Meglio tardi che mai – finalmente Balic ha mostrato sprazzi del suo immenso talento

Andrjia Balic finalmente ha avuto modo di mostrare almeno in parte le sue grandissimi doti. Da due partite l’allenatore dell’Udinese Gigi Delneri lo ha messo nelle condizioni di esprimersi al meglio, dirottandolo in cabina di regia al posto del compassato (e a conti fatti deludente, ora che siamo a fine campionato si può dire senza timor di smentita) belga Kums e subito il talentino classe 1997 croato ha fatto capire agli impazienti tifosi del Friuli di che pasta è fatto.

Ma davvero occorreva attendere tutto questo tempo, quasi un’intera stagione per vederlo in campo? Nell’Udinese dei talenti, dei giocatori che spesso spiccano il volo verso palcoscenici prestigiosi, possibile che si potesse perdere uno che era stato strappato solo poco più di un anno fa alla concorrenza di squadre come Real Madrid e Arsenal? Il rischio serio c’è stato, se è vero che nel mercato di gennaio il giocatore aveva (giustamente dopo un anno in anticamera) chiesto di andare a giocare in prestito, magari dall’ex juve Tudor che lo voleva allenare in Turchia nel Galatasaray. Invece è stato trattenuto e dopo aver visto sprazzi delle sue doti, viene naturale pensare che il giovane croato (che aveva esordito a 16 anni in Patria con l’Hajduk Spalato), paragonato da molti a Pirlo e Modric dalla prossima stagione potrà finalmente indossare i panni del titolare a metà campo.

Balic ha un’ottima visione di gioco, una tecnica di base finissima e sa agire anche dietro le punte. La sua evoluzione naturale parrebbe consigliare di utilizzarlo più nel cuore del gioco, vista la velocità di esecuzione e di pensiero che ne contraddistingue le giocate. Deve crescere fisicamente ma, a detta di chi scrive, non è requisito essenziale quando si dispone di qualità fuori dal comune (e i paragoni di cui sopra, che al momento possono sembrare irriverenti, sono anche fondati dalle sue prestazioni nel campionato croato e soprattutto nelle nazionali giovanili del suo Paese.

Delneri è piuttosto risaputo che non sia propriamente uno che si fida a occhi chiusi dei giovani calciatori ma alla fine lui per primo ha ammesso come Balic abbia risposto “presente” alla chiamata, confermando già quanto di buono messo in mostra una settimana prima, quando finalmente esordì in campionato. Ci si aspettava che partisse dal primo minuto contro il Crotone e invece ancora una volta ha dovuto accomodarsi in panchina. E’ stato evidente, pur nella giornata storta della sua squadra, sconfitta allo Scida, come la manovra dell’Udinese sia migliorata sensibilmente con lui in campo, tra la soddisfazione dei sostenitori bianconeri che a un certo punto lo hanno acclamato a gran voce. L’anno prossimo la squadra friulana potrebbe ripartire da lui, a imperniare una mediana assai promettente con altri emergenti della nostra serie A come Jankto e Fofana, attesi a una conferma dopo i fragorosi risultati da loro ottenuti in questa stagione.

 

Troppo scetticismo attorno al nuovo Hellas Verona di Pecchia e Fusco

Per una volta il mio titolo dice già tutto: niente giri di parole e via alla riflessione.

Come tutti sapete – almeno chi mi conosce un pochino – sono un grande appassionato della prima squadra della mia città, l’Hellas Verona (detto con tutto il rispetto per il Chievo e senza intento di provocazione), ma allo stesso tempo mi è sempre piaciuto seguire il calcio a 360 gradi, e per ogni questione che lo riguardi mi piace contestualizzare le mie argomentazioni.

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E’doveroso premettere che siamo reduci dalla peggior stagione di sempre in serie A, con una retrocessione annunciata già a novembre/dicembre (ma non un anno fa, quando invece i pronostici “dalla parte sinistra” della classifica si sprecavano) e uno scoramento generale dovuto al brusco e repentino ridimensionamento, dopo aver cullato la speranza di consolidarsi nella massima serie.

