Bilancio migliori giovani della serie A al termine del girone d’andata: finalmente sono protagonisti i calciatori italiani

Da anni si dice che la serie A non sia più un campionato appetibile per gli assi stranieri, ma forse nemmeno per i talenti emergenti internazionali.

Alla base di questo, non scopro certo l’acqua calda, c’è il fattore economico, più che strettamente tecnico. Spesso i due fattori viaggiano di pari passo, ma è indubbio che negli anni ‘80/’90 se il nostro veniva definito – a ragione –  il campionato più bello del mondo, era stato anche per l’arrivo in massa di autentici fenomeni (Maradona, Platini, Zico, Falcao, Rummenigge, gli olandesi del Milan, Matthaus, fino a Ronaldo, Zidane, Figo...), uniti a una generazione di calciatori italiani mica male.

Il colpo di coda dell’ondata di fuoriclasse stranieri si ebbe con Ibrahimovic che, invero, è più da annoverarsi tra i colpi a effetto di mercato, in quanto lo svedese quando giunse alla Juve era ancora un embrione del campione che sarebbe da lì a poco diventato.

Poi si è dovuto rispolverare l’arte dell’arrangiarsi applicata al calcio, anche se il richiamo del nome esotico da dare in pasto al tifoso è sempre in auge. A scapito di tante promesse delle giovanili azzurre è stato sperperato un vivaio che avrebbe potuto dare un cambio generazionale adeguato al gruppo dei vincitori mondiali del 2006. Nomi improbabili sono andati a infoltire rose delle nostre compagini in serie A, senza dare riscontri eclatanti sul campo.

Giocoforza si è reso necessario l’inserimento dei giovani calciatori italiani; quasi per inerzia verrebbe da dire, visti gli insuccessi nelle ultime due edizioni dei Mondiali.

Io, da sostenitore del calcio giovanile, non mi auspico certo che vengano inseriti tanto per, o perché lo impone la Federazione, né pretendo che si rivelino campioni alle prime uscite ma che almeno venga data un’opportunità di misurarsi col calcio che conta ai giocatori più talentuosi.

Da sempre almeno nel calcio dovrebbe vigere la “regola” della meritocrazia (poi sappiamo bene che le influenze almeno nella prima parte di certe carriere ci possono stare): puoi chiamarti Pelè ma se sei scarso non giochi.

E allora l’esplosione del Made in Italy adattato al contesto calcistico è dovuto sicuramente alla necessità che si fa virtù, ma anche perché forse siamo di fronte, non dico a una nidiata migliore, ma a una maggiore consapevolezza dell’intero movimento, quello sì.

Ci si è resi conto che è giusto, anche etico se vogliamo, dare almeno una chance a quelli che sembrano i più meritevoli. Che si giochino le proprie carte, che abbiano la possibilità di sbagliare, ma che provino a mettere il piede sul campo dei “grandi”.

Parallelamente alla crescita di alcuni nostri giocatori, finalmente abili e protagonisti in Nazionale (i vari Belotti, Bernardeschi, Romagnoli, Gagliardini, Rugani, Sturaro, attendendo Berardi, Locatelli e gli altri) si sono messi in luce stranieri che, contrariamente a quanto accaduto negli anni scorsi, stanno godendo di meno clamore mediatico rispetto ai corrispettivi italiani.

Squadra per squadra provo a evidenziare quali under 23, nati dal 1994 in poi – italiani e stranieri –  hanno messo in risalto buone potenzialità in questo primo importante scorcio di stagione

ATALANTA

Quello che è considerato uno dei migliori serbatoi di sempre del calcio nostrano, dopo anni in cui faticavano a emergere campioncini, sta tornando agli antichi splendori, e da un paio di stagioni a questa parte si stanno raccogliendo i meritati frutti.

Lo scorso anno fu il centrocampista Grassi (’95) a far parlare di sè, finendo addirittura a Napoli a gennaio ma poi fuori gioco a causa di un infortunio. Bruciò le tappe, laddove molti compagni della Primavera si stavano facendo le ossa altrove, specie in B.

La ruota è girata dal verso sbagliato e ora è lui a dover dimostrare nuovamente di starci bene a grandi livelli, dopo che nel frattempo nel ruolo sono emersi prepotentemente altri giocatori del vivaio: l’universale  Kessie (’96) e il già citato Gagliardini (’94, a cui ho dedicato il post precedente), ormai prossimo a vestire un’altra casacca nerazzurra, quella dell’Inter.

Ottimo il rendimento dell'ivoriano Kessie, centrocampista che ha destato l'interesse di prestigiosi club

Ottimo il rendimento dell’ivoriano Kessie, centrocampista che ha destato l’interesse di prestigiosi club

Benissimo sta facendo anche l’altro atalantino doc, Caldara (’94), centrale difensivo pulito, rigoroso, bravo nelle chiusure e negli anticipi e insolito goleador, già promesso alla Juve. Anche la punta scuola Milan Petagna (’95) si sta rivelando come uno degli uomini nuovi del calcio italiano, in grado di soffiare il posto all’esperto Paloschi. Pur segnando col contagocce, è stata notevole la crescita tecnica di questo massiccio centravanti, abilissimo nel far muovere alla perfezione le pedine d’attacco che giostrano al suo fianco.

Probabilmente nei mesi a seguire sentiremo parlare dei “ragazzini terribili” del 1999: il regista Melegoni, il difensore Bastoni e la punta ivoriana Latte, che con il gioiello Capone forma una delle coppie più temibili dell’intero campionato Primavera.

Gli stranieri in casa atalanta si difendono bene, oltre a veterani come capitan Gomez, Kurtic, Toloi e Berisha, sta trovando sempre più spazio l’interno Freuler, anche se a quasi 25 anni non può più essere considerato un giovanissimo, nemmeno per un paese “per vecchi” come l’Italia.

BOLOGNA

Stagione anomala quella degli emiliani, altalenante e finora avara di veri exploit, dopo aver a tratti incantato col gioco brillante e ben organizzato dato dal tecnico Donadoni sin dal suo insediamento l’anno scorso.

Lo stesso vale per il percorso sin qui condotto dai giovani del Bologna, a partire da quel Donsah (’96), di cui fino a pochi mesi fa si parlava come di un fenomeno in pectore del calcio internazionale, seguito dalla Juve e da importanti club inglesi. Dinamismo, grinta, velocità, conclusioni, fantasia erano condensate ad ampie dosi nel centrocampista ex Verona, ma evidentemente il suo cammino di crescita deve ancora ultimarsi. Il campo lo sta vedendo col contagocce, superato ben presto nelle gerarchie dal più misurato e meno esuberante Nagy (’95), protagonista a sorpresa della rediviva Ungheria vista agli Europei l’estate scorsa. E’ un regista difensivo, dal grande senso tattico, prezioso più che spettacolare.  Nella stessa zona del campo agisce anche il più focoso e dinamico Pulgar (’94), già nel giro della forte nazionale cilena. Non è titolare fisso ma spesso è stato chiamato in causa da Donadoni.

Citazione d’obbligo anche per i due italiani classe 1994 Di Francesco, figlio del tecnico del Sassuolo e il terzino sinistro Masina, marocchino di nascita ma che ha optato per la Nazionale azzurra, esordendo con l’Under 21. Se il primo, pur avendo giocato spesso e segnato anche un gol, non rientra quasi mai fra i titolari, il secondo invece è pedina fissa tra gli 11 in campo, già nel mirino di club di primissima fascia come la Juventus.

Poche chance stanno avendo il terzino Mbaye (’94), ancora acerbo a certi livelli, dopo la buona partenza da professionista a Livorno e l’iter giovanile con la maglia dell’Inter, e il poderoso attaccante Sadiq (’97), capace di segnare 2 gol in poche apparizioni con la maglia della Roma nella passata stagione ma sin qui poco utilizzato.

CAGLIARI

Pochi sembrano essersi accorti dei progressi compiuti dal centrocampista Barella (’97) in questi primi mesi di serie A. Forse perché gioca già con piena padronanza nei propri mezzi e con il piglio del veterano. Da sempre nel giro delle nazionali azzurre, è ancora esile sotto il profilo fisico ma tecnicamente e soprattutto tatticamente sta migliorando di gara in gara, avendo arretrato il suo raggio d’azione, non più trequartista ma giocatore a tutto campo (ciò che in fondo si richiede a un centrocampista moderno).

L’altro enfant du pays, il terzino sinistro Murru (’95) è da tempo nei radar degli addetti ai lavori, sia per il ruolo storicamente avaro di buoni interpreti, almeno negli ultimi 10/15 anni, sia per le qualità tecniche e fisiche. Tuttavia deve ancora esprimere tutto il suo potenziale e spesso è stato messo alle corde dagli attaccanti avversari.

Per il resto l’ossatura della squadra sarda è composta da giocatori esperti, alla ricerca di una salvezza che pare alla portata, visto il buonissimo girone d’andata e il vantaggio notevole acquisito sulle dirette concorrenti.

CHIEVO

Anche nel Chievo è dura la vita per i giovani virgulti. La squadra è molto compatta, quadrata, solida e se gioca a memoria è anche per la presenza costante negli anni di elementi navigati in quasi tutti i ruoli. Per questo sono rimaste solo le briciole in questa prima parte di stagione  all’estroso Parigini (’96), talento delle giovanili azzurre, inseguito da mezza serie B, dove con ogni probabilità andrà in prestito a gennaio, al nazionale belga under 21 Bastien (’96) e al terzino sinistro Costa (’95) che con i clivensi vinse addirittura uno storico scudetto Primavera tre stagioni fa.

CROTONE

Un impatto complicato quello della matricola assoluta Crotone con la nuova prestigiosa realtà della serie A, ma la sensazione è che i calabresi se la possano quanto meno giocare con le dirette concorrenti, al fine di raggiungere l’obiettivo salvezza.

L’ossatura è in gran parte composta, a mio avviso giustamente, dai calciatori che a giugno conquistarono sul campo la massima serie. A questi però andavano aggiunti elementi di categoria; il mercato di gennaio giunge propizio per incrementare il coefficiente di esperienza che manca.

In un contesto obiettivamente difficile sta faticando a palesare la sua buona qualità il centrocampista cresciuto nella Fiorentina Capezzi (’95), con un curriculum giovanile di tutto rispetto, avendo indossato tutte le maglie della Nazionale, dall’Under 16 alla 21.

Nonostante ciò, è una pedina fissa anche in serie A, mentre lo stesso non si può dire dell’ex compagno nelle giovanili viola Fazzi (’95), che dopo un buon torneo cadetto in B non è riuscito in questo primo scorcio di stagione a mettersi particolarmente in mostra e pare per lui vantaggioso scendere di un gradino per completare il suo percorso di crescita.

EMPOLI

Dopo le due splendide stagioni targate Sarri e Giampaolo, questo terzo campionato consecutivo in A per i toscani si è rivelato almeno all’inizio più ricco di insidie del previsto. Non tanto per il valore delle avversarie, praticamente sempre rimaste dietro a loro in classifica, ma per un ridimensionamento, sul piano del gioco e dei risultati, della squadra. Nuovo il tecnico Martusciello, anche se da tantissimi anni nell’ambiente, prima ancora come calciatore protagonista in A di un altro ciclo altrettanto positivo negli anni ’90, e nuovi diversi elementi della rosa, che di anno in anno si vede indebolita di alcuni fra gli elementi migliori (si pensi nelle recenti stagioni ai casi di Rugani, Tonelli, Zielinski, Paredes, Vecino, Mario Rui…).

Eppure nelle ultime partite il trend è tornato positivo e i risultati favorevoli in tutti gli scontri diretti stanno a testimoniare di una qualità generale superiore. Il gioco si è fatto più utilitaristico, forse perché la mediana, che ora si poggia fermamente su Diousse (’97 cresciuto nel vivaio empolese) dopo gli approcci della stagione precedente, è fatta più di fisicità che non di tecnica pura. Proprio il senegalese è una delle note liete del campionato, capace di arpionare molti palloni e di saperli rigiocare con efficacia.

Anche il vivaio empolese, al pari di quello dell’Atalanta e della Roma, si è contraddistinto negli ultimi anni per aver lanciato tanti elementi tra i professionisti. Nessuno dei Primavera edizione 2015/16 si sta affacciando per il momento in prima squadra (almeno l’attaccante Piu – classe 1996 –  avrebbe potuto far comodo, visto come si sta ben comportando nel prestito allo Spezia), ma in pianta stabile nell’11 titolare tra i leader ci sono i due cresciuti in casa Saponara e Pucciarelli, che giunsero in finale nel massimo campionato giovanile ormai parecchi anni fa.

La filosofia di gioco e i trascorsi del club però contemplano ancora l’utilizzo massiccio di under 23, quali l’italo brasiliano Jose Mauri (’96), esordiente precoce ai tempi di Parma e già passato da una big (seppur all’epoca in fase di transizione come il Milan), il promettente nazionale giovanile ex Inter Dimarco – che qualche soddisfazione in A se la sta togliendo da terzino sinistro –  e l’interno di fantasia Tello (’96), mentre rimane ad oggi un oggetto misterioso l’attaccante georgiano Chanturia (’96).

Insomma, la salvezza dell’Empoli anche quest’anno molto probabilmente passerà dai giovani.

FIORENTINA

Non ho ben capito la strategia di mercato della squadra viola durante l’estate, né a dirla tutta il progetto tecnico tout court che sta alla base di un campionato sin qui condotto tra alti e bassi, tra la sensazione che di materiale buono su cui lavorare e conseguire risultati ce ne sia, ma che allo stesso tempo non sia ancora stato sfruttato a dovere.

Tanti ad esempio i calciatori stranieri, privi di pedigree internazionale o dal curriculum giovanile di rilievo inseriti in rosa, alcuni dei quali il campo lo hanno visto ben poco, penso a Toledo (’96), Diks (’96) o Perez (’98). Sta emergendo Cristoforo, “ormai” 24enne, ma solo a sprazzi abbiamo visto le sue doti, ancora non si è capito che peso specifico possa avere nella squadra, se Paulo Sousa intende puntarci fino in fondo.

Di contro mentre tutti attendevano il figlio d’arte Hagi (’98), quasi inaspettatamente ne è emerso un altro: Federico Chiesa, di un anno più grande rispetto al giovane rumeno (’97).

E pensare che nelle giovanili, almeno fino allo scorso anno, per il figlio del grande Enrico, uno dei migliori bomber degli anni ’90, gli addetti ai lavori non si erano certo prodigati in particolari elogi, visto che sembravano molto più pronti di lui altri giocatori come l’ala Minelli (’97) o gli africani Bangu (’97) e Gondo (’96), che in alcune gare del torneo Primavera facevano sfracelli.

Invece Federico sta dimostrando grande carattere, forza, personalità, ricordando a tratti l’estro e la velocità del padre, oltre che somigliargli fisicamente. Se continua a crescere così, credo che ne sentiremo presto parlare anche in chiave Nazionale A.

Finlamente sta esplodendo in tutto il suo talento Federico Bernardeschi, erede dei grandi numeri 10 viola

Finalmente sta esplodendo in tutto il suo talento Federico Bernardeschi, erede dei grandi numeri 10 viola

Su Bernardeschi (’94) poco da aggiungere: dopo gli stenti iniziali di stagione, sta trascinando i compagni, leader in campo e sicuro protagonista azzurro negli anni a venire, oltre che del prossimo calciomercato.

GENOA

La schizofrenica compagine delle ultime sessioni di calcio mercato sta confermando la regola, ma il bello di questa società è che riesce, grazie a un pregevole lavoro di scouting a impolpare sempre la rosa in modo adeguato, lanciando sul mercato giovani italiani e stranieri in maniera univoca, riuscendo allo stesso tempo anche a puntare su calciatori in cerca di rilancio (clamorosi gli esempi di Motta o Perotti).

In ambito locale solo un paio d’anni fa fece capolino in prima squadra il mediano Mandragora (’97), poi finito al Pescara via Juve e protagonista di un autentico boom, sia con gli abruzzesi, sia in Under 21, fino al brutto stop per infortunio. E’ un patrimonio del nostro calcio, speriamo si riprenda in fretta.

