Preferivo il Napoli di Mazzarri a quello di Benitez

Era da qualche tempo che stavo covando l’idea di scrivere qualcosa sul Napoli di Benitez. Lo faccio alla vigilia di un campionato che magari poi riuscirà anche a vincere (ma il mio pronostico in realtà lo vede in zona Europa League, visto che prevedo un inserimento dell’Inter in zona preliminari di Champions.. ecco, ormai l’ho detto!) e con un giorno di mercato ancora utile per tentare di migliorare ancora la rosa, dopo i tanti nomi sfuggiti.

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Che Benitez sia un tecnico che fa giocar bene a calcio le sue squadre è indubbio: ha la mentalità spagnola, quindi gioco propositivo, a testa alta contro tutti, giocatori (in teoria) tutti in grado di cavarsela tecnicamente e ricerca di un calcio offensivo. Tuttavia, la cosa migliore che ha fatto è stata quella di uscire dai gironi della Champions l’anno scorso, pur arrivando a pari degli altri, in un girone di ferro. Tutti abbiamo negli occhi le belle partite disputate in Europa, senza timori reverenziali e col piglio delle grandi. Invece in campionato, bisogna ammetterlo, la squadra partenopea, pur inanellando tantissimi punti e mai a rischio quarto posto, non è mai stata realmente in corsa per il titolo, stravinto dalla Juventus dei 100 punti, ma pure lontana dalla Roma rivelazione di Garcia. Ammetto che non mi era piaciuto il modo in cui si era concretizzato il passaggio di consegne tra “Piangina” Mazzarri e il tecnico iberico. Ok, è nello stile del Presidente, è un uomo di spettacolo e ci stanno i grandi proclami, però tutto questo sbarazzarsi in un sol secondo di un passato comunque più che dignitoso (culminato in un secondo posto in campionato) mi sembrava francamente eccessivo, come se tra i due allenatori, caratteristiche tattiche a parte, vi fosse una categoria di mezzo. Tutto questo credo fosse stato ingeneroso nei confronti di Mazzarri. Oltretutto, diciamolo chiaramente, il tecnico livornese aveva un super Cavani in canna, ma a Benitez avevano consegnato su un piatto d’argento al suo arrivo gente come Higuain e Albiol, talenti come Callejon e Mertens, cui si sono aggiunti strada facendo Jorginho e Henrique, senza tener conto chune erano stati trattenuti gioielli come Hamsik (pupillo di Mazzarri ma secondo me mai in sintonia con Don Raffaè e Zuniga). Una squadra migliorata in ogni reparto il Napoli di Benitez, questa la percezione di tutti, legittima, come pure il fatto che si sia quasi sin da subito affidato a stranieri, per la maggior parte di matrice “latina”. Estromesso subito Paolo Cannavaro, con Maggio riportato terzino fino all’arrivo del già citato brasiliano Henrique, con Insigne mai del tutto lanciato tra i titolari, e tuttavia la formula sembrava funzionare. Ma, venendo ai bilanci, dopo una pesante e precoce eliminazione europea, contro una squadra sì di tutto rispetto come l’Athtletic Bilbao, ma pur sempre alla portata, almeno sulla carta, cosa possiamo dire? Che io, personalmente, tutti questi miglioramenti apportati da Benitez non li ho notati. Anzi, con Mazzarri mi pareva che la squadra avesse una sua identità più precisa, un’aggressività e una carica agonistica qui sconosciuta, persino – mi vien da dire – ma è un pensiero retroattivo, un maggior attaccamento alla maglia. Contro il Bilbao, squadra basca e con in campo tutti elementi provenienti dal loro vivaio, pescati tra i Paesi Baschi, di cui i biancorossi si fanno portavoce e simbolo, in campo quanti italiani c’erano fra le fila del Napoli? Ma non voglio farne una questione retorica o nazionalista – che pure alla luce dello stato deprimente del calcio italiano sarebbe plausibile -, solamente porre l’attenzione sull’utilità a questo punto del ricorrere a tutti i costi al nome (di grido?) internazionale. Gonalons, Lucas Leiva, Fellaini… quanti nomi rimbalzati per tutta l’estate, e alla fine eccoti arrivare il giovane difensore belga Koulibaly al posto di un Astori finito a Roma ma qui mai realmente valutato e un David Lopez dall’Espanyol, non uno Xavi Alonso ma nemmeno un Illarramendi, per dire. Eppure stanno facendo di tutto per piazzare Dzemaili, dopo aver già ceduto al migliore offerente un mediano mai domo come Valon Behrami. Mah, magari verrò smentito, ma sinceramente sono molto perplesso della piega che sta prendendo la società, con tutto l’affetto e la stima vera che provo per gli amici napoletani.

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Sorteggi Champions League. Scopriamo l’Atletico Madrid, avversario toccato in sorte al Milan

La Champions League entra nel vivo con gli accoppiamenti validi per la seconda fase, quella ad eliminazione diretta. Inutile dire che non mancheranno gli scontri tra titani, vedi Manchester City- Barcellona o Arsenal- Bayern Monaco.

