“torneranno i prati”, l’ultimo intenso film di Ermanno Olmi sugli orrori della Grande Guerra

Attendevo con ansia l’ultimo film del grande regista Ermanno Olmi, sui tragici fatti della Grande Guerra. Nel centenario della commemorazione di quell’infausto evento che cambiò per primo le sorti della comunità del secolo scorso, una prospettiva intima, raccolta e senz’altro lucida come quella del Maestro mi sembrava un’occasione proprio da non perdere.

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Già in passato Olmi con grande rigore aveva trattato tematiche belliche, andando però a scandagliare il quotidiano, la vita dell’umile gente nel riuscito “Il Mestiere delle Armi” ma qui ha fatto, se possibile, un passo in avanti. Senza nulla concedere alla “spettacolarizzazione” della guerra (d’altronde proprio non gli si addice come stile) Olmi decide di fare entrare lo spettatore in trincea assieme all’esiguo gruppo di soldati asserragliati sulla linea di confine col campo austriaco. E’ una guerra che pare ferma, immobile, come il tempo che non passa mai, o scorre lento, nell’attesa di un qualcosa di non tangibile che sempre più prende le sembianze della morte. Dimenticati dai più. logorati, malati e affamati, i soldati sembrano aver perso le speranze di ritorno a casa, gli stessi che ancora si azzardano a pronunciare simili parole vengono poi quasi immediatamente smentiti dalla realtà dei fatti. Un film essenzialmente unico, perchè girato quasi in presa diretta e ricostruendo minuziosamente il clima rigido, quasi insostenibile e l’atmosfera opprimente in cui si trovava a versare il commilitone. Girato sull’Altopiano di Asiago, e ispirato non solo al racconto “La paura” di Federico De Roberto del 1921, ma anche ai ricordi in presa diretta dell’ottantatreenne regista sentiti dal padre (come lui stesso sottoscrive al termine del film, fra i titoli di coda), è un film quasi in presa diretta, senza azione, se non quella realistica dei fatti che si sono succeduti nell’arco di una notte intera, l’ultima per quei soldati, ormai stretti nella morsa dei mortai avversari e bombardati. Dura poco più di un’ora e quindi va a coprire anche cronologicamente l’evento, che poi altro non è che il susseguirsi della snervante attesa. Qualcuno, come l’attento amico Gianluca Merlin, ha tirato in ballo in un commento a un mio post su facebook (scritto a caldo, appena uscito dalla sala) il film “Uomini contro” di Francesco Rosi e forse il paragone può starci, anche se qui è più evidente e predominante la sensazione di perdita di tutto, dalla dignità alla speranza, dalla fiducia alla concezione di sè stessi come uomini e non come “carne da macello”. Un film straziante, indubbiamente, sin troppo realistico, buio, crudo come lo è in fondo ogni tipologia di conflitto.

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