Calcio giovanile: è boom di centrocampisti. Con il regista del Cesena Stefano Sensi pronto per grandi palcoscenici

Tante volte, non solo su questo blog, ho affrontato temi legati al calcio giovanile, in particolare soffermandomi sull’evoluzione del fenomeno italiano, spesso purtroppo in controtendenza rispetto a parametri internazionali. Della serie, da noi i giovani faticano maggiormente a imporsi, dovendo sottoporsi a massicce dosi di gavetta, non solo faticando così a risalire gerarchie consolidate nei propri club, ma anche partendo da categorie inferiori, col rischio di perdersi, di non crescere, dovendosi cimentare con tornei piuttosto rudi e onerosi dal punto di vista fisico. Ci sono però fragorose eccezioni che confermano come i gioielli presenti ad esempio in Lega Pro o in serie D, siano in realtà ben riconoscibili ad un occhio attento. Gente che, decollando verso piani alti, si ritrova magnificamente a proprio agio al cospetto di campionati più prestigiosi.

La stessa Under, meno reclamizzata rispetto ai cicli degli anni ’90 e 2000, in realtà sta inanellando delle buonissime prestazioni. Solo un paio d’anni fa in fondo, la squadra guidata da Devis Mangia perse soltanto la finalissima degli Europei, travolta da una Spagna superiore nei singoli (nelle piccole Furie Rosse militavano ad esempio Morata, che fu capocannoniere dell’edizione, pur alternandosi davanti con Rodrigo, Isco, Tello, Koke, Illaramendi, Moreno…). Noi però, col senno di poi, abbiamo comunque lanciato nell’occasione giocatori che stanno finalmente mostrando il loro valore a buoni livelli. In quella rosa, di calciatori nati tra il ’90 e il ’92, figuravano Insigne, Gabbiadini, Saponara, Paloschi, Destro, Caldirola, Donati, persino un certo Verratti!). Quest’estate con Di Biagio in panca, siamo andati peggio, ma hanno fatto la loro parte gli attaccanti Belotti e Berardi, entrambi da quest’anno titolari in A, col sassolese ormai certezza da tre campionati. E il nuovo ciclo, partito col vento in poppa, può contare su talenti autentici come lo stesso Berardi, Bernardeschi, idolo della Viola, il granata Benassi, il laziale Cataldi, il naturalizzato terzino del Bologna Masina e una super coppia di difensori centrali, promettenti come non ne avevamo da tempo: Rugani e Romagnoli.

Inoltre, non limitandosi al giro delle Nazionali giovanili, è piacevole constatare come la serie A stia dando indicazioni notevoli in merito a un deciso cambio di rotta sull’utilizzo dei giovani.

Stanno ad esempio emergendo molti centrocampisti. Magari non avranno le caratteristiche o le qualità del Maestro Pirlo, ma in tanti stanno mostrando doti da leader per i compagni. A periodi nascono molti elementi di uno specifico ruolo, quasi fossimo davanti a boom improvvisi. E’ stato così per le punte, per i difensori, per i portieri (anche qui: Buffon è un totem quasi inarrivabile, ma molti suoi colleghi giovani sono di valore, come Perin, Leali, Sportiello…).

Ora, dicevo, sembra che si stia riscoprendo l’esigenza di avere un playmaker, un costruttore di gioco in mezzo al campo. Doveroso citare gli esempi anche di stranieri assolutamente meritevoli come Paredes dell’Empoli – che in patria associavano al primo Riquelme – e Brugman del Palermo, è indubbio però che l’armata tricolore sia ben agguerrita.

Pur con caratteristiche diverse, sono titolari inamovibili Baselli al Torino, Viviani al Verona, Grassi (un ’96) all’Atalanta, ma tante presenze le stanno raccogliendo anche Maiello nell’Empoli, Sturaro nella Juventus, Ivan nella Sampdoria, i già citati Cataldi e Benassi, mentre scendendo di categoria, tutti stanno strabuzzando gli occhi davanti alle prestazioni di Mandragora del Pescara (dal fertile vivaio del Genoa, titolare fisso in Under 21, pur essendo un’97 e quindi di tre anni sotto età), Mazzitelli, ’95 del Brescia e soprattutto Sensi (’95) del Cesena, regista dai piedi fatati e dall’intelligenza calcistica notevole.

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Uno “scricciolo” che può ricordare il suo idolo dichiarato Verratti, e a cui viene naturale pronosticargli un futuro simile.  Il perchè è presto detto… anzi, no, alle parole sono sempre preferibili i fatti, e quelli dicono che il ventenne nato a Urbino, autentica scoperta di questo primo scorcio di serie B, col pallone fa quello che vuole, anteponendo però sempre le esigenze della squadra. Play basso, nel senso di posizione – oltre che di altezza, ma quella conto poco quando si dispone di certi mezzi tecnici – gioca sempre a testa alta, azzarda raramente la giocata che pure avrebbe nel dna, e smista sapientemente il pallone con grande padronanza. I recenti trascorsi da trequartista poi gli certificano una tecnica e una predisposizione all’invenzione, che lui mette a disposizione degli attaccanti. Grandi meriti della sua esplosione si devono all’allenatore Drago, uno che con i giovani ha la vista lunga (e lo dimostra il fatto che negli anni a Crotone non ha certo avuto remore ad affidare la squadra di volta in volta a gente come Crisetig, Dezi, Cataldi, Bernardeschi), e che dopo pochissimi giorni di ritiro estivo, decise di interrompere bruscamente la trattativa che avrebbe destinato Sensi probabilmente a un’altra Lega Pro. Da quel giorno cominciò a impostarlo come regista, dandogli le chiavi della squadra sin dalla prima giornata di campionato, ed essendone finora ampiamente ripagato. Guardandolo giocare, viene quasi naturale paragonarlo a uno dei mostri sacri che ha fatto la storia recente del Barcellona: Xavi. Eppure Sensi solo qualche mese fa militava, nel suo periodo di apprendistato alla professione, nel San Marino, dove faceva coppia con un altro centrocampista dal talento cristallino: Diawara, addirittura un ’97, ormai perno insostituibile della mediana del Bologna, assieme all’altro campioncino, il più “esperto” Donsah, classe ’96.

Tanta carne al fuoco davvero, tanti talenti assolutamente da far crescere e non disperdere. Il futuro del calcio italiano passa soprattutto dai loro piedi.

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I calciatori italiani e la gavetta: quante differenze con i corrispettivi stranieri!

Mai come in questa seconda parte dell’anno si è assistito a un progressivo calo di competitività del nostro calcio. Un declino che ha chiaramente radici lontane e che non è ascrivibile a una sola causa ma che ha, coi pessimi risultati conseguiti al Mondiale brasiliano della nostra Nazionale e con le palesi difficoltà dei nostri maggiori club europei nelle manifestazioni in corso, raggiunto livelli d’emergenza nel momento in cui scriviamo.

Con l’avvento di Conte, qualcosa sembra essersi mosso verso una valorizzazione di nuove risorse, certamente presenti tra i nostri calciatori, ma troppe volte nascoste o lasciate svanire.

