Un Festival di Sanremo di grande qualità. Da Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico a Max Gazzè, dai redivivi Decibel ai favoriti Meta e Moro. Chi vincerà?

Devo averlo scritto in qualche commento sui social: probabilmente avevo sottovalutato questo Festival di Sanremo!

Giorno dopo giorno mi sto ricredendo sui brani in gara, che trovo generalmente di livello superiore alle edizioni targate Carlo Conti, per quanto molte di quelle proposte nel triennio in questione siano poi diventati dei buoni successi, anche al di fuori del dorato e ovattato mondo sanremese.

Ammetto di aver avuto una sorta di pregiudizio sulla scelta di Baglioni come Direttore Artistico e come conduttore soprattutto. Col senno di poi confermo le mie perplessità sul suo modo di condurre, per quanto abbia lasciato un buono spazio ai vivaci e tutto sommato convincenti Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino, soprattutto riscontrandogli una sorta di fastidiosa autoreferenzialità… credo che nonostante il suo canzoniere sia sconfinato in decenni di onorata carriera, con un po’ di impegno in più ce la potrebbe fare a proporcelo tutto!

Sono ironico ma non molto in fondo. Davvero ho trovato esagerato questo mettere davanti i propri pezzi, quasi a dire che la sua è la “vera musica”. In realtà poi credo si sia capito dalla scelta degli artisti in gara come abbia privilegiato la qualità delle canzoni, e questo gli fa onore, ritornando alla mia premessa iniziale.

Avevo scritto un lungo post con le mie prime impressioni sul Festival, denotando come i brani presentati fossero sin troppo “classici”; non rinnego quella mia definizione ma di certo non la voglio connotare al negativo, proprio perchè non sempre immediatezza e orecchiabilità sono sinonimi di qualità.

Ne ho sentita tanta di qualità, e questo per me è un merito. Guardo Sanremo da sempre e ne scrivo, voi lettori di questo blog lo sapete, ma ero arrivato “stanco” soprattutto mentalmente all’appuntamento con questa edizione, avevo perso addirittura interesse (mi è capitato persino con il Fantacalcio in questo periodo, e chi mi conosce meglio sa che è quello il vero campanello d’allarme!) e la composizione del cast mi aveva lasciato un po’ l’amaro in bocca.

No, non ho un vero favorito, anche se le primissime impressioni sono confermate, con un podio di miei preferiti che avevo già indicato e che in linea di massima è rimasto invariato. Tuttavia ai tre nomi che avevo scelto ne ho aggiunti altri ed essere arrivati alla conclusione che considero 6 o 7 pezzi di buona qualità è indice che sono pienamente soddisfatto dell’andamento del Festival.

Era dai tempi del Fazio bis, edizione 2014, che non ne contavo così tanti in effetti.

L’orecchiabilità, la melodia più cantabile, il ritornello più a presa facile e diretta, sono garantiti dalla canzone de Lo Stato Sociale, autentica rivelazione dell’edizione, con i quali ero stato piuttosto duro. Forse perchè provenendo il gruppo dal mondo indie, mondo che sento molto affine alle mie corde, mi aspetto sempre qualcosa in più. Loro però sono rimasti sè stessi, alzando anzi l’asticella, riuscendo a colpire anche l’ascoltatore medio in positivo, risultando ironici e simpatici, tanto che le stonature consuete sono passate in secondo piano. Pensare a un Gabbani bis, con i quali invero spartiscono poco, se non nulla, è quanto meno azzardato e, riconoscendo come detto che ci sono brani di ottima fattura in questa edizione, sarebbe troppo che a vincere fossero proprio i cinque ragazzi bolognesi.

Credo che, superate le polemiche, la Palma d’Oro di Sanremo andrà alla coppia Meta-Moro, già attesi alla vigilia e che hanno fatto il loro compito nel migliore dei modi, proponendo una canzone dal buon intento sociale, intensa al punto giusto e interpretata ottimamente. Hanno tutti gli ingredienti, li ho sempre generalmente apprezzati, ma ammetto che il mio cuore quest’anno propenda per altri.

La mia canzone preferita, e non l’avrei mai detto alla vigilia, è quella di Ornella Vanoni, magistralmente accompagnata da Bungaro e Pacifico: che classe ragazzi, per un brano che ha un testo riuscito, sull’amore e la consapevolezza del tempo che passa e che muta i rapporti umani. Non vinceranno ma spero si piazzeranno sul podio.

Anche la poetica composizione di Max Gazzè mi ha colpito da subito: sbagliatissimo aspettarsi dall’istrionico cantautore romano solo funambolismi e canzoni carine e frizzanti. Da sempre Max è in grado di emozionare con la profondità dei versi, scritti quasi sempre assieme al fratello Francesco e la solennità della musica, e questa fiaba tratta da una leggenda del Gargano, Terra d’origine di mia moglie (inconsapevolmente me la sono sentita vicina!), ne è una piena conferma!

Confermo anche una preferenza per Luca Barbarossa, anch’egli sorprendente in queste vesti, sebbene da tempo sia propenso per una proposta di stampo cantautorale. Immagino che se questa canzone l’avesse eseguita Il Muro del Canto, acclamato gruppo romano molto lodato dalla critica, avrebbe avuto più risalto.

Supera la prova del tempo anche la canzone di Diodato con Roy Paci e quella di Enzo Avitabile con Peppe Servillo. Tutti questi nomi in pratica li avevo già fatti, sono quelli “di qualità” a cui avevo fatto riferimento, ma in extremis dopo diversi ascolti, mi va di inserire nel lotto anche il brano dei Decibel. Ieri nel duetto sono stati tra i più convincenti secondo me, anche per loro grande classe indubbiamente!

A conti fatti, a sfigurare, ma non per colpa loro, quanto appunto perchè si trovano davanti ottime canzoni, sono le interpreti femminili, tutte alle prese comunque con brani dignitosi: Annalisa, Noemi e Nina Zilli. Mi fa specie che nelle retrovie si stia piazzando Noemi, il cui testo mi piace molto e con lei al solito in grado di trasmettere emozione e trasporto. La Zilli è molto composta in un brano, “classico” nella struttura, ma dagli spunti interessanti, a partire dal tema, trattato con delicatezza e orgoglio.

