Quante polemiche sul Concertone del Primo Maggio! Solo a me piace ancora ascoltare certa musica?

Lo ammetto, da nostalgico quale sono, e da sentimentale in genere: credo che le migliori edizioni del Concertone del Primo Maggio – quello in onda da Roma, per capirci – siano state quelle degli anni ’90, quando sembrava ci fosse un’alzata di cori genuini in merito a tematiche sociali che in teoria sempre dovrebbero essere preminenti, in primis ovviamente quella del lavoro.

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Non sono ingenuo e ben presto ho capito come in realtà ci siano molti interessi legati a una promozione in alcuni casi “esagerata”, data da un’esibizione fatta davanti a milioni e milioni di telespettatori, con conseguente sdegno di chi – ancora oggi, è capitato ad esempio ai Marlene Kuntz, una delle nostre migliori espressioni rock da 20 anni e oltre a questa parte, o ieri, pensiamo agli Afterhours – si vede scippato parzialmente di questa ghiottissima opportunità, magari con una performance troncata dall’incombente incedere  delle pubblicità.

Solitamente però non mi faccio tutte ste pippe mentali: leggo assurdi contributi (post,  commenti) nati solo per criticare, bistrattare, umiliare questo o quell’artista che anche quest’anno, fuori tempo massimo vedendo il tristissimo scenario attuale in ambito culturale e sociale, ha voluto calcare quel palco.

Magari sono artisti che già ci sono passati con alterne fortune, magari sono altri che pagherebbero oro per andarci, magari sono semplicemente “leoni da tastiera” che, per lo stesso astruso meccanismo, si ostinano a guardare controvoglia (ma sarà davvero poi così?) l’evento per poi atteggiarsi a portatore di verità assolute, stroncando tutti. E vale anche se si parla di X Factor, The Voice, il Festival di Sanremo, come se davvero NULLA ma proprio nulla fosse di gradimento a un qualsiasi orecchio.

L’ho detto in apertura di post: io per primo sostengo la “causa” degli anni ’90, credo che quel tipo di fermento difficilmente si potrà più ricreare, però cazzo, proprio perchè ormai ci siamo disabituati a sentire la musica in tv, che non sia quella preconfezionata, “di plastica” propinataci dai mille mila talent show, io attendo sempre di ascoltare quegli artisti che mantengono ancora quell’aurea di “alternativa”.

Poi anch’io faccio zapping all’ennesima tarantella, al discorso prolisso e retorico, e agli slogan facili, forse perchè non li percepisco sinceri, però riesco ancora a tirare una boccata d’aria quando vedo appunto i già citati Marlene (comprendendone appieno lo sfogo, visto che anch’io, comodamente dal salotto di casa, attendevo di farmi per l’ennesima volta cullare dalla splendida “Nuotando nell’aria”), gli amici Perturbazione – splendidi e come sempre di un’umiltà e gentilezza senza eguali -, il must Vinicio Capossela, di cui trepidamente aspetto il nuovo disco per stupirmi come la prima volta che lo ascoltai, l’eterno giovane Max Gazzè, il tormentato Grignani, che deve accontentarsi delle briciole del pomeriggio solo con chitarra acustica, Fabrizio Moro, l’elegante Gary Dourdan, riuscendo persino a provare tenerezza e empatia per i TheGiornalisti, visibilmente emozionati e altrettanto consapevoli di cosa stavano vivendo, per una tappa importante della loro carriera.

Insomma, lunga vita al Concertone, con tutti i suoi pregi e difetti, le macchinazioni, le furberie e i magna magna… (ecco, così ho completato l’elenco nero), e anche se ogni anno mi beccherò il grande Enzo Avitabile o i Modena, gli stessi che un tempo facevano palpitare il mio animo barricadero a suon di “Bella Ciao” e “Cento Passi”, beh, mi limiterò a sorridere, ma dopo le prime note sarò di nuovo idealmente sotto al palco a ballare e scatenarmi!

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Le mie recensioni di Gennaio 2016 per Troublezine: il disco OndAnomala di Mimmo Crudo e Lady U e quello di Difiore.

Amici del blog, condivido anche con voi alcune delle mie recensioni uscite per la rubrica “Recensioni in pillole”, su Troublezine.it,  relative alle ultimissime novità provenienti dall’indie italiano. Io ho scritto dei dischi di OndAnomala di Mimmo Crudo e Lady U e Difiore.

Linko volentieri tutto il pezzo con le uscite di Gennaio 2016, così avrete modo di leggere tutti i contributi dei vari collaboratori del sito e trovare musica per tutti i vostri gusti. 🙂

http://www.troublezine.it/columns/20115/recensioni-in-pillole-gennaio-2016

OndAnomala di Mimmo Crudo e Lady U “Tu ci sei” (MK Records/Self)
Un connubio riuscito quello tra uno dei nomi più significativi del Parto delle Nuvole Pesanti (il bassista e compositore Mimmo Crudo) e la performer Francesca Salerno, in arte Lady U, poetessa e cantante. Un progetto costruito a Bologna ma che ha radici lontane, viste le affinità intellettuali tra i due e l’idea che balenava in testa in realtà già da molto tempo. In questi dieci pezzi si respirano tante atmosfere diverse, all’insegna di una “patchanka” musicale efficace e di un’urgenza comunicativa, a volte affidata al calore e alla sensualità della voce (come ad esempio inStringimi o nella struggente Cori Umani, altre all’irruenza dei suoni, penso a Le cose che mi restano, che viene sin troppo semplice accostare agli episodi più rock del gruppo primigenio di Mimmo Crudo. Ci sono temi anche forti e ben scanditi, ad esempio in Salvami o nella malinconica Tunnel. Suoni folk, più legati alla Terra sono quelli di Salta Anita, in odor di pizzica o nella vivace e ballabile Acikof Song. Un disco ben scritto e suonato, che piacerà molto probabilmente ai cultori del genere folk rock mediterraneo, pur non rappresentando uno dei vertici artistici di quel filone.

