a festeggiare Bessa: che esordio da sogno per il talento delle giovanili dell’Inter

Ecco, forse a cercare di smorzare gli entusiasmi potrebbe entrare in gioco questo fattore: cioè che la squadra laziale non sia certo annoverata, almeno quest’anno, tra le compagini più in vista e accreditate. Ma sarebbe ingeneroso sottovalutare i meriti degli uomini di Pecchia che si trovavano a dover esordire necessariamente con una vittoria. Le pressioni ci saranno in questo lungo cammino cadetto ma mi piace il modo in cui tutti, dal tecnico, al direttore sportivo, ai giocatori (convincente il modo in cui i neo arrivati Fossati e Bessa – una coppia di qualità a centrocampo che non si vedeva da tempo da queste parti – hanno dichiarato di voler andare a Salerno per vincere), si stanno ponendo, scegliendo di non fare proclami ma allo stesso tempo non nascondendosi.

Mi scoccia, e vale per tutti i tifosi, rendermi conto che il mercato probabilmente ci porterà via quel Romulo, appena recuperato e smanioso di riprendere il proprio brillante cammino, già ieri trascinatore. Credo si sia speculato sul suo nome, io non l’ho mai percepito alla stregua di un mercenario. Tre anni fa ci condusse a una salvezza clamorosa, forte di un campionato eccellente, assieme ai vari Toni, Iturbe, Jorginho, Maietta… naturale che bussasse alla porta una grande, e in quel momento (ma direi… mai) era impossibile rifiutare la corte della Juventus.

La storia recente dell’italo-brasiliano è una sorta di remake del fortunato film “Sliding Doors”: acquistato dalla Juve, in procinto di diventare per lo meno un cambio dei titolari, o uno dei 12/13 titolari, e quasi certo di disputare i Mondiali in Brasile con la maglia azzurra, è incappato in un brutto infortunio che l’ha in pratica tenuto lontano dai campi di gioco per una stagione intera. Lo scorso anno il rientro in gialloblu fu in sordina, con il procuratore che cercava altre sistemazioni.

Ma il giocatore in sè non l’avevo mai sentito dichiarare frasi “inopportune” riguardo l’idea di restare da noi (in fondo l’Hellas lo ha reso giocatore importante) e sarebbe un peccato perderlo. Rimanesse e giocando con continuità, ottenendo quella promozione che tutti ci aggiudicano, volerebbe di certo verso altri lidi, se quella è l’ambizione di giocatori di un certo pedigree.

Diverso il caso di Viviani. Del talentino azzurro, protagonista assoluto delle giovanili giallorosse, quando un certo Florenzi gli stava dietro nelle gerarchie, si è visto davvero poco da quando è un calciatore professionista. Che sia la pubalgia, che siano fattori comportamentali, che mentalmente si consideri uno da serie A, conta relativamente.

Ha disputato un precampionato assolutamente non in linea con le aspettative, non pare il giocatore sul quale puntare le proprie fisches per ripartire. Di contro in B i nomi contano relativamente e gente come i già citati Fossati e Bessa, ma pure l’altro neo-acquisto Zuculini hanno le caratteristiche ideali per fungere da protagonisti dei nostri colori.

Tecnica, determinazione, motivazione, ambizione: ingredienti che sono basilari per vincere un campionato. Parlo della mediana, ma pure la difesa rischia di essere menomata da qui alla trasferta di Salerno. Helander in panca ieri significa una sola cosa: cessione.

Che in B lo svedesino abbia le giuste credenziali per guidare un intero reparto non ci sarà dato di sapere, fatto sta che lì (come sempre) entreranno in gioco i procuratori, e volente o nolente, si sta parlando di un giovane quotato a livello internazionale, che solo due anni fa vinse da titolare la finale dell’Europeo Under 21.

