Emanuele Giaccherini era forte ben prima di diventare “Giaccherinho”

Ho sempre apprezzato Emanuele Giaccherini, ben prima che qualche giornalista si affrettasse a ribattezzarlo Giaccherinho (ben prima della Confederation Cup, ci pensò il suo tecnico Conte a definirlo così, sottointendendo quello che di fatto accade da anni: si perdono per strada bravi giovani – Giack di gavetta ne ha fatta eccome, finanche a ipotizzare di ritirarsi anzitempo tra i dilettanti della Romagna – per prendere presunti fenomeni esotici).

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Giaccherini non è più giovanissimo ma si è guadagnato sul campo, con sudore e- perchè no? – buone qualità tecniche, i gradini più alti, la Juve, gli scudetti, la chiamata in Nazionale, l’esordio, la permanenza del gruppo e ora un po’ di meritata ribalta, visto che sin qui, della claudicante esperienza della spedizione azzurra, si sta rivelando il più convincente, se non altro il più “in palla” fra i compagni.

Dalle Giovanili del Cesena (dove assieme al più vecchio compagno d’attacco, Meloni, lui sì ormai perso per il calcio dei pro fa sfracelli di gol) si intuisce che siamo di fronte a un giocatore dalle grandi potenzialità, ma i dubbi sul fisico sono legittimi.

A 19 anni va in prestito a farsi le ossa nella vicina Forlì, segna un solo gol, è acerbo ma colpisce per intraprendenza, velocità impressionante, insomma, ci si può investire, il Cesena ci crede. Poi altra tappa nelle vicinanze a Bellaria, sempre c2, Gioca titolare, prende dimestichezza col mondo dei pro, ma nella seconda stagioene incappa in un brutto infortunio, il recupero è lento e difficile, i ritmi spaventano, Emanuele medita seriamente di ritirarsi anzitempo, la strada pare troppo in salita e forse percepisce che la casa madre, impegnata a costruire una squadra forte per risalire in categorie più consone al proprio blasone, vuole puntare su grossi nomi di categoria, più esperti.

Invece arrivano forti rassicurazioni, l’anno successivo la nuova ripartenza è quella giusta. A Pavia, in una situazione di evidente emergenza, confeziona una stagione monstre, segnando 9 gol e mettendo in mostra un repertorio di guizzi, di fantasia e velocità niente male per uno che staziona da troppi anni in quarta serie.

Torna a Cesena, pare però destinato a non rientrare nei piani di una squadra lanciatissima verso la B, invece il neo tecnico Bisoli si “innamora” della sua tenacia, della sua determinazione, della sua motivazione e della sua educazione, la sua personalità e punta sul talento di casa, venendone ampiamente ripagato.

Contribuisce da punto fermo, da punto di forza, alle due promozioni consecutive che porteranno la squadra romagnola in serie A dopo un ventennio. E’ la realizzazione di un sogno, che si materializza di gara in gara nello splendido primo anno di A con Massimo Ficcadenti in panchina, dove Emanuele, con i compagni Parolo e Nagatomo, diverrà rivelazione dell’intero massimo torneo italiano.

Saranno ben 97 presenze, condite da 20 reti per Giak, ormai non più solo attaccante esterno veloce e punzecchiante come le zanzare sui difensori avversari, ma giocatore quasi a tutto campo, come divenuto ormai agli ordini dei due suoi attuali mister, Conte e Prandelli che, pur usandolo con parsimonia, vengono sempre ripagati da prestazioni certe, consolidate. Ala, interno, mezzz’ala, a sostegno delle punte, niente di spettacolare o lasciato al caso (anche se rimangono sporadici colpi ad effetto, come quello visto in occasione del gol contro il Brasile o degli assist dispensati durante la manifestazione in corso) ma si tratta di un giocatore su cui gli allenatori sanno di poter contare a occhi chiusi. Avercene di così, e difatti dubito che la Juve se ne disferà a cuor leggero. La storia è piena di gente che, con umiltà e determinazione, ha raggiunto traguardi magari insperati alla vigilia. Non per scomodare paragoni ingombranti, ma nella stessa squadra bianconera, tra gli uomini chiave di quello splendido primo ciclo di Lippi c’erano Torricelli, Di Livio o Pessotto, che non  mi pare avessero pedigree da campione conclamati, eppure conquistarono grandi vittorie.

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2 risposte a “Emanuele Giaccherini era forte ben prima di diventare “Giaccherinho”

  1. Come ho già scritto sul mio blog, non ho alcun problema a rivedere le mie posizioni su Giaccherini. Peraltro, per quanto mi riguarda le perplessità erano legate non al suo valore, ma al suo impiego in azzurro, che trovavo un premio eccessivo per il suo comunque buon rendimento col club. Ma se Prandelli ha trovato un nuovo elemento su cui contare a occhi chiusi, dodici mesi dopo un Europeo per lui non esaltante, non si può che essere contenti!
    E’ altresì innegabile che elementi come lui devono conquistarsi il posto al sole partita dopo partita, perché se vengono meno convinzione e tenuta atletica diventano giocatori come tanti, in tal senso il paragone con i Di Livio e i Pessotto è azzeccato, mentre Torricelli è un altro caso ancora, perché non aveva le doti tecniche di Giac e si fece spazio solo con tanto sudore e disciplina tattica. Ecco perché, nonostante un’eccellente Confederations, il posto per i Mondiali dovrà comunque guadagnarselo da agosto in poi, laddove altri giocatori che invece in Brasile non hanno brillato sono già sicuri di tornarci fra un anno (se l’Italia si qualificherà, beninteso).

    • paragoni a parte, il concetto è che non sono tutti Zidane o Messi, ci sono tanti giocatori che meritano rispetto e che non suscitano entusiasmi (anzi, nel caso suo e di Giovinco anche pesanti ironie, come se mai avessero voluto diventare epigoni dei Del Piero o dei Nedved), e sono giocatori che spesso fanno come si dice la fortuna dei tecnici. Ovvio che poi la parola deve essere sostenuta dai fatti, e qui forse Conte potrebbe concedere qualche occasione in più a Emanuele, specie in vista del Mondiale, altrimenti potrebbe non essere sufficiente agli occhi di Prandelli il suo “farsi trovare sempre pronto”

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