Il Pagellone di Sanremo 2015

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Ho atteso di sentire tutte le canzoni in gara al Festival di Sanremo prima di farmi un’idea un po’ più precisa in merito al loro valore. Poi, chiaro, viviamo in un’era in cui con i social è tutto amplificato, tutto condiviso e da una parte è bello, interessante e spesso divertente commentare a caldo, leggere, discutere. Io lo facevo anche quando non esistevano i telefonini, per dire… mi ritrovavo il giorno dopo a dire le mie impressioni con i miei amici appassionati di musica, soprattutto Ricky, poi divenuto giornalista musicale. E in fondo le nostre disquisizioni, tra il serio e il faceto, non erano molto differenti da quelle che imperversano in molte bacheche. Ma erano soprattutto serate che mi piaceva trascorrere insieme alla mia famiglia, mia nonna, mia mamma, a commentare e dare i nostri giudizi.

Ora, se c’è una cosa che proprio non comprendo, è vedere persone scannarsi per attribuire significati a una trasmissione che credo non abbia mai avuto la pretesa di sostenere che quella sia l’unica musica italiana, né tanto meno che sia specchio di un Paese. Certo, 65 edizioni sono tante, un primato internazionale, se pensiamo che una gara di tutti brani inediti è prerogativa in pratica solo di Sanremo, però credo che sia più semplice (e mi rendo conto anche semplicistico, ma non sta a me fare qui in questo mio umile spazio della sociologia spiccia!) dire che in fondo sia uno spettacolo, che in qualche modo, pur essendo ancorato alla tradizione, mostra di stare al passo coi tempi. E se questo significa che ci stiamo specchiando in una società che un po’ ci fa vergognare, beh, la colpa è anche di chi non vuole cambiare lo stato delle cose.

Considerando che solitamente quando mi accingo a guardare quella che per me, dal punto di vista del puro interesse, è “solo” una gara musicale, seppur di prestigio, non mi faccio domande di questo tipo, allora veramente non tollero coloro che non si perdono un solo minuto di una maratona lunghissima, solo per perculare, ironizzare, dimostrare al mondo del web quanto siano bravi, “avanti”, superiori… Io non metto le mani avanti se dico che basta guardare la mia fornita collezione di dischi (si dice ancora?) per capire che la musica italiana – e di matrice festivaliera – rappresenti solo una minima parte di ciò che ascolto, ma allo stesso tempo c’ho sempre trovato curiosità, interesse e perché no?, più di un buon motivo musicale da ascoltare.

Odio queste lunghe premesse ma quest’anno racchiuderò solo in questo articolo e uno conclusivo a vincitore eletto (a mo’ di bilancio) le mie impressioni e allora perdonatemi la lunghezza e la prolissità.

Chi non è minimamente interessato a ciò che sto per scrivere lo posso capire, in fondo ci sono anche (pochi, a mio avviso) che coerentemente non lo guardano, pochissimi credo quelli che non ne sono a conoscenza, tanti quelli che mentono…

Allora, proviamo a fare ordine…

CARLO CONTI venivamo da due edizioni targate Fabio Fazio, all’insegna di una certa “pesantezza” dei contenuti.. badi bene, rapportata appunto a quello che dovrebbe essere un contesto come quello del Festival, piuttosto rivolto a un pubblico molto generalista. Fabio ci aveva messo molto del suo, in alcuni momenti riproponendo quasi su vasta scala il suo interessante “Che tempo che fa”. Io, chi mi legge lo sa, alla fine della fiera, ho tratto un bilancio positivo della sua seconda esperienza sanremese (dopo le prime due edizioni a inizio 2000), soprattutto per la qualità delle canzoni e certe scelte coraggiose, molto vicine alla musica che ascolto maggiormente. Da Carlo Conti era impossibile aspettarsi qualcosa di diverso da ciò che sta proponendo, eppure sentivo qualcosa di positivo, già dall’annuncio del cast e da alcune indiscrezioni, poi confermate (nuove proposte in prime time, scaletta veloce, ritorno a 20 big e alle eliminazioni, seppur in numero esiguo). Soprattutto non abbiamo assistito alla replica del suo fortunato programma “Tale e quale show”, quello sì legato alla classicità più pura e al varietà di tradizione.

Conti però ha condito il tutto con una naturalezza e una “leggerezza” (ma sì, usiamo le parole come bisogna!) inedita ai mostri sacri a cui viene spesso accostato (Baudo in primis). Sempre sul pezzo, impeccabile, col sorriso, rassicurante… Ecco, se proprio voglio trovare un primo difetto a questa edizione è quello di essere eccessivamente rassicurante, di non superare mai le righe, nemmeno in quei comici che solitamente dovrebbero smuovere qualcosa, almeno usando le armi che gli competono. Conti è perfettamente a suo agio, tiene in pugno la situazione da navigato conduttore qual è, insomma, me lo aspettavo ma la conferma è stata fragrante. Alcune cose in corso d’opera si stanno aggiustando, quindi il mio voto – ripeto, non aspettandomi certo da lui l’istrionismo di un Bonolis o la simpatia di un Morandi e Panariello, tanto per citare altri nomi di presentatori più o meno recenti – è più che sufficiente, direi pure di azzardare un bel 7.

