Tempo di bilanci in campo musicali: il mio elenco (molto parziale) mi induce a dichiarare che il 2015 sia stato più interessante dell’anno precedente

TOP DISCHI 2015 Gianni Gardon per Troublezine

L’anno che va chiudendosi ha regalato, dal mio punto di vista, dischi di maggior qualità e originalità rispetto ai corrispettivi del 2014, o forse più semplicemente mi rendo conto che molte uscite discografiche hanno soddisfatto maggiormente la sfera dei miei gusti. Il sito di Troublezine, per cui collaboro, mi ha chiesto un elenco, che ora qui vado a esplicare.

Visto che la classifica in questo caso spetta a me, ecco quindi che compariranno album che si avvicinano a ciò che sento nelle mie corde, nonostante la rilevanza avuta da alcuni lavori lontani un po’ dal mio mondo. Alludo a gente come  D’Angelo, tornato fra i ranghi con un solido album all’insegna dell’R’n’b più nobile, Kendrick Lamar, con la sua commistione originale di atmosfere “moderne” e “antiche” o il jazz visionario, quanto astruso, di Kamasi Washington. Non sono mancate nemmeno le delusioni, ma riguardano, nel mio caso, artisti che da tempo hanno smesso di suscitarmi emozioni, quindi non parlerei di veri flop.

Bando alle ciance, e chiuse le premesse, ecco un elenco parziale, anche se redigere una graduatoria è sempre azzardato… I miei favori sono condizionati spesso dall’umore del momento e dalle circostanze: resta il fatto che QUESTI per me rappresentano il top del 2015.

  • 1 Beach House “Thank yours lucky stars”, perchè le atmosfere semplici, sognanti, dilatate, così intrise di dream pop fanno sempre breccia nel mio cuore. Unica cosa: di due dischi a distanza così ravvicinata – poche settimane sono intercorse dal precedente, altrettanto fulgido “Depression Cherry” a questo – forse se ne poteva pubblicare uno solo con le migliori di entrambi e ne avremmo molto probabilmente ricavato un lavoro ancora meglio del capolavoro “Bloom” ,uscito ormai tre anni fa. Ma poco importa, a loro va il mio scettro di miglior disco dell’anno!
  • 2 Tame Impala “Currents”, un po’ alla stregua degli Arcade Fire: o li si ama, o li si odia, io propendo per la prima. Siamo anche qui dalle parti di una psichedelia rinnovata, anche se di quelle più allucinate.
  • 3 Sleater Kinney “No cities to love”, a sorpresa annoverate un po’ ovunque fra i dischi dell’anno, devo dire che mi accorsi subito che, tra le pieghe di canzoni in fondo semplici nella loro accessibilità e immediatezza, vi fosse tanta cruda sostanza. Ci mancavate, ragazze
  • 4 Asaf Avidan “Gold Shadow”, sarà stata la suggestione offertami nella splendida cornice del Teatro Romano a Verona, dove l’israeliano ha furoreggiato tra virtuosismi e barocchismi, ma a me questo disco ha riconsegnato tante emozioni nel suo riecheggiare atmosfere sixties, un po’ come faceva magistralmente la compianta Amy Winehouse. Poi, come si dice in questi casi, con quella voce Asaf renderebbe interessante anche l’elenco telefonico
  • 5 Julia Holter “Have you in my wilderness”, deliziosa interprete che si muove fra languide ballate e costruzioni armoniose destabilizzanti, creandomi un effetto che in tempi recenti mi assicurava solo la splendida Fiona Apple
  • 6 Jim O’ Rourke “Simple songs”, il titolo è programmatico e nel suo caso ci sta, visto lo scarto con sue composizioni ben più ostiche, ma in questo disco prevalgono comunque la densità emotiva che traspare dai pezzi e un senso di spiazzamento, laddove è venuto a mancare lo struggimento a lui caro
  • 7 Panda Bear “Panda Bear meets the grim reaper”, lo avevo già detto vero che in questo 2015 sono usciti parecchi dischi a mia immagine e somiglianza? Anche qui siamo dalle parti di un pop onirico, a tratti ondivago ma al più scintillante
  • 8 Courtney Barnett “Sometimes I sit and think, Sometimes I just sit”, un disco quasi perfetto, quell’indie rock al femminile che non lascia indifferente. Non so se a colpirmi l’immaginario sia stato più la sua attitudine o la sua reale collezione di canzoni, sta di fatto che non potendomi basare su riscontri oggettivi riguardo la sua personalità – visto che non la conosco..- posso affermare che intanto mi bastano quelle a rassicurarmi.
  • 9 Florence and the Machine “How big how blue how beautiful”, avevo quasi dimenticato il disco che segnava il ritorno della “rossa” per eccellenza del rock di questo scorcio di secolo. Questo perché ormai non ci si stupisce più che Florence possa sfornare album impeccabili dal punto di vista formale, così come da quello degli arrangiamenti, alla ricerca di un “quasi” perfetto equilibrio tra atmosfere in grado di trasmettere all’ascoltatore una vasta gamma di stati d’animo.
  • 10 Laura Marling “Short movie”, ammetto che c’ho messo diversi ascolti per assimilare il nuovo sound della giovane cantautrice inglese. Non che sia stato rivoluzionato in toto il suo sound, ma è certo che qui le chitarre, che emergono clamorosamente, laddove finora a brillare erano solo suggestioni calde e acustiche, se da una parte hanno arricchito il suo bagaglio e la sua proposta, dall’altra hanno forse fatto perdere in intensità interpretativa. Siamo dalla parti del “de gustibus”, però per me rimane un’artista da seguire assolutamente.

