12 maggio 1985: 35 anni fa il Verona di Bagnoli divenne Campione d’Italia

Il 12 maggio 1985 è una data impressa nella memoria per la gente di Verona: quel giorno l’Hellas Verona di Osvaldo Bagnoli vinceva lo scudetto con pieno merito dopo una lunga volata in testa alla classifica dalla prima all’ultima giornata.

Il primo scudetto di una storia ormai ultracentenaria, e che probabilmente rimarrà l’unico, considerando come ai giorni nostri la forza economica dei club sia oltremodo decisiva per affermarsi ai più alti livelli.

La rosa gialloblu vincitrice dello storico scudetto nel campionato 1984/85
(foto tratta dal sito Il Nobile Calcio.it)

Uno scudetto, quello gialloblu, la cui portata storica parve subito evidente anche in presa diretta, giacchè era dai tempi del Cagliari di Gigi Riva che una provinciale non osava innalzarsi così tanto, fino a invertire una rotta che aveva visto negli ultimi anni far approdare il campionato sempre dalle parti delle grandi metropoli.

Quel giorno lontano al Verona basto’ strappare un pareggio a Bergamo sul campo dell’Atalanta (1-1 il risultato finale) per poter fregiarsi del prestigioso titolo italiano con un turno d’anticipo. I festeggiamenti si protrassero giustamente a lungo, raggiungendo l’apice sette giorni più tardi, in occasione della gara conclusiva davanti al proprio pubblico, in un Bentegodi da pelle d’oca. Non era un sogno: la piccola realtà scaligera aveva veramente messo in fila le migliori squadre della serie A!

Eppure quel risultato straordinario fu tutto tranne che frutto del caso, visto che già da due anni la squadra veneta riusciva a insediare le big del nostro calcio, con dei piazzamenti assolutamente ragguardevoli, specie considerando che sino alla stagione 1981/82 i Nostri ancora militavano nella serie cadetta.

E fu proprio in quel campionato, culminato con una fantastica promozione, che si gettarono le basi per il clamoroso exploit dello scudetto targato 1985. Molti di quei giocatori saranno infatti poi altrettanto protagonisti tre anni dopo, trainati da un allenatore che il mondo del pallone aveva imparato a conoscere, e con lui i suoi comportamenti da antidivo.

Il Verona alla vigilia del campionato 1984/85 non partiva con i favori dei pronostici ma il quarto posto del campionato 1982/83 (condito da uno splendido girone d’andata giocato ad armi pari con le capolista, per di più appunto da matricola), il sesto dell’anno successivo, e soprattutto la Coppa Italia sfumata due volte in finale e il bel cammino in Coppa Uefa terminato ai sedicesimi, ne facevano un’ideale outsider.

Per di più la società del patron Ferdinando Chiampan, presieduta da Celestino Guidotti, in cui l’ex bandiera gialloblu Mascetti fungeva da braccio destro del mister, si era mossa nel migliore dei modi in fase di calciomercato, regalando a Bagnoli – già “Mago della Bovisa”, ribattezzato poi Schopenauer da Gianni Brera, un suo grande estimatore – alcuni giocatori di caratura internazionale che si rivelarono poi tasselli fondamentali del mosaico vincente gialloblu. Si trattava del terzino sinistro tedesco Hans Peter Briegel e dell’attaccante danese Preben Elkjaer-Larsen, entrambi uomini di punta delle rispettive nazionali e che andavano a colmare quelle lacune, soprattutto sul piano fisico, emerse l’anno precedente.

L’allenatore Osvaldo Bagnoli, autentico artefice del “Miracolo Verona”, portato in trionfo dai suoi ragazzi
(foto tratta da Calcio – Fanpage)

Il telaio della squadra era già solido, i calciatori si conoscevano bene e sembravano giocare ad occhi chiusi, tali erano collaudati i dettami tattici di Bagnoli, il quale ogni volta si sminuiva sostenendo quanto il calcio fosse in realtà un gioco semplice e si trattasse in pratica solo di mettere tutti nelle condizioni di poter esprimere il proprio potenziale tecnico nel migliore dei modi… già, come fosse facile!

Invece andò proprio così, ognuno sapeva cosa fare e come muoversi in campo, e in pochi passaggi il gioco, spesso iniziato da capitan Tricella, uno dei liberi dai piedi buoni più forti d’Italia, degno erede dei forti difensori azzurri, e smistato dal raffinato regista Antonio Di Gennaro veniva poi accelerato d’improvviso grazie alle frecce Piero Fanna e il già citato Elkjaer, abile quest’ultimo anche a finalizzare assieme al partner d’attacco, il suo complementare Nanu Galderisi, grande promessa dei tempi della Juventus con cui già aveva vinto due scudetti. Quante azioni condotte magistralmente in questa maniera sono poi culminate con il gol!

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Io bimbo emozionato con uno dei miei idoli: Piero Fanna, oltre che un campione, una grande persona

Uno dei segreti del Verona fu quello di essersi affidati in fase di costruzione della rosa a giocatori spesso provenienti dai grandi club ma che per varie ragioni non erano stati in grado di affermarvisi pienamente: valeva appunto per Galderisi, come per i già citati Tricella, Fanna e Di Gennaro (simboli assoluti del trionfo gialloblu) ma anche per il forte terzino Luciano Marangon, gli ex viola Sacchetti e Bruni o il portiere Garella.

Altri elementi invece magari non attiravano titoli dei giornali ma si erano dimostrati negli anni affidabili al 100% e perfettamente funzionali allo scacchiere gialloblu: alludo al “vecchio” Domenico Volpati, vero jolly capace di disimpegnarsi indistintamente in difesa come a centrocampo, al terzino Mauro Ferroni e allo stopper Silvano Fontolan.

Tutti insieme questi giocatori divennero il “capolavoro” di Bagnoli!

Il mister fu un maestro nel capire come far rendere al meglio la sua squadra, per sfruttarne appieno il talento: volle inoltre da subito dei giocatori polivalenti, abili a giostrare in più porzioni di campo. A tal proposito una delle sue prime e più felici intuizioni fu quella di cambiare ruolo ad esempio al campione Briegel, sia perchè a sinistra in difesa viaggiava già alla grande Marangon, sia perchè da interno di centrocampo poteva far valere tutta la sua strabordante potenza fisica e atletica. Pronti, via e il tedesco si incollò –  da consegna –  al suo esordio in campionato allo spauracchio Maradona, il miglior giocatore del pianeta, giunto proprio in quella stagione in Italia per giocare (e vincere, ma lo avrebbe fatto più tardi!) nel Napoli.  Poi però non abbandonò più quella posizione, prese possesso del campo divenendo spesso micidiale sotto porta (furono ben 9 i suoi gol a referto a fine stagione, alcuni di ottima fattura oltre che preziosissimi ai fini del risultato).

Un altro calciatore che beneficiò non poco della mano di Bagnoli fu senz’altro il tornante Piero Fanna, che più volte negli anni ha manifestato gratitudine nei suoi confronti per averlo “liberato” da tanti compiti tattici, in modo che potesse far sprigionare tutta la sua fantasia. A fine campionato proprio Fanna fu giudicato il miglior calciatore di tutto il campionato, un fantasista imprendibile che toccò il suo apogeo proprio a Verona, contesto nel quale seppe esprimersi in tutte le sue innegabili qualità tecniche, soffrendo invece non poco le pressioni nelle grandi piazze.

Preben Elkjaer-Larsen e Hans-Peter Briegel si rivelarono autentici campioni, fondamentali nello scacchiere gialloblu
(Foto Pinterest)

Ho già citato l’importanza anche dell’altro straniero, il danese Preben Elkjaer; all’epoca se ne potevano tesserare solo due e capirete anche voi come fosse fondamentale non sbagliare l’acquisto… beh, l’attaccante scandinavo, il vichingo gialloblu ci mise qualcosa come 10 secondi per entrare in sintonia con la squadra, con la piazza, con la città intera, fino a contendere il ruolo di beniamino del popolo veronese all’altra autentica icona da queste parti, il mitico Gianfranco Zigoni!

Scherzi a parte, e limitandoci ai risultati sul campo, che possiamo dire del danese? Fu devastante, un satanasso delle aree avversarie, un contropiedista nato ma che sarebbe ingeneroso incasellarlo solo a quella voce, perchè Elkjaer fu molto di più: era un attaccante completo, tra i migliori in ambito europeo della sua epoca (non vinse il Pallone d’Oro per un soffio, giungendo terzo nel 1984 dopo un ottimo Europeo e secondo dietro Platini l’anno successivo, quello appunto dello Scudetto). Nella memoria collettiva rimane il famoso gol senza scarpa alla Juventus in un Bentegodi gremito all’inverosimile (come sempre in quella splendida stagione), in quella dei tifosi invece rimangono miriadi di ricordi e aneddoti non solo legati al rettangolo verde.

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Lo Stadio Bentegodi di Verona gremito in ogni ordine di posto per la Festa dello scudetto

In tempi molto differenti da quelli attuali, dove ogni club è formato da organici extra large, fece comunque notizia che il Verona riuscì a imporsi su tutte le rivali schierando in tutto solo 17 giocatori. Il cerchio si restringe ulteriormente comprendendo fra questi anche il secondo portiere Spuri che in pratica giocò solo 10 minuti in tutto il campionato e il giovane Fabio Marangon, fratello minore di Luciano; più presenti invece fra i rincalzi furono il difensore Donà e l’attaccante esterno Turchetta, assai preziosi nei momenti in cui i titolari del ruolo erano alle prese con degli infortuni.

La storica prima pagina della Gazzetta dello Sport all’indomani della conquista dello scudetto da parte del Verona (Foto tratta da Hellas Live)

Chiunque abbia vissuto quel campionato, che fosse un tifoso o un semplice appassionato di calcio, non può certo aver dimenticato il Verona Campione d’Italia!

Il torneo 1984/85 fu quello dei grandi big stranieri (i vari Platini, Zico, Dirceu, Rummenigge, Socrates e chi più ne ha più ne metta), della miglior generazioni di talenti nostrani, che solo tre anni prima si erano aggiudicati uno straordinario Mondiale e viene ricordato (però erroneamente) come l’unico col sorteggio arbitrale integrale. In fondo meglio così, vuol dire che il Verona vinse anche in condizioni “normali” in cui solitamente esiste la cosiddetta sudditanza psicologica… Insomma, tagliamo la testa al toro, vinse perchè era la squadra più forte!

Un’impresa oltretutto irripetibile: nessun’altra provinciale, non volendo così considerare la super Sampdoria scudettata nel 1990/91, è mai più riuscita a fregiarsi del titolo di campione d’Italia e a dirla tutta, visto che Cagliari è (come Genova) capoluogo di Regione, per tornare all’ultima città solo capoluogo di provincia vincitrice del campionato bisogna risalire addirittura all’epopea della Pro Vercelli, che nel 1921/22 vinse l’ultimo dei suoi sette clamorosi scudetti (quell’anno si aggiudicò il titolo anche la Novese, in quanto c’erano due competizioni ufficiali; inoltre non ho tenuto conto dell’exploit dei Vigili del Fuoco di La Spezia vincitori di un torneo in tempi di guerra nel 1944, in quanto non fu quello un campionato riconosciuto)

35 anni sono passati dall’affermazione del Verona… io ero solo un bimbo di 8 anni in fondo ma, potete pure non credermi, se chiudo gli occhi mi tornano alla mente tutte le immagini di quel periodo: le partite (andavo sempre allo stadio con mio papà Vincenzo e mio zio Daniele, che all’epoca gestivano un grande calcio club), le trasferte, le tante innumerevoli emozioni, le cene con i giocatori quando venivano in visita alle serate del calcio club (ho diverse foto con i protagonisti: Tricella, Fanna, Galderisi, Garella…), io che ero un po’ la mascotte e in pulmann prendevo il microfono, aggiornavo in tempo reale le classifiche ed ogni volta era un vero tripudio!

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Io felicissimo in mezzo a capitan Tricella e Nanu Galderisi. Dietro di noi mio padre Vincenzo, all’epoca Presidente del Calcio Club di Menà Vallestrema

Ricordi incancellabili, non ho remore nel definirli tra i più belli e intensi della mia infanzia.

Credo sinceramente che vincere uno scudetto per una “piccola” sia ben diverso rispetto a quelle squadre “abituate” a farlo negli anni… e io mi ritengo davvero fortunato ad aver vissuto da vicino quella splendida stagione!

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Tre grandi campioni dello scudetto gialloblu, Tricella, Galderisi e Fanna, tagliano la torta a una cena del Calcio Club. C’era un clima di grande festa attorno a quella mitica squadra capace di far sognare l’intera città di Verona

Le pagelle dell’Hellas Verona in questo anomalo campionato 2019/2020, sospeso sul più bello per il coronavirus. E’ meglio non riprendere: la salute viene prima di tutto.

Da tempo sul mio blog non dedicavo articoli a una delle mie più grandi passioni, quella per il calcio. D’altronde la realtà ha preso il sopravvento e anzi, proprio lo sport più amato del mondo è stato uno degli ultimi baluardi a resistere, continuando imperterrito in condizioni proibitive a dir la verità, mentre tutto attorno stava dilagando un’epidemia e si iniziava a faticare a tenere il conteggio delle morti.

Riguardo al Covid-19 e all’impatto che sta avendo sulle nostre vite scriverò probabilmente più nello specifico in un altro post, limitatamente alla mia esperienza, giacché si tratta di un argomento davvero complesso, e di informazioni spesso frammentarie, se non divisive, ne arrivano da più parti, basta accendere la tv per esserne letteralmente bombardati. L’epidemia ha stravolto tutto, ha interrotto delle esistenze, rovinato sogni e distrutto famiglie, togliendo in alcuni casi la speranza; in diversa gente ha acceso invece la rabbia e incentivato la voglia di uscire, in primis da questa situazione in cui in molti ci sentiamo costretti. Ma, ripeto, se avrete voglia di leggermi, ne parlerò in un’altra occasione, qui mi limiterò a soffermarmi in maniera del tutto leggera su una questione legata al calcio, altro settore giocoforza stoppato.  Nello specifico andrò a rendere omaggio alla stagione, ahimè parziale, che stava disputando la squadra per cui tifo, vale a dire l’Hellas Verona, ponendo attenzione sul percorso individuale delle singole componenti in gioco (quindi allenatore, calciatori e società).