A dire la verità, i 9 punti in 3 poco probanti partite delle qualificazioni a Euro 2016, sono frutto soprattutto di una mentalità radicata nel nostro modo di giocare, ed escludendo la convincente prova contro l’Olanda in amichevole (la prima assoluta con in panchina il nuovo tecnico) sul piano del gioco abbiamo assistito a “spettacoli” invero non eccezionali.

Difficile tra l’altro anche per i più volenterosi provare ad attingere a piene mani da un serbatoio azzurro che stenta a produrre giocatori pronti per le grandi ribalte. Si badi bene: non giocatori validi tecnicamente – quelli ne abbiamo, basta osservare le competizioni giovanili, non ultima il recente Europeo Under 21 che ci ha visti cedere le armi solo in finale contro i favoritissimi spagnoli -, ma giocatori pronti, già fatti e finiti.

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Già che si stia puntando su un’inedita coppia di attaccanti (Immobile e Zaza, oltre alle convocazioni di Pellè, Destro e El Shaarawy) ci lascia intendere che la voglia di rinnovamento c’è, ma obiettivamente la missione diventa quantomeno ardua, se teniamo conto che le nostre migliori squadre sono infarcite sempre più da giocatori esteri (non tutti propriamente dei campioni).

In questo modo risulta automatico andare a pescare tra le rose delle squadre medie/basse dove almeno figurano più italiani, con la conseguenza però che pochi di loro potranno avere sulle spalle quella esperienza minima, necessaria per affrontare competizioni internazionali importanti.

Tutto il contrario di ciò che accade all’estero dove, dati alla mano, si nota come quasi tutti i giocatori che entrano stabilmente nel giro delle proprie nazionali, lo facciano molto prima dei nostri corrispettivi, limitando a pochi anni la propria gavetta e riducendola anzi a un fisiologico inserimento nelle loro squadre dal cui vivaio provengono.

Analizzando le attuali rose della serie A, risulta che gli italiani sono solo in leggera maggioranza rispetto agli stranieri (e nel caso di alcune nostre big, addirittura in inferiorità, basti pensare ai casi di Inter, Napoli o Fiorentina); ancora meno quelle che si affidano a talenti cresciuto nel loro vivaio. Solo Empoli (con una media superiore, visto che provengono dalle giovanili Bassi, Moro, Signorelli, Pucciarelli, Pelagotti, Dossena, Shekiladze, Cammillucci, Valdifiori e i lanciatissimi Tonelli, Hysaj e Rugani) e Atalanta sembrano davvero credere nel valore e nell’importanza dei propri talenti, e vedono il settore giovanile non solo come una possibilità di assestamento, ma anche come fonte di investimento. Altri esempi dicono l’opposto: negli anni buoni (decennio 2000, che l’ha vista vincente a più livelli) la Juventus è riuscita a portare in prima squadra i soli Marchisio – l’unico a imporsi anche in azzurro – e Giovinco; il Milan e l’Inter hanno fatto, se possibile, ancora peggio, visto che nell’ultimo lustro hanno ceduto a cuor leggero, all’estero, i vari Cristante (i rossoneri), Santon, Donati e Caldirola (i nerazzurri). E la rotta non l’hanno invertita nemmeno le ultime due vincitrici del campionato Primavera, Lazio e Chievo. Se i biancocelesti hanno comunque dato buone chances a Onazi e Keita di misurarsi con i “grandi”, la squadra della Diga ha invece optato per una politica diversa, non tenendo in rosa neanche un giocatore tra quelli che hanno furoreggiato per tutto la scorsa stagione, conclusa con una storica affermazione. E si parla di una squadra non dai grandi mezzi finanziari, in piena lotta per non retrocedere. Davvero nessuno tra quei giocatori avrebbe potuto fare alla causa del Chievo? Il vero problema che si trova ad affrontare Conte nel tentativo di far tornare competitiva la Nazionale maggiore è trovare un ricambio generazionale pronto per le ribalte internazionali.

una provinciale come il Chievo ha vinto con merito l'ultimo campionato Primavera, eppure nessuno tra quegli interessanti prospetti ha trovato quest'anno posto nella rosa della prima squadra

una provinciale come il Chievo ha vinto con merito l’ultimo campionato Primavera, eppure nessuno tra quegli interessanti prospetti ha trovato quest’anno posto nella rosa della prima squadra

Un proposito difficile da realizzare visto che, tolta la Juventus, le altre squadre che giocano in Europa, comprese Torino e Lazio, nel loro 11 hanno ben poco di italiano. La rosa attuale, specie in ruoli come la difesa e il centrocampo, necessiterebbe di aria nuova. Verratti da due anni spopola nel Psg, visto che in patria nessuna squadra ha scommesso su di lui, ma viene visto ancora come vice – Pirlo. Ci sono Florenzi e Poli che sgomitano ma tra i convocati figurano anche Giaccherini, Parolo e Candreva, con alle spalle una lunga gavetta, impensabile per i giocatori tedeschi, francesi, inglesi, spagnoli, per non dire argentini o brasiliani. Giack ha giocato con Forlì, Bellaria, Pavia e Cesena, prima di approdare tre anni fa, 26enne alla Juventus. Parolo, anch’egli un 85, partito dal Como, ha girovagato a lungo con Pistoiese, Verona e Cesena (all’epoca in serie C), affermandosi in Romagna nella massima serie, prima di passare al Parma e da quest’anno alla Lazio. Dove è diventato sempre più un leader Candreva, 27 anni, che sin da giovane era protagonista nelle varie under azzurre, quando militava nel vivaio della Ternana. Eppure si è affermato solo due anni fa giungendo nella capitale, dopo gli anni a Terni, il breve passaggio a Udine, la rivelazione a Livorno, la bocciatura prematura alla Juventus e nuove tappe intermedie a Parma e Cesena. Poli e Darmian, considerati ancora come promesse, hanno già 25 anni, un’età in cui all’estero, se hai talento, sei già affermatissimo. Il terzino poi, ex giovane stella del Milan (che in quel reparto certamente non brilla in quanto a interpreti), e tra i pochi a salvarsi dal naufragio azzurro ai Mondiali brasiliani, nella sessione di mercato estivo sembrava a un passo dalla Roma ma poi è rimasto in granata, con i giallorossi che nel ruolo gli hanno preferito Cole e Holebas. Non vanno meglio le cose in difesa dove si sta finalmente dando fiducia a Ranocchia ma mancano riserve all’altezza, per la semplice ragione che i nostri interpreti giocano in squadre di bassa classifica o in cadetteria. Astori, che nei piani della Roma dovrebbe essere titolare a fianco di Manolas, ha comunque 27 anni e prima d’ora mai aveva calcato grandi ribalte, diventando una bandiera del Cagliari di Cellino, dopo anni di gavetta addirittura in serie C, con Pizzighettone e Cremonese.

