Meglio tardi che mai – finalmente Balic ha mostrato sprazzi del suo immenso talento

Andrjia Balic finalmente ha avuto modo di mostrare almeno in parte le sue grandissimi doti. Da due partite l’allenatore dell’Udinese Gigi Delneri lo ha messo nelle condizioni di esprimersi al meglio, dirottandolo in cabina di regia al posto del compassato (e a conti fatti deludente, ora che siamo a fine campionato si può dire senza timor di smentita) belga Kums e subito il talentino classe 1997 croato ha fatto capire agli impazienti tifosi del Friuli di che pasta è fatto.

Ma davvero occorreva attendere tutto questo tempo, quasi un’intera stagione per vederlo in campo? Nell’Udinese dei talenti, dei giocatori che spesso spiccano il volo verso palcoscenici prestigiosi, possibile che si potesse perdere uno che era stato strappato solo poco più di un anno fa alla concorrenza di squadre come Real Madrid e Arsenal? Il rischio serio c’è stato, se è vero che nel mercato di gennaio il giocatore aveva (giustamente dopo un anno in anticamera) chiesto di andare a giocare in prestito, magari dall’ex juve Tudor che lo voleva allenare in Turchia nel Galatasaray. Invece è stato trattenuto e dopo aver visto sprazzi delle sue doti, viene naturale pensare che il giovane croato (che aveva esordito a 16 anni in Patria con l’Hajduk Spalato), paragonato da molti a Pirlo e Modric dalla prossima stagione potrà finalmente indossare i panni del titolare a metà campo.

Balic ha un’ottima visione di gioco, una tecnica di base finissima e sa agire anche dietro le punte. La sua evoluzione naturale parrebbe consigliare di utilizzarlo più nel cuore del gioco, vista la velocità di esecuzione e di pensiero che ne contraddistingue le giocate. Deve crescere fisicamente ma, a detta di chi scrive, non è requisito essenziale quando si dispone di qualità fuori dal comune (e i paragoni di cui sopra, che al momento possono sembrare irriverenti, sono anche fondati dalle sue prestazioni nel campionato croato e soprattutto nelle nazionali giovanili del suo Paese.

Delneri è piuttosto risaputo che non sia propriamente uno che si fida a occhi chiusi dei giovani calciatori ma alla fine lui per primo ha ammesso come Balic abbia risposto “presente” alla chiamata, confermando già quanto di buono messo in mostra una settimana prima, quando finalmente esordì in campionato. Ci si aspettava che partisse dal primo minuto contro il Crotone e invece ancora una volta ha dovuto accomodarsi in panchina. E’ stato evidente, pur nella giornata storta della sua squadra, sconfitta allo Scida, come la manovra dell’Udinese sia migliorata sensibilmente con lui in campo, tra la soddisfazione dei sostenitori bianconeri che a un certo punto lo hanno acclamato a gran voce. L’anno prossimo la squadra friulana potrebbe ripartire da lui, a imperniare una mediana assai promettente con altri emergenti della nostra serie A come Jankto e Fofana, attesi a una conferma dopo i fragorosi risultati da loro ottenuti in questa stagione.

 

Riuscirà il miracolo al Crotone?

l’allenatore Davide Nicola, artefice principale della clamorosa rincorsa del Crotone verso la salvezza

Questo scorcio di stagione ci sta consegnando un’inaspettata “resurrezione” calcistica in serie A: quella della matricola assoluta Crotone. Forse è stato questo il motivo, il fatto cioè di essere un’autentica debuttante nel calcio che conta, per cui  la compagine pitagorica ha disperso punti ed energie nella prima parte di stagione. O forse più semplicemente, se la quota salvezza non fosse stata mantenuta così bassa dalle dirette avversarie appena davanti (Genoa a +2, Empoli a +1), la squadra di Nicola non avrebbe potuto alimentare il suo sogno, una salvezza che davvero equivarrebbe a uno scudetto.

Quali che siano le ragioni, tralasciando i pur innegabili demeriti delle due rivali, specie il Genoa, che ha praticamente smesso di giocare da gennaio in poi (e non sono una scusante le cessioni a metà stagione di totem come Pavoletti e Rincon per un simile decadimento tecnico), credo sia più giusto sottolineare i tanti meriti dei rossoblu.

Non è da tutti riuscire a inanellare nelle ultime 7 partite qualcosa come 17 punti (difatti c’è riuscita solo la corazzata Napoli; il Genoa per dire ha racimolato la miseria di 4 punti durante questa striscia positiva dei calabresi). Non è da tutti soprattutto farlo mostrando anche un gioco coraggioso, spavaldo, brioso, fatto non solo di grinta e corsa, ma pure di tecnica e qualità.

L’allenatore Davide Nicola, a un certo punto della stagione seriamente a rischio esonero e con gran parte della tifoseria contro, ha avuto l’appoggio incondizionato della società, la quale ha visto giusto nel continuare a dargli fiducia. Certo, qualche aiutino dal mercato il buon tecnico lo avrebbe anche accettato volentieri ma giocoforza ha fatto di necessità virtù, ottenendo il massimo da calciatori che probabilmente avevano bisogno di un fisiologico tempo per adattarsi al meglio alla massima serie.

il bomber Falcinelli ha raggiunto comodamente la doppia cifra, segnando ad oggi 12 gol e risultando determinante per i sogni di salvezza della squadra

Altrimenti non si spiegherebbe ad esempio l’impennata di rendimento dei centrali difensivi Ceccherini e Ferrari (quest’ultimo in particolare già da tempo è in orbita di grandi club, dopo lo splendido campionato cadetto di un anno fa). Un calcio, quello proposto da Nicola, accorto come ci si deve aspettare da una neopromossa, ma da un paio di mesi anche spregiudicato, se si pensa che a due punte fisse (il prolifico Falcinelli, già 12 gol, mai così tanti in serie A in una stagione e il mobile e determinato Trotta) si sono aggiunti sulle fasce uomini molto offensivi come Rohden, un altro che è migliorato molto nel girone di ritorno, e soprattutto Nalini, stantuffo inesauribile e che gioca sempre come se fosse la sua ultima partita in serie A. D’altronde il veronese Nalini fino a non più di tre anni fa divideva la sua passione per il calcio con il lavoro come operaio presso una nota ditta della città. La sua escalation ha dell’incredibile, già a Salerno fece benissimo come movimentatore offensivo ma a Crotone ha affinato doti da esterno a tutto campo.

Non va dimenticato l’apporto in avanti che stanno dando calciatori come Acosty, giunto a gennaio e subito integrato e utilissimo alla causa e Tonev, e quello che è riuscito a dare in termini di qualità il fantasista rumeno Stoian, scuola Roma arrivato tardi all’appuntamento con la serie A (era nella covata giallorossa con i vari Florenzi, Bertolacci, D’Alessandro e Crescenzi) fino allo stop forzato causa un virus.

Molto bene poi anche la cerniera centrale formata dal giovane regista Crisetig (ex enfant prodige del calcio italiano ai tempi delle giovanili dell’Inter ma parso molto acerbo nelle precedenti esperienze in A) e il più pratico Barberis, che nel momento giusto ha messo i panni del leader in mezzo al campo. Anche Capezzi sulla lunga distanza ha dimostrato di poter valere la massima serie.

Gli uomini di esperienza hanno fatto il resto: parliamo soprattutto del laterale destro Rosi, girovago del nostro calcio, che ha sposato la causa con tanta motivazione e abnegazione, e il portiere Cordaz che in tante occasioni ha tolto le castagne dal fuoco, trasmettendo sicurezza a tutto il reparto.

Fermo restando il valore e i meriti dei giocatori, è evidente che il principale artefice di questa speranza salvezza che è possibile ancora tenere accesa è l’allenatore Davide Nicola. Non ha mai smesso di crederci, anche quando davanti alle sue parole ci sembrava di sentire i soliti discorsi triti e ritriti sul fatto di giocarsela sempre, di andare in campo a testa alta ecc… E invece a 180 minuti dal termine del campionato, ecco che il Crotone, da tutti gli addetti ai lavori “condannato” alla retrocessione sin da gennaio, è ancora lì a giocarsela, con rinnovato entusiasmo e la convinzione che vada come vada avrà dato il massimo delle sue risorse.

I rimpianti semmai ci saranno per aver “capito” tardi la serie A ma il futuro appare comunque roseo. Nell’immediato occorre essere tanto realisti, perché di fronte nelle prossime gare ci saranno una Juventus clamorosamente non ancora sicura dello Scudetto e una Lazio che vuole continuare a stupire, nonostante la qualificazione europea già in tasca da qualche settimana. Ma l’impressione è che i ragazzi di Nicola non partiranno certo come vittime sacrificali, con un orecchio teso ovviamente alla radiolina, visto che il loro destino dipenderà anche dai risultati delle avversarie Empoli e Genoa, squadre che sulla carta possono vantare indiscutibilmente degli organici migliori.

Serie B – primo verdetto: SPAL, il sogno serie A è ora una splendida realtà.

E’ giunta finalmente al termine la trionfale cavalcata della SPAL, promossa direttamente in serie A da matricola.

Solo un anno fa infatti, di questi tempi a Ferrara si festeggiava un sospirato ritorno in cadetteria. Pochi avrebbero potuto immaginare il doppio salto nel giro di due anni, forse anche fra i tifosi più accaniti. Ammetto che anch’io, nel mio articolo di presentazione della serie B 2016/2017 per il sito del Guerin Sportivo, avevo ipotizzato tutt’altro tipo di percorso per la nobile squadra biancazzurra. Felicissimo di essere stato smentito dai fatti, dai risultati straordinari conseguiti sul campo dai ragazzi di Semplici, che ora tra il consenso perlopiù unanime di chi ama il calcio, si stanno meritando giustamente elogi, onori e l’attenzione dei media.

La gioia dei calciatori spallini dopo una vittoria

Un campionato, specie nel girone di ritorno, spesso condotto al vertice (complici anche i ripetuti passi falsi di Verona e Frosinone) e che è giunto al suo felice epilogo al cospetto di una sconfitta, quella subita a Terni nella penultima giornata. Il distacco però dalle inseguitrici è tale che anche la matematica ormai può sancire il suo primo verdetto: la Spal torna in serie A a distanza di 49 anni dalla sua ultima partecipazione.

La Spal è rimasta nel cuore di tanti vecchi tifosi di un calcio d’annata, quello dei magnifici anni ’60, quando non solo il serbatoio, il vivaio diremmo adesso, della squadra era tra i più prolifici nel lanciare futuri campioni, ma soprattutto la prima squadra riusciva a regalare grandi soddisfazioni a una tifoseria calda e appassionata.

La Spal edizione 2016/2017 è stata capace di mettere in fila avversarie più quotate e più attrezzate sulla carta, come Verona e Frosinone, Bari e Carpi, grazie a un gioco redditizio ma a tratti pure spettacolare, come si evince dai tanti gol fatti. C’è riuscita grazie alla forza di un gruppo di giocatori coeso, maturo, e sicuro dei propri mezzi, che dalla sua ha avuto come principale qualità una continuità di rendimento e di risultati che alle dirette rivali è mancato durante varie parti del torneo.

Ecco le mie pagelle agli splendidi protagonisti di questa impresa, moltissimi dei quali presenti anche nella precedente promozione dalla Lega Pro alla serie B, segno che nascosti c’erano dei valori evidentemente molto più grandi rispetto a quello che si pensava.

SOCIETA’ 10 – Il Presidente Mattioli, attaccatissimo alla squadra, alla città e ai colori, ha cominciato a credere nell’impresa durante la pausa natalizia, quando già la sua Spal si stava avvicinando minacciosa ai piani alti della classifica.  Decisivo l’apporto del direttore generale Davide Vagnati nell’operare al meglio sul mercato, specie a gennaio, quando la società scelse di investire pesantemente, con innesti di esperienza e classe, rinforzando l’attacco con l’aggiunta di un big per la categoria come Floccari, subito integratosi nell’ambiente. Si è voluto mantenuto un basso profilo, pur lasciandosi trasportare (giustamente) dall’entusiasmo sempre più crescente della tifoseria. Ora il compito di proseguire sulla falsariga delle ultime due stagioni, di certo la sfida più difficile ma anche la più ambiziosa, quella di consolidare la Spal nella massima serie, facendo rinverdire i fasti degli anni 60 di patron Paolo Mazza.

