E’ l’Inter la squadra giusta per Gagliardini?

Quella mia del titolo non è una provocazione… In questi giorni di calciomercato, la domanda più insistente è se Gagliardini sia o meno l’uomo giusto per il centrocampo dell’Inter.

Gagliardini in un'azione contro la Roma. Una delle sue migliori prestazioni in serie A

Gagliardini in un’azione contro la Roma. Una delle sue migliori prestazioni in serie A

Io provo invece a rivoltare il quesito, chiedendomi se l’Inter possa rappresentare il trampolino di lancio definitivo per il ventiduenne cresciuto nelle giovanili dell’Atalanta.

Non me ne vogliano i tifosi nerazzurri della Beneamata, ma mi sorge questo dubbio alludendo al fatto che le risorse che il club sta mostrando di avere (con acquisiti e relativi pesanti ingaggi di gente come Kondogbia, Candreva, Joao Mario, Perisic…)non collimino poi con un reale progetto tecnico.

La bussola sembra finalmente avere trovato un uomo guida adeguato in Pioli, che pare tutt’altro che un traghettatore, ma in un progetto tecnico che non miri solamente a strappare il talentino di turno alle concorrenti, o peggio a volere emulare il rinnovato spirito Made in Italy che poco si addice alla squadra milanese, come viene considerato l’inserimento dell’atalantino?

E’ risaputo che uno dei problemi tecnici dell’Inter sia il fatto che manchi un regista in campo, figura tuttavia in estinzione nel calcio moderno, ma di vitale importanza qualora si trovasse l’uomo giusto.

Quell’uomo che non è il combattivo Medel (tra l’altro uno dei migliori da due anni a questa parte), nè il falloso Felipe Melo, nè il talentuoso Brozovic, portato più a muoversi in campo, così come il sinora deludente Banega, l’argentino che forse lascerà il posto libero proprio a Gagliardini.

Cercando di ricostruire a livello tecnico un profilo veritiero del talento bergamasco, tutto verrebbe da dire tranne che si tratti di un organizzatore di gioco. Ha indubbiamente piedi buoni, uniti a un fisico notevole e a lunghe leve con cui riesce a “spaccare” la partita con le sue incursioni. Non è velocissimo ma intelligente tatticamente, sa appoggiare bene l’azione, vede il gioco, sa inserirsi bene negli spazi e ha una buona tecnica sia di destro che di sinistro.

Una sorta di Pogba italiano, investitura alquanto pesante tra il serio e il faceto da parte del tecnico Gasperini.

Un quadro impeccabile, a leggerlo così. Niente di cui stupirsi, se si avesse visto Gagliardini negli anni delle giovanili dell’Atalanta, con cui spesso indossando la fascia di capitano, guidava letteralmente i compagni, agendo prevalentemente da mediano o da interno, sempre comunque nel vivo dell’azione, con tanti palloni che passavano dai suoi piedi.

Un giovanissimo Gagliardini capitano nelle giovanili dell'Atalanta

Un giovanissimo Gagliardini capitano nelle giovanili dell’Atalanta

Stupiva piuttosto che negli anni immediatamente successivi al termine dell’iter giovanile, non avesse mai mostrato segni concreti delle sue qualità, spesso finendo relegato in panca nei prestiti di Cesena, La Spezia e Vicenza.

Avrà inciso una maturità non ancora conseguita, ma credo abbiano influito anche aspetti ambientali in seno a quelle squadre, in uno Spezia composto da nomi importanti per la categoria (e perennemente alla ricerca del gran salto in A) e in un Vicenza alle strette per non retrocedere. Mi aspettavo qualcosa in più invece nel suo anno a Cesena, il primo da professionista, una squadra che solitamente ha fiuto per i giovani talenti, per quanto acerbi possano essere giungendo direttamente dalla Primavera. Qui per dire, solo pochi mesi fa mostrarono le loro grandi doti i suoi attuali compagni Kessie e Caldara (come lui da tempo ormai in orbita Big italiane ed europee), ma anche Ragusa e Sensi che ben si stanno destreggiando in A col Sassuolo.

Gagliardini invece ha saputo imporsi soltanto con l’intervento di Gasperini, che ha mostrato di puntare su di lui, parlandone quando ancora il suo nome era sconosciuto ai più e dandogli fiducia con i fatti, proprio nel momento più critico della squadra, all’epoca non era in grado di mettersi in carreggiata.

Non solo per merito suo, ma certamente anche per la sua freschezza, la sua voglia, la sua motivazione e la sua qualità, l’Atalanta ha poi fatto quello che tutti abbiamo visto: risultati, vittorie – spesso dando spettacolo, trascinando letteralmente il pubblico e gli appassionati sull’onda di un entusiasmo contagioso – grandi exploit fino a un fisiologico rientro nei ranghi, dall’alto comunque di una posizione in classifica invidiabile per una compagine che a inizio stagione mirava solo a salvarsi il più in fretta possibile.

Non si sa quale sarà il futuro degli orobici senza il suo faro… e non si sa bene se in un club come l’Inter, prestigioso, in crescita, ma pur sempre in “subbuglio tecnico”, Gagliardini saprà dare il suo contributo.

Certo, la sua ascesa ha del clamoroso, con Ventura che ha contribuito quasi al pari di Gasperini a lanciarlo, convocandolo in Nazionale sin dalle prime positivissime apparizioni in serie A.

