Sanremo al rush finale: ecco le mie impressioni e i miei pronostici.

Per la prima volta dopo tanti anni, ho seguito il Festival di Sanremo a tratti, sovrastato da stanchezza e altri impegni.

Certo, qualcosa in diretta ho sentito ma il più delle volte mi sono avvalso di recuperi dal web, di video già dalle prim’ore dopo le esecuzioni disponibili su youtube, partecipando piuttosto passivamente (non avendo visto del tutto le serate live)  pure al giochino – ultimamente un po’ stucchevole – della ricerca della “battuta facile”, ironica, sarcastica, spesso velatamente condita da offese su questo o l’altro artista.

Chiaro, anch’io sin dagli eroici anni universitari, mi dilettavo con gli allora compagni d’appartamento a commentare, a volte entusiasta, altre sconcertato o irriverente, le performance o i look dei cantanti in gara, ma ora mi pare ci sia gente che della musica italiana gliene freghi ben poco e si atteggi e basta.

Io non ho di questi problemi, passando da ascolti compulsivi di musica indie, d’autore e ricercata a quella più smaccatamente pop. E in fondo tutti sanno, perché Sanremo non è cambiato di una virgola, che questo Festival non è “solo” musica, ma anche spettacolo, intrattenimento, lustrini e paillettes.

Venendo finalmente alle canzoni, ammetto che un po’ mi spaventava l’eccessiva infornata di artisti usciti dai talent.

Non sono integralista, ben vengano le commistioni e che si dia uno sguardo a ciò che “vende” di più, ma allora sarebbe giusto che ci fosse un giusto mix tra classici, emergenti “veri”, fuoriusciti dai talent e altri appartenenti al rango della musica su citata che prediligo. Invece la fetta destinata (?) alla musica indipendente è stata fagocitata e in tal senso l’ultima edizione che davvero mi ha convinto è stata quella del Fazio Bis, con a fianco di cantanti mainstream, altri di area alternativa come Riccardo Sinigallia, i Perturbazione, The Niro o Diodato, ma in fondo anche il buon Cristiano De Andrè.

Al di là che non avessero fatto domanda o che gliene importi una mazza di un evento del genere, mi sarebbe piaciuto vedere sul palco gente come Brunori, Mannarino o i Baustelle, freschi di convincenti (dal mio punto di vista) lavori discografici.

Accontentandoci di quello che passava, e bando ai pregiudizi, sapevo che lo spettacolo sarebbe stato comunque televisivamente appetibile, con due mostri sacri come Carlo Conti e la De Filippi.

Le canzoni – come sempre accade – con gli ascolti si insinuano, si fanno più interessanti.

Però anche da parte di chi partiva coi chiari favori del pronostico, alludo principalmente a Fiorella Mannoia e a Sergio Sylvestre, sono mancati a mio avviso gli acuti (in senso metaforico).

Probabilmente lo stesso arriveranno per loro dei premi, in fondo non ci sarebbe da gridare allo scandalo, ma in partenza pensavo a qualcosa di diverso.

Iniziamo dalle Nuove Proposte, sicuramente più valorizzati rispetto alla crudelissima formula dei due anni precedenti che prevedeva scontri diretti. Tutti si sono esibiti, hanno avuto il loro quarto d’ora di celebrità (orologio alla mano, un po’ meno) e pochi – rispetto agli anni d’oro, tipo i ’90 quando il vivaio sanremese sfornava talenti a ripetizione – rimarranno nel tempo.

Dubito anche che usciranno da qui dei nuovi Gabbani o Meta, che come vedremo ben si stanno disimpegnando fra i “grandi”.

Vince Lele con merito, e non solo perché viene da Amici, come subito sottolineato dai malpensanti che auspicavano la vittoria di Maldestro, giunto invece secondo.

