Alla scoperta di “Altered Reality”, il nuovo album di un Artista con la A maiuscola: Flavio Ferri ci propone una realtà distorta ma assolutamente affascinante

Seguo e apprezzo Flavio Ferri da tantissimo tempo, anche se ho avuto modo di conoscerlo di persona soltanto lo scorso novembre, in quel di Sanremo, quando in occasione della Rassegna del Premio Tenco aveva accompagnato in qualità di produttore una delle sue ultime scoperte, il cantautore italo-spagnolo Davide Sellari, in arte Olden.

Per me fu naturale andare a salutarlo e scambiarci qualche chiacchiera, dopo che già sui social network avevamo di tanto in tanto dialogato. Flavio è un omone buono, artista acuto e sensibile, soprattutto sempre in movimento e alla ricerca di “bellezza”, come ci aveva detto lo stesso Olden in una recente intervista.

https://giannivillegas.wordpress.com/2020/05/18/una-piacevole-chiacchierata-con-olden-autore-con-prima-che-sia-tardi-di-uno-dei-dischi-italiani-piu-belli-dellanno/

In effetti di bellezza nel disco “Prima che sia tardi” a nome dell’artista perugino di stanza a Barcellona ve n’era in gran quantità, e non si può negare che Ferri da sempre abbia grandi intuizioni da talent scout, fin da quando negli anni ’90 guidava i Delta V assieme al sodale Carlo Bertotti.

Foto di Flavio Ferri

Ecco, credo che tutti i sedicenti appassionati di musica italiana, alternativa e non solo, dovrebbero riconoscere la giusta importanza di Flavio, che in quegli anni seppe proporre, miscelando in modo egregio, entusiasmante, suoni moderni in odor di Bristol (quel trip hop all’epoca tanto in voga) con una tradizione tutta italiana che aveva le sue radici (anche) nella musica leggera, quella d’autore, legata ai mitici anni sessanta. I risultati furono mirabili con diverse cover – in grado di garantire successo e risonanza al tutto – ma pure gli inediti non scherzavano in quanto a soluzioni pop gradevoli, finanche irresistibili.

Quello dei Delta V era davvero un pop elettronico di grande qualità.

Ne è passata di acqua sotto i ponti ma Ferri, anch’egli ormai da tanti anni residente in Catalogna, non ha mai smesso di seguire la propria indole, sempre all’insegna della curiosità e della voglia di esplorare nuovi territori, non solo nella ormai consueta veste di produttore e arrangiatore. Infatti la sua ormai ampia carriera si è arricchita nel tempo dei progetti più svariati, spesso celati sotto sigle magari improbabili (“Girls Bite Dogs”, assieme a Fabrizio Rossetti) ma sempre estremamente affascinanti.

Nel mentre ha avviato collaborazioni importanti, specie in ambito elettronico ma sovente pure intervenendo in album di musicisti in qualche modo a lui affini. E ha rispolverato pure il nome dei Delta V, perché i primi amori “fanno dei giri immensi e poi ritornano”

Negli ultimi mesi però, caratterizzati dalla chiusura forzata, dal lockdown conseguente la pandemia, l’animo inquieto di Ferri ha partorito diverse opere (la serie “Fast Forward Vol. 1-5”) in cui si è sbizzarrito proponendo musica d’avanguardia, sperimentale, in alcuni casi proprio “aliena”.

 

Alludo nello specifico al recente “Altered Reality” (Vrec Music Label/Believe Digital), realizzato in collaborazione con Simone Cicconi e Elle, col quale il Nostro ha oltretutto sperimentato la tecnica dell’8D, ricavando un suono assolutamente originale, particolare, disturbante ma soprattutto magnetico.

I dieci brani che compongono il disco sono stati concepiti e realizzati proprio per sfruttare le possibilità indotte dalla tecnologia dell’8D e perciò, a detta dello stesso autore, andrebbero ascoltati soprattutto mediante delle cuffie, alfine di essere avvolti pienamente dell’atmosfera, fino a rimanerne rapiti.

Mettersi all’ascolto di “Altered Reality” significa predisporsi mentalmente per un viaggio che saprà prevaricare i confini umani, mettendoci in contatto con una realtà che percepiamo sì come alterata, ma soprattutto proveniente da mondi lontani, sconfinati. Non ho usato a caso prima l’aggettivo alieno per tentare di descrivere queste tracce: l’impressione che ne ho ricavato è infatti quello di trovarmi di fronte a tutta una serie di rumori, suoni, percezioni e oscillazioni di matrice spaziale.

Lo si evince sin dall’opening track, una breve “Ouverture” che ha il merito di provare a orientarci su ciò che andremo ad ascoltare, introducendo con le sue dilatazioni robotiche la vivace “Tuning In”.

Tutta la raccolta ha una natura necessariamente ondivaga, sbilenca e psichedelica, con canzoni come l’obliqua e onirica “The Mesmerizer”, l’ipnotica “He Knows How to Get Back to You” o la più sinistra “It’s Raining Bombs”, che potrebbero essere state scritte dall’Aphex Twin più allucinato dopo essere stato a cena con gli Autechre.

D’altronde lo ha ammesso lo stesso Ferri in un’interessante intervista a Rolling Stone che, per funzionare, questa musica deve far venire all’ascoltatore la sensazione di nausea, insomma, deve in qualche modo risultare straniante, finanche disturbante.

https://www.rollingstone.it/musica/interviste-musica/volevate-un-intero-album-in-8d-e-arrivato-e-fa-venire-la-nausea/520844/

Questo insolito lavoro, nato per assecondare nel profondo l’istinto e la ragione del suo prolifico e ispirato autore, ha spostato ulteriormente i confini della musica elettronica per come siamo stati abituati a concepirla e ad ascoltarla.

E’ indubbio che Flavio Ferri con un progetto simile, certamente ostico nella sua urgenza creativa, è riuscito a fare centro, colpendo il nostro immaginario e alimentandolo con delle suggestioni tutte nuove.

 

Intervista a Sara Marini, finalista al Premio Tenco nella categoria Miglior Album in Dialetto con lo splendido “Torrendeadomo”

Sara Marini è indubbiamente una di quelle artiste in grado, con le sue canzoni, di trasmettere tanto della propria storia e del proprio io.

Ne ha dato una fragorosa conferma col suo recente lavoro,“Torrendeadomo”, in cui è riuscita a far emergere la sua anima, radicata tra l’Umbria e una Sardegna, quella amata dell’infanzia, pienamente ritrovata e qui a lungo omaggiata. Non solo, si tratta di un lavoro sì molto personale, intimo, in cui affiorano in superficie tematiche autobiografiche, ma al contempo contaminato e allestito in collaborazione con un gruppo di fidati musicisti e autori, tutti legati alla sua vicenda umana e artistica.

La Marini, senza sgomitare e armata del solo puro talento che emana placido dalla sua penna e dalle sue note, ma anche (soprattutto, verrebbe da aggiungere) dalla sua splendida voce, è riuscita a far issare il suo album fin quasi in cima in una rassegna prestigiosa come quella del Premio Tenco, che ogni anno assegna le Targhe ai migliori dischi dell’anno.

Lei, in gara tra le Opere in dialetto, è giunta tra i cinque finalisti, lasciando infine lo scettro a un gruppo che, senza timore di smentita, possiamo annoverare tra i mostri sacri della musica italiana, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, autori di un album onestamente notevole. Poco male, Sara si è fatta largo tra tantissimi lavori meritevoli provenienti dalle diverse aree geografiche italiane, evidenziando uno stile peculiare, pur tra tante differenti suggestioni e matrici. Canzoni indubbiamente popolari ma che, forse, più che appartenere alla vasta famiglia del folk, guardano ancora oltre, annoverandosi tra i solchi di un macro genere, che più che musicale, è associato a un’attitudine, a una visione, come quello della world music.

Foto di Gianfilippo Masserano

Avendo, da Giurato della Rassegna, segnalato il suo disco sin dalla prima turnazione, e poichè figura ormai tra i miei ascolti preferiti dell’ultimo periodo, avevo voglia di saperne di più dalle sue parole.

Contattata telefonicamente, Sara si è mostrata da subito disponibile e gentile, umile ma allo stesso tempo consapevole e sicura di ciò che vuole realizzare con la propria musica.

Ecco di seguito il resoconto nel dettaglio della nostra lunga chiacchierata.

“Ciao Sara, ci siamo già sentiti tramite i social, e mi fa molto piacere avere l’occasione di approfondire e sviscerare un po’ il tuo lavoro di artista, la tua esperienza. Intanto, inizio con l’arrogarmi il titolo di porta fortuna, visto che ti ho votata dall’inizio per le Targhe Tenco e sei arrivata tanto così dall’aggiudicartela, tra i cinque finalisti nella tua categoria!”

“Sì, è stato grandioso! Ti ringrazio davvero tanto”.

“Partirei proprio dal presente, e quindi riferendomi a quest’exploit del Tenco. Come l’hai vissuto, come lo stai vivendo e soprattutto cosa significa per te? Lo vedi come un riconoscimento del tuo lavoro?”

“Sì, diciamo che è stata una cosa inaspettata, in un momento abbastanza buio per noi artisti è stato un bel carburante, no? Anche perchè ero vicina veramente a dei mostri sacri della musica popolare italiana. Sono veramente soddisfatta di aver raggiunto questo obiettivo. Che posso dire? Non ci sono molte parole per spiegare, è una sensazione strana perchè veramente non me l’aspettavo. Per me questo disco è arrivato dall’anima, io alle cose grandi non ci penso mai, quindi quando arrivano è un po’ una doccia fredda, ma in questo caso, di quelle “rilassanti”, molto molto belle”.

“E’ un peccato che sia così difficile riuscire a suonare in giro: anche solo rimanendo alla dimensione del Premio Tenco, poteva essere un’ottima occasione magari quella di esibirsi lì, se non sul palco, su uno dei tanti spazi itineranti allestiti durante i giorni della Rassegna, non trovi?”

“Infatti, io praticamente non ho ancora avuto la possibilità di presentare come si deve il disco, perchè purtroppo una volta uscito, poi da lì a poco è esploso l’enorme problema legato al Covid. E’ stato molto strano, tanto che ci siamo fermati ancora prima di iniziare e solo adesso riprenderemo piano piano. Riparto da qui, dall’Umbria il 12 agosto con la prima presentazione che farò al Teatro Romano di Gubbio, in una location bellissima fra l’altro”.

“Quindi giochi in casa?”

“Proprio così e ne sono molto contenta, partire da qua è una cosa a cui tenevo… e poi sarò anche in Sardegna, perciò si può ben dire che parto dalle mie due origini. Meglio di così, per il momento che stiamo vivendo, non poteva andare. Il bisogno di lavorare c’è ma soprattutto la voglia di ripartire, di riconquistare un palco è proprio tanta, perchè per un musicista è come se ti mancasse l’aria”.

“E’ così per me anche da semplice spettatore, immagino che la sensazione sia ancora più forte per chi in prima persona è protagonista di uno spettacolo”

“Mi manca da spettatrice e anche da artista, in tutti i casi: io poi sono una che si alimenta molto con i concerti, mi piace molto la musica dal vivo, mi faccio attraversare da tante cose quando assisto a uno spettacolo, quindi mi manca quest’aspetto qua”.

“Tra l’altro un disco come il tuo dal vivo dovrebbe sprigionare davvero tanta emozione ed energia. Le canzoni già in studio sono notevoli, in ambito live come rendono?”

“C’è stato veramente un bellissimo lavoro in studio, perchè abbiamo cercato di dare un senso a tutto quello che abbiamo composto;  vale per tutte le persone che hanno composto i brani assieme a me, perchè io non sono autrice unica di tutti i pezzi, sono autrice della metà dei testi, mentre nell’altra metà mi sono avvalsa di collaborazioni importanti. Ho cercato di creare un sound corposo, multiforme”.

“Dal vivo avrai la band che ti ha accompagnato magnificamente in studio, il tuo pool di collaboratori?”

“Io cercherò di portare nel possibile tutta la band che ha partecipato alla realizzazione dell’album, però come tu sai non è così semplice suonare con la formazione al completo, specie in un periodo come questo. In questo caso, per la presentazione qui in Umbria saremo in sei, con special gust Monica Neri all’organetto, e saranno presenti pianoforti, chitarre… i musicisti con me sono per la maggior parte polistrumentisti, quindi in scena si sentiranno davvero tante sonorità vicine al disco”.

“Sarà un sound bello organico, mi stai dicendo?”

“Sì, assolutamente sì, perchè appunto siamo in sei e nel presentarlo la prima volta l’idea era quella di dare un’immagine fedele a quello che si ascolta sul disco, quel tipo di suono”.

“Un sound bellissimo, su cui torneremo più avanti. Adesso però andrei a monte, a quando ti eri messi alle prese con il seguito del tuo già interessante album d’esordio. Un album, quello nuovo da poco pubblicato, pieno di rimandi e di interventi sia in fase di scrittura (cito almeno tua zia Nicolina, che a mio avviso ha scritto, se mi posso sbilanciare, due tra le più belle canzoni del disco!). Ecco, tu avevi la percezione, mentre lo scrivevi, che stavi facendo un bel salto di qualità, un lavoro di un certo peso, al di là del piazzamento al Tenco? Ti rendevi conto di avere tra le mani un lavoro che ti identificava, partendo come fa da radici lontane (umbre, sarde)? Insomma, fai una sana autovalutazione! Che messaggio volevi mandare all’ascoltatore?”

“E’ una domanda difficile in realtà quella che mi stai facendo, perchè io sono una donna molto pratica, che non si crea molte aspettative nella vita, quindi questo disco è stato proprio un’esigenza mia e, ti dirò, sono stata nel cammino anche molto combattuta perchè mi capitava di pensare: “ma a chi interessa un lavoro autobiografico?”. La ricerca di queste mie radici è stata fortemente voluta per dare un senso alle problematiche che io ho vissuto tra questi due posti, perchè, in confidenza (visto che dicevi che vorresti sviscerare), i miei genitori si erano separati in un momento della mia vita molto particolare. Quindi mio padre era tornato in Sardegna, mia madre era rimasta in Umbria. Io con la Sardegna ho avuto un blackout di circa 10-15 anni in pratica”.

“Hai dovuto riscoprirla un po’?”

“Sì, perchè mi mancava proprio tanto. Fai conto che io per quindici anni stavo lì durante le estati per 3 o 4 mesi, poi andavo anche da sola, quindi la mia infanzia e in parte la mia adolescenza l’ho vissuta anche lì, nonostante io sia nata e abbia vissuto in Umbria. Sono state due Terre che allo stesso modo mi hanno accolto e che fanno parte di me. Io vivo queste due Regioni in modo molto viscerale per tanti aspetti. Per questo sono stata molto combattuta, perchè pensavo che non sarebbe interessato a nessuno una cosa del genere, così intima per certi versi, così mia. In realtà poi ho lasciato perdere questo pensiero e mi sono detta: “Senti, questa cosa, questo disco serve a me, per riscoprire certi luoghi e di conseguenza per riscoprirmi”. E’ un lavoro dove veramente ho raccontato attraverso la musica e le parole cosa significa per me appartenere a uno e a più luoghi, e diciamo che a un certo punto c’è stato un momento in cui mi sono fermata, pensando “cavoli, però, questi sono brani belli, i testi sono forti”. Mi sono infine autoconvinta che questi testi ce l’hanno una propria forza, ce l’hanno per me, per come li ho vissuti e per come li ho cercati. Ad esempio, hai nominato mia zia (lei non è una musicista, ma si diletta a scrivere anche in dialetto ed è davvero molto brava)… ecco, lei quando ha scritto il testo, io le avevo parlato di quelle sensazioni, delle emozioni che provavo ed è nata “Una rundine in sas aeras”.

