L’autore Stefano Ferrio per “Il Veneto legge” è stato ospite dell’Associazione Aldebaran di Zevio: una bella occasione per parlare di lettura e molto altro

Una settimana fa, venerdì 29 settembre, ho avuto modo di presentare lo scrittore vicentino Stefano Ferrio,  nell’ambito di una bellissima iniziativa regionale: “Il Veneto legge” che ha visto coinvolti tantissime associazioni culturali, scuole ed enti.

Tra queste anche l’attivissima Associazione Aldebaran di Zevio (VR) che già qualche anno fa mi coinvolse, dandomi modo di presentare il mio romanzo “Verrà il tempo per noi”. Ricordo quella serata con entusiasmo, fu un bellissimo momento. Tornarvi in veste di “intervistatore” mi ha lusingato anche perché l’occasione e la materia erano ghiotte.

Mi è piaciuto tantissimo il libro di Ferrio “La Partita”, pubblicato nel 2011 dal colosso Feltrinelli, e trovato spunti interessanti anche nel successivo “Lo Spareggio”, edito da Nutrimenti, quella che si può a ben diritto definire una casa editrice “di qualità”.

A dir la verità, anche quelli di Feltrinelli avevano a suo tempo puntato sull’alto tasso qualitativo ed emotivo che il romanzo, a tema sportivo, di Stefano Ferrio sapeva infondere a profusione.

In “La Partita” il calcio funge un po’ da elemento catalizzatore, da pretesto, per provare a raccontare la Vita, fatta di scelte (a volte, per non dire spesso, sbagliate o azzardate) e di rinunce, di grandi cambiamenti, di sconfitte ma anche di nuove ripartenze (tanto per restare in tema sportivo).

E’ stato un piacere aver potuto affrontare tutta una serie di argomenti di un certo peso con Stefano: dal valore forte dell’amicizia, dello sport (in grado di prevaricare anche le differenze sociali e ambientali), all’unione di intenti che porta a colmare i limiti e raggiungere obiettivi comuni come pure quelli personali. Lo abbiamo fatto anche leggendo insieme alcuni passi tratti dai due libri.

Volendo andare un po’ nello specifico a proposito de “La Partita”, fidatevi delle mie parole: è assolutamente da leggere!

 

 

Fa davvero specie che sia già fuori dal giro grosso, perché ha tutti gli ingredienti ben miscelati per piacere ad un vasto pubblico di lettori, comprendente coloro che non sono amanti del calcio: storia avvincente, personaggi ben tratteggiati e ricchi di sfumature, il mix riuscito di comedy e drama, le situazioni personali dei protagonisti delle due squadre che si mescolano al contesto storico in cui sono narrate, con la forte spinta verso la politica che il finire degli anni ’70 – periodo in cui si dipana la prima parte della narrazione e da cui parte tutto il plot della storia – quasi “imponeva” e che investirà per sempre le loro vite.

La differenza l’ha fatto l’autore che, durante la nostra bella chiacchierata, ha approfondito alcuni temi pregnanti, come quello della dignità, ricordando che per ogni vincitore vi è anche un vinto che va ad avvalorare la vittoria dell’altro, rendendosi così comunque decisivo protagonista anch’esso.

Mi verrebbe voglia di raccontarvi davvero tutto di questo libro ma sarebbe riduttivo: le parole di Ferrio valgono molto, le immagini evocate, la sua “penna” così fluida, raffinata e davvero ricca e suggestiva. Un libro in cui è facile riconoscere dei tratti biografici, visto il periodo storico messo in evidenza e le esperienze personali che, vissute o di riflesso, fanno capolino in questo o l’altro personaggio.

In coda a un incontro che ha visto un pubblico, oltre che interessato, anche partecipe con domande e riflessioni condivise, Ferrio ha voluto, visto che era la giornata della lettura, leggere alcune parti di due libri che ha amato: “Diario di una Primavera” di Primo Mazzolari e “Scarti” di Jonathan Miles, riuscendo a emozionare tutti i presenti ancora una volta.

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L’ex viola Cristiano Piccini protagonista con la nuova maglia dello Sporting Lisbona: classico esempio di giovane promessa del calcio italiano non valorizzato in Patria

Cristiano Piccini è uno di quei giocatori a cui non è mai stata data una vera chance di dimostrare il proprio valore in serie A. All’estero invece si sta raccogliendo diverse soddisfazioni e il suo nome è senz’altro noto tra gli innamorati della Liga.

Già, perchè il terzino destro – tra un mese venticinquenne – dopo essere cresciuto nella Fiorentina, lui nativo proprio della città capoluogo della Regione Toscana, dal 2014 si è messo all’attenzione generale, divenendo pedina insostituibile nello scacchiere bianco verde del Betis Siviglia. Acquistato quando la società militava in Segunda Division – quasi per “sbaglio” verrebbe da dire, visto il blasone del club – è stato tra i veri protagonisti della promozione, sfoderando prestazioni superbe da motorino instancabile sulla fascia destra, in possesso pure di due ottimi piedi.