Semplici si è dimostrato un ottimo tecnico, con lui la favola Spal può continuare anche in serie A

SEMPLICI 10 – Che fosse un allenatore capace, coraggioso e intraprendente, lo si sapeva sin da quando guidava le giovanili della Fiorentina. In terra ferrarese ha confezionato il suo vero capolavoro, attirando così le attenzioni di piazze di categoria superiore. Non ha voluto stravolgere la squadra che tante gioie gli aveva regalato, inserendo solo quei giocatori che potessero contribuire ad accrescerne il tasso tecnico. Poco turn over ma mirato e alla fine è riuscito a dare spazio a tutti, facendo sentire ogni giocatore parte di un grande progetto.  Con costanza e tanta bravura, ci è arrivato da solo, con le sue forze, alla tanto agognata serie A, mettendo in fila tecnici più navigati e che guidavano delle fuoriserie.

Meret, classe 1997, è uno dei volti nuovi del calcio italiano. Può consacrarsi come uno dei migliori portieri della sua generazione

MERET 9 – Un predestinato, al pari dell’ex compagno nell’Udinese Scuffet, il più giovane dei due ha ormai ribaltato le gerarchie, disputando al suo primo campionato da professionista un torneo impeccabile, senza sbavature, con la sicurezza e la tranquillità del più consumato fra i portieri. Convocato persino da Ventura e nel mirino dei grandi club, potrebbe essere lui l’erede di Buffon alla Juve.

BONIFAZI 8,5 – Altra fragorosa scoperta, altra fenomenale intuizione della società che ha creduto nelle doti di questo aitante difensore, di scuola Toro, che stava faticando eccome a imporsi da professionista, avendo raccolto poco più che briciole nelle precedenti esperienze in Lega Pro con Benevento e Casertana. A vederlo giganteggiare al cospetto di navigati attaccanti di serie B, allo stesso tempo destreggiarsi egregiamente palla al piede nelle avanzate offensive così come imporsi al centro della difesa, attento e sicuro, non ci pare azzardato prevedere per lui un grande futuro in serie A. Ventura lo ha già chiamato per uno stage con la Nazionale e continua a monitorarlo.

VICARI 8 – Mai su questi livelli, il suo rendimento è stato costante e pian piano, gara dopo gara, è diventato sempre più padrone della difesa, di cui si faceva perno con Bonifazi e Cremonesi ai lati. Velocissimo, abile nelle chiusure, siamo curiosi di verificarne l’efficacia nella categoria superiore. E’ dai tempi dei precoci esordi a Novara che si dicevano meraviglie sul suo conto. A 23 anni potrebbe arrivare la consacrazione definitiva.

CREMONESI 8 – Ormai lo si può definire un esperto delle promozioni ma chi se lo immaginava a bissare l’impresa dopo quella vissuta l’anno prima con il Crotone? L’esperto difensore, vicino ai 30 anni, merita una chance in serie A. Pochi nel suo ruolo sanno usare bene entrambi i piedi, intervenire puliti sugli avversari e di tanto in tanto trovare la via del gol. Lo ricordo giovanissimo, protagonista di un Mondiale Under 17 a fare coppia difensiva con De Silvestri. A differenza dell’ex laziale, Cremonesi ne ha dovuto masticare di gavetta, rimanendo a lungo fedele ai colori grigiorossi della Cremonese, città dove è nato e ha mosso i primi passi nel calcio sin dalle giovanili. Non è mai troppo tardi però per sfondare ad altri livelli.

LAZZARI 7.5– Un’ autentica freccia, inesauribile sulla fascia destra, quanto ha corso per tutto il campionato! Un giocatore simbolo della squadra, che ha saputo adattarsi alla grande in un campionato per lui inedito, sacrificando magari qualcosa in zona offensiva ma dimostrandosi utilissimo alla causa e, a conti fatti, in grande crescita. Partito dai Dilettanti è arrivato in serie A solo con sudore e tanta costanza, nessuno gli ha mai regalato nulla.

SCHIATTARELLA 8 – innesto di grande esperienza, ovunque ha giocato ha lasciato un ottimo ricordo di sé per l’attaccamento alla maglia, la grinta, la personalità. Ha suonato spesso la carica, non abbattendosi mai, neanche agli inizi del campionato, quando la Spal doveva ancora prendere le misure al campionato.

ARINI 7 – il trentenne centrocampista, giunto l’estate scorsa dopo tanti campionati (e tanti km percorsi) con la maglia dell’Avellino, era quello che ci voleva per garantire peso e la giusta esperienza in mezzo al campo. Mariano non si è risparmiato nemmeno qui a Ferrara, entrando nel cuore dei tifosi grazie alle sue innati doti di combattente, di equilibratore, di abnegazione. Ha anche accettato a un certo punto del torneo di non essere più fra i titolarissimi, ma poi il suo spazio lo ha sempre trovato, dando in cambio prestazioni sempre ben oltre la sufficienza.

CASTAGNETTI 7.5 – Al suo primo torneo di serie B, il regista ha mostrato quelle doti che lo avevano fatto accreditare come uno dei migliori interpreti nel ruolo in Lega Pro. Incurante del salto di categoria, ha giostrato in mezzo al campo con autorevolezza, maestria, mostrando la calma dei forti e all’occorrenza pure un gioco “maschio”, ruvido, capace di ingabbiare e tenere a freno avversari più dotati tecnicamente.

Una tipica azione arrembante di Luca Mora, pilastro della squadra anche in questa stagione

MORA 8,5 – Leader autentico, trascinatore, preziosissimo in zona gol, stantuffo inesauribile da interno sinistro, sempre pronto a supportare i compagni e a lanciare la carica quando le cose si mettevano male in campo. Un’arma tattica sono stati spesso anche i suoi improvvisi tiri da fuori area. Da confermare assolutamente anche in serie A, categoria che potrebbe far risaltare ulteriormente le sue doti.

COSTA 7.5 – Giunto a gennaio dal Chievo per sostituire il gioiellino Beghetto, passato al Genoa, l’ex enfant prodige (dei clivensi era stato leader in un vittorioso campionato Primavera) sembrava a un bivio della carriera. Rimanere un’incompiuta o partecipare a una grande impresa? Alla fine il buon Filippo ha optato per la seconda, mettendo il suo nome fra gli autentici protagonisti della promozione. Terzino sinistro che una volta avremmo definito fluidificante, ha messo in mostra grandi doti: la velocità in primis, poi la facilità di andare sul fondo e crossare. Si può dire che non abbia fatto rimpiangere il pur bravo Beghetto, finito a immalinconirsi sulla panchina del Genoa.

FLOCCARI 8 – Il suo innesto a gennaio è stato rivelatore dei veri propositi della Spal. Con Floccari a completare i quadri offensivi, le squadre candidate alla promozione in A avevano veramente capito di dover fare i conti anche con i ferraresi. Tanti i gol pesanti messi a segno dal buon Sergio, che con Antenucci ha composto un duo d’attacco formidabile.

Antenucci, con la sua classe e la sua predisposizione mai sopita al gol, è stato determinante ai fini della promozione della Spal

ANTENUCCI 8,5 – Il grande acquisto dell’estate scorsa, un colpaccio dicemmo tutti all’epoca. Perché di Antenucci e della sua verve, della sua pericolosità in zona gol, non c’eravamo certo dimenticati, nonostante la lunga parentesi inglese al Leeds. Ha saputo guidare i compagni, molti dei quali poco avvezzi alla serie B, si è calato con grande umiltà nella nuova realtà e ha mostrato tanta voglia e motivazione. Si è rimesso in gioco e ha illuminato il fronte offensivo della squadra, mostrando grande affiatamento sia con Floccari da gennaio, che con il più giovane Zigoni nella prima parte della stagione.

ZIGONI 7 – Gianmarco da quando è giunto a Ferrara due anni fa, ha smesso i panni di “figlio di” per diventare quello che è: un buonissimo attaccante di categoria (anche se a 26 anni i sogni di gloria non gli sono certo preclusi). Ha la caratteristica, ottima per chi giostra là davanti, di “sentire” la porta, di trovare la via della rete in modi magari anche poco consoni, di riflesso, di istinto. Ha ceduto la titolarità a Floccari ma lo stesso ha timbrato il cartellino sovente anche da subentrato. Preziosissimo, una risorsa importante.

GIANI 7– Voto meritato anche per il Capitano, sebbene a un certo punto della stagione (dall’esplosione di Bonifazi suppergiù) abbia visto con meno continuità il campo da titolare. Difensore esperto, dalla carriera simile a una montagna russa (le grandi promesse con le giovanili dell’Inter, dove giganteggiava a fianco di Andreolli), i saliscendi tra B (dove ha soggiornato a lungo con il Vicenza) e Lega Pro (dove era finito addirittura in Seconda Divisione). Ma proprio qui, nel punto più basso della sua carriera, ha trovato la Spal, facendola diventare “sua”. Subito leader carismatico, dall’alto di una grande classe, si è rimboccato le maniche, ha ritrovato un entusiasmo forse perduto e ha contribuito enormemente al doppio salto, fungendo da esempio per i compagni più giovani.

FINOTTO, SCHIAVON, DEL GROSSO, GASPARETTO 6.5 – Hanno dato il loro contributo di presenze facendo rifiatare i titolari e mostrandosi affidabili. Meno chances (per motivi diversi) hanno avuto il difensore Silvestri, e i più giovani come il secondo portiere Marchegiani (figlio del grande Luca), gli attaccanti Costantini e Ghiglione (quest’ultimo convocato da Evani per l’imminente Mondiale Under 20 al via tra una settimana) e la promessa Pontisso, centrocampista ex Udinese spesso fermo ai box in questa stagione.

 

Bilancio migliori giovani della serie A al termine del girone d’andata: finalmente sono protagonisti i calciatori italiani

Da anni si dice che la serie A non sia più un campionato appetibile per gli assi stranieri, ma forse nemmeno per i talenti emergenti internazionali.

Alla base di questo, non scopro certo l’acqua calda, c’è il fattore economico, più che strettamente tecnico. Spesso i due fattori viaggiano di pari passo, ma è indubbio che negli anni ‘80/’90 se il nostro veniva definito – a ragione –  il campionato più bello del mondo, era stato anche per l’arrivo in massa di autentici fenomeni (Maradona, Platini, Zico, Falcao, Rummenigge, gli olandesi del Milan, Matthaus, fino a Ronaldo, Zidane, Figo...), uniti a una generazione di calciatori italiani mica male.

Il colpo di coda dell’ondata di fuoriclasse stranieri si ebbe con Ibrahimovic che, invero, è più da annoverarsi tra i colpi a effetto di mercato, in quanto lo svedese quando giunse alla Juve era ancora un embrione del campione che sarebbe da lì a poco diventato.

Poi si è dovuto rispolverare l’arte dell’arrangiarsi applicata al calcio, anche se il richiamo del nome esotico da dare in pasto al tifoso è sempre in auge. A scapito di tante promesse delle giovanili azzurre è stato sperperato un vivaio che avrebbe potuto dare un cambio generazionale adeguato al gruppo dei vincitori mondiali del 2006. Nomi improbabili sono andati a infoltire rose delle nostre compagini in serie A, senza dare riscontri eclatanti sul campo.

Giocoforza si è reso necessario l’inserimento dei giovani calciatori italiani; quasi per inerzia verrebbe da dire, visti gli insuccessi nelle ultime due edizioni dei Mondiali.

Io, da sostenitore del calcio giovanile, non mi auspico certo che vengano inseriti tanto per, o perché lo impone la Federazione, né pretendo che si rivelino campioni alle prime uscite ma che almeno venga data un’opportunità di misurarsi col calcio che conta ai giocatori più talentuosi.

Da sempre almeno nel calcio dovrebbe vigere la “regola” della meritocrazia (poi sappiamo bene che le influenze almeno nella prima parte di certe carriere ci possono stare): puoi chiamarti Pelè ma se sei scarso non giochi.

E allora l’esplosione del Made in Italy adattato al contesto calcistico è dovuto sicuramente alla necessità che si fa virtù, ma anche perché forse siamo di fronte, non dico a una nidiata migliore, ma a una maggiore consapevolezza dell’intero movimento, quello sì.

Ci si è resi conto che è giusto, anche etico se vogliamo, dare almeno una chance a quelli che sembrano i più meritevoli. Che si giochino le proprie carte, che abbiano la possibilità di sbagliare, ma che provino a mettere il piede sul campo dei “grandi”.

Parallelamente alla crescita di alcuni nostri giocatori, finalmente abili e protagonisti in Nazionale (i vari Belotti, Bernardeschi, Romagnoli, Gagliardini, Rugani, Sturaro, attendendo Berardi, Locatelli e gli altri) si sono messi in luce stranieri che, contrariamente a quanto accaduto negli anni scorsi, stanno godendo di meno clamore mediatico rispetto ai corrispettivi italiani.