Certamente non è semplice ripartire sorretti dalla giusta dose di fiducia e ritrovare d’incanto quegli stimoli, quella motivazione e anche quella voglia di rivalsa che in situazioni simili è più facile smarrire. Si è chiuso irrimediabilmente un ciclo vincente, sarà tra l’altro la prima stagione post-Luca Toni, campione e uomo simbolo di questi tre anni di A.

Eppure io personalmente, a differenza di tanti miei contatti (e pure di qualche amico stretto, tifosissimo dei gialloblu) ritengo che ci siano degli elementi favorevoli a quella che potrebbe essere una rinascita, senza addentrarsi in azzardati pronostici che poi magari ti si ritorcono contro. La delusione è molta, ancora tangibile, e verrebbe voglia di attuare un vero repulisti in casa Hellas, a partire dalla società, che lo scorso anno ha dato tanti segnali di debolezza al suo interno e di fragilità.

Visto che il padrone non lo si può cambiare – e concedendo il piccolissimo particolare che fu proprio Setti, coadiuvato da Sogliano, da Gardini e soprattutto da Mandorlini a portarci in serie A, qualcosa invero si è mosso in seno alla dirigenza, andando anche a toccare i quadri tecnici. Logorato il rapporto con il mister di Ravenna, ancora forte di un anno di contratto, e non essendo riuscito il miracolo sportivo a Gigi Delneri, dopo tanti nomi valutati, ci si è affidati al semi esordiente Pecchia.

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Si sono da subito sparsi semi di preoccupazione, quando non proprio di rassegnazione, all’annuncio dell’ex braccio destro di Rafa Benitez, nelle esperienze al Napoli e al Real Madrid. Prima ancora l’ex centrocampista fra gli altri dello stesso Napoli e della Juve, aveva solo assaggiato delle panchine da professionista, curriculum che si portava in dote anche un certo Ficcadenti, quando si accinse ad allenare i nostri colori.

Al di là dell’oggettiva scarsa esperienza di Pecchia, di lui fin da quando era protagonista in campo,  si diceva che fosse un predestinato, un allenatore in campo, un ragazzo dotato di grande intelligenza, il “giocatore-avvocato”.

Ha in fondo allenato CR7, Bale, Higuain, Hamsik, Ramos… chiunque conosca certe dinamiche, sa benissimo che un allenatore in seconda è preziosissimo nella preparazione delle squadre e il buon Fabio sembra proprio gradire un gioco “internazionale”, fatto di fraseggi, intensità, con o senza palla, soprattutto fatto di coraggio.

E da quanto tempo, categorie a parte, a Verona, non vedevamo all’opera delle squadre con queste caratteristiche? Mi direte che tutto è ancora da verificarsi, ma potrebbero valere come indizi una preparazione molto diversa rispetto all’ultimo lustro, la prova di Coppa Italia, non brillantissima sul piano tecnico ma promettente in alcuni movimenti e idee di gioco.

Fusco, il nuovo Ds, si sta muovendo bene, anteponendo i fatti alle parole e alle comparsate in tv. Sta cercando di allestire una squadra equilibrata in tutti i reparti, che abbia buoni ricambi ma pochi doppioni (assai dannosi più che utili) e si sta destreggiando pur nell’ambito di situazioni ambigue in merito alle permanenze o meno dei vari Viviani, Pazzini, Helander, Romulo

Il capitolo sui confermati, brutalmente definiti “i retrocessi” merita attenzione, perchè non si può mettere sullo stesso piano gente che ha il pensiero altrove, gente che ama la maglia, gente che forse ha finito il suo ciclo, gente che in A magari era debole ma in B potrebbe farsi valere eccome e gente che realmente è già in clima campionato col solo obiettivo di dare il massimo. Ho omesso di fare i nomi, ma immagino che mi abbiate capito.

Credo che alcuni possano ancora dare tanto, e vanno salvaguardati e incoraggiati, e su questi sarà utile contare per cementare un gruppo che possa coniugare mentalità vincente e voglia di emergere.