Anche Ventura ci vide giusto, convocando in tempi non sospetti Gagliardini in Nazionale

Anche Ventura ci vide giusto, convocando in tempi non sospetti Gagliardini in Nazionale

Il dubbio è se sia il calciatore a voler bruciare le tappe, o il calcio italiano tutto ad avere questo proposito, nella speranza che emerga e spicchi una generazione in grado di far voltare pagina a tutto il movimento.

Tecnicamente non pare un’eresia il voler affidarsi a un nucleo italiano, perchè i fatti stanno dando ragione a club come il Milan – che si sta ricostruendo grazie a una forte componente tricolore – la stessa Juventus pluricampione d’Italia (che sta dando sempre più spazio a gente come Rugani e Sturaro) o Torino e Sassuolo, che forti di avere in organico alcuni tra i migliori nostri rappresentanti in assoluto, stanno trovando una nuova dimensione.

L’investimento che l’Inter intende fare sul giocatore potrebbe sembrare eccessivo sulla carta, ma non se tu presupponi di aver acquistato un calciatore che potenzialmente è tra i migliori della sua generazione. In fondo a distanza di un anno e poco più si può ancora imputare al Milan di aver buttato via i soldi per un giovane come Romagnoli? Io dico di no, e mi pare che anche la Juventus non sia andata al risparmio per assicurarsi Caldara e Orsolini.

Insomma, la parola ora spetta al campo e, nel caso dell’Inter, sarà Pioli a dover giostrare al meglio tutto il potenziale di cui dispone da metà campo in su.

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La rinascita di Andrea Masiello

Sono tante le storie belle da raccontare nell’Atalanta che sta stupendo tutti in questo scorcio di stagione. Si stanno sprecando i paragoni col Leicester ad esempio. Forse si tratta di un volo pindarico, ma almeno da parte di allenatore e società si sta evitando di parlare in modo buonista e ipocrita di salvezza da raggiungere il prima possibile. Insomma, la consapevolezza nei propri mezzi c’è da parte degli orobici, ma anche credo si è consci che certi miracoli calcistici avvengono non dico una volta sola ma quasi.

Sta di fatto che la compagine bergamasca sta disputando un torneo di altissimo livello, conseguendo risultati anche eclatanti, dopo un inizio alquanto stentato, e sta mettendo in mostra gioiellini come da tempo nel pur quotatissimo vivaio atalantino non se ne vedevano. E poi c’è Gasperini, Gasperson come era chiamato a Genova, che pur col cruccio di aver fallito in una grande piazza, non ha smarrito il suo entusiasmo, la sua voglia e la sua abilità nel trasmettere idee di un calcio piacevole, atletico, veloce ma anche, forse mai come quest’anno, redditizio.

In mezzo a virgulti destinati con ogni probabilità a palcoscenici importanti, da Kessie a Caldara, da Gagliardini (quello con la maggior gavetta alle spalle, ma anche il più talentuoso del gruppo sin dalle giovanili, di cui divenne presto capitano) a Conti, da Petagna a Kurtic fino alle colonne Toloi e capitan Gomez, la storia che più mi pare significativa è quella di un calciatore che davvero si sta rilanciando. Anzi, sta quasi rivivendo un’epopea calcistica, dopo essere passato per reietto, dopo aver sbagliato, di grosso.

Sto parlando di Andrea Masiello, uno dei pilastri, fra i più importanti protagonisti di questa splendida ascesa dell’Atalanta verso i piani altissimi della classifica.

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Un calciatore il cui nome viene quasi dimenticato, raramente nominato, se non in occasioni di gol (già 3 quest’anno) che per un difensore sono solo la ciliegina sulla torta, quasi avesse ancora delle colpe da espiare. Ai tempi del Bari la combinò grossa, fu protagonista volontario di combine, di autogol clamorosi, fu squalificato e tra i primissimi a collaborare. Una vicenda che ancora porta con sé degli strascichi, visto quante persone, quanti club, furono coinvolti a diverso titolo.

Lui cercava solo una nuova occasione, ben sapendo che forse almeno ad alti livelli non sarebbe mai più arrivata. In fondo si trattava di fare una grande opera di fiducia sulla persona, prima ancora che sul calciatore. Anzi, le sue doti di calciatore non erano mai state messe in discussione prima di quegli incresciosi fatti.

Il tempo sta dimostrando quanto per quei calciatori diventati tristemente noti alle vicende giudiziarie prima che sportive, sia difficile rientrare nei ranghi. Molti di loro si sono ritirati, altri hanno tentato carte esotiche, altri ancora sono ripartiti molto dal basso, con la fiducia appunto che pare persa, prima di tutto in sé stessi.

Andrea però era ancora giovane, un passato felice alle spalle, una famiglia che si stava costruendo dopo la nascita della primogenita Matilde nel 2011. Aveva tanto da farsi perdonare, molto ancora da dare, tutto praticamente da dimostrare. E l’occasione datogli dall’Atalanta, che lo tenne in rosa e lo fece rientrare in gruppo, era di quelle da cogliere al volo, da giocarsi al massimo delle possibilità. In fondo lo avevano aspettato, avevano creduto alla sua redenzione, lo avevano ascoltato.

In origine da giovanissimo difensore della Lucchese finì nel vivaio della Juventus (stesso percorso che fece tanti anni prima Francesco Baldini, identico ruolo, che si ritrovò a dominare in ambito giovanile con Del Piero e compagnia) e riuscì a destreggiarsi grazie a doti non comuni per un centrale difensivo, in particolare nella velocità e nella tecnica. Ricordo un suo gran gol a un Torneo di Viareggio (tra l’altro suo paese natale) in maglia bianconera, in cui come birilli scartò diversi avversari prima di depositare il pallone in rete. Per la cronaca le Coppe Carnevale vinte con la Juventus furono 2.