La fine della corsa sembrava coincidere con un serio infortunio e conseguente operazione al crociato ma Cristiano non si è mai abbattuto, la società e l’allenatore hanno sempre creduto in lui e lo hanno aspettato. Risultato: subito titolare una volta ristabilitosi dal brusco stop e pronto a stupire anche nel massimo campionato spagnolo.

Dopo 3 anni splendidi a Siviglia, molte squadre si sono interessate a lui, soprattutto militanti nella Liga ma anche in Premier. Ovviamente in A nessuno c’ha pensato, e d’altronde bisogna tornare ai tempi di Livorno nel 2013, unico anno vissuto da titolare nella massima serie italiana per ricordarlo tra i talenti più promettenti in un ruolo così carente di interpreti validi alle nostre latitudini.

Lui che a soli 18 anni aveva debuttato in A agli ordini di Mihajlovic nella “sua” amata Fiorentina, squadra con cui nelle giovanili aveva vinto uno scudetto Allievi e una Coppa Italia Primavera (ricordo che vi giocavano fra gli altri anche il centrale difensivo Camporese, il mediano figlio d’arte De Vitis, il trequartista Carraro – ormai perso per il grande calcio ma che di quella compagine, e più in generale della leva calcistica dei ’92 era un vero big, e le punte Matos e Iemmello) ma che poi, secondo nostra consuetudine, ha cominciato la girandola dei prestiti, partendo “ovviamente” dalla serie C.

in campo con lo Sporting Lisbona

Fu Joaquin, all’epoca tornante viola, a consigliare a Piccini di tentare fortuna in Spagna al Betis, sorta di squadra del cuore per il nazionale spagnolo (e infatti poi i due si ritroveranno compagni di club nel 2015) e il suo pronostico non fu certo sbagliato.

Sirene spagnole e inglesi a parte, alla fine il terzino italiano, che negli anni 80 avremmo definito fluidificante, è stato acquistato dalla forte squadra portoghese dello Sporting Lisbona (ancora bianco e verde nel destino di Cristiano!), dove si sta imponendo da titolare in questo primissimo scorcio di campionato, lasciando le briciole al suo pari ruolo (e vecchio conoscente della nostra serie A) Ezequiel Schelotto. Non ce ne voglia l’ex interista (che debuttò pure da oriundo in Nazionale sotto la guida di Prandelli ai tempi in cui giocava nell’Atalanta), ma Piccini è proprio di tutt’altra pasta, il suo talento è innegabile e non è detto che Lisbona sia solo un’altra tappa del suo percorso calcistico, di una carriera che potrebbe davvero prendere il volo.

Piccini vince il duello sulla fascia con il madridista Marcelo

Pazzini-Hellas Verona ai titoli di coda?

Nelle ultime ore è rimbalzata da più parti la notizia che vede diverse squadre di A sondare il terreno per Pazzini, punta di diamante del Verona neopromosso in serie A.

Solo pochi mesi il Pazzo suggellava una super stagione a livello personale, con tanto di titolo di capocannoniere, conducendo i gialloblu nella massima serie dopo solo un anno di Purgatorio.

Come cambiano gli scenari nel giro di pochi giorni! Al di là di una condizione fisica ancora approssimativa (ma chi tra i gialloblu non ce l’ha? E su questo ci sarebbe davvero da riflettere ma lasciamo perdere…) come notato nelle gare di pre-season e in Coppa Italia, è indubbio che ci fossero delle frizioni tra il Capitano e l’allenatore Fabio Pecchia.

Già in serie B era sbottato il centravanti a seguito di scelte non condivise del mister, anche con gesti plateali. Poi tutto smentito, rientrato e finito a tarallucci e vino con la promozione in A.

Ma se lo scorso anno si stette quasi tutti all’unanimità dalla parte dell’allenatore, cercando di privilegiare l’unità dello spogliatoio in momenti cruciali della stagione, che ora si riveda lo stesso film quando il campionato è appena iniziato, con un obiettivo difficilissimo da raggiungere, non è un bel segnale.

il Pazzo da’ il 5 a mister Pecchia: chissà se questa scena si ripeterà ancora al Verona

Ci sono tante congetture su questa improvvisa e imprevista (ma non per tutti) apertura sul mercato di un nome come il suo.

Certo, l’esclusione di Napoli è stata pesante, e poco convincono le motivazioni meramente tattiche fornite da un timido Pecchia nel post partita. Soprattutto non si era ben compreso il suo ingresso in campo sullo 0-3. La rabbia che aveva in corpo Pazzini era giustificabile, agonistica il giusto, se non fosse poi sfociata nel gesto (che solo alcuni commentatori buonisti o filo – società all’inverosimile potevano aver frainteso) e poi in questo vero e proprio “caso” che potrebbe portare alla cessione.

Anzi, io mi sbilancio e credo che alla fine sia inevitabile che a mutare gli scenari di mercato gialloblu sia proprio la sua partenza. Tecnicamente parlando, quindi esulando il fatto che sia il nostro Capitano, il giocatore simbolo, quello dal miglior curriculum, e persino quello che, in soldoni, “ci ha riportato in serie A”, si potrebbe azzardare la “scelta tecnica” di cederlo, non ritenendolo più indispensabile come primo riferimento offensivo al cospetto di difensori forti e solidi come quelli che si possono incontrare in A.

