Intervista a Carlo Vicedomini, finalmente tornato a giocare dopo la grande paura. Dopo aver sconfitto un tumore benigno al cervello, in campo non teme proprio nessuno.

Ammetto di non nascondere una certa emozione nel raccontarvi la storia del calciatore Carlo Vicedomini, leccese doc, finalmente tornato a giocare dopo quello che è stato molto più di un semplice infortunio. E’ bello e confortante venire a conoscenza di vicende come la sua, dove il calcio – se vogliamo – in questo caso fa solo da sfondo, perché in gioco è entrata prepotentemente in scena la vita, quella Vera, che non si vive solo all’interno di un rettangolo verde, inseguendo un gol.

Una lunga e piacevole chiacchierata telefonica con un giovane ben presto divenuto uomo, capace di trasmettere serenità, pace e soprattutto una grande forza interiore. Quella necessaria per affrontare il grave problema di salute che lo afflisse tempo fa, in un modo tutto suo, attorniato dal calore della famiglia, della compagna poi divenuta moglie (alla quale in un primo momento, per non spaventarla, “mentì” sull’effettivo malessere che avvertiva) e dalla Fede.

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Calciatore già affermato, soprattutto a livello di terza serie, di Lega Pro, dopo i fulgidi campionati giovanili con il Lecce, Carlo a 28 anni sta giocando bene nel Castel Rigone, sorta di “scommessa” del calcio italiano, emanazione di un piccolissimo centro umbro, dove il patron sogna in grande, disponendo di notevoli mezzi economici – essendo universalmente riconosciuto come il “re del cashemire” –  con idee in un certo senso “rivoluzionarie” quanto semplici. Un miracolo calcistico per una squadra giunta tra i professionisti meritatamente la stagione precedente (e quindi matricola assoluta per la seconda divisione della Lega Pro) ma che, dopo un inizio difficile, compensato da una grande risalita a metà campionato, si ritrova impelagata nella lotta per non retrocedere. Cominciamo l’intervista proprio da lì, rievocando quei tristi giorni: via il dente, via il dolore.

“A Castel Rigone, calcisticamente e anche umanamente, mi sono trovato benissimo. Quella domenica di febbraio ero squalificato e mi trovavo a Lecce, nella mia città. Stavo bene, poi d’improvviso ho cominciato ad avvertire un senso di malessere diffuso. Una specie di malore, persi conoscenza. Poi mia moglie mi spiegò che la cosa era durata 5 lunghi minuti. I medici del pronto soccorso di Lecce mi spiegarono che si trattò di una crisi epilettica, di cui io non avevo mai sofferto prima. Alessandra era molto preoccupata, in verità lo ero anch’io perché sentivo che c’era qualcosa che non andava, ero troppo stanco, spossato. Ma non lo davo a vedere per non spaventare gli altri, ho sempre pensato prima al benessere delle persone a cui voglio bene più che a me stesso.”

“In un primo momento quindi fosti curato a Lecce”

“Sì, ma a dire la verità in pratica si limitarono a farmi gli accertamenti, le analisi del sangue, adducendo la causa del malore improvviso ai troppi carichi di stress ma decisi di chiamare subito il medico della mia società, il dottor Trinchese, che mi disse di raggiungere prontamente Perugia per un consulto di un esperto.”

“Fu in pratica la tua salvezza”

“Sì, io credo che le cose non capitino mai per caso. C’è un disegno preciso a tutto. Dio ha voluto che nella mia strada incrociassi il dottor Castrioto, un vero luminare in materia. Entrammo in sintonia, nonostante la mia paura e il sangue che mi ribolliva, dissi che non volevo giri di parole ma solo la cruda verità. Venne infatti subito notato che avevo una specie di “pallina” in testa, vicino all’area del cervello. In quei momenti ti vengono brutti pensieri, è inevitabile. Ma il calcio non esiste, pensi soprattutto a tuo figlio, alla tua compagna, al senso della Vita. Furono quelli i momenti più duri in assoluto da affrontare, quegli attimi che ti dividevano dalla sentenza, dalla diagnosi. Il dottore, come gli scongiurai, non usò infatti giri di parole ma venne al dunque, dicendomi che nella zona dell’encefalo, questa pallina di quasi tre centimetri altro non era che un meningioma. Una cosa comunque rara in un ragazzo della mia età. Quando però riscontrammo che era benigno, mi affidai nelle sue mani e in quelle della Provvidenza, con l’animo in pace. L’operazione andò bene e il medico mi disse quasi subito che avrei potuto anche tornare a giocare a calcio. Fu una liberazione, anche se come detto prima in quei momenti pensi a tutt’altro che a giocare.”

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“Nel frattempo la tua squadra, pur competitiva a livello di rosa e in un certo senso ben assemblata, stava letteralmente precipitando in classifica, dopo essere stata a lungo una delle rivelazioni dell’intero torneo”

“Purtroppo hai ragione, le 11 sconfitte consecutive furono in pratica una condanna per noi, non fummo più in grado di riprenderci”

“Può esserci stato anche un contraccolpo psicologico dettato dalle tue condizioni, la squadra ne ha risentito? In fondo eri uno dei giocatori più quotati, uno che in campo non si risparmia mai”

“Ti ringrazio per le parole ma penso siano state una serie di cause. C’era tutto in teoria per fare bene ma a volte non servono solo i mezzi economici – che per la categoria erano importanti – ma anche gente del settore, non improvvisata in un certo senso. Più uomini di campo magari in grado di gestire le difficoltà. E’ andata così ma resto legatissimo alla squadra e all’ambiente, sono riuscito a coltivare delle amicizie e con mia moglie ci siamo trovati a meraviglia in quei posti.”

“Una volta fuori pericolo è naturale per te che tornasse forte la voglia di rimetterti in gioco, di tornare a calcare i campi professionisti. Ero convinto di ritrovarti a Taranto, come sono andate in realtà le cose?”

“In effetti a Taranto ho effettuato una buona preparazione, sembrava tutto fatto. Avevo già passato due anni qui, ero sceso pure tra i dilettanti, dopo più di 150 gare tra i professionisti. Non erano convinti potessi riprendermi del tutto fisicamente, a quanto pare. Non mi è rimasto che accettare la loro scelta”

“Eppure l’idoneità l’avevi ottenuta…”

“Sì, quella era arrivata strada facendo, da parte del dottore che mi aveva ben operato alla testa. Mancava in effetti quel riscontro, un’ultima visita alla testa per allontanare ogni ultimo dubbio ma alla fine per fortuna anche questo responso andò bene. Avevo di nuovo tutti i requisiti giusti per giocare. Dovevo solo abituarmi a indossare il caschetto “alla Cech” ma su quello ormai ci scherzo anche con mio figlio Edoardo”

“Non mi pare ci sia stata molta riconoscenza nel mondo del calcio. Magari mi dirai che scopro l’acqua calda, ma possibile che nessuna squadra di Lega Pro fosse interessata ad averti quanto meno in organico?”

No, Gianni, non sbagli a dire della riconoscenza. Non parlo del Taranto in particolare ma più in generale. Credo di aver dimostrato qualcosa nella mia carriera. Ho sempre giocato, come detto, più di 150 partite in Lega Pro, sono quasi un veterano della categoria. Al di là del discorso tecnico, io sono uno che in campo dà tutto, dal primo all’ultimo minuto, e inoltre quest’anno ho un grande senso di rivalsa, di rivincita. Ho troppa voglia di dimostrare che posso ancora dare il mio contributo, che sono ancora il giocatore di prima. Speravo almeno che qualche squadra mi desse l’opportunità di mostrare giorno per giorno, in allenamento, quello che ero ancora in grado di fare. Alla fine ho fatto consapevolmente la scelta di scendere ulteriormente di categoria e di firmare col Nardò, società di Eccellenza”

“Cavoli Carlo, so che il Nardò è una piazza caldissima e che merita altri palcoscenici, ma pensavo che almeno una serie D la potevi tranquillamente trovare”

“Alla fine non posso vivere di rimpianti, credo che tutti abbiamo un destino, una strada e che raccogliamo quello che ci meritiamo. Ad altro non penso, perché per la carriera in sé subentrano sempre tanti altri fattori, alcuni extracalcistici. Io so che sul campo ho sempre dato il massimo e i risultati parlano per me. Posso solo ringraziare la Madonna di Loreto di Surbo, il mio paese, per avermi sempre protetto. Sono molto devoto a lei e una volta guarito ho voluto farle visita. Nel calcio occorre anche avere fortuna e incontrare le persone giuste. In questo momento della mia vita avevo bisogno di trovare gente come quella di Nardò alla quale sarò sempre riconoscente. Il presidente Fanuli, il direttore sportivo Andrea Corallo, fratello dell’ex calciatore Alessandro, mi hanno voluto fortemente, facendomi quasi una corte spietata e sono convintissimo della mia scelta, qui ci sono tutti i presupposti per fare bene.”

“Poi, realisticamente, sei ancora giovane, non hai ancora 30 anni. Credi ancora nel professionismo, magari proprio con il Nardò?”

“Sinceramente sì, perché questo club è davvero attrezzato per il salto di categoria. Siamo in eccellenza ma d’altronde basta poco per tornare su se ci sono tanti fattori positivi come qua: una società serissima e sana, una rosa competitiva, un pubblico incredibile a questi livelli, una grande voglia di calcio. Quella ce la metto sicuramente anch’io: darò il massimo per questa maglia!”

