Nodo Serie C con lo stop definitivo dei campionati: con Monza, Vicenza e Reggina promosse di diritto, in serie B anche il Carpi come migliore seconda?

La serie C ha rotto gli indugi prendendo le prime decisioni, fra tutte quella di chiudere qui la stagione 2019/2020.

Molte erano le incognite, troppo alto il rischio di un collasso per l’intero sistema, ai limiti ormai del professionismo, nonostante abbia letto di una possibilità di reintrodurre un’ulteriore serie prima di sconfinare nel mondo dei dilettanti.

Insomma, l’idea di una nuova C/2 sembrerebbe poi non così balzana, non fosse per alcune incongruenze di fondo, che fanno sì che ci siano società di serie C gestite come nei dilettanti, e al contrario si trovino in D delle società solide – anche economicamente – che nulla abbiano da invidiare a tanti club professionistici.

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Detto ciò, una volta deciso per lo stop dei campionati, si sono stabiliti – in modo alquanto arbitrario ma dal mio umile punto di vista, l’unico plausibile – i nomi delle squadre promosse al piano superiore, nella serie cadetta.

Il format attuale prevede la promozione di quattro squadre: oltre alle prime classificate dei tre gironi, l’allargato playoff doveva andare poi a premiare un altro solo club.

Accedono quindi alla prossima serie B il Monza, il Vicenza e la Reggina, rispettivamente le capolista dei gironi A, B e C.

Il nodo cruciale risiede invece nell’assegnazione della quarta promozione posta in palio, dando per assodato che non potranno essere svolti regolarmente i playoff.

Io mi ero già esposto in un forum sulla serie C nell’affermare che fosse giusto promuovere di diritto le tre prime classificate, in particolare c’è poco o nulla da eccepire sul Monza, corazzata del Girone A, che viaggia con un margine enorme sulle dirette concorrenti. Anche sul primo posto della Reggina mi sentirei di mettere la mano sul fuoco che sarebbe rimasto tale all’eventuale ripresa dei tornei, nonostante la rincorsa (seppur incostante) del blasonato Bari, il grande favorito alla vigilia.

E, al netto di un vantaggio certamente più risicato, sento di dire che anche il Vicenza di Mimmo Di Carlo abbia legittimato la sua posizione nel girone B per il valore dell’organico e in special modo per quanto mostrato in campo.

Andando a pareggiare le gare disputate e facendo la media punti – insomma, calcoli alla mano – figura in vantaggio il Carpi nella corsa al quarto posto utile per salire in B. La squadra del patron Bonacini è infatti quella meglio posizionata fra le seconde, fermo restando che prima della sospensione dei campionati si trovava al terzo posto ma con una gara da recuperare.

Rimarrebbero a bocca asciutta pertanto le altre seconde classificate, una Carrarese il cui distacco dal Monza è abissale e appunto il Bari nel girone C, capitanato dalla Reggina. Tra i club furiosi per quanto deciso figura anche la Reggiana, seconda dietro al Vicenza, nel girone più equilibrato di tutti, ma come abbiamo visto con una gara in più disputata rispetto al Carpi.

Ovviamente nella riunione-fiume di ieri, se è stato trovato un accordo all’unanimità per la sospensione definitiva dei campionati (sia per tutelare la salute dei propri atleti che per evitare sconquassi economici), la stessa cosa non è valsa invece nell’assegnare agli emiliani la promozione senza passare dai playoff.

Si è tirato in ballo non solo la ragione più ovvia, vale a dire che matematicamente niente era ancora stato assegnato, men che meno nel girone B, ma anche il fatto dei reali valori: chi può dire in assenza di scontri diretti in stagione che il Bari o la Carrarese fossero meno forti, banalmente parlando, del Carpi? In fondo la stessa Reggiana, rivale in quel girone, stava dimostrando di equivalere sul campo gli uomini allenati da Giancarlo Riolfo.

Non ultimo, ci si è appellati – come sempre accade quando non c’è possibilità di stabilire regolarmente una graduatoria – al fattore legato al blasone, alla storia calcistica, finanche al bacino d’utenza. E qui entra in gioco prepotentemente il Bari di De Laurentiis che racchiude in sè tutti questi parametri per poter ambire alla promozione.

Comunque vada, questo è solo il primo step e con ogni probabilità il nodo-serie C non si scioglierà con quanto deciso nell’Assemblea dei club.

In vista c’è un imminente Consiglio Federale che già la settimana prossima potrebbe rivedere tutto. E all’orizzonte si sentono inoltre bussare dal gradino sotto quei club come Palermo e Foggia che non hanno intenzione di rimanere un altro anno in serie D, il chè allo stato attuale, col blocco delle retrocessioni dalla serie C, appare una possibilità più che concreta.

Intervista a Giuseppe Nicolao, grande talento uscito dalla Primavera del Napoli che quest’anno si sta rilanciando – “E’ giunto il momento di recuperare il tempo perduto”

Giuseppe Nicolao, classe 1994, attualmente è uno dei punti di forza dell’Olympia Agnonese, società molisana rivelazione del girone F della serie D. Di recente ha ottenuto due importanti riconoscimenti individuali, essendo stato votato come migliore giocatore del girone F e risultato il vincitore della “Scarpa d’Argento Molise”. Come tutto il mondo del calcio (e non solo) si è dovuto fermare sul più bello per cause di forza maggiore, legate all’espandersi tremendo del coronavirus, proprio quando stava recuperando finalmente il terreno perduto, lui che era considerato giustamente dagli addetti ai lavori uno dei calciatori più promettenti dell’annata 1994.

Ciao Giuseppe, come stai? E’ un piacere chiacchierare con te, da appassionato di calcio giovanile ho un ricordo vivido di te e delle tue qualità e ti ho sempre seguito negli anni. Dove ti trovi in questo momento così delicato per tutti noi?

Ciao Gianni, il piacere è mio. Sono a Nocera perché dopo l’ultima partita giocata ero tornato qui, poi dovevo rientrare il martedì successivo ad Agnone per allenarmi, solo che proprio lunedì era uscito il decreto per cui non ci si poteva spostare fuori Regione. Per di più erano stati annullati gli allenamenti, quindi nella sfortuna diciamo che mi ritengo fortunato perché almeno qui ho i miei famigliari vicini, sono a casa mia e c’è anche la mia fidanzata (la sorella del suo ex compagno nelle giovanili del Napoli, l’ungherese Novothny)

Da quest’anno tu sei in Molise, nell’Olympia Agnonese. Come sta andando questa nuova esperienza? I risultati mi sembrano sorprendentemente positivi!

Abito in Molise con la mia fidanzata da quando sono venuto a giocare qui. L’esperienza è molto positiva, qui sto benissimo sia dal punto di vista sportivo che da quello umano. Quando mi ha chiamato mister Rullo, ho accettato subito, anche perché lui è stato un grande calciatore, oltretutto nel mio ruolo. Quindi, chi meglio di lui mi può aiutare a crescere ancora? Qui ho trovato una grande società a livello umano, il Presidente e il Direttore sono persone per bene, squisite, non ci fanno mancare nulla. Anche le persone allo stadio fanno la loro parte: qui siamo tutti una famiglia. Agnone è un piccolo paese, trovi soddisfazione perché ti conoscono tutti, ti incitano e alla fine ti affezioni alle persone che ti sono vicine.

Rullo è un allenatore molto giovane, del 1984, e ha giocato fino all’anno scorso. Come lo hai trovato in questo nuovo incarico? Cosa ti sta dando a livello calcistico in questa stagione?

Sì, lui è alla prima esperienza da allenatore ma sta facendo bene, è un grande allenatore e ha uno staff molto preparato, insieme curano ogni minimo particolare. Poi sa entrare nella testa dei suoi giocatori, ti aiuta tanto caratterialmente ma soprattutto è un grande uomo fuori dal campo. Da giocatore poi ha giocato a lungo in serie A, ha una grandissima esperienza che ci trasmette nel migliore dei modi.

Allenato da Zeman fra l’altro in una stagione storica per il Lecce, una squadra che diede spettacolo conseguendo il secondo miglior attacco del campionato, dietro solo ai Campioni d’Italia della Juventus. Quindi direi che dietro ha una buona scuola.

E’ stato allenato da Zeman, Mazzarri e altri allenatori importanti, ha avuto una grande carriera”

Come accennato nell’introduzione, l’Olympia sta disputando un’ottima stagione. Tralasciando squadre come Matelica e Campobasso, in lotta per la promozione, voi siete lì a ridosso dei playoff a giocarsela con la Vastese. Era preventivata la cosa? Quali obiettivi avevate a inizio stagione?

Noi siamo partiti per la salvezza, non immaginavamo certo un campionato a ridosso dell’alta classifica. Diciamo che le squadre che hai citato hanno speso 10 volte tanto rispetto a noi, possiedono un budget diverso, hanno giocatori che guadagnano tantissimo. Noi siamo una squadra di giocatori umili, con alcuni che dovevano ripartire dopo annate magari un po’ sfortunate, chi per infortuni, chi si è trovato in situazioni dove si è retrocessi e siamo ripartiti tutti insieme: infatti la nostra forza è il gruppo. Stiamo facendo un campionato incredibile!

Una posizione in classifica che non è frutto del caso, visto che c’è tanta continuità di prestazione e di risultati, quindi direi che vi trovate lì con pieno merito. Qual è il vostro segreto?

I risultati sono il frutto della prestazione, il nostro mister ama proporre un calcio bello propositivo, offensivo, si entra in campo senza temere mai l’avversario. Sai, solo all’inizio eravamo partiti un po’ al rallentatore, le persone ad Agnone si stavano preoccupando, però quando c’è un allenatore nuovo è normale che ci voglia del tempo, anche per amalgamare il gruppo, per far passare dei concetti diversi, delle nuove tattiche di gioco. Per assemblare il tutto ci voleva un po’ di pazienza e il tempo sta dando ragione al mister, siamo contentissimi di quello che stiamo facendo.

Tu sei sempre stato, sin dalle giovanili, un terzino sinistro di quelli che spingono tanto sulla fascia. Per uno delle tue caratteristiche, con un calcio offensivo ci vai a nozze, vero?

Sì, a me piace molto attaccare, in ogni azione cerco di portare avanti l’uomo, di facilitare il compito del mio compagno con le sovrapposizioni sulla fascia. Cerco di dargli delle soluzioni diverse, poi sta a lui decidere se passarmi di nuovo la palla o tirare ma io cerco sempre di farmi trovare pronto.

Giuseppe Nicolao con la maglia dell’Olympia Agnonese

Tu sei nato terzino o da piccolo eri il classico attaccante che segnavi caterve di gol e poi sei stato arretrato successivamente?

