Sanremo 2016 inizia con grandi ascolti ma senza botte emozionali dettate dalle canzoni. Bene gli Stadio e Noemi

Quest’anno sapevo già che avrei fatto fatica a tenere un report dettagliato sul Festival di Sanremo, complici diversi impegni, lavorativi e non, che mi rendevano difficile la cosa.

Chiaro, poi, in qualche modo la kermesse la si riesce a rintracciare, e poi esistono sempre gli speciali, i commenti sui social, ecc.

Fatto sta che, almeno per quanto riguarda la puntata inaugurale, sono riuscito a vederla praticamente per intero, nonostante la mia attesa fosse in realtà protesa specialmente al DopoFestival, che rientrava in pista quest’anno dopo ben 8 stagioni di digiuno. Con la Gialappa’s poi per me è il top! Insieme a Savino mi hanno strappato al solito più di un sorriso.

A dir la verità non sono nemmeno nel pieno della forma fisica, con i postumi di un’influenza mai del tutto sfociata in tutta la sua forza, gli stessi che con molta probabilità mi impediranno di partecipare a un’attesissima serata all’insegna della musica britpop, indie, new wave in quel di Milano, quella sì una musica che amo visceralmente.

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Però Sanremo è… Sanremo! L’ho sempre guardato con attenzione, rappresentava un evento a casa mia quando ero piccolo e lo seguivo con mia nonna e mia mamma.

E’ un fenomeno di grande portata per quanto riguarda il nostro costume e la nostra tradizione, con canzoni che nel bene o nel male si fanno poi ricordare. E’ una vetrina immensa, (quasi) tutti i musicisti in fondo ci ambiscono, e io in tempi non sospetti, mi ritrovavo a scriverne e a commentarlo. L’ho fatto dettagliatamente anche in questi anni su questo mio blog, raccogliendo invero tantissime visualizzazioni.

Poi, da quando sono sposato, è ancora più piacevole e divertente guardarlo con la mia splendida Mary!.

Chiaro, ieri si sono esibiti solo i primi Campioni, fare pronostici che non siano quelli legati alle pure sensazioni risulta complicato. E allora, rimandandovi all’appuntamento finale, quando avremo già un vincitore, ecco comunque le mie prime impressioni, un po’ flash!

  • Si conferma ottimo conduttore Carlo Conti, alla difficile seconda prova su questo palco, e dopo gli straordinari numeri della passata stagione. Piglio sicuro, personalità, ritmo, simpatico al punto giusto, e bravo soprattutto nel tenere le redini del gioco con grande equilibrio, dando il giusto spazio agli ospiti e ai cantanti in gara.
  • Bellissima la valletta Madalina Ghenea, già vista nel film di Sorrentino e piuttosto disinvolta con la nostra lingua, più a suo agio rispetto al lampadato (e fascinoso, che sennò mia moglie mi bastona) Gabriel Garko, che sempre abbisognava del “gobbo”. Imperiosa Virginia Raffaele che ha tenuto in scena per tutta la serata l’imitazione della Ferilli, che ha risposto divertita all’omaggio.
  • Mitico Rocco Tanica che, sulla falsa riga dello scorso anno, con ironia e sarcasmo, ci proietta ai primi risultati e al successivo Dopo Festival.
  • Grande spazio a Laura Pausini in qualità di super ospite, anche se è parsa molto in imbarazzo (oltre che imbarazzante) con quella sua bocca imbalsamata e la lingua, come ha poi detto, “da cammello”.
  • Elton John mi è piaciuto molto, e abile è stato ancora una volta Carlo Conti a scongiurare la polemica facile quanto scontata, nel modo migliore: parlando di musica con l’ospite e facendolo esibire.
  • Dopo Festival pimpante, leggero e brioso, seppur all’insegna del “volemose bene”… dov’erano finiti quei giornalisti che fino a 5 minuti prima avevano twittato selvaggiamente, smerdando questo o quello?

E ora i big, quasi tutti emozionati e con la voce francamente non al top. Lasciamo perdere la classifica parziale, sulla quale avrei da ridire in almeno due nomi, ma vabbè..

Non essendoci un vincitore annunciato, come poteva essere il gruppo de “Il Volo” dodici mesi fa, ascoltando i primi dieci pezzi in gara, viene facile darsi una risposta in merito.

Non c’è stata un vero brano a spiccare, nonostante fossero tutti di discreta fattura.

Personalmente mi sono piaciuti gli Stadio, anche se confido in un Curreri più su di voce (lui però al DopoFestival dichiarerà di aver avuto un problema con i volumi), Noemi con grande testo di Marco Masini e tutto sommato Arisa, nonostante “a pelle” non mi stia molto a genio (e ne avrò conferma poi al DopoFestival, quando si dimostrerà stizzita, scazzata e permalosissima, a differenza di una Debora Iurato, che quasi mi ha fatto tenerezza nel sentirla “giustificarsi” per la scelta – indotta- dell’orrendo vestito! PS dei look me ne frego, ma se proprio devo dare un premio “al peggiore”, beh, è stato quello di Arisa!)

Tornando alla Iurato, data per outsider col sodale Giovanni Caccamo, nel duetto ha certamente svettato per intensità interpretativa, però il brano, scritto per loro da Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, non mi sembra molto adatto ai due.

