Verona campione d’inverno in serie B: diamo i voti ai protagonisti del girone d’andata

Il VERONA ha mantenuto alle promesse estive, terminando il girone d’andata al primo posto solitario in classifica davanti alla rivale più accreditata alla vigilia, il Frosinone, tenuto a distanza di 3 punti.

Un cammino non propriamente lineare, ma in pratica condotto quasi sempre da capolista, dal momento in cui si era riusciti a superare la lepre Cittadella di inizio stagione.

Proprio il derby perso in maniera agghiacciante ha fatto da spartiacque alla prima parte di stagione gialloblu, più ancora che la sorprendente sconfitta interna della settimana precedente con il Novara, quando da imbattuti fra le mura amiche, i veronesi ne presero ben 4.

Da allora è stato un mix di partite giocate tra paura, imbarazzo, trepidazione e solo lampi del gioco fantastico, avvincente e assai redditizio (una media di quasi 3 gol a partita al Bentegodi), visti nelle prime 13 partite.

Un calcio qualitativamente senza eguali in B, con possesso palla e giocate di fino, sprazzi di talento puro in molti interpreti ed entusiasmo alle stelle.

La realtà ormai conclamata, e lo dico a ragione dopo la convincente ultima vittoria che ha chiuso il girone in casa contro il Cesena, è che “quel” Verona di inizio stagione ha nelle proprie corde prestazioni del genere, ma che purtroppo palesa pure delle lacune (che ci si augura possano in qualche modo essere corrette intervenendo a gennaio sul mercato).

Mister Pecchia ha saputo vincere la diffidenza iniziale, puntando su un calcio fatto di fraseggi, possesso palla e tanta qualità.

Mister Pecchia ha saputo vincere la diffidenza iniziale, puntando su un calcio fatto di fraseggi, possesso palla e tanta qualità.

PECCHIA, nonostante qualche detrattore proprio non lo digerisca e non gli perdoni nulla, ha mostrato invece nel momento più critico di essere anche realista, provando a vincere le gare in modo differente da come le aveva sempre impostate dall’inizio. Anche soffrendo, non solo giocando sul velluto. E questa potrebbe essere una prospettiva più consona al restante cammino che ci resta da qui alla promozione in serie A.

Per il resto personalmente applaudo al tentativo, spessissimo riuscito, di provare a fare sempre la partita, giocando nel vero senso della parola, in modo offensivo, armonioso, veloce, facendo divertire il pubblico. Questo è il calcio che mi piace e che ho sempre sperato di poter vedere anche a Verona.

Il fatto che abbiamo dilapidato un grosso vantaggio è stato in qualche modo assorbito dalla poca costanza dei nostri rivali, anche se ormai certe gerarchie paiono piuttosto chiare, così come i valori in campo. Il fatto è che in B le sorprese sono dietro l’angolo e basta davvero pochissimo per soverchiare pronostici e ribaltare statistiche.

Di seguito ecco i miei giudizi sui singoli giocatori della rosa gialloblu:

NICOLAS 6,5 – Un voto “mediano”, pregiudicato dalla prestazione sconcertante di Cittadella in primis e da alcune uscite a vuoto di troppo, in stile kamikaze. Credo che pur essendo il portiere brasiliano ancora molto giovane (specie per il ruolo stesso), non possa migliorare molto su alcuni fondamentali. Che sia spericolato, si senta sicuro in determinate situazioni e agisca con un “consapevole istinto” credo faccia parte del suo dna. Allora apprezziamolo almeno per i tanti salvataggi miracolosi, per gli interventi reattivi e per averci portato in grembo anche dei punti preziosi. Per il resto speriamo di non trovarci in finale playoff fra 6 mesi, come accaduto l’anno scorso al Trapani quando purtroppo per lui una sua “sbavatura” contribuì a regalare la promozione in A al Pescara, dopo che personalmente aveva disputato una grande stagione.

PISANO 6 – Uno come lui in B dovrebbe fare la differenza, e invece il miglior Pisano ancora non si è visto. Forse non era tra i più convinti a rimanere, questa almeno è la mia sensazione, più volte smentita fra l’altro dal giocatore. A tratti ha sì trascinato la squadra con belle sgroppate sulla destra, ma il più delle volte è parso nervoso, distratto, poco partecipe.

BIANCHETTI 6,5 – Quale sarà la dimensione vera di questo difensore da sempre coccolato dalla critica nazionale e protagonista, dati alla mano, di un importante percorso giovanile con tutte le maglie della nazionale azzurra? A 23 anni forse è presto per tirare somme ma a occhio e croce non diventerà mai un Bonucci, molto più probabile che diventi come… Ranocchia, che dello juventino era il “gemello” più talentuoso ai tempi in cui entrambi militavano nel Bari. La storia è andata diversamente e le affinità tra il nostro centrale difensivo e quello attualmente ai margini dell’Inter sono molte, secondo me, dal punto di vista tecnico.

Difettano entambi in personalità nei momenti topici, vanno in apnea anziché dare sicurezza al reparto quando la squadra è messa alle strette dagli avversari. Insomma, mica bruscoline per un difensore che ambisca a giocare ad alti livelli. Di contro occorre ammettere che spesso e volentieri in questo contesto Bianchetti abbia dimostrato di essere preciso, sul pezzo e maturato rispetto a un anno fa. L’impressione mia è che giochi meglio quando tutto il Verona viaggia in scioltezza ma che il vero perno difensivo sia il suo compagno di reparto.

CARACCIOLO 7 – Eccolo, appunto, il difensore imprescindibile della rosa. Giunto in punta di piedi ma con in realtà un robusto curriculum da giocatore “di categoria”, il buon Antonio è uno che sembra badare al sodo e soprattutto raramente si è fatto sorprendere dagli avversari. Il passato remoto da centrocampista gli ha lasciato in eredità una discreta capacità di leggere le situazioni di gioco avversario con anticipo e questo lo rende un centrale completo.

SOUPRAYEN 6 – Una sufficienza risicata e poco più per il lungagnone mancino da due anni in forza ai gialloblu. Nonostante le prestazioni siano salite di tono nell’ultimo mese, purtroppo il terzino sinistro francese raramente ha dato segni di continuità al suo gioco. Il fatto che le migliori prestazioni che gli ricordiamo siano le primissime del suo esordio in serie A non gioca molto a suo favore. Ammetto di essere fra i suoi detrattori ma dovendo scriverne in modo critico, di lui salvo l’applicazione delle ultime partite e una fisicità che spesso incute se non altro il rispetto da parte degli avversari. Per il resto non gli perdono le troppe amnesie, il giocare quasi sempre facendo il compitino e il fatto di non essere mai riuscito a sorprendermi! Dovessi proprio migliorare un reparto andrei sui terzini, poco ma sicuro.

ROMULO 7 – Un voto che rende giustizia solo in parte al grande valore individuale del giocatore. Ma appunto perché il gioco del calcio non è individuale, ecco che l’italo brasiliano ancora non è a livelli di eccellenza, nemmeno in B, categoria che gli sta senz’altro stretta. A volte eccede davvero in fughe solitarie, in azioni insistite che necessiterebbero di “viste” diverse. Ha una voglia matta di spaccare il mondo, di riprendersi le vette che aveva meritatamente raggiunto (passando proprio dall’esplosione dell’anno a Verona): la Juventus e la convocazione con l’Italia per i Mondiali in Brasile. Gli infortuni lo hanno ricacciato nell’oblio, insinuando il dubbio che fosse un calciatore finito. Sta dimostrando con i fatti che non è così, sciorinando partite da autentico campione. In altre però è abulico, sotto tono, dimesso…. E non è questo che il Verona si attende da lui per tornare in serie A.