Superato lo shock per l’eliminazione precoce delle big italiane Juventus e Napoli (beffato, avendo chiuso con ben 12 punti e a pari con il Dortmund e l’Arsenal il suo girone eliminatorio) e per la sofferta affermazione dell’unica rimasta in gara, il Milan, proviamo a focalizzare l’attenzione sull’avversario toccato in sorte a quest’ultimo: l’Atletico Madrid.

l'implacabile Diego Costa, bomber dei Colchoneros

l’implacabile Diego Costa, bomber dei Colchoneros

Una squadra, quella spagnola, seconda dietro il colosso Real nella sfida cittadina, che mai come quest’anno pare agguerrita e con piene credenziali per poter proseguire la corsa nella massima competizione europea, dopo aver fatto incetta di premi “minori” – almeno nella concezione dei club nostrani – negli anni precedenti.

L’Atletico Madrid anni fa, mettiamo fino a un lustro fa, non avrebbe impensierito più di tanto un Diavolo che fa della vetrina europea la sua ambizione dichiarata, con risultati prestigiosi conseguiti negli anni di presidenza berlusconiana, ma la realtà dei fatti pare ben diversa, e la partita sarà tutto tranne che abbordabile, pur nella consapevolezza che l’urna sarebbe potuta essere ancora più severa per i rossoneri.

I colchoneros infatti mai come quest’anno sono competitivi sia in ambito nazionale, dove stazionano ai fianchi del solito Barcellona, sia in Europa dove agevolmente hanno superato il turno al cospetto di un girone parso tra i più equilibrati sulla carta.

Quest’anno la squadra, brillantemente allenata da quel Diego Simeone che nel corso della sua lunga carriera, quasi del tutto spesa in Italia, prima come valente “tuttocampista”, poi come giovane allenatore, ha alcune marce in più nel motore, specie nella batteria offensiva, dove a Diego Costa si è aggiunto da questa stagione un David Villa desideroso di tornare protagonista dopo gli anni vittoriosi al Barça, dove invero ha fatto da comprimario, come spesso accade a chi arriva in una squadra collaudata e ricca di campioni come Messi, Xavi, Iniesta, Piquè…

Ma è proprio il già citato Diego Costa il vero uomo in più della stagione sin qui monstre dell’Atletico. Il 25enne non è certo una novità a livello di Liga e anzi milita qui giù da tre anni e prima ancora aveva vissuto discrete stagioni in squadre minori spagnole. Tuttavia, dopo il brutto infortunio patito giusto un anno fa e la conseguente scelta di ripartire da gennaio in prestito al Rayo Vallecano, il brasiliano –  appena naturalizzato tra infinite polemiche spagnolo – ha cominciato a furoreggiare, segnando con una regolarità e una frequenza che mai gli era appartenuta prima, sfiorando le medie di Cristiano Ronaldo, il suo dirimpettaio dei cugini del Real. Gol in serie, da attaccante puro, vero, per lui che prima era considerato sì una buona punta, agile e potente, ma non certo letale in area. La trasformazione è stata così fragorosa, tanto da tirare in causa il Brasile che avrebbe fortemente bisogno di un terminale offensivo come lui, che invece si è sentito di accordare fiducia alla nazione che da tanti anni lo ha accolto, dopo gli esordi portoghesi al Braga, offrendogli la possibilità di diventare un calciatore professionista di alto livello.

E’ indubbio che gran parte dei meriti dell’esplosione del neo-spagnolo sia da assegnare al tecnico argentino, capace di impostare i suoi uomini con un modulo che esalta le caratteristiche offensive dei suoi interpreti, essendo di base un 4-2-3-1, con la differenza, rispetto ai tanti club della Liga che praticano questo sistema di gioco, che Simeone cura molto bene pure la fase difensiva, come si evince dalle prestazioni ottime di un reparto che vede nel giovanissimo portiere francese Courtois il suo più fulgido gioiello.

Reparto  completato dalla solida cerniera centrale composta dal brasiliano Miranda, ex compagno di Thiago Silva quando entrambi giocavano in patria e dall’esperto nazionale uruguaiano Godin, uomo tutto d’un pezzo, mentre ai lati sfrecciano, da veri terzini fluidificanti d’antan Juan Fran e Filipe Luis.

In mediana spesso si piazza l’ex juventino Tiago, quasi impresentabile nei grigi anni torinesi, ma tornato a buoni livelli in Spagna, anche se non è più quello di Chelsea e Lione; miglior contributo sembrano offrirlo il capitano di lungo corso Gabi, il tattico Mario Suarez o il più tecnico Raul Garcia. Tecnica e ardore garantiti in grandi quantità pure dal turco Arda Turan, mentre il talento più cristallino di un reparto che alimenta tantissimo le azioni d’attacco è l’ex stellina dell’Under 21 fresca vincitrice del torneo Europeo 2013 Koke.

Al pari dei colleghi Isco, Illarramendi, Alcantara, Montoya, il fantasista dell’Atletico Madrid sta mantenendo intatte le molte promesse spese sul suo conto, e i fari delle maggiori big europee hanno cominciato ad accendersi su di lui, in grado di far cambiare decisamente passo alla squadra con le sue giocate e i suoi inserimenti fra le linee.