Per un Ntcham (’96) che tarda a esplodere, nonostante le meraviglie giovanili (a livello tattico però ancora si deve capire in quale zona del campo renda di più) sta letteralmente esplodendo il Cholito Simeone (’95), già che eravamo in tema di figli d’arte… Una punta rapida, mortifera in area, in grado di sostituire egregiamente Pavoletti a suon di gol.

Il Cholito Simeone ha avuto uno straordinario impatto con la nostra serie A

Simeone jr ha avuto uno straordinario impatto con la nostra serie A

Ocampos e Ninkovic (entrambi ’94) stanno dando il loro contributo, specie sul primo ci sono tante attese, visti i trascorsi con le nazionali giovanili dell’Argentina e il passaggio milionario al Monaco.

Sono arrivati poi di recenti due tra i migliori prospetti italiani dell’intera serie B: la punta Morosini (’95) dal Brescia, da tempo nel mirino dell’Inter e il laterale Beghetto (’94) dalla Spal. Avranno le loro chance in serie A.

Riflettori puntati, ma realisticamente più in prospettiva, per l’attaccante Pellegri (addirittura un 2001), che ha già messo piede in A, stuzzicando la curiosità e ingolosendo mezza Europa. Visto che in questi casi è consigliabile volare bassi, il patron Preziosi ha già dichiarato che Messi alla sua età non era così forte!!!

INTER

Messo a segno il colpo Gagliardini, è indubbio che qualcosa stia andando storto con il brasiliano Gabriel Barbosa (’96), che pare “comico” continuare a chiamare Gabigol. In Patria a ragione reclamizzato come possibile astro nascente dell’intero movimento calcistico e in Italia considerato alla stregua di un Ufo. Della serie: chi l’ha visto? Nonostante il cambio tecnico e un ambientamento che in teoria dovrebbe essere a buon punto, il suo minutaggio in campo è davvero irrisorio. Mentre il suo “gemello” Gabriel Jesus sta in effetti confermando quanto di buono detto sinora sul suo conto, mi auguro che, cambiando aria, anche Barbosa possa riprendere il suo percorso di crescita lontano dall’Inter, almeno in questa stagione. Farebbero bene però a visionarlo, cercando di evitare quanto accaduto con Coutinho, nel frattempo diventato uno dei migliori al mondo.

Miangue (’97) e Gnoukouri (’96) godono giustamente di grande credito presso gli addetti ai lavori e meritano di dimostrare le loro qualità, facendosi le ossa altrove per tornare utili alla causa il prossimo anno.

L’Inter a livello Primavera ma non solo è un’autentica fucina di talenti, ma come spesso accade per un giovane è oltremodo faticoso ricavarsi spazio nelle cosiddette big.

Ne sa qualcosa ad esempio il difensore Yao (’96): reduce da un convincente prestito al Crotone, protagonista con 30 presenze della trionfale cavalcata dello scorso anno, con promozione storica in serie A dei calabresi e rimasto a sedersi il più delle volte in tribuna. Ha enormi potenzialità nel ruolo e potrebbe diventare un crack. Mi auguro a gennaio vada in prestito magari in serie A, lo vedrei bene nello stesso Crotone, dove ritroverebbe vecchi compagni in terza linea.

Scalpita infine la punta Pinamonti (’99), uno dei migliori della sua generazione.

JUVENTUS

La forza della Vecchia Signora negli ultimi anni è stata anche quella di saper inserire, magari gradualmente, alcuni fra i più promettenti calciatori italiani: sono così giunti in organico il difensore Rugani (’94) e prima ancora Sturaro, di un anno più vecchio e già in Nazionale con Conte agli Europei.

Il centrale difensivo RuganiSta sfruttando nel migliore dei modi le occasioni concesse dal tecnico Allegri e appare molto più sicuro rispetto a un anno fa

Il centrale difensivo Rugani sta sfruttando nel migliore dei modi le occasioni concesse dal tecnico Allegri e appare molto più sicuro rispetto a un anno fa

Mentre si attendono due classe ’95, lo sfortunato Mattiello, cresciuto nel vivaio di casa e a lungo gravemente infortunato, e il croato Pjaca, schierato col contagocce, prima per non bruciarlo, sulla falsariga del Dybala degli inizi e poi a causa di guai fisici, ha esordito la punta Kean (2000), primo italiano nato nel nuovo millennio a mettere piede in serie A.

Nonostante da un paio d’anni sia considerato come nuovo fenomeno del nostro calcio, è giusto (e doveroso) andarci cauti e confidare che il ragazzo sappia crescere in modo sereno non soltanto come giocatore, ma anche mantenendo gli atteggiamenti dei coetanei, evitando di sentirsi già una star. L’ambiente bianconero in questo tipo di situazioni sembra in grado di rappresentare una culla adeguata.

LAZIO

Simone Inzaghi – Prima squadra Lazio: un binomio che poteva presupporre quello che in effetti si sta verificando, ovvero l’ingresso tra i professionisti di molti giovani, per lo più provenienti dal prolifico vivaio biancoceleste.

D’altronde il minore dei fratelli Inzaghi aveva ottimamente figurato come tecnico delle giovanili, portando i suoi ragazzi a uno scudetto Primavera, e a sfiorarne altri. I risultati più grandi però sono rappresentati dalle positive prestazioni dei vari Lombardi (’95) e Murgia (’96), entrambi già a segno nella massima serie in questo primo scorcio di stagione, mentre finalmente ha debuttato anche l’attaccante classe ’97 Alessandro Rossi, una spanna sopra i coetanei e autentico satanasso delle aree avversarie.

Stride che in un contesto così felice a deludere siano finora proprio quei giocatori che nelle giovanili vestivano i panni dei leader, addirittura delle star. Penso in primis all’ex capitano di quella compagine Cataldi (’94), atteso alla stagione della consacrazione e purtroppo stranamente involuto, al di là del ridotto minutaggio avuto. Eclatanti in senso negativo i casi del mediano Minala (’96), che dopo gli exploit iniziali e l’eccessivo clamore mediatico (focalizzato a dire il vero, oltre che sulle sue qualità che spiccavano clamorosamente fra i coetanei, anche sulla presunta età falsata), e del “Balotelli biancoceleste” Tounkara (’96), fuoriclasse delle aree di rigore ai tempi in cui duettava con il più vecchio di un anno Keita (’95),  quest’ultimo ormai quasi un veterano per presenze in campo, oltre che tra i punti di forza della squadra. Entrambi erano stati “scippati” alla cantera del Barcellona, un po’ come fece a suo tempo la Sampdoria prendendo Icardi, ma Tounkara, specie per motivi caratteriali ed extracalcistici deve ancora dimostrare tutto.

Tanti altri però stanno cercando di sfruttare al massimo le occasioni offerte dal tecnico, alcuni in maniera particolarmente positiva, fino a ribaltare gerarchie anche consolidate.

Alludo al “portierino” Strakosha (’95), che contende il ruolo all’esperto Marchetti e al “tuttocampista” Milinkovic-Savic (’95), futuro possibile crack del calcio mondiale; si stanno disimpegnando piuttosto bene nelle sporadiche partite da titolari anche il terzino sinistro Lukaku (’94), fratello del più famoso attaccante dell’Everton e della Nazionale belga e più giovane di un solo anno, il velocissimo (ma anche fumoso) attaccante ex Ajax Kishna (’95) e l’aitante centrale difensivo Hoedt (’94), olandese come il più quotato pari ruolo De Vrij, che tra l’altro ha sostituito quando quest’ultimo era infortunato.

Tanta carne al fuoco per la squadra di Inzaghi in materia di giovani, dalla loro maturità dipenderanno molte delle fortune della Lazio.

MILAN

Tanto inchiostro si sta versando – a ragione – sull’effetto trainante del Milan in questa fragorosa riscoperta del Made in Italy in chiave calcistica. D’altronde, giunti a un bivio importante in chiave societaria e con lo spettro concreto di un’altra stagione di transizione, grigia e poco consona per la gloria del club rossonero, Montella ha saputo estrarre dal cilindro, con coraggio ma anche piena consapevolezza del talento a disposizione, gente ormai nota ai più, come il portiere Donnarumma (’99) – sembra impossibile debba ancora compiere 18 anni, vista la sua personalità e la sua forza –  e il regista Locatelli (’98), con i primi vagiti in prima squadra conditi da prestazioni sontuose e gol memorabili, fino alla conquista di un posto da titolare fisso.

Donnarumma può diventare il miglior portiere del mondo. Un patrimonio del calcio italiano

Donnarumma può diventare il miglior portiere del mondo. Un patrimonio del calcio italiano

Fremono anche il polivalente Calabria (’96), invero già protagonista di alcune belle gare sotto la guida di Mihajlovic un anno fa, e alcuni tra i migliori giovani del campionato Primavera, molti dei quali forgiati dall’ex tecnico Brocchi nelle passate stagioni (gente come gli attaccanti Cutrone, del ’98, e Vido del ’97, il fantasista La Ferrara e il centrale difensivo Hadziosmanovic, sempre della magnifica fucina dei ’98). Devono portare un po’ di pazienza ma la sensazione è che sia l’anno giusto per i giovani rossoneri cresciuti in casa di dire la propria sul rettangolo verde di gioco. Il sogno di molti tifosi è quello che si ricrei uno zoccolo duro di milanisti doc, come successe con il Milan degli anni ’80 e in parte ’90.

Importante rimarcare poi come tra i titolari siano sempre più importanti stranieri come l’attaccante esterno Niang (’94), sul quale pesa in negativo la mancanza di continuità di rendimento e il centrocampista Pasalic (’95), in prestito dal Chelsea. Partito un po’ timidamente, il croato, coetaneo dello juventino Pjaca e del napoletano Rog, con i quali divideva i fasti nelle rappresentative giovanili biancorosse, sta guadagnando via via sempre più credito nel ruolo. Non percepito invece il difensore Vergara (’94), al Milan da più di 3 anni ma finora deludente anche nelle esperienze in prestito.

NAPOLI

La prima stagione del dopo Higuain ha consegnato al Napoli e al campionato italiano quello che si stava rivelando, fino al pesante infortunio, il miglior nuovo straniero della serie A, l’attaccante polacco Milik (’94), già noto per essere stato una delle rivelazioni del recente Europeo.

Aveva iniziato alla grande, a suon di gol, il polacco Milik prima di infortunarsi. Ora è quasi pronto a rientrare, per trascinare il Napoli sempre più in alto

Aveva iniziato alla grande, a suon di gol, il polacco Milik prima di infortunarsi. Ora è quasi pronto a rientrare, per trascinare il Napoli sempre più in alto

Forte fisicamente ma anche molto mobile, è un attaccante cui piace lanciarsi negli spazi aperti, ma pure muoversi in area alla ricerca di più soluzioni offensive. Un potenziale crack della serie A e del calcio internazionale.

Per il secondo anno consecutivo è inamovibile sulla fascia destra in difesa l’albanese Hysaj (’94), tra i fedelissimi del confermato tecnico Sarri, che lo lanciò con successo negli anni ad Empoli. Non dotato di un gran piede, compensa bene con la personalità, la grinta e la spinta offensiva, che non fa mai mancare, preferendo partecipare alle azioni d’attacco piuttosto che rimanere ancorato alla sua linea difensiva.

Diawara ha di fatto levato il posto a un altro che figurava tra gli insostituibili dell’allenatore, vale a dire Jorginho. Il giovanissimo mediano (nato nel ’97), reduce da una splendida stagione lo scorso in A con il Bologna, ha sì approfittato del calo di forma dell’italo brasiliano, ma ci ha messo del suo, sfoderando prove consistenti in mezzo al campo e crescendo di qualità nelle prestazioni.  Il croato classe ’95 Rog, invece, ha dovuto accontentarsi solo delle briciole, visto che, nonostante lo richiedessero a gran voce i tifosi e gran parte della stampa, in campo è sceso pochissimo, per un minutaggio risibile. Probabile sia ancora in fase di rodaggio ma il tempo passa e per uno dei più fulgidi talenti europei stare una stagione a guardare non è molto redditizio.

Altro giocatore che si è guadagnato un posto fra gli 11 a suon di partite superbe è l’ex empolese Zielinski (’94), anch’egli già provato da Sarri nell’esperienza toscana. Mi sbilancio nell’affermare che con il mix di doti tecniche e fisiche, di resistenza e corsa, di tecnica e forza, il polacco può diventare uno dei centrocampisti più completi d’Europa, dopo gli inizi da trequartista.

PALERMO

E’ un campionato assai tribolato quello che sta disputando il Palermo, sulla falsariga del precedente, con la differenza che la salvezza da conseguire pare ancora più complicata. La rosa scarseggia non solo in esperienza, ma anche in qualità. Si sta ben disimpegnando la punta ventiseienne Nestorovski che specie all’inizio ha messo a segno gol pesanti ma il resto della truppa straniera giunta in Sicilia sta faticando a dare il contributo richiesto. Pochi i guizzi offensivi degni di nota dei vari Balogh (’96), definito dal presidente Zamparini al suo arrivo come “più forte di Cavani” ma finora a secco nelle poche gare disputate in un anno e mezzo di permanenza in rosanero, Sallai (’97) e Embalo (’96). Specie da quest’ultimo ci si poteva attendere qualcosa in più dopo le belle premesse di Brescia.

Chiaro, in una situazione di obbiettiva emergenza è dura per tutti risaltare. Non lo stanno facendo nemmeno i tre ragazzi prodigio del vivaio, il difensore mancino Pezzella (’97), l’attualmente infortunato Bentivegna (’96), fantasista tutto pepe e invenzioni e la punta esterna Lo Faso, un classe ’98 lanciato frettolosamente nella mischia, come fosse il salvatore della Patria ma purtroppo incapace di pungere sotto porta.

In fondo chi sta facendo maggiormente il suo è il portierino Posavec (’96) che nonostante la giovanissima età guida il reparto difensivo con sufficiente personalità e carattere, sfoderando anche di tanto in tanto delle prestazioni sopra le righe. Certo, i gol incassati sono indubbiamente tanti, ma la stoffa c’è.

PESCARA

Altra matricola in netta difficoltà, dopo un promettente inizio di stagione all’insegna del bel gioco, è la squadra abruzzese allenata da Oddo, tra i più giovani tecnici della A con i suoi 40 anni.

Il mercato di gennaio sta portando calciatori di esperienza in difesa, come Bovo e Stendardo, e probabilmente arriverà qualcuno di peso anche in attacco, magari l’appannato Gilardino degli ultimi tempi, che qui potrebbe dare ancora una grande mano nella lotta per non retrocedere.

In effetti l’attacco è parso, seppur tecnico e di buona qualità in un elemento come il romanista Caprari, molto modesto. Su quest’ultimo si è di fatto poggiato tutto il peso offensivo, essendo ancora acerbo l’ex interista Manaj (’97), e quasi un desaparecido l’altro ex giallorosso Pettinari.

Il promettente Cerri (’96) è una delle speranze azzurre, nazionale giovanile da sempre, e già sotto contratto con la Juve, ma nelle esperienze cadette sinora maturate non ha mai guidato l’attacco a suon di gol, giocando spesso da riserva. Il talento è innegabile e il futuro dalla sua parte, ma sarà in grado di aiutare in modo tangibile una squadra in difficoltà?

Anche difesa e centrocampo sono sembrati reparti quantomeno da puntellare, ma se non altro in mediana si sono messi in luce con buone prestazioni due giocatori ancora giovani ma noti da tempo agli appassionati: l’ex milanista Cristante (’95) e soprattutto l’ex romanista Verre (’94), a dispetto dei 22 anni già piuttosto esperto. Ha giocato poco invece Mitrita (‘95), anch’egli centrocampista.

Si tenterà di trattenere e valorizzare ancora di più il nazionale under 21 azzurro Vitturini (’97), terzino destro dalle spiccate qualità offensive cresciuto nel vivaio pescarese e nel mirino di diverse società cadette.

