Verona promosso in serie A: riflessioni di un tifoso che ha sempre creduto nella forza di questa squadra

Il Verona torna in serie A dopo un solo anno di purgatorio. Lo ha fatto strappando con i denti quel punticino che gli mancava nella trasferta di Cesena, città che 27 anni prima aveva sancito una dolorosa retrocessione in serie B e soprattutto la fine del ciclo leggendario di Bagnoli alla guida della squadra. Una promozione sì sofferta ma assolutamente meritata per i valori e la forza dei singoli giocatori, che si sono fatti “gruppo” nel momento più delicato della stagione.

La gioia incontenibile dei protagonisti gialloblu al termine dell’incontro decisivo per la serie A disputato a Cesena

La festa si è propagata a lungo (giustamente) sugli spalti del Manuzzi, dove erano presenti tantissimi “butei” gialloblu, e fuori dallo stadio, in città dove si erano radunati in migliaia per seguire da maxischermo l’ultima fatica dei propri beniamini. Già, è stata una fatica! Quella che apparentemente sembrava poter essere una cavalcata trionfale verso la riconquista della serie A appena perduta inopinatamente, si è rivelata in corso d’opera una travagliata corsa a ostacoli, più spesso disseminati dagli stessi protagonisti in campo. Sembrava infatti che ci si dovesse complicare per forza di cose una situazione che fino a novembre almeno si era fatta assai propizia. Squadra primissima, fautrice di un gioco spettacolare come non si vedeva da tempo, vittorie in serie, gol a grappoli e gli elogi incondizionati dei media e degli appassionati sportivi. Poi, inaspettatamente qualcosa si è incrinato, e le cause non saranno mai del tutto definite. A un certo punto tutto e tutti sembravano poter essere messi in discussione, società in primis, nelle figure di Setti e Fusco, l’allenatore Pecchia, inviso a una parte del tifo sin da tempi non sospetti, i giocatori, anche quelli simbolo, rei di non giocare con la massima determinazione e di non essere attaccati alla maglia.

Ciò che conta è che nel momento più critico, o comunque in quello cruciale della stagione, il mister e i giocatori si siano ricompattati (e in questo è stata abile la società a non voler mai dichiaratamente destabilizzare l’ambiente) e di conseguenza anche i tifosi, da sempre arma in più per i risultati della squadra, si sono calorosamente riavvicinati per un grande obiettivo comune.

Fabio Pecchia alla sua prima importante esperienza da allenatore dopo gli anni ad assistere Benitez, ha centrato l’obiettivo, conducendo il Verona in serie A

Pecchia, pur coi suoi limiti dettati principalmente dall’inesperienza a questi livelli e forse anche in difficoltà a convivere in prima persona con la pressione di “dover” vincere il campionato, ha mostrato sulla lunga distanza nervi saldi e la  capacità in corsa di rivedere schemi collaudati (e a un certo punto anche di rinunciare a elementi sino a quel momento imprescindibili per il suo gioco, in funzione del raggiungimento del risultato). Alla fine, ha condotto il Verona in serie A che, per quanto scontato alla vigilia, sappiamo bene che con i soli nomi non si vincono i campionati. Certo, non dobbiamo nascondere la testa nella sabbia: a un certo punto siamo stati agevolati anche dall’inatteso crollo del Frosinone, nostro principale antagonista – escludendo la sorpresa Spal – e sia benedetto quell’incontro del girone d’andata, chiuso con la nostra vittoria, altrimenti staremmo raccontando un epilogo diverso. Proprio quel vantaggio nello scontro diretto ha fatto sì che, a parità di punteggio, fossimo noi a salire in serie A, evitando le mille insidie dei playoff.

Preferisco però qui sottolineare i meriti dei nostri ragazzi, che pur dilapidando il vantaggio e non essendo stati più in grado di replicare il gioco spumeggiante dei primi 3 mesi di campionato, hanno saputo raddrizzare la barca con l’orgoglio, gli attributi (più volte invocati a gran voce dai tifosi e dalla stampa locale), la grinta e, non ultima, la qualità dei singoli, sempre determinanti nei momenti salienti. Pensiamo ad esempio a Romulo, giocatore che più volte ha fatto arrabbiare i tifosi per la sua indolenza, la voglia di strafare, la sua anarchia tattica. Il periodo di massima flessione dell’Hellas guarda caso è coinciso con il suo scadimento di forma, la sua abulia. Ma quel gol all’ultimo respiro nel derby col Vicenza è stata la chiave di volta per ripartire. La sua volée alla sinistra del portiere vicentino ha riscritto i destini del Verona e dello sconfitto Vicenza che da quel momento non ha più saputo riprendersi psicologicamente fino alla retrocessione in Lega Pro, sancita ieri sera.

Pazzini, Romulo e Bessa sono stati i giocatori simbolo della promozione, forti di una qualità tecnica da categoria superiore

Il Verona invece d’un tratto ritrovava vigore, convinzione, entusiasmo e la forza dei suoi uomini migliori, come Bessa, gran cecchino negli ultimi mesi con le sue fucilate da fuori area. L’italo brasiliano, autentica rivelazione del torneo, ha spesso rappresentato quel quid in più di qualità in mezzo al campo ma col passare dei mesi, ha smesso i panni del validissimo palleggiatore per indossare quelli del leader, abile come sempre a giostrare la palla, ma pure a rinculare sugli avversari, correre su e giù per il campo, lottare fino all’ultimo e diventando più concreto sotto porta. In A potrebbe davvero esplodere in tutto il suo talento.

Che aggiungere poi su Pazzini che già non si sia scritto ovunque? Giampaolo a 33 anni ha vissuto una seconda giovinezza, stabilendo il record di marcature personali (23), diventando capocannoniere (titolo mai messo in discussione dopo una partenza a razzo nel tabellino dei marcatori), insidiando Cacia che con 24 ancora rappresenta il massimo di reti per un giocatore gialloblu nella storia ultracentenaria del club, ma soprattutto fungendo da guida per i compagni. Il “Pazzo” si è calato totalmente nell’ambiente, in piena sintonia con città e tifosi, fino a diventarne simbolo. Si è rimesso in gioco, ha tenuto a galla la squadra anche nei momenti più bui non smettendo mai di timbrare il cartellino del gol. Un grande giocatore che, pieno di motivazioni, potrà dire ampiamente la sua anche in serie A.