Senza infamia e senza lode Irene Fornaciari, nonostante il tema scottante della canzone (sul fenomeno dell’immigrazione), un ancora acerbo Lorenzo Fragola e degli emozionati Dear Jack, in cerca di rivalsa. A occhio e croce, a intuito, diciamo così, penso che preferirò la loro ballata un po’ banale al brano dell’ex leader Bernabei in gara stasera che suppongo sarà annacquato da ritmiche danzerecce.

Ascoltando il brano inciso in studio, guadagna posizioni la canzone dei Bluvertigo, dall’ottimo arrangiamento… peccato Morgan fosse proprio già di corda a livello vocale. Il brano però è raffinato e ben scritto. Come quello del buon vecchio Rouge, dal gran piglio. Una canzone, quella di Ruggeri, “rock”, almeno per gli standard sanremesi, e con un testo interessante (non che ci sia da stupirsi per questo: stiamo parlando di un cantautore che ha sempre mantenuto accesa la scintilla della passione e della creatività). Tuttavia, qui faccio “outing”, lo preferisco nel versante “chansonnier”…

Chiusura per lo strombazzatissimo Rocco Hunt, sul palco con un pezzo di denuncia, o comunque di stampo attuale/sociale, in salsa rap funky… Sono stato moderato… per me, al di là della simpatia e della sua genuina sfrontatezza, qualità che gli permisero di vincere a mani basse l’edizione delle “Nuove Proposte 2014”, ciò che mi trasmette non fa impazzire! E’ proprio l’arrangiamento che mi ha un po’ urtato, troppo da casinista giunto sul palco a sparigliare le carte. Per carità, si fa ascoltare (e le radio già lo stanno programmando alla grande!) ma non fa per me. Meglio gli Stadio, decisamente, col loro pop rock di classe inarrivabile.

Infine… ritorno all’inizio… Mi è piaciuta molto l’idea di scorrere in rassegna i filmati di tutte le canzoni vincitrici del Festival dagli albori ai giorni nostri: ammetto di essermi emozionato, perchè molti brani, specie quelli vissuti “in diretta” portano sempre con sè tanti ricordi legati al momento! 

Svelati i 20 Big di Sanremo 2016. Tanti nomi noti, zero voglia di rischiare. Più talent, meno indie.

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Ieri è stata una di quelle domeniche pre-Natalizie in cui mi è toccato lavorare, anche se per una nobile causa, e questo mi ha evitato di assistere, non solo alla partita della mia squadra del cuore, ma anche al consueto annuncio dei big in gara a Sanremo da parte del  conduttore e direttore artistico Carlo Conti, nel programma “L’Arena” di Massimo Giletti.

Poco male, c’hanno pensato i miei amici internettiani a colmare la mia lacuna, lanciandosi già in commenti, pronostici e spesso accurate considerazioni, come nel caso dell’esperto in materia Carlo Calabrò dalle pagine del suo interessate blog “Note d’Azzurro” http://notedazzurro.blogspot.it/2015/12/sanremo-2016-un-cast-di-big-su-misura.html

Io, gira e rigira, ci ricasco sempre… E’ l’appuntamento  consolidato in sè che più mi avvicina alla kermesse, la sua autorevolezza, la sua storia, seppur macchiata da edizioni in chiaroscuro, la sua affiliazione al costume del nostro spesso vituperato Paese, più che la qualità artistica che ritrovo nella maggioranza della canzoni.

Anzi, a dire il vero, pure per il Festival, è quasi sempre valso nel mio caso, il fattore “contro”: mi ritrovavo a “tifare”, sin da quando piccolissimo lo guardavo a casa con genitori e nonna, i cosiddetti ultimi, gli outsider. Crescendo, raramente, le proposte di Sanremo andavano a collimare con i miei gusti, tendenti a un rock di stampo alternativo o ad altre forme musicali come il folk, il punk, la musica d’autore, i cantautori… Tradotto: viva i vari Subsonica, Afterhours, Marlene Kuntz, Neffa, Pacifico, Timoria, Perturbazione, Elio e Le Storie Tese, Marta sui Tubi (ma anche gente al confine come Bersani, Consoli, Silvestri, Gazzè, Grignani) e via dicendo, che di volta in volta, pur con risultati alterni, hanno tenuto alta la bandiera della musica di qualità.

Poi, da nostalgico quale sono, e da curioso e appassionato della storia della musica (anche) leggera italiana – perchè quello è il nostro background – ho sempre riscontrato qualcosa di buono anche in rappresentati del bel canto all’italiana, fermo restando che, spesso anche nei decenni passati, molti big hanno “scansato” la gara, un po’ come stanno facendo in tempi odierni gente come Tiziano Ferro, Ligabue ecc, che si limitano a parteciparvi in veste di “super ospite”, in una versione che sinceramente non rende giustizia a chi davvero si mette in gioco in gara.

Detta questa ampia premessa, mi pare, scorrendo l’elenco, che Conti abbia voluto proseguire nel segno della continuità con l’edizione precedente, spingendo l’acceleratore ancora di più sul “presente”, con molte escursioni sul mondo dei talent, sempre più “dentro” alla discografia (anzichè fattore esterno e vivo a sè stante) finanche quasi a sostituirla, laddove di dischi se ne vendono sempre meno, se non slegati da contesti dell’attualità strettissima, con fenomeni sempre più da “usa e getta”, mischiati amabilmente ad artisti che invece alla distanza stanno dimostrando di valere qualcosa (vedi il caso di Marco Mengoni).

