Mandorlini sarebbe l’uomo giusto per il Parma

Chi mi conosce sa che non posso certo definirmi un “mandorliniano” (postilla per i non tifosi dell’Hellas che immagino e spero saranno tanti a leggermi…, il tifoso gialloblu si divide da 5/6 anni a sta parte in pro Mandorlini e contro Mandorlini).

Non lo sono, o non lo ero, non soltanto perché il suo modello di gioco non corrisponde esattamente a quello che riesce a catturarmi l’entusiasmo; e non lo sono nemmeno per certe sue esternazioni, e sono state molte, che esulavano dal contesto calcistico (o che vi entravano dalla porta secondaria). Insomma, non mi esaltavo per lui come uomo, pur riconoscendone doti di trascinatore, di attaccamento e di passione genuina.

Gli riconosco però soprattutto il grande lavoro di ricostruzione della nostra (all’epoca) derelitta squadra, portata in sella dagli inferi della Lega Pro al Paradiso della serie A ma lo reputo anche in parte colpevole della disfatta della passata stagione, monotematico negli schemi e attaccato ai suoi giocatori simbolo, precludendo quasi a priori la fioritura di altri.

Va beh, è un capitolo chiuso in pratica della storia gialloblu, nonostante l’anno in corso sia ancora sotto contratto: lui da tempo ha iniziato a ricomparire in video, a dispensare opinioni (richieste, per carità) e in qualche modo – giustamente – a candidarsi indirettamente per questa o quell’altra squadra.

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D’altronde la bontà del suo percorso professionale è sotto gli occhi di tutti, così come le sue abilità di condottiero. Ero tra coloro che in qualche modo caldeggiavano la sua possibile candidatura sulla panchina dell’Inter, poi finita a Pioli, perché secondo me in veste di traghettatore avrebbe potuto risollevare la cresta di molti galletti dello spogliatoio nerazzurro (che lui tra l’altro ben conosce, avendovi giocato e vinto agli ordini di Trapattoni).

Sfumata la chimera Inter, da un paio di giorni si è tornato a parlare di lui per un’altra prestigiosa panchina, quella del Parma, ovvero quel che si dice una vera nobile decaduta del calcio italiano.

E’ chiaro, dovrebbe ripartire dalla Lega Pro, abbandonare definitivamente sogni d’alto profilo, eppure credo che per Andrea Mandorlini quella emiliana sarebbe la piazza ideale per rimettersi in pista.

In fondo si possono riscontrare molte analogie con la situazione dell’Hellas Verona di qualche anno fa.

Il Parma DEVE tornare come minimo in serie B e da lì puntare il prima possibile al ritorno in serie A, dove gli compete. Il tecnico ravennate è indubbiamente un motivatore eccezionale, un rivitalizzatore, e saprebbe a mio avviso toccare le corde giuste di un organico – ricordiamolo – da promozione. Non sarà facile centrare l’obiettivo, un po’ per il regolamento assurdo della competizione, con playoff da disputarsi fra ben 28 squadre in più fasi dei tre gironi, un po’ perché anche solo restando al girone B, dove il Parma è impegnato, c’è molta concorrenza per il primo posto che darebbe accesso immediato alla B. I punti di distacco dalle prime classificate attuali (il competitivo Pordenone e la sorpresa Reggiana) non sono poi molti, ma ci sono altri avversari quotati da battere come il super Venezia di Pippo Inzaghi, il Bassano, la Feralpi Salò o il Padova.

Sono convinto però che se i ducali decidessero di assumere Mandorlini al posto di Apolloni avrebbero buona chances di giocarsela.

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Per tutti i “ragazzi” della mia generazione, diciamo dai 30 ai 40 anni (io ci sto appena dentro perché sono 39) il Parma rappresenta molto: negli anni ’90 ha fatto sognare tantissimi appassionati di calcio (eccezion fatta forse per gli juventini, viste le tantissime sfide ad alti livelli, comprese finali varie), da quelle parti hanno giocato campioni veri.