Da amante di questo sport, che seguo da quando sono bimbo in modo assiduo e che negli anni mi ha visto anche occuparmene da più angolazioni, mi dispiace ovviamente che il tutto si sia fermato ma credo veramente che il futuro del campionato sia l’ultimo pensiero allo stato attuale. Ho mia moglie che lavora in ospedale, in un reparto covid, quindi tutti i giorni mi sento raccontare dell’evolversi di una situazione generale che, nonostante vada via via migliorandosi, è però in verità molto critica, con l’emergenza sanitaria che ancora non si può definire conclusa. Per questo dico che il pallone, come altre cose, non siano preminenti in questo momento, se non per l’aspetto economico, che però sappiamo bene riguardare tutti i settori, soprattutto i piccoli artigiani, quelli sì messi purtroppo alle strette dallo stop improvviso delle attività.

Fatto sta che, apprestandomi a fare delle semplici considerazioni da tifoso, mi rammarico moltissimo che proprio sul più bello il campionato del Verona si sia arenato, quando la squadra di Ivan Juric (che si stava dimostrando condottiero con i fiocchi e con i controcoglioni), da tutti data in agosto per sicura retrocessa al termine del torneo, si stava rivelando al contrario dei pronostici come l’autentica rivelazione della serie A.

Credo però che questo sia un sentimento comune a tutti i tifosi di quelle squadre che si stavano ben disimpegnando per raggiungere i propri obiettivi… pensiamo ad esempio alla Lazio, all’Atalanta, a Lecce e Genoa appaiate in lotta per non retrocedere, o allargando l’obiettivo guardiamo al Benevento e alla sua incredibile cavalcata verso la serie A, o scendendo ancora (ma solo di categoria) che dire degli straordinari campionati di compagini quali il Monza o la Reggina? Ma, a parte ciò, con praticamente un terzo dei campionati ancora da giocare, nessun verdetto era stato di fatto deciso, e tutti i giochi in fondo erano ancora aperti.

Uno scorcio dello stadio Bentegodi, con la curva gremita e festante che, al solito, non ha fatto mancare il suo sostegno alla squadra in questo campionato.

Voglio però tornare sul Verona e stilare le mie pagelle ai protagonisti della stagione in corso, ammettendo che, dal mio punto di vista (e sottolineo nuovamente lo dico con un briciolo di amarezza visto che stavamo assistendo al più bel campionato dei gialloblu da un sacco di anni a questa parte) sarebbe opportuno chiudere anzitempo il torneo, non so se assegnando o meno titoli e piazzamenti.

I playoff potrebbero essere una soluzione straordinaria, anche se non mi entusiasmano, mentre iniziare con forse 3-4 mesi di stacco equivarrebbe a farne un campionato diverso, senza tenere conto di tutte le implicazioni legate inevitabilmente al virus: in uno sport di contatto fisico la vedo sinceramente complicata una possibile ripartenza a breve, per non dire della tristezza di giocare a porte chiuse. Meglio guardare avanti alla prossima stagione quindi, sperando davvero che le cose possano migliorare e che presto quello che stiamo vivendo tutti sia solo un ricordo lontano.

Veniamo finalmente al senso di questo articolo, che è quello di porre in luce quei giocatori che stavano facendo un campionato eccezionale, e nel farlo mi avvalerò di questo “strumento” da molti odiato: le pagelle!

Ovviamente nessuno si erge a portatore della verità assoluta, il mio è solo un tentativo di inquadrare sinteticamente la stagione del singolo giocatore, attenendomi ovviamente a sensazioni personali ma corroborate dalla mia onestà intellettuale che prescinde dal fatto che scriva per un giornale, un sito o semplicemente per il mio blog, senza in questo caso vincoli di spazio o di questioni legate al risultato o agli umori del momento. Voto che ovviamente andrò a esplicare poi nel dettaglio. Buona lettura!

L’ALLENATORE IVAN JURIC 9

L’allenatore croato è il vero artefice del campionato rivelazione dell’Hellas Verona, inutile girarci attorno. Giunto in estate tra lo scetticismo della piazza, unita nel voler appoggiare e seguire Aglietti, il tecnico che ci aveva regalato inaspettatamente la più rocambolesca delle promozioni dopo i playoff, ha saputo conquistare tutti giorno per giorno. Nel farlo è stato sicuramente aiutato dai risultati ma è innegabile che a garantire il binomio perfetto con l’ambiente e i tifosi sia stato il suo modo di rapportarsi, di lavorare soprattutto sul campo (oltre che sulla testa dei giocatori), di stare lontano dai riflettori nonostante col tempo ci sia finito comunque, perchè la sua fama è arrivata presto anche altrove, con editorialisti, giornalisti, scrittori che si sono ritrovati a scriverne le gesta, conquistati dalla sua aura da indomito condottiero. Un uomo fine e coriaceo al tempo stesso, sagace ma senza volerne fare una virtù o un vezzo, e in questo ricorda da vicino il mitico, inarrivabile Osvaldo Bagnoli, maestro di poesia applicata al calcio e pragmatismo.

Non sono un tecnico, ma il suo è stato indubbiamente anche un capolavoro sportivo, laddove ha saputo “indottrinare” (termine odioso, lo so, ma nel suo caso calzante a pennello, visto come i ragazzi lo seguono in campo) un gruppo che aveva bisogno non solo di fiducia, ma anche di disposizioni chiare, di qualcuno che li aiutasse a rendere al meglio. Ecco, la cosa che più mi ha colpito e piaciuto di questo allenatore sul quale mi verrebbe da puntare a occhi chiusi per il futuro, è proprio la sua capacità di tirar fuori il meglio dai proprio uomini, non solo le qualità tecniche ma anche l’orgoglio e le motivazioni più profonde, sapendo toccare le corde giuste. Ognuno in campo sembra davvero dare quel quid in più. Tatticamente Juric ha sempre impostato il Verona imperniandolo su una difesa a 3, unico baluardo insostituibile, con a sostegno due esterni fissi a centrocampo, assolutamente funzionali al suo gioco mentre si è sbizzarrito dalla mediana in su, facendo ruotare molto le posizioni dei trequartisti che si sono rivelati tutti col tempo dei potenziali falsi nueve, visto che di partita in partita il suo modulo si è delineato come un 3-4-2-1 privo di un vero centravanti di ruolo. Se il tutto non è stato un capolavoro, ci è andato molto vicino. Insomma, teniamocelo stretto se possibile, pur considerando onestamente che, se c’è un tecnico che può ambire a una carriera a grandi livelli, quello è proprio Ivan Juric.

MARCO SILVESTRI 7,5

Il portierone gialloblu alla sua prima vera stagione da titolare in serie A si sta dimostrando tale, cioè un “portierone”. Scusate la considerazione tautologica ma davvero Silvestri, già tra i protagonisti più positivi della tribolata stagione scorsa, culminata tuttavia in modo trionfale, ha sempre infondato sicurezza all’intero reparto, toppando raramente (capita comunque anche ai più grandi portieri) e mostrandosi sicuro, reattivo e in possesso della giusta personalità per guidare il reparto. Umile e non di facili proclami, anche fuori dal campo si è rivelato un bravo ragazzo e questo per me è un valore aggiunto. Ovviamente anche per lui si sono affacciate le sirene di mercato ma mi auguro possa rimanere a difendere i nostri pali ancora a lungo, o almeno mi accontenterei ci fosse nella prossima stagione.

AMIR RRAHMANI 8

Pronti, via e il difensore kosovaro si è presentato subito per le sue qualità: attento, coriaceo, affidabile, fisicamente prestante e a tratti insuperabile. Tutte qualità che lo hanno imposto come uno dei difensori più forti dell’intera serie A, e sul quale si è formata la fila dei pretendenti. L’ha spuntata il Napoli che già a gennaio ce lo aveva strappato, creando i presupposti per un’importante plusvalenza. Non è il mio campo e se è giusto ammettere che fosse inevitabile una sua cessione, mi spiace che questa sia avvenuta così in fretta. Ovvio, col senno di poi è stato lungimirante – oltre che fortunato pur nelle circostanze avverse della situazione contingente – il presidente Setti a venderlo per tempo. Rrahmani nel Verona ha sempre giocato centrale di destra nel terzetto predisposto da Juric ma nella sua Nazionale – dove è capitano – figura stabilmente in mezzo in una difesa a 4. In tutto il campionato lo avrò visto in difficoltà una volta sola, i suoi errori si contano davvero sulle dita di una mano.

MARASH KUMBULLA 8

Tocca sostanzialmente ripetere in soldoni quanto scritto a proposito del suo compagno di reparto Rrahamni, con la differenza che Kumbulla, orgoglio gialloblu, essendo cresciuto nel vivaio e da qui lanciato direttamente con successo e senza esitazioni in prima squadra, ha sei anni in meno del compagno, essendo nato nel 2000. E proprio (anche) in virtù di ciò, Marash si è fatto notare, visto che col solo Tonali (altro autentico campioncino, fiorito a Brescia), è l’unico millennial che è riuscito a imporsi così in fretta in serie A, oltretutto in un ruolo assai delicato come quello di difensore centrale. D’altronde le sue qualità sono sotto gli occhi di tutti: concreto, attento, veloce, con un grande senso dell’anticipo, un ottimo stacco di testa (che c’ha portato in dote punti preziosissimi!) e una personalità spiccata a scapito dell’età verdissima che però nel suo caso non si traduce mai in “arroganza”, qualunque accezione si voglia dare al termine. Voluto da mezza Europa, questo stop ha un po’ frenato le trattative e c’è la concreta eventualità che il ragazzo rimanga con noi per dare continuità a questa “mezza” stagione, dico così nel suo caso perchè è stato anche alcune settimane fuori per infortuni. Quando era disponibile però è sempre stato titolare inamovibile nelle retrovie, giocando per lo più centrale ma adattandosi in modo un po’ inaspettato, lo ammetto, anche sul centro sinistra, sfoderando prestazioni straordinarie come quella contro la Juventus dove è stato baluardo insuperabile.

KORAY GUNTER 7

Il meno celebrato del terzetto arretrato, ha sempre goduto di poca considerazione, credo ancora per quegli errori a inizio stagione che hanno pesato qualcosa in termini di punti, pensando a un paio di rigori da lui causati. Detto ciò però sarebbe assurdo, oltre che tremendamente ingiusto, non evidenziare i suoi costanti miglioramenti, la sua applicazione, la sua capacità di tradurre sul campo i dettami di un allenatore che l’ha fortemente voluto, memore del suo passaggio al Genoa quando il turco-tedesco pareva in rampa di lancio. Gunter ha solo 26 anni e mai come quest’anno a Verona sta dimostrando le sue qualità, da difensore moderno, con buona visione di gioco, reattivo e che compensa con l’ intelligenza tattica e la tecnica (ottima per un difensore come lui) quelle che sono alcune carenze fisiche. Non è del tutto gialloblu, come gran parte della rosa attuale d’altronde, ma ci sono concrete possibilità che venga confermato anche per la prossima stagione.

DAVIDE FARAONI 7,5

Arrivato alla soglia dei 30 anni, Marco Davide Faraoni finalmente è sbocciato in tutto il suo strabordante talento, da giocatore a tutta fascia, ruolo in cui attualmente ha pochi rivali in Italia, considerando che il tecnico Mancini gli sta preferendo giocatori dal pedigree migliore a livello di carriera ma non sempre superiori sul piano squisitamente tecnico. Sì, perchè il laterale romano sta finalmente mostrando con continuità quelle che sono qualità da sempre riconosciutegli: la forza, il grande atletismo, la velocità, la capacità di inserirsi e di partecipare all’azione, tutte componenti che ai tempi delle giovanili della Lazio e dell’Inter parevano evidenti e connaturate, salvo poi faticare a farle emergere alla prova del campo da professionista. A Verona ha trovato l’ambiente ideale, essendo uno dei pochi fra l’altro uscito indenne dal tourbillon tattico cui aveva sottoposto tutti Fabio Grosso nella sua esperienza sulla panchina gialloblu un anno fa. Certo, il cambio di ruolo a un certo punto era capitato anche a lui, provato con alterne fortune da interno di centrocampo ma è bastato pochissimo a Juric per riportarlo dove gli è più congeniale, padrone assoluto della fascia destra, con il pallino di qualche gol ancora in canna. Anche su di lui sono puntati i fari di diversi club blasonati, Roma e Inter su tutte, e in entrambi i casi sarebbe un ritorno a casa, ma anche Verona ormai è diventata molto più che una città adottiva, è quella in cui si è affermato come un giocatore da serie A a tutti gli effetti.

SOFYAN AMRABAT 8,5

In una squadra rivelazione, se devo indicare la rivelazione per eccellenza il mio pensiero va per primo a lui, il centrocampista marocchino, cresciuto calcisticamente in Olanda, che ci ha messo qualcosa come 10 secondi per entrare nel cuore dei tifosi gialloblu. Tale è stato il suo impatto sul terreno di gioco, con Amrabat a correre a perdifiato su ogni pallone, rincorrendo avversari a getto continuo, con uno strapotere fisico che sembrava subito evidente. Poteva essere la classica rondine che non sempre fa primavera, invece gara dopo gara ha legittimato il suo posto da titolare, con prestazioni spesso devastanti, come i suoi strappi in mezzo al campo, i suoi tagli improvvisi, le sue corse, i suoi recuperi, i suoi appoggi intelligenti ai compagni, la sua leadership indiscussa in coppia col più navigato compagno di reparto Veloso, col quale si completa meravigliosamente, componendo una delle coppie migliori della serie A. Gli manca solo il tiro (e un pizzico di tecnica, giusto dirlo) per essere all’altezza dei fuoriclasse nel ruolo. Già ceduto a gennaio, dopo interessamenti diffusi da parte di tanti club, si è accasato un po’ a sorpresa alla Fiorentina dove avrà modo di crescere ancora, con margini che al momento non sono tanto preventivabili. Credo che nel suo caso la condizione atletica sia fondamentale per rendere al meglio ma sarebbe sbagliato immaginarlo come giocatore solo di sostanza. A Verona è stato molto di più in questi mesi, una goduria per gli occhi.