Insomma, un forte ensemble quello dei Colchonores, in una sfida da non prendere assolutamente sotto gamba per i rossoneri.

 

I casi di Chievo e Sassuolo insegnano che nel calcio non esistono regole.

Nel calcio, nonostante anni di storia, di studi, di tattiche, di approfondimenti, certe “logiche” sono destinate a infrangersi, certe ricette precostituite a sciogliersi come neve al sole, certe sentenze a mostrarsi vane. Come nel caso del famoso “cambio d’allenatore” per il bene della squadra, per scuoterla dal torpore, da una brutta classifica, da una discesa libera. Non esistono regole, a volte si agisce d’impulso, ma il detto che l’allenatore è sempre il primo a pagare può andar bene solo in certe situazioni. Ogni storia è a sè, a meno che non vi chiamate Zamparini.

L’anno scorso Massimiliano Allegri, tecnico perennemente nell’occhio del ciclone, avendo sposato la causa milanista in anni “di transizione”, pur avendo portato in dote uno scudetto – meritatissimo- al primo colpo e un secondo posto dietro una forte Juventus, la prima di Conte, era finito in una spirale assai negativa. Partenza shock dei rossoneri, dopo le dolorose cessioni degli assi Ibra e Thiago Silva, ma terzo posto e qualifica Champions acciuffati in extremis, quando per la maggior parte dei tifosi o appassionati, doveva essere già esonerato da un pezzo, magari mangiando il panettone nella sua Livorno.

Quest’anno alzi la mano quanti avrebbero tenuto un quasi esordiente in serie A come Di Francesco dopo la batosta del suo Sassuolo contro l’Inter. Un 7 a 0 interno che avrebbe fatto vacillare qualsiasi presidente e società, e probabilmente pur nella tranquilla cittadina emiliana più di un ragionamento in merito al cambio tecnico sarà stato fatto.

Ma alla fine si è deciso di far quadrare il cerchio: quanto di buono costruito da Squinzi, da Bonato negli anni, con il tecnico Di Francesco artefice della prima, storica, spettacolare promozione in serie A evidentemente aveva ancora una ragione d’essere, e così tutti insieme si è andati avanti, remando dalla stessa parte.

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Squadra ritoccata negli interpreti e nei moduli, per quanto questi possano essere sempre flessibili, il recupero di alcune pedine di qualità, come l’ex juventino Marrone, un lusso per le squadre di bassa classifica e il lancio definitivo di due tra i giovani attaccanti più promettenti dell’intero panorama calcistico italiano: Zaza (classe ’91, che sembra giochi in serie A da sempre, e che di categoria in categoria continua a buttarla dentro con regolarità) e Berardi, un ’94 con già all’attivo 7 gol e a 19 anni più prolifico di Del Piero e Totti rispetto a quando loro esordirono nella massima serie.

Insomma, in questo caso l’aver tenuto il tecnico è stata la mossa vincente, il Sassuolo dovrà sudarsi la salvezza, per carità, ci mancherebbe altro, ma sta dimostrando di gara in gara, di poterci stare alla grande in serie A e, migliorando in esperienza e accortezza tattica, magari qualche punto in più rispetto all’attuale classifica (comunque buona, sarebbe salvo allo stato attuale) l’avrebbe pure incamerato, come nell’ultima sfida esterna di Cagliari, dove in vantaggio di due reti si è fatto poi rimontare nella ripresa, portando a casa un meritato pareggio che profuma comunque di beffa.

Discorso opposto invece quello relativo al Chievo. Società modello ormai da quasi un decennio per tante piccole realtà di provincia, tra cui appunto il Sassuolo, che può tuttavia vantare dalla sua una forza economica ben diversa, con la Mapei alle spalle. Chievo che si è sempre mostrato all’altezza della categoria, anche dopo gli anni boom con Delneri, quando da autentica sorpresa del calcio italiano, incantava tutta Europa col suo gioco e i suoi incredibili risultati. Poi venne un anno da comprimario in Champions League, con Pillon alla guida. Un anno eccezionale ma che portò ripercussioni negative in campionato, tanto che alla fine i gialloblu retrocessero, pagando a caro prezzo l’essersi avvicinati troppo al “sole”, sciogliendosi e perdendo energie. Poi una pronta risalita, quasi una formalità con Iachini in sella a guidare il Chievo in una vincente serie B. Da allora in serie A tanti allenatori si sono susseguiti in panchina, ognuno però portatore di un solo risultato: la salvezza, puntualmente acquisita e in piena sintonia con la società. Ci riuscì benissimo anche Corini lo scorso anno, addirittura in maniera “comoda”. Lo strappo estivo pareva stridente – in fondo, senza entrare nei dettagli, si parlava di una richiesta di un biennale da parte del tecnico brianzolo, ex grande bandiera della squadra, a fronte della proposta di un anno da parte di Campedelli, come era solito fare con tutti i suoi allenatori negli ultimi anni.