Tralasciando quello che poi è successo a livello societario e la successiva caduta, non diretta, ma comunque quasi a compensare quegli anni d’oro ma gestiti in maniera “allegra”, il Parma ci rimanda a un’epoca in cui il calcio italiano si poteva a ragione definire il più bello del mondo, magari non in senso puramente estetico, ma per la competitività e l’alto livello delle squadre e degli interpreti partecipanti sicuramente sì.

Crisi Hellas Verona: quali sono le cause, chi i veri colpevoli? Ma soprattutto, da dove ripartire per scongiurare il pericolo serie B sempre più vicino?

Il Verona sta attraversando uno dei periodi più difficili da quando è risalito in serie A, si può affermare tranquillamente che sia IL più difficile dell’intera gestione Mandorlini, passato dall’essere capopopolo, amato da un’intera tifoseria a capro espiatorio da qualche mese a questa parte.

La situazione forse per chi non segue i colori gialloblu da vicino potrebbe tutto sommato sembrare non proprio così drammatica, in fondo siamo sempre sopra la zona salvezza, obiettivo dichiarato (ma siamo sicuri che nelle intenzioni della società e soprattutto nella testa dei giocatori non fosse qualcos’altro, magari quella zona Europa League sfuggita per un soffio nella passata stagione?), ma in realtà c’è poco o nulla da stare allegri.

I motivi di questo forte e brusco ridimensionamento hanno radici lontane, da quando in estate è stata allestita una squadra “al risparmio”, privata in un sol colpo di quei giocatori che furono gli assoluti protagonisti (assieme al grandissimo Luca Toni) della stagione, gli emblemi della squadra spettacolo che per alcuni mesi si era guadagnata giustamente tanta attenzione da parte dei media nazionali, suscitando vasta eco nelle prodezze di gente come Iturbe, Romulo e prima ancora Jorginho.

Andrea Mandorlini è giunto alla fine del suo ciclo come allenatore dell'Hellas?

Andrea Mandorlini è giunto alla fine del suo ciclo come allenatore dell’Hellas?

A questi nomi aggiungiamo anche quelli di Cacciatore che tanto bene aveva fatto nella prima parte di campionato, e di Marquinho che invece giunse a migliorare la qualità dalla trequarti in su nel girone di ritorno, e capiremo subito come questi non siano stati sostituiti con gente all’altezza. Su questo punto si è molto dibattuto, e in fondo può risultare una polemica sterile cercare di capire se fossero meglio quelli o questi. Fatto sta che MOLTI, quasi tutti, erano convinti che la rosa allestita quest’anno alla vigilia del secondo campionato consecutivo in serie A, fosse in realtà migliore perchè più completa, numerosa, solida… bla, bla,bla.

Purtroppo, ben presto, nonostante comunque i risultati nelle prime dieci partite fossero tutto sommato in linea con un campionato tranquillo, si è capito come mancasse la fantasia, il brio, il coraggio, in sostanza… il gioco! Poi è parso palese come mancassero altre componenti importanti, finanche fondamentali, visto appunto che a mancare è in toto il gioco, vale a dire… la determinazione, la grinta, la corsa, la voglia, la fame…

Ahi, ahi, senza queste qualità, indipendentemente dai numeri e dai moduli (provati in quantità tale da far perdere la bussola anche al più bravo dei navigatori) non si va da nessuna parte, e per fortuna che Toni – che qualcuno aveva additato precocemente come già finito – ci pensa spesso a buttarla dentro, come gli riusciva splendidamente l’anno scorso.

