Le mie recensioni di Gennaio 2016 per Troublezine: il disco OndAnomala di Mimmo Crudo e Lady U e quello di Difiore.

Amici del blog, condivido anche con voi alcune delle mie recensioni uscite per la rubrica “Recensioni in pillole”, su Troublezine.it,  relative alle ultimissime novità provenienti dall’indie italiano. Io ho scritto dei dischi di OndAnomala di Mimmo Crudo e Lady U e Difiore.

Linko volentieri tutto il pezzo con le uscite di Gennaio 2016, così avrete modo di leggere tutti i contributi dei vari collaboratori del sito e trovare musica per tutti i vostri gusti. 🙂

http://www.troublezine.it/columns/20115/recensioni-in-pillole-gennaio-2016

OndAnomala di Mimmo Crudo e Lady U “Tu ci sei” (MK Records/Self)
Un connubio riuscito quello tra uno dei nomi più significativi del Parto delle Nuvole Pesanti (il bassista e compositore Mimmo Crudo) e la performer Francesca Salerno, in arte Lady U, poetessa e cantante. Un progetto costruito a Bologna ma che ha radici lontane, viste le affinità intellettuali tra i due e l’idea che balenava in testa in realtà già da molto tempo. In questi dieci pezzi si respirano tante atmosfere diverse, all’insegna di una “patchanka” musicale efficace e di un’urgenza comunicativa, a volte affidata al calore e alla sensualità della voce (come ad esempio inStringimi o nella struggente Cori Umani, altre all’irruenza dei suoni, penso a Le cose che mi restano, che viene sin troppo semplice accostare agli episodi più rock del gruppo primigenio di Mimmo Crudo. Ci sono temi anche forti e ben scanditi, ad esempio in Salvami o nella malinconica Tunnel. Suoni folk, più legati alla Terra sono quelli di Salta Anita, in odor di pizzica o nella vivace e ballabile Acikof Song. Un disco ben scritto e suonato, che piacerà molto probabilmente ai cultori del genere folk rock mediterraneo, pur non rappresentando uno dei vertici artistici di quel filone.

Difiore “Scie chimiche” (L.M.European Music)
Giordano Di Fiore, in arte Difiore, in queste 13 canzoni spazia da tematiche politiche (come nella convincenteNovecento) ad altre esistenzialiste (Un’altra carta, L’amore non c’è) o più prettamente intime (nella riuscita ballata In bilico, la più ritmata Emotili e la conclusiva Occhi di donna, molto degregoriana nel cantato). Il brano più ficcante, in cui il testo si distingue maggiormente, è la diretta titletrack, in cui il tema sociale va a braccetto con una poetica felice. Molto esplicita è Compagni (senza rancore), anche se forse troppo infarcita di luoghi comuni. Musicalmente, a parte forse l’ironica e vivace Ti voglio bene e un breve intermezzo folk, il disco suona molto minimale, essendo praticamente acustico o al limite spruzzato di un’elettronica vintage usata da corredo. Del Brasile, nota passione del Nostro, che dalle frequenze di Popolare Network conduce un seguito programma dedicato alla variegata musica di quel Paese, non c’ è purtroppo traccia, e il disco finisce per ripiegarsi un po’ su sé stesso, risultando fragile e senza quei guizzi di fantasia che forse era lecito attendersi.

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Che bella sorpresa il disco del duo Ducoli.Gaffurini: voce e piano che sanno regalare emozioni autentiche, tra atmosfere notturne, jazzate e vivaci

Ci sono periodi dell’anno in cui ricevo, fisicamente o via mail, moltissimi dischi da ascoltare e, eventualmente, recensire. Altri periodi invece deliberatamente decido di staccare la spina, perchè se è vero che la mia giornata è praticamente sempre scandita dalla musica, questa per me vorrei rimanesse sempre un piacere, e non una sorta di “obbligo”, con il pericolo che poi finisca per prestare poca attenzione a dischi per cui gente si è comunque smazzata, messa in gioco, per arrivare al conseguimento di un obiettivo.

Quindi, per quanto io in fondo sia solo un ascoltatore appassionato, a volte vesto i panni anche del recensore, e da addetto ai lavori, metto sempre davanti l’onestà intellettuale e un certo rigore nell’ascolto. Quando decido di interrompere gli ascolti finalizzati a un giudizio che poi andrà su carta, è solo perchè so che non avrei il giusto tempo o la necessaria concentrazione per mettermi ad ascoltare un disco. Poi mi fa piacere quando ottengo, nel mio piccolo, delle gratificazioni, come l’essere stato coinvolto come giurato nell’assegnazione del premio PIMI per l’album indipendente dell’anno, o quando sono gli stessi artisti che condividono sui propri social network la mia recensione, magari anteponendola a quelle di firme più prestigiose.

Tuttavia, il mese di dicembre, particolarmente gravoso sul piano della mia principale occupazione – quella di educatore formatore – e caratterizzato dall’impegno messo nero su bianco per approntare il mio prossimo libro di saggistica, è stato proprio uno di quelli che mi hanno indotto a dire,seppur a malincuore, stop alla profusione di articoli, recensioni, concerti, oltre a dover posticipare giocoforza il rientro in pista con la mia trasmissione radiofonica “Out of Time”, dai microfoni di Yastaradio.

Sapendo di questa mia esigenza, i buoni amici Riccardo Cavrioli, redattore di Troublezine, per cui collaboro, e Roberto “Dalse” Dal Seno, boss di Yastaradio.com mi hanno assecondato, lasciandomi il tempo di recuperare preziose energie, suggerendomi di tanto in tanto qualche ascolto “disinteressato”.

Così facendo, però, sapevano di smuovermi la scintilla, e difatti prestissimo riprenderò le mie attività!

In una delle ultime visite in quel di Valeggio sul Mincio, dimora del mitico Dalse, tra tanti discorsi su musica e “massimi sistemi”, ecco che a un certo punto l’esperto amico, che ben conosce le mie corde musicali, mi consegna un disco “artigianale”, dicendo di dargli un ascolto, senza doverne necessariamente scriverne, solo se ne valesse per me la pena o se il disco in effetti meritasse.