Per quanto poi in prima squadra fece solo una comparsata, la sua carriera si dispiegò agevolmente nei passaggi ad Avellino e a Genova, sponda rossoblu, preludio dell’avventura barese, iniziata nel migliore dei modi, avendo incrociato sulla sua strada due maestri come Conte e Ventura.

Sì, nel pimpante Bari di Bonucci e Ranocchia, di Meggiorini e Barreto, di Parisi e Almiron, a far bella figura in difesa c’era anche lui, baluardo che più di una volta si concedeva sortite offensive fruttuose per la squadra.

Sembrava quello l’apice raggiunto da Masiello in carriera, prima della rovinosa caduta.

Invece la sua è propria una bella storia, una storia di rinascita, di rivalsa, di seconda chance che la vita gli ha dato e che lui c’ha messo del suo nel saperla sfruttare al meglio. Con un’umiltà encomiabile, in silenzio, quasi ancora a vergognarsi di un passato recente ma che è giusto mettersi alle spalle, specie se si sta vivendo il momento più bello del proprio percorso calcistico e non si ha intenzione di fermarsi.

Considerazioni finali sul campionato di serie A 2015/2016

Si è concluso tra sabato e ieri il campionato di serie A, con le partite decisive ai fini degli ultimi piazzamenti “caldi” in contemporanea, per “garantire la regolarità del torneo” (concetto quantomeno “ballerino”, visto che partendo da quei presupposti, si sarebbero dovute disputare tutte e 38 le gare allo stesso orario).

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Quello che doveva in qualche modo sancire un passaggio di consegne in vetta, con diverse squadre che di volta in volta vi si erano affacciate, alcune pure soggiornandovi a lungo (Inter, Roma, Fiorentina, Napoli), è finito per diventare il campionato che certifica il nuovo status leggendario di un club come la JUVENTUS, capace di aggiudicarsi ben 5 scudetti consecutivi, impresa capitata solo altre tre volte in serie A (la stessa Juve ’30-’35, quella cosiddetta “del quinquennio” appunto, il Grande Torino negli anni ’40, intervallati tuttavia dallo stop bellico e dall’incursione dei Vigili del Fuoco di La Spezia, e infine l’Inter del dopo-Calciopoli).

Insomma, la squadra di Allegri ha compiuto letteralmente un’impresa, specie rapportandola al calcio moderno, soprattutto tenendo conto delle serie difficoltà incontrare a inizio torneo, giustificate poi in modo fisiologico, viste le rinunce in estate a tre big riconosciuti come Pirlo, Vidal e Tevez.

Allegri c’ha messo solo un po’ di tempo per tastare il livello qualitativo della sua “nuova” Juventus, sciogliendo poi le briglie a cavalli di razza come l’argentino Dybala, destinato a segnare un’epoca e il francese Pogba, all’inizio sin troppo titubante, quasi abulico, nel calarsi nei panni del leader della squadra. La stessa inedita maglia numero 10 sembrava pesargli e non poco, e pareva che senza validi scudieri come i tre citati campioni ceduti in estate il francese faticasse a trovare la sua posizione migliore in campo, oltre che una sua dimensione tecnica.

Ormai invece non ci sono più dubbi: Pogba è un fuoriclasse, destinato a compiere imprese sia individuali che di squadra negli anni a venire, anche con la stessa Juve, visto che sembra scontata una sua permanenza.

Sugli scudi anche l’eterno Buffon, che intende prolungare fino ai prossimi Mondiali, la solita difesa imperniata sui tre colossi azzurri Barzagli-Bonucci-Chiellini, fra i quali timidamente si è scorto pure il talento puro del giovane Rugani, prezioso a inserirsi al posto di uno o dell’altro, specie di Chiellini, a lungo fermo per infortunio.

Hanno dato un enorme contributo alla causa anche Mario Mandzukic, tenuto sempre in seria considerazione dall’allenatore e mostratosi utilissimo alla causa, oltre che uomo d’area e di lotta imprescindibile. Dietro hanno scalpitato Morata, che il meglio lo sembra dare nei big match, specie quelli europei (e questo alla lunga potrebbe rappresentare un limite alla sua crescita) e Zaza, autore comunque di gol decisivi, vedi quello nel big match contro il Napoli.

Anche il centrocampo lungo il cammino ha trovato un assetto vincente, con Marchisio un po’ sacrificato davanti alla difesa ma affidabilissimo e un Khedira efficace anche in zona gol, oltre che posseduto dalla tempra del leader.

Notevole impatto anche del brasiliano Alex Sandro, valido assistman e dotato di un ottimo sinistro.

Non si può considerare un flop ma forse a metà campo il fosforo era lecito aspettarselo da Hernanes, che invero si è limitato al compitino.

Il NAPOLI ha compiuto un altro passo in avanti ma il gap nei confronti dei bianconeri è ancora lontano dall’essere colmato.

Ha mostrato probabilmente il calcio migliore del torneo, specie nel girone d’andata; ha giganteggiato in avanti, col centravanti Higuain MVP della serie A, e non solo per il clamoroso exploit sotto porta (ben 36 gol in 35 partite, superato il record di Nordhal che durava da ben 66 anni), ma anche per quanto ha dato in campo, quanto è stato importante per la squadra. Sarri si è dimostrato tecnico da grande squadra, dando un’impronta evidente.

Il secondo posto è stato legittimato al termine di una corsa a due con la rediviva Roma di Spalletti, e al netto dell’intero campionato, ampiamente meritato.

Occorre ancora qualcosa però per ambire al gradino più alto del podio.