L'ex campione del Barcellona, il messicano Rafa Marquez: da uomo salvezza a emblema del disastro gialloblu

L’ex campione del Barcellona, il messicano Rafa Marquez: da uomo salvezza a emblema del disastro gialloblu

Manca il gioco, manca la difesa, la peggiore di tutto il campionato… e non parlo di gol subiti (anche se siamo quasi a 50, e sono davvero pochissime le squadre ad aver subito di più). Quello che doveva essere il fiore all’occhiello di un intero reparto, lo strombazzato messicano Rafa Marquez, plurititolato con il Barcellona e reduce da un ottimo Mondiale disputato in Brasile, alla realtà dei fatti pare un ex giocatore, lentissimo, disattento, quasi svogliato, senza motivazioni mi verrebbe da dire, nonostante gli energici buoni propositi estivi. Ho detto della difesa, dove in pratica il solo Agostini, fedelissimo di Mandorlini che lo ha preferito quasi sempre ai più giovani Brivio e Luna, è il titolare, laddove persino Rafael e Moras sono spesso in discussione nelle scelte del mister, ma vogliamo parlare del centrocampo?

Per lunghissimi tratti siamo stati l’unica squadra della serie A a non provare mai a imporre il proprio gioco, schiacciandosi sulla propria metà campo a proteggere i compagni difensori. Fallito in toto il tentativo di rilanciare il greco Tachtisidis, un altro dei fedelissimi dell’allenatore (lui sì in grado di giocare 38 partite l’anno senza mai essere messo in discussione!), incapace di impostare, di lanciare ma anche di fare scudo, accanto a lui sono ruotati un sacco di interpreti che alla fine della giostra si equivalgono tutti nel segno di un’evidente mediocrità (la speranza è che si potesse scrivere “di medietà” ma la realtà è che sono di livello qualitativo più tendente al basso che altro). Obbadi, spesso rimpianto o atteso vanamente, è l’unico che nei piani tattici poteva fare le veci del regista, non fosse altro per la sua capacità di catalizzare i palloni e smistarli, ma in pratica non si è mai visto, così come uno Ionita che invero si era imposto bene, essendo incisivo anche in zona gol. Poi però anche il nazionale moldavo è uscito dai radar, bloccato da un lungo infortunio. E che dire di Jacopo Sala? Lui sì forte davvero, e lestissimo a dimostrarlo al suo rientro in campo dopo mesi di degenza… Purtroppo però la sfortuna sembra essersi accanita contro il giovane centrocampista tuttofare e chissà quando lo rivedremo, se lo rivedremo ancora in gialloblu. E poi Hallfredsson, scostante ma uno che almeno non si tira indietro, dovendo sovente essere lui il faro in mezzo al campo, e non solo umile gregario come l’anno scorso; Lazaros, che fluttua tra mediana e trio offensivo, perdendo incisività in entrambe le zone e sostanzialmente anche una propria dimensione tattica; il rientrante Greco che pare lo stesso giocatore gracile e poco determinante (e determinato, che è ancora peggio) di 8 anni fa, quando era al suo primo anno da professionista; i giovani Campanharo e Valoti che a sprazzi hanno mostrato qualità, specie il secondo, ma che di fatto hanno avuto pochissime chance per imporsi, non giocando mai con la giusta continuità. Come detto, tanti, troppi interpreti, e lo stesso vale per tutti i ruoli. Uno da fuori che non tifi Hellas credo abbia perso il conto ad esempio di quanti difensori centrali possiamo contare…

Luca Toni, il capitano, il bomber, l'unico a salvarsi nell'attuale stagione del Verona

Luca Toni, il capitano, il bomber, l’unico a salvarsi nell’attuale stagione del Verona

Il fatto però è che una rosa sin troppo ampia crea difficoltà a un allenatore come Mandorlini abituato da sempre a giocare con più o meno gli stessi uomini. Che il tecnico ravennate sia in evidente crisi lo capiscono tutti, pare logico sia giunto alla fine del suo bellissimo ciclo gialloblu ma credevo onestamente sarebbe capitato alla fine del torneo, a salvezza raggiunta.

Perchè io ero tra coloro che, pur riconoscendo l’assoluto indebolimento in fatto di uomini in campo, pronosticavano in ogni caso una comoda salvezza, più che altro per scarsità delle compagini avversarie. Mi sbagliavo, assolutamente, anche se sono sicuro che le potenzialità ci sarebbero per raggiungere l’obiettivo, e poi tanti saluti.