Squadra per squadra provo a evidenziare quali under 23, nati dal 1994 in poi – italiani e stranieri –  hanno messo in risalto buone potenzialità in questo primo importante scorcio di stagione

ATALANTA

Quello che è considerato uno dei migliori serbatoi di sempre del calcio nostrano, dopo anni in cui faticavano a emergere campioncini, sta tornando agli antichi splendori, e da un paio di stagioni a questa parte si stanno raccogliendo i meritati frutti.

Lo scorso anno fu il centrocampista Grassi (’95) a far parlare di sè, finendo addirittura a Napoli a gennaio ma poi fuori gioco a causa di un infortunio. Bruciò le tappe, laddove molti compagni della Primavera si stavano facendo le ossa altrove, specie in B.

La ruota è girata dal verso sbagliato e ora è lui a dover dimostrare nuovamente di starci bene a grandi livelli, dopo che nel frattempo nel ruolo sono emersi prepotentemente altri giocatori del vivaio: l’universale  Kessie (’96) e il già citato Gagliardini (’94, a cui ho dedicato il post precedente), ormai prossimo a vestire un’altra casacca nerazzurra, quella dell’Inter.

Ottimo il rendimento dell'ivoriano Kessie, centrocampista che ha destato l'interesse di prestigiosi club

Ottimo il rendimento dell’ivoriano Kessie, centrocampista che ha destato l’interesse di prestigiosi club

Benissimo sta facendo anche l’altro atalantino doc, Caldara (’94), centrale difensivo pulito, rigoroso, bravo nelle chiusure e negli anticipi e insolito goleador, già promesso alla Juve. Anche la punta scuola Milan Petagna (’95) si sta rivelando come uno degli uomini nuovi del calcio italiano, in grado di soffiare il posto all’esperto Paloschi. Pur segnando col contagocce, è stata notevole la crescita tecnica di questo massiccio centravanti, abilissimo nel far muovere alla perfezione le pedine d’attacco che giostrano al suo fianco.

Probabilmente nei mesi a seguire sentiremo parlare dei “ragazzini terribili” del 1999: il regista Melegoni, il difensore Bastoni e la punta ivoriana Latte, che con il gioiello Capone forma una delle coppie più temibili dell’intero campionato Primavera.

Gli stranieri in casa atalanta si difendono bene, oltre a veterani come capitan Gomez, Kurtic, Toloi e Berisha, sta trovando sempre più spazio l’interno Freuler, anche se a quasi 25 anni non può più essere considerato un giovanissimo, nemmeno per un paese “per vecchi” come l’Italia.

BOLOGNA

Stagione anomala quella degli emiliani, altalenante e finora avara di veri exploit, dopo aver a tratti incantato col gioco brillante e ben organizzato dato dal tecnico Donadoni sin dal suo insediamento l’anno scorso.

Lo stesso vale per il percorso sin qui condotto dai giovani del Bologna, a partire da quel Donsah (’96), di cui fino a pochi mesi fa si parlava come di un fenomeno in pectore del calcio internazionale, seguito dalla Juve e da importanti club inglesi. Dinamismo, grinta, velocità, conclusioni, fantasia erano condensate ad ampie dosi nel centrocampista ex Verona, ma evidentemente il suo cammino di crescita deve ancora ultimarsi. Il campo lo sta vedendo col contagocce, superato ben presto nelle gerarchie dal più misurato e meno esuberante Nagy (’95), protagonista a sorpresa della rediviva Ungheria vista agli Europei l’estate scorsa. E’ un regista difensivo, dal grande senso tattico, prezioso più che spettacolare.  Nella stessa zona del campo agisce anche il più focoso e dinamico Pulgar (’94), già nel giro della forte nazionale cilena. Non è titolare fisso ma spesso è stato chiamato in causa da Donadoni.

Citazione d’obbligo anche per i due italiani classe 1994 Di Francesco, figlio del tecnico del Sassuolo e il terzino sinistro Masina, marocchino di nascita ma che ha optato per la Nazionale azzurra, esordendo con l’Under 21. Se il primo, pur avendo giocato spesso e segnato anche un gol, non rientra quasi mai fra i titolari, il secondo invece è pedina fissa tra gli 11 in campo, già nel mirino di club di primissima fascia come la Juventus.

Poche chance stanno avendo il terzino Mbaye (’94), ancora acerbo a certi livelli, dopo la buona partenza da professionista a Livorno e l’iter giovanile con la maglia dell’Inter, e il poderoso attaccante Sadiq (’97), capace di segnare 2 gol in poche apparizioni con la maglia della Roma nella passata stagione ma sin qui poco utilizzato.

CAGLIARI

Pochi sembrano essersi accorti dei progressi compiuti dal centrocampista Barella (’97) in questi primi mesi di serie A. Forse perché gioca già con piena padronanza nei propri mezzi e con il piglio del veterano. Da sempre nel giro delle nazionali azzurre, è ancora esile sotto il profilo fisico ma tecnicamente e soprattutto tatticamente sta migliorando di gara in gara, avendo arretrato il suo raggio d’azione, non più trequartista ma giocatore a tutto campo (ciò che in fondo si richiede a un centrocampista moderno).

L’altro enfant du pays, il terzino sinistro Murru (’95) è da tempo nei radar degli addetti ai lavori, sia per il ruolo storicamente avaro di buoni interpreti, almeno negli ultimi 10/15 anni, sia per le qualità tecniche e fisiche. Tuttavia deve ancora esprimere tutto il suo potenziale e spesso è stato messo alle corde dagli attaccanti avversari.

Per il resto l’ossatura della squadra sarda è composta da giocatori esperti, alla ricerca di una salvezza che pare alla portata, visto il buonissimo girone d’andata e il vantaggio notevole acquisito sulle dirette concorrenti.

CHIEVO

Anche nel Chievo è dura la vita per i giovani virgulti. La squadra è molto compatta, quadrata, solida e se gioca a memoria è anche per la presenza costante negli anni di elementi navigati in quasi tutti i ruoli. Per questo sono rimaste solo le briciole in questa prima parte di stagione  all’estroso Parigini (’96), talento delle giovanili azzurre, inseguito da mezza serie B, dove con ogni probabilità andrà in prestito a gennaio, al nazionale belga under 21 Bastien (’96) e al terzino sinistro Costa (’95) che con i clivensi vinse addirittura uno storico scudetto Primavera tre stagioni fa.

CROTONE

Un impatto complicato quello della matricola assoluta Crotone con la nuova prestigiosa realtà della serie A, ma la sensazione è che i calabresi se la possano quanto meno giocare con le dirette concorrenti, al fine di raggiungere l’obiettivo salvezza.

L’ossatura è in gran parte composta, a mio avviso giustamente, dai calciatori che a giugno conquistarono sul campo la massima serie. A questi però andavano aggiunti elementi di categoria; il mercato di gennaio giunge propizio per incrementare il coefficiente di esperienza che manca.

In un contesto obiettivamente difficile sta faticando a palesare la sua buona qualità il centrocampista cresciuto nella Fiorentina Capezzi (’95), con un curriculum giovanile di tutto rispetto, avendo indossato tutte le maglie della Nazionale, dall’Under 16 alla 21.

Nonostante ciò, è una pedina fissa anche in serie A, mentre lo stesso non si può dire dell’ex compagno nelle giovanili viola Fazzi (’95), che dopo un buon torneo cadetto in B non è riuscito in questo primo scorcio di stagione a mettersi particolarmente in mostra e pare per lui vantaggioso scendere di un gradino per completare il suo percorso di crescita.

EMPOLI

Dopo le due splendide stagioni targate Sarri e Giampaolo, questo terzo campionato consecutivo in A per i toscani si è rivelato almeno all’inizio più ricco di insidie del previsto. Non tanto per il valore delle avversarie, praticamente sempre rimaste dietro a loro in classifica, ma per un ridimensionamento, sul piano del gioco e dei risultati, della squadra. Nuovo il tecnico Martusciello, anche se da tantissimi anni nell’ambiente, prima ancora come calciatore protagonista in A di un altro ciclo altrettanto positivo negli anni ’90, e nuovi diversi elementi della rosa, che di anno in anno si vede indebolita di alcuni fra gli elementi migliori (si pensi nelle recenti stagioni ai casi di Rugani, Tonelli, Zielinski, Paredes, Vecino, Mario Rui…).

Eppure nelle ultime partite il trend è tornato positivo e i risultati favorevoli in tutti gli scontri diretti stanno a testimoniare di una qualità generale superiore. Il gioco si è fatto più utilitaristico, forse perché la mediana, che ora si poggia fermamente su Diousse (’97 cresciuto nel vivaio empolese) dopo gli approcci della stagione precedente, è fatta più di fisicità che non di tecnica pura. Proprio il senegalese è una delle note liete del campionato, capace di arpionare molti palloni e di saperli rigiocare con efficacia.

Anche il vivaio empolese, al pari di quello dell’Atalanta e della Roma, si è contraddistinto negli ultimi anni per aver lanciato tanti elementi tra i professionisti. Nessuno dei Primavera edizione 2015/16 si sta affacciando per il momento in prima squadra (almeno l’attaccante Piu – classe 1996 –  avrebbe potuto far comodo, visto come si sta ben comportando nel prestito allo Spezia), ma in pianta stabile nell’11 titolare tra i leader ci sono i due cresciuti in casa Saponara e Pucciarelli, che giunsero in finale nel massimo campionato giovanile ormai parecchi anni fa.

La filosofia di gioco e i trascorsi del club però contemplano ancora l’utilizzo massiccio di under 23, quali l’italo brasiliano Jose Mauri (’96), esordiente precoce ai tempi di Parma e già passato da una big (seppur all’epoca in fase di transizione come il Milan), il promettente nazionale giovanile ex Inter Dimarco – che qualche soddisfazione in A se la sta togliendo da terzino sinistro –  e l’interno di fantasia Tello (’96), mentre rimane ad oggi un oggetto misterioso l’attaccante georgiano Chanturia (’96).

Insomma, la salvezza dell’Empoli anche quest’anno molto probabilmente passerà dai giovani.

FIORENTINA

Non ho ben capito la strategia di mercato della squadra viola durante l’estate, né a dirla tutta il progetto tecnico tout court che sta alla base di un campionato sin qui condotto tra alti e bassi, tra la sensazione che di materiale buono su cui lavorare e conseguire risultati ce ne sia, ma che allo stesso tempo non sia ancora stato sfruttato a dovere.

Tanti ad esempio i calciatori stranieri, privi di pedigree internazionale o dal curriculum giovanile di rilievo inseriti in rosa, alcuni dei quali il campo lo hanno visto ben poco, penso a Toledo (’96), Diks (’96) o Perez (’98). Sta emergendo Cristoforo, “ormai” 24enne, ma solo a sprazzi abbiamo visto le sue doti, ancora non si è capito che peso specifico possa avere nella squadra, se Paulo Sousa intende puntarci fino in fondo.

Di contro mentre tutti attendevano il figlio d’arte Hagi (’98), quasi inaspettatamente ne è emerso un altro: Federico Chiesa, di un anno più grande rispetto al giovane rumeno (’97).

E pensare che nelle giovanili, almeno fino allo scorso anno, per il figlio del grande Enrico, uno dei migliori bomber degli anni ’90, gli addetti ai lavori non si erano certo prodigati in particolari elogi, visto che sembravano molto più pronti di lui altri giocatori come l’ala Minelli (’97) o gli africani Bangu (’97) e Gondo (’96), che in alcune gare del torneo Primavera facevano sfracelli.

Invece Federico sta dimostrando grande carattere, forza, personalità, ricordando a tratti l’estro e la velocità del padre, oltre che somigliargli fisicamente. Se continua a crescere così, credo che ne sentiremo presto parlare anche in chiave Nazionale A.

Finlamente sta esplodendo in tutto il suo talento Federico Bernardeschi, erede dei grandi numeri 10 viola

Finalmente sta esplodendo in tutto il suo talento Federico Bernardeschi, erede dei grandi numeri 10 viola

Su Bernardeschi (’94) poco da aggiungere: dopo gli stenti iniziali di stagione, sta trascinando i compagni, leader in campo e sicuro protagonista azzurro negli anni a venire, oltre che del prossimo calciomercato.

GENOA

La schizofrenica compagine delle ultime sessioni di calcio mercato sta confermando la regola, ma il bello di questa società è che riesce, grazie a un pregevole lavoro di scouting a impolpare sempre la rosa in modo adeguato, lanciando sul mercato giovani italiani e stranieri in maniera univoca, riuscendo allo stesso tempo anche a puntare su calciatori in cerca di rilancio (clamorosi gli esempi di Motta o Perotti).

In ambito locale solo un paio d’anni fa fece capolino in prima squadra il mediano Mandragora (’97), poi finito al Pescara via Juve e protagonista di un autentico boom, sia con gli abruzzesi, sia in Under 21, fino al brutto stop per infortunio. E’ un patrimonio del nostro calcio, speriamo si riprenda in fretta.

