Calciomercato all’insegna dei giovani talenti nostrani. Era ora! Accanto a nomi di respiro internazionale, a infiammare i nostri club sono soprattutto i giovani italiani

Il calciomercato sembra già entrato nel pieno del vivo, nonostante in fondo non sia ancora iniziato il mese di luglio. Un mercato che, accanto a nomi più o meno altisonanti – o fuori dalla portata dei nostri club da un paio d’anni a questa parte – sta virando finalmente verso il Made in Italy, più volte auspicato in questo mio spazio.

Se può lasciare scettici molti appassionati questo improvviso esborso massiccio da parte delle squadre italiane, che potrebbe sottintendere una rinnovata voglia di tornare competitivi in tempi brevi, sull’onda lunga della Juventus finalista di Champions, questo è dovuto soprattutto al fatto che non si sa bene da dove provengano in effetti questi soldi.

Che le proprietà di Inter, Milan, Roma, Sampdoria, Fiorentina, Napoli… stiano spendendo o abbiano avanzate trattative in corso è sotto gli occhi di tutti ma al di là di nuovi investitori, pare che sia più un’esigenza, un segnale forte da parte di queste di voler tornare a essere protagoniste, non solo comprimarie all’inseguimento di una Juve dai connotati sempre più internazionali. Entrare a gamba tesa sul mercato suona come un avvertimento di voler ridurre quanto prima il gap tecnico, oltre a far ritrovare entusiasmo.

E’ interessante però notare come siano i talenti nostrani a farla da padrone, con lo sbocciare di una gold generation, quella dei ’91 e ’92 che,  se ha lasciato sul campo internazionale in fatto di trofei poca roba, da sempre per molti addetti ai lavori rappresenta una nidiata di grande avvenire. 

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Bertolacci  dal Genoa (via Roma, cui era rientrato al termine della stagione della consacrazione, con tanto di felice esordio azzurro) al Milan, pagato giusto una ventina di euro, è il caso finora più eclatante, simbolo della ricostruzione del glorioso club che avrà come prossima guida il sergente Mihajlovic, che ha caldeggiato il suo acquisto sin dal primo giorno in cui si era insidiato in via Aldo Rossi.

Ma solo sei mesi fa Gabbiadini sempre del ’91, un altro svezzato dal tecnico serbo quando stava alla Sampdoria, era stato acquistato dal Napoli, dove ebbe poche possibilità di duettare col coetaneo Insigne, complice il serio infortunio di quest’ultimo. Al Napoli (ma lo vuole pure la Juventus) potrebbe approdare un altro gran fantasista del ’91, quel Riccardo Saponara frettolosamente bocciato dai rossoneri, dove forse era giunto nel momento sbagliato. Lì ritroverebbe il tecnico Sarri e pure il regista Valdifiori con il quale ha alzato clamorosamente le quotazioni dell’Empoli, reduce da una splendida salvezza all’insegna di un calcio spettacolare, coraggioso e propositivo.

Zaza, stessa età, potrebbe finalmente giocarsi le sue carte in bianconero, dopo aver dimostrato nel Sassuolo, in coppia con l’altro golden boy Berardi (di tre anni più giovani e destinato ancora ai neroverdi prima di approdare anch’egli alla Juventus) di essere una certezza ormai, non più un prospetto. E’ nelle grazie di Conte per la complicata ricostruzione della Nazionale e, seppur fra alti e bassi, sta dimostrando di valere la maglia azzurra.

Presto potrebbe tornare protagonista anche l’italo brasiliano Jorginho, se dovesse passare al Torino. I mezzi tecnici di cui dispone sono enormi e in una piazza come quella granata avrebbe la possibilità di mostrare quella maestria da gran regista con cui si era affermato nell’Hellas Verona.

Nel Verona ha spopolato Jacopo Sala, tuttofare della mediana, impostato da Mandorlini come terzino destro, ruolo che a mio avviso va a spersonalizzarlo un po’ troppo, laddove l’ex Chelsea ha invece palesato grandi numeri a sostegno delle punte o in appoggio ai centrocampisti. Come ha ammesso più volte la dirigenza gialloblu è destinato a una grande squadra.

Scendendo d’età stiamo riscontrando un alto gradimento nei confronti di molti azzurrini, sebbene siano stati eliminati precocemente dall’Europeo under 21 in corso (sul come è avvenuto non mi pronuncio, consoliamoci però vedendo che a contendersi la finalissima saranno le due squadre che avevamo nel girone e che guarda caso col loro pareggio hanno sancito la nostra eliminazione).

Il centrocampista classe ’92 dai piedi buoni Baselli (da tempo immemore nei radar milanisti), invero in ombra in Rep.Ceca dove ha perso il posto da titolare in favore di Cataldi, è vicinissimo alla Fiorentina del neo tecnico Paulo Sousa, così come il terzino cresciuto nella Roma Sabelli. Fiorentina che sta cercando di strappare al Monaco, puntando sulla forza di un nuovo e stimolante progetto, il centravanti Destro, che a dispetto delle tante esperienze maturate, fa anche lui parte della classe di ferro 1991.

A proposito di terzini, il migliore visto agli Europei, è proprio il nostro Zappacosta, già molto positivo al primo anno di A con l’Atalanta, dove ha completato l’iter di crescita iniziato l’anno prima ad Avellino. Su di lui non solo il Napoli ma anche sirene di club europei.

Viviani, anch’egli prodotto del vincente vivaio giallorosso, è stato acquistato dal Palermo e finalmente potrà cimentarsi in serie A dopo il lungo apprendistato in cadetteria. Il già citato Cataldi è saldissimo nella sua Lazio, dove gioca già col piglio del veterano, nonostante sia un ’94. Rugani, suo coetaneo, è già uno dei migliori difensori della serie A assieme al più giovane Romagnoli (già prontissimo per giocare titolare nella Roma dov’era cresciuto) e a mio avviso dovrebbe rimanere in forza alla Juve che ne detiene il cartellino. Benassi, tra i più in mostra in Nazionale giovanile, era già emerso in serie A col Torino, e ora il suo cartellino a metà con l’Inter è stato acquisito in toto dai granata. Se i nerazzurri abbiano fatto o meno un errore tecnico lo stabilirà il tempo ma ho il forte sensore di sì!

Fari puntati sono anche su altri giocatori cresciuti nelle nostre “cantere” e mi pare di dire che non è mai troppo tardi se alla fine si ottengono dei risultati concreti. Non sarà questo a risolvere subito i mali del nostro sistema calcio ma può e deve essere una base su cui poggiare il proprio futuro, come hanno fatto nella vicina Germania all’incirca una decina d’anni fa. Mi pare che i frutti nel loro caso siano stati colti eccome!

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Crisi Hellas Verona: quali sono le cause, chi i veri colpevoli? Ma soprattutto, da dove ripartire per scongiurare il pericolo serie B sempre più vicino?

