Da Alessandria due nomi nuovi dell’indie pop: Tavo e Benedetta Raina

Il genere indie-pop è attualmente, assieme alla trap, il più sdoganato specie fra i giovanissimi. Ai pionieri che agli inizi del decennio stavano tracciando la strada, è succeduta infatti un’intera nuova generazione che, specie nell’ultimo lustro, ha fatto irruzione nelle classifiche generaliste, conquistando anche le radio e soprattutto un numero sempre crescente di pubblico.

Ovvio, risulta spesso fuorviante inserire tutti nel mucchio ma, come ogni codificazione, a volte diventa non dico necessario ma se non altro utile, approssimare e appiccicare di fatto un’etichetta.

Lo stesso discorso vale a ragione per due nuovi nomi che oggi vi vado a presentare e che possiedono in effetti tutte le caratteristiche per essere definiti indie-pop.

Si tratta di Tavo (vero nome Francesco Taverna) e Benedetta Raina, due artisti giovani, (nel caso della Raina, possiamo a ben dire giovanissima se consideriamo che è nata nel 2001!), che in questi mesi hanno dato alle stampe dei nuovi lavori, rispettivamente “Theia” e “Frammenti”, entrambi degli Ep ben rappresentativi della loro musica.

Tavo e la Raina sono accomunati soprattutto perché tutti e due vengono da Alessandria e per il fatto che i loro album sono usciti sotto l’egida della label “Noize Hills Records”. Le analogie tuttavia terminano qui, vediamo più nel dettaglio il frutto del loro lavoro.

Partiamo dal più vecchio (si fa per dire, essendo un classe ’93), Tavo, che dalla sua può vantare già una discreta esperienza, culminata – oltre che in partecipazioni presso prestigiosi palchi come Tendenze Festival o Arezzo Wave – nell’album d’esordio “Funambolo”, all’insegna di un pop orecchiabile.

Trascorsi due anni Tavo appare nelle intenzioni più ambizioso sin dall’idea che sta alla base di questo “Theia”, il cui titolo suggestivo si riferisce al Pianeta dal cui scontro con la Terra (un bel pò’ di anni fa, circa 4 miliardi e mezzo) ebbe origine la Luna.

Da sempre questo misterioso satellite è fonte d’ispirazione per scrittori e musicisti e anche il giovane alessandrino ne è rimasto attratto, con le canzoni (5 più l’iniziale “L’astronauta” che nella sua brevità delinea il mood dell’intero disco) che rappresentano gli umori dei suoi sentimenti.

I toni rimangono per lo più acustici con la seconda traccia “Il tempo di ballare”, dai forti riferimenti autobiografici, mentre più vivace, con i suoi inserti elettronici, appare “Annabelle”, una canzone d’amore la cui pecca risiede un po’ nel testo in cui compaiono immagini abbastanza stereotipate.

Con “Sott’odio”, Tavo azzarda un arrangiamento in cui sono i fiati a farla da padrone, mentre appare decisamente più compiuta e maggiormente a fuoco “Gange”, che la segue in scaletta. A mio avviso si tratta dell’episodio migliore, forte di una piacevole melodia e di un azzeccato ritornello che ti rimane in testa, prima della chiusura in tono minore con “La notte”.

Un lavoro, a conti fatti, ancora un po’ acerbo, seppur con al suo interno degli spunti interessanti. Da critico il consiglio che mi sento di dargli è quello di puntare più su risvolti biografici (che pure sono presenti a tratti), in modo da far emergere maggiormente la sua personalità, altrimenti il rischio di rimanere sommerso c’è, visto l’ingente numero di cantautori che si muovono su coordinate stilistiche simili.

 

 

Diverso giudizio invece pende sulla cantautrice Benedetta Raina, che con “Frammenti” ci regala appunto dei pezzettini di sè, delle polaroid di una giovanissima donna alle prese quindi con situazioni comuni a tante sue coetanee.

L’apertura è affidata a “Basta” che, pubblicato un anno fa, risulta essere il suo primo singolo in assoluto, mentre la traccia successiva è quella scelta a rappresentare l’intero Ep, essendo in rotazione radiofonica dal primo maggio. I due brani invero si assomigliano molto, almeno musicalmente, anche se “Stata mai” si fa preferire per il testo, piuttosto amaro, che parla della delusione per la fine di un’amicizia. Più interessante mi pare “Mi sveglio col caffè” che rallenta un po’ i toni e ci fa conoscere l’autrice nella sua fragilità.

“Davvero”, anch’esso un brano già edito, mostra un arrangiamento reggae, mentre “Non me ne frega se non ci vedo bene” chiude il mini album in modo riflessivo, affidandosi a una musica elettronica che da pulsante si fa via via più ritmata, finendo però per annacquare le belle intenzioni iniziali.

E’ indubbio, e non potrebbe essere altrimenti, che queste canzoni suonino leggere e senza grosse pretese, ma uno sforzo compositivo in più è da auspicare per il prosieguo della sua carriera, fermo restando che in un panorama attuale caratterizzato da tantissimi interpreti, il fatto che Benedetta si scriva testi e musiche è senz’altro un punto a suo favore e una nota di merito.

Certo, deve affinare maggiormente la sua penna, ma come è ovvio, vita la giovanissima età, ha tutto il tempo davanti per farlo.

 

Una piacevole chiacchierata con Olden, autore con “Prima che sia tardi” di uno dei dischi italiani più belli dell’anno

Ho conosciuto personalmente il cantautore Olden (il cui vero nome è Davide Sellari) nell’ottobre scorso, in quel di Sanremo. Era giunto tra i finalisti nella categoria “miglior album di interprete” e, benché la sua (interessante) rivisitazione di brani anni sessanta (intitolata emblematicamente “A60”) non si fosse aggiudicata la prestigiosa Targa relativa, era riuscito comunque una volta di più a farsi notare e far arrivare la propria musica, anche mediante brevi ma intense esibizioni durante la giornata che andavano a intervallare momenti strutturati come le conferenze stampa della Rassegna del Premio Tenco.

Foto di Flavio Ferri

Io come giurato della manifestazione gli avevo dato fiducia, votandolo con convinzione, e in quel contesto ebbi modo di scambiare qualche chiacchiera con lui (e col suo fido produttore Flavio Ferri, che conoscevo molto meglio per via della sua militanza nei Delta V, band assurta al successo e alla popolarità tra la seconda metà degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio), con la promessa di continuare a seguirlo nel suo nuovo progetto previsto per l’anno a venire.

L’idea che ci facemmo io e mia moglie Mary fu quella di due artisti che credevano moltissimo nel proprio lavoro e che riuscivano a trasmetterti tutta la loro passione.

Quel disco tanto atteso, intitolato “Prima che sia tardi” si è rivelato alla fine davvero notevole, mantenendo di fatto le promesse.

Ne ho scritto per Indie For Bunnies, una delle testate musicali con cui collaboro, ma l’occasione è diventata propizia per scambiare qualche chiacchiera a proposito del disco e più generalmente sulla sua musica e sul significato che questa ricopre.

Lui perugino di nascita da tempo vive in Spagna, catalano ormai d’adozione, e alla fine ci si è accordati per sentirci via whatsapp: nonostante l’insolito espediente (almeno per me), quel che ne è uscita è un’intervista ricca di contenuti in cui in modo molto naturale e spontaneo ci si è aperti su molti argomenti, bevendoci su fra l’altro una birra (seppur a distanza).

“Ciao Davide, come prima cosa vorrei chiederti dove ti trovi in questo momento e com’è la situazione dalle tue parti. Come stai? Lo so, sembra la classica domanda rompighiaccio ma in periodi come questo assume il suo reale significato.

“Ciao Gianni, in questo momento sono a Barcellona che è casa mia ormai da undici anni; sono nel mio appartamento qui vicino al mare, siamo chiusi ormai da due mesi. Purtroppo a Barcellona ancora non si è avanzati dalla fase 1, che è quella dove si riapre qualche bar coi tavolini fuori, un momento di socialità che è ora che torni presto perché mi manca ed è una cosa a cui sono un po’ abituato. La frustrazione ormai è un po’ cronica, è diventata meno acuta ma spero che finisca presto perché non è molto produttiva. Non sono uno di quegli artisti che in questo periodo stanno scrivendo. Sto provando a scrivere ma con grande difficoltà, ho bisogno di prendere l’aria, di vedere un po’ la strada, di sporcarmi i piedi e le mani, altrimenti non so se riuscirò a creare cose nuove, insomma. La situazione è un po’ questa, poi la differenza va da città a città, da Regione a Regione, noi siamo quelli un po’ indietro insieme a Madrid”.

“So che abiti da tanti anni in Spagna, a Barcellona per l’esattezza. Nella mia recensione (lusinghiera, questo te lo posso anticipare, io non mi sbilancio mai con i 10 ma 8, 8/5 per me sono già voti altissimi), ho scritto magari in maniera azzardata che la tua formazione musicale, anche se era iniziata ovviamente in Italia, si è sviluppata principalmente in Spagna attraverso il contatto che hai avuto con alcune istanze del luogo, non soltanto dal punto di vista ambientale ma anche sociale (che non significa necessariamente per la tua vicinanza alla Catalogna e tutto quello che sappiamo riguardo il movimento per l’autonomia). E’in Spagna che sei venuto in contatto con certo tipo di musica che poi ha indirizzato i tuoi gusti e il tuo modo di comporre, giusto? Se non è così, puoi spiegarmi meglio?”

“Intanto grazie per il voto, io più di 8 non l’ho mai preso, quindi per me 8 è già 10! Sono contento perché quando il disco fa centro è sempre una soddisfazione, poi essendo un album anche abbastanza atipico mi fa molto piacere. Guarda, la mia carriera solista è cominciata in Spagna, il mio primo disco l’ho fatto nel 2011 con un’etichetta catalana che era Daruma Records; quindi sono entrato in contatto con questo produttore: Marc Molas (molto giovane che aveva e ha ancora un’etichetta), il quale dopo aver sentito i miei provini produsse il mio primo disco, in inglese. Dopodichè si è sviluppata la mia carriera, anche se io venivo già da parecchi anni di gavetta come cantante di varie band a Perugia: la prima band si chiamava “Roarrr”, la seconda “Zonaplayd” (con citazione di “Balle Spaziali” per chi è fan di questi film) e infine i “Figli di John”, più o meno mantenendo la stessa formazione con qualche cambio. Quindi ho scritto le mie prime canzoni in Italia quando avevo tipo 16/17 anni, diciamo forse anche 18, Olden in pratica è nato tra l’Italia e la Spagna, durante il mio viaggio in questa transizione mi sono trasformato e sono entrato in contatto qua non tanto con la musica locale, quanto con delle persone che mi hanno permesso di conoscere nuovi ambiti. Uno dei casi più importanti è stato incontrare Sergio Sacchi del Club Tenco, attraverso Steven Forti, che ora fa parte anch’egli del Tenco ma è prima di tutto uno storico e appassionato di musica. Forti faceva un programma radiofonico a Barcellona per italiani, dove mi ha invitato, così ci siamo conosciuti e gli ho fatto sentire le mie cose. Ricordo che a quei tempi Sergio Sacchi (che ancora non credo fosse direttore artistico del Tenco ma solo presente nel Direttivo) aveva ascoltato le mie cose, gli era piaciuto molto la mia voce e mi disse: “Ma perché non canti in italiano?”: era curioso di sentire come scrivevo.

