Quante polemiche sul Concertone del Primo Maggio! Solo a me piace ancora ascoltare certa musica?

Lo ammetto, da nostalgico quale sono, e da sentimentale in genere: credo che le migliori edizioni del Concertone del Primo Maggio – quello in onda da Roma, per capirci – siano state quelle degli anni ’90, quando sembrava ci fosse un’alzata di cori genuini in merito a tematiche sociali che in teoria sempre dovrebbero essere preminenti, in primis ovviamente quella del lavoro.

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Non sono ingenuo e ben presto ho capito come in realtà ci siano molti interessi legati a una promozione in alcuni casi “esagerata”, data da un’esibizione fatta davanti a milioni e milioni di telespettatori, con conseguente sdegno di chi – ancora oggi, è capitato ad esempio ai Marlene Kuntz, una delle nostre migliori espressioni rock da 20 anni e oltre a questa parte, o ieri, pensiamo agli Afterhours – si vede scippato parzialmente di questa ghiottissima opportunità, magari con una performance troncata dall’incombente incedere  delle pubblicità.

Solitamente però non mi faccio tutte ste pippe mentali: leggo assurdi contributi (post,  commenti) nati solo per criticare, bistrattare, umiliare questo o quell’artista che anche quest’anno, fuori tempo massimo vedendo il tristissimo scenario attuale in ambito culturale e sociale, ha voluto calcare quel palco.

Magari sono artisti che già ci sono passati con alterne fortune, magari sono altri che pagherebbero oro per andarci, magari sono semplicemente “leoni da tastiera” che, per lo stesso astruso meccanismo, si ostinano a guardare controvoglia (ma sarà davvero poi così?) l’evento per poi atteggiarsi a portatore di verità assolute, stroncando tutti. E vale anche se si parla di X Factor, The Voice, il Festival di Sanremo, come se davvero NULLA ma proprio nulla fosse di gradimento a un qualsiasi orecchio.

L’ho detto in apertura di post: io per primo sostengo la “causa” degli anni ’90, credo che quel tipo di fermento difficilmente si potrà più ricreare, però cazzo, proprio perchè ormai ci siamo disabituati a sentire la musica in tv, che non sia quella preconfezionata, “di plastica” propinataci dai mille mila talent show, io attendo sempre di ascoltare quegli artisti che mantengono ancora quell’aurea di “alternativa”.

Poi anch’io faccio zapping all’ennesima tarantella, al discorso prolisso e retorico, e agli slogan facili, forse perchè non li percepisco sinceri, però riesco ancora a tirare una boccata d’aria quando vedo appunto i già citati Marlene (comprendendone appieno lo sfogo, visto che anch’io, comodamente dal salotto di casa, attendevo di farmi per l’ennesima volta cullare dalla splendida “Nuotando nell’aria”), gli amici Perturbazione – splendidi e come sempre di un’umiltà e gentilezza senza eguali -, il must Vinicio Capossela, di cui trepidamente aspetto il nuovo disco per stupirmi come la prima volta che lo ascoltai, l’eterno giovane Max Gazzè, il tormentato Grignani, che deve accontentarsi delle briciole del pomeriggio solo con chitarra acustica, Fabrizio Moro, l’elegante Gary Dourdan, riuscendo persino a provare tenerezza e empatia per i TheGiornalisti, visibilmente emozionati e altrettanto consapevoli di cosa stavano vivendo, per una tappa importante della loro carriera.

Insomma, lunga vita al Concertone, con tutti i suoi pregi e difetti, le macchinazioni, le furberie e i magna magna… (ecco, così ho completato l’elenco nero), e anche se ogni anno mi beccherò il grande Enzo Avitabile o i Modena, gli stessi che un tempo facevano palpitare il mio animo barricadero a suon di “Bella Ciao” e “Cento Passi”, beh, mi limiterò a sorridere, ma dopo le prime note sarò di nuovo idealmente sotto al palco a ballare e scatenarmi!

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Splendida data veronese dei Marlene Kuntz per il tour celebrativo di “Catartica” e la presentazione di “Pansonica”

Ieri sera, assieme a un nutrito gruppo di amici di vecchia data, ho assistito alla data veronese del tour celebrativo dei Marlene Kuntz. Celebrativo perché si festeggiavano i 20 anni dal loro esordio discografico ufficiale, contrassegnato dall’epocale “Catartica”, qui omaggiato appieno, e rivisitato in ogni sua traccia. Quest’anno hanno dato alle stampe un nuovo album molto distante dalle loro recenti aperture alla musica d’autore italiana, tornando indietro nel tempo. Infatti “Pansonica” poco o nulla ha a che spartire con gli album della “svolta” del gruppo di Cuneo, risalendo nei suoi brani proprio alla genesi di “Catartica”. Non scarti dell’epoca – sarebbe ingeneroso affermarlo – ma piuttosto delle b-sides nello spirito. Già su disco avevano dimostrato in qualche modo di competere con le “elette”, quelle tracce immortalate poi nel primo fortunato album, ma a maggior ragione, eseguite dal vivo, nel contesto di un recupero delle atmosfere primordiali della band, si sono caratterizzate per la medesima intensità, per il notevole impatto e, non secondario, per la potenza delle parole. Mi ha sempre colpito del gruppo di Godano la capacità di “fare rumore”, senza disdegnare testi che spesse volte assomigliavano a veri testamenti intrisi di poesia. Così è stato ieri, con il pubblico – assai numeroso e partecipe –  avvolto in una rassicurante viaggio a ritroso nel tempo, nel pieno degli anni ’90, con unica concessione nel finale a quella “Musa”, inserita nell’insolito (per il loro repertorio) “Uno”. Da tempo, da una decina d’anni, forse di più, i Marlene Kuntz stanno battendo strade nuove, senza perdere comunque la loro attitudine e il loro spirito. Puntualizzato questo aspetto, è innegabile come, a risentirle tutte assieme, una dietro l’altra (e inframmezzate dai pezzi di “Pansonica” che, come detto, si legano ad esse come un continuum temporale), le canzoni di “Catartica” non abbiano smarrito un grammo del loro fascino e della loro carica. E poi, loro, i “ragazzi”: davvero a loro agio sul palco, a riappropriarsi della loro storia, più che a autocelebrarsi. Un’operazione che, lungi dall’essere meramente commerciale, o inserita in un momento storico di “stanchezza creativa”, mi ha convinto del tutto, specie dopo aver visto la piena sintonia tra band e affezionati sostenitori. Un tributo doveroso, con la consapevolezza di aver indicato all’epoca una strada credibile e autorevole, proiettata verso la piena affermazione di un certo tipo di rock alternativo che potesse avere una sua valenza anche in un territorio piuttosto ostico come il panorama musicale italiano.