Difiore “Scie chimiche” (L.M.European Music)
Giordano Di Fiore, in arte Difiore, in queste 13 canzoni spazia da tematiche politiche (come nella convincenteNovecento) ad altre esistenzialiste (Un’altra carta, L’amore non c’è) o più prettamente intime (nella riuscita ballata In bilico, la più ritmata Emotili e la conclusiva Occhi di donna, molto degregoriana nel cantato). Il brano più ficcante, in cui il testo si distingue maggiormente, è la diretta titletrack, in cui il tema sociale va a braccetto con una poetica felice. Molto esplicita è Compagni (senza rancore), anche se forse troppo infarcita di luoghi comuni. Musicalmente, a parte forse l’ironica e vivace Ti voglio bene e un breve intermezzo folk, il disco suona molto minimale, essendo praticamente acustico o al limite spruzzato di un’elettronica vintage usata da corredo. Del Brasile, nota passione del Nostro, che dalle frequenze di Popolare Network conduce un seguito programma dedicato alla variegata musica di quel Paese, non c’ è purtroppo traccia, e il disco finisce per ripiegarsi un po’ su sé stesso, risultando fragile e senza quei guizzi di fantasia che forse era lecito attendersi.

Musica alternativa italiana anni ’90: Mira Spinosa

Dopo i trentini C.O.D. proseguo il ripescaggio di nomi interessanti che non sono riuscito, spesso per mancanza di spazio, a inserire tra i magnifici 101 trattati nel mio recente saggio dedicato agli artisti italiani degli anni’90, “Revolution ’90”, edito da Nulla die Edizioni.

Questa settimana ho pensato bene di rimediare al vuoto lasciato dalla band “futuristica” dei Mira Spinosa, che all’epoca dell’esordio discografico, faceva capo alla vocalist Mirka Valente e al polistrumentista Filippo D’Este. Era un periodo florido per le voci femminili, che stavano venendo alla ribalta da più fronti e seguendo ognuna una propria strada: il pop punk coi Prozac +, il pop rock con i Soon, il rock noise con gli Scisma, il punk più grezzo dei Pitch, l’elettronica spoglia di Ustmamo ma in mezzo a questi nomi poi resi piuttosto celebri stava tutto un sottobosco pronto a farsi notare. E il Consorzio, valorosa etichetta nata in seme all’attività dei gloriosi C.S.I. fu tra i primi ad accorgersi del fenomeno, pubblicando un disco a tema davvero originale e unico nel suo genere. In “Matrilineare”, cui partecipa splendidamente anche la Valente, si assiste all’esordio ufficiale del duo, nel 1996, felice preludio a quello che sarà un intero disco di inediti, che sarà disponibile sempre sotto egida C.P.I. l’anno successivo.

“Aghar Piar Milegha” mostra un gruppo già pienamente maturo, in brani come l’onirica “Fa male”, dove si sentono inevitabili echi degli allora lanciatissimi Ustmamo ma anche (e soprattutto) un sound proprio, moderno, elettronico ma con radici che affondano in altri contesti. La canzone che dà il titolo all’intera raccolta è molto profonda, intimista, quasi “ambient”, con la voce di Mirka che flutta in mezzo ad arpeggi gentili. Il cantato sembra aprirsi anche all’Irish Style in alcuni frangenti, nonostante manchino gli strumenti tipici di quelle espressioni musicali. A spiccare e fare la differenza era senz’altro la capacità della cantante di ben modulare la sua voce a seconda degli episodi. Brani cantati non solo in italiano, e anche questo ne faceva un tratto distintivo. Un solo disco pubblicato nel decennio dei ’90, poi replicato nel 2000, quando però i tempi erano necessariamente cambiati e i riflettori sulla band, non propriamente spenti (visto che, seppur con una piccola realtà e distributi da Audioglobe, pubblicheranno un terzo album nel 2003) ma nemmeno puntati con decisione e carichi di  aspettative come era successo ai tempi dell’esordio.

Alla scoperta di Nadia & The Rabbits, autori di un album senza tempo! Intervista a Nadia von Jacobi e Bernard Bauer

Nadia von Jacobi è la titolare del multiforme progetto artistico musicale “Nadia & The Rabbits” che ha esordito ufficialmente un anno fa con l’album “NoblesseOblique”, uscito sotto egida Mescal, la storica etichetta indipendente piemontese.