Questa cosa un po’ mi ha stimolato, già avevo voglia di tornare a scrivere in italiano perché è quello che avevo fatto sempre in Italia – questo episodio in inglese era stato uno spartiacque, una pausa –  e da lì ho ricominciato a scrivere nella mia lingua, ho fatto il mio primo disco poi ne sono usciti altri tre (questo che è appena uscito è il quinto). Quindi sicuramente l’atmosfera e l’ambiente di Barcellona anche inconsciamente qualcosa mi hanno lasciato, ma musicalmente forse meno di quanto si possa immaginare perché comunque sono rimasto fedele ai miei mondi e ai miei gusti: il rock britannico soprattutto, la musica d’autore italiana, nonostante abbia potuto negli anni conoscere delle cose nuove, anche in catalano, che mi hanno sicuramente lasciato dei segni”.

(Grande la citazione di “Balle Spaziali”, l’avevo visto che ero poco più che un bambino!)

“Tornando alla domanda precedente, mi riferivo non esclusivamente al fatto che tu fossi stato influenzato dalla musica spagnola in sè; sapevo però che avevi avuto modo di partecipare al programma di Steven Forti e intendevo dire che in Spagna eri stato coinvolto per la prima volta in qualche progetto legato alla canzone d’autore: avevi interpretato Leo Ferré, anche De Andrè e quindi in qualche modo eri entrato in contatto diretto con quel tipo di musica.

“In quel senso hai ragione riferendoti al mio incontro con le realtà locali, perché io comunque – sempre tramite Steven che è stato veramente cruciale – ho partecipato a degli spettacoli di Barna Sants (una sorta di Tenco catalano), un Festival sulla musica d’autore. Avevamo fatto anche uno spettacolo scritto da Sergio Sacchi e da Joan Isaac sulla storia dell’Anarchia (e tra l’altro venimmo anche al Casinò di Sanremo; poi a Carrara al Primo Maggio facemmo un concerto della Cgil con gente come Staino e Guccini presenti). Si chiamava “Canzoni d’Amore e d’Anarchia” ed era molto bello, erano presenti canzoni anche in catalano, in spagnolo, in tutte le lingue; poi ho preso parte anche a un disco, sempre di Barna Santz (“Cuba Va”) stavolta dedicato a Cuba e alla Rivoluzione Cubana, insieme a cantanti sia cubani che spagnoli. Anche in quell’occasione cantai in catalano e in spagnolo, c’è anche la mia versione di “Cohiba” di Daniele Silvestri tra l’altro. Quindi sì, direi che in effetti ho preso parte a diversi spettacoli qui a Barcellona, con esperienze spesso legate al Tenco, a “Cose di Amilcare”(l’Associazione di Steven Forti e di Sergio Sacchi), la costola catalana del Tenco, il Barna Sants, dove sono entrato in contatto con artisti locali”.

Foto di Flavio Ferri

“Venendo alla tua musica, io ti avevo conosciuto con il tuo album precedente ad “A60”. Era già un bel disco secondo me, ma meno a fuoco rispetto a quello già citato candidato alla Targa Tenco e molto diverso da quello che ci hai presentato in questo 2020. Già “A60” aveva delle buone premesse, perché sembrava un album “tuo”, nonostante contenesse solo cover. Tante volte i dischi di interprete sono più o meno fedeli agli originali, oppure cambiano con risultati modesti o quantomeno azzardati. Nel tuo caso invece, sembrava come detto proprio un disco personale, un po’ perchè forse le canzoni scelte non erano poi così note, ma soprattutto perché sei riuscito a far trasparire la tua anima musicale.

Adesso tutto questo si è ampliato in un disco come “Prima che sia tardi”, volevo chiederti: da dove è partita l’idea che sta alla base del lavoro?

Non è da tutti realizzare un album che (come ho definito nella recensione), parla di una realtà distopica ma non troppo in fondo: è una realtà sinistra quella che descrivi ma che è un po’ lo specchio, la paura di quello che ci vediamo davanti quando sentiamo parlare alcuni esponenti politici. Tu hai fatto riferimento a una proiezione scurissima della realtà odierna, oppure volevi fare un disco che andasse in qualche modo a trasfigurare l’Olocausto, il Nazismo? Perchè io nelle canzoni ci rivedo molto quel periodo lì, nei “Quartieri di Lavoro”, nella figura del dittatore…”

“Parlando dei miei dischi, “Ci hanno fregato tutto”, quello a cui ti riferisci, è un lavoro che secondo me è venuto bene a metà, perché segna temporaneamente la fine di un collegamento ad un mondo più pop, o per lo meno pop rock; lì ci sono degli episodi del quale non sono neanche tanto contento (tipo “Gianni”, proprio quello che porta il tuo nome, non è uscito fuori come volevo) e da allora ho voluto appunto staccarmi dal contesto pop (anche se i testi cercavano già allora di essere poco pop, con dei contenuti non solo di evasione ma anche di riflessione) e l’incontro con Flavio Ferri (il mio produttore a partire dal successivo “A60”) è stato molto importante, direi fondamentale, perché anche con le sue critiche, l’idea che aveva di quel disco, mi ha fatto capire tante cose: che non bisognava giocare sul sicuro ma che dovevamo provare a rischiare. Disse che avrei dovuto provare a valorizzare diversi aspetti, come ad esempio la mia voce, senza riempire il disco di troppi suoni, e renderlo invece minimale. Voleva mettere in luce soprattutto la voce, la melodia e i testi.

Il progetto sul nuovo disco è venuto dopo una chiacchierata con lui in un bar e dopo un po’ di birre, quando lui mi ha suggerito: “trova un’idea, pensa a qualcosa, raccontiamo una storia!”. Sembra una banalità ma quella conversazione mi ha fatto scattare la voglia di mettermi a scrivere come veramente non avevo mai fatto prima; buttai giù così una sorta di romanzo (una sessantina di pagina), dove ho creato poi questa storia che ascoltate nel disco. Ed è stato facile trovare l’ispirazione, perché in quel periodo, in Italia (ma non solo) si stava assistendo sempre di più a un certo ritorno di politiche populiste e che in certi casi, diciamolo, ricordano dei regimi passati, neo fascisti (anche se ovviamente non siamo arrivati a quello in Italia). Sappiamo ad esempio quello che succede in Turchia, pensiamo inoltre a personaggi come Bolsonaro e Trump, che non saranno neo fascisti ma comunque calcano certe ideologie populiste che spesso sfociano nella xenofobia e nell’intolleranza, lo abbiamo visto purtroppo in tanti casi.

In quel periodo non ne potevo proprio più di assistere a questo spettacolo indegno dei “pollai social” nei quali si sfogava tutta la rabbia e la frustrazione di persone che giravano intorno soprattutto a Matteo Salvini. Mi è venuto una sorta di rigurgito di questa destra italiana populista che sull’immigrazione ci ha lucrato e ci campa da anni, tanto che in tempi non sospetti dicevo ai miei amici italiani: “ma vi rendete conto che in Italia si parla solo di immigrazione, solo di stranieri?”. Da molti anni stanno preparando questo tipo di politica. Leggere tanti commenti di odio, vedere – anche se da lontano – tanta superficialità in giro nelle persone, mi ha portato a creare una reazione interna che poi è scaturita nella scrittura di questa storia. E’ un disco dedicato alla libertà e all’uguaglianza, che va contro ogni tipo di intolleranza. Racconto nel disco una dittatura, tu dici che è distopica ma in realtà non è appunto così lontana dalla realtà, infatti spesso la definisco una realtà parallela o comunque purtroppo prossima, ed è anche un modo quindi per “avvisare”: “Prima che sia tardi” intende proprio quello, avvisare che il passato nero può tornare, ed è compito anche degli artisti trasmettere dei messaggi che non siano solo di intrattenimento. Conte dice che lo facciamo divertire, e forse ha anche ragione, perché molti artisti si sono dimenticati che la musica oltre che intrattenimento può essere molto di più, è anche contenuto”.

(In effetti è un’analisi molto lucida. E’un pericolo reale quello che Olden descrive o ipotizza nelle sue canzoni, seppur in modo allegorico, anche se avevo intuito ci fosse da parte sua piena consapevolezza e non fosse soltanto una profezia… come in quei film tipo “Contagion” che visto oggi mette i brividi).

“Il tuo non è un messaggio profetico, almeno mi auguro, è più un monito reale che ci stai dando con la tua musica: prima che sia tardi, cerchiamo tutti di drizzare le antenne.  L’uscita di Conte è stata molto infelice ma è un po’ lo specchio dei tempi, perché purtroppo per l’ascoltatore occasionale o distratto, sembra che ci siano spazi ridottissimi per la canzone con dei contenuti.

Tu con il tuo disco sei riuscito benissimo in questo, e un tempo album del genere riuscivano ad arrivare ai primi posti in classifica. Adesso non è più così e io non sono sicuro che un disco seppur dal valore intrinseco come il tuo, possa ottenere il successo che spettava ai grandi cantautori negli anni 70, però mi auguro che tu abbia un riconoscimento giusto in quelle sedi competenti, perché oltre ad avere un’idea tu ci hai sommato una grande qualità proprio dal punto di vista musicale.