“E a me non rimane che farti un grosso “in bocca al lupo” per questa tua nuova avventura, che sa di vera rinascita dopo il grosso spavento di febbraio scorso. Ma prima vorrei riavvolgere il nastro dei ricordi molo indietro e tornare con la mente a quella squadra splendida, il Lecce Primavera, capace di vincere nei primi anni 2000 ben due scudetti Primavera. Ho intervistato tempo fa anche il tuo ex compagno Alessio Carteni e contattato anche Andrea Rodia. Da grande appassionato di calcio giovanile, mi viene un po’ il magone nel vedere come sia andato sperperato un ciclo così forte, direi unico”

“Beh, Gianni, che dirti? Qui spalanchi un portone di ricordi! Ogni volta che ripenso alla nostra squadra mi viene una forte emozione, inutile negarlo. Hai citato due amici prima di tutto, anch’essi molto sfortunati a livello calcistico. Alessio andò con il difensore Bianco in C/1 ma in rosa erano più di 30 giocatori e perse tutto l’anno. Presto si ritrovò tra i dilettanti, quasi sempre in Puglia. Andrea, che tecnicamente era fortissimo, uno dei nostri gioielli in avanti, ha proprio smesso di giocare. Ed è già da un bel po’ che ha smesso, un vero peccato. E’ che dal calcio giovanile a quello professionistico c’è spesso un abisso e a volte noi giocatori ci troviamo in balia di certe situazioni”

“Pensi che voi di quel ciclo vincente siete stati in qualche modo abbandonati? In fondo credo ci fossero i margini per puntare almeno su alcuni di voi?”

“Abbandonati forse è una parola grossa ma… gestiti male certamente sì! A parte alcuni che esordirono in prima squadra, altri che fecero delle panchine, occasioni ce ne furono ben poche, in una situazione non facile per la prima squadra. Si è puntato sull’immediato, per provare a tornare subito in alto, invece di aspettare con pazienza la nostra crescita. E poi se non fai giocare nessuno, è improbabile che qualcuno si possa imporre. Ricordo che Agnelli ebbe qualche possibilità e se la giocò anche bene, Camisa, mio grande amico, riuscì a esordire ma avrebbero potuto avere un percorso ben diverso”

“Agnelli lo ricordo bene perché venne diciottenne all’Hellas Verona e non sfigurò, però invece di continuare in categoria il Lecce lo prestò altrove e ormai da tempo è tornato nella sua Foggia, dove è leader riconosciuto. Camisa invece, recentemente ripescato in B con il Vicenza resta un mistero per me: gli riconosco tutte le doti del difensore di alto livello, tempismo, velocità, attenzione. E Mattioli che in attacco segnava fior di gol? Giorgino che in mezzo al campo poteva dire la sua in prima squadra e in pratica ha invece legato la sua carriera al Taranto in serie C?”

“Hai ragione, in tanti avremmo potuto fare di più, a volte la responsabilità è pure del giocatore, ci vuole anche la testa giusta magari ma all’epoca tecnicamente eravamo forti, un gruppo unito di amici innanzitutto, quasi tutti ancorati al territorio. Vincemmo 2 scudetti consecutivi, coppa Italia Primavera e Supercoppa, giocando oltretutto sottoetà. Vincemmo ad esempio contro la Juve di Paro e Gastaldello, due ’83, mentre la nostra rosa era composta da tutti ’85 e ’86. Un peccato veramente ma si vede che doveva andare così, anche se a volte mi viene da pensare che se fossimo stati in altri club di prima fascia, forse qualche chances maggiore l’avremmo avuta, almeno di confrontarci in B. Poi, ovvio, è sempre il campo a dare le risposte ma, ripeto, se non ti viene data nemmeno l’opportunità.”

“Anche perché a Lecce era dai tempi di Conte, Moriero, Garzya, Petrachi che non si vedeva una squadra giovanile così forte”

“Verissimo, ma loro furono quasi tutti inseriti gradualmente in prima squadra. Si dimostrarono campioni”

“Beh, un certo Pellè un po’ di strada la sta facendo! Ha però dovuto andar via dall’Italia…”

“Graziano è innanzitutto un grandissimo amico, salentino doc, ma che non ha mai nascosto la sua volontà di andar a giocare fuori dall’Italia, lo diceva sempre che avrebbe voluto andare all’estero. Sono contentissimo per lui, si merita tutto quello che sta raccogliendo, è sempre stato un grande centravanti”

Il nostro lungo colloquio telefonico finisce qui, chiacchierare con Carlo è stato davvero piacevole e le sue parole mi hanno dato tanti spunti. Fuori onda, per così dire, abbiamo condiviso più nel dettaglio le nostre disavventure di salute (visto che anch’io sono stato operato d’urgenza l’anno scorso alla testa per rimuovere un’infezione cerebrale) e pure altre constatazioni sul mondo del calcio che, a volte, per noi inguaribili romantici del pallone, lascia piuttosto delusi.

(a cura di Gianni Gardon)

Intervista al calciatore veronese Stefano Garzon, esempio di giocatore di successo che ha mantenuto saldi i suoi valori

 

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Una carriera lunghissima la tua, Stefano, che ti ha regalato tantissime soddisfazioni ad alti livelli di professionismo e che ora ti vede impegnato nella natia Cerea in un avvincente campionato di Eccellenza. Partiamo dall’attualità, dall’odierno: siete capitati in un girone di ferro, con tante valide pretendenti alla promozione diretta. Chi vedi come più accreditata tra Rovigo, Arzignano e Villafranca? Voi contate di tenere il passo e di fare il grande ritorno in D?

-Il campionato è stato sicuramente molto avvincente e combattuto fino all’ultima giornata. C’erano squadre allestite per fare un campionato di vertice, importante, e tutte quelle che hai citato tu hanno lottato fino all’ultimo per ottenere la promozione. Per quanto ci riguarda abbiamo fatto un grande campionato, e fino all’ultimo abbiamo dato l’anima per inseguire un traguardo che all’inizio era insperato. Siamo partiti infatti a luglio dopo la delusione dell’anno scorso e ripartire non è stato facile. Tanti giovani bravi si sono messi in luce, noi vecchietti abbiamo cercato di portare la nostra esperienza, dando sempre il massimo dell’esempio e dell’impegno. E’ la società non ci ha mai fatto mancare nulla, mettendoci a disposizione tutto ciò che ci serviva con puntualità.

Qual è la qualità maggiore che emerge nella tua squadra: l’esperienza data da te e altri compagni, penso a Moretto da poco rientrato, o l’entusiasmo dei nuovi, dei più giovani? O è tutto l’ambiente che aiuta a far salire le prestazioni della squadra?

-Come detto sia l’apporto dei più giovani, sia quello dei più vecchi è stato fondamentale. Si è creato un’alchimia veramente bella, che ci ha portato a giocarci il campionato fino all’ultimo. E sia lo staff tecnico che la società ci sono sempre stati vicini in tutto con grande professionalità.

Sei di Asparetto, una piccola frazione di Cerea appunto, che tu lasciasti ben presto per volare al Chievo. Ti ricordi le sensazioni e le emozioni del periodo? I sacrifici per arrivare dove sei arrivato in cosa consistevano, sempre se tu li hai vissuti come tali. O nel tuo caso, la voglia di emergere e di rimanere al Chievo ha superato il resto? C’erano altri tuoi compagni che hanno mollato prima o non hanno completato il loro percorso; nella tua esperienza quali possono essere le maggiori difficoltà che si incontrano lungo il cammino di un giovane calciatore?

-Sicuramente non è stato facile. Ricordo i grandi sacrifici dei miei genitori, che mi accompagnavano ad allenamenti e partite. Ricordo la grande fatica nel far conciliare gli studi con gli allenamenti. Ma la forza interiore, l’entusiasmo mi hanno permesso di superare tutto ciò. Il momento più difficile è stato sicuramente quello dell’adolescenza, ricordo i miei amici che uscivano a divertirsi e io non potevo perchè dovevo andare alla partita, e nel poco tempo libero dovevo studiare. Ma la passione e l’amore per questo sport mi hanno dato la forza per fare questi sacrifici.

Per moltissimo tempo sotto contratto con il Chievo, immagino con molti momenti topici in cui magari pensavi di esordire in prima squadra, cosa che è in effetti accaduta, ma quando ormai eri già quasi un veterano delle categorie inferiori, tra cadetteria e terza serie. Hai sempre messo davanti l’opportunità concreta di giocarti le tue carte altrove, di fare esperienza sul campo o hai rammarico di non essere stato tra i protagonisti di quel Chievo così forte nelle sue prime stagioni in serie A? Che ricordi hai di alcuni compagni di squadra dell’epoca, quelli del “miracolo” di Delneri?

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-Al Chievo sono cresciuto, sono diventato uomo, sono arrivato all’età di 9 anni, ero un bambino. A diciotto ho firmato il mio primo contratto da professionista e dopo tanti sacrifici il mio sogno è diventato realtà. Nessun rammarico, ho avuto la grande gioia di esordire in serie A e di fare esperienze sportive ed umane fantastiche, ho vissuto in tante città d’Italia ed ho conosciuto amici e persone straordinarie. Ho avuto la fortuna di giocare con grandi campioni, che mi hanno insegnato tanto.

La vita da professionista ti ha portato ben presto a maturare esperienza lontano da casa: Pescara, Avellino ma persino Acireale ai tempi del tuo primo prestito. Che tipo di esperienze sono state, non solo da un punto di vista prettamente sportivo? In fondo eri poco più che un ragazzo, immagino tu sia cresciuto in fretta…

-Sono state esperienze bellissime, che porterò sempre dentro il mio cuore. Oltre alla componente sportiva, che mi ha formato professionalmente, ho avuto modo di crescere in fretta, di vivere lontano da casa, di abitare sia con altri compagni di squadra che da solo, di conoscere posti nuovi e come detto prima persone fantastiche. Ogni città in cui ho giocato mi ha lasciato ricordi indelebili nel cuore.

A Cremona hai vissuto una buona stagione, viatico per l’approdo in B. Quali sono state le maggiori differenze che hai riscontrato tra le due categorie?