Dopo aver ascoltato il brano inedito di Lucio Dalla cantato dalla divina Alice, beh, cala il giudizio su Ron: l’avesse presentata al Festival lei avrei parlato di podio sicuro, il buon Rosalino purtroppo non la rende a dovere.

Al secondo appello mi è parso banalotto il brano di Red Canzian, che trovo degno di nota per il modo in cui l’autore l’ha interpretato, con grande umiltà ma anche con piena convinzione, gettando il cuore oltre l’ostacolo e gridando al vento a pieni polmoni tante cose che aveva dentro, quasi come se nei Pooh si sentisse schiacciato dalla presenza di Roby. Scherzo, ci mancherebbe, ma alla prova del canto, ha assai deluso Facchinetti mai visto così giù di corda, quasi caricaturale e al cui cospetto se non altro l’affascinante Riccardo Fogli ha risposto con garbo e un’interpretazione decisamente migliore, se non altro tra le righe.

Promossi con riserva i Kolors, non male in generale ma rimango convinto debbano cantare in inglese, anche se così facendo nel giro di poco scompariranno perchè in Italia per far successo nel pop devi cantare nella tua lingua. Non mi dicono nulla Le Vibrazioni, la loro reunion non mi ha fatto chissà quale effetto, non mi hanno mai fatto impazzire… buoni musicisti, canzoni pop rock discrete, valide per dare un’alternativa alla musica leggera ma scarse in confronto con quelle degli epigoni rock nostrani a loro contemporanei. il brano sanremese in gara è cantato con la consueta grinta da Francesco Sarcina ma non basta.

Non ho mai citato Mario Biondi e Giovanni Caccamo in un mio pezzo; per il primo vale quanto detto per i Kolors: per la sua proposta musicale rende decisamente meglio in inglese, con quella splendida voce soul che si ritrova. Caccamo invece ha di fatto cantato all’esordio il suo brano migliore, quando vinse tra i Giovani con l’ariosa “Ritornerò da te”: da allora non ha più avuto un guizzo degno di nota, non mi arriva, nonostante l’indubbia bella voce.

Renzo Rubino ha un grande talento, propone sempre brani molto particolari, intensi e mai banali. Lo trovo decisamente bravo ma non è il tipo di cantautore che ascolterei di mia spontanea volontà. Nel contesto sanremese può spiccare per sensibilità e spessore e di certo non lo metto tra i peggiori ma nemmeno credo abbia quel quid per aspirare al podio.

Elio e Le Storie Tese continuo a faticare a giudicarli in questa edizione. Il loro brano rimane nel limbo, nè ballata, nè veloce, nè seria, nè allegra… un saluto che avrebbe potuto essere migliore avessero puntato su un versante o sull’altro. Da loro non ci si aspetta mai canzoni normali, lo dimostra anche la loro storia al Festival.

I giovani invece mi avevano colpito sin dalle prime esibizioni. Il verdetto per me è giusto, ci può stare, nonostante io tifassi apertamente per il romano Mirkoeilcane (che però ha vinto meritatamente il Premio della Critica). Ultimo però ha un brano solido, che arriva dritto, il suo cantato è moderno, l’arrangiamento davvero bello, con i fiati a colorare il pezzo a dovere. La vittoria finale può essere un buon viatico per la sua piena affermazione.

Dividendo per fasce come stanno facendo i conduttori dal primo giorno per dare delle indicazioni al pubblico, faccio anch’io così per delineare i miei gusti.

FASCIA BLU: Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico; Max Gazzè; Diodato e Roy Paci; Enzo Avitabile e Peppe Servillo; Luca Barbarossa; Ermal Meta e Fabrizio Moro; Decibel

FASCIA GIALLA: Noemi; Lo Stato Sociale; Nina Zilli; Annalisa; The Kolors; Renzo Rubino; Ron

FASCIA ROSSA: Elio e le Storie Tese; Red Canzian; Mario Biondi; Le Vibrazioni; Giovanni Caccamo; Roby Facchinetti e Riccardo Fogli

 

 

Annunci

Prime impressioni sul Festival di Sanremo 2018

E’ iniziato il Festival di Sanremo, molto si è già detto e scritto, dei conduttori, delle canzoni (ci mancherebbe, ché il succo di ogni manifestazione musicale dovrebbe essere poi quello), delle polemiche persino, se è vero come è vero che si è creato un vero e proprio precedente con la partecipazione in gara del brano (tra l’altro a mio avviso tra i migliori ascoltati durante la serata inaugurale) di Fabrizio Moro e Ermal Meta, che – non solo nel ritornello – riprende pari pari un altro brano scritto da Andrea Febo e già presentato nella sezione Giovani due anni fa.

Febo che è co-autore con gli stessi Moro e Meta dell’incriminata canzone “Non mi avete fatto niente”. Personalmente sono felice di poterla riascoltare in gara ma altresì mi rimangono dei dubbi su questo regolamento che, a quanto pare non risulta essere stato violato.

Il brano, come detto, è molto valido, sia musicalmente che a livello di testo, e i due cantautori, che hanno di recente diviso in diverse vesti l’esperienza nel programma Amici, dando probabilmente il là a una loro collaborazione, sono tra i favoriti dell’intera kermesse, sperando per loro che non  vi siano delle ripercussioni negative, qualche strascico dopo l’amara vicenda terminata a lieto fine.

Le venti canzoni invero mi sono parse sin dal primo ascolto molto “classiche”, il ché non significa necessariamente affibbiarne un’accezione negativa ma… in alcuni casi forse si è esagerato.

Proposte come quelle del duo ex Pooh Roby Facchinetti/Riccardo Fogli sono sembrate francamente modeste, senza far trasparire emozione nel cantato. Meglio l’altro Pooh Red Canzian che almeno c’ha messo cuore e anima nell’esecuzione, pur nell’ambito di un arrangiamento sin troppo maestoso.