Detto ciò, e rendendomi conto che mancheranno del tutto gli esponenti del mondo indie, ecco un mio giudizio sulle scelte della commissione artistica.

ANNALISA – prima reazione è stata: “di nuovo a Sanremo???”. Già, a distanza di appena un anno, l’affascinante rossa dall’ugola d’oro, torna sul palco immagino con sempre più sicurezza, alla ricerca presumo stavolta del “colpo grosso”. Come interprete mi piace, e credo abbia da tempo le potenzialità per ambire a una forma canzone più raffinata e meglio costruita rispetto ai testi strappalacrime di Kekko.

ARISA – un’altra che rischia seriamente di passare per “quella che va a Sanremo”… e sarebbe un peccato perchè l’istrionica artista calabrese ha mostrato da tempo di avere una grande personalità e doti che le consentirebbero di costruirsi una valida alternativa anche al di fuori delle mura amiche rivierasche. Fermo restando questa obiezione, penso che legittimamente possa ambire a una nuova affermazione.

ALESSIO BERNABEI no, Carlo Conti, qui hai toppato. Porta pazienza, ma se poteva passare, un paio d’anni fa, la partecipazione di diritto fra i big di Francesco Sarcina de Le Vibrazioni, uno che aveva già un percorso più consolidato, questa vetrina data al giovane ex leader dei Dear Jack, uno che da solista deve ancora pubblicare un singolo che sia uno, pare francamente esagerata. Sembra che a forza si voglia imporlo – come auspicato da più parti – alla stregua di un nuovo Cremonini, ma il cantautore bolognese, appena lasciato i Lunapop, fece capire di che pasta fosse fatto. Gli auguro comunque di fare una buona figura, magari andando al di là dei voti, presumibilmente in massa, delle ragazzine.

CLEMENTINO – non mi posso definire un amante del genere hip hop, ma ne conosco abbastanza i contorni e seguo con interesse il movimento, sin dagli anni ’90, e debbo dire che della nuova ondata dei rapper nostrani, proprio il nome del napoletano Clementino sia uno di quelli più validi. Già molto noto anche in ambito mainstream per le sue varie divagazioni nel genere a fianco di più artisti, mi immagino porterà un brano ficcante e impegnato. Lo ascolterò attentamente.

DEAR JACK – e loro che si ripresentano a distanza di un solo anno, senza il loro storico leader Alessio Bernabei, a cosa dovrebbero puntare? Credo che vogliano proprio dimostrare la loro identità e la loro ragion d’essere, indipendentemente dalla presa sul pubblico di chi li guidava. Discograficamente parlando però, per ora si sono mossi all’insegna di un pop facile facile, adatto per gusti non propriamente fini, e anche contestualizzandoli nel mondo talent, sono stati (giustamente) surclassati dai Kolors, nettamente più validi dal punto di vista tecnico e degli arrangiamenti.

DOLCENERA – guardo sempre con piacere alle prestazioni della grintosa cantautrice pugliese, quasi perfettamente mia coetanea, in possesso di abilità interpretative, compositive e di scrittura sopra la media delle corrispettive pretendenti al ruolo di “Gianna Nannini dei tempi moderni”. In realtà Dolcenera da tempo sta avviando un percorso di affrancamento da certi modelli, tracciando una via molto personale di nuovo pop rock italiano.

ELIO E LE STORIE TESE – mi giunge francamente inaspettata questa partecipazione, piuttosto ravvicinata, degli Elii al Festivalone. Se nella loro ultima performance avevano fatto valere l’attesa, a più di 15 anni dai tempi de “La terra dei cachi”, ora sembra quasi che dopo anni a parlare – specialmente Elio in qualità di giurato (tra l’altro vincente nell’ultima edizione di X Factor con Giò Sada) – vogliano tornare alla musica attiva. Difficilmente mi lasceranno indifferente!

IRENE FORNACIARI – nulla contro di lei, ma onestamente al di fuori di Sanremo, sembra non avere “peso”, né dal punto di vista artistico, né tanto meno da quello commerciale. 5 anni fa non sfigurò neppure, ma ricordo della sua canzone soprattutto l’apporto di Danilo Sacco, all’epoca ancora con i Nomadi, che pur intonando un semplice verso, riuscì a conferire solennità al brano. Lei da sola francamente mi dice poco.

LORENZO FRAGOLA – anche lui tenta il bis, ma lo fa con autorevolezza e con una consapevolezza nuova. Un anno fa accolto con diffidenza, visto che aveva terminato X Factor da vincitore… un quarto d’ora prima, ora può contare sul successo di una hit estiva e su un brano sanremese che alla lunga distanza, figurò tra i più convincenti nella passata edizione.

ROCCO HUNT – una piacevole sorpresa ritrovare, ora in veste di campione, il giovanissimo rapper vincitore un paio d’anni fa nella sezione “Nuove proposte”. Il napoletano già allora vantava un repertorio convincente di storie di strada, tematiche sociali e spunti più disimpegnati. Vedremo se riuscirà a fare meglio dei suoi epigoni rapper della passata edizione, laddove specie Moreno fece flop.