-A Cremona era il mio secondo anno di serie B. Fino ad allora non avevo avuto grandi infortuni, e fisicamente ero al top. E’ stata una grande stagione, ho giocato con continuita e ho fatto il mio record di goal in serie B. Avevo già giocato a Cremona in serie C, a diciotto anni, e ritornare dopo anni in B è stato molto bello. E’ una città alla quale sono molto legato.

Ripercorrendo la tua carriera, a quali allenatori ti senti più grato? Qual è quello che maggiormente ti ha “capito”, mettendoti nelle condizioni di esprimerti al massimo delle tue potenzialità? E in generale da quale hai imparato di più?

-Ho avuto tanti allenatori…Tutti mi hanno trasmesso qualcosa di importante, e da tutti ho cercato di imparare segreti diversi. A tanti sono ancora molto legato. Ricordo con piacere Galderisi che ho avuto a Cremona ed Avellino, Roselli a Varese, Vavassori ad Avellino e a Verona…Lo stesso Pellegrini…

L’esordio in serie A o l’approdo, seppur in tempi bui, all’Hellas Verona? Quale di questi due momenti tieni maggiormente nel cuore?

-Sono due emozioni completamente diverse, non paragonabili. Solo chi le ha vissute può provare dentro di se le emozioni che danno. L’esordio in serie A è il sogno di un bambino che si realizza, è il massimo, e il Chievo mi ha dato la possibilità di farlo…Vestire la maglia della propria città, e vincere un campionato è un’altro sogno che si è realizzato. Quando vesti qualsiasi maglia, devi farlo con grande onore e rispetto, se la maglia è quella della tua città, rappresenti la tua gente, e il senso di appartenenza ti avvolge. Io ho sempre cercato di farlo al meglio e col massimo impegno.

Sentiamo parlare sempre più spesso dei “mali” che attanagliano il calcio, della mancanza di valori ecc. Tutti coloro che hanno avuto modo di conoscerti sono certi nell’affermare che tu sia rimasto il ragazzo tranquillo di sempre, serio e umile. Ci confermi che è possibile quindi trovare ragazzi semplici, lontani dall’immagine comune che i media mandano quotidianamente? Hai legami di amicizia vera coltivati negli anni con alcuni tuoi colleghi?

-Io sono così, ero così e lo sono rimasto. E sono fiero di esserlo. Questi valori, quelli dell’umiltà, della volontà e del sacrificio sono stati quelli che mi danno la forza di raggiungere i miei obbiettivi, professionali ed umani, e non mi hanno mai tradito. In un ambiente come quello calcistico è più facile montarsi la testa perchè tutto sembra più facile. Ma nella mia avventura ho conosciuto ragazzi splendidi, puliti e veri, è normale poi che le strade si dividano per le esperienze di vita più svariate, ma a tanti di questi sono ancora molto legato.

A Cerea immagino che tu sia visto come uno “che ce l’ha fatta” a far diventare la sua passione, il suo sogno, una realtà. Alla fine della giostra hai dei rimpianti su quella che poteva essere stata una carriera diversa o hai raggiunto tutti gli obiettivi che ti eri posto? Che consigli senti di dare ai tuoi compagni più giovani, alcuni dei quali magari legittimamente ambiscono a un futuro da professionista nel mondo del pallone?

-Nessun rimpianto. Non bisogna mai averne. Tutte le scelte se meditate e ponderate con attenzione non possono essere rimpiante. Purtroppo nella vita ci sono tante variabili impreviste, che non possiamo controllare…é normale che avrei fatto a meno di qualche infortunio scomodo, come quelli alla spalla o alle ginocchia…ma anche questo fa parte della vita, e va superato a testa alta. Ai ragazzi giovani dico solo di essere se stessi, di dare tutto, ma per raggiungere un obbiettivo bisogna essere disposti a fare fatiche e sacrifici. Nulla è facile. Solo dopo aver fatto questo non si ha nulla da rimproverare a se stessi. Ora il calcio offre meno opportunità di un tempo, sfondare è più difficile, per questo è fondamentale costruirsi una strada alternativa con lo studio.

Avrei tante altre cose da chiederti e curiosità da soddisfare, ma immagino che carne al fuoco ce ne sia già tanta e sono sicuro che i lettori saranno ben soddisfatti di poter leggere dalle tue parole il frutto della tua lunga e bella esperienza calcistica.

 

Alla scoperta di Nadia & The Rabbits, autori di un album senza tempo! Intervista a Nadia von Jacobi e Bernard Bauer

Nadia von Jacobi è la titolare del multiforme progetto artistico musicale “Nadia & The Rabbits” che ha esordito ufficialmente un anno fa con l’album “NoblesseOblique”, uscito sotto egida Mescal, la storica etichetta indipendente piemontese.

L’artista bavarese, ma ormai italiana d’adozione, è riuscita in questo disco a condensare nel migliore dei modi le sue varie anime e influenze, lasciando libero sfogo a tanta creatività, diffusa in modo massiccio ma estremamente curato tra le pieghe delle 11 tracce dell’album, la maggior parte delle quali in lingua inglese, senza tralasciare l’italiano e il tedesco che qua e là fanno capolino (“Tipico” e “Obliqua è la mia nobiltà” sono in italiano, lingua inserita anche in un breve estratto di “Spring will come”, uno dei più riusciti del lotto, mentre l’efficace “Moongirl” è in lingua tedesca).

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Nei giorni scorsi ho avuto modo di intervistare telefonicamente la stessa Nadia e Bernhard Bauer, uno dei pilastri del gruppo (nonché suo sodale compagno, non solo a livello professionale) dopo che li avevo conosciuti entrambi in occasione della “prima” del tour  post-Sanremese dei Perturbazione, avvenuta nella mia città, Verona. Un tour per il quale Nadia & The Rabbits fanno da apripista in moltissime date per i loro famosi compagni di etichetta. Già all’epoca rimasi molto colpito dalla qualità, dalla passione e dalla personalità dei due – che presentarono alcuni brani dell’album in versione più scarna e acustica rispetto ai suoni del disco ma con medesimo e innegabile appeal – ben miscelate ed egregiamente assortite nel modo di porsi al pubblico e presentare la loro proposta. La voglia di scoprire, di saperne di più su questo insolito progetto ha infine prevalso in me, specie dopo numerosi e ripetuti ascolti da parte mia del loro interessante disco.

“Ciao Nadia, è un piacere risentirti. Innanzitutto mi complimento per il disco che sto consumando di ascolti e che, come mi dicevate, è molto più vario rispetto all’esibizione live che vi vedeva impegnati in formazione ridotta a due elementi, anche se poi Bernhard sul palco riusciva a suonare più strumenti nello stesso brano. Ciò che mi ha colpito è la naturalezza del suono e il fatto che non ci sia uno scarto qualitativo tra un brano e l’altro, nonostante le diverse atmosfere evocate dalle canzoni. Dall’inizio alla fine riuscite ad accompagnare l’ascoltatore come in un viaggio… E’ una mia sensazione o è un aspetto al quale avevate pensato in fase di preparazione?”

N.“Ciao Gianni, ci fa piacere che tu abbia percepito questo perché l’idea alla base del disco era proprio quella di ricreare diverse atmosfere, come se il tutto fosse frutto non solo di un viaggio fisico ma anche metafisico, mentale, per creare suggestioni diverse”.

Prima di tornare sul disco chiedo a Nadia dell’esperienza che stanno portando sui palchi di tutta Italia con i Perturbazione, freschi reduci della fortunata ribalta sanremese. Per lei e i Rabbits si è trattata di un’occasione unica se non altro per la possibilità di suonare davanti a platee numerose.

“Proprio così, al di là del fatto che ci stiamo divertendo un sacco perché siamo in compagnia di buoni amici e di grandissimi musicisti che stimiamo, quello che differenzia maggiormente i nostri live è il contesto, il fatto di suonare in location di medie grandi dimensioni alle quali non eravamo abituati. Siamo soddisfatti del riscontro, dell’accoglienza ricevuta e della possibilità – perché no? – di allargare un po’ il nostro pubblico”.

Come Nadia e Bernhard mi avevano chiarito, vi è una notevole differenza tra la proposta live eseguita nella data da me seguita a Verona (e riproposta con successo anche in altre città) in duo e quella molto ricca e variegata che si sente su disco, la cui produzione è davvero ben confezionata. Chiedo da dove nasca questa particolarità nelle esecuzioni dal vivo, così diverse a seconda dei contesti e la risposta sincera e disarmante di Nadia conferma l’eccezionalità del progetto.

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“Il nostro è una sorta di “gruppo aperto”, quasi una “comune” o meglio un “collettivo”, nel senso che moltissimi amici musicisti hanno contribuito egregiamente e attivamente alla riuscita del disco, e lo stesso accade per i concerti, nei quali ci piace che possano intervenire, a seconda di dove facciamo tappa, molte persone con le quali poter condividere l’idea e l’esperienza del concerto. Non avendo noi per primi una base fissa, è facile raccogliere nelle varie città, anche internazionali, tanti elementi che vanno ad arricchire il nostro sound”.

Insomma, pare che nonostante dietro ci sia tanto studio – e la storia personale di Nadia e Bernhard sta lì a testimoniarlo –  tanta applicazione e professionalità, la voglia di far emergere la creatività e di scoprire orizzonti musicali nuovi spesso e volentieri ha la meglio, cosicché la sperimentazione in concerto può prevalere su ciò che invece è studiato e preventivato.

“E’ vero, è successo che ci esibissimo in formazione più classica, in trio, con sax e fiati, oppure con basso, contrabbasso ed elettrica. Dipende da chi è in zona, in pratica, dal tipo di esperienza che ognuno può portare. Ci riteniamo un gruppo aperto, perché poi molti hanno progetti diversi e allora è giusto che si possano sentire liberi di sperimentare, di andarsene e tornare senza restrizioni. Ci piace – come si vede bene dal disco e come hai anche tu hai sottolineato –  variare negli arrangiamenti”.