L’artista bavarese, ma ormai italiana d’adozione, è riuscita in questo disco a condensare nel migliore dei modi le sue varie anime e influenze, lasciando libero sfogo a tanta creatività, diffusa in modo massiccio ma estremamente curato tra le pieghe delle 11 tracce dell’album, la maggior parte delle quali in lingua inglese, senza tralasciare l’italiano e il tedesco che qua e là fanno capolino (“Tipico” e “Obliqua è la mia nobiltà” sono in italiano, lingua inserita anche in un breve estratto di “Spring will come”, uno dei più riusciti del lotto, mentre l’efficace “Moongirl” è in lingua tedesca).

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Nei giorni scorsi ho avuto modo di intervistare telefonicamente la stessa Nadia e Bernhard Bauer, uno dei pilastri del gruppo (nonché suo sodale compagno, non solo a livello professionale) dopo che li avevo conosciuti entrambi in occasione della “prima” del tour  post-Sanremese dei Perturbazione, avvenuta nella mia città, Verona. Un tour per il quale Nadia & The Rabbits fanno da apripista in moltissime date per i loro famosi compagni di etichetta. Già all’epoca rimasi molto colpito dalla qualità, dalla passione e dalla personalità dei due – che presentarono alcuni brani dell’album in versione più scarna e acustica rispetto ai suoni del disco ma con medesimo e innegabile appeal – ben miscelate ed egregiamente assortite nel modo di porsi al pubblico e presentare la loro proposta. La voglia di scoprire, di saperne di più su questo insolito progetto ha infine prevalso in me, specie dopo numerosi e ripetuti ascolti da parte mia del loro interessante disco.

“Ciao Nadia, è un piacere risentirti. Innanzitutto mi complimento per il disco che sto consumando di ascolti e che, come mi dicevate, è molto più vario rispetto all’esibizione live che vi vedeva impegnati in formazione ridotta a due elementi, anche se poi Bernhard sul palco riusciva a suonare più strumenti nello stesso brano. Ciò che mi ha colpito è la naturalezza del suono e il fatto che non ci sia uno scarto qualitativo tra un brano e l’altro, nonostante le diverse atmosfere evocate dalle canzoni. Dall’inizio alla fine riuscite ad accompagnare l’ascoltatore come in un viaggio… E’ una mia sensazione o è un aspetto al quale avevate pensato in fase di preparazione?”

N.“Ciao Gianni, ci fa piacere che tu abbia percepito questo perché l’idea alla base del disco era proprio quella di ricreare diverse atmosfere, come se il tutto fosse frutto non solo di un viaggio fisico ma anche metafisico, mentale, per creare suggestioni diverse”.

Prima di tornare sul disco chiedo a Nadia dell’esperienza che stanno portando sui palchi di tutta Italia con i Perturbazione, freschi reduci della fortunata ribalta sanremese. Per lei e i Rabbits si è trattata di un’occasione unica se non altro per la possibilità di suonare davanti a platee numerose.

“Proprio così, al di là del fatto che ci stiamo divertendo un sacco perché siamo in compagnia di buoni amici e di grandissimi musicisti che stimiamo, quello che differenzia maggiormente i nostri live è il contesto, il fatto di suonare in location di medie grandi dimensioni alle quali non eravamo abituati. Siamo soddisfatti del riscontro, dell’accoglienza ricevuta e della possibilità – perché no? – di allargare un po’ il nostro pubblico”.

Come Nadia e Bernhard mi avevano chiarito, vi è una notevole differenza tra la proposta live eseguita nella data da me seguita a Verona (e riproposta con successo anche in altre città) in duo e quella molto ricca e variegata che si sente su disco, la cui produzione è davvero ben confezionata. Chiedo da dove nasca questa particolarità nelle esecuzioni dal vivo, così diverse a seconda dei contesti e la risposta sincera e disarmante di Nadia conferma l’eccezionalità del progetto.

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“Il nostro è una sorta di “gruppo aperto”, quasi una “comune” o meglio un “collettivo”, nel senso che moltissimi amici musicisti hanno contribuito egregiamente e attivamente alla riuscita del disco, e lo stesso accade per i concerti, nei quali ci piace che possano intervenire, a seconda di dove facciamo tappa, molte persone con le quali poter condividere l’idea e l’esperienza del concerto. Non avendo noi per primi una base fissa, è facile raccogliere nelle varie città, anche internazionali, tanti elementi che vanno ad arricchire il nostro sound”.

Insomma, pare che nonostante dietro ci sia tanto studio – e la storia personale di Nadia e Bernhard sta lì a testimoniarlo –  tanta applicazione e professionalità, la voglia di far emergere la creatività e di scoprire orizzonti musicali nuovi spesso e volentieri ha la meglio, cosicché la sperimentazione in concerto può prevalere su ciò che invece è studiato e preventivato.

“E’ vero, è successo che ci esibissimo in formazione più classica, in trio, con sax e fiati, oppure con basso, contrabbasso ed elettrica. Dipende da chi è in zona, in pratica, dal tipo di esperienza che ognuno può portare. Ci riteniamo un gruppo aperto, perché poi molti hanno progetti diversi e allora è giusto che si possano sentire liberi di sperimentare, di andarsene e tornare senza restrizioni. Ci piace – come si vede bene dal disco e come hai anche tu hai sottolineato –  variare negli arrangiamenti”.