DEBORAH IURATO E GIOVANNI CACCAMO – il mio primo pensiero è stato: “finalmente se ne staranno buone le fans della Iurato!”. Scherzi a parte, le agguerrite sostenitrici della giovane interprete vincitrice ad Amici un paio d’anni orsono davanti ai Dear Jack (che poi la sorpassarono nelle vendite e nei consensi del pubblico), da tempo ne invocavano una presenza sanremese a rivendicarne le qualità e il prestigio. Lo farà accanto a un giovane cantautore (Giovanni Caccamo) che fece benissimo l’anno scorso, trionfando nelle Nuove Proposte con la vivace “Ritornerò da te”, ma che poi incontrò difficoltà ad affermarsi su larga scala. Vedremo come andrà, ma come accoppiata non mi fa impazzire.

FRANCESCA MICHIELIN – l’ancora giovanissima (appena maggiorenne) Francesca Michielin, pare invero una veterana, avendo trionfato a X Factor quando di anni ne aveva appena compiuti 15, e dopo che dai tempi in cui sembrava la “cocca” di Elisa, fatta a sua immagine e somiglianza, di strada ne sta facendo, in proprio o chiamata con successo a duettare con altri artisti. Ulteriore notorietà l’ha acquisita con gli splendidi inserti cantati in due successi di Fedez, ma le sue qualità artistiche sono sotto gli occhi di tutti. Ha scelto un profilo molto basso a livello mediatico, anziché sfruttare l’onda del talent, e ora si rimette in gioco a Sanremo, in un’altra gara che, a occhio e croce, potrebbe regalarle qualcosa di più del ruolo di outsider.

MORGAN E I BLUVERTIGO – c’era davvero bisogno di questa dicitura per annunciare il rientro in pista di un gruppo storico della musica indie rock italiana? Bisognava rimarcare la notorietà acquisita del leader come personaggio televisivo a tutto tondo? Mah, rimango perplesso, un po’ come quando Giò dei La Crus si presentò come “Mauro Ermanno Giovanardi feat. La Crus”. Ma là forse si voleva dare maggiore risalto a Giò, non ancora “forte” mediaticamente da solista, in un momento storico in cui aveva sciolto il suo gruppo, riesumato per l’occasione. Qui la mossa sa più di “furbizia”: Morgan è già famosissimo ai più, e forse riattingere al suo passato glorioso (almeno circoscritto ai territori alternativi) può ridargli quella credibilità musicale, in parte smarrita, ora che da anni è impegnato per lo più a discutere dietro le quinte nei panni dell’esperto e acculturato giudice. Detto questo, Morgan sa scrivere eccome, e mi aspetto un brano particolare e poco incline alla tradizione sanremese.

NEFFA – rompo gli indugi: a pelle sarà lui il mio preferito. Anche se da anni ormai è mischiato fino al collo con la musica più biecamente commerciale, bisogna ammettere che l’ex rapper, ad ogni uscita discografica, riesce a stupire, cambiando pelle sonora ai suoi brani. Che il “ragazzo” abbia dei numeri, è fuori di dubbio, speriamo voglia osare anche su questo prestigioso palco.

NOEMI – da molti accolta come la migliore interprete su piazza, destinata a rinverdire i fasti di una Fiorella Mannoia, per dire, non solo per l’accomunata capigliatura rossa, ma anche per il garbo del bel canto, a me è invece caduta un po’ da quando si atteggia a spocchiosa giudice di The Voice. A Sanremo finora non ha sbagliato un colpo, ma onestamente la preferisco quando canta in modo “sofferto”, acuito dal graffio della sua voce, che non leggero, come nell’ultimo episodio sanremese “Bagnata dal sole”.

PATTY PRAVO – rappresenta quella classicità sanremese che non può mancare in ogni edizione che si rispetti. Personalmente, meglio lei che un Al Bano, anche se da tempo non riesce a fare breccia negli ascoltatori. Restano immutate la sua raffinatezza e intensità interpretative, colte appieno anche nella sua ultima (e poco fortunata) partecipazione con “Il Vento e le rose”.

ENRICO RUGGERI – non credo che il vecchio Rouge mi deluderà, ma su di lui ho le stesse aspettative che potevo riporre in Raf lo scorso anno. Una vecchia gloria, che ho anche a periodi apprezzato e ascoltato tantissimo, ma che da tempo non mi suscita più grosse emozioni.

VALERIO SCANU – non mi stupisce per nulla il suo inserimento in cartellone, anzi, dico la verità, mi fece più scalpore non vederlo presente lo scorso anno, quando fu reduce dal rilancio a Tale e Quale show, proprio sotto l’egida di Carlo Conti. Secondo me Scanu dovrebbe capire cosa fare da grande. Continuare a riempire i giornali e i salotti generalisti di tutta Italia, raccontando le sue storie personali, oppure mettersi d’impegno e cercare una via personale e credibile nella musica leggera italiana? Altrimenti tra poco ce lo ritroveremo a commentare il Grande Fratello al posto di Cristiano Malgioglio.

STADIO – potrei dire di loro le stesse cose appena scritte su Enrico Ruggeri… invece, gli Stadio mi attirano ancora molto e li ascolto sempre con interesse, nella speranza che la voce calda e profonda di Gaetano Curreri tiri fuori qualche altra chicca del suo sconfinato repertorio.