Sono soddisfatto di tutti gli innesti: Luppi e Ganz hanno una gran voglia di spaccare il mondo, Fossati nelle nazionali giovanili faceva la differenza e in B si sta consacrando come uno dei centrocampisti più talentuosi della categoria, Nicolas è tornato da Trapani dopo un campionato da protagonista, Zuculini se sta bene è destinato a diventare un punto fermo in mezzo al campo, imprescindibile per ogni allenatore e Antonio Caracciolo, beh, si tratta con molte probabilità del miglior centrale difensivo della B, cercato un gradino più sopra da squadre di fascia media.

Più che altro in B non contano i grossi nomi: gli esempi lampanti di Crotone e prima ancora Carpi, Frosinone, Sassuolo o Empoli sono molto indicativi in tal senso. Un bravo dirigente deve essere ovviamente bravo e abile a scovare i giocatori adatti all’allenatore, quando non sia quest’ultimo a farsi valere, richiedendo uomini che ben conosce. Si devono conoscere le caratteristiche di un’ampia rosa di atleti valutabili.

L’attuale panorama cadetto non presenta ai nastri di partenza la squadra ammazza campionato, la Fiorentina, il Palermo o per rimanere ai giorni nostri, il Cagliari di turno… ci sono buone compagini, tra cui metto certamente le declassate Carpi e Frosinone, il cui exploit non ritengo del tutto isolato, ma nessuna mi pare in grado di guardare tutti dall’alto in basso ai nastri di partenza.

Io lascio ai complottisti o ai dietrologisti le accuse neanche troppo velate di non volere subito la promozione, in modo da poter usufruire del restante bottino del paracadute nella prossima stagione… questi discorsi mi fanno ridere, non hanno senso.

Il torneo di B è lungo e logorante, non scopro l’acqua calda, ed è impensabile tentare improbabili fughe. Sono 42 partite in cui gradualmente si dovrà cercare di trovare l’assetto giusto, quel quid che potrebbe far sbaragliare le carte, ridare entusiasmo, sospingere la squadra. Sappiamo tutti quanto può dare il Bentegodi, la sua gente, il suo Popolo, quello dell’Hellas.

Io mi auspico di fare un buon campionato, di divertirmi, di vedere una squadra propositiva, determinata, che abbia personalità in casa e fuori, che non abbia paura di sbagliare, che ce la metta tutta.

E credo che in fondo siano requisiti che interessano a tutti i tifosi gialloblu. Poi le cose potranno venire da sè, fino a farci spiccare nuovamente il volo.

I casi di Chievo e Sassuolo insegnano che nel calcio non esistono regole.

Nel calcio, nonostante anni di storia, di studi, di tattiche, di approfondimenti, certe “logiche” sono destinate a infrangersi, certe ricette precostituite a sciogliersi come neve al sole, certe sentenze a mostrarsi vane. Come nel caso del famoso “cambio d’allenatore” per il bene della squadra, per scuoterla dal torpore, da una brutta classifica, da una discesa libera. Non esistono regole, a volte si agisce d’impulso, ma il detto che l’allenatore è sempre il primo a pagare può andar bene solo in certe situazioni. Ogni storia è a sè, a meno che non vi chiamate Zamparini.

L’anno scorso Massimiliano Allegri, tecnico perennemente nell’occhio del ciclone, avendo sposato la causa milanista in anni “di transizione”, pur avendo portato in dote uno scudetto – meritatissimo- al primo colpo e un secondo posto dietro una forte Juventus, la prima di Conte, era finito in una spirale assai negativa. Partenza shock dei rossoneri, dopo le dolorose cessioni degli assi Ibra e Thiago Silva, ma terzo posto e qualifica Champions acciuffati in extremis, quando per la maggior parte dei tifosi o appassionati, doveva essere già esonerato da un pezzo, magari mangiando il panettone nella sua Livorno.

Quest’anno alzi la mano quanti avrebbero tenuto un quasi esordiente in serie A come Di Francesco dopo la batosta del suo Sassuolo contro l’Inter. Un 7 a 0 interno che avrebbe fatto vacillare qualsiasi presidente e società, e probabilmente pur nella tranquilla cittadina emiliana più di un ragionamento in merito al cambio tecnico sarà stato fatto.

Ma alla fine si è deciso di far quadrare il cerchio: quanto di buono costruito da Squinzi, da Bonato negli anni, con il tecnico Di Francesco artefice della prima, storica, spettacolare promozione in serie A evidentemente aveva ancora una ragione d’essere, e così tutti insieme si è andati avanti, remando dalla stessa parte.