Bado al sodo e indico subito la mia triade di favoriti, indicando in una rediviva Ornella Vanoni, magistralmente accompagnata da due fuoriclasse del cantautorato come Bungaro e Pacifico, una delle sorprese più positive, per un brano assai raffinato.

Alla stessa pregiata”razza” appartengono anche la suggestiva canzone proposta da Max Gazzè e quella di Luca Barbarossa, molto convincente nella sua prima esibizione in dialetto romano.

La maggior parte delle canzoni, occorre rimarcarlo, sono dignitose e si staccano dal contesto “poppettaro” ben presente nelle tre precedenti edizioni marchiate Carlo Conti. Un po’ a sorpresa, tuttavia, l’Auditel ha saputo premiare questa “coraggiosa” scelta del direttore artistico Claudio Baglioni (un po’ impacciato secondo me nelle vesti anche di conduttore; molto più sul pezzo e sciolti Pierfrancesco Favino e Michelle Hunziker), come a dire che per il facile disimpegno ormai ci sono tanti altri canali reperibili. Non sono mancati in ogni caso episodi più vivaci, frizzanti, meno seriosi, come ad esempio per Lo Stato Sociale, eroi indie che solitamente fanno il pieno al Concerto del Primo Maggio e man bassa di consensi tra gli universitari fighetti ma capaci di poter arrivare al grande pubblico che in loro già vedono delle affinità con l’ultimo vincitore del Festival Francesco Gabbani… io non ci trovo assolutamente nulla di assimilabile al brillante cantante toscano ma tant’è: è probabile un exploit del gruppo, sulla falsariga, questo sì lo dico con convinzione, degli Elio e le storie Tese prima maniera, per quanto siamo distanti anni luce per tecnica e personalità.

Proprio Elio e soci mi hanno lasciato un po’ l’amaro in bocca, oltre a una velata malinconia che traspare anche dalla canzone, paradigmatica, presentata in gara: “Arrivedorci” è del tutta priva della proverbiale verve e genialità a cui il gruppo milanese ci aveva abituati negli anni ma rimarrà storica proprio per il suo essere commiato ufficiale della storica sigla sociale, attiva ininterrottamente dal 1980!

Anche i Decibel non mi hanno entusiasmato molto ma riconosco il buon gusto musicale del vecchio Enrico Ruggeri, pure troppo, visto che il brano in questione avrebbe potuto presentarlo benissimo da solo, anche se ovviamente non avrebbe beneficiato dell’effetto trainante del glorioso nome del gruppo.

Aggiungo alla lista delle canzoni che più mi sono piaciute quelle di Diodato (con Roy Paci a supporto), sempre molto intenso, del duo Avitabile/Servillo (gran classe ma quella la davo per scontata nel loro caso) e di Ron, anche se ammetto che l’effetto “Lucio Dalla” conta molto, visto che il compianto artista bolognese aveva scritto il pezzo, lasciandolo nel classico cassetto.

Solitamente vado di pagelle sin dai primi ascolti ma quest’anno andrò controcorrente e pubblicherò solo a Sanremo ultimato i miei giudizi, confrontandoli ovviamente con quelli della Giuria e dei votanti.

Intanto già ieri ho avuto la mia prima parziale “delusione” nell’appurare all’ultimo posto, seppur provvisorio, il nome fra le Nuove Proposte di Mirkoeilcane che ha invece proposto quello che a mio modesto avviso è il brano PIU’ BELLO E INTERESSANTE DI TUTTO IL FESTIVAL DI SANREMO: una “Stiamo tutti bene” che davvero non può lasciare indifferente, così come il talento assoluto e unico di questo giovane cantastorie che già avevo avuto modo di apprezzare in un’edizione della rassegna “Musicultura”.

Sanremo al rush finale: ecco le mie impressioni e i miei pronostici.

Per la prima volta dopo tanti anni, ho seguito il Festival di Sanremo a tratti, sovrastato da stanchezza e altri impegni.

Certo, qualcosa in diretta ho sentito ma il più delle volte mi sono avvalso di recuperi dal web, di video già dalle prim’ore dopo le esecuzioni disponibili su youtube, partecipando piuttosto passivamente (non avendo visto del tutto le serate live)  pure al giochino – ultimamente un po’ stucchevole – della ricerca della “battuta facile”, ironica, sarcastica, spesso velatamente condita da offese su questo o l’altro artista.

Chiaro, anch’io sin dagli eroici anni universitari, mi dilettavo con gli allora compagni d’appartamento a commentare, a volte entusiasta, altre sconcertato o irriverente, le performance o i look dei cantanti in gara, ma ora mi pare ci sia gente che della musica italiana gliene freghi ben poco e si atteggi e basta.

Io non ho di questi problemi, passando da ascolti compulsivi di musica indie, d’autore e ricercata a quella più smaccatamente pop. E in fondo tutti sanno, perché Sanremo non è cambiato di una virgola, che questo Festival non è “solo” musica, ma anche spettacolo, intrattenimento, lustrini e paillettes.

Venendo finalmente alle canzoni, ammetto che un po’ mi spaventava l’eccessiva infornata di artisti usciti dai talent.

Non sono integralista, ben vengano le commistioni e che si dia uno sguardo a ciò che “vende” di più, ma allora sarebbe giusto che ci fosse un giusto mix tra classici, emergenti “veri”, fuoriusciti dai talent e altri appartenenti al rango della musica su citata che prediligo. Invece la fetta destinata (?) alla musica indipendente è stata fagocitata e in tal senso l’ultima edizione che davvero mi ha convinto è stata quella del Fazio Bis, con a fianco di cantanti mainstream, altri di area alternativa come Riccardo Sinigallia, i Perturbazione, The Niro o Diodato, ma in fondo anche il buon Cristiano De Andrè.

Al di là che non avessero fatto domanda o che gliene importi una mazza di un evento del genere, mi sarebbe piaciuto vedere sul palco gente come Brunori, Mannarino o i Baustelle, freschi di convincenti (dal mio punto di vista) lavori discografici.

