Considerazioni sulla serie A: la sorpresa Lazio e le delusioni Chievo e Parma

Due squadre partite con ambizioni che contemplavano qualcosa di più (legittimamente) di una comoda salvezza, si ritrovano in realtà alle prese con classifiche alquanto differenti. Se da una parte la nuova Lazio di Pioli, dopo un fisiologico periodo di assestamento, si sta rivelando come una delle sorprese del torneo, con rinnovato entusiasmo e freschezza, il Parma, rivelazione assoluta l’anno scorso, con tanto di Europa sfilata sotto il naso, sta precipitando gara dopo gara, perdendo tutte quelle sicurezze acquisite e la fiducia nei propri mezzi. Per carità, il campionato è lunghissimo e non me la sentirei di dare i gloriosi ducali per spacciati ma la recente discesa del Catania deve servire in qualche modo da monito. Piace la Lazio, finalmente rinvigorita da innesti mirati, su tutti pare una scommessa vinta quella del talentuoso attaccante Djordjevic, ma anche l’olandese De Vrij sta confermando le grandi premesse viste al Mondiale brasiliano. Senza troppe pressioni – difficile in un contesto come quello della Capitale – e magari riassorbendo la crisi interna tra tifoseria e Lotito, la squadra biancoceleste può ambire a posizioni di prestigio, fermo restando le situazioni complicate di accreditate rivali quali l’Inter, il Napoli e la Fiorentina. In coda comunque quello messo peggio mi pare il Chievo, e lo dico a malincuore. Corini che si è salvato due volte, seppure a fatica, non ha nel nda lo spirito garibaldino che lo vedeva protagonista da giocatore per la squadra veronese della Diga. Eccezion fatta per la clamorosa vittoria esterna del San Paolo, la pochezza di gioco fin qui espressa giustifica oltremodo la classifica deficitaria. Maran ha fallito l’anno scorso ma credo abbia le risorse per risollevare l’ambiente clivense, nonostante la lotta per non retrocedere la vedrà giocoforza coinvolta fino alla fine.

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I casi di Chievo e Sassuolo insegnano che nel calcio non esistono regole.

Nel calcio, nonostante anni di storia, di studi, di tattiche, di approfondimenti, certe “logiche” sono destinate a infrangersi, certe ricette precostituite a sciogliersi come neve al sole, certe sentenze a mostrarsi vane. Come nel caso del famoso “cambio d’allenatore” per il bene della squadra, per scuoterla dal torpore, da una brutta classifica, da una discesa libera. Non esistono regole, a volte si agisce d’impulso, ma il detto che l’allenatore è sempre il primo a pagare può andar bene solo in certe situazioni. Ogni storia è a sè, a meno che non vi chiamate Zamparini.

L’anno scorso Massimiliano Allegri, tecnico perennemente nell’occhio del ciclone, avendo sposato la causa milanista in anni “di transizione”, pur avendo portato in dote uno scudetto – meritatissimo- al primo colpo e un secondo posto dietro una forte Juventus, la prima di Conte, era finito in una spirale assai negativa. Partenza shock dei rossoneri, dopo le dolorose cessioni degli assi Ibra e Thiago Silva, ma terzo posto e qualifica Champions acciuffati in extremis, quando per la maggior parte dei tifosi o appassionati, doveva essere già esonerato da un pezzo, magari mangiando il panettone nella sua Livorno.

Quest’anno alzi la mano quanti avrebbero tenuto un quasi esordiente in serie A come Di Francesco dopo la batosta del suo Sassuolo contro l’Inter. Un 7 a 0 interno che avrebbe fatto vacillare qualsiasi presidente e società, e probabilmente pur nella tranquilla cittadina emiliana più di un ragionamento in merito al cambio tecnico sarà stato fatto.

Ma alla fine si è deciso di far quadrare il cerchio: quanto di buono costruito da Squinzi, da Bonato negli anni, con il tecnico Di Francesco artefice della prima, storica, spettacolare promozione in serie A evidentemente aveva ancora una ragione d’essere, e così tutti insieme si è andati avanti, remando dalla stessa parte.

di francesco

Squadra ritoccata negli interpreti e nei moduli, per quanto questi possano essere sempre flessibili, il recupero di alcune pedine di qualità, come l’ex juventino Marrone, un lusso per le squadre di bassa classifica e il lancio definitivo di due tra i giovani attaccanti più promettenti dell’intero panorama calcistico italiano: Zaza (classe ’91, che sembra giochi in serie A da sempre, e che di categoria in categoria continua a buttarla dentro con regolarità) e Berardi, un ’94 con già all’attivo 7 gol e a 19 anni più prolifico di Del Piero e Totti rispetto a quando loro esordirono nella massima serie.