MIGUEL VELOSO 7,5

Uno degli uomini simbolo del Verona, uno dei fidi scudieri di Juric che lo ha conosciuto ai tempi del Genoa e lo ha voluto subito nella sua avventura in riva all’Adige. Per molti Veloso era un giocatore, non dico finito, ma ormai “vecchio” o quanto meno sul viale del tramonto, dopo aver dato il meglio di sè proprio nell’avventura genoana, oltre che in Nazionale dove, a fianco di un certo Cristiano Ronaldo si è tolto delle enormi soddisfazioni, su tutte la vittoria dell’Europeo 2016 giocando da titolare in mezzo al campo. Niente di cui stupirsi, poichè al portoghese è stata sempre riconosciuta una tecnica individuale sopra la media, che però Miguel ha sempre preferito mettere al servizio delle squadre in cui ha giocato. A Verona, in un contesto tecnico sicuramente più povero, ha saputo invece da subito spiccare, svettando su tutti con il suo sinistro delizioso, in grado di disegnare traiettorie perfette, di innescare i compagni, finanche di finalizzare (ed è successo più volte, specie ad inizio stagione, quando mettere fieno in cascina si è rivelato assolutamente fondamentale, se non vitale calcisticamente parlando). Ha patito, come gli capita spesso, dei guai fisici e, complice anche l’età che veleggia verso i 34 anni (li farà l’11 maggio, giorno del mio compleanno, concedetemi la nota autobiografica), la sua presenza in campo è stata dosata egregiamente da Juric, il quale ha capito presto che su di lui poteva contare a occhi chiusi. Veloso è stato più volte il capitano della squadra, complici le numerose assenze per vari motivi del capitano designato Pazzini, e si è sempre mostrato totalmente all’altezza del ruolo, un giocatore davvero irrinunciabile per Juric e praticamente l’unico della rosa con determinate caratteristiche. Non è mai stato un fulmine di guerra a livello fisico (poco importa, corre Amrabat per lui) ma il suo sinistro è qualcosa di magico.

DARKO LAZOVIC 7,5

Il giocatore venuto a Verona, già nazionale serbo, è forse quello che ha reso di più se proporzionato al poco clamore con cui è stato salutato il suo ingaggio (a parametro zero, giusto sottolinearlo). Sembrava un altro di quei “colpi” alla Juric (assecondato dal ds D’Amico), fido calciatore dell’allenatore che lo aveva oltremodo apprezzato negli anni trascorsi assieme a Genova, sponda rossoblu. Un calciatore di valore che, se non sembrava prematuramente sul viale del tramonto (in fondo deve ancora compiere 30 anni), era visto come un incompiuto, lontani com’erano i tempi in cui seppe emergere da giovanissimo nella blasonata Stella Rossa. Insomma, sembrava che il periodo di maggior rendimento fosse già alle spalle. Invece Lazovic si è dimostrato assolutamente un grande colpo (togliamo pure le virgolette!), padrone assoluto della fascia sinistra (e qui apro una parentesi, visto che quasi tutti si aspettavano che si contendesse il posto con Faraoni sulla destra e che di conseguenza l’altra fascia fosse sguarnita, invece io mi ricordavo benissimo come lui fece la sua miglior stagione genoana con Juric proprio da esterno sinistro). Il serbo è un moto perpetuo su quella parte di campo, che copre per intero, non stancandosi proprio mai (e infatti gioca praticamente sempre!): sa abbinare egregiamente come pochi altri qualità e quantità, crea superiorità, spesso fa pendere le sorti della gara dalla sua fascia, e ne indirizza gli esiti con i suoi guizzi, gli assist al bacio, le serpentine… insomma, “tanta roba”, per usare un’espressione che non sopporto ma che ben si addice nel suo essere stringente ed efficace a spiegare il grande campionato del nostro laterale.

MATTIA ZACCAGNI 7,5

Ex enfant prodige delle giovanili dell’Hellas, è davvero confortante che finalmente proprio a Verona Mattia stia esplodendo mettendo in mostra tutto il suo talento e dimostrando che in serie A può starci alla grande. Ivan Juric ne ha fatto un titolare, pur alternandolo talvolta nel doppio ruolo di trequartista/falso nove con i vari Verre (soprattutto), il polivalente Pessina e l’ultimo arrivato, l’assetato Borini. Zac però ha caratteristiche che lo rendono unico nello scacchiere gialloblu: nato centrocampista centrale (giocava in coppia con Donsah nella Primavera del Verona), da professionista per le sue qualità tecniche è stato presto avanzato, con Pecchia e Grosso che preferivano confinarlo maggiormente sulla fascia, o largo in un tridente offensivo. Lui ha sempre fatto la sua parte ma forse non ha mai sentito la piena fiducia, o meglio non si è mai sentito un vero titolare e così, complici anche alcuni infortuni, non si era ancora del tutto affermato. Juric ha puntato subito su di lui, ricavandone un centrocampista con licenza di attaccare gli spazi, di creare superiorità numerica con i suoi dribbling sullo stretto, e ogni tanto di concludere. Ecco, Zaccagni deve ancora migliorare nella concretezza, nella scelta di alcune soluzioni durante i momenti topici delle gare, ma raggiunto quello step, allora vorrebbe dire che saremmo di fronte a un campioncino bello che finito. A breve compirà 25 anni e ha tutto il tempo davanti per ambire a conseguire dei buoni risultati in carriera e, perchè no?, diventare magari una nuova bandiera del Verona. Intanto, tornando alla più stretta attualità, una vittoria molto più importante l’ha conseguita fuori dal campo, avendo sconfitto il coronavirus che lo aveva colpito a inizio pandemia. Forza Mattia, riprenditi il tempo perduto!

MATTEO PESSINA 8

Il giovane centrocampista, di proprietà dell’Atalanta che l’ha mandato a Verona in prestito, è in possesso di doti tecniche superiori, su questo non ci piove. E’ il classico giocatore destinato a una carriera importante, in squadre di vertice così come in Nazionale, dove credo sarebbe arrivato al termine di questa stagione, magari dopo gli Europei, se si fosse andati avanti regolarmente. Siccome tutto è stato stravolto, coltivo ancora la speranza che Matteo rimanga con noi un altro anno, anche se in realtà non lo penso: è poco credibile che l’Atalanta faccia l’errore di cederlo. Sembrava timido nelle sue prime apparizioni in gialloblu, anche se già nella trasferta di Lecce il suo impatto fu decisivo, così come il gol vittoria che fece nel secondo tempo. E’ diventato via via insostituibile, una presenza silenziosa, di quelli che magari non noti molto in campo ma che garantiscono sempre la prestazione; oltre a ciò, il talentuoso classe ’97 si è mostrato assolutamente duttile, un vero tuttocampista, capace di giocare da interno – ruolo ideale -, da mediano difensivo, da regista al posto di Veloso (l’unico che secondo Juric gli si avvicina per qualità tecnica), da trequartista, fino al finto centravanti (ruolo indefinito quest’ultimo ma diventato in realtà il marchio di fabbrica del tecnico). Sempre e dovunque Pessina ha dato un grande contributo, confermando finalmente quelle promesse che gli amanti del calcio giovanile attendevano da tempo, visto che il calciatore monzese ha attraversato con successo tutti i passaggi in maglia azzurra, giocando da protagonista ad esempio in un’edizione del Mondiale Under 20, con ltalia giunta terza e sconfitta solo in semifinale dai futuri campioni dell’Inghilterra.

VALERIO VERRE 7

Grande promessa ai tempi delle giovanili della Roma, Valerio Verre, classe 1994, non era mai riuscito a trovare la giusta continuità in serie A, mostrando solo a sprazzi quel talento che gli viene riconosciuto da più parti, specie dai tanti tecnici che sinora lo hanno allenato. Che fosse bravo era sotto gli occhi di tutti, eppure in pochi – verrebbe da dire nessuno, se escludiamo Alessandro Nesta che lo allenò l’anno scorso a Perugia,  ricavandone in cambio un rendimento più che brillante – gli hanno concesso fiducia. Juric però sin dal ritiro estivo aveva speso parole d’elogio per lui, considerandolo a ragione di caratura superiore a livello squisitamente tecnico. Poi sarebbe toccato a lui dimostrare sul campo di confermare le parole al miele dell’allenatore croato. Sin qui il cammino di Verre è stato un po’ altalenante ma di certo positivo, con il romano abile a giostrare in più posizioni, compresa quella fatidica di centravanti atipico, elemento chiave dell’11 gialloblu. Le sue caratteristiche tecniche sono ben diverse da quelle dei corrispettivi pari ruolo, visto che Verre è un trequartista “di posizione”, votato più a costruire il gioco, visti i trascorsi da regista. La sua visione di gioco, il senso tattico spiccato, il passaggio filtrante sempre in canna, sono solo alcune delle caratteristiche maggiormente emerse in tutta la sua pienezza nella sua esperienza in gialloblu. Ci sono dei difetti ancora da limare, in primis la continuità di rendimento non sempre garantita, una certa componente caratteriale che si manifesta solo a tratti. Gli viene imputato di non essere troppo “cattivo” in certi frangenti, di preferire il fioretto alla spada ma tutto sommato il suo contributo alla causa lo sta dando, anche in termini di gol. Nemmeno lui come tanti, troppi, della rosa attuale, è di proprietà del Verona, essendo in prestito dalla Sampdoria, ma sarebbe molto utile provare a trattenerlo.

GLI ALTRI PROTAGONISTI

Ecco, a conti fatti,  Juric si è affidato a un 11 base, scegliendo suppergiù questi giocatori per delineare una squadra in grado di dire la sua in un campionato mai come quest’anno così equilibrato. La sua intuizione, maturata in estate, è stata quella di “scegliere” una formazione titolare sulla quale far ruotare di volta in volta gli elementi della rosa. Il vero nocciolo della questione è stato, come sottolineato più volte, la mancanza di attaccanti adatti al suo gioco, constatazione che lo ha indotto a tagliare la testa al toro, rinunciandovi di fatto e optando appunto per il falso nueve.  Eccezioni ce ne sono state, con l’utilizzo dall’inizio di un vero terminale offensivo, a partire dal titolare designato, il centravanti Stepinski, fino al giovanissimo talento Salcedo e al redivivo capitan Pazzini, senza dimenticare l’eroe dei playoff Samuel Di Carmine; proprio quest’ultimo con alterne fortune è quello che maggiormente ha vestito i panni del primo riferimento offensivo. Forse con l’arrivo di Borini si stava iniziando a delineare una nuova gerarchia, visto l’ottimo impatto dell’ex rossonero ma di fatto anche lui pare rendere al meglio nell’intasata posizione di trequartista.  Juric ha comunque saputo dare spazio a (quasi) tutti gli elementi della rosa, alcuni dei quali hanno mostrato di non far rimpiangere i titolari quando chiamati in causa. Anche questo è uno dei segreti dell’ottima stagione del Verona, sospesa ricordiamolo quando i gialloblu si trovavano nella parte sinistra della classifica, di più: a giocarsi a pieno diritto un posto per l’Europa League.

Ecco quindi di seguito il mio giusto tributo anche agli altri protagonisti che hanno contribuito, seppur in misura molto minore, al bellissimo esito (parziale) di questo campionato 2019/2020 (esclusi quei giocatori ceduti a gennaio, i quali, a parte forse il solo Tutino, sembravano fuori dal progetto).

Mi spiace molto in questo articolo parlare al passato, come se il torneo fosse già concluso ma a mio parere non ci sono proprio i presupposti perchè questo possa riprendere.

SAMUEL DI CARMINE 6,5

Non ha mai lesinato l’impegno sul campo l’attaccante di Firenze, lo abbiamo visto lottare all’interno dell’area di rigore contro difensori fortissimi e svariare sul fronte offensivo come vuole il mister; lui che, al pari di Pazzini, sarebbe il classico attaccante di rapina, abile a sfruttare il primo errore degli avversari. Gli è successo anche quest’anno in serie A qualche volta e i gol sono una gioia che ha regalato ai suoi tifosi e anche un po’ a se’ stesso, visto quanto ha atteso di potersi confrontare sui palcoscenici della serie A dopo i fasti ottenuti in cadetteria. Nonostante ciò, il Verona sembra ormai aver trovato la sua quadratura con un’impostazione tattica diversa ma la cosa importate è aver capito che su Di Carmine ci si può contare. Il suo obiettivo era di arrivare in doppia cifra, sarebbe stato comunque difficile ma in una stagione così bella niente sembrava in effetti precluso a priori.

GIAMPAOLO PAZZINI 7

Il voto può apparire esagerato, viste le poche presenze effettive, ma anche giocando poco il Pazzo ha dato un buon contributo, sia sotto rete (il mestiere lo sa fare ancora benissimo!) sia adattandosi a più di 35 anni a seguire dettami tattici per lui nuovi. La leadership poi è connaturata in lui, divenuto ormai un vero beniamino del Bentegodi, assurto a vero simbolo della squadra. D’altronde campioni come lui non ne sono passati poi tantissimi nella nostra storia e Giampaolo piace a tutti anche per non aver mai fatto polemica, per aver saputo compattare il gruppo in questi anni nei periodi più difficili, per l’estrema disponibilità, il carattere, l’attaccamento alla maglia e l’amore dimostrato a sua volta per la città e il popolo gialloblu.

PAWEL DAWIDOWICZ 6,5

Forse qui sono stato un po’ strettino, lo ammetto subito a scanso di equivoci, perchè la stagione del difensore polacco – più volte da me criticato nello scorso campionato – è stata oltremodo sufficiente, più vicina al 7 che non al 6. Pawel con tanta umiltà si è rimboccato le maniche dopo aver capito che il posto da titolare non sarebbe stato suo. Ha però compreso allo stesso tempo che dei tre dietro era il primo sostituto, quello che fra i panchinari dava più garanzie a Juric. In effetti, salvo qualche sbavatura – la prima capitata proprio a inizio campionato, con lui espulso nel primo quarto d’ora di gioco dopo aver causato un rigore: come dire, esordio shock – ha risposto sempre presente, denotando dei sensibili miglioramenti a livello difensivo.

MARIUSZ STEPINSKI 6

Il sei per il buon Mariusz è di stima, decidendo di premiare se non altro l’impegno mai fatto mancare. Volendo invece semplificare, la sufficienza l’ha raggiunta per “quel” sigillo durante la partita contro il Torino. Che poi, cavoli, il suo gol ha rappresentato una rimonta pazzesca e una delle gioie più intense della stagione per come si era messa la partita, ma per valutare positivamente il campionato dell’attaccante polacco (unico esborso di rilievo della società in fase di mercato estivo, giunto oltretutto al fotofinish) è davvero troppo poco. Non è servito nemmeno l’altra rete segnata nella gara contro la Spal, la seconda consecutiva rimasta poi l’ultima, per dargli i galloni da titolare. E’ evidente come Stepinski non abbia le stimmate del campione ma ciò non toglie che da lui era lecito attendersi di più.