Altri dischi a mio avviso validi sono quelli dei miei pupilli Mumford and Sons, che non ho inserito in top ten perché credo che certe vette dei primi due album non verranno più raggiunte, specie ora che alla freschezza e urgenza comunicativa, è subentrato il mestiere. L’album però, anche qui segnato da una svolta elettrica – che però non ha contaminato l’essenza della band, che resta riconoscibilissima – è assolutamente ricco di spunti.

Mi è piaciuto anche il disco intimista di Father John Misty “I love you, honeybear”, veramente raffinato e intenso, che sembra riportarci indietro negli anni ’60, e quello della sfuggente Joanna Newsom (“Divers”), una conferma, anzi, una certezza. Poi, anche se sulla lunga distanza non mi ha fatto impazzire, ammetto che avevo salutato con grande entusiasmo e calore il disco della reunion dei Blur, “The magic whip”, finalmente un intero album di inediti per gli antichi eroi britpop, con la formazione al completo e ancora affiatata. Non ho gridato al miracolo per il disco di Bjork, ma un’artista del suo calibro non può essere recensita negativamente!

Ah, tra i dischi che mi rendo conto aver ascoltato piuttosto frequentemente c’è quello degli Alabama Shakes, ruggente, sporco e trascinante.

Tra gli italiani mi sono piaciuti molto gli album di Zibba e Almalibre “Muoviti svelto”, in cui l’artista ligure ha rinnovato la sua posizione nella scena della canzone d’autore italiana, e l’esordio del duo cremonese La Scapigliatura, in cui i fratelli Bodini hanno confezionato piacevolissime canzoni pop, densi di spunti d’interesse e dai testi notevoli, ricordando a tratti certe intuizioni dei primi Baustelle, laddove però alle atmosfere vivaci di Bianconi e co., hanno preferito puntare su suoni acustici e minimali, degni del miglior “new acoustic movement”. Si confermano, con un disco mutevole, denso di significato e valore, i Bachi da Pietra… peccato siano quasi “sfuggiti” alle mie orecchie, fino a un mese fa, suggeriti in tempo dall’amico e collega di penna (in questo caso “sportiva”) Alec Cordolcini, attento e fine ascoltatore musicale.