Così fosse, però, non ci sarebbe la coda fuori per acquistarlo (vedi Sassuolo, Cagliari…). Io credo che il Pazzini visto due anni fa, al netto degli infortuni, potrebbe in effetti faticare a tenere sulle spalle da solo un intero reparto (considerando che Pecchia mai e poi mai gli affiancherebbe una seconda punta: non è nel mio stile essere drastico ma ormai è evidente che sia così, e io che credevo che Mandorlini fosse il più “monotono”, tatticamente parlando, allenatore visto negli ultimi anni) e che se al suo posto arrivassero valide alternative, si potrebbe pure cederlo risparmiando così pure sull’oneroso ingaggio.

Ma siamo al 24 agosto e in due mesi il direttore sportivo Fusco non è nemmeno riuscito a prendere un attaccante al posto di Cassano… Purtroppo avendo frettolosamente ceduto elementi offensivi, la cui dimensione probabilmente è comunque la cadetteria (Luppi, Gomez, Siligardi), ci siamo ritrovati senza attaccanti di riserva e la gara col Napoli l’ha ampiamente dimostrato. Se si fa male qualcuno o gli viene il raffreddore, ci si deve arrangiare. Quindi, occorre sperare che Verde, Cerci e Pazzini siano indistruttibili! Se poi “uno” lo teniamo in panca per scelta tecnica, adottando come falso nueve il miglior giocatore della nostra intera rosa, quello con più tecnica e in definitiva l’unico che in mezzo al campo sappia giocare il pallone, beh, allora ce la andiamo pure a cercare.

Col Napoli era logico, evidente, lapalissiano, scontato, che perdessimo ma purtroppo se non si interviene sulla rosa, sarà altrettanto per Crotone. Quindi, per quanto mi sforzi con alcuni amici appassionati gialloblu di vedere il bicchiere mezzo pieno, davvero è difficile quest’anno professarsi ottimisti. Un sano realismo va a scontrarsi in ogni caso con la voglia di sostenere la squadra sempre, di “gustarsi” di nuovo la serie A. Certo, è triste vedere come sembra si tiri a campare invece di avere un progetto, o un’idea di esso. Nessuno credeva veramente al “modello Borussia”, ci mancherebbe, ma almeno giocarsela dignitosamente, quello sì.

PS: arrivasse “in regalo” Mitrovic dal Newcastle, magari confidando nell’amicizia tra Rafa Benitez e Pecchia, e un giovane come Kean (con l’arrivo probabile di Keita, il ragazzo non vedrebbe mai il campo nella Juve e credo che i bianconeri vogliano che faccia esperienza altrove), allora non mi strapperei i capelli per la cessione di Pazzini.. ok, di capelli non ne ho tantissimi, ma credo si sia capito ugualmente che intendo 😀

FantAntonio pronto a ripartire con la maglia del Verona dopo la sua ultima “cassanata”

Ieri sono stato a Mezzano di Primiero in occasione del ritiro dell’Hellas Verona. Una giornata insolitamente calda, considerando che da quelle parti in Trentino si respira aria buona, divenuta poi caldissima per il “caso” Cassano.

Una cassanata in pieno regola, con l’annunciato ritiro (in realtà un’indiscrezione della Gazzetta, probabilmente imbeccata dallo stesso giocatore o dal suo procuratore) poi smentito durante la conferenza stessa, quando nel frattempo da ore si stava dibattendo tra tifosi e giornalisti al seguito nell’incredulità generale.

Eppure in mattinata si era allenato (con le sue modalità, chè la forma fisica è ancora lontana dall’essere definita accettabile) e lo si era visto scherzare e giocare amabilmente col figlioletto all’uscita dal campo. E’ vero, i più attenti, compreso l’amico Stefano con cui avevo condiviso il viaggio, avevano notato un dialogo con il tecnico Pecchia, con i due che salutatisi avevano proseguito distintamente, col mister mesto a testa bassa. Dietrologie, analisi col senno di poi. Ma quando dopo il lauto pranzo che ci siamo concessi nella splendida cornice di San Martino di Castrozza, rigenerante in tutti i sensi, abbiamo buttato l’occhio sullo smartphone alla ricerca di news di calciomercato, ci siamo imbattuti nella notizia rimbalzata da tutti i media del suo ritiro shock, la cosa sapeva di bufala. Ma come? Lo avevamo salutato un paio d’ora prima e alle 17 lo avremmo rivisto assieme agli altri per la seduta pomeridiana e ora questo decide di ritirarsi per sempre dal calcio? Appurato ben presto che non si trattava di una bufala, siamo ridiscesi al campo di allenamento.

Nel mentre, supposizioni, congetture, scoramento e incazzatura per quella che pareva agli occhi dei tifosi, ma non solo, una doccia fredda, un inatteso dietrofront, o più prosaicamente una presa per il culo.

Nemmeno il tempo di vedere arrivare di corsa i vari inviati delle tv, a chiedere ai tifosi lo stato d’animo che li caratterizzava ed ecco iniziare la conferenza, alla presenza di Fusco.

