JORGINHO al Napoli: la parola al tifoso!

Lo premetto a scanso di equivoci: per una volta smetterò i panni del giornalista sportivo, obbiettivo e capace – in teoria – di analizzare da esterno i pro e i contro di quella che sembra una normale, classica trattativa di mercato. Da che mondo è mondo d’altronde le cose stanno così: un giovane di una squadra di un certo livello emerge fino a destare l’interesse di uno o più club di più alto rango. Via alla trattativa, e tutti contenti, tra plusvalenze, premi valorizzazione, clausole, rinnovamento di contratti, soldi nuovi freschi in cassa e vai con la sopravvivenza. Certo, ma dicevo prima, oggi lascerò spazio al tifoso  che è in me: il tifoso gialloblu che è in me, quello che sin da piccolo gioiva per partite e annate passate alla storia, per lo scudetto, per idoli mai dimenticati e per tante stagioni da protagonista nella massima serie. Il tifoso che c’era pure nei momenti chiave, quelli del fallimento nel ’90, della caduta in B e rinascita, fino al periodo della Lega Pro, anche se il momento dell’incanto era terminato da un pezzo. Ma al cuor non si comanda, e la squadra va sempre seguita, sostenuta, amata, anche se le tappe al Bentegodi erano sempre meno frequenti.

Quest’anno per tutti i tifosi del Verona, ma anche per tutti gli appassionati calciofili che amano esaltarsi non solo con le gesta delle proprie squadre, è inevitabile non rimanere indifferenti allo splendido cammino sin qui percorso con piena sicurezza dagli scaligeri di Mandorlini. Un girone d’andata e una classifica da RIVELAZIONE, termine che abbiamo imparato ad associare negli anni a club come Udinese, Catania, Genoa… sì, quest’anno tocca a noi, e sembrava impossibile immaginarlo quando con Giannini si stava toccando il fondo.

Torniamo al punto, e scusatemi per la divagazione “romantica”, ma volevo riallacciarmi a uno dei tormentoni del mercato, legato al nome di Jorginho, talento che l’Hellas in questi anni ha saputo forgiare, crescere, portare ad alti livelli, grazie alla fiducia datogli dal mister e alle sue indubbie qualità, non solo tecniche, ma anche professionali, umane.

jorg

Il brasiliano, ma prossimo alla naturalizzazione italiana, è approdato qui da adolescente, ha fatto la trafila nelle giovanili: lui, che sembrava ancora più piccolo, gracile rispetto ai suoi coetanei, timido persino, al cospetto di alcuni guasconi compagni di avventura, quando è ancora davvero troppo presto per farsi cullare dai sogni, come quello di diventare calciatore di serie A. Un breve passaggio a Sassuolo, poi il primo vero banco di prova, in prestito nella vicina San Bonifacio, con la squadra locale allora protagonista in Lega Pro. Jorginho appare ancora timido, ma la personalità in realtà si sta formando e in campo il brasiliano è in grado di leggere le partite, sa quando smistare il pallone, gioca più di fioretto, quello sì, ma non è certo uno di quei brasiliani giocolieri, frombolieri, fumosi. Il ritorno a Verona coincide con un normale processo di integrazione in prima squadra; a poco a poco Mandorlini gli regala minuti, lo fa giocare in tutte le zone del centrocampo, non da regista in un primo tempo, quello è un ruolo sin troppo delicato per un ventenne in una squadra che vuole, DEVE tornare quantomeno in serie B.

In cadetteria i progressi del nostro sono eccezionali e in fretta, con estrema naturalezza, quasi senza sgomitare (quando in realtà nessuno gli regala mai nulla, i suoi miglioramenti sono frutto di un estremo e rigoroso lavoro sul campo dove dimostra una serietà e una determinazione incredibili, una maturità inaudita, anche nel modo di porsi), si ritrova a dirigere la squadra, titolare inamovibile. Non è più una mezzala che si limita a toccare pochi ma giusti palloni, che quasi si nasconde in campo. Ora è sempre nel vivo del gioco, chiama i compagni, alza la testa, si concede giocate sempre meno scontate, dare il pallone a lui significa “metterlo in banca”: un’espressione che tra  i tifosi comincia a farsi largo.