Il Verona sta attraversando uno dei periodi più difficili da quando è risalito in serie A, si può affermare tranquillamente che sia IL più difficile dell’intera gestione Mandorlini, passato dall’essere capopopolo, amato da un’intera tifoseria a capro espiatorio da qualche mese a questa parte.

La situazione forse per chi non segue i colori gialloblu da vicino potrebbe tutto sommato sembrare non proprio così drammatica, in fondo siamo sempre sopra la zona salvezza, obiettivo dichiarato (ma siamo sicuri che nelle intenzioni della società e soprattutto nella testa dei giocatori non fosse qualcos’altro, magari quella zona Europa League sfuggita per un soffio nella passata stagione?), ma in realtà c’è poco o nulla da stare allegri.

I motivi di questo forte e brusco ridimensionamento hanno radici lontane, da quando in estate è stata allestita una squadra “al risparmio”, privata in un sol colpo di quei giocatori che furono gli assoluti protagonisti (assieme al grandissimo Luca Toni) della stagione, gli emblemi della squadra spettacolo che per alcuni mesi si era guadagnata giustamente tanta attenzione da parte dei media nazionali, suscitando vasta eco nelle prodezze di gente come Iturbe, Romulo e prima ancora Jorginho.

Andrea Mandorlini è giunto alla fine del suo ciclo come allenatore dell'Hellas?

Andrea Mandorlini è giunto alla fine del suo ciclo come allenatore dell’Hellas?

A questi nomi aggiungiamo anche quelli di Cacciatore che tanto bene aveva fatto nella prima parte di campionato, e di Marquinho che invece giunse a migliorare la qualità dalla trequarti in su nel girone di ritorno, e capiremo subito come questi non siano stati sostituiti con gente all’altezza. Su questo punto si è molto dibattuto, e in fondo può risultare una polemica sterile cercare di capire se fossero meglio quelli o questi. Fatto sta che MOLTI, quasi tutti, erano convinti che la rosa allestita quest’anno alla vigilia del secondo campionato consecutivo in serie A, fosse in realtà migliore perchè più completa, numerosa, solida… bla, bla,bla.

Purtroppo, ben presto, nonostante comunque i risultati nelle prime dieci partite fossero tutto sommato in linea con un campionato tranquillo, si è capito come mancasse la fantasia, il brio, il coraggio, in sostanza… il gioco! Poi è parso palese come mancassero altre componenti importanti, finanche fondamentali, visto appunto che a mancare è in toto il gioco, vale a dire… la determinazione, la grinta, la corsa, la voglia, la fame…

Ahi, ahi, senza queste qualità, indipendentemente dai numeri e dai moduli (provati in quantità tale da far perdere la bussola anche al più bravo dei navigatori) non si va da nessuna parte, e per fortuna che Toni – che qualcuno aveva additato precocemente come già finito – ci pensa spesso a buttarla dentro, come gli riusciva splendidamente l’anno scorso.

L'ex campione del Barcellona, il messicano Rafa Marquez: da uomo salvezza a emblema del disastro gialloblu

L’ex campione del Barcellona, il messicano Rafa Marquez: da uomo salvezza a emblema del disastro gialloblu

Manca il gioco, manca la difesa, la peggiore di tutto il campionato… e non parlo di gol subiti (anche se siamo quasi a 50, e sono davvero pochissime le squadre ad aver subito di più). Quello che doveva essere il fiore all’occhiello di un intero reparto, lo strombazzato messicano Rafa Marquez, plurititolato con il Barcellona e reduce da un ottimo Mondiale disputato in Brasile, alla realtà dei fatti pare un ex giocatore, lentissimo, disattento, quasi svogliato, senza motivazioni mi verrebbe da dire, nonostante gli energici buoni propositi estivi. Ho detto della difesa, dove in pratica il solo Agostini, fedelissimo di Mandorlini che lo ha preferito quasi sempre ai più giovani Brivio e Luna, è il titolare, laddove persino Rafael e Moras sono spesso in discussione nelle scelte del mister, ma vogliamo parlare del centrocampo?

Per lunghissimi tratti siamo stati l’unica squadra della serie A a non provare mai a imporre il proprio gioco, schiacciandosi sulla propria metà campo a proteggere i compagni difensori. Fallito in toto il tentativo di rilanciare il greco Tachtisidis, un altro dei fedelissimi dell’allenatore (lui sì in grado di giocare 38 partite l’anno senza mai essere messo in discussione!), incapace di impostare, di lanciare ma anche di fare scudo, accanto a lui sono ruotati un sacco di interpreti che alla fine della giostra si equivalgono tutti nel segno di un’evidente mediocrità (la speranza è che si potesse scrivere “di medietà” ma la realtà è che sono di livello qualitativo più tendente al basso che altro). Obbadi, spesso rimpianto o atteso vanamente, è l’unico che nei piani tattici poteva fare le veci del regista, non fosse altro per la sua capacità di catalizzare i palloni e smistarli, ma in pratica non si è mai visto, così come uno Ionita che invero si era imposto bene, essendo incisivo anche in zona gol. Poi però anche il nazionale moldavo è uscito dai radar, bloccato da un lungo infortunio. E che dire di Jacopo Sala? Lui sì forte davvero, e lestissimo a dimostrarlo al suo rientro in campo dopo mesi di degenza… Purtroppo però la sfortuna sembra essersi accanita contro il giovane centrocampista tuttofare e chissà quando lo rivedremo, se lo rivedremo ancora in gialloblu. E poi Hallfredsson, scostante ma uno che almeno non si tira indietro, dovendo sovente essere lui il faro in mezzo al campo, e non solo umile gregario come l’anno scorso; Lazaros, che fluttua tra mediana e trio offensivo, perdendo incisività in entrambe le zone e sostanzialmente anche una propria dimensione tattica; il rientrante Greco che pare lo stesso giocatore gracile e poco determinante (e determinato, che è ancora peggio) di 8 anni fa, quando era al suo primo anno da professionista; i giovani Campanharo e Valoti che a sprazzi hanno mostrato qualità, specie il secondo, ma che di fatto hanno avuto pochissime chance per imporsi, non giocando mai con la giusta continuità. Come detto, tanti, troppi interpreti, e lo stesso vale per tutti i ruoli. Uno da fuori che non tifi Hellas credo abbia perso il conto ad esempio di quanti difensori centrali possiamo contare…

Luca Toni, il capitano, il bomber, l'unico a salvarsi nell'attuale stagione del Verona

Luca Toni, il capitano, il bomber, l’unico a salvarsi nell’attuale stagione del Verona

Il fatto però è che una rosa sin troppo ampia crea difficoltà a un allenatore come Mandorlini abituato da sempre a giocare con più o meno gli stessi uomini. Che il tecnico ravennate sia in evidente crisi lo capiscono tutti, pare logico sia giunto alla fine del suo bellissimo ciclo gialloblu ma credevo onestamente sarebbe capitato alla fine del torneo, a salvezza raggiunta.