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Niente firme e nuova ripartenza con Sannino, gran lavoratore, tecnico molto stimato nell’ambiente ma che, alla resa dei conti, non è riuscito a imprimere il suo marchio a fuoco nei ragazzi. Squadra che non ha mai lesinato d’impegno ma che faceva tremendamente fatica a seguire le direttive del mister, non vincendo, non segnando, e finendo col perdere strada facendo alcune caratteristiche peculiari delle squadre allenate dal tecnico ex Varese e Palermo.

Alla fine, in una situazione critica ma non ancora disperata, ecco il colpo di scena, annunciato in realtà da qualche settimana, e indice del fatto che lo strappo non era stato indolore ma anzi fonte di rammarico per entrambi. Eugenio Corini ritorna in pista, più motivato che mai, in vista di un sentito e atteso derby contro l’Hellas Verona che, almeno sulla carta, quest’anno partiva con i favori del pronostico. Vittoria meritata in extremis, grazie a Lazarevic, un giocatore lanciato in pratica da lui, visto che con Sannino aveva toccato il prato verde in una sola occasione e la settimana dopo sonora vittoria con tre gol di scarto contro la diretta concorrente per la salvezza Livorno. Un Chievo propositivo come non accadeva da tempo, con Thereau, il migliore della squadra, finalmente tornato ai livelli di eccellenza dell’anno scorso, quando con i suoi numerosi gol e assist aveva trascinato i clivensi alla salvezza e con un Rigoni ormai da Nazionale. 6 punti in 2 gare, con la prospettiva concreta, visto il calendario rimanente a concludere il girone d’andata, di incrementare ulteriormente il bottino da qui a Natale. In questo caso, il cambio del tecnico è servito eccome. Ma, come scritto in apertura, ogni storia è a sè, e solo la compattezza tra società, ambiente, allenatore e giocatori può far sì che anche le situazioni più ingarbugliate possano trovare una nuova luce

Tutti pronti a Verona per il grande derby tra Hellas e Chievo!

Cresce di giorno in giorno in città l’attesa per il derby veronese tra Hellas e Chievo, in programma sabato alla ripresa del campionato. Un confronto atteso anni, se è vero che gli unici due derby nella massima serie sono stati disputati 11 anni fa, terminati con una vittoria a testa. Pochi però avrebbero razionalmente immaginato che quella prima stagione in A del Chievo sarebbe stata l’inizio di un consolidamento reale nel calcio che conta, intervallato solo da una nefasta stagione (la stessa giunta dopo il culmine dell’anno precedente, quando con Pillon gli uomini della Diga si issarono fino a raggiungere la zona Champions League) e prontamente riscattata l’anno successivo col mister delle promozioni Iachini. Viceversa per la squadra più storica e titolata della città, da lì in poi sarebbe iniziato un vero calvario, costituito da retrocessioni (drammatica proprio quella conseguente il primo derbyssimo), campionati grigissimi in cadetteria, fino al fondo toccato con lo spauracchio C/2 (chiamiamo le cose come stavano, così si… capisce meglio!). Ora le gerarchie sono nuovamente pareggiate, il clima è quello appunto della grande attesa e di uno scontro più “razionale” se vogliamo, meno da “provincia”, sebbene come tutti sanno Chievo altro non è che uno (splendido) esempio di artigianato portato ai massimi livelli negli anni, emanazione di una frazione, più che di un quartiere, altrimenti anche Londra sarebbe piena zeppa di “quartieri” arrivati in Premier!

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Se da una parte l’Hellas si è riappropriato di una supremazia che, sugli spalti almeno, non è mai stata messa in minima discussione, dall’altra è anche vero che il Chievo,seppur in modo graduale, se n’è costruita una più credibile, non più fatta quasi esclusivamente di simpatizzanti, tifosi delle grandi squadre o da città limitrofe (come Mantova e Trento le cui compagini da anni faticano a emergere ad alti livelli, eccezion fatta per i famigerati anni targati Lori) che ne “approfittavano” per vedere all’opera i grandi campioni di Juve, Milan o Inter. Per non parlare di immagini che dilagano su You tube, con le “vecchiette” allo stadio, in “curva” armate di panini imbottiti al salame e torta alle mele, con i propri nipotini. Immagini che sarebbero invero tutt’altro che deleterie se pensiamo al degrado di certi stadi, senza entrare nello specifico di alcune situazioni estreme protagoniste nelle ultime settimane, ma che negli anni hanno suscitato più di qualche ironia.
Dicevo, però, come evidenziato anche da un amico giornalista veronese, Francesco Barana, che negli anni il tifoso medio del Chievo si è avvicinato, se non proprio allineato a quello delle altre squadre, pur mantenendo un alto senso di civiltà, che comporta immancabilmente (ed è un merito spesso sottovalutato) il premio Fair Play di fine anno.. insomma, magari sparuto, ma il pubblico fa anche qui, o lo può fare, la sua parte.