All’estero è diverso. Eclatanti i casi delle due super potenze espresse nelle ultime edizioni dei Mondiali. Spagna e Germania, diverse come cultura calcistica e modo di intendere il gioco, sono però simili nel voler imporre un modello che si basa sul gioco propositivo, brillante, fresco, reso possibile anche dal continuo rinnovamento, nonostante una base già di prim’ordine. La Spagna, giunta alla fine di un ciclo irripetibile, si è già assicurata un futuro, inserendo in blocco quegli stessi giocatori che si stanno da anni imponendo in ambito giovanile, Under 19, 20 e 21. Il materiale è ottimo, con i vari Isco, Alcantara, Illaramendi, Rodrigo emersi nell’ultimo Europeo Under 21 e che stanno mantenendo le promesse, così come ha avuto un impatto devastante la ventunenne punta del Valencia Paco Alcacer, con 3 reti in altrettante gare in questa prima fase di qualificazione europea. Hanno già esordito anche il terzino Bernat, classe ’93, e la punta El Haddadi, addirittura classe 1995! E che dire di Koke, leader dell’Atletico Madrid e protagonista di una stagione splendida? Sono davvero pochissimi, a differenza dell’Italia, gli over 30 dell’attuale rosa delle Furie Rosse (in pratica il solo Casillas; Iniesta invece ne farà 31 nel 2015).

Ancora più emblematico il caso della Germania, prima al Mondiale con una delle rose più giovani (era la quarta in assoluto con un’età media di 26 anni e 114 giorni, dietro solo a Belgio, 26 anni e 15 giorni e le due africane Nigeria e Ghana, addirittura sui 25 anni) ma che lo stesso sta sentendo l’esigenza di rinverdire ulteriormente i suoi ranghi. Lo dimostrano gli innesti di giocatori come Kramer, Ginter, Durm o Rudiger, tutta gente di 20, massimo 21 anni. In rosa i soli Grosskreutz, prima di affermarsi definitivamente al Borussia Dortmund, dove era cresciuto, o i nomi nuovi Bellarabi e Kruse hanno alle spalle un po’ di gavetta in seconda serie tedesca ma nessuno tra i big (Muller, Ozil, Khedira, Reus, Neuer, il solo Hummels ma con la seconda squadra del Bayern dai 18 ai 20 anni) ha faticato per emergere tra i grandi, non avendo mai giocato in seconda serie, e men che meno in terza.

Il Belgio, con un copioso numero di figli di immigrati che ormai costituiscono la base per tutte le loro rappresentative, e l’Olanda vantano sì rose giovanissime (età media attorno ai 26 anni e mezzo, inferiori a Spagna e Francia che sono oltre i 27) ma allo stesso tempo esperte. Gli oranje vantano un gruppo di giocatori che si sta imponendo nelle maggiori squadre europee o sono comunque protagonisti ad alti livelli in patria, dove scarseggiano gli stranieri a favore della piena valorizzazione dei vivai nazionali (emblematici i casi di Ajax e Feyenoord, con quest’ultimo che in prima squadra vanta ben 17 giocatori provenienti dal proprio settore giovanile, di cui 6 finiti stabilmente in Nazionale).

Questo è l’esempio da seguire per il calcio italiano: occorre dare la possibilità ai migliori interpreti di esprimersi a certi livelli, senza incorrere a gavette lunghissime, col serio rischio che arrivino agli appuntamenti importanti ormai a un’età in cui all’estero i coetanei hanno già accumulato preziosa esperienza in più. Si tratta di un percorso lungo e che comporta un radicale cambio di mentalità ma sicuramente percorribile, visto che – cosa più importante – il materiale umano su cui lavorare è comunque di prima qualità.

 

Calcio italiano: cosa significa realmente partire dai giovani? Dar loro la possibilità concreta di giocarsela e pure di sbagliare

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Si sono consumati fiumi di inchiostro sul trionfo tedesco ai Mondiali: giustissimo omaggiare i campioni e la loro organizzazione ma si è fatta anche tanta demagogia sulla vittoria della Germania e su come il suo modello calcistico sia quello a cui guardare per provare a riemergere dalle sabbie mobili in cui invece il nostro calcio, quello italiano, è ormai sprofondato. Io da sempre sostengo come ci sia bisogno di un reale cambiamento in seno ai nostri campionati, e l’esempio della Germania doveva in realtà illuminarci da ben prima di questa loro fulgida e meritatissima affermazione mondiale. Le radici infatti affondano ben più in là negli anni, da quando anche loro avevano subito un clamoroso tonfo – certo, non paragonabile alla nostra debacle brasiliana -, così forte da indurre la loro federazione (a differenza della nostra, realmente convinta del cambiamento, e poco restìa a condizionamenti di vario tipo) a una svolta radicale. Senza cercare di scovare ricette magiche, occorrerebbe dapprima una piena, credibile valorizzazione dei giovani. Ciò non significa gettare nella mischia chiunque, col rischio serissimo di bruciarli ma dare una chance ai più pronti, senza negare la possibilità di carriera a tanti altri. La gavetta può avere un senso ma non deve essere eterna e, soprattutto, non è consono che un “nuovo Totti”o “nuovo Del Piero” partano dalla Lega Pro, per dire, col rischio di impantanarsi se non si emerge subito. La vecchia C ci può stare, in fondo hanno calcato certi polverosi palcoscenici anche campioni autentici come Baggio e Zola, ma in genere il salto in alto avviene in modo repentino, spesso scalando categorie di anno in anno. Ma se non si fa il botto subito, o se semplicemente un giovane non trova l’allenatore che crede in lui, questo rischia davvero di perdere gli anni migliori, senza tra l’altro giocare troppo. Un circolo vizioso, perché, non accumulando minutaggio, di conseguenza viene meno anche l’esperienza acquisita sul campo e, di pari passo, anche la giovane promessa, da tutti ritenuta fin dai vivai possibile campione da professionista, si ritrova a peregrinare, fino a scelte talvolta dolorose: la discesa nei dilettanti, pur di giocare e di trovare un ingaggio a volte migliori di molte società di Lega Pro, oppure addirittura il precoce ritiro agonistico per dedicarsi ad altro.