No, io ero un attaccante di fascia fino a quando sono andato a Napoli a fare il provino a 13 anni. Un giorno l’allenatore Nicola Liguori durante gli allenamenti mi ha cambiato di ruolo, arretrando la mia posizione e da quel momento in poi ho sempre fatto il terzino. E’ grazie a lui quindi se sono diventato un terzino sinistro, mi ha insegnato tante cose così come successivamente Sormani e Saurini, che sono tecnici molto preparati.

E questo mi sembra proprio il tuo ruolo ideale, magari da giovane chi ha più qualità spicca da attaccante ma poi una volta arrivati in un vivaio importante, un allenatore ha la capacità di inquadrare le caratteristiche di ogni singolo giocatore per farlo esprimere al meglio. E direi che è stata la tua fortuna perché come terzino sei arrivato in Nazionale giovanile, hai fatto spesso  la differenza fra i tuoi coetanei e adesso addirittura arrivano questi riconoscimenti come miglior giocatore del girone f e la “Scarpa d’Argento del Molise”. Ti aspettavi questi riscontri tu che poi sei anche un “forestiero”? (Permettimi la battuta)

È stata indubbiamente una bellissima soddisfazione, ringrazio tutti quelli che mi hanno apprezzato e votato. Ho una bella esperienza alle spalle con la Primavera del Napoli, lì mi sono messo in luce e ho fatto tutte le Nazionali giovanili, ho giocato con gente come Murru, Rugani, Romagnoli, sono state belle emozioni, le mie soddisfazioni me le avevo prese anche allora.

Ricordo quelle annate e direi che ci stavi alla grande in mezzo a futuri calciatori di serie A. Ripercorrendo la tua carriera mi viene da pensare che avresti potuto legittimamente ambire a giocare ad alti livelli. Ti va di aprire l’album di ricordi?

Certo! Durante l’esperienza con il Napoli, nella finale di Coppa Italia Primavera nel 2013 perdemmo solo ai supplementari contro la Juventus ma disputai una buona gara. L’allenatore dei bianconeri era Barone che mi notò e mi portò l’anno successivo a Lanciano in serie B. Nella mia carriera a un certo punto sono stato perseguitato dalla sfortuna, mi sono rotto crociato, collaterale e quindi sono dovuto ripartire dalla serie D.

Una classica azione di Nicolao sulla fascia sinistra ai tempi della Primavera del Napoli

Vederti in D, categoria dignitosissima e con società che spesso non hanno nulla da invidiare a quelle professionistiche, mi dispiace molto, conoscendo le tue qualità. So che di storie come la tua ce ne sono purtroppo tante, penso anche al difensore Allegra, ex Napoli che hai ritrovato quest’anno ad Agnone, però davvero tu meriteresti di più e sinceramente visto che hai solo 26 anni, credo avrai modo di salire di categoria. Voglio dire, questi riconoscimenti non sono certo casuali, ci credi ancora?

Lo spero, io continuo a credere nelle mie qualità e questi premi sono per me una bellissima soddisfazione, per tutto quello che ho fatto, ma non solo in campo, perché quello è sotto gli occhi di tutti. Quello che magari non è sotto gli occhi di tutti sono i sacrifici che ho fatto. Io ci metto l’anima in quello che faccio, vado a dormire col pensiero della partita, sono un professionista e sto attento a tutti i particolari. Queste riconoscimenti mi gratificano e mi danno ulteriore spinta per continuare a migliorarmi. Il calcio è la mia passiona, la mia vita!

Beh, direi che non solo gli sforzi ti stanno finalmente premiando ma che pure l’altro aspetto, quello umano, ti viene riconosciuto. Infatti, anche durante l’esperienza sfortunata dello scorso anno, culminata con la retrocessione del Rotonda, tu eri stato benvoluto e ne sei divenuto il capitano. Quando hai subìto il tuo primo infortunio serio? Fu a Melfi dopo le prime esperienze fra i grandi?

Proprio così. Come detto, la mia prima esperienza è stata in serie B, poi sono andato a gennaio a Viareggio in serie C per accumulare esperienza e lì le ho giocate tutte, sotto la guida di mister Lucarelli. L’anno successivo sempre in C sono andato in una grande squadra, l’Alessandria, era in pratica come una serie B. Purtroppo ho avuto problemi al tendine d’Achille e sono stato fermo un bel po’, fino ad arrivare all’anno dopo ancora, quando mi trasferii a Melfi. Feci le prime dieci partite molto bene poi in casa del Messina mi sono rotto il ginocchio ed è iniziato purtroppo il mio calvario. C’ho messo un bel po’ di tempo a recuperare, ho interrotto la mia corsa nel calcio dei professionisti, non sono stati momenti facili.

Mi interessa capire come hai vissuto quei momenti a livello psicologico soprattutto: eri lanciato, stavi facendo la tua gavetta (come capita a quasi tutti), eri giovane e ti capita questo lungo stop per un brutto infortunio. Sei dunque dovuto ripartire dalla serie D ma, a parte ciò, hai mai avuto paura di non poter tornare a esprimerti ai tuoi livelli?

Dopo l’infortunio ho sofferto tantissimo, specie all’inizio della riabilitazione avevo paura, andavo a dormire col pensiero che non sarei più tornato quello di prima. Non fu solo l’infortunio quindi a preoccuparmi, fu difficile a livello fisico ma anche mentale, ho avuto bisogno di tempo per assorbire il trauma. Ricorderò per sempre il giorno in cui mi sono liberato dalla paura di non farcela più… ero ritornato quello di prima, me ne accorgevo giorno dopo giorno, da come sterzavo la gamba, da come appoggiavo il piede senza più sentire dolore. Fu una sensazione bellissima! Quindi posso ben dire che questi infortuni si superano, io ci sono riuscito soprattutto grazie all’amore della mia famiglia e della mia fidanzata che mi sono sempre state vicino. A loro devo tutto e spero di avere altre grandi soddisfazioni, perché le voglio condividere tutte con loro.

Io te lo auguro e penso sinceramente che otterrai ancora dei risultati, tutti stanno notando la tua ottima annata e il tempo è dalla tua parte. D’altronde ho visto tanti calciatori promettentissimi, che hanno disputato Mondiali Under 17 e Under 20 che purtroppo per svariati motivi non hanno fatto carriera. Le ragioni sono molteplici: infortuni, divergenze con gli allenatori, la poca pazienza che magari porta uno a scendere di categoria per giocare e poi finisce ingabbiato lì, altri che si ritrovano in società che poi sono fallite. Ogni esperienza è diversa e tu in fondo ad Agnone stai andando bene, chissà che non sia questa la stagione della nuova svolta. Hai mai pensato di arrenderti in questi anni?

No, non mi sono mai arreso! Momenti di scoramento ne ho avuti, è umano ma sta a me non mollare mai, fare sempre quello che facevo prima, come quando stavo nella Primavera del Napoli e ci credevo, ora devo crederci ancora più di prima, nonostante nel calcio come dici giustamente tu, si vada incontro a tante incognite, come nella vita del resto. Secondo me prima viene sempre l’uomo, i calciatori passano e quello che resta quando smetti di giocare è la tua persona. Io in ogni posto in cui sono stato, ci sono persone che si ricordano di me con affetto, con cui ancora ci si sente. Ho amici ad Alessandria come a Melfi per dire, per amici intendo anche persone del paese, non soltanto calciatori, a me piace stringere amicizia anche con i vicini di casa.

Io sono del nord ma sono sposato con una pugliese, quindi conosco bene il calore che contraddistingue la gente meridionale. Tu hai giocato quasi esclusivamente al sud e volevo chiederti: come ti sei trovato ad esempio ad Alessandria?

Mi sono trovato molto bene, si tratta di una grande piazza, con tanti tifosi che ti fanno sentire importante, dove ci sono le pressioni giuste che ci devono essere in una società ambiziosa come l’Alessandria. Ricordo tutto con affetto: i tifosi, il calore dello stadio. Quell’anno fu combattuto, salì il Novara e poi dopo i play off il Como. Il Presidente è uno che investe tantissimo nel calcio e gli auguro di cuore che salgano in cadetteria, se lo meritano davvero.

In serie C ogni anno ci sono degli squadroni, quella volta fu il Novara, oggi c’è il Monza a imperversare…

Infatti ma anche il Presidente dell’Alessandria sta facendo tanti sacrifici, sono anni che ci provano e mi auguro come detto prima che saranno ripagati, anche lì ho lasciato degli amici.

Tornando alla tua esperienza sul campo, che differenze hai trovato saltando dalle giovanili al professionismo, il passare dall’essere uno dei giovani più promettenti a livello nazionale a giocarsi il posto in serie B a Lanciano. Ti sei scontrato con delle difficoltà?

Guarda Gianni, quando sei in Primavera pensi a tante cose, ti immagini il tuo futuro in una certa maniera e poi ti rendi conto che la realtà dei fatti non sempre è facile, soprattutto in B o in C. Se arrivi poi a giocare in Nazionale, fra i migliori giovani della tua generazione, credi di potertela giocare in serie A e sogni grandi traguardi, credo sia normale a quell’età. E’ logico che poi ti trovi in difficoltà perché mettiamo vai in concorrenza con un giocatore esperto di categoria di 29/30 anni e tu hai bisogno di tempo per integrarti. Ci sono allenatori che poi non guardano più se tu hai fatto l’Europeo Under 19 ecc, poi ci sono allenatori che credono nei giovani, altri invece proprio no. Secondo me ogni ragazzo si deve trovare nel posto giusto al momento giusto, quello che penso è che uno deve dimostrarsi forte, umile e lavorare. Ovviamente ci sono casi di quelli che esplodono subito in A ma si tratta di campioni o di circostanze particolari.

Tu prima hai citato Murru, un tuo pari ruolo: lui gioca in serie A con continuità e all’epoca non c’era tutta questa differenza tra te e lui a livello tecnico. Eravate entrambi appunto dei nazionali a livello giovanile. Hai qualche aneddoto al riguardo, qualche ricordo da condividere?