Insomma, in questo caso l’aver tenuto il tecnico è stata la mossa vincente, il Sassuolo dovrà sudarsi la salvezza, per carità, ci mancherebbe altro, ma sta dimostrando di gara in gara, di poterci stare alla grande in serie A e, migliorando in esperienza e accortezza tattica, magari qualche punto in più rispetto all’attuale classifica (comunque buona, sarebbe salvo allo stato attuale) l’avrebbe pure incamerato, come nell’ultima sfida esterna di Cagliari, dove in vantaggio di due reti si è fatto poi rimontare nella ripresa, portando a casa un meritato pareggio che profuma comunque di beffa.

Discorso opposto invece quello relativo al Chievo. Società modello ormai da quasi un decennio per tante piccole realtà di provincia, tra cui appunto il Sassuolo, che può tuttavia vantare dalla sua una forza economica ben diversa, con la Mapei alle spalle. Chievo che si è sempre mostrato all’altezza della categoria, anche dopo gli anni boom con Delneri, quando da autentica sorpresa del calcio italiano, incantava tutta Europa col suo gioco e i suoi incredibili risultati. Poi venne un anno da comprimario in Champions League, con Pillon alla guida. Un anno eccezionale ma che portò ripercussioni negative in campionato, tanto che alla fine i gialloblu retrocessero, pagando a caro prezzo l’essersi avvicinati troppo al “sole”, sciogliendosi e perdendo energie. Poi una pronta risalita, quasi una formalità con Iachini in sella a guidare il Chievo in una vincente serie B. Da allora in serie A tanti allenatori si sono susseguiti in panchina, ognuno però portatore di un solo risultato: la salvezza, puntualmente acquisita e in piena sintonia con la società. Ci riuscì benissimo anche Corini lo scorso anno, addirittura in maniera “comoda”. Lo strappo estivo pareva stridente – in fondo, senza entrare nei dettagli, si parlava di una richiesta di un biennale da parte del tecnico brianzolo, ex grande bandiera della squadra, a fronte della proposta di un anno da parte di Campedelli, come era solito fare con tutti i suoi allenatori negli ultimi anni.

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Niente firme e nuova ripartenza con Sannino, gran lavoratore, tecnico molto stimato nell’ambiente ma che, alla resa dei conti, non è riuscito a imprimere il suo marchio a fuoco nei ragazzi. Squadra che non ha mai lesinato d’impegno ma che faceva tremendamente fatica a seguire le direttive del mister, non vincendo, non segnando, e finendo col perdere strada facendo alcune caratteristiche peculiari delle squadre allenate dal tecnico ex Varese e Palermo.

Alla fine, in una situazione critica ma non ancora disperata, ecco il colpo di scena, annunciato in realtà da qualche settimana, e indice del fatto che lo strappo non era stato indolore ma anzi fonte di rammarico per entrambi. Eugenio Corini ritorna in pista, più motivato che mai, in vista di un sentito e atteso derby contro l’Hellas Verona che, almeno sulla carta, quest’anno partiva con i favori del pronostico. Vittoria meritata in extremis, grazie a Lazarevic, un giocatore lanciato in pratica da lui, visto che con Sannino aveva toccato il prato verde in una sola occasione e la settimana dopo sonora vittoria con tre gol di scarto contro la diretta concorrente per la salvezza Livorno. Un Chievo propositivo come non accadeva da tempo, con Thereau, il migliore della squadra, finalmente tornato ai livelli di eccellenza dell’anno scorso, quando con i suoi numerosi gol e assist aveva trascinato i clivensi alla salvezza e con un Rigoni ormai da Nazionale. 6 punti in 2 gare, con la prospettiva concreta, visto il calendario rimanente a concludere il girone d’andata, di incrementare ulteriormente il bottino da qui a Natale. In questo caso, il cambio del tecnico è servito eccome. Ma, come scritto in apertura, ogni storia è a sè, e solo la compattezza tra società, ambiente, allenatore e giocatori può far sì che anche le situazioni più ingarbugliate possano trovare una nuova luce

Panoramica sul calcio veronese: dietro al derby tante belle realtà protagoniste quest’anno in Lega PRO e tra i Dilettanti. I casi di Virtus, Legnago, Cerea e Villafranca

Archiviato un derby calcistico in tono minore, almeno a detta di chi scrive, allarghiamo il campo ad altre belle realtà emergenti del calcio veronese, mai come in questa epoca così ricco di interpreti ad alti livelli.