FABIO BORINI 6,5

Era appena arrivato ma il suo impatto come già accennato è stato ottimo, sia per gol – importanti ai fini del risultato, il primo al suo debutto ha pareggiato i conti con il Bologna in trasferta – che per le prestazioni. Non gli affibbio un 7 pieno proprio perchè abbiamo poche “prove” sul campo, ma più che sufficienti in fondo per confermare che a questa squadra può davvero dare molto, sia in termini di qualità che di personalità. Per questo occorre fare uno sforzo e cercare di acquisirne il cartellino, lui che è in prestito dal Milan. In un mercato prossimo che forse ci depotenzierà, ripartire dalle certezze odierne può essere una chiave di volta importante per riprendere da dove ci siamo fermati. E su Fabio si può a quanto pare mettere la mano sul fuoco.

EDDIE SALCEDO 6,5

Anche nel caso del giovane talento Eddie Salcedo, protagonista delle varie selezioni azzurre, il voto appare un po’ fuorviante, perchè per quanto fatto vedere e soprattutto per le sue potenzialità, il 7 sarebbe stato più appropriato. Però anche l’ex Inter (e Genoa, insomma lo zampino di Juric che l’aveva lanciato in prima squadra in serie A quando non aveva ancora 16 anni, c’è anche stavolta) ha giocato poco, causa infortuni e un fisiologico periodo di ambientamento. Ha messo in mostra però doti da attaccante vero, nelle movenze, nel tiro, nel sapersi smarcare, nelle giocate, soprattutto nella “testa”: per essere un 2001 è già due passi avanti a tanti suoi coetanei.

Non mi sento invece di dare dei giudizi ai rimanenti giocatori che completano la rosa ma che hanno obiettivamente avuto scarso minutaggio, chi per un motivo o per l’altro. Si tratta del difensore brasiliano ALAN EMPEREUR, spesso titolare lo scorso anno in B, dei giovani laterali CLAUDE ADJAPONG e FEDERICO DIMARCO (entrambi nel giro della Nazionali giovanili, il secondo con Pessina nel già citato Mondiale Under 20 disputato nel 2017), dell’esperto SALVATORE BOCCHETTI (titolare designato ma spesso frenato dagli infortuni, uno dei leader carismatici dello spogliatoio, voluto da Juric con cui aveva giocato al Genoa), dello sfortunatissimo nazionale ghanese EMMANUEL BADU, fermato a inizio stagione da un grave problema di salute e tornato in seguito a vedere il campo a piccole dosi, del neo arrivato a gennaio VALENTIN EYSSERIC e del talento di casa ANDREA DANZI, uno che deve necessariamente accumulare esperienza ma su cui la società punta molto. Completano la rosa i portieri BORIS RADUNOVIC e ALESSANDRO BERARDI, e il promettente MATTEO LOVATO giunto a gennaio dopo aver ben figurato nella sua prima stagione tra i “grandi” a Padova in serie C. Senza dimenticare i tanti elementi della formazione PRIMAVERA che stanno disputando un’ottima stagione in campionato (con la speranza concreta di tornare in Primavera 1, dopo essere stati a lungo primi a inizio stagione), oltre ad aver raggiunto clamorosamente (ma con pieno merito) una storica finale di Coppa Italia da disputarsi contro la forte Fiorentina, purtroppo in data da destinarsi sempre ovviamente per cause di forza maggiore legate alla diffusione del coronavirus. Alcuni di loro si stanno già affacciando alla prima squadra e sono sicuro che Juric li terrà bene in osservazione. In tanti sarebbero da citare, mi limito qui a segnalare quello che mi sembra più pronto (e più bravo) di tutti: il difensore mancino Destiny Udogie, classe 2002, già splendido protagonista con l’Italia al recente Mondiale Under 17 che l’ha visto imporsi negli insoliti panni del centrocampista interno di sinistra, lui che tra i piccoli gialloblu viene impiegato principalmente da terzino sinistro. Chissà quanto potrà migliorare, e con lui il capitano della Primavera Lucas Felippe, il bomber Adama Sanè (media di un gol a partita in campionato!), il trequartista Jocic ex Stella Rossa, la freccia offensiva Amayah o il centrocampista Mattia Turra, sotto la guida sapiente dell’allenatore croato.

LA SOCIETA’ 8

In tutto ciò, merita un plauso anche la società il cui voto è un 8 pieno per quanto fatto nel corso della stagione, con il capolavoro (vero) di affidare la panchina a un tecnico come Juric sul quale c’erano molti più dubbi che sensazioni positive a inizio campionato. E’ stato un bel rischio, c’è da dire, specie alla luce di quanto bene aveva fatto il suo predecessore Aglietti, capace di raccogliere i cocci di una squadra in bilico tra la catastrofe e il filo tenue dei playoff presi per i capelli. Hanno visto bene però il presidente MAURIZIO SETTI e il direttore sportivo TONY D’AMICO, risoluti nel voltare pagina contro il parere di tutti, e concedendo al neo allenatore il giusto spazio anche in fase di mercato, laddove investendo poco o niente si è riusciti insieme ad allestire una squadra che stava veleggiando ben oltre l’obiettivo dichiarato della salvezza, il massimo veramente su cui in estate era lecito e realistico puntare, facendo tra l’altro un volo pindarico. In tanti, bisogna ammetterlo, non solo gli addetti ai lavori e i media, davano l’Hellas Verona per spacciato: anche fra i tifosi serpeggiava ben poco ottimismo, per usare un eufemismo.

GRAZIE DAVVERO RAGAZZI per averci regalato una stagione simile e per averci fatto tornare la voglia di seguirvi con passione… che poi, l’apporto dei tanti tifosi allo stadio non è mai mancato ma è indubbio che il clima negli ultimi tempi non fosse dei migliori a causa dei recenti campionati in cui di gioie se ne sono provate pochine.

Ora guardando il Verona finalmente ci si diverte, ci si emoziona, si può legittimamente tornare a sognare, sai che i tuoi giocatori daranno il massimo in ogni partita per ottenere il risultato e che se la giocheranno a testa alta con tutti, pur presentando delle lacune sul piano tecnico (compensate però da tanto altro!)

Dovrebbe essere sempre così ma sappiamo bene che anche nel calcio ci sono gli alti e i bassi, e quindi teniamoci stretti il ricordo di questo campionato, con la consapevolezza che forse non rimarrà un fuoco di paglia e che si saranno finalmente poggiate delle basi più solide per il futuro.

Comunque vada, mi sembrava doveroso lasciare una testimonianza da tifoso (e da giornalista) e nel mio piccolo sigillare con un articolo riepilogativo il bellissimo cammino fatto sin qui dal VERONA in questa singolare stagione 2019/2020, i cui destini sono ancora appesi a un filo.

Magari il torneo italiano più importante rimarrà a metà, magari sarà deciso a tavolino (orrore!), forse verrà completato a porte chiuse a tanti mesi di distanza dal doveroso stop, forse (e qui sono amaramente ironico!) vedremo i calciatori giocare con le mascherine ed evitare i contatti ma niente sarà più come prima.

Sono assolutamente convinto che la salute venga prima di tutto, e quindi mi pare giusto, sacrosanto, fermare il mondo del pallone finchè il peggio non sarà veramente alle spalle e limitarsi ad immaginare come sarebbero andate le cose, se il tutto si fosse potuto svolgere regolarmente.

 

Serie B: ecco i verdetti! Il Lecce torna in serie A! Palermo ai playoff, in C retrocede in modo rocambolesco il Foggia.

Cala il sipario sulla stagione regolare in Serie B, da adesso in poi ci sarà spazio per i festeggiamenti, le recriminazioni e soprattutto per i Playoff e i Playout.

Avvincente la corsa all’ultimo posto disponibile per la promozione diretta, che vedeva partire in vantaggio il Lecce di Liverani sulla corazzata Palermo di inizio stagione. Sul filo di lana, ma direi con pieno merito accede in A in maniera diretta la squadra salentina, in grado quindi di compiere il doppio salto in due anni dalla C alla massima serie. Era una vita che i giallorossi non frequentavano i piani nobili del calcio italiano, dopo i fasti degli anni ’80 e la stupenda stagione zemaniana di metà anni 2000.

Promozione meritatissima del Lecce in serie A

Una lunga rincorsa, il pantano prolungato della terza serie ma poi in un paio d’anni tutti gli ingredienti si sono miscelati al punto giusto: un allenatore giovane e con idee chiare (e soprattutto l’impronta di un calcio pratico quanto spettacolare), una squadra costruita con logica e il giusto mix di talento, esperienza e gioventù.

Certo, vi mentirei se dicessi che a inizio stagione avevo accreditato il Lecce come promossa in serie A (lo stesso dicasi per il Brescia, che mi ha letteralmente colpito ed entusiasmato dalla venuta di Corini in poi, meritando ampiamente la promozione anticipata in serie A), ma a conti fatti ne sono proprio felice, per quanto mostrato lungo tutto il campionato.

Giunge (solo) terzo il Palermo, cui pendono anche accuse gravi di illeciti amministrativi che potrebbero minare ulteriormente la posizione, fino a rischiare la retrocessione d’ufficio in serie C.  Peccato, perchè continuo a pensare che i rosanero siano la squadra più attrezzata della categoria, anche se molti sono stati i tentativi andati a vuoto, diverse le cadute che hanno compromesso una promozione che sembrava alla portata.

Come un anno fa, il Palermo dovrà disputare i playoff per tentare la risalita in serie A

Quarto posto per un’altra delle favorite della vigilia, il Benevento, composta da una rosa di primo livello (guidata da un’altro allenatore di quelli rampanti, come Bucchi) e che è stato un po’ incostante lungo il cammino ma che, col senno di poi, parte con i galloni di favorito in questo importante mini torneo dei playoff.  Sì, perchè i campani proprio in dirittura d’arrivo, hanno ritrovato entusiasmo, condizione e finalmente, meglio tardi che mai, un assetto definitivo.

Quinte e seste sono finite Pescara e Hellas Verona, due squadre dai destini opposti ma che spesso negli ultimi anni hanno incrociato le loro strade nel raggiungere i medesimi obiettivi (questo ha portato anche a una forte rivalità, acuita anche da motivi territoriali).

ll Pescara, reduce da una stagione interlocutoria, aveva stupito tutti nella prima parte di stagione, stazionando a lungo nelle primissime posizioni forte di un gioco anche spettacolare, per poi assestarsi in una più giusta dimensione; stessa cosa non si può certo dire per la squadra veronese, ai nastri di partenza accreditata, al pari del Palermo, come la squadra da battere, la più forte in ogni reparto.

Il campo ha detto però altro, con l’11 gialloblu mai credibile per raggiungere un posto al sole.

In realtà “un” vero undici non è mai stato individuato, complice una maxi rosa infarcita di doppioni e la “confusione” tattica del giovane mister Grosso (gratitudine eterna per il Mondiale vinto ma da allenatore deve masticare molta terra prima di arrivare a certi livelli, se mai lo farà) che hanno intristito dapprima una intera piazza, per poi allontanarla. I playoff giungono all’ultimo respiro, dopo aver dilapidato un intero campionato. Tutto si riapre, con Aglietti chiamato in extremis a cercare almeno di dare una parvenza di squadra.

Detto che, banalmente parlando, la probabile promossa uscirà da Palermo, Benevento o Verona, proveranno a dire la loro in chiave playoff anche le restanti qualificate, l’ostico Spezia di Marino e il pimpante Cittadella di Venturato. D’altronde, le sorprese sono sempre dietro l’angolo e nel loro caso si parla di realtà solide e che partono con meno pressioni rispetto alle rivali.

Rimangono fuori dalla griglia la squadra umbra e quella grigiorossa.  Il Perugia di Nesta, sempre in orbita settimo-ottavo posto ma che sul finale ha perso smalto e brillantezza, fino a rimanere fuori a mio avviso meritatamente. Stessa cosa vale per la Cremonese, che in modo clamoroso, sia per meriti propri ma anche per demeriti altrui, era tornata prepotentemente in gioco per i playoff, dopo essersela anche vista brutta a un certo punto della stagione, con lo spettro dei playout a incombere vicini. Poi Rastelli è stato bravo a riprendere in mano la squadra che, diciamolo, poteva contare su un buon organico, e alla fine rimane il rammarico per essere arrivati a un passo dalla zona “sogno”. La società è valida, ripartirà con più esperienza l’anno prossimo.

Cosenza, Crotone e Ascoli erano già salve in anticipo. I loro sono stati percorsi molto diversi: il Cosenza da neo promossa ha faticato nella prima parte di stagione, per trovare un proprio equilibrio e spiccare letteralmente il volo nella seconda parte, quella decisiva, mostrando un gioco redditizio dove non sono mancati i fulgidi talenti; il Crotone è invece stato deludente, potendo fare molto di più, a differenza dell’Ascoli che ha sempre navigato in acque tranquille, pur non vantando una rosa così ricca di individualità.

I pitagorici hanno vissuto una stagione da incubo, dopo i fasti della serie A. Avevano mantenuto l’ossatura, forte, delle passate stagioni, contavano su un allenatore esperto ma l’inizio è stato shock e non è che il prosieguo sia andato molto meglio, tra errori tecnici e societari. Un contrappasso negativo giunto dall’inaspettata retrocessione ma con la forza morale e tecnica per risalire la china gradualmente, calandosi di nuovo nei panni sporchi della cadetteria. Questo a conti fatti è un merito che va riconosciuto alla squadra. Se la Proprietà non mostrerà segni di stanchezza, penso che il Crotone potrà togliersi a breve nuove soddisfazioni.

Il Livorno ottiene l’ultimo posto valido per la salvezza, con una splendida rincorsa nel girone di ritorno. Ne ha messo di tempo però per riabituarsi alla serie B, la squadra non ingranava, con giocatori che parevano inadeguati a certi palcoscenici e risultati che proprio non venivano. Ma in fondo nemmeno le altre correvano e la consapevolezza nei propri mezzi e un pizzico di sicurezza in più ha fatto risalire la corrente, fino a ottenere risultati anche fuori portata. Salvezza meritata.