Chiaro, il secondo – scusate il gioco di parole – era l’opposto del giovane virgulto “defilippiano”,  essendo già noto nei “miei” ambienti, con un suo seguito e una sua credibilità artistica, però secondo me non aveva sul palco quel “quid”, non l’ho visto a suo agio come successe ad esempio al grande Zibba quando giunse anch’egli secondo dietro allo scoppiettante Rocco Hunt ma facendosi comunque notare (era appunto l’edizione Faziana, quella a cui alludeva prima)

Gli altri due hanno cantato brani in linea con la tradizione, personalmente Guasti non mi ha trasmesso nulla, mentre se non altro Lamacchia qualche emozione sincera l’ha lasciata trasparire. Il suo brano in questo contesto mi piaceva, ma era forse sin troppo demodè.

Nemmeno gli eliminati tra i Big mi hanno sorpreso più di tanto, come ho già scritto in sede di commenti, pur con i distinguo del caso.

Le due coppie, fatte fuori alla prima tornata, c’entravano assai poco col contesto. Se almeno il pezzo di Nesli e Alice Paba aveva un buon ritornello (in cui di contro veniva meno il concetto di duetto, visto che la flebile voce dello pseudo rapper era sovrastata da quella della vincitrice di The Voice) e in radio potrebbe funzionare, quello di Raige e Georgia Luzi ha fatto acqua da tutte le parti.

Leggo commenti sbigottiti sulle eliminazioni dei tre grandi classici e della Ferreri. Musicalmente forse avrei dato una chance perlomeno a Ron (in una qualsiasi gara “qualitativa” avrebbe sbaragliato un Bernabei, per dire), mentre Al Bano e Gigi D’Alessio hanno presentato delle canzoni sin troppo in linea con la tradizione. Onore a Carrisi, il suo è un brano di buon livello ma l’ha cantato in tono dimesso, non sembrava certo in formissima (e comunque tornare sul palco dopo i noti problemi di salute che l’hanno colpito è stato ammirevole da parte sua). D’Alessio aveva un testo interessante e molto personale ma non corredato da ‘sta gran melodia, era troppo ingabbiato, senza scossoni.

Diverso il discorso su Giusy, il cui brano molto probabilmente si farà ampia strada tra i singoli e in radio ma che dal vivo non ha reso, complice delle interpretazioni precarie, direi sconcertanti.

I miei pronostici della vigilia andavano alla Mannoia (sai che novità!) e la rossa non si può dire che abbia sbagliato pezzo. Le stimmate del brano vincitore sono ben visibili, ma mi sarei aspettato qualcosa di meno “retorico” e buonista. Non una rivoluzione ma già la canzone recente che ha interpretato per la colonna sonora del film “Perfetti Sconosciuti” mi pareva più incline alle sue corde.

Credo sul podio ci finirà anche Ermal Meta e la cosa mi farebbe molto piacere. Sin dai tempi del suo gruppo “La Fame di Camilla”, con cui giocò un Sanremo Giovani all’altezza nel 2010, il cantautore albanese dimostra di saperci fare con le parole e le melodie. Qui ha puntato più in alto con un brano non facile ma di grande impatto, senza tener conto del figurone fatto nella serata delle cover, dove ha giustamente vinto.

Al terzo posto metterei uno tra Fabrizio Moro, in grado sempre di trasmettermi tutte le emozioni che riversa nei suoi pezzi e nel cantato sofferto, Francesco Gabbani, la cui canzone è assolutamente irresistibile e una rediviva Paola Turci, in autentico stato di grazia.

Ho apprezzato anche le canzoni di Masini e Zarrillo, pur riconoscendo che non abbiano portato i brani “della vita”… almeno il primo ha rischiato, interpretando un brano lontano dai suoi canoni.

Sergio creda abbia gettato al vento un’occasione importante. Poi magari vincerà, l’accoglienza del pubblico è stata ottima. Però, ragazzone, Madre Natura ti ha fatto dono di una voce stupenda e se non ti sai scrivere le canzoni, devi almeno sapertele scegliere. Uno che ha note soul così evidenti, capace di cantare indistintamente John Legend o Barry White, non può trovarsi a tentare note altissime, urlando stonato e forzando la voce in un falsetto innaturale.