Inutile infine fare finta di nulla, non sottolineando anche alcuni aspetti che si sono evidenziati in negativo nel corso della stagione, senza cercare necessariamente colpevoli. In fondo si vince o si perde tutti insieme ma certe carenze strutturali sono emerse abbastanza presto. In primis la mancanza di personalità in ruoli chiave, vale a dire quello del portiere e dei difensori. Senza nulla togliere a Nicolas, che in diverse circostanze, ci ha pure salvato la pelle, il brasiliano è parso poco sicuro alla guida di un reparto, talvolta sprovveduto, per non dire avventato in certe scelte di gioco.

La difesa, imperniata a lungo su Bianchetti, ha vacillato troppo spesso. E se all’inizio questo fatto veniva compensato dal grande apporto prodotto in chiave offensiva, poi gli alibi sono caduti, specie dopo l’innesto di giocatori come i fratelli Zuculini (spiace aver visto così poco all’opera Franco e le sue doti di innegabile trascinatore) che facevano scudo protettivo davanti alla terza linea. Il già citato Bianchetti, atteso da anni alla consacrazione, dopo i fasti dell’Under 21 con Mangia e le promesse interiste, ha mancato ancora una volta il salto, patendo spesso gli uno contro uno avversari, e girando a vuoto quando le azioni delle altre squadre si facevano arrembanti. Spesso insignito del ruolo di capitano, in assenza di Pazzini, ha finito col giocare meno sul finale di stagione, lasciando spazio al più duttile (e convincente) Ferrari e al più solido Caracciolo, difensore di categoria con pochi fronzoli. Pisano ha giocato a mezzo servizio ma raramente ha mostrato le doti messe in mostra in serie A. Souprayen è il giocatore che forse ha giocato con più continuità ma al di là di un’affidabilità emersa soprattutto nel girone di ritorno non ha mai e poi mai fatto la differenza. Un altro giocatore a lungo discusso e, a conti fatti, discontinuo, è stato Siligardi, per molta critica uno degli uomini più dell’intera serie B. La verità è che a Verona, il buon Luca solo a sprazzi ha mostrato il suo talento, perdendosi più spesso in giornate grigie, senza spunti di rilievo. Decisamente più a suo agio è parso nel ruolo a lui più congeniale di trequartista alle spalle delle punte, modulo tuttavia poco contemplato dal mister.

E’ piaciuto il fatto che abbiano dato il loro contributo, seppur a fasi alterne, giovani di buone speranze come Valoti e soprattutto Zaccagni, sorta di jolly nello scacchiere gialloblu. Hanno disputato tutto sommato una stagione positiva elementi come il vivace Luppi sulle fasce e il combattente Fossati in mezzo al campo, anche se quest’ultimo ha dato il meglio di sè soprattutto nella prima parte di campionato, quando a un certo punto pareva quasi un lusso per la categoria. Poi è rientrato un po’ nei ranghi ma non ha mai fatto mancare il suo apporto, sia in fase di costruzione che di ostruzione. Giudizio sospeso per Ganz, penalizzato oltremodo dal modulo di Pecchia che prevedeva un’unica punta centrale. Eppure il giovane attaccante, pur non mettendo mai in discussione la titolarità di Pazzini, ha saputo sfruttare le poche chances avute, mostrando indubbie qualità da bomber.

Probabilmente molti di questi giocatori non saranno funzionali al prossimo campionato da disputare in serie A, proprio per alcuni limiti emersi con chiarezza nei momenti di difficoltà vissuti quest’anno. Ma mi pare azzardato, quanto meno pessimistico, pronosticare una stagione a venire sulla falsariga del Pescara. Pecchia come Oddo, esordiente in serie A e amante del bel calcio? Ebbene sì, ma che significa? In fondo si potrebbe ricalcare anche l’esempio molto più confortante del Cagliari, squadra alla quale più volte siamo stati accostati, visto il cammino dei sardi percorso 12 mesi fa.

Ma poi alla fine sappiamo benissimo che la nostra squadra è unica, non assomiglia a nessun’ altra e quindi godiamoci questo risultato e auspichiamoci che sin da ora la società stia pensando a come affrontare in serenità la ritrovata (con pieno merito) massima serie.

Verona campione d’inverno in serie B: diamo i voti ai protagonisti del girone d’andata

Il VERONA ha mantenuto alle promesse estive, terminando il girone d’andata al primo posto solitario in classifica davanti alla rivale più accreditata alla vigilia, il Frosinone, tenuto a distanza di 3 punti.

Un cammino non propriamente lineare, ma in pratica condotto quasi sempre da capolista, dal momento in cui si era riusciti a superare la lepre Cittadella di inizio stagione.

Proprio il derby perso in maniera agghiacciante ha fatto da spartiacque alla prima parte di stagione gialloblu, più ancora che la sorprendente sconfitta interna della settimana precedente con il Novara, quando da imbattuti fra le mura amiche, i veronesi ne presero ben 4.

Da allora è stato un mix di partite giocate tra paura, imbarazzo, trepidazione e solo lampi del gioco fantastico, avvincente e assai redditizio (una media di quasi 3 gol a partita al Bentegodi), visti nelle prime 13 partite.

Un calcio qualitativamente senza eguali in B, con possesso palla e giocate di fino, sprazzi di talento puro in molti interpreti ed entusiasmo alle stelle.

La realtà ormai conclamata, e lo dico a ragione dopo la convincente ultima vittoria che ha chiuso il girone in casa contro il Cesena, è che “quel” Verona di inizio stagione ha nelle proprie corde prestazioni del genere, ma che purtroppo palesa pure delle lacune (che ci si augura possano in qualche modo essere corrette intervenendo a gennaio sul mercato).

Mister Pecchia ha saputo vincere la diffidenza iniziale, puntando su un calcio fatto di fraseggi, possesso palla e tanta qualità.

Mister Pecchia ha saputo vincere la diffidenza iniziale, puntando su un calcio fatto di fraseggi, possesso palla e tanta qualità.