Conservo tanti ricordi. Io ho fatto l’Europeo con lui, a volte giocavo io, altre volte lui, ci alternavamo in campo proprio perché eravamo allo stesso livello. Ricordo benissimo tutto, quell’anno stavamo facendo le qualificazioni, i convocati all’Europeo nel mio ruolo erano Murru e Dell’Orco, io all’epoca giocavo ancora in Primavera. Finisce il campionato della Primavera, io ero a casa e guardavo in televisione la partita di serie A tra Fiorentina e Cagliari, da una parte Cuadrado dall’altra Murru. Voglio dire: lui giocava già in serie A mentre io non avevo ancora esordito da professionista.  A un certo punto Murru si fa male, la sera stessa arriva una chiamata a casa mia, risponde mio padre e gli dicono: “tenga pronto Giuseppe perché deve fare lo stage con la Nazionale”. La Nazionale infatti prima di partire per la Russia stava 15 giorni a Coverciano per un mini ritiro. Quando lo recuperano dall’infortunio, dovevano essere nelle previsioni lui e Dell’Orco (che attualmente milita anch’egli in A, nel Lecce) i convocati per l’Europeo. Io ero stato convocato solo per un’eventuale sostituzione, pensavo, ero andato lì per allenarmi bene, non avevo pressioni proprio perché sapevo che c’erano loro due nella lista prima di me. Poi invece è andata a finire che hanno convocato me e Murru. Nella prima giornata del girone di qualificazione del turno Elite, Murru era squalificato, giocammo contro l’Ucraina e fui schierato io titolare. Feci una buona partita, tanto che ricevetti i complimenti da Sacchi e da Evani, per me fu un’enorme soddisfazione. Da lì a pochi mesi Murru è stato lanciato titolare a Cagliari, io sono andato a Lanciano in B, ognuno insomma ha un proprio percorso.

Con la prestigiosa maglia dell’Italia Under 19

Sono considerazioni che mi faccio spesso quando vado a confrontare le varie carriere dei calciatori, non per farne una questione di merito, ma per provare a capire come mai ragazzi dello stesso livello tecnico si trovino poi a muoversi in traiettorie diverse. Dopo tanto tempo non mi so dare delle risposte sul perché c’è chi sfonda e chi deve invece farsi la gavetta. A te è capitato di porti questa domanda?

Mah Gianni, ho smesso di farmi questa domanda, penso a lavorare giorno per giorno per recuperare il tempo perduto. Come dicevo, ognuno fa la propria strada e deve dimostrare poi sul campo il suo valore. Si vede che doveva andare così, lo dico sinceramente: sono contentissimo per lui come per Dell’Orco, stanno dimostrando anno dopo anno di essere dei grandi calciatori, meritano di giocare in serie A.

Quest’anno all’Olympia hai ritrovato il tuo ex compagno delle giovanili del Napoli Emanuele Allegra, salernitano come te ma nativo di Scafati. Siete grandi amici, anche lui ha giocato in serie C, e adesso in D fate la differenza come ai vecchi tempi. Della vostra squadra nella Primavera azzurra mi ricordo bene anche Celiento che adesso gioca a Catanzaro, poi spiccavano Novothny e ovviamente Roberto Insigne, quest’anno protagonista nel super Benevento di Filippo Inzaghi. Eravate una bella squadra, chi dei tuoi compagni pensavi che avrebbe fatto una carriera importante da serie A, a parte le aspettative che avevi su te stesso?

Hai citato tutti giocatori molto forti ma ce n’erano anche altri, eravamo un gruppo di grande valore. Qualitativamente Roberto Insigne mi piaceva tanto, aveva grandi numeri…

Lui sentiva in qualche modo il peso di essere il fratello di un campione come Lorenzo, o magari lo faceva pesare all’interno del gruppo?

No, assolutamente no, era un tipo tranquillo, figurati. E non si sentiva nemmeno sulle spalle il peso del suo cognome, era già all’epoca un giocatore di forte personalità. Riguardo mio cognato Novothny, beh, lui sta facendo la sua onesta carriera, ha giocato in Corea, ora è tornato in Ungheria, fa qualcosa come 20 gol all’anno. Non lo dico perché per me è come per un fratello ma lui sì che aveva dei mezzi incredibili e avrebbe potuto giocare ad altissimi livelli. Aveva e ha tante qualità.

Tornando all’attualità, nella vostra squadra cosa ti senti di dire ai tuoi compagni più giovani, ragazzi magari del 2000? Come ti poni con loro, sei prodigo di consigli nei loro confronti?

Ci sono dei giovani che hanno qualità, soprattutto che hanno voglia di imparare e io mi metto a disposizione a livello umano, provo a dare loro dei consigli, li incito ma allo stesso tempo dico loro di tenere i piedi per terra. Ricordo loro delle regole semplici ma importanti da rispettare fuori dal campo, come mangiare bene, fare una vita sana, rispettarsi nel fisico insomma. Sul campo invece cerco di dare l’esempio col lavoro, allenandomi a mille, solo così posso aiutare i giovani. Se uno parla tanto e poi in campo non si impegna che esempio può dare? I giovani poi devono essere un po’ coccolati e un po’ bastonati, se si vuole crescere senza montarsi la testa.

Mi hai citato prima l’allenatore Baroni che ti volle con sé nella tua prima esperienza fra i professionisti. C’è qualche altro allenatore che vorresti ricordare, qualcuno che ti ha dato tanto in campo e fuori?

Tutti gli allenatori mi hanno lasciato qualcosa di positivo, ho avuto un rapporto più stretto con Cristiano Lucarelli, ora allenatore del Catania, quando giocavo a Viareggio e poi sento di nominare ancora una volta Erminio Rullo, se quest’anno mi sono rilanciato il merito è suo e quindi gliene sarò sempre grato.

Nella tua carriera hai fatto anche un paio di volte il ritiro con l’equipe di calciatori in attesa di contratto. Non ti sei fatto mancare proprio nulla insomma… mi pare che anche lì poi molti giocatori trovino squadra, la tua che esperienza è stata in tal senso?

Sono stato due volte in ritiro con l’Equipe Campania e devo dirti che è una realtà organizzatissima, dove c’è molta cura e attenzione per tutti, dove vieni messo nelle condizioni migliori di allenarti. Il responsabile organizzatore Antonio Trovato è una persona squisita che fa tutto nell’interesse di noi calciatori. E’ un po’ la nostra salvezza, una persona buona, mi è stato vicino nel momento per me più difficile, quando non trovavo squadra. E poi ovviamente mi ha aiutato dal punto di vista atletico e fisico: se io sono andato poi a giocare a ottobre in buone condizioni lo devo a lui e al suo ottimo staff. Tutti allenatori che sono stati in serie C, in pratica è come fosse un ritiro di una squadra di serie C, tutto come detto ben fatto, al punto che venivano organizzate amichevoli importanti, ne ricordo una bellissima contro l’Avellino, per noi quelle partite erano una manna dal cielo.

Un inarrestabile Nicolao supera in dribbling Rugani della Juventus

Tu al termine di quei ritiri con l’Equipe Campania hai trovato squadra prima ad Aversa e poi lo scorso anno a Rotonda in provincia di Potenza, quindi direi che sei ancora una volta l’esempio che non ci si deve dare mai per vinti. Giunti al termine di questa nostra lunga chiacchierata, mi dici Giuseppe quali sono le tue aspettative e i tuoi sogni?

Adesso mi godo le soddisfazioni per questi premi e per il campionato che sto facendo con la mia squadra. Le soddisfazioni sono anche per la stima che mi stanno dimostrando molte persone. Vivo giorno per giorno Gianni. Certo, il mio obiettivo è di ritornare fra i professionisti in serie C, un passo per volta, ma voglio impegnarmi per riprendere il tempo che ho perso anche per colpa di tanta sfortuna. Ce la sto mettendo tutta e i risultati arriveranno.

E’ bello sentirti così positivo e appassionato!

Lo sono perché il calcio è la mia vita, e anche quando temevo di non farcela nei giorni più bui dopo l’infortunio non ho mai pensato a una vita senza il calcio, anche quando ero abbattuto poi mi passava perché per fortuna avevo vicino la mia fidanzata e la mia famiglia. Ho sempre avuto voglia di ricominciare e di dimostrare di poter tornare a buoni livelli non tanto per le poche persone che non hanno creduto in me ma per dare delle soddisfazioni e delle gioie alle persone che mi vogliono bene e che ci sono sempre state.

Questa è una cosa che ti fa onore: il voler anteporre alla sete di rivincita, la voglia di dare il meglio per ringraziare le persone che ti sono state sempre vicine.

Sì, per me i rapporti umani sono la cosa più importante, come più volte ho detto in questa intervista. Prima hai citato Allegra. Io e lui abbiamo fatto tante battaglie assieme e quest’anno dopo tanto ci siamo ritrovati come compagni di squadra. Ha avuto anche lui un percorso un po’ accidentato, ha fatto la serie C e poi è dovuto ripartire come me dai dilettanti.

Voi due eravate dei fiori all’occhiello della Primavera del Napoli, delle autentiche frecce sulle fasce. Ricordo che vi aveva segnalato anche il giornalista Paolo Ghisoni, grande esperto conoscitore del calcio giovanile, nella sua imperdibile guida La Giovane Italia, avevate 16/17 anni, io vi ho sempre accomunati. Come è stato dividere nuovamente il rettangolo verde con lui che è un tuo vecchio amico?

Anche lui come me è stato vittima di infortuni, è stato sfortunato in questo senso, ma adesso si è ripreso e sta andando molto bene. Gli auguro che possa togliersi tante soddisfazioni perché è un ragazzo d’oro. E’ stato molto bello e particolare ritrovarci compagni di squadra dopo tanti anni qui ad Agnone. Chiaro, magari sai pensavamo che l’avremmo fatto in altre circostanze, ma siamo in una società bellissima, in una piazza che da’ ai giovani la possibilità di emergere e ad altri di rilanciarsi come è successo a noi quest’anno.

Intanto state facendo gioire un’intera tifoseria, che sogna con voi i playoff. Vi auguro di proseguire così. Ti manca il calcio? Quando pensi che si potrà tornare a giocare spensierati?

Non lo so Gianni onestamente, è tutto così sospeso. Ovvio mi manca il calcio, la mia quotidianità al campo di gioco, i miei compagni, ma mai come in questo momento la salute viene prima di tutto. Non appena ci saranno le migliori condizioni ritorneremo a giocare e vogliamo riprendere il nostro bel cammino. Ma la cosa più importante è assolutamente la salute di tutti noi”

Parole sante Giuseppe! In bocca al lupo allora per i tuoi obiettivi, sperando con tutto il cuore che ci possiamo lasciare questo periodo difficile alle spalle e tornare a sorridere.

Grazie delle tue parole e del tuo sostegno. E’ stato un piacere Gianni, alle prossime!

(Le foto sono state gentilmente concesse dallo stesso Giuseppe Nicolao)

Quale campionato per l’Hellas Verona? Saprà di nuovo essere protagonista?

Siamo ai nastri di partenza di una nuova stagione di Serie B, e il campionato si preannuncia indubbiamente particolare e insolito.