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Nel caso dell’Hellas però questi discorsi sono palesi, evidenti e maggiormente enfatizzati a maggior ragione in serie A, dove forse in effetti mancava da troppo tempo anche agli avversari un paragone simile. Già, perché molti cronisti, giornalisti, specie i più giovani, sembrano quasi meravigliarsi dei cori continui, dei canti incessanti, dei brusii perenni, degli incitamenti in stile inglese (metro di confronto abusato ma che mai come accostato ai “Butei” ci calza a pennello). In realtà bastava si fossero sintonizzati in questi anni anche sulla Lega Pro per capire quanto i “ragazzacci” della Curva Sud non siano solo quelli sprezzantemente dipinti come leghisti, teppisti e violenti. C’è una frangia più estrema, inutile negarlo, come vi è insinuata in ogni latitudine nel calcio, ma la maggioranza di questi tifosi hanno un attaccamento davvero encomiabile ai colori, e seguono la squadra ovunque, in C così come in A, facendo sentire e valere tutto il proprio calore. Quindi, non sarà un derby tra big come Milan e Inter, nella loro storia quasi sempre scontri per il vertice; non sarà una “lotta di classe” come a Torino, dove l’indomito Toro spesso riesce con prestazioni epiche a sovvertire pronostici quasi sempre favorevoli in partenza ai “ricchi”; non saranno le roventi gare di Roma e Genova, quando un derby talvolta funge da volano per dare senso a un’intera stagione e la passione raggiunge livelli di guardia, ma anche il quinto derby dell’anno (mai stati così numerosi e ci auguriamo che possano rimanere così tanti anche negli anni a venire) ha più di un motivo di interesse, e avrebbe meritato alla grande il prime time, anziché venir disputato alle 18, oltretutto creando in città un certo disagio, vista la compresenza di altri eventi importanti nello stesso fine settimana. Ma tant’è, si va verso una sfida da tutto esaurito, e non poteva essere altrimenti, visto il già elevatissimo numero di abbonamenti siglato dall’Hellas Verona.
A livello tecnico, invece, come ogni derby sarà una partita a sé, e certamente la pausa avrà contribuito in entrambi i casi a mettere ordine alle idee, specie in casa Chievo, dove si è consumato il divorzio da Sannino, che aveva raccolto davvero poco in questa prima fase, facendo sprofondare la squadra all’ultimissimo posto in classifica. L’attenuante di una rosa parsa sin da subito più debole rispetto alle precedenti stagioni sta in piedi fino a un certo punto; il fatto è che il tecnico ha saputo con poca convinzione immettere le proprie idee nei calciatori e compito del figliol prodigo Corini, già artefice della squadra miracolo che arrivò in serie A sotto la guida di Delneri, di cui era orgoglioso capitano e della comoda salvezza ottenuta l’anno scorso da subentrato sarà quello di far invertire la rotta. Corini tra l’altro è un ex, avendo giocato – poco causa infortuni – pure con la maglia dell’Hellas.
Hellas che indubbiamente, stando ai numeri attuali, parte favorito. Scivolone col Genoa a parte, che ci si augura rimarginato, rimane la rivelazione del campionato, nel quale da neopromossa, sta mostrando un gioco scintillante, di qualità e ardore, forte di un allenatore che è simbolo stesso della squadra, condottiero nel vero senso della parola: un Mandorlini al top, che sta raccogliendo finalmente anche nella massima serie quanto di ben seminato lungo un’esperienza che l’ha portato anche a vincere oltre confine. Un tecnico che ha messo da parte certe intemperanze, spronato probabilmente anche da una società finalmente impeccabile, seria e competente nelle figure dei pragmatici presidente Setti e direttore sportivo Sogliano, uno dei più giovani e interessanti nel ruolo.
A livello di squadra, il Chievo a mio avviso dovrà recuperare in primis alcuni giocatori parsi l’ombra di sé stessi, specie il francese Thereau, determinante l’anno scorso con i suoi molti gol e assist e far perno su un ritrovato Dainelli (da quando l’ex viola è tornato nei ranghi la difesa è parsa molto solida), oltre che affiancare un uomo di qualità in mezzo al campo a capitan Rigoni, che non può sempre cantare e portare la croce.

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Del Verona ormai si sa quasi tutto, e anche questo fa specie: non si era quasi più abituati a tutta questa attenzione mediatica nei confronti dell’ultima vera provinciale in grado di vincere uno scudetto. Mai come in questo inizio di stagione però titoli ed elogi sono meritati e commensurati al reale valore mostrato in campo dalla truppa di Mandorlini. Un gruppo vero, affiatato, dove elementi di lotta vanno a braccetto con quelli di fioretto. Dove accanto a gente di spessore e qualità vera (il “vecchio” Toni, i giovani Jorginho e Iturbe che tutti ci invidiano, in attesa di vedere all’opera pure Cirigliano), c’è gente da serie A come Romulo, Jankovic e Donati, senza dimenticare l’apporto fondamentale, e in alcuni casi sorprendente, degli elementi protagonisti della grande cavalcata, alcuni addirittura già presenti in Lega Pro (gente come Rafael, Maietta, Albertazzi, Gomez, Cacciatore, Hallfredsson o lo stesso Jorginho). Insomma, un mix che finora, specie tra le mura amiche del Bentegodi, si sta dimostrando vincente, visto che la maggior parte dei 22 punti sono stati incamerati proprio in casa.
Che derby sia allora, e vinca il migliore!