“Un brano, come accennavo prima, a mio modo di vedere splendido, che apre il disco in maniera molto suggestiva e subito ti culla, sapendo creare quell’atmosfera così accogliente, nonostante il testo abbia poi anche altri significati. A seguire c’è poi “Terra rossa”, una sorta di tua rivendicazione, una canzone più “battuta” e che si avvicina a un certo tipo di folk, meno legato in apparenza alla Sardegna e all’Umbria”

“Lo hai ascoltato bene questo disco, mi fa piacere”.

“Certo, l’ho ascoltato benissimo e fa parte degli ascolti di queste ultime settimane, tanto che io analizzerei anche i singoli episodi, se non ci fosse il rischio di diventare un po’ pedante. Però se hai qualche considerazione da fare su una particolare canzone, sono qui pronto a raccogliere ogni cosa. Per esempio il tuo mi sembra un meticciato, molto vero, e sei riuscita a renderlo benissimo insieme a diversi collaboratori come ad esempio Claudia Fofi (con cui tu avevi già avuto ottime esperienze in tempi non sospetti). Tu come definiresti il tuo stile?”

“Tutti i musicisti che hanno collaborato con me a questo disco conoscono bene il mio percorso musicale, e mi hanno fatto riscoprire in alcuni casi delle emozioni nate da musiche adatte a me, a parte forse proprio “Terra rossa”, un brano di Claudia Fofi che avevo già cantato e che era stato inserito nel progetto “Le Core” ma che sentivo l’esigenza di inserire qui, perchè avevo la necessità di un pezzo che parlasse di una terra effettiva, rappresentando bene la Sardegna, la quale ha una parte di terra rossa e una parte di terra nera. Parla della voglia di non avere una sola radice insomma:“voglio essere senza radici”, canto a un certo punto”.

“Infatti, quella frase lì è molto forte, arriva diretta, e sembra quasi una contraddizione in termini anche se non lo è…”

“No, non lo è perchè è vero che sono radicata, ma di fatto sono radicata in due terre”.

“Ecco, il meticciato di cui ti chiedevo prima riflette musicalmente questa tua ambivalenza delle radici. Volendo lo si può catalogare nel macro genere del folk ma poi ascoltando “Torrendeadomo” (che significa appunto Ritorno a casa) ci si imbatte in brani che si collegano alla tradizione (la splendida “Pitzinna deo”), in dialetto sardo (l’intensa “Bentu Lentu”) altre in dialetto eugubino (“Solo ‘nna vita”); ci sono delle  filastrocche, delle canzoni in italiano e un irresistibile strumentale come “Già gioca”. E’ stata voluta questa cosa di “spiazzare” un po’ l’ascoltatore?”

“E’ stata voluta questa cosa, perchè la ricerca del sound non è stata casuale. Io credo comunque che il suono di questo disco sia omogeneo, a prescindere che poi ci siano canzoni magari in dialetto umbro e in dialetto sardo. C’è stato inoltre un lavoro di rilettura di queste filastrocche, con arrangiamenti molto particolari e utilizzando oltretutto degli strumenti che non siano tradizionali, anzi, io mi sono in un certo senso molto allontanata dall’utilizzo degli strumenti tradizionali, ricercando un sound che sia più attinente alla world music, che è quella che a me appartiene di più. Ho inserito così le percussioni mediterranee ad esempio in un brano come “Staccia minaccia”, oppure in “Solo ‘nna vita” ci ho messo i Krakeb marocchini e il Daf iraniano”.

“C’è a monte un grande studio e anche tutti questi strumenti particolari che vanno a impreziosire indubbiamente l’intero lavoro”

“Sì, è stato molto pensato e ricercato il suono, attraverso strumenti diversi ma che, anche grazie al contributo importante del percussionista Francesco Savoretti, alla fine è risultato omogeneo e riconoscibile. Lui, insieme a Goffredo Degli Esposti e a Paolo Ceccarelli hanno fatto un grande lavoro, ognuno col proprio strumento ha reso tutto molto caratteristico, anche se poi ti rendi conto che lo strumento principe è in ogni caso la chitarra. Una chitarra che può essere classica come acustica, e alla quale poi si aggiungono armonicamente il colore dell’organetto, il pianoforte di Lorenzo Cannelli, il basso di Franz Piombino, tutti insomma hanno contribuito alla riuscita del progetto”.

“Il pianoforte in effetti risalta molto nello strumentale (“Già gioca”), ti da’ quel giusto stacco laddove il brano potrebbe sembrare un classico strumentale come lo potresti trovare, chessò?, in un album di musica irlandese (che io adoro!). Invece il suono di quel pianoforte, che sorregge il tutto, lo definisce al meglio e finisce per caratterizzarlo, rendendolo molto originale”

“Sì, “Già gioca” è un brano di Goffredo che assomiglia a una tarantella, se lo vogliamo pensare alla maniera tradizionale; in realtà ha un sound molto moderno, per l’utilizzo appunto del pianoforte che si sposa bene anche con strumenti tradizionali come la zampogna e il tamburo a cornice, però lì c’è proprio un suono che porta a una visione moderna. E’ stato un lavoro di arrangiamento sensato, omogeneo, volevamo non riproporre brani tradizionali nella maniera tradizionale, anche perchè penso che sia stato già fatto egregiamente come tipo di lavoro, se pensiamo a una Elena Ledda in Sardegna e a una Lucilla Galeazzi in Umbria”.

“Infatti, questo ti ha portato a cercare una tua via?”

“Una nostra chiave, io preferisco riferirmi al plurale, perchè io ho pensato a tutto e negli anni ho elaborato questo lavoro come una sorta di viaggio fra queste due isole e ai miei musicisti ho voluto trasmettere il frutto della mia ricerca”.

“Già, perchè tu per isola intendi anche l’Umbria che, anche se non ha sbocchi sul mare, al contrario essendo avvolta dalle montagne, risulta comunque isolata e quindi possono esserci delle affinità tra le due terre?”

“Esatto, questo è proprio un concetto fondamentale del disco, le due isole Umbria e Sardegna, che volevo riuscire a trasmettere. Io ho raccontato ai musicisti proprio quello che volevo ottenere, e loro hanno trasformato in musica insieme a me, a mia zia, quelle parole. Volevo realizzare qualcosa e in pratica ho detto: “voglio che questo album racconti di me e che però che non sia noioso e abbia un sound moderno!” Allo stesso tempo i testi non sono scontati, e ciò non è per niente facile… devo dire che sono soddisfatta del risultato finale”.

“Direi che fai bene, visto quanto è bello e piacevole il disco e quanto stia piacendo anche tra gli addetti ai lavori. Tornando a te, guardandoti indietro, quand’è che è scattata la molla della musica world? Cos’è che ti ha portato ad approfondire i tuoi studi, le tue ricerche al punto da realizzare album che andassero in quella direzione lì?”

“Guarda, la scelta di rimanere su questa linea è perchè sono stata influenzata sempre da tante cose. Ho avuto un maestro, Bruno De Franceschi, gli sarà sempre grato, che mi ha indirizzata verso questa musica, studiavo tecnica vocale e lui mi disse: “tu devi assolutamente riscoprire la musica sarda, la musica umbra…”.

“E questo poteva aiutarti anche a valorizzare la tua vocalità e il tuo modo di cantare immagino”

“Sì! Assolutamente! E’ iniziato tutto un po’ da lì, nel 2009, questa cosa, e io ero già abbastanza grandicella voglio dire, venivo già da un’esperienza vocale di un certo tipo. Avevo un background intenso, perchè già cantavo, da autodidatta poi, e dall’incontro con questo maestro, ma anche con Claudia Fofi, sono entrata a far parte di un quartetto vocale dove cantavamo proprio di emigrazione, di radici. Da lì ho scoperto una vocalità che per me era abbastanza sconosciuta, ho deciso di approfondire e in pratica non mi sono più fermata. Non solo metaforicamente, perchè ho fatto anche tanti viaggi, sono un’appassionata di musica sudamericana, quindi sono andata in Brasile, ho scoperto la loro musica tradizionale. Attraverso questi viaggi, ho avuto modo di conoscere bene Paesi come appunto il Brasile, l’Uruguay, l’Argentina e mi sono resa conto che lì la musica folk viene molto alimentata anche dai Festival: c’è veramente tanta attenzione, tanto fermento e sono molto bravi pure a esportarla, perchè la musica brasiliana, spagnola, il tango, riscuotono tanto interesse, è una cosa molto rilevante. Ho capito che anch’io ero portata per questo e ho voluto in tutti i modi approfondire questo tipo di musica, poi io sono anche molto curiosa, ho studiato tanto e mi sono affiancata anche ai più grandi, la già citata Elena Ledda per la musica sarda, per quella napoletana Nando Citarella, poi Giovanna Marini, secondo me a livello italiano mi sono accostata ai più grandi”.

Foto di Isabella Sannipoli

“Hai visto che anche in Italia, nonostante la musica folk e world non abbiano la stessa risonanza e visibilità mediatica che hanno in Sudamerica, c’è un retaggio storico e culturale che vale la pena riscoprire e divulgare?”

“Certo, dici bene! Penso però che forse si dovrebbero aprire di più le Regioni. Se tutte le Regioni facessero ad esempio come la Puglia, impegnata in questi progetti ambiziosi di divulgazione, sarebbe l’ideale e avremmo anche tutti la possibilità di attingere a questo tipo di musica più facilmente. Probabilmente dico questo alla luce del grande successo che ha avuto la Notte della Taranta che, vuoi o non vuoi, è un evento che attira moltissima gente”.

“Che poi, adesso è vero che è diventato anche un business in un certo senso, ma ha mantenuto la sua funzione e la sua autenticità. Arrivare in prima serata Rai amplifica tantissimo il tutto e da’ un’esposizione enorme ai musicisti”

“E’ un mondo che mi piace, mi rappresenta, infatti da dieci anni ormai mi ci dedico e sin dal primo disco ci divertimmo a rielaborare e riarrangiare brani anche famosi, avevo già studiato con Francesca Breschi e ho sentito sempre più la voglia e la necessità di esprimermi in questo modo. Poi tante altre esperienze, in duo in cui cantavamo musica etnica, insomma, le ricerche in questo campo continuano, non si fermano. Un lavoro di questo tipo, con questo approccio, comporta molta ricerca. Ci vuole costanza, passione, ci vogliono anche i viaggi: non è sempre facile, ma se affrontati in un certo finiscono per arricchirti con le musiche di luoghi diversi, vieni attraversato da ritmi, suoni, culture, sensazioni e questo diventa un bagaglio molto importante che poi uno si porta dietro. E’ fondamentale infine riuscire a comunicare questo bagaglio di esperienze”.

Parole sante quelle di Sara Marini, che mi sento di condividere pienamente. Le chiedo, in dirittura d’arrivo della nostra chiacchierata, qualcosa sui suoi progetti, e lei torna a soffermarsi sull’importanza di portare in giro le sue nuove canzoni.

“Ho molta voglia di far ascoltare questo album che è ancora nuovissimo in pratica: come detto non ho avuto modo di presentarlo ufficialmente dal vivo e al momento quello è il primo obiettivo che, per fortuna a breve si realizzerà. C’è stato tanto lavoro dietro da parte di tutti e va assolutamente valorizzato. Voglio parlare delle mie radici, della ricerca che ho fatto. E’ vero, si nomina sempre la globalizzazione, è un aspetto importante ma lo è altrettanto per l’uomo riconoscersi in qualcosa che gli appartiene. E’ la mia missione in questo momento!”.

“E tu ti sei completamente riconciliata con la tua parte sarda?”

“Sì, nel modo più assoluto, altrimenti non sarebbe potuto uscire niente di tutto ciò”.

“Ti confermo che sei riuscita con “Torrendeadomo” a trasmettere tutto il tuo amore e la tua passione per le due Terre da cui provieni”

“Il mio legame è molto forte con entrambe, mi rappresentano allo stesso modo. Sono due Regioni anche ostiche se vogliamo, non sempre è stato facile, da una parte c’è tanta bellezza, dall’altra anche una certa chiusura, specie nei centri più piccoli, non solo per i musicisti. I legami sono profondissimi ma non sempre facili da gestire, ecco. Con la musica ho trovato però la mia via e il modo, la voglia di comunicare la mia autenticità”.

E questa autenticità, questi legami emergono egregiamente fra le pieghe di questo album che, cari miei lettori, vi consiglio caldamente di ascoltare, non solo se già predisposti a un certo tipo di musica: fidatevi, non ne resterete delusi!

Intervista a Brando Madonia, in attesa del suo primo album da solista

Il cantautore Brando Madonia, già attivo discograficamente con i Bidiel, sta muovendo ora i primi passi in veste solista. Lo scorso anno il suo nome era comparso anche a fianco a quello del padre Luca, col quale aveva duettato in un brano dell’interessante album “La Piramide”.

E’ venuto quindi il tempo di proporre al pubblico le proprie canzoni; dopo i buoni riscontri ottenuti da “I pesci non invecchiano mai”, ha replicato con “La festa”: entrambi i brani sono caratterizzati da fresche e raffinate sonorità pop.

Avendo trovato molto interessante il suo percorso, mi è venuta voglia di saperne di più direttamente dalle sue parole.

Raggiungo telefonicamente il giovane artista catanese (nato nel 1990) e decido di partire subito dal presente, dalle sue sensazioni in merito a questa nuova avventura.

Foto di Michele Maccarrone

“Ciao Brando, ascoltando le tue nuove canzoni, ho notato uno scarto stilistico rispetto al tuo passato con i Bidiel. Tu sei ancora giovane ma hai già maturato diverse esperienze significative (tra cui una partecipazione col suo gruppo al Festival di Sanremo nel 2012 tra le Nuove Proposte, in quell’edizione chiamata sez. Sanremosocial), eppure immagino che esordire da solista sia ben diverso. Che differenze hai rilevato tra il pubblicare con i Bidiel e uscire con un disco a nome tuo? Quali sensazioni stai provando al riguardo?”

“Ciao Gianni, io sono partito con i Bidiel, con loro è stato un bel percorso lungo, col quale sono entrato in contatto con la realtà professionale della musica, fatta quindi di un primo album in studio, di un vero contratto discografico e soprattutto di tante esperienze. Sanremo certo, ma non solo, penso ai tanti concerti, alle migliaia di km in macchina su e giù per l’Italia, ai tour. La nostra è stata la classica gavetta, una cosa che reputo molto importante in tutti gli ambiti, non solo nella musica. Eravamo la rock band che è partita dal basso e, strada facendo, è arrivata a togliersi le sue soddisfazioni”

“Direi proprio di sì, e rimangono due album di interessante pop rock a testimoniarlo. Hai messo in piedi una tua discografia, maturato esperienza ma poi hai sentito altre esigenze?”

“Guarda, io sono molto contento dei miei lavori con i Bidiel. Sono passati tanti anni, otto per l’esattezza dal nostro primo album ufficiale, che, se mi guardo indietro, faccio fatico a rendermi conto. Era il 2012, poi dopo quattro anni siamo arrivati al secondo e in seguito, come purtroppo succede a tanti gruppi, ci siamo sciolti anche noi. Io però ben presto ho sentito che mi mancava qualcosa, la musica è la mia vita e ho ripreso a scrivere con mio fratello Mattia (talentuoso scrittore di romanzi, nda), col quale ho sempre collaborato sin dai tempi della band. Mi sono detto che io voglio continuare a fare musica, quella è l’unica cosa che conta, così ho iniziato a registrare qualcosa nel mio piccolo studio casalingo. Solito giro di provini, fino all’approdo felice alla Narciso Records (etichetta fondata da Carmen Consoli nel 2000, nda). Qui è stata la mia fortuna, perchè loro hanno ascoltato i miei pezzi, li hanno apprezzati e hanno creduto nel progetto, facendo un investimento. Sappiamo com’è ormai il mondo della musica, è molto difficile fare dischi, tutto è diverso anche solo rispetto a otto anni fa quando debuttammo come Bidiel. Per questo ringrazierò sempre la Narciso che ha creduto di me, dandomi questa opportunità.