PECCHIA, nonostante qualche detrattore proprio non lo digerisca e non gli perdoni nulla, ha mostrato invece nel momento più critico di essere anche realista, provando a vincere le gare in modo differente da come le aveva sempre impostate dall’inizio. Anche soffrendo, non solo giocando sul velluto. E questa potrebbe essere una prospettiva più consona al restante cammino che ci resta da qui alla promozione in serie A.

Per il resto personalmente applaudo al tentativo, spessissimo riuscito, di provare a fare sempre la partita, giocando nel vero senso della parola, in modo offensivo, armonioso, veloce, facendo divertire il pubblico. Questo è il calcio che mi piace e che ho sempre sperato di poter vedere anche a Verona.

Il fatto che abbiamo dilapidato un grosso vantaggio è stato in qualche modo assorbito dalla poca costanza dei nostri rivali, anche se ormai certe gerarchie paiono piuttosto chiare, così come i valori in campo. Il fatto è che in B le sorprese sono dietro l’angolo e basta davvero pochissimo per soverchiare pronostici e ribaltare statistiche.

Di seguito ecco i miei giudizi sui singoli giocatori della rosa gialloblu:

NICOLAS 6,5 – Un voto “mediano”, pregiudicato dalla prestazione sconcertante di Cittadella in primis e da alcune uscite a vuoto di troppo, in stile kamikaze. Credo che pur essendo il portiere brasiliano ancora molto giovane (specie per il ruolo stesso), non possa migliorare molto su alcuni fondamentali. Che sia spericolato, si senta sicuro in determinate situazioni e agisca con un “consapevole istinto” credo faccia parte del suo dna. Allora apprezziamolo almeno per i tanti salvataggi miracolosi, per gli interventi reattivi e per averci portato in grembo anche dei punti preziosi. Per il resto speriamo di non trovarci in finale playoff fra 6 mesi, come accaduto l’anno scorso al Trapani quando purtroppo per lui una sua “sbavatura” contribuì a regalare la promozione in A al Pescara, dopo che personalmente aveva disputato una grande stagione.

PISANO 6 – Uno come lui in B dovrebbe fare la differenza, e invece il miglior Pisano ancora non si è visto. Forse non era tra i più convinti a rimanere, questa almeno è la mia sensazione, più volte smentita fra l’altro dal giocatore. A tratti ha sì trascinato la squadra con belle sgroppate sulla destra, ma il più delle volte è parso nervoso, distratto, poco partecipe.

BIANCHETTI 6,5 – Quale sarà la dimensione vera di questo difensore da sempre coccolato dalla critica nazionale e protagonista, dati alla mano, di un importante percorso giovanile con tutte le maglie della nazionale azzurra? A 23 anni forse è presto per tirare somme ma a occhio e croce non diventerà mai un Bonucci, molto più probabile che diventi come… Ranocchia, che dello juventino era il “gemello” più talentuoso ai tempi in cui entrambi militavano nel Bari. La storia è andata diversamente e le affinità tra il nostro centrale difensivo e quello attualmente ai margini dell’Inter sono molte, secondo me, dal punto di vista tecnico.

Difettano entambi in personalità nei momenti topici, vanno in apnea anziché dare sicurezza al reparto quando la squadra è messa alle strette dagli avversari. Insomma, mica bruscoline per un difensore che ambisca a giocare ad alti livelli. Di contro occorre ammettere che spesso e volentieri in questo contesto Bianchetti abbia dimostrato di essere preciso, sul pezzo e maturato rispetto a un anno fa. L’impressione mia è che giochi meglio quando tutto il Verona viaggia in scioltezza ma che il vero perno difensivo sia il suo compagno di reparto.

CARACCIOLO 7 – Eccolo, appunto, il difensore imprescindibile della rosa. Giunto in punta di piedi ma con in realtà un robusto curriculum da giocatore “di categoria”, il buon Antonio è uno che sembra badare al sodo e soprattutto raramente si è fatto sorprendere dagli avversari. Il passato remoto da centrocampista gli ha lasciato in eredità una discreta capacità di leggere le situazioni di gioco avversario con anticipo e questo lo rende un centrale completo.

SOUPRAYEN 6 – Una sufficienza risicata e poco più per il lungagnone mancino da due anni in forza ai gialloblu. Nonostante le prestazioni siano salite di tono nell’ultimo mese, purtroppo il terzino sinistro francese raramente ha dato segni di continuità al suo gioco. Il fatto che le migliori prestazioni che gli ricordiamo siano le primissime del suo esordio in serie A non gioca molto a suo favore. Ammetto di essere fra i suoi detrattori ma dovendo scriverne in modo critico, di lui salvo l’applicazione delle ultime partite e una fisicità che spesso incute se non altro il rispetto da parte degli avversari. Per il resto non gli perdono le troppe amnesie, il giocare quasi sempre facendo il compitino e il fatto di non essere mai riuscito a sorprendermi! Dovessi proprio migliorare un reparto andrei sui terzini, poco ma sicuro.

ROMULO 7 – Un voto che rende giustizia solo in parte al grande valore individuale del giocatore. Ma appunto perché il gioco del calcio non è individuale, ecco che l’italo brasiliano ancora non è a livelli di eccellenza, nemmeno in B, categoria che gli sta senz’altro stretta. A volte eccede davvero in fughe solitarie, in azioni insistite che necessiterebbero di “viste” diverse. Ha una voglia matta di spaccare il mondo, di riprendersi le vette che aveva meritatamente raggiunto (passando proprio dall’esplosione dell’anno a Verona): la Juventus e la convocazione con l’Italia per i Mondiali in Brasile. Gli infortuni lo hanno ricacciato nell’oblio, insinuando il dubbio che fosse un calciatore finito. Sta dimostrando con i fatti che non è così, sciorinando partite da autentico campione. In altre però è abulico, sotto tono, dimesso…. E non è questo che il Verona si attende da lui per tornare in serie A.