Menzione speciale per le celebri cavalcate “Festa Mesta” e “Sonica” (probabilmente le più attese del pubblico, che si è scatenato letteralmente al loro incedere) e per il manifesto “Nuotando nell’aria”, prototipo valido per chiunque volesse cimentarsi nello scrivere una vera ballata rock con tutti i crismi, una delle perle più splendenti dell’intera produzione italiana degli anni ’90 (e non solo!). E poi ho trovato impeccabile la versione di “Trasudamerica”(per inciso, da sempre, una delle mie preferite del gruppo piemontese) e assolutamente trascinante, nella sua imperiosa melodia, “Canzone di domani”. Forse la sola “Lieve” (che adoro, specie nella loro primigenia versione, più che in quella passata alla storia grazie ai padrini C.S.I.) mi è parsa leggermente sottotono, ma questo è solo un punto di vista condiviso al più con il mio amico Riccardo, anche lui per il resto assolutamente soddisfatto dello spettacolo a cui abbiamo assistito. Tra le canzoni di “Pansonica” già su disco mi avevano colpito in particolare “Parti” e “Capello lungo”, e dopo averle sentite dal vivo, confermo la mia idea che non avrebbero assolutamente sfigurato in “Catartica”. Già, quella “Capello lungo” che ebbi modo di ascoltare molto tempo prima dell’inclusione in “Pansonica”, perché ne esiste una versione “lo-fi” su you tube, tratto da uno dei primi demo dei Marlene, quando ancora alla voce vi era Alex Astegiano, ora affermato fotografo e al seguito del gruppo, di cui è rimasto in strettissimi rapporti. Dopo il concerto, nonostante ci fosse davvero un sacco di gente accorsa per vederli, anch’io sono riuscito a scambiare piacevolmente due parole con il leader Cristiano Godano, autentica icona del rock italiano, che anche a vederlo in abiti “normali”, non in scena diciamo così, emana ugualmente fascino e carisma. Gli ho fatto i miei più sinceri complimenti e ho avuto anche modo di dirgli che ho omaggiato lui e il suo gruppo nel mio recente saggio “Revolution ‘90”, incentrato proprio sulla musica italiana degli anni’90. Lui mi ha salutato, a sua volta, con un sincero ’”in bocca al lupo” per il libro e la cosa mi ha fatto molto piacere; d’altronde non ho remore a definire i Marlene Kuntz come uno tra i 3 gruppi che maggiormente hanno segnato il mio immaginario dell’epoca (ma non credo di sbagliarmi se dico che la cosa ha riguardato la stragrande maggioranza del pubblico giunto ieri a Verona). Peccato non essere riuscito a salutare Alex che tempo fa mi rilasciò un’interessante intervista, già pubblicata nel mio blog e che includerò pure in un mio libro di prossima uscita: “Rock ‘n Words”. Mi auguro comunque ci saranno altre occasioni, perché questo tour vale davvero il prezzo del biglietto e non è detto che non mi conceda un’altra data qui nelle vicinanze.

Intervista al cantautore “multiforme” Lory Muratti

Lory Muratti è certamente uno degli artisti contemporanei più intriganti e originali del panorama musicale e culturale italiano. Per anni fattosi conoscere e apprezzare da un pubblico di appassionati con lo pseudonimo “Tibe” (dal cognome della famiglia adottiva: Tiberio), con il quale si esibisce soprattutto in veste di dj, produttore e promoter, negli anni l’autore varesino si è fatto sempre più largo nella scena letteraria, esordendo come romanziere – presente in varie antologie, edite da Mondadori, Feltrinelli o Dalai, con i suoi racconti, interessante quello dedicato alla band di Thom Yorke in “Narradiohead” – fino all’esordio a nome “Lory Muratti” con “Scintilla”, titolo pure del suo album d’esordio, pubblicato dall’etichetta piemontese Mescal, sempre attenta a fiutare nuovi talenti.
In questo disco Lory si mette a nudo, forte comunque di una maturità acquisita negli anni, che lo hanno visto condividere progetti con diversi esponenti di spicco della scena italiana ed internazionale. Impossibile non citare almeno la fruttuosa esperienza con i cuneesi Marlene Kuntz, con i quali, differenze stilistiche a parte, sembra trovarsi molto in sintonia, proprio da un punto di vista di affinità intellettive.
L’album è un interessante caleidoscopio di colori, tendenti comunque alle tinte scure, grigiastre, con rari bagliori di luci, tanto che non pare inappropriato riattualizzare il termine dark per cercare in qualche modo di orientare i nuovi ascoltatori alla sua proposta. Un dark delicato, poetico, oscuro ma non opprimente, che si esprime al meglio in brani dall’ampio respiro come “Angeli”, dove le chitarre la fanno da padrone e l’incalzante melodia spicca nel contesto dell’intero album o “70 ellissi”, insieme a “Io mento” la mia preferita, con le sue atmosfere decadenti.
Da tanta carne al fuoco poteva nascere una bellissima occasione di saperne di più. E che c’è di meglio di parlarne direttamente con lui, nel bel mezzo degli impegni creativi che lo stanno completamente assorbendo in questo inizio di 2014?