Non mi sono dimenticato la tua domanda! Certamente, esordire da solista è un gran passo per me. Mi fa piacere tu abbia evidenziato uno stacco dalla mia precedente esperienza con il gruppo, perchè nel corso degli anni c’è stata anche una crescita umana”

“E di pari passo con questa crescita personale, mi pare ci sia stata anche quella dal punto di vista artistico, no?

“Sì, perchè poi la crescita umana si riflette inevitabilmente nella musica che fai. Il mio modo di scrivere è diverso, è un’evoluzione naturale in fondo, oltre che una questione anagrafica. Voglio dire, quando hai vent’anni vivi certe cose, e in un certo modo, e così le esprimi. Arrivati quasi a 30, difficilmente si pensano le stesse cose, di conseguenza anche quello che si crea artisticamente ne risente, lo spettro dei temi diventa più ampio e anche la maniera di raccontarsi cambia”

“Da solista si hanno anche delle responsabilità diverse immagino, è cambiato il tuo modo di porti, di vivere la professione?”

“Le responsabilità aumentano, c’è poco da fare. Ogni cosa nel bene o nel male ricade su di te. Con il gruppo in un certo senso hai sempre il tuo supporto psicologico, non sei solo, nelle difficoltà finisce che ci si sostiene a vicenda. Però sentivo che ero pronto per questo passo, sono felicissimo di mettermi veramente in gioco, con canzoni a nome mio. Ora sono più maturo per farlo, è il momento giusto e lo vivo con molta naturalezza”

“Vorrei soffermarmi su “I pesci non invecchiano mai”, singolo che mi ha colpito molto. Qual è l’idea che sta alla base della canzone?”

“Sono legatissimo a questo brano: “I pesci non invecchiano mai” è il mio primissimo pubblicato da solista, rimarrà per sempre l’inizio della nuova avventura. Il primo singolo non lo scordi… C’è un messaggio nella canzone, quello di non dimenticare il passato. Al giorno d’oggi siamo letteralmente bombardati da input di vario tipo, video, immagini, notizie. Un flusso continuo senza sosta. Ascolti una notizia e un minuto dopo è già vecchia, non riesci umanamente a star dietro a tutto, non puoi farcela. Si vive l’istante ma ci si è già dimenticati di quello che è successo ieri, e magari era una cosa importante sulla quale non ci siamo soffermati. Capita anche nel mondo della musica. La mia canzone vuole esaltare il passato: sfruttiamo le esperienze del passato per costruire il nostro futuro, facciamolo diventare il nostro solido mattone. Codifichiamo le nostre esperienze per trarre dei veri insegnamenti che ci verranno utili, se non dimentichiamo ciò che è stato e che fa parte, volente o nolente, di noi, della nostra storia”

“Concetto molto interessante, indubbiamente! Discograficamente ci troviamo in una fase di passaggio, gli anni dieci sono caratterizzati da una musica sempre più fluida. Tu stai lavorando con la Narciso, e il fatto che dietro ci sia Carmen è un po’ una cartina di tornasole sul fatto che ci sia qualità, già il suo nome da’ credibilità. Hai voluto quindi mantenere i contatti con la realtà discografica, ma hai mai pensato di buttarti a capofitto nella musica liquida, come fanno tantissimi cantanti emergenti?”

“Per come sono fatto io, per la mia visione della musica, mi sono trovato benissimo con Carmen, ed è una scelta che rifarei mille volte quella di appoggiarmi a un’etichetta, visto soprattutto la sintonia che si è creata in primis proprio con lei. Musicalmente l’ho sempre ammirata, è oltretutto una persona fantastica, con la quale confrontarsi su tanti aspetti. Abbiamo lavorato senza fretta, un po’ vecchio stile. Stavamo in studio tutto il tempo che serviva, quello necessario.. ore e ore alla ricerca di un suono particolare, per dire. Per me è molto importante questo approccio, è quello che cercavo onestamente. Spesso le cose si fanno in maniera velocissima, io invece non mi sono dato e non avevo scadenze, sono proprio felice di come si è svolto tutto il processo creativo, dalla scelta di determinati strumenti al lavoro in studio. Io vivrei in studio, mi piacciono le macchine, i microfoni, i cavi, gli strumenti, poi ovvio bisogna arrivare a un punto, sennò non c’è mai una fine”

“Quello è un bel rischio, in effetti, quando si rimaneggia, si aggiungono idee e quant’altro. Mi confermi quindi che la Consoli, con la quale mi pare abbiate delle affinità non solo geografiche ma anche elettive, non ha ancora smarrito la scintilla che la anima, che la muove in questo mondo musicale?”

“Carmen ha una passione e una grinta incredibili, invidiabili. In lei la fiamma è perennemente accesa! La chiave che fa andare avanti le persone è sempre la passione, senza quella credo sia molto difficile che escano cose interessanti”

“Questa passione, sento dalle tue parole, ce l’hai anche tu. Volevo venire al rapporto che hai con tuo padre. Ho recensito il suo recente disco su Indie For Bunnies ( http://www.indieforbunnies.com/2020/01/15/luca-madonia-la-piramide/ ), al quale anche tu hai collaborato. Notavo che i vostri timbri si somigliano molto, e si mescolavano egregiamente nel vostro duetto (uno dei più riusciti dell’intero disco). Mi era piaciuto il contatto, quella sintonia naturale. Come hai vissuto quell’esperienza? E’ nata casualmente o tuo papà da principio voleva coinvolgerti in questo suo progetto?”

“Come hai detto tu, quello era un progetto particolare e di fatto l’abbiamo preparato insieme, perchè c’era un continuo scambio fra noi, un chiedere consigli; l’idea stessa di un intero album di duetti si è sviluppata strada facendo, dopo aver coinvolto i primi artisti. Quella di coinvolgermi direttamente non è stata una scelta nata a tavolino ma molto naturale. Quando si stavano delineando i vari duetti, a un certo punto mio padre mi fa: “Ma perchè un brano non lo canti anche tu?”. E così, sono intervenuto anch’io con la mia voce nell’album “La piramide”: di fatto “A volte succede” è il primo featuring ufficiale con mio padre. Abbiamo suonato tante volte insieme ma a livello discografico questa è stata la nostra prima collaborazione, e ne sono molto orgoglioso”

Foto di Michele Maccarrone

“E il Brando bambino, adolescente, come vedeva Luca Madonia? Volevi anche tu fare il musicista, seguire le orme di tuo padre? Ti affascinava quel mondo?”

“Sono in pratica cresciuto con la sua musica, per me era normale ascoltare musica live, in casa, avere strumenti intorno ecc. Crescendo però ho iniziato anch’io a voler e scrivere e cantare le mie canzoni, e già a dieci anni mi piaceva registrare le mie prime canzoncine. Devo dire che mio padre non mi ha spinto in questa direzione, anzi, ogni tanto faceva considerazioni su quanto fosse difficile, complesso, questo mondo di cui lui da tanti anni fa parte, però a conti fatti è molto felice della mia scelta, perchè fare musica è la cosa più bella del mondo! Sa lui benissimo per primo che significa appassionarsi alle sette note. Continuare su quella strada per me fu una cosa ovvia, e così da adolescente ho formato i miei primi gruppi e iniziato tutta la trafila”

“Quando invece ti sei approcciato alla musica di tuo padre in modo critico, con orecchie da ascoltatore? Che pensavi dei suoi dischi, di quelli realizzati con i Denovo soprattutto, che negli anni ottanta furono tra i gruppi italiani più importanti e influenti?”

“I Denovo quando sono nato si erano in pratica già sciolti, quindi ho ascoltato in presa diretta soprattutto i dischi da solista di mio padre. Come detto prima, per me con lui tutto accadeva in modo naturale, le cose di mio padre le sentivo praticamente sempre a casa. Mi ricordo quando componeva le sue canzoni, la musica era onnipresente”

“Quindi si può dire che tu l’abbia assorbita facilmente?”

“Proprio così, da bambino senza rendermene conto quelle canzoni che sentivo sempre ti entravano sotto pelle in modo molto spontaneo, poi man mano che anch’io iniziavo a cimentarmi con la musica, è nato il confronto tra noi su questioni artistiche. Ho iniziato così ad aiutarlo a registrare, intervenivo anche negli aspetti tecnici. Dal punto di vista artistico, le sue idee le condividevo, si sono impresse in me. Sono sempre stato un ascoltatore della musica di mio padre!”

“Come avete vissuto la notizia che il disco “La Piramide” era entrato tra i finalisti delle Targhe Tenco per il miglior album dell’anno?”

“Era felicissimo, non ce l’aspettavamo proprio! Una bellissima notizia, tra l’altro era stato avvisato da un amico tramite un messaggio. Credo sia un bel riconoscimento del lavoro fatto, una testimonianza della bontà del disco”

“Prima abbiamo accennato alla tua esperienza sanremese con i Bidiel, dove portaste in gara il brano pop rock “Sono un errore”. Era il 2012, vinse nella vostra categoria Alessandro Casillo e in quella edizione gareggiavano artisti validi come Erica Mou, Marco Guazzone e un’altra band oltre ai Bidiel, gli Iohosemprevoglia. Voi avevate già fatto un po’ di gavetta ma quella rimane un’esperienza molto importante. L’avete vissuta con una certa incoscienza, concedimi il termine, o per voi quello era un vero obiettivo ed esservi arrivati rappresentava già un traguardo?”

“Eravamo davvero giovani, si può dire che come Bidiel siamo nati lì, ci siamo fatti conoscere al grande pubblico partecipando a Sanremo. Suonavamo già da anni, ma avevamo un altro nome, cantavamo in inglese, quindi ci siamo trovati quasi dal nulla a calcare quello splendido e prestigioso palco. Dai concerti, dai locali in città, dai vari festival e contest ai quali avevamo preso parte, ritrovarsi lì è stato assolutamente pazzesco! In quella settimana ti senti come in una bolla. E’ un’esperienza che ricorderò per sempre, lì sopra ti fai veramente le ossa, una settimana a Sanremo equivale a un anno di esperienze! Sei alle prese con un vero e proprio tourbillon che ti travolge”

“E da solista ci torneresti al Festival?”

“Perchè no? Francamente non c’ho pensato ma non mi dispiacerebbe affatto, sarebbe una vetrina molto importante. Inutile, nonostante la rete, i talent, spotify, Sanremo rimane unico nel suo genere e l’esposizione che ti dà, la possibilità di farti conoscere da un grande pubblico è una cosa a cui è difficile rinunciare, fermo restando che non è certo facile arrivarci, anzi. Poi credo che per affrontare un Festival simile, devi portare una determinata canzone e devi principalmente essere molto convinto, perchè sono dell’idea che le cose forzate possono forse funzionare ma solo fino a un certo punto. Insomma, ci fossero tutte le condizioni, un pensierino lo farei. Dipende da tanti fattori ma mai dire mai”

“Tornando all’attualità, dopo questo periodo segnato dal covid-19, che ha rimesso in discussione le priorità di ognuno e sconvolto piani e vite intere, come hai intenzioni di muoverti? Farai della promozione dei singoli, quali sono i tuoi progetti in attesa dell’uscita del tuo primo album?”

“Intanto ho avuto la fortuna di aprire i concerti di Max Gazzè nelle tre date del 2,3 e 4 luglio all’Auditorium di Roma. Una cosa inaspettata e anche per questo sono doppiamente felice. Suonare dopo tanto tempo forzatamente chiusi in casa, farlo con Gazzè poi, wow!”

“Il pubblico di Max come ha accolto le tue canzoni? Lui è uno di quelli che fa del pop di qualità, chi lo ascolta è solitamente molto esigente”

“Beh, aprire i concerti di nomi grossi non è mai facile, tutti vanno giustamente per ascoltare le canzoni del grande artista, poi arrivo io solo chitarra e voce… Però è andata molto bene, il pubblico è stato caloroso con me, ha ascoltato attentamente il mio repertorio, un’esperienza stupenda in tutti i sensi. Adesso sono nella mia città, Catania. Mi auguro che il peggio sia passato e che andando avanti sia meno dura per chi fa il mio mestiere. C’è stata una timida ma coraggiosa ripartenza, non è facile gestire l’aspetto live, nel frattempo mi dedicherò ad altri aspetti del mio progetto, e mi ritengo a maggior ragione fortunato ad aver avuto la possibilità di suonare davanti a un pubblico a Roma, in un evento simile, per me una vetrina bellissima”

“E con il tuo album a che punto sei? Hai pronte delle canzoni nuove?”

“Il grosso del disco è stato fatto, le canzoni sono state registrate, il singolo “La festa” è uscito da pochissimo, più avanti ne usciranno altri fino ad avvicinarsi alla pubblicazione dell’album. Ovviamente il periodo è quello che è, vediamo cosa succede, pian piano, un passo per volta, l’importante è che, non solo riferendomi alla musica, le cose vadano bene”

Nel salutare Brando, mi riprometto di tenerlo d’occhio nelle sue prossime uscite, con la speranza di assistere a qualche suo spettacolo che mi confermi le buone sensazioni.

Quelle da lui pronunciate in questa intervista sono parole decise e appassionate. Mi sembra di aver colto lo spirito giusto per affrontare un percorso importante come quello da cantautore.
E io non posso che fargli un grande in bocca al lupo per la sua avviata carriera.

 

 

Le mie considerazioni sui finalisti delle Targhe Tenco 2020

Sono usciti ieri i nomi dei finalisti per l’edizione 2020 delle Targhe Tenco, prestigioso riconoscimento che ogni anno premia i migliori album italiani suddivisi per categorie.

E’ in pratica la rassegna più importante dedicata alla canzone d’autore, tralasciando il fatto che nel corso degli anni abbia subito delle variazioni, contornandosi di sfumature nuove e dando adito anche a polemiche sull’effettiva e corretta dicitura. Senza inoltrami in territori paludosi, fra l’altro già ampiamente battuti da appassionati e da senatori che seguono il Premio Tenco, io come giurato mi limito, ma lo faccio con la massima serietà possibile, a indicare ogni anno le mie preferenze.

Per quanto non sempre d’accordo con determinati esiti, devo dire che di buona musica ne ho sempre sentita, sia tra le opere in gara, sia tra quella proposta e promossa nelle tre serate della Rassegna che ogni anno si svolge nella splendida cornice del Teatro Ariston di Sanremo. E’ in quella occasione che vengono assegnate fisicamente le Targhe e, in definitiva, si tratta per me ogni anno di una full immersion musicale sempre molto attesa e gradita.

Detto ciò, il senso del mio post è quello di commentare i primi verdetti, ricordando che nella prima fase di votazione ogni giurato aveva a disposizione tre scelte da indicare. I cinque nomi più votati sono quelli giunti in finale, da cui poi per ogni categoria sarà possibile sceglierne solo un titolo: al termine dei ballottaggi verranno decretati i vincitori delle ambite targhe.

Come sempre, ovvio, vale per tutti i miei colleghi giurati, è impossibile vedere arrivare nella cinquina finale tutti gli album votati in precedenza, considerando quanti sono i nomi interessanti e quanti i giornalisti chiamati a votare. C’è molta eterogeneità quindi sia da una parte (tra gli artisti in primis) che dall’altra, nelle scelte degli addetti ai lavori.

Prima di passare in rassegna l’elenco dei finalisti, mi piace sottolineare che, proprio per l’elevato numero di dischi di indubbio valore, nonostante alcuni esclusi eccellenti, il roster da cui attingere per il voto decisivo sia assolutamente di qualità. Non ci si può certo lamentare nel vedere in finale determinati album.

Ci sono ovviamente anche delle piacevoli sorprese, degli outsider, ma in generale mi pare veramente una delle edizioni più equilibrate, con pochi vincitori annunciati. Di sicuro è la più equilibrata e incerta da quando io sto in giuria (dal 2016, questa è la mia quinta esperienza).