Colpo di scena, l’ennesimo, questa volta per annunciare candidamente che si era trattato di un momento di debolezza e che la moglie, giunta per l’occasione a “rinsavirlo” e lo stesso Ds del Verona lo avevano fatto riflettere e convinto a provare a vincere la sua nuova scommessa tinta di gialloblu.

Che dire? Nulla di nuovo in sostanza conoscendo il calciatore, ma anche mettendo in fila le sue azioni più celebri, fuori dal campo in questo caso, le sue “uscite” non sempre omologate, i suoi atteggiamenti a denotare una personalità per certi versi debordante, ma per altri fragile, incompleta, immatura, davvero e’ stato difficile comprendere cosa gli fosse passato per la testa. E se lo facesse di nuovo, abbandonando la truppa magari fra qualche mese? Quanti dubbi serpeggiavano fra i numerosi sostenitori gialloblu, tra cui molti giovanissimi con il primo pensiero di acquistare la maglia col suo nome e il numero 99 sulle spalle.

A nessuno dei tifosi dell’Hellas piacciono questi comportamenti, capaci anche di destabilizzare un ambiente (che invece quest’anno pare carico il giusto e molto sereno, proprio per l’amalgama che si sta creando fra i giocatori, vecchi e nuovi, “anziani” e giovani). Non piacerebbe al tifoso di nessuna squadra, ovvio.

Quella di Cassano è stata sì una debolezza, diamogli questa attenuante, questa connotazione “umana”: un giocatore che in carriera ne ha viste e passate tante, belle e brutte, e che magari può avere l’esigenza di approdare presto a una dimensione più intima, famigliare, anche forse più congeniale, dopo i tanti “colpi di testa”. Ma l’aver capito che stava commettendo un errore, che nonostante la gamba non gli consenta più di imperversare in campo da funambolo, può in realtà ancora da fungere da elemento “più” per una squadra proveniente dalla B e che dovrà giocoforza lottare per conseguire l’obiettivo salvezza, è già di per sé segno che la sua testa non è poi tanto matta come la si vuol dipingere.

Anche il legittimo dubbio sul suo effettivo recupero può aver tormentato gli ultimi giorni di FantAntonio. In fondo per un campione non è facile da assorbire l’idea che l’età stia avanzando e che dei ragazzini imberbi sfreccino davanti a te col pallone tra i piedi.

Ma, venendo a un discorso meramente tecnico, nessuno a Verona pretende che lui sia il salvatore della Patria, che prenda per mano la squadra, e nemmeno in fondo che vada a ricomporre la coppia dei sogni blucerchiata di qualche stagione fa con Pazzini.

D’altronde è evidente che la società e lo staff tecnico non stiano plasmando la squadra in funzione del barese. Però siamo certi che uno con la sua classe, la sua tecnica, la magia che permea ogni sua giocata e che non accenna a svanire (e quello lo si comprende anche dal modo in cui, pur da fermo, riesce a “sedere” i difensori in allenamento con serpentine e la palla incollata ai piedi) può far molto comodo alla squadra.

I media stanno ipotizzando fuochi d’artificio dal trio offensivo Cerci-Pazzini-Cassano, a mio avviso erroneamente, perché se è lecito attendersi una stagione del pieno riscatto dell’ex granata, e una fragorosa conferma al ritorno nella massima serie del centravanti capocannoniere del campionato promozione di pochi mesi, da Cassano appunto ci si auspica che accendi la luce con tocchi deliziosi, assist, genialità assortite e magari qualche gol.

Sono sicuro che la voglia di giocare, di rimettersi in gioco da parte sua ci sia ancora, lo capisci da come in partitella cercava in particolare Bessa, uno della sua stessa pasta, o da come scherzava con i compagni, anche con i più giovani. Il Verona non potrà dipendere da lui, né tanto meno dalle sue bizze, ma di certo potrà usufruire del suo bagaglio tecnico, dal valore inestimabile.

Verona promosso in serie A: riflessioni di un tifoso che ha sempre creduto nella forza di questa squadra

Il Verona torna in serie A dopo un solo anno di purgatorio. Lo ha fatto strappando con i denti quel punticino che gli mancava nella trasferta di Cesena, città che 27 anni prima aveva sancito una dolorosa retrocessione in serie B e soprattutto la fine del ciclo leggendario di Bagnoli alla guida della squadra. Una promozione sì sofferta ma assolutamente meritata per i valori e la forza dei singoli giocatori, che si sono fatti “gruppo” nel momento più delicato della stagione.