FOSSATI 7,5 – Non una scoperta in senso assoluto, perché il ventiquattrenne gode di un assoluto credito sin da quando passò dalle giovanili dell’Inter a quelle del Milan, figurando tra i tanti “nuovi Pirlo” del calcio italiano, regista dai piedi finissimi davanti alla difesa. Da professionista aveva già cambiato diverse casacche in B, sempre dando validi contributi alla causa, specie al Cagliari, ma mai diventando protagonista. Lo sta facendo a Verona, dove è apprezzatissimo da tutti per l’immancabile impegno, la perizia, la grinta (in una squadra che nell’insieme difetta in questo aspetto) ma anche per le doti tecniche, la sagacia tattica e per alcuni colpi che ha saputo mettere in mostra. Portatore sano di cartellini gialli, in un Hellas che abbonda di piedi buoni dalla mediana in su, gli tocca fare la parte del duro che gioca sporco, ma poi è in grado di tirare fuori delle perle ancora rivelatrici della sua tecnica (vedi il suo secondo gol contro lo Spezia all’incrocio).

il fantasioso italo-brasiliano Daniel Bessa ha messo in mostra doti non comuni di centrocampista. Quasi u n lusso per la B, ha ancora tempo per puntare a consolidarsi nella massima serie

il fantasioso italo-brasiliano Daniel Bessa ha messo in mostra doti non comuni di centrocampista. Quasi u n lusso per la B, ha ancora tempo per puntare a consolidarsi nella massima serie

BESSA 8 – Che avesse tanto talento lo si sapeva da tempo, da quando ad esempio vinse con l’Inter la Youth League (allora Next Generation Series); che avesse qualità tecniche superiore alla media lo si era visto sin dai primi vagiti in casacca gialloblu, nel modo naturale di trattare la palla, di gestirla, di fare sempre la giocata giusta; che sia di passaggio in cadetteria lo si è capito altrettanto presto. Un centrocampista così figurerebbe benissimo anche nell’attuale serie A, categoria che aveva già raggiunto un paio di anni fa col Bologna prima di infortunarsi gravemente e di ripartire da Como, protagonista comunque di un’ottima stagione a livello personale, nonostante l’inopinata retrocessione dei lariani.

Daniel è un giocatore da tichi taca, da futsal, che però non eccede mai in giocate fini a sé stesse, sa anzi mettersi al servizio della squadra, gioca a testa alta, non tira indietro la gamba, è a disposizione del mister, così schizofrenico a livello tattico specie con i centrocampisti, a cui richiede sovente di cambiare posizione in campo. E così lo si è visto giocare da mezz’ala (prevalentemente), ma anche da laterale sinistro e da regista centrale, sempre in grado di dare un ottimo contributo. Il calo fisico che ha avuto nella seconda parte di stagione è coinciso guarda caso con il periodo più nero della squadra ma essere riusciti ad acquistarlo, grazie ai gettoni di presenza già timbrati, è stato certamente un grandissimo affare.

SILIGARDI 6,5 – Inutile girarci attorno, da lui ci si attende sempre qualcosa di più. I tifosi si sentono in qualche modo “traditi”, perché del giocatore tanto osannato, e che almeno in B dovrebbe fare valere una tecnica superiore, si sono viste poche tracce. Troppe volte è assente ingiustificato, quando si intristisce se non gli riesce un dribbling, se una giocata gli viene stoppata… In questo mi ricorda un vecchio gialloblu: Salvetti, anch’egli facile ai condizionamenti ma anche decisivo e importante quando invece la partita gli girava per il verso giusto. Speriamo che con un allenatore come Pecchia sempre pronto a rinnovargli la fiducia, siano più le giornate positive che quelle negative.

il Pazzo si sta prendendo la sua rivincita, leader in campo e autentico big per l'intera categoria. Già 16 gol segnati in appena 17 presenze

il Pazzo si sta prendendo la sua rivincita, leader in campo e autentico big per l’intera categoria. Già 16 gol segnati in appena 17 presenze

PAZZINI 9 – Un tocco un gol, verrebbe da dire. Statistiche alla mano non è così, e poi i numeri non mi sono mai piaciuti. Però è indubbio che Pazzini sta facendo il Pazzo! Capocannoniere in solitaria, 16 reti in 17 gare, un pericolo costante in area avversaria, un attaccante che, si sa, ha un pedigree molto diverso da un contesto simile. E allora dovrebbe essere scontato un suo exploit, tale da non fargli meritare un 9 in pagella, direte voi… Invece il bel voto tiene conto della sua determinazione, della sua leadership, della sua voglia di rivalsa confermata dai fatti e non solo in veste di parole, di aver sposato la causa ai fini del raggiungimento dell’obiettivo.

LUPPI 6,5– Tanta abnegazione, una zanzara cui piace punzecchiare sulla fascia ma soprattutto l’orgoglio di vestire la nostra maglia, l’idea che giocare per il Verona sia il coronamento di una carriera sinora vissuta ai margini del calcio che conta e giunta come premio di una carriera via via sempre in progredire. Non credo che Luppi possa ambire a di più, già nel Verona si alterna con altri interpreti e non rappresenta un top sulla fascia, però sta dando il suo valido contributo, mixando quantità e qualità.

VALOTI e ZACCAGNI 7 – Quasi senza accorgersene ci siamo ritrovati con due giocatori in squadra pronti a recitare un ruolo da protagonisti in campo. Li conoscevamo già, entrambi avevano già esordito bene in serie A, specie il primo, figlio d’arte ma così diverso dal padre Aladino, anch’egli ex gialloblu. Mattia aveva pure segnato nella massima serie ma poi l’anno scorso sembrava aver buttato via una stagione, perso tra due prestiti in B poco edificanti.

Zaccagni, invece, di due anni più giovane (è un 95) era finito addirittura in Lega Pro, dove ha contribuito alla promozione del Cittadella ma sembrava ai margini del progetto, pronto a un nuovo prestito. Sono riusciti entrambi non solo a farsi trovare pronti, quando servivano alternative al gioco, ma anche in più occasioni a essere decisivi per il risultato. Gol, buone giocate, personalità, capacità di adattarsi a più ruoli (Valoti può fare la mezz’ala, il trequartista, l’interno; Zaccagni l’interno, il regista, l’esterno, addirittura Pecchia l’ha schierato da terzino destro). Insomma, due pedine che saranno sicuramente molto utili alla causa.

Gli altri giocatori hanno avuto meno chance di mettersi in mostra e quindi mi risulta difficile dare un giudizio su questa prima parte di stagione. E’ indubbio che ci attendevamo più gol (ma forse anche più minutaggio, e probabilmente la scarsa vena realizzativa dipende in primis da questo) da GANZ. L’attaccante, figlio di Maurizio “el segna semper lu”, sembra avere il guizzo giusto e le attitudini da bomber di razza e reclama spazio (o almeno lo sta facendo il suo procuratore su pressione indiretta della Juve che ne controlla il cartellino) ma io lo terrei comunque fino a giugno. Davanti ha Pazzini e mi sa che deve solo sperare che Pecchia in alcune gare si affidi a un gioco a due punte, altrimenti dovrà farsi valere in zona gol nelle briciole che gli verranno riservate.

GOMEZ e CHERUBIN sono giocatori esperti, di sicuro affidamento. Il primo ha fatto la storia recente dell’Hellas, probabilmente farebbe comodo a molte squadre avversarie, ma ha lo spirito giusto ed è rimasto consapevole di non dover ricoprire un ruolo di primo piano nelle scelte del mister. Non sono pervenuti MARESCA e TROIANIELLO: per carità, i comprimari ci sono sempre stati, ma almeno da Enzo ci si aspetta che guidi la squadra con maggiore autorevolezza una volta chiamato all’appello. Ha sorpreso il difensore BOLDOR nella gara di chiusura vinta ieri al Bentegodi. Ha addirittura segnato di testa con un bello stacco in area ma è parso soprattutto sicuro, pratico, concreto sull’attaccante avversario, e nella fattispecie si trattava del cesenate Djuric, uno dei più pericolosi dell’intera categoria. Esame superato per lui e così in casa ci troviamo una pedina preziosa per il futuro, in un reparto anche quest’anno messo sotto accusa per i gol subiti (per fortuna in misura minore rispetto all’ultimo biennio, e ben compensati da un’esplosiva forza offensiva), alcuni in maniera piuttosto imbarazzante.

ZUCULINI da acquisto di peso si è rivelato suo malgrado il flop di stagione, collezionando pochissimi minuti e dando credito purtroppo a quello che era risaputo da due anni: un giocatore con troppi problemi fisici dovuti a infortuni e continue ricadute. Spiace perché il dna sarebbe quello del lottatore, del calciatore tipo che piace ai tifosi per spirito da guerriero, per determinazione e “cattiveria”, abbinate nel suo caso anche a buone doti tecniche, come certificato dallo splendido anno a Bologna. Speriamo da qui a fine stagione possa mettere anche la sua firma sulla tanto sognata promozione in A.