LE VALLETTE Spiace invece constatare come quella che consideravo tutto sommato una scelta diversa, affidare cioè a delle vere cantanti il ruolo di co-conduttrici, si stia rivelando sbagliata, azzardata. Emma e Arisa, visibilmente emozionate, molto più rispetto a quando questo palco l’hanno calcato da concorrenti in gara, vincendola pure, già nella seconda puntata mi sono sembrate più sciolte, ma il ruolo di valletta (perché di questo in fondo si tratta, Conti se la caverebbe comunque da solo) proprio non si addice loro. E nemmeno la tanta decantata Rocio, fidanzata di Raoul Bova e divenuta celebre anche per il suo ruolo in una nota fiction italiana, mi sta convincendo, pur avendo lei un ruolo oltremodo marginale nella kermesse. Poi, andando proprio sul veniale…beh, sì, è indubbiamente carina, parla discretamente l’italiano, ma… senza tirare in ballo totem come la Koll, la Falchi, la Ferilli o la Herzigova, direi che pure alcune vallette meno note come Moran Atias o Ines Sastre avevano un fascino maggiore… in my opinion, of course… voto complessivo: 5

SUPER OSPITI Finora abbiamo assistito alle esibizioni fuori gara di due big assoluti della musica italiana: Tiziano Ferro e Biagio Antonacci. Come l’anno scorso per Ligabue, si tratta di una celebrazione che non ha senso all’interno del Festival, se vogliamo amplificare è proprio una mancanza di rispetto nei confronti di colleghi (perché quelli sono…) che invece si mettono in gioco (e in gara quest’anno come ben sapete c’è gente come Raf o Masini dal curriculum non certo inferiore ai due). Poi, dati alla mano, hanno mostrato un carisma e una presenza, delle canzoni in rassegna, da far quasi impallidire i brani in gara, ma non è questo il punto: caro Tiziano, quel bell’inedito – che a me ricorda vagamente il mitico Guccini nell’incedere  – avresti potuto portarlo in gara… magari non vincevi, in fondo non lo fece neanche Renato Zero, per dire, ma la tua bella figura non te la toglieva nessuno.

Tra gli ospiti stranieri sinora visti, bella performance degli Imagine Dragons… non ne vado matto, sono sin troppo pop per i miei gusti, ma la loro commistione tra quello che funziona oggi (nel loro caso un mix piuttosto riuscito di Coldplay, Mumford & Sons e band emo) è vincente. Il deejay esibito ieri, va beh, sta andando per la maggiore in radio ma è più una one hit wonder, destinato presumibilmente a scomparire presto, così come credo succederà alla discussa (e discutibile) Conchita Wurtz, in possesso di una notevole voce, su questo non ci piove. Altre ospitate ci possono stare (la bravissima Charlize Theron, Joe Bastianich, uno degli uomini del momento in tv, i comici contemporanei Siani e Pintus, non al top sinceramente e piuttosto contratti, quando non inadeguati in alcune uscite infelici… per nulla pungenti in un momento in cui magari certe coscienze andrebbero comunque scosse), un paio mi sono sembrate particolarmente valide, quella del medico guarito dall’Ebola e quella di Pino Donaggio, un omaggio a un grande del passato lo concedo volentieri. Di cattivo gusto la reunion di Al Bano e Romina, una trovata forzata e artificiosa e l’elogio della famiglia Anania. Mi sono risultati simpatici i Boiler che seguo da tanti anni, mi fa piacere che siano arrivati fin su questo palco, anche se non hanno portato le loro migliori battute.

le 8 nuove proposte in gara: il mio favorito è il cantautore Enrico Nigiotti

le 8 nuove proposte in gara: il mio favorito è il cantautore Enrico Nigiotti

Veniamo ora ai cantanti, quelli che finalmente quest’anno sono tornati a rappresentare il fulcro della manifestazione, laddove in passato furono scavalcati da altri momenti, alcuni all’insegna del “sensazionalismo” o della stretta attualità.

Partiamo dai giovani in gara, due su quattro esibiti ieri già tornati a casa loro. Può sembrare spietata come disamina ma in fondo chi segue il Festival sa benissimo come invece mai come quest’anno siano stati valorizzati, mandati a cantare in orario da primissima serata, dalle 21 alle 22 in pratica, quando fino all’anno scorso capitava che dovessero esibirsi oltre la mezzanotte!

Sfidatisi a coppie, i Kutso hanno avuto la meglio su Kaligola. Non mi soffermo molto sui giudizi, i brani erano già ascoltabili da tempo da regolamento (… che non condivido, maledetto nostalgico quale sono!): il verdetto può starci, soprattutto perché il giovanissimo rapper romano (classe 1997!) diretto dal nonno, pur presentando un testo con alcuni degni spunti, è parso troppo sulla falsariga del campione in carica Rocco Hunt. I Kutso, invece, provenivano dal mondo indie, dove io in teoria sguazzo in quanto ad ascolti ma, dico la verità, non li ho mai compresi del tutto. Ci sta l’ironia, la dissacrazione, tutto quel che vuoi, ma i miei gusti alternativi vanno più sul versante “serio” e di qualità, quella vera, manifestata nel corso delle varie edizioni da gente del calibro di Afterhours, Marlene Kuntz, Subsonica, Bluvertigo, e i casi recentissimi di Perturbazione, Riccardo Sinigallia, The Niro o Zibba. I Kutso invece hanno portato un brano nel loro genere, spiazzante, diciamo pure demenziale, se non altro mettendo brio e creatività rispetto al meno esperto collega.