“Die” di IOSONOUNCANE ha fatto incetta di riconoscimenti, dal PIMI 2015 in coabitazione con Cesare Basile, fino alle nomination al Tenco, ma ammetto che, da giurato al Mei di Faenza, i miei favori fossero andati a un album uscito nella seconda metà del 2014 (per quel premio si tiene conto dell’anno”scolastico”). Tuttavia, l’artista sardo è davvero in grado di non lasciare indifferente, con una proposta particolare che strizza l’occhio al pop anni ’70, vicino a certe atmosfere battistiane, in chiave assolutamente moderna, a partire da azzeccati, quanto azzardati, arrangiamenti.

Tra i flop, spiace constatarlo, metto al primo posto il ritorno dei Coldplay, che mi paiono ormai incapaci di tornare ai fasti “pre Viva la Vida”, quando con le loro atmosfere malinconiche erano emersi a paladini del nuovo britsound di inizio millennio. In Italia, rimanendo per lo più in ambito mainstream, ho tutto sommato invece apprezzato il tentativo di Jovanotti di dare ampio respiro a tutte le sue molteplici inclinazioni sonore, anche se ovviamente un album composto da 30 canzoni difficilmente riesce a mantenere vivo l’interesse dall’inizio alla fine. Ci sono riusciti invece i Verdena che, però, furbescamente, hanno preferito dividere il loro ultimo lavoro (“Endkadenz”) in due volumi, risultando molto efficaci. Li ritengo ancora una volta la migliore espressione dell’attuale rock nostrano. Non avrei voluto inserire tra le mie delusioni il disco programmatico di Carmen Consoli “L’abitudine di tornare”, essendo stato grande fan della “cantantessa”. Ma il suo ritorno a un pop semplice, seppur mischiato con le atmosfere più folk degli ultimi due lavori, mi ha lasciato l’amaro in bocca, riscontrando tra le sue inedite composizioni poca dell’ispirazione che l’aveva sempre contraddistinta.

Ho avuto modo, forse mai come quest’anno, di ascoltare tanti dischi di artisti emergenti, soprattutto italiani, e con rammarico devo ammettere che, pur con qualche fragorosa eccezione (i dischi de La Belle Epoque, Davide Ravera, Jarred the Caveman, Plastic Man, David Ragghianti, Tamuna), sono stati invero pochi quelli in grado di assestarmi un “colpo emozionale”. Ma forse la colpa principale è… la mancanza di tempo da dedicare a prodotti che magari necessiterebbero di maggiori ascolti, in contrapposizione con la vastissima (auto)produzione di lavori pubblicati.

In ogni caso non mi va di perdermi in lamentele assurde, perché in fondo avere la possibilità di ascoltare quanta più musica possibile e cercare di trovare delle perle nascoste, è sempre un bene per l’anima.

Ripeto, di dischi da segnalare e recuperare ce ne sarebbero a iosa, e allora vi invito a consultare ad esempio un bellissimo e accurato resoconto del grandissimo Carlo Bordone, dal suo blog “Whitnail e io”,  https://withnailblog.wordpress.com/2015/12/05/50-x-2015/ in cui compaiono dischi di notevole spessore e, ovviamente, i suggerimenti degli amici di Troublezine!

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2 risposte a “Tempo di bilanci in campo musicali: il mio elenco (molto parziale) mi induce a dichiarare che il 2015 sia stato più interessante dell’anno precedente

    • grazie amico di essere passato di qua e aver apprezzato! Spero avrai modo all’interno del blog di fare un bel giretto, magari scoprendo qualcos’altro legato al mondo della musica ma non solo! Poi le classifiche sono sempre soggettive e magari cambierebbero a periodi, quando magari ti ritrovi ad ascoltare più una cosa anzichè un’altra, a seconda anche degli umori o chissà che altro. In ogni caso, sono usciti dei buoni dischi in questo 2015 che c’ha appena salutati. Alle prossime

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