Accontentandoci di quello che passava, e bando ai pregiudizi, sapevo che lo spettacolo sarebbe stato comunque televisivamente appetibile, con due mostri sacri come Carlo Conti e la De Filippi.

Le canzoni – come sempre accade – con gli ascolti si insinuano, si fanno più interessanti.

Però anche da parte di chi partiva coi chiari favori del pronostico, alludo principalmente a Fiorella Mannoia e a Sergio Sylvestre, sono mancati a mio avviso gli acuti (in senso metaforico).

Probabilmente lo stesso arriveranno per loro dei premi, in fondo non ci sarebbe da gridare allo scandalo, ma in partenza pensavo a qualcosa di diverso.

Iniziamo dalle Nuove Proposte, sicuramente più valorizzati rispetto alla crudelissima formula dei due anni precedenti che prevedeva scontri diretti. Tutti si sono esibiti, hanno avuto il loro quarto d’ora di celebrità (orologio alla mano, un po’ meno) e pochi – rispetto agli anni d’oro, tipo i ’90 quando il vivaio sanremese sfornava talenti a ripetizione – rimarranno nel tempo.

Dubito anche che usciranno da qui dei nuovi Gabbani o Meta, che come vedremo ben si stanno disimpegnando fra i “grandi”.

Vince Lele con merito, e non solo perché viene da Amici, come subito sottolineato dai malpensanti che auspicavano la vittoria di Maldestro, giunto invece secondo.

Chiaro, il secondo – scusate il gioco di parole – era l’opposto del giovane virgulto “defilippiano”,  essendo già noto nei “miei” ambienti, con un suo seguito e una sua credibilità artistica, però secondo me non aveva sul palco quel “quid”, non l’ho visto a suo agio come successe ad esempio al grande Zibba quando giunse anch’egli secondo dietro allo scoppiettante Rocco Hunt ma facendosi comunque notare (era appunto l’edizione Faziana, quella a cui alludeva prima)

Gli altri due hanno cantato brani in linea con la tradizione, personalmente Guasti non mi ha trasmesso nulla, mentre se non altro Lamacchia qualche emozione sincera l’ha lasciata trasparire. Il suo brano in questo contesto mi piaceva, ma era forse sin troppo demodè.

Nemmeno gli eliminati tra i Big mi hanno sorpreso più di tanto, come ho già scritto in sede di commenti, pur con i distinguo del caso.

Le due coppie, fatte fuori alla prima tornata, c’entravano assai poco col contesto. Se almeno il pezzo di Nesli e Alice Paba aveva un buon ritornello (in cui di contro veniva meno il concetto di duetto, visto che la flebile voce dello pseudo rapper era sovrastata da quella della vincitrice di The Voice) e in radio potrebbe funzionare, quello di Raige e Georgia Luzi ha fatto acqua da tutte le parti.

Leggo commenti sbigottiti sulle eliminazioni dei tre grandi classici e della Ferreri. Musicalmente forse avrei dato una chance perlomeno a Ron (in una qualsiasi gara “qualitativa” avrebbe sbaragliato un Bernabei, per dire), mentre Al Bano e Gigi D’Alessio hanno presentato delle canzoni sin troppo in linea con la tradizione. Onore a Carrisi, il suo è un brano di buon livello ma l’ha cantato in tono dimesso, non sembrava certo in formissima (e comunque tornare sul palco dopo i noti problemi di salute che l’hanno colpito è stato ammirevole da parte sua). D’Alessio aveva un testo interessante e molto personale ma non corredato da ‘sta gran melodia, era troppo ingabbiato, senza scossoni.

Diverso il discorso su Giusy, il cui brano molto probabilmente si farà ampia strada tra i singoli e in radio ma che dal vivo non ha reso, complice delle interpretazioni precarie, direi sconcertanti.

I miei pronostici della vigilia andavano alla Mannoia (sai che novità!) e la rossa non si può dire che abbia sbagliato pezzo. Le stimmate del brano vincitore sono ben visibili, ma mi sarei aspettato qualcosa di meno “retorico” e buonista. Non una rivoluzione ma già la canzone recente che ha interpretato per la colonna sonora del film “Perfetti Sconosciuti” mi pareva più incline alle sue corde.

Credo sul podio ci finirà anche Ermal Meta e la cosa mi farebbe molto piacere. Sin dai tempi del suo gruppo “La Fame di Camilla”, con cui giocò un Sanremo Giovani all’altezza nel 2010, il cantautore albanese dimostra di saperci fare con le parole e le melodie. Qui ha puntato più in alto con un brano non facile ma di grande impatto, senza tener conto del figurone fatto nella serata delle cover, dove ha giustamente vinto.

Al terzo posto metterei uno tra Fabrizio Moro, in grado sempre di trasmettermi tutte le emozioni che riversa nei suoi pezzi e nel cantato sofferto, Francesco Gabbani, la cui canzone è assolutamente irresistibile e una rediviva Paola Turci, in autentico stato di grazia.

Ho apprezzato anche le canzoni di Masini e Zarrillo, pur riconoscendo che non abbiano portato i brani “della vita”… almeno il primo ha rischiato, interpretando un brano lontano dai suoi canoni.

Sergio creda abbia gettato al vento un’occasione importante. Poi magari vincerà, l’accoglienza del pubblico è stata ottima. Però, ragazzone, Madre Natura ti ha fatto dono di una voce stupenda e se non ti sai scrivere le canzoni, devi almeno sapertele scegliere. Uno che ha note soul così evidenti, capace di cantare indistintamente John Legend o Barry White, non può trovarsi a tentare note altissime, urlando stonato e forzando la voce in un falsetto innaturale.

Gli altri in gara non mi hanno suscitato chissà cosa. Lodovica Comello è carina, fa tenerezza ma la sua canzone è leggerina, con pochissima sostanza. Michele Bravi canta benissimo, la voce può piacere o meno ma umanamente mi fa simpatia e la sua storia è quella di uno cui i talent hanno più nuociuto che altro. Chiara sa cantare ma ha poco peso specifico, specie in gare come questa. Stesso discorso vale per Elodie, la cui presenza scenica e sicurezza nel canto non basta, quando hai un pezzo monocorde, ripetitivo e noioso.