Gli altri in gara non mi hanno suscitato chissà cosa. Lodovica Comello è carina, fa tenerezza ma la sua canzone è leggerina, con pochissima sostanza. Michele Bravi canta benissimo, la voce può piacere o meno ma umanamente mi fa simpatia e la sua storia è quella di uno cui i talent hanno più nuociuto che altro. Chiara sa cantare ma ha poco peso specifico, specie in gare come questa. Stesso discorso vale per Elodie, la cui presenza scenica e sicurezza nel canto non basta, quando hai un pezzo monocorde, ripetitivo e noioso.

Per Clementino applico il discorso fatto per Michele Bravi, pur partendo da contesti diversi.  E’ uno vero, ha la faccia simpatica e pulita. Purtroppo non ha osato molto, aveva un tema che si prestava a un testo più profondo e meno all’acqua di rose. Se sei rapper, e lui è davvero partito dal basso, te lo potevi permettere.

Non riesco proprio a trovare qualcosa di interessante in Alessio Bernabei. Oltre ad avere spocchia –  ok, dovrei evitare di giudicare simili aspetti – e una certa padronanza del palco, non trovo in lui grandi qualità. Non ha una gran voce, di quelle che si fanno ricordare per l’originalità o il tratto, ma soprattutto non ha le canzoni, tutte annacquate da arrangiamenti “moderni”, a nascondere una povertà di idee lampante.

Chiudo con la più bersagliata dal mondo social: Bianca Atzei. Ovvio, anche a me da’ fastidio sapere che sotto c’è una macchina discografica massiccia che ce la sta imponendo a forza in tutte le salse, in tutti i programmi, in tutte le manifestazioni. Visto che mi sono affidato in precedenza a  soggettivissime valutazioni “ a pelle” nei confronti di altri, va beh, dico che lei non è che ti ispiri tutta questa empatia, però arrivare a pensare che ieri durante la sua esibizione abbia fatto finta di commuoversi fin quasi alle lacrime per far presa sulla giuria e sul televoto mi pare francamente eccessivo. La sua è una canzone ariosa, fuori tempo massimo e con un testo che forse Kekko avrà scritto per la fidanzatina quando stava alle Medie, ma lei canta bene e in queste vesti è credibile.

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Targhe Tenco per la canzone d’autore: si entra nel vivo con i nomi dei finalisti per le 5 categorie

Sono appena usciti i nomi delle cinquine relative ai finalisti delle Targhe Tenco, che ogni anno vengono assegnate a quegli artisti che maggiormente si sono contraddistinti nell’ambito della musica d’autore italiana.

Ogni anno insorgono inevitabili polemiche, di fatto i nomi da valutare sono veramente tanti. Alcuni possono essere discutibili ma in generale si ha una fotografia realistica di ciò che sta accadendo nel sottobosco della musica italiana, fermo restando che di novità in senso stretto non ce ne sono di così eclatanti e forse nemmeno tanti nomi cui gridare al miracolo o quanto meno scommettere ad occhi chiusi. D’altronde la musica italiana di un certo tipo da tempo ormai è una faccenda quasi da “esperti”, da pochi irriducibili paladini della musica alternativa, che se ne frega delle charts (o forse in maniera alquanto credibile finge di fregarsene, visto che l’ambizione della quasi totalità degli artisti proposti alle commissioni sarebbe quella di arrivare con la propria musica al maggior numero di persone possibili).

Io sto vivendo un momento di riflusso forse in merito alla cosiddetta musica d’autore. Ho appena scritto un volume sulla musica italiana degli anni ’90 (“Revolution ‘90”) e a breve verrà pubblicato il suo seguito (“Rock ‘n Words”), il mio punto di vista è ampiamente illustrato lì. Continuo ad ascoltare musica “nuova”, ma sempre più di rado mi capita di emozionarmi all’ascolto, di provare un brivido. Non dico che manchino elementi molto interessanti, anzi, ma rispetto a una ventina d’anni fa, paradossalmente, questi hanno meno visibilità, nonostante in teoria la rete ti dia tante possibilità.