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Kondogbia al Monaco: sfuma il sogno di rivedere lui e il “gemello” Pogba di nuovo insieme a centrocampo. Ma la Juve rimane la più forte: ecco un primo bilancio dopo la prima giornata di serie A

Da grande appassionato di calcio giovanile, devo ammettere che un po’ ci avevo fatto l’acquolina in bocca: rivedere fianco a fianco in mediana i due assi che hanno trascinato la Francia Under20 al titolo di campione del Mondo di categoria. Ma in fondo qui non si tratta di essere solo dei cultori del calcio giovanile, perchè sia Kondogbia che il ben più noto – dalle nostre parti -Paul Pogba, asso della Juventus di Conte, sono ormai delle realtà solide, e tra le più fulgide del calcio mondiale.

i due assi Kondogbia e Pogba trascinatori della Francia vincitrice dei recenti Mondiali Under 20

i due assi Kondogbia e Pogba trascinatori della Francia vincitrice dei recenti Mondiali Under 20

E invece il francese ormai ex Siviglia, cui a un certo punto la Juventus, forse con ritardo e con la fretta di dover momentaneamente sostituire un intoccabile come Marchisio, attualmente infortunato, non è riuscito a intavolare una trattativa soddisfacente (si parlava di prenderlo in prestito con diritto di riscatto) e a quel punto sono intervenuti i freschi soldi del magnate patron del Monaco, uomo che ha portato Falcao e molti altri ai biancorossi, consentendo alla squadra del Principato di potersi contendere da “anomala” neopromossa lo scettro per campione della Ligue 1 di Ibra e Cavani.

Poco male, li rivedremo presto nella Nazionale francese, dove i due sono destinati a segnare un’epoca; d’altronde è dall’Under 16 che si frequentano, che “rivaleggiano” in talento, seppur diversi tatticamente: di Pogba abbiamo imparato a conoscere tutta la forza fisica, abbinata a una personalità, una tecnica, una duttilità e un eclettismo davvero difficile da miscelare così sapientemente in un solo atleta.  Presentato in principio come possibile erede di Pirlo sta dimostrando che può invero asssumere tutti i ruoli del centrocampo, ed è puro dotato di talento puro e istinto in fase conclusiva.

Kondogbia, classe ’93, è invece più un mediano classico, se vogliamo, un frangiflutti ma dai piedi finissimi, paragonato in patria da molti a un Desailly, ma in realtà più propenso anch’egli, come il “gemello” Pogba (curiosa tra l’altro l’assonanza dei loro nomi!) al gioco di squadra, fatto anche di tecnica e inserimenti, e non solo eccelso sul piano del contenimento dell’avversario.

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Intendiamoci, non che la Juventus – tolto appunto il “contrattempo” legato all’infortunio del nazionale azzurro Marchisio – sia messo male in mediana, anzi, è il reparto che sin da ora le dà più ampie garanzie, tra l’infinito Pirlo, il polivalente Vidal, il fisico Asamoah, il genio Pogba , oltre a Liechsteiner, laterale che copre tutta la fascia come pochi, un ritrovato Isla e un Pepe suila via del recupero, però il “rammarico” di non vedere assieme i due “ragazzotti” francesi un po’ mi è rimasto.

Improbabile fare già un primo bilancio sul campionato appena iniziato, ma è parsa evidente, sin dalle prime competizioni ufficiali, quanto la squadra di Conte appaia avanti alle altre . se non altro perchè il gruppo è bene rodato e a questi si è aggiunto un Tevez che pare già ben integrato, a differenza di Llorente che probabilmente avrà bisogno di sbloccarsi con un gol per scalare una gerarchia che lo vede già in seconda fila dopo un redivivo Vucinic.

In ogni caso vedo bene anche il Napoli, con un Benitez che sta dando con tempistiche assai brevi, una nuova identità tattica alla squadra, sfruttando sul talento puro di nuovi acquisti quali il bomber Higuain o l’esterno offensivo Callejon, sottoutilizzato a Madrid, dove onestamente la concorrenza dalla trequarti in su era, ed è, davvero spietata.

Credo la Fiorentina si riconfermerà, potendo fare da “terzo incomodo”; la Roma su cui nutrivo dei dubbi, a fronte delle numerose eccellenti cessioni, ha comunque rimpiazzato bene l’astro nascente Lamela con l’altrettanto talentuoso Ljaijc sul quale però bisognerà capire se è cresciuto in continuità o se rimarrà uomo da grandi ma isolati exploit.

L’inter può solo migliorare e Mazzarri è il masimo per tirare fuori dai suoi le potenzialità ancora inespresse e rendere al meglio tutti gli atleti a sua disposizione… mi rimangono invece delle perplessità sulla Lazio, incapace di mantenere ritmi alti tutta la stagione, forse per la relativa tecnica dei “panchinari” rispetto ai titolari o forse perchè semplicemente la cosiddetta coperta è effettivamente sin troppo corta. Il Milan, onestamente, mi pare indietro, certo ha riacciuffato con merito la qualificazione in Champions battendo agevolmente i bambini prodigio (che però a San Siro hanno scioperato!) ma penso che alla fine faranno un po’ il percorso come l’anno scorso, una faticosa rincorsa alle prime, ma mai in lizza per gareggiare per il titolo.