Non è possibile che non si siano presi provvedimenti, dopo tutte queste sconfitte, dopo che Empoli e Chievo ci hanno raggiunte, dopo che il Cagliari terz’ultimo è a soli 4 punti sotto, dopo che le stesse Cesena e Parma, che sembravano (e probabilmente lo sono ancora) spacciate stanno dando segni confortanti di vita, mettendo sotto e conquistando punti contro le prime Juve e Roma, le prime due della classe. Cosa dobbiamo aspettare? A me non piacciono i cambi in corsa e poi diciamo la verità, su piazza al momento non ci sono chissà quali tecnici (non credo proprio che Guidolin, da tutti invocato) accetterebbe a questo punto della stagione di subentrare. Magari a giugno sì, e sarei in quel caso felicissimo, però ora non credo proprio, considerando poi che la mia sensazione è che nemmeno Stramaccioni sia saldissimo in sella all’Udinese.

La società, i giocatori, tutti hanno le loro enormi responsabilità, soprattutto nel credere, mi auguro inconsciamente, di essere al livello di squadre come Genoa, Torino o Sampdoria. Sarebbe bello fosse ancora così, è bello vedere quest’anno le partite del Palermo, mi ricordano quelle nostre dell’anno scorso, giocano con lo stesso entusiasmo, con le ali sotto i piedi, mostrano all’intera serie A i loro gioielli Dybala e Vazquez. Ma anche il Sassuolo si è consolidato a differenza nostra, e diciamo la verità, è più forte rispetto a noi in tutti i reparti.

Dicevo, responsabilità di tutti, anche di una società che non pare prendere forti posizioni, con Setti che delega e Sogliano al probabilissimo addio a fine stagione, vada come vada… Non ci sono più soldi da spendere, lo dimostra un mercato di riparazione all’insegna dell’immobilismo o quasi, e allora visto che ormai la squadra è questa e non la si può cambiare più, credo che come sempre accade a pagare debba essere un allenatore che ormai appare in totale confusione, stanco, in difficoltà ma pur sempre spesso arrogante nelle sue disamine e mai pronto ad accettare le giuste critiche.

Io a questo punto, non lo dico provocatoriamente, al suo posto chiamerei Pavanel, reduce da un ottimo lavoro con la Primavera e gli affiderei le sorti della prima squadra. Il campionato in fondo è ancora lungo, la salvezza è alla portata ma occorre svegliarsi, darsi una mossa, correre…. Non possiamo nemmeno pensare di tornare in serie B!

La storia di Gianmarco Ravelli: ex grande talento, Nazionale giovanile, finito nei dilettanti ma con la voglia di guardare al futuro

Non è certo la prima volta che ospito volentieri nel mio blog le storie di alcuni protagonisti del calcio, spesso scandagliando le serie minori, giovanili o ripescando qualche giocatore meritevole purtroppo uscito dal “giro grosso”. Ma stavolta la motivazione era doppia, perché il calciatore in questione, Gianmarco Ravelli, oltre che mio conterraneo e – ormai ex promessa del calcio – non era soltanto un elemento di punta del vivaio dell’Hellas Verona, ma vero protagonista a livello nazionale, con le rappresentative giovanili azzurre.
E’ stato quindi un piacere intervistarlo, anche se, essendo lui di Sanguinetto e io di Cerea (praticamente due comuni del Veronese confinanti) sarebbe stata possibile anche un incontro tranquillo, invece che la seppur lunga ed efficace telefonata. Purtroppo la mia convalescenza ancora in atto mi impedisce di muovermi al di fuori di certi orari e allora ecco riportato fedelmente il report della nostra chiacchierata.

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“Ciao Gianmarco, per tutti gli appassionati di calcio giovanile, il tuo nome è ancora noto, e ti confido che diversi miei colleghi si ricordano di te, delle tue gesta e si chiedono dove tu sia finito, dopo un inizio di carriera così promettente. Vogliamo rispondere a loro? O magari, visto che il mio blog è letto da tanti appassionati sportivi tout court, ripercorriamo assieme la tua storia calcistica?”