Intendiamoci, la stracittadina – che strano chiamarla così, ma a mio avviso è giusto elevare il derby veronese alla stregua degli altri d’Italia, chè gli snobismi non portano da nessuna parte nel calcio – ha avuto più di un motivo di interesse, ma è stata vissuta in modo particolare, certamente in maniera differente rispetto al primo storico incontro in serie A di 11 anni fa. Una festa sì, a detta di molti cronisti esterni, ma in tono minore, decisa sul campo da una fiammata all’ultimo minuto che ha dato nuova linfa in chiave salvezza alla società della Diga, che con l’innesto di mister Corini, ora sembra davvero avere le carte in regola per centrare una nuova salvezza. E per quanto l’Hellas abbia ristabilito una gerarchia mai messa veramente in discussione, almeno nella percezione locale, il Chievo in serie A rappresenta una scommessa ormai vinta diversi anni fa e che conferisce alla città prestigio. In fondo, tolte le metropoli, nessuna altra città è rappresentata da due compagini nella massima serie.

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Ma dietro a loro, si sta facendo largo, partita dopo partita, con una consapevolezza della categoria e dei propri mezzi sempre più distinti, la Virtus Vecomp dell’allenatore/presidente Gigi Fresco. Emanazione, più ancora rispetto a Chievo, che tutto sommato è una vera frazione, di un quartiere della città, in questo caso Borgo Venezia, dopo anni buoni in serie D, da questa stagione, con umiltà ma con fiera determinazione, si sta disimpegnando alla grande nella seconda divisione della Lega Pro.

Categoria, come ampiamente descritto in altro post, destinata a scomparire ma che permetterebbe alle classificate nella prima metà della graduatoria, di partecipare l’anno venturo alla nuova Lega Pro, una serie C unica come accadeva negli anni ’70, una categoria che al momento vedrebbe inserita alla grande la Virtus, domenica vincitrice sul tosto Renate.

Una squadra affiatata, ben disposta in campo, che non molla davvero mai e che sinora non ha mai dato impressione di soccombere contro nessuna squadra.

In serie D sta faticando la Sambonifacese, che dopo anni ottimi tra i professionisti, sta ancora forse pagando lo scotto di una retrocessione inaspettata due anni fa che l’ha fatta ripiombare tra i dilettanti in forma ridimensionata. Benissimo invece sta facendo il Legnago, prestigiosa società della Bassa Veronese, partita a fari spenti ma che da un paio di mesi ha ingranato la marcia giusta, arrivando davvero a un passo dalle zone di vertice, dove è al momento issata la Pro Piacenza. Nonostante il mezzo passo falso dell’ultima giornata, la squadra capitanata dall’ex promessa delle giovanili del Chievo, Maycol Andriani, sta dando del filo da torcere a tutte le favorite del girone, nel contesto di un raggruppamento di ottimo livello.

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Scendendo di categoria, in Eccellenza, nel girone misto del Veneto, grande ammucchiata in vetta dove stazionano al momento due squadroni come Rovigo e Arzignano, con due veronesi appena un gradino sotto: il Villafranca e il Cerea. Quest’ultimo, il “Piccolo Toro”, reduce da una mesta retrocessione dalla serie D, dopo una partenza un po’ risicata, è risalita alla grande, con un filotto incredibile di vittorie che l’ha portata sino a raggiungere le lanciatissime capolista. Un traguardo raggiunto e poi sfumato domenica, dopo l’incredibile sconfitta subita contro una rediviva e convincente Ambrosiana. Nulla è perduto comunque per il Cerea che, numeri e uomini alla mano, sembra possedere tutte le carte in regola per tornare in serie D al primo colpo. Appena sotto non dà segni di cedimento il Villafranca, dietro solo di un punto e, come il Cerea, protagonista di una lunghissima rimonta nei confronti di Rovigo e Arzignano. Il livello di queste 4 squadre è davvero elevato ed è un peccato che solo due, di cui una dopo spareggi, potranno accedere a categorie superiori. Nel frattempo, godiamoci un campionato mai così equilibrato.