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“Ciao Lory, siamo coetanei, ma pare quasi difficile crederlo! Quante vite hai vissuto? A parte l’esperienza personale, di vita vera, cresciuto in un contesto dai forti connotati artistici, sei stato deejay, visionario artista, produttore, scrittore, ora pure cantautore. Da dove facciamo partire il nastro dei ricordi? Io suggerirei… dal momento in cui è partita la “scintilla” per rimanere in tema?”

Ciao Gianni e grazie per essermi venuto a scovare fra note, parole e ricordi. Di questi ultimi, come forse immagini, potrei parlare molto a lungo così come della scintilla creativa che ha guidato e tenuto vivo il mio vivere tra musica e parole di questi anni. E così accade in effetti che “Scintilla” sia in parte anche una scatola dei ricordi. I recenti ricordi di un lungo viaggio americano da NY al Deserto del Nevada durante il quale ho raccolto la storia narrata nel libro e pre-prodotto le canzoni del disco omonimo, ma anche i ricordi di una vita particolare e molto articolata che ha voluto per me due padri, due madri, due famiglie, molti viaggi, molti inattesi risvegli da altrettante inconsapevoli attese. Il progetto “Scintilla” si è rivelato quindi (insieme al precedente dico-libro “Hotel Lamemoria” firmato come Tibe) anche una via ideale per iniziare a mettere ordine nella mia storia personale raccontandola e condividendola.

“Credi sia possibile coniugare tutte queste istanze, queste tensioni interne in un unico progetto o intendi proseguire la tua carriera tenendo distinte le varie anime. L’esperienza del reading potrebbe soddisfare in toto le tue aspettative?”

Far dialogare canzoni e narrazione è per me da sempre un’esigenza, una spontanea inclinazione. Mi sono quindi dedicato con grande attenzione a indagare la via che potesse far incontrare questi due mondi e questi due miei modi di vivere l’arte. Ho cercato però altresì di far arrivare il messaggio anche a chi è giustamente abituato a fruire di ogni singolo media senza necessariamente avere il desiderio, il bisogno o, più che altro, l’occasione di legarlo ad altro. Cosa quest’ultima che nel caso specifico delle mie produzioni non risulta essere indispensabile, ma che è di certo consigliata. Leggere il romanzo senza aver ascoltato il disco o viceversa conoscere i brani senza aver letto la storia di “Scintilla” è del tutto possibile (i due supporti vengono per altro venduti separatamente), ma immergersi in entrambi apre piani di lettura inaspettati e mette in moto un interessante viaggio interiore.
In questo nostro paese purtroppo non smettono però di essere presenti incredibili resistenze nei confronti di ogni progettualità fuori dagli schemi e priva di condizionamenti dettati dal mercato e questo rende tutto più difficile. Il fatto stesso di “mettersi in gioco” per chi gestisce i grandi numeri non è cosa né contemplata né tanto meno consigliata. Nella maggior parte dei casi è un’attitudine che viene vista con sospetto ed è però confidando in un ordine superiore che si riesce a tenere questa diffidenza ai margini di un percorso artistico intellettualmente onesto proseguendo senza indugio per la propria strada. Questo è quello che sono chiamato a fare e questo è quello che continuerò a fare anche in futuro. Ciò non significa che ad ogni mio romanzo corrisponderà sempre un album o viceversa, ma semplicemente che non smetterò di cercare storie che valga la pena raccontare e che proverò, per quello che mi sarà possibile, a parlare e suonare di ciò che si trova al di là del piano delle cose visibili.
A proposito del “reading” posso invece dirti che è una formula che non mi interessa, la trovo incredibilmente pigra e scarsamente emozionante. Quello che cerco di fare piuttosto, in parallelo alla dimensione più rock portata dal vivo con tutta la band de “i Testimoni” che mi accompagna, è “far vivere le pagine del romanzo” attraverso una trasposizione teatrale dove libro e disco ancora una volta si trovano a dialogare in un tutt’uno scenico che ho ridefinito “Monologo*Concerto”. Un’ora di musica e parole dove la storia narrata nel romanzo esce dalle pagine ed io mi alterno fra pianoforte, voce cantata e voce narrante in veste di attore.

“Quali tecniche narrative preferisci o reputi più consone per esprimerti? La scrittura, nella quale hai modo potenzialmente di allargare gli orizzonti a tuo piacimento o attraverso la musica, nella quale giocoforza è necessario attenersi a una sorta di regole, per quante le tue non siano certo concepite come “canzonette” dalla semplice struttura”

Come ti raccontavo poco fa, musica e narrativa, canzoni e racconti sono per me da sempre strettamente legati fra loro ed ogni testo di canzone nasce, nel mio personale universo, dal cut-up e dalla selezione delle giuste immagini che ho precedentemente racchiuso nel racconto di un esperienza vissuta. Sono certo quindi di avere fortemente bisogno di entrambi i modi e i mondi. Sono più incline a definire “linee guida” quelle che tu chiami “regole”. Entrambi comunque sinonimi di “modo di procedere e di lavorare” e ti assicuro che in questo senso un romanzo ne richiede in una quantità ancor maggiore di una canzone. Anche quando uno stile di scrittura appare molto libero, limpido e spontaneo, c’è sempre un grande lavoro al nascere di quel fluire.