Ai playout vanno così inopinatamente Salernitana e Venezia. I primi infatti avevano ben altre mire, e se una rosa molto interessante giustificava entusiasmi, poi la mediocrità è pian piano venuta a galla e si sa che quando si entra in un vortice negativo, è difficile uscirne. Per questo appare favorito nello spareggio il Venezia che se non altro ha avuto modo nel tempo di calarsi in una realtà nuova, dopo la sbornia dell’anno scorso che l’aveva imposto come rivelazione con Inzaghi in rampa di lancio. Quest’anno però i lagunari non hanno mai convinto e a poco sono valsi i cambi in panchina.

Non è stato sufficiente l’esodo dei tifosi rossoneri del Foggia per la gara decisiva contro il Verona. I Satanelli chiudono la stagione con una clamorosa retrocessione in serie C

Stagione maledetta invece per il Foggia, con tanto di corollario da film thriller sul finale. In vantaggio a Verona, in quel momento i veneti erano fuori dai playoff e i pugliesi addirittura salvi senza passare dallo spareggio playout, visti i concomitanti risultati, su tutti quello del Venezia sul campo del già retrocesso Carpi. Invece poi ecco compiersi la frittata, con la rimonta gialloblu sul campo amico e quella dei neroverdi in terra emiliana.

Ok la penalizzazione, ok la sfortuna di un calendario ostico sul finale, ma pesano le responsabilità proprie su questo fallimento. La squadra di Grassadonia sulla carta non è certo da serie C ma proprio alcuni fra gli elementi “di nome” hanno oltremodo deluso. Non si vuole certo gettare la croce addosso a loro, ma a mio avviso potevano dare di più e non ritrovarsi a giocarsi il tutto per tutto nella partita conclusiva della stagione. Il futuro non è roseo, considerato alcuni problemi societari ma dal destino del Palermo potrebbe tuttavia aprirsi uno scenario inaspettato, con corollario playout per i Satanelli e quindi una nuova occasione in extremis per provare a mantenere la categoria. Ma la stagione dei rossoneri rimane negativa e deludente.

Erano già in C da una giornata Padova e Carpi, con i veneti che tornano mestamente in C dopo una sola stagione. Il grande e giustificato entusiasmo di un anno fa ha lasciato presto spazio alla consapevolezza che ci fosse da sudare parecchio in questo campionato, nonostante alcune buone prestazioni lasciassero presagire delle speranze. E’ mancata la mentalità in primis ma ricompattandosi c’è la possibilità concreta di ritrovarsi a festeggiare nuovamente fra un anno. Non ci sono attenuanti invece per il Carpi che, al pari del Chievo al piano di sopra, sembra aver posto la parola fine alla propria favola.

Sì, perchè in questo ultimo lustro gli emiliani, oltre allo straordinario exploit della promozione in A, avevano poi lottato con il coltello tra i denti per difendere la categoria e solo un anno più tardi erano lì a giocarsi una finale playoff per accedere nuovamente nel Paradiso calcistico. Era evidente sin dall’estate scorsa però un ridimensionamento degli obiettivi, con una rosa costruita senza grossi nomi, un allenatore esordiente assoluto a certi livelli e una girandola invernale di acquisti cessioni senza costrutto. Anche il rientrante Castori, eroe delle stagioni vincenti, è presto rimasto inghiottito nel grigiore generale della stagione. Il ritorno in C è molto mesto e bisognerà capire se forse negli anni scorsi non si sia fatto un salto troppo grande per le possibilità o se ci sarà spazio invece per alimentare nuovi sogni.

TOP

  1. Brescia e Lecce
  2. La coppia gol Donnarumma – Torregrossa
  3. Il giovane Tonali, miglior regista della B
  4. Mancosu, a 30 anni decisivo per la promozione del Lecce
  5. Gli allenatori Corini, Liverani e Bucchi

LE RIVELAZIONI

  1. Petriccione, il Modric del Salento
  2. Okereke, freccia nera dello Spezia
  3. Mancuso, mai così prolifico in serie B
  4. Palmiero, centrocampista completo e pronto per altri palcoscenici
  5. Moncini, giovane bomber assai prolifico

FLOP

  1. La quotata coppia gol del Foggia Iemmello-Galano
  2. Grosso, allenatore esonerato dal Verona
  3. La stagione del Crotone
  4. Zenga e Cosmi al Venezia
  5. La caduta rovinosa della Salernitana

 

Super Pazzini trascina il Verona nella convincente vittoria contro il Carpi per 4 a 1

Giampaolo Pazzini non può fungere in questo Verona da “semplice” risorsa, né tanto meno essere percepito alla stregua di un problema, per un semplice motivo: un giocatore come lui, nel contesto della squadra ma anche nell’intero panorama della serie B, è FONDAMENTALE!

Non esagero quando affermo che si tratta del CR7 della categoria (curioso che si siano sbloccati entrambi ieri), perchè già il fatto che ci sia lui in campo crea scompiglio e apprensione nei difensori altrui, ne abbiamo avuto prova ieri soprattutto in occasione della splendida combinazione tra i due nuovi arrivi (di qualità) Henderson e Laribi, laddove le attenzioni degli avversari erano rivolte tutta a contenere il Pazzo, lasciando così lo spazio giusto per l’imbucata dei nostri.

Giampaolo Pazzini, autore di una tripletta (due gol su rigore, dove si conferma cecchino implacabile) nella bella vittoria contro del Verona con il Carpi

Avevo già sottolineato l’obiettiva forza tecnica della compagine gialloblu, soprattutto nell’aver allestito una rosa competitiva e profonda, in tutti i ruoli sostanzialmente, a iniziare dal centrocampo. E’ stato tutto più chiaro ieri contro il Carpi dopo i tentennamenti alla prima nel derby contro il Padova.

Il nostro quartetto a metà campo è parso davvero ottimamente assortito, con un Colombatto magistrale nel dettare i tempi con un gran piede sinistro, sempre lucido, ben posizionato, un riferimento vero per i compagni che infatti quando si sentivano pressati sapevano di contare su di lui.

Si è visto anche Henderson in ripresa dopo la falsa partenza – fu tra i peggiori nell’esordio casalingo – e non solo per lo zampino efficace in occasione del primo gol. L’idea è che possa diventare importante sia per gli inserimenti offensivi che per i ripieghi sugli avversari, essendo dotato di grande intelligenza tattica.

Zaccagni e Laribi li conoscevamo già: il primo però era quasi “dimenticato” dopo la sfortunata stagione scorsa ma le sue qualità le avevamo più che intraviste in serie B. Ieri ha garantito tanto dinamismo funzionale e molto pepe nelle azioni offensive. Laribi invece lo si conosce bene se si mastica un minimo la cadetteria, luogo dove lui rappresenta un lusso, oltre che sorta di amuleto viste le promozioni conseguite. Ha un’ottima tecnica individuale che negli anni è riuscito a incanalare al meglio e metterla al servizio dei compagni. In più sembra già un leader, per carisma, esperienza e ovviamente spessore tecnico. Si sa assumere le responsabilità, ieri lo abbiamo visto.

La difesa non è mai stata impensierita, scoccia aver preso il gol in un momento di rilassatezza; se nella prima partita si era distinto meglio, al di là del gol su magistrale punizione, il terzino destro Almici, ieri a emergere è stato il suo contraltare sulla fascia sinistra, Crescenzi, continuo per tutta la gara con i suoi su e giù per la fascia, a suon di sovrapposizioni… da tempo non si vedeva una catena di sinistra lavorare così bene.

Merito anche di Grosso che ha saputo correggere a livello tattico quelli che erano sembrati degli azzardi, consentendo appunto ai terzini di risultare efficaci negli scambi con le mezzeali, laddove all’esordio invece si trovavano davanti due ali pure con le quali per mancanza di amalgama probabilmente non si erano intesi.

Si è visto anche il forte polacco Dawidowicz, il cui enigma sul ruolo sarà meglio scovarlo in fretta, perchè in mediana pare attrezzato soprattutto per fare legna mentre in difesa, specie in una linea a 3, potrebbe risultare più decisivo e a suo agio.

Capitolo punte: ne abbiamo due da categoria superiore (oltre al Pazzo, in rosa anche il forte Di Carmine), si è capito che non giocheranno mai insieme dal primo minuto ma speriamo almeno diventino arma letale nel corso della gara, magari mettendo Laribi o il coreano Lee (attesissimo sin da ieri, io lo vedrei bene in luogo di un Matos comunque parso migliorato rispetto alla gara d’esordio) alle loro spalle.

In una partita come quella di ieri dove gli spazi siamo riusciti a sfruttarli con le azioni in velocità, avrebbe ben figurato anche Ragusa, molto deludente alla prima, ma assolutamente da recuperare, visto che il suo curriculum parla chiaro, trattandosi di un giocatore non solo di gamba come letto da qualche parte, ma anche di tecnica, che faceva bene il suo anche in serie A con il Sassuolo.

Per chiudere, chi mi legge lo sa che io sarei per schierare una formazione più vicina possibile a quella “tipo” come ce ne erano un tempo: il calcio è cambiato, le rose sono extralarge e se mi rendo conto che è meglio avere l’imbarazzo della scelta tra tanti bravi atleti; di contro però il “gruppo”, la “squadra”, si ottengono soprattutto con la costanza, con i minuti giocati insieme… l’intesa nasce con il tempo.

Ieri finalmente si è visto un possesso palla più razionale e funzionale rispetto a quello tante volte sterile del Pecchia del primo anno, una squadra padrone del gioco e del campo sin dal primo minuto, al di là della pochezza degli avversari. Alla prossima ci attende un avversario molto ostico, quel Crotone che ha tutte le carte in regola per ambire come noi al pronto rientro in serie A, e che a differenza nostra ha mantenuto appunto l’ossatura delle ultime due stagioni. Sarà un primo interessante esame di come andrà la vita del nostro Verona in questo nuovo campionato.

Quale campionato per l’Hellas Verona? Saprà di nuovo essere protagonista?

Siamo ai nastri di partenza di una nuova stagione di Serie B, e il campionato si preannuncia indubbiamente particolare e insolito.

Già, perchè mancano all’appello ben 3 compagini – e non trascurabili per importanza e blasone quali Avellino, Cesena e soprattutto Bari – e cosa più grave è che ancora non è dato sapere se il roster sarà integrato strada facendo da squadre che hanno partecipato alla “lotteria” del ripescaggio (le più accreditate comunque sono il Siena, il Novara e il Catania che in Coppa Italia ha già sonoramente sconfitto il Verona).

Fabio Grosso è atteso a una grande stagione da allenatore alla guida del favorito Verona

La squadra del nuovo allenatore Fabio Grosso è certamente accreditata dei favori dei pronostici: molte testate, anche le più prestigiose, non lesinano in iperboli come “corazzata” per descrivere la forza dei gialloblu. Eppure tutto questa sicurezza non traspare evidente presso i tifosi e parte della critica sportiva cittadina. Troppo forte lo scotto della cocente, pesantissima, umiliante retrocessione di pochi mesi fa, ancora peggiore di quella avvenuta due anni prima, che avrebbe potuto trattenere i connotati della casualità dopo alcuni convincenti campionati consecutivi. Peggiore perchè, dopo una promozione sofferta, acciuffata per un soffio e poco contestualizzata o analizzata, si è assistiti inermi a una sentenza già scritta. Ciò che non era invece scritto e forse nemmeno immaginabile nelle menti e nei cuori dei tantissimi sostenitori veronesi, è stata non solo la resa tecnica e psicologica della squadra, ma soprattutto il tristissimo teatrino messo in piedi da società e allenatore.

Di fatto, non volendo immischiarmi in dietrologie, tirando in ballo il secondo paracadute consecutivo “vinto” da Setti, questa nuova stagione sembra ripartire all’insegna della continuità – se non tecnica (anche se il profilo di Grosso somiglia spaventosamente a quello di Pecchia, concedendo tuttavia al Campione del Mondo se non altro l’assenza di spocchia connaturata all’ex allenatore di Formia) – almeno dal punto di vista dirigenziale. Rimasto in sella il direttore operativo Barresi, come direttore sportivo ci si è affidati al giovane Tony D’Amico, nome da gangster americano, per molti non a torto un figlioccio dell’ex ds Fusco. Questa cosa ha turbato non poco inizialmente l’ambiente gialloblu, atteso com’era a una sorta di repulisti generale dalle scorie della precedente gestione.

Abituato come sono a concedere a tutti la possibilità di dimostrare il proprio valore, non sono partito prevenuto nei confronti dell’attuale direttore sportivo, che con i suoi 38 anni è tra i più giovani a rivestire una carica così importante. Non me ne intendo di conti, spese et similia, non so esattamente quale fosse il suo budget (magari è pure meglio non saperlo, così non si corre il rischio di pensare male credendo che la maggior parte dei soldi siano finiti a foraggiare la casa madre Manila Grace!) e quindi mi attengo al suo operato “tecnico”.

E allora mi viene facile sostenere che la rosa a disposizione di Grosso sia in effetti una delle più forti e assolutamente in linea col pronostico generale che vede l’Hellas a fine torneo festeggiare una nuova promozione nella massima serie.

Ma che campionato sarà? Di sofferenza e angoscia come quello di due anni fa, preludio come detto della peggior stagione della storia del Verona in serie A?

E qui cominciano i primi seri dubbi…

Grosso sulla falsariga di tanti tecnici, compreso ahimè Pecchia, è tra quegli allenatori che “amano” spiazzare i rivali non impostando la squadra secondo moduli precisi, cambiando in corsa e tenendo in teoria sulla corda tutta la rosa a disposizione, senza indicare precisamente quali siano i suoi 11 principali “cavalli” su cui puntare.

Questo francamente non mi ha mai entusiasmato, non dico che si dovrebbe fare come Sarri che utilizza al massimo 13/14 giocatori, ma dare una quadra più vicina possibile al proprio credo calcistico quello sì. Che non significa giocare esclusivamente con un modulo fisso (gli anni ’80 sono finiti da un pezzo in fondo), ma dare la propria impronta, quello sì che è un requisito importante. Perchè crea sicurezza, consapevolezza, fiducia, laddove negli ultimi tempi vedevamo soprattutto confusione, anarchia, finanche straniamento negli 11 in campo.

E la squadra gialloblu, pur ricca di “materiale umano” buono, se non ottimo per la cadetteria (a scanso di equivoci vedo al nostro livello solo il Benevento, con Palermo, Crotone, Foggia, Brescia e Salernitana più giù nella griglia di partenza), appare anche purtroppo disomogenea, squilibrata nei reparti, a forte rischio di “ambiguità”, di cui francamente non si ha necessità.