Riesco a farlo proprio stamattina, in uno scorcio libero da impegni vari, perchè il disco in questione, magistralmente “clandestino” – nel senso che purtroppo è di quelli di cui si ignora l’esistenza – è davvero valido, ricco di spunti, di istanze, di atmosfere, di messaggi, e suonato con grande maestria, scritto ancora meglio e arrangiato in maniera tanto sobria, quanto impeccabile dal punto di vista formale, con tutti gli ingredienti al punto giusto.

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Autopubblicato a nome “ducoli.gaffurini” e dal bizzarro titolo “Gufi, allocchi, barbagianne e altre giovani streghe”, è composto di 8 tracce, nelle quali l’esperto duo omaggia la Barbagianna, il vino bianco prodotto dall’azienda agricola Bragagni di Brisighella e dedicato proprio alle primigenie canzoni del cantautore Alessandro Ducoli, contenute nel suo (ormai lontano) esordio “Rosso”, demotape uscito nel ’94.

Accompagnato dall’amico Valerio Gaffurini al piano, Ducoli trasmette veramente molta passione in brani romantici e sognanti come “Una scintilla”, caratterizzata da un lirismo che ce lo fa accostare ad alcuni episodi del maestro Paolo Conte. Il cantautore avvocato sembra essere una delle maggiori influenze del Nostro, anche in altri brani caratterizzati da aperture jazzate, come in “Questa città non è morta”. Emerge anche l’amore per lo swing e per il cabaret, un po’ come nel primo Vinicio Capossela, che ritroviamo nelle inclinazioni ondivaghe di brani come “Cane” o la trascinante “Mi hanno imbrogliato”. Il piano di Gaffurini prevale maestoso, rendendo densi e profondi gli episodi intitolati “Voglio toccarti”, “Binario morto” (la mia preferita del disco) e quella “Rosso”, così notturna e fumosa, risalente come detto a più di 20 anni fa.

Un disco che il duo intende valorizzare in concerto, andando a ritroso nella loro ventennale carriera, dando modo così al pubblico di scoprire alcune perle del loro vasto repertorio.

 

Musica indie italiana: le mie recensioni per Troublezine – novembre 2015

Condivido con gli amici del blog le mie recensioni novembrine per il sito di Troublezine

Anche questo mese ho ascoltato lavori interessanti provenienti dall’indie italiano

http://www.troublezine.it/columns/20100/recensioni-in-pillole-novembre-2015

La Belle Epoque “Il Mare di Dirac” (autoprodotto)

Sorprende questo giovane ensemble alle prese col loro primo lavoro autoprodotto, che sin dal suggestivo titolo rimanda a qualcosa di scientifico, che però riassume in sé tanta filosofia, e un senso nuovo da dare alle cose. Loro scelgono la via del rock più diretto e sanguigno, in otto tracce al più viscerali e intense, dedite al recupero di un solido rock nostrano di ispirazione nineties (che ci sia un ritorno a un certo stile che visto con gli occhi di oggi appare quasi retrò ma che in sé nasconde ancora tanti spunti interesse e presa nel pubblico, pensiamo anche ad altri casi illustri nel mondo indie?). Lo fanno associando il tutto a testi decisamente incisivi e scevri di retorica e rime giuste e furbette. Spicca non solo il singolo Cracovia, disilluso e accorato grido pieno di reverberi, ma anche l’iniziale Icaro, più melodica e spassionata. Prevalgono le linee melodiche ficcanti, irrobustite da chitarre in primo piano rispetto a momenti più malinconici ma non privi di messaggi speranzosi, come in Nuovo Mondo. Anche il cantato è sicuro e maturo, e tutto pare giocare a favore di una possibile ascesa nel firmamento rock nostrano, in alternativa a prodotti più ostici e meno accessibili a un primo ascolto

Teo Manzo “Le Piromani” (Libellula/Audioglobe)
Il disco d’esordio di Teo Manzo, pubblicato da Libellula Records, è il tipico esempio in cui tra un’idea particolare e ben congegnata e realizzazione della stessa non vi è scarto o approssimazione. Già attivo in vari progetti che si muovevano tra nobile cantautorato (come l’insolito duo acustico “I Becchini” con cui si muoveva per la Penisola omaggiando De Andrè) e tentativi indie d’autore con il seminale gruppo La Linea del Pane, Manzo approda in versione solista con piglio sicuro, proponendo addirittura un concept album, di quelli veri, ben costruiti, dove il susseguirsi delle tracce va di pari passo con la narrazione di una storia. In questo caso, molto curiosa e particolare, di un astronomo che vorrà dimostrare come l’opinione dilagante che la luna stia per cadere sia infondata. Si ritroverà perduto, dopo la morte improvvisa dell’amata, e a un certo punto si unirà ai cospiratori di una rivoluzione, che non attendevano altro che un infausto avvenimento potesse dare il là a qualcosa di grande. Poi, forse alienato dalla pazzia, ritroverà la sua amante sotto altre forme, quelle delle Piromani, creature femminili che accendono le stelle. Un disco coraggioso, che si dipana in sedici tracce, divise in due capitoli (formati da otto tracce ciascuno), cui le musiche seguono l’andamento degli eventi e degli stati d’animo del protagonista, divenendo di volta in volta più cupe, minacciose, ariose o urticanti. Potremmo definirlo un post-rock d’autore, di sicuro non si può dire che il cantautore non abbia voluto battere strade differenti rispetto all’odierno, affollatissimo, movimento dei nuovi cantautori degli anni dieci.

Gian Luca Mondo “Malamore” (Controrecords)
C’ ha preso gusto Gian Luca Mondo a fare dischi “compiuti”, seppur sempre interpretati e assimilati secondo un’attitudine molto personale. Aleggia uno spirito punk in queste registrazioni, assolutamente non della serie “tre accordi e via”, ma più che altro per inclinazione e atteggiamento, per indole e fugacità. Canzoni che vien quasi difficile definire tali, sospese come sono tra plumbee e fumose atmosfere e che mutano in talking ora brilli, quasi a ricordare il Capossela “d’antan”, ora piuttosto bizzarri e maldestri. Certo, sentire nel brano trainante, che cita il titolo dell’album, un verso come: “E mi sono innamorato di una donna che ha la pelle di freddo vetro, e il suo piscio fa  40 gradi, e la lecco, la lecco davanti e di dietro….la lalalalaMalamore sta con te”, mi urta e non poco, ma forse sono io a essere sin troppo sensibile!
Il suono invece è prettamente blues, come da cifra stilistica del Nostro, già a suo agio in questi panni col precedente “Petali”, di appena un anno più vecchio, e di contro più vicino a certe sperimentazioni e all’utilizzo di arrangiamenti più vari e pieni. Qui invece a prevalere sono suoni scarni: una chitarra elettrica blues che lambisce quelle parole quasi sconnesse fino a comprenderle appieno, un piano che di certo non conferisce quell’aurea di romanticismo ma che piuttosto contribuisce a rendere acido il nostro panorama e la voce di Mondo che a volte parla, altre biascica, senza mai aggredire con forza, utilizzando registri poetici quali il sarcasmo e la pungente ironia. Paradossalmente è proprio Anticanzone quella che di fatto è la traccia più immediata e suonata del lotto.