FOSSATI 7,5 – Non una scoperta in senso assoluto, perché il ventiquattrenne gode di un assoluto credito sin da quando passò dalle giovanili dell’Inter a quelle del Milan, figurando tra i tanti “nuovi Pirlo” del calcio italiano, regista dai piedi finissimi davanti alla difesa. Da professionista aveva già cambiato diverse casacche in B, sempre dando validi contributi alla causa, specie al Cagliari, ma mai diventando protagonista. Lo sta facendo a Verona, dove è apprezzatissimo da tutti per l’immancabile impegno, la perizia, la grinta (in una squadra che nell’insieme difetta in questo aspetto) ma anche per le doti tecniche, la sagacia tattica e per alcuni colpi che ha saputo mettere in mostra. Portatore sano di cartellini gialli, in un Hellas che abbonda di piedi buoni dalla mediana in su, gli tocca fare la parte del duro che gioca sporco, ma poi è in grado di tirare fuori delle perle ancora rivelatrici della sua tecnica (vedi il suo secondo gol contro lo Spezia all’incrocio).

il fantasioso italo-brasiliano Daniel Bessa ha messo in mostra doti non comuni di centrocampista. Quasi u n lusso per la B, ha ancora tempo per puntare a consolidarsi nella massima serie

il fantasioso italo-brasiliano Daniel Bessa ha messo in mostra doti non comuni di centrocampista. Quasi u n lusso per la B, ha ancora tempo per puntare a consolidarsi nella massima serie

BESSA 8 – Che avesse tanto talento lo si sapeva da tempo, da quando ad esempio vinse con l’Inter la Youth League (allora Next Generation Series); che avesse qualità tecniche superiore alla media lo si era visto sin dai primi vagiti in casacca gialloblu, nel modo naturale di trattare la palla, di gestirla, di fare sempre la giocata giusta; che sia di passaggio in cadetteria lo si è capito altrettanto presto. Un centrocampista così figurerebbe benissimo anche nell’attuale serie A, categoria che aveva già raggiunto un paio di anni fa col Bologna prima di infortunarsi gravemente e di ripartire da Como, protagonista comunque di un’ottima stagione a livello personale, nonostante l’inopinata retrocessione dei lariani.

Daniel è un giocatore da tichi taca, da futsal, che però non eccede mai in giocate fini a sé stesse, sa anzi mettersi al servizio della squadra, gioca a testa alta, non tira indietro la gamba, è a disposizione del mister, così schizofrenico a livello tattico specie con i centrocampisti, a cui richiede sovente di cambiare posizione in campo. E così lo si è visto giocare da mezz’ala (prevalentemente), ma anche da laterale sinistro e da regista centrale, sempre in grado di dare un ottimo contributo. Il calo fisico che ha avuto nella seconda parte di stagione è coinciso guarda caso con il periodo più nero della squadra ma essere riusciti ad acquistarlo, grazie ai gettoni di presenza già timbrati, è stato certamente un grandissimo affare.

SILIGARDI 6,5 – Inutile girarci attorno, da lui ci si attende sempre qualcosa di più. I tifosi si sentono in qualche modo “traditi”, perché del giocatore tanto osannato, e che almeno in B dovrebbe fare valere una tecnica superiore, si sono viste poche tracce. Troppe volte è assente ingiustificato, quando si intristisce se non gli riesce un dribbling, se una giocata gli viene stoppata… In questo mi ricorda un vecchio gialloblu: Salvetti, anch’egli facile ai condizionamenti ma anche decisivo e importante quando invece la partita gli girava per il verso giusto. Speriamo che con un allenatore come Pecchia sempre pronto a rinnovargli la fiducia, siano più le giornate positive che quelle negative.

il Pazzo si sta prendendo la sua rivincita, leader in campo e autentico big per l'intera categoria. Già 16 gol segnati in appena 17 presenze

il Pazzo si sta prendendo la sua rivincita, leader in campo e autentico big per l’intera categoria. Già 16 gol segnati in appena 17 presenze

PAZZINI 9 – Un tocco un gol, verrebbe da dire. Statistiche alla mano non è così, e poi i numeri non mi sono mai piaciuti. Però è indubbio che Pazzini sta facendo il Pazzo! Capocannoniere in solitaria, 16 reti in 17 gare, un pericolo costante in area avversaria, un attaccante che, si sa, ha un pedigree molto diverso da un contesto simile. E allora dovrebbe essere scontato un suo exploit, tale da non fargli meritare un 9 in pagella, direte voi… Invece il bel voto tiene conto della sua determinazione, della sua leadership, della sua voglia di rivalsa confermata dai fatti e non solo in veste di parole, di aver sposato la causa ai fini del raggiungimento dell’obiettivo.

LUPPI 6,5– Tanta abnegazione, una zanzara cui piace punzecchiare sulla fascia ma soprattutto l’orgoglio di vestire la nostra maglia, l’idea che giocare per il Verona sia il coronamento di una carriera sinora vissuta ai margini del calcio che conta e giunta come premio di una carriera via via sempre in progredire. Non credo che Luppi possa ambire a di più, già nel Verona si alterna con altri interpreti e non rappresenta un top sulla fascia, però sta dando il suo valido contributo, mixando quantità e qualità.

VALOTI e ZACCAGNI 7 – Quasi senza accorgersene ci siamo ritrovati con due giocatori in squadra pronti a recitare un ruolo da protagonisti in campo. Li conoscevamo già, entrambi avevano già esordito bene in serie A, specie il primo, figlio d’arte ma così diverso dal padre Aladino, anch’egli ex gialloblu. Mattia aveva pure segnato nella massima serie ma poi l’anno scorso sembrava aver buttato via una stagione, perso tra due prestiti in B poco edificanti.

Zaccagni, invece, di due anni più giovane (è un 95) era finito addirittura in Lega Pro, dove ha contribuito alla promozione del Cittadella ma sembrava ai margini del progetto, pronto a un nuovo prestito. Sono riusciti entrambi non solo a farsi trovare pronti, quando servivano alternative al gioco, ma anche in più occasioni a essere decisivi per il risultato. Gol, buone giocate, personalità, capacità di adattarsi a più ruoli (Valoti può fare la mezz’ala, il trequartista, l’interno; Zaccagni l’interno, il regista, l’esterno, addirittura Pecchia l’ha schierato da terzino destro). Insomma, due pedine che saranno sicuramente molto utili alla causa.