Arriviamo ai giorni nostri, con Jorginho ormai diventato per tutti in città il “Piccolo Giorgio”, regista ambito da tutti, centrocampista tra i migliori per rendimento e prestazioni di tutta la serie A. Cominciano sin dalle prime giornate di campionato a fioccare notizie relative a veri o presunti abboccamenti nei suoi confronti da parte di grandi società, italiane e straniere. Si rincorrono i nomi di Milan, Juventus, Fiorentina, ma anche (e soprattutto) Liverpool.

Poi d’improvviso spunta il Napoli e stavolta l’affare è serio, non più soltanto un apprezzamento pubblico. La trattativa da settimane rimbalza fino al “felice” epilogo. Ma sarà davvero così? Certamente per Giorgio sì, che a livello economico avrà un’impennata al suo ingaggio. Per carità, legittimo, è venuto qui da ragazzo, aveva un contratto ancora poco più che un Primavera. A livello tecnico, poi, andrà a rinforzare ulteriormente una squadra già fortissima, come abbiamo avuto modo di ammirare proprio in quella che sarà stata la sua ultima gara in gialloblu. E sono sicuro che Benitez saprà valorizzarne al massimo il suo talento. Ma al Verona questa operazione servirà davvero a qualcosa? Sarà utile? Le “rivelazioni” si sanno mantenere negli anni con operazioni di questo tenore, rivendendo i pezzi pregiati e reinvestendo, magari alla scoperta di qualche altro talento. E poi, da un punto di vista dei tempi.. ma non si poteva posticipare l’operazione? Aspettare almeno fino a giugno? E a livello economico? Siamo sicuri che sia un affare venderne al comproprietà per 5 milioni di euro quando, leggo nel frattempo, Capoue, altro obiettivo del Napoli, certamente meno forte del nostro, è valutato 15 e l’Atalanta per il suo gioiellino Baselli (gran talento ma che finora in serie A sta giocando poco, all’ombra di Cigarini, del quale è legittimo erede in cabina di regia) ne vuole almeno 12?

E poi, manca tutto un girone di ritorno… bando alla scaramanzia, il Verona è salvo, stagioni incomprensibili (o meglio, col senno di poi, comprensibili sin troppo) come l’ultima in A targata Malesani sono un lontano ricordo. Ma quest’anno c’erano davvero tutti i presupposti per disputare tutta un’annata straordinaria, grazie a un gruppo fantastico, a un’alchimia vecchi-nuovi unica nel panorama dell’attuale serie A. Quanti colpi del ds Sogliano andati a buon fine e che stanno dando frutti incredibili: Toni, Iturbe, Romulo, uniti ai reduci, alcuni dalla Lega Pro. Gente come Rafael, Maietta, Gomez, Hallfredsson e… lui, il gioiello di casa più fulgido, Jorge Frello JORGINHO. Non voglio insinuare che, perso lui, il cervello a metà campo, il giocattolo si possa rompere. Sono anch’io del parere che la squadra viene prima di tutto, che la maglia vale più dei singoli giocatori, concetto questo valido a maggior ragione per una piazza come la nostra. Ma la sensazione che l’operazione sia stata sin troppo affrettata mi pervade, specie se il sostituto naturale di Jorginho continuerà a essere fermo ai box. Sto parlando di Cirigliano, su cui Sogliano e la dirigenza crede molto, e a ragione, verrebbe da dire, viste le riverenze che il giovanissimo argentino si porta in dote. Gran regista basso, play anche difensivo, sulla falsariga di Mascherano, a cui spesso in Patria è stato paragonato. Lanciato nel River Plate dal grande Almeyda, altro che lo ricorda nelle movenze, ha bruciato le tappe, arrivando anche in Nazionale ma in pratica per una ragione o per l’altra a Verona non l’abbiamo mai visto, se non in sporadiche occasioni  (e nemmeno indimenticabili, vedi la gara persa di coppa Italia contro la Samp, complice anche un suo disgraziato disimpegno al portiere Mihajlov).