Per un Ntcham (’96) che tarda a esplodere, nonostante le meraviglie giovanili (a livello tattico però ancora si deve capire in quale zona del campo renda di più) sta letteralmente esplodendo il Cholito Simeone (’95), già che eravamo in tema di figli d’arte… Una punta rapida, mortifera in area, in grado di sostituire egregiamente Pavoletti a suon di gol.

Il Cholito Simeone ha avuto uno straordinario impatto con la nostra serie A

Simeone jr ha avuto uno straordinario impatto con la nostra serie A

Ocampos e Ninkovic (entrambi ’94) stanno dando il loro contributo, specie sul primo ci sono tante attese, visti i trascorsi con le nazionali giovanili dell’Argentina e il passaggio milionario al Monaco.

Sono arrivati poi di recenti due tra i migliori prospetti italiani dell’intera serie B: la punta Morosini (’95) dal Brescia, da tempo nel mirino dell’Inter e il laterale Beghetto (’94) dalla Spal. Avranno le loro chance in serie A.

Riflettori puntati, ma realisticamente più in prospettiva, per l’attaccante Pellegri (addirittura un 2001), che ha già messo piede in A, stuzzicando la curiosità e ingolosendo mezza Europa. Visto che in questi casi è consigliabile volare bassi, il patron Preziosi ha già dichiarato che Messi alla sua età non era così forte!!!

INTER

Messo a segno il colpo Gagliardini, è indubbio che qualcosa stia andando storto con il brasiliano Gabriel Barbosa (’96), che pare “comico” continuare a chiamare Gabigol. In Patria a ragione reclamizzato come possibile astro nascente dell’intero movimento calcistico e in Italia considerato alla stregua di un Ufo. Della serie: chi l’ha visto? Nonostante il cambio tecnico e un ambientamento che in teoria dovrebbe essere a buon punto, il suo minutaggio in campo è davvero irrisorio. Mentre il suo “gemello” Gabriel Jesus sta in effetti confermando quanto di buono detto sinora sul suo conto, mi auguro che, cambiando aria, anche Barbosa possa riprendere il suo percorso di crescita lontano dall’Inter, almeno in questa stagione. Farebbero bene però a visionarlo, cercando di evitare quanto accaduto con Coutinho, nel frattempo diventato uno dei migliori al mondo.

Miangue (’97) e Gnoukouri (’96) godono giustamente di grande credito presso gli addetti ai lavori e meritano di dimostrare le loro qualità, facendosi le ossa altrove per tornare utili alla causa il prossimo anno.

L’Inter a livello Primavera ma non solo è un’autentica fucina di talenti, ma come spesso accade per un giovane è oltremodo faticoso ricavarsi spazio nelle cosiddette big.

Ne sa qualcosa ad esempio il difensore Yao (’96): reduce da un convincente prestito al Crotone, protagonista con 30 presenze della trionfale cavalcata dello scorso anno, con promozione storica in serie A dei calabresi e rimasto a sedersi il più delle volte in tribuna. Ha enormi potenzialità nel ruolo e potrebbe diventare un crack. Mi auguro a gennaio vada in prestito magari in serie A, lo vedrei bene nello stesso Crotone, dove ritroverebbe vecchi compagni in terza linea.

Scalpita infine la punta Pinamonti (’99), uno dei migliori della sua generazione.

JUVENTUS

La forza della Vecchia Signora negli ultimi anni è stata anche quella di saper inserire, magari gradualmente, alcuni fra i più promettenti calciatori italiani: sono così giunti in organico il difensore Rugani (’94) e prima ancora Sturaro, di un anno più vecchio e già in Nazionale con Conte agli Europei.

Il centrale difensivo RuganiSta sfruttando nel migliore dei modi le occasioni concesse dal tecnico Allegri e appare molto più sicuro rispetto a un anno fa

Il centrale difensivo Rugani sta sfruttando nel migliore dei modi le occasioni concesse dal tecnico Allegri e appare molto più sicuro rispetto a un anno fa

Mentre si attendono due classe ’95, lo sfortunato Mattiello, cresciuto nel vivaio di casa e a lungo gravemente infortunato, e il croato Pjaca, schierato col contagocce, prima per non bruciarlo, sulla falsariga del Dybala degli inizi e poi a causa di guai fisici, ha esordito la punta Kean (2000), primo italiano nato nel nuovo millennio a mettere piede in serie A.

Nonostante da un paio d’anni sia considerato come nuovo fenomeno del nostro calcio, è giusto (e doveroso) andarci cauti e confidare che il ragazzo sappia crescere in modo sereno non soltanto come giocatore, ma anche mantenendo gli atteggiamenti dei coetanei, evitando di sentirsi già una star. L’ambiente bianconero in questo tipo di situazioni sembra in grado di rappresentare una culla adeguata.

LAZIO

Simone Inzaghi – Prima squadra Lazio: un binomio che poteva presupporre quello che in effetti si sta verificando, ovvero l’ingresso tra i professionisti di molti giovani, per lo più provenienti dal prolifico vivaio biancoceleste.

D’altronde il minore dei fratelli Inzaghi aveva ottimamente figurato come tecnico delle giovanili, portando i suoi ragazzi a uno scudetto Primavera, e a sfiorarne altri. I risultati più grandi però sono rappresentati dalle positive prestazioni dei vari Lombardi (’95) e Murgia (’96), entrambi già a segno nella massima serie in questo primo scorcio di stagione, mentre finalmente ha debuttato anche l’attaccante classe ’97 Alessandro Rossi, una spanna sopra i coetanei e autentico satanasso delle aree avversarie.

Stride che in un contesto così felice a deludere siano finora proprio quei giocatori che nelle giovanili vestivano i panni dei leader, addirittura delle star. Penso in primis all’ex capitano di quella compagine Cataldi (’94), atteso alla stagione della consacrazione e purtroppo stranamente involuto, al di là del ridotto minutaggio avuto. Eclatanti in senso negativo i casi del mediano Minala (’96), che dopo gli exploit iniziali e l’eccessivo clamore mediatico (focalizzato a dire il vero, oltre che sulle sue qualità che spiccavano clamorosamente fra i coetanei, anche sulla presunta età falsata), e del “Balotelli biancoceleste” Tounkara (’96), fuoriclasse delle aree di rigore ai tempi in cui duettava con il più vecchio di un anno Keita (’95),  quest’ultimo ormai quasi un veterano per presenze in campo, oltre che tra i punti di forza della squadra. Entrambi erano stati “scippati” alla cantera del Barcellona, un po’ come fece a suo tempo la Sampdoria prendendo Icardi, ma Tounkara, specie per motivi caratteriali ed extracalcistici deve ancora dimostrare tutto.

Tanti altri però stanno cercando di sfruttare al massimo le occasioni offerte dal tecnico, alcuni in maniera particolarmente positiva, fino a ribaltare gerarchie anche consolidate.

Alludo al “portierino” Strakosha (’95), che contende il ruolo all’esperto Marchetti e al “tuttocampista” Milinkovic-Savic (’95), futuro possibile crack del calcio mondiale; si stanno disimpegnando piuttosto bene nelle sporadiche partite da titolari anche il terzino sinistro Lukaku (’94), fratello del più famoso attaccante dell’Everton e della Nazionale belga e più giovane di un solo anno, il velocissimo (ma anche fumoso) attaccante ex Ajax Kishna (’95) e l’aitante centrale difensivo Hoedt (’94), olandese come il più quotato pari ruolo De Vrij, che tra l’altro ha sostituito quando quest’ultimo era infortunato.

Tanta carne al fuoco per la squadra di Inzaghi in materia di giovani, dalla loro maturità dipenderanno molte delle fortune della Lazio.

MILAN

Tanto inchiostro si sta versando – a ragione – sull’effetto trainante del Milan in questa fragorosa riscoperta del Made in Italy in chiave calcistica. D’altronde, giunti a un bivio importante in chiave societaria e con lo spettro concreto di un’altra stagione di transizione, grigia e poco consona per la gloria del club rossonero, Montella ha saputo estrarre dal cilindro, con coraggio ma anche piena consapevolezza del talento a disposizione, gente ormai nota ai più, come il portiere Donnarumma (’99) – sembra impossibile debba ancora compiere 18 anni, vista la sua personalità e la sua forza –  e il regista Locatelli (’98), con i primi vagiti in prima squadra conditi da prestazioni sontuose e gol memorabili, fino alla conquista di un posto da titolare fisso.

Donnarumma può diventare il miglior portiere del mondo. Un patrimonio del calcio italiano

Donnarumma può diventare il miglior portiere del mondo. Un patrimonio del calcio italiano

Fremono anche il polivalente Calabria (’96), invero già protagonista di alcune belle gare sotto la guida di Mihajlovic un anno fa, e alcuni tra i migliori giovani del campionato Primavera, molti dei quali forgiati dall’ex tecnico Brocchi nelle passate stagioni (gente come gli attaccanti Cutrone, del ’98, e Vido del ’97, il fantasista La Ferrara e il centrale difensivo Hadziosmanovic, sempre della magnifica fucina dei ’98). Devono portare un po’ di pazienza ma la sensazione è che sia l’anno giusto per i giovani rossoneri cresciuti in casa di dire la propria sul rettangolo verde di gioco. Il sogno di molti tifosi è quello che si ricrei uno zoccolo duro di milanisti doc, come successe con il Milan degli anni ’80 e in parte ’90.

Importante rimarcare poi come tra i titolari siano sempre più importanti stranieri come l’attaccante esterno Niang (’94), sul quale pesa in negativo la mancanza di continuità di rendimento e il centrocampista Pasalic (’95), in prestito dal Chelsea. Partito un po’ timidamente, il croato, coetaneo dello juventino Pjaca e del napoletano Rog, con i quali divideva i fasti nelle rappresentative giovanili biancorosse, sta guadagnando via via sempre più credito nel ruolo. Non percepito invece il difensore Vergara (’94), al Milan da più di 3 anni ma finora deludente anche nelle esperienze in prestito.

NAPOLI

La prima stagione del dopo Higuain ha consegnato al Napoli e al campionato italiano quello che si stava rivelando, fino al pesante infortunio, il miglior nuovo straniero della serie A, l’attaccante polacco Milik (’94), già noto per essere stato una delle rivelazioni del recente Europeo.

Aveva iniziato alla grande, a suon di gol, il polacco Milik prima di infortunarsi. Ora è quasi pronto a rientrare, per trascinare il Napoli sempre più in alto

Aveva iniziato alla grande, a suon di gol, il polacco Milik prima di infortunarsi. Ora è quasi pronto a rientrare, per trascinare il Napoli sempre più in alto

Forte fisicamente ma anche molto mobile, è un attaccante cui piace lanciarsi negli spazi aperti, ma pure muoversi in area alla ricerca di più soluzioni offensive. Un potenziale crack della serie A e del calcio internazionale.

Per il secondo anno consecutivo è inamovibile sulla fascia destra in difesa l’albanese Hysaj (’94), tra i fedelissimi del confermato tecnico Sarri, che lo lanciò con successo negli anni ad Empoli. Non dotato di un gran piede, compensa bene con la personalità, la grinta e la spinta offensiva, che non fa mai mancare, preferendo partecipare alle azioni d’attacco piuttosto che rimanere ancorato alla sua linea difensiva.

Diawara ha di fatto levato il posto a un altro che figurava tra gli insostituibili dell’allenatore, vale a dire Jorginho. Il giovanissimo mediano (nato nel ’97), reduce da una splendida stagione lo scorso in A con il Bologna, ha sì approfittato del calo di forma dell’italo brasiliano, ma ci ha messo del suo, sfoderando prove consistenti in mezzo al campo e crescendo di qualità nelle prestazioni.  Il croato classe ’95 Rog, invece, ha dovuto accontentarsi solo delle briciole, visto che, nonostante lo richiedessero a gran voce i tifosi e gran parte della stampa, in campo è sceso pochissimo, per un minutaggio risibile. Probabile sia ancora in fase di rodaggio ma il tempo passa e per uno dei più fulgidi talenti europei stare una stagione a guardare non è molto redditizio.

Altro giocatore che si è guadagnato un posto fra gli 11 a suon di partite superbe è l’ex empolese Zielinski (’94), anch’egli già provato da Sarri nell’esperienza toscana. Mi sbilancio nell’affermare che con il mix di doti tecniche e fisiche, di resistenza e corsa, di tecnica e forza, il polacco può diventare uno dei centrocampisti più completi d’Europa, dopo gli inizi da trequartista.