La gioia incontenibile dei protagonisti gialloblu al termine dell’incontro decisivo per la serie A disputato a Cesena

La festa si è propagata a lungo (giustamente) sugli spalti del Manuzzi, dove erano presenti tantissimi “butei” gialloblu, e fuori dallo stadio, in città dove si erano radunati in migliaia per seguire da maxischermo l’ultima fatica dei propri beniamini. Già, è stata una fatica! Quella che apparentemente sembrava poter essere una cavalcata trionfale verso la riconquista della serie A appena perduta inopinatamente, si è rivelata in corso d’opera una travagliata corsa a ostacoli, più spesso disseminati dagli stessi protagonisti in campo. Sembrava infatti che ci si dovesse complicare per forza di cose una situazione che fino a novembre almeno si era fatta assai propizia. Squadra primissima, fautrice di un gioco spettacolare come non si vedeva da tempo, vittorie in serie, gol a grappoli e gli elogi incondizionati dei media e degli appassionati sportivi. Poi, inaspettatamente qualcosa si è incrinato, e le cause non saranno mai del tutto definite. A un certo punto tutto e tutti sembravano poter essere messi in discussione, società in primis, nelle figure di Setti e Fusco, l’allenatore Pecchia, inviso a una parte del tifo sin da tempi non sospetti, i giocatori, anche quelli simbolo, rei di non giocare con la massima determinazione e di non essere attaccati alla maglia.

Ciò che conta è che nel momento più critico, o comunque in quello cruciale della stagione, il mister e i giocatori si siano ricompattati (e in questo è stata abile la società a non voler mai dichiaratamente destabilizzare l’ambiente) e di conseguenza anche i tifosi, da sempre arma in più per i risultati della squadra, si sono calorosamente riavvicinati per un grande obiettivo comune.

Fabio Pecchia alla sua prima importante esperienza da allenatore dopo gli anni ad assistere Benitez, ha centrato l’obiettivo, conducendo il Verona in serie A

Pecchia, pur coi suoi limiti dettati principalmente dall’inesperienza a questi livelli e forse anche in difficoltà a convivere in prima persona con la pressione di “dover” vincere il campionato, ha mostrato sulla lunga distanza nervi saldi e la  capacità in corsa di rivedere schemi collaudati (e a un certo punto anche di rinunciare a elementi sino a quel momento imprescindibili per il suo gioco, in funzione del raggiungimento del risultato). Alla fine, ha condotto il Verona in serie A che, per quanto scontato alla vigilia, sappiamo bene che con i soli nomi non si vincono i campionati. Certo, non dobbiamo nascondere la testa nella sabbia: a un certo punto siamo stati agevolati anche dall’inatteso crollo del Frosinone, nostro principale antagonista – escludendo la sorpresa Spal – e sia benedetto quell’incontro del girone d’andata, chiuso con la nostra vittoria, altrimenti staremmo raccontando un epilogo diverso. Proprio quel vantaggio nello scontro diretto ha fatto sì che, a parità di punteggio, fossimo noi a salire in serie A, evitando le mille insidie dei playoff.

Preferisco però qui sottolineare i meriti dei nostri ragazzi, che pur dilapidando il vantaggio e non essendo stati più in grado di replicare il gioco spumeggiante dei primi 3 mesi di campionato, hanno saputo raddrizzare la barca con l’orgoglio, gli attributi (più volte invocati a gran voce dai tifosi e dalla stampa locale), la grinta e, non ultima, la qualità dei singoli, sempre determinanti nei momenti salienti. Pensiamo ad esempio a Romulo, giocatore che più volte ha fatto arrabbiare i tifosi per la sua indolenza, la voglia di strafare, la sua anarchia tattica. Il periodo di massima flessione dell’Hellas guarda caso è coinciso con il suo scadimento di forma, la sua abulia. Ma quel gol all’ultimo respiro nel derby col Vicenza è stata la chiave di volta per ripartire. La sua volée alla sinistra del portiere vicentino ha riscritto i destini del Verona e dello sconfitto Vicenza che da quel momento non ha più saputo riprendersi psicologicamente fino alla retrocessione in Lega Pro, sancita ieri sera.

Pazzini, Romulo e Bessa sono stati i giocatori simbolo della promozione, forti di una qualità tecnica da categoria superiore

Il Verona invece d’un tratto ritrovava vigore, convinzione, entusiasmo e la forza dei suoi uomini migliori, come Bessa, gran cecchino negli ultimi mesi con le sue fucilate da fuori area. L’italo brasiliano, autentica rivelazione del torneo, ha spesso rappresentato quel quid in più di qualità in mezzo al campo ma col passare dei mesi, ha smesso i panni del validissimo palleggiatore per indossare quelli del leader, abile come sempre a giostrare la palla, ma pure a rinculare sugli avversari, correre su e giù per il campo, lottare fino all’ultimo e diventando più concreto sotto porta. In A potrebbe davvero esplodere in tutto il suo talento.

Che aggiungere poi su Pazzini che già non si sia scritto ovunque? Giampaolo a 33 anni ha vissuto una seconda giovinezza, stabilendo il record di marcature personali (23), diventando capocannoniere (titolo mai messo in discussione dopo una partenza a razzo nel tabellino dei marcatori), insidiando Cacia che con 24 ancora rappresenta il massimo di reti per un giocatore gialloblu nella storia ultracentenaria del club, ma soprattutto fungendo da guida per i compagni. Il “Pazzo” si è calato totalmente nell’ambiente, in piena sintonia con città e tifosi, fino a diventarne simbolo. Si è rimesso in gioco, ha tenuto a galla la squadra anche nei momenti più bui non smettendo mai di timbrare il cartellino del gol. Un grande giocatore che, pieno di motivazioni, potrà dire ampiamente la sua anche in serie A.