Stesso dicasi per FARES, soltanto un paio d’anni fa portato a emblema dell’ottimo lavoro del settore giovanile, con lui attaccante esterno in grado di fare sfracelli in area, con doti fisiche straripanti, un’ottima corsa e tanta personalità. In A aveva messo insieme un numero discreto di presenze e buone prospettive, pur dando l’impressione di non essere tagliato per agire da terzino sinistro. Pecchia lo aveva restituito al cuore del gioco, sin dal suo insediamento sulla panchina gialloblu, mettendolo largo a sinistra in un tridente d’attacco. Per ora Fares è quello che più ha deluso, negativo sia davanti che soprattutto indietro, dove ha peccato clamorosamente in due occasioni, fin quasi a scomparire dai radar. Il futuro è dalla sua parte (ha appena 20 anni) ma deve limare il suo comportamento, che troppe volte lo ha visto eccedere in nervosismi.

La rosa, sbandate a parte, ha dimostrato la sua forza ma il mercato di gennaio, specie considerando l’ingente bottino ottenuto dal “paracadute” dello scorso anno, potrebbe puntellare alcuni reparti di giocatori “di categoria”, magari andando a pescare proprio dalle dirette avversarie.

Troppo scetticismo attorno al nuovo Hellas Verona di Pecchia e Fusco

Per una volta il mio titolo dice già tutto: niente giri di parole e via alla riflessione.

Come tutti sapete – almeno chi mi conosce un pochino – sono un grande appassionato della prima squadra della mia città, l’Hellas Verona (detto con tutto il rispetto per il Chievo e senza intento di provocazione), ma allo stesso tempo mi è sempre piaciuto seguire il calcio a 360 gradi, e per ogni questione che lo riguardi mi piace contestualizzare le mie argomentazioni.

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E’doveroso premettere che siamo reduci dalla peggior stagione di sempre in serie A, con una retrocessione annunciata già a novembre/dicembre (ma non un anno fa, quando invece i pronostici “dalla parte sinistra” della classifica si sprecavano) e uno scoramento generale dovuto al brusco e repentino ridimensionamento, dopo aver cullato la speranza di consolidarsi nella massima serie.

Certamente non è semplice ripartire sorretti dalla giusta dose di fiducia e ritrovare d’incanto quegli stimoli, quella motivazione e anche quella voglia di rivalsa che in situazioni simili è più facile smarrire. Si è chiuso irrimediabilmente un ciclo vincente, sarà tra l’altro la prima stagione post-Luca Toni, campione e uomo simbolo di questi tre anni di A.

Eppure io personalmente, a differenza di tanti miei contatti (e pure di qualche amico stretto, tifosissimo dei gialloblu) ritengo che ci siano degli elementi favorevoli a quella che potrebbe essere una rinascita, senza addentrarsi in azzardati pronostici che poi magari ti si ritorcono contro. La delusione è molta, ancora tangibile, e verrebbe voglia di attuare un vero repulisti in casa Hellas, a partire dalla società, che lo scorso anno ha dato tanti segnali di debolezza al suo interno e di fragilità.

Visto che il padrone non lo si può cambiare – e concedendo il piccolissimo particolare che fu proprio Setti, coadiuvato da Sogliano, da Gardini e soprattutto da Mandorlini a portarci in serie A, qualcosa invero si è mosso in seno alla dirigenza, andando anche a toccare i quadri tecnici. Logorato il rapporto con il mister di Ravenna, ancora forte di un anno di contratto, e non essendo riuscito il miracolo sportivo a Gigi Delneri, dopo tanti nomi valutati, ci si è affidati al semi esordiente Pecchia.

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Si sono da subito sparsi semi di preoccupazione, quando non proprio di rassegnazione, all’annuncio dell’ex braccio destro di Rafa Benitez, nelle esperienze al Napoli e al Real Madrid. Prima ancora l’ex centrocampista fra gli altri dello stesso Napoli e della Juve, aveva solo assaggiato delle panchine da professionista, curriculum che si portava in dote anche un certo Ficcadenti, quando si accinse ad allenare i nostri colori.

Al di là dell’oggettiva scarsa esperienza di Pecchia, di lui fin da quando era protagonista in campo,  si diceva che fosse un predestinato, un allenatore in campo, un ragazzo dotato di grande intelligenza, il “giocatore-avvocato”.

Ha in fondo allenato CR7, Bale, Higuain, Hamsik, Ramos… chiunque conosca certe dinamiche, sa benissimo che un allenatore in seconda è preziosissimo nella preparazione delle squadre e il buon Fabio sembra proprio gradire un gioco “internazionale”, fatto di fraseggi, intensità, con o senza palla, soprattutto fatto di coraggio.

E da quanto tempo, categorie a parte, a Verona, non vedevamo all’opera delle squadre con queste caratteristiche? Mi direte che tutto è ancora da verificarsi, ma potrebbero valere come indizi una preparazione molto diversa rispetto all’ultimo lustro, la prova di Coppa Italia, non brillantissima sul piano tecnico ma promettente in alcuni movimenti e idee di gioco.

Fusco, il nuovo Ds, si sta muovendo bene, anteponendo i fatti alle parole e alle comparsate in tv. Sta cercando di allestire una squadra equilibrata in tutti i reparti, che abbia buoni ricambi ma pochi doppioni (assai dannosi più che utili) e si sta destreggiando pur nell’ambito di situazioni ambigue in merito alle permanenze o meno dei vari Viviani, Pazzini, Helander, Romulo

Il capitolo sui confermati, brutalmente definiti “i retrocessi” merita attenzione, perchè non si può mettere sullo stesso piano gente che ha il pensiero altrove, gente che ama la maglia, gente che forse ha finito il suo ciclo, gente che in A magari era debole ma in B potrebbe farsi valere eccome e gente che realmente è già in clima campionato col solo obiettivo di dare il massimo. Ho omesso di fare i nomi, ma immagino che mi abbiate capito.

Credo che alcuni possano ancora dare tanto, e vanno salvaguardati e incoraggiati, e su questi sarà utile contare per cementare un gruppo che possa coniugare mentalità vincente e voglia di emergere.

Sono soddisfatto di tutti gli innesti: Luppi e Ganz hanno una gran voglia di spaccare il mondo, Fossati nelle nazionali giovanili faceva la differenza e in B si sta consacrando come uno dei centrocampisti più talentuosi della categoria, Nicolas è tornato da Trapani dopo un campionato da protagonista, Zuculini se sta bene è destinato a diventare un punto fermo in mezzo al campo, imprescindibile per ogni allenatore e Antonio Caracciolo, beh, si tratta con molte probabilità del miglior centrale difensivo della B, cercato un gradino più sopra da squadre di fascia media.

Più che altro in B non contano i grossi nomi: gli esempi lampanti di Crotone e prima ancora Carpi, Frosinone, Sassuolo o Empoli sono molto indicativi in tal senso. Un bravo dirigente deve essere ovviamente bravo e abile a scovare i giocatori adatti all’allenatore, quando non sia quest’ultimo a farsi valere, richiedendo uomini che ben conosce. Si devono conoscere le caratteristiche di un’ampia rosa di atleti valutabili.

L’attuale panorama cadetto non presenta ai nastri di partenza la squadra ammazza campionato, la Fiorentina, il Palermo o per rimanere ai giorni nostri, il Cagliari di turno… ci sono buone compagini, tra cui metto certamente le declassate Carpi e Frosinone, il cui exploit non ritengo del tutto isolato, ma nessuna mi pare in grado di guardare tutti dall’alto in basso ai nastri di partenza.

Io lascio ai complottisti o ai dietrologisti le accuse neanche troppo velate di non volere subito la promozione, in modo da poter usufruire del restante bottino del paracadute nella prossima stagione… questi discorsi mi fanno ridere, non hanno senso.

Il torneo di B è lungo e logorante, non scopro l’acqua calda, ed è impensabile tentare improbabili fughe. Sono 42 partite in cui gradualmente si dovrà cercare di trovare l’assetto giusto, quel quid che potrebbe far sbaragliare le carte, ridare entusiasmo, sospingere la squadra. Sappiamo tutti quanto può dare il Bentegodi, la sua gente, il suo Popolo, quello dell’Hellas.

Io mi auspico di fare un buon campionato, di divertirmi, di vedere una squadra propositiva, determinata, che abbia personalità in casa e fuori, che non abbia paura di sbagliare, che ce la metta tutta.

E credo che in fondo siano requisiti che interessano a tutti i tifosi gialloblu. Poi le cose potranno venire da sè, fino a farci spiccare nuovamente il volo.