Alfonso Moscato “La malcarne” (autoprodotto)
Il cantautore siciliano, già leader degli interessanti Cordepazze, con questo disco solista ha voluto condurre l’ascoltatore nelle penombre di una società sempre più atta a discriminare e a soggiogare l’individuo più debole e respinto. Sulle orme nobili di Fabrizio De Andrè, cui il nostro non solo è debitore da un punto di vista dell’ispirazione e della proposta teorico-musicale, ma è stato associato esplicitamente, avendo vinto col suo gruppo primigenio il Premio intitolato al grande autore genovese nel 2007, Moscato infatti dedica ogni pezzo a persone che dalla propria vita non hanno più nulla da chiedere. Le Pulle, scelto come singolo apripista di lancio, parla delle ragazze nigeriane ingannate e rivendute come schiave costrette a prostituirsi. E’ un “anti-singolo”, non possedendo certo quell’appeal radiofonico, visto appunto il tema ostico e una interpretazione lenta, quasi funerea. Un pensionato abbandonato è invece protagonista della toccante I Paesi svuotati, mentre il tema della violenza come forma ultima di comunicazione emerge in tutta la sua disperazione in brani come Amore criminale e soprattutto Verrà l’arcangelo Michele, un vero pugno nello stomaco, parole taglienti che fanno male. I ritmi si distendono nella vivace Malaluna, musicalmente efficace con il cantato in dialetto e i suoni folk cari alla terra siciliana, tentativo riuscito anche nella più riflessiva e malinconica UCarzaratu, corredato da un video contenente un bel collage di immagini della Sicilia del noto fotografo Alex Astegiano. Un lavoro certamente profondo per tematiche e sfondo sociale ma anche monocorde (o monotono, se vogliamo conferire l’accezione negativa) a livello di sonorità, tutte acustiche e claustrofobiche.

Musica indie italiana: le mie recensioni in pillole pubblicate sul sito di Troublezine (pt.2)

Alban Fuam “Whiskey n’beer” (Maxy Sound)
Album d’esordio coi fiocchi quello dei veronesi Alban Fuam, imperdibile per tutti gli amanti dei suoni irish e con una predilezione per tutto ciò che anche solo lontanamente può richiamare la magica Terra verde irlandese.
12 brani della tradizione celtica suonate tenendo fede agli originali ma arricchite da un gusto per il suono, arrangiato e ben prodotto, che va così a premiare tutte le scelte della banda capitanata dal cantante Piero Facci. Chiare soprattutto le influenze folk ma riecheggiano anche elementi country e di matrice cantautorale, specie nella convincente Molly Malone. Per chi da sempre ascolta musica irlandese sarà facile distinguere quelli che sono a tutti gli effetti dei vari classici, ma mi piace citare almeno le versioni di Dirty Old town, in cui Alessandro Antonelli si è staccato dallo stile cantato di Shane McGowan, optando per toni da crooner; una scatenata The irish rover (come a dire l’abcdell’irish folk!); una Fields of Athenry che qui diventa una ballata amorosa a due voci (duetta con Facci l’angelica Giulia Vallisari) o quella Great song of indifference più vicina a quella del suo autore Bob Geldof che non alla stranota traduzione dei Modena City Ramblers. Giustamente l’etichetta intende esportarli oltre confine, visto che i presupposti per inserirsi con successo tra i fautori di un efficace recupero di suoni popolari rivisitati in chiave moderna ci sono tutti (e d’altronde il gruppo da ben prima di esordire ufficialmente aveva già calcato tanti palchi proprio in Irlanda).

Vincent Maredomini “Tutto Sembra” (autoprodotto)
Torna a distanza di 4 anni dal precedente “Il linguaggio del sognare” il cantautore veronese Claudio Ferrigato, in arte Vincent Maredomini con il nuovo “Tutto sembra”. 11 tracce, di cui 2 riprese dal precedente ma impreziosite in questo caso dalla dolce voce di Eleonora Martinelli (il duetto Amanda e Gershon e l’epica Nuove generazioni) che tra l’altro svettano nel contesto di un album abbastanza omogeneo ma non per questo privo di interesse. Più che altro è da avvalorare la coerenza nelle scelte artistiche di Maredomini, di affidarsi a un songwriting sempre più maturo soprattutto in fase di composizione, per il quale si è avvalso dell’equipe di musicisti con cui da anni collabora (fra tutti cito almeno Mario Marcassa, che oltre a suonare il basso e occuparsi della programmazione della batteria elettronica è anche colui che ha registrato e mixato il lavoro presso il Cat Sound Studio di Badia Polesine). Solida musica d’autore, imperniata su tematiche in genere esistenzialiste o sentimentali (come in Di quale vita o Sogni senza gravità) ma impreziosite da arrangiamenti che sanno dipingere affreschi vivaci in oppure in Anna uscita dalla notte, la più narrativa del lotto. Un lavoro sì artigianale, frutto di passione ma soprattutto di tanto studio e ricerca.

Dada Circus “Lato del cerchio” (Goodfellas)
Sestetto romano con base a Tivoli, arrivano a distanza di due anni dal precedente disco autoprodotto, successivo a una felice partecipazione a Rock Targato Italia. Con questo vivace lavoro compiuto, 10 brani pieni di ritmo, energia e calore, mirano a un posto al sole in campo… boh? Viene difficile definire tutto il meltingpot che fuoriesce da brani come L’Albatros, Quasi trent’anni o D’Amore e di fumo. Patchanka sonora fatta di ska, pop, gipsy, con i fiati spessissimo in primo piano. I ragazzi mostrano di sentirsi a proprio agio anche nei momenti più riflessivi, quando smettono di muoversi scatenati per addentrarci in territori più cadenzati, folk (nelle ballad Per le vie della seta, in odor di Irlanda, Estatica o nella strumentale L’ultima thulè. Ma a mio avviso il pezzo che meglio potrebbe rappresentarli è l’ironica e pungente Fregene 90210.