Ci sono canzoni che, chiaramente, vanno seguite dalla prima all’ultima (mai come in questo disco, perchè c’è un continuum seguendo il viaggio della protagonista Zahira e del suo amico che l’aiuta a distanza), però diciamo che tu hai saputo nei momenti topici del racconto valorizzarli al massimo con degli spunti degni dello spessore delle liriche. “Aquilone” ad esempio, uno dei momenti importanti del racconto, è accompagnato da una canzone che spicca (non a caso primo singolo), però mi viene in mente anche “Mare tranquillo”, una canzone che mi ha colpito molto, oppure “Il clown” che sinceramente è il brano che più fa emozionare. Come sei riuscito ad adattare in questo caso le parole alla musica? E’ stato difficile, visto che è la prima volta che ti cimentavi in un concept album, oppure ti è venuto naturale creare quel climax giusto in base alle diverse fasi del racconto?”

“Gli spazi per la musica con dei contenuti non sono molti però ci sono, ma soprattutto confido che forse, dopo quello che è successo, ci siamo finalmente resi conto delle cose importanti. Ci sono due futuri che io vedo, che ipotizzo: o dopo questa epidemia, dopo questo momento terribile, si ritorna a una sorta di anni 60 nel quale c’era bisogno di evasione e di divertimento ancora più frivolo (e non solo ovviamente, perchè poi gli anni 60 hanno creato cose meravigliose, c’era una grande gioia, un’esplosione di vitalità), oppure ci si renderà conto che il sistema capitalista e un certo tipo di consumismo e di edonismo forse è il momento che si fermino, perchè ci stiamo rendendo conto che le cose importanti sono ben altre. Io auspico un ritorno ai contenuti, spero ci sia la voglia di riassaporare cose più concrete, più vere, con più sostanza.

Riguardo la musica del disco, stavolta ho scritto prima di tutto le parole, quindi dopo il romanzo ho adattato i testi e di giorno in giorno li mandavo a Flavio che poi mi dava un parere. Mi diceva cose tipo: “questo sviluppalo, questo è bello, questo è brutto, qui lavoraci di più…”. Io gli ho dato retta quasi sempre perché di lui mi fido molto, perché mi ha capito profondamente e questa è una grande fortuna. Mi ha permesso di scegliere una decina di testi, sul quale poi ho iniziato a scrivere delle musiche. Le ho scritte in casa e poi in studio con Flavio ci abbiamo lavorato; lui le ha arrangiate soprattutto, io ho dato qualche idea ma ho lasciato spazio a Flavio perché ha delle idee molto belle, molto giuste: lui capisce come valorizzare le cose (non solo con me ma con tutti i quali lavora) e quindi in fondo è stato abbastanza facile devo dire arrivare al prodotto finito, perché le musiche e le melodie poi mi sono venute abbastanza velocemente e per l’arrangiamento,come detto, Flavio ha dato un contributo veramente importante. E poi ci tengo a ricordare anche l’apporto musicale di Ulrich Sandner, chitarrista che ha impreziosito con delle idee il lavoro”.

“Non sapevo che gran parte del merito dell’arrangiamento fosse di Flavio, pensavo avesse svolto più un ruolo da produttore. Io lo apprezzo da sempre nei suoi dischi con i Delta V e credo sinceramente sia una fortuna quando un artista trova un produttore che diventa qualcosa di più di un produttore, una persona davvero fidata. Mi sembra di capire che lui sia uno che vuole il bene dell’artista, una cosa che non è sempre così scontata quando si comincia a lavorare, invece voi avete creato un bel binomio e credo che ci sarà soltanto da guadagnarci, vista anche la sua grande esperienza”.

“Flavio è un pezzo importante di Olden, è ormai parte integrante, non riesco neanche a chiamarlo produttore perché è prima di tutto un amico, una persona che mi vuole bene e mi stima, e che a dispetto di quello che sembra è una persona che si commuove quando riceve bellezza, quando sente qualcosa che ritiene bello. A me è servito molto perché, come dici tu, lui vuole il bene dell’artista o quanto meno vuole che l’artista tiri fuori quello che è. Se questi non ha niente da dire, lui te lo ribadisce senza mezzi termini; se sente invece che tu hai qualcosa da dire cerca di farti capire come dirlo, e questo è veramente preziosissimo, senza mai secondi fini ma solo appunto per la bellezza”.

“Prima avevo fatto riferimento a “Il Clown” ma anche “Non tu, noi” è una canzone che mi piace tanto e la prima volta che l’ho sentita mi ha emozionato. Ne “Il Clown” lì si arriva in pratica al compimento, alla fine del Regime, però non è una canzone di rivalsa, di rabbia: questo mi ha colpito molto, perché sembra quasi il Popolo essere compassionevole nei confronti del dittatore, o meglio non va a infierire, tanto che il dittatore, l’Oca Nera, si è ormai ridicolizzato da solo. Insomma, il popolo anziché schiumare ancora rabbia, preferisce lasciarsi alle spalle il brutto periodo e guardare già avanti, pensando finalmente a un nuovo futuro. Mi è piaciuta tantissimo questa cosa ma non so se è una chiave di lettura giusta, dimmi tu”.

“Sì, dici bene, il clown è esattamente questo, è una canzone che vuole sostanzialmente svelare, togliere la maschera al dittatore che in realtà è un buffone, perché ne abbiamo avuto esempi nel passato, no? E’ banalissimo forse citare Hitler o Mussolini ma il discorso se vogliamo vale anche per Stalin: erano personaggi che sembravano delle caricature, tu li vedi adesso nei loro comizi ed erano sommamente ridicoli, nella loro foga, nella loro retorica assurda. Sono delle persone che fondamentalmente nascondono qualcosa di tragico e di ridicolo allo stesso tempo, sono personaggi grotteschi. Quindi non è necessario infierire, soprattutto se chi condanna quel tipo di persona si ritiene differente. Infierire è comunque sempre un atto violento: condannare la violenza con la violenza sarebbe poco coerente. Il senso è allora: “si lasci pure il clown al proprio destino”, che poi in realtà quello che fa è praticamente uccidersi, ciò che dice la canzone. Il problema è che questo succede sempre dopo aver lasciato morti e tragedie alle proprie spalle. “Non tu, noi” è invece una delle poche canzoni prettamente non politiche, è molto personale nel raccontare un sentimento, che ci voleva in quel preciso momento del disco, dove lui scrive a Zahira dicendole che le manca, le manca quello che sono, non tanto lei (ovviamente è una provocazione dialettica) ma quello che sono loro insieme”.

“La nostra lunga chiacchierata è giunta al termine, vorrei chiudere chiedendoti quali sono le tue prospettive. Un po’ mi hai risposto prima ma mi piacerebbe sapere quali sono le tue aspettative personali su questo lavoro. Cosa ti aspetti da questo disco, Covid 19 permettendo?” 

“Questo disco come dici tu purtroppo è stato bloccato quasi sul nascere, a causa di questo terribile virus. Noi siamo riusciti a fare la presentazione, la conferenza stampa a Milano e dei concerti tra gennaio e febbraio. Siamo arrivati a un po’ di persone, anche fra gli addetti ai lavori e ad aprile maggio saremmo dovuti tornare probabilmente con un numero ancora più importante di date, perché come dico sempre questo è un disco che va raccontato direttamente. Le persone andrebbero prese una per una e “costrette” in un certo senso ad ascoltarlo, perché solo se ti permetti di accostarti ad esso in una certa maniera, di essere immerso in una particolare atmosfera e di seguirlo attentamente, puoi coglierne l’essenza, sennò probabilmente rischia di sfuggire. Quindi il fatto che siano mancati i live è stata una grande pecca, perché avremmo potuto raccontarlo veramente bene alla gente.

In quei pochi live eseguiti, ho visto che la reazione del pubblico è stata molto emotiva, si notava che la gente presente ai concerti era molto colpita ed era rimasta intrigata dalla storia. Il messaggio del disco era arrivato! In questo mondo, in questa società di oggi, dove tutto è rapidissimo, tutto è veloce e quasi tutto virtuale, oggi che al momento mancano anche i contatti reali purtroppo è un problema. Ma sono fiducioso, perché convinto che con “Prima che sia tardi” abbiamo fatto una cosa bella e sincera, che verranno fuori sempre più persone che lo ascolteranno e lo apprezzeranno. Per il futuro speriamo di riprendere qualche live se possibile da qui a fine anno, sto provando a scrivere delle cose nuove che potrebbero essere anche collegate a questo disco, perché forse non ho ancora detto tutto”.

PS –  Comunque la canzone “Gianni” mi aveva colpito molto, non ci sono poi molte canzoni col mio nome… è famosa “Gianna” di Rino Gaetano ma non è proprio la stessa cosa! Non mi riconoscevo ovviamente nel tuo pezzo, per come lo descrivi, però era un brano con un ritmo particolare. E’chiaro che sembra lontanissimo da quello che stai facendo adesso, direi che sei molto maturato come autore e credo sinceramente che sia questa la tua strada”.

“Chiudiamo volentieri con “Gianni” allora e torniamo un po’ indietro nel tempo. Devo dire che mi piace il testo di questa canzone, perché credo abbia un’ironia bastarda. Testo che in realtà è serio, ironico, dove descrivo un personaggio squallido che condanno. Il problema è che poi è risultata una canzone allegra e spensierata, l’ascoltatore medio magari nemmeno ci fa caso a qual è il vero senso della canzone. Non la rinnego ma forse l’arrangiamento, come è venuta fuori nell’insieme, non mi convince più ed ora non farei mai una cosa del genere.”

Credo sinceramente che possa dormire sonni tranquilli, dubito infatti che alla luce di questo lavoro ci sia qualcuno che ancora fraintenda le sue reali intenzioni: Olden adesso fa sul serio e ha tutte le carte in regole per durare a lungo.

 

L’artista friulana Michela Franceschina debutta come cantautrice con l’interessante “Burattini erranti”, tra pop, jazz e raffinata canzone d’autore.

Attendeva da tempo il suo debutto discografico la giovane artista friulana Michela Franceschina, già attivissima in campo musicale su più versanti. Esperienze vissute sia sul palco, da sola o in gruppi come il trio vocale Kalliope e i Bossa Loca, che tra i banchi di scuola – metaforicamente parlando ma non troppo – , visto che è un’educatrice musicale alle prese con giovani e bambini.

Un album a proprio nome però è tutta un’altra cosa, proprio perchè in queste 12 canzoni Michela ha saputo far confluire le varie tappe del suo percorso musicale, assemblando anche brani costruiti nel tempo ma che necessitavano, meritavano, un più ampio respiro. Tra le pieghe di questo esordio intitolato “Burattini erranti” abbiamo quindi messa a fuoco tutta la poetica autentica che sgorga dal cuore e dalla penna dell’autrice.