 

DISCO IN ASSOLUTO

Cominciamo dalla Targa più prestigiosa, quella da assegnare al Miglior Album in assoluto dell’anno.

Credo sarà un testa a testa fra Paolo Benvegnù, esponente di punta tra i cantautori indie – con un solido passato musicale alle spalle alla guida degli indimenticabili Scisma – e Dario Brunori, alias Brunori Sas. Entrambi non sono nuovi della Rassegna, ma se il primo ha solo sfiorato in passato una piena affermazione, il secondo può già vantare un bel risultato risalente all’edizione del 2017, quando si aggiudicò la Targa per la Miglior Canzone con l’intensa “La verità” (che votai anch’io!). Molto differenti per stile e linguaggio, hanno realizzato due album davvero importanti, anche se ammetto di aver preferito i precedenti due album di Benvegnù a “Dell’odio dell’innocenza”, in lizza quest’anno. Brunori invece con “Cip!” ha forse trovato il suo perfetto equilibrio formale, raggiungendo finalmente una vasta fetta di pubblico mainstream. Ma questo non dovrebbe distrarre la Giuria sul fatto che abbia confezionato un album bellissimo, con alcuni pezzi che legittimamente potevano ambire a replicare l’exploit de “La verità”, senza tener conto di un altro brano magnifico composto per una colonna sonora e nemmeno inserito nel disco: infatti avevo votato fra le mie tre canzoni dell’anno al primo turno proprio “Un errore di distrazione”, scritta per il film “L’ospite”.

Potrebbero però esserci delle sorprese, in quanto fra i finalisti c’è anche quel Diodato, che dopo aver vinto il Festival di Sanremo con “Fai rumore” e il David di Donatello per “Che vita meravigliosa” (tra l’altro seria candidata alla Targa per la Canzone Singola) potrebbe fare cappotto, sbaragliando tutta la concorrenza anche in questo contesto. Più defilati ma con degli album molto riusciti gli altri due finalisti, Luca Madonia e i Perturbazione, per entrambi una bella rivincita e un ritorno a pieno titolo fra i nobili ranghi della canzone italiana. Felicissimo per i ragazzi di Rivoli che seguo da sempre, indubbiamente rientrati bene in pista con l’album dall’accattivante titolo “(Dis)amore” ma anche per l’ex Denovo che si è dato una bella rinfrescata con il suo album infarcito di duetti illustri. Fra l’altro avevo recensito entrambi gli album per Indie For Bunnies, sito con cui collaboro, quindi non può che farmi piacere un’eventuale vincita da parte di uno o degli altri.

Gli esclusi

Dato onore ai finalisti, mi preme però constatare una sincera delusione nel non vedere Olden nella cinquina. Davide Sellari, questo il suo vero nome, solo un anno fa era in gara come miglior interprete, giunto in finale con i suoi interessanti rifacimenti di brani degli anni ’60. Quest’anno con il suo album di inediti “Prima che sia tardi” aveva clamorosamente alzato l’asticella – gli diedi 8,5 su Indie For Bunnies – presentando un concept-album molto emozionante. Ammetto candidamente che il suo per me è il miglior album dell’anno. Peccato non sia riuscito ad agganciare la Finale, presumo per pochi voti.

Anche Fabio Cinti e Paolo Capodacqua li avevo apprezzati tantissimo durante l’anno, e giudicati assai bene in fase di recensione, rispettivamente su Indie For Bunnies e sulla rivista Vinile. Poetico e struggente il primo (che due anni fa si impose nella categoria “Album di interprete” con la sua versione gentile dello storico “La voce del padrone” di Franco Battiato), raffinato e classico il secondo, memore dei migliori cantautori. Un possibile outsider sarebbe stato Lorenzo Del Pero, alle prese con un album intenso a dir poco ma probabilmente ancora poco noto. Mi sono piaciuti assolutamente anche gli album di Jet Set Roger, Fabrizio Tavernelli e dei Klippa Kloppa, tutti quest’anno da me recensiti e ascoltati in gran quantità: insomma nomi spendibili ve n’erano eccome.

Un paio di dischi importanti non figurano sorprendentemente in finale, quello di Niccolò Fabi e quello dell’inedita coppia Mina Fossati. A dire il vero non lo trovo scandaloso, nel caso di Fabi, habituè del Premio Tenco, non si può certo dire abbia pubblicato con “Tradizione e tradimento” un brutto album, ci mancherebbe, ma se lo paragono al magnifico “Una somma di piccole cose” che vinse la Targa relativa nel 2016, il confronto non regge, nonostante la presenza di due brani che immaginavo avessero goduto di miglior fortuna in questa fase: l’avvolgente “Scotta” (che infatti ho votato) e “Io sono l’altro”, un manifesto programmatico con un testo incisivo che non può lasciare certo indifferente. Nulla di fatto, tra l’altro questo brano si è nei giorni scorsi aggiudicato già un premio prestigioso, quello di Amnesty International, proprio per il significato delle sue liriche. Anche Mina e Ivano Fossati avevano in canna almeno un brano memorabile, quella “Luna Diamante” che, al pari di “Che vita meravigliosa” di Diodato compare nella colonna sonora dell’ispirato e toccante “La Dea Fortuna” di Ferzan Ozpetek. Secondo me questa ballata commovente poteva tranquillamente aggiudicarsi la Targa come miglior canzone dell’anno.

ALBUM IN DIALETTO

Gli album in dialetto rappresentano ogni anno una gradita sorpresa. Per quanto io sia un riconosciuto amante di sonorità etniche e appunto di canzoni dialettali, comprendenti recupero di storie, radici, tradizioni e fantastiche sonorità, non credo sia umanamente possibile avere sott’occhio tutte le uscite che provengono da ogni parte d’Italia. Quindi è molto raro che mi sbilanci perentoriamente per un nome anzichè per un altro. Ho dato, come ovvio, le mie preferenze e almeno un paio di album tra quelli da me votati sono giunti in finale, alludo alla rediviva Nuova Compagnia di Canto Popolare e alla cantante umbro-sarda Sara Marini. Ho in pratica cannato solo il mio terzo nome, di certo meritevole (per onor di cronaca Valeria Cimò con “I Cantori di Arborea”) ma non posso certo dirmi dispiaciuto nel vedere concorrere per la Targa i lavori di Alfio Antico, di Daniele Sepe (di nuovo con il suo Capitan Capitone in sella) e l’interessantissima Eleonora Bordonaro.

Mi riservo di dare un attento ascolto a tutti e cinque gli album, il tempo per votare in questa finale è fino al 29 giugno.

OPERA PRIMA

Anche la Targa per la Migliore Opera Prima è molto importante e significativa. Da qui hanno preso il volo intere carriere, e per quanto non sempre affermarsi in questa sede sia poi conferma di una svolta, di certo una vittoria al Tenco ha il suo peso.

Credo che, se non fosse per la presenza di Paolo Jannacci, questa sarebbe veramente una categoria incerta ed equilibrata; per la prima volta in cinque anni non ho sicurezza nel dare il voto, tanto che dei miei tre nomi citati alla prima tornata di voto nessuno è poi giunto in finale. Si trattava del giovane Gionata, artefice di un album fresco, sincero, immediato e profondo, della cantautrice pop jazz Michela Franceschina e del raffinato Franz (questi ultimi ben assimilati, visto che sia per l’una che per l’altro mi ero già ben espresso in fase di recensione tra le pagine virtuali di PelleECalamaio e Indie For Bunnies). Un album che mi ha favorevolmente colpito e che mi sembrava addirittura “fuori categoria” è quello del noto critico musicale, collega fra l’altro sulle pagine di Vinile, Alberto Marchetti. In tutta onestà, musiche e testi di un altro livello.

Ovviamente avevo ascoltato tutti gli artisti giunti in finale e mi ero sbilanciato su Lelio Morra, autore di un album di gran pregio. Ho rischiato non dandogli la preferenza, perchè in realtà ero convinto sarebbe arrivato tra i finalisti. Di fatto è andata così, ora però se la dovrà vedere con gli agguerriti Buva (e le sue intense parole), Liana Marino (autrice di un ottimo album e in effetti molto quotata) e i romani Reclame, che propongono un riuscito mix di contemporaneità e tradizione.

Dicevo di Jannacci, artista che stimo e per cui provo simpatia. Al di là che secondo molti, avendo già una discografia piuttosto cospicua come autore jazz in trio, non dovrebbe figurare in questo elenco, non mi pare che il suo album abbia le qualità per affermarsi. Vedremo.

INTERPRETE DI CANZONI

Il bingo mi è capitato nella categoria “Miglior album di interprete“! Infatti tutti e tre i dischi da me votati sono giunti in finale: si tratta dell’opera di Beppe Dettori, di Peppe Fonte e di The Niro. Album diversissimi fra loro, d’altronde anche i titolari delle relative canzoni omaggiate (rispettivamente Maria Carta, Piero Ciampi & Pino Pavone e Jeff Buckley/Gary Lucas) provengono da mondi lontani e differenti. Dovrò sciogliere i miei dubbi ma sono già abbastanza orientato su chi premiare. Poi ovvio, sono ottime anche le altre due artiste giunti sin qui a contendersi la Targa: Maria Mazzotta e Tosca, quest’ultima già apprezzatissima dalla Critica quest’anno al Festival di Sanremo, dove per un soffio non ha vinto il Premio Mia Martini, battuta sul filo di lana dall’asso pigliatutto Diodato.

CANZONE SINGOLA

E a proposito del Festival di Sanremo, come lo scorso anno ad aggiudicarsi la Targa fu una canzone proveniente da quella competizione (la stupenda “Argento vivo” di Daniele Silvestri, con la collaborazione di Manuel Agnelli e di Rancore), anche questa volta il vincitore potrebbe venire da lì (ricordando che in questo caso viene premiato l’autore del brano). Sono in gara infatti la stessa Tosca e il rapper Rancore (che lo scorso anno anche al Tenco affiancò Daniele Silvestri), rispettivamente con “Ho amato tutto” e “Eden”. Ottime canzoni ma non so se al punto di vincere, vista la presenza di Diodato in primis e di due rivelazioni come Beppe Gambetta e Giacomo Lariccia. In particolare l’artista giramondo con “Limiti” può giocarsi in sicurezza le sue carte: certo, sarebbe un exploit clamoroso ma la qualità del pezzo e dell’interpretazione sono di prim’ordine.

 

ALBUM COLLETTIVO A PROGETTO

C’è infine la speciale categoria degli “Album a progetto” istituita qualche anno fa e che presenta sempre dei lavori assai vari e compositi: due tra i finalisti hanno riscontrato assolutamente il mio interesse, l’omaggio a Gianni Siviero (presentato proprio durante la Rassegna della scorsa edizione) e il nuovo capitolo dell’album di Voci Per la Libertà, intitolato semplicemente “20 x 22”. La mia terza preferenza lo diedi al progetto “Ho visto Nina Volare” che però non è passato in finale cedendo il posto ad Animantiga, Calendario Civile (una proposta davvero molto particolare e originale) e a Note di Viaggio.

Comunque vada, credo davvero ci saranno pochi argomenti per i detrattori della Rassegna, fermo restando che un verdetto porta con sè da sempre polemiche quando non addirittura insinuazioni.

Mi sento di non sbagliare però quando affermo che di dischi a ragione candidabili ce n’erano moltissimi, segno che la musica d’autore italiana è più vitale che mai.

In bocca al lupo a tutti i finalisti e state tranquilli che arriveranno anche i miei voti, mi basta solo qualche ascolto in più!

Da Alessandria due nomi nuovi dell’indie pop: Tavo e Benedetta Raina

Il genere indie-pop è attualmente, assieme alla trap, il più sdoganato specie fra i giovanissimi. Ai pionieri che agli inizi del decennio stavano tracciando la strada, è succeduta infatti un’intera nuova generazione che, specie nell’ultimo lustro, ha fatto irruzione nelle classifiche generaliste, conquistando anche le radio e soprattutto un numero sempre crescente di pubblico.

Ovvio, risulta spesso fuorviante inserire tutti nel mucchio ma, come ogni codificazione, a volte diventa non dico necessario ma se non altro utile, approssimare e appiccicare di fatto un’etichetta.

Lo stesso discorso vale a ragione per due nuovi nomi che oggi vi vado a presentare e che possiedono in effetti tutte le caratteristiche per essere definiti indie-pop.

Si tratta di Tavo (vero nome Francesco Taverna) e Benedetta Raina, due artisti giovani, (nel caso della Raina, possiamo a ben dire giovanissima se consideriamo che è nata nel 2001!), che in questi mesi hanno dato alle stampe dei nuovi lavori, rispettivamente “Theia” e “Frammenti”, entrambi degli Ep ben rappresentativi della loro musica.

Tavo e la Raina sono accomunati soprattutto perché tutti e due vengono da Alessandria e per il fatto che i loro album sono usciti sotto l’egida della label “Noize Hills Records”. Le analogie tuttavia terminano qui, vediamo più nel dettaglio il frutto del loro lavoro.

Partiamo dal più vecchio (si fa per dire, essendo un classe ’93), Tavo, che dalla sua può vantare già una discreta esperienza, culminata – oltre che in partecipazioni presso prestigiosi palchi come Tendenze Festival o Arezzo Wave – nell’album d’esordio “Funambolo”, all’insegna di un pop orecchiabile.

Trascorsi due anni Tavo appare nelle intenzioni più ambizioso sin dall’idea che sta alla base di questo “Theia”, il cui titolo suggestivo si riferisce al Pianeta dal cui scontro con la Terra (un bel pò’ di anni fa, circa 4 miliardi e mezzo) ebbe origine la Luna.

Da sempre questo misterioso satellite è fonte d’ispirazione per scrittori e musicisti e anche il giovane alessandrino ne è rimasto attratto, con le canzoni (5 più l’iniziale “L’astronauta” che nella sua brevità delinea il mood dell’intero disco) che rappresentano gli umori dei suoi sentimenti.

I toni rimangono per lo più acustici con la seconda traccia “Il tempo di ballare”, dai forti riferimenti autobiografici, mentre più vivace, con i suoi inserti elettronici, appare “Annabelle”, una canzone d’amore la cui pecca risiede un po’ nel testo in cui compaiono immagini abbastanza stereotipate.

Con “Sott’odio”, Tavo azzarda un arrangiamento in cui sono i fiati a farla da padrone, mentre appare decisamente più compiuta e maggiormente a fuoco “Gange”, che la segue in scaletta. A mio avviso si tratta dell’episodio migliore, forte di una piacevole melodia e di un azzeccato ritornello che ti rimane in testa, prima della chiusura in tono minore con “La notte”.

Un lavoro, a conti fatti, ancora un po’ acerbo, seppur con al suo interno degli spunti interessanti. Da critico il consiglio che mi sento di dargli è quello di puntare più su risvolti biografici (che pure sono presenti a tratti), in modo da far emergere maggiormente la sua personalità, altrimenti il rischio di rimanere sommerso c’è, visto l’ingente numero di cantautori che si muovono su coordinate stilistiche simili.

 

 

Diverso giudizio invece pende sulla cantautrice Benedetta Raina, che con “Frammenti” ci regala appunto dei pezzettini di sè, delle polaroid di una giovanissima donna alle prese quindi con situazioni comuni a tante sue coetanee.

L’apertura è affidata a “Basta” che, pubblicato un anno fa, risulta essere il suo primo singolo in assoluto, mentre la traccia successiva è quella scelta a rappresentare l’intero Ep, essendo in rotazione radiofonica dal primo maggio. I due brani invero si assomigliano molto, almeno musicalmente, anche se “Stata mai” si fa preferire per il testo, piuttosto amaro, che parla della delusione per la fine di un’amicizia. Più interessante mi pare “Mi sveglio col caffè” che rallenta un po’ i toni e ci fa conoscere l’autrice nella sua fragilità.