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Squadra ritoccata negli interpreti e nei moduli, per quanto questi possano essere sempre flessibili, il recupero di alcune pedine di qualità, come l’ex juventino Marrone, un lusso per le squadre di bassa classifica e il lancio definitivo di due tra i giovani attaccanti più promettenti dell’intero panorama calcistico italiano: Zaza (classe ’91, che sembra giochi in serie A da sempre, e che di categoria in categoria continua a buttarla dentro con regolarità) e Berardi, un ’94 con già all’attivo 7 gol e a 19 anni più prolifico di Del Piero e Totti rispetto a quando loro esordirono nella massima serie.

Insomma, in questo caso l’aver tenuto il tecnico è stata la mossa vincente, il Sassuolo dovrà sudarsi la salvezza, per carità, ci mancherebbe altro, ma sta dimostrando di gara in gara, di poterci stare alla grande in serie A e, migliorando in esperienza e accortezza tattica, magari qualche punto in più rispetto all’attuale classifica (comunque buona, sarebbe salvo allo stato attuale) l’avrebbe pure incamerato, come nell’ultima sfida esterna di Cagliari, dove in vantaggio di due reti si è fatto poi rimontare nella ripresa, portando a casa un meritato pareggio che profuma comunque di beffa.

Discorso opposto invece quello relativo al Chievo. Società modello ormai da quasi un decennio per tante piccole realtà di provincia, tra cui appunto il Sassuolo, che può tuttavia vantare dalla sua una forza economica ben diversa, con la Mapei alle spalle. Chievo che si è sempre mostrato all’altezza della categoria, anche dopo gli anni boom con Delneri, quando da autentica sorpresa del calcio italiano, incantava tutta Europa col suo gioco e i suoi incredibili risultati. Poi venne un anno da comprimario in Champions League, con Pillon alla guida. Un anno eccezionale ma che portò ripercussioni negative in campionato, tanto che alla fine i gialloblu retrocessero, pagando a caro prezzo l’essersi avvicinati troppo al “sole”, sciogliendosi e perdendo energie. Poi una pronta risalita, quasi una formalità con Iachini in sella a guidare il Chievo in una vincente serie B. Da allora in serie A tanti allenatori si sono susseguiti in panchina, ognuno però portatore di un solo risultato: la salvezza, puntualmente acquisita e in piena sintonia con la società. Ci riuscì benissimo anche Corini lo scorso anno, addirittura in maniera “comoda”. Lo strappo estivo pareva stridente – in fondo, senza entrare nei dettagli, si parlava di una richiesta di un biennale da parte del tecnico brianzolo, ex grande bandiera della squadra, a fronte della proposta di un anno da parte di Campedelli, come era solito fare con tutti i suoi allenatori negli ultimi anni.

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Niente firme e nuova ripartenza con Sannino, gran lavoratore, tecnico molto stimato nell’ambiente ma che, alla resa dei conti, non è riuscito a imprimere il suo marchio a fuoco nei ragazzi. Squadra che non ha mai lesinato d’impegno ma che faceva tremendamente fatica a seguire le direttive del mister, non vincendo, non segnando, e finendo col perdere strada facendo alcune caratteristiche peculiari delle squadre allenate dal tecnico ex Varese e Palermo.

Alla fine, in una situazione critica ma non ancora disperata, ecco il colpo di scena, annunciato in realtà da qualche settimana, e indice del fatto che lo strappo non era stato indolore ma anzi fonte di rammarico per entrambi. Eugenio Corini ritorna in pista, più motivato che mai, in vista di un sentito e atteso derby contro l’Hellas Verona che, almeno sulla carta, quest’anno partiva con i favori del pronostico. Vittoria meritata in extremis, grazie a Lazarevic, un giocatore lanciato in pratica da lui, visto che con Sannino aveva toccato il prato verde in una sola occasione e la settimana dopo sonora vittoria con tre gol di scarto contro la diretta concorrente per la salvezza Livorno. Un Chievo propositivo come non accadeva da tempo, con Thereau, il migliore della squadra, finalmente tornato ai livelli di eccellenza dell’anno scorso, quando con i suoi numerosi gol e assist aveva trascinato i clivensi alla salvezza e con un Rigoni ormai da Nazionale. 6 punti in 2 gare, con la prospettiva concreta, visto il calendario rimanente a concludere il girone d’andata, di incrementare ulteriormente il bottino da qui a Natale. In questo caso, il cambio del tecnico è servito eccome. Ma, come scritto in apertura, ogni storia è a sè, e solo la compattezza tra società, ambiente, allenatore e giocatori può far sì che anche le situazioni più ingarbugliate possano trovare una nuova luce