Testi e musiche sono quasi esclusivamente opera sua, se si eccettuano degli interventi di collaboratori come Nicola Pravisano e Michela Niccoli; da segnalare inoltre l’importante contributo di Marco Bianchi che ha suonato la chitarra in tutti i brani e si è occupato della quasi totalità degli arrangiamenti, a parte “Il cûr ” e “L’anima” affidati a Geremy Seravalle, impegnato anche alle tastiere. A registrare in studio con lei, oltre a validi musicisti come Giacomo Iacuzzo alla batteria e percussioni e il bassista Alessandro Toneguzzo, anche Paolo Forte che ha suonato la fisarmonica in “Miniera” e ne “Il mercato dell’amore”.

Dopo le doverose segnalazioni, è giusto però arrivare a parlare più specificatamente del disco, che ci mostra un’artista vitale, talentuosa, alla ricerca ancora forse di una sua strada musicale ma che già è in grado di maneggiare bene la materia partendo da alcuni capisaldi. Il primo è l’utilizzo di uno strumento principe, in questo caso il pianoforte, che evidenzia tutto il suo amore (e il suo studio) per la musica classica, nonostante si denoti all’interno dell’album un eclettismo che lo fa rifuggire da facili definizioni, pur restando generalmente nell’ambito della canzone d’autore.

Le definizioni possono essere talvolta necessarie, giusto per inquadrare un lavoro, specie in un’epoca in cui si è “bombardati” da uscite discografiche più o meno valide che possono finire per disorientare l’ascoltatore. E anche un disco come questo, uscito qualche mese fa, rischiava e rischia (ma nel nostro piccolo siamo qui a dargli il giusto tributo!) di rimanere in qualche modo sommerso, fluttuante nel calderone della musica d’autore che per molti critici è ormai solo una bolla stantia, bloccata su stilemi sorpassati, se non proprio vetusti. Per questo poi è importante sviscerare al meglio le canzoni e far emergere il bello là dove ne valga la pena.

In ogni caso, e qui rompo gli indugi, visto che di musica d’autore, o “dei cantautori”, me ne occupo e ne ascolto tanta, voglio spezzare una lancia a favore di coloro che, pur non tradendo la lezione dei grandi del passato, stanno provando a innovare e metterci del proprio. E’ il caso anche di questo album, in cui la Franceschina partendo come detto da composizioni al pianoforte, ha voluto comunque puntare forte sulle melodie (quindi associabili a un mondo pop) e su arrangiamenti che prediligessero soluzioni diverse, vivaci, finanche spiazzanti (penso a un episodio come “Persa”).

Michela nei testi si smarca dall’autobiografismo spinto per svelare altri scenari e, se pare azzardato definire il lavoro come un concept album, è anche vero che l’idea che sta alla base di “Burattini erranti” si ritrova qua e là in vari punti, e ha a che fare con la libertà degli individui che, come burattini, è forse circoscritta a un potere deciso dall’alto ma ciò non impedisce mai la ricerca e la voglia di trovare il proprio spazio. In questo viene normale associare il tema a ciò che tristemente stiamo vivendo, con una libertà che in questo momento ci viene necessariamente privata nella sua forma più piena e, anche se era impossibile un anno fa prevedere tutto questo, ci viene in soccorso in questi casi proprio la musica, grazie alla quale possiamo spaziare almeno con la fantasia e immaginare scenari lontani.

L’inizio del viaggio è affidato alla raffinata “La principessa”, adattissima a fungere da cartina di tornasole dell’intero album, con uno dei testi migliori del lotto, mentre la successiva “Non è una favola” si muove su coordinate differenti, più briosa con i suoi accenni swing e un cantato sinuoso e arioso adagiato sulle parole di Michela Niccoli. Seguono due canzoni che si stagliano abbastanza nettamente dal resto della scaletta, anche per l’utilizzo assai riuscito del dialetto friulano. La prima, “Il cûr”, è solare e orecchiabile nei suoi efficaci cori, la seconda (“Piscologo”) è più ondivaga e venata di malinconica ironia. Entrambi i testi sono a firma di Nicola Pravisano, mentre le musiche sono della stessa Michela Franceschina.

Si arriva così a “Dimmi come fai”, quella sì di stampo più classico, lineare e diretta nelle parole amorevoli di Michela Niccoli, mentre il cuore del disco è affidato a due dei brani a mio avviso più convincenti della raccolta, entrambi a firma dell’autrice.

“Persa” ha un andamento obliquo, un cantato sicuro per un testo che non le manda a dire, pur non lesinando in immagini poetiche, mentre la successiva “Noia” è assolutamente irresistibile nel suo andazzo jazz. “Miniera” (una dolce dedica al nonno) e “Il mercante dell’amore” si muovono fluide, acustiche, e trasudano fascino latino, mentre in “Back in Old America” fanno capolino degli elementi reggae a colorare un brano assai evocativo. “L’anima” è particolarmente intensa e suggestiva, con i tocchi sapienti della chitarra elettrica di Marco Bianchi e le tastiere non invasive che incalzano in sottofondo. L’album infine si chiude con la guizzante “Eco di te”, una mid tempo dai connotati pop rock (anche qui ottime le chitarre), in un testo che è una sorta di invocazione a ritrovare la propria strada, con la speranza di avere sempre una casa che ci possa attendere e rassicurare.

“Burattini erranti” è indubbiamente un album fresco, accattivante, ottimamente suonato e interpretato, dove Michela Franceschina è riuscita a trasmettere tutta la sua passione per le sette note. Sono brani in cui la matrice classica è ancora presente e probabilmente ne rappresenterà il registro sonoro anche in futuro ma dove è già evidente il tentativo di rivestire il tutto con gli abiti di volta in volta più adatti.

(Le foto sono di Leonardo Fabris, progetto grafico di Rossella Zarabara)

Un Antonello Venditti memorabile per il tour celebrativo del disco capolavoro”Sotto il segno dei pesci”

Antonello Venditti ieri ha fatto tappa a Marostica, tra i colli vicentini, in questo lungo e fortunato tour celebrativo per i 40 anni (ormai compiuti l’anno scorso) di uno dei suoi dischi clou: “Sotto il segno dei pesci”.

La cornice era splendida, come gran parte di quelle scelte per l’occasione di questo tour che, in origine, doveva solo fermarsi all’Arena di Verona (a proposito di memorabili location), il pubblico pure, ma soprattutto a brillare in un cielo che fortunatamente ha tenuto a bada il pericolo pioggia, sono state le canzoni del grande cantautore romano.

Di solito, come critico, mi occupo di altro tipo di musica, più tendente al rock, tra l’altro di matrice alternativa, ma chi mi conosce è al corrente della mia passione per la musica italiana, quella con la I maiuscola. E il buon Antonello rientra di diritto tra i più grandi della storia della nostra musica, nonostante lui anche ieri regalando sinceri tributi e affettuosi ricordi dei colleghi/amici scomparsi Pino Daniele e Lucio Dalla, ne parli come se appartenessero a un’altra categoria rispetto a lui. Invece il campionato in cui da ben 47 anni si cimenta il Nostro (da quando nel 1972 uscì il suo primo album “Theorius Campus” in coabitazione con l’amico Francesco De Gregori) è lo stesso dei sopra citati, grandissimi artisti italiani, e Venditti nell’arco di questa lunghissima carriera, si è posizionato spessissimo in zona Champions League, vincendo diversi scudetti: pensiamo ai successi clamorosi di pubblico degli anni ’80 o all’affermazione piena come cantautore proprio con l’album che sta riproponendo in toto in queste date: “Sotto il segno dei pesci”.

A 70 anni belli che compiuti Venditti mostra una vitalità straordinaria, una resa artistica integra ma soprattutto una passione senza eguali: lo si capisce da molti gesti, da come si muove, da come è coinvolto in ogni singola parte del concerto, da come ama raccontare aneddoti, fatti, episodi curiosi, particolari, molto personali, dalla piena sintonia che mostra con i suoi fidati storici collaboratori sul palco… lo si percepisce chiaramente soprattutto da come interpreta, vive e ci trasmette le sue canzoni.

Non si è proprio risparmiato ieri sera, suonando per quasi 3 ore e mezza (dalle 21,30 a poco meno dell’una di notte), dando giusto risalto al disco che viaggia per i 41 anni in quest’estate 2019, il già citato “Sotto il segno dei pesci” – di cui racconta genesi e significati più profondi – e per cui chiama a raccolta la folk band romana Stradaperta (che con lui incise lo storico disco all’epoca) ma spaziando, come era nel desiderio dei numerosissimi fans accorsi da gran parte del Nord Italia, in lungo e in largo nel suo repertorio, con l’esecuzione di tantissimi classici e il ripescaggio di alcune canzoni molto datate ma che evidentemente, come da lui spiegato, hanno una valenza molto importante per la sua vita e il suo percorso.

In tutto ciò, davvero, non si assiste a cadute di tono, a momenti di stanca; l’energia, la vitalità e lo spessore rimangono elevati per tutta la durata dello show, con intermezzo simpatico del cantautore, prima di “Dalla pelle al cuore”, quando chiama sul palco delle “coraggiose” donne per aver alzato la mano alla sua domanda su chi avesse perdonato un tradimento del proprio partner. Poi si è scoperto che una di loro aveva bluffato per salire sul palco e abbracciare il suo idolo ma ormai il simpatico giochino era riuscito!

Come detto, il cantautore è andato a pescare da diversi album, non tralasciando nessuna fase della carriera. Risulta quasi pleonastico commentare ogni singolo brano, perchè ognuno avrà avuto i suoi momenti più intensi durante i vari ascolti, ognuno con un proprio vissuto ed emozioni da poter liberare in un canto liberatorio o anche semplicemente facendosi trasportare dalle note e dalle parole dei brani passati in rassegna.

Personalmente sono stati tre i miei momenti clou, se escludiamo una “Giulio Cesare” che per prima mi ha fatto salire l’effetto karaoke: il primo l’ho vissuto durante una struggente “Lilly”, in grado di commuovermi sempre; poi l’emozione è salita alle stelle nelle tre canzoni da lui eseguite da solo al piano e che hanno anticipato il set de “Sotto il segno dei pesci”, vale a dire una toccante “Compagno di scuola” (prima però si era soffermato sul significato dato al termine “compagno”, specie in quei ruggenti anni ’70), una “Ci vorrebbe un amico” dedicata a Lucio Dalla, del quale ci condivide la sua gratitudine e l’affetto sincero in un momento delicato della sua esistenza e la storica “Notte prima degli esami”, ormai evergreen della musica italiana tutta; infine ecco affiorare la pelle d’oca durante una straordinaria “Che fantastica storia è la vita”, giustamente riconosciuta come una delle poche hit rimaste dagli anni 2000 in poi.