Perchè io ero tra coloro che, pur riconoscendo l’assoluto indebolimento in fatto di uomini in campo, pronosticavano in ogni caso una comoda salvezza, più che altro per scarsità delle compagini avversarie. Mi sbagliavo, assolutamente, anche se sono sicuro che le potenzialità ci sarebbero per raggiungere l’obiettivo, e poi tanti saluti.

Non è possibile che non si siano presi provvedimenti, dopo tutte queste sconfitte, dopo che Empoli e Chievo ci hanno raggiunte, dopo che il Cagliari terz’ultimo è a soli 4 punti sotto, dopo che le stesse Cesena e Parma, che sembravano (e probabilmente lo sono ancora) spacciate stanno dando segni confortanti di vita, mettendo sotto e conquistando punti contro le prime Juve e Roma, le prime due della classe. Cosa dobbiamo aspettare? A me non piacciono i cambi in corsa e poi diciamo la verità, su piazza al momento non ci sono chissà quali tecnici (non credo proprio che Guidolin, da tutti invocato) accetterebbe a questo punto della stagione di subentrare. Magari a giugno sì, e sarei in quel caso felicissimo, però ora non credo proprio, considerando poi che la mia sensazione è che nemmeno Stramaccioni sia saldissimo in sella all’Udinese.

La società, i giocatori, tutti hanno le loro enormi responsabilità, soprattutto nel credere, mi auguro inconsciamente, di essere al livello di squadre come Genoa, Torino o Sampdoria. Sarebbe bello fosse ancora così, è bello vedere quest’anno le partite del Palermo, mi ricordano quelle nostre dell’anno scorso, giocano con lo stesso entusiasmo, con le ali sotto i piedi, mostrano all’intera serie A i loro gioielli Dybala e Vazquez. Ma anche il Sassuolo si è consolidato a differenza nostra, e diciamo la verità, è più forte rispetto a noi in tutti i reparti.

Dicevo, responsabilità di tutti, anche di una società che non pare prendere forti posizioni, con Setti che delega e Sogliano al probabilissimo addio a fine stagione, vada come vada… Non ci sono più soldi da spendere, lo dimostra un mercato di riparazione all’insegna dell’immobilismo o quasi, e allora visto che ormai la squadra è questa e non la si può cambiare più, credo che come sempre accade a pagare debba essere un allenatore che ormai appare in totale confusione, stanco, in difficoltà ma pur sempre spesso arrogante nelle sue disamine e mai pronto ad accettare le giuste critiche.

Io a questo punto, non lo dico provocatoriamente, al suo posto chiamerei Pavanel, reduce da un ottimo lavoro con la Primavera e gli affiderei le sorti della prima squadra. Il campionato in fondo è ancora lungo, la salvezza è alla portata ma occorre svegliarsi, darsi una mossa, correre…. Non possiamo nemmeno pensare di tornare in serie B!

Il difficile momento dell’Hellas Verona: occorre cambiare e mettere in campo ogni risorsa possibile per invertire questa pericolosa rotta

Amici gialloblu, è innegabile come definitivamente sia necessario voltare pagina e lasciar perdere la splendida stagione scorsa. Dobbiamo salvarci, e anche se io ho sempre sostenuto come la cosa sia assolutamente alla portata della nostra squadra, soprattutto per la scarsa qualità altrui (e per questo mio avventato e perentorio pronostico estivo stanno facendo settimanalmente gli scongiuri diversi miei amici dalla memoria lunga!), è giunto davvero il momento di guardare in faccia la mesta realtà dei fatti. Sarà dura raggiungere l’obiettivo, se il trend è questo. Non si vince più, nemmeno nella roccaforte del Bentegodi, in trasferta le buschiamo da tutti, comprese compagini certamente più pimpanti come il Sassuolo attuale ma invero alla portata dell’Hellas. Sorvolo sul fatto che in primis la società ci aveva illusi, e forse anche molta stampa locale, pronta a innalzare acquisti come il vecchio campione Rafa Marquez, reduce in effetti da un ottimo Mondiale, ma anche da stagioni in leghe minori e poco competitive rispetto a quando guidava da leader la retroguardia e la mediana del Barcellona. Non sono stati poi – lo dico da sempre – sostituiti in modo adeguato gente del calibro degli Iturbe, Romulo, Marquinho e Jorginho dell’anno scorso. Sì, forse a livello numerico la rosa è stata puntellata, ma sorvolerei sul fatto che sia effettivamente migliorata. Infine… Mandorlini, il nostro caro tecnico al quale dobbiamo la nostra rinascita nel calcio che conta, le nostre più recenti e vivide gioie, ma al quale ora più che mai si chiede di fare un passo indietro rispetto alle sue idee assolutamente scalfite nella pietra e mai messe da lui in discussione. L’idea che si fa sempre più spazio nella mente è che come minimo non stia riuscendo a valorizzare e sfruttare al meglio la rosa messa a sua disposizione. Ma se fior di allenatori hanno messo da parte dogmi e valori per riuscire a trovare la quadra della propria squadra, perchè non dovrebbe provarci anche lui, visto che è palese come l’atteggiamento in assoluto più rinunciatario dell’attuale campionato di serie A, il centrocampo clamorosamente meno creativo fra tutti, non stia portando chissà quali risultati. Urge cambiare in fretta, mentre noi tifosi dobbiamo ri-abituarci alla nostra dimensione “storica”, quella portatrice di sofferenza, dopo 3 anni vissuti vincendo e divertendoci. Ma questo non spaventa di certo il temprato e fedelissimo pubblico gialloblu, a noi basta raggiungere l’obiettivo lottando e mettendo in campo tutto l’ardore possibile. Forza Hellas Verona!