“Davvero”, anch’esso un brano già edito, mostra un arrangiamento reggae, mentre “Non me ne frega se non ci vedo bene” chiude il mini album in modo riflessivo, affidandosi a una musica elettronica che da pulsante si fa via via più ritmata, finendo però per annacquare le belle intenzioni iniziali.

E’ indubbio, e non potrebbe essere altrimenti, che queste canzoni suonino leggere e senza grosse pretese, ma uno sforzo compositivo in più è da auspicare per il prosieguo della sua carriera, fermo restando che in un panorama attuale caratterizzato da tantissimi interpreti, il fatto che Benedetta si scriva testi e musiche è senz’altro un punto a suo favore e una nota di merito.

Certo, deve affinare maggiormente la sua penna, ma come è ovvio, vita la giovanissima età, ha tutto il tempo davanti per farlo.

 

Una piacevole chiacchierata con Olden, autore con “Prima che sia tardi” di uno dei dischi italiani più belli dell’anno

Ho conosciuto personalmente il cantautore Olden (il cui vero nome è Davide Sellari) nell’ottobre scorso, in quel di Sanremo. Era giunto tra i finalisti nella categoria “miglior album di interprete” e, benché la sua (interessante) rivisitazione di brani anni sessanta (intitolata emblematicamente “A60”) non si fosse aggiudicata la prestigiosa Targa relativa, era riuscito comunque una volta di più a farsi notare e far arrivare la propria musica, anche mediante brevi ma intense esibizioni durante la giornata che andavano a intervallare momenti strutturati come le conferenze stampa della Rassegna del Premio Tenco.

Foto di Flavio Ferri

Io come giurato della manifestazione gli avevo dato fiducia, votandolo con convinzione, e in quel contesto ebbi modo di scambiare qualche chiacchiera con lui (e col suo fido produttore Flavio Ferri, che conoscevo molto meglio per via della sua militanza nei Delta V, band assurta al successo e alla popolarità tra la seconda metà degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio), con la promessa di continuare a seguirlo nel suo nuovo progetto previsto per l’anno a venire.

L’idea che ci facemmo io e mia moglie Mary fu quella di due artisti che credevano moltissimo nel proprio lavoro e che riuscivano a trasmetterti tutta la loro passione.

Quel disco tanto atteso, intitolato “Prima che sia tardi” si è rivelato alla fine davvero notevole, mantenendo di fatto le promesse.

Ne ho scritto per Indie For Bunnies, una delle testate musicali con cui collaboro, ma l’occasione è diventata propizia per scambiare qualche chiacchiera a proposito del disco e più generalmente sulla sua musica e sul significato che questa ricopre.

Lui perugino di nascita da tempo vive in Spagna, catalano ormai d’adozione, e alla fine ci si è accordati per sentirci via whatsapp: nonostante l’insolito espediente (almeno per me), quel che ne è uscita è un’intervista ricca di contenuti in cui in modo molto naturale e spontaneo ci si è aperti su molti argomenti, bevendoci su fra l’altro una birra (seppur a distanza).

“Ciao Davide, come prima cosa vorrei chiederti dove ti trovi in questo momento e com’è la situazione dalle tue parti. Come stai? Lo so, sembra la classica domanda rompighiaccio ma in periodi come questo assume il suo reale significato.

“Ciao Gianni, in questo momento sono a Barcellona che è casa mia ormai da undici anni; sono nel mio appartamento qui vicino al mare, siamo chiusi ormai da due mesi. Purtroppo a Barcellona ancora non si è avanzati dalla fase 1, che è quella dove si riapre qualche bar coi tavolini fuori, un momento di socialità che è ora che torni presto perché mi manca ed è una cosa a cui sono un po’ abituato. La frustrazione ormai è un po’ cronica, è diventata meno acuta ma spero che finisca presto perché non è molto produttiva. Non sono uno di quegli artisti che in questo periodo stanno scrivendo. Sto provando a scrivere ma con grande difficoltà, ho bisogno di prendere l’aria, di vedere un po’ la strada, di sporcarmi i piedi e le mani, altrimenti non so se riuscirò a creare cose nuove, insomma. La situazione è un po’ questa, poi la differenza va da città a città, da Regione a Regione, noi siamo quelli un po’ indietro insieme a Madrid”.

“So che abiti da tanti anni in Spagna, a Barcellona per l’esattezza. Nella mia recensione (lusinghiera, questo te lo posso anticipare, io non mi sbilancio mai con i 10 ma 8, 8/5 per me sono già voti altissimi), ho scritto magari in maniera azzardata che la tua formazione musicale, anche se era iniziata ovviamente in Italia, si è sviluppata principalmente in Spagna attraverso il contatto che hai avuto con alcune istanze del luogo, non soltanto dal punto di vista ambientale ma anche sociale (che non significa necessariamente per la tua vicinanza alla Catalogna e tutto quello che sappiamo riguardo il movimento per l’autonomia). E’in Spagna che sei venuto in contatto con certo tipo di musica che poi ha indirizzato i tuoi gusti e il tuo modo di comporre, giusto? Se non è così, puoi spiegarmi meglio?”

“Intanto grazie per il voto, io più di 8 non l’ho mai preso, quindi per me 8 è già 10! Sono contento perché quando il disco fa centro è sempre una soddisfazione, poi essendo un album anche abbastanza atipico mi fa molto piacere. Guarda, la mia carriera solista è cominciata in Spagna, il mio primo disco l’ho fatto nel 2011 con un’etichetta catalana che era Daruma Records; quindi sono entrato in contatto con questo produttore: Marc Molas (molto giovane che aveva e ha ancora un’etichetta), il quale dopo aver sentito i miei provini produsse il mio primo disco, in inglese. Dopodichè si è sviluppata la mia carriera, anche se io venivo già da parecchi anni di gavetta come cantante di varie band a Perugia: la prima band si chiamava “Roarrr”, la seconda “Zonaplayd” (con citazione di “Balle Spaziali” per chi è fan di questi film) e infine i “Figli di John”, più o meno mantenendo la stessa formazione con qualche cambio. Quindi ho scritto le mie prime canzoni in Italia quando avevo tipo 16/17 anni, diciamo forse anche 18, Olden in pratica è nato tra l’Italia e la Spagna, durante il mio viaggio in questa transizione mi sono trasformato e sono entrato in contatto qua non tanto con la musica locale, quanto con delle persone che mi hanno permesso di conoscere nuovi ambiti. Uno dei casi più importanti è stato incontrare Sergio Sacchi del Club Tenco, attraverso Steven Forti, che ora fa parte anch’egli del Tenco ma è prima di tutto uno storico e appassionato di musica. Forti faceva un programma radiofonico a Barcellona per italiani, dove mi ha invitato, così ci siamo conosciuti e gli ho fatto sentire le mie cose. Ricordo che a quei tempi Sergio Sacchi (che ancora non credo fosse direttore artistico del Tenco ma solo presente nel Direttivo) aveva ascoltato le mie cose, gli era piaciuto molto la mia voce e mi disse: “Ma perché non canti in italiano?”: era curioso di sentire come scrivevo.

Questa cosa un po’ mi ha stimolato, già avevo voglia di tornare a scrivere in italiano perché è quello che avevo fatto sempre in Italia – questo episodio in inglese era stato uno spartiacque, una pausa –  e da lì ho ricominciato a scrivere nella mia lingua, ho fatto il mio primo disco poi ne sono usciti altri tre (questo che è appena uscito è il quinto). Quindi sicuramente l’atmosfera e l’ambiente di Barcellona anche inconsciamente qualcosa mi hanno lasciato, ma musicalmente forse meno di quanto si possa immaginare perché comunque sono rimasto fedele ai miei mondi e ai miei gusti: il rock britannico soprattutto, la musica d’autore italiana, nonostante abbia potuto negli anni conoscere delle cose nuove, anche in catalano, che mi hanno sicuramente lasciato dei segni”.

(Grande la citazione di “Balle Spaziali”, l’avevo visto che ero poco più che un bambino!)

“Tornando alla domanda precedente, mi riferivo non esclusivamente al fatto che tu fossi stato influenzato dalla musica spagnola in sè; sapevo però che avevi avuto modo di partecipare al programma di Steven Forti e intendevo dire che in Spagna eri stato coinvolto per la prima volta in qualche progetto legato alla canzone d’autore: avevi interpretato Leo Ferré, anche De Andrè e quindi in qualche modo eri entrato in contatto diretto con quel tipo di musica.

“In quel senso hai ragione riferendoti al mio incontro con le realtà locali, perché io comunque – sempre tramite Steven che è stato veramente cruciale – ho partecipato a degli spettacoli di Barna Sants (una sorta di Tenco catalano), un Festival sulla musica d’autore. Avevamo fatto anche uno spettacolo scritto da Sergio Sacchi e da Joan Isaac sulla storia dell’Anarchia (e tra l’altro venimmo anche al Casinò di Sanremo; poi a Carrara al Primo Maggio facemmo un concerto della Cgil con gente come Staino e Guccini presenti). Si chiamava “Canzoni d’Amore e d’Anarchia” ed era molto bello, erano presenti canzoni anche in catalano, in spagnolo, in tutte le lingue; poi ho preso parte anche a un disco, sempre di Barna Santz (“Cuba Va”) stavolta dedicato a Cuba e alla Rivoluzione Cubana, insieme a cantanti sia cubani che spagnoli. Anche in quell’occasione cantai in catalano e in spagnolo, c’è anche la mia versione di “Cohiba” di Daniele Silvestri tra l’altro. Quindi sì, direi che in effetti ho preso parte a diversi spettacoli qui a Barcellona, con esperienze spesso legate al Tenco, a “Cose di Amilcare”(l’Associazione di Steven Forti e di Sergio Sacchi), la costola catalana del Tenco, il Barna Sants, dove sono entrato in contatto con artisti locali”.

Foto di Flavio Ferri

“Venendo alla tua musica, io ti avevo conosciuto con il tuo album precedente ad “A60”. Era già un bel disco secondo me, ma meno a fuoco rispetto a quello già citato candidato alla Targa Tenco e molto diverso da quello che ci hai presentato in questo 2020. Già “A60” aveva delle buone premesse, perché sembrava un album “tuo”, nonostante contenesse solo cover. Tante volte i dischi di interprete sono più o meno fedeli agli originali, oppure cambiano con risultati modesti o quantomeno azzardati. Nel tuo caso invece, sembrava come detto proprio un disco personale, un po’ perchè forse le canzoni scelte non erano poi così note, ma soprattutto perché sei riuscito a far trasparire la tua anima musicale.

Adesso tutto questo si è ampliato in un disco come “Prima che sia tardi”, volevo chiederti: da dove è partita l’idea che sta alla base del lavoro?

Non è da tutti realizzare un album che (come ho definito nella recensione), parla di una realtà distopica ma non troppo in fondo: è una realtà sinistra quella che descrivi ma che è un po’ lo specchio, la paura di quello che ci vediamo davanti quando sentiamo parlare alcuni esponenti politici. Tu hai fatto riferimento a una proiezione scurissima della realtà odierna, oppure volevi fare un disco che andasse in qualche modo a trasfigurare l’Olocausto, il Nazismo? Perchè io nelle canzoni ci rivedo molto quel periodo lì, nei “Quartieri di Lavoro”, nella figura del dittatore…”

“Parlando dei miei dischi, “Ci hanno fregato tutto”, quello a cui ti riferisci, è un lavoro che secondo me è venuto bene a metà, perché segna temporaneamente la fine di un collegamento ad un mondo più pop, o per lo meno pop rock; lì ci sono degli episodi del quale non sono neanche tanto contento (tipo “Gianni”, proprio quello che porta il tuo nome, non è uscito fuori come volevo) e da allora ho voluto appunto staccarmi dal contesto pop (anche se i testi cercavano già allora di essere poco pop, con dei contenuti non solo di evasione ma anche di riflessione) e l’incontro con Flavio Ferri (il mio produttore a partire dal successivo “A60”) è stato molto importante, direi fondamentale, perché anche con le sue critiche, l’idea che aveva di quel disco, mi ha fatto capire tante cose: che non bisognava giocare sul sicuro ma che dovevamo provare a rischiare. Disse che avrei dovuto provare a valorizzare diversi aspetti, come ad esempio la mia voce, senza riempire il disco di troppi suoni, e renderlo invece minimale. Voleva mettere in luce soprattutto la voce, la melodia e i testi.

Il progetto sul nuovo disco è venuto dopo una chiacchierata con lui in un bar e dopo un po’ di birre, quando lui mi ha suggerito: “trova un’idea, pensa a qualcosa, raccontiamo una storia!”. Sembra una banalità ma quella conversazione mi ha fatto scattare la voglia di mettermi a scrivere come veramente non avevo mai fatto prima; buttai giù così una sorta di romanzo (una sessantina di pagina), dove ho creato poi questa storia che ascoltate nel disco. Ed è stato facile trovare l’ispirazione, perché in quel periodo, in Italia (ma non solo) si stava assistendo sempre di più a un certo ritorno di politiche populiste e che in certi casi, diciamolo, ricordano dei regimi passati, neo fascisti (anche se ovviamente non siamo arrivati a quello in Italia). Sappiamo ad esempio quello che succede in Turchia, pensiamo inoltre a personaggi come Bolsonaro e Trump, che non saranno neo fascisti ma comunque calcano certe ideologie populiste che spesso sfociano nella xenofobia e nell’intolleranza, lo abbiamo visto purtroppo in tanti casi.

In quel periodo non ne potevo proprio più di assistere a questo spettacolo indegno dei “pollai social” nei quali si sfogava tutta la rabbia e la frustrazione di persone che giravano intorno soprattutto a Matteo Salvini. Mi è venuto una sorta di rigurgito di questa destra italiana populista che sull’immigrazione ci ha lucrato e ci campa da anni, tanto che in tempi non sospetti dicevo ai miei amici italiani: “ma vi rendete conto che in Italia si parla solo di immigrazione, solo di stranieri?”. Da molti anni stanno preparando questo tipo di politica. Leggere tanti commenti di odio, vedere – anche se da lontano – tanta superficialità in giro nelle persone, mi ha portato a creare una reazione interna che poi è scaturita nella scrittura di questa storia. E’ un disco dedicato alla libertà e all’uguaglianza, che va contro ogni tipo di intolleranza. Racconto nel disco una dittatura, tu dici che è distopica ma in realtà non è appunto così lontana dalla realtà, infatti spesso la definisco una realtà parallela o comunque purtroppo prossima, ed è anche un modo quindi per “avvisare”: “Prima che sia tardi” intende proprio quello, avvisare che il passato nero può tornare, ed è compito anche degli artisti trasmettere dei messaggi che non siano solo di intrattenimento. Conte dice che lo facciamo divertire, e forse ha anche ragione, perché molti artisti si sono dimenticati che la musica oltre che intrattenimento può essere molto di più, è anche contenuto”.

(In effetti è un’analisi molto lucida. E’un pericolo reale quello che Olden descrive o ipotizza nelle sue canzoni, seppur in modo allegorico, anche se avevo intuito ci fosse da parte sua piena consapevolezza e non fosse soltanto una profezia… come in quei film tipo “Contagion” che visto oggi mette i brividi).

“Il tuo non è un messaggio profetico, almeno mi auguro, è più un monito reale che ci stai dando con la tua musica: prima che sia tardi, cerchiamo tutti di drizzare le antenne.  L’uscita di Conte è stata molto infelice ma è un po’ lo specchio dei tempi, perché purtroppo per l’ascoltatore occasionale o distratto, sembra che ci siano spazi ridottissimi per la canzone con dei contenuti.