Nota di merito, dalle parti del tripudio, per la mezz’ora finale, in cui Venditti ha sciorinato brani entrati nell’immaginario di moltissima gente di varie età – com’era composto il copioso pubblico – e di fatto “generazionali”, sia che si trattasse di temi ad ampio raggio (“Benvenuti in paradiso”, “In questo mondo di ladri”), sia che fossero le sue più celebri canzoni d’amore (è mancata giusto “Ogni volta” ma in compenso ha eseguito le immortali “Amici mai”, “Alta marea” e quella “Ricordati di me” con cui ha trionfalmente chiuso il concerto) tra migliaia di smartphone alzati.

Un tempo esistevano gli accendini, forse era più romantico allora, ma in fondo cambia poco: rimane intatta la voglia di partecipazione, di prendere qualcosa per sè che possa essere ricordato, fissato nella mente e nel cuore. E ieri di momenti indimenticabili Antonello Venditti ne ha regalati davvero parecchi a me, a mia moglie e all’intero pubblico.

(di seguito la scaletta dello show)

  1. Raggio di luna
  2. I ragazzi del Tortuga
  3. Giulio Cesare
  4. Piero e Cinzia
  5. Peppino
  6. Stella
  7. Non so dirti quando
  8. Lilly
  9. Compagni di scuola
  10. Ci vorrebbe un amico
  11. Notte prima degli esami
  12. Sotto il segno dei pesci
  13. Francesco
  14. Bomba o non bomba
  15. Chen il cinese
  16. Sara
  17. Il telegiornale
  18. Giulia
  19. L’uomo falco
  20. Dimmelo tu cos’è
  21. Dalla pelle al cuore
  22. Unica
  23. Cosa avevi in mente
  24. Che fantastica storia è la vita
  25. Amici mai
  26. Alta marea
  27. Benvenuti in paradiso
  28. In questo mondo di ladri
  29. Ricordati di me

Ligabue – Le ragioni di un flop (?)

Da giorni in rete e, in misura minore, in tv, si discute del flop di Ligabue, impegnato nel suo “Start Tour. Le date di Bari e Pescara hanno evidenziato in effetti una penuria di spettatori (ovviamente rapportata alla folla oceanica cui il Nostro c’aveva negli anni abituati, vedi Campovolo e altro). Ma davvero basta un mezzo passo falso, una prima curva lungo un percorso costellato di successo e di vari record battuti (proprio sul versante live) per parlare di “artista finito”, “sul viale del tramonto” ecc ecc?

Per una volta quindi provo a indossare i panni dell’avvocato difensore dell’eclettico artista, proprio io che da svariati anni ho smesso di appassionarmi alle vicende artistiche del Luciano da Correggio. Ma lo faccio perchè sono rimasto colpito dall’ondata di commenti negativi sulla questione, e di giubilo dei detrattori nel vedere un insuccesso, una crepa nella sua carriera.

Da un punto di vista artistico, nessuno è immune da giudizi: tu pubblichi un disco, esponi un quadro, scrivi un libro, reciti a teatro e ti dai in qualche modo in pasto a un pubblico più o meno vasto, fatto di persone col proprio gusto ed è normale non piacere a tutti. Capita in tutti i settori in fondo, c’è gente persino che critica Messi e Cristiano Ronaldo, dei marziani nel proprio “campo d’azione”.

E in secondo ordine, nella vita di ognuno di noi ci sono alti e bassi, non solo dal punto di vista personale, ma anche professionale. E’ indubbio che Ligabue, giunto relativamente tardi al primo disco – nel ’90 quando aveva già spento la trentesima candelina – abbia attraversato quasi tre decadi a inanellare successi in serie, anche se chi ne conosce bene la storia sa che ebbe un primo stop di un’ascesa fulminante all’uscita del terzo album “Sopravvissuti e sopravviventi”. La conseguente crisi portò poi a una vera rinascita artistica, che coincise con la pubblicazione di quel “Buon compleanno Elvis” che infine lo consacrò pienamente nel mainstream.

Fu in quegli anni che il Liga dimostrò di avere forza e numeri tali da rivaleggiare, dati alla mano, con il vero rocker riconosciuto di casa nostra, il suo corregionale Vasco Rossi. E visto che i paragoni fra i due sono stati tirati in ballo più volte in questi giorni e, bene o male, succede da 25 anni a questa parte, provo anch’io a dire la mia.

In un Paese diviso come il nostro, in fondo non si aspettava altro. Dai Guelfi e Ghibellini, dalla Dc e il Pc, in Italia – come in gran parte del Mondo, giusto dirlo – ci piace dividerci, parteggiare e, in fondo, a ben vedere, i due nostri paladini musicali non potevano che essere più diversi.

Vasco, più avanti con gli anni e soprattutto con la carriera, all’inizio almeno credo non fosse “infastidito” o “spaventato” dall’avvento di un nuovo esponente del rock tricolore, ma suppongo che dalla seconda metà degli anni ’90 si sia reso conto che il tipo facesse sul serio. Tra il ’97 e il ’98 Ligabue infatti sembrava davvero baciato da grazia divina, tra un disco live mastodontico a certificarne la grandezza acquisita e il convincente debutto in serie da scrittore prima e regista poi.

Da ascoltatore un po’ distratto – cresciuto più con Vasco, pur non considerandomi un “Vaschiano” di ferro, ma estimatore anche delle genuine storie di provincia narrate dal Liga nella prima parte di carriera – sono quasi sicuro che fino agli anni ’90 in fondo le rispettive platee di ascoltatori fossero suppergiù le stesse e che chi, come me appunto, ascoltava da tempo Vasco, fosse quantomeno curioso e contento ci fosse un altro ruspante cantautore “con le chitarre”, in un periodo dominato all’epoca in classifica dalla musica leggera di un Ramazzotti o di una Pausini.

Poi però è indubbio che le “fazioni” siano cominciate a delinearsi, man mano che una rivalità, se non propria sottesa antipatia, tra i due è venuta a galla. Frecciatine a vicenda, una distanza di gusti e interessi, oltre che di vita, hanno contribuito a non farli incontrare praticamente mai.

Vasco in quel periodo era ai vertici, lo era da tempo, ma preventivamente non furono mai pubblicati nello stesso anno album inediti dell’uno e dell’altro, nè i due si sono inoltrati in importanti tour contemporaneamente. E così, eccoli negli ultimi vent’anni dividersi successi e meriti con tour sold out, concerti esauriti negli stadi, progetti estemporanei baciati da successo clamoroso (di danza nel caso di Vasco, concerti a teatro, nuovi film per Liga), e poi – se da una parte San Siro è diventata la casa ufficiale del rocker di Zocca –  ecco che Ligabue poteva rispondere riproponendo a distanza di anni l’esperimento Campovolo. Cui Vasco rispose allestendo l’imponente Modena Park.

Fin qui, tutto bene, nel proprio rassicurante (e vastissimo) orticello… fino alla recentissima differenza di successo avvenuta alle porte di quella che si preannuncia una caldissima estate.

Vasco che sta inanellando l’ennesimo clamoroso exploit, con il record di 6 date sold out allo stadio San Siro di Milano e due splendidi e sentitissimi concerti-evento in quel di Cagliari, e Ligabue che stenta a riempire stadi che fino a un paio d’anni fa erano (anche) “roba sua”.

Cosa sia successo è difficile saperlo, in teoria la fan base di Ligabue è copiosa e soprattutto fedele ma forse, a differenza di Vasco, è rimasta pressochè immutata negli anni, senza rinnovarsi (come la sua musica, verrebbe da dire in maniera sarcastica, ma in fondo è uno degli argomenti che più è venuto a galla nella shit storm di commenti sul web).

Può però bastare il fatto che Ligabue propone da tempo la stessa formula fino all’altro ieri vincente?

Ok, giunto quasi al termine della mia riflessione, è giusto specificare che non si sta parlando di uno che fatica ad arrivare alla fine del mese e che è in procinto di chiudere la carriera, ma se tanto si sta discutendo di questi concerti è proprio perchè è un fatto anomalo che un totem come lui possa vivere momenti di flessione…

Lo stesso Ligabue d’altronde ha voluto affrontare la questione, non facendone un dramma (pubblicamente) e rassicurando che i concerti, dal punto di vista della resa artistica e della qualità, sono quanto di meglio abbia mai fatto. Non ho prove per dubitarne ed è giusto che lui per primo creda nel proprio lavoro e lo sostenga ma io, da esterno, vorrei provare a dare una risposta al mio ultimo quesito (lo so, sono un po’ marzulliano in questo, mi faccio la domanda e rispondo pure!).

Credo che no, non sia una questione artistica. Chi ascolta e apprezza Ligabue, e penso la cosa valga per tutti i più accesi fan di un qualsivoglia artista, lo ascolta e sostiene comunque, anzi non si aspetta altro che non “quei soliti due accordi”, tanto criticati. Alzi la mano chi sostiene che il suo rivale Vasco abbia negli ultimi anni apportato chissà quali novità al suo consolidato stile?

Eppure Vasco ha saputo creare più empatia nell’ascoltatore, ha saputo coinvolgere di più anche l’ascoltatore distratto, finendo quasi per rivalutarsi dinnanzi ai suoi antichi detrattori. Ligabue invece, e non ne faccio una colpa ma semplicemente lo constato, ha un modo di porsi molto diverso, sia nei confronti del fan tipo, sia nei confronti dell’opinione pubblica, fino a risultare (o quanto meno sembrarlo, io di certo non lo conosco di persona) supponente, distaccato, un po’ arrogante. Dubito sia così, perchè conosco suoi ammiratori prontissimi ad affermarne l’esatto contrario.

Il mio “Ligabue preferito” era quello con la Banda, ma forse conta molto il fatto che avevo 18 anni o poco più, e che stessi crescendo con lui. Parlo per me, io ero molto coinvolto dal suo percorso, almeno fino a “Nome e cognome”, che coincise tra l’altro con un periodo molto particolare della mia vita, di grandi cambiamenti.

Da lì in poi però, se non episodicamente, non mi è più “arrivato” e difatti non ho più sentito l’esigenza di sentirlo dal vivo, come mi era capitato in passato (ricordo uno splendido concerto nella mia città, all’Arena di Verona, per il tour di “Fuori come va?”).

