Analisi (il più possibile obbiettiva) della situazione attuale dell’Hellas Verona

E’ da un po’ che non mi occupo sul blog della mia “squadra del cuore”, l’Hellas Verona, il cui campionato ormai ha preso una deriva positiva, consolidando quella che all’inizio pareva una conquista difficile, ma che poi, inizio trionfale alla mano, era diventata questione quasi scontata: la salvezza, con conseguente permanenza in Serie A.

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Ora però pare quasi non si possa più criticare il Verona, nemmeno quando gira a vuoto, quando perde punti in modo alquanto scellerato, o quando perde le componenti che fin qui l’hanno sempre contraddistinta, vale a dire la grinta, la forza, la determinazione, perché no?, la qualità della manovra e dei singoli. Sì, perché se da una parte sono fastidiosi, per non dire odiosi, coloro che fanno i rovinosi e che si lamentano per ogni cosa, come se improvvisamente si dovesse lottare per partecipare alla prossima Champions League (per poi ovviamente… vincerla!), i quali si dimenticano che fino all’avvento di Mandorlini e la poderosa risalita nei piani alti del Calcio Italiano, si stava per sprofondare in quarta serie, dopo averla già sfiorata qualche anno prima nel famoso play out disputato contro la Pro Patria, dall’altra cominciano a stancarmi anche i “buonisti” a oltranza.

Lo so, è faticoso stare in mezzo al guado, essere equilibrati, quando si guarda al calcio con l’occhio clinico ma spesso coperto, dell’appassionato tifoso. Dovessi ragionare solo da addetto ai lavori, quale tra l’altro sono, allora davvero non avrei nulla da obbiettare: bravi i ragazzi, bravissimo come non mai l’allenatore, ottime la società per tutto quello che di unico e straordinario ci sta regalando! Ci mancherebbe! Godiamoci questa stagione, che dà l’idea – al di là del fatto evidente che Setti e Sogliano in primis ambiscono a consolidarsi nella massima serie – di rimanere unica.

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Ora però mi lascio andare ad alcune considerazioni che, tra le mura di casa amiche, o sulle bacheche amiche di Facebook e Twitter, spesso hanno già fatto capolino in me, non sempre tuttavia condivise (e il calcio è bello perché è vario!).

Chiarisco subito il fatto che sono il primo ad essere contento, stupito, meravigliato, estasiato da un torneo condotto in maniera simile dai nostri giocatori gialloblu: speravo e confidavo nel raggiungimento dell’obiettivo minimo, soprattutto perché ben consapevole di come l’ambiente, la piazza possa veramente fare la differenza, trascinando col proprio entusiasmo un’intera città e contagiando il clima per 7 giorni su 7, come ai tempi dello storico scudetto targato Bagnoli. Quindi, essersi salvati a 3 mesi dalla fine del campionato è davvero, come si dice in maniera grossolana, “tanta roba”.

Adesso però ci troviamo davanti a un bivio, da più parti evidenziato: tentare il grande salto verso l’Europa (minore sinchè si vuole, ma pur sempre Europa: riapriamo la parentesi dei ricordi recenti per capire che sino qualche anno fa le trasferte più lontane stavano a Portogruaro o a Pagani), obiettivo alla portata visto il trend generale del campionato, con presunte big come Lazio e Milan quasi fuori dai giochi, perché incostanti o più semplicemente incappati in una stagione no, e dirette avversarie valide ma non palesemente superiori a noi, come Torino e Parma, nonostante le recenti sconfitte patite contro entrambe.

Io non mi aspetto nulla sinceramente: sono convinto, e lo sono da qualche partita, diciamo da quando si è concluso il girone d’andata (meglio, dal pareggio incredibile conseguito contro i Campioni d’Italia della Juventus) che il meglio sia stato fatto, a livello di prestazioni e, ma qui vorrei proprio sbagliarmi, a livello di “emozioni”. Sì, perché sinceramente se arrivasse davvero la qualificazione alla prossima Europa League, sarei ovviamente contento, ma mi accontenterei di assistere, da qui a fine maggio, a partite vere, vissute, giocate alla morte, emozionanti appunto! Non come le tante partite che ho visto negli ultimi anni da spettatore passivo e disinteressato, con squadre già salve a metà stagione e quasi pronte a “regalare” (detto senza alcuna malizia o dietrologia) punticini qua e là ai più bisognosi, o in ogni caso a tenere il freno a mano tirato.

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Ecco, ho sempre pensato che all’Hellas Verona una cosa del genere non potrebbe mai capitare, perché nel dna della squadra questo aspetto non pare proprio essere contemplato, vista la determinazione dell’allenatore e il temperamento mostrato sinora da calciatori come Romulo, Maietta, Iturbe, per non dire del redivivo Toni, una specie di simbolo di tutto il Verona.

Però è indubbio che, da quando abbiamo venduto Jorginho al Napoli, qualcosa della splendida alchimia e dell’intesa tra i reparti sia andato un po’ perso, a scapito magari di una più marcata compattezza, che però finora non sta facendo rima con qualità.