Hellas Verona, buona la prima al Bentegodi ma quanta sofferenza! La classifica però ci sorride: 4 punti in 2 partite

Ieri sera ho incontrato diversi amici allo stadio: andava in scena la prima al Bentegodi del Nuovo Verona 2014/2015. Sì, nuovo, perché questa gruppo è fondamentalmente diverso da quello che tanto aveva fatto entusiasmare i tifosi e stupire gli addetti ai lavori. Diverso ma non per questo necessariamente meno valido, seppur ancora “in costruzione”. Difficile scrivere della propria squadra, proprio ieri sera Antonio, un mio compaesano (va beh, da pochi anni risiedo da un’altra parte ma siamo originari dello stesso paese della Bassa) mi diceva che lui non sarebbe in grado di essere obbiettivo parlando dell’Hellas. Lo capisco, non è semplice, perché a volte si pretende sempre il massimo e istintivamente ce la prendiamo a male per una giocata sbagliata, un gol preso o fallito, dimenticando da dove si viene, da che stagioni di inferno proveniamo. Eppure il calcio è “adesso”, l’oggi, non occorre sempre rivolgersi indietro, altrimenti si corre il rischio di non andare avanti. La società di Setti, Sogliano e Mandorlini, dei giocatori e dei tifosi invece vuole andare avanti e per questo non concede troppe defaillances. Ieri contro il Palermo stava succedendo questo: pur non strafando o meritando particolarmente, i rosanero conducevano la gara e all’Hellas sembravano clamorosamente quelle fresche risorse che corrispondevano spesso e volentieri ai nomi di Jorginho, Romulo e Iturbe, finiti nelle tre grandi del campionato, guarda caso. Sono rimasti però Toni, Rafael, Alfredo, Moras, Agostini, è arrivato un signor giocatore, quel Rafa Marquez che sembra qui di casa da una vita e altri nuovi devono integrarsi ma le qualità ci sono.

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Lasciamo stare che ieri il Taxi (fortemente rivoluto da Mandorlini, l’unico sinora che è stato capace di farlo emergere secondo le sue potenzialità… ci stava provando anche Zeman ma a Roma non è che brillino in pazienza) e Lazaros abbiano cannato la partita, che Obbadi appaia magro e fragile come un grissino al cospetto dei giganti mediani del Palermo (Bolzoni, Barreto e il settepolmoni Luca Rigoni che noi di Verona conosciamo bene per averlo, da avversari, apprezzato negli ultimi anni al Chievo) o che il promettente Nico Lopez si sia mangiato un gol su bella imboccata dell’altro interessante giovane brasiliano Campanharo. Il materiale su cui lavorare c’è, e comprende pure l’ancora timido Martic, l’esperto Brivio, ex enfant prodige del calcio italiano, quando furoreggiava da “Nuovo Maldini” al Mondiale Under 17, il coriaceo Sorensen, la valida alternativa Nenè e… vogliamo dirlo?… il fuoriclasse Saviola. Probabilmente saremo meno spettacolari dello scorso anno, certi esperimenti magari verranno provati (ma dubito che Campanharo, che ricordo bene come valido trequartista nella primavera della Fiorentina, possa diventare un nuovo Jorginho), altri innesti verranno effettuati specie in mediana (quanto manca ad esempio un Donadel che qui tornerebbe anche a piedi) ma la realtà dice che dopo 2 giornate il Verona viaggia a una media rispettabilissima: 4 punti conquistati, uno in trasferta e tre canonici al Bentegodi. Non penso che ci sarà da discutere se ci salviamo o no, conta il “come” ci salveremo. In fondo Parma e Torino sembrano essersi indeboliti rispetto all’anno scorso, noi invece a detta di tutti no! E’ vero che le milanesi molto difficilmente, o la Lazio, si bruceranno un’altra stagione, arrivando dietro la zona Europa ma intanto credo che dobbiamo essere ottimisti e forse provare a osare di più in certi frangenti. Ieri ai più è parsa francamente incomprensibile a un certo punto l’inserimento di un terzo centrale difensivo, Marques, contro i quasi inoffensivi avanti palermitani (anche se il giovane centravanti dell’Under 21 Belotti un po’ di paura a me l’ha fatta) al posto di un Hallfredsson a rischio cartellino rosso. Il risultato è stato che il Palermo si è come rivitalizzato nell’ultimo quarto d’ora, mettendoci in apnea, pur non creando grossi pericoli (uno grandissimo però è stato sventato prodigiosamente da san Rafael!). Insomma, io per primo non sono tornato a casa con la luce negli occhi di una partita splendida, non mi sono molto entusiasmato ma pur in svantaggio me la sentivo che avremmo vinto (e ho pure dei testimoni al riguardo!). L’ho pensato perché comunque questa squadra, pur essendo a mio avviso più carente in qualità (ma di contro molto più compatta) ha un grande cuore e uno spirito che non si spegne mai, come carattere dell’allenatore sta lì a testimoniarlo da ormai quasi 5 anni vincenti.

Analisi (il più possibile obbiettiva) della situazione attuale dell’Hellas Verona

E’ da un po’ che non mi occupo sul blog della mia “squadra del cuore”, l’Hellas Verona, il cui campionato ormai ha preso una deriva positiva, consolidando quella che all’inizio pareva una conquista difficile, ma che poi, inizio trionfale alla mano, era diventata questione quasi scontata: la salvezza, con conseguente permanenza in Serie A.

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Ora però pare quasi non si possa più criticare il Verona, nemmeno quando gira a vuoto, quando perde punti in modo alquanto scellerato, o quando perde le componenti che fin qui l’hanno sempre contraddistinta, vale a dire la grinta, la forza, la determinazione, perché no?, la qualità della manovra e dei singoli. Sì, perché se da una parte sono fastidiosi, per non dire odiosi, coloro che fanno i rovinosi e che si lamentano per ogni cosa, come se improvvisamente si dovesse lottare per partecipare alla prossima Champions League (per poi ovviamente… vincerla!), i quali si dimenticano che fino all’avvento di Mandorlini e la poderosa risalita nei piani alti del Calcio Italiano, si stava per sprofondare in quarta serie, dopo averla già sfiorata qualche anno prima nel famoso play out disputato contro la Pro Patria, dall’altra cominciano a stancarmi anche i “buonisti” a oltranza.

Lo so, è faticoso stare in mezzo al guado, essere equilibrati, quando si guarda al calcio con l’occhio clinico ma spesso coperto, dell’appassionato tifoso. Dovessi ragionare solo da addetto ai lavori, quale tra l’altro sono, allora davvero non avrei nulla da obbiettare: bravi i ragazzi, bravissimo come non mai l’allenatore, ottime la società per tutto quello che di unico e straordinario ci sta regalando! Ci mancherebbe! Godiamoci questa stagione, che dà l’idea – al di là del fatto evidente che Setti e Sogliano in primis ambiscono a consolidarsi nella massima serie – di rimanere unica.

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Ora però mi lascio andare ad alcune considerazioni che, tra le mura di casa amiche, o sulle bacheche amiche di Facebook e Twitter, spesso hanno già fatto capolino in me, non sempre tuttavia condivise (e il calcio è bello perché è vario!).

Chiarisco subito il fatto che sono il primo ad essere contento, stupito, meravigliato, estasiato da un torneo condotto in maniera simile dai nostri giocatori gialloblu: speravo e confidavo nel raggiungimento dell’obiettivo minimo, soprattutto perché ben consapevole di come l’ambiente, la piazza possa veramente fare la differenza, trascinando col proprio entusiasmo un’intera città e contagiando il clima per 7 giorni su 7, come ai tempi dello storico scudetto targato Bagnoli. Quindi, essersi salvati a 3 mesi dalla fine del campionato è davvero, come si dice in maniera grossolana, “tanta roba”.