Troppo poco per certificarne una repentina affermazione in gialloblu, anche se sembrava difficile a occhio e croce la sua coesistenza in campo con Jorginho, sebbene quest’ultimo avesse più libertà d’azione sul rettangolo verde.

Tuttavia le occasioni per l’argentino d’ora in poi non mancheranno, fermo restando la questione sui suoi problemi fisici. Speriamo che possa giocare presto almeno 3 gare di fila per poterlo giudicare, altrimenti se la vedranno nel ruolo che fu di Giorgio i più classici ed esperti (bolliti?) Donati e Donadel. Se la squadra non verrà ulteriormente modificata (mi raccomando, niente scherzi fino a giugno almeno per il campioncino Iturbe, eh?) c’è la possibilità concreta che Cirigliano possa farsi ben valere. E’ fiducia cieca che ripongo in Sogliano che ha promesso di riscattarlo, quindi significa che nel “piccolo Mascherano) ci crede eccome.

Forza Gialloblu e un grande grosso in bocca al lupo a Jorginho, che sono sicuro saprà raggiungere grandi traguardi in carriera.

 

Annunci

Tutti pronti a Verona per il grande derby tra Hellas e Chievo!

Cresce di giorno in giorno in città l’attesa per il derby veronese tra Hellas e Chievo, in programma sabato alla ripresa del campionato. Un confronto atteso anni, se è vero che gli unici due derby nella massima serie sono stati disputati 11 anni fa, terminati con una vittoria a testa. Pochi però avrebbero razionalmente immaginato che quella prima stagione in A del Chievo sarebbe stata l’inizio di un consolidamento reale nel calcio che conta, intervallato solo da una nefasta stagione (la stessa giunta dopo il culmine dell’anno precedente, quando con Pillon gli uomini della Diga si issarono fino a raggiungere la zona Champions League) e prontamente riscattata l’anno successivo col mister delle promozioni Iachini. Viceversa per la squadra più storica e titolata della città, da lì in poi sarebbe iniziato un vero calvario, costituito da retrocessioni (drammatica proprio quella conseguente il primo derbyssimo), campionati grigissimi in cadetteria, fino al fondo toccato con lo spauracchio C/2 (chiamiamo le cose come stavano, così si… capisce meglio!). Ora le gerarchie sono nuovamente pareggiate, il clima è quello appunto della grande attesa e di uno scontro più “razionale” se vogliamo, meno da “provincia”, sebbene come tutti sanno Chievo altro non è che uno (splendido) esempio di artigianato portato ai massimi livelli negli anni, emanazione di una frazione, più che di un quartiere, altrimenti anche Londra sarebbe piena zeppa di “quartieri” arrivati in Premier!

der
Se da una parte l’Hellas si è riappropriato di una supremazia che, sugli spalti almeno, non è mai stata messa in minima discussione, dall’altra è anche vero che il Chievo,seppur in modo graduale, se n’è costruita una più credibile, non più fatta quasi esclusivamente di simpatizzanti, tifosi delle grandi squadre o da città limitrofe (come Mantova e Trento le cui compagini da anni faticano a emergere ad alti livelli, eccezion fatta per i famigerati anni targati Lori) che ne “approfittavano” per vedere all’opera i grandi campioni di Juve, Milan o Inter. Per non parlare di immagini che dilagano su You tube, con le “vecchiette” allo stadio, in “curva” armate di panini imbottiti al salame e torta alle mele, con i propri nipotini. Immagini che sarebbero invero tutt’altro che deleterie se pensiamo al degrado di certi stadi, senza entrare nello specifico di alcune situazioni estreme protagoniste nelle ultime settimane, ma che negli anni hanno suscitato più di qualche ironia.
Dicevo, però, come evidenziato anche da un amico giornalista veronese, Francesco Barana, che negli anni il tifoso medio del Chievo si è avvicinato, se non proprio allineato a quello delle altre squadre, pur mantenendo un alto senso di civiltà, che comporta immancabilmente (ed è un merito spesso sottovalutato) il premio Fair Play di fine anno.. insomma, magari sparuto, ma il pubblico fa anche qui, o lo può fare, la sua parte.