Già, perchè mancano all’appello ben 3 compagini – e non trascurabili per importanza e blasone quali Avellino, Cesena e soprattutto Bari – e cosa più grave è che ancora non è dato sapere se il roster sarà integrato strada facendo da squadre che hanno partecipato alla “lotteria” del ripescaggio (le più accreditate comunque sono il Siena, il Novara e il Catania che in Coppa Italia ha già sonoramente sconfitto il Verona).

Fabio Grosso è atteso a una grande stagione da allenatore alla guida del favorito Verona

La squadra del nuovo allenatore Fabio Grosso è certamente accreditata dei favori dei pronostici: molte testate, anche le più prestigiose, non lesinano in iperboli come “corazzata” per descrivere la forza dei gialloblu. Eppure tutto questa sicurezza non traspare evidente presso i tifosi e parte della critica sportiva cittadina. Troppo forte lo scotto della cocente, pesantissima, umiliante retrocessione di pochi mesi fa, ancora peggiore di quella avvenuta due anni prima, che avrebbe potuto trattenere i connotati della casualità dopo alcuni convincenti campionati consecutivi. Peggiore perchè, dopo una promozione sofferta, acciuffata per un soffio e poco contestualizzata o analizzata, si è assistiti inermi a una sentenza già scritta. Ciò che non era invece scritto e forse nemmeno immaginabile nelle menti e nei cuori dei tantissimi sostenitori veronesi, è stata non solo la resa tecnica e psicologica della squadra, ma soprattutto il tristissimo teatrino messo in piedi da società e allenatore.

Di fatto, non volendo immischiarmi in dietrologie, tirando in ballo il secondo paracadute consecutivo “vinto” da Setti, questa nuova stagione sembra ripartire all’insegna della continuità – se non tecnica (anche se il profilo di Grosso somiglia spaventosamente a quello di Pecchia, concedendo tuttavia al Campione del Mondo se non altro l’assenza di spocchia connaturata all’ex allenatore di Formia) – almeno dal punto di vista dirigenziale. Rimasto in sella il direttore operativo Barresi, come direttore sportivo ci si è affidati al giovane Tony D’Amico, nome da gangster americano, per molti non a torto un figlioccio dell’ex ds Fusco. Questa cosa ha turbato non poco inizialmente l’ambiente gialloblu, atteso com’era a una sorta di repulisti generale dalle scorie della precedente gestione.

Abituato come sono a concedere a tutti la possibilità di dimostrare il proprio valore, non sono partito prevenuto nei confronti dell’attuale direttore sportivo, che con i suoi 38 anni è tra i più giovani a rivestire una carica così importante. Non me ne intendo di conti, spese et similia, non so esattamente quale fosse il suo budget (magari è pure meglio non saperlo, così non si corre il rischio di pensare male credendo che la maggior parte dei soldi siano finiti a foraggiare la casa madre Manila Grace!) e quindi mi attengo al suo operato “tecnico”.

E allora mi viene facile sostenere che la rosa a disposizione di Grosso sia in effetti una delle più forti e assolutamente in linea col pronostico generale che vede l’Hellas a fine torneo festeggiare una nuova promozione nella massima serie.

Ma che campionato sarà? Di sofferenza e angoscia come quello di due anni fa, preludio come detto della peggior stagione della storia del Verona in serie A?

E qui cominciano i primi seri dubbi…

Grosso sulla falsariga di tanti tecnici, compreso ahimè Pecchia, è tra quegli allenatori che “amano” spiazzare i rivali non impostando la squadra secondo moduli precisi, cambiando in corsa e tenendo in teoria sulla corda tutta la rosa a disposizione, senza indicare precisamente quali siano i suoi 11 principali “cavalli” su cui puntare.

Questo francamente non mi ha mai entusiasmato, non dico che si dovrebbe fare come Sarri che utilizza al massimo 13/14 giocatori, ma dare una quadra più vicina possibile al proprio credo calcistico quello sì. Che non significa giocare esclusivamente con un modulo fisso (gli anni ’80 sono finiti da un pezzo in fondo), ma dare la propria impronta, quello sì che è un requisito importante. Perchè crea sicurezza, consapevolezza, fiducia, laddove negli ultimi tempi vedevamo soprattutto confusione, anarchia, finanche straniamento negli 11 in campo.

E la squadra gialloblu, pur ricca di “materiale umano” buono, se non ottimo per la cadetteria (a scanso di equivoci vedo al nostro livello solo il Benevento, con Palermo, Crotone, Foggia, Brescia e Salernitana più giù nella griglia di partenza), appare anche purtroppo disomogenea, squilibrata nei reparti, a forte rischio di “ambiguità”, di cui francamente non si ha necessità.

Sì, il riferimento sin troppo ovvio è alla compresenza di due punte di diamante come Pazzini e Di Carmine, che presumo raramente vedremo in campo assieme dal primo minuto, e la sensazione appare sin da ora sinistra, assurda, fermo restando che da che mondo è mondo sia giusto guadagnarsi sul campo un posto al sole.

Passano gli anni ma Pazzini per la B è ancora un signor attaccante. Dovrà però vedersela con la concorrenza del forte neo arrivato Di Carmine

In porta non ci dovrebbero essere dubbi sulla titolarità di Silvestri che a detta di molti meritava qualche riconoscimento in più anche in serie A, mentre in difesa appare sinceramente arduo indovinare gli uomini giusti. E per giusti intendo prima di tutto affidabili, visto come negli ultimi anni, quello sia stato il nostro tallone d’Achille: la fragilità e la pochezza difensiva.

Caracciolo in B è una garanzia e a mio parere non ha del tutto sfigurato nemmeno nella massima serie ma al suo fianco chi inserire tra i neo arrivati Dawidowicz e Marrone (tra l’altro un cavallo di ritorno, dopo la grigia esperienza di due anni fa con Delneri alla guida tecnica)? Molto dipenderà dal modulo, laddove entrambi in realtà possono fungere anche da centrocampisti, specie l’ex juventino, nato come mediano davanti alla difesa e poi perso tra infortuni e discontinuità varie ma alla resa dei conti non un fenomeno neanche in B come visto a Bari. Ma appunto, a Bari è stato allenato proprio da Grosso, che a quanto pare l’ha rivoluto a tutti i costi, confidando nella sua piena affidabilità a questi livelli.

I terzini sono tutti nuovi (sì, si è accasato altrove anche il tanto sbertucciato Souprayen…) e quelli che sembrano avere più chances di giocarsela sono Crescenzi (perchè onestamente più esperto, oltre che abile a giostrare su entrambe le fasce) e l’altro ex barese Balkovec, piuttosto accreditato ma sinora impalpabile e apparso indietro come condizione fisica. Almici, che vanta diverse presenze in B, non ha mai dato l’idea di “esplodere” e dall’altra parte Eguelfi, buon prospetto ai tempi delle giovanili interiste e passato anche dall’Atalanta, a 24 anni è ancora un oggetto misterioso. Empereur mi colpì molto quando guidava con autorità la retroguardia della Primavera della Fiorentina ed è reduce da una fruttuosa gavetta: Verona è la tappa cruciale della sua carriera. Bianchetti lo conosciamo, gli auguro di riprendersi dal punto di vista fisico ma le ottime premesse da leader di una forte Under 21 sono ormai state definitivamente disattese.

Come molti sostengono è evidente che a metà campo abbiamo maggiore qualità (e quantità), con tante opzioni al più valide. Credo che l’unico sicuro di un posto sia Henderson, in possesso di un innato talento, mentre accanto a lui difficile capire chi si renderà maggiormente protagonista tra Gustafson, Laribi, Colombatto, Calvano, il “mal sopportato” Fossati (misteri del calcio, fu tra i migliori due anni fa), i “nostri” Zaccagni e Danzi o i già citati multiuso Marrone e Dawidowicz.

Tanta abbondanza, molteplici soluzioni ma anche il concreto rischio di perdere la bussola. Personalmente ritengo sia il miglior centrocampo di tutta la serie B in cui prevedo ci sia più spazio per Laribi – dalla carriera sinora al di sotto delle aspettative, dopo essere arrivato a giocare con merito anche in serie A col Sassuolo – e il piccolo argentino Colombatto, oltre appunto allo scozzese Henderson che come detto prima credo diventerà presto imprescindibile. Tutti però hanno la possibilità di dare molto alla causa, e mi piacerebbe trovasse la sua consacrazione anche l’enfant du pays Danzi, gettato nella mischia nel momento peggiore del campionato scorso e capace di raccogliere comunque qualche timido consenso. Importante sarà prima di tutto non bruciarlo, come purtroppo fatto con l’altrettanto promettente Checchin, poi di Tommasi ne nascono ben pochi ma almeno sarebbe auspicabile che un prodotto del nostro vivaio riuscisse a imporsi a buoni livelli (meglio se insieme a tutta la squadra ovviamente!).

Dopo aver esordito in serie A mostrando a tratti una buona personalità, il veronese Andrea Danzi saprà trovare il giusto spazio in mezzo all’affollato centrocampo del Verona?

In attacco la soluzione a due punte centrali sembra non godere dei favori del mister: questo avallerebbe la sciagurata ipotesi che uno dei big offensivi rimanga per lo più a guardare l’altro. Il “Pazzo” dovrebbe partire davanti nelle gerarchie, ma dopo l’ultima scellerata sua gestione tecnica da parte di un nostro allenatore, non si può davvero dare nulla per scontato.

Di Carmine è arrivato al suo zenit calcistico a 30 anni: mai prima d’ora aveva segnato così tanto, e Perugia è una piazza importante, quindi lo ritengo potenzialmente prontissimo a guidare da titolare il nostro attacco, dovesse essere lui il nostro centravanti designato. Le staffette sinceramente non mi convincono, un attaccante poi gioca meglio sentendosi la fiducia e dando continuità alle sue prestazioni.

Giocando presumibilmente a tre davanti, ecco che la batteria degli esterni diventa fondamentale. Non siamo numerosi in tal senso ma presi singolarmente anche qui la qualità media è abbastanza sopra la media per la serie B. In particolare l’ultimo arrivato Ragusa rappresenta un lusso per la categoria, lui che si è ben disimpegnato nelle ultime stagioni in A con il Sassuolo. Non segna molto, ma abbina sapientemente tecnica e corsa, cuore e senso tattico. Sarà molto utile alla causa, così come il forte Cissè (sembra passata un’era calcistica da quando vestì per la prima volta la maglia gialloblu nell’inferno della Lega Pro), l’estroso coreano Lee e un motivato Matos.