Torneremo a parlare dell’importanza e della cura negli arrangiamenti più in là nell’intervista, ma a questo punto ho chiesto a Nadia e Bernhard di raccontarmi della loro esperienza in primis, di come loro per primi siano molto particolari nell’approccio alla musica

“Sono nata a Monaco di Baviera e per motivi di studio mi sono trasferita da giovanissima in Italia, precisamente a Duino, nel Triestino, dove ho frequentato una scuola particolare, quasi un ‘progetto pedagogico pacifista’, nello stesso istituto in cui ho scoperto più tardi che ha studiato anche Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione. Un ambiente molto bello e stimolante. In realtà ho sempre suonato, sin da bambina, iniziando a comporre “seriamente” all’incirca a 14 anni. Ma nei miei ricordi di bimba ho sempre scritto ecantato, avendo a modello soprattutto esponenti di quei miei anni di crescita e formazione (gli anni ’90) con il cantautorato che stava riemergendo forte, anche e soprattutto lanciando molti talenti femminili. Tra i classici la mia predilezione andava a gente come Joni Mitchell o Bob Dylan ma ben presto entrò prepotentemente nella mia vita tutta l’ondata new wave, dalla quale mi sentivo ben rappresentata, in particolare in gruppi come Cure, Depeche Mode e Echo& The Bunnymen”.

Dall’ascolto alla voglia di provarci il passo è stato poi breve immagino…

“Sì, formai una mia prima band a Firenze, proponendo cover di quelle band che tanto amavo: quindi il genere non si discostava molto dalla wave, rigorosamente suonata con musicisti della scena rock fiorentina di altissimo profilo, molti dei quali hanno contribuito anche a Noblesse Oblique, finchè nel 2007 le cose cominciarono a farsi più serie, quando venni avvicinata da coloro che poi sarebbero divenuti il primo nucleo sul quale iniziarono a ruotare i Rabbits. Erano Luca Rubio, Stefano Pavan e Camillo Achilli, che hanno dato la prima spinta fondamentale al progetto, aiutandomi a post-produrre il primo disco. A loro piacevano le mie canzoni, così si proposero di accompagnarmi come gruppo. Registrai quello che divenne il mio primo demo in una serie di concerti tra Londra e l’Italia. La post-produzione invece avvenne in una cascina dove giravano parecchi conigli (da qui il rimando ai “Rabbits” ). L’album “Song FairyFails”contiene già tante delle mie primissime canzoni e con i Rabbits iniziammo a farlo girare di palco in palco: era il 2009”.

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L’incontro con Bernhard avvenne in modo quasi fortuito, ma è indubbio che col suo ingresso, anche nella vita della stessa Nadia, le cose abbiano preso un’ulteriore spinta.

B. “Sono austriaco e la mia formazione musicale è prevalentemente quella classica, sulla scia della grande tradizione viennese, la mia città d’origine. Ho studiato per anni l’oboe – il mio strumento per eccellenza –poi con la mia ‘trasformazione’ in Rabbit mi sono evoluto polistrumentista, iniziando a suonare anche l’ukulele, il charango, la konzertina e il bass ukulele. L’incontro con Nadia è avvenuto per caso; ero in Italia,cercavo casa e lei affittava una stanza. Col tempo abbiamo scoperto tante affinità, a partire dal fatto che suonavamo.”

Anche l’attitudine di vita però è complementare, così come la voglia di ricercare, di creare, di trovare nuove suggestioni, anche a costo di spostarsi senza una meta precisa, con l’idea di viaggio non solo mentale, come detto all’inizio, tanto che il disco è stato registrato in più parti del mondo, come ad esempio a New Orleans, patria amata del jazz. Nel libretto, il cui packaging è curatissimo, vi sono anche belle foto al riguardo.

N. “Ci piace definirci “cosmopolitan gipsy”, amiamo viaggiare e sfruttare l’occasione per incontrare nuove persone e scambiare idee, energia. Eravamo a New Orleans, la Capitale del Jazz ed era impensabile per due come noi non provare a entrare in contatto con tante realtà locali. Lì il jazz lo respiri a pieni polmoni e ci tenevamo a ritornare in Italia con delle registrazioni.”

E la cosa che più mi ha colpito dell’intero lavoro sono proprio gli inserimenti in molte tracce dei fiati, il suono del sax, la tromba, il trombone che permea quasi tutto il lavoro, caricandolo di tanta raffinatezza e classe.

N. “Il nostro Rabbit Alberto Greguoldo ha suonato gli assoli di sax in tre brani, ma nel resto del disco abbiamo appunto avuto la possibilità di coinvolgere dei formidabili musicisti locali a New Orleans. Il disco è collettivo perché nonostante le canzoni nascano da me, poi vi confluiscono le idee di tutticoloro che partecipano. I musicisti con le loro esperienze vengono coinvolti e tutto viene poi sapientemente miscelato”.

Qui entra in gioco anche la sapiente ed esperta mano di LeLe Battista, abilissimo dietro le quinte nel dare omogeneità e un filo conduttore al tutto.