corini
Nel caso dell’Hellas però questi discorsi sono palesi, evidenti e maggiormente enfatizzati a maggior ragione in serie A, dove forse in effetti mancava da troppo tempo anche agli avversari un paragone simile. Già, perché molti cronisti, giornalisti, specie i più giovani, sembrano quasi meravigliarsi dei cori continui, dei canti incessanti, dei brusii perenni, degli incitamenti in stile inglese (metro di confronto abusato ma che mai come accostato ai “Butei” ci calza a pennello). In realtà bastava si fossero sintonizzati in questi anni anche sulla Lega Pro per capire quanto i “ragazzacci” della Curva Sud non siano solo quelli sprezzantemente dipinti come leghisti, teppisti e violenti. C’è una frangia più estrema, inutile negarlo, come vi è insinuata in ogni latitudine nel calcio, ma la maggioranza di questi tifosi hanno un attaccamento davvero encomiabile ai colori, e seguono la squadra ovunque, in C così come in A, facendo sentire e valere tutto il proprio calore. Quindi, non sarà un derby tra big come Milan e Inter, nella loro storia quasi sempre scontri per il vertice; non sarà una “lotta di classe” come a Torino, dove l’indomito Toro spesso riesce con prestazioni epiche a sovvertire pronostici quasi sempre favorevoli in partenza ai “ricchi”; non saranno le roventi gare di Roma e Genova, quando un derby talvolta funge da volano per dare senso a un’intera stagione e la passione raggiunge livelli di guardia, ma anche il quinto derby dell’anno (mai stati così numerosi e ci auguriamo che possano rimanere così tanti anche negli anni a venire) ha più di un motivo di interesse, e avrebbe meritato alla grande il prime time, anziché venir disputato alle 18, oltretutto creando in città un certo disagio, vista la compresenza di altri eventi importanti nello stesso fine settimana. Ma tant’è, si va verso una sfida da tutto esaurito, e non poteva essere altrimenti, visto il già elevatissimo numero di abbonamenti siglato dall’Hellas Verona.
A livello tecnico, invece, come ogni derby sarà una partita a sé, e certamente la pausa avrà contribuito in entrambi i casi a mettere ordine alle idee, specie in casa Chievo, dove si è consumato il divorzio da Sannino, che aveva raccolto davvero poco in questa prima fase, facendo sprofondare la squadra all’ultimissimo posto in classifica. L’attenuante di una rosa parsa sin da subito più debole rispetto alle precedenti stagioni sta in piedi fino a un certo punto; il fatto è che il tecnico ha saputo con poca convinzione immettere le proprie idee nei calciatori e compito del figliol prodigo Corini, già artefice della squadra miracolo che arrivò in serie A sotto la guida di Delneri, di cui era orgoglioso capitano e della comoda salvezza ottenuta l’anno scorso da subentrato sarà quello di far invertire la rotta. Corini tra l’altro è un ex, avendo giocato – poco causa infortuni – pure con la maglia dell’Hellas.
Hellas che indubbiamente, stando ai numeri attuali, parte favorito. Scivolone col Genoa a parte, che ci si augura rimarginato, rimane la rivelazione del campionato, nel quale da neopromossa, sta mostrando un gioco scintillante, di qualità e ardore, forte di un allenatore che è simbolo stesso della squadra, condottiero nel vero senso della parola: un Mandorlini al top, che sta raccogliendo finalmente anche nella massima serie quanto di ben seminato lungo un’esperienza che l’ha portato anche a vincere oltre confine. Un tecnico che ha messo da parte certe intemperanze, spronato probabilmente anche da una società finalmente impeccabile, seria e competente nelle figure dei pragmatici presidente Setti e direttore sportivo Sogliano, uno dei più giovani e interessanti nel ruolo.
A livello di squadra, il Chievo a mio avviso dovrà recuperare in primis alcuni giocatori parsi l’ombra di sé stessi, specie il francese Thereau, determinante l’anno scorso con i suoi molti gol e assist e far perno su un ritrovato Dainelli (da quando l’ex viola è tornato nei ranghi la difesa è parsa molto solida), oltre che affiancare un uomo di qualità in mezzo al campo a capitan Rigoni, che non può sempre cantare e portare la croce.