Via lui, dentro Cherubin… beh, personalmente, la cosa “s’ha da fare”. Il bolognese ha tanta esperienza, un discreto piede, sa destreggiarsi in più ruoli in difesa, pur essendo nato centrale. Con il passaggio dal modulo a 4 a quello a 3, lui mancino, spesso ha giostrato da centrale di sinistra. Non credo che dia il meglio di sè da terzino sinistro in una linea a 4, ma sicuramente sarà in grado di adattarsi, altrimenti vorrà dire che giocherà centrale insieme al convincente Caracciolo, al posto di quel Bianchetti destinato in A.

Ora, il ragazzo è stato spesso preso di mira. Ammetto, conoscendolo dalle giovanili dell’Inter e del Varese, prima ancora che nell’Under 21, che mi sarei aspettato qualcosa in più da lui con i “grandi”. Ma in B è parso davvero un leader in difesa: pulito, sicuro in ogni situazione di gioco, sereno. Giocare da titolare, magari con un traguardo importante a fine stagione, credo possa rappresentare per lui il vero salto di qualità. E’ ancora giovane, e anche se la sua parabola calcistica rischia di assomigliare a quella di Andrea Ranocchia, un predestinato che non ha saputo imporsi ad altissimi livelli, merita fiducia. Venderlo a campionato iniziato, quando il tecnico Pecchia ha dimostrato di aver puntato su di lui, non mi pare certo la mossa giusta.

Il portiere Nicolas può reggere il peso della responsabilità in una squadra che punta al vertice: non è più il ragazzino di un paio d’anni fa, è reduce da un grande campionato da titolare a Trapani e ieri, al di là del rocambolesco e casuale gol subito (per carità, bella l’idea e il tiro del figlio di bomber De Vitis), si è messo in luce per concentrazione e prontezza di riflessi. L’avversario non era probante, lo si è capito subito, ma la difesa ha subito pochissimo gli avanti avversari. Pisano in B è un lusso, Souprayen deve metterci più grinta (ma probabilmente… non ce l’ha, c’è poco da girarci intorno). In ogni caso arretrare il ciclone Fares a sinistra sarebbe uno spreco. Mi è piaciuto sinceramente anche il modo in cui il “vecchio” Juanito Gomez si è messo a disposizione della squadra, tra i pochissimi del vecchio corso a rientrare nel progetto e immagino utilissimo alla causa nel corso del torneo (boato ieri per il suo gol al termine di una bellissima azione in fraseggio).

Aspettando Ganz, l’intesa tra il turbo Luppi e il Pazzo è stata ottima. Per entrambi una rete, belle giocate, sempre sul pezzo.

Del centrocampo ho già detto. Contro Salernitana e Benevento sarà più difficile sicuramente, ma i nostri non buttano una palla, si smarcano, si cercano, fanno pressing.

C’è una mentalità nuova, e io è da settimane che rispondo a chi mi chiede un parere, che mi interessa per una volta divertirmi allo stadio, vedere un calcio moderno, propositivo, efficace, magari spettacolare. 

Il Popolo Gialloblu, sempre presente, numeroso e rumoroso! Un sostegno incredibile per la squadra

Il Popolo Gialloblu, sempre presente, numeroso e rumoroso! Un sostegno incredibile per la squadra

Ieri tutto questo c’è stato, per la gioia di tanti tifosi sempre appassionati (già ieri eravamo tantissimi allo stadio), mia e di mia moglie che, dopo i magri bottini dello scorso anno, quest’anno si è gustata ben 4 gol in un colpo solo!

Se il buongiorno si vede dal mattino, è proprio vero: ce la possiamo giocare! Il risultato eclatante di ieri – inutile dirlo –  è stata la vittoria in trasferta del neopromosso Cittadella ai danni del Bari, che io stesso avevo giudicato come la squadra più temibile in chiave promozione diretta.