Sì, il riferimento sin troppo ovvio è alla compresenza di due punte di diamante come Pazzini e Di Carmine, che presumo raramente vedremo in campo assieme dal primo minuto, e la sensazione appare sin da ora sinistra, assurda, fermo restando che da che mondo è mondo sia giusto guadagnarsi sul campo un posto al sole.

Passano gli anni ma Pazzini per la B è ancora un signor attaccante. Dovrà però vedersela con la concorrenza del forte neo arrivato Di Carmine

In porta non ci dovrebbero essere dubbi sulla titolarità di Silvestri che a detta di molti meritava qualche riconoscimento in più anche in serie A, mentre in difesa appare sinceramente arduo indovinare gli uomini giusti. E per giusti intendo prima di tutto affidabili, visto come negli ultimi anni, quello sia stato il nostro tallone d’Achille: la fragilità e la pochezza difensiva.

Caracciolo in B è una garanzia e a mio parere non ha del tutto sfigurato nemmeno nella massima serie ma al suo fianco chi inserire tra i neo arrivati Dawidowicz e Marrone (tra l’altro un cavallo di ritorno, dopo la grigia esperienza di due anni fa con Delneri alla guida tecnica)? Molto dipenderà dal modulo, laddove entrambi in realtà possono fungere anche da centrocampisti, specie l’ex juventino, nato come mediano davanti alla difesa e poi perso tra infortuni e discontinuità varie ma alla resa dei conti non un fenomeno neanche in B come visto a Bari. Ma appunto, a Bari è stato allenato proprio da Grosso, che a quanto pare l’ha rivoluto a tutti i costi, confidando nella sua piena affidabilità a questi livelli.

I terzini sono tutti nuovi (sì, si è accasato altrove anche il tanto sbertucciato Souprayen…) e quelli che sembrano avere più chances di giocarsela sono Crescenzi (perchè onestamente più esperto, oltre che abile a giostrare su entrambe le fasce) e l’altro ex barese Balkovec, piuttosto accreditato ma sinora impalpabile e apparso indietro come condizione fisica. Almici, che vanta diverse presenze in B, non ha mai dato l’idea di “esplodere” e dall’altra parte Eguelfi, buon prospetto ai tempi delle giovanili interiste e passato anche dall’Atalanta, a 24 anni è ancora un oggetto misterioso. Empereur mi colpì molto quando guidava con autorità la retroguardia della Primavera della Fiorentina ed è reduce da una fruttuosa gavetta: Verona è la tappa cruciale della sua carriera. Bianchetti lo conosciamo, gli auguro di riprendersi dal punto di vista fisico ma le ottime premesse da leader di una forte Under 21 sono ormai state definitivamente disattese.

Come molti sostengono è evidente che a metà campo abbiamo maggiore qualità (e quantità), con tante opzioni al più valide. Credo che l’unico sicuro di un posto sia Henderson, in possesso di un innato talento, mentre accanto a lui difficile capire chi si renderà maggiormente protagonista tra Gustafson, Laribi, Colombatto, Calvano, il “mal sopportato” Fossati (misteri del calcio, fu tra i migliori due anni fa), i “nostri” Zaccagni e Danzi o i già citati multiuso Marrone e Dawidowicz.

Tanta abbondanza, molteplici soluzioni ma anche il concreto rischio di perdere la bussola. Personalmente ritengo sia il miglior centrocampo di tutta la serie B in cui prevedo ci sia più spazio per Laribi – dalla carriera sinora al di sotto delle aspettative, dopo essere arrivato a giocare con merito anche in serie A col Sassuolo – e il piccolo argentino Colombatto, oltre appunto allo scozzese Henderson che come detto prima credo diventerà presto imprescindibile. Tutti però hanno la possibilità di dare molto alla causa, e mi piacerebbe trovasse la sua consacrazione anche l’enfant du pays Danzi, gettato nella mischia nel momento peggiore del campionato scorso e capace di raccogliere comunque qualche timido consenso. Importante sarà prima di tutto non bruciarlo, come purtroppo fatto con l’altrettanto promettente Checchin, poi di Tommasi ne nascono ben pochi ma almeno sarebbe auspicabile che un prodotto del nostro vivaio riuscisse a imporsi a buoni livelli (meglio se insieme a tutta la squadra ovviamente!).

Dopo aver esordito in serie A mostrando a tratti una buona personalità, il veronese Andrea Danzi saprà trovare il giusto spazio in mezzo all’affollato centrocampo del Verona?

In attacco la soluzione a due punte centrali sembra non godere dei favori del mister: questo avallerebbe la sciagurata ipotesi che uno dei big offensivi rimanga per lo più a guardare l’altro. Il “Pazzo” dovrebbe partire davanti nelle gerarchie, ma dopo l’ultima scellerata sua gestione tecnica da parte di un nostro allenatore, non si può davvero dare nulla per scontato.

Di Carmine è arrivato al suo zenit calcistico a 30 anni: mai prima d’ora aveva segnato così tanto, e Perugia è una piazza importante, quindi lo ritengo potenzialmente prontissimo a guidare da titolare il nostro attacco, dovesse essere lui il nostro centravanti designato. Le staffette sinceramente non mi convincono, un attaccante poi gioca meglio sentendosi la fiducia e dando continuità alle sue prestazioni.

Giocando presumibilmente a tre davanti, ecco che la batteria degli esterni diventa fondamentale. Non siamo numerosi in tal senso ma presi singolarmente anche qui la qualità media è abbastanza sopra la media per la serie B. In particolare l’ultimo arrivato Ragusa rappresenta un lusso per la categoria, lui che si è ben disimpegnato nelle ultime stagioni in A con il Sassuolo. Non segna molto, ma abbina sapientemente tecnica e corsa, cuore e senso tattico. Sarà molto utile alla causa, così come il forte Cissè (sembra passata un’era calcistica da quando vestì per la prima volta la maglia gialloblu nell’inferno della Lega Pro), l’estroso coreano Lee e un motivato Matos.

Questi ultimi due, parsi per lo più inadeguati in serie A, mi auguro possano trovare la loro dimensione ideale in questo campionato. Mi aspetto di più dal piccolo Lee Seung – Woo, che anche con la maglia della sua Nazionale sta dimostrando il suo valore, piuttosto che da un Matos ancora troppo fumoso sin dalle prime uscite di questa stagione. Le qualità tecniche le possiede, ma deve farsi più risoluto e regalare giocate che non siano fini a sé stesse.

La carne al fuoco c’è, ed è comprensibile nutrire alte aspettative. Non soltanto perché ci si chiama Hellas Verona, ma perché appunto la squadra è di indubbio valore. Senza gli svincolati di Bari e Cesena non so di che staremmo parlando ma va bene così: ripeto, niente dietrologie in questo post, ci sono giornalisti molto più esperti e competenti di me in materia.

Mi limito in questa sede a fare il tifoso e, come tutti, ciò che chiedo è che la squadra dimostri amalgama, voglia e soprattutto metta tutto ciò che ha in campo. Dopo una stagione fallimentare come l’ultima appena vissuta, mi pare veramente il requisito minimo.

 

La vittoria del Verona nel derby contro il Chievo riapre la lotta salvezza in serie A

Che valore dare alla vittoria del Verona nel derby contro il Chievo di ieri sera?

A caldo ieri sera ho scritto sul mio profilo Facebook che si tratterebbe della salvezza più “illogica della storia della serie A” e, iperbole a parte, credo che per come è stato condotto, vissuto e sofferto il campionato, non andrei tanto lontano dal vero con quella fantasiosa affermazione.

L’urlo di gioia di Caracciolo dopo aver segnato il gol decisivo nel vittorioso derby contro il Chievo

C’è da dire che alla fine i 3 punti sono arrivati, senza tener conto del bel gioco (ma, eccezion fatta per i primi 3 mesi splendidi in serie B all’inizio della scorsa stagione, quand’è che con questa conduzione tecnica abbiamo assistito a gare memorabili?) ma finalmente con tanto cuore.

I tifosi, in assenza di qualità tecniche preminenti, quello chiede ai propri giocatori, ché il Barcellona non gioca certo al Bentegodi! Ora non voglio passare per il tifoso “amante del calcio inglese” (quale in effetti sono comunque 🙂 ) ma il Verona di quest’anno mai oppure solo raramente aveva messo in campo quelle doti agonistiche, quella determinazione e rabbia che si chiede a chi in difficoltà di classifica deve (appunto) lottare per non retrocedere.

Il mercato di gennaio aveva lasciato la maggior parte dei tifosi sbigottiti e viene difficile credere, anche alla luce dei migliori risultati che si stanno ottenendo (fare peggio del girone d’andata era francamente difficile), che dietro ci fosse una strategia “tecnica” ma forse, dico forse, un po’ di cognizione di causa il buon bistrattato Fusco deve averlo avuto, così come il “santone della panchina” Pecchia che sta dimostrando di saper allenare e “persino” leggere le partite anziché fare la formazione tirando i dadi!

Scusate la schiettezza ma quante volte sono rimasto incredulo nel leggere formazioni, ripescaggi o accantonamenti di questo o quel giocatore, variazioni di modulo in corso, stravolgimenti della rosa senza molte spiegazioni… insomma, un caos tecnico che però per lo più da qualche partita a questa parte (scivoloni evitabili a parte, tipo lo scontro diretto perso in casa col Crotone) è circoscritto.

Pecchia ha il gruppo con sè, l’ha creato e mi pare anche plasmato a sua immagine e somiglianza. E’ una squadra inesperta come lui in fondo e che, a differenza di altre compagini in lotta per non retrocedere, fino a qualche gara fa sembrava giocare (inspiegabilmente) di fioretto. Sia il tecnico che diversi giocatori di questa rosa probabilmente non erano abituati a “sudare” per ottenere risultati, forse in effetti gente come Romulo, Pazzini, Bessa o Kean (nelle giovanili) è consapevole delle proprie qualità tecniche e credeva che, massì, in serie A si potesse giocare come in B.

Non è così, chi l’ha capito è stato confermato, anche trattandosi di un prestito secco (ma Kean ha capito che da questa cruciale stagione potrà giocarsi davvero le sue chance per rimanere in orbita Juve), altri magari no, al netto di ingaggi onerosi (vedi Pazzini).

I nuovi arrivi sembrano più in linea con il galleggiamento della salvezza, calciatori come Petkovic, Vukovic, Matos o il ripescato Calvano stanno dimostrando di mettercela tutta, nonostante tanti errori e le ingenuità.

Se si retrocederà dando tutto in campo, nessuno sono sicuro avrà da ridire perché lo sappiamo che la rosa è al più inadeguata ma se ci si dovesse salvare bisognerà fare tutti quanti un “mea culpa” nei confronti di tecnico in primis e dei giocatori, mai così “maltrattati” dai tifosi in 30 anni circa che seguo le partite del Verona. E siamo passati anche dall’inferno della serie C.

Ma questo accanimento partiva proprio dall’atteggiamento remissivo, quasi rinunciatario messo in mostra durante tutto il girone d’andata, anche al cospetto di formazioni abbordabili. I punti pesanti erano venuti contro il Milan che, per quanto in difficoltà fosse, era pur sempre il Milan, pareggiando a Torino con i granata e vincendo al Mapei contro il Sassuolo. La vittoria di misura col Benevento non era certo stata salutata con facili entusiasmi.

Nel ritorno qualcosa è cambiato, anche qui i punti erano stati raccolti per lo più inaspettatamente (vedi la dilagante vittoria esterna a Firenze) ma adesso finalmente vediamo una squadra compatta, coesa, determinata, quello che si definisce “un gruppo” e non solo a parole, ma nei fatti. Tutto il contrario di come è parso il Chievo, lontanissimo parente di quello ammirato nella prima parte di stagione quando sembrava già salvo a…novembre!

Emblemi di questo “nuovo campionato gialloblu” sono il goleador di giornata Caracciolo, Petkovic e Calvano: tre che in A sembra(va)no di passaggio e che invece stanno dimostrando che possono dare un grande contributo in ruoli chiave.

Il primo si sposa a meraviglia con il nuovo arrivato Vukovic (che rispetto ad Heurtaux sembra di un’altra categoria per spessore e carisma), e in ogni gara difende dando il 100%, un difensore d’altri tempi che però a inizio stagione sembrava non propriamente nei piani per affrontare la categoria dopo tanti anni in cadetteria.

Il secondo è un ariete d’area atipico, nettamente più bravo a giocare di sponda, da pivot, con gran senso tattico ma abile anche a far risalire la squadra come si conviene a una punta alta più di un metro e 90. Se lui da solo fa ammonire mezza squadra avversaria come accaduto ieri e poi arriva comunque la vittoria, beh, allora si può perdonargli il fatto che il tabellino delle reti sta ancora fermo a zero.

Infine Calvano, cui ho già di recente dedicato un pezzo. Ieri è stato emozionante sentire la standing ovation che lo stadio gli ha tributato all’uscita dal campo. Un giocatore che sta lottando, sudando, che non si tira indietro, e che rappresenta la rivincita per tutti i “bistrattati” che ancora prima di avere una possibilità di dimostrare cosa si è in grado di fare, già finiscono nel tritacarne delle polemiche e delle invettive. Non aveva mai avuto una chance, la sua “colpa” era quella di aver giocato sinora solo nelle serie inferiori. Non stiamo parlando di un fenomeno, certo, ma ha avuto l’umiltà, la tenacia e la dignità di provarci, di giocarsi tutto, forse anche un’intera carriera che potrebbe svoltare per lui se dovesse continuare di questo passo. Di certo non tornerebbe nelle serie inferiori.

E con lui si spera che non debba tornaci neanche il Verona. Tutto è ancora aperto e persino il calendario, ora che il tabù Bentegodi, con queste due vittorie consecutive, è finalmente caduto, sembra sorriderci.

Importante vittoria del Verona contro il Torino nel nome di Valoti e Calvano

Nell’importante vittoria casalinga del Verona contro il Torino, che riapre le speranze di salvezza della squadra gialloblu, viste le concomitante sconfitte delle rivali Crotone, Sassuolo e Chievo, c’è stato il grande contributo di due giocatori ancora incompiuti: Valoti e Calvano, centrocampisti che quest’anno spegneranno 25 candeline.