hella
Del Verona ormai si sa quasi tutto, e anche questo fa specie: non si era quasi più abituati a tutta questa attenzione mediatica nei confronti dell’ultima vera provinciale in grado di vincere uno scudetto. Mai come in questo inizio di stagione però titoli ed elogi sono meritati e commensurati al reale valore mostrato in campo dalla truppa di Mandorlini. Un gruppo vero, affiatato, dove elementi di lotta vanno a braccetto con quelli di fioretto. Dove accanto a gente di spessore e qualità vera (il “vecchio” Toni, i giovani Jorginho e Iturbe che tutti ci invidiano, in attesa di vedere all’opera pure Cirigliano), c’è gente da serie A come Romulo, Jankovic e Donati, senza dimenticare l’apporto fondamentale, e in alcuni casi sorprendente, degli elementi protagonisti della grande cavalcata, alcuni addirittura già presenti in Lega Pro (gente come Rafael, Maietta, Albertazzi, Gomez, Cacciatore, Hallfredsson o lo stesso Jorginho). Insomma, un mix che finora, specie tra le mura amiche del Bentegodi, si sta dimostrando vincente, visto che la maggior parte dei 22 punti sono stati incamerati proprio in casa.
Che derby sia allora, e vinca il migliore!

curva

La Fiorentina di Montella pare un piccolo Barcellona!

Ok, mi assumo il rischio di scrivere un articolo simile, a poche ore da un incontro decisivo per le sorti della Fiorentina e per capire quale direzione reale potrebbe prendere la squadra di Montella, nel contesto di un campionato che la sta vedendo tra le rivelazioni “vere” del campionato.

Ho negli occhi la partita gettata al vento dai Viola contro il Parma! Ecco, queste cose si devono certamente limare, non è ammissibile per una squadra in grado di dominare una gara, soprattutto sul piano del gioco, che alla fine una tale bella prestazione non comporti i tre punti. Non che la squadra ducale, ben allenata da Donadoni non sia una valida compagine, nell’ambito di una intristita serie A, ma nell’occasione sembrava davvero che la Fiorentina l’avesse sopravanzata nettamente a livello tecnico. Non era bastata nemmeno l’ingenuità dell’idolo Roncaglia – per il resto autore di una prova maiuscola, condita da un “gollasso” – a far lievitare la prestazione del Parma e nella fattispecie del deludente Valdes, a mio avviso a disagio nel ruolo di playmaker “alla Pirlo”, come moda calcistica sembra imporre con sempre maggior frequenza.

La Fiorentina aveva colpito con il suo fraseggio breve, con i tocchi ravvicinati, con i passaggi di prima tra i centrocampisti, intercambiabili come registi, e destava preoccupazione negli avversari con la cristallina tecnica e la velocità dell’asso Jovetic, forse il top player del campionato per antonomasia.

Troppe palle sciupate, troppa inconcludenza nella manovra, troppo fumo, condito da poco arrosto, almeno nel contesto di quella sfortunata partita. Se poi sbagli un rigore col tuo uomo decisivo (appunto Jovetic) e il tuo uomo di maggior esperienza (Toni) “regala” un assist grosso come una casa (un rigore nel recupero) al Parma, si capisce come le cose stessero prendendo davvero una brutta piega. C’ è ancora da lavorare, insomma, ma le basi sembrano ottime e qui occorre fare un plauso ai Della Valle, molte volte contestati, come se si fossero stufati del loro giocattolo preferito.. invece, con l’arrivo del valente Pradè sono partiti i botti di mercato.

A vederla giocare, questa squadra ricorda il Barcellona! Potrebbe bastare tanto meno per ben gareggiare in una serie A che pare già in grado di delineare una graduatoria finale, a sole 4 gare dal via.