Lascia l’amaro in bocca il terzo posto della ROMA, conquistato di forza e con prepotenza, dopo un periodo disastroso che aveva portato all’esonero di Garcia e alla perdita di sicurezze. Spalletti ha saputo toccare le corde giuste, rivitalizzando alcuni giocatori (El Shaarawy, giunto a gennaio e assai prolifico), rendendo centrali al progetto altri (Nainggolan mai così incisivo) e valorizzando al meglio talenti pure come Pjanic, in odore però di cessione, Salah e Perotti, altro rinforzo della sessione invernale di calciomercato). Florenzi e Manolas sono ormai dei califfi. Dulcis in fundo, ha gestito bene una situazione che sembrava essergli sfuggita di mano: quella relativa a Totti. Il Capitano ha dimostrato che, seppur a piccole dosi, è ancora in grado di essere giocatore importante.

Il quarto posto dell’INTER di Mancini sa invece di amara delusione. Partiti probabilmente non con l’obiettivo scudetto, i nerazzurri hanno poi di fatto cullato il sogno almeno per 1/3 del torneo, quando si erano dimostrati cinici (nelle vittorie di misura), determinati (nella veemenza di gente come Medel, Murillo o Melo), solidi (nel paratutto Handanovic e in un Miranda che sembrava in stato di grazia, alla Thiago Silva)  fantasiosi il giusto (prima della riscoperta di Icardi in zona gol, in elementi poi rivelatisi incostanti come Ljajic e Jovetic).

Le certezze sono crollate nel prosieguo del campionato, dove si è evidenziata una carenza evidente di qualità generale della squadra, specie nella zona nevralgica del campo, dove il solo Brozovic, schierato però con poca continuità, poteva vantare qualche colpo.

Altalenante anche il campionato della FIORENTINA, che ha tuttavia conteso a Napoli e Roma per lunghi tratti lo scettro di “più bella del campionato”, anche se poi nei momenti clou si è come squagliata, facendo pesare il dislivello qualitativo tra i titolari designati e i loro sostituti, nonostante gli innesti di gennaio Zarate e Tello, che però non sono riusciti a innalzare il tasso tecnico generale.

Sul più bello poi Kalinic, quasi implacabile in area tra doppiette e autore di una tripletta nel girone d’andata, si è fermato, finendo per afflosciarsi in zona gol e lasciando qualche dubbio per il futuro. La mediana ha giocato alla grande, imperniata nel “solito” Borja Valero, coperto da scudieri affidabili come Vecino e Badelj. La fantasia era appannaggio del talentino di casa Bernardeschi, che in effetti ha mostrato sprazzi di classe purissima, anche se appare ancora non del tutto a fuoco, specie a livello tattico. I numeri però li ha eccome, e intanto ha accumulato una buonissima esperienza quest’anno.

Sorprende l’exploit del SASSUOLO che, al di là dell’esito della Finale di Coppa Italia tra Juve e Milan (che potrebbe, a rigor di regolamento, regalare un’immeritata qualificazione in Europa League ai rossoneri) ha mostrato agli scettici ampi progressi, e soprattutto la propria forza al cospetto di compagini che partivano favorite per questo piazzamento (oltre al Milan, anche la Lazio).

Scorrendo la rosa, però lo stupore va a scemare, visto che in porta c’è un ottimo portiere come Consigli (con la pecca di un clamoroso autogol che però non macchia una grande stagione), la solida difesa, una delle migliori, imperniata sui titolarissimi Vrsaljiko, Cannavaro, Acerbi (uno dei migliori centrali della serie A per rendimento) e Peluso; a centrocampo sono emersi il giovanissimo Pellegrini e si è rivelato in tutta la sua forza il poderoso Duncan, di scuola Inter (non avrebbe certo sfigurato tra i nerazzurri e, almeno quest’anno, il paragone tra il suo rendimento e quello del pari ruolo Kondogbia è impietoso) e in attacco, pur non assistendo alla definitiva esplosione di Berardi e certificando come deludente il torneo dell’atteso Defrel, di volta in volta si sono ben disimpegnati la saetta Politano, il classico 9 Falcinelli, oltre che il confermato guizzante Sansone.

I mezzi per migliorare ci sono ancora, ma giustamente da queste parti non si vogliono fare i passi più lunghi della gamba.

Sul disgraziato MILAN ci sarebbe da scrivere un intero libro, o molto probabilmente liquidare la faccenda lanciando un allarme: urge ritrovare la grandezza perduta! I cicli vanno e vengono, la stessa Juve prima di Conte ha faticato non poco a imporsi, con stagioni anonime alle spalle. Ma il Milan sembra incurabile da tre stagioni a questa parte: passano gli allenatori, magari si rischia pure di bruciare gente valida (d’altronde non si dicevano meraviglie di Inzaghi o Brocchi quando guidavano le giovanili?), o di perdere la bussola, come fatto con Mihajlovic.

Bacca ha segnato, è vero, Bonaventura ha tirato la carretta, sballottato come Honda per il campo, e a mio avviso è tra i pochi che forse meritano questa maglia così gloriosa per il passato che rappresenta, anche se certi totem ovviamente sono inarrivabili.

Da qualcosa bisogna ripartire, verrebbe da dire cambiando i vertici societari e magari passando sì la mano oltre Italia.

Altra cocente delusione l’ha rappresentata la LAZIO, specie se la confrontiamo con quella spavalda, spesso splendida, di 12 mesi fa. Tante incognite, una rosa immensa difficile da gestire, giocatori clamorosamente sottotono, in primis la stella Felipe Anderson, ma anche Candreva, parso involuto per metà campionato e ripresosi solo nel finale, e a farne le spese è stato Pioli, acclamato sino a pochi mesi prima ma poco vigile quest’anno e non in grado di intervenire.