“L’esperienza live cosa comporta di positivo al tuo percorso? Come cambia la prospettiva dall’essere in qualche modo “spettatore di sé stessi”, dietro le quinte, specie nei tuoi lavori alla Biennale di Venezia o al Luminale Frankfurt con le tue interessanti installazioni musicali, e l’essere invece protagonista sul palco, con le tue canzoni, le tue parole?”

La dimensione live è per me vitale. Stare sui palchi più rock così come in teatro è fonte di continuo stupore e anche di ispirazione. Sono tante le volte in cui suonando senti nascere nuove immagini e nuove armonie dentro di te. Il contatto con la gente credo poi sia per la totalità degli artisti nel mondo la ragione più grande per cui facciamo quello che facciamo, che siano cinquanta persone con gli occhi sbarrati dallo stupore in una stanza o 5000 volti confusi sotto il palco di un grande festival.
Altro è in effetti essere “spettatori di sé stessi”, che è poi la dimensione che vive l’artista figurativo ogni qualvolta espone. In quei casi è un po’ come vedersi da fuori e poter parlare della propria opera fruendone insieme a chi è venuto ad ascoltare. Un po’ come se durante un tuo concerto potessi scendere fra il pubblico come una fantasmagoria e chiedere ai presenti che ti vedono contemporaneamente in due luoghi “ehy, cosa ne pensi di quello che stiamo facendo? come ti sembra il concerto?”.

“Ci vuoi parlare del connubio con i grandi Marlene Kuntz? Immagino fossero tra i gruppi che più hai ascoltato “in gioventù”. Io trovo molto affinità tra i vostri progetti, a livello di attitudine più che altro, perché i tuoi suoni paiono comunque più levigati e oscuri piuttosto che duri e urticanti come potevano essere quelli di Godano, almeno della prim’ora?”

I Marlene Kuntz sono qualcosa di inspiegabilmente magico, qualcosa che considero distante e diverso da qualsiasi altra realtà musicale si sia avvicendata in questo nostro paese. La loro musica dal vivo si fa tridimensionale e ti avvolge dandoti alla testa. Ogni volta in cui ho avuto il piacere di lavorare e suonare con loro ho sentito le nostre reciproche frequenze risuonare amplificandosi vicendevolmente e non parlo ovviamente solo di “frequenze musicali”, ma di qualcosa di più sottile che è racchiuso in “ciò che cerchiamo di dire” quando andiamo là fuori e comunichiamo a chi ci sta ascoltando. Le nostre affinità ci danno più forza e il nostro piacere nello stare assieme credo arrivi a destinazione. Molto spesso ho avuto l’impressione che il pubblico, oltre ad emozionarsi, si diverta con noi come noi facciamo quando condividiamo palchi ed esperienze.
A proposito invece delle differenze che riscontri nei nostri reciproci sound posso dirti che di certo nei Marlene Kuntz degli albori c’era una certa spinta a colpire di traverso lasciando col fiato sospeso, un’urgenza mossa da un’energia vagamente fuori controllo e per questo affascinante. Una spinta emotiva che sento accadere a tratti anche durante le mie esibizioni con i Testimoni, ma che di contro è inserita in quello che, anche da un punto di vista musicale oltre che narrativo, si configura come un viaggio interiore. Penso al naufragio quando penso ai nostri due modi di stare in musica, fulgente , tempestoso e a tratti rabbonito da una calma apparente nel bel mezzo di un temporale per i Marlene, avvolgente e visionario come un abbraccio in mare aperto e a tratti in picchiata dentro una corrente verticale per quanto mi riguarda.

A Lory non posso fare altro che augurare il meglio per il prosieguo della carriera, consapevole che si è in un periodo storico che pare non arridere molto positivamente a chi cerca di proporre qualche prodotto che sia davvero artistico e non meramente commerciale e alla mercè di tutti. Le qualità per emergere l’ex Tibe le ha proprie tutte, e si può pure avvalere di una etichetta che crede fermamente in lui e nei suoi progetti.

 

Si nasce incendiari, si muore pompieri

Ormai, arrivati quasi a 36 anni, non ci si dovrebbe stupire più di niente, specie su questioni che riguardano le “ideologie”. Difatti non mi sono stupito, però prendo lo spunto per una riflessione, magari banale.

Per molti, le ideologie sono ancorate alla giovinezza, si manifestano con più enfasi e più forza, più genuino entusiasmo se vogliamo, ma altresì con tanta ingenuità, a volte – nel peggiore dei casi – la si segue solo “per moda”.

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Premetto che intendo parlare di musica e non di politica o di filosofia, conoscete quel detto che dice “si nasce incendiari e si muore pompieri”?

Beh, credo sia molto illuminante, l’ho visto coi miei occhi in tanti casi. Io stesso, lungi dall’essere mai stato in fondo un rivoluzionario, ma un sognatore, idealista quello sì, mi rendo conto che mi sono un po’ “ammorbidito” su certe questioni, non riconoscendone più la priorità rispetto ad altri aspetti dell’esistenza.