Nella seconda sfida invece ha vinto, seppur con meno margine di percentuale, il bravo Enrico Nigiotti, la cui storia di ex concorrente di Amici “pentito” e protagonista all’epoca di un gesto eclatante (l’autoeliminazione pur di non sfidare l’allora fidanzata dell’epoca, aspirante ballerina) che gli compromise la carriera in ascesa, visto che poi la Sugar non reputandolo affidabile e maturo, gli sciolse il contratto, proprio nell’anno che vide decollare il talento di gente come Emma. Nigiotti ha pazientato in questi anni, prima portando un inedito di Grignani che ottenne un discreto riscontro, ma poi tornando nell’oblio. Si è ripresentato con un brano solare, energico, melodico, di quelli che si attaccano in testa, e che vedo seriamente candidato alla vittoria finale. Un riconoscimento che l’ancora giovane cantautore livornese si meriterebbe, più della classica e intonata Chanty, che però poco ha aggiunto con la sua esibizione alla storia di questa lunga manifestazione.

Non so ovviamente chi saranno gli altri 2 artisti della categoria che accederanno alla finale di venerdì, ma avendo come detto già sentito i brani, i miei favori andrebbero all’altro cantautore Giovanni Caccamo, che ha anche composto magistralmente la musica nel brano in gara di Malika Ayane, e Amara, molto raffinata, seppur di difficile presa immediata. Ritengo molto valido il pezzo di Serena Brancale, dalla struttura jazzata, mentre troppo debole, quasi impalpabile, quello della giovanissima Rakele, prodotta da validissimi autori quali Bungaro e Cesare Chiodo, quest’ultimo uno dei migliori bassisti e musicisti su piazza, ex componente degli O.R.O.

Veniamo così ai big in gara, avendo come indicazioni soltanto il primo ascolto, condizionato però da alcuni passaggi radiofonici nel frattempo ottenuti.

ANNALISA ha un brano dal forte impatto, magari spudoratamente “alla Modà” (d’altronde l’autore è il famoso Kekko, frontman del gruppo, che pure ha firmato i brani della Tatangelo e della Atzei), interpretato magistralmente. Magari sarà stata un tantino fortunata perché le è capitato il brano più convincente dei tre ma lei c’ha messo del suo. Una presenza scenica forte, un’intonazione perfetta, ha “sentito” e fatto suo il pezzo. Mi fermo qui con i complimenti, perché la mia bella mogliettina qui a fianco potrebbe avere da ridire, ma al di là delle battute, credo possa ambire al podio. Poi però avrà bisogno di trovare una sua dimensione, di personalizzare al meglio la sua proposta, partendo da un bagaglio tecnico (e a questo punto, di esperienza acquisita) importante. 7.5

MALIKA AYANE interpretazione sublime con un brano nettamente nelle sue corde. Molto difficile a un primo ascolto, non credo sinceramente sbancherà classifiche e airplane radiofonici ma bisogna riconoscerne le grandi doti. 6,5

MARCO MASINI un grande ritorno, per un cantante che ebbe un risalto e un riscontro notevole nei ’90, oscurando nomi di grosso calibro ma che poi, anche per motivi extramusicali, non ha mantenuto certi standard, pur arrivando a centrare il bersaglio grosso sanremese nel 2004, in un’edizione non certo lasciata ai posteri. Il brano co-scritto con Federica Camba e Daniele Coro, inossidabile coppia artistica e nella vita, autori di molti brani portati al successo dalla Amoroso e da Marco Carta, è particolarmente intenso, coinvolgente, con un testo che arriva dritto al cuore. E poi Marco la canta come solo lui sa fare. 7,5

CHIARA beh, un grande “inganno”: ha aperto la kermesse in scioltezza, molto più a fuoco rispetto all’esordio un po’ in tono minore di un paio d’anni fa col brano d’autore scritto all’epoca dal Baustelle Bianconi, con una canzone ariosa, orecchiabile e che ti pareva già di conoscere… Peccato che in effetti, fosse proprio così: troppo somigliante nel pimpante ritornello a un celebre brano di Pupo. Ovvio, parlare di plagio è forse crudele ma questo condiziona il voto. 5,5

GIANLUCA GRIGNANI non ho mai nascosto il mio “tifo” per Gianluca, perché lo seguo e apprezzo da anni, riuscendo anche a sorvolare su certi pesanti scivoloni che di tanto in tanto fanno capolino nella sua vicenda personale, e che stridono nettamente con quella che è la sua dimensione quotidiana (scrivo questo a ragion veduta). La canzone ha indubbiamente spessore, e una struttura di ballata non melensa che può funzionare (difatti in radio sta avendo diversi passaggi, mostrando le sue vere potenzialità); il problema è che il Grigna, che pure aveva dichiarato che una canzone così importante necessitava di una performance canora all’altezza, si è presentato sul palco molto sottovoce, stonando in più parti. Peccato. 6,5

NEK sto leggendo commenti molto entusiastici sul ritorno sanremese di Nek. In effetti Filippo ha ritrovato verve e vivacità, oltre che rinnovando la sua innata positività, in un brano che non sfigurerebbe se remixato da gente come David Guetta. Il problema secondo me sta proprio lì, in queste contaminazioni pop dance di cui è inzuppata la sua “Fatti avanti amore”, certamente moderna e probabile conquistatrice di molto appeal radiofonico, ma non al punto di poter candidarsi alla vittoria finale. D’altronde basterebbe scandagliare la sua discografia per trovare decine di canzoni migliori di questa. 6

NINA ZILLI ha mantenuto pienamente le attese la cantante piacentina, che qui ha firmato testo e musica, mettendo quindi tutta sé stessa nel brano (che infatti le calza a pennello). Che dire? Non vincerà, ma questo arrangiamento, così venato di soul r’n’b anni ’60 è capace di stregarmi letteralmente. Ha cantato divinamente, con una naturalezza e spontaneità disarmante. 8

DEAR JACK per alcuni potenziali vincitori del Festival, potendo essi godere di un hype incredibile tra i giovanissimi e reduce da vendite pazzesche del loro cd d’esordio (cui ha fatto seguito una fortunata tournèe), hanno portato una canzone semplice, cercando in sostanza di non deludere il proprio pubblico, ma senza così rischiare nemmeno un po’. La canzone passa sotto traccia, senza infamia e senza lode. 6

il cast dei 20 campioni in gara a Sanremo. Favorito il giovane trio il Volo ma occhio al redivivo Marco Masini, a Nina Zilli e Annalisa, in cerca di una piena affermazione.

il cast dei 20 campioni in gara a Sanremo. Favorito il giovane trio il Volo ma occhio al redivivo Marco Masini, a Nina Zilli e Annalisa, in cerca di una piena affermazione.