Il suo successore, Simone Inzaghi, ha la stoffa per allenare e, scoppola a parte con la Fiorentina, aveva dato segni di ripresa alla squadra: chissà se sarà stato sufficiente per Lotito ai fini di una conferma.

Ottimo campionato del CHIEVO, in grado di chiudere addirittura a 50 punti, laddove solo un anno prima era stato tacciato da molti di essere tra le più papabili candidati alla retrocessione. Un giudizio in effetti sin troppo severo, visti i progressi sul finale di torneo scorso dati dalla cura Maran.

L’allenatore si è confermato alla grande, mostrando gran piglio e voglia di imporsi, senza accontentarsi. Privato del suo miglior bomber, Paloschi emigrato in Inghilterra allo Swansea di Guidolin, non ne ha fatto un cruccio, optando per altre soluzioni tattiche e ripresentando a piccolo dosaggio il leader storico Pellissier. Citazione per l’indomito attaccante Meggiorini, a tratti imprendibile, l’affidabile portiere Bizzarri, un veterano, e per l’esordiente in serie A Nicola Rigoni, che poco ha da invidiare al più navigato ed esperto fratello Luca, un totem da queste parti. Promette bene la punta Inglese, autore di gol pregevoli.

L’EMPOLI di Giampaolo compie un’impresa, aggiudicandosi il decimo posto, miglior risultato della sua storia, e rivelando al mondo autentici talenti che diverranno prede dei grossi club: Saponara, che finchè il fisico ha retto, è stato forse il miglior trequartista della serie A, Zielinsky, qualità cristallina ma anche quantità nel nuovo ruolo cucitogli addosso dal mister (mezz’ala anziché fantasista), Paredes (play dall’ottima visione di gioco, di proprietà della Roma, così come l’aitante portiere Skorupski), Mario Rui (anche per lui una fragorosa conferma dopo i bagliori con Sarri, che l’avrebbe rivoluto con sé a Napoli) e capitan Tonelli, una roccia in difesa.

Una squadra sbarazzina, che ha saputo giocare al calcio senza timori reverenziali, alla quale si può solo imputare di essersi psicologicamente adagiata nel girone di ritorno, dopo essersi praticamente salvati già a gennaio.

Difficile classificare, al di là delle posizioni in graduatoria, le stagioni di GENOA, TORINO e ATALANTA. Hanno chiuso tutto sommato bene, rispettivamente a 46 (Genoa, al pari dell’Empoli) e 45 punti (Toro e Atalanta) ma il loro percorso è stato tutto un sali scendi, costellato di illusioni, speranze e cadute piene di paura.

Forse i più costanti sono stati i bergamaschi, ben presto stabilizzati però in classifica, lontani sufficientemente dalla zona rossa e pertanto finiti col perdere presto la vis pugnandi. Si sono esaltati però elementi come il portiere Sportiello, finito giustamente in orbita azzurra, l’olandese De Roon che c’ha messo pochissimo per ambientarsi in serie A, il redivivo Borriello giunto a gennaio dopo una mezza stagione anonima a Carpi e il satanasso offensivo Gomez, tornato quello dei fasti catanesi.

Diverse le situazioni di Genoa e Torino, due compagini che per pedigree, ambiente, tifo e città, vogliono sempre ambire a qualcosa di più di una comoda salvezza. O meglio, dovrebbe essere così, ma la realtà dei fatti parla di un campionato per entrambe fatto di guizzi, exploit per lo più isolati, senza purtroppo dare continuità ad essi. Se il Torino è sembrato ai più alla fine di un ciclo, più nella guida tecnica che in campo, visto i positivi innesti di giovani come Belotti, Baselli o in misura minore Zappacosta, il Genoa può solo mangiarsi le mani per aver troppe volte smarrito le proprie qualità cammin facendo.

Gasperini però è imprescindibile, allenatore capace di far indossare molte vesti tattiche ai suoi uomini, anche di ruotarli al meglio e valorizzarli. Una base solida c’è in Perin, Izzo (entrambi vincitori in passato di uno spendido scudetto Primavera con questa maglia), bomber Pavoletti, cresciuto in modo esponenziale e in grado di mantenere anche con i galloni da titolare un’invidiabile media gol, De Maio, Rincon, Burdisso, ai quali si sono aggiunti in modo perentorio Dzemaili, Rigoni (epurato dal Palermo dove pure era tra i leader) Suso, quest’ultimo a gennaio dal Milan, dove sembrava più una meteora che un’abbagliante stella. Bisogna cercare di trattenerli tutti e ripartire da qui.

Salvezza senza patemi anche per la matricola di lusso BOLOGNA, cui ha giovato il preventivo cambio tecnico in panchina tra uno stanco Delio Rossi e un Donadoni in cerca di rivincita dopo il campionato da incubo vissuto a Parma.

Il suo Bologna ha mostrato un buon calcio, indipendentemente che giocasse tra le mura amiche o fuori di esse, anche se gli è mancato Destro, davvero sottotono, e qualche alternativa da pescare in panchina. Si è rimesso in luce, anche in chiave europea, il jolly offensivo Giaccherini, che ha dispensato gol e assist in buona quantità, supportato a centrocampo dai due astri nascenti Donsah e Diawara (39 anni in due!). In difesa hanno mostrato i denti i “vecchi” Maietta e Gastaldello, che si compensavano benissimo con la solidità di Rossettini e l’esuberanza giovanile di Masina, esordiente in serie A. Bene in porta anche Mirante.