ROMA

Da sempre può contare su uno dei vivai più vincenti d’Italia, e anche se negli ultimi anni sono stati pochi coloro capaci di affermarsi in prima squadra dopo le esperienze vittoriose nelle giovanili (attualmente il solo Florenzi è titolare fisso e uno degli uomini simbolo, dopo i totem De Rossi e Totti, dai quali probabilmente guadagnerà l’eredità calcistica), sono invero numerosi i giocatori arrivati comunque in serie A in altri club.

Segno che a Trigoria in questo senso si continua a lavorare bene.

Sono quasi tutti stranieri però i pochi under 23 che hanno collezionato presenze in questa prima parte di stagione agli ordini di Spalletti, fra tutti il raffinato regista Paredes e l’esterno mancino brasiliano Emerson Palmieri (entrambi classe 1994). Ancora molto acerbo è sembrato il trequartista verdeoro Gerson (’97), quotatissimo in Patria, che l’allenatore sta cercando sinora con scarso successo di arretrare a regista puro davanti alla difesa.

Solo pochi mesi fa il settore giovanile centrò l’ennesima impresa vincendo uno splendido scudetto Primavera e mettendo in mostra tantissimi campioncini. Di questi in pratica solo il roccioso centrale difensivo Marchizza e il funambolico fromboliere offensivo Tumminello (entrambi del ’98) sono rimasti nella rosa della prima squadra, facendo finora anticamera. Gli altri ragazzi si stanno ben disimpegnando in prestito soprattutto in cadetteria.

SASSUOLO

Riallacciandomi a quanto appena detto riguardo i giovani talenti cresciuti nel vivaio giallorosso, come anticipato prima, in molti stanno diventando protagonisti in A con altre maglie. Alcuni sono ancora di proprietà della Roma ma non sarà facile farli rientrare alla base. Specie coloro che militano con molto merito nel Sassuolo. In una stagione sin qui più ricca di delusioni che di gioie, nonostante il club neroverde sia ormai una bella realtà della serie A, si stanno confermando su buoni livelli il centrocampista dai piedi buoni Pellegrini (’96), già lo scorso anno protagonista qui in Emilia, e Mazzitelli (di un anno più giovane). Bene anche l’apporto sulla trequarti dell’esterno Federico Ricci (’94), reduce dalla stagione boom con il Crotone e gemello del regista Matteo, in forza al Perugia in B.

E’ diventato presto titolare come terzino destro lo spagnolo Lirola (’97), proveniente dal settore giovanile della Juventus. Non ancora vent’anni, li farà quest’anno, stupisce con la sua facilità di corsa, con la sua tecnica e la sua velocità, e per il modo costante in cui accompagna l’azione. Più giovane di un anno, e cresciuto proprio a Sassuolo è il classe ’98 Adjapong, già a segno nelle sue prime presenze in serie A. Polivalente mancino, può giocare in tutti i ruoli a sinistra: terzino, mezz’ala ma anche esterno offensivo. Il suo curriculum è destinato a incrementarsi nel girone di ritorno, visto che con ogni probabilità rimarrà in organico.

Un altro giovane sul quale erano accesi i riflettori era il regista tascabile Sensi, che lo scorso anno per gran parte del campionato strabiliò in B a Cesena, scomodando i paragoni con un certo Verratti.

Fermo a lungo per guai fisici, una volta ristabilito (e approfittando a sua volta dei numerosi compagni infortunati in mediana) ha preso possesso del centrocampo, mostrandosi adatto alla categoria e con margini di miglioramento che potrebbero collocarlo a breve fra i migliori interpreti nel ruolo.

Chiusura per un Under 23 che non ha bisogno di tante parole: Berardi (’94).

E’ pronto per la Nazionale A, dopo le titubanze iniziali del tecnico Ventura, e ripresosi da un infortunio che lo ha tenuto lontano dai campi per tutto il girone d’andata, vuole riprendersi la leadership e ad aiutare i compagni a rientrare in una posizione di classifica più consona alla qualità media della rosa.

SAMPDORIA

In controtendenza col trend attuale, ecco un club che sta puntando più sui giovani stranieri che non su quelli italiani. Eppure non c’hanno visto certo male in società nello scommettere su giocatori di grande qualità come il goleador Schick (’96), autore di gol anche pregevoli e di una costante presenza in area di rigore e che per stazza e certi movimenti può ricordare il giovane Ibra, il centrocampista Linetty (’95) che con il più giovane Torreira (’96) compone la coppia di mediani sempre in movimento, e il forte centrale difensivo Skriniar (’95), che ormai ha guadagnato i galloni da titolare.

E’ andato a sprazzi invece l’atteso esterno belga Praet (’94), in pochi anni divenuto bandiera dell’Anderlecht e nominato addirittura miglior calciatore della Jupiler Pro League, il massimo campionato locale, nel 2014.

Il più giovane di tutti, il terzino destro Pereira (’98), pur non essendo titolare fisso, ha disputato molti minuti, viste le assenze per infortunio del pari ruolo Sala, confermandosi in prospettiva uno dei migliori al mondo, tanto che il Benfica lo vorrebbe riottenere subito per lanciarlo titolare.

TORINO

Per antonomasia è percepita come la squadra con i migliori prospetti italiani in campo. L’ossatura infatti è composta quasi essenzialmente da giocatori del Belpaese, buoni anche per la Nazionale, e l’età media è tra le più basse, anche in elementi cardine come la punta Belotti, l’uomo su cui punterà Ventura da qui in avanti in maglia azzurra, e i centrocampisti Benassi (che con i suoi 23 anni non ancora compiuti rientra pure nella nostra lista d’oro) e Baselli.

Dinamismo, corsa, quantità e qualità sono ben condensate in Benassi, centrocampista granata col vizio del gol

Dinamismo, corsa, quantità e qualità sono ben condensate in Benassi, centrocampista granata col vizio del gol

Mihajlovic è ambizioso e sa di avere tra le mani un organico di qualità, un giusto mix di combattenti, come da sua indole, e piedi fini. Col tempo potrebbe ritrovarsi entrambe le componenti in giocatori come il terzino sinistro Barreca (’95, prodotto del vivaio, campione d’Italia Primavera due anni fa) e l’attaccante esterno Boye (’96), già adocchiati anche in chiave Nazionale, seppur poi il secondo abbia dichiarato di propendere per il suo Paese nativo, l’Argentina.

A centrocampo si tiene d’occhio anche la crescita del regista serbo under 21 Lukic (’96), mentre sembrano ridotte al lumicino le possibilità del ragazzo prodigio Aramu (fantasista classe ’95 che nelle giovanili granata ha sempre fatto la differenza): possibile per lui una nuova destinazione in prestito a gennaio.

UDINESE

Infine la tradizionalmente cosmopolita squadra friulana, che anche quest’anno sta mettendo in mostra alcuni gioielli. Su tutti il francese Fofana (’95), letteralmente esploso con l’avvento in panchina di Delneri, dopo le titubanze iniziali con Iachini, che lo schierava in un ruolo non propriamente suo. Agendo da mezz’ala, da interno, riesce a sfoderare tutte le sue grandi qualità. Fisico possente, tecnica niente male, velocità negli spazi, senso del gol, esplosività nei piedi, tutte doti che lo fanno in qualche modo accumunare al Pogba dei primi giorni juventini. Non a caso in Francia i paragoni erano già partiti e, anche se dal punto di vista tecnico, gli deve sicuramente qualcosa, è indubbio che i progressi evidenziati negli ultimi due mesi siano notevoli.

Fofana è una delle rivelazioni del campionato, impressionante i suoi miglioramenti da inizio campionato

Fofana è una delle rivelazioni del campionato, impressionanti i suoi miglioramenti da inizio campionato

Molto bene anche il meno utilizzato Jankto (’96), a segno anche di recente nella gara interna contro l’Inter, poi persa dall’Udinese. Impressionò positivamente anche nel prestito ad Ascoli, ma sta ulteriormente migliorando in serie A.

La punta Perica (’95) è capace spesso di incidere in fatto di gol anche pesanti, ma gli tocca farlo il più delle volte a partita in corso, ferma la titolarità in avanti dell’assortita coppia Thereau – Zapata.

Poche luci finora dal trequartista argentino De Paul (’94), subito impossessatosi di una maglia da titolare dietro le punte ma poco produttivo in termini di assist e gol. Può dare di più.

Inaspettatamente sta giocando molto il centrale mancino brasiliano Samir (’94), che mister Delneri preferisce far giostrare prevalentemente da terzino sinistro. Molto attento in difesa, deve migliorare nell’accompagnare l’azione ma è una bella scoperta, dopo le sporadiche apparizioni nella scorsa sfortunata stagione con la maglia del Verona.

Infine tre nomi molto quotati che il campo proprio non lo hanno visto mai: il portiere Scuffet (’96), ex enfant prodige del calcio italiano, prematuramente etichettato come il nuovo Buffon dopo le prime convincenti presenze ormai due anni fa; la mezzapunta brasiliana Lucas Evangelista (’95) e soprattutto il fenomeno emergente del calcio croato Balic (’97), regista validissimo dal punto di vista tecnico e soffiato addirittura a Real Madrid e Barcellona, ma evidentemente non ancora pronto per questi palcoscenici.

Una carrellata lunga di nomi, come non accadeva da anni, a rimarcare ancora una volta come i giovani calciatori possano rappresentare veramente il futuro della nostra serie A, riportandola non dico agli antichi fasti ma per lo meno a buoni livelli.

A meno che non si assista anche da noi all’invasione di investitori stranieri in grado di invertire la rotta e di riportare qui alcuni autentici big internazionali che farebbero da traino per il miglioramento generale del livello del nostro campionato.

La giusta via di mezzo fra le due situazioni sarebbe l’ideale per non disperdere i tanti talenti azzurri che ancora cercano la loro consacrazione.

La rinascita di Andrea Masiello

Sono tante le storie belle da raccontare nell’Atalanta che sta stupendo tutti in questo scorcio di stagione. Si stanno sprecando i paragoni col Leicester ad esempio. Forse si tratta di un volo pindarico, ma almeno da parte di allenatore e società si sta evitando di parlare in modo buonista e ipocrita di salvezza da raggiungere il prima possibile. Insomma, la consapevolezza nei propri mezzi c’è da parte degli orobici, ma anche credo si è consci che certi miracoli calcistici avvengono non dico una volta sola ma quasi.

Sta di fatto che la compagine bergamasca sta disputando un torneo di altissimo livello, conseguendo risultati anche eclatanti, dopo un inizio alquanto stentato, e sta mettendo in mostra gioiellini come da tempo nel pur quotatissimo vivaio atalantino non se ne vedevano. E poi c’è Gasperini, Gasperson come era chiamato a Genova, che pur col cruccio di aver fallito in una grande piazza, non ha smarrito il suo entusiasmo, la sua voglia e la sua abilità nel trasmettere idee di un calcio piacevole, atletico, veloce ma anche, forse mai come quest’anno, redditizio.

In mezzo a virgulti destinati con ogni probabilità a palcoscenici importanti, da Kessie a Caldara, da Gagliardini (quello con la maggior gavetta alle spalle, ma anche il più talentuoso del gruppo sin dalle giovanili, di cui divenne presto capitano) a Conti, da Petagna a Kurtic fino alle colonne Toloi e capitan Gomez, la storia che più mi pare significativa è quella di un calciatore che davvero si sta rilanciando. Anzi, sta quasi rivivendo un’epopea calcistica, dopo essere passato per reietto, dopo aver sbagliato, di grosso.

Sto parlando di Andrea Masiello, uno dei pilastri, fra i più importanti protagonisti di questa splendida ascesa dell’Atalanta verso i piani altissimi della classifica.

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Un calciatore il cui nome viene quasi dimenticato, raramente nominato, se non in occasioni di gol (già 3 quest’anno) che per un difensore sono solo la ciliegina sulla torta, quasi avesse ancora delle colpe da espiare. Ai tempi del Bari la combinò grossa, fu protagonista volontario di combine, di autogol clamorosi, fu squalificato e tra i primissimi a collaborare. Una vicenda che ancora porta con sé degli strascichi, visto quante persone, quanti club, furono coinvolti a diverso titolo.

Lui cercava solo una nuova occasione, ben sapendo che forse almeno ad alti livelli non sarebbe mai più arrivata. In fondo si trattava di fare una grande opera di fiducia sulla persona, prima ancora che sul calciatore. Anzi, le sue doti di calciatore non erano mai state messe in discussione prima di quegli incresciosi fatti.

Il tempo sta dimostrando quanto per quei calciatori diventati tristemente noti alle vicende giudiziarie prima che sportive, sia difficile rientrare nei ranghi. Molti di loro si sono ritirati, altri hanno tentato carte esotiche, altri ancora sono ripartiti molto dal basso, con la fiducia appunto che pare persa, prima di tutto in sé stessi.

Andrea però era ancora giovane, un passato felice alle spalle, una famiglia che si stava costruendo dopo la nascita della primogenita Matilde nel 2011. Aveva tanto da farsi perdonare, molto ancora da dare, tutto praticamente da dimostrare. E l’occasione datogli dall’Atalanta, che lo tenne in rosa e lo fece rientrare in gruppo, era di quelle da cogliere al volo, da giocarsi al massimo delle possibilità. In fondo lo avevano aspettato, avevano creduto alla sua redenzione, lo avevano ascoltato.

In origine da giovanissimo difensore della Lucchese finì nel vivaio della Juventus (stesso percorso che fece tanti anni prima Francesco Baldini, identico ruolo, che si ritrovò a dominare in ambito giovanile con Del Piero e compagnia) e riuscì a destreggiarsi grazie a doti non comuni per un centrale difensivo, in particolare nella velocità e nella tecnica. Ricordo un suo gran gol a un Torneo di Viareggio (tra l’altro suo paese natale) in maglia bianconera, in cui come birilli scartò diversi avversari prima di depositare il pallone in rete. Per la cronaca le Coppe Carnevale vinte con la Juventus furono 2.

Per quanto poi in prima squadra fece solo una comparsata, la sua carriera si dispiegò agevolmente nei passaggi ad Avellino e a Genova, sponda rossoblu, preludio dell’avventura barese, iniziata nel migliore dei modi, avendo incrociato sulla sua strada due maestri come Conte e Ventura.

Sì, nel pimpante Bari di Bonucci e Ranocchia, di Meggiorini e Barreto, di Parisi e Almiron, a far bella figura in difesa c’era anche lui, baluardo che più di una volta si concedeva sortite offensive fruttuose per la squadra.

Sembrava quello l’apice raggiunto da Masiello in carriera, prima della rovinosa caduta.

Invece la sua è propria una bella storia, una storia di rinascita, di rivalsa, di seconda chance che la vita gli ha dato e che lui c’ha messo del suo nel saperla sfruttare al meglio. Con un’umiltà encomiabile, in silenzio, quasi ancora a vergognarsi di un passato recente ma che è giusto mettersi alle spalle, specie se si sta vivendo il momento più bello del proprio percorso calcistico e non si ha intenzione di fermarsi.

Appello alle big italiane: non fatevi scappare il talento di Riccardo Saponara

Non è la prima volta che mi sbilancio su questo blog o in articoli vari sul talento di Riccardo Saponara.

Il trequartista dell’Empoli ha 25 anni, quell’età che certifica – casi persi a parte, vedi Balotelli e compagnia – come la maturità tecnica di un calciatore sia ormai acquisita.

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E Riccardo ne ha dovute già passare di traversie, soprattutto dal punto di vista fisico, giacchè da quello tecnico sin da giovanissimo aveva messo in mostra doti tali da poter fare la differenza ovunque, prima di essere considerato a ragione l’uomo simbolo del calciomercato, almeno per quanto riguarda gli italiani.

Purtroppo i sostenitori “pigri”, quelli che seguono solo le cronache domenicali, hanno negli occhi l’opaca stagione vissuta in un’altrettanto carente situazione generale al Milan, preludio della deriva attuale, che vede il Diavolo partire da posizioni declassate nella griglia di partenza della nuova serie A.