Era impensabile vincere tutte le gare al Bentegodi, come quasi successo incredibilmente nel girone d’andata, ma ora non abbiamo più il pallino del gioco in mano, senza un regista del calibro del giovane iriundo, cresciuto nel nostro vivaio, tra l’altro. Il famoso coro “cambieranno i giocatori, il presidente, l’allenator.. ma il Verona resterà per sempre nel mio cuor… “ è certamente condivisibile e da mandare ai posteri, ma forse dico che si poteva quantomeno attendere qualche mese prima di monetizzare. Tanto, che cambiava? Forse il prezzo dell’italo-brasiliano, continuando molto presumibilmente su quei livelli, sarebbe diminuito? Così ci ritroviamo da alcune partite col vuoto in mezzo al campo, parzialmente colmato dall’esperienza dell’indomito Donadel (che però dura praticamente un tempo a partita, nel quale per carità, è ammirevole per abnegazione e sacrificio), meno dall’acerbo Cirigliano (non so quanto sia lecito ancora attenderlo… io vorrei vederlo almeno una partita intera da titolare prima di giudicarlo… e parlo da appassionato di calcio giovanile: conosco l’argentino da tanti anni, è ben più di una promessa in Patria, ma quando diventi professionista sono i fatti a contare, non le premesse o le referenze). Sarebbe meglio dire che il buco di Jorginho è più che altro compensato dal fatto che avere Romulo in campo è come avere due giocatori in uno: davvero sorprendente il campionato dell’ex viola, mai domo, mai stanco, mai squalificato, seppure sia uno che non si tiri indietro e si risparmi in partita, anche quando occorre difendersi e contenere gli avversari. Poi anche ieri se super Iturbe avesse finalizzato quella sua strepitosa azione personale alla Messi, alle quali ormai ci ha “quasi” abituato, magari starei parlando di un’altra partita. Ma ciò che volevo (evidentemente non riuscendoci) sintetizzare, è che mi spiacerebbe che la nostra stupenda stagione fosse in qualche modo “ridimensionata” da partite senza grinta, senza mordente. Vorrei di nuovo provare forti emozioni, non parlo certo di quelle “da brivido” più volte da me rimarcate procurate dal nostro reparto difensivo (un po’ meno, a dire la verità, da quando Gonzales si è seduto in panchina, ma ieri Rafael e capitan Maietta, solitamente entrambi tra i migliori per continuità di rendimento e prestazioni, ci hanno messo del loro!) ma delle emozioni che solo le gare sudate, infuocate, (possibilmente) equilibrate sanno regalare. E il Verona di quest’anno non solo è stato in grado di far emozionare i loro numerosissimi e appassionati tifosi, ma proprio li ha fatti sognare, e ancora può continuare a farlo, se davvero volesse provare un ultimo sforzo nella corsa (onestamente difficile) alla zona Europa. Forza Gialloblu!

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JORGINHO al Napoli: la parola al tifoso!

Lo premetto a scanso di equivoci: per una volta smetterò i panni del giornalista sportivo, obbiettivo e capace – in teoria – di analizzare da esterno i pro e i contro di quella che sembra una normale, classica trattativa di mercato. Da che mondo è mondo d’altronde le cose stanno così: un giovane di una squadra di un certo livello emerge fino a destare l’interesse di uno o più club di più alto rango. Via alla trattativa, e tutti contenti, tra plusvalenze, premi valorizzazione, clausole, rinnovamento di contratti, soldi nuovi freschi in cassa e vai con la sopravvivenza. Certo, ma dicevo prima, oggi lascerò spazio al tifoso  che è in me: il tifoso gialloblu che è in me, quello che sin da piccolo gioiva per partite e annate passate alla storia, per lo scudetto, per idoli mai dimenticati e per tante stagioni da protagonista nella massima serie. Il tifoso che c’era pure nei momenti chiave, quelli del fallimento nel ’90, della caduta in B e rinascita, fino al periodo della Lega Pro, anche se il momento dell’incanto era terminato da un pezzo. Ma al cuor non si comanda, e la squadra va sempre seguita, sostenuta, amata, anche se le tappe al Bentegodi erano sempre meno frequenti.

Quest’anno per tutti i tifosi del Verona, ma anche per tutti gli appassionati calciofili che amano esaltarsi non solo con le gesta delle proprie squadre, è inevitabile non rimanere indifferenti allo splendido cammino sin qui percorso con piena sicurezza dagli scaligeri di Mandorlini. Un girone d’andata e una classifica da RIVELAZIONE, termine che abbiamo imparato ad associare negli anni a club come Udinese, Catania, Genoa… sì, quest’anno tocca a noi, e sembrava impossibile immaginarlo quando con Giannini si stava toccando il fondo.

Torniamo al punto, e scusatemi per la divagazione “romantica”, ma volevo riallacciarmi a uno dei tormentoni del mercato, legato al nome di Jorginho, talento che l’Hellas in questi anni ha saputo forgiare, crescere, portare ad alti livelli, grazie alla fiducia datogli dal mister e alle sue indubbie qualità, non solo tecniche, ma anche professionali, umane.