Non ho di che dubitare rispetto alle scelte dei giurati, anzi, mai come quest’anno in commissione c’erano tante persone che conosco e che stimo. Fatta la prima scrematura, ecco quindi i finalisti delle cinque categorie valutate:

per la miglior canzone
L’amore non esiste, scritta da Niccolò Fabi, Max Gazzè, Daniele Silvestri (anche interpreti)

Il cielo è vuoto, scritta da Cristiano De André, Dario Faini, Diego Mancino (interprete: Cristiano De André)
Del suo veloce volo, scritta da Antony Hegarty, Franco Battiato, Manlio Sgalambro (interpreti: Franco Battiato e Antony)
Lettera di San Paolo agli operai, scritta dai Virginiana Miller (anche interpreti)
Sessanta sacchi di carbone, scritta da Giacomo Lariccia (anche interprete)

In questo caso i nomi sono celebri, alcuni pure altisonanti (penso a Battiato o a De Andrè) ma sono scettico sulla nomination al trio romano. Il pezzo è appena uscito e non mi fa impazzire. Lo stesso duetto tra Battiato e Anthony (due geni assoluti) è un po’ una forzatura, essendo uscito in prima battuta diversi anni fa.

Il mio voto va, nonostante ami i Virginiana Miller, allo splendido brano portato a Sanremo da Cristiano De Andrè “Il cielo è vuoto”, che tra gli autori vede il bravissimo Diego Mancino.

Le nomination per la Targa “album dell’anno” riservata a cantautori (qui elencati in ordine alfabetico per artista, così come nelle seguenti sezioni) vedono in lizza:
Brunori Sas, Il cammino di Santiago in taxi
Caparezza, Museica
Le Luci della Centrale Elettrica, Costellazioni
Massimo Volume, Aspettando i barbari
Nada, Occupo poco spazio
Virginiana Miller, Venga il regno

Qui ho meno dubbi: voto lo splendido disco dei Virginiana Miller! Anche Nada è tornata alla grande, così come si sono confermati benissimo gli antichi eroi Massimo Volume, mentre mai avrei votato i nuovi album di Vasco Brondi o di Brunori.

La Targa per l’album in dialetto vede come finalisti:
Enzo Avitabile, Music life O.s.t.
Francesco Di Bella, Francesco Di Bella & Ballads Cafè
99 Posse, Curre curre guagliò 2.0
Davide Van De Sfroos, Goga e Magoga
Loris Vescovo, Penisolâti

Sarei stato in difficoltà nell’assegnare il mio voto. Ascolto con piacere molta musica nei vari dialetti. Solo di recente ho scoperto la profondità e l’arte sublime di Loris Vescovo e in genere apprezzo molto la discografia dei 99 Posse (interessantissimo il loro progetto per il ventennale di Curre curre guagliò) e dell’immenso Enzo Avitabile (ho letteralmente consumato di ascolti il suo album precedenti di duetti, stupendo!). Ma la mia preferenza credo proprio la darei al grande Francesco Di Bella, ex dei mai dimenticati 24 Grana, tornato in pista con un disco favoloso, preludio si spera di un’ottima carriera solista.

Nella sezione “Opera prima” (di cantautore) troviamo:
Betti Barsantini, Betti Barsantini
Pierpaolo Capovilla, Obtorto collo
Filippo Graziani, Le cose belle
Johann Sebastian Punk, More Lovely and More Temperate
Levante, Manuale distruzione

Mi viene da storcere un po’ il naso, lo ammetto, nel leggere il nome di Capovilla tra le opere prime. In effetti, a norma di regolamento, è giusto che l’ex leader de Il Teatro degli Orrori rientri in questa categoria, però… possiamo davvero paragonarlo agli altri inseriti nel roster, gente pur interessante come il figlio d’arte Filippo Graziani, visto all’opera anche tra le Nuove Proposte a Sanremo o la già nota Levante? Io, a scanso di equivoci, darei il mio voto a Betti Barsantini, progetto sui generis che vede protagonisti due tra i cantautori più “nascosti” ma non per questo meno validi, della generazione ‘90/’00: Marco Parente e Alessandro Fiori, che come sempre ci hanno abituato hanno dispensato anche in questa occasione della pura poesia in musica.