Torneremo a parlare dell’importanza e della cura negli arrangiamenti più in là nell’intervista, ma a questo punto ho chiesto a Nadia e Bernhard di raccontarmi della loro esperienza in primis, di come loro per primi siano molto particolari nell’approccio alla musica

“Sono nata a Monaco di Baviera e per motivi di studio mi sono trasferita da giovanissima in Italia, precisamente a Duino, nel Triestino, dove ho frequentato una scuola particolare, quasi un ‘progetto pedagogico pacifista’, nello stesso istituto in cui ho scoperto più tardi che ha studiato anche Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione. Un ambiente molto bello e stimolante. In realtà ho sempre suonato, sin da bambina, iniziando a comporre “seriamente” all’incirca a 14 anni. Ma nei miei ricordi di bimba ho sempre scritto ecantato, avendo a modello soprattutto esponenti di quei miei anni di crescita e formazione (gli anni ’90) con il cantautorato che stava riemergendo forte, anche e soprattutto lanciando molti talenti femminili. Tra i classici la mia predilezione andava a gente come Joni Mitchell o Bob Dylan ma ben presto entrò prepotentemente nella mia vita tutta l’ondata new wave, dalla quale mi sentivo ben rappresentata, in particolare in gruppi come Cure, Depeche Mode e Echo& The Bunnymen”.

Dall’ascolto alla voglia di provarci il passo è stato poi breve immagino…

“Sì, formai una mia prima band a Firenze, proponendo cover di quelle band che tanto amavo: quindi il genere non si discostava molto dalla wave, rigorosamente suonata con musicisti della scena rock fiorentina di altissimo profilo, molti dei quali hanno contribuito anche a Noblesse Oblique, finchè nel 2007 le cose cominciarono a farsi più serie, quando venni avvicinata da coloro che poi sarebbero divenuti il primo nucleo sul quale iniziarono a ruotare i Rabbits. Erano Luca Rubio, Stefano Pavan e Camillo Achilli, che hanno dato la prima spinta fondamentale al progetto, aiutandomi a post-produrre il primo disco. A loro piacevano le mie canzoni, così si proposero di accompagnarmi come gruppo. Registrai quello che divenne il mio primo demo in una serie di concerti tra Londra e l’Italia. La post-produzione invece avvenne in una cascina dove giravano parecchi conigli (da qui il rimando ai “Rabbits” ). L’album “Song FairyFails”contiene già tante delle mie primissime canzoni e con i Rabbits iniziammo a farlo girare di palco in palco: era il 2009”.

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L’incontro con Bernhard avvenne in modo quasi fortuito, ma è indubbio che col suo ingresso, anche nella vita della stessa Nadia, le cose abbiano preso un’ulteriore spinta.

B. “Sono austriaco e la mia formazione musicale è prevalentemente quella classica, sulla scia della grande tradizione viennese, la mia città d’origine. Ho studiato per anni l’oboe – il mio strumento per eccellenza –poi con la mia ‘trasformazione’ in Rabbit mi sono evoluto polistrumentista, iniziando a suonare anche l’ukulele, il charango, la konzertina e il bass ukulele. L’incontro con Nadia è avvenuto per caso; ero in Italia,cercavo casa e lei affittava una stanza. Col tempo abbiamo scoperto tante affinità, a partire dal fatto che suonavamo.”

Anche l’attitudine di vita però è complementare, così come la voglia di ricercare, di creare, di trovare nuove suggestioni, anche a costo di spostarsi senza una meta precisa, con l’idea di viaggio non solo mentale, come detto all’inizio, tanto che il disco è stato registrato in più parti del mondo, come ad esempio a New Orleans, patria amata del jazz. Nel libretto, il cui packaging è curatissimo, vi sono anche belle foto al riguardo.

N. “Ci piace definirci “cosmopolitan gipsy”, amiamo viaggiare e sfruttare l’occasione per incontrare nuove persone e scambiare idee, energia. Eravamo a New Orleans, la Capitale del Jazz ed era impensabile per due come noi non provare a entrare in contatto con tante realtà locali. Lì il jazz lo respiri a pieni polmoni e ci tenevamo a ritornare in Italia con delle registrazioni.”

E la cosa che più mi ha colpito dell’intero lavoro sono proprio gli inserimenti in molte tracce dei fiati, il suono del sax, la tromba, il trombone che permea quasi tutto il lavoro, caricandolo di tanta raffinatezza e classe.

N. “Il nostro Rabbit Alberto Greguoldo ha suonato gli assoli di sax in tre brani, ma nel resto del disco abbiamo appunto avuto la possibilità di coinvolgere dei formidabili musicisti locali a New Orleans. Il disco è collettivo perché nonostante le canzoni nascano da me, poi vi confluiscono le idee di tutticoloro che partecipano. I musicisti con le loro esperienze vengono coinvolti e tutto viene poi sapientemente miscelato”.

Qui entra in gioco anche la sapiente ed esperta mano di LeLe Battista, abilissimo dietro le quinte nel dare omogeneità e un filo conduttore al tutto.

“Certamente l’apporto e il buon gusto di LeLe sono stati poi fondamentali. Sia nelle fasi delicate dell’editing che quando si trattava di comporre al meglio tutti i pezzi del puzzle. Quella sensazione di omogeneità, di coerenza di cui accennavi all’inizio è principalmente opera sua, che è stato in grado di contenere in un certo senso la mia esuberanza. Mentre lavoravamo, continuavo a proporre ulteriori arrangiamenti. Lui è riuscito, senza trascurare nulla o limitare il mio lavoro a dare un ordine preciso e coeso. Il suono si è fatto così molto dettagliato e profondo; in questo è stato fondamentale anche il missaggio in USA di Joe Marlett. Per le mani ormai avevamo davvero un prodotto ben curato, in cui credevamo molto. Noi suoniamo sempre ma non ci piace la concezione della musica “usa e getta”, al disco abbiamo lavorato per anni e per questo vogliamo valorizzarlo al meglio, portandolo in giro live il più possibile e sfruttando le occasioni che ci capitano per farci ascoltare.”

L’album in effetti ad ogni ascolto ti fa scoprire qualcosa: è registrato benissimo, curato in ogni fase della sua produzione. I suoni sono pulitissimi, così come la voce di Nadia capace di cambiare registro e di passare con estrema naturalezza a più soluzioni del suo cantato, come si evince dalla scelta, assolutamente spontanea di cantare in più lingue, nonostante la predilezione per l’inglese, lingua universale per eccellenza.

“Il fatto di essere poliedrici, di cantare in più lingue o di passare da arrangiamenti jazzati ad altri più classici (come ad esempio in “She’s like a wind” il cui arrangiamento in quartetto di fiati di legno è stato scritto da Bernhard e da me e registrato in Germania) nasce dal fatto che noi per primi siamo così, nella vita di tutti i giorni. E’ la nostra forza, la nostra caratteristica ed è questo che cerchiamo di trasmettere. Di conseguenza concepiamo anche la musica – parte fondamentale della nostra vita – in questo modo. “Spring will come” è in inglese, con inserto in italiano alla fine, mentre la prima traccia e la 9 (“Treasures Away” e “Obliqua è la mia nobiltà” )sono in pratica due facce della stessa medaglia: sono una la cover dell’altra”.

Con un disco così ben fatto tra le mani, e già autoprodotto nei minimi dettagli, è stato “facile” entrare in contatto con qualche etichetta discografica interessata al progetto. Quando è entrata in scena la Mescal?

“Avevamo già spedito il nostro album Song Fairy Tales e loro furono da subito colpiti dal fatto che questo fosse un live. Hanno manifestato interesse, senza la promessa di nulla ma di fatto abbiamo continuato a “frequentarci”, a conoscerci e una volta pronto il disco Noblesse Oblique hanno deciso di darci una chance, facendoci esordire ufficialmente. Siamo molto soddisfatti e vogliamo proseguire il cammino iniziato assieme che ci sta regalando tante soddisfazioni, come nel tour che stiamo approntando adesso in giro per l’Italia nel quale l’accoglienza nei nostri confronti è sempre molto positiva. Contiamo di proseguire sempre meglio con la nostra musica: intanto saremo impegnati per tutta l’estate tra Festival, concerti in Piazza; bellissime occasioni per far ascoltare le nostre canzoni”.

L’augurio sincero che faccio ai ragazzi è che possano ottenere delle meritate soddisfazioni dal loro lavoro, perché, al di là delle indubbie qualità artistiche e del talento da compositori e polistrumentisti, ciò che mi ha colpito è la tanta, genuina, debordante passione che sgorga dalle loro parole, l’entusiasmo che riversano in quello che fanno e il modo molto particolare e poco convenzionale che hanno di intendere e concepire la loro arte. In un mondo musicale e culturale che pare sempre più asettico e plastificato, il loro nome e il loro progetto sembra proprio una goccia nell’Oceano. In bocca al lupo a Nadia & The Rabbits!

 

PELLEeCALAMAIO ospita con piacere la cantautrice Sabrina Di Stefano

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“Ciao Sabrina, mi fa molto piacere ospitarti nel mio blog. Ti conobbi qualche anno fa, quando vidi per caso un tuo video di una canzone davvero graziosa che ebbe la capacità di entrarmi in testa, e quasi di rilassarmi, come avesse delle proprietà terapeutiche: alludo a “Mi hanno detto che ero nata per essere felice”. Mi parli un po’ dei tuoi esordi. Immagino la passione per la musica e per il bel canto sia nata molto prima”

Sono figlia degli anni ’70. Anni dove succedevano moltissime cose a livello politico, sociale e culturale. Ero piccola e crescevo dentro quel vortice di cambiamento: gli anni di piombo, la guerra fredda, gli scontri in Irlanda del Nord, l’avanguardia femminista, l’arte contemporanea, le radio libere la musica punk, il rock e l’R&B e più avanti anche la disco music. La musica è stata la colonna sonora della mia infanzia, ne ascoltavo molta seguendo mia sorella e i miei cugini già adolescenti e cantavo insieme a loro canzoni di protesta. In realtà, solo qualche anno più tardi compresi il significato di quei brani e di tutto il resto, mio malgrado ero stata “contaminata” da passione vera.