Considerazioni finali sul campionato di serie A 2015/2016

Si è concluso tra sabato e ieri il campionato di serie A, con le partite decisive ai fini degli ultimi piazzamenti “caldi” in contemporanea, per “garantire la regolarità del torneo” (concetto quantomeno “ballerino”, visto che partendo da quei presupposti, si sarebbero dovute disputare tutte e 38 le gare allo stesso orario).

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Quello che doveva in qualche modo sancire un passaggio di consegne in vetta, con diverse squadre che di volta in volta vi si erano affacciate, alcune pure soggiornandovi a lungo (Inter, Roma, Fiorentina, Napoli), è finito per diventare il campionato che certifica il nuovo status leggendario di un club come la JUVENTUS, capace di aggiudicarsi ben 5 scudetti consecutivi, impresa capitata solo altre tre volte in serie A (la stessa Juve ’30-’35, quella cosiddetta “del quinquennio” appunto, il Grande Torino negli anni ’40, intervallati tuttavia dallo stop bellico e dall’incursione dei Vigili del Fuoco di La Spezia, e infine l’Inter del dopo-Calciopoli).

Insomma, la squadra di Allegri ha compiuto letteralmente un’impresa, specie rapportandola al calcio moderno, soprattutto tenendo conto delle serie difficoltà incontrare a inizio torneo, giustificate poi in modo fisiologico, viste le rinunce in estate a tre big riconosciuti come Pirlo, Vidal e Tevez.

Allegri c’ha messo solo un po’ di tempo per tastare il livello qualitativo della sua “nuova” Juventus, sciogliendo poi le briglie a cavalli di razza come l’argentino Dybala, destinato a segnare un’epoca e il francese Pogba, all’inizio sin troppo titubante, quasi abulico, nel calarsi nei panni del leader della squadra. La stessa inedita maglia numero 10 sembrava pesargli e non poco, e pareva che senza validi scudieri come i tre citati campioni ceduti in estate il francese faticasse a trovare la sua posizione migliore in campo, oltre che una sua dimensione tecnica.

Ormai invece non ci sono più dubbi: Pogba è un fuoriclasse, destinato a compiere imprese sia individuali che di squadra negli anni a venire, anche con la stessa Juve, visto che sembra scontata una sua permanenza.

Sugli scudi anche l’eterno Buffon, che intende prolungare fino ai prossimi Mondiali, la solita difesa imperniata sui tre colossi azzurri Barzagli-Bonucci-Chiellini, fra i quali timidamente si è scorto pure il talento puro del giovane Rugani, prezioso a inserirsi al posto di uno o dell’altro, specie di Chiellini, a lungo fermo per infortunio.

Hanno dato un enorme contributo alla causa anche Mario Mandzukic, tenuto sempre in seria considerazione dall’allenatore e mostratosi utilissimo alla causa, oltre che uomo d’area e di lotta imprescindibile. Dietro hanno scalpitato Morata, che il meglio lo sembra dare nei big match, specie quelli europei (e questo alla lunga potrebbe rappresentare un limite alla sua crescita) e Zaza, autore comunque di gol decisivi, vedi quello nel big match contro il Napoli.

Anche il centrocampo lungo il cammino ha trovato un assetto vincente, con Marchisio un po’ sacrificato davanti alla difesa ma affidabilissimo e un Khedira efficace anche in zona gol, oltre che posseduto dalla tempra del leader.

Notevole impatto anche del brasiliano Alex Sandro, valido assistman e dotato di un ottimo sinistro.

Non si può considerare un flop ma forse a metà campo il fosforo era lecito aspettarselo da Hernanes, che invero si è limitato al compitino.

Il NAPOLI ha compiuto un altro passo in avanti ma il gap nei confronti dei bianconeri è ancora lontano dall’essere colmato.

Ha mostrato probabilmente il calcio migliore del torneo, specie nel girone d’andata; ha giganteggiato in avanti, col centravanti Higuain MVP della serie A, e non solo per il clamoroso exploit sotto porta (ben 36 gol in 35 partite, superato il record di Nordhal che durava da ben 66 anni), ma anche per quanto ha dato in campo, quanto è stato importante per la squadra. Sarri si è dimostrato tecnico da grande squadra, dando un’impronta evidente.

Il secondo posto è stato legittimato al termine di una corsa a due con la rediviva Roma di Spalletti, e al netto dell’intero campionato, ampiamente meritato.

Occorre ancora qualcosa però per ambire al gradino più alto del podio.

Lascia l’amaro in bocca il terzo posto della ROMA, conquistato di forza e con prepotenza, dopo un periodo disastroso che aveva portato all’esonero di Garcia e alla perdita di sicurezze. Spalletti ha saputo toccare le corde giuste, rivitalizzando alcuni giocatori (El Shaarawy, giunto a gennaio e assai prolifico), rendendo centrali al progetto altri (Nainggolan mai così incisivo) e valorizzando al meglio talenti pure come Pjanic, in odore però di cessione, Salah e Perotti, altro rinforzo della sessione invernale di calciomercato). Florenzi e Manolas sono ormai dei califfi. Dulcis in fundo, ha gestito bene una situazione che sembrava essergli sfuggita di mano: quella relativa a Totti. Il Capitano ha dimostrato che, seppur a piccole dosi, è ancora in grado di essere giocatore importante.

Il quarto posto dell’INTER di Mancini sa invece di amara delusione. Partiti probabilmente non con l’obiettivo scudetto, i nerazzurri hanno poi di fatto cullato il sogno almeno per 1/3 del torneo, quando si erano dimostrati cinici (nelle vittorie di misura), determinati (nella veemenza di gente come Medel, Murillo o Melo), solidi (nel paratutto Handanovic e in un Miranda che sembrava in stato di grazia, alla Thiago Silva)  fantasiosi il giusto (prima della riscoperta di Icardi in zona gol, in elementi poi rivelatisi incostanti come Ljajic e Jovetic).

Le certezze sono crollate nel prosieguo del campionato, dove si è evidenziata una carenza evidente di qualità generale della squadra, specie nella zona nevralgica del campo, dove il solo Brozovic, schierato però con poca continuità, poteva vantare qualche colpo.

Altalenante anche il campionato della FIORENTINA, che ha tuttavia conteso a Napoli e Roma per lunghi tratti lo scettro di “più bella del campionato”, anche se poi nei momenti clou si è come squagliata, facendo pesare il dislivello qualitativo tra i titolari designati e i loro sostituti, nonostante gli innesti di gennaio Zarate e Tello, che però non sono riusciti a innalzare il tasso tecnico generale.

Sul più bello poi Kalinic, quasi implacabile in area tra doppiette e autore di una tripletta nel girone d’andata, si è fermato, finendo per afflosciarsi in zona gol e lasciando qualche dubbio per il futuro. La mediana ha giocato alla grande, imperniata nel “solito” Borja Valero, coperto da scudieri affidabili come Vecino e Badelj. La fantasia era appannaggio del talentino di casa Bernardeschi, che in effetti ha mostrato sprazzi di classe purissima, anche se appare ancora non del tutto a fuoco, specie a livello tattico. I numeri però li ha eccome, e intanto ha accumulato una buonissima esperienza quest’anno.

Sorprende l’exploit del SASSUOLO che, al di là dell’esito della Finale di Coppa Italia tra Juve e Milan (che potrebbe, a rigor di regolamento, regalare un’immeritata qualificazione in Europa League ai rossoneri) ha mostrato agli scettici ampi progressi, e soprattutto la propria forza al cospetto di compagini che partivano favorite per questo piazzamento (oltre al Milan, anche la Lazio).

Scorrendo la rosa, però lo stupore va a scemare, visto che in porta c’è un ottimo portiere come Consigli (con la pecca di un clamoroso autogol che però non macchia una grande stagione), la solida difesa, una delle migliori, imperniata sui titolarissimi Vrsaljiko, Cannavaro, Acerbi (uno dei migliori centrali della serie A per rendimento) e Peluso; a centrocampo sono emersi il giovanissimo Pellegrini e si è rivelato in tutta la sua forza il poderoso Duncan, di scuola Inter (non avrebbe certo sfigurato tra i nerazzurri e, almeno quest’anno, il paragone tra il suo rendimento e quello del pari ruolo Kondogbia è impietoso) e in attacco, pur non assistendo alla definitiva esplosione di Berardi e certificando come deludente il torneo dell’atteso Defrel, di volta in volta si sono ben disimpegnati la saetta Politano, il classico 9 Falcinelli, oltre che il confermato guizzante Sansone.

I mezzi per migliorare ci sono ancora, ma giustamente da queste parti non si vogliono fare i passi più lunghi della gamba.