Alla prima giornata ci sta, per carità, ma io mi sarei scoraggiato e incazzato non poco se avessimo perso la prima casa contro il Latina… bene invece, come era prevedibile, le altre big, Carpi e Frosinone, entrambe vittoriose in scioltezza con due gol di scarto sugli avversari. Altro che fuochi di paglia: questi vogliono tornare subito in A come il Verona. Ci sarà da divertirsi in questa lunga maratona!

Troppo scetticismo attorno al nuovo Hellas Verona di Pecchia e Fusco

Per una volta il mio titolo dice già tutto: niente giri di parole e via alla riflessione.

Come tutti sapete – almeno chi mi conosce un pochino – sono un grande appassionato della prima squadra della mia città, l’Hellas Verona (detto con tutto il rispetto per il Chievo e senza intento di provocazione), ma allo stesso tempo mi è sempre piaciuto seguire il calcio a 360 gradi, e per ogni questione che lo riguardi mi piace contestualizzare le mie argomentazioni.

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E’doveroso premettere che siamo reduci dalla peggior stagione di sempre in serie A, con una retrocessione annunciata già a novembre/dicembre (ma non un anno fa, quando invece i pronostici “dalla parte sinistra” della classifica si sprecavano) e uno scoramento generale dovuto al brusco e repentino ridimensionamento, dopo aver cullato la speranza di consolidarsi nella massima serie.

Certamente non è semplice ripartire sorretti dalla giusta dose di fiducia e ritrovare d’incanto quegli stimoli, quella motivazione e anche quella voglia di rivalsa che in situazioni simili è più facile smarrire. Si è chiuso irrimediabilmente un ciclo vincente, sarà tra l’altro la prima stagione post-Luca Toni, campione e uomo simbolo di questi tre anni di A.

Eppure io personalmente, a differenza di tanti miei contatti (e pure di qualche amico stretto, tifosissimo dei gialloblu) ritengo che ci siano degli elementi favorevoli a quella che potrebbe essere una rinascita, senza addentrarsi in azzardati pronostici che poi magari ti si ritorcono contro. La delusione è molta, ancora tangibile, e verrebbe voglia di attuare un vero repulisti in casa Hellas, a partire dalla società, che lo scorso anno ha dato tanti segnali di debolezza al suo interno e di fragilità.

Visto che il padrone non lo si può cambiare – e concedendo il piccolissimo particolare che fu proprio Setti, coadiuvato da Sogliano, da Gardini e soprattutto da Mandorlini a portarci in serie A, qualcosa invero si è mosso in seno alla dirigenza, andando anche a toccare i quadri tecnici. Logorato il rapporto con il mister di Ravenna, ancora forte di un anno di contratto, e non essendo riuscito il miracolo sportivo a Gigi Delneri, dopo tanti nomi valutati, ci si è affidati al semi esordiente Pecchia.

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Si sono da subito sparsi semi di preoccupazione, quando non proprio di rassegnazione, all’annuncio dell’ex braccio destro di Rafa Benitez, nelle esperienze al Napoli e al Real Madrid. Prima ancora l’ex centrocampista fra gli altri dello stesso Napoli e della Juve, aveva solo assaggiato delle panchine da professionista, curriculum che si portava in dote anche un certo Ficcadenti, quando si accinse ad allenare i nostri colori.

Al di là dell’oggettiva scarsa esperienza di Pecchia, di lui fin da quando era protagonista in campo,  si diceva che fosse un predestinato, un allenatore in campo, un ragazzo dotato di grande intelligenza, il “giocatore-avvocato”.

Ha in fondo allenato CR7, Bale, Higuain, Hamsik, Ramos… chiunque conosca certe dinamiche, sa benissimo che un allenatore in seconda è preziosissimo nella preparazione delle squadre e il buon Fabio sembra proprio gradire un gioco “internazionale”, fatto di fraseggi, intensità, con o senza palla, soprattutto fatto di coraggio.

