Recensione di “Walking on Tomorrow”, album autoprodotto di Antonio Valentino, in arte Anthony.

Il milanese Antonio Valentino è quello che si può definire un “self made man” senza timore di rimandi a personaggi politici che “si sono fatti da soli”.

No, signori, qui si parla esclusivamente di musica, quella che Anthony (questo il suo nome d’arte) dimostra di saper “masticare”, rimaneggiare, modellare, in un contesto però dove a farla da padrone sono principalmente le atmosfere, l’impeto, le musiche che indubbiamente rimandano a un hard rock di matrice “ottantiana” in grado di ricrearne a dovere l’immaginario. Che gli anni ’80 siano stati il miglior decennio per questo genere musicale non è una scienza esatta ma nemmeno un fatto più di tanto opinabile, direbbero alcuni appassionati.

In “Walking on Tomorrow”, disco interamente autoprodotto, pensato, scritto, suonato e arrangiato da Valentino presso il suo studio, in parte è possibile infatti riassaporare il fragoroso sound di quell’epoca. Senza scomodare paragoni con le band più rappresentative del genere (nomi tra l’altro facilmente identificabili a un primo ascolto) è chiaro che nelle 11 canzoni inedite di Anthony si senta forte il richiamo di certo metal, soprattutto di matrice anglosassone, ma tra le influenze del Nostro si annoverano anche il rock ‘n roll più viscerale e ovviamente il blues, padre putativo di tutto il rock a venire.

Il disco alterna momenti di grande intensità e altri più morbidi, che però definire “rilassati” parrebbe fuori luogo. In generale è l’urgenza comunicativa a emergere, le melodie dirette, il pugno in faccia preso ad esempio dal brano di apertura “Another Way”, uno dei più convincenti del lotto, dove l’alchimia tra le voci di Scream Chiummo e Antonella Poerio è perfetta per quella che è la “cavalcata rock” per antonomasia della raccolta. La cantante è protagonista anche in uno dei pezzi che ho definito poc’anzi “morbidi”, vale a dire “American Dream”, in cui il protagonista del viaggio (tutto “Walking on Tomorrow” è vissuto come un viaggio, non solo interiore) è ancora diviso tra buone vibrazioni ed entusiasmo.

Predominano le chitarre distorte e il cantato minaccioso in “Sweet Hell” e “Night After Night”, che stridono con la dolcezza e l’epicità di “My Light Found in The Rain”, ma appunto le canzoni si susseguono a mo’ di racconto e vanno di pari passo con le emozioni del protagonista, in una sorta di Odissea rock, fino all’evocativa “Scathing Time” che chiude infine il cerchio.

Un disco dove le soluzioni sonore magari non sono elaborate, né tanto meno innovative, ma comunque incalzanti, ficcanti ed esemplificative della sincerità di fondo, della passione e della visceralità che muove l’animo dell’autore.

Certo, difficile che faccia proseliti in un ambiente che sia diverso da quello poco avvezzo al rock confinante col metal, ma non ci sentiamo di definire questo aspetto come un limite.

Piuttosto, è risaputo che ad essere limitati siano gli spazi e i canali dedicati a chi propone brani propri, specie se cantati in inglese, e nel caso di Anthony è evidente come la dimensione live sia quella che più si addice per una migliore resa delle canzoni.

 

Annunci