Adesso però ci troviamo davanti a un bivio, da più parti evidenziato: tentare il grande salto verso l’Europa (minore sinchè si vuole, ma pur sempre Europa: riapriamo la parentesi dei ricordi recenti per capire che sino qualche anno fa le trasferte più lontane stavano a Portogruaro o a Pagani), obiettivo alla portata visto il trend generale del campionato, con presunte big come Lazio e Milan quasi fuori dai giochi, perché incostanti o più semplicemente incappati in una stagione no, e dirette avversarie valide ma non palesemente superiori a noi, come Torino e Parma, nonostante le recenti sconfitte patite contro entrambe.

Io non mi aspetto nulla sinceramente: sono convinto, e lo sono da qualche partita, diciamo da quando si è concluso il girone d’andata (meglio, dal pareggio incredibile conseguito contro i Campioni d’Italia della Juventus) che il meglio sia stato fatto, a livello di prestazioni e, ma qui vorrei proprio sbagliarmi, a livello di “emozioni”. Sì, perché sinceramente se arrivasse davvero la qualificazione alla prossima Europa League, sarei ovviamente contento, ma mi accontenterei di assistere, da qui a fine maggio, a partite vere, vissute, giocate alla morte, emozionanti appunto! Non come le tante partite che ho visto negli ultimi anni da spettatore passivo e disinteressato, con squadre già salve a metà stagione e quasi pronte a “regalare” (detto senza alcuna malizia o dietrologia) punticini qua e là ai più bisognosi, o in ogni caso a tenere il freno a mano tirato.

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Ecco, ho sempre pensato che all’Hellas Verona una cosa del genere non potrebbe mai capitare, perché nel dna della squadra questo aspetto non pare proprio essere contemplato, vista la determinazione dell’allenatore e il temperamento mostrato sinora da calciatori come Romulo, Maietta, Iturbe, per non dire del redivivo Toni, una specie di simbolo di tutto il Verona.

Però è indubbio che, da quando abbiamo venduto Jorginho al Napoli, qualcosa della splendida alchimia e dell’intesa tra i reparti sia andato un po’ perso, a scapito magari di una più marcata compattezza, che però finora non sta facendo rima con qualità.

Era impensabile vincere tutte le gare al Bentegodi, come quasi successo incredibilmente nel girone d’andata, ma ora non abbiamo più il pallino del gioco in mano, senza un regista del calibro del giovane iriundo, cresciuto nel nostro vivaio, tra l’altro. Il famoso coro “cambieranno i giocatori, il presidente, l’allenator.. ma il Verona resterà per sempre nel mio cuor… “ è certamente condivisibile e da mandare ai posteri, ma forse dico che si poteva quantomeno attendere qualche mese prima di monetizzare. Tanto, che cambiava? Forse il prezzo dell’italo-brasiliano, continuando molto presumibilmente su quei livelli, sarebbe diminuito? Così ci ritroviamo da alcune partite col vuoto in mezzo al campo, parzialmente colmato dall’esperienza dell’indomito Donadel (che però dura praticamente un tempo a partita, nel quale per carità, è ammirevole per abnegazione e sacrificio), meno dall’acerbo Cirigliano (non so quanto sia lecito ancora attenderlo… io vorrei vederlo almeno una partita intera da titolare prima di giudicarlo… e parlo da appassionato di calcio giovanile: conosco l’argentino da tanti anni, è ben più di una promessa in Patria, ma quando diventi professionista sono i fatti a contare, non le premesse o le referenze). Sarebbe meglio dire che il buco di Jorginho è più che altro compensato dal fatto che avere Romulo in campo è come avere due giocatori in uno: davvero sorprendente il campionato dell’ex viola, mai domo, mai stanco, mai squalificato, seppure sia uno che non si tiri indietro e si risparmi in partita, anche quando occorre difendersi e contenere gli avversari. Poi anche ieri se super Iturbe avesse finalizzato quella sua strepitosa azione personale alla Messi, alle quali ormai ci ha “quasi” abituato, magari starei parlando di un’altra partita. Ma ciò che volevo (evidentemente non riuscendoci) sintetizzare, è che mi spiacerebbe che la nostra stupenda stagione fosse in qualche modo “ridimensionata” da partite senza grinta, senza mordente. Vorrei di nuovo provare forti emozioni, non parlo certo di quelle “da brivido” più volte da me rimarcate procurate dal nostro reparto difensivo (un po’ meno, a dire la verità, da quando Gonzales si è seduto in panchina, ma ieri Rafael e capitan Maietta, solitamente entrambi tra i migliori per continuità di rendimento e prestazioni, ci hanno messo del loro!) ma delle emozioni che solo le gare sudate, infuocate, (possibilmente) equilibrate sanno regalare. E il Verona di quest’anno non solo è stato in grado di far emozionare i loro numerosissimi e appassionati tifosi, ma proprio li ha fatti sognare, e ancora può continuare a farlo, se davvero volesse provare un ultimo sforzo nella corsa (onestamente difficile) alla zona Europa. Forza Gialloblu!

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JORGINHO al Napoli: la parola al tifoso!

Lo premetto a scanso di equivoci: per una volta smetterò i panni del giornalista sportivo, obbiettivo e capace – in teoria – di analizzare da esterno i pro e i contro di quella che sembra una normale, classica trattativa di mercato. Da che mondo è mondo d’altronde le cose stanno così: un giovane di una squadra di un certo livello emerge fino a destare l’interesse di uno o più club di più alto rango. Via alla trattativa, e tutti contenti, tra plusvalenze, premi valorizzazione, clausole, rinnovamento di contratti, soldi nuovi freschi in cassa e vai con la sopravvivenza. Certo, ma dicevo prima, oggi lascerò spazio al tifoso  che è in me: il tifoso gialloblu che è in me, quello che sin da piccolo gioiva per partite e annate passate alla storia, per lo scudetto, per idoli mai dimenticati e per tante stagioni da protagonista nella massima serie. Il tifoso che c’era pure nei momenti chiave, quelli del fallimento nel ’90, della caduta in B e rinascita, fino al periodo della Lega Pro, anche se il momento dell’incanto era terminato da un pezzo. Ma al cuor non si comanda, e la squadra va sempre seguita, sostenuta, amata, anche se le tappe al Bentegodi erano sempre meno frequenti.

Quest’anno per tutti i tifosi del Verona, ma anche per tutti gli appassionati calciofili che amano esaltarsi non solo con le gesta delle proprie squadre, è inevitabile non rimanere indifferenti allo splendido cammino sin qui percorso con piena sicurezza dagli scaligeri di Mandorlini. Un girone d’andata e una classifica da RIVELAZIONE, termine che abbiamo imparato ad associare negli anni a club come Udinese, Catania, Genoa… sì, quest’anno tocca a noi, e sembrava impossibile immaginarlo quando con Giannini si stava toccando il fondo.