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Il brasiliano, ma prossimo alla naturalizzazione italiana, è approdato qui da adolescente, ha fatto la trafila nelle giovanili: lui, che sembrava ancora più piccolo, gracile rispetto ai suoi coetanei, timido persino, al cospetto di alcuni guasconi compagni di avventura, quando è ancora davvero troppo presto per farsi cullare dai sogni, come quello di diventare calciatore di serie A. Un breve passaggio a Sassuolo, poi il primo vero banco di prova, in prestito nella vicina San Bonifacio, con la squadra locale allora protagonista in Lega Pro. Jorginho appare ancora timido, ma la personalità in realtà si sta formando e in campo il brasiliano è in grado di leggere le partite, sa quando smistare il pallone, gioca più di fioretto, quello sì, ma non è certo uno di quei brasiliani giocolieri, frombolieri, fumosi. Il ritorno a Verona coincide con un normale processo di integrazione in prima squadra; a poco a poco Mandorlini gli regala minuti, lo fa giocare in tutte le zone del centrocampo, non da regista in un primo tempo, quello è un ruolo sin troppo delicato per un ventenne in una squadra che vuole, DEVE tornare quantomeno in serie B.

In cadetteria i progressi del nostro sono eccezionali e in fretta, con estrema naturalezza, quasi senza sgomitare (quando in realtà nessuno gli regala mai nulla, i suoi miglioramenti sono frutto di un estremo e rigoroso lavoro sul campo dove dimostra una serietà e una determinazione incredibili, una maturità inaudita, anche nel modo di porsi), si ritrova a dirigere la squadra, titolare inamovibile. Non è più una mezzala che si limita a toccare pochi ma giusti palloni, che quasi si nasconde in campo. Ora è sempre nel vivo del gioco, chiama i compagni, alza la testa, si concede giocate sempre meno scontate, dare il pallone a lui significa “metterlo in banca”: un’espressione che tra  i tifosi comincia a farsi largo.

Arriviamo ai giorni nostri, con Jorginho ormai diventato per tutti in città il “Piccolo Giorgio”, regista ambito da tutti, centrocampista tra i migliori per rendimento e prestazioni di tutta la serie A. Cominciano sin dalle prime giornate di campionato a fioccare notizie relative a veri o presunti abboccamenti nei suoi confronti da parte di grandi società, italiane e straniere. Si rincorrono i nomi di Milan, Juventus, Fiorentina, ma anche (e soprattutto) Liverpool.

Poi d’improvviso spunta il Napoli e stavolta l’affare è serio, non più soltanto un apprezzamento pubblico. La trattativa da settimane rimbalza fino al “felice” epilogo. Ma sarà davvero così? Certamente per Giorgio sì, che a livello economico avrà un’impennata al suo ingaggio. Per carità, legittimo, è venuto qui da ragazzo, aveva un contratto ancora poco più che un Primavera. A livello tecnico, poi, andrà a rinforzare ulteriormente una squadra già fortissima, come abbiamo avuto modo di ammirare proprio in quella che sarà stata la sua ultima gara in gialloblu. E sono sicuro che Benitez saprà valorizzarne al massimo il suo talento. Ma al Verona questa operazione servirà davvero a qualcosa? Sarà utile? Le “rivelazioni” si sanno mantenere negli anni con operazioni di questo tenore, rivendendo i pezzi pregiati e reinvestendo, magari alla scoperta di qualche altro talento. E poi, da un punto di vista dei tempi.. ma non si poteva posticipare l’operazione? Aspettare almeno fino a giugno? E a livello economico? Siamo sicuri che sia un affare venderne al comproprietà per 5 milioni di euro quando, leggo nel frattempo, Capoue, altro obiettivo del Napoli, certamente meno forte del nostro, è valutato 15 e l’Atalanta per il suo gioiellino Baselli (gran talento ma che finora in serie A sta giocando poco, all’ombra di Cigarini, del quale è legittimo erede in cabina di regia) ne vuole almeno 12?

E poi, manca tutto un girone di ritorno… bando alla scaramanzia, il Verona è salvo, stagioni incomprensibili (o meglio, col senno di poi, comprensibili sin troppo) come l’ultima in A targata Malesani sono un lontano ricordo. Ma quest’anno c’erano davvero tutti i presupposti per disputare tutta un’annata straordinaria, grazie a un gruppo fantastico, a un’alchimia vecchi-nuovi unica nel panorama dell’attuale serie A. Quanti colpi del ds Sogliano andati a buon fine e che stanno dando frutti incredibili: Toni, Iturbe, Romulo, uniti ai reduci, alcuni dalla Lega Pro. Gente come Rafael, Maietta, Gomez, Hallfredsson e… lui, il gioiello di casa più fulgido, Jorge Frello JORGINHO. Non voglio insinuare che, perso lui, il cervello a metà campo, il giocattolo si possa rompere. Sono anch’io del parere che la squadra viene prima di tutto, che la maglia vale più dei singoli giocatori, concetto questo valido a maggior ragione per una piazza come la nostra. Ma la sensazione che l’operazione sia stata sin troppo affrettata mi pervade, specie se il sostituto naturale di Jorginho continuerà a essere fermo ai box. Sto parlando di Cirigliano, su cui Sogliano e la dirigenza crede molto, e a ragione, verrebbe da dire, viste le riverenze che il giovanissimo argentino si porta in dote. Gran regista basso, play anche difensivo, sulla falsariga di Mascherano, a cui spesso in Patria è stato paragonato. Lanciato nel River Plate dal grande Almeyda, altro che lo ricorda nelle movenze, ha bruciato le tappe, arrivando anche in Nazionale ma in pratica per una ragione o per l’altra a Verona non l’abbiamo mai visto, se non in sporadiche occasioni  (e nemmeno indimenticabili, vedi la gara persa di coppa Italia contro la Samp, complice anche un suo disgraziato disimpegno al portiere Mihajlov).