Proprio da lì invece, da quella manciata scarsa di gettoni messi assieme da Ricky in rossonero, è partita, forse iniziata sul serio, la sua rincorsa ai vertici del calcio nazionale.

Afflitto da problemi fisici, spesso in infermeria, non ha saputo mostrare ciò di cui è capace, per un infortunio che in qualche modo ne compromise pure un Europeo Under 21 che in quell’edizione poteva davvero puntare al bersaglio grosso, forte di individualità quali Gabbiadini, Paloschi, Insigne, Immobile, Verratti, Florenzi e, appunto lui, Saponara.

In origine, quando ancora giocava a Ravenna, mostrava meraviglie in campo sulla fascia, fino a far spendere paragoni eccellenti con il portoghese Figo, che gli consentirono di bruciare le tappe fra i coetanei e di attirare l’attenzione di club più prestigiosi.

Se lo aggiudicò l’Empoli, da sempre attenta a nutrire il proprio vivaio, e con gli azzurrini toscani da subito Saponara fu in grado di prendere la leadership di un gruppo molto ben amalgamato e costruito, con gente come l’amico del cuore Tonelli, Angella, Pucciarelli, Signorelli e il meno fortunato Guitto, purtroppo perso nelle categorie minori.

Uno scudetto Primavera sfuggito solo in finale di un soffio, ma sirene della prima squadra ormai dirette su di lui, che in campo ama giocare con numeri sulla maglia non propriamente da attaccante o da fantasista (principalmente il 5 o l’8).

Gli infortuni non tarderanno ad arrivare ma per fortuna nemmeno le gioie, tanto che i vari allenatori che siederanno in prima squadra, all’epoca in B, compatti gli daranno fiducia, fino ad affidargli le redini del gioco.

Sarà Sarri a spostarlo in modo definitivo dall’esterno al centro del campo, in una posizione di raccordo, sempre più in estinzione, cioè colui che agisce dietro le due punte e davanti a un altro play, quell’anno Valdifiori, più vertice basso. Insomma, in soldoni, un 10, merce assai rara appunto nel calcio d’oggidì.

La consacrazione, con un campionato di B da protagonista in cui tra gol, delizie e assist si contraddistinse come il calciatore copertina di tutta la cadetteria, giunse al termine della stagione 2012/’13 quando si fece avanti il Milan.

Come detto, l’approccio con una maglia così pesante, e il passaggio dalla B di (sana)provincia al palcoscenico della A in uno stadio glorioso come San Siro non fu facile, ma come d’incanto, tornato a indossare nel gennaio 2015 la maglia empolese, Riccardo tornò a fare con naturalezza quello che già aveva mostrato anni prima. Una tecnica sublime, una visione di gioco ottima, una padronanza del ruolo, dietro le punte, sempre più solida, per uno score niente male: 17 presenze e 7 reti.

Sarri, decisivo in questo scorcio di stagione nell’imporlo come trequartista titolare alla conquista di una splendida salvezza in serie A, l’avrebbe portato con sè già il suo primo anno a Napoli, proprio nel momento in cui tutte le big del calcio italiano si stavano accorgendo di essere davanti a un talento ormai del tutto sbocciato, ma ancora giovane e con margini di miglioramento.

In particolare la “solita” Juventus sembrava aver già chiuso la pratica acquisto, opzionandolo, ma alla fine il presidente toscano Corsi decise di trattenerlo, confidando in una sua ulteriore crescita, con una conferma fragorosa nella massima serie.

Lo scorso anno, nemmeno per un attimo, fece capolino in lui la delusione per non essere passato a una big, anche perchè col nuovo tecnico Giampaolo, e una rosa ancora più giovane e da svezzare, le cose cominciarono subito a filare bene per gli empolesi. Tanti i nuovi virgulti lanciati in orbita dal neo tecnico, anch’egli desideroso di un rilancio in panchina: Paredes, Zielinski, Buchel, Pucciarelli, Barba… Su tutte però, furono le quotazioni dei campioncini del vivaio a impennare, gente come Tonelli e il nostro Saponara, ormai sì pronti a seguire le orme dell’ex compagno Rugani, volato 12 mesi prima in una grande, la Juventus.

Non a caso Sarri già a inizio mercato fece i loro nomi per rinforzare l’organico del suo Napoli, dopo la splendida stagione scorsa. Il difensore, ambito anche dalla Roma, andrà in effetti a riabbracciare uno dei suoi mentori già nella prima settimana di sessione estiva, mentre a tutt’oggi, ovvero passata la prima metà di agosto, il “termine” suggerito dal presidente Corsi nei confronti di possibili acquirenti di Saponara, il fantasista è ancora un giocatore dell’Empoli, che nel frattempo ha visto già salutare l’allenatore Giampaolo, oltre che Zielinski e Paredes.

Tantissime le squadre che hanno tentato un approccio con la società toscana, ma nessuna in grado di sopperire alla richiesta di partenza indicata per trattare una cessione: 15 milioni di euro.

Il Bologna sembra non poter competere a questi livelli, la Sampdoria pure, nonostante la spinta di Giampaolo che lo riterrebbe ideale come pedina in mezzo al campo, specie dopo la partenza di Soriano al Villarreal.

La Juve dopo i botti (Higuain, Pjanic, Dani Alves, Pjaca, Benatia) sembra aver placato il suo appetito, anche se un po’ di qualità sulla trequarti, dopo l’addio di Pogba non guasterebbe; l’Inter appare ai più esterofila, e lo stesso Milan timidamente sembrava voler ridare una chance al suo ex giocatore, salvo poi ripiegare su un giocatore meno costoso, più anziano e meno decisivo come Sosa.

A Empoli molti compagni di squadra, a partire dal big Maccarone, si sono esposti affinchè rimanga, e la scelta a inizio ritiro di prendersi la maglia numero 10 sembrava aver fatto desistere il giocatore a partire.

A questo punto, posto che molto probabilmente ad Empoli non vogliono smettere di stupire nemmeno col nuovo corso targato Martusciello, credo che Saponara meriti davvero arrivato al top della carriera di cimentarsi in un club dalle ambizioni più alte, che sia in Italia o all’estero. Da noi ad aver messo sul piatto un’offerta ufficiale è stato il Sassuolo, società che non sbaglia un colpo e in cui avrebbe terreno facile per inserirsi, grazie al tipo di gioco propositivo e moderno del suo tecnico Di Francesco, e soprattutto per la stima di cui gode presso lo staff tecnico.

Tuttavia sono le squadre straniere ad avere più disponibilità economiche in questo periodo storico. Hanno chiesto informazioni su di lui il Leicester di Ranieri – che però nel trionfale anno appena trascorso, con tanto di Premier League in saccoccia, giocava con un 4-4-2 piuttosto rigido – e in Spagna squadre come il Villarreal (che ha già pescato da noi i due “tedeschi” Soriano e Sansone) e il fortissimo Atletico Madrid, ormai una certezza in Europa. Lì recentemente ha floppato di brutto Alessio Cerci, ma Riccardo Saponara a mio avviso ha una personalità meno complessa dell’ex torinista, e soprattutto più umiltà e determinazione, che a questi livelli fanno la differenza.

Mi dispiacerebbe vederlo andar via dall’Italia, perchè sono convinto che potrebbe essere molto utile anche in contesti grandi.

Secondo me la Juve – a parte che Allegri sembrava non vederlo di buon occhio al Milan, ma in fondo si diceva lo stesso del suo rapporto con Pirlo… – farebbe un affare ad accaparrarselo. Anche perchè, pur in una rosa di assoluto livello, a mancare è proprio un trequartista, un giocatore in grado di legare i reparti, dispensando tutta la qualità di cui lui è invece in possesso.

Considerazioni finali sul campionato di serie A 2015/2016

Si è concluso tra sabato e ieri il campionato di serie A, con le partite decisive ai fini degli ultimi piazzamenti “caldi” in contemporanea, per “garantire la regolarità del torneo” (concetto quantomeno “ballerino”, visto che partendo da quei presupposti, si sarebbero dovute disputare tutte e 38 le gare allo stesso orario).

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Quello che doveva in qualche modo sancire un passaggio di consegne in vetta, con diverse squadre che di volta in volta vi si erano affacciate, alcune pure soggiornandovi a lungo (Inter, Roma, Fiorentina, Napoli), è finito per diventare il campionato che certifica il nuovo status leggendario di un club come la JUVENTUS, capace di aggiudicarsi ben 5 scudetti consecutivi, impresa capitata solo altre tre volte in serie A (la stessa Juve ’30-’35, quella cosiddetta “del quinquennio” appunto, il Grande Torino negli anni ’40, intervallati tuttavia dallo stop bellico e dall’incursione dei Vigili del Fuoco di La Spezia, e infine l’Inter del dopo-Calciopoli).

Insomma, la squadra di Allegri ha compiuto letteralmente un’impresa, specie rapportandola al calcio moderno, soprattutto tenendo conto delle serie difficoltà incontrare a inizio torneo, giustificate poi in modo fisiologico, viste le rinunce in estate a tre big riconosciuti come Pirlo, Vidal e Tevez.

Allegri c’ha messo solo un po’ di tempo per tastare il livello qualitativo della sua “nuova” Juventus, sciogliendo poi le briglie a cavalli di razza come l’argentino Dybala, destinato a segnare un’epoca e il francese Pogba, all’inizio sin troppo titubante, quasi abulico, nel calarsi nei panni del leader della squadra. La stessa inedita maglia numero 10 sembrava pesargli e non poco, e pareva che senza validi scudieri come i tre citati campioni ceduti in estate il francese faticasse a trovare la sua posizione migliore in campo, oltre che una sua dimensione tecnica.

Ormai invece non ci sono più dubbi: Pogba è un fuoriclasse, destinato a compiere imprese sia individuali che di squadra negli anni a venire, anche con la stessa Juve, visto che sembra scontata una sua permanenza.

Sugli scudi anche l’eterno Buffon, che intende prolungare fino ai prossimi Mondiali, la solita difesa imperniata sui tre colossi azzurri Barzagli-Bonucci-Chiellini, fra i quali timidamente si è scorto pure il talento puro del giovane Rugani, prezioso a inserirsi al posto di uno o dell’altro, specie di Chiellini, a lungo fermo per infortunio.

Hanno dato un enorme contributo alla causa anche Mario Mandzukic, tenuto sempre in seria considerazione dall’allenatore e mostratosi utilissimo alla causa, oltre che uomo d’area e di lotta imprescindibile. Dietro hanno scalpitato Morata, che il meglio lo sembra dare nei big match, specie quelli europei (e questo alla lunga potrebbe rappresentare un limite alla sua crescita) e Zaza, autore comunque di gol decisivi, vedi quello nel big match contro il Napoli.

Anche il centrocampo lungo il cammino ha trovato un assetto vincente, con Marchisio un po’ sacrificato davanti alla difesa ma affidabilissimo e un Khedira efficace anche in zona gol, oltre che posseduto dalla tempra del leader.

Notevole impatto anche del brasiliano Alex Sandro, valido assistman e dotato di un ottimo sinistro.

Non si può considerare un flop ma forse a metà campo il fosforo era lecito aspettarselo da Hernanes, che invero si è limitato al compitino.

Il NAPOLI ha compiuto un altro passo in avanti ma il gap nei confronti dei bianconeri è ancora lontano dall’essere colmato.

Ha mostrato probabilmente il calcio migliore del torneo, specie nel girone d’andata; ha giganteggiato in avanti, col centravanti Higuain MVP della serie A, e non solo per il clamoroso exploit sotto porta (ben 36 gol in 35 partite, superato il record di Nordhal che durava da ben 66 anni), ma anche per quanto ha dato in campo, quanto è stato importante per la squadra. Sarri si è dimostrato tecnico da grande squadra, dando un’impronta evidente.

Il secondo posto è stato legittimato al termine di una corsa a due con la rediviva Roma di Spalletti, e al netto dell’intero campionato, ampiamente meritato.

Occorre ancora qualcosa però per ambire al gradino più alto del podio.

Lascia l’amaro in bocca il terzo posto della ROMA, conquistato di forza e con prepotenza, dopo un periodo disastroso che aveva portato all’esonero di Garcia e alla perdita di sicurezze. Spalletti ha saputo toccare le corde giuste, rivitalizzando alcuni giocatori (El Shaarawy, giunto a gennaio e assai prolifico), rendendo centrali al progetto altri (Nainggolan mai così incisivo) e valorizzando al meglio talenti pure come Pjanic, in odore però di cessione, Salah e Perotti, altro rinforzo della sessione invernale di calciomercato). Florenzi e Manolas sono ormai dei califfi. Dulcis in fundo, ha gestito bene una situazione che sembrava essergli sfuggita di mano: quella relativa a Totti. Il Capitano ha dimostrato che, seppur a piccole dosi, è ancora in grado di essere giocatore importante.

Il quarto posto dell’INTER di Mancini sa invece di amara delusione. Partiti probabilmente non con l’obiettivo scudetto, i nerazzurri hanno poi di fatto cullato il sogno almeno per 1/3 del torneo, quando si erano dimostrati cinici (nelle vittorie di misura), determinati (nella veemenza di gente come Medel, Murillo o Melo), solidi (nel paratutto Handanovic e in un Miranda che sembrava in stato di grazia, alla Thiago Silva)  fantasiosi il giusto (prima della riscoperta di Icardi in zona gol, in elementi poi rivelatisi incostanti come Ljajic e Jovetic).

Le certezze sono crollate nel prosieguo del campionato, dove si è evidenziata una carenza evidente di qualità generale della squadra, specie nella zona nevralgica del campo, dove il solo Brozovic, schierato però con poca continuità, poteva vantare qualche colpo.

Altalenante anche il campionato della FIORENTINA, che ha tuttavia conteso a Napoli e Roma per lunghi tratti lo scettro di “più bella del campionato”, anche se poi nei momenti clou si è come squagliata, facendo pesare il dislivello qualitativo tra i titolari designati e i loro sostituti, nonostante gli innesti di gennaio Zarate e Tello, che però non sono riusciti a innalzare il tasso tecnico generale.

Sul più bello poi Kalinic, quasi implacabile in area tra doppiette e autore di una tripletta nel girone d’andata, si è fermato, finendo per afflosciarsi in zona gol e lasciando qualche dubbio per il futuro. La mediana ha giocato alla grande, imperniata nel “solito” Borja Valero, coperto da scudieri affidabili come Vecino e Badelj. La fantasia era appannaggio del talentino di casa Bernardeschi, che in effetti ha mostrato sprazzi di classe purissima, anche se appare ancora non del tutto a fuoco, specie a livello tattico. I numeri però li ha eccome, e intanto ha accumulato una buonissima esperienza quest’anno.

Sorprende l’exploit del SASSUOLO che, al di là dell’esito della Finale di Coppa Italia tra Juve e Milan (che potrebbe, a rigor di regolamento, regalare un’immeritata qualificazione in Europa League ai rossoneri) ha mostrato agli scettici ampi progressi, e soprattutto la propria forza al cospetto di compagini che partivano favorite per questo piazzamento (oltre al Milan, anche la Lazio).

Scorrendo la rosa, però lo stupore va a scemare, visto che in porta c’è un ottimo portiere come Consigli (con la pecca di un clamoroso autogol che però non macchia una grande stagione), la solida difesa, una delle migliori, imperniata sui titolarissimi Vrsaljiko, Cannavaro, Acerbi (uno dei migliori centrali della serie A per rendimento) e Peluso; a centrocampo sono emersi il giovanissimo Pellegrini e si è rivelato in tutta la sua forza il poderoso Duncan, di scuola Inter (non avrebbe certo sfigurato tra i nerazzurri e, almeno quest’anno, il paragone tra il suo rendimento e quello del pari ruolo Kondogbia è impietoso) e in attacco, pur non assistendo alla definitiva esplosione di Berardi e certificando come deludente il torneo dell’atteso Defrel, di volta in volta si sono ben disimpegnati la saetta Politano, il classico 9 Falcinelli, oltre che il confermato guizzante Sansone.