Torniamo al punto, e scusatemi per la divagazione “romantica”, ma volevo riallacciarmi a uno dei tormentoni del mercato, legato al nome di Jorginho, talento che l’Hellas in questi anni ha saputo forgiare, crescere, portare ad alti livelli, grazie alla fiducia datogli dal mister e alle sue indubbie qualità, non solo tecniche, ma anche professionali, umane.

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Il brasiliano, ma prossimo alla naturalizzazione italiana, è approdato qui da adolescente, ha fatto la trafila nelle giovanili: lui, che sembrava ancora più piccolo, gracile rispetto ai suoi coetanei, timido persino, al cospetto di alcuni guasconi compagni di avventura, quando è ancora davvero troppo presto per farsi cullare dai sogni, come quello di diventare calciatore di serie A. Un breve passaggio a Sassuolo, poi il primo vero banco di prova, in prestito nella vicina San Bonifacio, con la squadra locale allora protagonista in Lega Pro. Jorginho appare ancora timido, ma la personalità in realtà si sta formando e in campo il brasiliano è in grado di leggere le partite, sa quando smistare il pallone, gioca più di fioretto, quello sì, ma non è certo uno di quei brasiliani giocolieri, frombolieri, fumosi. Il ritorno a Verona coincide con un normale processo di integrazione in prima squadra; a poco a poco Mandorlini gli regala minuti, lo fa giocare in tutte le zone del centrocampo, non da regista in un primo tempo, quello è un ruolo sin troppo delicato per un ventenne in una squadra che vuole, DEVE tornare quantomeno in serie B.

In cadetteria i progressi del nostro sono eccezionali e in fretta, con estrema naturalezza, quasi senza sgomitare (quando in realtà nessuno gli regala mai nulla, i suoi miglioramenti sono frutto di un estremo e rigoroso lavoro sul campo dove dimostra una serietà e una determinazione incredibili, una maturità inaudita, anche nel modo di porsi), si ritrova a dirigere la squadra, titolare inamovibile. Non è più una mezzala che si limita a toccare pochi ma giusti palloni, che quasi si nasconde in campo. Ora è sempre nel vivo del gioco, chiama i compagni, alza la testa, si concede giocate sempre meno scontate, dare il pallone a lui significa “metterlo in banca”: un’espressione che tra  i tifosi comincia a farsi largo.

Arriviamo ai giorni nostri, con Jorginho ormai diventato per tutti in città il “Piccolo Giorgio”, regista ambito da tutti, centrocampista tra i migliori per rendimento e prestazioni di tutta la serie A. Cominciano sin dalle prime giornate di campionato a fioccare notizie relative a veri o presunti abboccamenti nei suoi confronti da parte di grandi società, italiane e straniere. Si rincorrono i nomi di Milan, Juventus, Fiorentina, ma anche (e soprattutto) Liverpool.

Poi d’improvviso spunta il Napoli e stavolta l’affare è serio, non più soltanto un apprezzamento pubblico. La trattativa da settimane rimbalza fino al “felice” epilogo. Ma sarà davvero così? Certamente per Giorgio sì, che a livello economico avrà un’impennata al suo ingaggio. Per carità, legittimo, è venuto qui da ragazzo, aveva un contratto ancora poco più che un Primavera. A livello tecnico, poi, andrà a rinforzare ulteriormente una squadra già fortissima, come abbiamo avuto modo di ammirare proprio in quella che sarà stata la sua ultima gara in gialloblu. E sono sicuro che Benitez saprà valorizzarne al massimo il suo talento. Ma al Verona questa operazione servirà davvero a qualcosa? Sarà utile? Le “rivelazioni” si sanno mantenere negli anni con operazioni di questo tenore, rivendendo i pezzi pregiati e reinvestendo, magari alla scoperta di qualche altro talento. E poi, da un punto di vista dei tempi.. ma non si poteva posticipare l’operazione? Aspettare almeno fino a giugno? E a livello economico? Siamo sicuri che sia un affare venderne al comproprietà per 5 milioni di euro quando, leggo nel frattempo, Capoue, altro obiettivo del Napoli, certamente meno forte del nostro, è valutato 15 e l’Atalanta per il suo gioiellino Baselli (gran talento ma che finora in serie A sta giocando poco, all’ombra di Cigarini, del quale è legittimo erede in cabina di regia) ne vuole almeno 12?

E poi, manca tutto un girone di ritorno… bando alla scaramanzia, il Verona è salvo, stagioni incomprensibili (o meglio, col senno di poi, comprensibili sin troppo) come l’ultima in A targata Malesani sono un lontano ricordo. Ma quest’anno c’erano davvero tutti i presupposti per disputare tutta un’annata straordinaria, grazie a un gruppo fantastico, a un’alchimia vecchi-nuovi unica nel panorama dell’attuale serie A. Quanti colpi del ds Sogliano andati a buon fine e che stanno dando frutti incredibili: Toni, Iturbe, Romulo, uniti ai reduci, alcuni dalla Lega Pro. Gente come Rafael, Maietta, Gomez, Hallfredsson e… lui, il gioiello di casa più fulgido, Jorge Frello JORGINHO. Non voglio insinuare che, perso lui, il cervello a metà campo, il giocattolo si possa rompere. Sono anch’io del parere che la squadra viene prima di tutto, che la maglia vale più dei singoli giocatori, concetto questo valido a maggior ragione per una piazza come la nostra. Ma la sensazione che l’operazione sia stata sin troppo affrettata mi pervade, specie se il sostituto naturale di Jorginho continuerà a essere fermo ai box. Sto parlando di Cirigliano, su cui Sogliano e la dirigenza crede molto, e a ragione, verrebbe da dire, viste le riverenze che il giovanissimo argentino si porta in dote. Gran regista basso, play anche difensivo, sulla falsariga di Mascherano, a cui spesso in Patria è stato paragonato. Lanciato nel River Plate dal grande Almeyda, altro che lo ricorda nelle movenze, ha bruciato le tappe, arrivando anche in Nazionale ma in pratica per una ragione o per l’altra a Verona non l’abbiamo mai visto, se non in sporadiche occasioni  (e nemmeno indimenticabili, vedi la gara persa di coppa Italia contro la Samp, complice anche un suo disgraziato disimpegno al portiere Mihajlov).

Troppo poco per certificarne una repentina affermazione in gialloblu, anche se sembrava difficile a occhio e croce la sua coesistenza in campo con Jorginho, sebbene quest’ultimo avesse più libertà d’azione sul rettangolo verde.