Troppo poco per certificarne una repentina affermazione in gialloblu, anche se sembrava difficile a occhio e croce la sua coesistenza in campo con Jorginho, sebbene quest’ultimo avesse più libertà d’azione sul rettangolo verde.

Tuttavia le occasioni per l’argentino d’ora in poi non mancheranno, fermo restando la questione sui suoi problemi fisici. Speriamo che possa giocare presto almeno 3 gare di fila per poterlo giudicare, altrimenti se la vedranno nel ruolo che fu di Giorgio i più classici ed esperti (bolliti?) Donati e Donadel. Se la squadra non verrà ulteriormente modificata (mi raccomando, niente scherzi fino a giugno almeno per il campioncino Iturbe, eh?) c’è la possibilità concreta che Cirigliano possa farsi ben valere. E’ fiducia cieca che ripongo in Sogliano che ha promesso di riscattarlo, quindi significa che nel “piccolo Mascherano) ci crede eccome.

Forza Gialloblu e un grande grosso in bocca al lupo a Jorginho, che sono sicuro saprà raggiungere grandi traguardi in carriera.

 

Tutti pronti a Verona per il grande derby tra Hellas e Chievo!

Cresce di giorno in giorno in città l’attesa per il derby veronese tra Hellas e Chievo, in programma sabato alla ripresa del campionato. Un confronto atteso anni, se è vero che gli unici due derby nella massima serie sono stati disputati 11 anni fa, terminati con una vittoria a testa. Pochi però avrebbero razionalmente immaginato che quella prima stagione in A del Chievo sarebbe stata l’inizio di un consolidamento reale nel calcio che conta, intervallato solo da una nefasta stagione (la stessa giunta dopo il culmine dell’anno precedente, quando con Pillon gli uomini della Diga si issarono fino a raggiungere la zona Champions League) e prontamente riscattata l’anno successivo col mister delle promozioni Iachini. Viceversa per la squadra più storica e titolata della città, da lì in poi sarebbe iniziato un vero calvario, costituito da retrocessioni (drammatica proprio quella conseguente il primo derbyssimo), campionati grigissimi in cadetteria, fino al fondo toccato con lo spauracchio C/2 (chiamiamo le cose come stavano, così si… capisce meglio!). Ora le gerarchie sono nuovamente pareggiate, il clima è quello appunto della grande attesa e di uno scontro più “razionale” se vogliamo, meno da “provincia”, sebbene come tutti sanno Chievo altro non è che uno (splendido) esempio di artigianato portato ai massimi livelli negli anni, emanazione di una frazione, più che di un quartiere, altrimenti anche Londra sarebbe piena zeppa di “quartieri” arrivati in Premier!

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Se da una parte l’Hellas si è riappropriato di una supremazia che, sugli spalti almeno, non è mai stata messa in minima discussione, dall’altra è anche vero che il Chievo,seppur in modo graduale, se n’è costruita una più credibile, non più fatta quasi esclusivamente di simpatizzanti, tifosi delle grandi squadre o da città limitrofe (come Mantova e Trento le cui compagini da anni faticano a emergere ad alti livelli, eccezion fatta per i famigerati anni targati Lori) che ne “approfittavano” per vedere all’opera i grandi campioni di Juve, Milan o Inter. Per non parlare di immagini che dilagano su You tube, con le “vecchiette” allo stadio, in “curva” armate di panini imbottiti al salame e torta alle mele, con i propri nipotini. Immagini che sarebbero invero tutt’altro che deleterie se pensiamo al degrado di certi stadi, senza entrare nello specifico di alcune situazioni estreme protagoniste nelle ultime settimane, ma che negli anni hanno suscitato più di qualche ironia.
Dicevo, però, come evidenziato anche da un amico giornalista veronese, Francesco Barana, che negli anni il tifoso medio del Chievo si è avvicinato, se non proprio allineato a quello delle altre squadre, pur mantenendo un alto senso di civiltà, che comporta immancabilmente (ed è un merito spesso sottovalutato) il premio Fair Play di fine anno.. insomma, magari sparuto, ma il pubblico fa anche qui, o lo può fare, la sua parte.