“Certo, Gianni. Mi fa piacere che ancora si ricordano, non è poi passato tanto tempo (Ravelli è un classe ’90). Sono di Sanguinetto, ma ho iniziato a giocare a giocare a Nogara, per passare poi all’Isola Rizza, società del veronese già all’epoca molto vicina all’Hellas Verona. Già a 11 anni sono entrato nelle fila della squadra gialloblu, sotto gli ordini dapprima di mister Busatta. Nel corso degli anni ho avuto diversi allenatori, con i quali ho sempre avuto buoni rapporti, e di cui conservo ricordi vividi, come Bergamaschi, Sacchetti, Pellegrini. In particolare con quest’ultimo ho attraversato molte fasi, dagli Allievi alla Prima Squadra, quello che a conti fatti, è stato il mio miglior periodo in assoluto”

“Proprio in quel periodo cominciasti a far parte delle nazionali giovanili e ad assaporare il calcio “dei grandi” se non sbaglio…”

“Esatto, ho esordito a Novara in prima squadra, e l’emozione fu davvero enorme, difficile da spiegare. Mentre con le Nazionali giovanili ho iniziato ancora prima, già a 15 anni. Ero Allievo Nazionale, allenatore Davide Pellegrini, e vennero fatti i primi stage (Under 16/17), in cui venivano scremati tantissimi giocatori provenienti dalle varie società di calcio, qualcosa come 300 ragazzini in un primo momento. Con me dell’Hellas c’era pure Corvaglia. Si facevano allenamenti, tornei giovanili e con mia soddisfazione fui selezionato anche in futuro, fino a diventare elemento in pianta stabile di quel ciclo”

“Diciamo pure tra i più “in vista”, tra i migliori, visto che giocavi di punta e di gol ne facevi eccome”

“Sì, dicevo dopo le prime amichevoli con l’Under 16, allenato da Rocca che faceva un po’ da coordinatore, entrai a fare di un gruppo eccezionale. Mi piace ricordare Pasquale Salerno, anche lui nello staff degli allenatori: una bellissima persona che mi porto nel cuore”

“Ci racconti più nello specifico questa tua esperienza?”

“Beh, al di là dell’emozione grandissima di indossare la maglia dell’Italia e di rappresentarla, le soddisfazioni vennero anche dal campo. Furono esperienze, oltre che sportive, anche di vita molto importanti. Sono stato all’estero, portando i colori del mio Paese, assieme a tanti ragazzi coi miei stessi sogni e le mie stesse passioni. Giocammo un torneo in Francia, poi un importante torneo giovanile in Ucraina. Fu un percorso stupendo il nostro, ma dalle due facce per il sottoscritto. Ero capocannoniere dell’intero torneo, con 4 reti, di cui 3 alla Bulgaria e uno all’Ucraina, ma in semifinale contro la Turchia, subii un gravissimo infortunio, rompendomi il ginocchio. All’epoca non immaginavo ma fu per me l’inizio di un calvario”

“Ci vuoi ricordare qualche tuo compagno di viaggio in azzurro?”

“Certo, con me c’erano Caturano, che giocava ad Empoli, attaccante come me, facevamo spesso coppia in campo, e poi Bavena, il portiere Viotti (attualmente alla Juve Stabia), Moscatiello che stava all’Inter, le punte Zamblera e Paloschi”

“Sono tutti nomi che gli appassionati di calcio giovanile conoscono bene, grandi talenti all’epoca, quando ancora in età da allievi conta forse più il talento puro che altre caratteristiche che magari si richiedono in Primavera ad esempio, dove pure la componente fisica comincia ad avere grande importanza. I casi citati di Moscatiello e Zamblera, transitati con sogni di gloria in Premier (“scippati” si dice in questi casi), rispettivamente al Fulham e al Newcastle, e ora finiti nei dilettanti, fanno capire che è davvero una grande incognita il futuro calcistico a quell’età e che occorrono tante componenti per potersi affermare ad alti livelli. Torniamo quindi alla tua storia, a quell’infortunio che rallentò un po’ la tua crescita professionale.”