Tuttavia le occasioni per l’argentino d’ora in poi non mancheranno, fermo restando la questione sui suoi problemi fisici. Speriamo che possa giocare presto almeno 3 gare di fila per poterlo giudicare, altrimenti se la vedranno nel ruolo che fu di Giorgio i più classici ed esperti (bolliti?) Donati e Donadel. Se la squadra non verrà ulteriormente modificata (mi raccomando, niente scherzi fino a giugno almeno per il campioncino Iturbe, eh?) c’è la possibilità concreta che Cirigliano possa farsi ben valere. E’ fiducia cieca che ripongo in Sogliano che ha promesso di riscattarlo, quindi significa che nel “piccolo Mascherano) ci crede eccome.

Forza Gialloblu e un grande grosso in bocca al lupo a Jorginho, che sono sicuro saprà raggiungere grandi traguardi in carriera.

 

Serie A al giro di boa: il punto sul girone di andata squadra per squadra

E’ terminato il girone d’andata di serie A, in attesa di due posticipi di questa sera che poco andranno a incidere sulle sorti della classifica o quanto meno sui giudizi sin qui ottenuti.

Una classifica veritiera, spietata quasi nella sua demarcazione netta tra le prime 3 squadre in avanti, altre 3 in linea di galleggiamento per l’Europa, poche altre al riparo da eventuali cadute rovinose e la maggior parte, una buona metà, che d’ora innanzi si ritroverà a fare a sportellate per non retrocedere in serie B. Fa specie che in questa categoria rientri il Milan, nobile decaduta o per lo meno lontanissima parente dalla squadra lungamente ammirata negli ultimi 25 anni.

Davanti hanno mantenuto ritmi vertiginosi la capolista Juventus,  che a dispetto di una rovinosa, inaspettata e per certi versi scioccante – alla luce della campagna di rafforzamento estiva – eliminazione in Champions League, in campionato ha dimostrato di essere la più forte, la più completa in ogni reparto, grazie alle conferme dei vari Vidal, Pogba, ormai assurto a vero big, e all’impatto dei nuovi Tevez e Llorente, che si stanno imponendo in serie A a suon di gol.

Record nuovi, come quello del numero di vittorie consecutive in serie A per il club (11 conseguito proprio ieri) e un numero di punti impressionanti. La forza dei bianconeri è stata quella di reggere alla partenza sprint della Roma di Garcia, altra splendida realtà del nostro calcio. Dalle prime 10 vittorie consecutive, alla difesa a lungo imperforata, dalle giocate di un redivivo Totti, della freccia Gervinho, scommessa vinta dal tecnico francese, alla conferma del talento di casa Florenzi, i recuperi di De Rossi e Maicon e la solidità di Strootman e Benatia: ecco tutti gli ingredienti di una Roma tornata assolutamente competitiva per la lotta al vertice.

Una lotta cui può, nonostante il ritardo accumulato causa alcuni improvvisi black out strada facendo, legittimamente ambire anche il Napoli di Benitez, splendido protagonista (sfortunato) pure in Champions League. La qualità offensiva, in gente come Higuain, Callejon, Mertens, Insigne e un Hamsik troppo spesso fermo ai box, è impressionante e pure la difesa si sta lentamente assestando; si prospetta un bel duello anche in Europa League tra i partenopei e i bianconeri.

Un po’ più indietro la Fiorentina di Montella, che ha messo in mostra un bel calcio, sulla falsariga della passata stagione, pur cambiando registro in attacco e affidandosi in principio a una super coppia gol, quella formata da Gomez e Rossi. Se quest’ultimo però in pratica non si è mai visto, Rossi ha chiuso da capocannoniere l’andata, salvo poi infortunarsi gravemente. Sperando tutti insieme che possa tornare in piena forma per il Mondiale brasiliano, nel frattempo Montella dovrò reinventarsi qualcosa, pur sapendo di poter contare su due grandi talenti come Borja Valero e Cuadrado.

Al quinto posto chiude sorprendentemente la rivelazione Hellas Verona, capace di rendere praticamente inespugnabile il fortino del Bentegodi (sconfitto solo nel derby col Chievo e ieri col Napoli) e in generale sempre convincente al cospetto delle squadre del proprio lignaggio (non caso ha perso solo con le 4 squadre davanti a sé, oltre che Genoa e Inter, compensate dalle belle vittorie contro Milan e Lazio). Sugli scudi un rinato Toni, alla rincorsa di una convocazione per i Mondiali, i giovani Iturbe e Jorginho, appetiti dai grandi club e Romulo, vero colpo di mercato del ds Sogliano.

L’Inter è riuscita con Mazzarri a riappropriarsi di una dimensione più consona al proprio rango, dopo il disastroso girone di ritorno della passata stagione. Ha ritrovato identità ma soprattutto dignità, pur evidenziando un notevole gap con le prime tre davanti: in difesa si continuano a prendere troppi gol, mentre davanti il solo Palacio assicura pericolosità e gol, non essendo in pratica pervenuti  gli attesi Icardi e Belfoldi. Stagione di transizione, in attesa degli investimenti del nuovo presidente Thohir.

Altra rivelazione è il Torino di Ventura, che per un anno sembra ai ripari da una stagione al cardiopalma: da tempo a Torino non ci si divertiva così, non si assistevano a gare anche entusiasmanti. Si dovrebbero davvero evitare patemi, specie se Cerci e Immobile continueranno ad essere la nuova coppia gol del calcio italiano.

Altre squadre che stanno disputando un campionato in linea con le ambizioni sono Parma e Genoa, nonostante quest’ultima sia partita a fari spenti, ritrovandosi poi impelagata in piena zona retrocessione nella prima fase di torneo, quando a guidarla era l’esordiente Liverani. Il ritorno di Gasperini ha contribuito enormemente a ristabilire certe gerarchie, anche se il Grifone pare ancora altalenante nelle prestazioni, più che nei risultati. Implacabile il Gila davanti, bene anche Kucka fino al serio infortunio, affidabile la retroguardia che fa perno sull’esperienza del trio centrale e sul talento degli emergenti Perin, portiere del futuro, e Vrsaljiko. Più complicato pare parlare del Parma, società che come il Cagliari, da anni si ritrova a conseguire con largo anticipo la quota salvezza, salvo poi cullarsi sugli allori, alternando prestazioni sontuose a inesorabili scivoloni. Quest’anno assisteremo alla stessa situazione, con i ducali che presentano una rosa ricca di elementi di qualità, tale da poter provare a puntare a qualcosa di più di una salvezza tranquilla? Gente come Parolo, tornato meritatamente in Nazionale, Paletta, in odor di naturalizzazione, o un Cassano – comunque irrequieto sul finale di stagione – sollecitano certi pensieri, ma occorrono anche motivazioni forti e una maggior continuità di rendimento. Il Cagliari è un po’ in ritardo sul roulino di marcia, e ora dovrà pure colmare il vuoto lasciato dal richiestissimo Nainggolan, ma l’impressione è che l’obiettivo verrà raggiunto, specie se il bomberino Sau sarà meno perseguitato da guai fisici che lo stanno attanagliando da inizio stagione.