Gli altri giocatori hanno avuto meno chance di mettersi in mostra e quindi mi risulta difficile dare un giudizio su questa prima parte di stagione. E’ indubbio che ci attendevamo più gol (ma forse anche più minutaggio, e probabilmente la scarsa vena realizzativa dipende in primis da questo) da GANZ. L’attaccante, figlio di Maurizio “el segna semper lu”, sembra avere il guizzo giusto e le attitudini da bomber di razza e reclama spazio (o almeno lo sta facendo il suo procuratore su pressione indiretta della Juve che ne controlla il cartellino) ma io lo terrei comunque fino a giugno. Davanti ha Pazzini e mi sa che deve solo sperare che Pecchia in alcune gare si affidi a un gioco a due punte, altrimenti dovrà farsi valere in zona gol nelle briciole che gli verranno riservate.

GOMEZ e CHERUBIN sono giocatori esperti, di sicuro affidamento. Il primo ha fatto la storia recente dell’Hellas, probabilmente farebbe comodo a molte squadre avversarie, ma ha lo spirito giusto ed è rimasto consapevole di non dover ricoprire un ruolo di primo piano nelle scelte del mister. Non sono pervenuti MARESCA e TROIANIELLO: per carità, i comprimari ci sono sempre stati, ma almeno da Enzo ci si aspetta che guidi la squadra con maggiore autorevolezza una volta chiamato all’appello. Ha sorpreso il difensore BOLDOR nella gara di chiusura vinta ieri al Bentegodi. Ha addirittura segnato di testa con un bello stacco in area ma è parso soprattutto sicuro, pratico, concreto sull’attaccante avversario, e nella fattispecie si trattava del cesenate Djuric, uno dei più pericolosi dell’intera categoria. Esame superato per lui e così in casa ci troviamo una pedina preziosa per il futuro, in un reparto anche quest’anno messo sotto accusa per i gol subiti (per fortuna in misura minore rispetto all’ultimo biennio, e ben compensati da un’esplosiva forza offensiva), alcuni in maniera piuttosto imbarazzante.

ZUCULINI da acquisto di peso si è rivelato suo malgrado il flop di stagione, collezionando pochissimi minuti e dando credito purtroppo a quello che era risaputo da due anni: un giocatore con troppi problemi fisici dovuti a infortuni e continue ricadute. Spiace perché il dna sarebbe quello del lottatore, del calciatore tipo che piace ai tifosi per spirito da guerriero, per determinazione e “cattiveria”, abbinate nel suo caso anche a buone doti tecniche, come certificato dallo splendido anno a Bologna. Speriamo da qui a fine stagione possa mettere anche la sua firma sulla tanto sognata promozione in A.

Stesso dicasi per FARES, soltanto un paio d’anni fa portato a emblema dell’ottimo lavoro del settore giovanile, con lui attaccante esterno in grado di fare sfracelli in area, con doti fisiche straripanti, un’ottima corsa e tanta personalità. In A aveva messo insieme un numero discreto di presenze e buone prospettive, pur dando l’impressione di non essere tagliato per agire da terzino sinistro. Pecchia lo aveva restituito al cuore del gioco, sin dal suo insediamento sulla panchina gialloblu, mettendolo largo a sinistra in un tridente d’attacco. Per ora Fares è quello che più ha deluso, negativo sia davanti che soprattutto indietro, dove ha peccato clamorosamente in due occasioni, fin quasi a scomparire dai radar. Il futuro è dalla sua parte (ha appena 20 anni) ma deve limare il suo comportamento, che troppe volte lo ha visto eccedere in nervosismi.

La rosa, sbandate a parte, ha dimostrato la sua forza ma il mercato di gennaio, specie considerando l’ingente bottino ottenuto dal “paracadute” dello scorso anno, potrebbe puntellare alcuni reparti di giocatori “di categoria”, magari andando a pescare proprio dalle dirette avversarie.

Troppo scetticismo attorno al nuovo Hellas Verona di Pecchia e Fusco

Per una volta il mio titolo dice già tutto: niente giri di parole e via alla riflessione.

Come tutti sapete – almeno chi mi conosce un pochino – sono un grande appassionato della prima squadra della mia città, l’Hellas Verona (detto con tutto il rispetto per il Chievo e senza intento di provocazione), ma allo stesso tempo mi è sempre piaciuto seguire il calcio a 360 gradi, e per ogni questione che lo riguardi mi piace contestualizzare le mie argomentazioni.

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E’doveroso premettere che siamo reduci dalla peggior stagione di sempre in serie A, con una retrocessione annunciata già a novembre/dicembre (ma non un anno fa, quando invece i pronostici “dalla parte sinistra” della classifica si sprecavano) e uno scoramento generale dovuto al brusco e repentino ridimensionamento, dopo aver cullato la speranza di consolidarsi nella massima serie.

Certamente non è semplice ripartire sorretti dalla giusta dose di fiducia e ritrovare d’incanto quegli stimoli, quella motivazione e anche quella voglia di rivalsa che in situazioni simili è più facile smarrire. Si è chiuso irrimediabilmente un ciclo vincente, sarà tra l’altro la prima stagione post-Luca Toni, campione e uomo simbolo di questi tre anni di A.

Eppure io personalmente, a differenza di tanti miei contatti (e pure di qualche amico stretto, tifosissimo dei gialloblu) ritengo che ci siano degli elementi favorevoli a quella che potrebbe essere una rinascita, senza addentrarsi in azzardati pronostici che poi magari ti si ritorcono contro. La delusione è molta, ancora tangibile, e verrebbe voglia di attuare un vero repulisti in casa Hellas, a partire dalla società, che lo scorso anno ha dato tanti segnali di debolezza al suo interno e di fragilità.

Visto che il padrone non lo si può cambiare – e concedendo il piccolissimo particolare che fu proprio Setti, coadiuvato da Sogliano, da Gardini e soprattutto da Mandorlini a portarci in serie A, qualcosa invero si è mosso in seno alla dirigenza, andando anche a toccare i quadri tecnici. Logorato il rapporto con il mister di Ravenna, ancora forte di un anno di contratto, e non essendo riuscito il miracolo sportivo a Gigi Delneri, dopo tanti nomi valutati, ci si è affidati al semi esordiente Pecchia.