ALEX BRITTI ormai navigato e considerato sempre di più tra i colleghi, ha presentato un brano consono alle sue caratteristiche, cantato con piglio da veterano, dopo aver affermato che non sente pressioni, avendo fatto “tutto in casa”, anche a livello discografico. Il risultato è sufficiente, ma forse era lecito attendersi di più. 6

BIGGIO E MANDELLI ero molto prevenuto: già nelle vesti de “I Soliti Idioti” non mi hanno mai esaltato, con la loro comicità più volte greve e grottesca, vederli poi scippare il posto a cantanti “veri” mi aveva rabbuiato non poco. Poi, si sapeva di un pezzo “alla Cochi e Renato”, che omaggeranno insieme a loro nella serata delle cover, e il risultato in quell’ambito è dignitoso. Divertissement, come “certa” tradizione sanremese. 6,5

MORENO ha cantato per ultimo ma non credo sia stato quello a penalizzarlo nella parziale graduatoria della serata. Direi che il pezzo, interpretato a testa alta e con scioltezza, fa il suo in ambito rap ma non ha le credenziali per passare alla storia. Lo ammetto: mi aspettavo qualcosa di più esplosivo. 5,5

BIANCA ATZEI insomma… che avesse una bella voce si sapeva, anche se non particolarmente originale, ma la cosa finisce lì. La canzone è davvero deboluccia, e lei non riesce a farla decollare, a fare la differenza. Mi pare se ne sia accorto anche il pubblico. 5

RAF veniamo al primo dei capitoli “delusione”, anche se nel suo caso si tratta di “parziale”, perché comunque la canzone presentata ha un certo valore. Le attese però erano alte, e non credo solo da parte mia. Vederlo di nuovo sul palco, a distanza di tanti anni, mi ha emozionato ma appena terminata l’esibizione sono rimasto un po’ così. Bella, indubbiamente ben scritta, delicata con un finale in crescendo ma… non è riuscito a coinvolgermi del tutto. 6,5

LARA FABIAN lascio ad altri le polemiche “da tastiera” sulla sua legittimità a partecipare e sul presunto status di artista internazionale di successo. Conosco la sua carriera e le sue principali canzoni, è un’artista di stampo classico, impeccabile nell’esecuzione ma che non possiede a mio avviso quel “quid” per emergere a grandi livelli in Italia. E un brano anonimo come questo sanremese dubito potrà rappresentare una svolta per lei nel mercato discografico italiano. Antica, non mi sovviene un altro aggettivo plausibile. 5

GRAZIA DI MICHELE E MAURO CORUZZI l’inedita coppia conosciutasi ad Amici, lei docente del tipo “sergente di ferro” e ormai lontanissima da un suo progetto discografico vero e proprio, lui redento personaggio dello spettacolo tout court, lasciava presagire un brano dal forte impatto mediatico, a livello di tematiche sociali. Gli spunti e le premesse potevano essere validissimi, il risultato, impregnato di retorica, e più convincente tutto sommato nella parte interpretata dall’ex Platinette, è purtroppo lontani anni luce da operazioni simili, che portarono giustamente eco e gloria a gente come Giorgio Faletti e la sua epocale “Signor Tenente”. 5

IL VOLO annunciati vincitori per tutta una serie di giuste argomentazioni (un fresco passato televisivo da bambini prodigio, l’appeal giusto per le giovanissime fans, soprattutto un successo meritato e consolidato in Usa e non solo, e delle voci superbe, tra le più promettenti nel campo della lirica), dovevano però dimostrare sul campo di meritarsi i ruoli di super favoriti alla vigilia. Beh, direi che, pur ammettendo che, molto probabilmente, mai acquisterei un loro disco, il bersaglio grosso, oltre che alla loro portata, sarebbe anche meritatissimo coronamento di un’affermazione che nel nostro Paese stranamente tardava ad arrivare. Sorvoliamo sul fatto che alla lettura del testo avessi alzato il sopracciglio, banale com’è dall’inizio alla fine: quando questi ragazzini divenuti ormai adulti, aprono la bocca e iniziano a cantare, non ti accorgi nemmeno di quello che stai ascoltando, talmente forte è l’impatto della loro performance. 8

ANNA TATANGELO mi spiace scrivere questo, perché è risaputo che lei non mi piaccia come personaggio, al di là dell’indubbia bellezza e della voce pulita,  e che la considero in piena deriva artistica, non sapendo più dove appigliarsi per rimanere aggrappata a una notorietà che non sia solo quella conseguitale dall’essere la giovane compagna (anche se pare una quarantenne) di Gigi D’Alessio, ma frutto di una carriera già lunga. Da un po’ anche lei si è attaccata al “carrozzone” Kekko Silvestre ma il risultato è che questa ballad senza mordente, non è arrivata proprio al pubblico, non ne ha le caratteristiche. Non decolla, non trasmette granchè ed è un problema sentire lei che invece ha detto di essersi emozionata come la prima volta. Beh, allora bisogna saperlo dimostrare, senza necessariamente andare di urla e tormenti (tipici dell’autore) ma nemmeno rimanendo così misurati da risultare piatti e artificiosi. 4