Per Clementino applico il discorso fatto per Michele Bravi, pur partendo da contesti diversi.  E’ uno vero, ha la faccia simpatica e pulita. Purtroppo non ha osato molto, aveva un tema che si prestava a un testo più profondo e meno all’acqua di rose. Se sei rapper, e lui è davvero partito dal basso, te lo potevi permettere.

Non riesco proprio a trovare qualcosa di interessante in Alessio Bernabei. Oltre ad avere spocchia –  ok, dovrei evitare di giudicare simili aspetti – e una certa padronanza del palco, non trovo in lui grandi qualità. Non ha una gran voce, di quelle che si fanno ricordare per l’originalità o il tratto, ma soprattutto non ha le canzoni, tutte annacquate da arrangiamenti “moderni”, a nascondere una povertà di idee lampante.

Chiudo con la più bersagliata dal mondo social: Bianca Atzei. Ovvio, anche a me da’ fastidio sapere che sotto c’è una macchina discografica massiccia che ce la sta imponendo a forza in tutte le salse, in tutti i programmi, in tutte le manifestazioni. Visto che mi sono affidato in precedenza a  soggettivissime valutazioni “ a pelle” nei confronti di altri, va beh, dico che lei non è che ti ispiri tutta questa empatia, però arrivare a pensare che ieri durante la sua esibizione abbia fatto finta di commuoversi fin quasi alle lacrime per far presa sulla giuria e sul televoto mi pare francamente eccessivo. La sua è una canzone ariosa, fuori tempo massimo e con un testo che forse Kekko avrà scritto per la fidanzatina quando stava alle Medie, ma lei canta bene e in queste vesti è credibile.

La mia prima esperienza al Premio Tenco. Dove si celebra da 40 anni la miglior canzone d’autore italiana, e non solo

Come accennato nel post precedente, dedicato alla ripresa del mio programma radiofonico Out of Time, in onda su yastaradio.com, nel weekend scorso sono stato ospite al Teatro Ariston in occasione del Premio Tenco, la più importante e prestigiosa rassegna sulla canzone d’autore italiana, giunta alla sua 40a edizione.

download-1

Era la mia prima volta da giurato, la mia prima volta a Sanremo, la mia prima volta in quello storico teatro, conosciuto ai più per la storica gara canora che si tiene a febbraio, ma per i più attenti cultori noto anche per l’altrettanto storica (ormai) rassegna in memoria di Luigi Tenco, che proprio nella cittadina ligure decise di porre fine alla sua vita, nel 1967.

Inutile dire che l’emozione mia è stata tanta, tangibile, per quanto io non sia tipo da esternare, e anche se per motivi di lavoro e altri impegni, non ho potuto assistere a tutte e tre le serate dedicate, devo dire che quella di venerdì 21 è riuscita appieno a soddisfare i miei palati musicali, non tradendo le mie aspettative. E spero vivamente di poter dare il mio contributo di appassionato ascoltatore e cultore di certa musica italiana, anche l’anno prossimo.

Il Club Tenco, il cui responsabile artistico è il noto giornalista musicale Enrico De Angelis, ha allestito una tre giorni ricca, non mancando di omaggiare Luigi nella serata conclusiva di sabato 22, con la presenza di tantissimi artisti ad alternarsi per cantare le sue più leggendarie canzoni.

Ottima musica, della più varia, sprigionata su quel palco che, se dalla tv appare grande, finanche maestoso, dal vivo ha assunto contorni diversi, dando anzi l’effetto di grande intimità e calore.

Niccolò Fabi, giustamente riconosciuto come erede legittimo dei grandi cantautori italiani

Niccolò Fabi, giustamente riconosciuto come erede legittimo dei grandi cantautori italiani

Purtroppo non c’era pieno, e se da una parte me l’aspettavo – non si trattava certo di musica commerciale o della più conosciuta alla massa – dall’altra penso che molti, soprattutto locali – io per dire sono partito dalla mia Verona – abbiano perso l’occasione di gustarsi un ottimo spettacolo, ben condotto in ogni sua parte dal brillante Antonio Silva. Una serata interessante dal punto di vista musicale, e non solo nel vedere passare in rassegna i vincitori delle varie categorie (nella serata di venerdì Claudia Crabuzza, vincitrice ex aequo con James Senese della Targa miglior album in dialetto – e lingue minoritarie, come si è voluto sottolineare, visto che l’algherese altro non era che una versione locale del catalano; Paolo Sentinelli in rappresentanza del miglior brano, essendone autore col compianto Francesco Di Giacomo, e Niccolò Fabi, che si è affermato nella categoria miglior album).

Al di là delle loro esibizioni, tutte convincenti, compresa quella di Andrea Setta in sostituzione di Elio e le Storie Tese, in origine interpreti del brano vincitore “La Bomba Intelligente” (e coinvolgente e toccante in particolare quella di Fabi e la sua giovanissima band), ci sono stati altri momenti da ricordare.

Gianluca Secco, cantautore sui generis, capace di coinvolgere tutti nel suo vortice emotivo di teatro, musica e parole

Gianluca Secco, cantautore sui generis, capace di coinvolgere tutti nel suo vortice emotivo di teatro, musica e parole

Su tutti l’intensità interpretativa e scenica del cantautore/poeta/performer Gianluca Secco, anch’egli vincitore di un Premio Speciale tra coloro che parteciparono a una sorta di concorso/audizione, e abilissimo nel tenere il pubblico inchiodato alla sua esibizione, come rapito da così tante suggestioni. Una resa live che ha premiato maggiormente la forza di un disco già di suo riuscito e pieno di spunti letterari come “Immobile”. Ho avuto anche il piacere di conoscerlo e complimentarmi con lui nel corso dell’esclusiva cena che si è tenuta al termine dello spettacolo al PalaFiori. Una persona riservata, quasi schiva, ma anche presumo pienamente consapevole della sua forza evocativa e delle sue potenzialità.