Tu con il tuo disco sei riuscito benissimo in questo, e un tempo album del genere riuscivano ad arrivare ai primi posti in classifica. Adesso non è più così e io non sono sicuro che un disco seppur dal valore intrinseco come il tuo, possa ottenere il successo che spettava ai grandi cantautori negli anni 70, però mi auguro che tu abbia un riconoscimento giusto in quelle sedi competenti, perché oltre ad avere un’idea tu ci hai sommato una grande qualità proprio dal punto di vista musicale.

Ci sono canzoni che, chiaramente, vanno seguite dalla prima all’ultima (mai come in questo disco, perchè c’è un continuum seguendo il viaggio della protagonista Zahira e del suo amico che l’aiuta a distanza), però diciamo che tu hai saputo nei momenti topici del racconto valorizzarli al massimo con degli spunti degni dello spessore delle liriche. “Aquilone” ad esempio, uno dei momenti importanti del racconto, è accompagnato da una canzone che spicca (non a caso primo singolo), però mi viene in mente anche “Mare tranquillo”, una canzone che mi ha colpito molto, oppure “Il clown” che sinceramente è il brano che più fa emozionare. Come sei riuscito ad adattare in questo caso le parole alla musica? E’ stato difficile, visto che è la prima volta che ti cimentavi in un concept album, oppure ti è venuto naturale creare quel climax giusto in base alle diverse fasi del racconto?”

“Gli spazi per la musica con dei contenuti non sono molti però ci sono, ma soprattutto confido che forse, dopo quello che è successo, ci siamo finalmente resi conto delle cose importanti. Ci sono due futuri che io vedo, che ipotizzo: o dopo questa epidemia, dopo questo momento terribile, si ritorna a una sorta di anni 60 nel quale c’era bisogno di evasione e di divertimento ancora più frivolo (e non solo ovviamente, perchè poi gli anni 60 hanno creato cose meravigliose, c’era una grande gioia, un’esplosione di vitalità), oppure ci si renderà conto che il sistema capitalista e un certo tipo di consumismo e di edonismo forse è il momento che si fermino, perchè ci stiamo rendendo conto che le cose importanti sono ben altre. Io auspico un ritorno ai contenuti, spero ci sia la voglia di riassaporare cose più concrete, più vere, con più sostanza.

Riguardo la musica del disco, stavolta ho scritto prima di tutto le parole, quindi dopo il romanzo ho adattato i testi e di giorno in giorno li mandavo a Flavio che poi mi dava un parere. Mi diceva cose tipo: “questo sviluppalo, questo è bello, questo è brutto, qui lavoraci di più…”. Io gli ho dato retta quasi sempre perché di lui mi fido molto, perché mi ha capito profondamente e questa è una grande fortuna. Mi ha permesso di scegliere una decina di testi, sul quale poi ho iniziato a scrivere delle musiche. Le ho scritte in casa e poi in studio con Flavio ci abbiamo lavorato; lui le ha arrangiate soprattutto, io ho dato qualche idea ma ho lasciato spazio a Flavio perché ha delle idee molto belle, molto giuste: lui capisce come valorizzare le cose (non solo con me ma con tutti i quali lavora) e quindi in fondo è stato abbastanza facile devo dire arrivare al prodotto finito, perché le musiche e le melodie poi mi sono venute abbastanza velocemente e per l’arrangiamento,come detto, Flavio ha dato un contributo veramente importante. E poi ci tengo a ricordare anche l’apporto musicale di Ulrich Sandner, chitarrista che ha impreziosito con delle idee il lavoro”.

“Non sapevo che gran parte del merito dell’arrangiamento fosse di Flavio, pensavo avesse svolto più un ruolo da produttore. Io lo apprezzo da sempre nei suoi dischi con i Delta V e credo sinceramente sia una fortuna quando un artista trova un produttore che diventa qualcosa di più di un produttore, una persona davvero fidata. Mi sembra di capire che lui sia uno che vuole il bene dell’artista, una cosa che non è sempre così scontata quando si comincia a lavorare, invece voi avete creato un bel binomio e credo che ci sarà soltanto da guadagnarci, vista anche la sua grande esperienza”.

“Flavio è un pezzo importante di Olden, è ormai parte integrante, non riesco neanche a chiamarlo produttore perché è prima di tutto un amico, una persona che mi vuole bene e mi stima, e che a dispetto di quello che sembra è una persona che si commuove quando riceve bellezza, quando sente qualcosa che ritiene bello. A me è servito molto perché, come dici tu, lui vuole il bene dell’artista o quanto meno vuole che l’artista tiri fuori quello che è. Se questi non ha niente da dire, lui te lo ribadisce senza mezzi termini; se sente invece che tu hai qualcosa da dire cerca di farti capire come dirlo, e questo è veramente preziosissimo, senza mai secondi fini ma solo appunto per la bellezza”.

“Prima avevo fatto riferimento a “Il Clown” ma anche “Non tu, noi” è una canzone che mi piace tanto e la prima volta che l’ho sentita mi ha emozionato. Ne “Il Clown” lì si arriva in pratica al compimento, alla fine del Regime, però non è una canzone di rivalsa, di rabbia: questo mi ha colpito molto, perché sembra quasi il Popolo essere compassionevole nei confronti del dittatore, o meglio non va a infierire, tanto che il dittatore, l’Oca Nera, si è ormai ridicolizzato da solo. Insomma, il popolo anziché schiumare ancora rabbia, preferisce lasciarsi alle spalle il brutto periodo e guardare già avanti, pensando finalmente a un nuovo futuro. Mi è piaciuta tantissimo questa cosa ma non so se è una chiave di lettura giusta, dimmi tu”.

“Sì, dici bene, il clown è esattamente questo, è una canzone che vuole sostanzialmente svelare, togliere la maschera al dittatore che in realtà è un buffone, perché ne abbiamo avuto esempi nel passato, no? E’ banalissimo forse citare Hitler o Mussolini ma il discorso se vogliamo vale anche per Stalin: erano personaggi che sembravano delle caricature, tu li vedi adesso nei loro comizi ed erano sommamente ridicoli, nella loro foga, nella loro retorica assurda. Sono delle persone che fondamentalmente nascondono qualcosa di tragico e di ridicolo allo stesso tempo, sono personaggi grotteschi. Quindi non è necessario infierire, soprattutto se chi condanna quel tipo di persona si ritiene differente. Infierire è comunque sempre un atto violento: condannare la violenza con la violenza sarebbe poco coerente. Il senso è allora: “si lasci pure il clown al proprio destino”, che poi in realtà quello che fa è praticamente uccidersi, ciò che dice la canzone. Il problema è che questo succede sempre dopo aver lasciato morti e tragedie alle proprie spalle. “Non tu, noi” è invece una delle poche canzoni prettamente non politiche, è molto personale nel raccontare un sentimento, che ci voleva in quel preciso momento del disco, dove lui scrive a Zahira dicendole che le manca, le manca quello che sono, non tanto lei (ovviamente è una provocazione dialettica) ma quello che sono loro insieme”.

“La nostra lunga chiacchierata è giunta al termine, vorrei chiudere chiedendoti quali sono le tue prospettive. Un po’ mi hai risposto prima ma mi piacerebbe sapere quali sono le tue aspettative personali su questo lavoro. Cosa ti aspetti da questo disco, Covid 19 permettendo?” 

“Questo disco come dici tu purtroppo è stato bloccato quasi sul nascere, a causa di questo terribile virus. Noi siamo riusciti a fare la presentazione, la conferenza stampa a Milano e dei concerti tra gennaio e febbraio. Siamo arrivati a un po’ di persone, anche fra gli addetti ai lavori e ad aprile maggio saremmo dovuti tornare probabilmente con un numero ancora più importante di date, perché come dico sempre questo è un disco che va raccontato direttamente. Le persone andrebbero prese una per una e “costrette” in un certo senso ad ascoltarlo, perché solo se ti permetti di accostarti ad esso in una certa maniera, di essere immerso in una particolare atmosfera e di seguirlo attentamente, puoi coglierne l’essenza, sennò probabilmente rischia di sfuggire. Quindi il fatto che siano mancati i live è stata una grande pecca, perché avremmo potuto raccontarlo veramente bene alla gente.

In quei pochi live eseguiti, ho visto che la reazione del pubblico è stata molto emotiva, si notava che la gente presente ai concerti era molto colpita ed era rimasta intrigata dalla storia. Il messaggio del disco era arrivato! In questo mondo, in questa società di oggi, dove tutto è rapidissimo, tutto è veloce e quasi tutto virtuale, oggi che al momento mancano anche i contatti reali purtroppo è un problema. Ma sono fiducioso, perché convinto che con “Prima che sia tardi” abbiamo fatto una cosa bella e sincera, che verranno fuori sempre più persone che lo ascolteranno e lo apprezzeranno. Per il futuro speriamo di riprendere qualche live se possibile da qui a fine anno, sto provando a scrivere delle cose nuove che potrebbero essere anche collegate a questo disco, perché forse non ho ancora detto tutto”.

PS –  Comunque la canzone “Gianni” mi aveva colpito molto, non ci sono poi molte canzoni col mio nome… è famosa “Gianna” di Rino Gaetano ma non è proprio la stessa cosa! Non mi riconoscevo ovviamente nel tuo pezzo, per come lo descrivi, però era un brano con un ritmo particolare. E’chiaro che sembra lontanissimo da quello che stai facendo adesso, direi che sei molto maturato come autore e credo sinceramente che sia questa la tua strada”.

“Chiudiamo volentieri con “Gianni” allora e torniamo un po’ indietro nel tempo. Devo dire che mi piace il testo di questa canzone, perché credo abbia un’ironia bastarda. Testo che in realtà è serio, ironico, dove descrivo un personaggio squallido che condanno. Il problema è che poi è risultata una canzone allegra e spensierata, l’ascoltatore medio magari nemmeno ci fa caso a qual è il vero senso della canzone. Non la rinnego ma forse l’arrangiamento, come è venuta fuori nell’insieme, non mi convince più ed ora non farei mai una cosa del genere.”

Credo sinceramente che possa dormire sonni tranquilli, dubito infatti che alla luce di questo lavoro ci sia qualcuno che ancora fraintenda le sue reali intenzioni: Olden adesso fa sul serio e ha tutte le carte in regole per durare a lungo.

 

L’artista friulana Michela Franceschina debutta come cantautrice con l’interessante “Burattini erranti”, tra pop, jazz e raffinata canzone d’autore.

Attendeva da tempo il suo debutto discografico la giovane artista friulana Michela Franceschina, già attivissima in campo musicale su più versanti. Esperienze vissute sia sul palco, da sola o in gruppi come il trio vocale Kalliope e i Bossa Loca, che tra i banchi di scuola – metaforicamente parlando ma non troppo – , visto che è un’educatrice musicale alle prese con giovani e bambini.

Un album a proprio nome però è tutta un’altra cosa, proprio perchè in queste 12 canzoni Michela ha saputo far confluire le varie tappe del suo percorso musicale, assemblando anche brani costruiti nel tempo ma che necessitavano, meritavano, un più ampio respiro. Tra le pieghe di questo esordio intitolato “Burattini erranti” abbiamo quindi messa a fuoco tutta la poetica autentica che sgorga dal cuore e dalla penna dell’autrice.

Testi e musiche sono quasi esclusivamente opera sua, se si eccettuano degli interventi di collaboratori come Nicola Pravisano e Michela Niccoli; da segnalare inoltre l’importante contributo di Marco Bianchi che ha suonato la chitarra in tutti i brani e si è occupato della quasi totalità degli arrangiamenti, a parte “Il cûr ” e “L’anima” affidati a Geremy Seravalle, impegnato anche alle tastiere. A registrare in studio con lei, oltre a validi musicisti come Giacomo Iacuzzo alla batteria e percussioni e il bassista Alessandro Toneguzzo, anche Paolo Forte che ha suonato la fisarmonica in “Miniera” e ne “Il mercato dell’amore”.

Dopo le doverose segnalazioni, è giusto però arrivare a parlare più specificatamente del disco, che ci mostra un’artista vitale, talentuosa, alla ricerca ancora forse di una sua strada musicale ma che già è in grado di maneggiare bene la materia partendo da alcuni capisaldi. Il primo è l’utilizzo di uno strumento principe, in questo caso il pianoforte, che evidenzia tutto il suo amore (e il suo studio) per la musica classica, nonostante si denoti all’interno dell’album un eclettismo che lo fa rifuggire da facili definizioni, pur restando generalmente nell’ambito della canzone d’autore.

Le definizioni possono essere talvolta necessarie, giusto per inquadrare un lavoro, specie in un’epoca in cui si è “bombardati” da uscite discografiche più o meno valide che possono finire per disorientare l’ascoltatore. E anche un disco come questo, uscito qualche mese fa, rischiava e rischia (ma nel nostro piccolo siamo qui a dargli il giusto tributo!) di rimanere in qualche modo sommerso, fluttuante nel calderone della musica d’autore che per molti critici è ormai solo una bolla stantia, bloccata su stilemi sorpassati, se non proprio vetusti. Per questo poi è importante sviscerare al meglio le canzoni e far emergere il bello là dove ne valga la pena.

In ogni caso, e qui rompo gli indugi, visto che di musica d’autore, o “dei cantautori”, me ne occupo e ne ascolto tanta, voglio spezzare una lancia a favore di coloro che, pur non tradendo la lezione dei grandi del passato, stanno provando a innovare e metterci del proprio. E’ il caso anche di questo album, in cui la Franceschina partendo come detto da composizioni al pianoforte, ha voluto comunque puntare forte sulle melodie (quindi associabili a un mondo pop) e su arrangiamenti che prediligessero soluzioni diverse, vivaci, finanche spiazzanti (penso a un episodio come “Persa”).

Michela nei testi si smarca dall’autobiografismo spinto per svelare altri scenari e, se pare azzardato definire il lavoro come un concept album, è anche vero che l’idea che sta alla base di “Burattini erranti” si ritrova qua e là in vari punti, e ha a che fare con la libertà degli individui che, come burattini, è forse circoscritta a un potere deciso dall’alto ma ciò non impedisce mai la ricerca e la voglia di trovare il proprio spazio. In questo viene normale associare il tema a ciò che tristemente stiamo vivendo, con una libertà che in questo momento ci viene necessariamente privata nella sua forma più piena e, anche se era impossibile un anno fa prevedere tutto questo, ci viene in soccorso in questi casi proprio la musica, grazie alla quale possiamo spaziare almeno con la fantasia e immaginare scenari lontani.

L’inizio del viaggio è affidato alla raffinata “La principessa”, adattissima a fungere da cartina di tornasole dell’intero album, con uno dei testi migliori del lotto, mentre la successiva “Non è una favola” si muove su coordinate differenti, più briosa con i suoi accenni swing e un cantato sinuoso e arioso adagiato sulle parole di Michela Niccoli. Seguono due canzoni che si stagliano abbastanza nettamente dal resto della scaletta, anche per l’utilizzo assai riuscito del dialetto friulano. La prima, “Il cûr”, è solare e orecchiabile nei suoi efficaci cori, la seconda (“Piscologo”) è più ondivaga e venata di malinconica ironia. Entrambi i testi sono a firma di Nicola Pravisano, mentre le musiche sono della stessa Michela Franceschina.

Si arriva così a “Dimmi come fai”, quella sì di stampo più classico, lineare e diretta nelle parole amorevoli di Michela Niccoli, mentre il cuore del disco è affidato a due dei brani a mio avviso più convincenti della raccolta, entrambi a firma dell’autrice.