Il primo è stato decisivo segnando entrambi i gol con cui la squadra scaligera ha sconfitto il più quotato Toro per 2 a 1, ma il secondo è stato altrettanto determinante ai fini del risultato con una prestazione maiuscola a centrocampo, tutta cuore, corsa e grinta.

Prima doppietta in serie A per il talentuoso centrocampista Mattia Valoti oggi contro il Torino

Entrambi sono spesso e volentieri finiti nel mirino dei tifosi per vari motivi, anche se la loro storia veronese è molto diversa. Mattia Valoti è stato acquistato nel 2014 e fa parte a tutti gli effetti del progetto; nonostante qualche prestito a vuoto, figura tra i protagonisti della recente promozione. Simone Calvano è a Verona dal lontano 2012 ma le sue chances in prima squadra sono state alquanto limitate, visto che di fatto ha esordito soltanto sul finire del 2017, dopo aver militato in ben 7 squadre in prestito, per un totale di 6 stagioni in serie C (l’ultima nella Reggiana).

Eppure i loro destini si sono spesso incrociati, avendo condiviso più di un’esperienza. Valoti, figlio d’arte (anche il padre Aladino, mediano, disputò delle stagioni in gialloblu negli anni ’90) dalle giovanili dell’Albinoleffe (un ottimo vivaio, insieme al “Gallo” Belotti era il fiore all’occhiello della nidiata dei ’93) passò alla Primavera del Milan nel 2011, dove si ritrovò a giocare a metà campo assieme a Calvano che invece era giunto in rossonero l’anno precedente dalle giovanili dell’Atalanta. Giocarono poi da professionisti una stagione nell’Albinoleffe.

Valoti con la maglia del Milan

Non solo, tutti e due facevano coppia nelle nazionali giovanili sin dall’Under 16, la prima rappresentativa di un certo livello, su su insieme fino all’Under 19 (Valoti collezionò anche un gettone di presenza nell’Under 20).

Erano insomma quelli che si definiscono dei predestinati e, per quanto la storia ci insegna che “uno su mille ce la fa”, gli addetti ai lavori non faticavano a pronosticare loro un futuro da protagonisti. Si sono ritrovati per vari motivi ancora sospesi nel limbo, nonostante almeno Valoti come detto abbia già accumulato delle presenze da titolare nel Verona, mentre Calvano quasi per caso, in sostituzione del lungodegente Zaccagni (giovane del vivaio del Verona da tenere d’occhio) è stato inserito in rosa della prima squadra solo quest’anno a campionato in corso tra l’altro.

Simone Calvano ai tempi delle giovanili del Mian, quando era considerato una promessa del calcio italiano

A Valoti viene quasi “rimproverato” di non aver ancora mostrato appieno le sue doti. E’ un centrocampista moderno, molto fisico, alto ma non ancora “a fuoco”. Per caratteristiche dovrebbe forse giocare nel cuore del gioco, da interno che si inserisce, essendo in possesso di un’ottima conclusione dalla distanza, più che da trequartista o da esterno. Eppure spesso si estrania dal gioco, appare abulico e svagato, con poca personalità e grinta. Non lo ha agevolato in questo probabilmente il continuo turbinio di cambi di moduli di gioco dell’allenatore Pecchia, il quale in ogni caso da due mesi circa a questa parte lo sta impiegando con continuità, avendogli di fatto affidato la zona centrale del campo dopo le partenze di Bessa e Bruno Zuculini a gennaio.

Più tortuoso il percorso del compagno di reparto Calvano che, senza troppi giri di parole, sembrava al più “perso” per il grande calcio, o per lo meno per una carriera da A. Questo ancora non lo sappiamo, ma dopo oggi abbiamo capito che il ragazzo ha una qualità importante: ce la mette tutta, non si fa abbattere e da’ tutto in campo.

Certo, è stato inspiegabile certo accanimento nei suoi confronti, la cui unica “colpa” è stata quella di essere fatto passare (dalla dirigenza ma anche dall’allenatore) come un “nuovo acquisto” quando appunto è sotto contratto con l’Hellas Verona da sei anni e prima di questo scorcio di stagione non era mai stato nemmeno preso in considerazione, nonostante dei tornei in serie B della squadra.

Calvano si sta ritagliando il suo spazio nel Verona in questa seconda parte di campionato

Tanti infortuni, qualche difettuccio caratteriale, già emerso sin dalle giovanili rossonere, ma anche tanta qualità. Al punto che pure l’allenatore all’epoca dei rossoneri, un certo Clarence Seedorf, stravedeva per lui e lo riteneva utile e pronto anche per il Milan dei grandi. Invece qualcosa non ha funzionato, al di là come detto dei brutti infortuni. Il Verona non ha mai smesso di crederci ma di fatto non gli ha mai concesso un’opportunità e si sa che quando si comincia a girare per la terza serie, Lega Pro o C che dir si voglia, emergere soprattutto per chi a centrocampo possiede qualità tecniche non è facile.

Neanche Simone però ha ha mai smesso di crederci, anche se ripensandoci non deve essere stato semplice passare dall’essere considerato una sicura promessa del calcio azzurro a finire spesso in panchina – con tutto il rispetto – nel Tuttocuoio.

Solo l’anno scorso, disputando una buona seconda parte di stagione a Reggio Emilia, sempre serie C, si sono riviste le doti tecniche di Calvano, fino a far ricredere qualcuno, o semplicemente a far constatare che uno così non ci dovrebbe giocare in serie C.

Da qui a disputarsi la salvezza in A però ce ne passa e ciò che colpisce in lui è stata la totale abnegazione, l’umiltà con cui si è messo al servizio di Pecchia, pur sapendo all’inizio di non rientrare nei piani tecnici, pur sapendo di essere ancora di passaggio e di rappresentare un enorme punto interrogativo per tutti i tifosi. Però il tifoso gialloblu, ma credo valga per tutti, sa anche cambiare idea, se vede che il calciatore in campo ci mette il cuore, lotta e suda per la maglia. Tanta strada è ancora da fare, anche oggi da una sua palla persa a metà campo (l’unico errore però questo occorre sottolinearlo) è nato il gol del momentaneo pareggio del Torino, ma non siamo più dinnanzi a un carneade.

Oggi, nella splendida vittoria dei gialloblu contro il Torino – che a livello tecnico è di qualche spanna almeno sopra il livello del Verona come mostra la sua classifica – a centrocampo, a guidare le azioni, ad arrivare sempre prima sul pallone, a contrastare e ripartire con qualità, a sovrastare (perchè onestamente è stato così) gente come Obi, Rincon e Acquah, c’erano loro: Mattia Valoti e Simone Calvano.

Non si sa se sapranno confermarsi, in fondo la disgraziata stagione del Verona sta molto anche in questo, nell’assoluta discontinuità e di conseguenza inaffidabilità della squadra e dai continui esperimenti tattici del mister Pecchia, anch’egli praticamente un esordiente in panchina.

Nel frattempo i due ex prodigi del calcio italiano oggi hanno risposto presente e potranno rivelarsi molto utili da qui alla fine, sin dalla prossima gara a Benevento, assolutamente da vincere se si vuole dare un senso nuovo a questo soffertissimo campionato.

Pazzini-Hellas Verona ai titoli di coda?

Nelle ultime ore è rimbalzata da più parti la notizia che vede diverse squadre di A sondare il terreno per Pazzini, punta di diamante del Verona neopromosso in serie A.

Solo pochi mesi il Pazzo suggellava una super stagione a livello personale, con tanto di titolo di capocannoniere, conducendo i gialloblu nella massima serie dopo solo un anno di Purgatorio.

Come cambiano gli scenari nel giro di pochi giorni! Al di là di una condizione fisica ancora approssimativa (ma chi tra i gialloblu non ce l’ha? E su questo ci sarebbe davvero da riflettere ma lasciamo perdere…) come notato nelle gare di pre-season e in Coppa Italia, è indubbio che ci fossero delle frizioni tra il Capitano e l’allenatore Fabio Pecchia.

Già in serie B era sbottato il centravanti a seguito di scelte non condivise del mister, anche con gesti plateali. Poi tutto smentito, rientrato e finito a tarallucci e vino con la promozione in A.

Ma se lo scorso anno si stette quasi tutti all’unanimità dalla parte dell’allenatore, cercando di privilegiare l’unità dello spogliatoio in momenti cruciali della stagione, che ora si riveda lo stesso film quando il campionato è appena iniziato, con un obiettivo difficilissimo da raggiungere, non è un bel segnale.

il Pazzo da’ il 5 a mister Pecchia: chissà se questa scena si ripeterà ancora al Verona

Ci sono tante congetture su questa improvvisa e imprevista (ma non per tutti) apertura sul mercato di un nome come il suo.

Certo, l’esclusione di Napoli è stata pesante, e poco convincono le motivazioni meramente tattiche fornite da un timido Pecchia nel post partita. Soprattutto non si era ben compreso il suo ingresso in campo sullo 0-3. La rabbia che aveva in corpo Pazzini era giustificabile, agonistica il giusto, se non fosse poi sfociata nel gesto (che solo alcuni commentatori buonisti o filo – società all’inverosimile potevano aver frainteso) e poi in questo vero e proprio “caso” che potrebbe portare alla cessione.

Anzi, io mi sbilancio e credo che alla fine sia inevitabile che a mutare gli scenari di mercato gialloblu sia proprio la sua partenza. Tecnicamente parlando, quindi esulando il fatto che sia il nostro Capitano, il giocatore simbolo, quello dal miglior curriculum, e persino quello che, in soldoni, “ci ha riportato in serie A”, si potrebbe azzardare la “scelta tecnica” di cederlo, non ritenendolo più indispensabile come primo riferimento offensivo al cospetto di difensori forti e solidi come quelli che si possono incontrare in A.

Così fosse, però, non ci sarebbe la coda fuori per acquistarlo (vedi Sassuolo, Cagliari…). Io credo che il Pazzini visto due anni fa, al netto degli infortuni, potrebbe in effetti faticare a tenere sulle spalle da solo un intero reparto (considerando che Pecchia mai e poi mai gli affiancherebbe una seconda punta: non è nel mio stile essere drastico ma ormai è evidente che sia così, e io che credevo che Mandorlini fosse il più “monotono”, tatticamente parlando, allenatore visto negli ultimi anni) e che se al suo posto arrivassero valide alternative, si potrebbe pure cederlo risparmiando così pure sull’oneroso ingaggio.

Ma siamo al 24 agosto e in due mesi il direttore sportivo Fusco non è nemmeno riuscito a prendere un attaccante al posto di Cassano… Purtroppo avendo frettolosamente ceduto elementi offensivi, la cui dimensione probabilmente è comunque la cadetteria (Luppi, Gomez, Siligardi), ci siamo ritrovati senza attaccanti di riserva e la gara col Napoli l’ha ampiamente dimostrato. Se si fa male qualcuno o gli viene il raffreddore, ci si deve arrangiare. Quindi, occorre sperare che Verde, Cerci e Pazzini siano indistruttibili! Se poi “uno” lo teniamo in panca per scelta tecnica, adottando come falso nueve il miglior giocatore della nostra intera rosa, quello con più tecnica e in definitiva l’unico che in mezzo al campo sappia giocare il pallone, beh, allora ce la andiamo pure a cercare.

Col Napoli era logico, evidente, lapalissiano, scontato, che perdessimo ma purtroppo se non si interviene sulla rosa, sarà altrettanto per Crotone. Quindi, per quanto mi sforzi con alcuni amici appassionati gialloblu di vedere il bicchiere mezzo pieno, davvero è difficile quest’anno professarsi ottimisti. Un sano realismo va a scontrarsi in ogni caso con la voglia di sostenere la squadra sempre, di “gustarsi” di nuovo la serie A. Certo, è triste vedere come sembra si tiri a campare invece di avere un progetto, o un’idea di esso. Nessuno credeva veramente al “modello Borussia”, ci mancherebbe, ma almeno giocarsela dignitosamente, quello sì.

PS: arrivasse “in regalo” Mitrovic dal Newcastle, magari confidando nell’amicizia tra Rafa Benitez e Pecchia, e un giovane come Kean (con l’arrivo probabile di Keita, il ragazzo non vedrebbe mai il campo nella Juve e credo che i bianconeri vogliano che faccia esperienza altrove), allora non mi strapperei i capelli per la cessione di Pazzini.. ok, di capelli non ne ho tantissimi, ma credo si sia capito ugualmente che intendo 😀

FantAntonio pronto a ripartire con la maglia del Verona dopo la sua ultima “cassanata”

Ieri sono stato a Mezzano di Primiero in occasione del ritiro dell’Hellas Verona. Una giornata insolitamente calda, considerando che da quelle parti in Trentino si respira aria buona, divenuta poi caldissima per il “caso” Cassano.

Una cassanata in pieno regola, con l’annunciato ritiro (in realtà un’indiscrezione della Gazzetta, probabilmente imbeccata dallo stesso giocatore o dal suo procuratore) poi smentito durante la conferenza stessa, quando nel frattempo da ore si stava dibattendo tra tifosi e giornalisti al seguito nell’incredulità generale.

Eppure in mattinata si era allenato (con le sue modalità, chè la forma fisica è ancora lontana dall’essere definita accettabile) e lo si era visto scherzare e giocare amabilmente col figlioletto all’uscita dal campo. E’ vero, i più attenti, compreso l’amico Stefano con cui avevo condiviso il viaggio, avevano notato un dialogo con il tecnico Pecchia, con i due che salutatisi avevano proseguito distintamente, col mister mesto a testa bassa. Dietrologie, analisi col senno di poi. Ma quando dopo il lauto pranzo che ci siamo concessi nella splendida cornice di San Martino di Castrozza, rigenerante in tutti i sensi, abbiamo buttato l’occhio sullo smartphone alla ricerca di news di calciomercato, ci siamo imbattuti nella notizia rimbalzata da tutti i media del suo ritiro shock, la cosa sapeva di bufala. Ma come? Lo avevamo salutato un paio d’ora prima e alle 17 lo avremmo rivisto assieme agli altri per la seduta pomeridiana e ora questo decide di ritirarsi per sempre dal calcio? Appurato ben presto che non si trattava di una bufala, siamo ridiscesi al campo di allenamento.

Nel mentre, supposizioni, congetture, scoramento e incazzatura per quella che pareva agli occhi dei tifosi, ma non solo, una doccia fredda, un inatteso dietrofront, o più prosaicamente una presa per il culo.