“Certamente l’apporto e il buon gusto di LeLe sono stati poi fondamentali. Sia nelle fasi delicate dell’editing che quando si trattava di comporre al meglio tutti i pezzi del puzzle. Quella sensazione di omogeneità, di coerenza di cui accennavi all’inizio è principalmente opera sua, che è stato in grado di contenere in un certo senso la mia esuberanza. Mentre lavoravamo, continuavo a proporre ulteriori arrangiamenti. Lui è riuscito, senza trascurare nulla o limitare il mio lavoro a dare un ordine preciso e coeso. Il suono si è fatto così molto dettagliato e profondo; in questo è stato fondamentale anche il missaggio in USA di Joe Marlett. Per le mani ormai avevamo davvero un prodotto ben curato, in cui credevamo molto. Noi suoniamo sempre ma non ci piace la concezione della musica “usa e getta”, al disco abbiamo lavorato per anni e per questo vogliamo valorizzarlo al meglio, portandolo in giro live il più possibile e sfruttando le occasioni che ci capitano per farci ascoltare.”

L’album in effetti ad ogni ascolto ti fa scoprire qualcosa: è registrato benissimo, curato in ogni fase della sua produzione. I suoni sono pulitissimi, così come la voce di Nadia capace di cambiare registro e di passare con estrema naturalezza a più soluzioni del suo cantato, come si evince dalla scelta, assolutamente spontanea di cantare in più lingue, nonostante la predilezione per l’inglese, lingua universale per eccellenza.

“Il fatto di essere poliedrici, di cantare in più lingue o di passare da arrangiamenti jazzati ad altri più classici (come ad esempio in “She’s like a wind” il cui arrangiamento in quartetto di fiati di legno è stato scritto da Bernhard e da me e registrato in Germania) nasce dal fatto che noi per primi siamo così, nella vita di tutti i giorni. E’ la nostra forza, la nostra caratteristica ed è questo che cerchiamo di trasmettere. Di conseguenza concepiamo anche la musica – parte fondamentale della nostra vita – in questo modo. “Spring will come” è in inglese, con inserto in italiano alla fine, mentre la prima traccia e la 9 (“Treasures Away” e “Obliqua è la mia nobiltà” )sono in pratica due facce della stessa medaglia: sono una la cover dell’altra”.

Con un disco così ben fatto tra le mani, e già autoprodotto nei minimi dettagli, è stato “facile” entrare in contatto con qualche etichetta discografica interessata al progetto. Quando è entrata in scena la Mescal?

“Avevamo già spedito il nostro album Song Fairy Tales e loro furono da subito colpiti dal fatto che questo fosse un live. Hanno manifestato interesse, senza la promessa di nulla ma di fatto abbiamo continuato a “frequentarci”, a conoscerci e una volta pronto il disco Noblesse Oblique hanno deciso di darci una chance, facendoci esordire ufficialmente. Siamo molto soddisfatti e vogliamo proseguire il cammino iniziato assieme che ci sta regalando tante soddisfazioni, come nel tour che stiamo approntando adesso in giro per l’Italia nel quale l’accoglienza nei nostri confronti è sempre molto positiva. Contiamo di proseguire sempre meglio con la nostra musica: intanto saremo impegnati per tutta l’estate tra Festival, concerti in Piazza; bellissime occasioni per far ascoltare le nostre canzoni”.

L’augurio sincero che faccio ai ragazzi è che possano ottenere delle meritate soddisfazioni dal loro lavoro, perché, al di là delle indubbie qualità artistiche e del talento da compositori e polistrumentisti, ciò che mi ha colpito è la tanta, genuina, debordante passione che sgorga dalle loro parole, l’entusiasmo che riversano in quello che fanno e il modo molto particolare e poco convenzionale che hanno di intendere e concepire la loro arte. In un mondo musicale e culturale che pare sempre più asettico e plastificato, il loro nome e il loro progetto sembra proprio una goccia nell’Oceano. In bocca al lupo a Nadia & The Rabbits!

 

In anteprima una mia intervista al grande Umberto Palazzo dei Santo Niente: un’occasione per parlare dell’argomento del mio saggio sulla musica italiana anni ’90 e sul suo personale percorso artistico

PELLEeCALAMAIO ha il piacere di ospitare Umberto Palazzo, protagonista del panorama musicale alternativo italiano sin dagli anni ’80, alla guida di varie band  e ora protagonista di interessanti e diversi progetti.

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 “Ciao Umberto, l’argomento del mio saggio di prossima uscita è sì la musica italiana emersa nel decennio dei ’90 ma anche il contesto in cui veniva intessuto lo sviluppo artistico e culturale, se in effetti c’è stato. Tu che ne sei stato protagonista in prima persona, è stata “rivoluzione”, rispetto alle derive anni ’80 o solo un’illusione?”

 All’ inizio degli anni novanta ci fu un momento di vuoto assoluto dominato dai Litfiba e dai loro emuli, che faccio fatica a definire musica che mi appartenga. Le contemporanee tendenze americane erano seguite  poco o nulla, però erano molto vitali le scene hardcore e “posse”. I CCCP si erano sciolti. Poi arrivammo noi, quello che fu poi chiamato il Nuovo Rock Italiano e in un certo senso ci fu una piccola rivoluzione, favorita dall’exploit mondiale del grunge.

“Vorrei partire analizzando i passi della tua lunga carriera. Eri un giovane che ti spostasti a Bologna per motivi di studi (poi completati)..un iter comune a molti, così come l’infatuazione per la città, i suoi stimoli. In cosa pensi sia cambiata l’atmosfera rispetto a quei tempi?” 