Però mi ha fatto un certo effetto ieri sera vedere Cristiano Godano, uno dei rocker italiani che maggiormente ho apprezzato e seguito negli anni, un autore a cui non stonerebbe l’appellativo di “poeta”, vista la statura di molti suoi testi, mogio mogio mentre seguiva le prove di “The voice of Italy”, neo talent show d’importazione che vede tra i giudici mattatori un Piero Pelù che ormai da tempo invece ci sguazza nella tv di consumo.

Per carità, niente di scandaloso, in fondo il cantante dei Marlene Kuntz si è limitato appunto a dare qualche suggerimento (specie sull’arrangiamento del pezzo) alle due concorrenti che di lì a poco si sarebbero sfidate su una hit di Tina Turner… insomma, non si può dire si sia “venduto” ma comunque quest’uomo non sembra lo stesso che cantava con grande enfasi e disperata e poco lucida follia “Voglio una figa blu!”. Il meccanismo del programma è piuttosto semplice, ci sono i coach che hanno le loro squadre di ragazzi (i partecipanti del programma) e hanno pure un pool di collaboratori, tra arrangiatori, pianisti e vocal coach. Ecco, avrei qualcosa da ridire anche qui, visto che Godano, come detto prima, è un grandissimo compositore, un poeta rock ma non si può certo definire un grande cantante da un punto di vista prettamente vocale.

Va beh, fine dello sfogo, dai, ogni tanto mi ci vuole… sapete, quando si invecchia, o si diventa pompieri, o si diventa brontoloni… mi sa che apparterrò di diritto alla seconda categoria!

Dossier Sanremo: ha ancora senso per gli artisti “alternativi” partecipare al Festival? Ecco chi ha svoltato e chi no dopo la gara.

Nella lunga storia sanremese si sono succedute negli anni molte presenze di artisti cosiddetti “alternativi”, gente cioè che palesemente proponeva brani poco in linea con la classicità della kermesse in questione.

Spesso si tratta di veri e propri ingressi nel mondo dorato della musica propriamente detta “di consumo”, ma il più delle volte sembra che Sanremo possa costituire una sorta di “promozione”, o di consacrazione presso un pubblico certamente più vasto di quello che questi artisti poco conosciuti dalla massa solitamente raccolgono.

Ci sono però dei pro e dei contro e con questo articolo – che non ha pretese di completezza, nonostante i diversi artisti che prenderò in esame – miro a dimostrare che il Festival magari non ti cambierà la vita, ma costituisce invero sempre un viatico fondamentale per la carriera di un artista, nel bene e nel male. Dopo avervi partecipato nulla sarà più come prima.

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Il primo in cui mi imbatto è un folkloristico cantastorie che sul finire degli anni ’70 era davvero difficile da incasellare per la critica musicale. Rino Gaetano era lontanissimo dai cantautori classici, sia a livello di tematiche, sia come struttura dei suoi brani che come testi:  cinici, surreali e talvolta irriverenti ma sempre capaci di far pensare. Un “giullare” della musica italiana, che sul palco sanremese diventò un vero fenomeno di costume, grazie alla divertente e liberatoria “Gianna”. Arriverà a un passo dalla vittoria finale, ma il vero trionfatore di quell’edizione sarà proprio lui, che con il singolo sanremese conquisterà il grande pubblico, prima della precoce morte che lo verrà a cogliere, quando davvero stava per diventare un modello di riferimento per i giovani cantanti di inizio anni ’80. Pezzi come “Il cielo è sempre più blu” o “Mio fratello è figlio unico” rimangono pietre miliari di tutta la produzione italica, brani originali e in un certo senso ancora attuali.

Negli 80 si esibisce sul prestigioso palco sanremese anche un giovane gruppo, lontanissimo dagli stilemi cari al Festival. I Decibel suonano post punk spruzzato di new wave, alla loro guida un giovanissimo Enrico Ruggeri appare bizzarro con i suoi occhialoni bianchi ma anche in possesso di ottime corde vocali e della giusta genialità per far parlare di sé a lungo negli anni a venire. Il buon Rouge, discostandosi dai suoni cari al suo gruppo e scandagliando la vasta gamma della musica leggera italiana, diverrà poi uno dei massimi cantautori italiani, tra i più raffinati e versatili.

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Destano stupore e meraviglia, specie col senno di poi (visto le onorate e lunghissime carriere portate avanti) le esibizioni di due super big della musica italiana: Vasco Rossi e Zucchero. Ma a dire il vero, all’epoca il loro modo di cantare e di comunicare era davvero particolare per i palati sanremesi e nessuno, sul momento, si scandalizzò delle loro sfortunate performance. Se Zucchero ebbe bisogno di incidere anni dopo un album epocale come “Blue’s” per divenire un fenomeno di massa, Vasco già dopo la manifestazione televisiva, fece breccia nel cuore di centinaia di migliaia di giovani, che ben si immedesimavano in lui, nelle sue storie, spesso disperate e ribelli. “Vita spericolata” non avrebbe potuto, a essere attenti, passare inosservata, col suo carico di pathos e il suo trasporto, con la sua interpretazione biascicata, lontanissima dal bel canto. A fine anno l’album “Bollicine” consacrerà il Blasco e il suo popolo, vendendo un milione di copie e aggiudicandosi il prestigioso Festivalbar.