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E allora qualche riforma per favorire l’inserimento dei migliori giovani la si deve approntare. Ben vengano le proposte ma personalmente mi sembrano poco realistiche o pratiche le cosiddette “seconde squadre” sull’esempio della Liga o la squadra riserve come accade da decenni in Inghilterra. E col mercato libero e i prezzi spesso spropositati per i giovani azzurri di prospettiva, ecco che molte squadre già dai vivai si affidano a ragazzi stranieri. L’involuzione della Juventus in tal senso è notevole: da squadra plurivittoriosa nel decennio del 2000 è divenuta un’incompiuta in questi primi anni del ’10, con tantissimi volti esotici in rosa che, alla resa dei conti, stanno rendendo molto meno di altri talenti autoctoni. Ma era il mio ovviamente solo un esempio, credo sarebbe importante, quello sì, che in ogni squadra di serie A e B ci fossero degli elementi provenienti dal vivaio ma… non per proforma, come accade con le comiche liste della Champions, ingolfate da nomi del vivaio che mai verranno realmente presi in considerazione. Io parlo di cose concrete: si infortunano due difensori di una grossa squadra, che succede all’estero? Semplice, fanno giocare uno del vivaio: caso recente successo al Chelsea, non a una squadretta, e in un match cruciale per l’assegnazione di una Premier il cui esito all’epoca era ancora incerto. Da noi invece parte la caccia al difensore straniero (spesso svincolato, sia mai, soldi da spendere ce ne sono sempre meno!). Perché la Juve, il Milan, la Roma o l’Inter non possono (nell’emergenza) dare una chance a prospetti di sicuro avvenire quali Romagna, Calabria, Capradossi o Dimarco. Perché non c’è coraggio, questa è l’amara constatazione. E ho citato tutti giocatori che gli esperti di calcio giovanile conoscono bene, trattandosi di nazionali Under 17 e 18, alcuni dei quali compagni di Scuffet ai recenti Mondiali Under 17. E altri in quella competizione iridata avevano messo in luce buone doti, penso anche all’attaccante milanista Vido, al dinamico mediano atalantino Pugliese, al trequartista dai piedi buoni Perugini, di proprietà del Toro e visto, assai poco, nella sfortunata stagione alla Juve Stabia (davvero non c’era modo di farlo giocare di più in quel contesto?) e al regista napoletano Antonio Romano. Guardando poi alle finali del campionato Primavera, impossibile non notare la tecnica, la bravura, il talento di gente come i clivensi Magri, Brunelli, Messetti, Steffè e soprattutto Costa o i granata Aramu, Barreca o Comentale. Gente così meriterebbe una chance in cadetteria, per non dire di provare a giocarsela nella rosa della prima squadra. Senza contare che in vista, per gli appassionati di calcio giovanile, tra i quali da sempre mi annovero anch’io, c’è una fortissima generazione della classe ’98. Insomma, scrivendo con cognizione di causa, sono certo, e i numeri fino a pochi anni fa lo stavano a testimoniare, vista l’incetta di premi a livello di Under 21, che i nostri giovani, almeno fino ai 18 anni, non abbiano davvero nulla da invidiare agli spagnoli o ai tedeschi, tanto per dire di due scuole attualmente all’avanguardia del panorama calcistico mondiale. Il problema per i nostri avviene dopo, se è vero che Darmian, forse unico azzurro salvabile della disastrosa avventura mondiale 2014, pur considerato e percepito alla stregua di un ragazzino, è in realtà un venticinquenne e viene da una lunghissima gavetta, dopo un’ottima esperienza giovanile nel vivaio del Milan, dei quali era la stella, mentre la maggior parte dei giocatori della rosa campione della Germania è composta da giocatori suoi coetanei, se non più giovani (vedi i decisivi Schurrle o Gotze).

Crisi Lazio: e se per uscirne si provasse a far giocare i giovani migliori? Cataldi, Tommaso Ceccarelli e Rozzi sono forse peggio di Perea e Vinicious?

Si fa un gran parlare delle esternazioni di  Barbara Berlusconi in merito alla presunta spesa mal gestita da parte della dirigenza negli ultimi anni in casa Milan. Soldi spesi, ma in malo modo, traducendo in modo schietto. Ogni allusione a Galliani è stata ben raccolta e spedita al mittente.

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Anche in casa Lazio le polemiche si sprecano, e la panchina di Petkovic, tecnico rivelazione della passata stagione, ora appare traballante. Ma davvero si possono così banalizzare le crisi di due grandi di casa nostra? A mio avviso le radici dei problemi sono riconducibili a fattori più lontani, da un ridimensionamento in atto da diversi anni, finora compensato dalla bravura dei tecnici, da un pizzico di fortuna (che, per carità, solitamente va in soccorso degli audaci) e dalla forza di un gruppo di giocatori in grado di trascinare e tirare la carretta. Rose ridotte all’osso per qualità, soprattutto se riferite al blasone e alla storia di queste due squadre.

Della Lazio poi, da due anni, vado a scrivere che la coperta è sin troppo corta, e ieri l’allenatore biancoceleste mi ha fatto quasi tenerezza quando gli hanno chiesto come mai continui a cambiare formazione …  lui ha candidamente risposto che non gli è stato possibile materialmente mantenere l’ossatura della sua squadra. Che poi il problema della Lazio, a mio avviso, è proprio questo: da due/tre anni giocano sempre gli stessi, le alternative latitano e i rincalzi non paiono all’altezza dei titolari. Se poi big riconosciuti come Klose e Hernanes giocano col broncio o risultano poco efficaci, ecco che la giostra per forza di cose comincia a girare a fatica.

Anche nell’ultimo mercato, Lotito e Tare, che hanno il merito di aver riportato la squadra a buoni livelli, dopo le sbornie dell’era Cragnotti, non sono riusciti a trovare giocatori in grado di non far sopperire alle assenze dei titolari. Prendiamo ad esempio il reparto avanzato, dove alla fine dei conti il più affidabile vice- Klose appare il “vecchio” riciclato Floccari, più che l’acerbo Perea, con un talentuoso Felipe Anderson ancora alle prese con i postumi di un grave infortunio e in ogni caso di difficile collocazione tattica nello scacchiere del mister. Altre “scommesse” come quelle legate a Vinicious appaiono parecchio azzardate nel contesto di una serie A più competitiva rispetto a 12 mesi fa.

Con una formazione Primavera capace di ottenere risultati straordinari negli ultimi due anni (una finale persa contro l’Inter due anni fa e una trionfale vittoria ottenuta quest’anno), era necessario acquistare a peso d’oro stranieri magari promettenti ma tutti da vedere nel contesto della serie A?

Per carità, non dico che si possa vincere solo con i giovani di casa, o costruire le vittorie sulle spalle ancora troppo strette di acerbi talenti, ma almeno si potrebbero rimpolpare le rose con gli elementi migliori, altrimenti che senso ha dominare a livello giovanile senza raccogliere i frutti alla prova del campo?

Nella Lazio ad esempio gente come Cataldi, mezz’ala trascinatore l’anno scorso in Primavera – e che ora è titolare a centrocampo nel sorprendente Crotone di Drago – non poteva fare comodo? Leggendo un commento della stellina Tommaso Ceccarelli, uno che nelle giovanili faceva davvero la differenza e che ora sta ben figurando in Lega Pro alla FeralpiSalò, mi sono ritrovato d’accordissimo con la sua affermazione riguardo proprio il giovane colombiano Perea?

il fantasista Tommaso Ceccarelli, fenomeno nelle giovanili laziali, ora sta deliziando i palati fini della Lega Pro, alla Feralpisalò... ma meritava una chance tra i "grandi"!

il fantasista Tommaso Ceccarelli, fenomeno nelle giovanili laziali, ora sta deliziando i palati fini della Lega Pro, alla Feralpisalò… ma meritava una chance tra i “grandi”!