Tutti pronti a Verona per il grande derby tra Hellas e Chievo!

Cresce di giorno in giorno in città l’attesa per il derby veronese tra Hellas e Chievo, in programma sabato alla ripresa del campionato. Un confronto atteso anni, se è vero che gli unici due derby nella massima serie sono stati disputati 11 anni fa, terminati con una vittoria a testa. Pochi però avrebbero razionalmente immaginato che quella prima stagione in A del Chievo sarebbe stata l’inizio di un consolidamento reale nel calcio che conta, intervallato solo da una nefasta stagione (la stessa giunta dopo il culmine dell’anno precedente, quando con Pillon gli uomini della Diga si issarono fino a raggiungere la zona Champions League) e prontamente riscattata l’anno successivo col mister delle promozioni Iachini. Viceversa per la squadra più storica e titolata della città, da lì in poi sarebbe iniziato un vero calvario, costituito da retrocessioni (drammatica proprio quella conseguente il primo derbyssimo), campionati grigissimi in cadetteria, fino al fondo toccato con lo spauracchio C/2 (chiamiamo le cose come stavano, così si… capisce meglio!). Ora le gerarchie sono nuovamente pareggiate, il clima è quello appunto della grande attesa e di uno scontro più “razionale” se vogliamo, meno da “provincia”, sebbene come tutti sanno Chievo altro non è che uno (splendido) esempio di artigianato portato ai massimi livelli negli anni, emanazione di una frazione, più che di un quartiere, altrimenti anche Londra sarebbe piena zeppa di “quartieri” arrivati in Premier!

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Se da una parte l’Hellas si è riappropriato di una supremazia che, sugli spalti almeno, non è mai stata messa in minima discussione, dall’altra è anche vero che il Chievo,seppur in modo graduale, se n’è costruita una più credibile, non più fatta quasi esclusivamente di simpatizzanti, tifosi delle grandi squadre o da città limitrofe (come Mantova e Trento le cui compagini da anni faticano a emergere ad alti livelli, eccezion fatta per i famigerati anni targati Lori) che ne “approfittavano” per vedere all’opera i grandi campioni di Juve, Milan o Inter. Per non parlare di immagini che dilagano su You tube, con le “vecchiette” allo stadio, in “curva” armate di panini imbottiti al salame e torta alle mele, con i propri nipotini. Immagini che sarebbero invero tutt’altro che deleterie se pensiamo al degrado di certi stadi, senza entrare nello specifico di alcune situazioni estreme protagoniste nelle ultime settimane, ma che negli anni hanno suscitato più di qualche ironia.
Dicevo, però, come evidenziato anche da un amico giornalista veronese, Francesco Barana, che negli anni il tifoso medio del Chievo si è avvicinato, se non proprio allineato a quello delle altre squadre, pur mantenendo un alto senso di civiltà, che comporta immancabilmente (ed è un merito spesso sottovalutato) il premio Fair Play di fine anno.. insomma, magari sparuto, ma il pubblico fa anche qui, o lo può fare, la sua parte.