I mezzi per migliorare ci sono ancora, ma giustamente da queste parti non si vogliono fare i passi più lunghi della gamba.

Sul disgraziato MILAN ci sarebbe da scrivere un intero libro, o molto probabilmente liquidare la faccenda lanciando un allarme: urge ritrovare la grandezza perduta! I cicli vanno e vengono, la stessa Juve prima di Conte ha faticato non poco a imporsi, con stagioni anonime alle spalle. Ma il Milan sembra incurabile da tre stagioni a questa parte: passano gli allenatori, magari si rischia pure di bruciare gente valida (d’altronde non si dicevano meraviglie di Inzaghi o Brocchi quando guidavano le giovanili?), o di perdere la bussola, come fatto con Mihajlovic.

Bacca ha segnato, è vero, Bonaventura ha tirato la carretta, sballottato come Honda per il campo, e a mio avviso è tra i pochi che forse meritano questa maglia così gloriosa per il passato che rappresenta, anche se certi totem ovviamente sono inarrivabili.

Da qualcosa bisogna ripartire, verrebbe da dire cambiando i vertici societari e magari passando sì la mano oltre Italia.

Altra cocente delusione l’ha rappresentata la LAZIO, specie se la confrontiamo con quella spavalda, spesso splendida, di 12 mesi fa. Tante incognite, una rosa immensa difficile da gestire, giocatori clamorosamente sottotono, in primis la stella Felipe Anderson, ma anche Candreva, parso involuto per metà campionato e ripresosi solo nel finale, e a farne le spese è stato Pioli, acclamato sino a pochi mesi prima ma poco vigile quest’anno e non in grado di intervenire.

Il suo successore, Simone Inzaghi, ha la stoffa per allenare e, scoppola a parte con la Fiorentina, aveva dato segni di ripresa alla squadra: chissà se sarà stato sufficiente per Lotito ai fini di una conferma.

Ottimo campionato del CHIEVO, in grado di chiudere addirittura a 50 punti, laddove solo un anno prima era stato tacciato da molti di essere tra le più papabili candidati alla retrocessione. Un giudizio in effetti sin troppo severo, visti i progressi sul finale di torneo scorso dati dalla cura Maran.

L’allenatore si è confermato alla grande, mostrando gran piglio e voglia di imporsi, senza accontentarsi. Privato del suo miglior bomber, Paloschi emigrato in Inghilterra allo Swansea di Guidolin, non ne ha fatto un cruccio, optando per altre soluzioni tattiche e ripresentando a piccolo dosaggio il leader storico Pellissier. Citazione per l’indomito attaccante Meggiorini, a tratti imprendibile, l’affidabile portiere Bizzarri, un veterano, e per l’esordiente in serie A Nicola Rigoni, che poco ha da invidiare al più navigato ed esperto fratello Luca, un totem da queste parti. Promette bene la punta Inglese, autore di gol pregevoli.

L’EMPOLI di Giampaolo compie un’impresa, aggiudicandosi il decimo posto, miglior risultato della sua storia, e rivelando al mondo autentici talenti che diverranno prede dei grossi club: Saponara, che finchè il fisico ha retto, è stato forse il miglior trequartista della serie A, Zielinsky, qualità cristallina ma anche quantità nel nuovo ruolo cucitogli addosso dal mister (mezz’ala anziché fantasista), Paredes (play dall’ottima visione di gioco, di proprietà della Roma, così come l’aitante portiere Skorupski), Mario Rui (anche per lui una fragorosa conferma dopo i bagliori con Sarri, che l’avrebbe rivoluto con sé a Napoli) e capitan Tonelli, una roccia in difesa.

Una squadra sbarazzina, che ha saputo giocare al calcio senza timori reverenziali, alla quale si può solo imputare di essersi psicologicamente adagiata nel girone di ritorno, dopo essersi praticamente salvati già a gennaio.

Difficile classificare, al di là delle posizioni in graduatoria, le stagioni di GENOA, TORINO e ATALANTA. Hanno chiuso tutto sommato bene, rispettivamente a 46 (Genoa, al pari dell’Empoli) e 45 punti (Toro e Atalanta) ma il loro percorso è stato tutto un sali scendi, costellato di illusioni, speranze e cadute piene di paura.

Forse i più costanti sono stati i bergamaschi, ben presto stabilizzati però in classifica, lontani sufficientemente dalla zona rossa e pertanto finiti col perdere presto la vis pugnandi. Si sono esaltati però elementi come il portiere Sportiello, finito giustamente in orbita azzurra, l’olandese De Roon che c’ha messo pochissimo per ambientarsi in serie A, il redivivo Borriello giunto a gennaio dopo una mezza stagione anonima a Carpi e il satanasso offensivo Gomez, tornato quello dei fasti catanesi.

Diverse le situazioni di Genoa e Torino, due compagini che per pedigree, ambiente, tifo e città, vogliono sempre ambire a qualcosa di più di una comoda salvezza. O meglio, dovrebbe essere così, ma la realtà dei fatti parla di un campionato per entrambe fatto di guizzi, exploit per lo più isolati, senza purtroppo dare continuità ad essi. Se il Torino è sembrato ai più alla fine di un ciclo, più nella guida tecnica che in campo, visto i positivi innesti di giovani come Belotti, Baselli o in misura minore Zappacosta, il Genoa può solo mangiarsi le mani per aver troppe volte smarrito le proprie qualità cammin facendo.

Gasperini però è imprescindibile, allenatore capace di far indossare molte vesti tattiche ai suoi uomini, anche di ruotarli al meglio e valorizzarli. Una base solida c’è in Perin, Izzo (entrambi vincitori in passato di uno spendido scudetto Primavera con questa maglia), bomber Pavoletti, cresciuto in modo esponenziale e in grado di mantenere anche con i galloni da titolare un’invidiabile media gol, De Maio, Rincon, Burdisso, ai quali si sono aggiunti in modo perentorio Dzemaili, Rigoni (epurato dal Palermo dove pure era tra i leader) Suso, quest’ultimo a gennaio dal Milan, dove sembrava più una meteora che un’abbagliante stella. Bisogna cercare di trattenerli tutti e ripartire da qui.

Salvezza senza patemi anche per la matricola di lusso BOLOGNA, cui ha giovato il preventivo cambio tecnico in panchina tra uno stanco Delio Rossi e un Donadoni in cerca di rivincita dopo il campionato da incubo vissuto a Parma.

Il suo Bologna ha mostrato un buon calcio, indipendentemente che giocasse tra le mura amiche o fuori di esse, anche se gli è mancato Destro, davvero sottotono, e qualche alternativa da pescare in panchina. Si è rimesso in luce, anche in chiave europea, il jolly offensivo Giaccherini, che ha dispensato gol e assist in buona quantità, supportato a centrocampo dai due astri nascenti Donsah e Diawara (39 anni in due!). In difesa hanno mostrato i denti i “vecchi” Maietta e Gastaldello, che si compensavano benissimo con la solidità di Rossettini e l’esuberanza giovanile di Masina, esordiente in serie A. Bene in porta anche Mirante.

Anche qui però i remi si sono tirati in barca sin troppo presto, complici le situazioni travagliate delle quattro squadre sempre in fondo alla classifica.

Ha toccato i fatidici 40 punti anche la SAMPDORIA, di Zenga prima e di Montella poi, ma il giudizio sulla squadra è insufficiente. Troppi punti oscuri, bui, in questo campionato, troppa confusione, troppi cambiamenti in corsa, col risultato che dopo un buon avvio la squadra stava sprofondando nei bassifondi, smarrita e incapace di una svolta.  Poi anche qui le cose sono state rese possibili e agevolate dai limiti altrui ma per il futuro, considerando che, dopo Eder a gennaio, saranno prevedibili altre cessioni eccellenti, come quella di Soriano, sarà necessario tenere gli occhi bene aperti e stare sull’attenti.

Si salvano anche PALERMO e UDINESE, protagoniste di un campionato molto negativo. I friulani sono progressivamente stati risucchiati nelle paludi, salvandosi solo alla penultima giornata ma hanno regalato ben poche soddisfazioni e gioie ai propri sostenitori, forse a dire il vero solo la vittoria esterna contro la Juventus, nella partita d’esordio. Cannato in pieno il progetto Colantuono, il riciclato De Canio non ha saputo invertire il triste trend inaugurato in primavera e protratto per tutto il restante tragitto.

C’è pure uno splendido stadio di proprietà, ci sono elementi di sicura buona prospettiva, non ci sarà più il mitico capitano Totò Di Natale, che ha chiuso in bellezza con un gol su rigore, bisognerà però ritrovare lo spirito garibaldino dei bei tempi, sperando che l’attenzione della proprietà non sia rivolta maggiormente in Inghilterra o in Spagna, dove giocano le “cugine” Watford e Granada.

Il Palermo ha saputo tirarsi su solo nell’ultimo mese finale, con 10 punti conquistati in 4 partite e aggiudicandosi l’ultima partita contro il già retrocesso Hellas Verona, simultaneamente attento a cosa nel frattempo stava combinando il Carpi a Udine.

Verdetto piuttosto scontato, con entrambe le squadre in corsa per salvarsi a vincere le rispettive sfide ma con gli emiliani condannati alla serie B con un punto di scarto dai più esperti rosanero.

Chi meritava di più? Attenendoci ai numeri, il Palermo, ma se così fosse, si tratterebbe della salvezza più arrembante degli ultimi anni. I siciliani sembravano aver tutto contro, calendario a parte, e cosa più particolare, era da tutto il torneo che “giocavano” quasi a farsi male da soli, come testimonia il record, difficilmente battibile, di allenatori cambiati e rimescolati. La salvezza è giunta per mano di Ballardini e di un giocatore come Maresca che ha vissuto una vera odissea personale quest’anno, essendo finito in due occasioni fuori rosa.

Zamparini sembrava davvero non avere più nulla in serbo, a partire dalla voglia e dalle energie. Ma alla fine la squadra è riemersa ma i tifosi rosanero credo ricorderanno a lungo questa “impresa”.

Le parole di Castori, allenatore del CARPI, ieri a fine partita, erano all’insegna di una grande amarezza e somma tristezza, evitando quelle dietrologie che mai come quest’anno sembravano porgere valide ragioni cui appigliarsi. La questione del “paracadute”, l’oggettivo andamento “misterioso” di squadre in teoria più accreditate, come lo stesso Palermo, la Sampdoria o il fanalino di coda Verona.

In mezzo a tutto ciò la matricola assoluta Carpi, sorta di Cenerentola annunciata del torneo, al pari del “pari grado” FROSINONE, ha condotto il suo campionato con grande dignità e valore, cullando a ragione il sogno salvezza e vendendo cara la pelle al cospetto di chiunque. Soprattutto l’ha fatto affidandosi allo zoccolo duro, ai condottieri che 12 mesi fa avevano compiuto la “missione impossibile”, gente rivelatasi valida anche in serie A (e che potrebbe rimanerci): l’attaccante Di Gaudio, il valido difensore Romagnoli, scuola Milan e (almeno) quest’anno migliore del suo strapagato omonimo rossonero, il “disturbatore” offensivo Lollo, il tornante Pasciuti, il veloce terzino fluidificante (sì, proprio vecchio stampo) Letizia e il goleador di riserva Lasagna, protagonista di una favola nella favola, visti i suoi recenti trascorsi nelle serie inferiori. Meno bene ha fatto l’atteso Mbakogu, di sicuro talento ma poco incisivo al suo primo campionato di A, sciagurato soprattutto nell’aver sbagliato due rigori alla penultima giornata, disputata in casa, e col senno di poi decisiva per il mancato conseguimento della salvezza.

Per i ciociari valgono più o meno le stesse parole spese per il Carpi: erano dati per spacciati a inizio campionato, hanno confermato i pronostici ma onorando alla grande questa grande occasione. Sono stati anche più volte di là della cortina di ferro, senza mai però staccare le tre squadre in fondo. Specie nel girone d’andata la banda di Stellone ha giocato a viso aperto, osando, soprattutto in casa al Matusa, e mettendo in mostra validi interpreti.  Molti erano stati protagonisti con il tecnico della scalata dalla Lega Pro alla massima serie (come Blanchard, bomber Daniel Ciofani – che ha gonfiato molte reti anche in A – il fratello difensore Matteo, il terzino Crivello o il mediano austriaco Gucher); altri addirittura provenienti dal vivaio, come il fantasista Paganini o il centrale di centrocampo Gori, due ’93 che con la formazione Berretti avevano vinto il Campionato Nazionale. Credo che mantenendo questa ossatura, con l’aggiunta dell’innesto d’inverno Kragl, con la dinamite nei piedi sui calci piazzati, la compagine laziale possa seriamente candidarsi a un pronto ritorno in serie A.

Stessa cosa che ovviamente si auspicano anche i moltissimi sostenitori dei gialloblu del VERONA, anche se qui il discorso relativo alla (netta) retrocessione assume connotazioni molto differenti.

All’inizio da molti considerati addirittura come rinforzati rispetto alle precedenti due bellissime compagini capaci di salvarsi agevolmente, regalando spettacolo soprattutto il primo anno con gente come Iturbe, Jorginho, Romulo e il redivivo Toni, ben presto hanno palesato limiti strutturali evidenti, a partire dalla complicata coesistenza in avanti tra il Capitano Luca Toni, anch’egli al passo d’addio e clamoroso capocannoniere a 38 anni del campionato precedente e l’esperto Pazzini. Due nomi altisonanti per una realtà di provincia, che poteva inoltre contare su altri giocatori consolidati, oltre che su talenti bene in vista come lo stopper Helander – fresco vincitore con la sua Svezia di un Europeo Under 21 -, il regista Viviani, scuola Roma e sinora frenato solo da infortuni, il potente Ionita o l’estroso Siligardi.

Niente di tutto ciò: al di là di infortuni in serie, dell’avvicendamento forse tardivo dell’eroe Mandorlini, artefice degli ottimi risultati conseguiti con la squadra dalla Lega Pro alla serie A, con Delneri, della crisi che ha attanagliato molti protagonisti, di colpo parsi inadeguati alla categoria… resta antipatica e fuorviante la motivazione relativa al cosiddetto “paracadute”, già citato in precedenza, che garantiva al Verona, in caso di retrocessione simultanea alle matricole Carpi e Frosinone, una “buona uscita” dalla massima serie di… 40 milioni (25 + 15 la stagione successiva, se la squadra dovesse rimanere in serie B! Un’enormità, che secondo i maligni avrebbe indotto la squadra a giocare al ribasso.

Da giornalista ma soprattutto tifoso – proprio dell’Hellas – mi sono sempre rifiutato di pensare a situazioni simili. Avendo visto allo stadio tutte le gare casalinghe, oltre che praticamente tutte le altre in tv, mi vien semplicemente da pensare che sia sempre mancato qualcosa per risalire la china, a partire dal coraggio e dalla personalità. Certo, può sembrare inspiegabile l’aver perso in casa tutti gli scontri diretti e di conto aver battuto Milan e Juventus al Bentegodi, pareggiato con l’Inter in casa dopo essere stati in vantaggio per 3 a 1 e con la Roma in casa e all’Olimpico.

Forse è il caso veramente di resettare tutto e, se ci sarà quest’ancora di salvataggio per la B, di saperla sfruttare al meglio, puntando sui migliori giocatori della cadetteria.

 

 

Bilancio della serie A al giro di boa. Promossi, bocciati, top, flop e rivelazioni

Si è concluso ieri il girone di andata del campionato di serie A 2015/16 con il Napoli campione d’Inverno, come non gli accadeva dai tempi del suo ultimo scudetto. Che sia di buon auspicio? In questo caso sono leciti gli scongiuri da parte dei tifosi partenopei ma sembrano sussistere molte condizione affinchè questo avvenga nell’imminente futuro.