Poi, è un po’ più difficile azzardare pronostici, il Livorno mi parrebbe la squadra meno attrezzata – ma con un grande tecnico emergente come Nicola – tuttavia non credo farà la squadra cuscinetto; il Verona ha esordito bene e pare la più rinforzata tra le neopromosse ma già dalla prossima si aspetta un impegno ben probante fuori casa contro la Roma; le due genovesi sono incognite, della serie “vorrei ma non posso”: potenzialità, dirigenza, tifo caldo, bacino d’utenza sono dalla loro parte ma da troppi anni qualcosa non va. Il Catania e l’Udinese, seppur ridimensionate, si candidano come sempre allo scomodo ruolo di out siders, capaci di poter mettere in difficoltà chiunque. Il Cagliari, ormai habituè della serie A è rimasto sostanzialmente lo stesso, mentre Atalanta, Parma e Chievo come sempre partono a fari spenti, salvezza e se viene in anticipo tanto meglio, ma almeno i ducali con un Cassano in canna, e forse all’ultima chance della carriera (ma quante volte lo abbiamo detto!) avrebbero il dovere di provare a puntare all’Europa, posto che poi non interessa a nessuno giocarci. Vedo involuto il Bologna, seppur consideri Bianchi all’altezza di chi lo ha preceduto, almeno in termine di potenziale offensivo, se non di talento puro. Il Torino è partito è partito col piede giustissimo, e con un Cerci già in forma, dopo l’abulica esperienza personale in Confederations Cup, e la squadra, con modulo nuovo e ringiovanita (occhio ai talenti Maksimovic in difesa e ai centrocampisti dai piedi buoni El Kaddouri e Bellomo, entrambi alla prima stagione in serie A, se si escludono gli assaggi che Mazzarri ha concesso al marocchino ex Brescia nello scorso campionato. Molta curiosità nei confronti del Sassuolo che si è mossa bene nel mercato e ha una solida dirigenza e un allenatore in gamba dietro un progetto tecnico preciso che potrebbe seguire le orme del primo storico Chievo di Gigi Delneri.

Rivalutiamo il calcio italiano: ieri il Milan ha ridimensionato il fenomeno Barcellona con una gara d’altri tempi

Milan – Barcellona 2 a 0: fosse successo una ventina d’anni fa, nel periodo in cui il calcio italiano era al top nel mondo per qualità di interpreti e di gioco, nessuno avrebbe lanciato titoli come “impresa rossonera” o cose simili.

Ma si sa, ormai siamo bistrattati un po’ ovunque, persino quel simpaticone di Gary Lineker – uno che non mi sembra abbia vinto tantissimo a livello internazionale – ha twittato dal suo profilo un bel “Portsmouth – Barcellona 2- 0”. Ah ah ah, che simpaticone, proprio un bell’humour inglese, niente da eccepire.

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La realtà è che, seppur ridimensionato, il calcio italiano ha ancora le potenzialità per riemergere, a partire dalla bellissima e, tanto per cambiare, sorprendente esperienza nei recenti Europei al lancio definitivo dei nostri migliori talenti.

Ok, mancano gli stadi di proprietà, mancano probabilmente anche quelle innovazioni tattiche che ci hanno sempre contraddistinto sin dai primordi del calcio professionistico, ma possibile che siano proprio gli italiani per primi a non riconoscere che non siamo proprio così scarsi? E’ vero, la nostra qualità media è peggiorata e non ci sono più i campioni di un certo livello a calcare i nostri palcoscenici ma il popolo italiano è capace anche di rialzarsi con ingegno e fantasia.

E’ successo ieri quindi che il Barcellona, per il quale ormai credo siano conclusi gli aggettivi altisonanti da ogni vocabolario, così come le iperbole sparate da tutti i mass media possibili e inimmaginabili, abbia perso contro un Milan certo in crescita da un paio di mesi a questa parte, ma fortemente in disarmo dinnanzi a una simile corazzata.

Risultato: la squadra rossonera ha dato una lezione di calcio ai catalani. Lo so, amplifico il concetto e molti non concorderanno; nessuna scienza è meno inesatta del calcio ma resta il fatto che due gol di scarto non siano proprio pochi da rimontare, nonostante i titoli spagnoli già parlino di rimonta sicura.

Le opinioni sono sempre soggettive e seguo (e mi occupo) di calcio da tanto tempo ormai per riconoscere che il Barcellona sta segnando un’epoca e che si tratta in ogni caso della squadra più forte del mondo.

Ma davanti a certi dati non si può più parlare di casualità… qui entra in gioco la statistica.

Il famoso tichi taca, così ammaliante ed efficace, ieri si è tradotto in un possesso palla altamente sterile e improduttivo. Nessun tiro in porta, se non dalla lunghissima distanza, per il dio Messi poi nessun dribbling riuscito e al suo cospetto aveva davanti un semi – esordiente come Constant, autore di una notevole partita.