Daniele Sepe  “A note spiegate” (MVM/Goodfellas)
Torna in pista con un progetto molto viscerale, sanguigno, “vero” il polivalente artista napoletano Daniele Sepe che, a 60 anni suonati, ha deciso di finanziarsi con musicraiser questo suo venticinquesimo album. Un disco in cui si potranno riconoscere gli ingredienti principali della più genuina musica jazz, al di là dei connotati musicali ben riconoscibili e di una tecnica invidiabile. Però nei 13 brani di “A note spiegate”, frutto di dieci concerti/laboratori tenuti fra Napoli e il Mondo, non c’è solo maestria negli arrangiamenti e gusto retrò, ma soprattutto l’impatto, la verve e il dinamismo di un progetto in itinere. Spiccano il funambolico brano d’apertura Fables of Faubus, la calorosa Blue Moon, da night club, la fluttuante Antonico o l’irriverente, ondivaga Big Nick U’n’L, dai ritmi honkytonk.
Daniele Sepe è riuscito a creare un’alchimia perfetta, pescando da un repertorio vastissimo e attingendo a piene mani dai grandi, rifuggendo però sterili paragoni e evidenziando il suo tocco personale, inconfondibile al sassofono, riuscendo da esperimenti veri e propri (quelli che inscenava nei dieci incontri laboratori in cui insegnava le varie partiture di un brano) a comporre dei strumentali molto efficaci.

Valentina Lupi “Partenze intelligenti” (Goodfellas)
La cantautrice romana Valentina Lupi torna con un ep di 5 brani realizzato con il suo collaboratore storico Matteo Scannicchio, in cui i suoni sono minimali, non invasivi, come a non togliere spazio a una voce pulita, chiara e convincente sotto ogni punto di vista, soprattutto quello interpretativo. A partire dal brano eponimo, secondo in scaletta, si percepisce come il viaggio sia centrale all’interno di questo lavoro. Un viaggio della mente, prima ancora che fisico. Qui in particolare l’elettronica quasi vintage è perfetta a tessere musicalmente una canzone molto personale, perfetta per fotografare una situazione esistenziale. Il ritornello killer fa la sua egregia parte, per un brano che nulla ha da invidiare alla più acclamata Levante, tanto per restare in tema di fenomeni indie. Reduci è invece meno briosa e più riflessiva, mentre in La signora che tesse la tela, che richiama una storia di attesa più che di partenza, la Lupi ci culla in un’atmosfera sognante, con buonissimi inserti sonori e uno stile che può ricordare la grande Ginevra di Marco.

Davide Ravera “Gospel” (Hazy Music/Audioglobe)
Davvero convincente questo nuovo lavoro del cantautore modenese Davide Ravera che, traendo ispirazione dal Vangelo come allegoria dei nostri tempi così contradditori, mette in fila 14 canzoni profonde e viscerali, portandoci in un viaggio in cui sono compresi pericoli, abissi e brusche fermate lungo la via Emilia, la sua Terra spesso evocata. Piace lo stile, l’attitudine, l’interpretazione che rimanda a echi di blues, post rock e furore punk, questi a braccetto con episodi più rallentati ma comunque d’impatto emotivo. A partire dalla sua voce ruvida, da un canto che privilegia l’intensità alla tecnica, da parole spesso brutali, sboccate, quasi uscissero dalla penna dei poeti maledetti. Si sente eccome la mano di Umberto Palazzo dietro le quinte in veste di produttore artistico, uno dei più geniali musicisti della sua generazione.

Rumore Rosa “UOAAOO” (Consorzio ZdB)
Dopo molti anni di digiuno dai dischi (ma in cui hanno suonato in molte tappe su e giù per lo Stivale) tornano più freschi e coinvolgenti che mai i Rumore Rosa. Un disco in cui si mescolano tante sonorità, creando un’alchimia variegata che, gira e rigira, sa di fragoroso pop. Sofisticati il giusto, con la voce della solista Margot che incanta e ammalia in episodi assai riusciti come l’eterea Giorni sani o che pare giungere da galassie lontane in Non altrove, riescono pure a stupire pestando l’acceleratore in brani come Non appartengo (puro dream pop chitarristico) o cavalcando onde psichedeliche in Mrs no where. Ci credete se vi dico che, a volte, mi ricordano un po’ i Madreblu? Un buon ritorno all’insegna dell’indipendenza creativa.

Jarred, The Caveman “I’m Good If Yer Good” (Stop Records)
Convince appieno il disco del trio che ha trovato dimora in Italia ma che potrebbe appartenere a una qualsiasi landa desolata su questo Pianeta. Atmosfere rilassate, talora al contrario disturbanti, suoni maestosi così come lievi a simboleggiare l’universo incantanto che sgorga dalle note di Alejandro (argentino di Rosario con l’America country e folk nel cuore), Luca e Matteo. Giunto in Italia il primo con tanti sogni, cerca di realizzarli in musica, e con l’aiuto dei sodali dà alle stampe 11 canzoni senza precisa definizione, tra solchi della più radiosa tradizione southern rock, roots contaminato e folk più autentico e genuino. In alcuni brani gli arrangiamenti vestono canzoni basilari gonfiando il tutto di archi e ottoni. Il più delle volte sono sonorità acustiche a farla da padrone, tra armoniche, banjo e guitar slide. In particolare la terza traccia non sfigurerebbe di certo nel repertorio dei Mumford&Sons! Prevalgono le atmosfere calde per quello che si può considerare a ragione un progetto da tenere saldo in mente.