Inutile infine fare finta di nulla, non sottolineando anche alcuni aspetti che si sono evidenziati in negativo nel corso della stagione, senza cercare necessariamente colpevoli. In fondo si vince o si perde tutti insieme ma certe carenze strutturali sono emerse abbastanza presto. In primis la mancanza di personalità in ruoli chiave, vale a dire quello del portiere e dei difensori. Senza nulla togliere a Nicolas, che in diverse circostanze, ci ha pure salvato la pelle, il brasiliano è parso poco sicuro alla guida di un reparto, talvolta sprovveduto, per non dire avventato in certe scelte di gioco.

La difesa, imperniata a lungo su Bianchetti, ha vacillato troppo spesso. E se all’inizio questo fatto veniva compensato dal grande apporto prodotto in chiave offensiva, poi gli alibi sono caduti, specie dopo l’innesto di giocatori come i fratelli Zuculini (spiace aver visto così poco all’opera Franco e le sue doti di innegabile trascinatore) che facevano scudo protettivo davanti alla terza linea. Il già citato Bianchetti, atteso da anni alla consacrazione, dopo i fasti dell’Under 21 con Mangia e le promesse interiste, ha mancato ancora una volta il salto, patendo spesso gli uno contro uno avversari, e girando a vuoto quando le azioni delle altre squadre si facevano arrembanti. Spesso insignito del ruolo di capitano, in assenza di Pazzini, ha finito col giocare meno sul finale di stagione, lasciando spazio al più duttile (e convincente) Ferrari e al più solido Caracciolo, difensore di categoria con pochi fronzoli. Pisano ha giocato a mezzo servizio ma raramente ha mostrato le doti messe in mostra in serie A. Souprayen è il giocatore che forse ha giocato con più continuità ma al di là di un’affidabilità emersa soprattutto nel girone di ritorno non ha mai e poi mai fatto la differenza. Un altro giocatore a lungo discusso e, a conti fatti, discontinuo, è stato Siligardi, per molta critica uno degli uomini più dell’intera serie B. La verità è che a Verona, il buon Luca solo a sprazzi ha mostrato il suo talento, perdendosi più spesso in giornate grigie, senza spunti di rilievo. Decisamente più a suo agio è parso nel ruolo a lui più congeniale di trequartista alle spalle delle punte, modulo tuttavia poco contemplato dal mister.

E’ piaciuto il fatto che abbiano dato il loro contributo, seppur a fasi alterne, giovani di buone speranze come Valoti e soprattutto Zaccagni, sorta di jolly nello scacchiere gialloblu. Hanno disputato tutto sommato una stagione positiva elementi come il vivace Luppi sulle fasce e il combattente Fossati in mezzo al campo, anche se quest’ultimo ha dato il meglio di sè soprattutto nella prima parte di campionato, quando a un certo punto pareva quasi un lusso per la categoria. Poi è rientrato un po’ nei ranghi ma non ha mai fatto mancare il suo apporto, sia in fase di costruzione che di ostruzione. Giudizio sospeso per Ganz, penalizzato oltremodo dal modulo di Pecchia che prevedeva un’unica punta centrale. Eppure il giovane attaccante, pur non mettendo mai in discussione la titolarità di Pazzini, ha saputo sfruttare le poche chances avute, mostrando indubbie qualità da bomber.

Probabilmente molti di questi giocatori non saranno funzionali al prossimo campionato da disputare in serie A, proprio per alcuni limiti emersi con chiarezza nei momenti di difficoltà vissuti quest’anno. Ma mi pare azzardato, quanto meno pessimistico, pronosticare una stagione a venire sulla falsariga del Pescara. Pecchia come Oddo, esordiente in serie A e amante del bel calcio? Ebbene sì, ma che significa? In fondo si potrebbe ricalcare anche l’esempio molto più confortante del Cagliari, squadra alla quale più volte siamo stati accostati, visto il cammino dei sardi percorso 12 mesi fa.

Ma poi alla fine sappiamo benissimo che la nostra squadra è unica, non assomiglia a nessun’ altra e quindi godiamoci questo risultato e auspichiamoci che sin da ora la società stia pensando a come affrontare in serenità la ritrovata (con pieno merito) massima serie.

Premiati i migliori della serie B 2016/2017. Ecco la top 11 del campionato

Con la serie B ai titoli di coda – ma con verdetti importanti ancora da definire dopo le sicure promozioni in A della Spal e le retrocessioni in Lega Pro di Pisa e Latina – ecco che puntuali sono giunti i riconoscimenti dei 22 tecnici delle squadre impegnate nell’edizione 2016/2017.  A Rimini infatti nella 10° edizione del “Gran Galà Top 11”, sono stati indicati i migliori per ruolo ed è stata così allestita una forte Top 11, rappresentativa senz’altro dei valori emersi in campo.

Emergenti e califfi, gente “di categoria” o autentiche sorprese sono andati a comporre questa fantastica squadra.