PALERMO

E’ un campionato assai tribolato quello che sta disputando il Palermo, sulla falsariga del precedente, con la differenza che la salvezza da conseguire pare ancora più complicata. La rosa scarseggia non solo in esperienza, ma anche in qualità. Si sta ben disimpegnando la punta ventiseienne Nestorovski che specie all’inizio ha messo a segno gol pesanti ma il resto della truppa straniera giunta in Sicilia sta faticando a dare il contributo richiesto. Pochi i guizzi offensivi degni di nota dei vari Balogh (’96), definito dal presidente Zamparini al suo arrivo come “più forte di Cavani” ma finora a secco nelle poche gare disputate in un anno e mezzo di permanenza in rosanero, Sallai (’97) e Embalo (’96). Specie da quest’ultimo ci si poteva attendere qualcosa in più dopo le belle premesse di Brescia.

Chiaro, in una situazione di obbiettiva emergenza è dura per tutti risaltare. Non lo stanno facendo nemmeno i tre ragazzi prodigio del vivaio, il difensore mancino Pezzella (’97), l’attualmente infortunato Bentivegna (’96), fantasista tutto pepe e invenzioni e la punta esterna Lo Faso, un classe ’98 lanciato frettolosamente nella mischia, come fosse il salvatore della Patria ma purtroppo incapace di pungere sotto porta.

In fondo chi sta facendo maggiormente il suo è il portierino Posavec (’96) che nonostante la giovanissima età guida il reparto difensivo con sufficiente personalità e carattere, sfoderando anche di tanto in tanto delle prestazioni sopra le righe. Certo, i gol incassati sono indubbiamente tanti, ma la stoffa c’è.

PESCARA

Altra matricola in netta difficoltà, dopo un promettente inizio di stagione all’insegna del bel gioco, è la squadra abruzzese allenata da Oddo, tra i più giovani tecnici della A con i suoi 40 anni.

Il mercato di gennaio sta portando calciatori di esperienza in difesa, come Bovo e Stendardo, e probabilmente arriverà qualcuno di peso anche in attacco, magari l’appannato Gilardino degli ultimi tempi, che qui potrebbe dare ancora una grande mano nella lotta per non retrocedere.

In effetti l’attacco è parso, seppur tecnico e di buona qualità in un elemento come il romanista Caprari, molto modesto. Su quest’ultimo si è di fatto poggiato tutto il peso offensivo, essendo ancora acerbo l’ex interista Manaj (’97), e quasi un desaparecido l’altro ex giallorosso Pettinari.

Il promettente Cerri (’96) è una delle speranze azzurre, nazionale giovanile da sempre, e già sotto contratto con la Juve, ma nelle esperienze cadette sinora maturate non ha mai guidato l’attacco a suon di gol, giocando spesso da riserva. Il talento è innegabile e il futuro dalla sua parte, ma sarà in grado di aiutare in modo tangibile una squadra in difficoltà?

Anche difesa e centrocampo sono sembrati reparti quantomeno da puntellare, ma se non altro in mediana si sono messi in luce con buone prestazioni due giocatori ancora giovani ma noti da tempo agli appassionati: l’ex milanista Cristante (’95) e soprattutto l’ex romanista Verre (’94), a dispetto dei 22 anni già piuttosto esperto. Ha giocato poco invece Mitrita (‘95), anch’egli centrocampista.

Si tenterà di trattenere e valorizzare ancora di più il nazionale under 21 azzurro Vitturini (’97), terzino destro dalle spiccate qualità offensive cresciuto nel vivaio pescarese e nel mirino di diverse società cadette.

ROMA

Da sempre può contare su uno dei vivai più vincenti d’Italia, e anche se negli ultimi anni sono stati pochi coloro capaci di affermarsi in prima squadra dopo le esperienze vittoriose nelle giovanili (attualmente il solo Florenzi è titolare fisso e uno degli uomini simbolo, dopo i totem De Rossi e Totti, dai quali probabilmente guadagnerà l’eredità calcistica), sono invero numerosi i giocatori arrivati comunque in serie A in altri club.

Segno che a Trigoria in questo senso si continua a lavorare bene.

Sono quasi tutti stranieri però i pochi under 23 che hanno collezionato presenze in questa prima parte di stagione agli ordini di Spalletti, fra tutti il raffinato regista Paredes e l’esterno mancino brasiliano Emerson Palmieri (entrambi classe 1994). Ancora molto acerbo è sembrato il trequartista verdeoro Gerson (’97), quotatissimo in Patria, che l’allenatore sta cercando sinora con scarso successo di arretrare a regista puro davanti alla difesa.

Solo pochi mesi fa il settore giovanile centrò l’ennesima impresa vincendo uno splendido scudetto Primavera e mettendo in mostra tantissimi campioncini. Di questi in pratica solo il roccioso centrale difensivo Marchizza e il funambolico fromboliere offensivo Tumminello (entrambi del ’98) sono rimasti nella rosa della prima squadra, facendo finora anticamera. Gli altri ragazzi si stanno ben disimpegnando in prestito soprattutto in cadetteria.

SASSUOLO

Riallacciandomi a quanto appena detto riguardo i giovani talenti cresciuti nel vivaio giallorosso, come anticipato prima, in molti stanno diventando protagonisti in A con altre maglie. Alcuni sono ancora di proprietà della Roma ma non sarà facile farli rientrare alla base. Specie coloro che militano con molto merito nel Sassuolo. In una stagione sin qui più ricca di delusioni che di gioie, nonostante il club neroverde sia ormai una bella realtà della serie A, si stanno confermando su buoni livelli il centrocampista dai piedi buoni Pellegrini (’96), già lo scorso anno protagonista qui in Emilia, e Mazzitelli (di un anno più giovane). Bene anche l’apporto sulla trequarti dell’esterno Federico Ricci (’94), reduce dalla stagione boom con il Crotone e gemello del regista Matteo, in forza al Perugia in B.

E’ diventato presto titolare come terzino destro lo spagnolo Lirola (’97), proveniente dal settore giovanile della Juventus. Non ancora vent’anni, li farà quest’anno, stupisce con la sua facilità di corsa, con la sua tecnica e la sua velocità, e per il modo costante in cui accompagna l’azione. Più giovane di un anno, e cresciuto proprio a Sassuolo è il classe ’98 Adjapong, già a segno nelle sue prime presenze in serie A. Polivalente mancino, può giocare in tutti i ruoli a sinistra: terzino, mezz’ala ma anche esterno offensivo. Il suo curriculum è destinato a incrementarsi nel girone di ritorno, visto che con ogni probabilità rimarrà in organico.

Un altro giovane sul quale erano accesi i riflettori era il regista tascabile Sensi, che lo scorso anno per gran parte del campionato strabiliò in B a Cesena, scomodando i paragoni con un certo Verratti.

Fermo a lungo per guai fisici, una volta ristabilito (e approfittando a sua volta dei numerosi compagni infortunati in mediana) ha preso possesso del centrocampo, mostrandosi adatto alla categoria e con margini di miglioramento che potrebbero collocarlo a breve fra i migliori interpreti nel ruolo.

Chiusura per un Under 23 che non ha bisogno di tante parole: Berardi (’94).

E’ pronto per la Nazionale A, dopo le titubanze iniziali del tecnico Ventura, e ripresosi da un infortunio che lo ha tenuto lontano dai campi per tutto il girone d’andata, vuole riprendersi la leadership e ad aiutare i compagni a rientrare in una posizione di classifica più consona alla qualità media della rosa.

SAMPDORIA

In controtendenza col trend attuale, ecco un club che sta puntando più sui giovani stranieri che non su quelli italiani. Eppure non c’hanno visto certo male in società nello scommettere su giocatori di grande qualità come il goleador Schick (’96), autore di gol anche pregevoli e di una costante presenza in area di rigore e che per stazza e certi movimenti può ricordare il giovane Ibra, il centrocampista Linetty (’95) che con il più giovane Torreira (’96) compone la coppia di mediani sempre in movimento, e il forte centrale difensivo Skriniar (’95), che ormai ha guadagnato i galloni da titolare.

E’ andato a sprazzi invece l’atteso esterno belga Praet (’94), in pochi anni divenuto bandiera dell’Anderlecht e nominato addirittura miglior calciatore della Jupiler Pro League, il massimo campionato locale, nel 2014.

Il più giovane di tutti, il terzino destro Pereira (’98), pur non essendo titolare fisso, ha disputato molti minuti, viste le assenze per infortunio del pari ruolo Sala, confermandosi in prospettiva uno dei migliori al mondo, tanto che il Benfica lo vorrebbe riottenere subito per lanciarlo titolare.

TORINO

Per antonomasia è percepita come la squadra con i migliori prospetti italiani in campo. L’ossatura infatti è composta quasi essenzialmente da giocatori del Belpaese, buoni anche per la Nazionale, e l’età media è tra le più basse, anche in elementi cardine come la punta Belotti, l’uomo su cui punterà Ventura da qui in avanti in maglia azzurra, e i centrocampisti Benassi (che con i suoi 23 anni non ancora compiuti rientra pure nella nostra lista d’oro) e Baselli.

Dinamismo, corsa, quantità e qualità sono ben condensate in Benassi, centrocampista granata col vizio del gol

Dinamismo, corsa, quantità e qualità sono ben condensate in Benassi, centrocampista granata col vizio del gol

Mihajlovic è ambizioso e sa di avere tra le mani un organico di qualità, un giusto mix di combattenti, come da sua indole, e piedi fini. Col tempo potrebbe ritrovarsi entrambe le componenti in giocatori come il terzino sinistro Barreca (’95, prodotto del vivaio, campione d’Italia Primavera due anni fa) e l’attaccante esterno Boye (’96), già adocchiati anche in chiave Nazionale, seppur poi il secondo abbia dichiarato di propendere per il suo Paese nativo, l’Argentina.

A centrocampo si tiene d’occhio anche la crescita del regista serbo under 21 Lukic (’96), mentre sembrano ridotte al lumicino le possibilità del ragazzo prodigio Aramu (fantasista classe ’95 che nelle giovanili granata ha sempre fatto la differenza): possibile per lui una nuova destinazione in prestito a gennaio.

UDINESE

Infine la tradizionalmente cosmopolita squadra friulana, che anche quest’anno sta mettendo in mostra alcuni gioielli. Su tutti il francese Fofana (’95), letteralmente esploso con l’avvento in panchina di Delneri, dopo le titubanze iniziali con Iachini, che lo schierava in un ruolo non propriamente suo. Agendo da mezz’ala, da interno, riesce a sfoderare tutte le sue grandi qualità. Fisico possente, tecnica niente male, velocità negli spazi, senso del gol, esplosività nei piedi, tutte doti che lo fanno in qualche modo accumunare al Pogba dei primi giorni juventini. Non a caso in Francia i paragoni erano già partiti e, anche se dal punto di vista tecnico, gli deve sicuramente qualcosa, è indubbio che i progressi evidenziati negli ultimi due mesi siano notevoli.

Fofana è una delle rivelazioni del campionato, impressionante i suoi miglioramenti da inizio campionato

Fofana è una delle rivelazioni del campionato, impressionanti i suoi miglioramenti da inizio campionato

Molto bene anche il meno utilizzato Jankto (’96), a segno anche di recente nella gara interna contro l’Inter, poi persa dall’Udinese. Impressionò positivamente anche nel prestito ad Ascoli, ma sta ulteriormente migliorando in serie A.

La punta Perica (’95) è capace spesso di incidere in fatto di gol anche pesanti, ma gli tocca farlo il più delle volte a partita in corso, ferma la titolarità in avanti dell’assortita coppia Thereau – Zapata.

Poche luci finora dal trequartista argentino De Paul (’94), subito impossessatosi di una maglia da titolare dietro le punte ma poco produttivo in termini di assist e gol. Può dare di più.

Inaspettatamente sta giocando molto il centrale mancino brasiliano Samir (’94), che mister Delneri preferisce far giostrare prevalentemente da terzino sinistro. Molto attento in difesa, deve migliorare nell’accompagnare l’azione ma è una bella scoperta, dopo le sporadiche apparizioni nella scorsa sfortunata stagione con la maglia del Verona.

Infine tre nomi molto quotati che il campo proprio non lo hanno visto mai: il portiere Scuffet (’96), ex enfant prodige del calcio italiano, prematuramente etichettato come il nuovo Buffon dopo le prime convincenti presenze ormai due anni fa; la mezzapunta brasiliana Lucas Evangelista (’95) e soprattutto il fenomeno emergente del calcio croato Balic (’97), regista validissimo dal punto di vista tecnico e soffiato addirittura a Real Madrid e Barcellona, ma evidentemente non ancora pronto per questi palcoscenici.

Una carrellata lunga di nomi, come non accadeva da anni, a rimarcare ancora una volta come i giovani calciatori possano rappresentare veramente il futuro della nostra serie A, riportandola non dico agli antichi fasti ma per lo meno a buoni livelli.