Sul disgraziato MILAN ci sarebbe da scrivere un intero libro, o molto probabilmente liquidare la faccenda lanciando un allarme: urge ritrovare la grandezza perduta! I cicli vanno e vengono, la stessa Juve prima di Conte ha faticato non poco a imporsi, con stagioni anonime alle spalle. Ma il Milan sembra incurabile da tre stagioni a questa parte: passano gli allenatori, magari si rischia pure di bruciare gente valida (d’altronde non si dicevano meraviglie di Inzaghi o Brocchi quando guidavano le giovanili?), o di perdere la bussola, come fatto con Mihajlovic.

Bacca ha segnato, è vero, Bonaventura ha tirato la carretta, sballottato come Honda per il campo, e a mio avviso è tra i pochi che forse meritano questa maglia così gloriosa per il passato che rappresenta, anche se certi totem ovviamente sono inarrivabili.

Da qualcosa bisogna ripartire, verrebbe da dire cambiando i vertici societari e magari passando sì la mano oltre Italia.

Altra cocente delusione l’ha rappresentata la LAZIO, specie se la confrontiamo con quella spavalda, spesso splendida, di 12 mesi fa. Tante incognite, una rosa immensa difficile da gestire, giocatori clamorosamente sottotono, in primis la stella Felipe Anderson, ma anche Candreva, parso involuto per metà campionato e ripresosi solo nel finale, e a farne le spese è stato Pioli, acclamato sino a pochi mesi prima ma poco vigile quest’anno e non in grado di intervenire.

Il suo successore, Simone Inzaghi, ha la stoffa per allenare e, scoppola a parte con la Fiorentina, aveva dato segni di ripresa alla squadra: chissà se sarà stato sufficiente per Lotito ai fini di una conferma.

Ottimo campionato del CHIEVO, in grado di chiudere addirittura a 50 punti, laddove solo un anno prima era stato tacciato da molti di essere tra le più papabili candidati alla retrocessione. Un giudizio in effetti sin troppo severo, visti i progressi sul finale di torneo scorso dati dalla cura Maran.

L’allenatore si è confermato alla grande, mostrando gran piglio e voglia di imporsi, senza accontentarsi. Privato del suo miglior bomber, Paloschi emigrato in Inghilterra allo Swansea di Guidolin, non ne ha fatto un cruccio, optando per altre soluzioni tattiche e ripresentando a piccolo dosaggio il leader storico Pellissier. Citazione per l’indomito attaccante Meggiorini, a tratti imprendibile, l’affidabile portiere Bizzarri, un veterano, e per l’esordiente in serie A Nicola Rigoni, che poco ha da invidiare al più navigato ed esperto fratello Luca, un totem da queste parti. Promette bene la punta Inglese, autore di gol pregevoli.

L’EMPOLI di Giampaolo compie un’impresa, aggiudicandosi il decimo posto, miglior risultato della sua storia, e rivelando al mondo autentici talenti che diverranno prede dei grossi club: Saponara, che finchè il fisico ha retto, è stato forse il miglior trequartista della serie A, Zielinsky, qualità cristallina ma anche quantità nel nuovo ruolo cucitogli addosso dal mister (mezz’ala anziché fantasista), Paredes (play dall’ottima visione di gioco, di proprietà della Roma, così come l’aitante portiere Skorupski), Mario Rui (anche per lui una fragorosa conferma dopo i bagliori con Sarri, che l’avrebbe rivoluto con sé a Napoli) e capitan Tonelli, una roccia in difesa.

Una squadra sbarazzina, che ha saputo giocare al calcio senza timori reverenziali, alla quale si può solo imputare di essersi psicologicamente adagiata nel girone di ritorno, dopo essersi praticamente salvati già a gennaio.

Difficile classificare, al di là delle posizioni in graduatoria, le stagioni di GENOA, TORINO e ATALANTA. Hanno chiuso tutto sommato bene, rispettivamente a 46 (Genoa, al pari dell’Empoli) e 45 punti (Toro e Atalanta) ma il loro percorso è stato tutto un sali scendi, costellato di illusioni, speranze e cadute piene di paura.

Forse i più costanti sono stati i bergamaschi, ben presto stabilizzati però in classifica, lontani sufficientemente dalla zona rossa e pertanto finiti col perdere presto la vis pugnandi. Si sono esaltati però elementi come il portiere Sportiello, finito giustamente in orbita azzurra, l’olandese De Roon che c’ha messo pochissimo per ambientarsi in serie A, il redivivo Borriello giunto a gennaio dopo una mezza stagione anonima a Carpi e il satanasso offensivo Gomez, tornato quello dei fasti catanesi.

Diverse le situazioni di Genoa e Torino, due compagini che per pedigree, ambiente, tifo e città, vogliono sempre ambire a qualcosa di più di una comoda salvezza. O meglio, dovrebbe essere così, ma la realtà dei fatti parla di un campionato per entrambe fatto di guizzi, exploit per lo più isolati, senza purtroppo dare continuità ad essi. Se il Torino è sembrato ai più alla fine di un ciclo, più nella guida tecnica che in campo, visto i positivi innesti di giovani come Belotti, Baselli o in misura minore Zappacosta, il Genoa può solo mangiarsi le mani per aver troppe volte smarrito le proprie qualità cammin facendo.

Gasperini però è imprescindibile, allenatore capace di far indossare molte vesti tattiche ai suoi uomini, anche di ruotarli al meglio e valorizzarli. Una base solida c’è in Perin, Izzo (entrambi vincitori in passato di uno spendido scudetto Primavera con questa maglia), bomber Pavoletti, cresciuto in modo esponenziale e in grado di mantenere anche con i galloni da titolare un’invidiabile media gol, De Maio, Rincon, Burdisso, ai quali si sono aggiunti in modo perentorio Dzemaili, Rigoni (epurato dal Palermo dove pure era tra i leader) Suso, quest’ultimo a gennaio dal Milan, dove sembrava più una meteora che un’abbagliante stella. Bisogna cercare di trattenerli tutti e ripartire da qui.

Salvezza senza patemi anche per la matricola di lusso BOLOGNA, cui ha giovato il preventivo cambio tecnico in panchina tra uno stanco Delio Rossi e un Donadoni in cerca di rivincita dopo il campionato da incubo vissuto a Parma.

Il suo Bologna ha mostrato un buon calcio, indipendentemente che giocasse tra le mura amiche o fuori di esse, anche se gli è mancato Destro, davvero sottotono, e qualche alternativa da pescare in panchina. Si è rimesso in luce, anche in chiave europea, il jolly offensivo Giaccherini, che ha dispensato gol e assist in buona quantità, supportato a centrocampo dai due astri nascenti Donsah e Diawara (39 anni in due!). In difesa hanno mostrato i denti i “vecchi” Maietta e Gastaldello, che si compensavano benissimo con la solidità di Rossettini e l’esuberanza giovanile di Masina, esordiente in serie A. Bene in porta anche Mirante.

Anche qui però i remi si sono tirati in barca sin troppo presto, complici le situazioni travagliate delle quattro squadre sempre in fondo alla classifica.

Ha toccato i fatidici 40 punti anche la SAMPDORIA, di Zenga prima e di Montella poi, ma il giudizio sulla squadra è insufficiente. Troppi punti oscuri, bui, in questo campionato, troppa confusione, troppi cambiamenti in corsa, col risultato che dopo un buon avvio la squadra stava sprofondando nei bassifondi, smarrita e incapace di una svolta.  Poi anche qui le cose sono state rese possibili e agevolate dai limiti altrui ma per il futuro, considerando che, dopo Eder a gennaio, saranno prevedibili altre cessioni eccellenti, come quella di Soriano, sarà necessario tenere gli occhi bene aperti e stare sull’attenti.

Si salvano anche PALERMO e UDINESE, protagoniste di un campionato molto negativo. I friulani sono progressivamente stati risucchiati nelle paludi, salvandosi solo alla penultima giornata ma hanno regalato ben poche soddisfazioni e gioie ai propri sostenitori, forse a dire il vero solo la vittoria esterna contro la Juventus, nella partita d’esordio. Cannato in pieno il progetto Colantuono, il riciclato De Canio non ha saputo invertire il triste trend inaugurato in primavera e protratto per tutto il restante tragitto.