La linea verde vincente del Bari

Nel convincente Bari di inizio stagione, forte di 3 vittorie consecutive in altrettante partite giocate (quanto pesa la macchia della penalizzazione!) assieme a giocatori esperti e affidabili come le punte Caputo, neo capitano, e Iunco (quest’ultimo davvero in stato di grazia) stanno emergendo con forza, contribuendo ai bellissimi e un po’ sorprendenti risultati, una serie di giovani da tenere assolutamente d’occhio. Merito certamente di un tecnico come Torrente, che già a Gubbio aveva dimostrato (col mentore Gigi Simoni) di saperci fare. Se l’anno scorso, il mister è riuscito a tenere in linea di  galleggiamento una barca che sarebbe potuta affondare da un momento all’altro (soprattutto per le vicende ambientali ed extracalcistiche, più che per le reali carenze sportive), quest’anno ha impresso da subito il suo marchio di fabbrica, costruendo o appuntando una squadra, magari poco accreditata alla vigilia, ma che invece potrebbe davvero far tornare al San Nicola i fasti e l’entusiasmo di un tempo nemmeno troppo lontano, a pensarci bene.

Dal portiere Lamanna al terzino fluidificante Sabelli (gran protagonista nelle giovanili della Roma, con Stramaccioni prima e Alberto De Rossi poi, quando con la sua spinta costante sulla fascia destra sembrava di vedere il pendolino Cafù), agli enfant du pays Bellomo (ieri ingenuamente espulso), Galano e Albadoro sono tanti i giocatori in odor di consacrazione tra i professionisti. Molti poi vengono dal vivaio ed era da un po’ che il florido settore giovanile biancorosso non produceva così tanti giocatori da arruolare con successo in prima squadra, esattamente dai tempi di Cassano e Enyinnaya. Assume ulteriore valore quindi questo score iniziale in classifica che ha tutta l’aria di non essere frutto del caso o episodico ma piuttosto una tappa di avvicinamento verso grandi traguardi. Bellomo già a Barletta aveva fatto vedere cose egregie, così come il fantasista mancino Galano (forse ancora un po’ gracile fisicamente) al Gubbio, proprio sotto gli ordini di Torrente. Entrambi classe ’91, rappresentano l’orgoglio barese. Albadoro è di appena due anni più vecchie e ha dovuto conoscere una più lunga gavetta, passando pure da Brindisi in seconda divisione. Già il successivo anno però, alla Juve Stabia, il buon Diego dimostrò con i fatti – e con i gol – la sua crescita, meritandosi la chiamata della casa madre barese. E ora ha tutte le intenzioni di non fermarsi: prestante fisicamente ma pure agile, può giostrare da centravanti così come pure da attaccante esterno, candidandosi a rappresentare il prototipo dell’attaccante moderno.

Bari possibile rivelazione del torneo di serie B? Io mi sbilancio, direi proprio di sì!

Scudetto meritatissimo della Juve! Ma quanti sono: 30 o 28?

In rete si sono scatenati in tanti: chi irride, chi fa un motto di orgoglio, chi gioisce in modo sfrenato, chi continua a fare la conta dei torti, altri che fanno la conta… degli scudetti: 28 o 30, come sosterrebbe la società? O addirittura meno, come sostengono i maligni tifosi rivali?

Sgomberiamo il campo dagli equivoci: se c’è uno scudetto meritato negli ultimi anni, è proprio quello juventino! Per la squadra egregiamente guidata dal semi esordiente in serie A (se escludiamo la breve e infelice parentesi bergamasca) Antonio Conte hanno contato fattori determinanti come il bel gioco, la continuità di rendimento, una rosa disponibile e molto flessibile, le qualità individuali al servizio del collettivo, e non è quest’ultima una frase fatta, se si considera che la Juventus ha vinto senza un centravanti capace di andare agevolmente in doppia cifra, anzi, facendolo ruotare a seconda degli impegni e dello stato di forma.

Di contro il Milan, l’unico vero ostacolo alla conquista di un insperato scudetto alla vigilia, ha pagato nel corso della stagione i numerosi e pesanti infortuni (su tutti Cassano, Boateng e Thiago Silva), la sopravvalutazione di alcuni pezzi pregiati (mi riferisco a Pato e Aquilani) e non sono bastate l’abnegazione della rivelazione Nocerino, i gol del sempre più implacabile (in campionato) Ibrahimovic, nettamente il migliore atleta di una serie A sempre più povera e la compattezza di un gruppo che forse ha davvero dato tutto. Polemiche infinite a parte, gol non gol visti e non visti, la Juventus ha meritato ampiamente, poco per volta si è insinuata davanti, in una posizione di vertice alla quale francamente non era più abituata nè avvezza.