NESLI vale il discorso fatto per Grignani. A penalizzare il rapper “pentito” Nesli (fratello minore del celebre Fabri Fibra), impegnato da anni nella ricerca di un giusto equilibrio tra hip hop di stampo melodico e pop (dance), è stata indubbiamente la performance vocale, laddove il pezzo preso da sé mi pare invero molto buono e interessante. D’altronde lui ha scritto in passato anche per gente come Tiziano Ferro. Mi auguro che venerdì possa proporre un’esibizione migliore. 7

IRENE GRANDI capitolo delusioni, parte 2. Però qui è meno cocente, nel senso che mi aspettavo meno da lei rispetto da Raf. Più semplicemente, non mi reputo un suo fan in senso stretto, pur avendola apprezzata spesso in passato (d’altronde anche lei fa parte della nutrita schiera degli artisti da “90” presenti in questa edizione). La canzone è romantica, di buona fattura e lei la interpreta bene, con toni pacati, quasi rinnegando una certa indole rock cara agli inizi (e che in un certo senso l’ha sempre rappresentata). Che la strada verso una conversione alla canzone d’autore, sull’onda di Gianna Nannini, alla quale spesso veniva associata, sia già iniziata? Se è così però la strada da percorrere è ancora piuttosto lunga. 5,5

LORENZO FRAGOLA una delle sorprese, ma in fondo nemmeno troppo, se si pensa che il giovanissimo vincitore di X Factor, non ancora ventenne, ha esordito con un pregevole brano pop in inglese, dal sapore internazionale, negli arrangiamenti e nella produzione, con cui sta riscuotendo un grande successo. La prova Sanremo viene superata a pieni voti con una canzone, ovviamente in italiano, che confermano la bontà della sua scrittura, soprattutto a livello compositivo (pur con il supporto del suo mentore Fedez, che ha scritto insieme a lui la musica). Orecchiabile, ben confezionata, magari un po’ leggerina. 6,5

Va beh, probabilmente certi voti potrebbero cambiare con gli ascolti futuri ma in fondo mi piaceva offrirvi le mie prime impressioni, visto che negli ultimi due anni avevo sempre tenuto una sorta di diario del Festival. Quest’anno, come premesso all’inizio, non farò altrettanto ma siccome Sanremo lo seguirò comunque, in qualche modo, ne tornerò a parlare a conti fatti, quando tutto sarà finito e ci saranno i verdetti finali. Poi, va beh, i miei gusti raramente incontrano quelli della maggioranza ma non mi è mai importato molto di questo aspetto! Buon ascolto!

Recuperato “La vita di Adele”, un film intenso, toccante, che parla di un amore vero

Sinora avevo sempre schivato in qualche modo l’influenza, stando attendo a non prendere freddo e adoperando le varie precauzioni. Eppure sabato scorso, nonostante le mie accortezze, di ritorno da una bellissima giornata trascorsa in compagnia di mia moglie, ecco che la mia temperatura corporea ha preso a salire. Poco male, a parte un po’ di ansia per la febbre, e a distanza di 4 giorni, finalmente mi sono riassestato, grazie a un antibiotico – tra l’altro l’unico  che riesco a tollerare, io allergico a quasi tutti i farmaci – e a giornate trascorse interamente a letto. Mi scoccia che in mezzo ci sia stato il nostro anniversario ma vedrò bene di recuperare, giocandomi la carta “sorpresa”! Eravamo andati a vedere l’ultimo capitolo della saga de Lo Hobbit, splendida epopea fantasy diretta da Peter Jackson e ovviamente tratta dal capolavoro di Tolkien, anticipatore de Il Signore degli Anelli. Poco da dire sul film, è stato assolutamente fantastico, coinvolgente, drammatico, commovente, epico. Nonostante io non sia un amante del genere, reputo questa seconda trilogia di Jackson un capolavoro, non equiparabile per lirismo alle opere letterarie dello scrittore inglese ma egualmente intensa e ricchissima di spunti di riflessione. Da vedere, noi siamo riusciti in extremis a recuperare dopo che avevamo saltato l’appuntamento dell’anteprima perchè all’epoca fu l’amico Dennis a essere colpito dall’influenza. Grande appassionato lui di tutto ciò che è tolkeniano e uno fra coloro che potrebbero davvero dare suggerimenti per un’eventuale rifacimento filmico dell’opera Silmarillion, qualora qualche impavido regista volesse mettersi all’opera in tale impresa. Avevamo visto assieme le prime parti de Lo Hobbit e ci tenevamo a completarla insieme ma il fato ha voluto diversamente. In compenso mi sono beccato pure io la febbre!