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Nel caso dell’Hellas però questi discorsi sono palesi, evidenti e maggiormente enfatizzati a maggior ragione in serie A, dove forse in effetti mancava da troppo tempo anche agli avversari un paragone simile. Già, perché molti cronisti, giornalisti, specie i più giovani, sembrano quasi meravigliarsi dei cori continui, dei canti incessanti, dei brusii perenni, degli incitamenti in stile inglese (metro di confronto abusato ma che mai come accostato ai “Butei” ci calza a pennello). In realtà bastava si fossero sintonizzati in questi anni anche sulla Lega Pro per capire quanto i “ragazzacci” della Curva Sud non siano solo quelli sprezzantemente dipinti come leghisti, teppisti e violenti. C’è una frangia più estrema, inutile negarlo, come vi è insinuata in ogni latitudine nel calcio, ma la maggioranza di questi tifosi hanno un attaccamento davvero encomiabile ai colori, e seguono la squadra ovunque, in C così come in A, facendo sentire e valere tutto il proprio calore. Quindi, non sarà un derby tra big come Milan e Inter, nella loro storia quasi sempre scontri per il vertice; non sarà una “lotta di classe” come a Torino, dove l’indomito Toro spesso riesce con prestazioni epiche a sovvertire pronostici quasi sempre favorevoli in partenza ai “ricchi”; non saranno le roventi gare di Roma e Genova, quando un derby talvolta funge da volano per dare senso a un’intera stagione e la passione raggiunge livelli di guardia, ma anche il quinto derby dell’anno (mai stati così numerosi e ci auguriamo che possano rimanere così tanti anche negli anni a venire) ha più di un motivo di interesse, e avrebbe meritato alla grande il prime time, anziché venir disputato alle 18, oltretutto creando in città un certo disagio, vista la compresenza di altri eventi importanti nello stesso fine settimana. Ma tant’è, si va verso una sfida da tutto esaurito, e non poteva essere altrimenti, visto il già elevatissimo numero di abbonamenti siglato dall’Hellas Verona.
A livello tecnico, invece, come ogni derby sarà una partita a sé, e certamente la pausa avrà contribuito in entrambi i casi a mettere ordine alle idee, specie in casa Chievo, dove si è consumato il divorzio da Sannino, che aveva raccolto davvero poco in questa prima fase, facendo sprofondare la squadra all’ultimissimo posto in classifica. L’attenuante di una rosa parsa sin da subito più debole rispetto alle precedenti stagioni sta in piedi fino a un certo punto; il fatto è che il tecnico ha saputo con poca convinzione immettere le proprie idee nei calciatori e compito del figliol prodigo Corini, già artefice della squadra miracolo che arrivò in serie A sotto la guida di Delneri, di cui era orgoglioso capitano e della comoda salvezza ottenuta l’anno scorso da subentrato sarà quello di far invertire la rotta. Corini tra l’altro è un ex, avendo giocato – poco causa infortuni – pure con la maglia dell’Hellas.
Hellas che indubbiamente, stando ai numeri attuali, parte favorito. Scivolone col Genoa a parte, che ci si augura rimarginato, rimane la rivelazione del campionato, nel quale da neopromossa, sta mostrando un gioco scintillante, di qualità e ardore, forte di un allenatore che è simbolo stesso della squadra, condottiero nel vero senso della parola: un Mandorlini al top, che sta raccogliendo finalmente anche nella massima serie quanto di ben seminato lungo un’esperienza che l’ha portato anche a vincere oltre confine. Un tecnico che ha messo da parte certe intemperanze, spronato probabilmente anche da una società finalmente impeccabile, seria e competente nelle figure dei pragmatici presidente Setti e direttore sportivo Sogliano, uno dei più giovani e interessanti nel ruolo.
A livello di squadra, il Chievo a mio avviso dovrà recuperare in primis alcuni giocatori parsi l’ombra di sé stessi, specie il francese Thereau, determinante l’anno scorso con i suoi molti gol e assist e far perno su un ritrovato Dainelli (da quando l’ex viola è tornato nei ranghi la difesa è parsa molto solida), oltre che affiancare un uomo di qualità in mezzo al campo a capitan Rigoni, che non può sempre cantare e portare la croce.

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Del Verona ormai si sa quasi tutto, e anche questo fa specie: non si era quasi più abituati a tutta questa attenzione mediatica nei confronti dell’ultima vera provinciale in grado di vincere uno scudetto. Mai come in questo inizio di stagione però titoli ed elogi sono meritati e commensurati al reale valore mostrato in campo dalla truppa di Mandorlini. Un gruppo vero, affiatato, dove elementi di lotta vanno a braccetto con quelli di fioretto. Dove accanto a gente di spessore e qualità vera (il “vecchio” Toni, i giovani Jorginho e Iturbe che tutti ci invidiano, in attesa di vedere all’opera pure Cirigliano), c’è gente da serie A come Romulo, Jankovic e Donati, senza dimenticare l’apporto fondamentale, e in alcuni casi sorprendente, degli elementi protagonisti della grande cavalcata, alcuni addirittura già presenti in Lega Pro (gente come Rafael, Maietta, Albertazzi, Gomez, Cacciatore, Hallfredsson o lo stesso Jorginho). Insomma, un mix che finora, specie tra le mura amiche del Bentegodi, si sta dimostrando vincente, visto che la maggior parte dei 22 punti sono stati incamerati proprio in casa.
Che derby sia allora, e vinca il migliore!

curva

Nessuno parla del Chievo, nemmeno dopo l’ennesima salvezza conquistata con merito e con largo anticipo

Ormai è risaputo: la squadra meno reclamizzata della serie A, ma direi quasi anche tra massima serie e cadetteria, è il Chievo.