“Nel tuo caso mi sembra che si sposino perfettamente sonorità e atmosfere jazz addolcite da melodie squisitamente pop, senza dimenticare la tua capacità naturale di re-interpretare grandi classici della musica italiana e brasiliana. La tua indole naturale dove ti porterebbe?”

Sono una cantautrice perché mi piace mettere in gioco i miei pensieri e farli viaggiare in musica. Gli artisti che ho amato di più sono James Taylor, Carly Simon, Carole King, John Denver, Eagles, America, Chicago e cantautori italiani come Fabrizio De Andrè, Francesco De Gregori, Francesco Guccini, Ivano Fossati, Paolo Conte, Gianmaria Testa, per citarne alcuni.  Nel tempo mi sono avvicinata al jazz e me ne sono innamorata, in particolare quello brasiliano di Jobim, Joao Gilberto, Vinicius de Moraes e poi al gipsy jazz di Django Reinhardt. Questo è quello che porto con me fino ad oggi, ma non escluderei altre strade, mi piace sperimentare.

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“Pur partendo da presupposti diversi ed essendo diverse in genere, più o meno nello stesso periodo mi sembra siano emerse sempre di più cantanti in grado di recuperare certe sonorità del passato, attualizzandole, mi vengono in mente Simona Molinari o Nina Zilli, che mi pare anch’esse influenzate da musiche e sonorità che hanno radici antiche Tu che a differenza loro, hai un background che mischia anche la grande tradizione cantautorale italiana, che ne pensi della rivalutazione di sonorità legate al jazz, allo swing, allargando il discorso anche ad altre figure emerse in questi anni sulla scia di questo fenomeno, mi viene in mente anche Caro Emerald.”

Penso che un’artista possa cantare bene ciò che conosce perché l’ha ascoltato molto, l’ha sperimentato e poi ha sentito dentro che quel genere gli appartiene. Quando è così, certe sonorità diventano proprie e qualsiasi ne sia l’origine mi arrivano delle belle cose di carattere e personalità. Altre volte sento solo delle esecuzioni perfette.

“Quali sono le tue maggiori influenze, i tuoi ascolti preferiti? Quale ruolo riveste la musica nella tua vita, qual è la molla che ti induce a comunicare emozioni ancora oggi con la tua voce?”

Mi piace ascoltare giovani artisti. Ce ne sono molti di talento con delle idee veramente belle.  Per quel che mi riguarda non c’è stato un giorno in cui ho deciso di fare la cantante, semplicemente mi piace farlo.  Piuttosto, credo che la vera sfida stia nel darsi la possibilità di seguire la propria vocazione.

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“Per chiudere qual è stato per il momento più esaltante e più emozionante che ti ha regalato questa attività e i tuoi progetti per l’imminente futuro? Io nel frattempo ne approfitto per farti un grosso in bocca al lupo per tutti i tuoi progetti, di vita e professionali.”

L’emozione più grande la provo quando emerge l’idea. Non arriva mai dall’alto, dalla testa. Salta su dalla pancia e quando è quella giusta, quella da seguire, lo sento perché è come se fosse più grande dei miei stessi pensieri.

Da qualche tempo stò facendo spettacoli in casa. Ci sono molte persone disponibili ad offrire la propria trasformandola per una sera in uno spazio indefinito dove ascoltare musica. E’ una dimensione molto particolare, le persone sono piene di calore perché arrivano proprio per ascoltare te. Si crea un’energia veramente molto intima, molto coinvolgente. Lo spettacolo che propongo quest’anno si chiama “L’Elasticone” ed è anche il titolo di un mio brano. Racconta della velocità con cui si usa, consuma e getta una relazione di coppia per passare ad altro che avrà più o meno lo stesso percorso ed esito. Per fortuna questo non sempre accade, ma ho notato che l’argomento suscita una non indifferente identificazione del pubblico con quanto accade in scena. Nello spettacolo sono al mio fianco due bravissime attrici, Nadia Perciabosco e Laura De Marchi le quali, con i loro interventi comico-ironici rendono lo spettacolo drammaticamente esilerante. Angelo Pelini, pianista dei Tetes de Bois storico gruppo romano, ci accompagna al piano ed arrangia i miei brani e le cover di questa divertente avventura.

Grazie Gianni per la squisita opportunità di questa intervista

Sabrina

(Gianni Gardon – PELLEeCALAMAIO blog, http://www.yastaradio.com)

 

 

Intervista a Davide Solfrini, autore dell’interessante disco “Muda”

PELLEeCALAMAIO ospita il giovane cantautore Davide Solfrini, autore di un interessante album in bilico tra pop, canzone d’autore e cantautorato moderno.
“Ciao Davide, piacere di averti qui. Ho trovato il tuo disco interessante, fin dalle note di presentazione, in cui non nascondi le tue passioni principali, i tuoi modelli ispiratori. A questo punto, vorrei chiederti come è partita la tua avventura musicale; quando hai realmente deciso di passare dall’altra parte della “barricata” e provare tu stesso a comporre i tuoi brani?”

Ciao, e grazie a te per questo spazio che mi concedi. Beh… non c’è proprio una data precisa, e forse nemmeno un periodo. Fin da giovanissimo il mio mondo musicale è sempre stato quello d’oltre oceano (e naturalmente oltre Manica), così per tanto tempo anche se spesso mi venivano spunti per testi in italiano (che è pur sempre la lingua nella quale penso) li bocciavo io per primo immediatamente o, nella migliore delle ipotesi, ci lavoravo un po’ per poi accantonarli. Il vero “coraggio” l’ho tirato fuori quando nel 2007 insieme a 2 musicisti e amici ho messo in piedi un trio per proporre i miei brani dal vivo traendone parecchie soddisfazioni, anche se la cosa per vari motivi è durata poco… ma ora sono nuovamente on the road!

“Nelle tue canzoni noto una peculiarità rispetto ad altri cantautori che stanno emergendo, specie nel panorama indie: accanto a testi interessanti, associ ottime melodie, delle musiche ben arrangiate, anche talvolta con strumenti, diciamo insoliti, in un contesto vicino al rock. Qual è il tuo processo creativo, come ti poni davanti a un’idea? Prima getti le basi musicali o parti da una frase, dal testo e di conseguenza la inserisci in un contesto musicale adatto?”

Non ho un metodo di lavoro, a volte parto da una cosa e a volte dall’altra, ovviamente, inutile dirlo, i risultati che apprezzo di più sono quelli che arrivano da soli e con pochissimo lavoro, quelli per così dire più “freschi”!
Per quel che riguarda le melodie mi fa molto piacere che tu abbia apprezzato questa cosa! …io mi sento più un “autore pop” che un “cantautore”. Sto sempre molto attento ad essere più emozionale che “filosofeggiante” (anche se non sempre ci riesco), insomma… secondo me una melodia interessante ed un testo scorrevole e ricco di immagini sono molto più preziosi ed emozionanti di mille concetti intelligenti o frasi sagge…
…in fine non vanno dimenticati i vantaggi che oggi può dare l’home recording. in un comune pc, se associato ad un’interfaccia audio di media qualità, qualche microfono discreto e un po’ di malizia da parte di chi lo usa, ci sono 1000 volte le potenzialità delle attrezzature che avevano a disposizione i Beatles quando registrarono “Sgt. Pepper”; questo offre a quelli come me la possibilità di lavorare con calma (e quindi con un po’ più di “amore”) ad ogni piccolo particolare dell’arrangiamento senza l’angoscia del “tassametro” dello studio di registrazione!

“Noto che tendi a scrivere storie, a narrare più che a essere introspettivo e palesemente autobiografico, anche se immagino ci sia molto di te stesso nei brani, specie quando parli d’amore, quegli stati d’animo che tutti noi ci siamo ritrovati a provare. Qual è la canzone più “personale” e quella invece più “generalista”, nella quale hai voluto dare semplicemente uno sguardo alla realtà (mi viene in mente il caso di “Binari”, uno dei miei pezzi preferiti del tuo album)?”

Di fatto quando parlo della “realtà” è pur sempre una realtà filtrata e “corrotta” dai miei occhi. “Binari” è un brano ispirato dalla visione di una ferrovia abbandonata (Fano – Urbino), ma in alcuni tratti ancora ben conservata, ed è da tempo un tema ricorrente nei miei sogni, i binari in disuso diventano il simbolo delle comunicazioni perse e dell’isolamento delle parti “locali” o “regionali” della nostra anima in favore dell’ ”alta velocità” dei doveri quotidiani. Alla fine a me sembra che ogni cosa che accade dentro me accade anche al resto del mondo e viceversa…
Per rispondere alla domanda comunque direi che il brano più generalista è “Muda”; è un po’ la caricatura apocalittica del nostro modo di vivere e di dare valore ad alcune cose piuttosto che ad altre.
Personali lo sono tutte, forse in particolar modo “La vita degli altri”.

“Quant’è importante per te la dimensione live e come ti senti quando devi affrontare il pubblico? Sei tra coloro che, una volta giunti sul palco, si sciolgono subito o avverti ancora una certa tensione? E qual è stata sinora la soddisfazione più grande ricevuta da un tuo concerto, una tua esibizione?”