C’è pure uno splendido stadio di proprietà, ci sono elementi di sicura buona prospettiva, non ci sarà più il mitico capitano Totò Di Natale, che ha chiuso in bellezza con un gol su rigore, bisognerà però ritrovare lo spirito garibaldino dei bei tempi, sperando che l’attenzione della proprietà non sia rivolta maggiormente in Inghilterra o in Spagna, dove giocano le “cugine” Watford e Granada.

Il Palermo ha saputo tirarsi su solo nell’ultimo mese finale, con 10 punti conquistati in 4 partite e aggiudicandosi l’ultima partita contro il già retrocesso Hellas Verona, simultaneamente attento a cosa nel frattempo stava combinando il Carpi a Udine.

Verdetto piuttosto scontato, con entrambe le squadre in corsa per salvarsi a vincere le rispettive sfide ma con gli emiliani condannati alla serie B con un punto di scarto dai più esperti rosanero.

Chi meritava di più? Attenendoci ai numeri, il Palermo, ma se così fosse, si tratterebbe della salvezza più arrembante degli ultimi anni. I siciliani sembravano aver tutto contro, calendario a parte, e cosa più particolare, era da tutto il torneo che “giocavano” quasi a farsi male da soli, come testimonia il record, difficilmente battibile, di allenatori cambiati e rimescolati. La salvezza è giunta per mano di Ballardini e di un giocatore come Maresca che ha vissuto una vera odissea personale quest’anno, essendo finito in due occasioni fuori rosa.

Zamparini sembrava davvero non avere più nulla in serbo, a partire dalla voglia e dalle energie. Ma alla fine la squadra è riemersa ma i tifosi rosanero credo ricorderanno a lungo questa “impresa”.

Le parole di Castori, allenatore del CARPI, ieri a fine partita, erano all’insegna di una grande amarezza e somma tristezza, evitando quelle dietrologie che mai come quest’anno sembravano porgere valide ragioni cui appigliarsi. La questione del “paracadute”, l’oggettivo andamento “misterioso” di squadre in teoria più accreditate, come lo stesso Palermo, la Sampdoria o il fanalino di coda Verona.

In mezzo a tutto ciò la matricola assoluta Carpi, sorta di Cenerentola annunciata del torneo, al pari del “pari grado” FROSINONE, ha condotto il suo campionato con grande dignità e valore, cullando a ragione il sogno salvezza e vendendo cara la pelle al cospetto di chiunque. Soprattutto l’ha fatto affidandosi allo zoccolo duro, ai condottieri che 12 mesi fa avevano compiuto la “missione impossibile”, gente rivelatasi valida anche in serie A (e che potrebbe rimanerci): l’attaccante Di Gaudio, il valido difensore Romagnoli, scuola Milan e (almeno) quest’anno migliore del suo strapagato omonimo rossonero, il “disturbatore” offensivo Lollo, il tornante Pasciuti, il veloce terzino fluidificante (sì, proprio vecchio stampo) Letizia e il goleador di riserva Lasagna, protagonista di una favola nella favola, visti i suoi recenti trascorsi nelle serie inferiori. Meno bene ha fatto l’atteso Mbakogu, di sicuro talento ma poco incisivo al suo primo campionato di A, sciagurato soprattutto nell’aver sbagliato due rigori alla penultima giornata, disputata in casa, e col senno di poi decisiva per il mancato conseguimento della salvezza.

Per i ciociari valgono più o meno le stesse parole spese per il Carpi: erano dati per spacciati a inizio campionato, hanno confermato i pronostici ma onorando alla grande questa grande occasione. Sono stati anche più volte di là della cortina di ferro, senza mai però staccare le tre squadre in fondo. Specie nel girone d’andata la banda di Stellone ha giocato a viso aperto, osando, soprattutto in casa al Matusa, e mettendo in mostra validi interpreti.  Molti erano stati protagonisti con il tecnico della scalata dalla Lega Pro alla massima serie (come Blanchard, bomber Daniel Ciofani – che ha gonfiato molte reti anche in A – il fratello difensore Matteo, il terzino Crivello o il mediano austriaco Gucher); altri addirittura provenienti dal vivaio, come il fantasista Paganini o il centrale di centrocampo Gori, due ’93 che con la formazione Berretti avevano vinto il Campionato Nazionale. Credo che mantenendo questa ossatura, con l’aggiunta dell’innesto d’inverno Kragl, con la dinamite nei piedi sui calci piazzati, la compagine laziale possa seriamente candidarsi a un pronto ritorno in serie A.

Stessa cosa che ovviamente si auspicano anche i moltissimi sostenitori dei gialloblu del VERONA, anche se qui il discorso relativo alla (netta) retrocessione assume connotazioni molto differenti.

All’inizio da molti considerati addirittura come rinforzati rispetto alle precedenti due bellissime compagini capaci di salvarsi agevolmente, regalando spettacolo soprattutto il primo anno con gente come Iturbe, Jorginho, Romulo e il redivivo Toni, ben presto hanno palesato limiti strutturali evidenti, a partire dalla complicata coesistenza in avanti tra il Capitano Luca Toni, anch’egli al passo d’addio e clamoroso capocannoniere a 38 anni del campionato precedente e l’esperto Pazzini. Due nomi altisonanti per una realtà di provincia, che poteva inoltre contare su altri giocatori consolidati, oltre che su talenti bene in vista come lo stopper Helander – fresco vincitore con la sua Svezia di un Europeo Under 21 -, il regista Viviani, scuola Roma e sinora frenato solo da infortuni, il potente Ionita o l’estroso Siligardi.

Niente di tutto ciò: al di là di infortuni in serie, dell’avvicendamento forse tardivo dell’eroe Mandorlini, artefice degli ottimi risultati conseguiti con la squadra dalla Lega Pro alla serie A, con Delneri, della crisi che ha attanagliato molti protagonisti, di colpo parsi inadeguati alla categoria… resta antipatica e fuorviante la motivazione relativa al cosiddetto “paracadute”, già citato in precedenza, che garantiva al Verona, in caso di retrocessione simultanea alle matricole Carpi e Frosinone, una “buona uscita” dalla massima serie di… 40 milioni (25 + 15 la stagione successiva, se la squadra dovesse rimanere in serie B! Un’enormità, che secondo i maligni avrebbe indotto la squadra a giocare al ribasso.

Da giornalista ma soprattutto tifoso – proprio dell’Hellas – mi sono sempre rifiutato di pensare a situazioni simili. Avendo visto allo stadio tutte le gare casalinghe, oltre che praticamente tutte le altre in tv, mi vien semplicemente da pensare che sia sempre mancato qualcosa per risalire la china, a partire dal coraggio e dalla personalità. Certo, può sembrare inspiegabile l’aver perso in casa tutti gli scontri diretti e di conto aver battuto Milan e Juventus al Bentegodi, pareggiato con l’Inter in casa dopo essere stati in vantaggio per 3 a 1 e con la Roma in casa e all’Olimpico.

Forse è il caso veramente di resettare tutto e, se ci sarà quest’ancora di salvataggio per la B, di saperla sfruttare al meglio, puntando sui migliori giocatori della cadetteria.

 

 

E’ imminente il Rumors Festival 2015 a Verona

Condivido il mio articolo uscito sul sito di Troublezine

http://www.troublezine.it/columns/20084/e-imminente-il-rumors-festival-2015-a-verona

Per l’estate veronese 2015, nell’ambito dell’interessante rassegna musicale/teatrale “Rumors Festival – Illazioni vocali 2015”, quest’anno l’ideatrice Elisabetta Fadini (che cura da sempre anche la direzione artistica) ha organizzato una tre giorni particolarmente ricca nella sua proposta, in collaborazione con il Comune di Verona e con “Eventi”.

Il suo interesse nell’esplorare da sempre tutte le potenzialità espressive della voce, le suggestioni e le varie sfumature del canto, l’ha spinta a coinvolgere artisti di levatura internazionale, le cui voci appunto possono ritenersi uniche.
Dal 18 al 20 giugno, quindi, il Teatro Romano di Verona, sarà sede di spettacoli in cui la commistione fra qualità artistica e impatto sul pubblico sarà di alto livello, grazie alle performance di artisti diversissimi fra loro, eppure accomunati dal bel canto e dalla capacità di stregare l’ascoltatore, inchiodandoli all’ascolto.