Anche qui però i remi si sono tirati in barca sin troppo presto, complici le situazioni travagliate delle quattro squadre sempre in fondo alla classifica.

Ha toccato i fatidici 40 punti anche la SAMPDORIA, di Zenga prima e di Montella poi, ma il giudizio sulla squadra è insufficiente. Troppi punti oscuri, bui, in questo campionato, troppa confusione, troppi cambiamenti in corsa, col risultato che dopo un buon avvio la squadra stava sprofondando nei bassifondi, smarrita e incapace di una svolta.  Poi anche qui le cose sono state rese possibili e agevolate dai limiti altrui ma per il futuro, considerando che, dopo Eder a gennaio, saranno prevedibili altre cessioni eccellenti, come quella di Soriano, sarà necessario tenere gli occhi bene aperti e stare sull’attenti.

Si salvano anche PALERMO e UDINESE, protagoniste di un campionato molto negativo. I friulani sono progressivamente stati risucchiati nelle paludi, salvandosi solo alla penultima giornata ma hanno regalato ben poche soddisfazioni e gioie ai propri sostenitori, forse a dire il vero solo la vittoria esterna contro la Juventus, nella partita d’esordio. Cannato in pieno il progetto Colantuono, il riciclato De Canio non ha saputo invertire il triste trend inaugurato in primavera e protratto per tutto il restante tragitto.

C’è pure uno splendido stadio di proprietà, ci sono elementi di sicura buona prospettiva, non ci sarà più il mitico capitano Totò Di Natale, che ha chiuso in bellezza con un gol su rigore, bisognerà però ritrovare lo spirito garibaldino dei bei tempi, sperando che l’attenzione della proprietà non sia rivolta maggiormente in Inghilterra o in Spagna, dove giocano le “cugine” Watford e Granada.

Il Palermo ha saputo tirarsi su solo nell’ultimo mese finale, con 10 punti conquistati in 4 partite e aggiudicandosi l’ultima partita contro il già retrocesso Hellas Verona, simultaneamente attento a cosa nel frattempo stava combinando il Carpi a Udine.

Verdetto piuttosto scontato, con entrambe le squadre in corsa per salvarsi a vincere le rispettive sfide ma con gli emiliani condannati alla serie B con un punto di scarto dai più esperti rosanero.

Chi meritava di più? Attenendoci ai numeri, il Palermo, ma se così fosse, si tratterebbe della salvezza più arrembante degli ultimi anni. I siciliani sembravano aver tutto contro, calendario a parte, e cosa più particolare, era da tutto il torneo che “giocavano” quasi a farsi male da soli, come testimonia il record, difficilmente battibile, di allenatori cambiati e rimescolati. La salvezza è giunta per mano di Ballardini e di un giocatore come Maresca che ha vissuto una vera odissea personale quest’anno, essendo finito in due occasioni fuori rosa.

Zamparini sembrava davvero non avere più nulla in serbo, a partire dalla voglia e dalle energie. Ma alla fine la squadra è riemersa ma i tifosi rosanero credo ricorderanno a lungo questa “impresa”.

Le parole di Castori, allenatore del CARPI, ieri a fine partita, erano all’insegna di una grande amarezza e somma tristezza, evitando quelle dietrologie che mai come quest’anno sembravano porgere valide ragioni cui appigliarsi. La questione del “paracadute”, l’oggettivo andamento “misterioso” di squadre in teoria più accreditate, come lo stesso Palermo, la Sampdoria o il fanalino di coda Verona.

In mezzo a tutto ciò la matricola assoluta Carpi, sorta di Cenerentola annunciata del torneo, al pari del “pari grado” FROSINONE, ha condotto il suo campionato con grande dignità e valore, cullando a ragione il sogno salvezza e vendendo cara la pelle al cospetto di chiunque. Soprattutto l’ha fatto affidandosi allo zoccolo duro, ai condottieri che 12 mesi fa avevano compiuto la “missione impossibile”, gente rivelatasi valida anche in serie A (e che potrebbe rimanerci): l’attaccante Di Gaudio, il valido difensore Romagnoli, scuola Milan e (almeno) quest’anno migliore del suo strapagato omonimo rossonero, il “disturbatore” offensivo Lollo, il tornante Pasciuti, il veloce terzino fluidificante (sì, proprio vecchio stampo) Letizia e il goleador di riserva Lasagna, protagonista di una favola nella favola, visti i suoi recenti trascorsi nelle serie inferiori. Meno bene ha fatto l’atteso Mbakogu, di sicuro talento ma poco incisivo al suo primo campionato di A, sciagurato soprattutto nell’aver sbagliato due rigori alla penultima giornata, disputata in casa, e col senno di poi decisiva per il mancato conseguimento della salvezza.

Per i ciociari valgono più o meno le stesse parole spese per il Carpi: erano dati per spacciati a inizio campionato, hanno confermato i pronostici ma onorando alla grande questa grande occasione. Sono stati anche più volte di là della cortina di ferro, senza mai però staccare le tre squadre in fondo. Specie nel girone d’andata la banda di Stellone ha giocato a viso aperto, osando, soprattutto in casa al Matusa, e mettendo in mostra validi interpreti.  Molti erano stati protagonisti con il tecnico della scalata dalla Lega Pro alla massima serie (come Blanchard, bomber Daniel Ciofani – che ha gonfiato molte reti anche in A – il fratello difensore Matteo, il terzino Crivello o il mediano austriaco Gucher); altri addirittura provenienti dal vivaio, come il fantasista Paganini o il centrale di centrocampo Gori, due ’93 che con la formazione Berretti avevano vinto il Campionato Nazionale. Credo che mantenendo questa ossatura, con l’aggiunta dell’innesto d’inverno Kragl, con la dinamite nei piedi sui calci piazzati, la compagine laziale possa seriamente candidarsi a un pronto ritorno in serie A.