Il protagonista a mio avviso è stato l’allenatore, probabilmente sin troppo borioso, nonostante abbia reclamizzato sacrificio e l’inferiorità nei confronti del Milan, professando umiltà ad ogni intervista; il tecnico salentino da tempo sognava di guidare la Sua Juventus, dopo esserne stato per anni un trascinatore, un combattente. Allievo di Lippi, ancora giovane ma con le idee sufficientemente chiare, e bravo a mutare pelle, lui che all’inizio tutti indicavano come strenuo fautore di un futuristico quanto improbabile 4-2-4. Una Juve camaleontica, capace di difendersi a 3. a 4, di giocare a una punta, col tridente e forte di una mediana incisiva ma anche spettacolare. La difesa ha retto alla grande, di Buffon, tornato a ottimi livelli dopo le insidie casalinghe di Storari, si ricorda solo l’erroraccio col Lecce che ha levato un po’ di sonno ai tanti sostenitori bianconeri; il trio Barzagli- Bonucci- Chiellini è parso compatto e assolutamente efficace, tanto che a una gara dal termine sono solo 19 i gol subiti. Velocità di Barzagli, tecnica di Bonucci, ripresosi alla grande dopo un girone d’andata difficile, e concretezza di Chiellini ed ecco pronta per la Nazionale una difesa di ferro. Sulle fasce ottimo Liechtsteiner, pur “pressato” dal jolly Caceres e sbocciato lo sfortunato De Ceglie, in lizza con il nuovo Estigarribia sulla corsia mancina. Che dire del sontuoso Pirlo? I termini si sprecano, il miglior regista del mondo basta come definizione? Esploso in tutto il suo talento il prodigio di casa Marchisio, nuovo Capitano, e rivelatosi il cileno Vidal non solo come abile incontrista ma pure come polmone dai piedi buoni. In attacco spazio per tutti, dal tecnico Vucinic, cresciuto a dismisura nel ritorno, anche se poco concreto spesso sotto rete, ai ritrovati Quagliarella e Borriello, al concreto Matri, fino al multiuso Simone Pepe, bravo sia da esterno che da centrocampista puro, un po’ come il rincalzo Giaccherini. Commiato d’addio con vittoria per una Bandiera assoluta come Del Piero, mai una polemica, un esempio straordinario di attaccamento al campo e ai colori. Non pervenuti gli stranieri che avrebbero dovuto far volare la squadra sulle fasce secondo pronostici estivi: Elia, vero oggetto misterioso del campionato e Krasic, opaco, intristito dal poco utilizzo e non consono agli schemi del mister.

Proviamo a inserire De Rossi, Maggio e Balotelli al posto degli stranieri, come ha detto ieri Costacurta in un programma di Sky Sport, e notiamo con piacere che potrebbe nascerne una Nazionale Azzurra efficace e in linea con le squadre più forti per contendersi gli Europei.

Ora però qualcuno ci dica quanti sono questi benedetti scudetti bianconeri? 30 o 28???

Michael Kiwanuka, nuova stella del soul inglese.

Poco prima di Natale, l’anno scorso incappai in una canzone stupenda trasmessa dalle frequenze di RadioUno. Era tarda notte, di sabato e dallo stesso programma solo pochi mesi prima avevo scoperto Maria Gadù, bravissima cantante brasiliana, nota in Italia soprattutto per l’hit Shimbalayè.

Come sempre, cercavo mentalmente di annotarmi il nome dell’interprete che stavo scoprendo, dotato di una voce soul nera d’altri tempi. Madonna, che nome difficile, per una volta pensai che forse forse utilizzare gli pseudonimi non è sempre un male.

Invece ho capito che è una stupidaggine, che il proprio nome deve essere sempre portato con orgoglio, anche se magari in Inghilterra qualcuno lo può storpiare allegramente.

Michael Kiwanuka è un inglese atipico, i genitori ugandesi scapparono da un pericoloso dittatore quando lui aveva solo due anni. Iniziò presto a strimpellare, ma non aveva mai denotato chissà quali doti canore, forse perchè la limitante timidezza o la paura del confronto lo relegava a un ruolo, seppur dignitoso, di bravo session man.