A meno che non si assista anche da noi all’invasione di investitori stranieri in grado di invertire la rotta e di riportare qui alcuni autentici big internazionali che farebbero da traino per il miglioramento generale del livello del nostro campionato.

La giusta via di mezzo fra le due situazioni sarebbe l’ideale per non disperdere i tanti talenti azzurri che ancora cercano la loro consacrazione.

La rinascita di Andrea Masiello

Sono tante le storie belle da raccontare nell’Atalanta che sta stupendo tutti in questo scorcio di stagione. Si stanno sprecando i paragoni col Leicester ad esempio. Forse si tratta di un volo pindarico, ma almeno da parte di allenatore e società si sta evitando di parlare in modo buonista e ipocrita di salvezza da raggiungere il prima possibile. Insomma, la consapevolezza nei propri mezzi c’è da parte degli orobici, ma anche credo si è consci che certi miracoli calcistici avvengono non dico una volta sola ma quasi.

Sta di fatto che la compagine bergamasca sta disputando un torneo di altissimo livello, conseguendo risultati anche eclatanti, dopo un inizio alquanto stentato, e sta mettendo in mostra gioiellini come da tempo nel pur quotatissimo vivaio atalantino non se ne vedevano. E poi c’è Gasperini, Gasperson come era chiamato a Genova, che pur col cruccio di aver fallito in una grande piazza, non ha smarrito il suo entusiasmo, la sua voglia e la sua abilità nel trasmettere idee di un calcio piacevole, atletico, veloce ma anche, forse mai come quest’anno, redditizio.

In mezzo a virgulti destinati con ogni probabilità a palcoscenici importanti, da Kessie a Caldara, da Gagliardini (quello con la maggior gavetta alle spalle, ma anche il più talentuoso del gruppo sin dalle giovanili, di cui divenne presto capitano) a Conti, da Petagna a Kurtic fino alle colonne Toloi e capitan Gomez, la storia che più mi pare significativa è quella di un calciatore che davvero si sta rilanciando. Anzi, sta quasi rivivendo un’epopea calcistica, dopo essere passato per reietto, dopo aver sbagliato, di grosso.

Sto parlando di Andrea Masiello, uno dei pilastri, fra i più importanti protagonisti di questa splendida ascesa dell’Atalanta verso i piani altissimi della classifica.

download

Un calciatore il cui nome viene quasi dimenticato, raramente nominato, se non in occasioni di gol (già 3 quest’anno) che per un difensore sono solo la ciliegina sulla torta, quasi avesse ancora delle colpe da espiare. Ai tempi del Bari la combinò grossa, fu protagonista volontario di combine, di autogol clamorosi, fu squalificato e tra i primissimi a collaborare. Una vicenda che ancora porta con sé degli strascichi, visto quante persone, quanti club, furono coinvolti a diverso titolo.

Lui cercava solo una nuova occasione, ben sapendo che forse almeno ad alti livelli non sarebbe mai più arrivata. In fondo si trattava di fare una grande opera di fiducia sulla persona, prima ancora che sul calciatore. Anzi, le sue doti di calciatore non erano mai state messe in discussione prima di quegli incresciosi fatti.

Il tempo sta dimostrando quanto per quei calciatori diventati tristemente noti alle vicende giudiziarie prima che sportive, sia difficile rientrare nei ranghi. Molti di loro si sono ritirati, altri hanno tentato carte esotiche, altri ancora sono ripartiti molto dal basso, con la fiducia appunto che pare persa, prima di tutto in sé stessi.

Andrea però era ancora giovane, un passato felice alle spalle, una famiglia che si stava costruendo dopo la nascita della primogenita Matilde nel 2011. Aveva tanto da farsi perdonare, molto ancora da dare, tutto praticamente da dimostrare. E l’occasione datogli dall’Atalanta, che lo tenne in rosa e lo fece rientrare in gruppo, era di quelle da cogliere al volo, da giocarsi al massimo delle possibilità. In fondo lo avevano aspettato, avevano creduto alla sua redenzione, lo avevano ascoltato.

In origine da giovanissimo difensore della Lucchese finì nel vivaio della Juventus (stesso percorso che fece tanti anni prima Francesco Baldini, identico ruolo, che si ritrovò a dominare in ambito giovanile con Del Piero e compagnia) e riuscì a destreggiarsi grazie a doti non comuni per un centrale difensivo, in particolare nella velocità e nella tecnica. Ricordo un suo gran gol a un Torneo di Viareggio (tra l’altro suo paese natale) in maglia bianconera, in cui come birilli scartò diversi avversari prima di depositare il pallone in rete. Per la cronaca le Coppe Carnevale vinte con la Juventus furono 2.

Per quanto poi in prima squadra fece solo una comparsata, la sua carriera si dispiegò agevolmente nei passaggi ad Avellino e a Genova, sponda rossoblu, preludio dell’avventura barese, iniziata nel migliore dei modi, avendo incrociato sulla sua strada due maestri come Conte e Ventura.

Sì, nel pimpante Bari di Bonucci e Ranocchia, di Meggiorini e Barreto, di Parisi e Almiron, a far bella figura in difesa c’era anche lui, baluardo che più di una volta si concedeva sortite offensive fruttuose per la squadra.

Sembrava quello l’apice raggiunto da Masiello in carriera, prima della rovinosa caduta.

Invece la sua è propria una bella storia, una storia di rinascita, di rivalsa, di seconda chance che la vita gli ha dato e che lui c’ha messo del suo nel saperla sfruttare al meglio. Con un’umiltà encomiabile, in silenzio, quasi ancora a vergognarsi di un passato recente ma che è giusto mettersi alle spalle, specie se si sta vivendo il momento più bello del proprio percorso calcistico e non si ha intenzione di fermarsi.

Appello alle big italiane: non fatevi scappare il talento di Riccardo Saponara

Non è la prima volta che mi sbilancio su questo blog o in articoli vari sul talento di Riccardo Saponara.

Il trequartista dell’Empoli ha 25 anni, quell’età che certifica – casi persi a parte, vedi Balotelli e compagnia – come la maturità tecnica di un calciatore sia ormai acquisita.

images

E Riccardo ne ha dovute già passare di traversie, soprattutto dal punto di vista fisico, giacchè da quello tecnico sin da giovanissimo aveva messo in mostra doti tali da poter fare la differenza ovunque, prima di essere considerato a ragione l’uomo simbolo del calciomercato, almeno per quanto riguarda gli italiani.

Purtroppo i sostenitori “pigri”, quelli che seguono solo le cronache domenicali, hanno negli occhi l’opaca stagione vissuta in un’altrettanto carente situazione generale al Milan, preludio della deriva attuale, che vede il Diavolo partire da posizioni declassate nella griglia di partenza della nuova serie A.

Proprio da lì invece, da quella manciata scarsa di gettoni messi assieme da Ricky in rossonero, è partita, forse iniziata sul serio, la sua rincorsa ai vertici del calcio nazionale.

Afflitto da problemi fisici, spesso in infermeria, non ha saputo mostrare ciò di cui è capace, per un infortunio che in qualche modo ne compromise pure un Europeo Under 21 che in quell’edizione poteva davvero puntare al bersaglio grosso, forte di individualità quali Gabbiadini, Paloschi, Insigne, Immobile, Verratti, Florenzi e, appunto lui, Saponara.

In origine, quando ancora giocava a Ravenna, mostrava meraviglie in campo sulla fascia, fino a far spendere paragoni eccellenti con il portoghese Figo, che gli consentirono di bruciare le tappe fra i coetanei e di attirare l’attenzione di club più prestigiosi.

Se lo aggiudicò l’Empoli, da sempre attenta a nutrire il proprio vivaio, e con gli azzurrini toscani da subito Saponara fu in grado di prendere la leadership di un gruppo molto ben amalgamato e costruito, con gente come l’amico del cuore Tonelli, Angella, Pucciarelli, Signorelli e il meno fortunato Guitto, purtroppo perso nelle categorie minori.

Uno scudetto Primavera sfuggito solo in finale di un soffio, ma sirene della prima squadra ormai dirette su di lui, che in campo ama giocare con numeri sulla maglia non propriamente da attaccante o da fantasista (principalmente il 5 o l’8).

Gli infortuni non tarderanno ad arrivare ma per fortuna nemmeno le gioie, tanto che i vari allenatori che siederanno in prima squadra, all’epoca in B, compatti gli daranno fiducia, fino ad affidargli le redini del gioco.

Sarà Sarri a spostarlo in modo definitivo dall’esterno al centro del campo, in una posizione di raccordo, sempre più in estinzione, cioè colui che agisce dietro le due punte e davanti a un altro play, quell’anno Valdifiori, più vertice basso. Insomma, in soldoni, un 10, merce assai rara appunto nel calcio d’oggidì.

La consacrazione, con un campionato di B da protagonista in cui tra gol, delizie e assist si contraddistinse come il calciatore copertina di tutta la cadetteria, giunse al termine della stagione 2012/’13 quando si fece avanti il Milan.

Come detto, l’approccio con una maglia così pesante, e il passaggio dalla B di (sana)provincia al palcoscenico della A in uno stadio glorioso come San Siro non fu facile, ma come d’incanto, tornato a indossare nel gennaio 2015 la maglia empolese, Riccardo tornò a fare con naturalezza quello che già aveva mostrato anni prima. Una tecnica sublime, una visione di gioco ottima, una padronanza del ruolo, dietro le punte, sempre più solida, per uno score niente male: 17 presenze e 7 reti.

Sarri, decisivo in questo scorcio di stagione nell’imporlo come trequartista titolare alla conquista di una splendida salvezza in serie A, l’avrebbe portato con sè già il suo primo anno a Napoli, proprio nel momento in cui tutte le big del calcio italiano si stavano accorgendo di essere davanti a un talento ormai del tutto sbocciato, ma ancora giovane e con margini di miglioramento.

In particolare la “solita” Juventus sembrava aver già chiuso la pratica acquisto, opzionandolo, ma alla fine il presidente toscano Corsi decise di trattenerlo, confidando in una sua ulteriore crescita, con una conferma fragorosa nella massima serie.

Lo scorso anno, nemmeno per un attimo, fece capolino in lui la delusione per non essere passato a una big, anche perchè col nuovo tecnico Giampaolo, e una rosa ancora più giovane e da svezzare, le cose cominciarono subito a filare bene per gli empolesi. Tanti i nuovi virgulti lanciati in orbita dal neo tecnico, anch’egli desideroso di un rilancio in panchina: Paredes, Zielinski, Buchel, Pucciarelli, Barba… Su tutte però, furono le quotazioni dei campioncini del vivaio a impennare, gente come Tonelli e il nostro Saponara, ormai sì pronti a seguire le orme dell’ex compagno Rugani, volato 12 mesi prima in una grande, la Juventus.

Non a caso Sarri già a inizio mercato fece i loro nomi per rinforzare l’organico del suo Napoli, dopo la splendida stagione scorsa. Il difensore, ambito anche dalla Roma, andrà in effetti a riabbracciare uno dei suoi mentori già nella prima settimana di sessione estiva, mentre a tutt’oggi, ovvero passata la prima metà di agosto, il “termine” suggerito dal presidente Corsi nei confronti di possibili acquirenti di Saponara, il fantasista è ancora un giocatore dell’Empoli, che nel frattempo ha visto già salutare l’allenatore Giampaolo, oltre che Zielinski e Paredes.

Tantissime le squadre che hanno tentato un approccio con la società toscana, ma nessuna in grado di sopperire alla richiesta di partenza indicata per trattare una cessione: 15 milioni di euro.

Il Bologna sembra non poter competere a questi livelli, la Sampdoria pure, nonostante la spinta di Giampaolo che lo riterrebbe ideale come pedina in mezzo al campo, specie dopo la partenza di Soriano al Villarreal.

La Juve dopo i botti (Higuain, Pjanic, Dani Alves, Pjaca, Benatia) sembra aver placato il suo appetito, anche se un po’ di qualità sulla trequarti, dopo l’addio di Pogba non guasterebbe; l’Inter appare ai più esterofila, e lo stesso Milan timidamente sembrava voler ridare una chance al suo ex giocatore, salvo poi ripiegare su un giocatore meno costoso, più anziano e meno decisivo come Sosa.

A Empoli molti compagni di squadra, a partire dal big Maccarone, si sono esposti affinchè rimanga, e la scelta a inizio ritiro di prendersi la maglia numero 10 sembrava aver fatto desistere il giocatore a partire.