Tutti pronti a Verona per il grande derby tra Hellas e Chievo!

Cresce di giorno in giorno in città l’attesa per il derby veronese tra Hellas e Chievo, in programma sabato alla ripresa del campionato. Un confronto atteso anni, se è vero che gli unici due derby nella massima serie sono stati disputati 11 anni fa, terminati con una vittoria a testa. Pochi però avrebbero razionalmente immaginato che quella prima stagione in A del Chievo sarebbe stata l’inizio di un consolidamento reale nel calcio che conta, intervallato solo da una nefasta stagione (la stessa giunta dopo il culmine dell’anno precedente, quando con Pillon gli uomini della Diga si issarono fino a raggiungere la zona Champions League) e prontamente riscattata l’anno successivo col mister delle promozioni Iachini. Viceversa per la squadra più storica e titolata della città, da lì in poi sarebbe iniziato un vero calvario, costituito da retrocessioni (drammatica proprio quella conseguente il primo derbyssimo), campionati grigissimi in cadetteria, fino al fondo toccato con lo spauracchio C/2 (chiamiamo le cose come stavano, così si… capisce meglio!). Ora le gerarchie sono nuovamente pareggiate, il clima è quello appunto della grande attesa e di uno scontro più “razionale” se vogliamo, meno da “provincia”, sebbene come tutti sanno Chievo altro non è che uno (splendido) esempio di artigianato portato ai massimi livelli negli anni, emanazione di una frazione, più che di un quartiere, altrimenti anche Londra sarebbe piena zeppa di “quartieri” arrivati in Premier!

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Se da una parte l’Hellas si è riappropriato di una supremazia che, sugli spalti almeno, non è mai stata messa in minima discussione, dall’altra è anche vero che il Chievo,seppur in modo graduale, se n’è costruita una più credibile, non più fatta quasi esclusivamente di simpatizzanti, tifosi delle grandi squadre o da città limitrofe (come Mantova e Trento le cui compagini da anni faticano a emergere ad alti livelli, eccezion fatta per i famigerati anni targati Lori) che ne “approfittavano” per vedere all’opera i grandi campioni di Juve, Milan o Inter. Per non parlare di immagini che dilagano su You tube, con le “vecchiette” allo stadio, in “curva” armate di panini imbottiti al salame e torta alle mele, con i propri nipotini. Immagini che sarebbero invero tutt’altro che deleterie se pensiamo al degrado di certi stadi, senza entrare nello specifico di alcune situazioni estreme protagoniste nelle ultime settimane, ma che negli anni hanno suscitato più di qualche ironia.
Dicevo, però, come evidenziato anche da un amico giornalista veronese, Francesco Barana, che negli anni il tifoso medio del Chievo si è avvicinato, se non proprio allineato a quello delle altre squadre, pur mantenendo un alto senso di civiltà, che comporta immancabilmente (ed è un merito spesso sottovalutato) il premio Fair Play di fine anno.. insomma, magari sparuto, ma il pubblico fa anche qui, o lo può fare, la sua parte.