Non c’è niente da fare, non basta l’ennesima salvezza conquistata con merito e con largo anticipo sul campo a sancire un plauso ai gialloblu della Diga, macchè… tutti a rimarcare l’errore arbitrale che ha penalizzato il Siena e nella fattispecie il difensore Paci.

Certamente il Chievo non fa notizia perchè non ha tifosi, o per lo meno, non ha una tifoseria di ultras, ma quasi di boy scout; non fa notizia perchè i propri tifosi non intonano cori razzisti, nemmeno contro gli avversari, pensa te… non fa notizia perchè non ha una storia da poter vantare; non fa notizia perchè i vari Campedelli, Sartori, Corini non sono dei simpaticoni, non ammiccano, anzi, passano per scorbutici, saputelli, snob.

Eppure bisognerebbe limitarsi a guardare il campo e elencare i risultati: da quando è salito in A nel 2001, al termine di una strepitosa cavalcata targata Del Neri, il Chievo è retrocesso solo una volta in 12 anni, risalendo tra l’altro prontamente e con facilità irrisoria.

So che non sembra, ma parlo da tifoso storico dell’Hellas, a cui viene sempre più difficile ammettere che persino in città passi quasi inosservata l’ennesima impresa del Chievo, come sempre messo alla berlina a inizio campionato dai soliti giornali nazionali che hanno una gran fretta di vederlo tornare nei ranghi. In città esiste solo l’Hellas ed è chiaro che per chi come me da bambino o da adolescente ha visto vincere lo scudetto, e piazzarsi spesso nelle zone medio alte la propria squadra locale, ora non si possa entusiasmare dinnanzi a comode salvezze, divenute quasi scontate e banali. Ma gli organi di stampa, le tv, possibile che non dedichino il giusto spazio ai Mussi Volanti? Quante volte abbiamo sentito parlare di “quanto gioca bene il Parma di Donadoni”, di “come è forte l’Atalanta”, di “quante individualità ricche di qualità abbia il Bologna”. Embè, come ogni anno il Chievo finisce pari in classifica, se non davanti, alle squadre citate.

il gol vittoria di capitan Pellissier contro il siena

il gol vittoria di capitan Pellissier contro il siena

Ricordo che Sartori litigò in diretta con uno dei migliori e più influenti giornalisti veronesi… non so se si sia incrinato in quel momento il rapporto tra stampa locale e il Chievo… un rapporto ormai ridotto al lumicino, specie se paragonato ai tantissimi titoli e programmi che trattano argomenti sull’Hellas, e che  erano tantissimi  anche quando la squadra era agonizzante in fondo alla classifica di Lega Pro.

Sarà che sono deluso dall’andamento attuale degli uomini di Mandorlini, su cui tutti gli addetti ai lavori avevano scommesso a mani basse quest’anno e che invece si devono ricredere, visto che molto probabilmente andremo ai play off e saranno durissimi. Nel frattempo però sarebbe ingiusto sottovalutare la nuova salvezza del Chievo.

Lo so, è un post strano, confusionario, dettato dalla gelosia e forse dall’invidia, ma anche dalla frustrazione nel vedere in affanno la mia squadra del cuore.

In ogni caso, c’è una gara da giocare contro il Brescia, e bisogna vincere… non serve altro

Nella Lazio dei miracoli, perchè nessuno parla mai di Giuseppe Biava? La storia di un grande difensore, scopertosi big dopo i 30 anni

Nella splendida stagione laziale, che viene a completamento delle due precedenti quando, con un po’ di fortuna in più, invece di “sfiorarla” la zona Champions, la si sarebbe potuta ottenere con pieno merito, i punti sono suddivisi in parti uguali tra un tecnico rivelazione come Petkovic, una società che sta sempre di più diventando modello, nonostante l’antipatia di fondo dimostrata a più riprese dal boss Lotito e la rosa dei giocatori, ricca di indubbio talento.