Non mi voglio “perdere” il decennio di Messi, cercando il pelo nell’uovo per criticarlo a ogni costo… ma resta un clamoroso dato di fatto: uno che in fatto di reti ha una media da extraterrestre come lui (più di un gol a partita, contando le gare di Liga, Champions e quelle con la nazionale argentina) contro le italiane ha siglato appena 3 gol (nessuno su azione) in 10 partite. Insomma, non si tratta di un caso, significa che le squadre italiane, magari difendendosi (ma senza vergognarsi di questo; in fondo a livello tattico siamo sempre stati i migliori nel leggere e interpretare le partite) sanno come contrastarlo e farlo tornare “normale”.

E poi, diciamolo, sarà fortissimo, ha segnato quasi 100 gol in due campionati in Spagna, ma da noi ci riuscirebbe davvero? Inoltre, è vero che con la palla al piede fa quello che vuole, ma in fondo nel corso degli anni in Italia ne abbiamo visti di campioni così. Ci siamo forse dimenticati di Platini, Zico, Van Basten, Ronaldo, Baggio, Zidane? … Maradona???

Per questo un po’ mi stupisco quando sento delle esagerazioni incredibili, tipo che il Barcellona è la squadra più forte di ogni epoca! E l’Honved, il Grande Torino, il Real delle 5 coppe Campioni, l’Ajax di Cruyff, il Milan di Sacchi?

Forse in molti hanno la memoria corta, ma anche fosse vero che Messi, Iniesta, Xavi e compagni sono i migliori della storia, beh… ieri non lo hanno fatto vedere. Al limite sono parsi presuntuosi e poco combattivi, per nulla reattivi.

Magari i milanisti giustamente toccheranno ferro in vista della partita di ritorno, ma nel frattempo la loro squadra del cuore ha dimostrato che il movimento calcistico italiano è ancora vivo e ha nuovamente qualcosa da insegnare.

Roberto Mancini, idolo dei tifosi del City, da noi sarebbe già stato esonerato?

Roberto Mancini, a detta di tutti, guida una squadra da sogno, in teoria dalle risorse economiche illimitate (poi, vuoi mettere mai che il fair play finanziario venga messo sul serio in atto?), e ogni estate può sedersi tranquillamente al tavolino del club per discutere se sia meglio sganciare soldi per prendere, chessò, Cavani o Falcao?

Eppure, dati alla mano, presenta ancora un curriculum modesto, rosa alla mano: una FA Cup nella vittoria di due anni contro lo Stoke City e una Premier vinta al photofinish nella passata stagione contro i rivali dello United, battuti solo per differenza reti. Lasciamo perdere la Champions, dove, nonostante l’apporto di campioni quali Tevez, Aguero, Dzeko, Silva, Tourè (mi fermo per questioni di… spazio), da due anni consecutivi non riesce a superare la fase a gironi.

mancio

Quest’anno,poi, oltre appunto al fatto di essere stati già eliminati precocemente dalla massima competizione europea, anche in campionato le cose non vanno benissimo: sono ben 12 i punti che separano il City del Mancio dal “solito” United di Ferguson.

Insomma, ci sarebbero tutti i requisiti, se Mancini allenasse in Italia, per far scattare l’allarme – tradotto “l’esonero” – invece in Inghilterra Roberto è considerato alla stregua di un Mito dai suoi tifosi, che gli riconoscono di aver portato quei successi che solo fino a un lustro fa sembravano utopia (ok, non c’erano ancora gli sceicchi, diranno i maligni).

Da più di 30 anni il Man City veleggiava nell’anonimato più assoluto, niente coppe, niente exploit particolari contro le storiche rivali, niente campioni tra le sue fila. Mancini ha portato una caratura internazionale tutta nuova, e con lui i tifosi si sono ritrovati a condividere un sogno, quello di primeggiare contro i cugini plurimedagliati dei Red Devils. Sarebbe come se il Toro, da anni nell’oblio del grande giro calcistico italiano e europeo, si ritrovasse come per magia a primeggiare sul mercato, a vincere in Patria, rinnovando antichi splendori. Utopia, sogno, appunto, e poi i tifosi granata sono ben inchiodati con i piedi per terra per anche solo immaginare un futuro così roseo.

Ma la storia del City e di Mancini deve far riflettere ancora una volta sulle notevoli differenze tra il calcio italiano e quello inglese. Da noi esistono presidenti come Cellino, Preziosi, Zamparini o Camilli (ieri l’ennesimo esonero per il patron del Grosseto) che fanno e disfano, in Inghilterra c’è chi spende milioni e milioni di sterline per vincere (almeno finora) relativamente poco, eppure il tecnico è considerato un Grande, un Intoccabile. La cultura calcistica di un Paese la si vede anche da queste cose. Poi lasciamo stare che i massimi campionati europei (Inghilterra, Germania e Spagna) siano già in pratica decisi a metà stagione (con gli attuali distacchi abissali delle rispettive capolista Manchester Utd, Bayern e Barcellona sul resto del gruppo) e che invece da noi sia bello e avvincente lottare per scudetto, terzo posto e salvezza. Purtroppo le cose che spesso fanno la differenza sono il comportamento, il fair play (di presidenti, di giocatori, di tifosi) e tutto ciò è ancora piuttosto carente sui nostri campi di gioco.