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Si sono da subito sparsi semi di preoccupazione, quando non proprio di rassegnazione, all’annuncio dell’ex braccio destro di Rafa Benitez, nelle esperienze al Napoli e al Real Madrid. Prima ancora l’ex centrocampista fra gli altri dello stesso Napoli e della Juve, aveva solo assaggiato delle panchine da professionista, curriculum che si portava in dote anche un certo Ficcadenti, quando si accinse ad allenare i nostri colori.

Al di là dell’oggettiva scarsa esperienza di Pecchia, di lui fin da quando era protagonista in campo,  si diceva che fosse un predestinato, un allenatore in campo, un ragazzo dotato di grande intelligenza, il “giocatore-avvocato”.

Ha in fondo allenato CR7, Bale, Higuain, Hamsik, Ramos… chiunque conosca certe dinamiche, sa benissimo che un allenatore in seconda è preziosissimo nella preparazione delle squadre e il buon Fabio sembra proprio gradire un gioco “internazionale”, fatto di fraseggi, intensità, con o senza palla, soprattutto fatto di coraggio.

E da quanto tempo, categorie a parte, a Verona, non vedevamo all’opera delle squadre con queste caratteristiche? Mi direte che tutto è ancora da verificarsi, ma potrebbero valere come indizi una preparazione molto diversa rispetto all’ultimo lustro, la prova di Coppa Italia, non brillantissima sul piano tecnico ma promettente in alcuni movimenti e idee di gioco.

Fusco, il nuovo Ds, si sta muovendo bene, anteponendo i fatti alle parole e alle comparsate in tv. Sta cercando di allestire una squadra equilibrata in tutti i reparti, che abbia buoni ricambi ma pochi doppioni (assai dannosi più che utili) e si sta destreggiando pur nell’ambito di situazioni ambigue in merito alle permanenze o meno dei vari Viviani, Pazzini, Helander, Romulo

Il capitolo sui confermati, brutalmente definiti “i retrocessi” merita attenzione, perchè non si può mettere sullo stesso piano gente che ha il pensiero altrove, gente che ama la maglia, gente che forse ha finito il suo ciclo, gente che in A magari era debole ma in B potrebbe farsi valere eccome e gente che realmente è già in clima campionato col solo obiettivo di dare il massimo. Ho omesso di fare i nomi, ma immagino che mi abbiate capito.

Credo che alcuni possano ancora dare tanto, e vanno salvaguardati e incoraggiati, e su questi sarà utile contare per cementare un gruppo che possa coniugare mentalità vincente e voglia di emergere.

Sono soddisfatto di tutti gli innesti: Luppi e Ganz hanno una gran voglia di spaccare il mondo, Fossati nelle nazionali giovanili faceva la differenza e in B si sta consacrando come uno dei centrocampisti più talentuosi della categoria, Nicolas è tornato da Trapani dopo un campionato da protagonista, Zuculini se sta bene è destinato a diventare un punto fermo in mezzo al campo, imprescindibile per ogni allenatore e Antonio Caracciolo, beh, si tratta con molte probabilità del miglior centrale difensivo della B, cercato un gradino più sopra da squadre di fascia media.

Più che altro in B non contano i grossi nomi: gli esempi lampanti di Crotone e prima ancora Carpi, Frosinone, Sassuolo o Empoli sono molto indicativi in tal senso. Un bravo dirigente deve essere ovviamente bravo e abile a scovare i giocatori adatti all’allenatore, quando non sia quest’ultimo a farsi valere, richiedendo uomini che ben conosce. Si devono conoscere le caratteristiche di un’ampia rosa di atleti valutabili.

L’attuale panorama cadetto non presenta ai nastri di partenza la squadra ammazza campionato, la Fiorentina, il Palermo o per rimanere ai giorni nostri, il Cagliari di turno… ci sono buone compagini, tra cui metto certamente le declassate Carpi e Frosinone, il cui exploit non ritengo del tutto isolato, ma nessuna mi pare in grado di guardare tutti dall’alto in basso ai nastri di partenza.

Io lascio ai complottisti o ai dietrologisti le accuse neanche troppo velate di non volere subito la promozione, in modo da poter usufruire del restante bottino del paracadute nella prossima stagione… questi discorsi mi fanno ridere, non hanno senso.

Il torneo di B è lungo e logorante, non scopro l’acqua calda, ed è impensabile tentare improbabili fughe. Sono 42 partite in cui gradualmente si dovrà cercare di trovare l’assetto giusto, quel quid che potrebbe far sbaragliare le carte, ridare entusiasmo, sospingere la squadra. Sappiamo tutti quanto può dare il Bentegodi, la sua gente, il suo Popolo, quello dell’Hellas.

Io mi auspico di fare un buon campionato, di divertirmi, di vedere una squadra propositiva, determinata, che abbia personalità in casa e fuori, che non abbia paura di sbagliare, che ce la metta tutta.

E credo che in fondo siano requisiti che interessano a tutti i tifosi gialloblu. Poi le cose potranno venire da sè, fino a farci spiccare nuovamente il volo.

DOSSIER FIGLI E FRATELLI D’ARTE NEL MONDO DEL CALCIO

Nel calcio, come in ogni settore lavorativo, è facile imbattersi nei cosiddetti “figli d’arte”, quei protagonisti di una certa professione o disciplina che possono “vantare” un cognome di un certo prestigio, tale in alcune situazioni da poter ambire a possibilità di carriera altrimenti precluse. Pensiamo a tanti giovani rampolli di famiglia che assumono incarichi prestigiosi nelle aziende messe in piedi dai propri genitori o più semplicemente a certi fenomeni di vero e proprio nepotismo che hanno riguardato, sino ai nostri giorni in maniera persino preponderante, la sfera sociale e politica. Ma in alcuni ambiti è davvero impossibile bluffare, avvalendosi cioè di un importante cognome per fare strada. Pensiamo agli artisti in genere, del cinema o della musica, dove esistono belle eccezioni, ma a cui non basta chiamarsi “Lennon” o “Presley” per diventare ai livelli del padre, né tanto meno “De Sica”. Dove vige il talento, esistono delle forme di “giustizia” o quanto meno di obbiettività che indicano una strada privilegiata alla meritocrazia, diffusa ad ogni latitudine, in quanto queste regole valgono all’estero come in Italia, territorio privilegiato per questa inchiesta.