“Persa” ha un andamento obliquo, un cantato sicuro per un testo che non le manda a dire, pur non lesinando in immagini poetiche, mentre la successiva “Noia” è assolutamente irresistibile nel suo andazzo jazz. “Miniera” (una dolce dedica al nonno) e “Il mercante dell’amore” si muovono fluide, acustiche, e trasudano fascino latino, mentre in “Back in Old America” fanno capolino degli elementi reggae a colorare un brano assai evocativo. “L’anima” è particolarmente intensa e suggestiva, con i tocchi sapienti della chitarra elettrica di Marco Bianchi e le tastiere non invasive che incalzano in sottofondo. L’album infine si chiude con la guizzante “Eco di te”, una mid tempo dai connotati pop rock (anche qui ottime le chitarre), in un testo che è una sorta di invocazione a ritrovare la propria strada, con la speranza di avere sempre una casa che ci possa attendere e rassicurare.

“Burattini erranti” è indubbiamente un album fresco, accattivante, ottimamente suonato e interpretato, dove Michela Franceschina è riuscita a trasmettere tutta la sua passione per le sette note. Sono brani in cui la matrice classica è ancora presente e probabilmente ne rappresenterà il registro sonoro anche in futuro ma dove è già evidente il tentativo di rivestire il tutto con gli abiti di volta in volta più adatti.

(Le foto sono di Leonardo Fabris, progetto grafico di Rossella Zarabara)

Un Antonello Venditti memorabile per il tour celebrativo del disco capolavoro”Sotto il segno dei pesci”

Antonello Venditti ieri ha fatto tappa a Marostica, tra i colli vicentini, in questo lungo e fortunato tour celebrativo per i 40 anni (ormai compiuti l’anno scorso) di uno dei suoi dischi clou: “Sotto il segno dei pesci”.

La cornice era splendida, come gran parte di quelle scelte per l’occasione di questo tour che, in origine, doveva solo fermarsi all’Arena di Verona (a proposito di memorabili location), il pubblico pure, ma soprattutto a brillare in un cielo che fortunatamente ha tenuto a bada il pericolo pioggia, sono state le canzoni del grande cantautore romano.

Di solito, come critico, mi occupo di altro tipo di musica, più tendente al rock, tra l’altro di matrice alternativa, ma chi mi conosce è al corrente della mia passione per la musica italiana, quella con la I maiuscola. E il buon Antonello rientra di diritto tra i più grandi della storia della nostra musica, nonostante lui anche ieri regalando sinceri tributi e affettuosi ricordi dei colleghi/amici scomparsi Pino Daniele e Lucio Dalla, ne parli come se appartenessero a un’altra categoria rispetto a lui. Invece il campionato in cui da ben 47 anni si cimenta il Nostro (da quando nel 1972 uscì il suo primo album “Theorius Campus” in coabitazione con l’amico Francesco De Gregori) è lo stesso dei sopra citati, grandissimi artisti italiani, e Venditti nell’arco di questa lunghissima carriera, si è posizionato spessissimo in zona Champions League, vincendo diversi scudetti: pensiamo ai successi clamorosi di pubblico degli anni ’80 o all’affermazione piena come cantautore proprio con l’album che sta riproponendo in toto in queste date: “Sotto il segno dei pesci”.

A 70 anni belli che compiuti Venditti mostra una vitalità straordinaria, una resa artistica integra ma soprattutto una passione senza eguali: lo si capisce da molti gesti, da come si muove, da come è coinvolto in ogni singola parte del concerto, da come ama raccontare aneddoti, fatti, episodi curiosi, particolari, molto personali, dalla piena sintonia che mostra con i suoi fidati storici collaboratori sul palco… lo si percepisce chiaramente soprattutto da come interpreta, vive e ci trasmette le sue canzoni.

Non si è proprio risparmiato ieri sera, suonando per quasi 3 ore e mezza (dalle 21,30 a poco meno dell’una di notte), dando giusto risalto al disco che viaggia per i 41 anni in quest’estate 2019, il già citato “Sotto il segno dei pesci” – di cui racconta genesi e significati più profondi – e per cui chiama a raccolta la folk band romana Stradaperta (che con lui incise lo storico disco all’epoca) ma spaziando, come era nel desiderio dei numerosissimi fans accorsi da gran parte del Nord Italia, in lungo e in largo nel suo repertorio, con l’esecuzione di tantissimi classici e il ripescaggio di alcune canzoni molto datate ma che evidentemente, come da lui spiegato, hanno una valenza molto importante per la sua vita e il suo percorso.

In tutto ciò, davvero, non si assiste a cadute di tono, a momenti di stanca; l’energia, la vitalità e lo spessore rimangono elevati per tutta la durata dello show, con intermezzo simpatico del cantautore, prima di “Dalla pelle al cuore”, quando chiama sul palco delle “coraggiose” donne per aver alzato la mano alla sua domanda su chi avesse perdonato un tradimento del proprio partner. Poi si è scoperto che una di loro aveva bluffato per salire sul palco e abbracciare il suo idolo ma ormai il simpatico giochino era riuscito!

Come detto, il cantautore è andato a pescare da diversi album, non tralasciando nessuna fase della carriera. Risulta quasi pleonastico commentare ogni singolo brano, perchè ognuno avrà avuto i suoi momenti più intensi durante i vari ascolti, ognuno con un proprio vissuto ed emozioni da poter liberare in un canto liberatorio o anche semplicemente facendosi trasportare dalle note e dalle parole dei brani passati in rassegna.

Personalmente sono stati tre i miei momenti clou, se escludiamo una “Giulio Cesare” che per prima mi ha fatto salire l’effetto karaoke: il primo l’ho vissuto durante una struggente “Lilly”, in grado di commuovermi sempre; poi l’emozione è salita alle stelle nelle tre canzoni da lui eseguite da solo al piano e che hanno anticipato il set de “Sotto il segno dei pesci”, vale a dire una toccante “Compagno di scuola” (prima però si era soffermato sul significato dato al termine “compagno”, specie in quei ruggenti anni ’70), una “Ci vorrebbe un amico” dedicata a Lucio Dalla, del quale ci condivide la sua gratitudine e l’affetto sincero in un momento delicato della sua esistenza e la storica “Notte prima degli esami”, ormai evergreen della musica italiana tutta; infine ecco affiorare la pelle d’oca durante una straordinaria “Che fantastica storia è la vita”, giustamente riconosciuta come una delle poche hit rimaste dagli anni 2000 in poi.

Nota di merito, dalle parti del tripudio, per la mezz’ora finale, in cui Venditti ha sciorinato brani entrati nell’immaginario di moltissima gente di varie età – com’era composto il copioso pubblico – e di fatto “generazionali”, sia che si trattasse di temi ad ampio raggio (“Benvenuti in paradiso”, “In questo mondo di ladri”), sia che fossero le sue più celebri canzoni d’amore (è mancata giusto “Ogni volta” ma in compenso ha eseguito le immortali “Amici mai”, “Alta marea” e quella “Ricordati di me” con cui ha trionfalmente chiuso il concerto) tra migliaia di smartphone alzati.

Un tempo esistevano gli accendini, forse era più romantico allora, ma in fondo cambia poco: rimane intatta la voglia di partecipazione, di prendere qualcosa per sè che possa essere ricordato, fissato nella mente e nel cuore. E ieri di momenti indimenticabili Antonello Venditti ne ha regalati davvero parecchi a me, a mia moglie e all’intero pubblico.

(di seguito la scaletta dello show)

  1. Raggio di luna
  2. I ragazzi del Tortuga
  3. Giulio Cesare
  4. Piero e Cinzia
  5. Peppino
  6. Stella
  7. Non so dirti quando
  8. Lilly
  9. Compagni di scuola
  10. Ci vorrebbe un amico
  11. Notte prima degli esami
  12. Sotto il segno dei pesci
  13. Francesco
  14. Bomba o non bomba
  15. Chen il cinese
  16. Sara
  17. Il telegiornale
  18. Giulia
  19. L’uomo falco
  20. Dimmelo tu cos’è
  21. Dalla pelle al cuore
  22. Unica
  23. Cosa avevi in mente
  24. Che fantastica storia è la vita
  25. Amici mai
  26. Alta marea
  27. Benvenuti in paradiso
  28. In questo mondo di ladri
  29. Ricordati di me

Ligabue – Le ragioni di un flop (?)

Da giorni in rete e, in misura minore, in tv, si discute del flop di Ligabue, impegnato nel suo “Start Tour. Le date di Bari e Pescara hanno evidenziato in effetti una penuria di spettatori (ovviamente rapportata alla folla oceanica cui il Nostro c’aveva negli anni abituati, vedi Campovolo e altro). Ma davvero basta un mezzo passo falso, una prima curva lungo un percorso costellato di successo e di vari record battuti (proprio sul versante live) per parlare di “artista finito”, “sul viale del tramonto” ecc ecc?

Per una volta quindi provo a indossare i panni dell’avvocato difensore dell’eclettico artista, proprio io che da svariati anni ho smesso di appassionarmi alle vicende artistiche del Luciano da Correggio. Ma lo faccio perchè sono rimasto colpito dall’ondata di commenti negativi sulla questione, e di giubilo dei detrattori nel vedere un insuccesso, una crepa nella sua carriera.

Da un punto di vista artistico, nessuno è immune da giudizi: tu pubblichi un disco, esponi un quadro, scrivi un libro, reciti a teatro e ti dai in qualche modo in pasto a un pubblico più o meno vasto, fatto di persone col proprio gusto ed è normale non piacere a tutti. Capita in tutti i settori in fondo, c’è gente persino che critica Messi e Cristiano Ronaldo, dei marziani nel proprio “campo d’azione”.

E in secondo ordine, nella vita di ognuno di noi ci sono alti e bassi, non solo dal punto di vista personale, ma anche professionale. E’ indubbio che Ligabue, giunto relativamente tardi al primo disco – nel ’90 quando aveva già spento la trentesima candelina – abbia attraversato quasi tre decadi a inanellare successi in serie, anche se chi ne conosce bene la storia sa che ebbe un primo stop di un’ascesa fulminante all’uscita del terzo album “Sopravvissuti e sopravviventi”. La conseguente crisi portò poi a una vera rinascita artistica, che coincise con la pubblicazione di quel “Buon compleanno Elvis” che infine lo consacrò pienamente nel mainstream.

Fu in quegli anni che il Liga dimostrò di avere forza e numeri tali da rivaleggiare, dati alla mano, con il vero rocker riconosciuto di casa nostra, il suo corregionale Vasco Rossi. E visto che i paragoni fra i due sono stati tirati in ballo più volte in questi giorni e, bene o male, succede da 25 anni a questa parte, provo anch’io a dire la mia.

In un Paese diviso come il nostro, in fondo non si aspettava altro. Dai Guelfi e Ghibellini, dalla Dc e il Pc, in Italia – come in gran parte del Mondo, giusto dirlo – ci piace dividerci, parteggiare e, in fondo, a ben vedere, i due nostri paladini musicali non potevano che essere più diversi.

Vasco, più avanti con gli anni e soprattutto con la carriera, all’inizio almeno credo non fosse “infastidito” o “spaventato” dall’avvento di un nuovo esponente del rock tricolore, ma suppongo che dalla seconda metà degli anni ’90 si sia reso conto che il tipo facesse sul serio. Tra il ’97 e il ’98 Ligabue infatti sembrava davvero baciato da grazia divina, tra un disco live mastodontico a certificarne la grandezza acquisita e il convincente debutto in serie da scrittore prima e regista poi.

Da ascoltatore un po’ distratto – cresciuto più con Vasco, pur non considerandomi un “Vaschiano” di ferro, ma estimatore anche delle genuine storie di provincia narrate dal Liga nella prima parte di carriera – sono quasi sicuro che fino agli anni ’90 in fondo le rispettive platee di ascoltatori fossero suppergiù le stesse e che chi, come me appunto, ascoltava da tempo Vasco, fosse quantomeno curioso e contento ci fosse un altro ruspante cantautore “con le chitarre”, in un periodo dominato all’epoca in classifica dalla musica leggera di un Ramazzotti o di una Pausini.

Poi però è indubbio che le “fazioni” siano cominciate a delinearsi, man mano che una rivalità, se non propria sottesa antipatia, tra i due è venuta a galla. Frecciatine a vicenda, una distanza di gusti e interessi, oltre che di vita, hanno contribuito a non farli incontrare praticamente mai.

Vasco in quel periodo era ai vertici, lo era da tempo, ma preventivamente non furono mai pubblicati nello stesso anno album inediti dell’uno e dell’altro, nè i due si sono inoltrati in importanti tour contemporaneamente. E così, eccoli negli ultimi vent’anni dividersi successi e meriti con tour sold out, concerti esauriti negli stadi, progetti estemporanei baciati da successo clamoroso (di danza nel caso di Vasco, concerti a teatro, nuovi film per Liga), e poi – se da una parte San Siro è diventata la casa ufficiale del rocker di Zocca –  ecco che Ligabue poteva rispondere riproponendo a distanza di anni l’esperimento Campovolo. Cui Vasco rispose allestendo l’imponente Modena Park.

Fin qui, tutto bene, nel proprio rassicurante (e vastissimo) orticello… fino alla recentissima differenza di successo avvenuta alle porte di quella che si preannuncia una caldissima estate.

Vasco che sta inanellando l’ennesimo clamoroso exploit, con il record di 6 date sold out allo stadio San Siro di Milano e due splendidi e sentitissimi concerti-evento in quel di Cagliari, e Ligabue che stenta a riempire stadi che fino a un paio d’anni fa erano (anche) “roba sua”.

Cosa sia successo è difficile saperlo, in teoria la fan base di Ligabue è copiosa e soprattutto fedele ma forse, a differenza di Vasco, è rimasta pressochè immutata negli anni, senza rinnovarsi (come la sua musica, verrebbe da dire in maniera sarcastica, ma in fondo è uno degli argomenti che più è venuto a galla nella shit storm di commenti sul web).

Può però bastare il fatto che Ligabue propone da tempo la stessa formula fino all’altro ieri vincente?

Ok, giunto quasi al termine della mia riflessione, è giusto specificare che non si sta parlando di uno che fatica ad arrivare alla fine del mese e che è in procinto di chiudere la carriera, ma se tanto si sta discutendo di questi concerti è proprio perchè è un fatto anomalo che un totem come lui possa vivere momenti di flessione…

Lo stesso Ligabue d’altronde ha voluto affrontare la questione, non facendone un dramma (pubblicamente) e rassicurando che i concerti, dal punto di vista della resa artistica e della qualità, sono quanto di meglio abbia mai fatto. Non ho prove per dubitarne ed è giusto che lui per primo creda nel proprio lavoro e lo sostenga ma io, da esterno, vorrei provare a dare una risposta al mio ultimo quesito (lo so, sono un po’ marzulliano in questo, mi faccio la domanda e rispondo pure!).

Credo che no, non sia una questione artistica. Chi ascolta e apprezza Ligabue, e penso la cosa valga per tutti i più accesi fan di un qualsivoglia artista, lo ascolta e sostiene comunque, anzi non si aspetta altro che non “quei soliti due accordi”, tanto criticati. Alzi la mano chi sostiene che il suo rivale Vasco abbia negli ultimi anni apportato chissà quali novità al suo consolidato stile?

Eppure Vasco ha saputo creare più empatia nell’ascoltatore, ha saputo coinvolgere di più anche l’ascoltatore distratto, finendo quasi per rivalutarsi dinnanzi ai suoi antichi detrattori. Ligabue invece, e non ne faccio una colpa ma semplicemente lo constato, ha un modo di porsi molto diverso, sia nei confronti del fan tipo, sia nei confronti dell’opinione pubblica, fino a risultare (o quanto meno sembrarlo, io di certo non lo conosco di persona) supponente, distaccato, un po’ arrogante. Dubito sia così, perchè conosco suoi ammiratori prontissimi ad affermarne l’esatto contrario.

Il mio “Ligabue preferito” era quello con la Banda, ma forse conta molto il fatto che avevo 18 anni o poco più, e che stessi crescendo con lui. Parlo per me, io ero molto coinvolto dal suo percorso, almeno fino a “Nome e cognome”, che coincise tra l’altro con un periodo molto particolare della mia vita, di grandi cambiamenti.