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Nel caso dell’Hellas però questi discorsi sono palesi, evidenti e maggiormente enfatizzati a maggior ragione in serie A, dove forse in effetti mancava da troppo tempo anche agli avversari un paragone simile. Già, perché molti cronisti, giornalisti, specie i più giovani, sembrano quasi meravigliarsi dei cori continui, dei canti incessanti, dei brusii perenni, degli incitamenti in stile inglese (metro di confronto abusato ma che mai come accostato ai “Butei” ci calza a pennello). In realtà bastava si fossero sintonizzati in questi anni anche sulla Lega Pro per capire quanto i “ragazzacci” della Curva Sud non siano solo quelli sprezzantemente dipinti come leghisti, teppisti e violenti. C’è una frangia più estrema, inutile negarlo, come vi è insinuata in ogni latitudine nel calcio, ma la maggioranza di questi tifosi hanno un attaccamento davvero encomiabile ai colori, e seguono la squadra ovunque, in C così come in A, facendo sentire e valere tutto il proprio calore. Quindi, non sarà un derby tra big come Milan e Inter, nella loro storia quasi sempre scontri per il vertice; non sarà una “lotta di classe” come a Torino, dove l’indomito Toro spesso riesce con prestazioni epiche a sovvertire pronostici quasi sempre favorevoli in partenza ai “ricchi”; non saranno le roventi gare di Roma e Genova, quando un derby talvolta funge da volano per dare senso a un’intera stagione e la passione raggiunge livelli di guardia, ma anche il quinto derby dell’anno (mai stati così numerosi e ci auguriamo che possano rimanere così tanti anche negli anni a venire) ha più di un motivo di interesse, e avrebbe meritato alla grande il prime time, anziché venir disputato alle 18, oltretutto creando in città un certo disagio, vista la compresenza di altri eventi importanti nello stesso fine settimana. Ma tant’è, si va verso una sfida da tutto esaurito, e non poteva essere altrimenti, visto il già elevatissimo numero di abbonamenti siglato dall’Hellas Verona.
A livello tecnico, invece, come ogni derby sarà una partita a sé, e certamente la pausa avrà contribuito in entrambi i casi a mettere ordine alle idee, specie in casa Chievo, dove si è consumato il divorzio da Sannino, che aveva raccolto davvero poco in questa prima fase, facendo sprofondare la squadra all’ultimissimo posto in classifica. L’attenuante di una rosa parsa sin da subito più debole rispetto alle precedenti stagioni sta in piedi fino a un certo punto; il fatto è che il tecnico ha saputo con poca convinzione immettere le proprie idee nei calciatori e compito del figliol prodigo Corini, già artefice della squadra miracolo che arrivò in serie A sotto la guida di Delneri, di cui era orgoglioso capitano e della comoda salvezza ottenuta l’anno scorso da subentrato sarà quello di far invertire la rotta. Corini tra l’altro è un ex, avendo giocato – poco causa infortuni – pure con la maglia dell’Hellas.
Hellas che indubbiamente, stando ai numeri attuali, parte favorito. Scivolone col Genoa a parte, che ci si augura rimarginato, rimane la rivelazione del campionato, nel quale da neopromossa, sta mostrando un gioco scintillante, di qualità e ardore, forte di un allenatore che è simbolo stesso della squadra, condottiero nel vero senso della parola: un Mandorlini al top, che sta raccogliendo finalmente anche nella massima serie quanto di ben seminato lungo un’esperienza che l’ha portato anche a vincere oltre confine. Un tecnico che ha messo da parte certe intemperanze, spronato probabilmente anche da una società finalmente impeccabile, seria e competente nelle figure dei pragmatici presidente Setti e direttore sportivo Sogliano, uno dei più giovani e interessanti nel ruolo.
A livello di squadra, il Chievo a mio avviso dovrà recuperare in primis alcuni giocatori parsi l’ombra di sé stessi, specie il francese Thereau, determinante l’anno scorso con i suoi molti gol e assist e far perno su un ritrovato Dainelli (da quando l’ex viola è tornato nei ranghi la difesa è parsa molto solida), oltre che affiancare un uomo di qualità in mezzo al campo a capitan Rigoni, che non può sempre cantare e portare la croce.

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Del Verona ormai si sa quasi tutto, e anche questo fa specie: non si era quasi più abituati a tutta questa attenzione mediatica nei confronti dell’ultima vera provinciale in grado di vincere uno scudetto. Mai come in questo inizio di stagione però titoli ed elogi sono meritati e commensurati al reale valore mostrato in campo dalla truppa di Mandorlini. Un gruppo vero, affiatato, dove elementi di lotta vanno a braccetto con quelli di fioretto. Dove accanto a gente di spessore e qualità vera (il “vecchio” Toni, i giovani Jorginho e Iturbe che tutti ci invidiano, in attesa di vedere all’opera pure Cirigliano), c’è gente da serie A come Romulo, Jankovic e Donati, senza dimenticare l’apporto fondamentale, e in alcuni casi sorprendente, degli elementi protagonisti della grande cavalcata, alcuni addirittura già presenti in Lega Pro (gente come Rafael, Maietta, Albertazzi, Gomez, Cacciatore, Hallfredsson o lo stesso Jorginho). Insomma, un mix che finora, specie tra le mura amiche del Bentegodi, si sta dimostrando vincente, visto che la maggior parte dei 22 punti sono stati incamerati proprio in casa.
Che derby sia allora, e vinca il migliore!

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Brasile ai piedi di Neymar e Oscar

E così la nazionale brasiliana olimpica di calcio sta mantenendo le promesse, nonostante, specie nella gara d’esordio contro l’Egitto abbiano rischiato, giocando troppo sul velluto e peccando di inesperienza, di farsi rimontare dopo che erano andati agevolmente in vantaggio per 3 a 0. Con la Bielorussia, invece, dopo aver subito un improvviso gol, la squadra di Menezes, favoritissima per l’oro olimpico, ha messo il turbo, inanellando una serie di occasioni da rete vorticose, fino al punteggio finale fissato stavolta sul 3 a 1. Mattatore delle due gare il piccolo Neymar, classe ’92 e già accreditato come un fenomeno, l’ennesimo verrebbe da aggiungere, partorito dall’immensa fucina calcistica verde oro.