Gonzaga “Tutto è Guerra” (Stop Records)
I lucchesi Gonzaga (curioso il riferimento al casato mantovano…) esordiscono con un album di solido rock, nervoso, austero e senza compromessi. Solchi fiammeggianti già dall’intro Via Maldonado che parte piano, puntellato da visioni space rock per poi lasciare spazio all’irruenza di voci e chitarre. La fa da padrone la voce sicura del leader Angelo Sabia, che ruggisce, inneggia, e ci trasporta lungo 12 canzoni dai toni fiammeggianti, sin dal paradigmatico titolo “Tutto è guerra”. Poca speranza e molta intensità in Tragedie annunciate e in Ist die Zeit, suoni sinistri che fanno capolino in Abracadabra. Un disco insomma di non semplice fruibilità, forse anche di difficile collocazione ma che mostra degli artisti maturi e con idee chiare, più che altro con una “visione” da condividere, tra Muse e certo noise rock.

David Ragghianti “Portland” (CaipiraRecords / Musica Distesa)
Esordisce con un filo di voce, senza urlare o sgomitare, il cantautore toscano David Ragghianti, all’insegna di un pop d’autore, ricordando a tratti Giuliano Dottori, qui in veste di produttore. David tuttavia è in grado di farsi ascoltare, non deve ricorrere a chissà quali orpelli per emergere, laddove brillano arrangiamenti magari un po’ scarni e pressochè acustici, ma raffinati e soavi, portatori di luce e candore più che di ombre e paure, nonostante testi che spesso ci fanno immergere nella malinconica quotidianità. Passi esistenziali nella convincente 300 anni, nostalgia di ciò che potrebbe un giorno accadere nella disillusa eppur romantica Pause estive, con toni che diventano fiduciosi nella cadenzata a ritmo iniziale a suon di reggae in Se non ti ammali mai. Un lavoro omogeneo, dove la pecca che vi si può riscontrare è quando alla fine degli ascolti ti rendi conto che, a conti fatti, nessun brano è riuscito a spiccare e prendere quota sugli altri.

Emmanuelle Sigal “Songs From the Underground (Brutture Moderne)
Sono dieci convincenti tracce a costellare l’universo sonoro del debutto di questa cantautrice francese di origine israeliana. Musica per palati fini, dove la canzone d’autore – dai cenni etnici – si sposa meravigliosamente con l’anima più sperimentale, in grado di unire nel calderone tendenze swing, folk e minimal-elettroniche (se si pensa alle atmosfere vagamente new age di Happiness). Blues train che apre il disco è forse il brano più a fuoco, frizzante e dai toni caldi, mentre altrove si fa strada la malinconia che però non scende nei meandri della mestizia (la titletrack, per lo più sognante, o la fluttuosa Deepcoldsea. Le canzoni toccano temi profondi, essendo debitrici dell’amore della Sigal per le opere di Dostoevskij ma non fatevi ingannare dall’ingombrante mentore: l’aria è serena e per nulla pesante!

Laurex Pallas “La prestigiosa Milano-Montreaux” (Rodeo Dischi)
Collettivo giunto al termine di una trilogia, definita “della fatica”, iniziata nel 2007 e tutta dedicata a mitiche corse ciclistiche. Nella fattispecie si attinge a un mondo fatto di contrasti, di metafore, di ironia velata o meno, che emerge soprattutto nei testi e nelle idee dell’ensemble. In un miscuglio sonoro schizofrenico, dove non mancano pregevoli spunti dal punto di vista degli arrangiamenti (ci sono fiati, violoncelli, pianoforti, intrecci di voci) mancano però le canzoni significative, quelle che finiscono per fare la differenza. Piace il ritmo cadenzato di Ninna Nanna della cabina(tema davvero insolito, sulla solitudine delle cabine telefoniche!) e la bandistica Luci d’alba ma per il resto come detto, le melodie non ci paiono all’altezza degli spunti narrativi.

Paolo Zanardi “Viaggio di ritorno” (Lapidarie incisioni)
Compositore maturo ed eclettico, già autore e compositore dei Borgo Pirano, Zanardi, pugliese trapiantato a Roma, attinge per questo suo quarto album a tutto un immaginario legato alla canzone d’autore italiana, quella più oscura e raffinata, a partire dalla citazione quasi esplicita di Piero Ciampi nell’iniziale, bellissima ed evocativa, C’è splendore in ogni cosa, in grado di catapultarti nelle balere anni ’60, come ha spiegato lo stesso autore. Il secondo brano L’arca di Noè parte da un sogno, e lì finisce per trasportarti, mentre la voce graffiante emerge principalmente nelle narrazioni diOspedale militare (storia di un travestito), ispirata a un fatto vero, vivace anche dal punto di vista musicale. L’omaggio a Marylin nel brano quasi eponimo è una divagazione onirica che ci rimanda a certi autori degli anni ’80, anche nel modo di interpretare e raccontare una storia. Al di là di intenti nobili e di riferimenti “alti”, a tratti sembra di ascoltare Luca Carboni o esponenti pop degli anni ’60… non che sia un male, ma forse nemmeno il massimo dell’attualità!

La verità sul ritorno degli Scisma

A bocce ferme, ora che la tempesta è passata, il rincorrersi di voci pure, con la presa di posizione della casa discografica e del gruppo stesso, finalmente pronti ad annunciare la verità, posso permettermi di tornare sull’oggetto della discussione.

http://www.woodworm-music.com/2015/09/02/scisma/

Giorni fa, esattamente sabato, noi di Troublezine.it, ce ne uscimmo con un articolo di questo tenore, inerente un ritorno importante nell’ambito della musica rock italiana: quello degli Scisma!

http://www.troublezine.it/columns/20088/scisma-pronti-a-tornare

La band della sponda bresciana del Garda, attiva negli anni ’90 ha lasciato un segno profondo nei cuori di tanti appassionati ma non è il caso in questa sede di ripercorrere le tappe di quello splendido periodo (per questo vi rimando sopra al link del mio pezzo), qui mi preme soffermarmi sulla questione delle fonti.

Riccardo Cavrioli, non solo bravissimo giornalista musicale in forza a Rockerilla e tra i più influenti redattori del sito per cui collaboro, ma soprattutto un carissimo amico,“fiutato” il colpo, mi aveva commissionato il pezzo, tenendo conto poi che all’epoca io e lui eravamo davvero vicini al gruppo, non solo presenti ai loro show in qualità di spettatori, ma lavorando come speaker per una radio locale, avevamo avuto modo di conoscerli bene, intervistandoli più volte ed entrando, in un periodo molto lontano dai social, in amicizia con tutti i componenti. Non fummo gli unici ovviamente, perché se c’è stata una band all’epoca in grado di fraternizzare con i loro fans, grazie a modi affabili, gentili e a una encomiabile disponibilità e umanità, è quella degli Scisma, però specie Ricky ha mantenuto i rapporti con loro, nonostante col tempo, considerata che poi l’attività del gruppo terminò a inizio decennio del 2000, siano divenuti più sporadici.