“Hai ragione Gianni. Quell’ infortunio, col senno di poi, mi condizionò a lungo e frenò in un certo senso la mia crescita non solo professionale, ma anche fisica. Certe cose non mi riuscivano più in modo naturale, subentrano tante cose, la paura, l’insicurezza, i tempi sono lunghi, non è mai facile riprendersi da un serio infortunio, anche se ero giovanissimo e tempo per recuperare ce n’era. Però, anche una volta ristabilito sono stati frequenti stiramenti, contratture, dolorini, da scongiurare con tanto allenamento specifico, bike, palestra. Infatti, ripresi bene nelle giovanili, tanto che a un certo punto, la Sampdoria scudettata in Primavera l’anno precedente fu proprio sul punto di acquistarmi, intavolando una vera trattativa con i dirigenti dell’Hellas. Alla fine optai per rimanere a Verona, sia per il valore e la storia dell’Hellas, sia perché la società, prospettandomi un quinquennale dimostrò davvero di puntare su di me.”

“Sembrava davvero l’inizio di una cavalcata trionfale la tua, visto che anche con la prima squadra gli esordi furono buoni, con tanto di gol ufficiali. Come mai poi si persero i radar su di te?”

“Mah, posso dire che fui gestito male dalla società. Erano tempi un po’ confusi, tra cambi di dirigenza, risultati che non arrivavano, la serie C che si dimostrò sempre più ostica. Il mio agente fifa era Bonetto ed ero a stretto contatto con lui, ma il Verona con quel contratto mi vincolava ma soprattutto pensavo davvero puntasse sul sottoscritto, credevo di giocarmi le mie carte. Invece negli anni di Remondina ad esempio, finii addirittura fisso nella Berretti, sentendomi di fatto degradato o comunque deluso, visto che fino a quel punto avevo anzi sempre bruciato le tappe. I titolari erano Tiboni e Girardi, l’anno successivo il livello si alzò ulteriormente, fu il famoso anno della sconfitta all’ultima giornata in casa col Portogruaro che condannò l’Hellas ai playoff, poi finiti come tutti sappiamo. A un certo punto, sembrava possibile un mio prestito al Monopoli, dove ero stato richiesto espressamente dal mio ex tecnico Pellegrini, che mi stimava davvero , ma poi non se ne fece più nulla”

“L’anno successivo sei di nuovo in rosa,agli ordini di Giannini, in una squadra che davvero partì col piede sbagliato”

“Puoi dirlo e per me gli spazi si affievolirono sempre più, anche poi con Mandorlini e un mercato di gennaio ricchissimo. A quel punto poi trovai una soluzione, avevo davvero bisogno di giocare. Mi volevano Bellaria, Matera, alla fine optai per la Villacidrese, Lega Pro, quarta serie. Giocai una decina di volte ma purtroppo senza segnare e si sa che per un attaccante il gol è tutto per giudicarne l’efficienza. Tornai a Verona, feci il ritiro con Mandorlini ma realisticamente scelsi a quel punto di rescindere il mio contratto, anche se di fatto non avevo richieste concrete dalla C2. Poco male, decisi di ripartire dalla D, da Castelgoffredo. Giocai col Castellana, un buon campionato, e poi diciamocelo pure, sia a livello tecnico che di organizzazione, non c’è poi molta differenza tra Lega Pro seconda e una buona serie D. Feci delle belle prestazioni, 16 presenze ma purtroppo un solo gol. Sembrava avessi come smarrito le mie caratteristiche da bomber. Era la stagione 2011/2012. A fine stagione ero ancora libero contrattualmente e decisi di ripartire da Trento”

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“Che all’ epoca giocava in Eccellenza, quindi in teoria un altro passo indietro nella tua carriera”