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Nel caso dell’Hellas però questi discorsi sono palesi, evidenti e maggiormente enfatizzati a maggior ragione in serie A, dove forse in effetti mancava da troppo tempo anche agli avversari un paragone simile. Già, perché molti cronisti, giornalisti, specie i più giovani, sembrano quasi meravigliarsi dei cori continui, dei canti incessanti, dei brusii perenni, degli incitamenti in stile inglese (metro di confronto abusato ma che mai come accostato ai “Butei” ci calza a pennello). In realtà bastava si fossero sintonizzati in questi anni anche sulla Lega Pro per capire quanto i “ragazzacci” della Curva Sud non siano solo quelli sprezzantemente dipinti come leghisti, teppisti e violenti. C’è una frangia più estrema, inutile negarlo, come vi è insinuata in ogni latitudine nel calcio, ma la maggioranza di questi tifosi hanno un attaccamento davvero encomiabile ai colori, e seguono la squadra ovunque, in C così come in A, facendo sentire e valere tutto il proprio calore. Quindi, non sarà un derby tra big come Milan e Inter, nella loro storia quasi sempre scontri per il vertice; non sarà una “lotta di classe” come a Torino, dove l’indomito Toro spesso riesce con prestazioni epiche a sovvertire pronostici quasi sempre favorevoli in partenza ai “ricchi”; non saranno le roventi gare di Roma e Genova, quando un derby talvolta funge da volano per dare senso a un’intera stagione e la passione raggiunge livelli di guardia, ma anche il quinto derby dell’anno (mai stati così numerosi e ci auguriamo che possano rimanere così tanti anche negli anni a venire) ha più di un motivo di interesse, e avrebbe meritato alla grande il prime time, anziché venir disputato alle 18, oltretutto creando in città un certo disagio, vista la compresenza di altri eventi importanti nello stesso fine settimana. Ma tant’è, si va verso una sfida da tutto esaurito, e non poteva essere altrimenti, visto il già elevatissimo numero di abbonamenti siglato dall’Hellas Verona.
A livello tecnico, invece, come ogni derby sarà una partita a sé, e certamente la pausa avrà contribuito in entrambi i casi a mettere ordine alle idee, specie in casa Chievo, dove si è consumato il divorzio da Sannino, che aveva raccolto davvero poco in questa prima fase, facendo sprofondare la squadra all’ultimissimo posto in classifica. L’attenuante di una rosa parsa sin da subito più debole rispetto alle precedenti stagioni sta in piedi fino a un certo punto; il fatto è che il tecnico ha saputo con poca convinzione immettere le proprie idee nei calciatori e compito del figliol prodigo Corini, già artefice della squadra miracolo che arrivò in serie A sotto la guida di Delneri, di cui era orgoglioso capitano e della comoda salvezza ottenuta l’anno scorso da subentrato sarà quello di far invertire la rotta. Corini tra l’altro è un ex, avendo giocato – poco causa infortuni – pure con la maglia dell’Hellas.
Hellas che indubbiamente, stando ai numeri attuali, parte favorito. Scivolone col Genoa a parte, che ci si augura rimarginato, rimane la rivelazione del campionato, nel quale da neopromossa, sta mostrando un gioco scintillante, di qualità e ardore, forte di un allenatore che è simbolo stesso della squadra, condottiero nel vero senso della parola: un Mandorlini al top, che sta raccogliendo finalmente anche nella massima serie quanto di ben seminato lungo un’esperienza che l’ha portato anche a vincere oltre confine. Un tecnico che ha messo da parte certe intemperanze, spronato probabilmente anche da una società finalmente impeccabile, seria e competente nelle figure dei pragmatici presidente Setti e direttore sportivo Sogliano, uno dei più giovani e interessanti nel ruolo.
A livello di squadra, il Chievo a mio avviso dovrà recuperare in primis alcuni giocatori parsi l’ombra di sé stessi, specie il francese Thereau, determinante l’anno scorso con i suoi molti gol e assist e far perno su un ritrovato Dainelli (da quando l’ex viola è tornato nei ranghi la difesa è parsa molto solida), oltre che affiancare un uomo di qualità in mezzo al campo a capitan Rigoni, che non può sempre cantare e portare la croce.