Avrebbe molte potenzialità ma sta pagando forse il fatto di andare sempre e solo “sul sicuro”. Magari poi il tour procederà benissimo, butterà fuori un singolo estivo (anche se ammetto di non aver sentito nessun pezzo con le stimmate del “successo” in questo deludente “Start”) e tornerà il numero 1, pronto a zittirci tutti, noi che gli stiamo facendo le pulci.

Più realisticamente però, se fossi in lui, mi prenderei una pausa e butterei il cuore oltre l’ostacolo, con un progetto davvero “personale”, in cui riversare tutto sè stesso, ispirato, vero. E’ questo che gli è un po’ mancato negli anni, la viscerale sincerità che invece appartiene al suo contraltare più volte citato nel mio pezzo.

Mi dà molto fastidio però, questo mi sento di dirlo, l’atteggiamento comune di coloro che non vedevano l’ora che avesse un intoppo per denigrarlo, insultarlo e sbeffeggiarlo. Sembra proprio ci dia fastidio se qualcuno gode di un qualche privilegio o di un riconosciuto successoc (nel suo caso meritato e corroborato da anni di carriera) e se la passa meglio di noi. Magari gente che non ne ha mai parlato, nè ha scritto nulla su di lui o a malapena ne conosce la storia, e ora scioglie le riserve e ci dice quanto a lui abbia sempre fatto schifo.

D’altronde fa sempre più notizia quando una cosa va male rispetto al contrario. Ma qui si sta parlando di un artista che ha segnato la musica italiana degli ultimi 20 anni, non certo di un fenomeno effimero pompato dai media e uscito da un talent.

Bisognerebbe, almeno per chi fa il giornalista e crede di farlo in modo serio, mettere sul piatto della bilancia tutto, non solo ciò che conviene per sostenere la propria tesi (in questo caso, il presunto flop di Ligabue): a quanto pare noto che non sempre è così.

Sanremo 2019: vince a sorpresa Mahmood davanti a Ultimo e ai ragazzi de Il Volo – Un commento finale sulla classifica

E’ terminata anche la sessantanovesima edizione di Sanremo, con il giovane Mahmood vincitore proclamato tra lo stupore generale davanti al grande favorito della vigilia (Ultimo) e a Il Volo, il trio che non è riuscito così a bissare il successo di quattro anni fa.

Non è la prima volta che in gara assistiamo a exploit inattesi, ma vittorie così poco scontate nella storia, anche recente, del Festival, se ne contano poche: il primo nome che mi viene in mente è quello di Francesco Gabbani che si issò fino in cima alla classifica nell’edizione del 2017.

Daniele Silvestri (coadiuvato dal rapper Rancore) e Simone Cristicchi si sono spartiti quasi equamente i premi speciali: prestigiosa tripletta del primo che ha conseguito in particolare l’ambito Premio della Critica “Mia Martini” ma anche quello per il miglior testo; al riccioluto cantautore già vincitore in passato con l’intensa “Ti regalerò una rosa” sono andati due premi, tra cui quello assegnato dall’orchestra. Sono premi importanti che certificano, ce ne fosse ulteriore bisogno, come le due opere in questioni (“Argentovivo” di Silvestri e “Abbi cura di me” di Cristicchi) fossero entrambe qualitativamente parlando, di una spanna superiore alle altre.

Ultimo si consola – se così si può dire visto il suo evidente disappunto per il piazzamento finale, forse dettato dalla frustrazione accumulata nei giorni scorsi da “vincitore annunciato” – con un premio indetto da Tim per un brano che probabilmente in effetti funzionerà bene fuori dai circuiti sanremese.

Per il resto, le contestazioni più grandi, quasi una “rivolta popolare” ci sono state per il piazzamento fuori dal podio della canzone di una rediviva Loredana Bertè ma su questo torneremo qualche riga più giù in sede di commenti.

Guardando la classifica, ovviamente possono balzare agli occhi determinate posizioni, a colpire in senso positivo o negativo – a seconda dei propri gusti personali – ma d’altronde una graduatoria di 24 canzoni in gara comporta anche dei risultati sulla carta “pesanti” ma che poi tra un giorno o poco più, nessuno probabilmente ricorderà, visto che per fortuna le canzoni viaggiano per conto proprio al di là di gare e piazzamenti.

Ecco quindi i miei commenti alla classifica di Sanremo:

1- MAHMOOD sono onesto, pur avendo sin dalla prima serata assegnato un bel 7 al brano “Soldi” presentato da questo rapper di origine egiziana (ma nato e cresciuto in Italia) che ha alle spalle già una bella gavetta, mai avrei scommesso sulla sua affermazione come vincitore.  Il brano però è indubbiamente accattivante, rimane in testa e rappresenta bene una fetta consistente, oltre che di mercato, dei gusti dei giovanissimi. E’ apparso visibilmente stupito e attonito e anche in sala stampa la sua timidezza prevaleva sulla contentezza, quasi volesse reprimere o non riuscisse a esprimere appieno i suoi sentimenti ma, in fondo, di gente che ostenta ce n’è a bizzeffe e sinceramente ho apprezzato molto il genuino pudore e la sobrietà dimostrate. Saprà costruirsi una bel percorso artistico fuori da qui, dopo aver gettato ottimi semi. Sorvolo decisamente sui commenti razzisti pervenuti, perché alcune supposizioni onestamente mi fanno ridere, e poi non si può ridurre tutto a politica, tra l’altro della più bieca specie.

2- ULTIMO sì, aveva tutte le credenziali per puntare al bersaglio grosso, bissando la vittoria ottenuta meritatamente nelle Nuove Proposte un anno fa. Io stesso lo avevo pronosticato come vincitore ma avrò modo di rifarsi nelle charts, visto che il brano presentato sta comunque già ottenendo un buonissimo riscontro. Piuttosto non mi è piaciuta molto la sua esternazione in conferenza stampa contro i giornalisti “cattivi” e il suo palese disappunto nei confronti della vittoria di Mahmood. Per carità, reazione umana e forse dettata dalla frustrazione accumulata in settimana da “vincitore annunciato” ma nella vita, si sa, bisogna anche saper perdere.

3 – IL VOLO osteggiati da una larga fascia di ascoltatori, osannati da altri, loro sembrano vivere la cosa abbastanza serenamente, salvo ogni tanto togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Il repertorio è quello, a meno che non decidano di svoltare clamorosamente, o di sciogliersi prendendo ognuno la propria strada, seguendo l’inclinazione personale (ma sarebbe clamoroso), continueranno a proporre pop classico di questo tipo, piaccia o non piaccia.

4 – LOREDANA BERTE’ ho discusso con qualcuno riguardo la sua prestazione sanremese, perchè secondo me Loredana ha fatto il massimo. Sul podio ci poteva finire tranquillamente, sarebbe stato un riconoscimento alla carriera, se è vero come dicono che non parteciperà più in futuro, però io ho trovato francamente esagerato questo dispiego di forze, questa sorta di fan club in rivolta per un quarto posto che a detta di molti avrebbe dovuto essere una vittoria. E’ bello pensare a come la Bertè sia stata in grado di tornare in splendida forma, non solo fisica (tanto di cappello) e di tornare competitiva, bella agguerrita, sul pezzo, senza stravaganze se non per l’immancabile look. Ha ritrovato il grande pubblico, con pieno merito, la sua è una vera vittoria morale.

5 – SIMONE CRISTICCHI è tornato alla grande il cantautore romano, con un brano molto intenso, emozionante, con lui in grado al solito di trasmettere nel migliore dei modi (non a caso è stata premiata la sua interpretazione) dei messaggi di amore, di speranza, veicolando valori positivi.

6 – DANIELE SILVESTRI (con RANCORE) il brano più forte del Festival, interpretato magnificamente dal titolare Silvestri e dal sodale Rancore (hanno concorso però in maniera importante anche due pezzi grossi dei Calibro 35: Rondanini alla batteria e Gabrielli a dirigere l’orchestra, senza dimenticare l’apporto in fase di scrittura di Manuel Agnelli). Puntare al bersaglio grosso era difficile ma l’aver fatto incetta di premi è un riconoscimento meritatissimo.

7 – IRAMA io l’avevo dato sul podio, ritenendo che avesse anch’egli un pezzo intenso, visto il tema principe della canzone, affrontato senza retorica e con grande sicurezza. Non si tratta però certo di una delusione per questo giovane ragazzo che, volendo, avrebbe potuto portare in gara certamente una canzone più facile e adatta a quel pubblico di giovanissimi che maggiormente lo segue.

8 – ARISA peccato per l’esibizione della serata finale, pesantemente inficiata da sopraggiunti problemi di salute. A me il brano era piaciuto, coraggioso nella sua bizzarra costruzione, con stacchi e cambi di tono. Una canzone dei buoni sentimenti e delle buone intenzioni, non facile da eseguire. Risultato soddisfacente, anche se molto probabilmente il pubblico generalista da lei si aspetta un altro tipo di canzoni.

9 – ACHILLE LAURO non mi dilungo molto, su di lui si è detto – e letto – di tutto e di più. Questo ha finito più per svantaggiarlo, secondo me, perchè certe etichette sono dure a morire. Poi lui mi sembra sia in grado di andare avanti e rispondere a tono. Dico solo che non sarà il nuovo Vasco, cui è stato accostato da molti come impatto (alludo ovviamente a quello di “Vita spericolata”), ma non è nemmeno il “tipo pericoloso” che inneggia alla droga. Doverlo specificare mi pare quasi un insulto all’intelligenza di chi mi legge.

10 – ENRICO NIGIOTTI a me non è dispiaciuto, anche se non ha mai cantato benissimo, forse tradito dall’emozione (palpabile specie ieri sera). Secondo me in ambito cantautorale – se con questo la nostra mente non ci porta subito a mostri sacri che sarebbe fuori luogo scomodare – può dire la sua.

11 – BOOMDABASH non me ne vogliano gli amici pugliesi – ne ho molti, mia moglie tra l’altro proviene da lì – ma questa canzone, pur ballabile e spensierata, l’avrei fatta finire più giù. Non è la platea giusta secondo me per loro che stanno ottenendo successo comunque, sia collaborando con le persone giuste (e contribuendo a risollevare carriere, la Bertè ne sa qualcosa), sia in proprio. Qui c’entravano poco, anche quando cercavano di animare il pubblico in sala.

12 – GHEMON ha fatto un’ottima figura, la sua è una canzone raffinata, di classe, una delle migliori da questo punto di vista. Grazie al Festival ha potuto farsi conoscere da un pubblico certamente più vasto, che ora lo potrà apprezzare nel suo percorso.