Anche l’Udinese pare in grado di risollevarsi da una situazione oggettivamente complicata ma è alquanto azzardato ipotizzare una rimonta simile alla stagione scorsa. Si paga la discontinuità in zona gol di Di Natale, stranamente in difficoltà sotto porta, al punto di arrivare a meditare di lasciare a fine anno. Tuttavia è ingeneroso attribuire alla sua attuale scarsa vena realizzativa – dopo che ci aveva abituati benissimo, con medie da fuoriclasse assoluto – tutti i mali della squadra friuliana. Manca il supporto di gente come Maicosuel e Pereyra, in possesso di indubbie doti tecniche ma non ancora decisivi, così come l’acciaccato cronico Muriel, da due anni potenziale crack a livello mondiale.

Nelle retrovie sembrano più accreditate Sampdoria, Atalanta e Chievo rispetto a Bologna e Sassuolo, ma la lotta rimarrà aperta fino alla fine. I bergamaschi si stanno limitando al compitino, abili soprattutto in casa davanti al proprio pubblico, e rimangono sempre pericolosi in gente come Denis e un ritrovato Maxi Moralez, con in panca un condottiero navigato come Colantuono, una vera garanzia a Bergamo. La Samp ha pagato caro lo scotto di inizio stagione, con una partenza shock culminata con l’esonero di Delio Rossi , avvicendato dal mai dimenticato da queste parti Mihajlovic. Il tecnico serbo ha compattato la squadra, ce l’ha in pugno e la sa governare bene. La qualità media non è elevatissima, ma l’allenatore sta tirando fuori il massimo da gente come Eder, mai così prolifico in serie A e Palombo, riproposto spesso e volentieri da titolare, sia al centro della difesa ma soprattutto nell’originario ruolo di regista basso, come quando giunse meritatamente in azzurro. Lecito attendersi di più dal giovane Gabbiadini, che finora si è espresso solo a sprazzi. Il Chievo forse ha atteso sin troppo a richiamare in panca Corini, artefice della salvezza dell’anno scorso, confidando che prima o poi il pur bravo Sannino sapesse come invertire una pericolosa rotta. Ma alcune scelte andavano fatte e il Genio affidandosi a un rigenerato Thereau, l’uomo di maggior tasso tecnico dei clivensi, inspiegabilmente finito ai margini nella gestione precedente, e a un Rigoni non più solo abile interdittore davanti alla difesa ma ormai anche illuminato play maker, sebbene anomalo, formato Nazionale, è riuscito a far riemergere la squadra dai bassifondi della classifica.

Il Sassuolo ci ha messo un po’ ad abituarsi alla serie A e non poteva essere altrimenti: la svolta è successa dopo il pesantissimo ko contro l’Inter. Il passivo di sette reti ha ricompattato la squadra, raccoltasi vicina al tecnico del miracolo, Di Francesco, colui che l’aveva portato in Paradiso. Poi c’è voluto tutto il talento, l’estro, i gol del giovanissimo Berardi, talento di casa ma comprato per metà dalla Juve, capace non solo di segnare a 19 anni 4 gol al Milan (!) ma di chiudere addirittura a 11 reti questo girone, dietro solo al viola Rossi nella classifica cannonieri. Si sono messi in luce anche lo storico capitano Magnanelli, a suo agio nei panni di illuminato regista anche in serie A, i giovani Antei (difensore scuola Roma) e Zaza (altro attaccante a metà con i bianconeri) e l’affidabile portiere Pegolo, spesso decisivo con le sue parate.

A conti fatti le più serie candidate alla retrocessione sembrano il Bologna, il Livorno e il Catania… storie diversissime le loro. Il Bologna giunge in extremis alla decisione sofferta ma oramai inevitabile di sostituire Pioli con Ballardini, il cui compito appare comunque arduo, specie se non si ricorrerà a migliorare la squadra in zona gol, dove pesa l’assenza di un attaccante in grado di sostituire degnamente Gilardino. Bianchi appare involuto e in piena crisi tecnica, così che tocca a un encomiabile capitan Diamanti cantare e portare la croce. Il Livorno era partito a razzo, con l’allenatore Nicola nei panni del predestinato. Alla lunga però l’inesperienza e in generale una qualità media piuttosto bassa della rosa toscana si è fatta sentire in maniera predominante, e anche gente come Paulinho e Siligardi, che hanno mostrato dei bei numeri anche nella massima serie, è progressivamente scaduta a livello di rendimento. Il Catania invece pareva chiaramente indebolito dal mercato estivo ma è indubbio che pochi si sarebbero aspettati un crollo simile dopo lo splendido torneo scorso, culminato col record storico per la squadra etnea in serie A. Ora è tornato Lodi, forse, ma siamo in zona “fantacalcio” potrebbe rientrare alla base anche Gomez, immalinconitosi in Russia, ma probabilmente sarebbe opportuno tornasse pure Maran, a mio avviso frettolosamente esonerato in favore di De Canio, il quale però non ha invertito la rotta, anzi. C0n giocatori ancora da recuperare e tutto un girone di ritorno da disputare, la salvezza è ancora possibile, ma occorre cambiare marcia, soprattutto da un punto di vista mentale.

Resta da dire delle due vere, eclatanti delusioni della stagione: Lazio e Milan. Intristito tutto l’ambiente biancoceleste, dove c’ è un clima assolutamente diverso da 12 mesi fa, quando la Lazio chiuse a ridosso della Juve la prima parte di cammino in campionato. Petkovic indicato come colpevole del calo di rendimento, ci pare tuttavia ingiusto addossare tutte le colpe a un tecnico che al primo esame in serie A fece meraviglie.  Il fatto è, che a parte un Candreva in gran spolvero, per tutta una serie di motivi sono mancati per lunghi tratti alcuni giocatori chiave, da Klose, a Hernanes a Mauri. Stagione di transizione, poi bisognerà vedere se Lotito avrà la voglia e la forza di fare la rivoluzione.

Più delicato il discorso relativo al Milan: l’esonero di Allegri è giunto a completamento di una situazione paradossale, con un cambio societario in corso, non del tutto indolore, e con una squadra sempre più allo sbando, senza anima, senza personalità. Pochi da salvare, forse il solo Kakà – per lo meno per quanto concerne impegno, cuore e passione – mentre persino a Balotelli stanno finendo i bonus. Da lui ci si aspetta di più, inutile girarci attorno: non bastano più i gol (su rigore, direbbero i maligni) e alcune prestazioni da top player. Servono più continuità, rendimento, grinta, determinazione, anche serietà se vogliamo, insomma… serve il salto di qualità, anche in vista del Mondiale.