E da quanto tempo, categorie a parte, a Verona, non vedevamo all’opera delle squadre con queste caratteristiche? Mi direte che tutto è ancora da verificarsi, ma potrebbero valere come indizi una preparazione molto diversa rispetto all’ultimo lustro, la prova di Coppa Italia, non brillantissima sul piano tecnico ma promettente in alcuni movimenti e idee di gioco.

Fusco, il nuovo Ds, si sta muovendo bene, anteponendo i fatti alle parole e alle comparsate in tv. Sta cercando di allestire una squadra equilibrata in tutti i reparti, che abbia buoni ricambi ma pochi doppioni (assai dannosi più che utili) e si sta destreggiando pur nell’ambito di situazioni ambigue in merito alle permanenze o meno dei vari Viviani, Pazzini, Helander, Romulo

Il capitolo sui confermati, brutalmente definiti “i retrocessi” merita attenzione, perchè non si può mettere sullo stesso piano gente che ha il pensiero altrove, gente che ama la maglia, gente che forse ha finito il suo ciclo, gente che in A magari era debole ma in B potrebbe farsi valere eccome e gente che realmente è già in clima campionato col solo obiettivo di dare il massimo. Ho omesso di fare i nomi, ma immagino che mi abbiate capito.

Credo che alcuni possano ancora dare tanto, e vanno salvaguardati e incoraggiati, e su questi sarà utile contare per cementare un gruppo che possa coniugare mentalità vincente e voglia di emergere.

Sono soddisfatto di tutti gli innesti: Luppi e Ganz hanno una gran voglia di spaccare il mondo, Fossati nelle nazionali giovanili faceva la differenza e in B si sta consacrando come uno dei centrocampisti più talentuosi della categoria, Nicolas è tornato da Trapani dopo un campionato da protagonista, Zuculini se sta bene è destinato a diventare un punto fermo in mezzo al campo, imprescindibile per ogni allenatore e Antonio Caracciolo, beh, si tratta con molte probabilità del miglior centrale difensivo della B, cercato un gradino più sopra da squadre di fascia media.

Più che altro in B non contano i grossi nomi: gli esempi lampanti di Crotone e prima ancora Carpi, Frosinone, Sassuolo o Empoli sono molto indicativi in tal senso. Un bravo dirigente deve essere ovviamente bravo e abile a scovare i giocatori adatti all’allenatore, quando non sia quest’ultimo a farsi valere, richiedendo uomini che ben conosce. Si devono conoscere le caratteristiche di un’ampia rosa di atleti valutabili.

L’attuale panorama cadetto non presenta ai nastri di partenza la squadra ammazza campionato, la Fiorentina, il Palermo o per rimanere ai giorni nostri, il Cagliari di turno… ci sono buone compagini, tra cui metto certamente le declassate Carpi e Frosinone, il cui exploit non ritengo del tutto isolato, ma nessuna mi pare in grado di guardare tutti dall’alto in basso ai nastri di partenza.

Io lascio ai complottisti o ai dietrologisti le accuse neanche troppo velate di non volere subito la promozione, in modo da poter usufruire del restante bottino del paracadute nella prossima stagione… questi discorsi mi fanno ridere, non hanno senso.

Il torneo di B è lungo e logorante, non scopro l’acqua calda, ed è impensabile tentare improbabili fughe. Sono 42 partite in cui gradualmente si dovrà cercare di trovare l’assetto giusto, quel quid che potrebbe far sbaragliare le carte, ridare entusiasmo, sospingere la squadra. Sappiamo tutti quanto può dare il Bentegodi, la sua gente, il suo Popolo, quello dell’Hellas.

Io mi auspico di fare un buon campionato, di divertirmi, di vedere una squadra propositiva, determinata, che abbia personalità in casa e fuori, che non abbia paura di sbagliare, che ce la metta tutta.

E credo che in fondo siano requisiti che interessano a tutti i tifosi gialloblu. Poi le cose potranno venire da sè, fino a farci spiccare nuovamente il volo.