13 – EX OTAGO stessa cosa si può applicare al gruppo ligure che ha portato a casa il risultato, non snaturandosi, ma senza nemmeno osare troppo. Sanremo come vetrina con la possibilità di diventare mainstream sulla falsariga di anime affini come Thegiornalisti o Coez.

14 – MOTTA il suo bel brano è cresciuto di ascolto in ascolto, visto che ha dimostrato maggior padronanza man mano che il Festival procedeva, con il bel risultato della vittoria (seppur pleonastica) nella serata dei duetti con la grande Nada. Anche per lui carriera a un possibile bivio, con eventuale allargamento di fascia di pubblico annessa. Se lo meriterebbe vista l’originalità della sua proposta e il suo procedere passo per volta, dalle vittorie al Tenco in poi.

15 – FRANCESCO RENGA a livello di piazzamento ovviamente è una delusione, ma da subito il brano, scritto pure da autori che stimo come Bungaro e Cesare Chiodo (con l’apporto della giovane Rakele, vista qualche anno fa tra le Nuove Proposte), non mi aveva convinto. Quindi posizione che dal mio punto di vista, ci sta tutta.

16 – PAOLA TURCI lei è sempre magnetica e porta a casa la pagnotta senza problemi ma in realtà anche il suo brano mi è parso non al livello delle precedenti esperienze sanremesi. Anche l’interpretazione non è stata delle migliori, con la voce non al cento per cento.

17 – THE ZEN CIRCUS posizione nelle retrovie ma in fondo era difficile pronosticare un piazzamento più alto. Eppure Appino e soci hanno presentato una canzone davvero bella, molto dignitosa, con un testo che secondo me se la giocava con quello di Silvestri per intensità e forza espressiva. Anche le loro esibizioni sono cresciute ogni volta. Bravi! Anche perchè hanno portato una canzone decisamente difficile, pur considerando il loro repertorio che certo non è fatto da “canzonette”.

18 – FEDERICA CARTA e SHADE anche la loro posizione mi ha colpito, credevo avessero attecchito di più tra gli ascoltatori, forti di visualizzazioni sui social che, sin dalla prima esibizione, sono schizzate alle stelle. D’altronde la canzone assomiglia molto a quella “Irraggiungibile” che ha letteralmente spopolato l’estate scorsa. Al di là di ciò, credo che sentiremo molto spesso la loro canzone alla radio.

19 – NEK il vero flop dell’edizione 2019, spiace dirlo, è stato il suo. Non so, a me la canzone non aveva colpito al primo ascolto. Stessa formula della fortunata “Fatti avanti amore” che contese la vittoria a Il Volo quattro anni fa, ma con una melodia più brutta. Resto dell’idea che se si fosse presentato con Renga e Max Pezzali in gara avrebbe avuto molte chances di raggiungere l’agognato obiettivo della vittoria.

20 – NEGRITA a mio avviso il risultato più ingiusto, visto che la canzone ha un bel testo, è orecchiabile il giusto e loro l’hanno suonata e interpretata senza la minima sbavatura, con una padronanza perfetta del palco. E’ uscita al contempo una loro raccolta dei migliori successi per i 25 anni di carriera, e credo che tutto sommato questa “I ragazzi stanno bene” possa affiancare le loro hit.

21 – PATTY BRAVO e BRIGA posizione giusta, il duetto secondo me non stava in piedi. La canzone in sè non è nemmeno una brutta ballata, ma per un motivo o per l’altro non mi è mai arrivata fino in fondo.

22 – ANNA TATANGELO c’è una sorta di ostracismo non dichiarato nei suoi confronti. In passato l’ho criticata aspramente anch’io ma stavolta mi sembra che abbia presentato una canzone in linea con la sua (bella) vocalità, oltretutto con un testo che poteva in qualche modo riguardarla. Sobria, senza eccessi, ha fatto il suo, ma forse è proprio la natura stessa della canzone, “classica sanremese” a non funzionare più.

23 – EINAR per lo stesso motivo si spiega il pessimo piazzamento del ragazzo uscito da “Amici” e catapultato su un palco evidentemente ancora troppo grande per lui. Già aveva destato non poco clamore la sua vittoria (con Mahmood) alle selezioni di Sanremo giovani di dicembre, in luogo di una più preparata Federica Abbate; in più sul palco ha portato una canzone deboluccia, senza guizzi, troppo piatta. Avrà tutto il tempo di rifarsi ma dovrà costruirsi una carriera credibile al di fuori dei talent e dell’ala di Maria de Filippi.

24 – NINO D’ANGELO e LIVIO CORI un’altra delusione riguarda questo incontro di voci che sulla carta avrebbe potuto essere esplosivo. Alla fine il tam tam mediatico sulla presunta identità del misterioso Liberato con Livio Cori ha fatto perdere attenzione al pezzo, che in verità, non è mai stato eseguito perfettamente. La versione studio infatti è molto più emozionante. Peccato, occasione mancata, ma questo non va a inficiare sulla qualità della canzone e dei suoi interpreti: Cori poi esordirà a breve con un album a proprio nome, mentre speriamo che anche il vero Liberato torni presto sulle scene!.

Il mio Pagellone di Sanremo 2019

E’ da una vita che non aggiorno il blog, questa mia creatura che negli anni mi ha dato tanta soddisfazione, mi ha fatto conoscere belle persone ed è stata occasione di crescita anche personale, oltre che prezioso strumento per comunicare i miei pensieri, le mie emozioni, le mie idee, pur concentrandomi soprattutto sul veicolare le mie passioni.

Tra queste, quella per il calcio e per la musica, di cui a più riprese ho scritto in questi anni, in maniera professionale o anche solo per autentica passione.

Gli impegni lavorativi, gratificanti ma allo stesso tempo pregnanti, fanno sì che sia ridotta la mia partecipazione attiva, visto che sto portando avanti collaborazioni con alcuni siti e, parallelamente, ho ripreso a scrivere in vista di un nuovo progetto letterario che, si spera, avrà poi sbocco editoriale, vista la natura e l’obiettivo per cui è nato. E poi c’è la voglia di riprendere con il vecchio amore mai scordato della radio…

Un passo alla volta e l’occasione per rifarmi vivo qui su PELLEeCALAMAIO è giunta in concomitanza con quello che negli anni per i miei affezionati lettori era in qualche modo divenuto un appuntamento fisso, vale a dire il mio “pagellone” del Festival di Sanremo. In rete si trova ovviamente di tutto sull’argomento, ma in fondo io ne ho sempre trattato, sin dai tempi remoti in cui non esisteva internet, e con il caro amico Riccardo Cavrioli ci dilettavamo a scriverci le impressioni a caldo addirittura su “pizzini” che poi ci scambiavamo magari prima di entrare in aula per un esame universitario. Già allora il nostro taglio era, sì ironico e talora dissacrante, ma soprattutto spinto da curiosità e passione per la competizione rivierasca che, inutile negarlo, rappresenta un fenomeno di costume, oltre che prettamente culturale del nostro Paese.

Non mi è mai piaciuto però il gioco del “massacro”, il voler a tutti i costi perculare, deridere, cercare la battuta a effetto… ovvio, si tratta di scambi, di battute e commenti, tante volte mi ritrovo a sorridere anch’io quando leggo dei commenti intrisi di sarcasmo, e partecipo al “giochino” ma poi torno sui binari di un ascolto attivo ma interessato a sentire se qualcosa di buono e duraturo è destinato a emergere dagli ascolti compulsivi e frenetici di questi giorni.

Ognuno è libero di fare come vuole ma sinceramente apprezzo di gran lunga di più quelle persone che coerentemente non seguono il Festival e non ne parlano, dovendosi inoltre essi sorbire una settimana davvero monotomatica e, mi rendo conto, stancante se proprio sei lontano dalla kermesse per interesse e ideologie. Meglio loro però rispetto agli snob che passano il tempo a prendere per il culo tutti, anche perché è un tempo… molto lungo quello che trascorrono per una cosa che in teoria non è di loro interesse.

Io, faccio un esempio, non ce la farei mai a seguire per 4/5 ore programmi tipo l’Isola dei Famosi o Temptations Island, al solo scopo di fare battute su internet, non lo trovo proprio “utile”.

Comunque, va da sé che io, sin da piccolo, pur guardandolo a mo’ di rito in famiglia con mamma e nonna, e avendo sempre avuto orecchie anche per il buon pop che le varie edizioni riusciva a tramandare ai posteri, ho sempre sostenuto le proposte più alternative – anche se non sapevo nemmeno cosa significasse – o per lo meno “strane”…

Questa componente poi si è tradotta in gusto personale che predilige esplorare generi diversi, con inclinazioni che vanno dal rock, al folk fino al pop più sofisticato e ai cantautori. E’ questo che in fondo ricerco anche nei meandri di una manifestazione nazionalpopolare come il Festival di Sanremo, ma sono in grado di riconoscere la bella canzone italiana melodica, “sanremese”.

Poi è inutile negare che negli anni si sono quasi smarrite le peculiarità della classica canzone “che vince Sanremo”: da più di 20 anni esponenti indie, alternativi, di altri mondi musicali, hanno fatto il loro ingresso all’Ariston, con risultati più o meno altalenanti o soddisfacenti, ma non è questo il punto. Resta il fatto che in tanti ambiscono a salirci su quel palco, a dire la propria, mettendosi alla prova, proponendo la loro musica.

Io, ingenuo quale sono, me ne frego di complotti, dietrologie, persino del gossip fine a sé stesso, delle gag e dei presentatori, nel senso che se ci sono le canzoni che funzionano, il resto è secondario. Lascio a chi è competente esprimere dubbi, non mi pongo questioni “tecniche” (anche se mi sono reso conto anch’io che ieri i fonici, specie nei primi pezzi, hanno cannato e ne hanno risentito alcune esecuzioni vocali).

Nel caso di ieri poi sentire in sequenza ben 24 brani non era semplice ma è innegabile che al giorno d’oggi non devi nemmeno attendere eventualmente che un pezzo passi in radio: spotify e youtube vengono in soccorso, quindi posso già sbilanciarmi in quelli che sono i miei giudizi – anche perché poi scriverò un unico pezzo solo a classifica finale stilata, per una sorta di bilancio conclusivo della rassegna.

Sicuramente certe impressioni verranno cambiate con gli ascolti ma si sa che poi la canzone prende il suo corso e si plasma con le emozioni che via via si aggiungono (o si tolgono, dipende dai punti di vista).