Senza mettere in dubbio la forza dell’attaccante neo laziale, Ceccarelli si chiedeva se davvero questo fosse più forte di lui stesso o dell’altro astro nascente delle giovanili biancocelesti, quel Rozzi che ora sta facendo divertire i sostenitori della cantera del Real Madrid! Semplici constatazioni, ma sembra veramente che, a parità di talento (e Ceccarelli e Rozzi ne hanno tantissimo!), vengano sempre privilegiati i ragazzi stranieri, forse perché un nome esotico può fungere da volano per una tifoseria “disattenta” diciamo così. Nomi esteri da dare in pasto a tifosi che chiedono alle società di muoversi sul mercato. Tutto legittimo e valido, se  corroborato dai risultati, ma vanificato spesso dalla prova del campo. E, ripeto, il mio è un discorso generale, magari Perea a fine anno sarà stato uno degli uomini-rivelazione della serie A, però sono del parere che bisognerebbe dare più spazio e possibilità ai giovani, specie quando c’è da costruire qualcosa, da recuperare. Non affidare in toto, altrimenti il rischio di “bruciare” anche quelli più bravi diventerebbe concreto, ma confidare nell’apporto, nell’entusiasmo e nella motivazione e voglia di emergere dei migliori potrebbe essere una soluzione adatta e low coast per uscire da certe sabbie mobili. Anche perché, quando lo si è fatto, ad esempio l’anno scorso utilizzando sempre di più il promettente centrocampista Onazi (classe ’94), protagonista nelle giovanili laziali l’anno precedente sconfitto solo in finale, i risultati sono stati soddisfacenti, visto il buon rendimento offerto dal colored nigeriano (già Nazionale nel suo Paese), sempre tra i migliori anche in questo inizio di stagione.

 

Felice Natalino si ritira dal calcio giocato a 21 anni: ripercorriamo la sua storia

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Il giovane difensore calabrese (classe ’92) Felice Natalino dice addio al calcio giocato. La notizia era nell’aria: da tempo purtroppo le voci riguardo le sue condizioni fisiche non erano confortanti, e così ci ha pensato lui con un innocuo ma al contempo commovente tweet a ridestare attenzione su una vicenda che ha colpito tutti gli appassionati di calcio giovanile, ma non solo, perché il calciatore che aveva debuttato assai precocemente in prima squadra nell’Inter per tanta gente era molto più di una scommessa su cui puntare. Su questo blog in tempi non sospetti avevamo iniziato a seguire la sua vicenda e nel corso dei mesi quel post rimase tra i più letti, e tuttora detiene il record assoluto di visite in un solo giorno (il 9 febbraio furono ben 1181)

https://giannivillegas.wordpress.com/2012/11/08/giovani-talenti-che-fine-ha-fatto-felice-natalino/

No, niente a che vedere con coloro che si “perdono” presto per strada, per coloro che, giunti nel mondo del professionismo del pallone, non ne assecondano ritmi, stili di vita e maturità a più livelli, niente sfacciataggine o comportamenti poco irreprensibili. Da questo punto di vista il crotonese era proprio immune a simili “pericoli”, essendo in possesso di tante doti riconosciute e che aveva mostrato nelle sue pur brevi esperienze da calciatore “vero”:  era serio, atletico, ben strutturato, si impegnava molto, si sacrificava, non aveva vizi particolari. Però aveva pure un cuore “ballerino” e alle prime importanti esibizioni emerse con forza il problema di una seria aritmia, elemento certo da non sottovalutare. In prestito al Verona, dopo i buoni esordi in maglia Inter, dove pareva un predestinato, visto come affrontava gli allenamenti e seguiva con personalità le disposizioni tattiche in allenamento e in gara, non riuscì mai in pratica a giocare,causa un cavillo burocratico. L’allarme era già scattato, coi primi accertamenti, le visite specialistiche, la giusta e normale apprensione. Poi il ritorno nella natìa Crotone, ma nemmeno in quel contesto Natalino potè emergere, e non certo per limiti tecnici. A questo punto la notizia sui suoi problemi di salute era già rimbalzata da più parti, e l’Inter fu magistrale nel sostenere il ragazzo, soprattutto a livello psicologico, non facendogli mai mancare supporto, fiducia, assistenza. I tempi passano inesorabili, i mesi si rincorrono ma il rientro pare sempre più lontano. Nel 2013 Felice comincia seriamente a fare i conti con sé stesso e con la sua vita, ma già immagina un responso che a quel punto gli farà meno male del previsto, avendo vissuto sulla propria pelle poco prima un peggioramento delle funzioni cardiache che lo costringerà a farsi trasportare d’urgenza in elicottero per scongiurare guai estremamente peggiori.

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Così, notizia di poche ore fa, ecco l’annuncio di un ritiro precoce ma doveroso, per sé e per le persone che più gli vogliono bene: con la vita non si può scherzare, specie quando si ha 21 anni e le risorse per poter emergere in altri mille ambiti. Lo ha capito per primo lui stesso, che si è sempre fidato ciecamente del giudizio dei suoi medici che da anni lo seguono, tanto da non prendere nemmeno in minima considerazione l’ipotesi di andare all’estero dove probabilmente (i casi di Fadiga e Kanu, tra l’altro curiosamente ex interisti entrambi) avrebbe ottenuto il nulla osta dai medici locali per disputare gare di livello agonistico, riprendendo così una vera carriera. Una carriera che in Italia era iniziata prestissimo, partendo a 15 anni da prodigio difensivo del Crotone in direzione Inter, dove in poco tempo divenne una stella nel contesto di uno squadrone (lo stesso pool di giocatori che avrebbe messo le mani su scudetto Primavera e Next Generation, per capirci). Nazionale giovanile di categoria, disputò da stella conclamata un buon Mondiale Under 17, in una squadra che vedeva presenti anche Perin, El Shaarawy, Fossati – con cui spesso duettava in mediana, zona che occupava saltuariamente ma con grande maestria – De Vitis, Carraro e altre giovani promesse come lui.

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Abile soprattutto da terzino incursore, nonostante i centimetri potessero indurre qualche allenatore a schierarlo in prospettiva pure da centrale difensivo, faceva della velocità e della leggiadria nei movimenti le sue armi migliori; come detto in Nazionale capitava di vederlo anche come perno centrale in mediana,  con licenza di muoversi e di inserirsi, sempre grazie alle sue doti atletiche. Un peccato che tante belle premesse siano state disilluse così presto, ma a Felice non possiamo fare altro che augurare una buona vita e tante soddisfazioni anche al di fuori del mondo del calcio. D’altronde lo ha scritto lui stesso, la vita vale molto più di ogni altra cosa e comunque il ricordo vivido di aver giocato a fianco di campioni come Eto’ o (immortalato nella foto postata a completamento del suo intervento su twitter) rimarrà sempre con lui.

Italia Under 17: termina agli Ottavi contro il forte Messico il cammino degli Azzurrini al Mondiale di categoria. Ecco i miei giudizi sugli uomini di Zoratto

E’ calato piuttosto presto il sipario sulla spedizione azzurra della NAZIONALE UNDER 17 di calcio, impegnata negli Emirati Arabi Uniti al Mondiale di categoria. Uno scenario appetibile per i futuri campioni di un calcio nemmeno troppo lontano, se è vero che tra i protagonisti c’è pure chi ha già esordito in serie A (il capitano Cerri, nel Parma), ma che poteva essere “sfruttato” meglio.