Questi ultimi due, parsi per lo più inadeguati in serie A, mi auguro possano trovare la loro dimensione ideale in questo campionato. Mi aspetto di più dal piccolo Lee Seung – Woo, che anche con la maglia della sua Nazionale sta dimostrando il suo valore, piuttosto che da un Matos ancora troppo fumoso sin dalle prime uscite di questa stagione. Le qualità tecniche le possiede, ma deve farsi più risoluto e regalare giocate che non siano fini a sé stesse.

La carne al fuoco c’è, ed è comprensibile nutrire alte aspettative. Non soltanto perché ci si chiama Hellas Verona, ma perché appunto la squadra è di indubbio valore. Senza gli svincolati di Bari e Cesena non so di che staremmo parlando ma va bene così: ripeto, niente dietrologie in questo post, ci sono giornalisti molto più esperti e competenti di me in materia.

Mi limito in questa sede a fare il tifoso e, come tutti, ciò che chiedo è che la squadra dimostri amalgama, voglia e soprattutto metta tutto ciò che ha in campo. Dopo una stagione fallimentare come l’ultima appena vissuta, mi pare veramente il requisito minimo.

 

La vittoria del Verona nel derby contro il Chievo riapre la lotta salvezza in serie A

Che valore dare alla vittoria del Verona nel derby contro il Chievo di ieri sera?

A caldo ieri sera ho scritto sul mio profilo Facebook che si tratterebbe della salvezza più “illogica della storia della serie A” e, iperbole a parte, credo che per come è stato condotto, vissuto e sofferto il campionato, non andrei tanto lontano dal vero con quella fantasiosa affermazione.

L’urlo di gioia di Caracciolo dopo aver segnato il gol decisivo nel vittorioso derby contro il Chievo

C’è da dire che alla fine i 3 punti sono arrivati, senza tener conto del bel gioco (ma, eccezion fatta per i primi 3 mesi splendidi in serie B all’inizio della scorsa stagione, quand’è che con questa conduzione tecnica abbiamo assistito a gare memorabili?) ma finalmente con tanto cuore.

I tifosi, in assenza di qualità tecniche preminenti, quello chiede ai propri giocatori, ché il Barcellona non gioca certo al Bentegodi! Ora non voglio passare per il tifoso “amante del calcio inglese” (quale in effetti sono comunque 🙂 ) ma il Verona di quest’anno mai oppure solo raramente aveva messo in campo quelle doti agonistiche, quella determinazione e rabbia che si chiede a chi in difficoltà di classifica deve (appunto) lottare per non retrocedere.

Il mercato di gennaio aveva lasciato la maggior parte dei tifosi sbigottiti e viene difficile credere, anche alla luce dei migliori risultati che si stanno ottenendo (fare peggio del girone d’andata era francamente difficile), che dietro ci fosse una strategia “tecnica” ma forse, dico forse, un po’ di cognizione di causa il buon bistrattato Fusco deve averlo avuto, così come il “santone della panchina” Pecchia che sta dimostrando di saper allenare e “persino” leggere le partite anziché fare la formazione tirando i dadi!

Scusate la schiettezza ma quante volte sono rimasto incredulo nel leggere formazioni, ripescaggi o accantonamenti di questo o quel giocatore, variazioni di modulo in corso, stravolgimenti della rosa senza molte spiegazioni… insomma, un caos tecnico che però per lo più da qualche partita a questa parte (scivoloni evitabili a parte, tipo lo scontro diretto perso in casa col Crotone) è circoscritto.

Pecchia ha il gruppo con sè, l’ha creato e mi pare anche plasmato a sua immagine e somiglianza. E’ una squadra inesperta come lui in fondo e che, a differenza di altre compagini in lotta per non retrocedere, fino a qualche gara fa sembrava giocare (inspiegabilmente) di fioretto. Sia il tecnico che diversi giocatori di questa rosa probabilmente non erano abituati a “sudare” per ottenere risultati, forse in effetti gente come Romulo, Pazzini, Bessa o Kean (nelle giovanili) è consapevole delle proprie qualità tecniche e credeva che, massì, in serie A si potesse giocare come in B.

Non è così, chi l’ha capito è stato confermato, anche trattandosi di un prestito secco (ma Kean ha capito che da questa cruciale stagione potrà giocarsi davvero le sue chance per rimanere in orbita Juve), altri magari no, al netto di ingaggi onerosi (vedi Pazzini).

I nuovi arrivi sembrano più in linea con il galleggiamento della salvezza, calciatori come Petkovic, Vukovic, Matos o il ripescato Calvano stanno dimostrando di mettercela tutta, nonostante tanti errori e le ingenuità.

Se si retrocederà dando tutto in campo, nessuno sono sicuro avrà da ridire perché lo sappiamo che la rosa è al più inadeguata ma se ci si dovesse salvare bisognerà fare tutti quanti un “mea culpa” nei confronti di tecnico in primis e dei giocatori, mai così “maltrattati” dai tifosi in 30 anni circa che seguo le partite del Verona. E siamo passati anche dall’inferno della serie C.

Ma questo accanimento partiva proprio dall’atteggiamento remissivo, quasi rinunciatario messo in mostra durante tutto il girone d’andata, anche al cospetto di formazioni abbordabili. I punti pesanti erano venuti contro il Milan che, per quanto in difficoltà fosse, era pur sempre il Milan, pareggiando a Torino con i granata e vincendo al Mapei contro il Sassuolo. La vittoria di misura col Benevento non era certo stata salutata con facili entusiasmi.

Nel ritorno qualcosa è cambiato, anche qui i punti erano stati raccolti per lo più inaspettatamente (vedi la dilagante vittoria esterna a Firenze) ma adesso finalmente vediamo una squadra compatta, coesa, determinata, quello che si definisce “un gruppo” e non solo a parole, ma nei fatti. Tutto il contrario di come è parso il Chievo, lontanissimo parente di quello ammirato nella prima parte di stagione quando sembrava già salvo a…novembre!

Emblemi di questo “nuovo campionato gialloblu” sono il goleador di giornata Caracciolo, Petkovic e Calvano: tre che in A sembra(va)no di passaggio e che invece stanno dimostrando che possono dare un grande contributo in ruoli chiave.

Il primo si sposa a meraviglia con il nuovo arrivato Vukovic (che rispetto ad Heurtaux sembra di un’altra categoria per spessore e carisma), e in ogni gara difende dando il 100%, un difensore d’altri tempi che però a inizio stagione sembrava non propriamente nei piani per affrontare la categoria dopo tanti anni in cadetteria.

Il secondo è un ariete d’area atipico, nettamente più bravo a giocare di sponda, da pivot, con gran senso tattico ma abile anche a far risalire la squadra come si conviene a una punta alta più di un metro e 90. Se lui da solo fa ammonire mezza squadra avversaria come accaduto ieri e poi arriva comunque la vittoria, beh, allora si può perdonargli il fatto che il tabellino delle reti sta ancora fermo a zero.

Infine Calvano, cui ho già di recente dedicato un pezzo. Ieri è stato emozionante sentire la standing ovation che lo stadio gli ha tributato all’uscita dal campo. Un giocatore che sta lottando, sudando, che non si tira indietro, e che rappresenta la rivincita per tutti i “bistrattati” che ancora prima di avere una possibilità di dimostrare cosa si è in grado di fare, già finiscono nel tritacarne delle polemiche e delle invettive. Non aveva mai avuto una chance, la sua “colpa” era quella di aver giocato sinora solo nelle serie inferiori. Non stiamo parlando di un fenomeno, certo, ma ha avuto l’umiltà, la tenacia e la dignità di provarci, di giocarsi tutto, forse anche un’intera carriera che potrebbe svoltare per lui se dovesse continuare di questo passo. Di certo non tornerebbe nelle serie inferiori.

E con lui si spera che non debba tornaci neanche il Verona. Tutto è ancora aperto e persino il calendario, ora che il tabù Bentegodi, con queste due vittorie consecutive, è finalmente caduto, sembra sorriderci.

L’autore Stefano Ferrio per “Il Veneto legge” è stato ospite dell’Associazione Aldebaran di Zevio: una bella occasione per parlare di lettura e molto altro

Una settimana fa, venerdì 29 settembre, ho avuto modo di presentare lo scrittore vicentino Stefano Ferrio,  nell’ambito di una bellissima iniziativa regionale: “Il Veneto legge” che ha visto coinvolti tantissime associazioni culturali, scuole ed enti.

Tra queste anche l’attivissima Associazione Aldebaran di Zevio (VR) che già qualche anno fa mi coinvolse, dandomi modo di presentare il mio romanzo “Verrà il tempo per noi”. Ricordo quella serata con entusiasmo, fu un bellissimo momento. Tornarvi in veste di “intervistatore” mi ha lusingato anche perché l’occasione e la materia erano ghiotte.

Mi è piaciuto tantissimo il libro di Ferrio “La Partita”, pubblicato nel 2011 dal colosso Feltrinelli, e trovato spunti interessanti anche nel successivo “Lo Spareggio”, edito da Nutrimenti, quella che si può a ben diritto definire una casa editrice “di qualità”.

A dir la verità, anche quelli di Feltrinelli avevano a suo tempo puntato sull’alto tasso qualitativo ed emotivo che il romanzo, a tema sportivo, di Stefano Ferrio sapeva infondere a profusione.

In “La Partita” il calcio funge un po’ da elemento catalizzatore, da pretesto, per provare a raccontare la Vita, fatta di scelte (a volte, per non dire spesso, sbagliate o azzardate) e di rinunce, di grandi cambiamenti, di sconfitte ma anche di nuove ripartenze (tanto per restare in tema sportivo).

E’ stato un piacere aver potuto affrontare tutta una serie di argomenti di un certo peso con Stefano: dal valore forte dell’amicizia, dello sport (in grado di prevaricare anche le differenze sociali e ambientali), all’unione di intenti che porta a colmare i limiti e raggiungere obiettivi comuni come pure quelli personali. Lo abbiamo fatto anche leggendo insieme alcuni passi tratti dai due libri.

Volendo andare un po’ nello specifico a proposito de “La Partita”, fidatevi delle mie parole: è assolutamente da leggere!

 

 

Fa davvero specie che sia già fuori dal giro grosso, perché ha tutti gli ingredienti ben miscelati per piacere ad un vasto pubblico di lettori, comprendente coloro che non sono amanti del calcio: storia avvincente, personaggi ben tratteggiati e ricchi di sfumature, il mix riuscito di comedy e drama, le situazioni personali dei protagonisti delle due squadre che si mescolano al contesto storico in cui sono narrate, con la forte spinta verso la politica che il finire degli anni ’70 – periodo in cui si dipana la prima parte della narrazione e da cui parte tutto il plot della storia – quasi “imponeva” e che investirà per sempre le loro vite.