Bene, via con i voti, premettendo che non mi pare ci siano brani nettamente superiori ad altri, tali da “imporre” un pronostico scontato, come capitò ai tempi, chessò, di una “Perdere l’amore” o “Uomini soli”.

Ordine rigorosamente sparso, perché mi dimentico di essere metodico anche qui (no dai, facciamo almeno in ordine alfabetico)

ACHILLE LAURO  4.5  avrebbe dovuto (o potuto) rappresentare la quota trap invece si presenta in abiti, metaforici e non, che sarebbero potuti andare bene per il Jovanotti di “no Vasco, no Vasco io non ci casco” e il “robotico” Alberto Camerini. Non che si senta la mancanza della trap, dio me ne scampi, ma insomma, sto finto rock pompato e plastificato non mi dice assolutamente nulla, non lo trovo nemmeno simpatico o ironico.

ANNA TATANGELO  6 + intendiamoci, è quella che ho definito qualche riga più su la “classica canzone sanremese” ma per lo meno Anna la fa da par suo, cantando bene (dovrebbe essere scontato ma abbiamo capito ieri sera che ben pochi hanno riprodotto il “bel canto”) e non perdendosi in motivi extramusicali.

ARISA 7 +  non poteva replicare brani come “La notte” o “Controvento”: da veterana quale ormai è del Festival, avendolo già vinto da giovane e da big, e addirittura, seppur in maniera discutibile, presentato, può permettersi di rischiare, tanto con la voce che si ritrova difficilmente presenterò una ciofeca. Qui si cimenta in una sorta di mini musical, trascinante, arioso e positivo. Non sufficiente credo per un podio.

BOOMDABASH 5,5 – simpatici, allegri, colorati, portano un brano dalle atmosfere reggae, adatto per le spiagge in estate. Orecchiabile ma non con le stimmate del tormentone, quindi neanche circoscritto al genere, ottengono la mia sufficienza.

affiancato dal rapper Rancore, Daniele Silvestri può legittimamente ambire al Premio della Critica

DANIELE SILVESTRI (e RANCORE) 8 – un bel brano, di difficile ascolto, un pugno nello stomaco, soprattutto grazie al decisivo apporto del rapper. Possibile vincitore del Premio della Critica.

EINAR 5 – è tanto caruccio e ispira simpatia ma il brano è davvero “mollo” per usare un aggettivo  sdoganato dal mitico Malesani. Non decolla, non è troppo romantico, né strappalacrime, né furbetto… in pratica, né carne né pesce.

ENRICO NIGIOTTI 7 – a me lui è piaciuto, mi sembra pian piano stia trovando la sua strada. Cantautore in senso letterale, poiché si scrive da sempre i pezzi testo e musica, oltre che farsi accompagnare dall’immancabile chitarra: chiaro che non ha per modelli i mostri sacri della canzone d’autore ma nel panorama asfittico attuale, ha un tocco personale. Nella fattispecie ha trattato un tema in ricordo del nonno, con molta delicatezza e intensità.

EX OTAGO 6,5 – il primo nome a me caro in quota indie. Li seguo da anni, stanno in qualche modo ripercorrendo la strada tracciata dai Thegiornalisti, o da Coez, lo fanno con canzoni meno a presa rapida forse ma probabilmente più “vere” e sentite. Come in questo pezzo, ottimamente arrangiato, dove hanno parlato di un amore maturo.

FEDERICA CARTA e SHADE 5,5 – li sento molto lontani, infatti rappresentano appieno una generazione che è anagraficamente lontana, soprattutto per temi trattati e modalità. Lei canta bene, era brava già ad Amici, l’accoppiata con il rapper maestro di free style ha funzionato alla grande l’estate scorsa, con una vagonata di visualizzazioni da far impallidire le star della nostra musica, ma questo palco è sembrato troppo grande.

FRANCESCO RENGA 6 – di stima, perché con quella voce rende piacevole ogni cosa che canta ma qui è mancato un po’ il mordente, lo slancio. Il brano è intimista, nello stile del bravo Bungaro, tra gli autori del pezzo ma, insomma, mi aspettavo di più. Non è certamente all’altezza dei migliori episodi, anche solo attenendoci ai passati suoi episodi sanremesi.

GHEMON  6 – molta classe, era tra coloro che attendevo di più. Non è più da tempo un rapper, non è ancora pienamente a suo agio come cantante tout court ma ci mette cuore e belle intuizioni. Sono dell’idea che se il pezzo in questione l’avesse cantato, ad esempio, Nina Zilli, avrebbe fatto un figurone.

Riusciranno i ragazzi de “Il Volo” a replicare il successo del 2015? Le chances di salire quanto meno sul podio sono alte

 

IL VOLO 6,5 – che gli puoi dire a questi ragazzi? Sono “troppo” in tutto: pulitini, bravi ragazzi, ottime voci, capacità interpretative, amalgama perfetta, sicurezza nei propri mezzi, dei secchioni in piena regola che però non mi trasmettono chissà quali emozioni. Preferivo l’impatto di “Grande amore” ma presumo che possano dire la loro anche quest’anno per la vittoria finale.

IRAMA 6,5 – il ragazzo è bravo e ha già fatto una buona dose di gavetta, proprio partendo da Sanremo giovani qualche anno fa. La vittoria ad Amici lo ha lanciato nel firmamento mainstream ma secondo me rende decisamente meglio in brani così, che ricordano appunto le sue prime prove, molto orientate allo spoken. Il tema è toccante e trattato con parole adeguate, lontano da retorica e banalità assortite.

LOREDANA BERTE’ 6,5– mi rendo conto che stanno fioccando le sufficienze piene ma con pochi guizzi. Il brano della rediviva Bertè è indubbiamente valido, accattivante il giusto, ottimo il team di autori, in cui si intravedono sin troppo evidenti richiami alla poetica vaschiana marchiata Curreri, ma resta per me a metà del guado, senza spiccare il volo.

MAHMOOD 7 – bel brano, ritmato, testo e musica che rimangono in testa, suoni davvero intriganti e un piglio sorprendente considerato che si trattava di un quasi esordiente, praticamente sconosciuto al pubblico. Penso che avrà ottimi riscontri dopo la kermesse sanremese.

MOTTA 6,5 – a lui va il mio tifo, lo seguo da sempre, l’ho votato al Tenco in occasione di entrambe le volte in cui ha poi sbaragliato il campo, vincendo a mani basse sia con il primo album, sia nella categoria più importante con il suo seguito, giudicato dalla giuria come miglior disco dell’anno. Una canzone come questa, apprezzabile negli intenti e nel voler lanciare un grido sociale, però non aggiunge molto al suo percorso artistico. Non è migliore di altre insomma, e sul palco inevitabilmente ha tradito emozione.

NEGRITA 7 – tornavano dopo una vita, li attendevo con molta curiosità. Non sono più i “ragazzacci” di “Tonight”, quando si presentarono al Festival in modo forse provocatorio, con un brano non all’altezza. Qui, forti di una carriera ormai invidiabile, viaggiano senza paura, mettendo tutto loro stessi in un brano dal buon impatto. Un testo forte, credo sottovalutato dagli addetti ai lavori, e un’esecuzione a dir poco perfetta. Ci sta alla grande nell’ imminente raccolta di loro successi in uscita con il Festival.

NEK 6 – vale lo stesso discorso fatto per Renga. Porta un brano discreto, lo interpreta al solito più che degnamente ma mi resta ben poco, non mi viene trasmesso molto delle sue intenzioni. Un brano rassicurante, che non rischia e che riscuoterà comunque scontati consensi.

NINO D’ANGELO e LIVIO CORI 6,5 – no, abbiamo appurato che il bravo Livio Cori non è Liberato, ma al di là della suspence, restava intatta la curiosità di capire come i due mondi musicali di Napoli, quello moderno del rapper e quello classico del big Nino d’Angelo potessero amalgamarsi. Beh, lo hanno fatto indubbiamente bene. Necessita però di più ascolti, come a conti fatti molti dei brani sanremesi di quest’anno.

PAOLA TURCI 5,5 – la classe è cristallina, su quello non ci piove, il magnetismo pure, ma la canzone è alquanto deboluccia. Non brutta, ma nemmeno rilevante anche solo paragonata alla recente esibizione su questo palco.

PATTY PRAVO CON BRIGA 6 – la sufficienza ci sta, perché il testo è di buon livello, tra gli autori il grande Zibba, però è proprio l’abbinamento che mi pare forzato, l’amalgama imperfetto che crea spaesamento e che non produce qualcosa di memorabile.

è di Simone Cristicchi il brano più emozionante di questa edizione sanremese

SIMONE CRISTICCHI 8 – non vincerà ma il suo è il brano che più in assoluto mi ha emozionato. Non ha nemmeno un ritornello vero e proprio, o per lo meno, qualcosa che si faccia banalmente cantare, ma in fondo qui di banale non c’è niente, essendo il brano molto intenso, viscerale e allo stesso tempo intriso di poesia. Suggestivo e poi maestoso l’arrangiamento orchestrale a contornare parole che potrebbero invero riguardare tutti noi.

THE ZEN CIRCUS 7 – lo so che Appino ha cantato solo per modo di dire, ma da sempre lui è così. E’ più un animale da palco, un rocker vero, e come lui i suoi sodali. Fa specie piuttosto che gli Zen, pur avendo nelle corde canzoni adatte a un simile contesto (penso ad esempio alla splendida “L’anima non conta”), abbiano voluto davvero rischiare, portando un brano ostico, ruvido, senza compromessi, molto intenso.

il favorito Ultimo non delude, portando un brano interessante e coinvolgente

ULTIMO 7,5 – non è facile gareggiare da vincitore annunciato. Pur tra tanti nomi “forti”, attuali o classici, è proprio lui, vincitore delle passate Nuove Proposte, il più accreditato alla vittoria. Non ha finora sbagliato un singolo in effetti, migliorando anzi in consensi ad ogni nuova uscita. Esegue una canzone in cui il suo stile è ben imperniato, e direi già inconfondibile. Anche il testo, da lui scritto, mostra una promettente maturità. Al primo ascolto ha mostrato qualche carenza ma credo che andrà meglio nel prosieguo della gara.

E per finire il mio personale podio:

1 SIMONE CRISTICCHI

2 THE ZEN CIRCUS

3 NEGRITA

Il mio pronostico finale:

1 ULTIMO

2 IL VOLO

3 IRAMA

PREMIO DELLA CRITICA: Daniele Silvestri (e Rancore)

MIGLIOR TESTO: Simone Cristicchi

MIGLIORE MUSICA: Arisa