Io per scrupolo, documentandomi per avere conferma di una data precisa su un evento che li riguardava (nella fattispecie, il loro ultimo concerto ufficiale), feci la cosa più semplice e a portata di click del mondo, consultare wikipedia. Lì ho trovato la prima notizia relativa al ritorno degli Scisma, data per “ufficiale”, con tanto di uscita di un nuovo album ad ottobre. Quelle “famose” due righe stringate che poi hanno fatto letteralmente il giro del web fra i tanti appassionati di musica italiana. Ecco il punto: già il giorno stesso, ma soprattutto in quelli successivi, le condivisioni (nonostante Troublezine sia stato il primo sito a scrivere un articolo vero e proprio sul loro ritorno) della notizia si sono susseguite, tutte riportando come fonte wikipedia.

Non solo, sono pure affiorati diversi commenti qua e là di persone che “sapevano” la notizia ma che, quasi fosse un tacito accordo, l’avevano tenuta per sé. Come fatto da noi, ad esempio.

Lo scrupolo nel pubblicare l’articolo è stato massimo, ma nel momento in cui wikipedia aveva anticipato la stessa label per cui uscirà il disco (la Woodworm che si era, come dire, limitata nei giorni precedenti a lanciare l’amo dalla propria pagina facebook, parlando di uscita imperdibile o una roba del genere), pur dopo altro attento confronto, abbiamo deciso fosse il caso di pubblicare PER PRIMI la notizia.

E sì, riportando wikipedia e mantenendo il dubbio (anche se dire che avessimo fonti vicinissime agli ambienti del gruppo è riduttivo), perché così ci sembrava giusto e, soprattutto, professionale.

Che poi, specie negli ambienti legati al giornalismo indie rock, la notizia tra gli addetti ai lavori fosse più o meno nota (al punto – come detto prima –  che gli “io lo sapevo” si sono poi sprecati!) è un altro discorso, ma di fatto essendo stati i primi un po’ di merito mi sembrava giusto riconoscercelo. Non abbiamo urlato allo “scoop”, un po’ perché non rientra nel nostro stile, e un po’ perché wikipedia rimane, da dicitura, un’enciclopedia libera, aperta a ogni utente (quindi per natura non necessariamente attendibile, non scopro certo l’acqua calda) e non ci andava, non citandola, di dare l’idea al gruppo e alla casa discografica che avessimo avuto la classica “soffiata”.

Che però solo pochi abbiano avuto l’accortezza di linkare il nostro pezzo nel dare la notizia, preferendo annoverare tra le fonti wiki, quello scoccia. Saremmo anche piccoli ma sappiamo lavorare. Siti a vastissima diffusione come quelli di Xl e di Rockit hanno bellamente evitato di farlo. Rockit ha dato la notizia ben due giorni dopo e noto che in tanti poi hanno condiviso la notizia prendendola da loro.

Non sono ingenuo, è naturale che un sito come Rockit abbia tantissimi visitatori e lettori di più rispetto a un sito indipendente come Troublezine, però ritengo che esser stati cauti nel dare la notizia, tenendo il beneficio del dubbio, pur sapendo benissimo che la reunion e relativo disco erano cose certe, ci abbia col senno di poi, penalizzato. Avessimo sparato lo scoop ci sarebbe stato più risalto.

Da che mondo è mondo, pesce grande mangia pesce piccolo, e pazienza se ci hanno “sorpassato”, andando al limite a riprendere la notizia da wikipedia ma il punto, anche molto semplice da comprendere, è questo: chi si è preso la briga di andare a consultare, così dal nulla, la pagina wiki degli Scisma?

Siamo stati noi di Troublezine, e nella fattispecie io, mentre stavo scrivendo il mio articolo.

Non ci sono passato per caso… No, perché sembra che dalla sera alla mattina, tutti si siano svegliati con l’irrefrenabile curiosità di andare a consultare la pagina degli Scisma, che probabilmente era silente da un bel po’. Oppure forse la famosa scritta inerente il loro ritorno vi campeggiava già da giorni ma nessuno l’aveva letta. Quindi, io l’ho letta e l’ho divulgata, su questo non ci piove! Sono rimasto davvero esterrefatto nel trovar scritto qualcosa che non era ancora ufficiale, e a quanto pare nessuno del gruppo e della casa discografica ne era al corrente. Ma una volta che quella fonte, anche se non ufficialmente confermata dalle parti, era on line, a Troublezine abbiamo deciso di anticipare tutti, pubblicando l’articolo.

Perché di quello si tratta nel mio caso, di un articolo vero e proprio, con tutti i crismi, non di una semplice trasposizione di due righe prese da wikipedia.

(Va beh, ho voluto sfogarmi, portate pazienza! 🙂 ) 

Poi, chiaro, la cosa importante (e qui parlo da appassionatissimo di musica indie italiana quale sono, e di musica rock anni ’90, più che da “addetto ai lavori”) è constatare quanto risalto, quanta importanza abbia assunto il ritorno degli Scisma.

Anche solo il fatto che se ne parlasse nelle retrovie, ci regalava forti emozioni. E sapere che si esibiranno nuovamente dal vivo per tre concerti ad ottobre è stupendo: non potrò mancare certamente, per tutto quello che hanno rappresentato per me e per un’intera generazione di ascoltatori di rock italiano.

Grandissimi Scisma! E’ proprio vero che non li avevamo dimenticati!

Recensione del nuovo disco degli Africa Unite “Il Punto di Partenza”: passano gli anni ma il gruppo torinese è sempre in grado di rinnovarsi con successo

Condivido con gli amici del blog la mia recensione del nuovo bellissimo disco degli Africa Unite che ho scritto per il sito di “Troublezine”

http://www.troublezine.it/reviews/21470/africa-unite-il-punto-di-partenza

Sono tornati in pista dopo 5 lunghi anni dall’ultimo loro disco di inediti (“Rootz”) i torinesi Africa Unite, esponenti di spicco del reggae italiano, da sempre però visto in chiave assolutamente moderna, grazie a combinazioni sonore efficace che mescolano tanti suoni e arrangiamenti.