Se da una parte gli occhi sono tutti inevitabilmente puntati su di lui, a cominciare da quelli dei difensori, c’è da dire che, al di là del velato fastidio che può arrecare un costante suo coinvolgimento nei media di tutto il mondo, che ne hanno fatto in primis un personaggio, una star, l’attaccante con la cresta sta poi dimostrando sul campo di cos’è capace.

Tra assist e gol è sempre lui a decidere le sorti della sua nazionale e pazienza se talvolta pecca di eccessivo egoismo o se si perde in inutili e talvolta dannosi virtuosismi fini a sè stessi, visto che poi il risultato, quando meno te lo aspetti, lo riesce a portare a casa. Stupisce di Neymar la straordinaria personalità, nonostante i 20 anni, il fatto che non abbia mai paura di rischiare la figuraccia, che voglia sempre avere il pallone, prendendosi quindi le sue responsabilità. Inoltre pare che non si faccia davvero mai abbattere, nemmeno quando sbaglia un dribbling o un gol.. anzi, non vede l’ora di riconquistare subito palla per riprovarci!

Nonostante spesso i grandi nomi non facciano la differenza nel calcio, e il Brasile bruciato ai Mondiali sudafricani e alla recente Copa America ne è una chiara testimonianza, quest’anno la squadra di Menezes sembra fare sul serio, nonostante le minacce che potrebbero arrivare più in là nella manifestazione da Uruguay o dalla Spagna, sorprendentemente sconfitta dal Giappone nella gara d’esordio.

I fuoriquota Marcelo, Hulk e Thiago Silva arricchiscono infatti una rosa già ottima, con giovani in trampolino di lancio come Oscar, appena acquistato il Chelsea, ieri protagonista di una gara monstre condita da un bel gol allo scadere.

Oscar, già ammirato nell’ultimo Mondiale Under 20, quando fu oltremodo decisivo in finale contro il Portogallo, è maturato tantissimo nell’ultimo brasileirao ed è riuscito piuttosto agevolmente a soffiare il posto sulla trequarti all’indolente (e infortunato cronico) Ganso.

Non ci vuole molto ad essere più dinamico rispetto al fantasista del Santos ma Oscar sembra possedere anche altre doti rispetto al pari ruolo, di due anni più vecchio. Ganso invece rischia di fallire la competizione, col rischio serio che poi le pretendenti, moltissime fino a  un paio di anni fa, si squaglino come neve al sole. A differenza del compagno di club Neymar, Ganso sembra nascondersi nel rettangolo verde, non chiama mai la palla, gioca forte di una tecnica cristallina, assoluta ma praticamente lo fa da fermo, un po’ come faceva Rai, buon trequartista negli anni ’80 ma assai a disagio nelle competizioni importanti.

Bene anche Rafael ,costante in fase di spinta e abile in difesa. Il terzino del Manchester Utd quest’anno potrebbe davvero esplodere in tutto il suo talento e l’Olimpiade sembra proprio la vetrina adatta per lui.. così come per il centrale dell’Inter Juan Jesus, che stranamente non sembra stare nelle grazie del Strama, tecnico abilissimo con i giovani. Juan appare sicuro, affidabile – poi con Thiago Silva tutto diventa ovviamente più facile! – e il Bologna lo vorrebbe a tutti i costi portare in rosa. Di Oscar si è già detto; i due mediani Sandro (già apprezzato al Tottenham) e  Romulo (soltanto omonimo del laterale comprimario a Firenze) fanno legna in mezzo al campo, col neo acquisto dello Spartak Mosca abile a livello tattico e bravo pure a spezzare il gioco avversario, un po’ come faceva egregiamente Emerson. In panca sedevano il possente centravanti Damiao, cercato dal Milan, il terzino Uvini del San Paolo, ambito da mezza serie A e il fortissimo laterale offensivo Lucas Moura, per cui lo United e l’Inter farebbero pazzie.

Note positive che giungono anche da Pato, ieri in rete con un bel colpo di testa su assist del solito Neymar. Chissà che il suo recupero possa far dimenticare presto ai milanisti il tradimento di Ibra.

Aspettiamo al varco i brasiliani nel prossimo turno ma mai come quest’anno sembra che i pronostici possano essere azzeccati!

Hellas Verona 2011/2012: le pagelle

Al termine di un campionato stupendo, giocato quasi sempre su livelli eccelsi e con la squadra arresa solo nel rush finale ai playoff, ecco in sintesi le mie pagelle ai protagonisti gialloblu edizione 2011/2012

Rafael 7 – la miglior stagione del portiere brasiliano da quando è in riva all’Adige. Reattivo, sicuro di sè e spesso determinante, ha limitato le sue scorribande e ne ha beneficiato in sicurezza. Ormai veronese d’adozione!

Abbate 6,5 – Prima parte di stagione da rivelazione, un giocatore trasformato rispetto a quello visto all’opera l’anno precedente: puntuale in fase di spinta, a sorpresa pure goleador e ben attento dietro. Alla lunga distanza però emergono delle pecche caratteriali e una personalità non ancora ben definita, si fa spesso condizionare da fattori esterni.