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Del Verona ormai si sa quasi tutto, e anche questo fa specie: non si era quasi più abituati a tutta questa attenzione mediatica nei confronti dell’ultima vera provinciale in grado di vincere uno scudetto. Mai come in questo inizio di stagione però titoli ed elogi sono meritati e commensurati al reale valore mostrato in campo dalla truppa di Mandorlini. Un gruppo vero, affiatato, dove elementi di lotta vanno a braccetto con quelli di fioretto. Dove accanto a gente di spessore e qualità vera (il “vecchio” Toni, i giovani Jorginho e Iturbe che tutti ci invidiano, in attesa di vedere all’opera pure Cirigliano), c’è gente da serie A come Romulo, Jankovic e Donati, senza dimenticare l’apporto fondamentale, e in alcuni casi sorprendente, degli elementi protagonisti della grande cavalcata, alcuni addirittura già presenti in Lega Pro (gente come Rafael, Maietta, Albertazzi, Gomez, Cacciatore, Hallfredsson o lo stesso Jorginho). Insomma, un mix che finora, specie tra le mura amiche del Bentegodi, si sta dimostrando vincente, visto che la maggior parte dei 22 punti sono stati incamerati proprio in casa.
Che derby sia allora, e vinca il migliore!

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Nessuno parla del Chievo, nemmeno dopo l’ennesima salvezza conquistata con merito e con largo anticipo

Ormai è risaputo: la squadra meno reclamizzata della serie A, ma direi quasi anche tra massima serie e cadetteria, è il Chievo.

Non c’è niente da fare, non basta l’ennesima salvezza conquistata con merito e con largo anticipo sul campo a sancire un plauso ai gialloblu della Diga, macchè… tutti a rimarcare l’errore arbitrale che ha penalizzato il Siena e nella fattispecie il difensore Paci.

Certamente il Chievo non fa notizia perchè non ha tifosi, o per lo meno, non ha una tifoseria di ultras, ma quasi di boy scout; non fa notizia perchè i propri tifosi non intonano cori razzisti, nemmeno contro gli avversari, pensa te… non fa notizia perchè non ha una storia da poter vantare; non fa notizia perchè i vari Campedelli, Sartori, Corini non sono dei simpaticoni, non ammiccano, anzi, passano per scorbutici, saputelli, snob.

Eppure bisognerebbe limitarsi a guardare il campo e elencare i risultati: da quando è salito in A nel 2001, al termine di una strepitosa cavalcata targata Del Neri, il Chievo è retrocesso solo una volta in 12 anni, risalendo tra l’altro prontamente e con facilità irrisoria.

So che non sembra, ma parlo da tifoso storico dell’Hellas, a cui viene sempre più difficile ammettere che persino in città passi quasi inosservata l’ennesima impresa del Chievo, come sempre messo alla berlina a inizio campionato dai soliti giornali nazionali che hanno una gran fretta di vederlo tornare nei ranghi. In città esiste solo l’Hellas ed è chiaro che per chi come me da bambino o da adolescente ha visto vincere lo scudetto, e piazzarsi spesso nelle zone medio alte la propria squadra locale, ora non si possa entusiasmare dinnanzi a comode salvezze, divenute quasi scontate e banali. Ma gli organi di stampa, le tv, possibile che non dedichino il giusto spazio ai Mussi Volanti? Quante volte abbiamo sentito parlare di “quanto gioca bene il Parma di Donadoni”, di “come è forte l’Atalanta”, di “quante individualità ricche di qualità abbia il Bologna”. Embè, come ogni anno il Chievo finisce pari in classifica, se non davanti, alle squadre citate.

il gol vittoria di capitan Pellissier contro il siena

il gol vittoria di capitan Pellissier contro il siena

Ricordo che Sartori litigò in diretta con uno dei migliori e più influenti giornalisti veronesi… non so se si sia incrinato in quel momento il rapporto tra stampa locale e il Chievo… un rapporto ormai ridotto al lumicino, specie se paragonato ai tantissimi titoli e programmi che trattano argomenti sull’Hellas, e che  erano tantissimi  anche quando la squadra era agonizzante in fondo alla classifica di Lega Pro.

Sarà che sono deluso dall’andamento attuale degli uomini di Mandorlini, su cui tutti gli addetti ai lavori avevano scommesso a mani basse quest’anno e che invece si devono ricredere, visto che molto probabilmente andremo ai play off e saranno durissimi. Nel frattempo però sarebbe ingiusto sottovalutare la nuova salvezza del Chievo.

Lo so, è un post strano, confusionario, dettato dalla gelosia e forse dall’invidia, ma anche dalla frustrazione nel vedere in affanno la mia squadra del cuore.

In ogni caso, c’è una gara da giocare contro il Brescia, e bisogna vincere… non serve altro