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Stando a casa ho recuperato qualche programma e film registrato grazie a My Sky in questi giorni. In particolare sono riuscito a vedere finalmente La vita di Adele, pellicola trionfatrice della Palma d’Oro a Cannes nel 2013 e che molte polemiche, oltre al plauso della critica, suscitò a causa non solo del tema (un amore lesbo tra due giovani ragazze, di cui una – la Adele del titolo – ancora minorenne) ma soprattutto per l’inserimento di alcune scene di sesso tra le due giovani attrici alquanto esplicite. D’altronde sono ormai note molte interviste in cui le due protagoniste, la splendida Adèle Exarchopoulos e Lea Seydoux, hanno dichiarato di essere state messe letteralmente sotto torchio dal regista Abdellatif Kechiche al fine di ricreare quanta più autenticità possibile. Forse troppa, se è vero che persino l’autrice del fumetto, da cui la storia è tratta, ha definito in alcuni tratti eccessivamente gratuita le presenza di suddette scene. Io dico la verità, a parte l’innegabile candida bellezza delle due giovani, sono del partito di quelli che votano no alle scene esplicite. In questo caso alcune durano veramente troppo, l’amore intenso che legava le due ragazze lo avremmo percepito lo stesso. Ma non voglio sembrare eccessivamente bacchettone e anzi debbo dire che il film merita davvero, che riesce nell’impresa di scandagliare le pulsioni più segrete e intime di una ragazza che per la prima volta avverte qualcosa che la fa sentire diversa. Prova sulla sua pelle il famoso colpo di fulmine, a cui aveva fatto riferimento durante una lezione di letteratura un suo professore, solo che nello scoprirlo, verrà a conoscenza di una parte intima di sè che prima non conosceva. Un film che parla di amore, di sentimento, di desiderio, molto poetico se vogliamo, fatto di sguardi, di gesti, magistralmente messi in scena dalle due rivelazioni del film, entrambe convincenti e dal futuro roseo. Da vedere.

La serata dei duetti, tra grandi show e imbarazzo

La serata dei duetti regala sempre emozioni e sorprese, e non alludo alla parata di stelle di giovedì sera (il mio cuore ha battuto per Patti Smith, la cui esecuzione con i miei paladini Marlene Kuntz, è stata giustamente votata come la migliore da una giuria di giornalisti).

Ma parliamo dei duetti di ieri sera, alcuni notevoli, altri ininfluenti, altri ancora imbarazzanti, o meglio, raccapriccianti, come mi ha suggerito un amico.

Il mio preferito continua ad essere Finardi, brano che mi emoziona, così come il duetto con Peppe Servillo, uno dei migliori interpreti della musica italiana. Interprete è pure riduttivo, per un camaleonte come lui, impegnato a teatro e al cinema, dove spopola il fratello Toni.

Non vincerà, quello è appannaggio della grintosa Emma, specie dopo il duetto con  l’amica Alessandra Amoroso; a mio avviso tuttavia a una venticinquenne non stanno gli ambiti impegnati, specie se devi “impersonare” un pensionato!

Noemi e Curreri hanno fatto centro: splendida esecuzione e canzone che nasconde un testo davvero romantico, d’amore, ma non nel senso bieco del termine.

Mi ha convinto anche Renga, in  una versione più delicata e meno urlata della sua “La Bellezza”. Il brano prende corpo ascolto dopo ascolto, meriterebbe quanto meno il podio, poiché bissare al Festival è impresa davvero da pochi.

Dolcenera ha un pezzo ottimo, Gazzè (che stimo e ho avuto modo di conoscere, persona schiva e umilissima) non ha aggiunto nulla, sovrastato dalla voce della collega.

Arisa, sempre più quotata, vedi le collaborazioni con Pagani e ieri, Giovanardi dei La Crus, in questa nuova veste, più matura, è più consapevole dei suoi notevoli mezzi. Mi piace il trasporto con cui canta la canzone, dai forti connotati autobiografici, Joe ci ha messo l’anima per la riuscita di un duetto che potrebbe presagire, a detta dei protagonisti, collaborazioni future.

Senza infamia e senza lode Bersani, serio candidato assieme a Carone a vincere il Premio della Critica. Il pezzo “Un pallone” è forte di suo, originale, dallo stile stralunato ma metaforicamente impegnato: l’attore Paolo Rossi, istrionico come sempre, ha fatto però da contorno.

Accennavo a Pierdavide,finalmente maturato. Giorno dopo giorno, sta raccogliendo meritati consensi, e poco c’entra la fugace presenza del suo nuovo mentore Lucio Dalla, peso massimo della musica leggera italiana. “Ninì” spiazza con la sua pura dolcezza, e ieri Grignani ha contribuito tantissimo, con la sua voce graffiante. Ho conosciuto Gianluca, non è un mistero che apprezzi le sue canzoni e le sue attitudini. Mi sento talvolta con la sorella Giada, grazie alla rete, e posso affermare che lui vive per la musica, si immerge in essa, come egregiamente ha fatto ieri sera. Peccato per quei pregiudizi dovuti a notizie pompate dai mass media. Ma ha un talento sconfinato, provare per credere “Natura Umana”, l’ultimo lavoro discografico.

Nina Zilli si è fatta accompagnare dall’amico di vecchia data Giuliano Palma che con la sua voce chiara ha fatto da controluce alla splendida interpretazione dell’altrettanto rilucente cantante piacentina.

Veniamo ai flop: partendo dagli eliminati, che un po’ se la sono cercata.

I Matia Bazar, forti di una canzone sufficientemente sanremese e ben cantata dall’impeccabile Silvia Mezzanotte, avrebbero potuto schierare chiunque, viste le conoscenze. Invece clamorosamente si sono affidati a… Platinette, seppur in abiti non “patinati” ma l’effetto straniante è stato il medesimo!

Male anche la Civello, tanto apprezzata nei giorni precedenti: ha pesato il fatto che sia poco popolare a un vasto pubblico e, passato l’effetto novità, è andata in secondo piano nelle preferenze. A nulla è servita un’accoppiata “furba” con la recente vincitrice di X Factor, la sedicenne (!) Francesca Michielin, già in testa alle classifiche di vendita.