Higuain, straordinario cannoniere e vero trascinatore del Napoli Campione d'Inverno 2015/2016

Higuain, straordinario cannoniere e vero trascinatore del Napoli Campione d’Inverno 2015/2016

Primo fra tutti, il motivo principale di una possibile affermazione partenopea per lo scudetto è il bel gioco messo in mostra per lunghi tratti del torneo dai ragazzi di Sarri. L’ex tecnico dell’Empoli, accolto con parecchio scetticismo ma reduce da un sfavillante campionato in Toscana, ha presto smentito tutti, dopo il normale periodo di apprendistato. Il Napoli ha perso terreno sull’Inter solo due mesi fa ma la frenata dei nerazzurri e la conseguente ripresa degli azzurri, li aveva proiettati nuovamente in alto, fino al sorpasso giunto in extremis.

La stessa Inter però, a ragion veduta, può rappresentare una sorpresa, nel senso che non era pronosticata proprio come candidata principale al titolo. Non sempre le performance degli uomini di Mancini sono state entusiasmanti sul piano del gioco, ma i risultati arrivavano in serie e la difesa pareva irreprensibile. Non si spiega poi molto la doppia caduta consecutiva casalinga, contro Lazio e Sassuolo.

Ciò ha facilitato la lunga rincorsa dei detentori del titolo. La Juventus, attesa a un torneo interlocutorio, come sembrava testimoniare il complicato inizio di stagione, ha invece trovato gli ingranaggi giusti, risultando nuovamente vincente, oltre che rinnovata, spinta all’astro nascente di Dybala, uno degli uomini simbolo del campionato, assieme al “mostro” Higuain, capace di siglare ben 18 reti a metà campionato.

L'argentino Dybala, stella del torneo, sta riuscendo nell'impresa di non far rimpiangere Tevez alla Juventus

L’argentino Dybala, stella del torneo, sta riuscendo nell’impresa di non far rimpiangere Tevez alla Juventus

La Fiorentina, a lungo col fiato sul collo delle capolista, appare più debole negli interpreti (specie quando gli sono venuti a mancare i big della squadra Ilicic, Kalinic o Bernardeschi) e forse ancora troppo acerba a questi livelli. In fondo, eccezion fatta per la splendida affermazione a San Siro contro l’Inter, ha sempre fatto flop negli appuntamenti importanti, quando era chiamata al salto di qualità. Rimane comunque una delle rivelazioni del torneo, nonché una delle compagini che propongono un bel calcio, merito certamente anche dell’esordiente tecnico in serie A Paulo Sousa.

il giovane Bernardeschi, speranza viola e del calcio azzurro, una della rivelazioni della bella Fiorentina del girone d'andata

il giovane Bernardeschi, speranza viola e del calcio azzurro, una della rivelazioni della bella Fiorentina del girone d’andata

Chi ha deluso invece, senza se e senza ma, sono le due romane e il Milan.

Sulla Roma era lecito attendersi un campionato di vertice, sia per la qualità oggettiva dell’organico, sia per carenze altrui. I giallorossi però hanno inanellato una serie di prestazioni negative, sul piano della qualità del gioco come in quella dei risultati, rimanendo irrimediabilmente attardata in classifica. La Lazio ha alternato buone prestazioni, sulla falsariga dell’ottima passata stagione, ad altre disarmanti. Anche il Milan viaggia in un mare di problemi, con una società non più in grado di imporsi sul mercato, nonostante i tanti milioni (mal) spesi. Squadra spesso senza né capo, né coda, in cui anche il tecnico Mihajlovic, un po’ come accaduto a Garcia alla Roma, sembra in balia della situazione e incapace di trovare una dimensione tecnico/tattica alla rosa messagli a disposizione.

Le vere rivelazioni della serie A sono Sassuolo ed Empoli. Gli emiliani, al terzo anno di A sono ormai una certezza, in grado di infilare risultati clamorosi in serie, di non sfigurare contro le (presunti) grandi e di competere sul mercato. Possono puntare all’Europa League e nessuno griderebbe allo scandalo, considerando la bontà dell’organico di Di Francesco.

Chi ha davvero stupito è l’Empoli del neo-tecnico Giampaolo, che sembrava ormai perso per il grande calcio. Invece, redivivo più che mai, sta facendo persino meglio del suo predecessore Sarri (che innegabilmente gli ha lasciato in dote una buona eredità), avendo di fatto già salvato la squadra dalla serie B. Oltretutto lo ha fatto dopo aver perso molti pezzi pregiati in estate (Valdifiori, Hysaj, Vecino, Rugani, Sepe), sostituendoli con giocatori giovani e sicure promesse come il trio di centrocampo Zielinski-ParedesBuchel o il portiere Skorupski, potendo però contare sull’eterno Maccarone, sulle fragorose conferme di gente come Tonelli, Laurini e Pucciarelli e sulla piena affermazione dei futuri uomini mercato Mario Rui e Saponara, la stella della squadra.

Ricky Saponara, rimanendo a Empoli, ha fatto la scelta e ora si sta consacrando come un fuoriclasse giusta. Rappresenta la ciliegina sulla torta della sorpresa Empoli

Ricky Saponara, rimanendo a Empoli, ha fatto la scelta giusta e ora si sta consacrando come un fuoriclasse. Rappresenta la ciliegina sulla torta della sorpresa Empoli.

Hanno alternato a prestazioni superbe, gagliarde, positive, altre scialbe, deludenti e talvolta incomprensibili, squadre come le due genovesi e il Torino, attese a un campionato più che tranquillo, dopo aver navigato in zona Europa per tutta la stagione scorsa.

La Sampdoria, precocemente eliminata in coppa, ha saputo rialzarsi in fretta, ottenendo nella prima parte di stagione una serie di ottime prestazioni, condite da valanghe di gol, compensate però da fragilità difensive dettate da mancanza di equilibrio tattico. Zenga, mai entrato in sintonia con l’ambiente, è stato esonerato e il suo successore Montella solo sul finale ha dato segni di poter risollevare la squadra, imperniandola soprattutto sul marcatore Eder e su un Cassano forse mai così maturo. Il Torino aveva iniziato con gran piglio, per poi squagliarsi a ¾ del cammino. Il Genoa a tratti è parsa sin troppo allo sbando per essere vera, e distratta forse in alcuni suoi uomini dalle ricorrenti voci di mercato, finendo pericolosamente appena sopra la zona retrocessione.

Atalanta, Udinese, Chievo, Bologna e Palermo stanno disputando un torneo più che sufficiente, se vogliamo persino da 7, nonostante non siano proprio continue a livello di risultati. La salvezza appare comunque molto alla portata.

Rimangono le due “cenerentole” annunciate, Carpi e Frosinone, effettivamente da sempre nella zona calda della classifica, con i ciociari in grado però di alzare la testa per vedere cosa ci sta sopra e di disputare delle buonissime partite, specie tra le mura amiche. Troppi però i gol presi. Il Carpi ha un gioco forse meno propositivo ma è dura a morire e ha costretto più volte avversari più quotati tecnicamente a sudare per averne la meglio. Tuttavia, non possiamo darle per spacciate, visto che con le unghie e con i denti, sono a stretto giro di posta dal quartultimo posto.

Chi non ha proprio attenuanti è il fanalino di coda Hellas Verona, cui nemmeno il sofferto cambio in panchina, con l’avvicendamento tra lo storico allenatore Mandorlini (che aveva riportato la squadra in serie A, prendendola in terza serie) e l’esperto Delneri, ha portato la sospirata svolta. Otto punti sono davvero pochissimi, un record negativo che difficilmente potrà essere sopperito da un buon girone di ritorno.

I NOMI DEL CAMPIONATO squadra per squadra

Ovviamente non sempre top e flop corrispondono a un vero riconoscimento oggettivo o a una delusione effettiva. Laddove le squadre stanno primeggiando o giocando secondo aspettative, è difficile (e persino talvolta ingeneroso) indicarlo, così come nel caso di squadre in grave difficoltà risulta altresì arduo parlare di top o rivelazioni ma tant’è… eccovi i nomi che, nel bene o nel male, si sono contraddistinti in questa prima fase del campionato.

ATALANTA: TOP DE ROON, RIVELAZIONE GRASSI, FLOP DENIS

BOLOGNA: TOP GIACCHERINI, RIVELAZIONE DIAWARA, FLOP DESTRO

CARPI: TOP LETIZIA, RIVELAZIONE MATOS, FLOP MARRONE

CHIEVO: TOP MEGGIORINI, RIVELAZIONE INGLESE, FLOP MPOKU

FIORENTINA: TOP KALINIC, RIVELAZIONE BERNARDESCHI, FLOP MARIO SUAREZ

FROSINONE: TOP CIOFANI, RIVELAZIONE PAGANINI, FLOP ROSI

EMPOLI: TOP SAPONARA, RIVELAZIONE ZIELINSKI, FLOP ZAMBELLI

GENOA: TOP PAVOLETTI, RIVELAZIONE GAKPE, FLOP PEROTTI

INTER: TOP HANDANOVIC, RIVELAZIONE LJAJIC, FLOP KONDOGBIA

JUVENTUS: TOP DYBALA, RIVELAZIONE EVRA, FLOP CUADRADO

LAZIO: TOP BIGLIA, RIVELAZIONE HOEDT, FLOP MAURICIO

MILAN: TOP BONAVENTURA, RIVELAZIONE DONNARUMMA, FLOP BALOTELLI

NAPOLI: TOP HIGUAIN, RIVELAZIONE JORGINHO, FLOP CHIRICHES

PALERMO: TOP VAZQUEZ, RIVELAZIONE GOLDANIGA, FLOP DURDEVIC

ROMA: TOP PJANIC, RIVELAZIONE SADIQ, FLOP DZEKO

SAMPDORIA: TOP SORIANO, RIVELAZIONE IVAN, FLOP MURIEL

SASSUOLO: TOP BERARDI, RIVELAZIONE PELLEGRINI, FLOP DEFREL

TORINO: TOP BASELLI, RIVELAZIONE AVELAR, FLOP BELOTTI

UDINESE: TOP THEREAU, RIVELAZIONE LODI, FLOP DI NATALE

VERONA: TOP MORAS, RIVELAZIONE GOLLINI, FLOP PAZZINI

 

 

Calciomercato all’insegna dei giovani talenti nostrani. Era ora! Accanto a nomi di respiro internazionale, a infiammare i nostri club sono soprattutto i giovani italiani

Il calciomercato sembra già entrato nel pieno del vivo, nonostante in fondo non sia ancora iniziato il mese di luglio. Un mercato che, accanto a nomi più o meno altisonanti – o fuori dalla portata dei nostri club da un paio d’anni a questa parte – sta virando finalmente verso il Made in Italy, più volte auspicato in questo mio spazio.

Se può lasciare scettici molti appassionati questo improvviso esborso massiccio da parte delle squadre italiane, che potrebbe sottintendere una rinnovata voglia di tornare competitivi in tempi brevi, sull’onda lunga della Juventus finalista di Champions, questo è dovuto soprattutto al fatto che non si sa bene da dove provengano in effetti questi soldi.

Che le proprietà di Inter, Milan, Roma, Sampdoria, Fiorentina, Napoli… stiano spendendo o abbiano avanzate trattative in corso è sotto gli occhi di tutti ma al di là di nuovi investitori, pare che sia più un’esigenza, un segnale forte da parte di queste di voler tornare a essere protagoniste, non solo comprimarie all’inseguimento di una Juve dai connotati sempre più internazionali. Entrare a gamba tesa sul mercato suona come un avvertimento di voler ridurre quanto prima il gap tecnico, oltre a far ritrovare entusiasmo.

E’ interessante però notare come siano i talenti nostrani a farla da padrone, con lo sbocciare di una gold generation, quella dei ’91 e ’92 che,  se ha lasciato sul campo internazionale in fatto di trofei poca roba, da sempre per molti addetti ai lavori rappresenta una nidiata di grande avvenire. 

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Bertolacci  dal Genoa (via Roma, cui era rientrato al termine della stagione della consacrazione, con tanto di felice esordio azzurro) al Milan, pagato giusto una ventina di euro, è il caso finora più eclatante, simbolo della ricostruzione del glorioso club che avrà come prossima guida il sergente Mihajlovic, che ha caldeggiato il suo acquisto sin dal primo giorno in cui si era insidiato in via Aldo Rossi.

Ma solo sei mesi fa Gabbiadini sempre del ’91, un altro svezzato dal tecnico serbo quando stava alla Sampdoria, era stato acquistato dal Napoli, dove ebbe poche possibilità di duettare col coetaneo Insigne, complice il serio infortunio di quest’ultimo. Al Napoli (ma lo vuole pure la Juventus) potrebbe approdare un altro gran fantasista del ’91, quel Riccardo Saponara frettolosamente bocciato dai rossoneri, dove forse era giunto nel momento sbagliato. Lì ritroverebbe il tecnico Sarri e pure il regista Valdifiori con il quale ha alzato clamorosamente le quotazioni dell’Empoli, reduce da una splendida salvezza all’insegna di un calcio spettacolare, coraggioso e propositivo.

Zaza, stessa età, potrebbe finalmente giocarsi le sue carte in bianconero, dopo aver dimostrato nel Sassuolo, in coppia con l’altro golden boy Berardi (di tre anni più giovani e destinato ancora ai neroverdi prima di approdare anch’egli alla Juventus) di essere una certezza ormai, non più un prospetto. E’ nelle grazie di Conte per la complicata ricostruzione della Nazionale e, seppur fra alti e bassi, sta dimostrando di valere la maglia azzurra.

Presto potrebbe tornare protagonista anche l’italo brasiliano Jorginho, se dovesse passare al Torino. I mezzi tecnici di cui dispone sono enormi e in una piazza come quella granata avrebbe la possibilità di mostrare quella maestria da gran regista con cui si era affermato nell’Hellas Verona.

Nel Verona ha spopolato Jacopo Sala, tuttofare della mediana, impostato da Mandorlini come terzino destro, ruolo che a mio avviso va a spersonalizzarlo un po’ troppo, laddove l’ex Chelsea ha invece palesato grandi numeri a sostegno delle punte o in appoggio ai centrocampisti. Come ha ammesso più volte la dirigenza gialloblu è destinato a una grande squadra.

Scendendo d’età stiamo riscontrando un alto gradimento nei confronti di molti azzurrini, sebbene siano stati eliminati precocemente dall’Europeo under 21 in corso (sul come è avvenuto non mi pronuncio, consoliamoci però vedendo che a contendersi la finalissima saranno le due squadre che avevamo nel girone e che guarda caso col loro pareggio hanno sancito la nostra eliminazione).

Il centrocampista classe ’92 dai piedi buoni Baselli (da tempo immemore nei radar milanisti), invero in ombra in Rep.Ceca dove ha perso il posto da titolare in favore di Cataldi, è vicinissimo alla Fiorentina del neo tecnico Paulo Sousa, così come il terzino cresciuto nella Roma Sabelli. Fiorentina che sta cercando di strappare al Monaco, puntando sulla forza di un nuovo e stimolante progetto, il centravanti Destro, che a dispetto delle tante esperienze maturate, fa anche lui parte della classe di ferro 1991.

A proposito di terzini, il migliore visto agli Europei, è proprio il nostro Zappacosta, già molto positivo al primo anno di A con l’Atalanta, dove ha completato l’iter di crescita iniziato l’anno prima ad Avellino. Su di lui non solo il Napoli ma anche sirene di club europei.

Viviani, anch’egli prodotto del vincente vivaio giallorosso, è stato acquistato dal Palermo e finalmente potrà cimentarsi in serie A dopo il lungo apprendistato in cadetteria. Il già citato Cataldi è saldissimo nella sua Lazio, dove gioca già col piglio del veterano, nonostante sia un ’94. Rugani, suo coetaneo, è già uno dei migliori difensori della serie A assieme al più giovane Romagnoli (già prontissimo per giocare titolare nella Roma dov’era cresciuto) e a mio avviso dovrebbe rimanere in forza alla Juve che ne detiene il cartellino. Benassi, tra i più in mostra in Nazionale giovanile, era già emerso in serie A col Torino, e ora il suo cartellino a metà con l’Inter è stato acquisito in toto dai granata. Se i nerazzurri abbiano fatto o meno un errore tecnico lo stabilirà il tempo ma ho il forte sensore di sì!