Bologna non mi dice più niente, è sempre una bellissima e civilissima città, ma non è certo il crocevia di idee e creatività che è stata per un certo periodo. Direi che oggi un posto vale l’altro, abbiamo internet e gli aperitivi è meglio non frequentarli.

“Ciò che scopristi in Inghilterra e che finì per influire nel tuo percorso artistico una volta rientrato alla base, era impossibile da trovare in Italia?

Più che impossibile. Non ce n’era alcuna consapevolezza.

Non eri rimasto incuriosito o affascinato dai gruppi primigeni di un certo recupero di rock in senso stretto (gli esempi scontati sono quelli dei gruppi dell’IRA: Diaframma, Litfiba, Moda ecc..) o i tuoi riferimenti musicali e culturali erano già ben definiti?”

 

Nell’ottanta/ottantuno i miei riferimenti musicali erano, per quel decennio, già definiti. L’IRA è venuta dopo, ma non aveva nulla a che fare con il recupero del rock, la new wave era la negazione esplicita del rock.

“Ho letto con piacere il libro di Andrea Pomini sulla storia dei Massimo Volume, il cui tuo contributo nella genesi del loro processo creativo è stato importante e talvolta ho impressione che non sia stato non valorizzato. Nel libro è stato illuminante sentire diverse versioni. Col senno di poi mi viene da pensare che sarebbe stato interessante vedere l’evoluzione della band con le due menti creative, ma alla resa dei conti mi sembra ci fossero sin troppe divergenze sulla linea guida da tenere. Tu immaginavi che sarebbero diventati così “di culto” per molta gente con gli anni a venire?” 

Sì, io credevo tantissimo in quella band e le potenzialità si videro immediatamente, l’impatto fu subito fortissimo. Le divergenze non erano poi così tante, visto che le musiche che ho scritto per Mimì vengono tutt’ora suonate dal vivo. Il punto è che in origine c’erano due cantanti e poi si decise che ce ne fosse solo uno, ma io non fui coinvolto né avvertito di questa decisione. Ho amato quella band ed esserne allontanato è una delle cose che mi ha fatto più soffrire in assoluto. E’ ovvio che il mio apporto non sia valorizzato, perché il modo in cui hanno gestito la faccenda rimane fonte d’imbarazzo.

un giovanissimo Umberto Palazzo, quando ancora militava nei Massimo Volume, gruppo di cui fu tra i fondatori

un giovanissimo Umberto Palazzo, quando ancora militava nei Massimo Volume, gruppo di cui fu tra i fondatori

“L’esperienza dei Santo Niente fu un ritorno a un  viscerale rock, direi inedito per l’Italia, con testi ricchi di immagini anche “violente” o capaci di destabilizzare. Mi ricordavi Perry Farrell per l’attitudine. Vi vidi dal vivo sul finire degli anni ’90 e l’energia che emanavate era in effetti trascinante,pazzesca, eppure così diversa da quella trasmessa da band allora in auge come Marlene Kuntz o Afterhours. Pensi che il risultare forse eccessivi o “disturbanti” abbia influito negativamente sul percorso del tuo gruppo o pensi di aver raccolto il massimo?” 

Non era un ritorno perché prima quel modo di fare e suonare in Italia non c’era. Sicuramente eravamo troppo estremi. In realtà fummo definiti dalla major che finanziava il Consorzio “improponibili” al pubblico subito dopo la registrazione de “La vita è facile” e non ci fu dato alcun budget pubblicitario. Tutti sapevano che il Santo Niente era un morto che camminava, ma abbiamo lo stesso insistito a suonare e fare dischi e ancora oggi insisto. Ho motivazioni che vanno oltre la ricerca del successo, di cui ho perso ogni speranza già nel 96. E non ho raccolto nulla: le spese sono immensamente superiori agli incassi e non sono quello che si dice un artista di chiara fama. Per molti sono solo un cretino che non vuole ammettere di non essere tagliato per fare il musicista e non si perde occasione per ricordarmelo.

“Negli ultimi anni, pur non essendo mai stato dimenticato da chi ti seguiva prima, sei diventato piuttosto popolare per i tuoi interventi, a volte forse provocatori ma sempre lucidi e analitici, sui social network in merito a questioni non solo musicali. Una sorta di “opinion maker” autorevole e credibile, e non lo penso solo io. Tante volte mi dai l’impressione quasi di doverti “giustificare” per la tua attività fiorente di deejay, che per molti più integerrimi fans del rock più puro (esiste ancora?) è in netta contrapposizione con quanto esprimevi ad inizio carriera. Mi pare di capire che tu conosci a fondo la storia della musica, le sue evoluzioni e non ne faccia una questione sterile di supremazia di certi generi su altri, giusto?” 

Il fatto che gli appassionati del rock abbiano dei problemi con la musica dance dimostra solo quanto sia arretrata, puritana e poco consapevole delle origini la scena rock italiana. Io amo la dance e l’elettronica in tutte le sue forme ed è anche a causa della mia formazione: la new wave era musica per ballare. Il più grande hit dance degli ottanta è opera degli ex Joy Division, per fare un ovvio esempio. Ora il rock alternativo italiano, con pochissime eccezioni, è triste, autocommiserativo e patetico, oppure è ruffiano e sta morendo per questo. Ciò che non è vitale non attrae nuovi appassionati e quindi il rock italiano non fa altro che celebrare la sua stessa agonia. Manca totalmente di orgoglio.