Fra gli interpreti di canzoni non proprie (quindi non cantautori) sono invece arrivati in finale:
Chiara Civello, Canzoni
Fiorella Mannoia, A te
Mirco Menna, Io, Domenico e tu
Alberto Patrucco e Andrea Mirò, Segni (e) particolari
Raiz e Fausto Mesolella, Dago Red
Saluti da Saturno, Shaloma locomotiva

La categoria che francamente meno mi entusiasma ma che, scorrendo l’elenco anche dei vincitori delle passate edizioni, ha un suo senso. Il mio cuore dice Fiorella Mannoia per il grande omaggio fatto a Lucio Dalla, con tutta una serie di rivisitazioni ben riuscite. Ma ho salutato con piacere anche il ritorno di Raiz ( qui in duo con Mesolella degli Avion Travel) che attendo al varco con un nuovo progetto tutto suo.

Indubbiamente ci sono state polemiche per le scelte e, appunto, conoscendo diversi giurati ho avuto modo di scambiare opinioni e pareri con loro o di partecipare a discussioni magari dalle loro bacheche pubbliche. Io rispetto il lavoro di tutti e mi rendo conto che ci fossero davvero tantissimi album da ascoltare e forse poco tempo materiale per star dietro a tutto. Ha suscitato un po’ di scalpore ad esempio lo “sfogo”, affidato al suo sito internet ufficiale, di Fabio Cinti, cantautore in forza alla Mescal che ho pure avuto l’onore di intervistare di recente e che reputo un artista coi fiocchi, a tutto tondo. Magari avrà estremizzato dei concetti ma ammetto che il suo punto di vista sia condivisibile e che è vero come spesso l’immagine del cantautore sia spesso travisata e associata a stilemi forse superati, retaggi antichi che probabilmente lo stesso Tenco avrebbe rifuggito per primo e preso le distanze da queste. Vero che sembra che sia diventata quasi una categoria a sè: il cantautore “da Premio Tenco”, così come ci sono gli artisti “sanremesi” e quelli “da concertone del Primo Maggio, stigmatizzati senza pietà dagli Elii in una loro celebre canzone. Sarebbe un peccato disperdere tutto il talento di cui abbondano ancora oggi molte nuove leve per assoggettarsi a delle regole non scritte di partecipazione. C’erano tantissimi nomi che non ce l’hanno fatta a entrare tra i papabili per la scelta finale e che avrei visto volentieri sul palco a ritirare un prestigioso quanto meritato premio. Penso a Davide Tosches, Giancarlo Frigieri, Riccardo Sinigallia (quest’ultimo a mio avviso titolare del miglior disco dell’anno), mentre una canzone come “En e Xanax di Samuele Bersani avrebbe meritato minimo di entrare tra i migliori della categoria relativa. Ma tant’è… vedremo quindi a breve le scelte finali, fermo restando ovviamente che il reale valore di un’opera artistica non si giudica di certo da una targa vinta.

Sanremo Nuove Proposte: nella serata dei duetti d’autore, ecco il trionfo del giovane rapper Rocco Hunt! Me ne farò una ragione…


ROCCO HUNT

Alla fine l’esito della gara delle Nuove Proposte di Sanremo 2014 era abbastanza scontato. Ho letto ovviamente tantissimi pareri discordanti, specie nell’area dei musicisti “alti”. Bisogna vedere le cose con un minimo di oggettività, al di là dei gusti personali che, volenti o nolenti, contribuiscono spesso in maniera determinante a inficiare i nostri giudizi.

Rocco Hunt, quindi, 19 anni (e ne dimostra pure meno!), rapper da Salerno, si issa in cima alle preferenze, non solo dei tele votanti ma anche della cosiddetta “giuria di qualità”, presente in prima fila ieri all’Ariston e presieduta dallo stimato regista Paolo Virzì.

Tre componenti  (il genere, la giovane età, la provenienza) che la dicono lunga sul fatto che fosse in qualche modo, non scontato (come azzardato a inizio articolo) ma quanto meno prevedibile sì. Se, come scritto ieri, questa settimana sono entrati direttamente al primo posto nelle classifiche di vendite i due mediocri rapper Two Fingerz, non c’è da stupirsi di nulla. Il rap, l’hip hop, che poco o davvero nulla ha di che spartire con quello emerso anche in Italia all’incirca nel ’92 con solide band come Sangue Misto, Assalti Frontali e Isola Posse, sta dominando le charts, basti vedere altri “fenomeni” giovani che hanno sbancato negli ultimi due anni, da Emis Killa a Fedez, da Clementino all’”amico” Moreno, persino personaggi poco allineati a logiche commerciali come Gemitaiz, Coez e Salmo (quest’ultimo giunto anch’egli primo in classifica) hanno fatto il botto.