Una storia ormai lunghissima, visto che i primi esperimenti musicali dei due leader Bunna e Madaski risalgono addirittura a 35 anni fa, e fa specie vedere questi due giovani cinquantenni approcciarsi alla materia con un entusiasmo così genuino, puro, totalmente immutato dopo tanto tempo, nonostante l’acqua passata sotto i ponti, le vicissitudini ma soprattutto i molti consensi e successi, al punto da renderli punto di riferimento imprescindibile non solo per gli amanti di Bob Marley et similia, ma di tutto un movimento tricolore all’insegna della ricerca, della sperimentazione, della qualità, di una maniera alternativa di proporre testi e musica.

E in questo recentissimo “Il punto di partenza”, prima dispensato in free download, alla faccia di stantie logiche commerciali e solo dal vivo, dopo i concerti, distribuito fisicamente su cd, si ritrovano forti e chiari tutti i temi da sempre presenti nella loro poetica, ma sicuramente attualizzati ai tempi che corrono inesorabili, sempre più veloci e frenetici.

In questo gli Africa sono sempre stati dei maestri, nel saper cogliere attimi di una realtà che ti scorre accanto, spesso travolgendoti. Hanno pensato tante volte, riuscendoci, di fissare polaroid, non solo mettendoci la faccia su questioni socio-politiche, non nascondendo mai le proprie idee in tal senso, ma anche scrutando l’orizzonte e ampliandolo sul mondo.

E in particolare in questo ultimo lavoro, l’accento sembra essere fissato sul qui e ora, sulle problematiche legate al nostro tempo, a un’attualità fatta di apparenza, di effimero, della potenza dei social, del voler autorappresentarsi tramite gli status, il numero dei like e cose che a pensarle a inizio del loro percorso artistico sembrava fantascienza.

Certi temi ricorrono frequenti, mischiandosi a occhi puntati sulle ingiustizie del mondo, senza però cadere nella retorica e anzi andando dritti al sodo, come nel convincente duo “L’attacco al tasto” e “L’attacco alla corda”, quest’ultima versione impreziosita in maniera ottimale dall’apporto del quintetto di formazione classica “Architorti”. Una collaborazione la loro nata quindici anni prima e che qui fa rendere al meglio un pezzo dai forti connotati sociali, con l’incisione di ben 200 archi nell’arrangiamento.

Molto significative sono anche l’elettronica, straniante “L’Esercito con gli occhiali a specchio”, dove l’anima di Madaski emerge in pieno, per uno dei brani più esemplificativi dell’intero album. Molto efficace il cantato a due voci, per un pezzo che può inserirsi tra le canzoni migliori mai realizzate dalla band.

L’aspetto dualistico del gruppo, con i due leader complementari nelle loro peculiarità (Bunna più solare e legato al reggae delle origini, Madaski più sperimentale e oscuro) funziona alla grande anche in brani come “La teoria” – molto melodica –  e “Ritratti”, dai suoni sintetici e freddissimi.

A tenere alta la bandiera del reggae ci pensa una delicata, intensa “Riflessioni” che immaginiamo molto forte nelle esibizioni live.

Non si tratta di un album facile, certamente lo è meno rispetto al precedente, nel quale gli Africa concettualmente avevano sentito l’esigenza di tornare alle proprie origini. Qui invece emerge tutta la voglia di rischiare, di mettersi in gioco, di tentare strade difficili, ostiche, nel presentare brani urticanti, nati per provocare reazioni, o più semplicemente per far pensare, non limitando la musica a un sottofondo o a un espediente per ballare. Perché con loro, da sempre, il ballo, la bellezza del muoversi, il senso del ritmo, insito nelle loro canzoni, va sempre a braccetto con il contenuto, con idee, tale da far muovere in perfetto sincrono cuore, gambe e cervello.

Eroi musicali anni ’90: Ed Kowalczyk (Live)

dal sito di Troublezine, sempre per la mia rubrica “90’s Memories”, condivido con voi il mio articolo su un grande frontman, Ed Kowalczyk dei Live.

http://www.troublezine.it/columns/20068/90s-memories-ed-kowalczyk

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Il nome di Ed Kowalczyk potrebbe dire ben poco all’appassionato “medio” di certo rock internazionale, eppure c’è stato un tempo non molto lontano che questo cantante, dalla voce particolarmente graffiante e potente, con i suoi Live (nome invero non molto originale!) dominava letteralmente le classifiche di Billboard, riuscendo a vendere svariati milioni di copie nel mondo del loro più fortunato disco “Throwing Copper”, uscito nel 1994.
Già, erano tempi in cui il rock americano stava vivendo un vero e proprio rinascimento, dopo l’esplosione del movimento grunge, capace di issare in cima al mondo gruppi poi divenuti immortali come Nirvana in primis ma anche Pearl Jam, Soundgarden, Alice in Chains, Stone Temple Pilots, solo per citare i più noti.
Questo filone, manifesto di un genere in fondo ibrido ma forse meno rivoluzionario nei suoni di come al tempo ci fu presentato (probabilmente perché si avevano nelle orecchie ancora i suoni plastificati degli anni ’80), ha fatto da traino per la nascita e la crescita di moltissime altre band che col grunge c’entravano davvero poco.
Eppure è indubbio come gli sperimentali Everlast, la Dave Matthews Band, i rabbiosi Rage Against the Machine (tra i primi a fondere suoni duri e chitarristici con istanze e urgenza comunicativa tipica dell’hip hop, dando il via al Nu-Metal) o i più derivativi Bush abbiano beneficiato tantissimo dei rimandi dei ragazzi di Seattle.
Edulcorando il tutto, sia nel look che nella proposta musicale, seppero imporsi a livelli impensabili anche gruppi tutto sommato “innocui” da un punto di vista puramente musicale, penso agli Hootie and the Blowfish, il cui loro disco “Cracked rear view” fu in assoluto il più venduto del 1995 in tutti gli Stati Uniti, ai Counting Crows del carismatico leader Adam Duritz e appunto ai Live di Ed Kowalczyk.