La differenza l’ha fatto l’autore che, durante la nostra bella chiacchierata, ha approfondito alcuni temi pregnanti, come quello della dignità, ricordando che per ogni vincitore vi è anche un vinto che va ad avvalorare la vittoria dell’altro, rendendosi così comunque decisivo protagonista anch’esso.

Mi verrebbe voglia di raccontarvi davvero tutto di questo libro ma sarebbe riduttivo: le parole di Ferrio valgono molto, le immagini evocate, la sua “penna” così fluida, raffinata e davvero ricca e suggestiva. Un libro in cui è facile riconoscere dei tratti biografici, visto il periodo storico messo in evidenza e le esperienze personali che, vissute o di riflesso, fanno capolino in questo o l’altro personaggio.

In coda a un incontro che ha visto un pubblico, oltre che interessato, anche partecipe con domande e riflessioni condivise, Ferrio ha voluto, visto che era la giornata della lettura, leggere alcune parti di due libri che ha amato: “Diario di una Primavera” di Primo Mazzolari e “Scarti” di Jonathan Miles, riuscendo a emozionare tutti i presenti ancora una volta.

L’ex viola Cristiano Piccini protagonista con la nuova maglia dello Sporting Lisbona: classico esempio di giovane promessa del calcio italiano non valorizzato in Patria

Cristiano Piccini è uno di quei giocatori a cui non è mai stata data una vera chance di dimostrare il proprio valore in serie A. All’estero invece si sta raccogliendo diverse soddisfazioni e il suo nome è senz’altro noto tra gli innamorati della Liga.

Già, perchè il terzino destro – tra un mese venticinquenne – dopo essere cresciuto nella Fiorentina, lui nativo proprio della città capoluogo della Regione Toscana, dal 2014 si è messo all’attenzione generale, divenendo pedina insostituibile nello scacchiere bianco verde del Betis Siviglia. Acquistato quando la società militava in Segunda Division – quasi per “sbaglio” verrebbe da dire, visto il blasone del club – è stato tra i veri protagonisti della promozione, sfoderando prestazioni superbe da motorino instancabile sulla fascia destra, in possesso pure di due ottimi piedi.

La fine della corsa sembrava coincidere con un serio infortunio e conseguente operazione al crociato ma Cristiano non si è mai abbattuto, la società e l’allenatore hanno sempre creduto in lui e lo hanno aspettato. Risultato: subito titolare una volta ristabilitosi dal brusco stop e pronto a stupire anche nel massimo campionato spagnolo.

Dopo 3 anni splendidi a Siviglia, molte squadre si sono interessate a lui, soprattutto militanti nella Liga ma anche in Premier. Ovviamente in A nessuno c’ha pensato, e d’altronde bisogna tornare ai tempi di Livorno nel 2013, unico anno vissuto da titolare nella massima serie italiana per ricordarlo tra i talenti più promettenti in un ruolo così carente di interpreti validi alle nostre latitudini.

Lui che a soli 18 anni aveva debuttato in A agli ordini di Mihajlovic nella “sua” amata Fiorentina, squadra con cui nelle giovanili aveva vinto uno scudetto Allievi e una Coppa Italia Primavera (ricordo che vi giocavano fra gli altri anche il centrale difensivo Camporese, il mediano figlio d’arte De Vitis, il trequartista Carraro – ormai perso per il grande calcio ma che di quella compagine, e più in generale della leva calcistica dei ’92 era un vero big, e le punte Matos e Iemmello) ma che poi, secondo nostra consuetudine, ha cominciato la girandola dei prestiti, partendo “ovviamente” dalla serie C.

in campo con lo Sporting Lisbona

Fu Joaquin, all’epoca tornante viola, a consigliare a Piccini di tentare fortuna in Spagna al Betis, sorta di squadra del cuore per il nazionale spagnolo (e infatti poi i due si ritroveranno compagni di club nel 2015) e il suo pronostico non fu certo sbagliato.

Sirene spagnole e inglesi a parte, alla fine il terzino italiano, che negli anni 80 avremmo definito fluidificante, è stato acquistato dalla forte squadra portoghese dello Sporting Lisbona (ancora bianco e verde nel destino di Cristiano!), dove si sta imponendo da titolare in questo primissimo scorcio di campionato, lasciando le briciole al suo pari ruolo (e vecchio conoscente della nostra serie A) Ezequiel Schelotto. Non ce ne voglia l’ex interista (che debuttò pure da oriundo in Nazionale sotto la guida di Prandelli ai tempi in cui giocava nell’Atalanta), ma Piccini è proprio di tutt’altra pasta, il suo talento è innegabile e non è detto che Lisbona sia solo un’altra tappa del suo percorso calcistico, di una carriera che potrebbe davvero prendere il volo.

Piccini vince il duello sulla fascia con il madridista Marcelo

Pazzini-Hellas Verona ai titoli di coda?

Nelle ultime ore è rimbalzata da più parti la notizia che vede diverse squadre di A sondare il terreno per Pazzini, punta di diamante del Verona neopromosso in serie A.

Solo pochi mesi il Pazzo suggellava una super stagione a livello personale, con tanto di titolo di capocannoniere, conducendo i gialloblu nella massima serie dopo solo un anno di Purgatorio.

Come cambiano gli scenari nel giro di pochi giorni! Al di là di una condizione fisica ancora approssimativa (ma chi tra i gialloblu non ce l’ha? E su questo ci sarebbe davvero da riflettere ma lasciamo perdere…) come notato nelle gare di pre-season e in Coppa Italia, è indubbio che ci fossero delle frizioni tra il Capitano e l’allenatore Fabio Pecchia.

Già in serie B era sbottato il centravanti a seguito di scelte non condivise del mister, anche con gesti plateali. Poi tutto smentito, rientrato e finito a tarallucci e vino con la promozione in A.

Ma se lo scorso anno si stette quasi tutti all’unanimità dalla parte dell’allenatore, cercando di privilegiare l’unità dello spogliatoio in momenti cruciali della stagione, che ora si riveda lo stesso film quando il campionato è appena iniziato, con un obiettivo difficilissimo da raggiungere, non è un bel segnale.

il Pazzo da’ il 5 a mister Pecchia: chissà se questa scena si ripeterà ancora al Verona

Ci sono tante congetture su questa improvvisa e imprevista (ma non per tutti) apertura sul mercato di un nome come il suo.

Certo, l’esclusione di Napoli è stata pesante, e poco convincono le motivazioni meramente tattiche fornite da un timido Pecchia nel post partita. Soprattutto non si era ben compreso il suo ingresso in campo sullo 0-3. La rabbia che aveva in corpo Pazzini era giustificabile, agonistica il giusto, se non fosse poi sfociata nel gesto (che solo alcuni commentatori buonisti o filo – società all’inverosimile potevano aver frainteso) e poi in questo vero e proprio “caso” che potrebbe portare alla cessione.

Anzi, io mi sbilancio e credo che alla fine sia inevitabile che a mutare gli scenari di mercato gialloblu sia proprio la sua partenza. Tecnicamente parlando, quindi esulando il fatto che sia il nostro Capitano, il giocatore simbolo, quello dal miglior curriculum, e persino quello che, in soldoni, “ci ha riportato in serie A”, si potrebbe azzardare la “scelta tecnica” di cederlo, non ritenendolo più indispensabile come primo riferimento offensivo al cospetto di difensori forti e solidi come quelli che si possono incontrare in A.

Così fosse, però, non ci sarebbe la coda fuori per acquistarlo (vedi Sassuolo, Cagliari…). Io credo che il Pazzini visto due anni fa, al netto degli infortuni, potrebbe in effetti faticare a tenere sulle spalle da solo un intero reparto (considerando che Pecchia mai e poi mai gli affiancherebbe una seconda punta: non è nel mio stile essere drastico ma ormai è evidente che sia così, e io che credevo che Mandorlini fosse il più “monotono”, tatticamente parlando, allenatore visto negli ultimi anni) e che se al suo posto arrivassero valide alternative, si potrebbe pure cederlo risparmiando così pure sull’oneroso ingaggio.

Ma siamo al 24 agosto e in due mesi il direttore sportivo Fusco non è nemmeno riuscito a prendere un attaccante al posto di Cassano… Purtroppo avendo frettolosamente ceduto elementi offensivi, la cui dimensione probabilmente è comunque la cadetteria (Luppi, Gomez, Siligardi), ci siamo ritrovati senza attaccanti di riserva e la gara col Napoli l’ha ampiamente dimostrato. Se si fa male qualcuno o gli viene il raffreddore, ci si deve arrangiare. Quindi, occorre sperare che Verde, Cerci e Pazzini siano indistruttibili! Se poi “uno” lo teniamo in panca per scelta tecnica, adottando come falso nueve il miglior giocatore della nostra intera rosa, quello con più tecnica e in definitiva l’unico che in mezzo al campo sappia giocare il pallone, beh, allora ce la andiamo pure a cercare.

Col Napoli era logico, evidente, lapalissiano, scontato, che perdessimo ma purtroppo se non si interviene sulla rosa, sarà altrettanto per Crotone. Quindi, per quanto mi sforzi con alcuni amici appassionati gialloblu di vedere il bicchiere mezzo pieno, davvero è difficile quest’anno professarsi ottimisti. Un sano realismo va a scontrarsi in ogni caso con la voglia di sostenere la squadra sempre, di “gustarsi” di nuovo la serie A. Certo, è triste vedere come sembra si tiri a campare invece di avere un progetto, o un’idea di esso. Nessuno credeva veramente al “modello Borussia”, ci mancherebbe, ma almeno giocarsela dignitosamente, quello sì.

PS: arrivasse “in regalo” Mitrovic dal Newcastle, magari confidando nell’amicizia tra Rafa Benitez e Pecchia, e un giovane come Kean (con l’arrivo probabile di Keita, il ragazzo non vedrebbe mai il campo nella Juve e credo che i bianconeri vogliano che faccia esperienza altrove), allora non mi strapperei i capelli per la cessione di Pazzini.. ok, di capelli non ne ho tantissimi, ma credo si sia capito ugualmente che intendo 😀

FantAntonio pronto a ripartire con la maglia del Verona dopo la sua ultima “cassanata”

Ieri sono stato a Mezzano di Primiero in occasione del ritiro dell’Hellas Verona. Una giornata insolitamente calda, considerando che da quelle parti in Trentino si respira aria buona, divenuta poi caldissima per il “caso” Cassano.