Maietta 8 – Implacabile, veloce, tecnico, si attacca all’avversario e non gli dà respiro e poi trova pure il fiato per i suoi proverbiali coast to coast che quest’anno, oltre a preziosi assist, hanno fornito pure alcuni gol tra i più belli di tutta la serie B. Buon per noi che ormai abbia sposato la causa, ma la domanda è: che ci fa in cadetteria un talento simile?

Mareco 7 – forse troppo falloso, compensa alla grande con la sua strabordante personalità, la sua esperienza e la sua caparbietà. In area di rigore non teme nessun avversario. Gladiatore.

Scaglia 6,5 – come Abbate è stato un po ‘altalenante e non ha retto l’intera stagione su elevati standard di rendimento. Comunque, specie nei primi 3 mesi ha fatto spesso la differenza sulla corsia mancina.

Jorginho 7– Cresciuto alla distanza, un ’91 del vivaio che dopo un buon apprendistato nella vicina Sambonifacese, si è saputo ritagliare adeguato spazio grazie all’umiltà, alla tenacia e alla grande applicazione. Può solo migliorare, ma non è già più il timido trequartista visto all’opera agli esordi, ma un centrocampista completo.

Tachtsidis 7,5 – Uno dei migliori registi di tutta la categoria, autentica rivelazione del torneo, fisico imponente ma anche un buon mancino magari da calibrare. Tornerà in A, stavolta da protagonista, inutile illudersi che possa rimanere-

Hallfredsson 7,5 – il gigante scandinavo non tradisce le aspettative e, seppur non mantenendo un’efficienza fisica per tutta la stagione che un po’ l’ha frenato nel finale, si rivela autentico trascinatore con le sue giocate, i suoi gol e la sua qualità di categoria superiore. Per lui cantano sirene estere ma non solo.. sembra che mezza serie A sia sulle sue tracce.

Gomez 7 – Incostante ma efficace, oltre che il nostro miglior goleador. Ha alternato partite da 10 in pagella, con gol alla Messi e giocate  da Playstation ad altre in cui era tremendamente abulico, quasi assente. Ha disputato una grande Coppa Italia, attirando le attenzioni su di sè. Speriamo rimanga per continuare a crescere, esprimendo così tutto il suo notevole potenziale.

Ferrari 6,5 – la sua pecca sono i pochissimi gol realizzati ma tra i nostri attaccanti centrali risulta essere di gran lunga il migliore, il più presente in squadra, il più leader, un leone in area di rigore, che difende palla come pochi, si strema e apre varchi per i compagni.

Berrettoni 6 – Poche gare, in cui ha giocato soprattutto di esperienza. Leader silenzioso ma riconosciuto da tutti all’interno della squadra.

Frattali 6,5 – Si è fatto trovare pronto quando c’è stata necessità. Affidabile secondo

Cangi 6 – Soldatino mai disubbidiente, ha messo in mostra poche cose in fase offensiva, ma ha compensato con l’attenzione in difesa, garantendo equilibrio

Esposito 5,5 -Da tre anni all’Hellas e ancora incompiuto. Spiace per il buon Gennaro, i cui mezzi tecnici sono noti agli addetti ai lavori da quando frequentava con successo le nazionali giovanili azzurre. Eppure gli manca qualcosa, la personalità forse, la grinta certamente (e quella, ahimè, non è cosa che si insegna a scuola) ma soprattutto quando gioca pare “accontentarsi”… peccato!

Lepiller 6 – da carneade sottoutilizzato a pedina discreta e affidabile nel girone di ritorno. E’ in possesso di ottimi numeri, specie dalla distanza, lui che nelle giovanili viola faceva sfracelli. Poi sembrava perso per certi palcoscenici e invece sarebbe il caso di riproporlo l’anno prossimo.

D’Alessandro 6,5 – sempre sul punto di volare, di sbocciare definitivamente, viene poi frenato da vari fattori. Non sappiamo se abbia guadagnato del tutto la stima di mister Mandorlini, il quale probabilmente dal giovane romanista si aspetta molto. In ogni caso, quando parte palla a terra sulla fascia dà l’idea di essere davvero imprendibile per qualunque terzino.

Pugliese 6,5 – Tolto tardissimo dalla naftalina, il buon Bepi si dimostra difensore mancino di razza, sempre ottimo in fase di propulsione e valido corridore, quasi instancabile. Mai una polemica, mai una lite,eppure avrebbe giocato titolare ovunque in serie B.

Bjelanovic 6– il pupillo del mister ormai pare a fine carriera: qualche gol, l’esperienza necessaria per non deludere ma davanti urgono forze fresche

Doninelli 5,5 – acerbo, forse troppo, lui che al Genoa primavera aveva spesso incantato con i suoi piedi gentili e le sue efficaci geometrie in mezzo al campo. Deve crescere

Galli 6– parte benino l’ex parmense, poi sul più bello si infortuna gravemente. Torna nel finale ma è più impegnato a rispettare le consegne che a sbaragliare gli avversari.