ZERO ASSOLUTO – reduci dal buon successo estivo de “L’amore comune”, con una canzone tormentone che mi ha lasciato tuttavia del tutto indifferente, rieccoli pure a Sanremo dove in precedenza non sfigurarono di certo e dove riproporranno il loro genere, sicuramente personale, ma anche assolutamente immutato nel tempo, come se davvero si fossero fermati agli antichi fasti di un decennio fa.

 

Intervista a Fabio Cinti, interessante cantautore di “nuova generazione” e fresco candidato al premio di Amnesty International con la sua “Dicono di noi”

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Fabio Cinti è uno dei cantautori emergenti più interessanti della sua generazione. Lontano dall’hype che sembra caratterizzare i vari Brondi, Dente e Brunori  – tanto per citare i tre che ultimamente sono riusciti in qualche modo a issarsi in alto nelle classifiche di vendite, tra artisti mainstream e nomi storici – sembra muoversi più sul versante autoriale della “classe” pura, quella che fa a capo a nomi come Paolo Benvegnù, tanto per capirci. Benvegnù che tra l’altro compare in “E lei sparò”, uno dei brani più riusciti dell’ultimo lavoro del Nostro, “Madame Ugo”, il terzo da solista (primo sotto etichetta Mescal) dopo alcune positive esperienze a fianco di artisti di riconosciuta fama come Morgan e LeLe Battista, che ha attivamente contribuito, assieme a Giovanni Mancini, alla produzione artistica di questo splendido album, uscito nel 2013.

Già con i precedenti lavori editi, in pratica autoprodotti e distribuiti da Venus, il trentaseienne Cinti aveva messo in bella mostra doti evidenti di raffinato cantautore, specie in brani come “Questo strano abisso”, “Lascia ch’io pianga” o “Canto alla durata”, tratti da “Il minuto secondo”, uscito nel 2012,  che non pare azzardato accreditare come un concept album moderno.

Ma è con questo “Madame Ugo” che Fabio scioglie le briglie del suo talento, allargando lo spettro degli argomenti e uscendo dal personale, dall’intimismo per spostarsi in territori più liberi, meno “condizionati” da influenze interne, fino a sposare efficacemente tematiche anche sociali, come accade splendidamente in quella “Dicono di noi”, incredibilmente, a detta dello stesso autore, quasi incredulo dinnanzi a un simile exploit, inserita nel pool di possibili canzoni vincenti il titolo di miglior brano per il prestigioso concorso annuale di Amnesty International, che va a premiare i testi particolarmente rilevanti da un punto di vista socio-culturale.

Abbiamo colto l’occasione per scambiare qualche chiacchiera con Fabio, volendo saperne di più del suo percorso artistico e di vita.

“Ciao Fabio, è un piacere per me ospitarti nel mio blog. Abbiamo la stessa età e condividiamo una grande passione, quella per la musica, seppur da ottiche diverse, diciamo così. Sono curioso di sapere quali sono state le tue maggiori influenze, come ti sei formato musicalmente? Ho appena terminato un saggio sulla musica italiana degli anni ’90. Immagino quella scena emersa in un determinato decennio abbia fatto parte anche dei tuoi ascolti, visto che poi ti sei ritrovato a collaborare con diversi di quei protagonisti, da Morgan e Livio dei Bluvertigo, a Paolo Benvegnù ex Scisma, fino al tuo recente produttore, il poliedrico Lele Battista, già nei La Sintesi.”

Ciao, piacere mio. Negli anni Novanta io frequentavo il Liceo ma in realtà, tranne per alcune eccezioni, allora non ascoltavo la musica che stava uscendo in quel momento anzi, ero anche poco informato. Ero ancora legato ai grandi classici della musica inglese soprattutto e ai nostri cantautori, che andavo scoprendo proprio in quel periodo nonostante l’ascolto venisse anche da più lontano, dalle influenze familiari eccetera. Alla fine degli anni Novanta invece, ai tempi dell’inizio dell’Università, ho invece iniziato a osservare quale poteva essere la mia strada, andando a intuito, e dove potessero collocarsi le mie prime composizioni. Le collaborazioni con le persone che hai citato non sono avvenurte per caso, certamente, ma sono arrivate quasi di recente, parliamo del 2010, insomma di qualche anno fa! Non mi sento quindi legato a nessuna scena in particolare, così come, nonostante le frequentazioni di alcuni locali che erano la fucina di precise tendenze, durante il periodo romano non sono stato immerso nella scuola romana.  Ho dato sempre molta più rilevanza alle persone, alla qualità dell’amicizia e a un tipo di legame che non nasceva dalle scelte musicali. Anche l’incontro con Morgan è stato casuale. Forse il nome che ci accomuna tutti è quello di Battiato ma, per quanto mi riguarda, non credo di appartenere a nessuna scena precisa, forse è male? non so, ma io mi vedo così…

 “Come sono stati i tuoi primi approcci verso la musica? So che hai iniziato da autodidatta, e la cosa mi colpisce vista la tua abilità notevole in fase di composizione e di evoluzione dei pezzi.”