Il primo a esibirsi sarà il cantautore israeliano Asaf Avidan, noto al grande pubblico soprattutto per la super hit “One day”, con cui scalò le classifiche di mezzo mondo, grazie a una melodia incalzante capace di incollarsi in testa al primo ascolto, ma soprattutto rimasto nella memoria collettiva per l’utilizzo della voce che mai come nel suo caso, possiamo far assurgere a vero e proprio strumento. Molto straniante l’effetto che ebbe su molti il suo cantato, capace di spaziare agevolmente su più registri. Di lui ricordiamo anche una felicissima partecipazione al festival di Sanremo, nel 2013 dove commosse e indusse spontaneamente l’impettito pubblico rivierasco alla standing ovation al termine della sua toccante “Reckording Song”.
Per lui sarà l’occasione ideale per presentare al pubblico i brani del nuovo album “Gold Shadow”, uscito proprio quest’anno.

Il giorno successivo farà tappa nella nostra città una cantautrice che non ha bisogno di molte presentazioni, essendo semplicemente tra quelli che a pieno titolo possono affermare senza timore di smentita di aver cambiato la storia del rock: Patti Smith.
Cantante, poetessa, artista a tutto tondo, nel corso della sua lunghissima carriera la newyorkese non ha mai perso di mira la sua principale missione, quella di coniugare una proposta artistica a tutto tondo pur rimanendo accessibile a tutti, non solo ai palati fini delle sette note. Prova ne è il suo album d’esordio, “Horses”, che nel magico scenario veronese riproporrà con la sua vecchia formazione sul palco. Patti soprattutto non ha mai fatto mancare una dote preziosissima, l’umiltà unita a una grandezza etica e morale di prim’ordine, che le hanno consentita di impegnarsi in varie iniziative significative, facendola esibire in contesti di pregio extramusicale, come quando fu chiamata in Vaticano da Papa Francesco o davanti al Dalai Lama.
A quasi 69 anni la grandissima artista americana non ha ancora smesso di regalare autentica magia con la sua voce.

Infine a chiudere la rassegna la Fadini ha invitato anche un’interprete nostrana, che pare ancora lontana dalle vette artistiche di coloro che la precederanno ma che davanti a sé ha un grande futuro: la piacentina Nina Zilli.
Cresciuta nel mito di certo soul e r’n’b di matrice americana, nel corso della sua ancora breve carriera la fascinosa Zilli ha mostrato di essere assai poliedrica, soprattutto di poter incantare con la sua voce potente e pulita, memore delle più grandi interpreti di tutti i tempi, come provato dalla sua recente esibizione sanremese, in cui ha fatto rievocare Nina Simone. Reduce da una fortunata esperienza televisiva come giurata a “Italian’s got Talent”, avrà modo di tornare protagonista laddove al meglio riesce a esprimere le sue grandi qualità: su un palco prestigioso nei panni di una cantante raffinata e dalla grande personalità.
Insomma, per tutti gli amanti veronesi della buona musica, ce ne sarà per tutti i gusti quest’anno al “Rumors Festival”

Il difficile momento dell’Hellas Verona: occorre cambiare e mettere in campo ogni risorsa possibile per invertire questa pericolosa rotta

Amici gialloblu, è innegabile come definitivamente sia necessario voltare pagina e lasciar perdere la splendida stagione scorsa. Dobbiamo salvarci, e anche se io ho sempre sostenuto come la cosa sia assolutamente alla portata della nostra squadra, soprattutto per la scarsa qualità altrui (e per questo mio avventato e perentorio pronostico estivo stanno facendo settimanalmente gli scongiuri diversi miei amici dalla memoria lunga!), è giunto davvero il momento di guardare in faccia la mesta realtà dei fatti. Sarà dura raggiungere l’obiettivo, se il trend è questo. Non si vince più, nemmeno nella roccaforte del Bentegodi, in trasferta le buschiamo da tutti, comprese compagini certamente più pimpanti come il Sassuolo attuale ma invero alla portata dell’Hellas. Sorvolo sul fatto che in primis la società ci aveva illusi, e forse anche molta stampa locale, pronta a innalzare acquisti come il vecchio campione Rafa Marquez, reduce in effetti da un ottimo Mondiale, ma anche da stagioni in leghe minori e poco competitive rispetto a quando guidava da leader la retroguardia e la mediana del Barcellona. Non sono stati poi – lo dico da sempre – sostituiti in modo adeguato gente del calibro degli Iturbe, Romulo, Marquinho e Jorginho dell’anno scorso. Sì, forse a livello numerico la rosa è stata puntellata, ma sorvolerei sul fatto che sia effettivamente migliorata. Infine… Mandorlini, il nostro caro tecnico al quale dobbiamo la nostra rinascita nel calcio che conta, le nostre più recenti e vivide gioie, ma al quale ora più che mai si chiede di fare un passo indietro rispetto alle sue idee assolutamente scalfite nella pietra e mai messe da lui in discussione. L’idea che si fa sempre più spazio nella mente è che come minimo non stia riuscendo a valorizzare e sfruttare al meglio la rosa messa a sua disposizione. Ma se fior di allenatori hanno messo da parte dogmi e valori per riuscire a trovare la quadra della propria squadra, perchè non dovrebbe provarci anche lui, visto che è palese come l’atteggiamento in assoluto più rinunciatario dell’attuale campionato di serie A, il centrocampo clamorosamente meno creativo fra tutti, non stia portando chissà quali risultati. Urge cambiare in fretta, mentre noi tifosi dobbiamo ri-abituarci alla nostra dimensione “storica”, quella portatrice di sofferenza, dopo 3 anni vissuti vincendo e divertendoci. Ma questo non spaventa di certo il temprato e fedelissimo pubblico gialloblu, a noi basta raggiungere l’obiettivo lottando e mettendo in campo tutto l’ardore possibile. Forza Hellas Verona!

Il Punto sulla Serie A. Ma cos’ha detto poi di così eclatante Totti? Il problema è l’inadeguatezza degli arbitri italiani, condizionati da mille fattori!

Ieri sera abbiamo assistito inermi a una gara di cartello (forse l’unica dell’intero campionato italiano) rovinata, o quanto meno fortemente compromessa, dall’arbitro di turno (Rocchi, non certo l’ultimo arrivato). Juventus e Roma hanno ben battagliato sul campo, giocando ad armi pari e testimoniando, specie nel primo tempo, di poter competere con quotate squadre europee, viste l’intensità messa in campo, la corsa e la tecnica dei propri giocatori. Latente era il nervosismo, palese la dietrologia, visti i precedenti tra le due squadre. Purtroppo, come detto, non tutto è filato liscio e le esternazioni di capitan Totti a fine gara hanno sollevato un ulteriore polverone. Ma in fondo che ha detto di così eclatante il campione giallorosso? Ok, si tratta di un (autorevole) professionista, di un simbolo – per molti – dell’intero stantio movimento calcistico italiano ma in un momento di rabbia ha detto ciò che pensano più o meno tutti gli italiani (meno che gli juventini e i pochi neutrali). E’ indubbio che abbia esagerato, che a Roma vi sia una sorta di vittimismo nei confronti dei club metropolitani del Nord ma, visto da qua, è vero anche il contrario: quante parole sentite contro Totti! Passando da un canale locale all’altro, parlo di emittenti quasi esclusivamente lombarde, era evidente il disprezzo per le sue esternazioni. Per una volta tutti uniti, i solitamente nemici giornalisti-ultrà di quelle infime trasmissioni. Invece Francesco, ripeto, esagerando a caldo sul tema, ha riportato per un’altra volta in luce l’annosa questione della sudditanza, che però in questo caso va oltre. Possibile che i nostri arbitri, così apprezzati e stimati all’estero (solo pochi mesi fa Rizzoli ha arbitrato la finalissima del Mondiale brasiliano, per dire) inevitabilmente da noi combinino disastri? Ieri c’è stato un autentico black-out! Punizione, anzi rigore, anzi, ribattiamola, no, sentiamo che dicono i miei assistenti… ah, ok, di nuovo rigore. Aspetta però che riequilibra il tutto, dopo un minuto, ecco un rigore, un abbraccio tra due contendenti lontani dalla zona calda dell’azione e che nemmeno guardavano alla porta. Ora sono tutti contenti, io ho sbagliato due volte ma almeno siamo di nuovo pari. E poi va in vantaggio la Roma, comincia il nervosismo, già avevo espulso l’allenatore prima per proteste (ma va?). Giù cartellini gialli, così tengo in pugno la partita (ooohhh!), poi ecco un altro rigore quanto meno dubbio (dentro l’area? Fuori? L’ha toccato veramente?). E alla fine mi concedo altri due espulsi e dulcis in fundo convalido una rete anche se a rigor del regolamento (ma il calcio d’altronde è l’unico sport dove occorre “interpretare”) forse la si poteva annullare per fuorigioco, visto che la visuale del portiere era coperta! Insomma, il caos era come minimo prevedibile. Ma ciò che mi ha colpito è che una bella gara sia stata incanalata, per evidenti limiti dell’arbitro (più di testa che non puramente tecnici, perché si sta parlando di uno dei migliori su piazza) su questi binari. Peccato veramente!