La dimensione live per me è una cosa molto naturale, salgo sul palco e suono. Una cosa che ti posso dire è che quando ho la possibilità di esibirmi insieme al gruppo sono contento come un bimbo!!! Ma è difficile trovare persone alle quali dire: “Ehi! Tu ora suoni per me, con il mio nome, fai quello che dico io, quando lo dico io e senza guadagnarci niente o quasi, solo per la gloria (LA MIA anche quella)!!!” grazie a Dio ultimamente i miei amici Francesco Cola (fidato batterista da sempre), Omar Bologna, Paolo Pritelli e Matteo Dondi (Aka Mr. Soul e Small Jackets) mi hanno dato e mi stanno dando tutt’ora un grande aiuto!
Ovviamente quando sei un semisconosciuto come me “soddisfazione” può essere semplicemente catturare l’attenzione di una persona su 20 del pubblico che hai di fronte e che non era lì per ascoltare te…

“Ho compreso cosa significhi la parola “Muda” (spreco di tempo, in giapponese), come ti sei accostato a questo termine? E’ una mia semplice curiosità…”

Fino al mese scorso sono stato operaio in un’azienda nella quale è stato attivato un metodo di produzione ispirato a quello della Toyota e della Porsche. Basato sulla ricerca della massima produttività per ogni singola operazione, in questo contesto ovviamente il “grande nemico” è MUDA ovvero lo spreco di energie e i movimenti improduttivi, termine e concetto che io, manco a dirlo, ho trovato estremamente “fraterno”! (…infatti ora sono disoccupato!!!).

“Quanto ti impegna la musica nel tuo vivere quotidiano? Quanto ti assorbe? Al di là della ben nota crisi discografica, cosa vedi nel tuo futuro? Ancora dischi, canzoni da suonare in pubblico, semplice passione o.. non è che ti vedremo a X Factor tra qualche tempo… ? Il tutto per rimarcare quanto siano cambiati i tempi e come sia difficile per un giovane cantante far arrivare i propri pezzi. Da molti pareri raccolti in questi ultimi due anni, ancora non ho capito se sia meglio ora che il web e la tecnologia danno modo di far arrivare la propria musica senza necessariamente tanti filtri, o una volta quando esisteva la gavetta col “mito” di farsi notare da una casa discografica o da un produttore”

Anche se non ho mai avuto finora il coraggio di buttarmici dentro fino in fondo la musica mi ha sempre assorbito fino in fondo, qualsiasi cosa io stia facendo ho una melodia o un ritmo che mi ronza nella testa oppure sto pensando a come realizzarlo, d’altronde purtroppo… solo chi lo ha fatto sa qual è l’espressione che si dipinge sui volti del 99% delle persone che conosciamo se proviamo a rivelare loro che intimamente nulla ci sta a cuore più della musica (o della letteratura, cinema, fotografia ecc…), diventi l’idiota che non distingue più i totem dai tabù… finchè sarò vivo la musica nella mia vita ci sarà! (ma non ditelo a nessuno)
Per quel che riguarda futuro, passato, meglio o peggio, web, marketing, diffusione, x-factor, etichette, gavetta, produzioni ecc… posso solo dirti che ogni volta che cerco di farmi un’idea ci rinuncio dopo pochi secondi, e quelle poche volte che sono riuscito a farmene una nel giro di poco tempo i fatti mi hanno dato torto! Mi arrendo…

“In chiusura, mi tolgo un’altra curiosità fattami notare da Carlo Calabrò, un caro amico musicofilo… Per caso conosci o sei parente di Alberto Solfrini, cantante anni ’80?”

Penso proprio di no, anche se ho diversi parenti e “rami” di parentele in quella zona che non conosco, quindi non lo posso proprio escludere! ho ascoltato alcuni dei suoi brani dopo che la siae mi ha bloccato un titolo di canzone in deposito proprio per omonimia…
Nel salutarti e ringraziarti per la tua disponibilità e gentilezza, ti faccio un grosso “in bocca al lupo” per i tuoi progetti e il tuo futuro.

(Gianni Gardon)

Grazie a te e… crepi il lupo!

(Davide Solfrini)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon ospita il cantautore Davide Tosches, autore dell’ottimo album “Il lento disgelo”

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Ammetto che da un po’ di tempo ambivo a intervistare Davide Tosches, un autore che col tempo ho imparato ad apprezzare, non solo su un piano musicale, ma pure su quello umano. Ciò che mi ha sempre colpito di lui è una purezza d’animo –  che talvolta si manifesta anche con modalità per alcuni “puristi” appunto discutibili ma sempre efficaci – e una onestà di fondo che è davvero merce rara di questi tempi.

E “Il lento disgelo”, terzo lavoro del Nostro, quello più compiuto e maturo, è pieno di questa sincerità di fondo , che può sfociare pure nella schiettezza.

“Ciao Davide, è un piacere ospitarti nel mio blog. Ho apprezzato tanto il tuo ultimo lavoro, uscito per Controrecords, nel quale hai messo te stesso al 100%, non solo nei testi e nelle musiche, ma pure nell’artwork generale. A distanza di quasi un anno sei soddisfatto del “raccolto” o non ti eri posto degli obiettivi precisi al riguardo?”

Ciao Gianni, piacere mio! Ti ringrazio molto. Sì, sono soddisfatto del raccolto, in effetti non mi pongo mai obiettivi, poter fare musica seguendo esclusivamente il mio istinto è già tantissimo.

 “I temi spaziano molto, intessuti in intrecci e suggestioni sonore molto composite, dove comunque prevale una certa “anarchia” a livelli di arrangiamenti che mi sembra il vero punto di forza dell’album, tra folk lacerante di “Patriota”, la contaminazione selvaggia ma raffinata di “Dove andiamo”, fino alle atmosfere soffuse e intime del pezzo eponimo “Il lento disgelo”. Come nasce in te questa eterogeneità di gusti musicali? Tendenza spontanea o ci sei arrivato attraverso un percorso meditato?”

Assolutamente spontaneo, ho ascoltato negli anni molta musica e ne ascolto ancora tantissima di generi diversi, ma sempre con grande attenzione e dedicando ad ogni disco il tempo necessario, perché i dischi che apprezzo per me sono opere d’arte e non sono una di quelle persone che riesce ad ascoltare centinaia di dischi all’anno. Sì, hai ragione, sono sicuramente un po’ anarchico, non voglio prendere posizioni neanche nell’ambito musicale e poi sono una persona veramente curiosa, quindi ogni genere musicale può potenzialmente stimolarmi, anche se credo di non comporre mai nulla che sia riconducibile ad un genere ben definito. Ad esempio, non ho mai detto in vita mia “adesso compongo una polka o un brano folk o jazz” perché se ti dai certi limiti poi rischi di fare musica derivativa e a me non interessa. Forse fa eccezione il desiderio che ho da tempo di fare un disco metal, mi piacerebbe un sacco, ma ovviamente lo farei a modo mio…

 “Tornando a “Patriota”, si tratta del mio brano preferito. So che non è stata inequivocabilmente giudicata come “ottima”, alcuni la possono aver trovata retorica forse, ma io ci leggo la forza di un messaggio che arriva chiaro all’ascoltatore, senza fronzoli ma senza nemmeno rinunciare a un registro poetico, e credo che in questi anni abbiamo bisogno più che mai di artisti che non si nascondono. Che mi dici di questa canzone, che significato ha per te all’interno della tua raccolta?”

Sono molto contento che sia il tuo brano preferito, mi ha fatto veramente dannare perché ce l’avevo in mente da anni ma ho fatto tutto il possibile per evitare di “costruirlo”, perché un brano del genere deve essere per forza di cose naturale e fluire nei suoi quasi nove minuti in maniera spontanea, né io né chi ascolta deve sentire alcun pensiero, alcun artificio, ma solo quella tensione che sono riuscito a creare e della quale sono molto contento. Diverse volte durante le fasi di arrangiamento ho avuto la tentazione di lasciar perdere, mi svegliavo la notte per riascoltare, riscrivere il testo e poi fino quasi alla fine non ero convinto ad esempio della parte di basso che avevamo registrato la prima volta, così un giorno ci siamo messi io e Dan Solo nel suo studio e lui ha creato delle parti che per me sono straordinarie. Il basso è sicuramente una cosa importantissima in un brano di questa durata. Che piaccia o no è una canzone importante e imponente, quasi un’opera a se stante. Diverse persone mi hanno detto che nessuno ha mai fatto nulla del genere in Italia, bene, credo sia un complimento, mi fa piacere. Si ama o si odia, non ha vie di mezzo, qualcuno mi ha detto che l’ha ascoltata 300 volte e altri dicono che è il punto debole del disco. Non ha importanza in nessuno dei due casi, l’importante è che io sia riuscito a comunicare esattamente quello che volevo e che sentivo. Riguardo al significato, parlo di Giovanni Agnelli, parlo della Chiesa e di Gesù, parlo del posto dove sono nato (quartiere Mirafiori, proprio davanti alla Fiat), parlo di mio padre (che è mancato durante le registrazioni del disco) e soprattutto del fatto di vivere secondo le proprie convinzioni profonde che nascono dall’osservazione della propria realtà, giuste o sbagliate che siano agli occhi degli altri. Come dicevo prima, è un brano importante e chi mi accusa di essere retorico forse dovrebbe provare a scrivere qualcosa del genere, perché ti assicuro che non è facile. In ogni caso qualsiasi giudizio su un brano estremo come questo è sempre importante e ben accetto.

 “Pensi che sia un periodo deleterio per la musica cantautorale, con tv e media alle prese con il lancio di fenomeni biecamente commerciali oppure è lo specchio fedele dei tempi che si riflette necessariamente nel mondo delle sette note? In che epoca ti sarebbe piaciuto essere vissuto e aver potuto esplorare al meglio la tua arte?”