Fari puntati sono anche su altri giocatori cresciuti nelle nostre “cantere” e mi pare di dire che non è mai troppo tardi se alla fine si ottengono dei risultati concreti. Non sarà questo a risolvere subito i mali del nostro sistema calcio ma può e deve essere una base su cui poggiare il proprio futuro, come hanno fatto nella vicina Germania all’incirca una decina d’anni fa. Mi pare che i frutti nel loro caso siano stati colti eccome!

Il pagellone conclusivo della serie A 2014/’15. Sugli scudi la Juventus campione d’Italia, la Lazio che all’ultimo ottiene il terzo posto e le genovesi. Flop Napoli e le milanesi. Delude la Roma di Garcia. Rivelazione Empoli, in coda giochi già fatti con troppo anticipo.

Si è tenuto ieri l’atto conclusivo di una serie A, i cui esiti erano sostanzialmente già noti, con l’aggiunta del pepe dello scontro diretto tra Napoli e Lazio, valevole per l’accesso al terzo posto, con conseguente preliminare di Champions League. Ben prima però la Juventus di Allegri aveva sigillato lo Scudetto, coronando la stagione della conferma; in coda erano già mestamente retrocesse Cagliari, Cesena e Parma mentre l’Europa League in pratica rischia di veder sovvertiti i risultati del campo causa inadempienza ancora da verificare del Genoa, splendida protagonista sul campo. Rimaneva da assegnare lo scettro del capocannoniere del torneo, alla fine condiviso tra l’eterno Toni e il rampante Icardi. Al di là dei verdetti, un campionato che certamente non passerà ai posteri per la qualità del gioco espresso o per i nuovi valori in campo emersi. Urge (nuovamente) cercare delle soluzioni per ripartire. La conquista della Champions della Juventus – che così completerebbe un personale triplete, aggiungendovi pure la Coppa Italia – avrebbe del sensazionale ma da sola davvero può costituire la panacea dei mali del nostro calcio o meglio la rinascita di un movimento mai così asfittico? Nel frattempo non ci resta che stringerci attorno alle maglie bianconere e per una volta provare a mettere da parte i panni del tifoso, tentando un’impresa che realisticamente pare difficile: battere i fenomeni del Barcellona, riportando così una nostra compagine sul trono più importante d’Europa, dopo le illusioni dei nostri club nella vecchia Coppa Uefa. Di seguito nel dettaglio, i giudizi sulla stagione delle singole squadre.

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JUVENTUS pt 87 (CAMPIONE D’ITALIA)

VOTO: 9 il primo campionato del dopo Conte ha consegnato all’Italia una Juve più “leggera” psicologicamente, forse pure più simpatica, ma a parte queste sensazioni, sul campo la squadra del neo tecnico Allegri, tornato in pista dopo le recenti delusioni milaniste, non ha mai avuto degni rivali, chiudendo la pratica alla fine del girone d’andata. Divenuti più flessibili tatticamente, col cambio di modulo in corsa, i bianconeri hanno puntato più sul palleggio che non sull’irruenza, mostrando un calcio dal respiro internazionale. E l’imperioso cammino europeo può aprire scenari insperati alla vigilia anche in chiave mercato futura, con conferme importanti (come quelle dei big Pogba e Vidal) e acquisizioni eccellenti.

TOP E FLOP: mai in carriera Carlitos Tevez aveva raggiunto tali livelli di continuità. Forte lo è sempre stato ma a Torino ha trovato l’ambiente ideale per diventare autentico leader offensivo, non soltanto per i (tanti) gol segnati. Dalla sua quasi sicura conferma potranno dipendere le fortune della squadra, specie se gli verrà affiancato un attaccante di grande livello (vedi Cavani). Nel frattempo è cresciuto il baby Morata, uscendo nei momenti topici della stagione ed è stato acquistato Dybala, tra le rivelazioni della serie A. In mezzo al campo si è rivelato ad alti livelli Sturaro e ha raggiunto livelli di eccellenza Claudio Marchisio. Onestamente nessuno può essere bollato come peggiore, tutti hanno fatto la loro parte. Solo Pirlo a tratti ha dimostrato di cominciare a sentire il peso degli anni ma Allegri ha tamponato bene la falla, dimostrando che, con uno schieramento non dipendente da un vero regista, si può sopperire anche ad alcune sue cadute di tono… un po’ come in fondo aveva già fatto al Milan.

ROMA pt 70 (CHAMPIONS LEAGUE)

VOTO: 5 non inganni il secondo posto, requisito minimo a inizio stagione e centrato con serie difficoltà, dopo un girone di ritorno con una media quasi da retrocessione. Nulla ha funzionato, a partire dallo sciagurato mercato che, a conti fatti, si è rivelato un flop nella quasi totalità degli acquisti (eccezion fatta forse per Manolas che almeno nel girone d’andata si era dimostrato molto solido), al gioco clamorosamente involuto rispetto a 12 mesi fa. Probabilmente verrà confermato Garcia, non immune da colpe, ma meritevole di un’altra prova d’appello, dopo la scintillante stagione scorsa.

TOP E FLOP: il centrocampista belga Nainggolan non ha mai deluso, garantendo sempre grinta, applicazione, determinazione e preziose giocate: non a caso sarà uomo mercato ma la Roma, se non vuole perdere ulteriore terreno dai bianconeri dovrà assolutamente evitare di cederlo proprio ai rivali A livello tecnico altri hanno fatto peggio di lui, basti pensare alla disastrosa stagione dell’ivoriano Gervinho, lontano parente dell’asso della scorsa stagione, ma il piccolo argentino Iturbe era venuto nella Capitale da acquisto boom dell’intera serie A ed era atteso alla consacrazione su vasta scala. Ha sentito enormemente la pressione e poco lo ha aiutato l’essersi infortunato a inizio campionato, quando tutto sommato non si stava inserendo male (vedi gol alla Juve e in Champions League). Magari il prossimo anno, con meno riflettori puntati, potrebbe far risalire le sue quotazioni, attualmente molto ribassate.

LAZIO pt 69 (preliminari Champions League)

VOTO: 8 campionato super per i cugini laziali, giunti a un passo dal secondo posto. E’ vero, hanno perso lo scettro cittadino ma in fondo pochissimi pensavano a un campionato di così alto livello, suggellato dalla finale di Coppa Italia e dalla decisiva vittoria all’ultima giornata in casa del Napoli, valido di fatto per l’accesso ai preliminari di Champions. In mezzo, il neo tecnico Pioli, che ha fatto personalmente un gran salto di qualità in carriera, ha mostrato gran carattere e la sua squadra un gioco piacevole, moderno, arrembante all’occorrenza, comunque sempre propositivo.

TOP E FLOP: difficile individuarlo, nel contesto di una felicissima annata. Quattro giocatori in doppia cifra costituiscono un record, senza contare la solidità difensiva ben rappresentata dall’ottimo De Vrij, il lancio di un laziale doc come Cataldi, già nell’occhio del ct della Nazionale, la voglia di gol mai tramontata di Klose e la qualità in mezzo al campo di Biglia e Parolo. In mezzo a tutto ciò, Candreva è stato il fiore all’occhiello: giocatore completo, centrocampista con spiccato senso del gol, dai piedi buoni e dalle doti innegabili di trascinatore. Nessun giocatore ha demeritato, ma forse ci si attendeva di più dal giovane Keità, enfant prodige del vivaio biancoceleste, che invero poco ha fatto per convincere Pioli a utilizzarlo più spesso come titolare.

FIORENTINA pt 64 (Europa League)

VOTO: 6,5 quarto posto giunto sul filo di lana ma allo stesso tempo probabilmente si è chiusa un’era, quella di Montella. Il tecnico napoletano ha saputo far fronte anche quest’anno a diverse defezioni in corso d’opera (la cessione del big Cuadrado, la riluttanza da gol di Gomez, l’infortunio del gioiello Bernardeschi, la convalescenza infinita di Rossi), mantenendo uno standard di qualità del suo gioco parecchio elevato, almeno alle nostre latitudini, ma allo stesso tempo la squadra ha anche avuto clamorosi black out.

TOP E FLOP: al suo arrivo in serie A, l’ex fantasista del Chelsea, il Messi egiziano Salah, aveva letteralmente incantato tutti, con la sua tecnica cristallina, la sua velocità col pallone attaccato ai piedi, la sua efficacia in zona gol, giunto a compensare egregiamente la partenza del colombiano Cuadrado, protagonista di un percorso inverso al suo. Poi si è ridimensionato un po’ strada facendo ma rimane una delle sensazioni del nostro torneo. Di contro ha deluso ancora una volta il tedesco Gomez, perennemente a mezzo servizio e quasi ininfluente dal punto di vista offensivo: urge correre ai ripari cercando una punta prolifica.

NAPOLI pt  63 (Europa League)

VOTO: 4 stagione disastrosa quella dei partenopei su tutta la linea. Subito estromessi dai giochi in Champions League, hanno puntato a un certo punto della stagione, quando la chimera Juventus era ormai irraggiungibile (ma in fondo anche il secondo posto…) tutto sull’Europa League, vedendo vanificare la conquista della finale in modo quanto meno discutibile. In mezzo, tantissime cadute a vuoto, risultati altalenanti e la sensazione evidente che tra tecnico e società la sintonia fosse finita da un pezzo.

TOP E FLOP: Higuain ha segnato molto ma ha sulla coscienza un errore decisivo dal dischetto contro la Lazio, che poteva in una stagione modesta, garantire quanto meno l’accesso ai preliminari di Champions. Per lui bollettino rosso dal dischetto, con 4 penalty sbagliati. Nel girone di ritorno si è rivisto meglio Hamsik, comunque mai parso centrale nei piani di Benitez, mentre si è dimostrato acquisto di prospettiva Gabbiadini che, col rientrante coetaneo Insigne, potrebbe costituire una forte coppia di giovani italiani anche in chiave nazionale. Malissimo su tutta la linea la difesa, a cominciare dall’handicap portiere e di scarsissima resa la mediana. Con una squadra così incompleta, era dura onestamente chiedere di poter competere per lo scudetto, come da più parti a inizio stagione si auspicava.

Iago Falquè, autentica rivelazione della serie A

Iago Falquè, autentica rivelazione della serie A

GENOA pt 59 (Europa Laegue attualmente non consentita causa mancata licenza Uefa)

VOTO: 8 ci risiamo, verrebbe da dire, pensando a cosa successe al Parma l’anno scorso. Invece auguriamo al Grifone di adempiere a queste lacune e di accedere a un’Europa League che sul campo rappresenterebbe giusto epilogo a un campionato splendido, in cui la squadra di Gasperini ha a lungo mostrato un gioco estremamente piacevole e ficcante.

TOP E FLOP: sugli scudi moltissimi giocatori, dal super Perotti della prima parte di torneo alla rivelazione Iago Falque, autentico colpo da biliardo della società, che ha avuto grande intuizione e coraggio nel riproporlo in Italia dopo la precoce bocciatura juventina. Attaccante completo, gran goleador spesso al servizio della squadra, si è ambientato benissimo e su di lui si potrà costruire una squadra ancora più forte. E poi fragorose conferme sono giunte da Bertolacci, finalmente sbocciato anche in chiave Nazionale, l’enfant du pays Perin, il difensore francese De Maio (ammetto che mai ai tempi delle giovanili del Brescia gli avrei pronosticato un futuro così florido) e gli stranieri Tino Costa e Rincon o il bomber Pavoletti. Qualche amnesia in difesa del rude Roncaglia non gli hanno comunque compromesso la stagione, nel contesto di un campionato da ricordare per tutto il Genoa, nonostante in molti avessero storto il naso a gennaio per le cessioni di gente come Antonelli, Matri e il giovane Sturaro, poi sbocciato nella Juventus.

SAMPDORIA pt 56 (Europa League)

VOTO: 7 l’Europa League potrebbe arrivare proprio a scapito dei cugini, con i quali per molto tempo sono andati a braccetto in una stagione positivissima per le genovesi. In realtà qualcosa è mancato nei momenti decisivi della stagione alla squadra di Mihajolovic, destinato a un altro club, ma resta il fatto che anche i blucerchiati hanno giocato molto bene, sempre per vincere, centrando spesso risultati eclatanti alla vigilia.

TOP E FLOP: grandissimo girone d’andata della Samp esemplificato dall’approdo in Nazionale di molti dei suoi protagonisti eccellenti, dal funambolo offensivo Eder (che, da naturalizzato, ha battezzato la maglia azzurra con un gol), al “tuttocampista” Soriano fino al partente Gabbiadini, spedito a Napoli col mercato di gennaio. Il giovanissimo Romagnoli, “regalo” della Roma, classe ’95 è già uno dei migliori difensori del campionato e in questa consacrazione gran merito va anche al tecnico che lo ha lanciato senza remore, sacrificando l’antico baluardo Gastaldello. Ma bene hanno fatto anche Okaka, De Silvestri, Viviano. Gli strombazzati Eto’o e Muriel si sono messi al servizio della squadra con umiltà e giusto spirito ma in zona gol hanno indubbiamente deluso, non facendo fare il salto di qualità tanto auspicato.

INTER pt 55

VOTO: 4 come poter giudicare positivamente una stagione in cui non si è raggiunto nemmeno l’obiettivo (davvero minimo) della qualificazione all’Europa League? Dopo lo scontato addio di Mazzarri, mai veramente entrato in sintonia con tifosi, società e ambiente, neanche lo strombazzato ritorno di Mancini ha condotto l’Inter a una dimensione tecnica quantomeno dignitosa. Alti e bassi paurosi anche nel ritorno, con una graduatoria rimasta pressochè sostanzialmente invariata rispetto al suo predecessore. E questo nonostante buoni innesti quali i vari Shaqiri, Podolski e Santon (al più deludenti o inutilizzati). Insomma, occorre ripartire dalle poche certezze con nuovo slancio.

TOP E FLOP: Icardi a soli 22 anni conquista per la prima volta il titolo di capocannoniere del torneo, dimostrando ormai di essere un attaccante completo, quando non letale in area di rigore. Occorre rinnovargli il contratto, scendendo un po’ a patti senza scombussolare troppo quelli che sembrano già fragili equilibri interni. Si è rivisto nella seconda parte di stagione Hernanes, rilanciato quando pochi se lo aspettavano dal Mancio. Tutto sommato non ha demeritato il pittbull Medel, ma la qualità in mezzo al campo la devono garantire altri. Molte le delusioni, farne un elenco risulta quasi stucchevole. In primis il non pervenuto Podolski e l’atteso Shaqiri, che ha faticato non poco a entrare nei meccanismi della squadra, fino a uscirne prematuramente. E poi in generale la difesa, da un Vidic appena appena recuperato nel girone di ritorno (ma il più delle volte “impresentabile”) a un Ranocchia, cui stanno per terminare le attenuanti e per il quale il grado di capitano sembra non essergli congeniale. Neanche Juan Jesus, Dodò e D’Ambrosio a conti fatti sembrano “da Inter”, così come probabilmente è finito il tempo della promessa Kovacic, che se non prova a cambiare aria (magari al Liverpool dove poi si è consacrato l’altro ex interista Coutinho), rischia seriamente di rimanere un’eterna incompiuta. Persino il gigante Handanovic ha più volte steccato sul finale, forse distratto dalle voci di mercato sul suo conto. Quel che sia, è che l’Inter dovrà cambiare molte cose, direi senza mezze misure, quasi tutta la rosa.

TORINO pt 54

VOTO: 7 non è riuscita alla squadra di Ventura l’impresa di centrare per la seconda volta consecutiva l’accesso all’Europa League ma poco conta se il campionato disputato rimane di grande levatura, con ciliegine come la vittoria nel derby della Mole attesa vent’anni. Ma non solo, i granata a più riprese hanno mostrato di essere ormai una realtà competitiva e di avere una chiara e forte identità, a prescindere dai giocatori in campo… anche se, chiaro, perdere in un sol colpo l’anno prossimo gente come capitan Glik e Darmian potrebbe essere dura da assorbire.