Ma negli anni 80, nonostante alcuni attribuiscano l’episodio a una puntata del Festivalbar, secondo alcune autorevoli fonti (“Dizionario Completo della canzone italiana” a cura di Enrico Deregibus, ed. Giunti e “Enciclopedia del Rock Italiano”, ed. Arcana) fece la sua apparizione sul palco dell’Ariston anche un artista davvero sui generis, chiamato Faust’O. Un personaggio quasi alieno, che riuscì a mettere in scena durante la sua esibizione in play back del brano “Hotel Plaza” (in quegli anni era consentito) il gesto più punk dell’intera storia sanremese, con lui che si mise a mangiare candidamente una mela. Solo gli Aeroplanitaliani del geniale Alessio Bertallot, molti anni dopo, nel 92, fecero un gesto altrettanto ribelle, rimanere zitti per più di 10 secondi durante la loro canzone, intitolata appunto “ Zitti, zitti (Il silenzio è d’oro)”.

Eppure per Fausto Rossi, questo il vero nome di Faust’O, Sanremo rappresentò il classico “quarto d’ora di celebrità” caro a Andy Warhol, per poi tornare tra le pieghe del mondo alternativo, quando non proprio nel pieno anonimato. Ha continuato a fare dischi col suo vero nome, è attivo su Facebook ed è una persona ricca di umanità, artista sensibile e attento, ma la celebrità vera per lui non è mai arrivata.

Un forte impulso alle partecipazioni di artisti alternativi ci fu negli anni 90, con band emergenti del movimento legato al rock italiano che hanno cercato, tramite la vetrina del Festival, di sdoganarsi presso il grande pubblico, non sempre però con grandi risultati. Quasi in sequenza, gruppi celebri nel circuito alternativo o comunque rock come i Bluvertigo, i Negrita e i Timoria calcarono l’Ariston, trovando però più delusioni che altro, e non spostando di una virgola il loro percorso, limitando l’esperienza di Sanremo a una semplice tappa verso una crescente carriera. In particolare i Negrita portarono un brano debole, tra i peggiori del loro repertorio, ma ciò non impedì, al di là di una posizione nelle retrovie, a Pau e compagni di proseguire alla grande il loro cammino, fino a divenire uno dei pilastri del rinascente rock nostrano.

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Nel 96 però per pochissimo non accade qualcosa di inaudito, di inconsueto, quanto meno di anomalo. Uno dei gruppi demenziali per eccellenza, noto sotto la sigla “Elio e le storie tese” finì addirittura per insidiare i vincitori Ron e Tosca, piazzandosi secondo, tra l’altro con annesse polemiche. Elio letteralmente sbancò, passando da artista seguitissimo ma pur sempre di culto a dominatore delle classifiche e delle radio. La sua “Terra dei cachi”, specchio fedele in chiave ironica del nostro Paese, è divenuta negli anni un vero e proprio classico sanremese (e come ben sapete, quest’anno, a distanza di 17 anni, hanno replicato il secondo posto di allora con la scoppiettante e geniale “La canzone mononota”).

Un’altra band che beneficiò non poco della kermesse ligure per ampliare il proprio pubblico e fare il cosiddetto salto tra i grandi è certamente quella dei Subsonica, la cui “Tutti i miei sbagli”, pur non discostandosi dal sound elettronico caro al gruppo torinese, fece breccia sin da subito presso una platea generalista. Il successivo album entrò direttamente al primo posto delle classifiche di vendite, confermando la band di Samuel e Max Casacci come una delle migliori della loro epoca.

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Nel 2005 tra i giovani fece scandalo l’esclusione nella prima serata sanremese di un giovane gruppo salentino, i Negramaro. Guidati dal talentuoso Giuliano Sangiorgi, diventato successivamente uno dei più ricercati songwriters italiani (ha scritto tra gli altri per Mina e Malika Ayane, contribuendo all’affermazione di quest’ultima), il gruppo esplose subito, vendendo centinaia di migliaia di copie dell’album “Mentre tutto scorre”, il cui titolo riprendeva quello del favoloso brano presentato a Sanremo Giovani.

Arriviamo così ai giorni nostri. Qualche anno fa si presentarono all’Ariston i La Crus, nonostante di fatto non esistessero più (infatti la dicitura ufficiale riportava Mauro Ermanno Giovanardi feat. La Crus). Giovanardi, noto ai più come Giò, era l’anima e il leader della band milanese che tentò più volte, in concomitanza con il loro miglior periodo discografico, di accedere a Sanremo, cercando in qualche modo una consacrazione del suo gruppo, il cui genere, un mix di classicismo e contemporaneità, in effetti non avrebbe sfigurato al cospetto di artisti più navigati.

E’ stata la volta infine delle top band alternative italiane, dei gruppi rock per eccellenza emersi in Italia negli ultimi 20 anni (tanto che i loro dischi, rispettivamente “Hai paura del buio?” e “Catartica” sono risultati i più votati in assoluti degli ultimi 20 anni in un sondaggio organizzato dal portale Rockit).

Sto parlando degli Afterhours di Manuel Agnelli e dei Marlene Kuntz di Cristiano Godano. Le loro apparizioni sanremesi con brani ben congeniati come “Il paese è reale” e “Canzone per un figlio” tuttavia poco o nulla hanno aggiunto alla carriera di entrambi e Sanremo è divenuto quindi una specie di suggello di una carriera spesa con onore nel circuito underground.

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La stessa cosa a mio avviso si ripeterà per i Marta sui Tubi e gli Almamegretta, le ultime due band prese in esame per questo dossier. Le loro recenti partecipazioni sono state tutto sommate positive e dignitose – diciamo che come sempre mi accade con artisti che sento affini, mi sono pure emozionato nel vederli su quel palco – ma credo che non serviranno da volano per fare il classico “botto” in classifica (posto che i dischi ormai quasi non si vendono più). Come ho scritto in un recente post dedicato al Festival, il rischio che possono correre è semmai il contrario, cioè che siano d’ora in poi guardati con sospetto da quello stesso pubblico “indie” che ne ha da anni decretato un piccolo successo. Ma stiamo comunque parlando di due gruppi saldi, maturi e che hanno i mezzi per “difendersi” da eventuali accuse di essersi in qualche modo “venduti”. Direi che proprio saremmo fuori strada, visto che hanno presentato dei bei brani, in linea con il loro particolare repertorio.