Tuttavia Michael dovrà abituarsi al clamore, alle luci e agli onori, se è vero che, complice una fan d’eccezione come Adele che l’ha scelto come apripista per i suoi concerti, ora in molti si stanno accorgendo del suo fulgido, cristallino, naturale talento.

Soul, r’n’b ma  non solo. Sferzate di rock, chitarra acustica spesso in primo piano, voce che da sola accompagna, seducendo e ammaliando l’ascoltatore che dopo poche note capisce di aver intravisto un fenomeno. Un ragazzo che si pone come “normale”, riservato e concentrato sulla musica. Un nuovo emulo di Marvin Gaye, uno dei tanti verrebbe da dire, ma probabilmente stavolta siamo davvero davanti a un grande della musica.

eccovi un assaggio del suo talento, nell’intensa e calda “home again”

Quanto è forte Borini!

Sostenere “io l’avevo detto” sarebbe ridurre la realtà e prendere in giro gli appassionati sportivi.

Per quanto fossi a conoscenza delle qualità del ragazzo dai tempi degli Allievi del Bologna, credo nessuno onestamente si sarebbe aspettato questo grande exploit al primo vero impatto con la serie A.

Già, è proprio Fabio Borini, classe ’91, la vera rivelazione della serie A. Con il gol decisivo ieri sera contro il Palermo al Barbera (e non è il primo che fa regalare 3 punti d’oro alla sua squadra quest’anno) fanno 9 in poche presenze.

Quando spopolava nelle giovanili del Bologna segnava gol a grappoli, ma era alquanto esile, facendo della velocità la sua arma migliore. Tuttavia il Chelsea si accorse delle sue qualità, fece spese in Italia (acquistò pure Sala dall’Atalanta) e lo portò alla corte di Ancelotti nei Blues. Il Bologna perse pure un altro gioiello quell’anno, forse ancora più promettente all’epoca, il difensore universale Michelangelo Albertazzi, ceduto al Milan. Ma se il biondo difensore ancora non si è espresso da professionista (mai esordito in prima squadra al Milan e poi in panchina tra Getafe e Varese), l’attaccante di Bentivoglio ha invece esordito in Premier con scampoli di gara, dopo aver segnato caterve di gol nelle riserve (i dati riportano 10 gol in 11 gare) per poi passare a stagione in corso allo Swansea in Championship, la seconda lega britannica.

Qui Fabio ha cominciato a far vedere di che pasta è fatto: da gennaio 6 gol in 12 partite e un contributo a dir poco fondamentale per una storica promozione in Premier.

Tornato in Italia per mostrare il suo vero valore, a Parma dopo aver fatto il ritiro estivo, il mister Colomba non se l’è sentita di affidargli le chiavi dell’attacco, preferendo l’inconcludente Pellè. Così Borini con grande entusiasmo è passato l’ultimo giorno di mercato estivo alla Roma, una squadra in piena fase di rinnovamento.

Se al Ducati stanno rimpiangendo le sue prodezze e sperano che Ghirardi riesca a confermarlo, riportandolo alla base per la prossima stagione, nella Capitale hanno ammirato ben presto il suo talento fatto, oltre che di gol, anche di tanta determinazione, voglia di emergere, lotta, grinta e personalità.

Sorprendente pure il suo esordio in Nazionale, nel segno di un rinnovamento tanto auspicato e forse maturo per essere attuato, vista la fioritura sua e di altri campioncini come El Shaarawy, Brivio e Destro.

In mezzo a talenti internazionali come Lamela e Bojan, e a giocatori affermati come Osvaldo o il totem Totti, Fabio Borini si sta giocando al massimo le sue carte, scompigliando quelle dei compagni e ritagliandosi sempre di più uno spazio nel cuore del caldo tifo giallorosso.

Un merito innegabile va anche al tecnico spagnolo Luis Enrique, spesso criticato ingiustamente, che fa giocare davvero chi merita, senza inutili e talvolta dannose gerarchie.

ecco il gol di ieri sera al Palermo