Nemmeno il tempo di vedere arrivare di corsa i vari inviati delle tv, a chiedere ai tifosi lo stato d’animo che li caratterizzava ed ecco iniziare la conferenza, alla presenza di Fusco.

Colpo di scena, l’ennesimo, questa volta per annunciare candidamente che si era trattato di un momento di debolezza e che la moglie, giunta per l’occasione a “rinsavirlo” e lo stesso Ds del Verona lo avevano fatto riflettere e convinto a provare a vincere la sua nuova scommessa tinta di gialloblu.

Che dire? Nulla di nuovo in sostanza conoscendo il calciatore, ma anche mettendo in fila le sue azioni più celebri, fuori dal campo in questo caso, le sue “uscite” non sempre omologate, i suoi atteggiamenti a denotare una personalità per certi versi debordante, ma per altri fragile, incompleta, immatura, davvero e’ stato difficile comprendere cosa gli fosse passato per la testa. E se lo facesse di nuovo, abbandonando la truppa magari fra qualche mese? Quanti dubbi serpeggiavano fra i numerosi sostenitori gialloblu, tra cui molti giovanissimi con il primo pensiero di acquistare la maglia col suo nome e il numero 99 sulle spalle.

A nessuno dei tifosi dell’Hellas piacciono questi comportamenti, capaci anche di destabilizzare un ambiente (che invece quest’anno pare carico il giusto e molto sereno, proprio per l’amalgama che si sta creando fra i giocatori, vecchi e nuovi, “anziani” e giovani). Non piacerebbe al tifoso di nessuna squadra, ovvio.

Quella di Cassano è stata sì una debolezza, diamogli questa attenuante, questa connotazione “umana”: un giocatore che in carriera ne ha viste e passate tante, belle e brutte, e che magari può avere l’esigenza di approdare presto a una dimensione più intima, famigliare, anche forse più congeniale, dopo i tanti “colpi di testa”. Ma l’aver capito che stava commettendo un errore, che nonostante la gamba non gli consenta più di imperversare in campo da funambolo, può in realtà ancora da fungere da elemento “più” per una squadra proveniente dalla B e che dovrà giocoforza lottare per conseguire l’obiettivo salvezza, è già di per sé segno che la sua testa non è poi tanto matta come la si vuol dipingere.

Anche il legittimo dubbio sul suo effettivo recupero può aver tormentato gli ultimi giorni di FantAntonio. In fondo per un campione non è facile da assorbire l’idea che l’età stia avanzando e che dei ragazzini imberbi sfreccino davanti a te col pallone tra i piedi.

Ma, venendo a un discorso meramente tecnico, nessuno a Verona pretende che lui sia il salvatore della Patria, che prenda per mano la squadra, e nemmeno in fondo che vada a ricomporre la coppia dei sogni blucerchiata di qualche stagione fa con Pazzini.

D’altronde è evidente che la società e lo staff tecnico non stiano plasmando la squadra in funzione del barese. Però siamo certi che uno con la sua classe, la sua tecnica, la magia che permea ogni sua giocata e che non accenna a svanire (e quello lo si comprende anche dal modo in cui, pur da fermo, riesce a “sedere” i difensori in allenamento con serpentine e la palla incollata ai piedi) può far molto comodo alla squadra.

I media stanno ipotizzando fuochi d’artificio dal trio offensivo Cerci-Pazzini-Cassano, a mio avviso erroneamente, perché se è lecito attendersi una stagione del pieno riscatto dell’ex granata, e una fragorosa conferma al ritorno nella massima serie del centravanti capocannoniere del campionato promozione di pochi mesi, da Cassano appunto ci si auspica che accendi la luce con tocchi deliziosi, assist, genialità assortite e magari qualche gol.

Sono sicuro che la voglia di giocare, di rimettersi in gioco da parte sua ci sia ancora, lo capisci da come in partitella cercava in particolare Bessa, uno della sua stessa pasta, o da come scherzava con i compagni, anche con i più giovani. Il Verona non potrà dipendere da lui, né tanto meno dalle sue bizze, ma di certo potrà usufruire del suo bagaglio tecnico, dal valore inestimabile.

Verona promosso in serie A: riflessioni di un tifoso che ha sempre creduto nella forza di questa squadra

Il Verona torna in serie A dopo un solo anno di purgatorio. Lo ha fatto strappando con i denti quel punticino che gli mancava nella trasferta di Cesena, città che 27 anni prima aveva sancito una dolorosa retrocessione in serie B e soprattutto la fine del ciclo leggendario di Bagnoli alla guida della squadra. Una promozione sì sofferta ma assolutamente meritata per i valori e la forza dei singoli giocatori, che si sono fatti “gruppo” nel momento più delicato della stagione.

La gioia incontenibile dei protagonisti gialloblu al termine dell’incontro decisivo per la serie A disputato a Cesena

La festa si è propagata a lungo (giustamente) sugli spalti del Manuzzi, dove erano presenti tantissimi “butei” gialloblu, e fuori dallo stadio, in città dove si erano radunati in migliaia per seguire da maxischermo l’ultima fatica dei propri beniamini. Già, è stata una fatica! Quella che apparentemente sembrava poter essere una cavalcata trionfale verso la riconquista della serie A appena perduta inopinatamente, si è rivelata in corso d’opera una travagliata corsa a ostacoli, più spesso disseminati dagli stessi protagonisti in campo. Sembrava infatti che ci si dovesse complicare per forza di cose una situazione che fino a novembre almeno si era fatta assai propizia. Squadra primissima, fautrice di un gioco spettacolare come non si vedeva da tempo, vittorie in serie, gol a grappoli e gli elogi incondizionati dei media e degli appassionati sportivi. Poi, inaspettatamente qualcosa si è incrinato, e le cause non saranno mai del tutto definite. A un certo punto tutto e tutti sembravano poter essere messi in discussione, società in primis, nelle figure di Setti e Fusco, l’allenatore Pecchia, inviso a una parte del tifo sin da tempi non sospetti, i giocatori, anche quelli simbolo, rei di non giocare con la massima determinazione e di non essere attaccati alla maglia.

Ciò che conta è che nel momento più critico, o comunque in quello cruciale della stagione, il mister e i giocatori si siano ricompattati (e in questo è stata abile la società a non voler mai dichiaratamente destabilizzare l’ambiente) e di conseguenza anche i tifosi, da sempre arma in più per i risultati della squadra, si sono calorosamente riavvicinati per un grande obiettivo comune.

Fabio Pecchia alla sua prima importante esperienza da allenatore dopo gli anni ad assistere Benitez, ha centrato l’obiettivo, conducendo il Verona in serie A

Pecchia, pur coi suoi limiti dettati principalmente dall’inesperienza a questi livelli e forse anche in difficoltà a convivere in prima persona con la pressione di “dover” vincere il campionato, ha mostrato sulla lunga distanza nervi saldi e la  capacità in corsa di rivedere schemi collaudati (e a un certo punto anche di rinunciare a elementi sino a quel momento imprescindibili per il suo gioco, in funzione del raggiungimento del risultato). Alla fine, ha condotto il Verona in serie A che, per quanto scontato alla vigilia, sappiamo bene che con i soli nomi non si vincono i campionati. Certo, non dobbiamo nascondere la testa nella sabbia: a un certo punto siamo stati agevolati anche dall’inatteso crollo del Frosinone, nostro principale antagonista – escludendo la sorpresa Spal – e sia benedetto quell’incontro del girone d’andata, chiuso con la nostra vittoria, altrimenti staremmo raccontando un epilogo diverso. Proprio quel vantaggio nello scontro diretto ha fatto sì che, a parità di punteggio, fossimo noi a salire in serie A, evitando le mille insidie dei playoff.

Preferisco però qui sottolineare i meriti dei nostri ragazzi, che pur dilapidando il vantaggio e non essendo stati più in grado di replicare il gioco spumeggiante dei primi 3 mesi di campionato, hanno saputo raddrizzare la barca con l’orgoglio, gli attributi (più volte invocati a gran voce dai tifosi e dalla stampa locale), la grinta e, non ultima, la qualità dei singoli, sempre determinanti nei momenti salienti. Pensiamo ad esempio a Romulo, giocatore che più volte ha fatto arrabbiare i tifosi per la sua indolenza, la voglia di strafare, la sua anarchia tattica. Il periodo di massima flessione dell’Hellas guarda caso è coinciso con il suo scadimento di forma, la sua abulia. Ma quel gol all’ultimo respiro nel derby col Vicenza è stata la chiave di volta per ripartire. La sua volée alla sinistra del portiere vicentino ha riscritto i destini del Verona e dello sconfitto Vicenza che da quel momento non ha più saputo riprendersi psicologicamente fino alla retrocessione in Lega Pro, sancita ieri sera.

Pazzini, Romulo e Bessa sono stati i giocatori simbolo della promozione, forti di una qualità tecnica da categoria superiore

Il Verona invece d’un tratto ritrovava vigore, convinzione, entusiasmo e la forza dei suoi uomini migliori, come Bessa, gran cecchino negli ultimi mesi con le sue fucilate da fuori area. L’italo brasiliano, autentica rivelazione del torneo, ha spesso rappresentato quel quid in più di qualità in mezzo al campo ma col passare dei mesi, ha smesso i panni del validissimo palleggiatore per indossare quelli del leader, abile come sempre a giostrare la palla, ma pure a rinculare sugli avversari, correre su e giù per il campo, lottare fino all’ultimo e diventando più concreto sotto porta. In A potrebbe davvero esplodere in tutto il suo talento.

Che aggiungere poi su Pazzini che già non si sia scritto ovunque? Giampaolo a 33 anni ha vissuto una seconda giovinezza, stabilendo il record di marcature personali (23), diventando capocannoniere (titolo mai messo in discussione dopo una partenza a razzo nel tabellino dei marcatori), insidiando Cacia che con 24 ancora rappresenta il massimo di reti per un giocatore gialloblu nella storia ultracentenaria del club, ma soprattutto fungendo da guida per i compagni. Il “Pazzo” si è calato totalmente nell’ambiente, in piena sintonia con città e tifosi, fino a diventarne simbolo. Si è rimesso in gioco, ha tenuto a galla la squadra anche nei momenti più bui non smettendo mai di timbrare il cartellino del gol. Un grande giocatore che, pieno di motivazioni, potrà dire ampiamente la sua anche in serie A.

Inutile infine fare finta di nulla, non sottolineando anche alcuni aspetti che si sono evidenziati in negativo nel corso della stagione, senza cercare necessariamente colpevoli. In fondo si vince o si perde tutti insieme ma certe carenze strutturali sono emerse abbastanza presto. In primis la mancanza di personalità in ruoli chiave, vale a dire quello del portiere e dei difensori. Senza nulla togliere a Nicolas, che in diverse circostanze, ci ha pure salvato la pelle, il brasiliano è parso poco sicuro alla guida di un reparto, talvolta sprovveduto, per non dire avventato in certe scelte di gioco.

La difesa, imperniata a lungo su Bianchetti, ha vacillato troppo spesso. E se all’inizio questo fatto veniva compensato dal grande apporto prodotto in chiave offensiva, poi gli alibi sono caduti, specie dopo l’innesto di giocatori come i fratelli Zuculini (spiace aver visto così poco all’opera Franco e le sue doti di innegabile trascinatore) che facevano scudo protettivo davanti alla terza linea. Il già citato Bianchetti, atteso da anni alla consacrazione, dopo i fasti dell’Under 21 con Mangia e le promesse interiste, ha mancato ancora una volta il salto, patendo spesso gli uno contro uno avversari, e girando a vuoto quando le azioni delle altre squadre si facevano arrembanti. Spesso insignito del ruolo di capitano, in assenza di Pazzini, ha finito col giocare meno sul finale di stagione, lasciando spazio al più duttile (e convincente) Ferrari e al più solido Caracciolo, difensore di categoria con pochi fronzoli. Pisano ha giocato a mezzo servizio ma raramente ha mostrato le doti messe in mostra in serie A. Souprayen è il giocatore che forse ha giocato con più continuità ma al di là di un’affidabilità emersa soprattutto nel girone di ritorno non ha mai e poi mai fatto la differenza. Un altro giocatore a lungo discusso e, a conti fatti, discontinuo, è stato Siligardi, per molta critica uno degli uomini più dell’intera serie B. La verità è che a Verona, il buon Luca solo a sprazzi ha mostrato il suo talento, perdendosi più spesso in giornate grigie, senza spunti di rilievo. Decisamente più a suo agio è parso nel ruolo a lui più congeniale di trequartista alle spalle delle punte, modulo tuttavia poco contemplato dal mister.

E’ piaciuto il fatto che abbiano dato il loro contributo, seppur a fasi alterne, giovani di buone speranze come Valoti e soprattutto Zaccagni, sorta di jolly nello scacchiere gialloblu. Hanno disputato tutto sommato una stagione positiva elementi come il vivace Luppi sulle fasce e il combattente Fossati in mezzo al campo, anche se quest’ultimo ha dato il meglio di sè soprattutto nella prima parte di campionato, quando a un certo punto pareva quasi un lusso per la categoria. Poi è rientrato un po’ nei ranghi ma non ha mai fatto mancare il suo apporto, sia in fase di costruzione che di ostruzione. Giudizio sospeso per Ganz, penalizzato oltremodo dal modulo di Pecchia che prevedeva un’unica punta centrale. Eppure il giovane attaccante, pur non mettendo mai in discussione la titolarità di Pazzini, ha saputo sfruttare le poche chances avute, mostrando indubbie qualità da bomber.

Probabilmente molti di questi giocatori non saranno funzionali al prossimo campionato da disputare in serie A, proprio per alcuni limiti emersi con chiarezza nei momenti di difficoltà vissuti quest’anno. Ma mi pare azzardato, quanto meno pessimistico, pronosticare una stagione a venire sulla falsariga del Pescara. Pecchia come Oddo, esordiente in serie A e amante del bel calcio? Ebbene sì, ma che significa? In fondo si potrebbe ricalcare anche l’esempio molto più confortante del Cagliari, squadra alla quale più volte siamo stati accostati, visto il cammino dei sardi percorso 12 mesi fa.

Ma poi alla fine sappiamo benissimo che la nostra squadra è unica, non assomiglia a nessun’ altra e quindi godiamoci questo risultato e auspichiamoci che sin da ora la società stia pensando a come affrontare in serenità la ritrovata (con pieno merito) massima serie.