“Sì, ma a quel punto contano altre motivazioni. Il Trento mi volle sul serio, puntavano in alto, il presidente aveva allestito uno squadrone e poi, diciamo la verità, la piazza meritava altri palcoscenici. Il presidente De Fanti quell’anno non badò a spese, con me in squadra ad esempio c’era anche Claudio Ferrarese, un amico prima di tutto, ma soprattutto un grande giocatore, in grado di fare la differenza. Conservo un ricordo bellissimo di quell’esperienza, la città è stupenda, la gente pure, il tifo caldo e appassionato, voglioso di calcio. A un certo punto, nei momenti clou del campionato, allo stadio accorrevano anche 2500/3000 persone, tantissime per un’Eccellenza. Vincemmo, seppure dopo i playoff, il campionato, tornando così in d, in una dimensione più consona alla città. Tuttavia, non ci furono le condizioni per continuare il rapporto e così mi accasai vicino a casa, sempre in Eccellenza, al Castelnuovo Sandrà, sotto gli ordini di mister Possente. Le motivazioni erano tantissime, la voglia di rimettersi in gioco pure ma a conti fatti, fu un’esperienza bruttissima, non solo sportiva. In 15 partite segnai un solo gol, ma era proprio la società allo sbando, con un presidente come Dalle Vedove responsabile di una crisi economica disastrosa che non aiutò certo la squadra, togliendo serenità a tutto l’ambiente. Naturale fu resettare tutto e ripartire un’altra volta”

“E così veniamo ai giorni nostri, che ti vedono impegnato in un brillantissimo inizio stagione in quel di Raldon, Promozione veronese, anche se nell’ultima giornata non hai giocato…”

“Sì, ero squalificato a causa di un’espulsione, la primissima della mia carriera… comunque, sì a Raldon ho ritrovato la vera voglia di giocare. Sto segnando, mi trovo molto bene, la squadra sta nei piani alti ma volendo potevamo essere ancora più su, perché qualche punto per strada lo abbiamo pure perso. Siamo una squadra giovanissima, con ragazzi del 94, 95, anche un 96. Poi ci sono i “vecchietti” come Cortelazzi, De Battisti, amici e dall’esperienza sconfinata tra i dilettanti e non solo. Io sto nel mezzo, con i miei 23 anni. Possiamo solo migliorare, d’altronde abbiamo già incontrato alcune tra le migliori squadre del girone, quelle che lotteranno per la promozione, come Benaco, Sona, Caldiero.. insomma, sono fiducioso”

Chiudo con una riflessione nostalgica, o comunque rammaricandomi per il fatto che un talento puro come lui si sia come dire perso così presto tra i dilettanti, anche se il positivo riscontro telefonico avvenuto ha messo in luce il carattere forte di un ragazzo che sembra aver messo da parte definitivamente ogni tipo di rimpianto.

“Già, non ha senso continuare a chiedersi “se” e “ma”, e poi le colpe sono anche in parte mie, non voglio dire gli infortuni, le società ecc. molte cose contribuiscono all’affermazione ad alti livelli di un calciatore professionista. Preferisco guardare sempre avanti, questa è la mia filosofia. Vivo la mia passione alla giornata, voglio fare una grande stagione e soprattutto divertirmi, come sto facendo quest’anno.”
La stessa positività e passione la sta riversando anche nella sua attività, di cui si dice pienamente soddisfatto, e alla fine, coi tempi che corrono, la cosa è altrettanto fondamentale per un giovane di 23 anni. Prima di congedarci ci concediamo una divagazione personale, con Gianmarco che mi chiede della mia salute, essendo venuto a conoscenza della mia lunga convalescenza (che finalmente sta giungendo al termine, sto molto meglio!) e la conclusione di entrambi è che nelle difficoltà ci si fortifica sempre, e non c’è nessuna medicina più efficace dell’affetto puro, infinito dei nostri famigliari, delle persone che davvero ci vogliono bene.
(Un grande in bocca al lupo per il prosieguo del suo cammino umano e professionale a Gianmarco Ravelli!)