Il miglior allenatore dell’anno è stato Semplici, vero artefice del “miracolo Spal”, votato dagli stessi colleghi quasi all’unanimità.

il fantasista dell’Ascoli Orsolini con le sue sgroppate sulla fascia a tratti ha ricordato l’olandese Robben

Il giocatore rivelazione dell’anno è stato invece l’estroso attaccante esterno dell’Ascoli Orsolini, sicuro protagonista con l’Italia Under 20 prossima a giocarsi il Mondiale di categoria in Corea del Sud dalla settimana prossima.

Gli altri giocatori, schierati con un ipotetico 4-3-1-2, sono stati:

Cragno – portiere paratutto del Benevento, ormai pronto al grande salto. Il giovane titolare dell’Under 21 ha sfoderato reattività, sicurezza e capacità di guidare il reparto.

Lazzari – primo rappresentante di questa lista della Spal, la “bandiera” ferrarese ha disputato una stagione monstre, tra involate sulla fascia destra, ripieghi, assist, diagonali difensive, e tanta grinta, supportata da una buona qualità.

Mancini – difensore centrale emerso a Perugia dopo le promesse nelle giovanili della Fiorentina. Ha convinto tutti con la sua eleganza, la sua padronanza e il suo tempismo. Già acquistato dall’Atalanta che sui giovani sa vederci lungo.

il difensore Bonifazi, autentico protagonista della capolista Spal

Bonifazi – altra fragorosa sorpresa del campionato, l’aitante centrale spallino, ha finalmente deciso di spiccare il volo, dopo i tentennamenti alle prove col professionismo delle precedenti stagioni. Abile sia in fase di spinta che di contenimento, ha spesso e volentieri giganteggiato sugli avversari, tanto da meritarsi le attenzioni del Ct. Ventura in chiave Nazionale A.

Di Chiara – il terzino sinistro del Perugia ha saputo riscattare la delusione di un anno prima, quando perse la finalissima Play off col suo Foggia. Già allora ci si rendeva conto di avere davanti uno che meritava un’altra categoria e alla prova del nove Gianluca ha convinto tutti, fluidificando (come si diceva un tempo) senza sosta sulla corsa mancina e inanellando molti cross vincenti per gli avanti umbri.

Schiattarella – giunto l’estate scorsa alla corte di Semplici per garantire quel tasso di esperienza cadetta di cui difettavano molti compagni nella Spal, il buon Pasquale non ha tradito le attese, divenendo in breve leader in campo e sorta di braccio destro del mister che sapeva di poter sempre contare sul suo apporto.

stagione sugli scudi per il centrocampista del Perugia Jacopo Dezi, uomo in più per il tecnico Bucchi

Dezi – altro protagonista della positiva stagione del Perugia, Jacopo non è una novità tra i migliori del campionato ma quest’anno il tecnico Bucchi ha saputo tirar fuori il meglio da lui, soprattutto in fase realizzativa. Ha giocato nel cuore del campo, spesso da centrale ma poi lo vedevi in realtà dappertutto. Instancabile motorino in appoggio ai compagni ma anche dispensatore di tanta qualità.

Bessa – Finalmente è esploso secondo le sue potenzialità l’italo brasiliano che letteralmente incantò nelle giovanili dell’Inter. A Verona ha avuto subito la fiducia incondizionata di Pecchia e lui, dapprima funambolo da “tiki taka”, è divenuto guida per i compagni, sempre nel vivo delle azioni gialloblu. Quasi un lusso per la categoria.

Amato Ciciretti ha spesso e volentieri fatto la differenza nella stagione del Benevento

Ciciretti – coetaneo di Bessa, come quest’ultimo c’ha messo un bel po’ per rivelarsi nel calcio che conta, dopo le meraviglie con le giovanili della Roma. A Benevento Baroni ne ha esaltato le caratteristiche. Certe sue giocate hanno fatto strabuzzare gli occhi non solo ai suoi tifosi ma a tutti gli amanti del calcio.

il sempre verde Pazzini ha stabilito il suo record di marcature in un campionato, staccando presto i rivali per il titolo di capocannoniere

Pazzini – ha smentito i molti scettici che dopo la deludente stagione scorsa lo davano sul viale del tramonto. Invece il “Pazzo” ha letteralmente trascinato il Verona, segnando tanti gol decisivi e facendo valere la sua immensa classe. Capocannoniere del torneo.

Dionisi – grande campionato anche per l’attaccante del Frosinone. Più del compagno di reparto Ciofani ha mostrato puntualità sotto rete e continuità di rendimento.

Riuscirà il miracolo al Crotone?

l’allenatore Davide Nicola, artefice principale della clamorosa rincorsa del Crotone verso la salvezza

Questo scorcio di stagione ci sta consegnando un’inaspettata “resurrezione” calcistica in serie A: quella della matricola assoluta Crotone. Forse è stato questo il motivo, il fatto cioè di essere un’autentica debuttante nel calcio che conta, per cui  la compagine pitagorica ha disperso punti ed energie nella prima parte di stagione. O forse più semplicemente, se la quota salvezza non fosse stata mantenuta così bassa dalle dirette avversarie appena davanti (Genoa a +2, Empoli a +1), la squadra di Nicola non avrebbe potuto alimentare il suo sogno, una salvezza che davvero equivarrebbe a uno scudetto.