Da lì in poi però, se non episodicamente, non mi è più “arrivato” e difatti non ho più sentito l’esigenza di sentirlo dal vivo, come mi era capitato in passato (ricordo uno splendido concerto nella mia città, all’Arena di Verona, per il tour di “Fuori come va?”).

Avrebbe molte potenzialità ma sta pagando forse il fatto di andare sempre e solo “sul sicuro”. Magari poi il tour procederà benissimo, butterà fuori un singolo estivo (anche se ammetto di non aver sentito nessun pezzo con le stimmate del “successo” in questo deludente “Start”) e tornerà il numero 1, pronto a zittirci tutti, noi che gli stiamo facendo le pulci.

Più realisticamente però, se fossi in lui, mi prenderei una pausa e butterei il cuore oltre l’ostacolo, con un progetto davvero “personale”, in cui riversare tutto sè stesso, ispirato, vero. E’ questo che gli è un po’ mancato negli anni, la viscerale sincerità che invece appartiene al suo contraltare più volte citato nel mio pezzo.

Mi dà molto fastidio però, questo mi sento di dirlo, l’atteggiamento comune di coloro che non vedevano l’ora che avesse un intoppo per denigrarlo, insultarlo e sbeffeggiarlo. Sembra proprio ci dia fastidio se qualcuno gode di un qualche privilegio o di un riconosciuto successoc (nel suo caso meritato e corroborato da anni di carriera) e se la passa meglio di noi. Magari gente che non ne ha mai parlato, nè ha scritto nulla su di lui o a malapena ne conosce la storia, e ora scioglie le riserve e ci dice quanto a lui abbia sempre fatto schifo.

D’altronde fa sempre più notizia quando una cosa va male rispetto al contrario. Ma qui si sta parlando di un artista che ha segnato la musica italiana degli ultimi 20 anni, non certo di un fenomeno effimero pompato dai media e uscito da un talent.

Bisognerebbe, almeno per chi fa il giornalista e crede di farlo in modo serio, mettere sul piatto della bilancia tutto, non solo ciò che conviene per sostenere la propria tesi (in questo caso, il presunto flop di Ligabue): a quanto pare noto che non sempre è così.

Sanremo 2019: vince a sorpresa Mahmood davanti a Ultimo e ai ragazzi de Il Volo – Un commento finale sulla classifica

E’ terminata anche la sessantanovesima edizione di Sanremo, con il giovane Mahmood vincitore proclamato tra lo stupore generale davanti al grande favorito della vigilia (Ultimo) e a Il Volo, il trio che non è riuscito così a bissare il successo di quattro anni fa.

Non è la prima volta che in gara assistiamo a exploit inattesi, ma vittorie così poco scontate nella storia, anche recente, del Festival, se ne contano poche: il primo nome che mi viene in mente è quello di Francesco Gabbani che si issò fino in cima alla classifica nell’edizione del 2017.

Daniele Silvestri (coadiuvato dal rapper Rancore) e Simone Cristicchi si sono spartiti quasi equamente i premi speciali: prestigiosa tripletta del primo che ha conseguito in particolare l’ambito Premio della Critica “Mia Martini” ma anche quello per il miglior testo; al riccioluto cantautore già vincitore in passato con l’intensa “Ti regalerò una rosa” sono andati due premi, tra cui quello assegnato dall’orchestra. Sono premi importanti che certificano, ce ne fosse ulteriore bisogno, come le due opere in questioni (“Argentovivo” di Silvestri e “Abbi cura di me” di Cristicchi) fossero entrambe qualitativamente parlando, di una spanna superiore alle altre.

Ultimo si consola – se così si può dire visto il suo evidente disappunto per il piazzamento finale, forse dettato dalla frustrazione accumulata nei giorni scorsi da “vincitore annunciato” – con un premio indetto da Tim per un brano che probabilmente in effetti funzionerà bene fuori dai circuiti sanremese.

Per il resto, le contestazioni più grandi, quasi una “rivolta popolare” ci sono state per il piazzamento fuori dal podio della canzone di una rediviva Loredana Bertè ma su questo torneremo qualche riga più giù in sede di commenti.

Guardando la classifica, ovviamente possono balzare agli occhi determinate posizioni, a colpire in senso positivo o negativo – a seconda dei propri gusti personali – ma d’altronde una graduatoria di 24 canzoni in gara comporta anche dei risultati sulla carta “pesanti” ma che poi tra un giorno o poco più, nessuno probabilmente ricorderà, visto che per fortuna le canzoni viaggiano per conto proprio al di là di gare e piazzamenti.

Ecco quindi i miei commenti alla classifica di Sanremo:

1- MAHMOOD sono onesto, pur avendo sin dalla prima serata assegnato un bel 7 al brano “Soldi” presentato da questo rapper di origine egiziana (ma nato e cresciuto in Italia) che ha alle spalle già una bella gavetta, mai avrei scommesso sulla sua affermazione come vincitore.  Il brano però è indubbiamente accattivante, rimane in testa e rappresenta bene una fetta consistente, oltre che di mercato, dei gusti dei giovanissimi. E’ apparso visibilmente stupito e attonito e anche in sala stampa la sua timidezza prevaleva sulla contentezza, quasi volesse reprimere o non riuscisse a esprimere appieno i suoi sentimenti ma, in fondo, di gente che ostenta ce n’è a bizzeffe e sinceramente ho apprezzato molto il genuino pudore e la sobrietà dimostrate. Saprà costruirsi una bel percorso artistico fuori da qui, dopo aver gettato ottimi semi. Sorvolo decisamente sui commenti razzisti pervenuti, perché alcune supposizioni onestamente mi fanno ridere, e poi non si può ridurre tutto a politica, tra l’altro della più bieca specie.

2- ULTIMO sì, aveva tutte le credenziali per puntare al bersaglio grosso, bissando la vittoria ottenuta meritatamente nelle Nuove Proposte un anno fa. Io stesso lo avevo pronosticato come vincitore ma avrò modo di rifarsi nelle charts, visto che il brano presentato sta comunque già ottenendo un buonissimo riscontro. Piuttosto non mi è piaciuta molto la sua esternazione in conferenza stampa contro i giornalisti “cattivi” e il suo palese disappunto nei confronti della vittoria di Mahmood. Per carità, reazione umana e forse dettata dalla frustrazione accumulata in settimana da “vincitore annunciato” ma nella vita, si sa, bisogna anche saper perdere.

3 – IL VOLO osteggiati da una larga fascia di ascoltatori, osannati da altri, loro sembrano vivere la cosa abbastanza serenamente, salvo ogni tanto togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Il repertorio è quello, a meno che non decidano di svoltare clamorosamente, o di sciogliersi prendendo ognuno la propria strada, seguendo l’inclinazione personale (ma sarebbe clamoroso), continueranno a proporre pop classico di questo tipo, piaccia o non piaccia.

4 – LOREDANA BERTE’ ho discusso con qualcuno riguardo la sua prestazione sanremese, perchè secondo me Loredana ha fatto il massimo. Sul podio ci poteva finire tranquillamente, sarebbe stato un riconoscimento alla carriera, se è vero come dicono che non parteciperà più in futuro, però io ho trovato francamente esagerato questo dispiego di forze, questa sorta di fan club in rivolta per un quarto posto che a detta di molti avrebbe dovuto essere una vittoria. E’ bello pensare a come la Bertè sia stata in grado di tornare in splendida forma, non solo fisica (tanto di cappello) e di tornare competitiva, bella agguerrita, sul pezzo, senza stravaganze se non per l’immancabile look. Ha ritrovato il grande pubblico, con pieno merito, la sua è una vera vittoria morale.

5 – SIMONE CRISTICCHI è tornato alla grande il cantautore romano, con un brano molto intenso, emozionante, con lui in grado al solito di trasmettere nel migliore dei modi (non a caso è stata premiata la sua interpretazione) dei messaggi di amore, di speranza, veicolando valori positivi.

6 – DANIELE SILVESTRI (con RANCORE) il brano più forte del Festival, interpretato magnificamente dal titolare Silvestri e dal sodale Rancore (hanno concorso però in maniera importante anche due pezzi grossi dei Calibro 35: Rondanini alla batteria e Gabrielli a dirigere l’orchestra, senza dimenticare l’apporto in fase di scrittura di Manuel Agnelli). Puntare al bersaglio grosso era difficile ma l’aver fatto incetta di premi è un riconoscimento meritatissimo.

7 – IRAMA io l’avevo dato sul podio, ritenendo che avesse anch’egli un pezzo intenso, visto il tema principe della canzone, affrontato senza retorica e con grande sicurezza. Non si tratta però certo di una delusione per questo giovane ragazzo che, volendo, avrebbe potuto portare in gara certamente una canzone più facile e adatta a quel pubblico di giovanissimi che maggiormente lo segue.

8 – ARISA peccato per l’esibizione della serata finale, pesantemente inficiata da sopraggiunti problemi di salute. A me il brano era piaciuto, coraggioso nella sua bizzarra costruzione, con stacchi e cambi di tono. Una canzone dei buoni sentimenti e delle buone intenzioni, non facile da eseguire. Risultato soddisfacente, anche se molto probabilmente il pubblico generalista da lei si aspetta un altro tipo di canzoni.

9 – ACHILLE LAURO non mi dilungo molto, su di lui si è detto – e letto – di tutto e di più. Questo ha finito più per svantaggiarlo, secondo me, perchè certe etichette sono dure a morire. Poi lui mi sembra sia in grado di andare avanti e rispondere a tono. Dico solo che non sarà il nuovo Vasco, cui è stato accostato da molti come impatto (alludo ovviamente a quello di “Vita spericolata”), ma non è nemmeno il “tipo pericoloso” che inneggia alla droga. Doverlo specificare mi pare quasi un insulto all’intelligenza di chi mi legge.

10 – ENRICO NIGIOTTI a me non è dispiaciuto, anche se non ha mai cantato benissimo, forse tradito dall’emozione (palpabile specie ieri sera). Secondo me in ambito cantautorale – se con questo la nostra mente non ci porta subito a mostri sacri che sarebbe fuori luogo scomodare – può dire la sua.

11 – BOOMDABASH non me ne vogliano gli amici pugliesi – ne ho molti, mia moglie tra l’altro proviene da lì – ma questa canzone, pur ballabile e spensierata, l’avrei fatta finire più giù. Non è la platea giusta secondo me per loro che stanno ottenendo successo comunque, sia collaborando con le persone giuste (e contribuendo a risollevare carriere, la Bertè ne sa qualcosa), sia in proprio. Qui c’entravano poco, anche quando cercavano di animare il pubblico in sala.

12 – GHEMON ha fatto un’ottima figura, la sua è una canzone raffinata, di classe, una delle migliori da questo punto di vista. Grazie al Festival ha potuto farsi conoscere da un pubblico certamente più vasto, che ora lo potrà apprezzare nel suo percorso.

13 – EX OTAGO stessa cosa si può applicare al gruppo ligure che ha portato a casa il risultato, non snaturandosi, ma senza nemmeno osare troppo. Sanremo come vetrina con la possibilità di diventare mainstream sulla falsariga di anime affini come Thegiornalisti o Coez.

14 – MOTTA il suo bel brano è cresciuto di ascolto in ascolto, visto che ha dimostrato maggior padronanza man mano che il Festival procedeva, con il bel risultato della vittoria (seppur pleonastica) nella serata dei duetti con la grande Nada. Anche per lui carriera a un possibile bivio, con eventuale allargamento di fascia di pubblico annessa. Se lo meriterebbe vista l’originalità della sua proposta e il suo procedere passo per volta, dalle vittorie al Tenco in poi.

15 – FRANCESCO RENGA a livello di piazzamento ovviamente è una delusione, ma da subito il brano, scritto pure da autori che stimo come Bungaro e Cesare Chiodo (con l’apporto della giovane Rakele, vista qualche anno fa tra le Nuove Proposte), non mi aveva convinto. Quindi posizione che dal mio punto di vista, ci sta tutta.

16 – PAOLA TURCI lei è sempre magnetica e porta a casa la pagnotta senza problemi ma in realtà anche il suo brano mi è parso non al livello delle precedenti esperienze sanremesi. Anche l’interpretazione non è stata delle migliori, con la voce non al cento per cento.

17 – THE ZEN CIRCUS posizione nelle retrovie ma in fondo era difficile pronosticare un piazzamento più alto. Eppure Appino e soci hanno presentato una canzone davvero bella, molto dignitosa, con un testo che secondo me se la giocava con quello di Silvestri per intensità e forza espressiva. Anche le loro esibizioni sono cresciute ogni volta. Bravi! Anche perchè hanno portato una canzone decisamente difficile, pur considerando il loro repertorio che certo non è fatto da “canzonette”.

18 – FEDERICA CARTA e SHADE anche la loro posizione mi ha colpito, credevo avessero attecchito di più tra gli ascoltatori, forti di visualizzazioni sui social che, sin dalla prima esibizione, sono schizzate alle stelle. D’altronde la canzone assomiglia molto a quella “Irraggiungibile” che ha letteralmente spopolato l’estate scorsa. Al di là di ciò, credo che sentiremo molto spesso la loro canzone alla radio.

19 – NEK il vero flop dell’edizione 2019, spiace dirlo, è stato il suo. Non so, a me la canzone non aveva colpito al primo ascolto. Stessa formula della fortunata “Fatti avanti amore” che contese la vittoria a Il Volo quattro anni fa, ma con una melodia più brutta. Resto dell’idea che se si fosse presentato con Renga e Max Pezzali in gara avrebbe avuto molte chances di raggiungere l’agognato obiettivo della vittoria.

20 – NEGRITA a mio avviso il risultato più ingiusto, visto che la canzone ha un bel testo, è orecchiabile il giusto e loro l’hanno suonata e interpretata senza la minima sbavatura, con una padronanza perfetta del palco. E’ uscita al contempo una loro raccolta dei migliori successi per i 25 anni di carriera, e credo che tutto sommato questa “I ragazzi stanno bene” possa affiancare le loro hit.

21 – PATTY BRAVO e BRIGA posizione giusta, il duetto secondo me non stava in piedi. La canzone in sè non è nemmeno una brutta ballata, ma per un motivo o per l’altro non mi è mai arrivata fino in fondo.

22 – ANNA TATANGELO c’è una sorta di ostracismo non dichiarato nei suoi confronti. In passato l’ho criticata aspramente anch’io ma stavolta mi sembra che abbia presentato una canzone in linea con la sua (bella) vocalità, oltretutto con un testo che poteva in qualche modo riguardarla. Sobria, senza eccessi, ha fatto il suo, ma forse è proprio la natura stessa della canzone, “classica sanremese” a non funzionare più.

23 – EINAR per lo stesso motivo si spiega il pessimo piazzamento del ragazzo uscito da “Amici” e catapultato su un palco evidentemente ancora troppo grande per lui. Già aveva destato non poco clamore la sua vittoria (con Mahmood) alle selezioni di Sanremo giovani di dicembre, in luogo di una più preparata Federica Abbate; in più sul palco ha portato una canzone deboluccia, senza guizzi, troppo piatta. Avrà tutto il tempo di rifarsi ma dovrà costruirsi una carriera credibile al di fuori dei talent e dell’ala di Maria de Filippi.

24 – NINO D’ANGELO e LIVIO CORI un’altra delusione riguarda questo incontro di voci che sulla carta avrebbe potuto essere esplosivo. Alla fine il tam tam mediatico sulla presunta identità del misterioso Liberato con Livio Cori ha fatto perdere attenzione al pezzo, che in verità, non è mai stato eseguito perfettamente. La versione studio infatti è molto più emozionante. Peccato, occasione mancata, ma questo non va a inficiare sulla qualità della canzone e dei suoi interpreti: Cori poi esordirà a breve con un album a proprio nome, mentre speriamo che anche il vero Liberato torni presto sulle scene!.