Stessa cosa che ovviamente si auspicano anche i moltissimi sostenitori dei gialloblu del VERONA, anche se qui il discorso relativo alla (netta) retrocessione assume connotazioni molto differenti.

All’inizio da molti considerati addirittura come rinforzati rispetto alle precedenti due bellissime compagini capaci di salvarsi agevolmente, regalando spettacolo soprattutto il primo anno con gente come Iturbe, Jorginho, Romulo e il redivivo Toni, ben presto hanno palesato limiti strutturali evidenti, a partire dalla complicata coesistenza in avanti tra il Capitano Luca Toni, anch’egli al passo d’addio e clamoroso capocannoniere a 38 anni del campionato precedente e l’esperto Pazzini. Due nomi altisonanti per una realtà di provincia, che poteva inoltre contare su altri giocatori consolidati, oltre che su talenti bene in vista come lo stopper Helander – fresco vincitore con la sua Svezia di un Europeo Under 21 -, il regista Viviani, scuola Roma e sinora frenato solo da infortuni, il potente Ionita o l’estroso Siligardi.

Niente di tutto ciò: al di là di infortuni in serie, dell’avvicendamento forse tardivo dell’eroe Mandorlini, artefice degli ottimi risultati conseguiti con la squadra dalla Lega Pro alla serie A, con Delneri, della crisi che ha attanagliato molti protagonisti, di colpo parsi inadeguati alla categoria… resta antipatica e fuorviante la motivazione relativa al cosiddetto “paracadute”, già citato in precedenza, che garantiva al Verona, in caso di retrocessione simultanea alle matricole Carpi e Frosinone, una “buona uscita” dalla massima serie di… 40 milioni (25 + 15 la stagione successiva, se la squadra dovesse rimanere in serie B! Un’enormità, che secondo i maligni avrebbe indotto la squadra a giocare al ribasso.

Da giornalista ma soprattutto tifoso – proprio dell’Hellas – mi sono sempre rifiutato di pensare a situazioni simili. Avendo visto allo stadio tutte le gare casalinghe, oltre che praticamente tutte le altre in tv, mi vien semplicemente da pensare che sia sempre mancato qualcosa per risalire la china, a partire dal coraggio e dalla personalità. Certo, può sembrare inspiegabile l’aver perso in casa tutti gli scontri diretti e di conto aver battuto Milan e Juventus al Bentegodi, pareggiato con l’Inter in casa dopo essere stati in vantaggio per 3 a 1 e con la Roma in casa e all’Olimpico.

Forse è il caso veramente di resettare tutto e, se ci sarà quest’ancora di salvataggio per la B, di saperla sfruttare al meglio, puntando sui migliori giocatori della cadetteria.

 

 

Matteo Paro, campione di sfortuna, potrebbe ripartire da Catanzaro.

Matteo Paro ad appena 30 anni si ritrova a un bivio della propria travagliata carriera: decidere dolorosamente di appendere le scarpe al chiodo dopo le belle promesse giovanili o ripartire nuovamente, stavolta dal basso?

La storia calcistica di Paro assomiglia a una sorta di Odissea, visto che la sua carriera è divisa nettamente in due tronconi: la prima, costellata di soddisfazioni, nella quale stava mettendo a frutto i prodigi mostrati da ragazzo; una seconda invece all’insegna dei gravi infortuni che ne hanno compromesso inesorabilmente l’ascesa nei piani alti della serie A.

paro

Leader riconosciuto di una Juventus giovanile che comprendeva fra i ranghi gente come Palladino, Cassani, Piccolo, Gastaldello, Konko e Mirante, Paro ha sempre giocato col piglio del veterano, regista sopraffino dalla buona tecnica di base, mai una giocata fine a sè stessa e tanti palloni che passavano inevitabilmente dai suoi piedi. Dinamico anche se non propriamente veloce, grande senso tattico, con la Juve vince due Viareggio e un Primavera, prima di approdare in prestito al Crotone dal mentore Gasperini. Anche in Calabria, Paro mise in mostra agevolmente le sue grandi doti, finendo per prendere per mano i più esperti compagni. L’ambiente è ottimo, sorta di succursale bianconera, visto che oltre a lui e all’allenatore, figurano in rosa anche Konko, Mirante, Gastaldello e Scicchitano.

Il successivo passaggio al Siena ne certifica e conferma le doti, fino al ritorno alla casa madre juventina, in occasione di un’annata storica, quella della prima dopo Calciopoli, con la Juventus mestamente scesa in B e depauperata da un punto di vista tecnico, nonostante le conferme di Del Piero, Buffon, Camoranesi e Trezeguet.

Deschamps gli affida le chiavi della squadra: lui gioca bene e mette a segno il primo storico gol cadetto (a Rimini) della centenaria avventura juventina.  Nella seconda parte di stagione, il regista si infortuna e l’anno successivo riparte da Genova, fortemente voluto dal tecnico Gasperini.