Una cassanata in pieno regola, con l’annunciato ritiro (in realtà un’indiscrezione della Gazzetta, probabilmente imbeccata dallo stesso giocatore o dal suo procuratore) poi smentito durante la conferenza stessa, quando nel frattempo da ore si stava dibattendo tra tifosi e giornalisti al seguito nell’incredulità generale.

Eppure in mattinata si era allenato (con le sue modalità, chè la forma fisica è ancora lontana dall’essere definita accettabile) e lo si era visto scherzare e giocare amabilmente col figlioletto all’uscita dal campo. E’ vero, i più attenti, compreso l’amico Stefano con cui avevo condiviso il viaggio, avevano notato un dialogo con il tecnico Pecchia, con i due che salutatisi avevano proseguito distintamente, col mister mesto a testa bassa. Dietrologie, analisi col senno di poi. Ma quando dopo il lauto pranzo che ci siamo concessi nella splendida cornice di San Martino di Castrozza, rigenerante in tutti i sensi, abbiamo buttato l’occhio sullo smartphone alla ricerca di news di calciomercato, ci siamo imbattuti nella notizia rimbalzata da tutti i media del suo ritiro shock, la cosa sapeva di bufala. Ma come? Lo avevamo salutato un paio d’ora prima e alle 17 lo avremmo rivisto assieme agli altri per la seduta pomeridiana e ora questo decide di ritirarsi per sempre dal calcio? Appurato ben presto che non si trattava di una bufala, siamo ridiscesi al campo di allenamento.

Nel mentre, supposizioni, congetture, scoramento e incazzatura per quella che pareva agli occhi dei tifosi, ma non solo, una doccia fredda, un inatteso dietrofront, o più prosaicamente una presa per il culo.

Nemmeno il tempo di vedere arrivare di corsa i vari inviati delle tv, a chiedere ai tifosi lo stato d’animo che li caratterizzava ed ecco iniziare la conferenza, alla presenza di Fusco.

Colpo di scena, l’ennesimo, questa volta per annunciare candidamente che si era trattato di un momento di debolezza e che la moglie, giunta per l’occasione a “rinsavirlo” e lo stesso Ds del Verona lo avevano fatto riflettere e convinto a provare a vincere la sua nuova scommessa tinta di gialloblu.

Che dire? Nulla di nuovo in sostanza conoscendo il calciatore, ma anche mettendo in fila le sue azioni più celebri, fuori dal campo in questo caso, le sue “uscite” non sempre omologate, i suoi atteggiamenti a denotare una personalità per certi versi debordante, ma per altri fragile, incompleta, immatura, davvero e’ stato difficile comprendere cosa gli fosse passato per la testa. E se lo facesse di nuovo, abbandonando la truppa magari fra qualche mese? Quanti dubbi serpeggiavano fra i numerosi sostenitori gialloblu, tra cui molti giovanissimi con il primo pensiero di acquistare la maglia col suo nome e il numero 99 sulle spalle.

A nessuno dei tifosi dell’Hellas piacciono questi comportamenti, capaci anche di destabilizzare un ambiente (che invece quest’anno pare carico il giusto e molto sereno, proprio per l’amalgama che si sta creando fra i giocatori, vecchi e nuovi, “anziani” e giovani). Non piacerebbe al tifoso di nessuna squadra, ovvio.

Quella di Cassano è stata sì una debolezza, diamogli questa attenuante, questa connotazione “umana”: un giocatore che in carriera ne ha viste e passate tante, belle e brutte, e che magari può avere l’esigenza di approdare presto a una dimensione più intima, famigliare, anche forse più congeniale, dopo i tanti “colpi di testa”. Ma l’aver capito che stava commettendo un errore, che nonostante la gamba non gli consenta più di imperversare in campo da funambolo, può in realtà ancora da fungere da elemento “più” per una squadra proveniente dalla B e che dovrà giocoforza lottare per conseguire l’obiettivo salvezza, è già di per sé segno che la sua testa non è poi tanto matta come la si vuol dipingere.

Anche il legittimo dubbio sul suo effettivo recupero può aver tormentato gli ultimi giorni di FantAntonio. In fondo per un campione non è facile da assorbire l’idea che l’età stia avanzando e che dei ragazzini imberbi sfreccino davanti a te col pallone tra i piedi.

Ma, venendo a un discorso meramente tecnico, nessuno a Verona pretende che lui sia il salvatore della Patria, che prenda per mano la squadra, e nemmeno in fondo che vada a ricomporre la coppia dei sogni blucerchiata di qualche stagione fa con Pazzini.

D’altronde è evidente che la società e lo staff tecnico non stiano plasmando la squadra in funzione del barese. Però siamo certi che uno con la sua classe, la sua tecnica, la magia che permea ogni sua giocata e che non accenna a svanire (e quello lo si comprende anche dal modo in cui, pur da fermo, riesce a “sedere” i difensori in allenamento con serpentine e la palla incollata ai piedi) può far molto comodo alla squadra.

I media stanno ipotizzando fuochi d’artificio dal trio offensivo Cerci-Pazzini-Cassano, a mio avviso erroneamente, perché se è lecito attendersi una stagione del pieno riscatto dell’ex granata, e una fragorosa conferma al ritorno nella massima serie del centravanti capocannoniere del campionato promozione di pochi mesi, da Cassano appunto ci si auspica che accendi la luce con tocchi deliziosi, assist, genialità assortite e magari qualche gol.

Sono sicuro che la voglia di giocare, di rimettersi in gioco da parte sua ci sia ancora, lo capisci da come in partitella cercava in particolare Bessa, uno della sua stessa pasta, o da come scherzava con i compagni, anche con i più giovani. Il Verona non potrà dipendere da lui, né tanto meno dalle sue bizze, ma di certo potrà usufruire del suo bagaglio tecnico, dal valore inestimabile.

Verona promosso in serie A: riflessioni di un tifoso che ha sempre creduto nella forza di questa squadra

Il Verona torna in serie A dopo un solo anno di purgatorio. Lo ha fatto strappando con i denti quel punticino che gli mancava nella trasferta di Cesena, città che 27 anni prima aveva sancito una dolorosa retrocessione in serie B e soprattutto la fine del ciclo leggendario di Bagnoli alla guida della squadra. Una promozione sì sofferta ma assolutamente meritata per i valori e la forza dei singoli giocatori, che si sono fatti “gruppo” nel momento più delicato della stagione.

La gioia incontenibile dei protagonisti gialloblu al termine dell’incontro decisivo per la serie A disputato a Cesena

La festa si è propagata a lungo (giustamente) sugli spalti del Manuzzi, dove erano presenti tantissimi “butei” gialloblu, e fuori dallo stadio, in città dove si erano radunati in migliaia per seguire da maxischermo l’ultima fatica dei propri beniamini. Già, è stata una fatica! Quella che apparentemente sembrava poter essere una cavalcata trionfale verso la riconquista della serie A appena perduta inopinatamente, si è rivelata in corso d’opera una travagliata corsa a ostacoli, più spesso disseminati dagli stessi protagonisti in campo. Sembrava infatti che ci si dovesse complicare per forza di cose una situazione che fino a novembre almeno si era fatta assai propizia. Squadra primissima, fautrice di un gioco spettacolare come non si vedeva da tempo, vittorie in serie, gol a grappoli e gli elogi incondizionati dei media e degli appassionati sportivi. Poi, inaspettatamente qualcosa si è incrinato, e le cause non saranno mai del tutto definite. A un certo punto tutto e tutti sembravano poter essere messi in discussione, società in primis, nelle figure di Setti e Fusco, l’allenatore Pecchia, inviso a una parte del tifo sin da tempi non sospetti, i giocatori, anche quelli simbolo, rei di non giocare con la massima determinazione e di non essere attaccati alla maglia.

Ciò che conta è che nel momento più critico, o comunque in quello cruciale della stagione, il mister e i giocatori si siano ricompattati (e in questo è stata abile la società a non voler mai dichiaratamente destabilizzare l’ambiente) e di conseguenza anche i tifosi, da sempre arma in più per i risultati della squadra, si sono calorosamente riavvicinati per un grande obiettivo comune.

Fabio Pecchia alla sua prima importante esperienza da allenatore dopo gli anni ad assistere Benitez, ha centrato l’obiettivo, conducendo il Verona in serie A

Pecchia, pur coi suoi limiti dettati principalmente dall’inesperienza a questi livelli e forse anche in difficoltà a convivere in prima persona con la pressione di “dover” vincere il campionato, ha mostrato sulla lunga distanza nervi saldi e la  capacità in corsa di rivedere schemi collaudati (e a un certo punto anche di rinunciare a elementi sino a quel momento imprescindibili per il suo gioco, in funzione del raggiungimento del risultato). Alla fine, ha condotto il Verona in serie A che, per quanto scontato alla vigilia, sappiamo bene che con i soli nomi non si vincono i campionati. Certo, non dobbiamo nascondere la testa nella sabbia: a un certo punto siamo stati agevolati anche dall’inatteso crollo del Frosinone, nostro principale antagonista – escludendo la sorpresa Spal – e sia benedetto quell’incontro del girone d’andata, chiuso con la nostra vittoria, altrimenti staremmo raccontando un epilogo diverso. Proprio quel vantaggio nello scontro diretto ha fatto sì che, a parità di punteggio, fossimo noi a salire in serie A, evitando le mille insidie dei playoff.

Preferisco però qui sottolineare i meriti dei nostri ragazzi, che pur dilapidando il vantaggio e non essendo stati più in grado di replicare il gioco spumeggiante dei primi 3 mesi di campionato, hanno saputo raddrizzare la barca con l’orgoglio, gli attributi (più volte invocati a gran voce dai tifosi e dalla stampa locale), la grinta e, non ultima, la qualità dei singoli, sempre determinanti nei momenti salienti. Pensiamo ad esempio a Romulo, giocatore che più volte ha fatto arrabbiare i tifosi per la sua indolenza, la voglia di strafare, la sua anarchia tattica. Il periodo di massima flessione dell’Hellas guarda caso è coinciso con il suo scadimento di forma, la sua abulia. Ma quel gol all’ultimo respiro nel derby col Vicenza è stata la chiave di volta per ripartire. La sua volée alla sinistra del portiere vicentino ha riscritto i destini del Verona e dello sconfitto Vicenza che da quel momento non ha più saputo riprendersi psicologicamente fino alla retrocessione in Lega Pro, sancita ieri sera.