Pichlmann 5,5– Delude il centravanti austriaco, in possesso di buoni mezzi fisici e tecnici. Si è visto poco, non sempre per colpa sua ma ha inciso altrettanto poco

Russo 6 – A lungo andare ha ceduto il posto al giovane brasiliano Jorginho, si è sempre fatto trovare pronto alla bisogna

Ceccarelli 6 – Capitano e simbolo, gioca sempre col cuore, anche lui rema in direzione giusta, incita sempre i compagni, sembra un allenatore in campo. Qualche svarione ma lo si può perdonare

Mancini sv– Spiace per il buon Manuel ma è parso da subito che non rientrasse nei piani del mister

All. Mandorlini 9 – il vero artefice della stagione dell’Hellas, un tecnico che si è davvero rimesso in gioco scendendo addirittura in Lega Pro e costruendo un connubio unico con giocatori, società, ambiente e soprattutto tifosi. DEVE rimanere per alimentare certi sogni.

Grazie lo stesso Hellas Verona

Ho dovuto metabolizzare l’eliminazione dell’Hellas Verona dai playoff subita contro un pimpante Varese. Lascio la parola al giornalista che è in me e non posso non unirmi al coro di complimenti alla compagine gialloblu per l’impegno, il bel gioco per lunghissimi tratti del torneo ampiamente dimostrato, e per il massimo sforzo adoperato nel tentativo di raggiungere una categoria che, obbiettivamente, avrebbe meritato. Unito al fatto che a inizio stagione eravamo comunque delle matricole e che nessuno avrebbe pronosticato un simile campionato, beh, non si può che dire “grazie” ai ragazzi e applaudirli.

Lascio ora spazio al tifoso che, tra le pieghe di questo post, è già emerso. Sono amareggiato per l’esito, inutile negarlo, non perchè il Varese abbia demeritato – in fondo in casa loro hanno dominato e al Bentegodi hanno messo in grave difficoltà il bravissimo portiere gialloblu Rafael – ma perchè in una gara di così vitale importanza non si possono non vedere alcuni chiari episodi in area di rigore. Si sta facendo tanta dietrologia, da giorni addirittura, in città perchè l’arbitro Massa è lo stesso che non fischiò un sacrosanto rigore a Ciotola contro il Portogruaro tre anni fa. Stesso arbitro, stesso copione ma stavolta con posta in palio nettamente più alta.

Due rigori piuttosto netti su Ferrari, inutile girarci attorno! Poi il Varese ha legittimato il punteggio, con tanti tiri in porta dei suoi bravissimi frombolieri, su tutti Nadarevic, arrivato tardissimo al grande calcio, dopo aver calcato le serie dilettantistiche del Triveneto, ma insomma il risultato sarebbe stato probabilmente differente con un rigore assegnato all’Hellas.

Ferrari, visibilmente commosso e stremato, al termine di una partita in cui veramente è parso l’Ibrahimovic ” de noialtri”, non ce l’ha più fatta in sala stampa a trattenere le lacrime, lui che si è trovato in una situazione spiacevole quando stava all’Albinoleffe, assieme a compagni di squadra che scommettevano a destra e a manca (e tra questi, spiace dirlo, anche l’ex gialloblu Gervasoni). In pratica tutti i giocatori di quell’Albinoleffe figurano indagati… difficile dire se molti hanno omesso cose che sapevano, ma da qui a essere squalificati per 3 anni senza aver mai scommesso nulla ce ne passa. In bocca al lupo Gladiatore Nick!

Purtroppo l’Hellas ha tirato troppo la corda, arrivando ai playoff spompato da un punto di vista puramente fisico e con alcuni tra i calciatori più rappresentativi non al massimo della forma, tra cui Juanito Gomez e l’islandese Hallfredsson.

Davanti abbiamo steccato, tra le squadre impegnate nei playoff probabilmente avevamo l’organico peggiore e alla lunga l’assenza di un vero goleador si è fatta sentire. Ottimo Gomez, ma non un bomber puro, nonostante i 14 gol e le splendide giocate che l’hanno fatto accostare a squadroni come la Lazio. Superbo il greco Tachtisidis in cabina di regia, un ’91 dal fisico di ferro, complementare al piccolo e tecnico Jorginho (talento del vivaio, anch’egli classe ’91) e il già citato scandinavo. In difesa, oltre al confermatissimo Rafael, portiere affidabile e spettacolare, è stato imperioso l’ex crotonese Mimmo Maietta, autentico leader della difesa, anch’egli commosso a fine gara e dispiaciuto per i tantissimi sostenitori che non smettono mai di incitarlo. Cuore gialloblu, ma soprattutto senza timore di smentita, il miglior centrale difensivo di tutta la categoria.. scandaloso che non sia titolare fisso in serie A! Ha avuto gravi infortuni in carriera, e la sua promessa è quella di arrivare in A con il Verona.

Probabilmente ci sarà una società nuova alla ripresa del torneo ma indiscutibilmente bisognerà ripartire da Mandorlini, ormai un tuttuno con l’ambiente e con la tifoseria, oltre che un tecnico che è stato in grado di vincere, di proporre un gran calcio, di creare un gruppo.

Quindi, a parte il risultato finale, grazie ragazzi.. complimenti a tutti voi!

Lunedì, a mente fredda, le mie pagelle di fine stagione.. ma prevedo buoni voti 🙂