Non ho mai voluto essere un opinion maker: posto le mie idee in genere mentre faccio altro, tipo pubbliche relazioni per una serata in un club. Quello che succede, succede per caso.

“Tante volte si è dibattuto sul fenomeno internet e anch’io mi chiedo spesso (e lo chiedo ai gruppi e agli artisti) se non fosse meglio un tempo nemmeno lontano, quando era più difficile farsi notare dalle case discografiche ma poi si seguiva bene o male un iter, una gavetta (pur non essendoci mai stata una “guida” per emergere), oppure ora che è facile per chiunque caricare i propri pezzi e i propri video in rete? Non pensi che, al di là dell’opportunità unica di diffondere “liberamente”, senza molti filtri la propria musica, ci sia sin troppa musica da ascoltare, da scoprire, da condividere, col rischio concreto che si perda la qualità vera, in funzione della quantità?” 

Non ha nessun senso chiedersi se fosse meglio o peggio prima. Il passato è passato e non tornerà. Bisogna piuttosto chiedersi come affrontare per il meglio cambiamenti che sono ovviamente irreversibili e sempre in corso e non mi sembra che ci si ponga abbastanza in quest’ottica: l’italiano non ama le novità. L’era del disco dal punto di vista pragmatico è lontana quanto quella del cilindro di cera di Edison. Persino il download è obsoleto e si perde tempo in discorsi sul come eravamo. L’unico discorso giusto sarebbe quello sul come saremo.

“La crisi discografica sembra non avere fine, salvata in parte solo dai “fenomeni” usciti dai talent, tendenza non solo italiana, ma che anzi ha radici lontane e radicate anche oltreoceano e oltreManica, le patrie del rock. Dove credi che porterà tutto questo? E’ una caduta irreversibile quella del disco, che scenari ti immagini da qui a dieci anni?” 

 La crisi discografica è finita, nel senso che l’industria discografica non esiste più: il tempo è dalla parte dei nativi digitali, per cui i dischi sono buffi oggetti d’antiquariato. Esiste l’industria della musica, che è altro. Bisogna sbrigarsi a capire questo e liberarsi da ogni nostalgia.

l'audace e bellissima copertina del nuovo lavoro dei Santo Niente

l’audace e bellissima copertina del nuovo lavoro dei Santo Niente

“Come sta procedendo il discorso relativo al tuo progetto solista, da cantautore sui generis, se mi permetti. Sei soddisfatto dei riscontri, e cosa sta bollendo in pentola? Stai scrivendo altro materiale in quella direzione o ti vedi di nuovo impegnato col gruppo? Da dove ricavi le tue ispirazioni? E cosa fa la differenza nel tuo caso, quali elementi influiscono maggiormente nel farti decidere se incanalare le tue suggestioni e i tuoi stimoli in un nuovo percorso solistico o nel Santo Niente?” 

E’ appena uscito “Mare Tranquillitatis”, il nuovo album del Santo Niente e sono totalmente preso da questo.

NEL RINGRAZIARTI PER LA TUA DISPONIBILITA’ E NEL RINNOVARTI I MIEI SINCERI COMPLIMENTI PER LA TUA MULTIFORME ATTIVITA’, TI SALUTO E MI AUGURO DI VEDERTI PRESTO LIVE.

(Gianni Gardon)

 

Quale futuro per la storica rivista “Mucchio Selvaggio”? La diatriba infinita Stefani vs Guglielmi

Sono anch’io un “Mucchiofilo”, ovvero un seguace della avveniristica quanto stimolante  – da un punto di vista socio/musico/culturale . rivista “Mucchio Selvaggio” diretta ininterrottamente dal fondatore Max Stefani, fino al suo traumatico allontanamento avvenuto nel 2011. Sono cresciuto leggendo riviste anche meno settoriali, penso al “Tutto” rock oriented di Luca Valtorta o a sporadiche escursioni nel più commestibile “Rock Star”, mentre ho frequentato poco l’inserto di “Repubblica”, il nemico principale delle riviste alternative, vale a dire “Musica!”. Ma è col Mucchio che ho iniziato davvero ad allargare maggiormente gli orizzonti musicali, constatato che sono da sempre un onnivoro della musica e tendenzialmente per natura un “curioso”.

Ho letteralmente divorato la biografia di Max Stefani “Wild Thing”, dove si parla della genesi del giornale ma non solo: infatti si dà uno spaccato autentico e credibile della storia di tutta l’editoria musicale in Italia, a partire dagli anni ’60, aggiornata ovviamente sulle sonorità, spesso e volentieri lontane dalle orecchie del grande pubblico, di un rock che altrove faceva numerosi proseliti, mentre qui da noi è sempre stato visto come un genere “altro” dalla più semplice e spesso banale musica leggera italiana.