Nel calcio, come in tutti gli sport, d’altronde, alle chiacchiere si contrappongono dati, numeri e vittorie e, pertanto, non basta portare un nome sulla maglietta (per quanto prestigioso, pensiamo al “Maradona” del Cervia, la squadra del Reality “Campioni” che aveva assoldato il figlio di Diego sperando si presume in una ancora più efficace strategia di marketing, non fosse già bastata in quel contesto la tv). Ma neppure il fratello minore di Maradona, Hugo (una comparsata nell’Ascoli ventisette anni fa) seppe minimamente avvicinarsi a cotanti gesta calcistiche. Eppure, non sempre un cognome “di peso” si dimostra essere alla prova dei fatti un boomerang. Esistono casi importanti di giocatori che hanno avvicinato, eguagliato e in pochi sparuti casi superato i trionfi del padre, aprendo la porta a vere dinastie di atleti.

Foto storica, con l'immenso Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino e il figlioletto Sandro, degno erede e protagonista dell'Inter di Herrera

Foto storica, con l’immenso Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino e il figlioletto Sandro, degno erede e protagonista dell’Inter di Herrera

Sin dai tempi pionieristici pre- Campionato unico, era solito vedere nelle fila delle squadre, coppie di fratelli. Uno dei massimi esponenti calcistici degli anni 10 e 20 (ma la cui carriera si protrasse fin quasi a metà degli anni ’30, con una ricomparsa nel ’39 ad Arezzo a quasi 45 anni) è Luigi Cevenini, detto “terzo” (III in numeri romani, come si era soliti usare all’epoca), in quanto poteva vantare due fratelli maggiori e due minori calciatori come lui. Luigi tuttavia divenne presto il più completo, la star di famiglia, accumulando qualcosa come 190 partite in campionato condite da ben 158 reti, nonostante lo stop forzato di 4 anni in piena Prima Guerra Mondiale, dal 15 al 19, quando vestiva la maglia del Milan.

Nella Juve del quinquennio, centravanti infallibile e assai prolifico, prima di un ridimensionamento tecnico coinciso con un infortunio, era Felice Placido Borel, detto anche II, perché già il fratello di Aldo Giuseppe, anch’egli tra gli altri giocatore della Juve in precedenza. Borel II divenne campione del Mondo nel ’34, seppur da comprimario dietro i più affermati Meazza, Schiavio e Orsi, e segnò la bellezza di 132 reti in carriera in 257 gare di campionato, in pratica una ogni due partite.

Negli anni ’40, dal suo esordio in A sino al tragico epilogo di Superga, furoreggia il 10 di Valentino Mazzola, giocatore universale, riconosciuto dai più come il massimo talento della sua epoca. Porta in dote al Torino ben cinque scudetti consecutivi, intervallati dalla parentesi dello Spezia nel campionato di guerra del ’44, trascinando la squadra granata nella leggenda di questo sport. Eppure uno dei suoi figli, l’interista Sandro, riuscì a eguagliarne le gesta, nonostante una differenza tecnica piuttosto evidente, sia come ruolo che come personalità in campo. Sandrino, efficace sia come finto centravanti che successivamente come interno, vinse con la squadra nerazzurra ben 4 scudetti, due Coppe Campioni e due Coppe Intercontinentali, divenendo pure capocannoniere in una stagione (come successe al padre, seppur quest’ultimo non giocasse da attaccante).

Meno felice la carriera del fratello minore Ferruccio, che alcuni accreditavano da giovane come più promettente rispetto a Sandro, in possesso di una tecnica cristallina e di un modo di stare in campo (centrocampista puro o trequartista) non dissimile da quello del padre Valentino.

Eppure Ferruccio, piuttosto discontinuo, dopo le giovanili nell’Inter e la positiva esperienza di Venezia, sulle orme del padre, non seppe confermarsi ad alti livelli, mancando il salto di qualità in squadre come Lecco, Lazio e Fiorentina, sfiorendo in serie C a nemmeno 30 anni, con il Sant’Angelo.

Da metà degli anni ’60 fino agli inizi degli ’80 uno dei migliori cannonieri italiani è stato Giuseppe Savoldi, cresciuto nella fucina di talenti dell’Atalanta ma poi consacratosi tra Bologna e Napoli, dove divenne mister miliardo. Per lui, bomber di razza, la bellezza di 168 reti in 405 gare di campionato (con l’apice del titolo di cannoniere nel ’73 insieme a Pulici e Rivera, mentre poca fortuna ebbe in Nazionale, vista la concomitanza di tanti validi giocatori nel ruolo di prima punta.

Il fratello minore Gianluigi, precocemente scomparso a 58 anni nel 2008 dopo una grave malattia, pur talentuoso nel ruolo di mezz’ala non seppe avvicinarsi alle vette di Giuseppe, pur entrando dopo la trafila atalantina e due esperienze formative in categorie minori, nelle grazie della Juventus. Il bianconero tuttavia sembrava andargli troppo largo, vista la concorrenza di fenomeni nel ruolo (su tutti Capello e Haller) e così proseguì la carriera tra Cesena e Vicenza, senza tuttavia mai far decollare le buone premesse.

In genere, un ruolo completamente diverso rispetto al predecessore, può aiutare nell’allontanare confronti spesso rischiosi. Venendo quindi ai giorni nostri non si può certo dire che Daniele Conti stia sfigurando in serie A, seppur non toccando i vertici del padre Bruno, favoloso fantasista mancino protagonista del Mundial ’82 dove fu eletto da Pelè come miglior giocatore della manifestazione. Daniele non possiede le doti tecniche del padre ma abbina forza fisica e senso tattico da gran regista che gli hanno consentito, una volta smentito gli scettici, una carriera che sinora lo ha portato al totale di 361 presenze, quasi tutte nella massima serie, se si escludono i 4 anni di B ad inizio carriera, e quasi tutti con la sola maglia del Cagliari, squadra adottiva dopo il precoce esordio in maglia giallorossa sulle orme del padre.