Troppo semplicistico però relegare l’exploit di Hunt a cosa ovvia, avendo tra l’altro come rivali talenti dal sicuro avvenire –  oltre che dal solido presente – come The Niro e soprattutto Zibba che con i suoi Almalibre da anni è “abituato” a ricevere riconoscimenti d’ogni genere.

Ciò che mi ha poco convinto è il brano in sé: intendiamoci, ha smosso la platea, è orecchiabilissimo, musicalmente ha quel che di reggae che non guasta mai, se vuoi azzeccare l’hit  e dare un vago senso di “appartenenza” politica e popolare e il testo va a toccare, seppur in maniera alquanto retorica, trita e ritrita, dei punti nevralgici della nostra situazione socio-politica, del sud in particolare.

Il fatto è che, al dispetto della giovanissima età, Rocco è già un big nel suo genere, vende un botto di dischi, vanta un numero di visualizzazioni, nell’era digitale un dato inoppugnabile di popolarità e fama, dieci volte superiore a quelle di Zibba, The Niro e Diodato messi insieme, e già a sua volta, dopo aver collaborato un po’ con tutti nel suo ambiente, a partire dall’amico Clementino, ringraziato anche ieri dal palco al momento di ritirare i premi vittoria, è un ricercato produttore di altri rapper.

Però il pezzo in sé non era sto granchè, mio fratello Jonathan, amante e profondo conoscitore della scena, da subito era dubbioso, temendo in una canzone ad ampio respiro, con frasi fatte, proprio Hunt che invece è considerato un maestro nel “freestyle” e ha quindi la rima facile e arguta.

Non sono rimaste che le briciole alla fine della fiera per gli alti tre artisti in gara, tutti meritevoli a mio avviso di proseguire il proprio percorso, aumentando il loro “bacino di utenza” se questo era lo scopo appunto di gente come The Niro e Zibba, già pienamente affermati nei loro ambiti, quello indie per il primo e quello della canzone d’autore per il secondo . Diodato si ritrova un po’ in mezzo al guado, ma ha buone qualità, personalità e magnetismo interpretativo per provare a imporsi in un mercato sempre più ostico.

Restano da dire due parole sul resto della serata, dedicata ai duetti in merito alla canzone d’autore italiana, forte della collaborazione siglata tra il Festival e il Club Tenco, due mondi spesso percepiti come distanti. Non tutti gli omaggi sono riusciti, in particolare mi ha poco convinto quello a Enrico Ruggeri fatto da Giusy con i due attori Alessandro Haber e Alessio Boni (uno dei miei preferiti in assoluto ma ieri parso un po’ “strano”… scusate, non mi viene l’aggettivo giusto!), quello di Noemi al grande Fossati, quello assai improbabile di Frankie con la Mannoia.

Promuovo a pieni voti stavolta Giuliano Palma, Francesco Sarcina con Riccardo Scamarcio alla batteria (l’attore pugliese, già visto all’opera al pianoforte nel riuscito ultimo film di Rocco Papaleo, si è proprio divertito ieri sera sul palco), i Perturbazione con l’amica Violante Placido in una delicata “La donna cannone” e lo squalificato Riccardo Sinigallia, accompagnato oltre che dalla sodale Laura Arzilli da due bravissime interpreti quali Marina Rei (tra l’altro sua cognata, essendo questa la compagna del fratello Daniele Sinigallia, chitarrista e produttore) e Paola Turci. Bene anche il recupero di Ron dell’amico Lucio Dalla e l’insolita collaborazione della Ruggiero con dei suonatori di tablet (!).

Senza infamia e senza lode i due favoriti Renga, cui Kekko dei Modà ha ricambiato il duetto della passata edizione, quando col suo gruppo era in gara, e Arisa alle prese con un classico di Battiato, accompagnata da un trio nordico, gli WhoMadeWho.