A questo punto, posto che molto probabilmente ad Empoli non vogliono smettere di stupire nemmeno col nuovo corso targato Martusciello, credo che Saponara meriti davvero arrivato al top della carriera di cimentarsi in un club dalle ambizioni più alte, che sia in Italia o all’estero. Da noi ad aver messo sul piatto un’offerta ufficiale è stato il Sassuolo, società che non sbaglia un colpo e in cui avrebbe terreno facile per inserirsi, grazie al tipo di gioco propositivo e moderno del suo tecnico Di Francesco, e soprattutto per la stima di cui gode presso lo staff tecnico.

Tuttavia sono le squadre straniere ad avere più disponibilità economiche in questo periodo storico. Hanno chiesto informazioni su di lui il Leicester di Ranieri – che però nel trionfale anno appena trascorso, con tanto di Premier League in saccoccia, giocava con un 4-4-2 piuttosto rigido – e in Spagna squadre come il Villarreal (che ha già pescato da noi i due “tedeschi” Soriano e Sansone) e il fortissimo Atletico Madrid, ormai una certezza in Europa. Lì recentemente ha floppato di brutto Alessio Cerci, ma Riccardo Saponara a mio avviso ha una personalità meno complessa dell’ex torinista, e soprattutto più umiltà e determinazione, che a questi livelli fanno la differenza.

Mi dispiacerebbe vederlo andar via dall’Italia, perchè sono convinto che potrebbe essere molto utile anche in contesti grandi.

Secondo me la Juve – a parte che Allegri sembrava non vederlo di buon occhio al Milan, ma in fondo si diceva lo stesso del suo rapporto con Pirlo… – farebbe un affare ad accaparrarselo. Anche perchè, pur in una rosa di assoluto livello, a mancare è proprio un trequartista, un giocatore in grado di legare i reparti, dispensando tutta la qualità di cui lui è invece in possesso.

Considerazioni finali sul campionato di serie A 2015/2016

Si è concluso tra sabato e ieri il campionato di serie A, con le partite decisive ai fini degli ultimi piazzamenti “caldi” in contemporanea, per “garantire la regolarità del torneo” (concetto quantomeno “ballerino”, visto che partendo da quei presupposti, si sarebbero dovute disputare tutte e 38 le gare allo stesso orario).

download

Quello che doveva in qualche modo sancire un passaggio di consegne in vetta, con diverse squadre che di volta in volta vi si erano affacciate, alcune pure soggiornandovi a lungo (Inter, Roma, Fiorentina, Napoli), è finito per diventare il campionato che certifica il nuovo status leggendario di un club come la JUVENTUS, capace di aggiudicarsi ben 5 scudetti consecutivi, impresa capitata solo altre tre volte in serie A (la stessa Juve ’30-’35, quella cosiddetta “del quinquennio” appunto, il Grande Torino negli anni ’40, intervallati tuttavia dallo stop bellico e dall’incursione dei Vigili del Fuoco di La Spezia, e infine l’Inter del dopo-Calciopoli).

Insomma, la squadra di Allegri ha compiuto letteralmente un’impresa, specie rapportandola al calcio moderno, soprattutto tenendo conto delle serie difficoltà incontrare a inizio torneo, giustificate poi in modo fisiologico, viste le rinunce in estate a tre big riconosciuti come Pirlo, Vidal e Tevez.

Allegri c’ha messo solo un po’ di tempo per tastare il livello qualitativo della sua “nuova” Juventus, sciogliendo poi le briglie a cavalli di razza come l’argentino Dybala, destinato a segnare un’epoca e il francese Pogba, all’inizio sin troppo titubante, quasi abulico, nel calarsi nei panni del leader della squadra. La stessa inedita maglia numero 10 sembrava pesargli e non poco, e pareva che senza validi scudieri come i tre citati campioni ceduti in estate il francese faticasse a trovare la sua posizione migliore in campo, oltre che una sua dimensione tecnica.

Ormai invece non ci sono più dubbi: Pogba è un fuoriclasse, destinato a compiere imprese sia individuali che di squadra negli anni a venire, anche con la stessa Juve, visto che sembra scontata una sua permanenza.

Sugli scudi anche l’eterno Buffon, che intende prolungare fino ai prossimi Mondiali, la solita difesa imperniata sui tre colossi azzurri Barzagli-Bonucci-Chiellini, fra i quali timidamente si è scorto pure il talento puro del giovane Rugani, prezioso a inserirsi al posto di uno o dell’altro, specie di Chiellini, a lungo fermo per infortunio.

Hanno dato un enorme contributo alla causa anche Mario Mandzukic, tenuto sempre in seria considerazione dall’allenatore e mostratosi utilissimo alla causa, oltre che uomo d’area e di lotta imprescindibile. Dietro hanno scalpitato Morata, che il meglio lo sembra dare nei big match, specie quelli europei (e questo alla lunga potrebbe rappresentare un limite alla sua crescita) e Zaza, autore comunque di gol decisivi, vedi quello nel big match contro il Napoli.

Anche il centrocampo lungo il cammino ha trovato un assetto vincente, con Marchisio un po’ sacrificato davanti alla difesa ma affidabilissimo e un Khedira efficace anche in zona gol, oltre che posseduto dalla tempra del leader.

Notevole impatto anche del brasiliano Alex Sandro, valido assistman e dotato di un ottimo sinistro.

Non si può considerare un flop ma forse a metà campo il fosforo era lecito aspettarselo da Hernanes, che invero si è limitato al compitino.

Il NAPOLI ha compiuto un altro passo in avanti ma il gap nei confronti dei bianconeri è ancora lontano dall’essere colmato.

Ha mostrato probabilmente il calcio migliore del torneo, specie nel girone d’andata; ha giganteggiato in avanti, col centravanti Higuain MVP della serie A, e non solo per il clamoroso exploit sotto porta (ben 36 gol in 35 partite, superato il record di Nordhal che durava da ben 66 anni), ma anche per quanto ha dato in campo, quanto è stato importante per la squadra. Sarri si è dimostrato tecnico da grande squadra, dando un’impronta evidente.

Il secondo posto è stato legittimato al termine di una corsa a due con la rediviva Roma di Spalletti, e al netto dell’intero campionato, ampiamente meritato.

Occorre ancora qualcosa però per ambire al gradino più alto del podio.

Lascia l’amaro in bocca il terzo posto della ROMA, conquistato di forza e con prepotenza, dopo un periodo disastroso che aveva portato all’esonero di Garcia e alla perdita di sicurezze. Spalletti ha saputo toccare le corde giuste, rivitalizzando alcuni giocatori (El Shaarawy, giunto a gennaio e assai prolifico), rendendo centrali al progetto altri (Nainggolan mai così incisivo) e valorizzando al meglio talenti pure come Pjanic, in odore però di cessione, Salah e Perotti, altro rinforzo della sessione invernale di calciomercato). Florenzi e Manolas sono ormai dei califfi. Dulcis in fundo, ha gestito bene una situazione che sembrava essergli sfuggita di mano: quella relativa a Totti. Il Capitano ha dimostrato che, seppur a piccole dosi, è ancora in grado di essere giocatore importante.

Il quarto posto dell’INTER di Mancini sa invece di amara delusione. Partiti probabilmente non con l’obiettivo scudetto, i nerazzurri hanno poi di fatto cullato il sogno almeno per 1/3 del torneo, quando si erano dimostrati cinici (nelle vittorie di misura), determinati (nella veemenza di gente come Medel, Murillo o Melo), solidi (nel paratutto Handanovic e in un Miranda che sembrava in stato di grazia, alla Thiago Silva)  fantasiosi il giusto (prima della riscoperta di Icardi in zona gol, in elementi poi rivelatisi incostanti come Ljajic e Jovetic).

Le certezze sono crollate nel prosieguo del campionato, dove si è evidenziata una carenza evidente di qualità generale della squadra, specie nella zona nevralgica del campo, dove il solo Brozovic, schierato però con poca continuità, poteva vantare qualche colpo.

Altalenante anche il campionato della FIORENTINA, che ha tuttavia conteso a Napoli e Roma per lunghi tratti lo scettro di “più bella del campionato”, anche se poi nei momenti clou si è come squagliata, facendo pesare il dislivello qualitativo tra i titolari designati e i loro sostituti, nonostante gli innesti di gennaio Zarate e Tello, che però non sono riusciti a innalzare il tasso tecnico generale.

Sul più bello poi Kalinic, quasi implacabile in area tra doppiette e autore di una tripletta nel girone d’andata, si è fermato, finendo per afflosciarsi in zona gol e lasciando qualche dubbio per il futuro. La mediana ha giocato alla grande, imperniata nel “solito” Borja Valero, coperto da scudieri affidabili come Vecino e Badelj. La fantasia era appannaggio del talentino di casa Bernardeschi, che in effetti ha mostrato sprazzi di classe purissima, anche se appare ancora non del tutto a fuoco, specie a livello tattico. I numeri però li ha eccome, e intanto ha accumulato una buonissima esperienza quest’anno.

Sorprende l’exploit del SASSUOLO che, al di là dell’esito della Finale di Coppa Italia tra Juve e Milan (che potrebbe, a rigor di regolamento, regalare un’immeritata qualificazione in Europa League ai rossoneri) ha mostrato agli scettici ampi progressi, e soprattutto la propria forza al cospetto di compagini che partivano favorite per questo piazzamento (oltre al Milan, anche la Lazio).

Scorrendo la rosa, però lo stupore va a scemare, visto che in porta c’è un ottimo portiere come Consigli (con la pecca di un clamoroso autogol che però non macchia una grande stagione), la solida difesa, una delle migliori, imperniata sui titolarissimi Vrsaljiko, Cannavaro, Acerbi (uno dei migliori centrali della serie A per rendimento) e Peluso; a centrocampo sono emersi il giovanissimo Pellegrini e si è rivelato in tutta la sua forza il poderoso Duncan, di scuola Inter (non avrebbe certo sfigurato tra i nerazzurri e, almeno quest’anno, il paragone tra il suo rendimento e quello del pari ruolo Kondogbia è impietoso) e in attacco, pur non assistendo alla definitiva esplosione di Berardi e certificando come deludente il torneo dell’atteso Defrel, di volta in volta si sono ben disimpegnati la saetta Politano, il classico 9 Falcinelli, oltre che il confermato guizzante Sansone.

I mezzi per migliorare ci sono ancora, ma giustamente da queste parti non si vogliono fare i passi più lunghi della gamba.

Sul disgraziato MILAN ci sarebbe da scrivere un intero libro, o molto probabilmente liquidare la faccenda lanciando un allarme: urge ritrovare la grandezza perduta! I cicli vanno e vengono, la stessa Juve prima di Conte ha faticato non poco a imporsi, con stagioni anonime alle spalle. Ma il Milan sembra incurabile da tre stagioni a questa parte: passano gli allenatori, magari si rischia pure di bruciare gente valida (d’altronde non si dicevano meraviglie di Inzaghi o Brocchi quando guidavano le giovanili?), o di perdere la bussola, come fatto con Mihajlovic.

Bacca ha segnato, è vero, Bonaventura ha tirato la carretta, sballottato come Honda per il campo, e a mio avviso è tra i pochi che forse meritano questa maglia così gloriosa per il passato che rappresenta, anche se certi totem ovviamente sono inarrivabili.

Da qualcosa bisogna ripartire, verrebbe da dire cambiando i vertici societari e magari passando sì la mano oltre Italia.

Altra cocente delusione l’ha rappresentata la LAZIO, specie se la confrontiamo con quella spavalda, spesso splendida, di 12 mesi fa. Tante incognite, una rosa immensa difficile da gestire, giocatori clamorosamente sottotono, in primis la stella Felipe Anderson, ma anche Candreva, parso involuto per metà campionato e ripresosi solo nel finale, e a farne le spese è stato Pioli, acclamato sino a pochi mesi prima ma poco vigile quest’anno e non in grado di intervenire.

Il suo successore, Simone Inzaghi, ha la stoffa per allenare e, scoppola a parte con la Fiorentina, aveva dato segni di ripresa alla squadra: chissà se sarà stato sufficiente per Lotito ai fini di una conferma.

Ottimo campionato del CHIEVO, in grado di chiudere addirittura a 50 punti, laddove solo un anno prima era stato tacciato da molti di essere tra le più papabili candidati alla retrocessione. Un giudizio in effetti sin troppo severo, visti i progressi sul finale di torneo scorso dati dalla cura Maran.

L’allenatore si è confermato alla grande, mostrando gran piglio e voglia di imporsi, senza accontentarsi. Privato del suo miglior bomber, Paloschi emigrato in Inghilterra allo Swansea di Guidolin, non ne ha fatto un cruccio, optando per altre soluzioni tattiche e ripresentando a piccolo dosaggio il leader storico Pellissier. Citazione per l’indomito attaccante Meggiorini, a tratti imprendibile, l’affidabile portiere Bizzarri, un veterano, e per l’esordiente in serie A Nicola Rigoni, che poco ha da invidiare al più navigato ed esperto fratello Luca, un totem da queste parti. Promette bene la punta Inglese, autore di gol pregevoli.