Maggiori tuttavia i casi di figli d’arte nel calcio che non riescono ad esprimere quanto fatto in carriera dai loro padri. Per loro all’inizio il nome non è un problema, nel senso che più facilmente rispetto al ragazzino che parte dal club locale possono arrivare in vivai importanti ma poi molto spesso i riflettori cominciano a puntare su di loro. Tutti, dai tifosi alla dirigenza, ai semplici appassionati sportivi, si aspettano quel “qualcosa” in più che il cognome dovrebbe in qualche modo garantire, come se la genetica contasse su tutto. In questi casi essere “figli di papà” non aiuta, lo certificano casi come quelli di Alessandro Bettega, Mattia Altobelli, Marco Fanna, Mattia Pin che, seppur ancora giovani, hanno abbandonato da tempo sogni di gloria e di professionismo, mentre appare impervia anche la strada di Gianmarco Zigoni e Matteo Mandorlini, nonostante l’indubbio talento messo in mostra nelle categorie giovanili.

Dura pure la vita dei fratelli d’arte, specie se il tuo, di nome Roberto,  è stato Pallone d’Oro nel ’93, finalista al Mondiale l’anno successivo o molto più semplicemente il miglior giocatore italiano degli ultimi 50 anni. Eddy Baggio ha speso una carriera tra tanta serie C e un po’ di B, segnando comunque a palate (soprattutto nelle Marche, ad Ascoli e Ancona ma anche a Pisa e Catania tra le altre) e onorando il suo cognome con tanta passione e dignità.

E mentre all’orizzonte del grande calcio si stanno affacciando i figli di Maurizio Ganz e Antonio Comi (rispettivamente Simone e Gianmario), trascinante coppia gol dell’ultima Primavera del Milan, a Carpi si è fatto le ossa Filippo Boniperti, nipote del grande Giampiero, icona juventina e a Gubbio l’anno scorso ha ben debuttato il centrale difensivo scuola Torino e Inter Simone Benedetti (figlio del cuore Toro Silvano), c’è anche chi ha saputo superare, forti di una carriera straordinaria le pur bellissime carriere dei propri cari.

Christian Vieri, possente attaccante che ha militato in tantissime squadre (le due di Torino, le due milanesi, la Lazio, l’Atalanta, l’Atletico Madrid, il Monaco, la Fiorentina e negli anni di gavetta al Pisa, al Venezia e al Ravenna) è uno dei più prolifici attaccanti italiani di sempre, con i suoi 142 gol in serie A. In tutta la carriera ne segnerà ben 194 solo nei vari campionati con l’apice dei 24 gol in altrettante gare nell’unico anno in Spagna con i “Colchoneros” e i ben 103 in 144 con la maglia dell’Inter, tra il 1999 e il 2005, periodo in cui da molti addetti ai lavori era considerato il miglior centravanti del mondo.

Padre e figlio: il fantasioso ma incostante Bob Vieri e il super bomber Christian

Padre e figlio: il fantasioso ma incostante Bob Vieri e il super bomber Christian

Il padre Roberto, gran talento della trequarti negli anni ’60, agiva in posizione più arretrata, da classico 10 di fantasia e giocò le sue migliori stagioni alla Sampdoria, ma poi fallì alla Juventus e successivamente si limitò al compitino alla Roma e al Bologna. Dotato di ottima tecnica ma di scarsa propensione al sacrificio, optò poi per scelte di vita che lo condurranno prima a giocare a Toronto e successivamente in Australia, dove nacque l’altro figlio Max, anch’egli discreto giocatore cadetto in Italia, ma senza la grinta e la personalità del fratellone “Bobo”.

Il caso più eclatante di giocatore italiano in grado di superare la già egregia carriera del padre è tuttavia quello di Paolo Maldini, figlio di Cesare.

Quest’ultimo, classe ’32, triestino di ferro, dopo due promettenti stagioni nella squadra di casa, la gloriosa Triestina di cui divenne a soli 21 anni capitano, passò al Milan, legando indissolubilmente il suo nome al club rossonero, forte di 347 presenze e 3 reti. Difensore straordinario, col fisico, il senso tattico, uno dei più efficaci primi “liberi” del nostro calcio, si impose grazie anche alla strabordante personalità e intelligenza calcistica. Battendo in finale il Benfica di Eusebio nel ’63, toccò a lui, emblema e capitano del Milan, alzare in cielo la prima Coppa dei Campioni, stessa sorte toccata esattamente 40 anni dopo dal figlio Paolo, che di coppe dei campioni prima ne aveva già vinte 3 e successivamente nel 2007 a quasi 39 anni  ne avrebbe vinta un’altra, portando così il suo totale a 5.

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(la dinastia dei Maldini: Paolo e il padre Cesare alzano da capitani la Coppa dei Campioni con la maglia del Milan… e all’orizzonte si prepara per il grande calcio il giovane Christian, classe ’96, figlio di Paolo e già negli Allievi dei rossoneri)

Difensore universale, ha composto per anni una delle difese meglio assortite di tutta la storia del calcio, con Tassotti, Costacurta e Baresi, debuttando da terzino sinistro, ruolo in cui si impose come il migliore in assoluto della sua epoca, per poi passare in tarda età a centrale, sulla falsariga di altri grandi difensori italiani. Sin dal suo debutto in serie A, datato 20 gennaio 1985 a nemmeno 18 anni, fu palese che del raccomandato non aveva proprio nulla e la sua lunghissima carriera (cui ricordare tutti i numeri e trofei diventa quasi un’impresa, basti pensare al record di partite ufficiali con lo stesso club, il Milan, ben 902 o quello delle finali di Champions in coabitazione col madridista Gento, 8  per farsi un’idea della sua statura di giocatore) ne è una fulgida testimonianza. E alla finestra è già pronto in rampa di lancio il figlio Christian, classe ’96, che gli addetti ai lavori indicano già come probabile erede in campo al Milan, giusto prosecutore di una dinastia davvero unica.