Quali che siano le ragioni, tralasciando i pur innegabili demeriti delle due rivali, specie il Genoa, che ha praticamente smesso di giocare da gennaio in poi (e non sono una scusante le cessioni a metà stagione di totem come Pavoletti e Rincon per un simile decadimento tecnico), credo sia più giusto sottolineare i tanti meriti dei rossoblu.

Non è da tutti riuscire a inanellare nelle ultime 7 partite qualcosa come 17 punti (difatti c’è riuscita solo la corazzata Napoli; il Genoa per dire ha racimolato la miseria di 4 punti durante questa striscia positiva dei calabresi). Non è da tutti soprattutto farlo mostrando anche un gioco coraggioso, spavaldo, brioso, fatto non solo di grinta e corsa, ma pure di tecnica e qualità.

L’allenatore Davide Nicola, a un certo punto della stagione seriamente a rischio esonero e con gran parte della tifoseria contro, ha avuto l’appoggio incondizionato della società, la quale ha visto giusto nel continuare a dargli fiducia. Certo, qualche aiutino dal mercato il buon tecnico lo avrebbe anche accettato volentieri ma giocoforza ha fatto di necessità virtù, ottenendo il massimo da calciatori che probabilmente avevano bisogno di un fisiologico tempo per adattarsi al meglio alla massima serie.

il bomber Falcinelli ha raggiunto comodamente la doppia cifra, segnando ad oggi 12 gol e risultando determinante per i sogni di salvezza della squadra

Altrimenti non si spiegherebbe ad esempio l’impennata di rendimento dei centrali difensivi Ceccherini e Ferrari (quest’ultimo in particolare già da tempo è in orbita di grandi club, dopo lo splendido campionato cadetto di un anno fa). Un calcio, quello proposto da Nicola, accorto come ci si deve aspettare da una neopromossa, ma da un paio di mesi anche spregiudicato, se si pensa che a due punte fisse (il prolifico Falcinelli, già 12 gol, mai così tanti in serie A in una stagione e il mobile e determinato Trotta) si sono aggiunti sulle fasce uomini molto offensivi come Rohden, un altro che è migliorato molto nel girone di ritorno, e soprattutto Nalini, stantuffo inesauribile e che gioca sempre come se fosse la sua ultima partita in serie A. D’altronde il veronese Nalini fino a non più di tre anni fa divideva la sua passione per il calcio con il lavoro come operaio presso una nota ditta della città. La sua escalation ha dell’incredibile, già a Salerno fece benissimo come movimentatore offensivo ma a Crotone ha affinato doti da esterno a tutto campo.

Non va dimenticato l’apporto in avanti che stanno dando calciatori come Acosty, giunto a gennaio e subito integrato e utilissimo alla causa e Tonev, e quello che è riuscito a dare in termini di qualità il fantasista rumeno Stoian, scuola Roma arrivato tardi all’appuntamento con la serie A (era nella covata giallorossa con i vari Florenzi, Bertolacci, D’Alessandro e Crescenzi) fino allo stop forzato causa un virus.

Molto bene poi anche la cerniera centrale formata dal giovane regista Crisetig (ex enfant prodige del calcio italiano ai tempi delle giovanili dell’Inter ma parso molto acerbo nelle precedenti esperienze in A) e il più pratico Barberis, che nel momento giusto ha messo i panni del leader in mezzo al campo. Anche Capezzi sulla lunga distanza ha dimostrato di poter valere la massima serie.

Gli uomini di esperienza hanno fatto il resto: parliamo soprattutto del laterale destro Rosi, girovago del nostro calcio, che ha sposato la causa con tanta motivazione e abnegazione, e il portiere Cordaz che in tante occasioni ha tolto le castagne dal fuoco, trasmettendo sicurezza a tutto il reparto.

Fermo restando il valore e i meriti dei giocatori, è evidente che il principale artefice di questa speranza salvezza che è possibile ancora tenere accesa è l’allenatore Davide Nicola. Non ha mai smesso di crederci, anche quando davanti alle sue parole ci sembrava di sentire i soliti discorsi triti e ritriti sul fatto di giocarsela sempre, di andare in campo a testa alta ecc… E invece a 180 minuti dal termine del campionato, ecco che il Crotone, da tutti gli addetti ai lavori “condannato” alla retrocessione sin da gennaio, è ancora lì a giocarsela, con rinnovato entusiasmo e la convinzione che vada come vada avrà dato il massimo delle sue risorse.

I rimpianti semmai ci saranno per aver “capito” tardi la serie A ma il futuro appare comunque roseo. Nell’immediato occorre essere tanto realisti, perché di fronte nelle prossime gare ci saranno una Juventus clamorosamente non ancora sicura dello Scudetto e una Lazio che vuole continuare a stupire, nonostante la qualificazione europea già in tasca da qualche settimana. Ma l’impressione è che i ragazzi di Nicola non partiranno certo come vittime sacrificali, con un orecchio teso ovviamente alla radiolina, visto che il loro destino dipenderà anche dai risultati delle avversarie Empoli e Genoa, squadre che sulla carta possono vantare indiscutibilmente degli organici migliori.