Sì, sono completamente autodidatta, ma non mi ritengo uno strumentista, tantomeno polistrumentista. Suono quello che mi serve e per quel tanto che mi basta per poter creare le mie composizioni, anche se mi sono cimentato con pezzi a volte anche difficili da un punto di vista tecnico. Sono più affascinato dall’armonia, dalle possibilità degli incastri delle linee melodiche, dalle potenzialità degli strumenti musicali, dei timbri, sintetici o acustici. Mi sono sempre circondato di musicisti molto in gamba che continuano a essere indispensabili. Ognuno ha una visione diversa della musica, per molti – per i quali non ho interesse – è molto legata alla tecnica, per altri – neanche per questi ho troppo interesse – è fatta di sensazioni. Per altri – che non ammiro affatto – è un modo per sfogare cazzate (che purtroppo hanno anche consensi).

“Hai abbinato o comunque affiancato alla tua musica anche altre forme compiute di arte, dal teatro alla scrittura. Quanto di queste istanze, che immagino ben radicate in te, va a influenzare il tuo percorso artistico? O ritieni in qualche modo che queste siano delle espressioni a sé stanti, nell’ambito di un tuo percorso più eterogeneo?”

Se avessi le possibilità di immergermi ancora di più in quei mondi, se avessi più tempo, più occasioni, lo farei molto volentieri. Le forme d’arte sono un mezzo per comunicare qualcosa, di universale o di particolare. Con la formazione e con l’istinto si sceglie quella più congeniale, quella per la quale ci accorgiamo avere più talento (a volte ci si sbagli anche). Proprio in questo periodo con la mia squadra stiamo progettando uno spettacolo che mette insieme alcune discipline artistiche che interagiranno tra di loro. Trovo che sia anche fuori luogo e fuori tempo parlare di multimedialità, mi piace di più l’idea dell’interazione.

 “Riguardo la tua esperienza musicale, ho notato, pur nella continuità stilistica con i precedenti tuoi lavori, uno stacco soprattutto per quanto concerne i temi affrontati, più a fuoco e in parte ancorati alla nostra realtà rispetto al passato, anche se non hai rinunciato al tuo registro poetico. Sentivi delle esigenze nuove, si è trattato di un’urgenza creativa o senti semplicemente di essere in qualche modo “maturato” (fermo restando che ascoltando anche i primissimi tuoi brani, ho sempre avuto l’impressione che fossero di notevole spessore qualitativo)?”

Le canzoni – parlo del mio mondo, non in generale, non so com’è per gli altri – vivono due tempi e due percorsi non paralleli: quello della scrittura e quello della pubblicazione. A volte ho scritto brani che si sono rivelati pronti solo dopo anni. In altri casi la pubblicazione è stata immediata. È successo anche che mi sono ritrovato a scrivere con lo stesso registro di tempo addietro, così come in pasato ho scritto cose che sono più moderne di quelle di oggi. Sicuramente col tempo si matura ma non è detto che si migliori. Come dici tu, è necessario avere sempre delle esigenze e delle urgenze creative, altrimenti, se si scrive “tanto per”, risulta inutile. Mi capita, in questi tempi, di ascoltare alcuni album completamente vuoti e per giunta ripetitivi da un punto di vista di contenuti. Spesso alla gente basta ricordargli di quanto è bello bere il caffè in un mattino sereno…

“La tua anima sperimentale viaggia di pari passo con un tuo stile reso ormai piuttosto riconoscibile all’ascolto di canzoni dall’indubbio fascino evocativo quali “Genet”, “Finisce l’estate” o “Che ci posso fare” che a mio avviso hanno la capacità di cullare l’ascoltatore, accompagnandolo dolcemente attraverso le belle immagini descritte. Quale sarà il tuo prossimo step creativo, dove intendi premere l’acceleratore fra le tue diverse inclinazioni?”

Dalla fine delle lavorazioni di Madame Ugo ho iniziato un percorso mentale nuovo, legato anche alla dissoluzione di alcune abitudini. Viviamo in tempi di polemica facile, di menzogne, di inspiegabile voglia di apparire, di contare qualcosa, di avere potere. E soprattutto di confusione: non è facile prendere posizione su qualcosa proprio perché a volte in un determinato argomento coesistono verità contrastanti. In tutto questo magma che sembra dover esplodere è evidente una esponenziale caduta: è di questo che voglio parlare.

“Infine Fabio, non mi resta che complimentarmi nuovamente con te per il bel riconoscimento di “Amnesty International”, nella speranza – perché no? – che tu possa sbaragliare la concorrenza e aggiudicarti il prestigioso premio con la tua viscerale e intensa “Dicono di noi”. A questo punto sono curioso di chiederti che aspettative avevi quando hai partorito questo brano. Immaginavi di avere tra le mani un pezzo di tale levatura?”

Grazie. Il brano è nato da un sentimento semplice e puro di protezione, di “custodia”, la volontà di difendere (non senza una certa rabbia) ciò che si ama, così come una madre difende i suoi cuccioli. Non avevo nessuna “mira”, né sociale, né politica, né tantomeno polemica. Tanto che all’inizio, prima che venisse inserito nell’ultimo album, il brano era in free download sul mio sito. Avevo solo voglia di dire che quell’atteggiamento è sbagliato e infame. Non sono contro la Chiesa, è la Chiesa che è contro di me. Così è stato per il video, dove alla fine io raccolgo il libro da terra (sfuggito per separare gli amanti) per ridarlo al vescovo, con l’intenzione muta ma evidente di dirgli “se seguissi davvero i precetti cristiani, non saresti così ottuso”. Quindi nessuna aspettativa, e questo ha reso la nomination tra i dieci finalisti del Premio Amnesty International una totale sorpresa.