Già autori di un brillante esordio, “Mental Jewelry”, nel 1991, contenente una futura hit del gruppo (The beauty of gray), colpirono l’immaginario di molti per i testi molto spirituali del leader, nato in Pennsylvania ma di chiare origine polacche e per le melodie incalzanti.
Era soprattutto però la carica interpretativa del cantante a colpire, la sua voce capace di arrivare dritta al cuore degli spettatori.
Qualcosa sin dal primo disco si mosse nell’immaginario del pubblico americano ma nel 1991 appunto si era davvero in piena fioritura di molti gruppi grunge, e con loro stavano deflagrando nel mondo i fantastici R.E.M. con il loro epocale “Out of Time”, trainata dalla hit divenuto uno standard del rock, Losing my Religion, oltre a gruppi più “tosti” come Metallica, Red Hot Chili Peppers e soprattutto Guns’ n’ Roses.
Fu con il seguito “Throwing Copper” che anche i Live seppero tagliarsi una fetta importantissima di mercato nel contesto della musica mainstream americana, con un disco senza punti deboli.

Le fortunate intuizioni dell’esordio culminarono in canzoni ad immediata presa melodica, perfette, magnificamente suonate e prodotte in maniera cristallina, come ci fosse l’intento velato di ammorbidire il rock, renderlo più potabile anche all’ascoltatore da radio fm.
Così apparivano a un primo ascolto le canzoni di quel disco, certamente intrise ancora di spessore e di una profondità testuale notevole (basti ascoltare Lightning Crashes, quella che maggiormente colpì il pubblico americano, riuscendo ad arrampicarsi fino alla prima posizione della classifica dei singoli, per poi rimanervi per ben dieci settimane consecutive) ma allo stesso tempo più semplici e meno pretenziose.
Soprattutto fu importante, quasi decisivo per la loro affermazione su vasta scala la loro partecipazione a un programma molto rilevante all’epoca: “Mtv Unplugged”.
Fu in quell’occasione, ormai più di 20 anni fa, che ebbi per la prima volta modo di sentirli e di vederli, dopo che il loro nome aveva già fatto capolino nelle charts, destando la mia curiosità. Non esisteva Internet e le poche tv musicali erano orientate su altro, così quella partecipazione fu seguita da me con particolare interesse.
Mi innamorai all’istante di quelle canzoni, della ultra melodica Selling the drama, canzone capace di valere un’intera carriera (se l’avesse cantata Michael Stipe a quest’ora sarebbe nella top 5 della storia dei R.E.M), della diretta I Alone. Ma non lasciavano indifferenti a primo ascolto nemmenola già citata Lightning Crashes, commovente ballata dedicata a una ragazza scomparsa troppo presto, mentre brani come All over You o Shit Towne erano in odor quasi di punk.
Mi sembrava di vedermi materializzato davanti il giusto mix tra Nirvana e R.E.M. (con Stipe come modello ispiratore evidente), e poco mi importava che questo nascondesse di fatto una scarsa originalità da parte del gruppo, che infatti – spentosi l’eco dell’album, capace comunque di produrre milioni di copie, solo 8 negli USA – non fu più in grado di mantenere certi standard.

Uno stato di grazia che fu espresso solo in parte nel successivo, attesissimo “Secret Samadhi”, che già a un primo ascolto mi parve più “pomposo”, eccessivamente carico, sostanzialmente sin troppo cupo, tetro, con la positività del messaggio andato perduto nel malessere interiore di Kowalczyk, il quale accentuò ulteriormente il suo lirismo, riversandolo nei pezzi che però persero inevitabilmente in freschezza e accessibilità.
Non basta avere una voce fuori dagli schemi a garantire il successo e la longevità artistica e a mio avviso i Live semplicemente non furono più in grado di trovare il giusto, perfetto equilibrio, tra un’anima tormentata e uno spirito più genuinamente pop, ingredienti che miscelati in maniera vincente, andarono a confezionare il boom di “Throwing Copper”. Mancando questa alchimia tra le parti, le canzoni furono penalizzate, risultando pesanti, blande, in definitiva avevano perso la loro espressione, la loro forza, quella che magistralmente Ed era sempre riuscito a trasmettere.

Sulla scia del precedente album, comunque “Secret Samadhi”, riuscì a mettere in fila un buon numero di copie vendute (soprattutto in Europa, visto che in USA le vendite si dimezzarono, nonostante un esordio al primo posto della classifica di Billboard) ma la magia del sound era ormai perduta, e poco valse la valida produzione di JayHealy.
La band così tornò nei propri binari, pubblicando altri album, lontani sempre più dal clamore e dal riscontro generale del pubblico, fino a gravi beghe relazionali tra i componenti e lo stesso leader, che sancirono la dipartita di quest’ultimo, in un flusso incontrollato di polemiche e strascichi per l’utilizzo della sigla sociale.
La scamparono i musicisti Chad Taylor (chitarra), Chad Gracey (batteria) e Patrick Dahleimer (basso), anch’essi membri fondatori del gruppo, che proseguirono l’attività con il nuovo cantante Chris Shinn ma è innegabile che il nome Live fosse indissolubilmente collegato a Edward Kowalczyk, in grado di catalizzare da solo l’attenzione di tutti e di rappresentarne quasi essenzialmente le fortunate gesta.

Ed in veste di cantautore si renderà in seguito protagonista di progetti solisti “minori”, nei quali è però facilmente riconducibile il suo passato migliore. Ora appare riappacificato, forse più a suo agio in una dimensione più “casalinga”, lontano dai riflettori, sebbene i suoi live – scusate il gioco di parole! – siano in realtà affollatissimi e le sue tourneè vadano ancora con successo a toccare più parti del mondo, visto che accanto a momenti suoi è chiaro che la gente si aspetti da lui di sentirsi cantare i successi della vecchia band. E proprio nel 2014, in occasione del ventennale del loro disco più fortunato, Kowalczyk ha praticamente riproposto invariata tutta la scaletta dell’epocale “Throwing Copper”, tra il tripudio degli spettatori, facendo svariati sold-out, dall’Australia al Giappone, dall’Olanda alla Germania.

Saranno stati anche ripetitivi, per alcuni detrattori dei meri cloni, ma io da poco più di adolescente qual’ ero, fui letteralmente travolto a livello emotivo da quelle canzoni e per me i Live restano tra le meteore più fulgide degli anni ’90!