Matteo non gioca tantissimo, alle prese con problemi di natura fisica, ma quando è in campo dà pienamente il suo apporto alla squadra rossoblu. Tuttavia, proprio in questa stagione, nel 2008 rimane vittima del primo grave infortunio della carriera, quando in pratica ha appena 25 anni e tutta una storia calcistica ancora da scrivere. Contro il Napoli si rompe il legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro, infortunio che lo terrà lontano dai campi di gioco per un’infinità di tempo. Quando rientra è già stato ceduto in prestito al Bari ma durante un’amichevole pre-campionato purtroppo si rompe il legamento crociato anteriore dell’altro ginocchio, il destro. Una mazzata, tanto che Paro perderà in pratica tutto il campionato, senza disputare nemmeno una presenza in maglia biancorossa e arrivando così al 2010, quando si profila per lui una nuova ripartenza, stavolta da Piacenza.

Ma i postumi del doppio infortunio sono ancora evidenti e in Emilia riesce a disputare solo 4 partite. A fine agosto si accasa al Vicenza dove ritrova un minimo di continuità, giocando in due stagioni 45 partite, segnando 4 gol, tra cui uno su punizione, la sua antica specialità. A contratto scaduto, però il ragazzo rimane senza squadra, fino ad arrivare ai giorni nostri, quando si è ventilato di un interessamento da parte dell’ambizioso Catanzaro, che mira a breve a tornare in B.

Inevitabilmente alcune sue caratteristiche sono andate smarrite, ma ciò che più colpisce nel suo gioco attuale è che sembra sempre frenato, e non potrebbe essere altrimenti visto i due pesantissimi infortuni che lo hanno colpito.

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Ho avuto modo di vederlo a Vicenza e in campo la sua tecnica è ancora sopraffina, sopra la media ma è altrettanto palese che fatica tremendamente a tenere i 90 minuti nelle gambe. Forse ripartire da una realtà piccola, ma molto passionale come quella di Catanzaro potrebbe rivelarsi una cosa buona per lui, ma deve essere lui per primo a capire cosa vuole fare della sua vita da calciatore. Vale la pena ancora rischiare? Quali sono le sue motivazioni? C’ è ancora la voglia di dimostrare di essere ancora un giocatore professionista? Io mi auguro che tutte queste domande abbiano come risposta un fragoroso SI e che Matteo possa tornare a dispensare calcio come sa fare. Purtroppo la sfortuna si è accanita su di lui proprio quando il grande calcio stava bussando alla sua porta. Forza Matteo!

Sanseverino (che bell’esordio in A!), Bollino e Vassallo: la salvezza del Palermo potrebbe passare da giovani di indubbio valore

Il Palermo sta vivendo una stagione oltremodo negativa dopo aver sfiorato anche traguardi importanti nelle scorse stagioni in massima serie. A poco sinora è servito l’innesto in panchina di un tecnico qualificato come Gasperini, anche se forse ancora scottato dalla breve e infausta parentesi alla guida dell’Inter.

Il calciomercato porterà ancora degli acquisti e certamente Zamparini non ha intenzione di veder rompersi il giocattolo dalle mani, dopo tanti sacrifici fatti negli anni.

Giulio Sanseverino e Mauro Bollino, talenti emergenti del Palermo, già pronti per la dire la loro in serie A

Giulio Sanseverino e Mauro Bollino, talenti emergenti del Palermo, già pronti per la dire la loro in serie A

Ma accanto a giocatori nuovi, ce ne sono alcuni che potrebbero sbaragliare le carte partendo… da casa! Ieri nella sfortunatissima gara disputata contro il Parma e persa all’ultimo secondo dei minuti di recupero, ha esordito da titolare il laterale di centrocampo Giulio Sanseverino e per molti addetti ai lavori è stato tra i migliori della squadra rosanero, prendendo la sufficienza piena al cospetto di giocatori esperti e navigati. Soluzione estemporanea e/o dettata dalla “disperazione”, oppure il tecnico si è accorto da tempo di avere tra le mani un potenziale campioncino già noto a tutti gli esperti di calcio giovanile italiano? Classe ’94 unisce corsa, personalità e senso tattico e costituisce con il più tecnico Bollino e il più combattivo Vassallo un terzetto di sicuro avvenire, probabilmente ad alti livelli.

Mauro Bollino è più un fantasista/regista, classico 10 e protagonista di tutte le nazionali under azzurre, e ieri sedeva in panchina, in attesa di esordire, come successo appunto a Giulio, e per giunta da titolare. Francesco Vassallo, invece, di un anno più grande, attualmente è a Foligno, voluto dall’ex Giovanni Tedesco. Mediano tutto polmoni e grinta, sorta di neo Gattuso, ha colpito addirittura Arrigo Sacchi, che ha indicato in lui un esempio di come si debba pressare lungo i 90 minuti.

Insomma, con un po’ di coraggio nel lanciare i suoi giovani migliori, forse il Palermo potrebbe trovare la panacea dei propri mali. Un male oscuro, se è vero che la rosa, pur privata negli ultimi due anni di gente di qualità come Pastore e Silvestre (tanto per fare due nomi) certamente non sarebbe da retrocessione sulla carta.

Ma si sa che alla fine a parlare è sempre il campo, e allora chissà che non possano davvero dire la propria, nel contesto di una rivoluzione tecnica in atto, i giovani talenti di casa. In fondo da anni la società opera bene a livello giovanile, come attestato da uno splendido scudetto primavera di qualche anno fa, quando in rosa spiccavano elementi come i difensori centrali Terranova (ora valido protagonista nel lanciatissimo Sassuolo) e Cossentino, la mezzapunta Misuraca o il centravanti Mbakogu, ora alla Juve Stabia che ricordava in tutto e per tutto Didier Drogba.

Da queste parti, in fondo, c’è gente che se ne intende, e parecchio!