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Superata una fase a gironi non troppo proibitiva – anche se gli ostacoli Costa d’Avorio, campione africano under 17 e Uruguay, di recente finalista al Mondiale Under 20, sconfitta solo dalla Francia  non erano proprio semplicissimi  da affrontare – in sorte, o meglio, in tabellone era toccato il Messico, non solo squadra campione in carica, ma dalla grande tradizione a questi livelli.

Ciò che ha colpito rispetto ad altri cicli del calcio giovanile azzurro, è che mancassimo di qualità, di quei guizzi che solitamente ci si aspetta da ragazzi in un’età in cui agli aspetti esageratamente tattici si sommano quelli prettamente tecnici.

Poco si è visto in questo senso, se non tanta, tantissima applicazione, ordine, e – va beh – grinta, ci mancherebbe mancasse in una competizione simile.

Certo, fossimo passati ci sarebbe toccato in sorte il Brasile che, pur faticando contro la quotata Russia, rimane a mio avviso la favorita del torneo per qualità di gioco (appunto) e numero di interpreti di alto livello (di qualcuno tra Boschilia, Danilo, Mosquito sentiremo prestissimo parlare), e magari saremmo stati eliminati comunque, però un po’ di rammarico è rimasto per aver concluso la strada agli Ottavi.

Andiamo ad analizzare il percorso dei ragazzi, senza voler dare giudizi insindacabili: per carità, la carta d’identità è tutta dalla loro parte e ci auguriamo che il loro percorso di crescita continui spedito verso il professionismo.

SCUFFET – uno dei pochi, non a salvarsi, ma proprio ad emergere con forza nel contesto dell’intera manifestazione mondiale. Portiere di sicuro avvenire, apparentemente senza punti deboli: forte fisicamente, reattivo, freddo, bravo nelle uscite alte e basse. Una manna dal cielo per l’Udinese che se lo sta coltivando in casa-

CALABRESI – forse è più abile nella fase difensiva… con lui al posto del milanista Calabria sulla fascia destra, l’Italia di Zoratto ha guadagnato in fisicità, perdendo però in dinamismo. Comunque per il giocatore della Roma l’esperienza si può definire abbastanza positiva.

DE SANTIS – buono apporto del centrale milanista, non ancora del tutto strutturato fisicamente rispetto al compagno di reparto Capradossi ma in ogni caso raramente distratto e in possesso di una buona personalità

CAPRADOSSI – il difensore della Roma era tra i più attesi e continua ad essere tra i più quotati ’96 in circolazione, tuttavia nella circostanza ha giocato un po’ al di sotto del suo standard. Niente di eclatante, non errori da rimarcare con la matita blu, ma a tratti è parso svagato e poco incisivo in marcatura.

DIMARCO – l’esterno sinistro dell’inter è tra coloro che hanno convinto maggiormente. Classe ’97 (uno dei più giovani dell’intera spedizione azzurra) ha corso tantissimo, svolto bene le due fasi di gioco, difensiva e offensiva. Sicuramente deve crescere ancora da un punto di vista fisico, ma a livello atletico e tecnico pare già sulla buonissima strada.

PALAZZI – il mediano dell’Inter, punto fermo della Nazionale di Zoratto ha un po’ giocato sotto tono, lontano da come ci aveva sempre abituato in campionato, dove a metà campo solitamente detta legge, giocando da leader. Qui si è limitato all’interdizione, risultando oltremodo impreciso in fase di impostazione, fino a perdere il posto.

ROMANO – non male il regista del Napoli, ma nemmeno trascendentale. Insomma, col suo piede educato, il suo lancio preciso e le sue felici intuizioni poteva dare un maggior apporto alla causa.

PARIGINI – frizzante, veloce, tecnico, eppure spesso sottotono, o meglio scarsamente utilizzato, servito a dovere. Per il fantasista laterale cresciuto nel Torino e da quest’anno in prestito alla Juve Stabia, sussistono delle attenuanti plausibili, ma da parte sua è rimproverabile il fatto che doveva mostrare più personalità, chiedere palla, osare di più coi dribbling, che ben gli riescono in campionato.

CERRI – il capitano, il leader della squadra, un “top player” potremmo dire tra tutti i ’96 che si presentavano al via al Mondial… tutte definizioni adeguate al suo talento e corroborate dai fatti (ha trascinato gli Allievi Nazionali del suo Parma allo scudetto di categoria; ha esordito nel finale di stagione l’anno scorso in serie A a poco più di 16 anni) ma poco riscontrate in queste gare, dove è apparso sin troppo isolato. Col suo fisico “da paura” (è alto 1,96!) ha tenuto sempre in allerta i difensori avversari, abili a creargli autentiche gabbie attorno, e raramente è stato pericoloso. Insomma, spesso ci hanno disinnescato la nostra arma migliore-

VIDO – il più positivo, e non solo per i gol realizzati, dal peso specifico elevatissimo (due reti che hanno fruttato due vittorie!), ma anche per l’impegno, la voglia di non mollare mai, l’abnegazione, il sacrificio a giocare spesso dietro la punta, a supporto. Per il giovanissimo attaccante milanista (classe ’97) il futuro “alla Ibra”, cui viene talvolta associato nei campionati giovanili, pare essere promettente.

STEFFE’ – il centrocampista del Chievo, ma di proprietà nerrazzurra dell’Inter è parso una discreta pedina a livello tattico, tornante di destra si sarebbe scritto anni orsono, ma alla resa dei conti è parso spesso tagliato fuori dai giochi e appunto usato quasi esclusivamente per dare maggiore equilibrio e solidità.

PUGLIESE – l’esterno atalantino è tra coloro che sono piaciuti di più, per dinamismo, grinta, corsa, personalità, voglia di emergere, di inserirsi tra le linee, cercando così di rompere una certa monotonia tattica. Non ancora perfettamente a fuoco (può fungere da interno destro, così come da laterale puro) ha ampi margini di miglioramento, ma sembra possedere le stimmate del calciatore professionista: il fatto di giocare nella Dea poi potrebbe ulteriormente facilitargli il compito.

TIBOLLA – pochi e ininfluenti scampoli di gara per il mediano clivense.

FABBRO – trottolino offensivo milanista, ha cercato di dar manforte all’attacco nei momenti di maggior difficoltà. in grado di giocare da seconda punta (ruolo a lui più congeniale) o da trequartista (in quanto dotato di buona tecnica individuale) ha sempre risposto “presente” una volta chiamato in causa.

CALABRIA – il terzino del Milan era partito benissimo nella gara inaugurale contro la Costa d’Avorio.. terzino desto con licenza di spingere e cercare sovrapposizioni sulla fascia con Pugliese, aveva convinto per capacità di corsa, resistenza e attitudine. Poi, tra scelte tattiche più “prudenti” e problemini fisici  (tanto che è stato operato per una appendicite.. intervento riuscito benissimo) è uscito di scena, ma ci sembra non azzardato pronosticargli una buona carriera.