Come non citare poi l’esibizione del mitico Stan Ridgway, per l’occasione premiato dal critico e scrittore Federico Guglielmi (a proposito, un piacere è stato anche scambiare qualche chiacchiera con lui) e della raffinata portoghese Lula Pena, col suo ipnotico fado.

A colpirmi molto poi sono state anche le canzoni del nuovo album del grande Enzo Avitabile, accompagnato tra gli altri dalla palestinese Amal Markus. Una persona squisita Enzo, così come il fratello Carlo che lo accompagnava alle percussioni, e da tanta sensibilità, non solo artistica, è scaturito un nuovo grande disco, a pochi anni di distanza dal superlativo “Black Tarantella”, col quale aveva ottenuto una Targa Tenco. Che sia prossimo a una nuova affermazione fra 12 mesi, in quella che sarebbe un’edizione carica di significato, visto che cadrebbe a 50 anni dalla morte del grandissimo Luigi.

in grado di tenere magnificamente il Palco e di divertire suonando con passione

la Bandakadabra, in grado di tenere magnificamente il Palco e di divertire suonando con passione

A far divertire il pubblico c’hanno poi pensato il dissacrante Ivan Talarico, in cartellone sin dal giorno precedente, ma che ha fatto capolino di nuovo con le sue bizzarre e demenziali canzoni, e soprattutto la funambolica Bandakadabra, con le sue incursioni e l’allegria contagiosa dei suoi giovani componenti. Sono capitato nel loro tavolo a cena e sono troppo forti, oltre che talentuosissimi!

Insomma, io al Premio Tenco mi sono divertito molto, anche se l’ideale sarebbe tuffarsi in una tre giorni sanremese per poter celebrare al meglio quella che è tutto fuochè musica “vecchia” (o per vecchi) ed elitaria, visto che le belle canzoni sanno arrivare al cuore di tutti.

Recensione di “Pastis”, ultimo disco degli Arturocontromano per Libellula Records. Dove la patchanka diventa d’autore.

Con il loro ultimo lavoro: “Pastis”, uscito tre mesi fa, nel marzo 2016, i torinesi Arturocontromano sembrano aver raggiunto lo zenit del loro percorso artistico e musicale, nato al tramonto del vecchio millennio all’insegna del puro “do it yourself”.

headere-1024x718

Nulla a che spartire comunque col punk, quanto meno a livello di sonorità, laddove sin dagli esordi hanno sempre saputo e voluto giocare con i generi, spesso legati a matrici folk, reggae o ska e regalare atmosfere al più festose, quasi danzerecce.

Uscito per l’interessante label Libellula Records, il disco mette in mostra una evidente maturità compositiva raggiunta dai ragazzi e soprattutto un’eterogeneità dei suoni e degli umori.

Siamo più dalle parti di una patchanka sonora, che a volte viene indicata quando non si sa come etichettare quei prodotti “strani” ma allo stesso tempo intriganti, obliqui, ondivaghi.

Canzoni che sanno accogliere, confortare, regalarci finanche sorrisi e rilassare, in episodi come la scoppiettante “E la sera”, alla Fred Buscaglione, molto swingante nell’incedere e trascinante nell’insieme, la successiva “Fermo a Carnevale”, con atmosfere un po’ retrò, da film francese o la sognante “Il cassetto”, che invece è in grado di riecheggiare una band a loro vicina anche geograficamente come i Mau Mau.

Ma sono tutti degni di nota gli otto brani proposti, che mirano in qualche modo ad avvicinare nell’immaginario il guru Vinicio Capossela, nella sua capacità di manipolare nel migliore dei modi così tanti strumenti e riconsegnarci un disco che, fosse uscito nei ’90, in pieno boom di combat folk (anche se a onor del vero, l’ambito politico ‘è tenuto praticamente fuori dal songwriting di Valerio Amendola e soci), avrebbe certamente fatto bella mostra di sè tra le classifiche di vendita.

Alla riscoperta di un grande album italiano degli anni ’10: “Duramadre” di Eva Poles

E’ un po’ di tempo che su queste pagine “virtuali” non mi occupo più di musica, almeno restringendo il campo alle recensioni.
Conclusa per il momento la mia esperienza a Troublezine (ma mai dire mai!), causa sovraccaricarsi di impegni, mi ero ripromesso che qualora avessi sentito l’“urgenza” di parlare di un disco, vecchio o nuovo che fosse, l’avrei fatto, in barba a logiche promozionali o contingenze di uscite o eventi.

E’ per questo che oggi voglio ritagliarmi uno spazio dal fervore lavorativo per dedicare qualche riga a un album uscito ormai 4 anni fa, ma che mi sono ritrovato ad ascoltare con molta più calma e attenzione nelle scorse settimane.
Più in generale avevo voglia di riportare alla luce la stella mai sopita di una grande artista rock: Eva Poles.

download

Sì, proprio l’ex voce dei Prozac +, popolarissima band dalla seconda metà degli anni ’90 fino in pratica all’inizio del nuovo millennio, quando forse si era perso l’interesse (parlo della massa) per quella formula vincente di canzoni all’apparenza sbarazzine o futili, ma in realtà quanto di più profondo e oscuro si fosse sentito in quegli anni in merito a scottanti temi giovanili. Loro lo facevano con franchezza e candore, colpendo a pieno muso l’ascoltatore con velocissime cantilene dal sapore pop punk.
Pur essendo principalmente Gianmaria Accusani l’autore dei brani e in definitiva l’ideatore del progetto, è indubbio che il supporto, anche scenico, delle sue due compagne di viaggio (oltre a Eva, al basso stava Elisabetta Imelio, tuttora sua sodale nei Sick Tamburo), era determinante ai fini del successo e dell’affermazione del gruppo.
In particolare la presenza sul palco della cantante era di quelle che catturavano l’attenzione, che coinvolgevano, grazie al suo carisma e al suo magnetismo.