Stendo invece un velo pietoso su Gigi D’Alessio e la Bertè, era dai tempi del progetto goliardico del compianto Bigazzi negli anni ’80 che non assistevo a una cafonata del genere. Già il pezzo in sé è piatto e risibile, cucito addosso alla Bertè la cui voce stridula fa l’effetto di un’unghia sulla lavagna, al cospetto dell’impegno profuso dal napoletano.

Ieri addirittura una versione alla “David Guetta”, composta da Fargetta, icona dance anni ’90 e conosciuto ormai ai più come marito della Panicucci.

Vedere 100 ragazzi sul palco a ballare forzatamente un brano pessimo, manco fossero sulle spiagge di Ibiza mi ha messo addosso solo tanta tristezza… ma il televoto è sovrano e allora avanti il Gigi Nazionale.

Due parole sui giovani: non si può voler male ad Alessandro Casillo: è un bambino in fondo, dotato vocalmente (anche Luis Miguel approdò sul palco a 14 anni d’altronde), aveva dalla sua un popolo di 100.000 fan raccolti agevolmente su Facebook, come faceva a non vincere?

Ottima la Erica Mou, alla quale è stato assegnato un annunciato premio della Critica. Mi sono già esposto su di lei, prevedo una grande carriera, ha solo 21 anni e una piena maturità. Ieri ho avuto il piacere di scambiare un’opinione e farle una domanda nello spazio video chat del tg1, spero in futuro di poterla intervistare.

Ottimo anche Marco Guazzone, abile al pianoforte e forte di reminiscenze anglofone nell’attitudine, frenato tuttavia da un’estrema e limitante timidezza (giovanissimo pure lui, 23 anni).

Non male gli IoHoSempreVoglia che, nome a parte, hanno proposto una canzone dai toni soffusi e romantici, piazzandosi in un primo momento sul secondo gradino del podio, facendosi poi scavalcare da Erica Mou, premiata come migliore dalla stampa.

E stasera la finalissima!!! Votate bene, mi raccomando!!!

Primi verdetti (parziali) sulle canzoni sanremesi

Ci voleva un secondo ascolto, e così fu!

Ieri sono riuscito ad ascoltare meglio le canzoni, senza troppe distrazioni (oddio, quanto clamore sulle mutandine di Belen: chissà che novità, queste fanno di tutto per farsi notare, non ci sarebbe nulla di stupirsi, in fondo!)

Piuttosto mi è piaciuta l’umiltà della Mrazova, di una bellezza mozzafiato ma più semplice della Canalis, sempre con la sua puzza sotto il naso e magra all’inverosimile.

Le canzoni, dicevamo.

Confermo che la mia preferita è quella di Finardi, riesce a emozionarmi quando la ascolto, così come quella della Civello. Non vinceranno ma hanno portato classe e raffinatezza formale ed esecutiva nella kermesse sanremese.

Dopo averlo visto più volte su you tube, già ero in attesa di rivedere dal vivo uno dei miei cantautori preferiti, Samuele Bersani (a proposito, solo io e il mio amico Riccardo abbiamo notato le sue scarpe da calcio? Possibile che Enzo Miccio non dica niente sul suo look nel salotto di Mara Venier? J)

Bella la canzone di Samuele, indubbiamente. Sufficienza pienissima per due donne, Dolcenera, bel testo e miglior ritornello di questa edizione 2012, e la rossa Noemi, per quanto continui a pensare che il pezzo ne avrebbe giovato se cantato dal suo autore, Fabrizio Moro. Un’autentica love song, interpretata con passione dall’ex cantante di X Factor, una delle migliori uscite da quel talent show.

Renga e Emma, grandi favoriti, hanno certamente buone carte tra le mani, ma continuano a enfatizzare le loro canzoni. Certo, l’ovazione ieri sera per Emma alla notizia del passaggio di turno, lascia presagire una vittoria da molti annunciata.

Arisa si è guadagnata la pagnotta, merita la sufficienza soprattutto per il trasporto che ci mette mentre la canta. Sono stati così eliminati due brani che a mio avviso avevano poche chance, quello dei Marlene, miei pupilli ma “troppo” per i palati fini sanremesi, e la figlia d’arte Irene Fornaciari. Entrambi gli artisti ieri più a loro agio sul palco dell’Ariston ma a mio avviso fuori contesto, eliminati annunciati.

Per la legge del Televoto, molto probabilmente verranno ripescati le due coppie, D’Alessio/Bertè e Carone/Dalla. Sulla prima, sono d’accordissimo sull’eliminazione, pezzo di una piattezza desolante, sulla seconda invece riserbo dubbi, perché si tratta di una canzone di ottimo livello, forse poco orecchiabile e immediata. Al loro posto avrei eliminato i Matia Bazar, nonostante mi renda conta che la Mezzanotte (sempre brava, ma mai così affascinante) ha interpretato con il solito piglio da vincitrice una canzone dagli standard sanremesi elevati.

Come spesso mi accade mi sono appassionato più ai giovani. Sarà perché mi metto nei loro panni, perché anch’io sono reduce da un esordio (letterario) e so quanto si debba sudare per emergere.

Discutibile la scelta dei mini duelli, alla fine concordo con i passaggi di turno di IoHoSempreVoglia, scanzonati il giusto ma raffinati e rispettosi di un palco prestigioso, il formale ma egregio cantautore Marco Guazzone e soprattutto la dolce e bravissima Erica Mou.