L’EMPOLI di Giampaolo compie un’impresa, aggiudicandosi il decimo posto, miglior risultato della sua storia, e rivelando al mondo autentici talenti che diverranno prede dei grossi club: Saponara, che finchè il fisico ha retto, è stato forse il miglior trequartista della serie A, Zielinsky, qualità cristallina ma anche quantità nel nuovo ruolo cucitogli addosso dal mister (mezz’ala anziché fantasista), Paredes (play dall’ottima visione di gioco, di proprietà della Roma, così come l’aitante portiere Skorupski), Mario Rui (anche per lui una fragorosa conferma dopo i bagliori con Sarri, che l’avrebbe rivoluto con sé a Napoli) e capitan Tonelli, una roccia in difesa.

Una squadra sbarazzina, che ha saputo giocare al calcio senza timori reverenziali, alla quale si può solo imputare di essersi psicologicamente adagiata nel girone di ritorno, dopo essersi praticamente salvati già a gennaio.

Difficile classificare, al di là delle posizioni in graduatoria, le stagioni di GENOA, TORINO e ATALANTA. Hanno chiuso tutto sommato bene, rispettivamente a 46 (Genoa, al pari dell’Empoli) e 45 punti (Toro e Atalanta) ma il loro percorso è stato tutto un sali scendi, costellato di illusioni, speranze e cadute piene di paura.

Forse i più costanti sono stati i bergamaschi, ben presto stabilizzati però in classifica, lontani sufficientemente dalla zona rossa e pertanto finiti col perdere presto la vis pugnandi. Si sono esaltati però elementi come il portiere Sportiello, finito giustamente in orbita azzurra, l’olandese De Roon che c’ha messo pochissimo per ambientarsi in serie A, il redivivo Borriello giunto a gennaio dopo una mezza stagione anonima a Carpi e il satanasso offensivo Gomez, tornato quello dei fasti catanesi.

Diverse le situazioni di Genoa e Torino, due compagini che per pedigree, ambiente, tifo e città, vogliono sempre ambire a qualcosa di più di una comoda salvezza. O meglio, dovrebbe essere così, ma la realtà dei fatti parla di un campionato per entrambe fatto di guizzi, exploit per lo più isolati, senza purtroppo dare continuità ad essi. Se il Torino è sembrato ai più alla fine di un ciclo, più nella guida tecnica che in campo, visto i positivi innesti di giovani come Belotti, Baselli o in misura minore Zappacosta, il Genoa può solo mangiarsi le mani per aver troppe volte smarrito le proprie qualità cammin facendo.

Gasperini però è imprescindibile, allenatore capace di far indossare molte vesti tattiche ai suoi uomini, anche di ruotarli al meglio e valorizzarli. Una base solida c’è in Perin, Izzo (entrambi vincitori in passato di uno spendido scudetto Primavera con questa maglia), bomber Pavoletti, cresciuto in modo esponenziale e in grado di mantenere anche con i galloni da titolare un’invidiabile media gol, De Maio, Rincon, Burdisso, ai quali si sono aggiunti in modo perentorio Dzemaili, Rigoni (epurato dal Palermo dove pure era tra i leader) Suso, quest’ultimo a gennaio dal Milan, dove sembrava più una meteora che un’abbagliante stella. Bisogna cercare di trattenerli tutti e ripartire da qui.

Salvezza senza patemi anche per la matricola di lusso BOLOGNA, cui ha giovato il preventivo cambio tecnico in panchina tra uno stanco Delio Rossi e un Donadoni in cerca di rivincita dopo il campionato da incubo vissuto a Parma.

Il suo Bologna ha mostrato un buon calcio, indipendentemente che giocasse tra le mura amiche o fuori di esse, anche se gli è mancato Destro, davvero sottotono, e qualche alternativa da pescare in panchina. Si è rimesso in luce, anche in chiave europea, il jolly offensivo Giaccherini, che ha dispensato gol e assist in buona quantità, supportato a centrocampo dai due astri nascenti Donsah e Diawara (39 anni in due!). In difesa hanno mostrato i denti i “vecchi” Maietta e Gastaldello, che si compensavano benissimo con la solidità di Rossettini e l’esuberanza giovanile di Masina, esordiente in serie A. Bene in porta anche Mirante.

Anche qui però i remi si sono tirati in barca sin troppo presto, complici le situazioni travagliate delle quattro squadre sempre in fondo alla classifica.

Ha toccato i fatidici 40 punti anche la SAMPDORIA, di Zenga prima e di Montella poi, ma il giudizio sulla squadra è insufficiente. Troppi punti oscuri, bui, in questo campionato, troppa confusione, troppi cambiamenti in corsa, col risultato che dopo un buon avvio la squadra stava sprofondando nei bassifondi, smarrita e incapace di una svolta.  Poi anche qui le cose sono state rese possibili e agevolate dai limiti altrui ma per il futuro, considerando che, dopo Eder a gennaio, saranno prevedibili altre cessioni eccellenti, come quella di Soriano, sarà necessario tenere gli occhi bene aperti e stare sull’attenti.

Si salvano anche PALERMO e UDINESE, protagoniste di un campionato molto negativo. I friulani sono progressivamente stati risucchiati nelle paludi, salvandosi solo alla penultima giornata ma hanno regalato ben poche soddisfazioni e gioie ai propri sostenitori, forse a dire il vero solo la vittoria esterna contro la Juventus, nella partita d’esordio. Cannato in pieno il progetto Colantuono, il riciclato De Canio non ha saputo invertire il triste trend inaugurato in primavera e protratto per tutto il restante tragitto.

C’è pure uno splendido stadio di proprietà, ci sono elementi di sicura buona prospettiva, non ci sarà più il mitico capitano Totò Di Natale, che ha chiuso in bellezza con un gol su rigore, bisognerà però ritrovare lo spirito garibaldino dei bei tempi, sperando che l’attenzione della proprietà non sia rivolta maggiormente in Inghilterra o in Spagna, dove giocano le “cugine” Watford e Granada.

Il Palermo ha saputo tirarsi su solo nell’ultimo mese finale, con 10 punti conquistati in 4 partite e aggiudicandosi l’ultima partita contro il già retrocesso Hellas Verona, simultaneamente attento a cosa nel frattempo stava combinando il Carpi a Udine.

Verdetto piuttosto scontato, con entrambe le squadre in corsa per salvarsi a vincere le rispettive sfide ma con gli emiliani condannati alla serie B con un punto di scarto dai più esperti rosanero.

Chi meritava di più? Attenendoci ai numeri, il Palermo, ma se così fosse, si tratterebbe della salvezza più arrembante degli ultimi anni. I siciliani sembravano aver tutto contro, calendario a parte, e cosa più particolare, era da tutto il torneo che “giocavano” quasi a farsi male da soli, come testimonia il record, difficilmente battibile, di allenatori cambiati e rimescolati. La salvezza è giunta per mano di Ballardini e di un giocatore come Maresca che ha vissuto una vera odissea personale quest’anno, essendo finito in due occasioni fuori rosa.

Zamparini sembrava davvero non avere più nulla in serbo, a partire dalla voglia e dalle energie. Ma alla fine la squadra è riemersa ma i tifosi rosanero credo ricorderanno a lungo questa “impresa”.

Le parole di Castori, allenatore del CARPI, ieri a fine partita, erano all’insegna di una grande amarezza e somma tristezza, evitando quelle dietrologie che mai come quest’anno sembravano porgere valide ragioni cui appigliarsi. La questione del “paracadute”, l’oggettivo andamento “misterioso” di squadre in teoria più accreditate, come lo stesso Palermo, la Sampdoria o il fanalino di coda Verona.

In mezzo a tutto ciò la matricola assoluta Carpi, sorta di Cenerentola annunciata del torneo, al pari del “pari grado” FROSINONE, ha condotto il suo campionato con grande dignità e valore, cullando a ragione il sogno salvezza e vendendo cara la pelle al cospetto di chiunque. Soprattutto l’ha fatto affidandosi allo zoccolo duro, ai condottieri che 12 mesi fa avevano compiuto la “missione impossibile”, gente rivelatasi valida anche in serie A (e che potrebbe rimanerci): l’attaccante Di Gaudio, il valido difensore Romagnoli, scuola Milan e (almeno) quest’anno migliore del suo strapagato omonimo rossonero, il “disturbatore” offensivo Lollo, il tornante Pasciuti, il veloce terzino fluidificante (sì, proprio vecchio stampo) Letizia e il goleador di riserva Lasagna, protagonista di una favola nella favola, visti i suoi recenti trascorsi nelle serie inferiori. Meno bene ha fatto l’atteso Mbakogu, di sicuro talento ma poco incisivo al suo primo campionato di A, sciagurato soprattutto nell’aver sbagliato due rigori alla penultima giornata, disputata in casa, e col senno di poi decisiva per il mancato conseguimento della salvezza.

Per i ciociari valgono più o meno le stesse parole spese per il Carpi: erano dati per spacciati a inizio campionato, hanno confermato i pronostici ma onorando alla grande questa grande occasione. Sono stati anche più volte di là della cortina di ferro, senza mai però staccare le tre squadre in fondo. Specie nel girone d’andata la banda di Stellone ha giocato a viso aperto, osando, soprattutto in casa al Matusa, e mettendo in mostra validi interpreti.  Molti erano stati protagonisti con il tecnico della scalata dalla Lega Pro alla massima serie (come Blanchard, bomber Daniel Ciofani – che ha gonfiato molte reti anche in A – il fratello difensore Matteo, il terzino Crivello o il mediano austriaco Gucher); altri addirittura provenienti dal vivaio, come il fantasista Paganini o il centrale di centrocampo Gori, due ’93 che con la formazione Berretti avevano vinto il Campionato Nazionale. Credo che mantenendo questa ossatura, con l’aggiunta dell’innesto d’inverno Kragl, con la dinamite nei piedi sui calci piazzati, la compagine laziale possa seriamente candidarsi a un pronto ritorno in serie A.

Stessa cosa che ovviamente si auspicano anche i moltissimi sostenitori dei gialloblu del VERONA, anche se qui il discorso relativo alla (netta) retrocessione assume connotazioni molto differenti.

All’inizio da molti considerati addirittura come rinforzati rispetto alle precedenti due bellissime compagini capaci di salvarsi agevolmente, regalando spettacolo soprattutto il primo anno con gente come Iturbe, Jorginho, Romulo e il redivivo Toni, ben presto hanno palesato limiti strutturali evidenti, a partire dalla complicata coesistenza in avanti tra il Capitano Luca Toni, anch’egli al passo d’addio e clamoroso capocannoniere a 38 anni del campionato precedente e l’esperto Pazzini. Due nomi altisonanti per una realtà di provincia, che poteva inoltre contare su altri giocatori consolidati, oltre che su talenti bene in vista come lo stopper Helander – fresco vincitore con la sua Svezia di un Europeo Under 21 -, il regista Viviani, scuola Roma e sinora frenato solo da infortuni, il potente Ionita o l’estroso Siligardi.

Niente di tutto ciò: al di là di infortuni in serie, dell’avvicendamento forse tardivo dell’eroe Mandorlini, artefice degli ottimi risultati conseguiti con la squadra dalla Lega Pro alla serie A, con Delneri, della crisi che ha attanagliato molti protagonisti, di colpo parsi inadeguati alla categoria… resta antipatica e fuorviante la motivazione relativa al cosiddetto “paracadute”, già citato in precedenza, che garantiva al Verona, in caso di retrocessione simultanea alle matricole Carpi e Frosinone, una “buona uscita” dalla massima serie di… 40 milioni (25 + 15 la stagione successiva, se la squadra dovesse rimanere in serie B! Un’enormità, che secondo i maligni avrebbe indotto la squadra a giocare al ribasso.

Da giornalista ma soprattutto tifoso – proprio dell’Hellas – mi sono sempre rifiutato di pensare a situazioni simili. Avendo visto allo stadio tutte le gare casalinghe, oltre che praticamente tutte le altre in tv, mi vien semplicemente da pensare che sia sempre mancato qualcosa per risalire la china, a partire dal coraggio e dalla personalità. Certo, può sembrare inspiegabile l’aver perso in casa tutti gli scontri diretti e di conto aver battuto Milan e Juventus al Bentegodi, pareggiato con l’Inter in casa dopo essere stati in vantaggio per 3 a 1 e con la Roma in casa e all’Olimpico.

Forse è il caso veramente di resettare tutto e, se ci sarà quest’ancora di salvataggio per la B, di saperla sfruttare al meglio, puntando sui migliori giocatori della cadetteria.