Mai sciolti ufficialmente i Prozac +, se appunto di Gianmaria e Elisabetta si era tornati a parlare per l’efficacia dei loro nuovi pezzi a nome Sick Tamburo, di Eva Poles si erano invece progressivamente perse le tracce, almeno da un punto di vista del clamore mediatico, anche se l’abbiamo sempre saputa attiva a coltivare lo studio e le forme espressive della sua voce, oltre che impegnata come docente di canto moderno, giurata in vari contest e deejay.

La musica attiva, intesa come protagonista assoluta della sua vita, è rientrata dapprima grazie al coinvolgimento nel progetto ad ampio respiro Rezophonic, nato per iniziativa del polivalente musicista Mario Riso, da molti anni impegnato a sostenere l’associazione AMREF, in cui sono stati chiamati a raccolta, di volta in volta, disco dopo disco, tantissimi esponenti della scena indie-rock-metal italiana.
La Poles fece capolino in alcuni video, incantando in Spasimo, anche se fu con Regina Veleno, uscita nel 2011, che prestò la sua voce solista alla causa, per un ficcante brano dalla melodia mozzafiato su tappeto sonoro in odor di punk metal. Questo pezzo fu scritto da lei, e figurava in un progetto embrionale ancora non del tutto a fuoco.
Nei Rezophonic a più titoli collabora anche Max Zanotti, indimenticato leader dei milanesi DeaSonika, e sarà proprio con lui che, spontaneamente, si poggeranno le prime basi per la nascita di un lavoro nuovo di Eva, stavolta in primo piano, col suo nome e cognome.
Quindi si può dire che fu proprio la travolgente Regina Veleno (nella quale, ad un orecchio attento, è possibile riconoscere qualche atmosfera dei Prozac +, come forse sarebbero diventati) ad accendere la scintilla giusta, tanto che poi fu inserita anche in Duramadre, il suo primo (e finora unico) album.

La copertina di Duramadre, il cui disegno è stato realizzata dalla stessa Eva Poles a simboleggiare il proprio nome

La copertina di Duramadre, il cui disegno è stato realizzata dalla stessa Eva Poles a simboleggiare il proprio nome

Dall’azzeccatissimo titolo, giunto in extremis (come ha raccontato la diretta interessata), il disco mette in mostra in 10 brani autografi (eccezion fatta per Chainless, composto dallo stesso Zanotti su testo di Marta Innocenti), una cantautrice matura, consapevole, ispirata, pienamente a suo agio nel nuovo status.

Sono canzoni ipnotiche e dai ritmi cadenzati (penso al brano d’apertura MaleNero, dai toni dark), simboliche (la successiva 6, caratterizzata da riusciti giochi di parole, dalle atmosfere vicine a certa new wave anni ’80, quella più nobile), melodiche, a tratti sinuose, altre volte dirompenti.
Cadono nuvole, brano corredato da un intrigante video in bianco e nero, riflette al meglio l’umore generale dell’intero album, pur essendoci alternanza in questo senso nelle varie canzoni, sia per tematiche che per scelte di arrangiamenti. Lo fa perché sembra rappresentare al meglio l’artista, fotografandola in uno stato di grazia e riuscendo a consegnarcela nella fase di passaggio tra il passato (nei toni cantilenanti delle strofe) all’odierno: come a dire, l’evoluzione nella continuità.

Il Giocatore è probabilmente il pezzo più diretto del disco, nel quale si preferisce non far uso di metafore particolari, affidandosi piuttosto all’immediatezza. Un brano nudo e crudo, che come La Prima Scelta ci mostra il lato più disilluso di Eva.
Con Il Nemico non ci si discosta dalla consapevolezza di un rapporto che arreca più danni che altro, ma a cui non ci si riesce a sottrarre. Solo che qui Eva usa un registro diverso: meno rabbia e più morbidezza nella sua voce, come se il destinatario della missiva non fosse in realtà oggetto d’odio, tutt’altro.
Temporale utilizza un espediente letterario particolare (lo spelling a meglio scandire il concetto “ci sei o no”) su un tappeto sonoro elettrizzante – ed elettrico.
LIUSS (acronimo per Lontano In Una Stanza Stretta) è invece una sorta di ninnananna fluida, dolcissima e avvolgente, in cui la voce di Eva si fa calda e rassicurante, delicata ed eterea.
A chiudere il disco una Regina Veleno dalla nuova veste sonora rispetto al singolo uscito nel disco dei Rezophonic: meno enfatica e ruggente, più intimista e placida, grazie a un arrangiamento dove la fanno da padrone gli archi e a una interpretazione della cantante molto differente, giocata su tonalità più alte.

Insomma, riascoltandolo a distanza di anni, ci siamo ritrovati davanti a un gioiello, nemmeno tanto allo stato grezzo, se consideriamo che produzione, registrazione e arrangiamento sono indubbiamente azzeccatissimi e ideali a far emergere tutto il potenziale e il talento della cantautrice.

Le canzoni suonano benissimo, la voce e la musica appaiono pulite, ma non patinate, adatte anche a meravigliare i palati più “indie”.
L’unico motivo per cui riesco a darmi una spiegazione del fatto che il lavoro non abbia, a distanza di 4 anni dalla pubblicazione, raccolto i giusti consensi e riscontri, è l’eccessiva produzione musicale che nell’ultimo lustro ha investito l’ascoltatore, non solo quello medio, ma anche quello più attento.

Io mi voglio “giustificare” in un certo senso, perché quando l’album uscì (come i lettori più affezionati di questo blog ricordano), ero alle prese con gravi problemi di salute, che mi sarei protratto anche per tutto l’anno successivo… Però, cavoli, mi sembra che molto lentamente, troppo forse, siano usciti articoli o segnalazioni del disco, quando invece di prodotti nettamente meno meritevoli spuntano informazioni e condivisioni ovunque. Ma è chiaro che sui meccanismi che sottintendono la nascita dell’hype su questo o quel disco è difficile dare delle risposte.