Sorvolo sul pur bravo Casillo, vincitore annunciato, considerati i 100.000 fan che ha saputo raccogliere nel web grazie soprattutto alla sua permanenza video nel programma Io Canto. Se il televoto ha tutto questo potere, la vittoria non gliela toglie nessuno, nonostante Erica Mou sia di dieci spanne superiori.

21 anni, ha l’unico “peccato” di aver plag… ehm, di essersi ispirata al famoso brano “Zombie” degli irlandesi Cranberries (una delle canzoni simbolo degli anni ’90) nel momento dell’entrata della chitarra elettrica – gli accordi sono i medesimi – ma a parte questo, si è presentata con una grazia e una sicurezza da stella in ascesa, consapevole della sua arte. E la sua canzone sembra più una poesia, davvero di una categoria superiore. Mi aspetto una grande carriera, io il suo disco lo compro di sicuro. (Scaricare non si può dire, vero?).

Alle prossime!

Il punto sulla prima puntata di Sanremo

E così Sanremo ha emesso il primo vagito. Un suono flebile, ammaccato, tutt’altro che funzionante. Lo si capisce subito dai problemi di sincrono dell’audio, la vergogna del dispositivo per le votazioni (ma come? spendi milioni di euro, ci metti un anno a organizzare tutto e poi la giuria non riesce a votare? Ma daiii) e il sermone apocalittico, oltre che pallosissimo, dell’Adriano Nazionale.

Mi soffermo poco su di lui, non mi piacciono le polemiche , però ieri Celentano mi ha deluso: non si sapeva dove voleva andare a parare. Poi, io non sono di quei cattolici bigotti, anzi, ma scagliarsi contro “Avvenire” e “Famiglia Cristiana” mi è sembrato francamente eccessivo. E’ vero, parlano di politica e di attualità (d’altronde si tratta di un quotidiano nazionale e di una rivista) ma non trascurano l’ambito cattolico e religioso. Mah?!? Stendo un velo pietoso sul deprimente sketch con Pupo. Poi troppi effetti speciali, non mi è piaciuto, senza tenere conto dei 55 minuti di permanenza in video… troppi! Non si può monopolizzare una trasmissione!

Rocco Papaleo è stato brillante, ma certamente fuori contesto, lì non si può troppo improvvisare. Belen e la Canalis tutto sommato non sono andate male, forse perché meno investite di responsabilità, in fondo erano “ospiti”, seppur di lusso.

Veniamo alle canzoni, che dovrebbero essere il vero motore della trasmissione. Purtroppo la gara è un po’ falsata, perché le votazioni sono state annullate. In ogni caso, nessun pezzo a primo ascolto ha avuto un impatto del livello di brani storici come “Si può dare di più”, “Se stiamo insieme”, “Uomini soli” o la più recente “Come saprei”.

Niente brani memorabili, problemi di audio a parte.

Se dovessi valutare la classe pura, direi che i migliori mi sono sembrati la raffinata Chiara Civello, a suo agio pure con la lingua italiana, lei che solitamente si esprime in inglese, e il grande Finardi.

Senza infamia e senza lode Dolcenera, che anche stavolta ha avuto l’onore di aprire la gara, Irene Fornaciari e Renga. Pezzi pop rock, dalle buone aperture melodiche, anche se il pezzo di Irene stava meglio nelle corde del suo autore, il bravissimo Davide Van De Sfros. Stesso problema in cui è incappata Noemi. Il brano di Fabrizio Moro, autore di testo e musica, non pare adatto alla rossa romana.

Non male la nuova veste malinconica di Arisa, alla quale l’ormai ex fidanzato, autore di tutti i suoi brani di successo, ha regalato un brano dai forti connotati biografici.

Emma, favorita alla vigilia per il testo sociale di Kekko dei Modà, mi è parsa sinceramente un po’ troppo sopra le righe, a differenza del suo “Amico” Pierdavide Carone, sobrio e ironico nel presentare “Ninì”. Ma non ditemi che Dalla ha contribuito più di Battiato l’anno scorso con Madonia. Almeno Franco una strofa l’ha cantata, Dalla ha solo sibilato. Ciononostante il pezzo in questione è uno dei migliori, e sono proprio curioso di assistere al duetto  di Carone con Grignani.

D’Alessio si è impegnato molto, specie nell’incoraggiare una riesumata Bertè, ma il brano appare datatissimo, senza guizzi particolari.  I Matia Bazar cantano sul palco come un impiegato delle poste farebbe delle raccomandate, impeccabili ma senza fornire emozioni allo spettatore, d’altronde sono di casa a Sanremo.

Chiudo con i miei tre favoriti. Nina Zilli, davvero splendida, mi è parsa troppo compassata, devo riascoltare il pezzo, che sembrava uscito fuori dagli anni ’60. Bersani all’inizio sembrava De Andrè, il primissimo, col suo incedere quasi da “filastrocca”, poi il brano si sposta sul cabaret. Vedremo con Bregovic che uscirà fuori ma la sensazione è di una canzone di gran spessore, bella!

I Marlene infine sono candidati all’eliminazione. Se avessi sentito il loro brano all’interno di un disco, magari l’avrei apprezzato, in fondo non si discosta dallo stile del trio cuneese, ma all’Ariston mi sembravano fuori luogo. Godano visibilmente emozionato. Hanno avuto il merito di mettersi in gioco, dopo una carriera splendida, un po’ come d’altronde fecero gli Afterhours un paio d’anni fa (con un brano migliore, questo bisogna ammetterlo!)

Vedremo il prosieguo della kermesse!

Buon festival… ma basta Celentano (almeno io lo preferisco quando canta!)