TUTINO – forse il fantasista del Napoli non era giunto al Mondiale nelle migliori condizioni fisiche, fatto sta che ha fatto vedere ben poco delle meraviglie a cui ci aveva abituati in campionato. Con la sua invidiabile tecnica, la sua capacità di saltare l’uomo, avrebbe potuto davvero fare la differenza, farci cambiare marcia, invece tutto si è fermato alle semplici intenzioni, tanto da non meritarsi il posto fisso.

per gli altri ragazzi della spedizione giusto una citazione: si tratta comunque di giovani tra i più quotati e certamente più interessanti che si sono evidenziati in questi anni, e sui quali vale la pena continuare a investire… o iniziare a farlo!

Audero (Juventus), Ferrari (Milan), Lomolino (Modena), Pirrello (Palermo), Baldini (Inter).

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La storia di Gianmarco Ravelli: ex grande talento, Nazionale giovanile, finito nei dilettanti ma con la voglia di guardare al futuro

Non è certo la prima volta che ospito volentieri nel mio blog le storie di alcuni protagonisti del calcio, spesso scandagliando le serie minori, giovanili o ripescando qualche giocatore meritevole purtroppo uscito dal “giro grosso”. Ma stavolta la motivazione era doppia, perché il calciatore in questione, Gianmarco Ravelli, oltre che mio conterraneo e – ormai ex promessa del calcio – non era soltanto un elemento di punta del vivaio dell’Hellas Verona, ma vero protagonista a livello nazionale, con le rappresentative giovanili azzurre.
E’ stato quindi un piacere intervistarlo, anche se, essendo lui di Sanguinetto e io di Cerea (praticamente due comuni del Veronese confinanti) sarebbe stata possibile anche un incontro tranquillo, invece che la seppur lunga ed efficace telefonata. Purtroppo la mia convalescenza ancora in atto mi impedisce di muovermi al di fuori di certi orari e allora ecco riportato fedelmente il report della nostra chiacchierata.

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“Ciao Gianmarco, per tutti gli appassionati di calcio giovanile, il tuo nome è ancora noto, e ti confido che diversi miei colleghi si ricordano di te, delle tue gesta e si chiedono dove tu sia finito, dopo un inizio di carriera così promettente. Vogliamo rispondere a loro? O magari, visto che il mio blog è letto da tanti appassionati sportivi tout court, ripercorriamo assieme la tua storia calcistica?”

“Certo, Gianni. Mi fa piacere che ancora si ricordano, non è poi passato tanto tempo (Ravelli è un classe ’90). Sono di Sanguinetto, ma ho iniziato a giocare a giocare a Nogara, per passare poi all’Isola Rizza, società del veronese già all’epoca molto vicina all’Hellas Verona. Già a 11 anni sono entrato nelle fila della squadra gialloblu, sotto gli ordini dapprima di mister Busatta. Nel corso degli anni ho avuto diversi allenatori, con i quali ho sempre avuto buoni rapporti, e di cui conservo ricordi vividi, come Bergamaschi, Sacchetti, Pellegrini. In particolare con quest’ultimo ho attraversato molte fasi, dagli Allievi alla Prima Squadra, quello che a conti fatti, è stato il mio miglior periodo in assoluto”

“Proprio in quel periodo cominciasti a far parte delle nazionali giovanili e ad assaporare il calcio “dei grandi” se non sbaglio…”

“Esatto, ho esordito a Novara in prima squadra, e l’emozione fu davvero enorme, difficile da spiegare. Mentre con le Nazionali giovanili ho iniziato ancora prima, già a 15 anni. Ero Allievo Nazionale, allenatore Davide Pellegrini, e vennero fatti i primi stage (Under 16/17), in cui venivano scremati tantissimi giocatori provenienti dalle varie società di calcio, qualcosa come 300 ragazzini in un primo momento. Con me dell’Hellas c’era pure Corvaglia. Si facevano allenamenti, tornei giovanili e con mia soddisfazione fui selezionato anche in futuro, fino a diventare elemento in pianta stabile di quel ciclo”

“Diciamo pure tra i più “in vista”, tra i migliori, visto che giocavi di punta e di gol ne facevi eccome”

“Sì, dicevo dopo le prime amichevoli con l’Under 16, allenato da Rocca che faceva un po’ da coordinatore, entrai a fare di un gruppo eccezionale. Mi piace ricordare Pasquale Salerno, anche lui nello staff degli allenatori: una bellissima persona che mi porto nel cuore”

“Ci racconti più nello specifico questa tua esperienza?”

“Beh, al di là dell’emozione grandissima di indossare la maglia dell’Italia e di rappresentarla, le soddisfazioni vennero anche dal campo. Furono esperienze, oltre che sportive, anche di vita molto importanti. Sono stato all’estero, portando i colori del mio Paese, assieme a tanti ragazzi coi miei stessi sogni e le mie stesse passioni. Giocammo un torneo in Francia, poi un importante torneo giovanile in Ucraina. Fu un percorso stupendo il nostro, ma dalle due facce per il sottoscritto. Ero capocannoniere dell’intero torneo, con 4 reti, di cui 3 alla Bulgaria e uno all’Ucraina, ma in semifinale contro la Turchia, subii un gravissimo infortunio, rompendomi il ginocchio. All’epoca non immaginavo ma fu per me l’inizio di un calvario”

“Ci vuoi ricordare qualche tuo compagno di viaggio in azzurro?”

“Certo, con me c’erano Caturano, che giocava ad Empoli, attaccante come me, facevamo spesso coppia in campo, e poi Bavena, il portiere Viotti (attualmente alla Juve Stabia), Moscatiello che stava all’Inter, le punte Zamblera e Paloschi”

“Sono tutti nomi che gli appassionati di calcio giovanile conoscono bene, grandi talenti all’epoca, quando ancora in età da allievi conta forse più il talento puro che altre caratteristiche che magari si richiedono in Primavera ad esempio, dove pure la componente fisica comincia ad avere grande importanza. I casi citati di Moscatiello e Zamblera, transitati con sogni di gloria in Premier (“scippati” si dice in questi casi), rispettivamente al Fulham e al Newcastle, e ora finiti nei dilettanti, fanno capire che è davvero una grande incognita il futuro calcistico a quell’età e che occorrono tante componenti per potersi affermare ad alti livelli. Torniamo quindi alla tua storia, a quell’infortunio che rallentò un po’ la tua crescita professionale.”

“Hai ragione Gianni. Quell’ infortunio, col senno di poi, mi condizionò a lungo e frenò in un certo senso la mia crescita non solo professionale, ma anche fisica. Certe cose non mi riuscivano più in modo naturale, subentrano tante cose, la paura, l’insicurezza, i tempi sono lunghi, non è mai facile riprendersi da un serio infortunio, anche se ero giovanissimo e tempo per recuperare ce n’era. Però, anche una volta ristabilito sono stati frequenti stiramenti, contratture, dolorini, da scongiurare con tanto allenamento specifico, bike, palestra. Infatti, ripresi bene nelle giovanili, tanto che a un certo punto, la Sampdoria scudettata in Primavera l’anno precedente fu proprio sul punto di acquistarmi, intavolando una vera trattativa con i dirigenti dell’Hellas. Alla fine optai per rimanere a Verona, sia per il valore e la storia dell’Hellas, sia perché la società, prospettandomi un quinquennale dimostrò davvero di puntare su di me.”