Un percorso bellissimo quello del Mucchio, raccontato con dovizia di particolari e con una dose massiccia di emozione, passione, talvolta acredine, non proprio sopita, disillusione, sogno, bisogno. Tutto questo si trova nel librone enciclopedico di Stefani, al quale si possono perdonare i molti refusi presenti nell’Opera. Si arriva comunque ai giorni nostri, con le inevitabili ripercussioni dovuti alla scissione, non la prima, ma certamente la più drastica, inattesa (almeno per i lettori come me che ne vedevano comunque uno spirito “da famiglia” all’interno della redazione) e percepita da entrambe le parti come un vero punto di non ritorno.

Peccato! Che posso aggiungere? Ho sempre apprezzato il coraggio, lo spirito anticonformista, la voglia di stupire e di lottare dell’ex direttore, pur non essendo sempre in sintonia con le sue, pur interessanti, inchieste. Alcune cose mi urtavano, e parecchio. Inutile dire che diverse copertine mi hanno provocato qualcosa dentro, fosse anche solo fastidio. Ma il compito di un giornalista “di frontiera” in fondo è anche questo, ed è lo spirito che Max sembra voglia farci capire che ora manca all’attuale gruppo di redattori, dei quali occorre registrare un’ultima inattesa defezione storica, quella del competente Eddy Cilia, uno dei massimi critici musicali italiani, assieme a quel Federico Guglielmi tanto bistrattato nel libro.

l'imperdibile storia della rivista Mucchio Selvaggio, attraverso la biografia del fondatore Max Stefani

l’imperdibile storia della rivista Mucchio Selvaggio, attraverso la biografia del fondatore Max Stefani

Eppure anch’io ho appreso tanto da Guglielmi, al quale ho sempre “perdonato” ciò che gli viene da più parti additato, cioè la sua proverbiale autoreferenzialità. Ho letto tantissimi libri di Federico ed è innegabile che possieda una competenza enorme in fatto di storia del rock, specie quello nostrano, al quale ha contribuito non poco a diffonderne il verbo. Non entro nel merito di questioni personali, e poi al Mucchio dei reduci sono legato comunque, visto che, grazie alle opportunità della rete, ho avuto modo di conoscere un po’ meglio gente che ho sempre stimato, da lettore, come Alessandro Besselva Averame e, soprattutto, Carlo Bordone che ho scoperto con piacere essere pure un appassionato tifoso del Toro!

Davvero, non posso giudicare i fatti, se non attenendomi a quello che di riflesso giunge a me e ai molti lettori che ancora sperano, non dico in una riconciliazione, ma almeno nel fatto che il glorioso giornale possa continuare a divulgare il proprio “messaggio”.

Le versioni sono molto differenti, basta leggere appunto il libro di Stefani e il blog di Guglielmi, intitolato “La vera storia del Mucchio” (lo trovate su piattaforma WordPress, tra l’altro) ma a me tutto questo lascia principalmente un senso profondo di smarrimento e di amaro in bocca.

una delle migliori edizioni del Mucchio Extra

una delle migliori edizioni del Mucchio Extra

Out of Time, il mio nuovo programma, a breve su Yastaradio!

Sono molto orgoglioso di annunciare in modo seppur non ancora ufficiale il mio ritorno alla radio, come anticipato in un post precedente. Alla fine ho sciolto le riserve e con grande entusiasmo ho accolto il proposito di Dalse, il responsabile e inventore di Yastaradio, oltre che un amico e grande appassionato di musica e di arti varie (tra cui i mitici Peanuts per cui condividiamo una sorta di venerazione!).

Il mio riserbo riguardava l’oggettivo scarso tempo a mia disposizione e la poca propensione a dialogare con macchine e pc. Purtroppo abito lontano dai centri in cui si appoggia la radio e pertanto approfitto della possibilità profilata dal director di lavorare in pratica da casa. Datemi un microfono e delle cuffie e io parto: non mi mancano iniziative, idee e la buona musica. E allora presto si riparte, ad ottobre, con un mio programma nuovo di zecca, di cui a breve verrà pubblicato sul sito della radio un piccolo “proclama”.

Tanta musica, tanti contenuti, qualche sorriso e molti aneddoti: questa in ogni caso la ricetta principale della mia trasmissione… che si chiamerà (questo ormai lo posso annunciare) “Out of Time” , sorta di omaggio a uno dei miei gruppi preferiti di sempre, i georgiani R.E.M. e a uno dei loro più famosi album (quello della svolta pop “di qualità”, contenente la celeberrima “Losing My Religion”) e paradigmatica del mio modo di essere e di pensare, un po’ fuori dal tempo! Infatti, non mi soffermerò su un’epoca particolare, anche se attingerò a  mani basse dagli anni ’90, periodo preso in esame nel mio saggio di imminente uscita, ma spazierò alla ricerca di suggestioni, di atmosfere, di rimandi, di emozioni da regalare al pubblico degli ascoltatori. Non nego la mia grande emozione, a poche settimane dal via. Ancora abbisogno di qualche lezioncina del Maestro ma poi allacceremo le cinture e manderemo in orbita questo mio ulteriore progetto. Quante cose in questo 2012, e l’anno venturo non sarà da meno, tra il nuovo lavoro editoriale in uscita, il consolidamento di collaborazioni giornalistiche e soprattutto il MATRIMONIO!!!

in mezzo a tutto questo, il ritorno in radio sarà sicuramente uno di quei momenti più lieti, sperando ovviamente di trovare il vostro gradimento!

 

 

alle prossime con le news definitive 🙂