 

In bocca al lupo per tutti i tuoi progetti e spero di incontrarti presto a uno dei tuoi concerti!

 

 

 

Dossier Sanremo: ha ancora senso per gli artisti “alternativi” partecipare al Festival? Ecco chi ha svoltato e chi no dopo la gara.

Nella lunga storia sanremese si sono succedute negli anni molte presenze di artisti cosiddetti “alternativi”, gente cioè che palesemente proponeva brani poco in linea con la classicità della kermesse in questione.

Spesso si tratta di veri e propri ingressi nel mondo dorato della musica propriamente detta “di consumo”, ma il più delle volte sembra che Sanremo possa costituire una sorta di “promozione”, o di consacrazione presso un pubblico certamente più vasto di quello che questi artisti poco conosciuti dalla massa solitamente raccolgono.

Ci sono però dei pro e dei contro e con questo articolo – che non ha pretese di completezza, nonostante i diversi artisti che prenderò in esame – miro a dimostrare che il Festival magari non ti cambierà la vita, ma costituisce invero sempre un viatico fondamentale per la carriera di un artista, nel bene e nel male. Dopo avervi partecipato nulla sarà più come prima.

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Il primo in cui mi imbatto è un folkloristico cantastorie che sul finire degli anni ’70 era davvero difficile da incasellare per la critica musicale. Rino Gaetano era lontanissimo dai cantautori classici, sia a livello di tematiche, sia come struttura dei suoi brani che come testi:  cinici, surreali e talvolta irriverenti ma sempre capaci di far pensare. Un “giullare” della musica italiana, che sul palco sanremese diventò un vero fenomeno di costume, grazie alla divertente e liberatoria “Gianna”. Arriverà a un passo dalla vittoria finale, ma il vero trionfatore di quell’edizione sarà proprio lui, che con il singolo sanremese conquisterà il grande pubblico, prima della precoce morte che lo verrà a cogliere, quando davvero stava per diventare un modello di riferimento per i giovani cantanti di inizio anni ’80. Pezzi come “Il cielo è sempre più blu” o “Mio fratello è figlio unico” rimangono pietre miliari di tutta la produzione italica, brani originali e in un certo senso ancora attuali.

Negli 80 si esibisce sul prestigioso palco sanremese anche un giovane gruppo, lontanissimo dagli stilemi cari al Festival. I Decibel suonano post punk spruzzato di new wave, alla loro guida un giovanissimo Enrico Ruggeri appare bizzarro con i suoi occhialoni bianchi ma anche in possesso di ottime corde vocali e della giusta genialità per far parlare di sé a lungo negli anni a venire. Il buon Rouge, discostandosi dai suoni cari al suo gruppo e scandagliando la vasta gamma della musica leggera italiana, diverrà poi uno dei massimi cantautori italiani, tra i più raffinati e versatili.

vasco

Destano stupore e meraviglia, specie col senno di poi (visto le onorate e lunghissime carriere portate avanti) le esibizioni di due super big della musica italiana: Vasco Rossi e Zucchero. Ma a dire il vero, all’epoca il loro modo di cantare e di comunicare era davvero particolare per i palati sanremesi e nessuno, sul momento, si scandalizzò delle loro sfortunate performance. Se Zucchero ebbe bisogno di incidere anni dopo un album epocale come “Blue’s” per divenire un fenomeno di massa, Vasco già dopo la manifestazione televisiva, fece breccia nel cuore di centinaia di migliaia di giovani, che ben si immedesimavano in lui, nelle sue storie, spesso disperate e ribelli. “Vita spericolata” non avrebbe potuto, a essere attenti, passare inosservata, col suo carico di pathos e il suo trasporto, con la sua interpretazione biascicata, lontanissima dal bel canto. A fine anno l’album “Bollicine” consacrerà il Blasco e il suo popolo, vendendo un milione di copie e aggiudicandosi il prestigioso Festivalbar.

Ma negli anni 80, nonostante alcuni attribuiscano l’episodio a una puntata del Festivalbar, secondo alcune autorevoli fonti (“Dizionario Completo della canzone italiana” a cura di Enrico Deregibus, ed. Giunti e “Enciclopedia del Rock Italiano”, ed. Arcana) fece la sua apparizione sul palco dell’Ariston anche un artista davvero sui generis, chiamato Faust’O. Un personaggio quasi alieno, che riuscì a mettere in scena durante la sua esibizione in play back del brano “Hotel Plaza” (in quegli anni era consentito) il gesto più punk dell’intera storia sanremese, con lui che si mise a mangiare candidamente una mela. Solo gli Aeroplanitaliani del geniale Alessio Bertallot, molti anni dopo, nel 92, fecero un gesto altrettanto ribelle, rimanere zitti per più di 10 secondi durante la loro canzone, intitolata appunto “ Zitti, zitti (Il silenzio è d’oro)”.