“Sembrava davvero l’inizio di una cavalcata trionfale la tua, visto che anche con la prima squadra gli esordi furono buoni, con tanto di gol ufficiali. Come mai poi si persero i radar su di te?”

“Mah, posso dire che fui gestito male dalla società. Erano tempi un po’ confusi, tra cambi di dirigenza, risultati che non arrivavano, la serie C che si dimostrò sempre più ostica. Il mio agente fifa era Bonetto ed ero a stretto contatto con lui, ma il Verona con quel contratto mi vincolava ma soprattutto pensavo davvero puntasse sul sottoscritto, credevo di giocarmi le mie carte. Invece negli anni di Remondina ad esempio, finii addirittura fisso nella Berretti, sentendomi di fatto degradato o comunque deluso, visto che fino a quel punto avevo anzi sempre bruciato le tappe. I titolari erano Tiboni e Girardi, l’anno successivo il livello si alzò ulteriormente, fu il famoso anno della sconfitta all’ultima giornata in casa col Portogruaro che condannò l’Hellas ai playoff, poi finiti come tutti sappiamo. A un certo punto, sembrava possibile un mio prestito al Monopoli, dove ero stato richiesto espressamente dal mio ex tecnico Pellegrini, che mi stimava davvero , ma poi non se ne fece più nulla”

“L’anno successivo sei di nuovo in rosa,agli ordini di Giannini, in una squadra che davvero partì col piede sbagliato”

“Puoi dirlo e per me gli spazi si affievolirono sempre più, anche poi con Mandorlini e un mercato di gennaio ricchissimo. A quel punto poi trovai una soluzione, avevo davvero bisogno di giocare. Mi volevano Bellaria, Matera, alla fine optai per la Villacidrese, Lega Pro, quarta serie. Giocai una decina di volte ma purtroppo senza segnare e si sa che per un attaccante il gol è tutto per giudicarne l’efficienza. Tornai a Verona, feci il ritiro con Mandorlini ma realisticamente scelsi a quel punto di rescindere il mio contratto, anche se di fatto non avevo richieste concrete dalla C2. Poco male, decisi di ripartire dalla D, da Castelgoffredo. Giocai col Castellana, un buon campionato, e poi diciamocelo pure, sia a livello tecnico che di organizzazione, non c’è poi molta differenza tra Lega Pro seconda e una buona serie D. Feci delle belle prestazioni, 16 presenze ma purtroppo un solo gol. Sembrava avessi come smarrito le mie caratteristiche da bomber. Era la stagione 2011/2012. A fine stagione ero ancora libero contrattualmente e decisi di ripartire da Trento”

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“Che all’ epoca giocava in Eccellenza, quindi in teoria un altro passo indietro nella tua carriera”

“Sì, ma a quel punto contano altre motivazioni. Il Trento mi volle sul serio, puntavano in alto, il presidente aveva allestito uno squadrone e poi, diciamo la verità, la piazza meritava altri palcoscenici. Il presidente De Fanti quell’anno non badò a spese, con me in squadra ad esempio c’era anche Claudio Ferrarese, un amico prima di tutto, ma soprattutto un grande giocatore, in grado di fare la differenza. Conservo un ricordo bellissimo di quell’esperienza, la città è stupenda, la gente pure, il tifo caldo e appassionato, voglioso di calcio. A un certo punto, nei momenti clou del campionato, allo stadio accorrevano anche 2500/3000 persone, tantissime per un’Eccellenza. Vincemmo, seppure dopo i playoff, il campionato, tornando così in d, in una dimensione più consona alla città. Tuttavia, non ci furono le condizioni per continuare il rapporto e così mi accasai vicino a casa, sempre in Eccellenza, al Castelnuovo Sandrà, sotto gli ordini di mister Possente. Le motivazioni erano tantissime, la voglia di rimettersi in gioco pure ma a conti fatti, fu un’esperienza bruttissima, non solo sportiva. In 15 partite segnai un solo gol, ma era proprio la società allo sbando, con un presidente come Dalle Vedove responsabile di una crisi economica disastrosa che non aiutò certo la squadra, togliendo serenità a tutto l’ambiente. Naturale fu resettare tutto e ripartire un’altra volta”

“E così veniamo ai giorni nostri, che ti vedono impegnato in un brillantissimo inizio stagione in quel di Raldon, Promozione veronese, anche se nell’ultima giornata non hai giocato…”

“Sì, ero squalificato a causa di un’espulsione, la primissima della mia carriera… comunque, sì a Raldon ho ritrovato la vera voglia di giocare. Sto segnando, mi trovo molto bene, la squadra sta nei piani alti ma volendo potevamo essere ancora più su, perché qualche punto per strada lo abbiamo pure perso. Siamo una squadra giovanissima, con ragazzi del 94, 95, anche un 96. Poi ci sono i “vecchietti” come Cortelazzi, De Battisti, amici e dall’esperienza sconfinata tra i dilettanti e non solo. Io sto nel mezzo, con i miei 23 anni. Possiamo solo migliorare, d’altronde abbiamo già incontrato alcune tra le migliori squadre del girone, quelle che lotteranno per la promozione, come Benaco, Sona, Caldiero.. insomma, sono fiducioso”

Chiudo con una riflessione nostalgica, o comunque rammaricandomi per il fatto che un talento puro come lui si sia come dire perso così presto tra i dilettanti, anche se il positivo riscontro telefonico avvenuto ha messo in luce il carattere forte di un ragazzo che sembra aver messo da parte definitivamente ogni tipo di rimpianto.

“Già, non ha senso continuare a chiedersi “se” e “ma”, e poi le colpe sono anche in parte mie, non voglio dire gli infortuni, le società ecc. molte cose contribuiscono all’affermazione ad alti livelli di un calciatore professionista. Preferisco guardare sempre avanti, questa è la mia filosofia. Vivo la mia passione alla giornata, voglio fare una grande stagione e soprattutto divertirmi, come sto facendo quest’anno.”
La stessa positività e passione la sta riversando anche nella sua attività, di cui si dice pienamente soddisfatto, e alla fine, coi tempi che corrono, la cosa è altrettanto fondamentale per un giovane di 23 anni. Prima di congedarci ci concediamo una divagazione personale, con Gianmarco che mi chiede della mia salute, essendo venuto a conoscenza della mia lunga convalescenza (che finalmente sta giungendo al termine, sto molto meglio!) e la conclusione di entrambi è che nelle difficoltà ci si fortifica sempre, e non c’è nessuna medicina più efficace dell’affetto puro, infinito dei nostri famigliari, delle persone che davvero ci vogliono bene.
(Un grande in bocca al lupo per il prosieguo del suo cammino umano e professionale a Gianmarco Ravelli!)