Dischi anni ’90 – 10) MARLENE KUNTZ “Il Vile”

Chiudo questa mia rassegna di dischi che reputo fondamentali per inquadrare gli anni ’90 con un gruppo che ammiro da sempre e che ho continuato a seguire, nonostante le tante evoluzioni, di stile, di formazione, di suggestioni: i MARLENE KUNTZ.

Chiaro, non è detto che in futuro non possa rimettere mano a questa rubrica, ma magari lo farò in modo meno “didascalico”, volendo avevo materiale per parlare di un centinaio di dischi, tanti sono i gruppi e gli artisti che ho ascoltato durante i ’90 e ancora mi accompagnano con piacere ma ho preferito fermarmi a una top 10 ben rappresentativa dei miei gusti dell’epoca.

Non potevano mancare i cuneesi Marlene Kuntz che, sin da quando apparvero sulle scene tricolori con il loro rock sanguigno, ma pure distante e glaciale, mi colpirono nel profondo.

Amavo in particolare i testi, così poco convenzionali, anche nelle ballate amorose, mi piaceva il senso di decadentismo che emanavano a ogni brano, la loro austerità anche, il loro distacco che era sostanzialmente apparente e più che altro un modo di affrontare il proprio lavoro e la propria passione con il massimo dell’impegno profuso, quasi non si potesse concedere nulla al vacuo e al superficiale.

L’esordio, intitolato con un ficcante “Catartica” è una pura scarica di adrenalina, l’intera tracklist viene mandata a memoria da un numero di fans sempre più numeroso, che fanno di Godano una sorta di “guru”, di guida sprituale.

DUE ANNI DOPO, nel ’96 la replica con il meno immediato “Il Vile”, manifesto imprescindibile per tutta la “scena” alternativa che sempre più dimostrava di avere tutte le carte in regola per emergere alla lunga  distanza.

Cosa che fecero alla grande i Marlene Kuntz che seppero egregiamente affinare il loro stile, senza mai perdere in lucidità, in poesia, in forza espressiva. Un gruppo che si è fatto valere anche a Sanremo, nonostante gli sguardi sembrassero quasi di smarrimento in un contesto simile. Ma a me il brano è piaciuto e negli occhi ho ancora lo splendido duetto con Patti Smith.

nel video qui sotto, un Cristiano Godano ispiratissimo esegue uno dei brani più intensi della loro carriera: “Come stavamo ieri”

Intervista ad Alex Astegiano, primo cantante dei Marlene Kuntz ma soprattutto persona sensibile e artista a tutto tondo

PELLEeCALAMAIO è lietissimo di avere oggi con noi Alex Astegiano, famoso fotografo e artista ma anche, come sanno bene tutti gli amanti del rock, il primo vero cantante dei cuneesi Marlene Kuntz.

“Ciao Alessandro, è un piacere particolare per me ospitarti nel mio blog, perché sono uno dei tanti fan del gruppo che purtroppo non ha avuto occasione di vederti dal vivo sul palco con la band. Eppure sono riuscito a scovare in rete qualcosa con te alla voce e devo farti i complimenti per la grande energia e passione che mettevi nel canto. So però che già da quei primi tentativi tu eri più attento e interessato alla performance tout court e nei concerti c’era tanto spazio per la “fisicità”. Puoi ricordarci qualcosa di quei concerti? Se non erro suonavi strumenti, come dire, poco convenzionali, no?”

Piacere mio,

dunque…bisogna sempre premettere che si parla di 22 anni fa…e  i “condizionamenti” musicali erano diversi e noi poco maturi, per quanto mi riguarda i Marlene sono nati unendo (per tentativi) musica, teatro e arte, sono sempre stato attratto da Antonin Artaud e da Alfred Jarry prima e Carmelo Bene poi; per questo i primi concerti erano più performance teatrali non solo musicali. E anche per questo il mio cantato era più un recitato (non mi sono mai reputato un buon cantante).

In più, nel marzo del 1989 quando si formò il gruppo, fummo molto affascinati dal concerto che gli Einsturzende neubauten tennero a Torino nella storica sala presse del Lingotto. Da lì…le nostre sperimentazioni sonore si svilupparono.

Fino alla mia uscita dal gruppo usavo spesso una caldaia in acciaio (per distillare grappa) come campana, una sirena e varie “suppellettili”.

“La tua scelta di lasciare il gruppo è maturata dopo pochi anni dalla fusione dei Jack on Fire (da cui, oltre a te proveniva pure il futuro leader Godano) con il gruppo di Tesio, Bergia e Ballatore. Quando e come hai capito che la musica non sarebbe stata la tua strada principale? Avevi comunque la percezione che i Marlene, cambiando registro musicale, sarebbero arrivati lontano?”

La mia scelta di lasciarli è dipesa da motivi lavorativi, non c’è mai stato nessuno screzio tra di noi.

Io e Cristiano arrivavamo dai Jack on Fire, Luca e Riccardo provavano per conto loro e conobbero Cristiano al quale proposero  il loro progetto, Cristiano mi chiamò per dirmi che mi voleva nel gruppo , non più come batterista, ma come cantante….accettai.