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Per il resto, nella giornata calcistica abbiamo assistito all’ennesima gara deludente, deprimente, incolore dell’Inter. Spiace constatarlo, perché avevo annoverato i nerazzurri come possibili outsider – non ovviamente per il titolo – considerandoli rinforzati rispetto a un anno fa. Ma a quanto pare i limiti caratteriali della squadra sono evidenti e, cosa ben più grave, in assenza dei senatori (capitan Zanetti, Cambiasso, Samuel, Stankovic e Milito) a mancare è il senso di appartenenza ai colori, lo spirito di squadra, la coesione, il gruppo, tutti elementi invero fondamentali per ricostruire le basi. E poi, diciamolo, pur essendo io sempre stato un sostenitore – e difensore – di Mazzarri, entusiasmato dalla sua carriera in crescendo, da Acireale a Napoli, passando per i trionfi di Livorno e Reggio Calabria, fino all’approdo all’Inter, il bilancio è davvero misero. L’attenuante del primo anno, del salto in una squadra così importante, dopo il capolavoro compiuto a Napoli, riportato in zone altissime di classifica, ci poteva stare ma ora gli si chiede di più, quanto meno di rivedere il suo timbro, la sua mano, la stessa che appunto sotto il Vesuvio aveva fatto spesso la differenza, consentendo ai suoi uomini di giocarsela ad armi pari con avversarie più quotate, almeno se la si metteva sulla vis pugnandi. Niente di tutto questo si sta vedendo a Milano, dove pare davvero che Walter abbia smarrito la bussola. Diversamente da Inzaghi che almeno sta offrendo ai suoi tifosi tutto quello che la sua squadra, indubbiamente con dei limiti di organico rispetto al glorioso passato, possa in questo momento dare. Vola la Sampdoria che, approfittando di un calendario abbastanza abbordabile, ha ingranato la marcia e sembra non fermarsi più, con grande convinzione nei propri mezzi. Una sicurezza che le vittorie in serie aiutano certamente ad accrescere. Poi con Gabbiadini, Okaka e Romagnoli ormai lanciatissimi sognare qualcosa in più della salvezza sembra legittimo. Già, e qui tocco un punto che a me fa irritare. Ma davvero squadre come la Sampdoria, la spigliata Udinese di un redivivo Stramaccioni (che ieri per un’ingenuità difensiva di Widmer, che ha causato allo scadere un rigore, ha gettato tre punti che l’avrebbero fatta appaiare alla Roma), il Verona che, pur cambiando gran parte degli interpreti si sta confermando sui livelli dello scorso anno, o il Genoa la devono già smenare con la storia dei 40 punti? Ma che significa, che poi si mollano gli ormeggi e si naviga a vista? Dai, un campionato così livellato in basso, squadre così possono dire la sua, far sognare i propri tifosi. Un po’ di entusiasmo non guasta, invece pare ormai radicata questa ossessione del compitino, dei 40 punti. Forse è solo scaramanzia, forse realismo, però ogni tanto mettere le ali non guasterebbe, non per forza si deve fare la fine di Icaro. Buone vittorie di Lazio e Fiorentina, squadre che hanno i mezzi per un campionato di alta classifica, mentre saluto volentieri l’affermazione dell’Empoli che finora, pur giocando bene, non aveva raccolto granchè. La squadra toscana, vero esempio di programmazione fatta in casa, non sta patendo molto il salto di categoria e credo possa giocarsela per la salvezza. Continuano a deludere invece tre buone protagoniste dello scorso campionato, Parma – con una rosa assai incompleta in queste prime gare -, Torino (fortemente ridimensionato dopo le cessioni di Immobile e Cerci, checchè ne dica il patron Cairo) e Sassuolo, infarcita di talenti ma invero assai incostante. E poi il Chievo che, se non fosse per l’inaspettato, quanto meritato, exploit esterno contro il Napoli, sarebbe ultimissimo. Urge cambio di mentalità se si vuole conseguire l’ennesima bella salvezza!

Dopo 5 partite il Verona ha 8 punti ma con un campionato così livellato in basso è giusto accontentarsi?

Discutevo con l’amico Francesco Barana, gran tifoso dell’Hellas e valente collaboratore di TeleNuovo su una questione legata alla percezione che vogliamo dare alla nostra squadra del cuore. Il discorso partiva dalle dichiarazioni del bravo mister Mandorlini che, certamente provocato, ha candidamente  ammesso – diciamo pure con un po’ di sano orgoglio – di praticare il catenaccio. Ok, si giocava contro la Roma, autentica corazzata del torneo, assieme alla Juventus, e in fondo chi ha visto la partita (io non ho potuto farlo perché… me ne stavo in viaggio di nozze!) come mio fratello Nico, solitamente obiettivo, ha sostenuto che in fondo l’atteggiamento sia stato quello giusto, confermando che specie nella prima frazione di gara di pericoli all’area avversaria il Verona ne abbia pure creati.

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Io parto da un presupposto. Ci sono dati oggettivi, come la classifica. 8 punti in 5 partite non sono da buttare, anzi! Siamo a pari di Inter e Milan, davanti al Napoli addirittura, con qualche fantasia accreditato a contendere lo scudetto, alla Fiorentina, eppure francamente non riesco ancora ad entusiasmarmi di questa squadra che, detto per inciso, pur essendo “mandorliniana” nell’anima, è invero profondamente cambiata rispetto alla rivelazione che fu appena pochi mesi fa. Secondo me non dobbiamo correre il rischio di passare per “ingrati”: è giusto ribadire dove eravamo fino a qualche anno fa, prima dell’avvento del tecnico ravvenate. Portogruaro, Salerno, Busto Arsizio, l’arbitro Massa… sono tutti flash, istantanee ancora vivide nei nostri occhi e nei nostri cuori ma… non possiamo continuare a valutare l’operato attuale con l’andamento di quegli anni funesti eppure ancora vicini. Vogliamo consolidarci, crescere: lo vuole giustamente una società ambiziosa, lo vuole l’allenatore che qualcosa in carriera ha pure vinto e credo lo vogliano soprattutto gli appassionati tifosi come noi. Senza tirare in ballo lo storico scudetto, non dobbiamo dimenticare che, a parte quest’ultimo decennio piuttosto buio, coinciso con quel 5 maggio 2002 (che anche gli interisti ricordano amaramente per altri motivi…), con la retrocessione della nostra squadra, all’epoca allenata da Malesani patita in quel di Piacenza, al termine di un girone di ritorno da incubo, in grado di vanificare lo splendido girone d’andata dei vari Mutu, Camoranesi, Oddo, Italiano, Frick, Cassetti. Ma prima di allora, specie dagli anni ’60, furono più gli anni in cui i gialloblu militavano con grande bravura e costanza nella massima serie piuttosto che in B (la C poi era un ricordo sbiaditissimo, perso nella notte dei tempi). Insomma, non sbagliamo quando sosteniamo di essere una “provinciale di lusso”, per questo, è vero sarò schizzinoso o intransigente, ma io vorrei comunque vedere una squadra con una mentalità più aperta, che se la vuole giocare con tutti, propositiva. In un campionato clamorosamente livellato verso il basso, con le due già in fuga, basterebbe davvero poco per provare a emergere, senza correre il rischio di bruciarsi con vani voli pindarici. Mandorlini, sei un grande, ti saremo sempre riconoscenti per averci riportati dove ci compete ma, per carità, nemmeno per scherzo, devi sbandierare il concetto di catenaccio. Non chiudiamoci, anche se con Juve e Roma, in casa loro, sapevo sarebbe stato pressochè impossibile fare punti, almeno con le altre, tipo Palermo o Genoa, per citare gli ultimi incontri disputati al Bentegodi, giochiamocela senza paura, senza attendismi. Propositivi, questo dovremmo essere a mio avviso. Forse camaleontici no, perché ormai il credo tattico più adeguato ai nostri pare questo, e gli esperimenti con la difesa a 5 per favorire un modulo a 2 punte sembra non funzionare o non essere congeniale (con buona pace del big Saviola) ma con la voglia di stupire e di vincere, quello sì. Forza Hellas!