Pazzini, Romulo e Bessa sono stati i giocatori simbolo della promozione, forti di una qualità tecnica da categoria superiore

Il Verona invece d’un tratto ritrovava vigore, convinzione, entusiasmo e la forza dei suoi uomini migliori, come Bessa, gran cecchino negli ultimi mesi con le sue fucilate da fuori area. L’italo brasiliano, autentica rivelazione del torneo, ha spesso rappresentato quel quid in più di qualità in mezzo al campo ma col passare dei mesi, ha smesso i panni del validissimo palleggiatore per indossare quelli del leader, abile come sempre a giostrare la palla, ma pure a rinculare sugli avversari, correre su e giù per il campo, lottare fino all’ultimo e diventando più concreto sotto porta. In A potrebbe davvero esplodere in tutto il suo talento.

Che aggiungere poi su Pazzini che già non si sia scritto ovunque? Giampaolo a 33 anni ha vissuto una seconda giovinezza, stabilendo il record di marcature personali (23), diventando capocannoniere (titolo mai messo in discussione dopo una partenza a razzo nel tabellino dei marcatori), insidiando Cacia che con 24 ancora rappresenta il massimo di reti per un giocatore gialloblu nella storia ultracentenaria del club, ma soprattutto fungendo da guida per i compagni. Il “Pazzo” si è calato totalmente nell’ambiente, in piena sintonia con città e tifosi, fino a diventarne simbolo. Si è rimesso in gioco, ha tenuto a galla la squadra anche nei momenti più bui non smettendo mai di timbrare il cartellino del gol. Un grande giocatore che, pieno di motivazioni, potrà dire ampiamente la sua anche in serie A.

Inutile infine fare finta di nulla, non sottolineando anche alcuni aspetti che si sono evidenziati in negativo nel corso della stagione, senza cercare necessariamente colpevoli. In fondo si vince o si perde tutti insieme ma certe carenze strutturali sono emerse abbastanza presto. In primis la mancanza di personalità in ruoli chiave, vale a dire quello del portiere e dei difensori. Senza nulla togliere a Nicolas, che in diverse circostanze, ci ha pure salvato la pelle, il brasiliano è parso poco sicuro alla guida di un reparto, talvolta sprovveduto, per non dire avventato in certe scelte di gioco.

La difesa, imperniata a lungo su Bianchetti, ha vacillato troppo spesso. E se all’inizio questo fatto veniva compensato dal grande apporto prodotto in chiave offensiva, poi gli alibi sono caduti, specie dopo l’innesto di giocatori come i fratelli Zuculini (spiace aver visto così poco all’opera Franco e le sue doti di innegabile trascinatore) che facevano scudo protettivo davanti alla terza linea. Il già citato Bianchetti, atteso da anni alla consacrazione, dopo i fasti dell’Under 21 con Mangia e le promesse interiste, ha mancato ancora una volta il salto, patendo spesso gli uno contro uno avversari, e girando a vuoto quando le azioni delle altre squadre si facevano arrembanti. Spesso insignito del ruolo di capitano, in assenza di Pazzini, ha finito col giocare meno sul finale di stagione, lasciando spazio al più duttile (e convincente) Ferrari e al più solido Caracciolo, difensore di categoria con pochi fronzoli. Pisano ha giocato a mezzo servizio ma raramente ha mostrato le doti messe in mostra in serie A. Souprayen è il giocatore che forse ha giocato con più continuità ma al di là di un’affidabilità emersa soprattutto nel girone di ritorno non ha mai e poi mai fatto la differenza. Un altro giocatore a lungo discusso e, a conti fatti, discontinuo, è stato Siligardi, per molta critica uno degli uomini più dell’intera serie B. La verità è che a Verona, il buon Luca solo a sprazzi ha mostrato il suo talento, perdendosi più spesso in giornate grigie, senza spunti di rilievo. Decisamente più a suo agio è parso nel ruolo a lui più congeniale di trequartista alle spalle delle punte, modulo tuttavia poco contemplato dal mister.

E’ piaciuto il fatto che abbiano dato il loro contributo, seppur a fasi alterne, giovani di buone speranze come Valoti e soprattutto Zaccagni, sorta di jolly nello scacchiere gialloblu. Hanno disputato tutto sommato una stagione positiva elementi come il vivace Luppi sulle fasce e il combattente Fossati in mezzo al campo, anche se quest’ultimo ha dato il meglio di sè soprattutto nella prima parte di campionato, quando a un certo punto pareva quasi un lusso per la categoria. Poi è rientrato un po’ nei ranghi ma non ha mai fatto mancare il suo apporto, sia in fase di costruzione che di ostruzione. Giudizio sospeso per Ganz, penalizzato oltremodo dal modulo di Pecchia che prevedeva un’unica punta centrale. Eppure il giovane attaccante, pur non mettendo mai in discussione la titolarità di Pazzini, ha saputo sfruttare le poche chances avute, mostrando indubbie qualità da bomber.

Probabilmente molti di questi giocatori non saranno funzionali al prossimo campionato da disputare in serie A, proprio per alcuni limiti emersi con chiarezza nei momenti di difficoltà vissuti quest’anno. Ma mi pare azzardato, quanto meno pessimistico, pronosticare una stagione a venire sulla falsariga del Pescara. Pecchia come Oddo, esordiente in serie A e amante del bel calcio? Ebbene sì, ma che significa? In fondo si potrebbe ricalcare anche l’esempio molto più confortante del Cagliari, squadra alla quale più volte siamo stati accostati, visto il cammino dei sardi percorso 12 mesi fa.

Ma poi alla fine sappiamo benissimo che la nostra squadra è unica, non assomiglia a nessun’ altra e quindi godiamoci questo risultato e auspichiamoci che sin da ora la società stia pensando a come affrontare in serenità la ritrovata (con pieno merito) massima serie.

Premiati i migliori della serie B 2016/2017. Ecco la top 11 del campionato

Con la serie B ai titoli di coda – ma con verdetti importanti ancora da definire dopo le sicure promozioni in A della Spal e le retrocessioni in Lega Pro di Pisa e Latina – ecco che puntuali sono giunti i riconoscimenti dei 22 tecnici delle squadre impegnate nell’edizione 2016/2017.  A Rimini infatti nella 10° edizione del “Gran Galà Top 11”, sono stati indicati i migliori per ruolo ed è stata così allestita una forte Top 11, rappresentativa senz’altro dei valori emersi in campo.

Emergenti e califfi, gente “di categoria” o autentiche sorprese sono andati a comporre questa fantastica squadra.

Il miglior allenatore dell’anno è stato Semplici, vero artefice del “miracolo Spal”, votato dagli stessi colleghi quasi all’unanimità.

il fantasista dell’Ascoli Orsolini con le sue sgroppate sulla fascia a tratti ha ricordato l’olandese Robben

Il giocatore rivelazione dell’anno è stato invece l’estroso attaccante esterno dell’Ascoli Orsolini, sicuro protagonista con l’Italia Under 20 prossima a giocarsi il Mondiale di categoria in Corea del Sud dalla settimana prossima.

Gli altri giocatori, schierati con un ipotetico 4-3-1-2, sono stati:

Cragno – portiere paratutto del Benevento, ormai pronto al grande salto. Il giovane titolare dell’Under 21 ha sfoderato reattività, sicurezza e capacità di guidare il reparto.

Lazzari – primo rappresentante di questa lista della Spal, la “bandiera” ferrarese ha disputato una stagione monstre, tra involate sulla fascia destra, ripieghi, assist, diagonali difensive, e tanta grinta, supportata da una buona qualità.

Mancini – difensore centrale emerso a Perugia dopo le promesse nelle giovanili della Fiorentina. Ha convinto tutti con la sua eleganza, la sua padronanza e il suo tempismo. Già acquistato dall’Atalanta che sui giovani sa vederci lungo.

il difensore Bonifazi, autentico protagonista della capolista Spal

Bonifazi – altra fragorosa sorpresa del campionato, l’aitante centrale spallino, ha finalmente deciso di spiccare il volo, dopo i tentennamenti alle prove col professionismo delle precedenti stagioni. Abile sia in fase di spinta che di contenimento, ha spesso e volentieri giganteggiato sugli avversari, tanto da meritarsi le attenzioni del Ct. Ventura in chiave Nazionale A.

Di Chiara – il terzino sinistro del Perugia ha saputo riscattare la delusione di un anno prima, quando perse la finalissima Play off col suo Foggia. Già allora ci si rendeva conto di avere davanti uno che meritava un’altra categoria e alla prova del nove Gianluca ha convinto tutti, fluidificando (come si diceva un tempo) senza sosta sulla corsa mancina e inanellando molti cross vincenti per gli avanti umbri.

Schiattarella – giunto l’estate scorsa alla corte di Semplici per garantire quel tasso di esperienza cadetta di cui difettavano molti compagni nella Spal, il buon Pasquale non ha tradito le attese, divenendo in breve leader in campo e sorta di braccio destro del mister che sapeva di poter sempre contare sul suo apporto.

stagione sugli scudi per il centrocampista del Perugia Jacopo Dezi, uomo in più per il tecnico Bucchi

Dezi – altro protagonista della positiva stagione del Perugia, Jacopo non è una novità tra i migliori del campionato ma quest’anno il tecnico Bucchi ha saputo tirar fuori il meglio da lui, soprattutto in fase realizzativa. Ha giocato nel cuore del campo, spesso da centrale ma poi lo vedevi in realtà dappertutto. Instancabile motorino in appoggio ai compagni ma anche dispensatore di tanta qualità.

Bessa – Finalmente è esploso secondo le sue potenzialità l’italo brasiliano che letteralmente incantò nelle giovanili dell’Inter. A Verona ha avuto subito la fiducia incondizionata di Pecchia e lui, dapprima funambolo da “tiki taka”, è divenuto guida per i compagni, sempre nel vivo delle azioni gialloblu. Quasi un lusso per la categoria.

Amato Ciciretti ha spesso e volentieri fatto la differenza nella stagione del Benevento

Ciciretti – coetaneo di Bessa, come quest’ultimo c’ha messo un bel po’ per rivelarsi nel calcio che conta, dopo le meraviglie con le giovanili della Roma. A Benevento Baroni ne ha esaltato le caratteristiche. Certe sue giocate hanno fatto strabuzzare gli occhi non solo ai suoi tifosi ma a tutti gli amanti del calcio.

il sempre verde Pazzini ha stabilito il suo record di marcature in un campionato, staccando presto i rivali per il titolo di capocannoniere

Pazzini – ha smentito i molti scettici che dopo la deludente stagione scorsa lo davano sul viale del tramonto. Invece il “Pazzo” ha letteralmente trascinato il Verona, segnando tanti gol decisivi e facendo valere la sua immensa classe. Capocannoniere del torneo.

Dionisi – grande campionato anche per l’attaccante del Frosinone. Più del compagno di reparto Ciofani ha mostrato puntualità sotto rete e continuità di rendimento.