È un periodo assolutamente positivo per la musica, almeno potenzialmente. Abbiamo finalmente la possibilità di tornare ad essere persone normali che fanno musica e non ad ambire al successo o a diventare rockstar, quelle robe appartengono al passato. Successo vuol dire soldi e niente altro, come può una cosa del genere conciliarsi con la vera arte? La gloria è un’altra cosa, ben diversa dal successo. La tv oggi è merda e chi la guarda ha la segreta ambizione di essere soltanto uno schiavo, che è esattemente quello che desiderano questi imbecilli che gestiscono questo mezzo sconsiderato e pericoloso, l’illusione di partecipare a qualcosa, credere che sia un mezzo democratico magari di informazione è pura follia. Manco le previsioni del tempo hanno dignità. In realtà è un circuito chiuso gestito da avidi ignoranti che fanno i simpatici o parlano a tradimento di cultura e finta trasparenza come succede nel caso di Striscia la notizia, a mio avviso il peggior programma della storia della televisione, un programma palesemente volgare e subdolamente violento. Io a persone del genere che credono di essere grandi autori televisivi o far ridere o peggio ancora realizzare inchieste credibili non farei cambiare neanche la sabbia del gatto, figuriamoci se regalo loro il mio tempo per ricevere in cambio lo svuotamento emotivo e intellettuale. Quindi, ritornando al discorso principale, puoi capire che musica può venire fuori da ambiti gestiti da personaggi del genere…

Riguardo l’epoca, mi sarebbe piaciuto vivere magari nell’epoca della grande depressione americana o nel 1800, ma sto benissimo qui dove sono.

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 “Internet può aiutare a veicolare una vera fruizione musicale “democratica” o siamo a un punto di non ritorno per quanto concerne una certa saturazione di proposte?”

Sì, internet può essere utile, ma rappresenta solo il 10% della promozione utile che un artista può fare riguardo alla propria musica. Il problema della saturazione è data dal fatto che oggi si registrano moltissimi dischi orribili sia per quanto riguarda le idee sia per quanto riguarda la qualità sonora e vengono subito messi in circolazione senza pensarci due volte. Il numero di proposte valide è esattamente lo stesso di trent’anni fa, non è cambiato niente e niente cambierà in futuro secondo me, perché non è che se cambiano i tempi cambia la percentuale di persone che hanno talento e il fatto di poter credere di dare più visibilità tramite la rete alla propria musica, alle proprie foto, quadri o libri non è altro che un’illusione ridicola. Perché devi atteggiarti ad artista creando robe inutili se non hai niente da dire? Questo atteggiamento si rispecchia allo stesso modo nell’economia, dove ci sono milioni di aziende che producono roba che non serve e poi tentano di venderla con la pubblicità e quando le cose vanno male (perché andranno sicuramente male) cercano di impietosire la gente dicendo che dovranno licenziare degli operai. La stessa cosa succede con la musica dove un sacco di “artisti” si lamentano del fatto che i locali pagano male, che le radio non trasmettono i loro brani, che i dischi non si vendono, etc. Tu non hai nessun diritto di pubblicare dischi, come non hai nessun diritto di lavorare per produrre cose inutili. Se vuoi provare a fare queste cose devi essere cosciente che alle persone potrà non fregare niente della tua musica o del tuo lavoro. Si fa fatica da secoli a divulgare e riconoscere i capolavori, figuriamoci le fesserie. Tu devi fare cose utili come fa la natura, quello è il tuo unico dovere, diritti non ce ne sono.

 “Mi piace definirti un artigiano della musica, penso ti si addica molto, anche conoscendo il tuo approccio mentale alla vita stessa. Ci parli del tuo rapporto con la natura, che nel tuo caso è tutt’altro che di facciata, ma piuttosto frutto di una vera scelta di vita”

Sì, artigiano della musica può andare bene, del resto curo molto i miei progetti, quindi c’è sicuramente anche questo aspetto artigianale. Il mio rapporto con la natura è strettissimo, vitale direi, ma cosa abbiamo se non questo? Ogni tanto quando vado in città mi sento veramente perso, non sento profumi, non vedo piante, animali, luci. Insomma, la città è un deserto, anche meno di un deserto e per me non c’è proprio niente di interessante e di stimolante e quando trovo qualcosa che mi entusiasma dura cinque minuti. Mi manca l’aria e ogni tanto mi sento ansioso e mi innervosisco facilmente. In città rischio sempre di diventare un brutta persona. Una canzone dedicata alla città del mio album precedente infatti si chiama proprio “Deserto”. Qualcuno talvolta mi dice che dovrei adattarmi essere più elastico, ma non è un problema mio, tu ti adatteresti a vivere in una gabbia?

 “Quali sono i tuoi progetti artistici per l’immediato futuro? Scrivi continuamente, al di là di un’uscita discografica o ti dai dei tempi e dei ritmi precisi?”

Sto lavorando al nuovo disco e ad altri progetti con altri musicisti, tutte cose bellissime e gratificanti dove ho l’occasione di imparare molto. Sì, scrivo tutti i giorni praticamente, ho sempre moltissimo materiale e molte idee, sono un pozzo senza fondo! Quando decido però che è ora di registrare un nuovo disco divento molto preciso e programmo tutto scrupolosamente. Ah, finalmente ho anche iniziato a lavorare seriamente al mio primo libro, ma ne parleremo a tempo debito, per ora posso solo dirti che sono molto soddisfatto delle cose che sto scrivendo, sono tanti pensieri e racconti che ho messo da parte per anni. Sarà un libro strano, vedremo poi se qualcuno lo troverà decente e avrà voglia di pubblicarlo, non c’è fretta, lo sto scrivendo per me e non ho particolari ambizioni letterarie. Scrivere è una cosa serissima che richiede molto impegno, costanza e onesta auto critica.

 “Mi dici un tuo artista preferito? Mi sembra che spesso tu posti in rete brani anche “d’annata”, spesso legati a un immaginario country o soul…    solo un’impressione la mia? E tra i contemporanei, magari italiani, chi apprezzi maggiormente?”

Ne ho molti di artisti preferiti, forse il mio preferito di tutti, quello che mi ispira sempre maggiormente riguardo a suoni e soluzioni musicali e che mi emoziona moltissimo è Joe Henry. No, non sono molto legato ad un immaginario country o soul nonostante adori molti artisti dentro questi generi musicali. Riguardo agli artisti italiani, a parte quelli della mia etichetta che ovviamente mi piacciono un bel po’, direi Giancarlo Onorato, Franz Goria e Mariano Deidda su tutti che tra l’altro sono anche dei cari amici. Fortunatamente in italia abbiamo moltissimi musicisti di talento come Mao, Miro Sassolini, Giorgio Canali, Bobo Rondelli, Andrea Chimenti e altri ancora che mi sto sicuramente dimenticando e ai quali chiedo scusa. (ndr… HAI CITATO TUTTI ARTISTI CHE ADORO, DALL’AMICO MAO A BOBO RONDELLI!)

 “In rete sei tanto attivo…    pensi che un rapporto stretto con i fans o i “curiosi” possa favorire una tua affermazione più su vasta scala o è più semplice che tu possa diventare un valido “opinion maker”? Nel senso che molti immagino ti seguano anche per i contenuti dei tuoi post, sempre ricchi di spunti.”

In rete ero più attivo tempo fa, anche perché lavoravo ancora molto con la grafica e quindi ero spesso davanti al computer, adesso invece sono sempre molto impegnato a fare lavori agricoli e boschivi ma comunque qualche fesseria la scrivo quasi tutti i giorni sulla mia pagina facebook. Hai ragione, credo che molti mi seguano più per i miei pensieri e le cose demenziali che scrivo che per la mia musica. No, non voglio diventare un opinion maker! Per quello ci sono già un sacco di esauriti in Italia, io devo dedicarmi principalmente all’arte e alle faccende agricole altrimenti vado a finire all’inferno!

 

Ti saluto Davide e ti ringrazio per il tempo concesso. Sei un grande, te lo dico fuori dai denti e…    fuori dall’intervista! Lo penso davvero! A presto!

 

Grazie di cuore per il tuo tempo caro Gianni, ti abbraccio!

 

 

 

 

PELLEeCALAMAIO intervista i ManzOni, gruppo musicale headliner tra le realtà alternative nostrane emerse negli ultimi anni

Con grande piacere ospito nel mio blog un gruppo corregionale, precisamente veneziani da Chioggia, che ho avuto modo di apprezzare tantissimo negli ultimi due anni: i manzOni, dicitura decisamente bizzarra dietro la quale si nascondono Carlo Trevisan, Emilio Veronese, Fiorenzo Fuolega, Ummer Freguia e il vulcanico Luigi Tenca, un “ragazzaccio” over 50 che già dall’esordio ha messo in luce un talento fuori dal comune, sia come paroliere che come interprete e performer.

il gruppo dei Manz0ni

il gruppo dei Manz0ni

“Ciao ragazzi, ho consumato di ascolti il vostro precedente EP “L’Astronave”, nel quale avevate messo maggiormente a fuoco alcune belle intuizioni già presenti nell’esordio omonimo. Ora con “Cucina povera”, mi sembra abbiate ulteriormente definito il vostro stile, sempre all’insegna del post –rock o di un melting pop, se mi passate il termine. Quanto c’è delle vostre precedenti esperienze in questo lavoro finale?”

(Fiorenzo) Nei primissimi brani che abbiamo scritto la componente ossessiva, ripetitiva, che si traduceva nell’uso prevalente di loop di chitarra, era spesso molto marcata. Lo si può percepire anche in “…ed ecco l’alba”, canzone che risale ai primordi manzOniani e che abbiamo recuperato per questo album. Secondo me si sente che il pezzo è un unicum all’interno del nuovo album, in quanto la nostra maniera di scrivere, col tempo, pur continuando a ricorrere frequentemente ai loop, ora è molto più “ricca”. Intendo dire che già col primo disco abbiamo virato verso sonorità più complesse e variate, sebbene sempre imperniate sulle chitarre. Il secondo disco continua su questa strada, con un suono che, pur rimanendo essenziale, non disdegna di concedersi sempre più spesso parentesi “opulente”. Si potrebbe dire che, piantati come siamo nel mezzo del cammino che dal minimalismo porta alla sinfonia, nel corso di questi anni ci siamo spostati – soltanto di qualche centimetro – più verso la seconda.