Mi sono sempre fidato di lui ho sempre avuto stima del suo impegno costante, voleva arrivare…dove è ora.

“Ultima di area “nostalgica”. Mai pentito di quella scelta? Nemmeno quando avresti potuto duettare con l’immensa Patti Smith a Sanremo (mi rifaccio a un tuo commento)?

Forse è l’unico rimpianto che ho…averli lasciati, ma a quei tempi non potevo fare altrimenti, sicuramente oggi sarei più disponibile (senza guardare dove sono arrivati).  Ma è andata così, e ci incontriamo sempre volentieri, Cristiano ed io ci frequentiamo oramai da 27 anni.

Il vederli suonare con Nostra Signora Patti Smith mi ha davvero commosso ed emozionato, conoscendoli bene so cosa hanno provato sul palco di Sanremo.

“Veniamo alle tue numerose esperienze come fotografo e ritrattista. Dico così perché penso che una foto astratta sia ben diversa da quella inerente visi e corpi umani. Sei stato anche un bravo tatuatore? Come riesci meglio a plasmare, fissare e modellare i corpi? Le due professioni sono correlate tra loro o appartengono a due momenti distinti della tua vita?”

Il lavoro di tatuatore è stata una parentesi durata sei anni, quando viaggiavo molto (soprattutto in Asia),  e nelle stagioni invernali facevo il Soccorittore in montagna. Sono momenti molto diversi del mio passato ma sempre uniti dal conoscere…i rapporti con le persone che fotografi o tatui sono importantissimi,  creare un rapporto di fiducia con chi hai di fronte è fondamentale, non basta saper fare delle belle linee sulla pelle o essere un bravo tecnico con le luci.

“L’elenco dei tuoi lavori come fotografo per musicisti o persone legate al mondo della musica è sconfinato! Hai ritratto Julian Cope, Robert Wyatt, Shane McGowan, New Order ma anche tantissimi esponenti di una scena alternativa che, emersa negli anni ’90, di strada ne ha fatta parecchia (Carmen Consoli, Manuel Agnelli, Vinicio Capossela, Perturbazione o gli stessi Marlene). Insomma, la musica ha ancora un peso rilevante nella tua vita e nella tua ricerca. Quali artisti riescono maggiormente a scuoterti l’anima, a trasmetterti delle sensazioni forti?”

Sono dell’idea che non si vive senza musica, qualunque essa sia. Ho solo cambiato posizione..dal palco sono sceso e faccio fotografie dal sottopalco 🙂

Tanti sono gli artisti che mi regalano emozioni, viventi e non. Sento musica molto diversa, dal rock al jazz alla classica. L’elenco sarebbe infinito.

“In Piemonte hai lavorato anche con Alberto Campo e il regista Guido Chiesa, che ho avuto modo di apprezzare ai tempi di Materiale Resistente e che ho conosciuto di persona a un cineforum per il lancio del suo stupendo film “Io sono con te”. Parlaci di come sono nate queste due collaborazioni”

Sono collaborazioni legate dall’amicizia prima di tutto, non ci si incontra solo per lavorare insieme ma anche per farsi una bella cena, il meglio di un desco per scambiarsi pareri e collaborazioni. Con Alberto Campo ho iniziato a collaborare nel 2003, ma lo conoscevo già da tempo per amicizie comuni, ed è anche stato uno dei primi a scrivere dei Marlene, per me e Cristiano era un vate della musica hai tempi di Rockerilla, se scriveva che un disco era “buono”, lo compravamo a  scatola chiusa.

Con Guido Chiesa ci siamo incontrati tramite Giuseppe Napoli (che purtroppo ci ha lasciato 2 anni fa) ai tempi del suo primo lungometraggio (Il caso Martello). Ho poi seguito vari lavori che sono venuti anni dopo. Non ci vediamo quasi più, vive a Roma da anni con la sua bella famiglia, ma resto molto affezionato a lui.

“Negli anni ’90 sei stato protagonista di un’avventura assai affascinante e penso pure impegnativa: documentare elementi della cultura e religione indiana e buddista, spingendoti fino all’Himalaya. Cosa hai scoperto con quel lavoro e cosa ti porti ancora dentro di quell’esperienza”.

Sono stato in India dal 1993 al 1998, l’ho vista quasi tutta, ho vissuto per mesi in Rajastan e seguito il pellegrinaggio che parte dalle pianure dell’Himmachal Pradesh fino alle sorgenti del Gange a 4.000 metri, sotto la maestosa cima dello Shivling (6.500 metri) al confine tra India, Nepal e Tibet. Ho poi seguito l’ultimo Kumbha Meela del millennio (una sorta di giubileo induista) ad Haridwar, nel giro di tre mesi si sono radunati circa 7 milioni di persone, un immenso ritrovo di Sadhu (sacerdoti) Shivaiti. Sicuramente un bella esperienza, faticosa ma fatta di incontri fantastici, specialmente in Himalaya. Forse per il fatto che in montagna sono cresciuto e continuo a frequentarla…è come la musica…non potrei mai farne a meno.

Mi rendo conto che avrei tante altre cose da chiederti e curiosità da soddisfare ma direi che carne al fuoco ne abbiamo messa parecchia. E’ stato un piacere per me conoscerti e mi auguro di passare presto dalle tue parti per scambiare altre chiacchiere dal vivo.

Grazie di tutto Gianni, spero di poterti incontrare…da qualche parte.  Un abbraccio 

ciao Alex

Grazie ad Alex per l’estrema disponibilità e gentilezza.

(nella foto qui sotto un ritratto fotografico di Alessandro a John Cale)