O forse molto più semplicemente (come ho avuto modo di confrontarmi sul tema con la stessa Eva), manca quel fermento sociale e culturale, quella spinta che veniva data anche dal contesto – e che quindi agevolava quei gruppi e artisti che volessero proporre qualcosa di forte e innovativo – che invece era presente nei già citati anni ’90, che mi auguro non resteranno gli ultimi a dare una certa rilevanza al rock nostrano.

Certo, il panorama odierno sembra aver cambiato completamente direzione, facendo perdere alla musica la sua centralità nella vita delle persone, specie dei più giovani, ma spero che come una ruota che gira, tornerà in auge prima o poi la voglia di puntare su artisti con una propria formazione e professionalità, non solo giocando al massacro con i “talenti” usciti dagli show televisivi.

Internet ha portato da una parte l’opportunità concreta, tangibile, di poter accedere a sterminate informazioni, ma tutto questo magma comunicativo in certi frangenti avrebbe bisogno di essere filtrato, veicolato.
So benissimo che non è fattibile, e forse non è neanche auspicabile, se penso ai risvolti positivi che questa “libertà” ci può portare, ma il rischio è che vada sperperata tanta qualità, o che rimanga sin troppo sotterranea.
Chiudo auspicandomi di ascoltare nuovi lavori di artisti con qualcosa da dire e da trasmettere. Quello è ciò che mi interessa… poi se gli ascolti di massa non andranno a premiare Eva Poles, Erica Mou o Una (tanto per citare altre due artiste interessanti di cui ho avuto modo di parlare in altri contesti), beh… peccato per loro!

Recensione del primo libro di Carlo Calabrò: “Sanremo all’inferno e ritorno”. Un interessante e ottimamente documentato viaggio nel tempo alla scoperta delle edizioni più contraddittorie della storia del Festival

Da molto tempo (purtroppo) non scrivevo su questo blog: d’altronde avevo previsto nei mesi scorsi un’impennata dei miei impegni, lavorativi e non, con il timore rivelato poi fondato che mi rimanessero briciole per tenere vivo questo mio spazio virtuale, che con soddisfazione riesce comunque a mantenere interesse nei lettori, almeno da quello che vedo in merito a statistiche su visualizzazioni e quant’altro.

L’occasione di oggi è ghiotta, perchè andrò a parlarvi di un libro che ho amato molto, trovandolo di grande interesse e utilità, essendo un saggio musicale; oltretutto l’ha scritto una persona che stimo e che negli anni ho avuto modo di conoscere meglio, tanto che nel suo caso, visto quanto anche ci confrontiamo pure su temi personali, non ho remore a definire “amico”: Carlo Calabrò, giornalista genovese.

download

Carlo si è cimentato, anche dopo implicite o meno sollecitazioni da parte di persone che ben erano al corrente delle sue competenze in materia, in un excursus su quella che si può definire – come lui stesso ha ben sintetizzato – la fase più “oscura” del Festival di Sanremo, andando a ripercorrere nel dettaglio, non lesinando in informazioni e aneddoti riguardanti battaglie organizzative, comunali e liste di esclusi eccellenti, le edizioni che stavano quasi a sancire la fine di un lungo sogno: lo spettro della chiusura dell’intera manifestazione.

Stiamo parlando, come gli affezionati della rassegna musicale più famosa avranno facilmente capito, di quelle edizioni sanremesi che vanno dal 1973 al 1986, inserendo in questo spazio, come ci dice un azzeccato sottotitolo: “Gli anni più bui della rassegna e il luccicante rilancio”. Sì, perchè negli anni ’80, grazie soprattutto all’impegno e alla dedizione alla causa del compianto Gianni Ravera, il Festival pian piano tornerà a occupare posizioni di prestigio nell’esposizione mediatica nazionale, ridotta nei ’70 a un lumicino, con intere edizioni trasmesse a singhiozzo. Già primo un altro indimenticato autore e conduttore, Vittorio Salvetti, seppe tenere in vita la gara, pur non contando su grossi aiuti dall’esterno.

Il libro, pubblicato per il momento nella sola versione ebook ha un titolo programmatico: “Sanremo all’inferno e ritorno” , capace di accompagnarci quindi in un lungo viaggio, facendoci addentrare nei meccanismi, nei giochi di potere di quell’epoca, ma soprattutto di riconsegnarci alla memoria tanti artisti che si sono avvicendati in quegli anni, con alterne fortune.  Alcuni di loro sono stati in grado di segnare un’epoca, altri di “tirare la carretta” (e a questi l’autore sembra voler tributare un omaggio sentito, rimarcando più volte la loro importanza ai fini della sopravvivenza di Sanremo in periodi in cui vi era una sorta di “fuggi fuggi” o di ritrosia da parte dei nomi più gettonati), altri infine finiti nel dimenticatoio.

Insomma, un libro prezioso per molti appassionati di musica italiana, ma non solo: interessante anche per coloro che vogliano approfondire un argomento, sì musicale, ma che si intreccia necessariamente con fatti dell’epoca, divenendo quindi “di costume”.

Una nota a margine, di carattere prettamente “tecnico”: per pubblicare questo saggio, Calabrò ha usufruito di una piattaforma di self publishing – nella fattispecie Youcanprint, dal mio punto di vista la migliore – , forse volendo mantenere un profilo basso (che però non è andato assolutamente, come scritto, a scapito della qualità dell’Opera).

Beh, è innegabile vi siano talvolta dei pregiudizi nei confronti di un libro autopubblicato (anche giustificati in alcuni casi, visto che tali servizi rendono possibile ogni sorta di produzione letteraria, senza che vi sia la mediazione di un “vero” editore), ma nel caso del saggio in questione, non ho riscontrato imperfezioni formali, di scrittura, nè (a memoria) quei refusi nei quali possono incappare anche i grossi marchi editoriali. Quindi, davvero… bravo Carlo, con la consapevolezza che un libro simile avrebbe potuto trovare tranquillamente, pur al cospetto di una conclamata crisi nel settore, uno sbocco editoriale tradizionale.