Citazione a parte per Cristiano De Andrè che ha commosso tutti con l’omaggio sentito al padre in “Verranno a chiederti del nostro amore”, il quale ha pure ricordato un aneddoto relativo a quando il padre lo scrisse, dedicandolo alla madre.

Gino Paoli ha invece omaggiato la scena genovese, raccogliendo applausi a scena aperta e mostrando, ormai ottantenne, una classe intatta, direi innata.

Infine, poco prima di svelare il nome del vincitore della categoria, arriva il momento dell’ospite.. e che ospite! Il giovane cantautore scozzese, ma di chiare origine italiane, Paolo Nutini, prima abbozza un’incerta – nella pronuncia – “Caruso”, caricandola della sua voce roca e profonda, poi canta “Candy”, una delle sue hit, inclusa nel precedente ultimo album, un capolavoro assoluto, e infine ci delizia con il nuovissimo singolo, anteprima di un imminente nuovo album di inediti, previsto per aprile. Anche in questo caso, si tratta di una invenzione sonora, di un recupero di un qualcosa, attualizzato e miscelato. Nutini è stato in grado, partendo dall’indie pop rock caro al suo idolo dichiarato Damien Rice, che lo ha anticipato di una serata sul palco dell’Ariston, di spostarsi verso territori sempre più ampi, contemplando grandi dosi di soul, rythm and blues, country, folk irlandese/scozzese, pop, reggae, jazz in un unico calderone. E il nuovo singolo “Scream” ha confermato questa sua attitudine. Un grande talento davvero, ancora under 30, essendo un classe ’87!

Recensione di un vecchio concerto che tengo nel cuore: Fiorella Mannoia a Verona il 25/10/2010

Posto più che volentieri una mia vecchia recensione che Ricky postò poi sul sito di RadioPopolare e che il Dalse inserì sul portale di yastaradio.

La ripropongo a distanza di anni perchè quel concerto ce l’ho ancora negli occhi e nelle orecchie. Fu l’ultima data del tour che poi fu raccolto in un cd- dvd live. Proprio la data veronese, all’interno dello splendido e suggestivo Teatro Filarmonico è stata immortalata nel video, cosicchè in più parti facciamo capolino io, la mia ragazza Mary e la nostra amica Elena, visto che eravamo in prima fila e che durante i bis avevamo la Mannoia a meno di due metri. Abbiamo cantato “Il cielo d’Irlanda” assieme a lei!

La settimana scorsa ho avuto modo di assistere alla seconda data di Fiorella Mannoia al Teatro Filarmonico, grazie al caro amico Riccardo al quale, tra le innumerevoli diciture per definirlo ora dovrei aggiungere pure “neo papà”, che, in occasione del mio recente trentatreesimo compleanno  ha pensato di regalarmi due biglietti, intuendo che potesse essere di gradimento anche per la mia ragazza.

Mary infatti era felicissima e io ho accolto bene l’invito anche perchè 30 anni di onorata carriera di musica leggera vorranno pur dire qualcosa.

Ecco quindi il mio dettagliato resoconto della serata:

Un concerto bellissimo, emozionante, all’insegna della classe e della raffinatezza, elementi che da sempre caratterizzano la musica di Fiorella Mannoia.
Che si affidi a famosi parolieri o che interpreti brani editi da altri artisti, il risultato non cambia: la Mannoia prende i pezzi, li plasma, li fa propri, grazie ad un’intensità interpretativa davvero fuori dal comune.
Molti dei brani in scaletta provengono dall’ultimo lavoro di studio, compostointeramente da cover, a dire il vero, nemmeno troppo ricercate, nel senso che si tratta soprattutto di brani molto famosi e relativamente recenti.
Un’operazione di recupero simile a quello realizzato da Laura Pausini, lontano invece da altri rifacimenti più “concettuali”, come possono essere stati i cd “Fleurs” di Battiato o l’album di Morgan interamente dedicato ad un famoso lavoro di De Andrè.
Si inizia subito nella cornice splendida, piena ma non gremita (è pur sempre la seconda data consecutiva in città) del Filarmonico con tre pezzi che il pubblico conosce bene e dimostra di apprezzare: “Le tue parole fanno male”  di Cremonini, “Cercami” di Renato Zero e la celebre “Ho imparato a sognare” dei Negrita, scelto come singolo per lanciare l’ultimo album. Si tratta di una canzone che ha guadagnato in grazia, mantenendo lo spirito “sognante” del pezzo (resta tuttavia incomprensibile la “censura” sul verso “quel prete palloso… ” scambiato con un più rassicurante “quel prete noioso”…il Vaticano ringrazierà).
Fiorella Mannoia dimostra, dall’alto della sua quasi trentennale esperienza (il tempo per lei sembra non essere passato) di saper usare la propria voce in modo egregio, alternando performance più intime ad altre di più ampio respiro, nelle quali la cantante esprime anche con forza il suo punto di vista su questioni sociali e il suo malcontento sull’attuale governo e  sull’opposizione.
Sempre attenta alle parole che canta, come ci spiega prima di un brano notevole, scritto per lei dagli amici Laura Pausini e Tiziano Ferro (“La paura non esiste”), vuole sentirsi a suo agio con quello che trasmette, ci mette la faccia e guarda il proprio pubblico dritto negli occhi.
Ci sono in scaletta brani più vecchi come “Luna spina”, “I treni a vapore”, il primo momento di pieno abbraccio con il pubblico che ha sempre manifestato grande ammirazione per quel pezzo.
“Sorvolando Eilat” chiude il primo set con una coda arabeggiante, e la stessa Mannoia ad accompagnare con strumentazione etnica il giovane percussionista.
L’emozione sale alle stelle, l’esecuzione del brano è una vera perla.
Da sempre debitrice e riconoscente a cantautori come Fossati e Pierangelo Bertoli, del quale nel finale interpreta, tra le ovazioni del pubblico la sempre attuale “Il pescatore” la Mannoia dimostra di essere attentissima  anche ai nuovi talenti e, come era accaduto su singolo, propone in coppia con una visibilmente emozionata Noemi, la super hit “L’amore si odia”. Il paragone tra la pur brava ma ancora acerba cantante uscita da X Factor (che sembra voler emulare la stessa Mannoia e Nada) e l’impeccabile Fiorella appare ancora improbabile ma la passione con cui le due voci si incrociano lascia ben sperare per eventuali altre collaborazioni tra le due amiche, come le stesse si sono
definite.
C’è spazio pure per gli attesi bis, i brani che più hanno caratterizzato la carriera della Mannoia: due manifesti, diversissimi tra loro ma ben rappresentanti delle due anime dell’interprete, quella romantica e quella sociale.
“Quello che le donne non dicono” e “Il cielo d’Irlanda”, cantata all’unisono con e in mezzo al pubblico sono degli autentici classici della musica leggera italiana, oltre che pietre miliari della sua produzione.
Un concerto senza alcuna pecca, ben suonato da una band d’eccezione con quartetto d’archi, piano, mandolino, chitarra e ottima sezione ritmica con due mostri sacri come Paolo Costa e Lele Melotti.
Fiorella Mannoia a gestire il tutto con maestria e autorevolezza, magnetica nei suoi sfavillanti abiti classici e molto disponibile con il pubblico, loquace, pronta a confrontarsi col sorriso, come quando dice che non gliene frega niente se qualcuno filma, fotografa, mette filmati su you tube… fate pure voi! Anche così riesce a guadagnarsi ulteriori applausi e simpatie da parte dei fans… una schiera di gente molto composita: giovani e meno giovani, signore di mezza età in abito da sera vicine a ragazzi alternativi che da sempre la apprezzano, anche per certe scelte fatte durante la carriera, all’insegna di brani di facile ascolto ma non biecamente commerciali.
La qualità dei brani non si è mai misurata da un genere specifico e Fiorella Mannoia, interpretando pezzi come “Estate” dei Negramaro e soprattutto “Sally”, che ha fatto commuovere persino lo stesso Vasco, autore del brano, ha dimostrato ancora di più quanto possa contare sentire sulla propria pelle certe canzoni e riuscire a trasmettere alla gente quel tipo di emozione.