Gente come il bomber sempreverde Klose, i centrocampisti dai piedi buoni Hernanes (uno dei migliori stranieri giunti in Italia negli ultimi 5 anni), Mauri e Ledesma, i consolidati Konko, Radu e Marchetti o gli emergenti Lulic e Candreva spesso entrano nell’immaginario dei tifosi o anche dei più semplici appassionati di calcio italiano, ai quali non può sfuggire la qualità del gioco biancoceleste.

Tuttavia, c’è un giocatore assai poco reclamizzato che da due e anni e mezzo a questa parte sta comandando di fatto la difesa, con intelligenza tattica, esperienza, grinta e tenacia: sto parlando di Giuseppe Biava.

Giuseppe Biava, uno "stopper" impeccabile

Giuseppe Biava, uno “stopper” impeccabile

Bergamasco e quasi mio “gemello” (essendo lui nato l’8 maggio ’77, noto che ci dividono soltanto 3 giorni!) da tempo immemore gioca da professionista e quasi sempre da protagonista, dagli inizi pionieristici in C quando l’Albinoleffe non si chiamava ancora così (infatti lui militava nell’Albinese prima che si fondesse appunto con il Leffe) e una parentesi formativa a Biella.

La svolta, dopo anni di onorato servizio cadetto a Leffe, avviene con la chiamata del Palermo di Guidolin, all’epoca desiderosa di conquistare la massima serie con una grande produzione di sforzi, anche economici.  Zamparini allestisce una rosa che non può avere rivali in B, con gente come Luca Toni, che da qui spiccherà il grande salto, l’altro futuro campione del Mondo Grosso, i centrocampisti offensivi Santana e Zauli, il leader in mezzo al campo Eugenio Corini, dopo i fasti del Chievo sceso per guidare i rosanero verso la tanto agognata promozione e altri validissimi interpreti come un rampante Gasbarroni e un Brienza poi tornato dopo onorata carriera in Sicilia .

In difesa il terzetto base recitava Ferri – Biava – Accardi.  Non erano ancora conosciuti, ma gli ultimi due poi si ritroveranno entrambi in A avversari nel derby di Genova, quando sembrava essere Accardi il più accreditato a recitare il ruolo del difensore emergente, erede di Cannavaro per alcuni critici. Invece, mentre quest’ultimo finirà in panchina alla Sampdoria e non saprà confermare le belle premesse della prima annata blucerchiata con Mazzarri alla guida della squadra, Biava al Genoa divenne presto baluardo insuperabile, capace con il tattico Ferrari e il talentuoso Criscito di garantire aggressività, rendimento (è uno che non molla mai l’osso) e attaccamento alla maglia, doti sempre preziose nel calcio che conta.

Clamorosamente però non verrà confermato dopo delle validissime stagioni sotto la Lanterna (il Genoa però proprio da tre anni a questa parte inizierà un vortice di cambi e scambi infinito, tra giocatori e mister) a più di 30 anni finirà addirittura nella Capitale, alla Lazio. Come al solito all’inizio non verrà considerato tra i titolari, il suo nome non riempirà le colonne dei quotidiani o non farà impennare i tweet dei tifosi ma sia Reja che Petkovic non avranno mai dubbi sul suo utilizzo.

Difensore vecchio stampo, uno stopper perfetto se fossimo negli anni ’80, Biava non si risparmia mai, non teme nessun attaccante, nemmeno i più prestigiosi, è costante nel rendimento – anche più di compagni tecnicamente meglio dotati come Diakitè o Dias – e qualche golletto riesce persino a segnarlo.

A quasi 36 anni pare ancora pienamente in forma, e forse riuscirà a strappare un rinnovo del contratto (gli scadrà a fine giugno 2013) che francamente meriterebbe alla grande.

Suggellare una carriera partita in sordina, ma proseguita migliorando di anno in anno come il vino buono, addirittura con la conquista dello Scudetto forse sarebbe chiedere troppo, ma qualcuno a Roma in fondo ci sta facendo un pensierino, visto anche i passi falsi della Juventus.

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