TOP E FLOP: i già citati Glik e Darmian rappresentano le punte di diamante della squadra, rimasta orfana alla vigilia della super coppia gol Immobile – Cerci. Il difensore goleador polacco rappresenta l’essenza del Toro, e sarebbe una grave perdita la sua cessione, mentre il laterale già protagonista con la maglia azzurra della Nazionale si è confermato uno dei massimi interpreti nel ruolo, abbinando magnificamente corsa e tecnica, giocando tra l’altro indifferentemente a destra e a sinistra. Bene hanno fatto anche un redivivo Quagliarella, l’attaccante Maxi Lopez, accolto come beniamino e puntualissimo in zona gol, l’arrembante laterale Bruno Peres, una delle sorprese di stagione, mentre sono ulteriormente migliorati Maksimovic e El Kaddouri. In mezzo al campo Ventura ha dato ampio spazio al giovane Benassi, venendone spesso ripagato in termini di prestazioni.

MILAN pt 52

VOTO: 4 niente da salvare in casa Milan, e fa specie che entrambe le milanesi abbiano toppato, visto che a rimetterci è parso tutto il movimento tricolore, mancando all’appello due big storiche. Inzaghi probabilmente pagherà per tutti, e indubbiamente il giovane tecnico, (ex) idolo di casa ha le sue colpe ma bisogna ammettere che il roster a sua disposizione era veramente ai minimi storici in termini di qualità in casa rossonera, da 20 anni a questa parte. Poi, certo, scelte sbagliate, tourbillon di cambi, formazioni sempre diverse, tantissimi infortuni non lo hanno aiutato. Rimane il fatto che la squadra mai, ma proprio mai, è stata in corsa per accaparrarsi posizioni di prestigio.

TOP E FLOP: hanno ben figurato alcuni elementi, dai quali bisognerà necessariamente ripartire, nel contesto di una rivoluzione che pare scontata, a cominciare dai vertici della società. Parlo soprattutto di Jack Bonaventura, spesso chiamato a cantare e portare la croce e del francese Menez, mai così prolifico, seppur discontinuo e non di rado indisponente. Ma anche l’ex enfant prodige El Shaarawy se recuperato pienamente è in grado di garantire gol e qualità, così come l’altro gioiello di casa De Sciglio, in grave crisi d’identità tecnica. Il portiere Diego Lopez ha spesso salvato la baracca nei momenti critici, per il resto la difesa ha fatto acqua da tutte le parti. Il centrocampo poi, orfano presto di Montolivo, ha palesato limiti tecnici evidenti in costruzione, dove solo sul finale Van Ginkel ha lasciato intravedere qualcosa di buono, e dove i buoni Poli e De Jong hanno garantito se non altro corsa e cuore.

PALERMO pt 49

VOTO: 6,5 matricola per modo di dire, la squadra rosanero si è riproposta dopo un anno di purgatorio, partendo a fari spenti, ma consolidandosi ben presto, tanto che la salvezza è parsa largamente alla portata sin dal girone d’andata, da quando le stelle emergenti Vazquez e Dybala hanno cominciato a brillare. Tante buonissime partite, al punto che gli ultimi due mesi, a obiettivo raggiunto, il Palermo ha quasi tirato i remi in barca. Peccato, ma la stagione rimane estremamente positiva.

TOP E FLOP: già detto dei due satanassi offensivi, con il piccolo attaccante già acquistato dalla Juventus e “Il mudo” Vazquez che da oruiundo è giunto persino in Nazionale, bisogna rilevare come tutto l’organico di Iachini, finalmente a suo agio nella massima serie, abbia ben figurato.

SASSUOLO pt 49

VOTO: 6,5 vale lo stesso discorso fatto per il Palermo. La mancanza reale di obiettivi, raggiunta agevolmente la salvezza una volta constatato che la quota utile sarebbe stata alquanto bassa, ha condizionato il rendimento degli uomini di Di Francesco, con il risultato che spesso è mancata l’intensità e la giusta concentrazione nelle prestazioni. Chiaro, confermarsi è sempre più difficile, ma fuor di favola, il Sassuolo deve capire che possiede i mezzi per ambire a consolidarsi a lungo in serie A.

TOP E FLOP: seppur altalenanti, i due gioielli (già promessi sposi bianconeri) Berardi e Zaza hanno confermato i buoni numeri della scorsa stagione, col secondo stabilmente nel giro della Nazionale. La squadra in ogni caso poteva vantare buoni interpreti in tutti i reparti, basti pensare a Missiroli o Vrsaliko a centrocampo (col secondo bravo anche ad abbassarsi), Consigli in porta o Cannavaro e Acerbi in difesa. Per questo forse si poteva osare addirittura di più di una (comoda) salvezza.

Stagione monstre per Toni, a 38 anni capocannoniere assieme all'interista Icardi con 22 gol

Stagione monstre per Toni, a 38 anni capocannoniere assieme all’interista Icardi con 22 gol

HELLAS VERONA pt 46

VOTO: 6 senza infamia e senza lode il campionato dell’Hellas, sicuramente meno entusiasmante rispetto all’edizione 2013/’14. Tuttavia, l’obiettivo salvezza, reso molto più semplici dalle vicissitudini altrui, è stato conseguito in scioltezza e c’è stata la grande soddisfazione legata a Toni, re dei bomber.

TOP E FLOP: Luca Toni a 38 anni si è laureato – seppur in coabitazione con Icardi – capocannoniere della serie A, stabilendo di fatto due record. Mai nella storia della serie A il re del gol era stato così “anziano” e mai il Verona aveva avuto un capocannoniere, nemmeno ai tempi dello storico scudetto. Onore al merito quindi a un grande campione, che si è dimostrato da subito leader in campo e fuori, ragazzo dai grandi valori e di umiltà, nonostante fosse giunto a Verona da campione conclamato (in teoria) sul viale del tramonto. Per lui poi soddisfazione doppia, quella di aver segnato ancora più gol dell’anno scorso, smentendo i moltissimi che credevano che senza l’apporto dei vari Iturbe, Romulo e Jorginho, spesso decisivi in gialloblu, non sarebbe riuscito a confermarsi. Malissimo invece gli altri esperti big della squadra, soprattutto il “cotto” Rafa Marquez, e il poco utilizzato Saviola, non congeniale al tecnico Mandorlini.

CHIEVO pt 43

VOTO: 7 l’altra squadra veronese, solida realtà del campionato da ormai più di 10 anni, ha timbrato ancora una volta il cartellino della salvezza, stavolta ottenendola senza fiatone, complice l’insediamento di Maran, tornato a splendere come ai tempi di Catania pre-esonero. La sua squadra ha stupito soprattutto per la grandissima capacità difensiva, che spesso rendeva la sua area pressochè insuperabile, anche al cospetto degli squadroni. Prova ne sono le moltissime soddisfazioni raccolte in stagione.

TOP E FLOP: Paloschi e Meggiorini hanno rinverdito i fasti di Corradi e Marazzina, mostrandosi assolutamente complementari, con il “vecchio” Pellissier sempre pronto alla bisogna col suo prezioso apporto in zona gol. A centrocampo promossi Izco, braccio destro del mister dai tempi catanesi, Radovanic e Hetemaj, in difesa si è rilanciato l’ex interista Schelotto, mentre l’ex stopper Zukanovic, inventato da Maran come terzino sinistro, farà il percorso inverso finendo in nerazzurro. L’esperto Bizzarri ha scalzato presto dalla porta il promettente (ma ancora acerbo) Bardi, risultando decisivo per dare sicurezza all’intero reparto.

Sarri ha messo in mostra un gran gioco con il suo Empoli e ora è atteso al varco in palcoscenici più prestigiosi

Sarri ha messo in mostra un gran gioco con il suo Empoli e ora è atteso al varco in palcoscenici più prestigiosi

EMPOLI pt 42

VOTO: 7,5 la bassa posizione in classifica non rende giustizia alla positivissima stagione dei ragazzi allenati da Sarri, capace di imporsi in serie A come uno dei tecnici più all’avanguardia sul piano del gioco. A tratti l’Empoli ha mostrato il tichi taca in salsa nostrana, con la differenza che non sempre gli interpreti erano all’altezza della situazione, anche perché altrimenti staremmo qui a parlare di una squadra da Coppa Uefa. Peccato che il giocattolo, come sempre è accaduto nella storia del club, sia destinato a rompersi. Ma è confortante sapere che, se c’è una società seria, capace di rinnovarsi di continuo, attingendo spesso e volentieri alle risorse interne, date da uno dei vivai migliori d’Italia, quella è proprio la squadra toscana.

TOP E FLOP: Saponara, bruciato frettolosamente dal Milan, dove non lo avevano aiutato i continui infortuni, è giunto a gennaio, incrementando notevolmente il tasso tecnico della squadra, laddove si erano già messi in luce il regista Valdifiori, uno dei migliori in assoluto nel ruolo, tanto da debuttare felicemente in Nazionale e il giovanissimo centrale difensivo Rugani, al quale ora viene facile pronosticare un grande futuro, magari già dall’anno prossimo se la Juve decidesse di tenerlo fra i suoi ranghi. Benissimo anche gli altri difensori Laurini, Tonelli e Hysaj (gli ultimi due provenienti dal vivaio, così come il fantasista Pucciarelli, che ha ben figurato in attacco). In porta si è mostrato molto affidabile il 24enne Sepe, mentre in attacco insieme a Maccarone, ha ridato segni di vita l’eterna promessa georgiana Mchedlidze, che a 25 anni ha ancora i mezzi per sfondare nella massima serie.

UDINESE pt 41

VOTO: 5 la stagione dei friulani è stata indubbiamente sottotono, checchè ne dica Stramaccioni, atteso a un campionato all’insegna della rivincita personale, dopo l’illusione datogli dall’Inter. A conti fatti, dopo una partenza sprint, la squadra si è bruscamente ridimensionata, mancando inoltre clamorosamente in due caratteristiche tipiche della ormai lunga gestione Pozzo: la valorizzazione dei giocatori (tanto che nessuno, a differenza degli anni scorsi, è emerso come potenziale uomo mercato) e soprattutto la qualità del gioco, visto che raramente si è assistito a buoni spettacoli quest’anno da parte dei bianconeri.

TOP E FLOP: assieme al totem Di Natale, che a 38 anni, come Toni o Totti, non ne vuole sapere di smettere, dimostrandosi anzi ancora pieno di motivazioni, ha brillato il francese Thereau, su cui però il giovane tecnico non ha mai puntato a occhi chiusi. Si è confermato Allan in mezzo al campo, ma siamo sicuri che sia pronto per palcoscenici più prestigiosi? Lo stesso dicasi per altri interpreti interessanti come Bruno Fernandes, Herteaux o Widmer, che necessitano di un’altra stagione qui per maturare definitivamente. Ci si aspettava di più dal brasiliano Guillherme, così come dal portiere Karnezis, a conti fatti non così insuperabile (è stato fruttuoso tenere in naftalina per un anno intero un portiere in rampa di lancio come Scuffet?).

ATALANTA pt 37

VOTO: 5 salvezza risicata quella ottenuta dai bergamaschi. Verrebbe da dire più per demeriti altrui, viste le prestazioni degli avversari, ancora meno brillanti di quelle degli uomini di Colantuono prima e di Reja poi. Probabilmente un ciclo è terminato e sarà il caso di dimenticare questo campionato così avaro di soddisfazioni e ripartire su un gruppo rinnovato.

TOP E FLOP: pochi sopra le righe, tanto che è difficile individuare un “migliore”. Più facile, purtroppo, indicare le delusioni, in gente come il Papu Gomez, lontanissimo parente del furetto di Catania, passato a suon di milioni di euro in Russia, prima di rientrare mestamente in Italia, al giovane Baselli, da tempo in rampa di lancio, e che rischia seriamente di immalinconirsi in panchina, se non trova il tecnico coraggioso che gli affida le chiavi del gioco: i mezzi li ha, sarebbe bello poterlo vedere all’opera più spesso al titolare. Persino Denis è parso appesantito e stanco, o più troppo spesso isolato davanti, con Pinilla che ha fatto il suo ma che ancora una volta non è stato in grado di ottenere a tempo indeterminato una maglia da titolare.

CAGLIARI pt 34 (retrocesso in B)

VOTO:4 l’ha detto con occhi tristi e voce sommessa anche il giovanissimo neo presidente Giulini ieri ai microfoni delle varie trasmissioni tv: quest’anno nulla è da salvare nella stagione del Cagliari. Bocciate entrambe le gestioni Zeman e Zola, si potrebbe ripartire da Festa e dalla valorizzazione di alcuni giovani del vivaio, quest’anno piuttosto snobbati. L’ipotesi più plausibile però è che si andrà a gamba tesa sul mercato per tentare di allestire una squadra in grado di risalire prontamente dalla cadetteria, categoria ai quali i sardi non erano abituati da tempo.

TOP E FLOP: se nella prima parte di campionato erano emersi i valori di giocatori come Ekdal, Crisetig o Avelar, con il prosieguo del torneo, anch’essi hanno perso smalto, mentre si è distinto almeno il giovanissimo, non ancora ventenne, Donsah. Con la squadra impantanata nella zona retrocessione, a poco sono servite l’esperienza e la determinazione di gente come Sau, Cossu, Pisano o il grande capitano Conti, giunto al canto del cigno in Sardegna tra le lacrime amare.

CESENA pt 24 (retrocesso in B)

VOTO: 4,5 a un certo punto della stagione la squadra si era quasi rimessa in carreggiata, arrivando a soffiare sul collo di Atalanta, Chievo e Verona, per quella che sarebbe stata un’insperata salvezza alla vigilia. Il miracolo poi non è giunto, perché la corsa per recuperare posizioni è costata poi cara sulla lunga distanza, ma Di Carlo ha saputo dare grande dignità e una fisionomia di gioco alla sua squadra. Poi le qualità tecniche obbiettivamente erano molto modeste.

TOP E FLOP: sugli scudi il potente e talentuoso Defrel, dal sinistro magico e dalla velocità supersonica, un giocatore moderno che potrebbe avere davanti un sé un grande futuro. Il vecchio Brienza era stato protagonista della lunga rincorsa, con buone prestazioni e prodezze in serie, specie da calcio piazzato. Anche il gigante Djuric ha dimostrato di valere la A; per tutti gli altri la dimensione più consona pare quella di una buona cadetteria, eccezion fatta per il portierino Leali, chiamato spesso agli straordinari e non sempre impeccabile ma in possesso di buone doti fra i pali.

PARMA pt 18 (-7 di penalità; retrocesso in B)

VOTO:4 risulta estremamente complicato valutare il campionato del Parma. Dati alla mano lo score è impietoso, ma se valutiamo il contesto, è innegabile come gli uomini di Donadoni, soltanto un anno fa saliti agli onori delle cronache per aver portato a termine una stagione ricca di soddisfazioni sul campo, abbiano dato proprio il massimo. Una squadra nobile, che ha segnato la storia degli ultimi 25 anni in Italia, risultando tra le nostre compagini più vincenti in campo europeo, rischia seriamente di sparire dalla mappa del calcio professionistico, e la cosa non può che far male a tutti gli appassionati di questo sport.

TOP E FLOP: smantellata in estate ma più verosimilmente a campionato in corso la rosa della squadra, a quasi tutti i giocatori non si può rimproverare la mancanza di coraggio e determinazione. Alcuni hanno messo in campo la propria decennale esperienza (penso a Lucarelli, Gobbi, Cassani), altri hanno cercato di mettersi in mostra per garantirsi almeno un futuro roseo. Tra questi nota di merito per il giovanissimo italo brasiliano Josè Mauri, classe ’96, stella del vivaio parmense, con cui vinse uno splendido scudetto Allievi due anni fa, al suo primo campionato da titolare in serie A e in grado di destreggiarsi benissimo a centrocampo in un contesto di obbiettiva difficoltà.