“L’eco di Piero Ciampi è ben udibile nelle liriche di Tenca, ma soprattutto, oserei dire, l’attitudine, che vi fa avvicinare un po’ a contesti non meramente collegati all’ambito musicale, quasi fosse un’esperienza di tipo teatrale, almeno così mi vien da pensare, evidenziando l’intensità di quasi tutti i brani in catalogo. Mi sembra che la vostra musica proceda fluida, senza costrizioni”

(Carlo) Nella costruzione dei brani cerchiamo sempre di fondere musica e testo. Troppo spesso sentiamo musica scollegata dalle parole, quasi fosse una base di sottofondo. La musica dovrebbe sempre raccontare la storia assieme al testo, alzandosi ed abbassandosi, cambiando quando è il momento, ovvero quando il testo richiede un cambiamento. In nostro intento è fare questo, rendere musica e testo un corpo unico,  far sì che siano “canzone”. Non credo esista un approccio teatrale in senso stretto, almeno non nelle nostre intenzioni. Ci sono sicuramente emozioni ed emotività, stati d’animo e sentimenti mai celati. Potremmo essere i Pogues che suonano i Portishead, se proprio dovessi descrivere la nostra attitudine e il nostro suono, tutto assieme.
Infine, la più grande fonte di ispirazione di Gigi è stato Aidan Moffat degli Arab Strap. Il paragone con Piero Ciampi ci lusinga molto, ma non sarebbe onesto confessare una fonte d’ispirazione se tale fonte di ispirazione vera non è.

“Sempre rimanendo nel tema delle varie arti, un brano come “La strada” (il mio preferito dell’album) mostra all’ascoltatore atmosfere quasi oniriche, da colonna sonora, direi. Come conciliate i diversi aspetti della vostra musica. Dipende da chi di voi compone un brano piuttosto che altro, oppure in fase di composizione siete sempre piuttosto equilibrati, agendo da gruppo vero e proprio?”

(Emilio) Normalmente, i nostri pezzi partono da un’idea di uno dei chitarristi, da un giro di accordi o un loop che determina il carattere, l’atmosfera basilare della canzone; ogni brano, quindi, nasce con una determinata inclinazione a causa dello stile e dello stato d’animo di chi l’ha abbozzato. Tuttavia, si tratta solo di un punto di partenza: ciascun membro del gruppo piega l’idea originaria in base alla propria personalità, al proprio gusto e al periodo emotivo che sta vivendo. Siamo un gruppo vero e proprio e da gruppo vero e proprio componiamo.  Certo, queste considerazioni riguardano la musica, mentre i testi (penso sia evidente) sono tutti di Luigi.

“In “Dal diario, a mia madre”, prevale un senso di dolcezza quasi inaudito, lontano da certe sferragliate elettriche. La componente nostalgica, legata ai ricordi, può in qualche modo fungere da “calmante” nei confronti di una società moderna che tutto sembra distruggere, a partire dai sogni?”

(Luigi)..mi fa piacere parlarti di questa canzone che..come ho già detto a gianluca polverari..forse è quella a cui tengo di più!!

..mia madre..cosa voglio dire con questo testo mi chiedi?!

..mia madre?..mia madre che ha 88 anni!..mia madre che..come mi avevano fatto capire quasi tutti i medici (tranne uno..quello che l’ha operata)..aveva poche possibilità di vivere e troppe di morire!..mia madre in un letto della sala di rianimazione e noi che ci mettevamo le mascherine per entrare a guardarla mentre “dormiva” dopo un intervento durato sei ore e più!..mia madre che dopo un po’ di giorni..portano in una camera con altri tre letti occupati da pazienti!..GRAVI ANCHE LORO!!!..mia madre…..mia madre che vado a visitare il giorno dopo..e la trovo che canta..e la trovo che guida un coro a quattro voci femminili che canta canzoni degli anni trenta quaranta in una stanza di quell’ospedale?!!!..mia madre che sorride..e anche le altre..e una di loro che mi chiama..e mi sussurra..”sei fortunato..tua madre è uno spasso..E’GRANDE!!..e tu commuovi.. e per un attimo ti lasci piangere..e magari ti vengono in mente tutte le cattiverie che le hai urlato in una vita!!..e sei felice..ed ORGOGLIOSO di avere una madre così!!..

..mia madre..dicevo..mia madre che..senza mettersi ciprie..là dentro ha le guance rosa!..e che è felice di vivere le piccole cose che la vita le propone e ripropone!..mia madre felice di mangiare una “coppa del nonno” al caffè..felice di vedere le nipoti e di dar loro una “mancia”..felice che arrivi natale..anche se a tavola ormai quel giorno non ha che me!..perché le nipoti vanno in montagna..io non ho una compagna..e suo marito..mio padre..non c’è più!

MIA MADRE….mia madre..CHE ORA STA FUMANDO UNA SIGARETTA E STA GUARDANDO ALLA FINESTRA LA NEVE CHE..qui in pianura..STA CADENDO!!!e si meraviglia ancora DOPO CHE HA VISTO PER 88 ANNI CADERE DAL CIELO QUELLA COSA BIANCA!

..che se la metti insieme tutta la neve che ha visto vivrei al polonord..

..mia madre..che..la vedo là davanti a me..adesso..guarda la neve..e mi chiede..”cosa vuoi che prepari per pranzo domani”..

 

“Siete molto attivi da un punto di vista live, e accanto a un pubblico affezionato, ne state guadagnando sempre di più, anche fuori regione. Quali sono i vostri obiettivi “concreti”… come sta procedendo la vostra ricerca musicale e culturale?”

(Emilio) Procediamo in modo non lineare, non pensiamo a priori a una strada, a un percorso: troviamo qualcosa che ci interessa e ci concentriamo su quello, per poi passare ad altro senza un progetto preciso. Il nostro unico obiettivo concreto è quello di far arrivare le nostre canzoni a qualcuno che le possa amare.

“Infine per Gigi… ma come è possibile che il tuo debordante talento sia rimasto quasi sotterraneo fino a pochi anni fa? Avevi tante idee nel classico cassetto o sei stato invogliato, spronato, dai tuoi amici del gruppo a tirar fuori tutto il tuo bagaglio di esperienze e in sostanza, il tuo mondo interiore?”

(Luigi) debordante talento?!!!?..mi sembra un po’ esagerato gianni..

..davvero..!!

..io..io..scrivo come potrebbero scrivere tanti..se si mettessero davanti ad un blocco di fogli a quadretti..con una bic nera in mano..e con le cuffie di un piccolo registratorino da dove escono le note dei giri di emilio carlo fiore..ummer..alle orecchie?!..io..io..per fortuna ho cominciato a scrivere fin da ragazzo!..mi sono abituato a  s c r i v e re!!..ed avevo nella testa luigi tenco..(“un giorno dopo l’altro ..la vita se ne va..domani sarà un giorno uguale a ieri”)..de gregori e la sua IMMENSA casa di hilde (“l’ombra di mio padre due volte la mia..lui camminava io correvo”)!..ed io?..io mi sentivo in diritto di scrivere come loro..e strimpellavo male un’acustica “eko”..con legato al “manico” un nastro nero?!..e a quindici anni..scrivevo di cicogne che tagliavano le lingue di bambini appena nati che si lamentavano..o di amori impossibili tra una pianta rampicante e un “disabile”che era costretto in casa!..e poi..LOLLI..il mio preferito!!..aspettando godot..un uomo in crisi canzoni di vita e di morte..canzoni di rabbia..ho visto anche degli zingari felici…..

..li ho comperati e ascoltati tutti con attenzione..quegli “ellepi”!!!..lolli..la sua malinconia..il suo “impegno”..i suoi accordi..?!..quanto le ho ascoltate..le sue canzoni!!

..e comunque..ecco..questa è stata la mia fortuna:..

..di aver vissuto quest’epoca!

..il resto poi è venuto perché ho sempre continuato a seguire la musica rock..al contrario di quelli che avevano la mia età che si sono fermati ai led zeppelin!

..io ho continuato ad ascoltare musica..ad andare a vedere concerti e a conoscere persone..che….erano molto più giovani di me??!!..e circa tredici anni fa ho conosciuto emilio e carlo..ed abbiamo “fondato”un gruppo che si chiamava maladives!..e poi fiore!..e poi ummer più di recente?!..e..i manzoni?!

..ritornando però al “nostro” discorso..io..io non mi considero un talentuoso.. e nemmeno un poeta..come mi ha definito qualche tuo “collega”!..per carità..cazzo..io sono un operaio delle parole!..mi fa piacere che oggi qualcuno conosca quello che scrivo e magari lo ritenga “importante”..ma non sopporto di essere paragonato a veri artisti!..io so di non essere un clementi o un max collini insomma!lo so!!!

..prima dei manzoni..oltre ai maladives?

..io ricordo un paio di soddisfazioni nella mia lunga vita di “scrittore”!

ricordo..quando la professoressa d’italiano del liceo fece girare in tutte le classi un mio tema scritto come l’avrebbe scritto boccaccio..con errori “voluti”!..E NON SAPEVA DARMI UN VOTO!!!

..e..ricordo..quando la maestra delle elementari lesse all’intera scuola una mia poesia!..e c’erano gli altri maestri e gli altri “scolari”!..e c’era il direttore!!..e alla fine tutti applaudivano ma io..ero contento..perché stavano applaudendo marina e giuliana..due bellissime bambine bionde..ciao gianni..un abbraccio e grazie..

 

 

 

 

Un saluto fragoroso ai ragazzi e in bocca al lupo per il vostro percorso! Ancora tanti complimenti per il vostro album, davvero uno dei migliori emersi in questo 2012 nel panorama italiano.

(Gianni Gardon)