Eppure per Fausto Rossi, questo il vero nome di Faust’O, Sanremo rappresentò il classico “quarto d’ora di celebrità” caro a Andy Warhol, per poi tornare tra le pieghe del mondo alternativo, quando non proprio nel pieno anonimato. Ha continuato a fare dischi col suo vero nome, è attivo su Facebook ed è una persona ricca di umanità, artista sensibile e attento, ma la celebrità vera per lui non è mai arrivata.

Un forte impulso alle partecipazioni di artisti alternativi ci fu negli anni 90, con band emergenti del movimento legato al rock italiano che hanno cercato, tramite la vetrina del Festival, di sdoganarsi presso il grande pubblico, non sempre però con grandi risultati. Quasi in sequenza, gruppi celebri nel circuito alternativo o comunque rock come i Bluvertigo, i Negrita e i Timoria calcarono l’Ariston, trovando però più delusioni che altro, e non spostando di una virgola il loro percorso, limitando l’esperienza di Sanremo a una semplice tappa verso una crescente carriera. In particolare i Negrita portarono un brano debole, tra i peggiori del loro repertorio, ma ciò non impedì, al di là di una posizione nelle retrovie, a Pau e compagni di proseguire alla grande il loro cammino, fino a divenire uno dei pilastri del rinascente rock nostrano.

elioo

Nel 96 però per pochissimo non accade qualcosa di inaudito, di inconsueto, quanto meno di anomalo. Uno dei gruppi demenziali per eccellenza, noto sotto la sigla “Elio e le storie tese” finì addirittura per insidiare i vincitori Ron e Tosca, piazzandosi secondo, tra l’altro con annesse polemiche. Elio letteralmente sbancò, passando da artista seguitissimo ma pur sempre di culto a dominatore delle classifiche e delle radio. La sua “Terra dei cachi”, specchio fedele in chiave ironica del nostro Paese, è divenuta negli anni un vero e proprio classico sanremese (e come ben sapete, quest’anno, a distanza di 17 anni, hanno replicato il secondo posto di allora con la scoppiettante e geniale “La canzone mononota”).

Un’altra band che beneficiò non poco della kermesse ligure per ampliare il proprio pubblico e fare il cosiddetto salto tra i grandi è certamente quella dei Subsonica, la cui “Tutti i miei sbagli”, pur non discostandosi dal sound elettronico caro al gruppo torinese, fece breccia sin da subito presso una platea generalista. Il successivo album entrò direttamente al primo posto delle classifiche di vendite, confermando la band di Samuel e Max Casacci come una delle migliori della loro epoca.

negramaro

Nel 2005 tra i giovani fece scandalo l’esclusione nella prima serata sanremese di un giovane gruppo salentino, i Negramaro. Guidati dal talentuoso Giuliano Sangiorgi, diventato successivamente uno dei più ricercati songwriters italiani (ha scritto tra gli altri per Mina e Malika Ayane, contribuendo all’affermazione di quest’ultima), il gruppo esplose subito, vendendo centinaia di migliaia di copie dell’album “Mentre tutto scorre”, il cui titolo riprendeva quello del favoloso brano presentato a Sanremo Giovani.

Arriviamo così ai giorni nostri. Qualche anno fa si presentarono all’Ariston i La Crus, nonostante di fatto non esistessero più (infatti la dicitura ufficiale riportava Mauro Ermanno Giovanardi feat. La Crus). Giovanardi, noto ai più come Giò, era l’anima e il leader della band milanese che tentò più volte, in concomitanza con il loro miglior periodo discografico, di accedere a Sanremo, cercando in qualche modo una consacrazione del suo gruppo, il cui genere, un mix di classicismo e contemporaneità, in effetti non avrebbe sfigurato al cospetto di artisti più navigati.

E’ stata la volta infine delle top band alternative italiane, dei gruppi rock per eccellenza emersi in Italia negli ultimi 20 anni (tanto che i loro dischi, rispettivamente “Hai paura del buio?” e “Catartica” sono risultati i più votati in assoluti degli ultimi 20 anni in un sondaggio organizzato dal portale Rockit).

Sto parlando degli Afterhours di Manuel Agnelli e dei Marlene Kuntz di Cristiano Godano. Le loro apparizioni sanremesi con brani ben congeniati come “Il paese è reale” e “Canzone per un figlio” tuttavia poco o nulla hanno aggiunto alla carriera di entrambi e Sanremo è divenuto quindi una specie di suggello di una carriera spesa con onore nel circuito underground.

marte

La stessa cosa a mio avviso si ripeterà per i Marta sui Tubi e gli Almamegretta, le ultime due band prese in esame per questo dossier. Le loro recenti partecipazioni sono state tutto sommate positive e dignitose – diciamo che come sempre mi accade con artisti che sento affini, mi sono pure emozionato nel vederli su quel palco – ma credo che non serviranno da volano per fare il classico “botto” in classifica (posto che i dischi ormai quasi non si vendono più). Come ho scritto in un recente post dedicato al Festival, il rischio che possono correre è semmai il contrario, cioè che siano d’ora in poi guardati con sospetto da quello stesso pubblico “indie” che ne ha da anni decretato un piccolo successo. Ma stiamo comunque parlando di due gruppi saldi, maturi e che hanno i mezzi per “difendersi” da eventuali accuse di essersi in qualche modo “venduti”. Direi che proprio saremmo fuori strada, visto che hanno presentato dei bei brani, in linea con il loro particolare repertorio.